Nuova Riveduta:

Giobbe 35

Eliu esorta Giobbe a ricercare Dio
1 Poi Eliu riprese il discorso e disse:
2 «Credi tu di avere ragione quando dici: "La mia giustizia è superiore a quella di Dio"?
3 Infatti hai detto: "Che mi giova? Che guadagno io di più a non peccare?"
4 Io ti darò la risposta: a te e agli amici tuoi.
5 Considera i cieli e vedi! Guarda le nuvole, come sono più in alto di te!
6 Se pecchi, quale inconveniente gli procuri? Se moltiplichi i tuoi misfatti, che danno gli arrechi?
7 Se sei giusto, che gli dai? Che riceve egli dalla tua mano?
8 La tua malvagità non nuoce che al tuo simile, e la tua giustizia non giova che ai figli degli uomini.
9 Si grida per le molte oppressioni, si alzano lamenti per la violenza dei grandi; 10 ma nessuno dice: "Dov'è Dio, il mio Creatore, che nella notte ispira canti di gioia, 11 che ci fa più intelligenti delle bestie dei campi e più saggi degli uccelli del cielo?"
12 Là gridano, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi.
13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa caso.
14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la tua causa gli sta davanti; sappilo aspettare!
15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perché egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni, 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole irragionevoli».

C.E.I.:

Giobbe 35

1 Eliu riprese a dire:
2 Ti pare di aver pensato cosa giusta,
quando dicesti: «Ho ragione davanti a Dio»?
3 O quando hai detto: «Che te ne importa?
Che utilità ne ho dal mio peccato»?
4 Risponderò a te con discorsi
e ai tuoi amici insieme con te.
5 Contempla il cielo e osserva,
considera le nubi: sono più alte di te.
6 Se pecchi, che gli fai?
Se moltiplichi i tuoi delitti, che danno gli arrechi?
7 Se tu sei giusto, che cosa gli dai
o che cosa riceve dalla tua mano?
8 Su un uomo come te ricade la tua malizia,
su un figlio d'uomo la tua giustizia!
9 Si grida per la gravità dell'oppressione,
si invoca aiuto sotto il braccio dei potenti,
10 ma non si dice: «Dov'è quel Dio che mi ha
creato,
che concede nella notte canti di gioia;
11 che ci rende più istruiti delle bestie
selvatiche,
che ci fa più saggi degli uccelli del cielo?».
12 Si grida, allora, ma egli non risponde
di fronte alla superbia dei malvagi.
13 Certo è falso dire: «Dio non ascolta
e l'Onnipotente non presta attenzione»;
14 più ancora quando tu dici che non lo vedi,
che la tua causa sta innanzi a lui e tu in lui speri;
15 così pure quando dici che la sua ira non punisce
né si cura molto dell'iniquità.
16 Giobbe dunque apre invano la sua bocca
e senza cognizione moltiplica le chiacchiere.

Nuova Diodati:

Giobbe 35

Elihu rimprovera aspramente Giobbe
1 Elihu continuò a parlare e disse: 2 «Ti pare una cosa giusta quando dici: "Sono più giusto di Dio"? 3 Infatti hai detto: "Che ti giova? Quale utilità avrei del mio peccato?". 4 Risponderò io a te e ai tuoi amici assieme a te. 5 Contempla il cielo e osserva; guarda le nuvole, che sono più alte di te. 6 Se pecchi, che effetto ha su di lui? Se moltiplichi i tuoi misfatti, che danno gli arrechi? 7 Se sei giusto, che cosa gli dai, o che cosa riceve dalla tua mano? 8 La tua malvagità può solamente nuocere a un uomo come te, e la tua giustizia può solamente giovare a un figlio d'uomo. 9 Si grida per il gran numero delle oppressioni, si grida in cerca di aiuto a motivo della forza dei potenti; 10 ma nessuno dice: "Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia, 11 che a noi insegna più cose che alle bestie dei campi e ci fa più saggi degli uccelli del cielo?". 12 Così si grida, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi. 13 Certamente Dio non darà ascolto a discorsi vuoti, e l'Onnipotente non vi farà attenzione. 14 Anche se tu dici di non vederlo, la tua causa sta davanti a lui, e tu devi aspettarlo. 15 Ma ora, perché nella sua ira non punisce e non fa troppo caso alle trasgressioni, 16 Giobbe apre inutilmente le labbra e accumula parole senza senno».

Riveduta 2020:

Giobbe 35

Terzo discorso di Eliù
1 Poi Eliù riprese il discorso e disse:
2 “Credi tu di avere ragione quando dici: 'La mia giustizia è superiore a quella di Dio?'. 3 Infatti hai detto: 'Che mi giova? che guadagno io di più a non peccare?'. 4 Io ti darò la risposta: a te e ai tuoi amici. 5 Considera i cieli, e vedi! guarda le nuvole, come sono più in alto di te! 6 Se pecchi, che torto gli fai? Se moltiplichi i tuoi misfatti, che danno gli rechi? 7 Se sei giusto, che gli dai? Che riceve egli dalla tua mano? 8 La tua malvagità non nuoce che al tuo simile, e la tua giustizia non giova che ai figli degli uomini. 9 Si grida per le molte oppressioni, si alzano lamenti per la violenza dei grandi; 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia, 11 che ci fa più intelligenti delle bestie dei campi e più saggi degli uccelli del cielo?'. 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a causa della superbia dei malvagi. 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun caso. 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta davanti; sappilo aspettare! 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perché egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni, 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza senno”.

Riveduta:

Giobbe 35

Terzo discorso di Elihu
1 Poi Elihu riprese il discorso e disse:
2 «Credi tu d'aver ragione quando dici: 'Dio non si cura della mia giustizia'? 3 Infatti hai detto: 'Che mi giova? che guadagno io di più a non peccare?' 4 Io ti darò la risposta: a te ed agli amici tuoi. 5 Considera i cieli, e vedi! guarda le nuvole, come sono più in alto di te! 6 Se pecchi, che torto gli fai? Se moltiplichi i tuoi misfatti, che danno gli rechi? 7 Se sei giusto, che gli dai? Che ricev'egli dalla tua mano? 8 La tua malvagità non nuoce che al tuo simile, e la tua giustizia non giova che ai figli degli uomini. 9 Si grida per le molte oppressioni, si levano lamenti per la violenza dei grandi; 10 ma nessuno dice: 'Dov'è Dio, il mio creatore, che nella notte concede canti di gioia, 11 che ci fa più intelligenti delle bestie de' campi e più savi degli uccelli del cielo?' 12 Si grida, sì, ma egli non risponde, a motivo della superbia dei malvagi. 13 Certo, Dio non dà ascolto a lamenti vani; l'Onnipotente non ne fa nessun caso. 14 E tu, quando dici che non lo scorgi, la causa tua gli sta dinanzi; sappilo aspettare! 15 Ma ora, perché la sua ira non punisce, perch'egli non prende rigorosa conoscenza delle trasgressioni, 16 Giobbe apre vanamente le labbra e accumula parole senza conoscimento».

Ricciotti:

Giobbe 35

1 Continuò pertanto Eliu a dire: 2 «Ti sembra forse retto il tuo pensiero di dire: - Io sono più giusto di Dio? - 3 Tu infatti hai affermato: - A te, [o Dio], non piace ciò ch'è retto - ovvero: - Che cosa ti giova, se io pecco? - 4 Io quindi risponderò ai tuoi discorsi, e agli amici tuoi teco. 5 Considera il cielo e guarda, e osserva il firmamento quant'è più alto di te! 6 Se tu pecchi, che danno arrechi a Lui? e se moltiplichi i tuoi delitti, che fai contro di Lui? 7 Se poi agisci rettamente, che cosa gli doni? ovver che cosa riceve egli dalla tua mano? 8 All'uomo, qual sei tu, nuocerà la tua empietà, e al figlio dell'uomo gioverà la tua giustizia. 9 Per la moltitudine di oppressori s'alzano grida, si geme sotto la violenza dei tiranni. 10 Ma non si esclama: - Ov'è Dio che mi ha fatto, che concede accenti di giubilo nella notte [di sventura]; 11 che ci rende più avveduti delle bestie della terra, e più degli uccelli del cielo ci rende sapienti? - 12 In tal caso si grida, senza ch'ei risponda, di fronte all'orgoglio dei malvagi. 13 Non invano dunque ascolta Dio, e l'Onnipotente riguarda la causa di ciascuno; 14 anche se tu dici: - Egli non ci bada! -subisci il tuo giudizio avanti a lui, e spera in lui: 15 perchè egli adesso non esercita il suo furore, nè prende gran vendetta del delitto. 16 Dunque Giobbe invano apre la sua bocca, e senza cognizione moltiplica le parole.»

Tintori:

Giobbe 35

Terzo discorso di Eliu
1 Poi Eliu continuò a parlare, e disse: 2 «Ti sembra forse d'averla pensata giusta, quando dicesti: Io son più giusto di Dio? 3 Hai detto infatti: Quello che è giusto non ti piace, o qual vantaggio te ne viene se io pecco? 4 Io dunque risponderò alle tue parole e ai tuoi amici assieme con te. 5 Alza gli occhi al cielo e mira, contempla quella volta come è più alta di te. 6 Se tu pecchi, qual danno gli farai? Anche moltiplicando le tue iniquità, che farai contro di lui? 7 E se operi con giustizia che gli dèi, che riceve egli dalla tua mano? 8 La tua empietà nuocerà ad un uomo simile a te, e la tua giustizia sarà utile al figlio dell'uomo. 9 Grideranno a motivo della moltitudine degli oppressori, si lamenteranno contro il braccio violento dei tiranni. 10 Ma nessuno di essi dice: Dov'è Dio che mi ha creato, e ispira durante la notte i cantici? 11 Che ci fa sapere più degli animali della terra e ci fa più sapienti degli uccelli del cielo? 12 Allora grideranno e non li starà a sentire, a motivo della superbia dei malvagi. 13 Dunque non invano Dio starà a sentire, e l'Onnipotente considererà la causa di ciascuno. 14 Anche quando tu avrai detto: Non ci guarda, esamina te stesso davanti a lui e aspettalo; 15 perchè non è ora che mette in moto il suo furore, non ora punisce a rigore il delitto. 16 Invano dunque Giobbe apre la bocca e moltiplica senza giudizio le parole».

Martini:

Giobbe 35

Eliu falsamente argomentando che Giobbe abbia detto, che a Dio non piace quel che è retto, mostra che non a Dio, ma all'uomo giova la pietà, e nuoce l'empietà.
1 Indi Eliu riprese a parlare in tal guisa: 2 Sembra a te forse giusto quel tuo pensamento quando dicesti: Io son più giusto che Dio? 3 Perocché tu dicesti: Non piace a te quello, che è retto, o che gioverà a te se io fo del male? 4 Io pertanto risponderò alle tue parole, e a' tuoi amici insieme con te. 5 Alza gli occhi al cielo, e mira in contemplando l'etere come quegli è più alto di te. 6 Se tu peccherai, qual danno farai a lui; e moltiplicando i tuoi delitti, che farai tu contro di lui? 7 Che se opererai giustamente, che donerai a lui, o che riceverà egli dalla tua mano? 8 A un uomo simile a te nuocerà la tua empietà, e al figliuolo dell'uomo sarà utile la tua giustizia. 9 Alzeran quelli le strida contro la moltitudine de'calunniatori, e urleranno oppressi dalla potenza dei tiranni. 10 E nissuno di essi dice: Dov' è Dio che mi creò, il quale ispira cantici nella notte? 11 Il quale e fa noi più sapienti degli animali della terra, e ci da senno più che agli uccelli dell'aria. 12 Allora alzeranno le strida a cagione della superbia de' malvagj, ed ei non gli esaudirà. 13 Non invano adunque il Signore udirà, e mirerà l'Onnipotente la causa di ciascheduno. 14 Anche quando tu avrai detto: Ei non pon mente; giudica te medesimo dinanzi a lui, e aspettalo: 15 Perocché non adesso egli esercita il suo furore, e non punisce a rigore i delitti. 16 Invano adunque ha Giobbe aperta la bocca, e non rifina di parlare da ignorante.

Diodati:

Giobbe 35

1 ED Elihu proseguì il suo ragionamento, e disse: 2 Hai tu stimato che ciò convenga alla ragione, Della quale tu hai detto: La mia giustizia è da Dio, 3 Di dire: Che mi gioverà ella? Che profitto ne avrò più che del mio peccato? 4 Io ti risponderò, Ed a' tuoi compagni teco. 5 Riguarda i cieli, e vedi; E mira le nuvole, quanto sono più alte di te. 6 Se tu pecchi, che cosa opererai tu contro a lui? E se i tuoi misfatti son moltiplicati, che gli farai tu? 7 Se tu sei giusto, che cosa gli darai? Ovvero che prenderà egli dalla tua mano? 8 Come la tua malvagità può nuocer solo ad un uomo simile a te, Così anche la tua giustizia non può giovare se non ad un figliuolo d'uomo.
9 Gli oppressati gridano per la grandezza dell'oppressione, E dànno alte strida per la violenza de' grandi; 10 Ma niuno dice: Ove è Dio, mio fattore, Il quale dà materia di cantar di notte? 11 Il qual ci ammaestra più che le bestie della terra, E ci rende savi più che gli uccelli del cielo? 12 Quivi adunque gridano, ed egli non li esaudisce, Per la superbia de' malvagi. 13 Certamente Iddio non esaudisce la vanità, E l'Onnipotente non la riguarda.
14 Quanto meno esaudirà egli te, che dici che tu nol riguardi? Giudicati nel suo cospetto, e poi aspettalo. 15 Certo ora quello che l'ira sua ti ha imposto di castigo è come nulla; Ed egli non ha preso conoscenza della moltitudine de' tuoi peccati molto innanzi. 16 Giobbe adunque indarno apre la sua bocca, Ed accumula parole senza conoscimento.

Commentario completo di Matthew Henry:

Giobbe 35

1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 35

Poiché Giobbe tace ancora, Eliu segue il suo colpo, e qui, per la terza volta, si impegna a dimostrargli che aveva parlato male e doveva ritrattare. Qui lo accusa di tre detti impropri, e risponde loro distintamente:

I. Aveva rappresentato la religione come una cosa indifferente e inutile, che Dio comanda per se stesso, non per il nostro; Elihu dimostra il contrario, Giobbe 35:1-8.

II. Si era lamentato di Dio come sordo alle grida degli oppressi, contro la quale l'imputazione Eliu qui giustifica Dio, Giobbe 35:9-13.

III. Aveva disperato del ritorno del favore di Dio su di lui, perché era stato differito così a lungo, ma Elihu gli mostra la vera causa del ritardo, Giobbe 35:14-16.

Ver. 1. fino alla Ver. 8.

Abbiamo qui,

I. Le parolacce che Elihu attribuisce a Giobbe, Giobbe 35:2-3. Per dimostrare la loro malvagità si appella a Giobbe stesso, e ai suoi pensieri sobri, nella riflessione: Pensi che questo sia giusto? Questo fa capire a Eliu la fiducia che la riprensione che ora dava era giusta, poiché poteva riferire il giudizio di essa anche a Giobbe stesso. Coloro che hanno la verità e l'equità dalla loro parte, prima o poi avranno dalla loro parte la coscienza di ogni uomo. Indica anche la sua buona opinione di Giobbe, che pensava meglio di quanto parlasse e che, sebbene avesse parlato male, tuttavia, quando si rese conto del suo errore, non vi si sarebbe attenuto. Quando abbiamo detto, nella nostra fretta, ciò che non era giusto, dobbiamo riconoscere che i nostri ripensamenti ci convincono che era sbagliato. Due cose per cui Eliu rimprovera Giobbe:

1. Per essersi giustificato più di Dio, che fu la cosa che lo provocò per prima, Giobbe 32:2.

"In effetti hai detto: La mia giustizia vale più di quella di Dio", cioè: "Ho fatto per Dio più di quanto egli abbia mai fatto per me; affinché, quando i conti saranno in pareggio, egli sarà posto in debito verso di me".

Come se Giobbe pensasse che i suoi servigi fossero stati pagati meno di quanto meritassero e che i suoi peccati fossero stati puniti più di quanto meritassero, il che è un pensiero molto ingiusto e malvagio da nutrire e soprattutto da pronunciare per qualsiasi uomo. Quando Giobbe insistette così tanto sulla propria integrità e sulla severità dei rapporti di Dio con lui, in effetti disse: La mia giustizia è più di quella di Dio; mentre, anche se siamo sempre così buoni e le nostre afflizioni sempre così grandi, siamo accusati di ingiustizia e Dio non lo è.

2. Per aver rinnegato i benefici e i vantaggi della religione perché ha sofferto queste cose: Quale profitto avrò se fossi purificato dal mio peccato? == Giobbe 35:3. Questo si deduce da Giobbe 9:30-31 == Anche se rendo le mie mani così pulite, che cosa sono più vicino? Tu mi getterai nel fosso. E Giobbe 10:15 : Se sono malvagio, guai a me; ma, se sono giusto, è lo stesso. Il salmista, quando paragonò le sue afflizioni con la prosperità degli empi, fu tentato di dire: In verità ho purificato il mio cuore invano, == Salmi 73:13. E, se Giobbe ha detto così, in effetti ha detto: La mia giustizia vale più di quella di Dio == (Giobbe 35:9); perché, se non ha ottenuto nulla dalla sua religione, Dio gli era più grato di quanto non lo fosse a Dio. Ma, anche se ci può essere un po' di colore, tuttavia non era giusto imputare queste parole a Giobbe, quando egli stesso le aveva rese le parole malvagie dei peccatori prosperi (Giobbe 21:15, Che giova se lo preghiamo?) e li aveva immediatamente respinti. Il consiglio degli empi è lontano da me, == Giobbe 21:16. Non è un modo giusto di contestare accusare gli uomini di quelle conseguenze delle loro opinioni alle quali rinunciano espressamente.

II. La buona risposta che Elihu dà a questo (Giobbe 35:4):

"Io mi impegnerò a rispondere a te e ai tuoi compagni con te", cioè "a tutti quelli che approvano le tue parole e sono pronti a giustificarti in esse, e a tutti gli altri che dicono come dici tu: Ho da offrire ciò che li farà tacere tutti".

Per fare questo egli ricorre alla sua vecchia massima (Giobbe 33,12), che Dio è più grande dell'uomo. Questa è una verità che, se debitamente migliorata, servirà a molti buoni scopi, e in particolare a dimostrare che Dio non è debitore a nessuno. Il più grande degli uomini può essere debitore del più meschino; ma tale è l'infinita sproporzione tra Dio e l'uomo che il grande Dio non può ricevere alcun beneficio dall'uomo, e quindi non si può supporre che abbia alcun obbligo verso l'uomo; perché, se è obbligato dal suo proposito e dalla sua promessa, è solo per se stesso. Questa è una sfida che nessun uomo può accettare (Romani 11:35), Colui che per primo ha dato a Dio, lo dimostri, e gli sarà restituito di nuovo. Perché dovremmo esigerlo, come un debito giusto, da guadagnare con la nostra religione (come sembrava fare Giobbe), quando il Dio che serviamo non ci guadagna?

1. Elihu non ha bisogno di dimostrare che Dio è al di sopra dell'uomo; è d'accordo con tutti; ma si sforza di influenzare Giobbe e noi con esso, con una dimostrazione oculare dell'altezza dei cieli e delle nuvole, Giobbe 35:5. Essi sono molto al di sopra di noi, e Dio è molto al di sopra di loro; Quanto dunque Egli è messo fuori dalla portata dei nostri peccati o dei nostri servizi! Volgi lo sguardo al cielo e guarda le nuvole. Dio fece l'uomo eretto, coelumque tueri jussit, e gli ordinò di alzare gli occhi al cielo. Gli idolatri alzarono gli occhi e adorarono le schiere del cielo, il sole, la luna e le stelle; ma noi dobbiamo alzare gli occhi al cielo e adorare il Signore di quelle schiere. Essi sono più alti di noi, ma Dio è infinitamente al di sopra di loro. La sua gloria è al di sopra dei cieli == (Salmi 8:1) e la conoscenza di lui è al di sopra del cielo, Giobbe 11:8.

2. Ma da qui ne deduce che Dio non è influenzato, né in un modo né nell'altro, da nessuna cosa che facciamo.

(1.) Egli riconosce che gli uomini possono essere migliorati o danneggiati da ciò che facciamo (Giobbe 35:8): La tua malvagità, forse, può ferire un uomo come te, può causargli problemi nelle sue preoccupazioni esteriori. Un uomo malvagio può ferire, o derubare, o calunniare il suo prossimo, o può trascinarlo nel peccato e così pregiudicare la sua anima. La tua giustizia, la tua giustizia, la tua carità, la tua sapienza, la tua pietà, possono forse giovare al figlio dell'uomo. La nostra bontà si estende ai santi che sono sulla terra, Salmi 16:3. Per gli uomini come noi siamo in grado di fare del male o di mostrare gentilezza; e in entrambi questi interesserà il sovrano Signore e Giudice di tutti, ricompenserà quelli che fanno il bene e punirà quelli che fanno del male ai loro simili e sudditi. Ma

(2.) Egli nega categoricamente che Dio possa realmente essere prevenuto o avvantaggiato da ciò che tutti, anche i più grandi uomini della terra, fanno o possono fare.

[1.] I peccati dei peggiori peccatori non sono un danno per lui (Giobbe 35:6):

"Se pecchi volontariamente e per malizia contro di lui, con mano potente, anzi, se le tue trasgressioni si moltiplicano e gli atti di peccato si ripetono così spesso, tuttavia che cosa fai contro di lui?"

Questa è una sfida per la mente carnale e sfida il peccatore più audace a fare del suo peggio. Parla molto della grandezza e della gloria di Dio il fatto che non sia in potere dei suoi peggiori nemici fargli alcun vero pregiudizio. Si dice che il peccato è contro Dio perché così il peccatore lo intende e così Dio lo prende, ed è un'offesa al suo onore; eppure non può fare nulla contro di lui. La malizia dei peccatori è malizia impotente: non può distruggere il suo essere o le sue perfezioni, non può detronizzarlo dal suo potere e dal suo dominio, diminuire le sue ricchezze e i suoi beni, non può turbare la sua pace e il suo riposo, non può sconfiggere i suoi consigli e i suoi disegni, né può derogare alla sua gloria essenziale. Giobbe parlò dunque male dicendo: A che giova che io sia purificato dal mio peccato? Dio non ha guadagnato con la sua riforma; e chi ci avrebbe guadagnato se non l'avesse fatto lui stesso?

[2.] I servizi dei migliori santi non gli giovano (Giobbe 35:7): Se sei giusto, che cosa gli dai? Non ha bisogno del nostro servizio, o, se volesse che il lavoro fosse fatto, ha mani migliori delle nostre. La nostra religione non porta alcuna adesione alla sua felicità. Egli è così lontano dall'essere in debito con noi che noi siamo in debito con lui per averci resi giusti e per aver accettato la nostra giustizia; e quindi non possiamo esigere nulla da lui, né avere alcun motivo di lamentarci se non abbiamo ciò che ci aspettiamo, ma di essere grati di avere di meglio di quanto meritiamo.

9 Ver. 9. fino alla Ver. 13.

Eliu qui risponde a un'altra parola che Giobbe aveva detto, che, pensava, rifletteva molto sulla giustizia e la bontà di Dio, e quindi non doveva passare senza un'osservazione. Osservare

I. Di che cosa si lamentava Giobbe; era questo, che Dio non badava alle grida degli oppressi contro i loro oppressori (Giobbe 35:9):

"A causa della moltitudine delle oppressioni, delle molte privazioni che i superbi tiranni impongono alla povera gente e dell'uso barbaro che ne danno, fanno piangere gli oppressi; ma non serve a nulla: Dio non sembra raddrizzarli. Essi gridano, continuano a gridare, a motivo del braccio del potente, che giace pesantemente su di loro".

Questo sembra riferirsi a quelle parole di Giobbe (Giobbe 24:12), Gli uomini gemono da fuori della città, e l'anima dei feriti grida contro gli oppressori, eppure Dio non li attribuisce follia, non conta su di loro per questo. Questa è una cosa che Giobbe non sa cosa fare, né come conciliare con la giustizia di Dio e del suo governo. C'è un Dio giusto, e può essere che egli ascolti così lentamente, veda così lentamente?

II. Come Elihu risolve la difficoltà. Se le grida degli oppressi non vengono ascoltate, la colpa non è di Dio; È pronto ad ascoltarli e ad aiutarli. Ma la colpa è in se stessi; chiedono e non hanno, ma è perché chiedono male, == Giacomo 4:3 == Essi gridano a motivo del braccio del potente, ma è un grido di lamento, un grido di lamento, non un grido di preghiera penitente, il grido della natura e della passione, non della grazia. Vedi Osea 7:14 : Non hanno gridato a me con il loro cuore quando ululavano sui loro letti. Come possiamo allora aspettarci che vengano esaudite e sollevate?

1. Non indagano su Dio, né cercano di conoscerlo nella loro afflizione (Giobbe 35:10): ma nessuno dice: Dov'è Dio mio creatore? Le afflizioni sono inviate per dirigerci e stimolarci a indagare presto su Dio, == Salmi 78:34. Ma molti che gemono sotto grandi oppressioni non badano a Dio, né si accorgono della sua mano nelle loro difficoltà; Se lo facessero, sopporterebbero i loro problemi con più pazienza e ne trarrebbero maggior beneficio. Dei molti che sono afflitti e oppressi, pochi ottengono il bene che potrebbero ottenere dalla loro afflizione. Dovrebbe spingerli a Dio, ma quanto raramente è così! È deplorevole vedere così poca religione tra la parte povera e miserabile dell'umanità. Ognuno si lamenta dei suoi guai; ma nessuno dice: Dov'è Dio, il mio creatore? cioè, nessuno si pente dei propri peccati, nessuno ritorna a colui che li colpisce, nessuno cerca il volto e il favore di Dio, e quel conforto in lui che equilibrerebbe le loro afflizioni esteriori. Essi sono completamente presi dalla miseria della loro condizione, come se ciò li scusasse a vivere senza Dio nel mondo, il che dovrebbe indurli ad aderire più strettamente a lui. Osservare

(1.) Dio è il nostro Creatore, l'autore del nostro essere, e, in base a questa nozione, ci interessa considerarlo e ricordarlo, Ecclesiaste 12:1 == Dio mio Creatore, al plurale, che alcuni pensano sia, se non un'indicazione, almeno un'intimazione, della Trinità delle persone nell'unità della Divinità. Facciamo l'uomo.

(2.) È quindi nostro dovere indagare su di lui. Dov'è lui, perché possiamo rendergli omaggio, possiamo riconoscere la nostra dipendenza da lui e i nostri obblighi verso di lui? Dov'è lui, perché ci rivolgiamo a lui per il mantenimento e la protezione, possiamo ricevere da lui la legge e possiamo cercare la nostra felicità nel suo favore, dal cui potere abbiamo ricevuto il nostro essere?

(3.) C'è da lamentarsi che i figli degli uomini lo chiedano così poco. Tutti si chiedono: Dov'è l'allegria? Dov'è la ricchezza? Dov'è un buon affare? Ma nessuno chiede: Dov'è Dio, il mio Creatore?

2. Non si accorgono delle misericordie di cui godono nelle loro afflizioni e sotto di esse, né ne sono grati, e quindi non possono aspettarsi che Dio li liberi dalle loro afflizioni.

(1.) Egli provvede al nostro conforto interiore e alla nostra gioia nei nostri problemi esteriori, e noi dovremmo farne uso, e aspettare il suo tempo per la rimozione dei nostri problemi: Egli dà canti nella notte, cioè, quando la nostra condizione è sempre così oscura, triste e malinconica, c'è che in Dio, nella sua provvidenza e promessa, il che è sufficiente, non solo per sostenerci, ma per riempirci di gioia e di consolazione, e permetterci in ogni cosa di rendere grazie, e persino di rallegrarci nella tribolazione. Quando ci limitiamo a studiare attentamente le afflizioni che stiamo subendo e trascuriamo le consolazioni di Dio che sono custodite per noi, è giusto che Dio respinga le nostre preghiere.

(2.) Egli ci preserva l'uso della nostra ragione e del nostro intelletto (Giobbe 35:11): Colui che ci insegna più delle bestie della terra, cioè che ci ha dotato di poteri e facoltà più nobili di quelle di cui sono dotate e ci ha resi capaci di piaceri e impieghi più eccellenti qui e per sempre. Ora questo entra qui,

[1.] Come ciò che ci fornisce materia per il ringraziamento, anche sotto il peso più pesante dell'afflizione. Di tutto ciò di cui siamo privati, abbiamo le nostre anime immortali, quei gioielli di maggior valore di tutto il mondo, che ci sono rimasti inalterati; Anche quelli che uccidono il corpo non possono fargli del male. E se la nostra afflizione non prevale per disturbare l'esercizio delle loro facoltà, ma godiamo dell'uso della nostra ragione e della pace della nostra coscienza, abbiamo molte ragioni per essere grati, per quanto urgenti siano le nostre calamità.

[2.] Come motivo per cui, nelle nostre afflizioni, dovremmo, indagare su Dio, il nostro Creatore, e cercarlo. Questa è la più grande eccellenza della ragione, che ci rende capaci di religione, ed è in questo specialmente che ci viene insegnato più delle bestie e dei polli. Hanno istinti meravigliosi e sagacie nel cercare il loro cibo, il loro fisico, il loro riparo; ma nessuno di loro è capace di chiedere: Dov 'è Dio mio Creatore? Qualcosa di simile alla logica, alla filosofia e alla politica è stato osservato tra le creature brute, ma mai qualcosa di divino o di religione; queste sono peculiari dell'uomo. Se dunque gli oppressi gridano solo a causa del braccio dei potenti e non guardano a Dio, non lo fanno più dei bruti (che si lamentano quando sono feriti) e dimenticano l'istruzione e la sapienza per cui sono così avanzati al di sopra di loro. Dio solleva le creature brute perché gridano a lui secondo il meglio delle loro capacità, Giobbe 38:41; Salmi 104:21. Ma che ragione hanno gli uomini di aspettarsi sollievo, che sono capaci di interrogare Dio come loro Creatore e tuttavia non invocano a lui diversamente che come fanno i bruti?

3. Sono orgogliosi e non umiliati sotto le loro afflizioni, che sono state mandate per mortificarli e per nascondere loro l'orgoglio (Giobbe 35:12): Là gridano, là giacciono gridando contro i loro oppressori, e riempiendo le orecchie di tutti intorno a loro con i loro lamenti, non risparmiando di riflettere su Dio stesso e sulla sua provvidenza - ma nessuno risponde. Dio non opera la liberazione per loro, e forse gli uomini non li tengono molto in considerazione; e perché? È a causa dell'orgoglio degli uomini malvagi; sono uomini malvagi, considerano l'iniquità nel loro cuore, e perciò Dio non ascolterà le loro preghiere, Salmi 66:18; Isaia 1:15 == Dio non ascolta tali peccatori. Essi si sono forse messi nei guai con la loro stessa malvagità; sono i poveri del diavolo; e allora chi può compatirli? Ma questo non è tutto: sono ancora orgogliosi, e quindi non cercano Dio (Salmi 10:4), o, se gridano a lui, perciò egli non risponde, perché ascolta solo il desiderio degli umili == (Salmi 10:17) e libera quelli con la sua provvidenza che egli ha preparato e reso idonei alla liberazione per primi con la sua grazia, cosa che non siamo se, sotto umilianti afflizioni, i nostri cuori rimangono inalterati e il nostro orgoglio non mortificato. Il caso è chiaro allora: Se gridiamo a Dio per la rimozione dell'oppressione e dell'afflizione a cui siamo sottoposti, e non viene rimossa, la ragione non è perché la mano del Signore è accorciata o il suo orecchio pesante, ma perché l'afflizione non ha fatto la sua opera; Non siamo abbastanza umiliati, e quindi dobbiamo ringraziare noi stessi che sia continuato.

4. Non sono sinceri, retti e interiori con Dio, nelle loro suppliche a lui, e perciò egli non li ascolta e non risponde loro (Giobbe 35:13): Dio non ascolterà la vanità, cioè la preghiera ipocrita, che è una preghiera vana, che esce da labbra finte. È vanità pensare che debba ascoltarlo Dio, che scruta il cuore e richiede la verità nell'intimo.

14 Ver. 14. fino alla Ver. 16.

Ecco qui

I. Un'altra parola impropria per la quale Elihu rimprovera Giobbe (Giobbe 35:14): Tu dici che non lo vedrai; Cioè

1. "Ti lamenti di non comprendere il significato dei suoi duri rapporti con te, né di discernere la deriva e il disegno di essi", Giobbe 23:8-9. E

2. "Tu disperi di vedere il suo grazioso ritorno a te, di vedere di nuovo giorni migliori, e sei pronto a rinunciare a tutto per andato";

come Ezechia (Isaia 38:11), non vedrò il Signore. Come, quando siamo in prosperità, siamo pronti a pensare che la nostra montagna non sarà mai abbassata, così quando siamo in avversità siamo pronti a pensare che la nostra valle non sarà mai riempita, ma, in entrambi, a concludere che domani deve essere come questo giorno, il che è assurdo come pensare, quando il tempo è bello o cattivo, Sarà sempre così, che la marea che scorre scorrerà sempre, o che la marea calante sarà sempre in declino.

II. La risposta che Elihu dà a questa parola disperata che Giobbe aveva detto, che è questa:

1. Che, quando alzò lo sguardo a Dio, non ebbe alcun motivo giusto per parlare in modo così disperato: Il giudizio è davanti a lui, cioè:

"Egli sa quello che deve fare, e farà tutto con infinita saggezza e giustizia; Egli ha davanti a sé l'intero piano e modello della Provvidenza, e sa ciò che farà, cosa che noi non sappiamo, e quindi non capiamo ciò che Egli fa. C'è un giorno di giudizio davanti a lui, in cui tutti gli apparenti disordini della provvidenza saranno corretti e i capitoli oscuri di esso saranno esposti. Allora vedrai il pieno significato di questi eventi oscuri e il periodo finale di questi tristi eventi; allora vedrai la sua faccia con gioia; perciò confida in lui, conta su di lui, aspettalo e credi che la questione sarà finalmente buona".

Quando consideriamo che Dio è infinitamente saggio, giusto e fedele, e che è un Dio di giudizio (Isaia 30:18), non vedremo alcuna ragione per disperare di un sollievo da lui, ma tutte le ragioni del mondo per sperare in lui, che arriverà a tempo debito, nel momento migliore.

2. Che se non aveva ancora visto la fine dei suoi guai, la ragione era perché non si fidava così in Dio e non lo aspettava (Giobbe 35:15):

"Poiché non è così, perché tu non confidi in lui in questo modo, allora l'afflizione che prima veniva dall'amore si è ora mescolata con essa. Ora Dio ti ha visitato nella sua ira, prendendola molto male che tu non riesca a trovare nel tuo cuore di confidare in lui, ma nutra pensieri così duri e indifferenti su di lui".

Se ci sono miscugli di ira divina nelle nostre afflizioni, possiamo ringraziare noi stessi, è perché non ci comportiamo bene sotto di esse, litighiamo con Dio, siamo irritabili e impazienti e diffidiamo della divina Provvidenza. Questo era il caso di Giobbe. La stoltezza dell'uomo perverte la sua via, e allora il suo cuore si agita contro il Signore, == Proverbi 19:3. Eppure Elihu pensa che Giobbe, essendo in una situazione estrema, non lo sapesse e non lo considerasse come avrebbe dovuto, che fosse colpa sua se non era ancora stato liberato. Conclude quindi che Giobbe apre la bocca invano == (Giobbe 35:16) lamentandosi delle sue lamentele e invocando riparazione, o giustificandosi e chiarendo la propria innocenza; è tutto vano, perché non confida in Dio e non lo aspetta, e non ha il dovuto riguardo per lui nelle sue afflizioni. Aveva detto molto, aveva moltiplicato le parole, ma tutto senza conoscenza, tutto inutilmente, perché non si era incoraggiato in Dio e non si era umiliato davanti a lui. È vano per noi appellarci a Dio o assolvere noi stessi se non studiamo per rispondere al fine per cui è mandata l'afflizione, e invano pregare per avere sollievo se non confidiamo in Dio; poiché quell'uomo che diffida di Dio non pensi che riceverà qualcosa da lui, == Giacomo 1:7. O questo potrebbe riferirsi a tutto ciò che Giobbe aveva detto. Dopo aver mostrato l'assurdità di alcuni passaggi del suo discorso, egli conclude che c'erano molti altri passaggi che erano allo stesso modo il frutto della sua ignoranza e del suo errore. Egli non lo condannò, come gli altri suoi amici, come ipocrita, ma lo accusò solo del peccato di Mosè, parlando sconsideratamente con le sue labbra quando il suo spirito era provocato. Quando in qualsiasi momento lo facciamo (e c'è chi non offende a parole?) è una misericordia sentirselo dire, e dobbiamo prenderlo con pazienza e gentilezza come fece Giobbe, non ripetendo, ma ritrattando, ciò che abbiamo detto a sproposito.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Giobbe 35

1 Capitolo 35

Eliu parla della condotta dell'uomo Giob 35:1-8

Perché coloro che gridano nelle afflizioni non vengono considerati Giob 35:9-13

Eliu rimprovera l'impazienza di Giobbe Giob 35:14-16

Versetti 1-8

Eliu rimprovera Giobbe di giustificare se stesso più di Dio e richiama la sua attenzione sui cieli. Essi sono molto al di sopra di noi e Dio è molto al di sopra di loro; quanto dunque è fuori dalla portata dei nostri peccati o dei nostri servigi! Non abbiamo motivo di lamentarci se non abbiamo ciò che ci aspettiamo, ma dovremmo essere grati di avere di meglio di quanto meritiamo.

9 Versetti 9-13

Giobbe si lamentava del fatto che Dio non si curava delle grida degli oppressi contro i loro oppressori. Non sapeva come conciliare la giustizia di Dio e il suo governo. Eliu risolve la difficoltà. Gli uomini non si accorgono delle misericordie di cui godono nelle e delle loro afflizioni, né ne sono grati, perciò non possono aspettarsi che Dio li liberi dalle afflizioni. Egli dà canti nella notte; quando la nostra condizione è oscura e malinconica, c'è qualcosa nella provvidenza e nella promessa di Dio che è sufficiente a sostenerci e a farci gioire anche nella tribolazione. Quando ci soffermiamo solo sulle nostre afflizioni e trascuriamo le consolazioni di Dio che sono custodite per noi, è giusto che Dio respinga le nostre preghiere. Anche le cose che uccidono il corpo non possono danneggiare l'anima. Se gridiamo a Dio per la rimozione di un'afflizione e questa non viene rimossa, il motivo non è perché la mano del Signore si è accorciata o il suo orecchio è pesante, ma perché non siamo sufficientemente umiliati.

14 Versetti 14-16

Come nella prosperità siamo pronti a pensare che la nostra montagna non sarà mai abbattuta, così nelle avversità siamo pronti a pensare che la nostra valle non sarà mai colmata. Ma concludere che il domani sarà come oggi è assurdo come pensare che il tempo, bello o brutto che sia, sarà sempre così. Quando Giobbe guardava a Dio, non aveva motivo di disperarsi. C'è un giorno di giudizio in cui tutto ciò che sembra sbagliato sarà trovato giusto, e tutto ciò che sembra oscuro e difficile sarà chiarito e sistemato. E se c'è l'ira divina nei nostri problemi, è perché litighiamo con Dio, siamo scontrosi e diffidiamo della Divina Provvidenza. Questo era il caso di Giobbe. Eliu fu incaricato da Dio di umiliare Giobbe, perché su alcune cose aveva aperto la bocca invano e aveva moltiplicato le parole senza sapere. Ammoniamoci, nelle nostre afflizioni, non tanto a mettere in evidenza la grandezza della nostra sofferenza, quanto la grandezza della misericordia di Dio.

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Giobbe 35

1 Elihu parlò - ebraico, ויען vaya‛an "E lui rispose"; la parola “risposta” è usata, come spesso nelle Scritture, per indicare l'inizio di un discorso. Possiamo supporre che Eliu si fosse fermato alla fine del suo secondo discorso, forse per vedere se c'era qualche disposizione a replicare.

2 Pensi che questo sia giusto? - Questo è il punto che ora Elihu si propone di esaminare. Egli, quindi, si appella solennemente allo stesso Giobbe per determinare se poteva dire lui stesso che riteneva corretto un tale sentimento.

Che tu abbia detto: La mia giustizia è più di quella di Dio - Giobbe non l'ha detto in così tante parole da nessuna parte, ma Eliu lo considerava come la sostanza di ciò che aveva detto, o pensava che ciò che aveva detto equivalesse alla stessa cosa. Si era soffermato molto sulla propria sincerità e rettitudine di vita; aveva sostenuto di non essersi reso colpevole di delitti tali da far meritare queste calamità, e si era indugiato in severe riflessioni sui rapporti di Dio con lui; confronta Giobbe 9:30; Giobbe 10:13.

Tutto questo Elihu interpreta come equivalente a dire che era più giusto del suo Creatore. Non si può negare che Giobbe abbia dato occasione di dare questa interpretazione ai suoi sentimenti, anche se non si può supporre che lo avrebbe affermato con tante parole.

3 Perché tu hai detto - Un altro sentimento del genere che Elihu si propone di esaminare. Aveva già avvertito questo sentimento di Giobbe in Giobbe 34:9 , e lo aveva esaminato a lungo, e aveva mostrato in risposta ad esso che Dio non poteva essere ingiusto, e che c'era una grande sconvenienza quando l'uomo presumeva di accusare la giustizia di l'Altissimo.

Ora lo richiama di nuovo per mostrare che Dio non poteva essere avvantaggiato o danneggiato dalla condotta dell'uomo, e che quindi non era indotto a trattarlo diversamente che imparzialmente.

Quale vantaggio ti sarà? - vedi le note a Giobbe 34:9. La frase "a te" si riferisce a Giobbe stesso. L'aveva detto a se stesso; o alla propria anima. Un tale modo di esprimersi non è raro nelle Scritture.

E, quale profitto avrò se sarò purificato dal mio peccato - Margine, "o, da esso" più che dal mio peccato."" L'ebraico ammetterà una di queste interpretazioni, e il senso non è materialmente variato. L'idea è che in quanto a un buon trattamento o ad assicurarsi il favore di Dio sotto le disposizioni del suo governo, un uomo potrebbe essere tanto malvagio quanto giusto. Avrebbe avuto la stessa probabilità di essere prospero nel mondo e di sperimentare i segni del favore divino.

Giobbe non aveva affatto espresso un simile sentimento; ma aveva sostenuto di essere trattato “come se” fosse un peccatore; che i rapporti della Provvidenza “non erano” in questo mondo secondo il carattere delle persone; e questo fu interpretato da Eliu come il sostenere che non c'era alcun vantaggio nell'essere giusti, o che un uomo poteva anche essere un peccatore. Fu per tali supposti sentimenti come questi, che Eliu ei tre amici di Giobbe lo incaricarono di dare “risposte” per i malvagi, o di mantenere opinioni che andassero a sostenere e incoraggiare i malvagi; vedi Giobbe 34:36.

4 Ti risponderò - Margine, "torna a te parole". Eliu intendeva spiegare questo in modo più completo di quanto non fosse stato fatto dagli amici di Giobbe, e mostrare dove Giobbe era in errore.

E i tuoi compagni con te - Elifaz, in Giobbe 22:2 , avevano intrapreso la stessa indagine e avevano proposto di discutere l'argomento, ma era andato subito in gravi accuse contro Giobbe ed era stato trascinato in un linguaggio di dura criminalità, invece di chiarire la cosa, ed Elihu ora propone di affermare esattamente come stanno le cose e di rimuovere le obiezioni di Giobbe.

Si può dubitare, tuttavia, che abbia avuto molto più successo di Elifaz. La dottrina dello stato futuro, come è rivelata dal cristianesimo, era necessaria per consentire a questi oratori di comprendere e spiegare questo argomento.

5 Guarda i cieli e vedi - Questo è l'inizio della risposta che Elihu dà al sentimento che aveva inteso che Giobbe avanzasse, e che Elifaz aveva proposto in precedenza di esaminare. L'obiettivo generale della risposta è mostrare che Dio è così grande che non può essere influenzato dalla condotta umana e che non ha interesse a trattare le persone diversamente che secondo il carattere.

È così esaltato che la loro condotta non può raggiungere e influenzare la sua felicità. Si dovrebbe quindi "presupporre", poiché non c'è motivo contrario, che i rapporti di Dio con le persone sarebbero imparziali, e che ci sarebbe "un vantaggio" nel servirlo - non perché la gente potesse sottoporlo a “obbligo”, ma perché era giusto e doveroso che tale vantaggio spettasse loro.

Per imprimere questa visione nella mente, Elihu ordina a Giobbe e ai suoi amici di guardare il cielo - così alto, grandioso e sublime; per riflettere quanto sono più alti dell'uomo; e ricordare che il grande Creatore è “sopra” tutti quei cieli, e “così” vedere che è talmente elevato da non dipendere dall'uomo; che non può essere influenzato dalla giustizia o dalla malvagità delle sue creature; che la sua felicità non dipende da loro, e di conseguenza che si deve presumere che agisse in modo imparziale e tratterebbe tutte le persone come meritavano. Ci "sarebbe" quindi un vantaggio nel servire Dio.

Ed ecco le nuvole - Anche molto sopra di noi, e sembrano fluttuare nei cieli. Il sentimento qui è che una visione della sorprendente dimostrazione di saggezza e potere sopra di noi deve estinguere ogni sensazione che sarà influenzato nei suoi rapporti come le persone lo sono nei loro, o che può guadagnare o soffrire qualcosa dal comportamento buono o cattivo delle sue creature.

6 Se pecchi, cosa fai contro di lui? - Questo non dovrebbe essere interpretato come inteso a giustificare il peccato, o come a dire che non c'è del male in esso, o che Dio non lo considera. Non è questo il punto o la portata dell'osservazione di Elihu. Il suo scopo è mostrare che Dio non è influenzato nel modo in cui tratta le sue creature come lo sono le persone nel loro trattamento reciproco. Non ha "interesse" ad essere parziale, o a trattarli diversamente da quanto meritano. Se peccano contro di lui, la sua felicità non è così compromessa da essere indotto a interporsi "per passione" o in qualsiasi altro modo che non sia "giusto".

7 Se sei giusto, che cosa gli dai? - Lo stesso sentimento sostanzialmente dei versi precedenti. È che Dio è supremo e indipendente. Non desidera tali benefici dai servizi dei suoi amici e non è così dipendente da loro; da essere indotto ad interporsi a loro favore, in qualsiasi modo al di fuori di quanto strettamente proprio. È da presumere, quindi, che li tratterà secondo ciò che è giusto, e poiché è giusto che abbiano prove del suo favore, ne consegue che "sarebbe" vantaggio nel servirlo, e nell'essere liberato dal peccato; che "sarebbe" meglio essere santi che condurre una vita di trasgressione.

Questo ragionamento sembra in qualche modo astratto, ma è corretto ed è valido ora come lo era al tempo di Elihu. Non c'è motivo per cui Dio non dovrebbe trattare le persone secondo il loro carattere. Non è così obbligato verso i suoi amici, e non ha tale motivo per temere i suoi nemici; non trae tanto beneficio dall'uno, né riceve tale danno dall'altro, da essere indotto a deviare dalla stretta giustizia; e ne segue quindi che dove dovrebbe esserci ricompensa ci sarà, dove dovrebbe esserci punizione ci sarà, e di conseguenza che c'è un vantaggio nell'essere giusti.

8 La tua malvagità può ferire un Uomo come sei tu - Cioè, può ferire lui, ma non Dio. È troppo esaltato al di sopra dell'uomo, e troppo indipendente dall'uomo nelle sue fonti di felicità, per essere influenzato da ciò che può fare. Lo scopo dell'intero brano Giobbe 35:6 è mostrare che Dio è indipendente dalle persone e non è governato nei suoi rapporti con loro sui principi che regolano la loro condotta reciproca.

Un uomo può essere grandemente avvantaggiato dalla condotta di un altro e può sentirsi obbligato a ricompensarlo per questo; o può essere gravemente ferito nella sua persona, proprietà o reputazione, da un altro, e cercherà di vendicarsi. Ma nulla del genere può accadere a Dio. Se ricompensa, quindi, deve essere della sua grazia e misericordia, non perché è obbligato; se infligge il castigo, deve essere perché la gente lo merita, e non perché Dio è stato offeso.

In questo ragionamento Eliu si riferisce senza dubbio a Giobbe, che ritiene abbia sollecitato una “pretesa” a un diverso tipo di trattamento, perché supponeva di “meritarlo”. Il principio generale di Elihu è chiaramente corretto, che Dio è completamente indipendente dagli esseri umani; che né la nostra buona né cattiva condotta possono influenzare la sua felicità, e che di conseguenza i suoi rapporti con noi sono quelli della giustizia imparziale.

9 A causa della moltitudine di oppressioni fanno piangere gli oppressi - Non è abbastanza facile vedere la connessione che questo versetto ha con ciò che precede, o il suo rapporto con l'argomento di Elihu. Sembra però riferirsi agli “oppressi in genere”, e al fatto, a cui lo stesso Giobbe 24:12 aveva avvertito Giobbe 24:12 24,12 , che gli uomini sono oppressi dall'oppressione e che Dio non si interpone per salvarli.

Soffrono per rimanere in quello stato di oppressione: calpestati dalla gente, schiacciati dall'armatura di un despota, e sopraffatti dalla povertà, dal dolore e dalla miseria, e Dio non si interpone per salvarli. Egli guarda e vede tutto questo male, e non si fa avanti per liberare coloro che soffrono così. Questo è un caso comune, secondo il punto di vista di Giobbe; questo era il suo caso, e non poteva spiegarlo, e in vista di ciò si era lasciato andare a un linguaggio che Elihu considerava una severa riflessione sul governo dell'Onnipotente. Si impegna, quindi, a "spiegare la ragione" per cui le persone sono autorizzate a soffrire in tal modo e perché non sono sollevate.

Nel versetto davanti a noi, afferma "il fatto", che le moltitudini "fanno" così soffrire sotto il braccio dell'oppressione - poiché questo fatto non può essere negato; nei versi seguenti, afferma "la ragione" per cui è così, e quella ragione è che non si applicano in alcun modo appropriato a Dio, che potrebbe "dare canti nella notte", o gioia in mezzo alle calamità , e chi potrebbe far loro conoscere la natura del suo governo come esseri intelligenti, in modo che possano capirlo e accettarlo.

La frase "la moltitudine delle oppressioni" si riferisce alle numerose e ripetute calamità che i tiranni arrecano ai poveri, agli oppressi e allo schiavo. Le frasi "piangere" e "gridano" si riferiscono ai lamenti e ai sospiri di coloro che sono sotto il braccio dell'oppressore. Elihu non ha contestato la verità del "fatto" come è stato affermato da Giobbe. Non si poteva dubitare del fatto allora, più di quanto non si possa ora, che molti furono piegati sotto i pesi imposti da padroni duri di cuore, e gemono sotto il governo dei tiranni, e che tutto questo fu visto e permesso da un santo Dio.

Questo fatto turbò Giobbe - perché era uno di questa classe generale di sofferenti; e questo fatto Elihu si propone di spiegare. Se la sua soluzione è soddisfacente, tuttavia, può ancora ammettere un dubbio.

10 Ma nessuno dice - Cioè, nessuno degli oppressi e degli oppressi dice. Questa è la soluzione che Eliu dà di ciò che apparve così misterioso a Giobbe, e di ciò che Eliu considerava la fonte delle amare lamentele di Giobbe. La soluzione è che quando le persone sono oppresse non si rivolgono a Dio con uno spirito appropriato e guardano a lui per trovare sollievo. Era un principio con Elihu, che se quando un uomo era afflitto si rivolgeva a Dio con cuore umile e penitente, lo ascoltava e ritirava la mano; vedi questo principio pienamente affermato in Giobbe 33:19. Questo Elihu ora dice, non è stato fatto dagli oppressi, e questo, secondo lui, è il motivo per cui la mano di Dio è ancora su di loro.

Dov'è Dio il mio Creatore - Cioè, non si appellano a Dio per avere sollievo. Non chiedono di colui che solo può aiutarli. Questo è il motivo per cui non sono sollevati.

Chi dà canti nella notte - La notte, nelle Scritture, è un emblema del peccato, dell'ignoranza e della calamità. Qui si parla particolarmente di “calamità”; e l'idea è che Dio può dare gioia, o impartire consolazione, nella stagione più buia della prova. Può impartire tali punti di vista su se stesso e sul suo governo da far rallegrare persino gli afflitti nelle sue azioni; può elevare il canto di lode anche quando tutte le cose esteriori sono cupe e tristi; confronta Atti degli Apostoli 16:25.

C'è una grande bellezza in questa espressione. È stato verificato in migliaia di casi in cui gli afflitti hanno guardato attraverso le lacrime a Dio e il loro lutto si è trasformato in gioia. Specialmente è vero sotto il vangelo, che nel giorno delle tenebre e della calamità, Dio mette in bocca il linguaggio della lode e riempie il cuore di ringraziamento. Nessuno che abbia cercato conforto nell'afflizione con uno spirito retto l'ha trovato trattenuto, e tutti i tristi e gli afflitti possono venire a Dio con la certezza che egli può mettere sulle loro labbra canti di lode nella notte della calamità; confronta Salmi 126:1.

11 Chi ci insegna più delle bestie della terra - Chi è in grado di insegnarci solo la creazione irrazionale; cioè, per quanto riguarda la natura e il disegno dell'afflizione. Soffrono senza sapere perché. Sono soggetti a fatica e stenti; sopportare il dolore e morire, senza alcuna conoscenza del motivo per cui tutto ciò accade, e senza alcuna visione razionale del governo e dei piani di Dio. Non è così, o non è necessario, dice Elihu, quando l'uomo soffre.

È intelligente. Può capire perché è afflitto. Deve solo usare le sue doti superiori e rivolgersi al suo Creatore, e vedrà così tanto la ragione delle sue azioni che acconsentirà alla saggia disposizione. Forse c'è qui una riflessione implicita su coloro che hanno sofferto in generale, come se non manifestassero più intelligenza della creazione bruta. Non fanno uso di doti intellettuali.

Non esaminano la natura dell'amministrazione divina e non si rivolgono a Dio per ricevere istruzione e aiuto. Se lo facessero, insegnerebbe loro in modo che acconsentissero e si rallegrassero del suo governo e dei suoi affari. Secondo questa visione, il significato è che se le persone soffrono senza sollievo e consolazione, è da attribuire alla loro stupidità e riluttanza a cercare luce e aiuto in Dio, e non affatto alla sua ingiustizia.

12 Lì piangono - Gridano nel linguaggio della lamentela, ma non per pietà.

A causa dell'orgoglio degli uomini malvagi - Cioè del loro orgoglio. L'orgoglio degli uomini così ribelli, e così disposti a lamentarsi di Dio, è il motivo per cui non si appellano a Lui perché li sostenga e li dia sollievo. Questo è ancora vero come lo era al tempo di Elihu. L'orgoglio del cuore, anche nell'afflizione, è la vera ragione per cui le moltitudini non si appellano a Dio e non pregano.

Si sono valutati sulla loro indipendenza di spirito. Sono stati abituati a fare affidamento sulle proprie risorse. Non sono stati disposti a riconoscere la loro dipendenza da qualsiasi essere. Anche nelle loro prove, il cuore è troppo malvagio per riconoscere Dio, e si vergognerebbero di essere conosciuti per fare ciò che considerano una cosa così debole come "pregare". Quindi, si lamentano nelle loro afflizioni; indugiano nelle loro sofferenze senza consolazione, e poi muoiono senza speranza.

Per quanto inapplicabile, quindi, questa soluzione della difficoltà possa essere stata al caso di Giobbe, non è “non” inapplicabile al caso di moltitudini di sofferenti. "Molti degli afflitti non hanno pace o consolazione nelle loro prove - nessun 'cantico nella notte' - perché sono troppo orgogliosi per pregare!"

13 Sicuramente Dio non ascolterà la vanità - Una richiesta vana, vuota, senza cuore. Lo scopo di Elihu qui è di spiegare il motivo per cui i sofferenti non sono sollevati - avendo il suo occhio, senza dubbio, sul caso di Giobbe come uno dei più notevoli del genere. La soluzione che qui dà della difficoltà è che non è coerente per Dio ascoltare una preghiera dove non c'è sincerità. Sulla “verità” dell'osservazione non ci possono essere dubbi, ma sembra che abbia dato per scontato che tutte le preghiere offerte dai sofferenti senza sollievo siano così false e vuote.

Ciò era necessario a suo avviso per rendere conto del fatto in esame, e questo lo "assume" come indiscutibile. Eppure il punto indispensabile per capire il suo caso era che "in effetti" le preghiere offerte da tali persone non erano sincere.

14 Sebbene tu dica che non lo vedrai - Questo è indirizzato a Giobbe, ed è destinato a supplicarlo di confidare in Dio. Eliu sembra riferirsi a qualche osservazione che Giobbe aveva fatto, come quella in Giobbe 23:8 , dove disse che non poteva avvicinarsi a lui, né portare la sua causa davanti a lui. Se andava all'est, all'ovest, al nord o al sud, non poteva vederlo, e non poteva avere occasione di portare la sua causa davanti a lui: vedi le note in quel luogo.

Eliu qui dice che sebbene sia vero in effetti che Dio è invisibile, tuttavia questo non dovrebbe essere considerato come un motivo per cui non dovrebbe confidare in lui. L'argomento di Elihu qui - che è indubbiamente valido - è che il fatto che Dio sia invisibile non dovrebbe essere considerato come una prova che non si occupi degli affari delle persone, o che non sia degno del nostro amore.

Il giudizio è davanti a lui: è un Dio di giustizia e farà ciò che è giusto.

Quindi fidati di lui - Sebbene sia invisibile, e sebbene tu non possa portare, la tua causa direttamente davanti a lui. Il vocabolo qui usato ( תחולל tchûlēl, da חול chûl ) significa “voltarsi”; torcere; essere fermo - come è una corda che è attorcigliata; e poi aspettare o rimandare, cioè essere fermi nella pazienza.

Qui può avere questo significato, che Giobbe doveva essere fermo e immobile, aspettando pazientemente il tempo in cui il Dio ora invisibile si sarebbe interposto a suo favore, anche se ora non poteva vederlo. L'idea è che possiamo fidarci del "Dio invisibile", o che dovremmo "aspettare" pazientemente che si manifesti a nostro favore, e possiamo lasciare tutti i nostri interessi nelle sue mani, con la sensazione che siano completamente al sicuro.

Bisogna ammettere che Giobbe non aveva imparato questa lezione così pienamente come avrebbe potuto essere appresa, e che aveva manifestato un'indebita ansia per qualche pubblica "manifestazione" del favore e dell'amicizia di Dio, e che non aveva mostrato del tutto il volontà che avrebbe dovuto fare per affidare i suoi interessi nelle sue mani, anche se non era visto.

15 Ma ora, perché non è così - Questo versetto, così com'è nella nostra traduzione autorizzata, non trasmette un'idea intelligibile. È evidente che i traduttori intendevano dare una versione letterale dell'ebraico, ma senza comprenderne il senso. Un esame delle principali parole e frasi può consentirci di accertare l'idea che era nella mente di Elihu quando fu pronunciata. La frase in ebraico qui ( ועתה כי־אין kı̂y - 'ayin v e ‛attâh) può significare, "ma ora è come niente", e deve essere collegato con la seguente clausola, che denota "ora non è comparativamente niente che ti ha visitato nella sua rabbia;" cioè, la punizione che ti ha inflitto è quasi nulla in confronto a quello che avrebbe potuto essere, o che hai meritato. Giobbe si era molto lamentato, ed Eliu gli dice che, lungi dall'avere motivo di lamentarsi, le sue sofferenze erano come niente - a malapena degne di nota, in confronto a quello che avrebbero potuto essere.

Egli ha visitato nella sua rabbia - Margine, cioè "Dio". La parola resa "ha visitato" ( פקד pâqad ) significa visitare per qualsiasi scopo - per misericordia o giustizia; per esaminare, tenere conto o indagare sulla condotta. Qui è usato in riferimento alla punizione - nel senso che la punizione che aveva inflitto era insignificante rispetto al deserto delle offese.

Eppure non lo sa - Margine, cioè "Giobbe". La lettura marginale qui è senza dubbio erronea. Il riferimento non è a Giobbe, ma a Dio, e l'idea è che egli non "sapeva", cioè, non "teneva pienamente conto" dei peccati di Giobbe. Li ha tralasciati e non li ha riportati tutti nel conto nei suoi rapporti con lui. Se avesse fatto questo, e avesse segnato ogni offesa con la massima severità e severità, la sua punizione sarebbe stata molto più severa.

In grande estremo - The Hebrew qui è מאד בפשׁ bapash m e 'od. La parola פשׁ pash non si trova da nessun'altra parte in ebraico. La Settanta lo rende παράπτωμα paraptōma, “offesa.

” e la Vulgata “scelus”, cioè “trasgressione”. Gli autori di quelle versioni evidentemente la leggono come se fosse פשׁע pesha‛, iniquità; e può darsi che la finale ע ( ' ) è stato eliminato, come שו per שׁוא Rasoio', in Giobbe 15:31.

Gesenius, Teodotion e Simmachus lo rendono allo stesso modo "trasgressione". Altri lo hanno considerato come se da פוש "essere orgoglioso" e come significato "in orgoglio" o "arroganza"; e altri, come generalmente i rabbini, come da פוש , a "disperdere", che significa "a causa della moltitudine", scil. di trasgressioni. Così Rosenmuller, Umbreit, Lutero e il caldeo.

Mi sembra probabile che l'interpretazione della Settanta e della Vulgata sia quella corretta, e che il senso sia che egli “non prenda severamente atto ( מאד m e 'ôd ) delle trasgressioni”; cioè che non lo aveva fatto nel caso di Giobbe. Questa interpretazione concorda con la portata del passaggio e con l'opinione che Elihu intendeva esprimere - che Dio, lungi dall'aver dato una giusta causa di lamento, non lo avesse nemmeno trattato come meritavano i suoi peccati. Senza alcun impeachment della sua saggezza o bontà, le sue inflizioni "potrebbero" essere state molto più severe.

16 Pertanto - Alla luce di tutto ciò che Elihu aveva detto ora, giunse alla conclusione che le opinioni di Giobbe erano errate e che non aveva motivo di lamentarsi. Non aveva sofferto più di quanto avesse meritato; avrebbe potuto ottenere una liberazione o una mitigazione se si fosse rivolto a Dio; e il governo di Dio era giusto, ed era degno di fiducia in ogni modo. Le osservazioni di Giobbe, quindi, lamentandosi della gravità delle sue sofferenze e del governo di Dio, non erano basate sulla conoscenza, e non avevano infatti alcun solido fondamento.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Giobbe 35

1 INTRODUZIONE AL LAVORO 35

È questo capitolo che Elihu continua ad accusare Giobbe di altri discorsi sconvenienti, che si impegna a confutare; come che egli aveva rappresentato la sua causa più giusta di quella di Dio, e la religione e la giustizia come cose inutili agli uomini, solo a Dio; al che Elihu si assume la responsabilità di rispondere, Giobbe 35:1-8 ; e che le grida degli oppressi non furono udite dal Signore, in modo da dare occasione a canti di lode e di gratitudine, ai quali egli risponde, Giobbe 35:9-13 ; e che Giobbe aveva espresso diffidenza e disperazione di vedere e godere mai del favore di Dio, che si sforza di rimuovere, Giobbe 35:14-16

Versetto 1. Elihu parlò ancora, e disse. Molto probabilmente Eliu si fermò un po' e attese per vedere se qualcuno della compagnia si sarebbe alzato e avrebbe contraddetto e confutato ciò che aveva detto, o avrebbe dichiarato il proprio assenso e la propria approvazione; o piuttosto per vedere se Giobbe avrebbe risposto o no; ma non percependo in lui alcuna inclinazione a ciò, si mise a notare alcune altre espressioni indebite di Giobbe e a confutarle; uno dei quali è osservato in Giobbe 35:2, e la prova di ciò è data in Giobbe 35:3

2 Versetto 2. Pensi che questo sia giusto,

Elihu si appella a Giobbe stesso, alla sua coscienza e alla sua ragione; il quale, come uomo naturale, guidato solo dalla luce della natura e della ragione, e giudicando secondo i dettami di una coscienza naturale, e specialmente come uomo buono, uno che temeva Dio e aveva tanta conoscenza di lui e delle sue perfezioni, come mostravano i suoi discorsi, non poté mai, riflettendoci, pensare che fosse giusto ciò che aveva detto riguardo a Dio e alla sua giustizia, come segue:

[che] hai detto: La mia giustizia [è] più grande di quella di Dio? Un'espressione strana questa! ma che cosa non si deve capire della sua giustizia personale; Giobbe, in suo senso, non avrebbe mai potuto dire che questo fosse più o più grande di quello di Dio, o di essere al di sopra di esso e di preferirlo ad esso in qualsiasi senso; e nemmeno di giustizia imputata. Ai santi dell'Antico Testamento fu imputata loro la giustizia di Cristo, e furono giustificati per essa; e così Giobbe, che aveva conoscenza e fede in Cristo come suo Redentore vivente, e nel Signore la sua giustizia: ma poi, sebbene questa sia la giustizia di Dio, operata da uno che è Dio e uomo, e approvata e accettata da Dio, e imputata da lui al suo popolo, che è rivelata nel Vangelo, ed è per tutti, e su tutti quelli che credono, ed essi sono fatti giustizia di Dio in Cristo; tuttavia questa non può essere altro che la giustizia di Dio: inoltre non è la giustizia essenziale di Cristo come Dio, come sognava Osiandro, per la quale gli uomini sono giustificati, ma la sua obbedienza, attiva e passiva, come Mediatore, altrimenti sarebbero divinizzati coloro che sono giustificati da essa; e se anche solo una nozione così assurda potesse esistere, non sarebbe più dell'uomo che della giustizia di Dio: tanto meno questo può essere interpretato della giustizia intrinseca di Giobbe, o dell'uomo nuovo che è creato nella giustizia e nella vera santità; poiché tutta la santità e la giustizia che sono nell'uomo vengono da Dio, e attualmente imperfette, e quindi non possono essere più o più grandi delle sue; e ancor meno questo può essere inteso per la giustizia esterna di Giobbe, che, per quanto grande, non era perfetta e senza peccato; mentre Dio è giusto e senza iniquità. Ma non c'è un uomo giusto che fa il bene e non pecca. Questo quindi deve essere compreso della rettitudine della sua causa; e dire che questo era più di quello di Dio era ciò che non avrebbe dovuto dire, e più di quanto gli conveniva dire: perché, sebbene un uomo buono possa difendersi dalle calunnie dei suoi nemici, affermando la propria giustizia, innocenza e integrità, e possa desiderare che il Signore difenda la sua causa contro di loro, e giudicalo secondo la sua giustizia e l'integrità del suo cuore; ma tentare di far capire che la sua causa è più giusta di quella del Signore, è fare una cosa malvagia. Ora, sebbene Giobbe non avesse espresso questo con tante parole, tuttavia aveva detto che da dove ciò poteva essere dedotto di conseguenza; aveva dato grande occasione di trarre una tale deduzione dai suoi discorsi; poiché poiché aveva parlato così ampiamente della sua innocenza e integrità, e vita santa, e del duro uso che tuttavia aveva incontrato da Dio; e aveva rappresentato il proprio caso, come se si fosse comportato così bene da meritare un trattamento migliore da parte di Dio che essere afflitto nel modo in cui era; che gli aveva fatto del male, e se ne lamentava, e non poteva essere ascoltato; il suo giudizio gli fu tolto dal Signore; il che significava in effetti che la sua causa era migliore di quella del Signore e avrebbe sopportato un esame più severo della sua; il che per dire era, estremamente cattivo e sconveniente; vedi Giobbe 16:17, 19:7, 27:2

3 Versetto 3. Poiché tu hai detto: Che vantaggio ti servirà?

Significa che la sua giustizia, la sua vita santa e la sua condotta, non gli erano di alcuna utilità: non riceveva più beneficio dall'essere giusto che se fosse malvagio, poiché Dio distrusse l'uno come l'altro; e poiché la sua giustizia non lo proteggeva dalle afflizioni e dalle calamità, non gli era di alcun vantaggio; non lo aveva detto con tante parole, ma si deduce da ciò che aveva detto, Giobbe 9:22; 10:15. La giustizia dell'uomo non è di alcun vantaggio per lui per quanto riguarda la giustificazione davanti a Dio, e l'accettazione con lui, né nell'attività della salvezza, o rispetto al cielo e alla felicità, in modo da dargli un diritto e un titolo; La mazza è di grande vantaggio sotto altri aspetti; è per l'autodifesa contro le imputazioni e le calunnie di uomini malvagi; rende un uomo onorevole e rispettabile tra gli uomini, quando vivere una condotta viziosa è scandaloso e biasimevole; dà piacere e soddisfazione alla mente, la testimonianza di una buona coscienza è motivo di gioia; e un tale uomo è libero dalle torture e dalle torture di una cattiva coscienza con cui gli altri sono angosciati; inoltre, le buone opere sono una prova della verità e della genuinità della fede per gli altri, e adornano le dottrine del Vangelo e una professione di esse: e sebbene un uomo giusto possa essere afflitto come gli altri, tuttavia in modo diverso, nell'amore e non nell'ira, e sempre per il suo bene;

[e], che giova uno [se fossi purificato] dal mio peccato? Le parole, "se fossi purificato", sono un supplemento e sembrano necessarie; così il signor Broughton provvede. Il peccato è di natura contaminante, eppure l'uomo può essere purificato da esso, non da qualcosa che può fare, ma solo dalla grazia di esso. Dio e il sangue di Cristo; e da una tale pulizia nasce il profitto. Questo si adatta all'uomo per il servizio e l'adorazione di Dio, e per la comunione con lui; gli dà la pace della mente e lo rende adatto al cielo. Questo Giobbe non lo aveva detto espressamente, e per niente in questo senso, ma sembra che si possa dedurre da Giobbe 9:29-31 ; dove parla della purezza esteriore della vita, eppure è stato immerso nel fosso delle afflizioni. Alcuni rendono le parole in questo senso, come se non ci fosse alcun profitto "per espiazione dell'espiazione per il peccato"; la stessa parola significa sia il peccato che l'espiazione per esso: non c'è altro che per il sangue e il sacrificio di Cristo, e da ciò deriva molto profitto; il perdono del peccato procede su di esso, e questo fornisce molta solida pace, gioia e conforto, Romani 5:10,11. Altri, che profitto c'è dalla punizione per il peccato, se non a Dio? così il peccato è talvolta messo per punizione, o attraverso l'abbandono del peccato e il pentimento di esso. Ora, sebbene queste non siano le cause del perdono dei peccati, tuttavia esso è dato e applicato a coloro che se ne pentono, lo confessano e lo abbandonano, Proverbi 28:13 Isaia 55:7. O per il fatto di essere "senza peccato": nessun uomo è senza peccato; ma un uomo può essere senza alcun crimine grave ed enorme di cui è accusato, o senza vivere una condotta di vita viziosa; e questo è vantaggioso, come è stato osservato in precedenza. La parafrasi di Jarchi è:

"Che gioverà io di più alla mia giustizia che al mio peccato?"

il quale senso è seguito da altri: posso essere tanto malvagio quanto giusto; Non ne sono migliore, poiché sono afflitto come sono: la mia giustizia non mi giova affatto; se a qualcuno, è a Dio. A questo Eliu risponde nei versetti seguenti

4 Versetto 4. Io risponderò a te e ai tuoi compagni con te.] Non intendendo i suoi tre amici, come dice la versione dei Settanta; poiché non erano dalla parte di Giobbe, e avevano lo stesso sentimento con lui, ma piuttosto dalla parte di Eliu; specialmente Elifaz, che esprime più o meno lo stesso sentimento che fa, Giobbe 22:2,3 ; ma tutti coloro che erano dello stesso pensiero di Giobbe, presenti o assenti, o in qualsiasi parte del mondo; la risposta che egli dovesse tornare a lui servirebbe a tutti loro, e confuterebbe sufficientemente una così cattiva nozione di Dio, che sia abbracciata da chiunque

5 Versetto 5. Volgi lo sguardo al cielo e vedi,

Il firmamento del cielo, in cui sono il sole, la luna e le stelle.

ed ecco le nuvole [che] sono più alte di te; le nuvole dell'aria o del cielo, che sono più basse dei cieli stellati, eppure queste erano più alte di Giobbe, e molto più dei cieli stellati: ma perché la parola ha il significato di "magrezza", che non si accorda così bene con le nuvole, che sono sostanze dense, aria condensata; alcuni pensano che si riferisca alla regione suprema dei cieli, che è pura e sottile; così Sephorno: e Giobbe è diretto a guardare a questi, non come fanno gli astronomi, come si dà all'astrologia giudiziaria, per giudicare le sorti degli uomini e dei regni; ma piuttosto di essere in tal modo condotti alla contemplazione di Dio, l'autore di essi, e le gloriose perfezioni del suo essere che mostrano; e soprattutto di osservare la loro altezza, che erano fuori dalla sua portata, e non poteva né aiutarli né far loro del male; che non poteva né aumentare né diminuire la luce dei corpi celesti, che poteva solo vedere; né anticipare o ostacolare il loro corso, né minimamente aumentare o diminuire la loro influenza ed efficacia; e se egli non poteva essere né benefico né dannoso per loro, come era possibile che potesse essere di qualche vantaggio o danno a Dio, con qualsiasi sua azione, buona o cattiva, che è superiore e fuori dalla vista? Questa è la risposta che Elihu in generale ha risposto, e più in particolare risponde come segue

6 Versetto 6. Se tu pecchi, che cosa fai contro di lui?

Si dice espressamente che il peccato è contro Dio, Salmi 51:4 ; è contrario alla sua natura, come possono esserlo gli opposti l'uno all'altro: è contro la sua legge, una violazione e una violazione di essa; e così contro il suo supremo potere legislativo e la sua autorità, e il suo disprezzo; È ciò con cui è adirato e da cui è provocato, essendo ciò che odia e aborrisce, ed è abominevole ai suoi occhi. Ma allora non si può supporre che ne sia così colpito da essere turbato e scomposto, o che la sua pace sia turbata, e la sua felicità minimamente infranta; poiché gli affetti gli vengono attribuiti solo alla maniera degli uomini; tanto meno ne è così colpito da essere ferito o in pericolo di essere distrutto, e nemmeno di essere detronizzato: gli uomini non possono raggiungerlo con alcuna loro azione ostile, come lo è il peccato, più di quanto possano raggiungere il sole e fermarne il corso, diminuire la sua luce o strapparlo dalla sua orbita. Oppure, "che cosa puoi lavorare per lui?" come il signor Broughton; a titolo di espiazione o di soddisfazione per il peccato? Niente affatto; vedi Giobbe 7:20 ; ma l'altro senso è il migliore;

O se le tue trasgressioni si moltiplicano, che gli fai? Poiché non è ferito da un solo peccato lieve, da una mancanza o infermità, da un errore o da un errore, comune agli uomini, come la parola precedente può significare; quindi non con peccati più grandi, presuntuosi, grossolane enormità, ribellioni contro Dio, palesi atti di tradimento contro l'Onnipotente, e questi si moltiplicarono e si ammucchiarono fino al cielo; poiché, sebbene per mezzo di essi il nome di Dio sia profanato e bestemmiato, ed egli sia disonorato e disprezzato, e la sua gloria manifestativa sia eclissata, o non gli sia dato l'onore che gli è dovuto; eppure la sua gloria essenziale è immacolata, immacolata e illesa, non più di quanto il sole sia colpito da un'eclissi; Egli è lo stesso senza alcuna mutevolezza o ombra di svolta, così come è sopra tutto benedetto per sempre. E, in verità, la sua gloria manifestativa in molti casi riceve un lustro, attraverso la sua potenza, sapienza e bontà, annullando i peccati degli uomini per la sua manifestazione; come la caduta del primo Adamo ha aperto la strada all'invio di Cristo Salvatore, in cui Dio ha mostrato le straordinarie ricchezze della sua grazia; e come la sua misericordia e grazia si manifestano nel perdono del peccato, e la sua potenza e giustizia nella punizione del peccato e dei peccatori; e la sua pazienza e longanimità nel sopportarli

7 Versetto 7. Se tu sei giusto, che cosa gli dai?

Ogni giustizia è da Dio che ogni creatura possiede. Ciò che hanno gli angeli in cielo, o che Adamo aveva in uno stato di innocenza; o ciò che i credenti in Cristo hanno in lui e da lui; la sua giustizia imputata a loro è da Dio; La grazia della giustizia, o santità, impartita loro e impiantata in loro, viene da lui; ed è sotto l'influenza del suo Spirito, e mediante la sua grazia e forza, essi compiono esteriormente opere di giustizia; e quindi non possono dargli nulla di proprio, né ne ha bisogno, essendo Dio tutto sufficiente; anche la bontà di suo Figlio non si estende a lui, ma ai santi, Salmi 16:2,3 ; tanto meno alcuna loro bontà: le loro migliori opere di giustizia sono dovute a lui, e non ai doni; e sebbene possano contribuire alla sua gloria manifestativa, sia in coloro che li fanno sia in altri che li vedono, non possono aggiungere nulla alla gloria essenziale di Dio;

o che cosa riceve dalla tua mano? Egli non può ricevere nulla se non ciò che ha dato, o ciò a cui ha un diritto prioritario e gli è dovuto, e quindi non può essere posto sotto alcun obbligo verso l'uomo da ciò che fa; né l'uomo può meritare nulla dalla sua mano, nemmeno la minima misericordia temporale, e tanto meno spirituale e la vita eterna: e ciò che Dio si compiace di prendere in considerazione delle buone opere degli uomini, in assenza di ricompensa, non è di debito, ma di grazia, e interamente dovuto alla sua bontà; e non deriva da alcun valore intrinseco in essi, o da alcun vantaggio per lui da essi

8 Versetto 8. La tua malvagità [può ferire] un uomo come te,

Ma non Dio: l'uomo può farsi del male con la sua malvagità; il suo corpo, procurandovi varie malattie, attraverso la dissolutezza e l'intemperanza; la sua famiglia e il suo patrimonio, sprecandoli; la sua anima, perché ogni peccato è torto e ingiuria per l'anima dell'uomo, e la espone alla rovina e alla distruzione: e il peccato fa male anche all'uomo buono, poiché rompe la sua pace e ostacola la sua comunione con Dio; e la malvagità degli uomini può nuocere ad altri come loro, creature fragili, mortali, peccaminose, e facilmente sviate da cattivi esempi; così come ci sono molti peccati che fanno danno alle persone, alle famiglie e ai beni degli altri, come l'omicidio, l'adulterio, il furto, ecc. e poiché il peccato è dannoso per gli altri, Dio se ne risente e lo punisce, sebbene, a rigor di termini, non possa danneggiarlo nel senso precedentemente dato;

e la tua giustizia [giovi] al figlio dell'uomo; può giovare a un uomo stesso vedi Gill in "Giobbe 35:3", e ad altri, ma nessuno dei due per la giustificazione davanti a Dio; ma la pietà è utile all'uomo stesso, sia per questa vita che per quella a venire, e le buone opere sono utili agli altri uomini; per quali ragioni devono essere eseguite e mantenute, vedi 1Timoteo 4:8 Tito 3:8,14. Alcuni sono di vero e diretto profitto per gli uomini, come atti di beneficenza per loro, e tutti come esempi per loro; ma allora nessuna opera di giustizia può essere utile a Dio, non gli aggiungono nulla; che è ciò a cui Eliu si impegnò a rispondere

9 Versetto 9. A causa della moltitudine delle oppressioni, fanno gridare [agli oppressi]:

Il che è o un'illustrazione con un esempio di ciò che è stato detto prima, che la malvagità ferisce gli uomini, come in particolare l'oppressione, che li fa gridare; o si riferisce a qualcosa di nuovo, a un'altra lamentela di Giobbe, o a una sua espressione indebita. Elihu si impegna a rispondere; che gli uomini gridano a Dio, come egli stesso, ma non sono ascoltati e non ricevono risposta; il luogo o i luoghi a cui si fa riferimento possono essere Giobbe 24:12; 19:7; 30:20. Al che Elihu risponde, concedendo che gli uomini oppressi gridino a causa della loro oppressione, e non siano ascoltati; per le quali ragioni possono essere addotte, come nei versetti seguenti. I poveri sono spesso oppressi dai ricchi, la cui ricchezza dà loro potere, e di cui abusano; e i deboli e i deboli dai potenti; e le loro oppressioni sono molte, ce n'è una moltitudine: gli uomini in potere e autorità hanno vari modi di opprimere gli altri, che come gli Israeliti gridano a causa loro, e sono fatti gridare dai loro oppressori;

gridano a motivo del braccio del potente; che cade con peso, si posa su di loro e li schiaccia; intendendo il potere che hanno, e di cui abusano a loro danno; né sono in grado di aiutare se stessi o di liberarsi dalle loro mani, essendo potenti, se non nel corpo, almeno attraverso le ricchezze; e per mezzo di quell'autorità su di loro che la dà loro: ora, a causa della pressione che grava su di loro, essi gridano non a Dio, ma agli uomini: e se gridano a Dio, è in modo mormorante e lamentoso, per l'impazienza sotto il loro peso, per invidia delle ricchezze e della potenza degli altri, in modo appassionato, con spirito vendicativo, invocando e cercando vendetta sui loro oppressori; non in modo umile e penitente, riconoscendo i loro peccati, riconoscendo la loro indegnità di essere ascoltati e considerati, e sottomettendo tutti alla volontà di Dio: per queste ragioni non sono ascoltati, le loro grida e, non essendo considerate altro che ululati, Osea 7:14

10 Versetto 10. Ma nessuno dice: "Dov'è Dio, mio creatore?".

O "Creatori", come in Salmi 149:2; Isaia 54:5 ; perché ci sono più interessati alla formazione dell'uomo, Genesi 1:26 ; anche il Padre, il Figlio e lo Spirito, che sono l'unico Dio che ha fatto tutti gli uomini, Malachia 2:10. Ora, nessuno degli oppressi che gridano a causa della loro oppressione, o pochissimi di loro, interroga Dio, cerca in lui aiuto e liberazione dalle loro oppressioni, o desidera godere di lui e della sua graziosa presenza nelle loro afflizioni e angosce; e questa è una delle ragioni per cui non vengono ascoltati: non lo considerano nemmeno come l'autore del loro essere, e gli sono grati per questo; né come il loro conservatore nel loro essere; né come il loro benefattore gentile, che dà loro tutto ciò di cui godono, e che è il disponente di tutti i loro affari nella provvidenza: e se sono nuove creature, o sono rifatti, sono opera sua; e quindi dovrebbe per ogni motivo cercarlo e sottomettersi alla sua volontà, e sopportare pazientemente tutte le loro afflizioni, aspettando il suo tempo per liberarle da esse: ma sono pochi o nessuno che lo considerino sotto questa luce, o facciano un'indagine su di lui, anche se non solo le ha fatte, ma è lui

che canta canti nella notte; che non rispetta le lodi degli angeli nella notte, come il Targum; né lo splendore della luna e delle stelle nella notte, che causano lode e gratitudine; né il canto degli uccelli nella notte, come dell'usignolo; ma la materia e la causa della gioia nella notte, o prese alla lettera, come le misericordie del giorno, che, quando si riflette su quando gli uomini vengono a sdraiarsi sui loro letti di notte, e vi comunicano con i loro cuori, offrono loro canti di lode, vedi Salmi 42:8. O le misericordie della notte, come un dolce sonno ristoratore, e la preservazione al sicuro da tutti i pericoli del fuoco, dei ladri, ecc. di tutto ciò che è da Dio; e, quando debitamente considerato, ordinerà di circondarlo con canti di liberazione, vedi Salmi 137:2,3 3:5 4:8. O, in senso figurato, la notte a volte significa un tempo di calamità, afflizione e angoscia, sia per motivi temporali che spirituali; e quando gli uomini lo cercano in una notte simile con tutto il loro cuore, ed egli si compiace di visitarli in modo grazioso, e di favorirli con la sua presenza e le scoperte del suo amore, questo provoca canti di lode a lui, Isaia 26:9 Salmi 17:3. Ma quando gli uomini non si preoccupano e non sono grati per le misericordie del giorno e della notte, sebbene questi impartiscano loro canti, non c'è da meravigliarsi che, quando gridano per l'oppressione, non vengano ascoltati

11 Versetto 11. Chi ci ammaestra più delle bestie della terra?

Che sono istruiti e sanno molto, specialmente alcuni di loro; ma non tanto quanto l'uomo, vedi Isaia 1:3,4 ;

e ci rende più saggi degli uccelli del cielo? che sono saggi nel provvedere cibo e nidi per sé e per i loro piccoli; e come gli uccelli di passaggio, come la tortora, la gru, la cicogna e la rondine, per conoscere il tempo della loro venuta e del loro ritorno, vedi Geremia 8:7-9. Ma allora nemmeno le bestie no; i polli, sebbene siano dotati di molta conoscenza e sagacia, secondo la loro natura, tuttavia non di ragione e intelletto, come lo sono gli uomini, in modo da fare riflessioni sulle cose che vedono e sentono, e ragionare e parlare su di esse; né sono in grado di essere istruiti e di raggiungere la conoscenza e la sapienza come lo sono gli uomini, per le opere di Dio, della creazione e della provvidenza; e mediante la parola di Dio, le Scritture di verità, che possono rendere gli uomini saggi per la salvezza; e dallo Spirito di Dio, che insegna tutte le cose di natura spirituale. Dio non solo dota gli uomini della ragione, ma anche di sentimenti di religione, di cui i bruti sono incapaci: egli dà agli uomini la sapienza nella parte nascosta; mette in loro il suo timore, che è l'inizio della sapienza; li rende saggi per conoscere Dio in Cristo, e per conoscere il suo Figlio Gesù Cristo, il quale conoscere è la vita eterna; e dà loro la conoscenza di uno stato futuro, e la speranza dell'immortalità e della vita eterna. Perciò conviene a loro sopportare le afflizioni e le oppressioni con fortezza di mente, e sottomettersi pazientemente alla volontà di Dio, e aspettare il suo tempo per la liberazione, dopo averlo invocato con fede, e aver lasciato a lui il loro caso; ma se solo piangono, come fanno i bruti sotto i loro pesi, non deve sembrare strano che non vengano ascoltati e risposti; poiché Dio ha dato loro più sapienza e conoscenza di loro, e quindi dovrebbero comportarsi in un altro modo; anche se a volte recitano una parte inferiore a loro, Giuda 1:10

12 Versetto 12. Lì piangono,

Come fanno i bruti, e come in, Giobbe 35:9 ; a causa delle loro oppressioni, ma non sotto il dovuto senso della mano di Dio su di loro, né del fatto che egli fosse il loro unico aiuto, salvatore e liberatore;

ma nessuno risponde; a loro, o a Dio o agli uomini, e giacciono gemendo e urlando sotto la loro oppressione;

a causa dell'orgoglio degli uomini malvagi; Questo deve essere collegato a "Essi gridano", e allora il senso è che essi gridano a causa dell'oppressione degli uomini malvagi, che, attraverso l'orgoglio dei loro cuori, e per mostrare la loro superiore potenza e autorità, li perseguitano e li affliggono, Salmi 10:2. Ed è a causa di ciò che gridano, essendo afflitti da loro, e non per alcun senso di peccato che hanno commesso, come la ragione per cui Dio ha permesso che fossero così oppressi: o "senza che nessuno rispondesse"; Dio non dà loro risposta al loro grido, perché non si è tolto loro l'orgoglio, che è uno dei fini che egli ha nell'affliggere gli uomini; perché non sono umiliati sotto la potente mano di Dio, e non sono portati a un senso di peccato e di umiliazione per esso, e al riconoscimento di esso. E segue un altro motivo:

13 Versetto 13. Certo, Dio non udrà la vanità,

O "una menzogna", di cui nulla è più un abominio per lui; se gli uomini vengono da lui con una menzogna in bocca, non possono aspettarsi di essere ascoltati da lui; egli è vicino solo a coloro che lo invocano in verità: o ciò che è "temerario"; che è pronunciato avventatamente, e in modo appassionato e adirato , assaporare uno spirito vendicativo, troppo spesso il caso di coloro che piangono sotto l'oppressione; vedi Ecclesiaste 5:2; 1Timoteo 2:8 ; o preghiere vane e vuote, un discorso di vanità, come Aben Esdra; che quanto alla materia di essi riguardano cose vane e vuote; solo per le misericordie esteriori, i beni mondani; e non per misericordie spirituali, o cose che sono secondo la volontà di Dio; ma ciò che è gradito alla carne, e si cerca di consumarlo nelle sue concupiscenze, e quindi tali preghiere non vengono ascoltate, Salmi 4:6; Giacomo 4:3 ; e quanto al loro comportamento, non sono innalzati nel nome di Cristo, né sotto l'influenza dello spirito di Cristo, né nell'esercizio di alcuna grazia, né con riverenza di Dio, né con sincerità d'animo, né con fede né con fervore: o la "vanità" è posta per gli uomini vani, come peccato per i peccatori; tali che sono uomini superbi e si gonfiano invano nella loro mente carnale. Dio ascolta gli umili peccatori penitenti, che trovano misericordia presso di Lui; e i santi umili, ai quali dà più grazia; ma non i farisei superbi, o gli uomini non umiliati dalle afflizioni; vedi Luca 18:11-14 ; né persone leggere e vuote, che sono senza Dio e Cristo, prive dello spirito, prive di ogni grazia e piene di ogni ingiustizia; instabili, che sono la vanità stessa, e più leggeri della vanità, sballottati qua e là come un'onda del mare, e doppi di mente, Giacomo 1:6-8 ; né uomini di vane conversazioni, che camminano nella vanità della loro mente, le cui parole sono vane, e specialmente quelli che invano pronunciano il nome di Dio; e tutti coloro le cui azioni sono vane, o tali che vivono una condotta di vita vana e peccaminosa; Dio non ascolta i peccatori, Giovanni 9:31 ;

né l'Onnipotente lo considererà; vanità, preghiere vane e persone vane; Egli considera la preghiera degli indigenti, degli umili e degli umili, ma non la preghiera di coloro che prima sono stati descritti; Egli non può "guardare", né loro: egli guarda i poveri e i contriti, e desidera vedere il loro volto e udire la loro voce nella preghiera; ma egli ha occhi più puri per guardare le persone vane e le loro vane preghiere; e non si può mostrare un disprezzo più grande per i supplicanti e le loro richieste di quando coloro ai quali si rivolgono non li guardano nemmeno, ma volgi loro orecchie da mercante, e i loro occhi distolgono da loro

14 Versetto 14. Anche se dici che non lo vedrai,

Che è un'altra espressione del fatto che Giobbe è stato notato da Elihu, e a cui egli risponde; sembra riferirsi a Giobbe 23:3,8,9. Dio è sì invisibile nella sua natura ed essenza, ma deve essere visto nelle sue opere di creazione e provvidenza; che Giobbe conosceva, e in cui aveva visto qualcosa della gloria di Dio, e delle sue perfezioni divine in esse. Vedere Giobbe 9:4-10; 26:14. Ed egli deve essere visto in Cristo con l'occhio della fede, e Giobbe aveva confidato in lui come sua salvezza; e sarà visto con la visione beatifica in cielo così com'è, in un modo più glorioso e perfetto, di cui Giobbe aveva una piena persuasione, Giobbe 13:15,16; 19:26,27 ; e quindi non deve essere inteso in nessuno di questi sensi, ma del fatto che non lo vede su un trono di giudizio, ascolta e giudica la sua causa, lo giudica e lo assolve; Questo lo aveva spesso desiderato, ma disperava di vederlo mai; vedi Giobbe 23:4-7; 31:35-37; 9:32-35 ; a cui Elihu risponde;

[eppure] il giudizio [è] davanti a lui; tutte le cose sono nude e aperte davanti a lui, e stanno chiare davanti a lui; ha una perfetta conoscenza di ciò che è giusto e sbagliato; nessuna causa gli è sconosciuta, e non ha bisogno di essere cercata da lui; né può né potrà mai emettere un giudizio errato: egli è giusto e veritiero, retto in tutte le sue vie e opere, il Giudice di tutta la terra, che farà il bene, e prima o poi difenderà e giudicherà la causa di ogni uomo buono; se non ora, c'è un giudizio che verrà con lui, quando tutti dovranno comparire davanti al suo tribunale, ed egli renderà a ciascuno secondo le sue opere;

Perciò confida in lui, o "aspettalo"; aspetta la sua venuta in giudizio: aspetta che venga quel tempo in cui tutto sarà portato alla luce, e ogni uomo buono avrà lode da Dio. O, come lo rendiamo noi, "confida in lui"; Dio solo è l'oggetto della fiducia e della confidenza, e felice è l'uomo che confida in lui; Si deve confidare in lui per tutte le cose, sia temporali, spirituali ed eterne; e in particolare per questo di rendere giustizia al suo popolo; se non ora, nell'aldilà, egli renderà tribolazione a quelli che li affliggono; egli raddrizzerà tutti i loro torti e vendicherà le loro ingiurie, e rimuoverà il rimprovero che è su di loro, e li riconoscerà davanti agli uomini e agli angeli, e li dichiarerà giusti, e li accoglierà nel suo regno e nella sua gloria: e sarà degno di fiducia in ogni tempo, in tempi di avversità come di prosperità; e anche quando non si vede, e le dispensazioni della sua provvidenza sono oscure e intricate, vedi Isaia 50:10 ; La parola usata significa una tale fiducia, speranza e attesa, come di una donna in travaglio, che sopporta le sue pene con pazienza, tenendo e confidando per una liberazione sicura di un bambino, per la gioia sua e della sua famiglia

15 Versetto 15. Ma ora, poiché non è così,

Perché non c'era in Giobbe tanta fiducia, speranza, pazienza e tranquilla attesa che Dio apparisse per lui, e gli facesse giustizia, apertamente e pubblicamente; poiché sebbene avesse speranza e fiducia nell'interesse per il suo Redentore e Salvatore vivente, e nella vita eterna e nella felicità per mezzo di lui; ma non del fatto che egli abbia portato alla luce il suo giudizio, e che abbia contemplato la sua giustizia, come avrebbe dovuto, vedi Salmi 37:5-7; Michea 7:9 ;

egli ha visitato nella sua ira; corretti e castigati con rabbia paterna e dispiacere, ma non con ira e vendetta, e in modo punitivo con stretta giustizia; ma coerenti con il suo amore invariabile e il suo gratuito favore in Cristo; essendo dispiaciuto per la sua mancanza di fede e pazienza, venendo meno all'esercizio della quale il Signore spesso si risente di ciò, vedi Numeri 20:12 Sofonia 3:2 ;

eppure egli non lo sa in modo estremo: Giobbe era così stupido che, sebbene fosse nell'estremo afflizione nel corpo, nella famiglia e nelle sostanze, tuttavia non era assennato, era suo dovere confidare in Dio e aspettarlo pazientemente; sapeva che la mano di Dio era su di lui e che lo aveva visitato con ira, e che le sue frecce gli si conficcarono saldamente e la sua mano lo strinse dolorosamente; ma era insensibile alla causa della sua continuazione, alla sua incredulità, impazienza e non sottomissione alla volontà di Dio. La parola per "estremità" significa "abbondanza", e può essere applicata a un'abbondanza e abbondanza di cose buone; e quindi alcuni lo comprendono della prosperità di Giobbe, e ritengono che Dio non si sia accorto di ciò; ciò non gli ha impedito di visitarlo, ma ha distrutto tutto: sebbene il signor Broughton, d'altra parte, lo interpreta della grande abbondanza di dolori e angosce che Giobbe dovette affrontare, la vera causa delle quali non si riferì: alcuni pensano che il tutto si riferisca ai rapporti misericordiosi di Dio con Giobbe, e leggono la prima frase:

"sappi ora che la sua ira ha visitato solo un po' o se ne è accorta";

L'afflizione non è che lieve relativamente parlando, quasi nulla in confronto a ciò che il peccato merita, essendo abbondantemente inferiore a quella:

"né ha fatto una grande inquisizione, né ha interrogato la moltitudine"

dei peccati; non segnandoli rigorosamente e severamente e trattandoli secondo i loro meriti; vedi Esdra 9:13; Salmi 103:10 ; con cui confronta 2Corinzi 4:17 ; e quindi Giobbe non aveva motivo di lamentarsi di Dio, o di qualsiasi uso duro da parte sua

16 Versetto 16. Perciò Giobbe apre invano la sua bocca,

Nel pronunciare tali espressioni sconvenienti, osservato e confutato, nelle sue alte lamentele su Dio, e sui suoi rapporti con lui, e in difesa di se stesso;

moltiplica le parole senza conoscenza; sia contro Dio che in risposta agli altri; essendo in gran parte ignorante della natura e del numero dei suoi peccati e delle sue afflizioni; e della fine di Dio in essi, e del diritto che aveva di imporli su di sé; noi bene del suo dovere di sopportarli pazientemente, e confidare in Dio, e aspettare il suo momento per la liberazione da essi; e o la verità di ciò fu in seguito convinto, e lo riconobbe, Giobbe 42:3

Commentario del Pulpito:

Giobbe 35

1 Versetti In questo breve capitolo, ancora una volta Elihu si rivolge a Giobbe, prima (Versetti. 1-8) rispondendo alla sua lamentela che una vita di giustizia non gli ha portato benedizioni corrispondenti; e poi (Versetti. 9-14) spiegandogli che le sue preghiere e i suoi appelli a Dio probabilmente non sono stati esauditi perché non sono stati preferiti in uno spirito retto, cioè con fede e umiltà. Infine (verbi 15, 16), condanna Giobbe per superbia e arroganza, e ribadisce l'accusa di "moltiplicare le parole senza conoscenza".

comp. - Giobbe 34:35-37

Versetti 1, 2.Elihu parlò ancora e disse: Pensi che sia giusto che tu abbia detto: La mia giustizia vale più di quella di Dio? Ancora una volta si deve osservare che Giobbe non aveva detto nulla del genere. Nel peggiore dei casi, aveva fatto dichiarazioni dalle quali si poteva dedurre che considerava Giobbe stesso come dotato di un senso di giustizia più delicato di Dio.

ad esempio, - Giobbe 9:22-24, 10:3, 12:6 - , ss. Ma Elihu insiste nel spingere le frasi intemperanti di Giobbe ai loro problemi logici più estremi, e mette a dura prova Giobbe per aver detto tutto ciò che le sue parole potrebbero sembrare a un logico rigoroso da coinvolgere.

confronta il commento su - Giobbe 34:5,9

Versetti 1-16. - Elihu a Giobbe: il processo a Giobbe continuò

L 'OFFESA DI GIOBBE È STATA RIAFFERMATA. Tornando all'accusa, Eliu accusa Giobbe di aver dato voce a due affermazioni pericolose

1. Che la sua giustizia (di Giobbe) era più grande di quella di Dio. "Pensi che questo sia giusto?" -Consideri questo un sano giudizio?-«che tu abbia detto: La mia giustizia vale più di quella di Dio?» (versetto 2). Il fatto che Giobbe non abbia mai usato questa espressione può essere vero; ma che Eliu non rappresenti ingiustamente il significato del patriarca può essere dedotto dalla circostanza che anche in una fase precedente della controversia Elifaz comprese distintamente che questo era il significato del suo linguaggio. Inoltre, è una deduzione legittima da quei passaggi in cui Giobbe, mantenendo la propria integrità, si lamenta che Dio non gli accorda una giustizia imparziale, ma lo tratta, sebbene innocente, come un criminale; così che praticamente è coinvolto nella traduzione più mite: "Sono giusto davanti a Dio" (LXX, Umbreit, e altri), con cui Giobbe intende affermare che non è riuscito a discernere in Dio una giustizia corrispondente a quella che vedeva in se stesso, o, in altre parole, che la sua giustizia era più (visibile e reale) di quella di Dio. Che sia intenzionale o meno, il risultato inevitabile di considerare con troppa ammirazione la propria giustizia (naturale o graziosa, legale o evangelica) è quello di oscurare le proprie percezioni della giustizia di Dio, poiché, d'altra parte, più un santo nutre opinioni elevate sulla giustizia di Dio, meno si sentirà disposto a magnificare la propria

2. Che la sua pietà (di Giobbe) non era di alcun vantaggio per lui. "Poiché tu hai detto: Che vantaggio ti sarà? e: Che giova io, se sono purificato dal mio peccato?" letteralmente, "(da esso) più che dal mio peccato" (Versetto 3). Questo, che Giobbe stesso aveva messo in bocca agli empi,Giobbe 21:15 aggiungendo: "Il consiglio degli empi sia lontano da me", era già stato assegnato a Giobbe da Elihu,Giobbe 34:9 - ; vide omiletica e potrebbe benissimo sembrare implicito in espressioni comeGiobbe 9:22-31), in cui Dio è rappresentato come coinvolto "i perfetti e gli empi" in una sola distruzione indiscriminata, e in un tempo di calamità improvvisa e travolgente, "ridendo del processo degli innocenti", eGiobbe 21:7-13; 24:18-24 in cui le vite prospere e le morti felici degli empi sono contrapposte alle cattive fortune comunemente assegnate ai buoni. Domande come queste di Giobbe sull'utilità della religione, anche se comuni sulla bocca dei santi,

ad esempio Asaf, - Salmi 73:13 - ; San Pietro, - Matteo 19:27 derivano da opinioni errate sul carattere essenziale della pietà, che non è altro che disinteressata. Eppure, nel senso più vero e più completo, "la pietà è utile a tutte le cose".

1Tm 4:8; cfr - Matteo 19:28

II LA FOLLIA DI GIOBBE SMASCHERATA. Invertendo l'ordine delle parole di Elihu, scopriamo:

1. Una solida premessa. Che un uomo possa essere ferito dall'irreligione e beneficiato dalla pietà del suo prossimo. Nulla di più dimostrabile, o addirittura di dimostrazione meno esigente, del fatto che il carattere morale è contagioso, e il carattere malvagio lo è ancora più del bene. Ogni uomo malvagio fa un danno, sia direttamente che indirettamente, inconsciamente anche quando non consapevolmente, al mondo in cui vive, al quartiere in cui abita, alla società in cui si muove, agli individui con cui entra in contatto. L'empio può essere paragonato a una pestilenza ambulante. D'altra parte, "il frutto dei giusti è un albero di vita". Per quanto umile sia la posizione che occupa o i talenti che possiede, l'uomo buono, il cui petto è la sede di fervente pietà, è un grande guadagno per il mondo e per l'epoca.Matteo 5:13,14

2. Una deduzione fallace. Corretto. Pensando che un uomo potesse rendere debitore il suo prossimo con la sua bontà, o incorrere verso i suoi simili obblighi in conseguenza del danno causato dalla sua malvagità, Giobbe era completamente in errore nel dedurre che le stesse relazioni potessero esistere tra l'uomo e Dio. "Se commetti, che cosa fai contro di lui? O se le tue trasgressioni si moltiplicano, che gli farai? Se tu sei giusto, che cosa gli dai? o che cosa riceve dalla tua mano?" (Versetti. 6, 7). Cioè, la pietà umana non può accrescere la beatitudine di Dio in modo tale da rendere Dio debitore della sua creatura, e metterlo sotto l'obbligo di rendere felice l'uomo buono; né l'empietà dell'uomo può diminuire la felicità divina al punto da richiedere a Dio di proteggersi dalle macchinazioni dei malvagi, imponendo sempre su di loro la miseria come ricompensa della loro malvagità. Se Dio rende felice un uomo buono, lo fa per grazia e favore; se gli permette di passare la sua vita nella miseria, non commette per questo un atto di ingiustizia

3. Una confutazione completa. Eliu si sbarazza della cattiva logica di Giobbe ricordandogli prima l'alta elevazione dei cieli (versetto 5), e a maggior ragione l'infinita esaltazione di colui che dimora al di sopra dei cieli oltre la creatura più alta e più pura della terra. Poiché Dio trascende così anche il migliore degli uomini, è chiaramente impossibile supporre che egli possa essere giudicato secondo criteri puramente umani

III GLI ERRORI DI GIOBBE INDICATI

1. Soffermandosi troppo esclusivamente sulla grandezza della sua miseria. "A causa della moltitudine delle oppressioni fanno gridare gli oppressi", oppure essi, cioè gli oppressi, alzano un grido: "gridano a causa del braccio", cioè della violenza, "dei potenti" (Versetto 9). Così Giobbe si era lamentato,Giobbe 24:12 animando severamente l'apparente indifferenza di Dio verso ciò che non poteva non essere consapevole, cioè la disumanità dell'uomo verso l'uomo, contro a ciò Elihu allude ora con l'intenzione di suggerire alla mente di Giobbe la direzione in cui cercare una spiegazione di questo fenomeno straordinario: il silenzio di Dio in presenza del dolore umano. Il grido che sale dagli oppressi non è in alcun modo un appello credente al Creatore per ricevere aiuto. È semplicemente un gemito di angoscia. Invece di volgersi con speranza e aspettazione al loro Creatore, fissano i loro pensieri sulla loro miseria e alzano un grido. È impossibile non pensare che, nel tenere un simile specchio davanti alla mente di Giobbe, Eliu progettò il patriarca per cogliere un riflesso di se stesso. Non aveva forse gridato anche lui sotto la severità del colpo che si era abbattuto su di lui, piuttosto che anticipare l'ora della liberazione in cui Dio avrebbe riempito la sua bocca di gioia? L'errore di ingigantire i propri problemi e di soffermarsi troppo esclusivamente su di essi è un errore che nemmeno i cristiani, né meno di Giobbe, si guardano bene dall'evitare. Oltre a scaturire dall'incredulità, ha la tendenza a ostacolare il loro disegno benefico, e comunemente oscura il discernimento dell'anima sulla fonte e sui primi approcci di sollievo

2. Trascurando di riparare a Dio per ricevere soccorso. "Nessuno dice: Dov'è Dio, il mio creatore, che canta canti nella notte?" Invece di cedere al lamento, la vittima dell'oppressione (e tale Giobbe si riteneva di essere) dovrebbe rivolgersi con fiducia credente e con speranzosa aspettazione, non ai suoi simili, come Asa re d'Israele,2Cronache 16:12 o a falsi dèi, come Acazia figlio di Acab,2Re 1:2 o a qualsiasi forma di aiuto per le creature,Salmi 146:2 ma come Davide per il Dio vivente,Salmi 121:2 ricordando

(1) chi è Dio in se stesso: Eloah, l'Onnipotente e l'Onnisufficiente;

(2) la relazione in cui si trova con il sofferente, quella di Creatore; e

(3) il carattere grazioso con cui si compiace di presentarsi alle sue creature, cioè come un Dio "che dà canti nella notte", cioè che, concedendo la liberazione ai sofferenti afflitti nella notte della tribolazione, dà loro l'occasione di celebrare la sua lode in inni di gratitudine e gioia. Tali notti di dolore e tribolazione si verificano nella vita di tutti gli uomini,Giobbe 5:7 ma specialmente nella vita dei santi. Eppure nessuna notte è troppo buia perché Dio possa trasformare l'ombra della morte in mattina.Amos 5:8 Dio, che ha fatto cantare Israele sulle rive del Mar Rosso,Ester 15:1 e Davide dopo essere sfuggito dalle mani di Saul,2Samuele 22:1 e Paolo e Sila in prigione a Filippi,Atti 16:25 può indurre il sofferente più disperato a gridare "Alleluia!" Tuttavia nulla è più frequente che i santi dimentichino Dio e si rivolgano quasi a tutti gli altri quartieri prima di cercarlo, sebbene uno dei fini principali dell'afflizione sia quello di spingere gli uomini a cercare colui che solo può mettere un canto nuovo nella loro bocca

1. Dimenticando la dignità superiore della sua natura. Semplicemente ululare per le proprie miserie", intende dire Elihu, significa ridurre il proprio sé al livello della creazione bruta, che esprime il suo naturale senso di dolore per mezzo di tali muggiti.Giobbe 6:5 Ma l'uomo appartiene a un ordine di creazione più alto dell'asino selvatico o del bue: e, essendo in possesso di facoltà più nobili e di un'intelligenza più grande di queste, non dovrebbe accontentarsi di quei modi di esprimere l'emozione che sono condivisi da loro, ma dovrebbe rivolgersi a Dio nella filiale fiducia della preghiera. E a questo si può dire che l'esempio delle bestie, visto sotto un'altra luce, lo spinga. Un'altra traduzione fornisce l'idea che Dio "ci ammaestra per mezzo delle bestie della terra" - per mezzo dei giovani leoni, ad esempio, che ruggiscono dietro alla loro preda, e cercano il loro cibo da Dio;Salmi 145:21 "e ci rende saggi per gli uccelli del cielo", per esempio, per mezzo dei corvi che invocano Dio per il cibo.Salmi 147:9

2. Offrire preghiere che scaturiscono dalla vanità e dall'orgoglio. "Là si grida, ma nessuno risponde, a motivo dell'orgoglio degli uomini malvagi. Certo, Dio non udrà la vanità, né l'Onnipotente la guarderà" (versetti 12, 13). Ancora una volta, sotto l'agio generale, Elihu si occupa dell'agio di Giobbe. Giobbe si era lamentato più volte del fatto che la sua preghiera non era stata esaudita.Giobbe 19:7; 30:20 Elihu risponde indirettamente alla sua obiezione spiegando perché le preghiere dei sofferenti in generale rimangono inascoltate. Non sono preghiere nel senso proprio dell'espressione, dettate da un orgoglio ferito piuttosto che da un bisogno cosciente, e consistono nel vuoto e nel vento, nel semplice "rumore e furore che non significano nulla", piuttosto che nelle aspirazioni e nei desideri di un cuore credente. È impossibile resistere all'impressione che le grida e le suppliche di Giobbe fossero talvolta ispirate da un orgoglio lacerato e da una vanità insultata piuttosto che da un'umile umiltà e da una fervente pietà. Perciò furono lasciati risuonare inascoltati attraverso la volta del cielo. Così come tutte le preghiere simili da chiunque siano state presentate.Salmi 66:18; Isaia 1:15; Proverbi 28:9; Giovanni 9:31; Giudici 4:3 Una preghiera, per essere gradita, deve essere sincera, umile, riverente e devota

3. Supponendo che Dio non capisse il suo caso. Questa è una deduzione estremamente naturale dalla richiesta spesso reiterata che Dio avrebbe permesso a Giobbe di esporre la sua causa davanti a lui. Ma Elihu gli assicura che questo era del tutto inutile; che, sebbene egli non vedesse, e apparentemente non potesse, vedere Dio, cioè venire alla presenza di Dio,Giobbe 23:3-9 l'intero caso che desiderava sottomettere a Dio era già davanti a lui, e tutto ciò che egli (Giobbe) doveva fare era semplicemente aspettare l'intervento misericordioso di Dio (versetto 14) -- parole che suggerivano

un. una grande tentazione a cui i santi sofferenti sono non di rado esposti, cioè una tentazione di scoraggiarsi del soccorso divino e del favore divino, come Giobbe stesso,Giobbe 23:3 come Davide,Salmi 42:6 Asaf,Salmi 77:7-9 Heman,Salmi 88:6 Giona,Giona 2:4 e altri;

b. una grande consolazione a cui tutti coloro che sono scoraggiati e disperati possono aggrapparsi, cioè che Dio comprende perfettamente il loro caso in tutti i suoi minimi dettagli, come conosceva i casi di Giobbe,Giobbe 23:10 Agar,Genesi 16:13 e Israele;Ester 3:7 e

c. un grande dovere, che incombe ugualmente su tutti, di attendere pazientemente Dio fino a quando non si compiaccia di venire con liberazione e favore.Salmi 62:5; Lamentazioni 3:26; Michea 7:7 - ; Habacuc 2:3;

6. Migliorare male la clemenza divina. Comprendere Eliu che dice: "Ed ora, poiché egli, cioè Dio, "non visita" (cioè ostilemente, nel senso di punire) "la sua", cioè quella di Giobbe, "ira, e non conosce" (nel senso di considerare o prendere nota) "la sua malvagità o orgoglio grandemente; perciò Giobbe apre la sua bocca invano, moltiplica le parole senza conoscenza" (Versetti. 15, 16), il significato è che le sofferenze di Giobbe non sono state abbastanza gravi, e che la clemenza divina nel trattare con parsimonia Giobbe è stata ricompensata solo dalla continuazione e dalla manifestazione in Giobbe di uno spirito ribelle e refrattario

Imparare:

1. Che i servi di Dio dovrebbero gridare ad alta voce e non risparmiare nello smascherare la malvagità degli uomini, siano essi santi o peccatori

2. Che è di grande vantaggio quando un fedele rimprovero può specificare in modo particolare il peccato che condanna

3. Che le parole degli uomini offrono comunemente un buon indice dello stato dei loro cuori

4. Che per la qualità del loro discorso gli uomini saranno alla fine assolti o condannati

5. Che i predicatori del vangelo dovrebbero sempre, come Elihu, essere in grado di difendere e raccomandare la fede che proclamano

6. Che Dio non è troppo alto per benedire l'uomo, anche se è certamente troppo esaltato per essere ferito dall'uomo

7. Che mentre l'uomo non può arricchire Dio con nulla, Dio può arricchire e arricchisce l'uomo con tutte le cose

8. Che "la disumanità dell'uomo verso l'uomo fa piangere innumerevoli migliaia di persone"

9. Che Dio è perennemente consapevole di tutta la malvagità e la miseria, il crimine e la miseria, che esistono sulla terra

10. Che l'unico potere competente per bandire il peccato e il dolore dal cuore del mondo è il potere di Dio

11. Che gli uomini di solito hanno da incolpare quando le loro preghiere non vengono ascoltate

12. Che Dio è infinitamente degno dell'incrollabile fiducia degli uomini

OMELIE DI E. JOHNSON Versetti 1-16. - Il terzo discorso di Elihu: il profitto della pietà

SONO STOLTO DALL'IDEA CHE NON CI SIA PROFITTO NELLA PIETÀ. (Versetti 1-8) Un uomo buono, dice Elihu, non parlerebbe come ha fatto Giobbe, mettendo in dubbio se la pietà sia più vantaggiosa del peccato. Ma qual è la confutazione di questa pericolosa nozione? L'oratore addita la benedetta autosufficienza di Dio, l'Esaltato nei cieli. In questa luce l'uomo deve apparire solo come uno che trae vantaggio dalla sua giustizia.

comp. - Giobbe 7:20; 22:2 - , sqq. Le nostre azioni malvagie non possono ferire Dio, né le nostre buone azioni possono accrescere la sua beatitudine. Aspettarsi un ritorno o una ricompensa da Dio per l'obbedienza, come se gli avessimo dato un piacere o gli avessimo conferito un vantaggio, è, secondo Elihu, un segno che abbiamo completamente dimenticato la distanza tra noi e lui, e la vera relazione in cui ci troviamo con lui. Un filosofo moderno, infatti, dice, con un'audace espressione: "Metti Dio in debito con te!" Ma questo significa solo: conformarsi alle leggi di Dio e aspettarsi che Dio sia fedele a quelle relazioni espresse dalle sue leggi. La miseria di Giobbe è che non può, per il momento, vedere che Dio è fedele a quelle relazioni. Ha seminato giustizia, ma non ha mietuto, come sembra, misericordia. Ha ragione per metà, e così è il suo attuale istruttore. Resta da unire queste due metà della verità in un tutto. Nel frattempo Eliu addita un grande canone di condotta, un grande motivo di giustizia. La pietà è sempre benefica, l'empietà sempre dannosa per i nostri simili, in un senso in cui questo, naturalmente, non si può dire di Dio. E questo dovrebbe sostenerci nella sofferenza: il pensiero dell'esempio che ci sarà permesso di dare, la luce che potrà risplendere dalle nostre tenebre, l'immagine di coloro che potrebbero essere dissuasi dal male o allettati al bene da ciò che vedono in noi

II RAGIONI PER LE PREGHIERE NON ESAUDITE. (Versetti 9-16)

1. Mancanza di vera riverenza per Dio. (Versetti 9-14) Il grido degli oppressi sale al cielo, e passa molto tempo prima che arrivi una risposta. L'aiuto viene ritardato o negato. Perché? Nella maggior parte dei casi è probabilmente colpa del malato stesso. C'è qualcosa di difettoso nella sostanza o nello spirito delle sue preghiere. Non grida: "Dov'è l'Onnipotente, il mio Creatore?" (versetto 10). Questa è la lamentela che Geova fa per bocca di Geremia.Geremia 2:6,8 - Non c'è ingiustizia in lui, ma c'è incoerenza negli uomini. Non si fidano di lui. Dimenticano ingratamente le sue provvidenze passate. Disobbediscono alle sue leggi, si immischiano in cose proibite. Ci sono condizioni, condizioni morali, in cui solo è possibile per gli uomini essere ascoltati, liberati, benedetti. "Sono stato io un deserto per Israele?" Dietro queste cifre si nasconde la verità che la benedizione divina è condizionata dal nostro stato morale e dal nostro impegno. Quelle grandi relazioni di misericordia in cui Dio si trova con gli uomini - il loro Liberatore, il Datore di canti nella notte dell'angoscia naturale e dell'emergenza, l'Istruttore dei loro spiriti in quella vita superiore a quella dei bruti che conducono una vita cieca nel cervello - possono essere realizzate solo dai fedeli e dai veri. Per conoscere Dio come nostro Salvatore, dobbiamo confidare in Lui con umiltà e costanza; per conoscerlo come nostro Maestro e Guida, dobbiamo seguirlo diligentemente. L'orgoglio, i desideri vani o cattivi nel cuore, ecco, dunque, le uniche cause permanenti delle preghiere non esaudite. E quanto meno sono possibili vantaggi e liberazioni per Giobbe, se rimprovera a Dio di iniquità non volendo considerare la sua causa; se aspetta come se quella causa non fosse già stata posta davanti a Dio (versetto 14)! Perché egli sa tutto; e noi dobbiamo affidare la nostra via a lui, nella certezza che a tempo debito la realizzerà

2. Linguaggio presuntuoso contro Dio. (Versetti 15, 16) Sebbene tale stoltezza sia rimasta finora impunita, non ne consegue che Dio non l'abbia osservata. Secondo il modo di pensare di Giobbe, Eliu dice che in effetti questo sarebbe seguito. Ma presto vedrà il contrario. Il passaggio è istruttivo in quanto ci dà un'ammonizione penetrante sul tema della preghiera senza risposta, dell'angoscia senza sollievo. È il momento di fare un esame di coscienza. La colpa non può essere di Dio; Se la colpa c'è, è alla nostra porta. La Parola viene con potenza in questi momenti: "Purificate le vostre mani, peccatori! Avvicinatevi a Dio, ed egli si avvicinerà a voi". LeggiIsaia 1). Ma per il cuore sincero e contrito, la misericordia e la liberazione possono essere ritardate, mai negate. E la lezione, quindi, è: sii paziente, aspetta e spera

2 OMELIE DI W.F. ADENEY versetto 2.- Una deduzione ingiusta

Eliu rappresenta Giobbe dicendo che la sua giustizia è maggiore di quella di Dio, e chiede se il patriarca ritiene giusto usare tale linguaggio

È INGIUSTO ATTRIBUIRE AI NOSTRI SIMILI OPINIONI CHE NON HANNO ESPRESSO. Giobbe non aveva usato un linguaggio blasfemo come Eliu gli attribuiva, e avrebbe ripudiato le idee che trasmetteva. Il suo giovane controllore affermava in modo sgarbato ciò che pensava volesse dire Giobbe, quella che riteneva essere l'opinione di fondo di Giobbe. Ma questo era ingiusto. Metà delle polemiche della Chiesa sarebbero state evitate se gli uomini non avessero messo in bocca agli altri parole che non hanno mai pronunciato. L'unico modo giusto è ascoltare la dichiarazione di un uomo sul suo caso. L'ingiustizia comune è quella di accusare un avversario di avere tutte le opinioni che pensiamo possano essere dedotte dalle sue convinzioni confessate. Così lo rendiamo responsabile delle nostre deduzioni. "Non giudicate, affinché non siate giudicati"

II DOVREMMO VEDERE LE CONSEGUENZE NATURALI DELLE NOSTRE PAROLE, Sebbene fosse ingiusto trarre conclusioni come stava facendo Eliu, potrebbe essere utile per Giobbe vedere quali conclusioni si traevano dalle sue parole affrettate. Si ribellerebbe a tali idee con orrore. Allora potrebbe sorgere la domanda: Non li ha provocati? Anche se Eliu fece male a fare la sua affermazione, forse anche Giobbe fece male pronunciando parole che Eliu avrebbe potuto usare in quel modo. Potremmo imparare dalle false accuse che ci vengono rivolte. Forse questi sono stati provocati da noi. Sono caricature della nostra condotta. Perciò essi mostrano i tratti salienti di quella condotta in una luce forte. L'esagerazione stessa richiama l'attenzione sui punti che sono stati indebitamente ingigantiti. Dobbiamo considerare le tendenze di ciò che diciamo e testare le tendenze delle nostre opinioni con le inferenze che ne vengono tratte

L 'UOMO È TENTATO DI PENSARE DI ESSERE PIÙ GIUSTO DI DIO. Non avrebbe accettato una simile idea apertamente, e nemmeno nel suo pensiero privato. Ciononostante, nella foga dell'eccitazione, si comporta come se questa fosse la sua convinzione. Altrimenti, perché mormora? Perché si ribella? Perché è gettato nella disperazione? Magnifichiamo le nostre opinioni e giustifichiamo le nostre azioni quando queste sono contrarie alla verità e alla volontà di Dio. Praticamente questo significa renderci più giusti di Dio

IV LA GIUSTIZIA DI DIO È IL TIPO DI TUTTA LA GIUSTIZIA. Evidentemente Elihu presume che ciò che è giustizia per l'uomo è in se stesso giustizia per Dio. Questo è assunto in tutta la Bibbia, che non fa alcun tentativo di sfuggire alle difficoltà della provvidenza per mezzo delle "idee regolatrici" sostenute da Dean Mansel. Qui non vediamo che la giustizia significhi una cosa in Dio e un'altra cosa nell'uomo. Ma la perfezione della giustizia può essere applicata a circostanze che sono al di là della nostra comprensione. Allora potrebbe sembrare ingiusto. Eppure, se sapessimo tutto, capiremmo che è il tipo e il modello della stessa giustizia che siamo chiamati a perseguire

3 Poiché tu hai detto: Che vantaggio ti servirà? cioè, quale vantaggio ti sarà la tua giustizia? Giobbe aveva certamente sostenuto che la sua giustizia non gli procurava alcun vantaggio temporale; Ma ha sempre avuto la convinzione che alla fine sarebbe stato il migliore. Eliu, tuttavia, non lo riconosce; e, supponendo che Giobbe non si aspetti di ricevere alcun vantaggio dalla sua integrità, sostiene che Dio non è tenuto a concedergliene. E che giova io, se sono purificato dal mio peccato? E che gioverà avrò io, più che se avessi peccato? (vedi la versione riveduta e confronta i commenti di Rosenmuller e del canonico Cook)

Versetti 3, 4.- La bontà è redditizia?

UNA DOMANDA NATURALE. Giobbe è spinto a porre questa domanda; o, piuttosto, Eliu conclude che il linguaggio di Giobbe mostra che il patriarca ne sta discutendo dentro di sé. Satana si era fatto beffe dell'idea di una bontà disinteressata e aveva chiesto: "Giobbe teme forse Dio per nulla?". Ora Giobbe sta cominciando a vedere che i profitti della bontà, come sono comunemente creduti, non si accumulino, perché gli uomini buoni soffrono tanto quanto gli altri uomini, se non di più. La questione utilitaristica emerge nella pratica, qualunque sia la teoria etica che possiamo aver adottato. La gente chiederà: Qual è il vantaggio della religione? Perché dovrebbero rinnegare le loro passioni? Che cosa saranno migliori per astenersi dal male? La domanda è naturale per due motivi

1. Desideriamo naturalmente vedere i risultati. Gli uomini desiderano sapere che si deve raggiungere un buon fine. Non si accontentano di una buona strada; Devono sapere dove porta

2. Desideriamo naturalmente il nostro vantaggio. Gli istinti inculcati in noi incoraggiano un tale desiderio. Di per sé non è male, ma naturale. Il male deriva dall'abuso o dalla supremazia di esso

II UNA DOMANDA SUPERFLUA. Sebbene la domanda sia naturale, dovremmo essere in grado di elevarci al di sopra di essa. Dopo tutto, la nostra principale preoccupazione non è il risultato, ma il dovere. La nostra parte è fare la cosa giusta, sia che porti al fallimento o al successo. L'obbedienza è la nostra sfera; i risultati sono presso Dio. Seminiamo e annaffiamo; È lui che dà l'aumento. È difficile imparare questa lezione, perché tutti noi gravitiamo verso fini egoistici e materiali a meno che non ci solleviamo da noi stessi. Tuttavia, la lezione deve essere imparata. Se un uomo è virtuoso solo a causa delle ricompense della virtù, non è affatto virtuoso. Colui che non ruba semplicemente perché è persuaso che "l'onestà è la migliore politica", è un ladro nel cuore. La coscienza è indipendente dal vantaggio, e la vera bontà è solo ciò che poggia sulla coscienza

III UNA DOMANDA A CUI SI PUÒ RISPONDERE. Elihu è pronto con la sua risposta. Forse non è una questione così semplice come suppone, perché è uno di quei chiacchieroni intrepidi che affrontano i problemi più difficili con sbarazzina sicurezza. Tuttavia, ci aiuta a trovare una risposta. La bontà non è ignorata da Dio. Questo Elihu lo mostra, in tre modi

1. Dio è troppo grande per privare ingiustamente gli uomini delle ricompense delle loro azioni. Questi potrebbero non arrivare subito; ma Dio non può avere alcun motivo concepibile per trattenerli (Versetti. 5-8)

2. L'assenza di benedizioni immediate è una prova della negligenza divina. Mentre si lamentano del fatto che le loro ricompense non sono date loro, gli uomini potrebbero non trattare Dio nel modo giusto, e quindi non meritare la sua benedizione (versetti 9-13)

3. La vigilanza di Dio assicura che egli tratti le sue creature con giustizia. (Versetti 14-16) Così, secondo Elihu, la bontà è in ultima analisi a vantaggio di chi la possiede. Ma non possiamo andare oltre, e dire che, anche se non porta alcuna ricompensa finale, è infinitamente migliore del peccato, perché la bontà è di per sé una benedizione? Pochi di noi possono essere grandi, o ricchi, o di grande successo. Ma è meglio essere buoni che essere grandi, o ricchi, o di successo; poiché essere buoni significa essere come Cristo, come Dio. - W.F.A

4 Io risponderò a te e ai tuoi compagni con te; cioè "i tuoi consolatori, Elifaz, Bildad e Zofar". Elihu si è impegnato a confutare i loro ragionamenti, non meno di quelli di Giobbe,Giobbe 32:5-20 e ora si propone di realizzare questa intenzione. Ma non è molto chiaro se egli abbia raggiunto il suo scopo. In realtà, egli non fa altro che ripetere e ampliare l'argomento di Elifaz.Giobbe 22:2,3 #Giobbe 35:5

Guarda il cielo e vedi, e guarda le nuvole che sono più alte di te; Vale a dire: "Guarda il cielo e i cieli materiali, così lontani da te e così inavvicinabili, e giudica da essi quanto il Dio che li ha creati sia al di sopra del tuo io gracile e debole, quanto sia incapace di essere toccato da una qualsiasi delle tue azioni"

Versetti 5-8. - L'indipendenza di Dio dall'uomo

DIO NON DIPENDE DALLA CONDOTTA DELL'UOMO. Dobbiamo essere d'accordo in linea di massima con ciò che Elihu qui afferma. Dio è sufficiente per i servi della gleba e possiede tutte le cose. "Il bestiame su mille colline è suo". Se avesse avuto fame non avrebbe avuto bisogno di dircelo. Il nostro servizio più attivo non è necessario a Dio, la nostra malignità più virulenta non può davvero toccarlo. Egli dimora nella pienezza e nella serenità della propria perfezione

II DIO NON PUÒ ESSERE CORROTTO DAI DONI DELL'UOMO. L'enorme errore del culto pagano è che consiste per la maggior parte nel tentativo di comprare la rabbia e assicurarsi il favore degli dèi per mezzo di doni e sacrifici. Incontriamo la stessa idea pagana in tutti gli esercizi religiosi che mirano ad essere veramente utili a Dio, non per il suo bene, ma per acquistare il suo favore

DIO NON È INTENZIONATO AD ESSERE INGIUSTO VERSO L'UOMO. Tra uomo e uomo l'ingiustizia è comune, perché un uomo è molto influenzato dalla condotta di un altro. Ma se l'uomo non può né giovare né danneggiare Dio, Dio non può avere alcun motivo per trattare l'uomo in modo ineguale

IV DIO SI PREOCCUPA VOLONTARIAMENTE DELLA NOSTRA CONDOTTA PERCHÉ CI AMA. La descrizione di Dio fatta da Eliu è unilaterale. Vero riguardo alla natura delle cose, è falso per quanto riguarda l'azione e la simpatia di Dio. Il Dio di Eliu è troppo simile a una divinità epicurea. L'amore che è più caratteristico del carattere divino, come è rivelato nella Bibbia, è qui del tutto ignorato. Dio potrebbe non dipendere da noi. Eppure il suo amore lo porta a preoccuparsi profondamente di ciò che facciamo e ad affidare i suoi disegni a noi come suoi servitori. Allo stesso tempo, vedendo che l'amore è il suo motivo principale, non ci può essere bisogno che cerchiamo di corrompere Dio, anche se ci fosse possibile farlo; e possiamo essere certi che, lungi dall'affrontare una dura ingiustizia, Dio desidererà solo il nostro bene

V DIO ACCETTA IL TRATTAMENTO DELL'UOMO NEI CONFRONTI DI SUO FRATELLO-UOMO COME SE CIÒ RIGUARDASSE LUI STESSO. Cristo ci ha insegnato che ciò che viene fatto a uno dei suoi fratelli più piccoli, è fatto a nostro Signore stesso.Matteo 25:40 L'amore di Dio per i suoi figli fa sì che egli consideri qualsiasi offesa fatta loro come se fosse un'offesa alla sua persona. Il Padre sente nelle sofferenze dei suoi figli. Così possiamo giovare o danneggiare Dio beneficiando o danneggiando i nostri simili. Allo stesso tempo, ciò non risulta che dalla posizione che Dio assume volontariamente nei nostri confronti

VI L 'UOMO DIPENDE DA DIO, E LA SUA CONDOTTA DOVREBBE ESSERE UNA RISPOSTA A QUELLA DI DIO. La religione non inizia con l'adorazione di Dio. Il suo inizio è precedente, nella bontà di Dio verso l'uomo. Ogni vera adorazione scaturisce dalla gratitudine. Così, anche se non possiamo essere utili o dannosi a Dio, se non nella misura in cui il suo amore e la sua simpatia ce lo permettono, siamo esortati a considerare quanto la nostra vita sia completamente nelle sue mani, e quanto sia essenziale per noi vivere in modo da poter godere il suo continuo favore. - W.F.A

6 Se tu pecchi, che cosa fai contro di lui? I peccati dell'uomo contro Dio non possono danneggiarlo, sminuire il suo potere o sminuire la sua dignità. Possono solo ferire il peccatore stesso. Dio non li punisce perché gli fanno del male, ma perché sono discordie nell'armonia del suo universo morale. O anche se le tue trasgressioni si moltiplicassero; cioè, se persisti in un lungo corso di peccato, e aggiungi "ribellione" alla trasgressione, e autocompiacimento alla ribellione, e "moltiplichi le tue parole contro Dio"Giobbe 34:37 -- anche allora, che cosa gli fai? Quale male gli infliggi? Nessuno

7 Se tu sei giusto, che cosa gli dai? A parità di ragionamento, come i nostri peccati non danneggiano Dio, così la nostra giustizia non può giovargli. Come dice Davide, "La mia bontà non si estende fino a te".Salmi 16:2 O che cosa riceve dalla tua mano? Essendo tutte le cose già di Dio, noi non possiamo che dargli del suo. Non possiamo realmente accrescere i suoi possedimenti, o la sua gloria, o la sua felicità. Noi non possiamo, come alcuni hanno supposto (Religions of the Ancient World, pp. 143, 144), imporgli un obbligo

8 La tua malvagità può nuocere a un uomo come te, e la tua giustizia può giovare al figlio (anzi, un figlio) dell'uomo. Giobbe non deve pensare, intende Elihu, che, poiché le sue buone azioni beneficiano e le sue cattive azioni danneggiano i suoi simili, esse debbano anche in un caso nuocere e nell'altro giovare a Dio. I casi non sono paralleli. Dio è troppo lontano, troppo potente, troppo grande, per essere toccato dalle sue azioni. Giobbe ha fatto male, quindi, aspettandosi che Dio avrebbe necessariamente ricompensato la sua giustizia con la nostra vita prospera, felice, e peggio ancora lamentandosi perché le sue aspettative sono state deluse. È per la sua mera bontà e generosità spontanea che Dio ricompensa i pii

9 Versetti Giobbe ne aveva fatto un frequente argomento di lamentela per il fatto che Dio non ascoltava, o in ogni caso non esaudiva, le sue preghiere e le sue grida di sollievo. Eliu risponde che il caso di Giobbe non è eccezionale. Coloro che gridano contro l'oppressione e la sofferenza spesso non ricevono risposta, ma è perché "chiedono male". Giobbe dovrebbe avere pazienza e fiducia

A causa della moltitudine delle oppressioni fanno piangere gli oppressi; piuttosto, a causa della moltitudine delle oppressioni, gli uomini gridano. Non è solo Giobbe che grida a Dio. Gli oppressori sono numerosi; gli oppressi sono numerosi; Ovunque ci sono lamentele e grida. Essi gridano a motivo del braccio del potente. Gli oppressori sono, per la maggior parte, i potenti della terra: re, principi, nobili.

vedi - Isaia 1:23; 3:14,15; Osea 5:10; 4:1 - , ss.

OMULIE di R. GREEN Versetti 9-11. - Il grido che non è a Dio

Eliu continua a insistere severamente su Giobbe. I suoi insegnamenti vanno nella linea della verità, e si avvicinano più al disegno della sofferenza di Giobbe che a quelli degli amici di Giobbe, ma in realtà non riescono a raggiungerlo. Fa molte riflessioni sagaci sulla condotta umana. Questo è uno. C'è un grido che si leva da coloro che soffrono sotto il pesante fardello delle loro molteplici oppressioni, e "a motivo del braccio dei potenti". Quante volte questi non rivolgono il loro grido a Dio! Non c'è quindi da meravigliarsi che il sollievo non venga. Sembra che Giobbe sottintenda che Dio non vendichi chi soffre. Ecco un motivo. Non gridano a Dio. "Nessuno dice: Dov'è Dio? il mio Creatore, che canta nella notte?"

IO L'ERRORE DI UN SIMILE GRIDO. Solo Dio è in grado di rispondere veramente al grido della sofferenza. Sta spendendo il respiro invano per invocare aiuto da altre fonti. L'uomo è spesso completamente impotente; e, anche quando può, non è sempre disposto ad aiutare. Se il grido è rivolto a un falso dio, è un errore ancora più grande, e può solo finire con la delusione

II, MA IL GRIDO CHE È UN ERRORE È ANCHE UNA FOLLIA. Un tale grido finisce in irritazione; Il grido inascoltato aggrava il dolore e rende il peso più grande. Perché l'uomo nella sua debolezza dovrebbe fare appello al suo debole prossimo? e perché abbandonare il Creatore di tutti, che solo può cantare canti di gioia nella notte del lutto?

III ANCHE QUESTO GRIDO È SBAGLIATO. È un torto morale per l'uomo voltare la faccia dall'altra parte di Dio nel momento della sua angoscia. Riflette sulla bontà divina e sulla capacità e la volontà di Dio di aiutare. Getta un ingiusto biasimo su un amorevole Creatore, "che ci insegna" lezioni mediante "le bestie della terra" e "ci rende saggi" mediante gli stessi "uccelli del cielo"

IV MA QUESTO È UN GRIDO DEL TUTTO VANO. "Nessuno risponde". Gli uomini malvagi nel loro orgoglio non si umilieranno per invocare Geova; Non riconosceranno la loro dipendenza da lui, non si sottometteranno a lui. Il loro grido è come quello di chi è fatto al vento. Anche se rivolto a Dio, è vuoto di ogni verità e significato. È il grido della vanità. "Dio non ascolterà, né l'Onnipotente lo considererà". Da tutto ciò viene la grande lezione: Sebbene Dio sia nascosto e gli uomini non lo vedano, "tuttavia il giudizio è davanti a lui": perciò gli uomini possano confidare in lui e, credendo "che egli è, e che è il Rimuneratore di coloro che diligentemente lo cercano", rivolgere la loro supplica a Dio, il loro grido all'Onnipotente. - R.G

10 Ma nessuno dice: "Dov'è Dio, il mio creatore?". Gli oppressi, in molti modi, non si appellano affatto a Dio. Borbottano e si lamentano e gemono a causa delle loro afflizioni; ma non hanno abbastanza fede in Dio per gridare a lui. O, se lo fanno, non è con lo spirito giusto; È scoraggiato, disperato, non fiducioso o allegro. Dio è uno che canta canti nella notte. L'uomo veramente pio canta inni di lode nella sua afflizione, come fecero Paolo e Sila nella prigione di Filippi, guardando a Dio con fede e viva speranza di liberazione

L'oblio di Dio da parte dell'uomo e il ricordo di Dio dell'uomo

L 'OBLIO DI DIO DA PARTE DELL'UOMO. "Nessuno dice: Dov'è Dio, mio creatore?"

1. La causa

(1) In generale, la peccaminosità del cuore umano. Che l'uomo trascuri Dio così abitualmente è inspiegabile, se non nell'ipotesi di una caduta. Ma il peccato, essendo intervenuto per separare l'uomo da Dio, ha fatto sì che l'uomo volgesse le spalle a Dio e facesse in modo di vivere senza alcun tipo di conoscenza con lui

(2) In particolare, la negligenza dell'uomo nei confronti di Dio può essere fatta risalire a tre cose:

a) il senso di colpa, che spinge istintivamente l'uomo a fuggire la presenza di Dio;Genesi 3:8

(b) il dominio del mondo, che su ogni cuore peccatore esercita un fascino quasi irresistibile;1Giovanni 2:15 e

c) un assorbimento in se stesso che, magnificando tutti i suoi piccoli interessi e preoccupazioni, i suoi dolori non meno delle sue gioie, impedisce all'anima umana di cercare Dio

2. La criminalità di esso

(1) Il carattere di Dio come Eloah, l'Onnipotente e l'Onnipotente, dimostra la malvagità dell'uomo nel vivere così abitualmente trascurando il suo servizio

(2) La relazione di Dio con l'uomo come suo Creatore attesta la peccaminosità di tale comportamento da parte dell'uomo

(3) Il favore di Dio verso l'uomo, in primo luogo conferendogli una natura superiore a quella posseduta dalla creazione animale, e in secondo luogo facendo di queste creature inferiori i suoi istruttori, fornisce un'ulteriore prova dell'atroce colpa dell'uomo nel trascurare in tal modo di indagare su Dio

(4) Il potere di Dio di assistere l'uomo dando "canti notturni" è un'ulteriore prova della sorprendente criminalità dell'uomo nel non ricordarsi di Dio

II IL RICORDO DI DIO DELL'UOMO. Egli "canta canti nella notte"

1. Nella notte del giorno naturale. Stendendo il baldacchino illuminato dalle stelle sopra la testa dell'uomo, egli suscita, almeno nelle menti riflessive, idee così elevate e sante emozioni che spesso prorompono in inni di lode: ne sono testimoni Davide, Giobbe,Giobbe 9:4-10), Isaia eIsaia 40:26), il cantore ebreo sconosciuto.Salmi 147:4

2. Nella notte della devota meditazione. "Che i santi cantino ad alta voce sui loro letti";Salmi 149:5 e spesso, quando sono avvolti nella contemplazione celeste, ricordando Dio sui loro letti, e meditando su di lui nelle veglie notturne, le bocche dei santi lo lodano con labbra gioiose.Salmi 63:5,6

3. Nella notte della convinzione spirituale. In una notte del genere Davide cantò alcune delle sue canzoni più dolci (Salmo It.). E come Dio mise un nuovo canto in bocca a Davide quando fu sollevato dall'orribile fossa e dall'argilla fangosa,Salmi 40:3 così mette un felice inno di lode per perdonare la misericordia sulle labbra di ogni penitente credente: testimone il carceriere di Filippi.Atti 16:34

4. Nella notte dell'afflizione temporale Israele, fuggendo dal paese d'Egitto in una notte che a un certo punto sembrò abbastanza buia, cantò un canto di liberazione prima che l'alba del mattino fosse completamente sorto.Ester 15:1 Fu per Davide una notte buia e lugubre di avversità quando fu cacciato dal suo palazzo, dalla sua capitale, dal suo popolo, dal tempio; Eppure fu allora che Davide cantò: "Ma tu, o Signore, sei per me uno scudo e l'innalzamento del mio capo".Salmi 3:3 Paolo e Sila tenevano i loro canti nella prigione di Filippi;Atti 16:25 e non c'è santo, per quanto debole, che non possa cantare nella notte più buia dell'angoscia un salmo di santa fiducia in Dio

5. Nella notte dell'avvicinarsi della dissoluzione. A volte Giobbe stesso non mancava di canto, anche se sentiva di essere sull'orlo della tomba.Giobbe 19:25-27 - Così Dio diede un inno a Ezechia, quando risuscitò quel monarca piangente e orante da quello che sembrava un giaciglio di morte.Isaia 38:20 Anche Davide aveva pronto un canto per quella notte buia e triste che sapeva essere inevitabile. Era un nobile inno che San Paolo mandò dalla prigione romana al suo giovane figlio Timoteo.

2Tm 4:6; E così Dio dà a tutti i santi, che lo cercano con umiltà, penitenza e fede, un canto per rallegrarli nell'ora della morte;1Corinzi 15:55 e quando scoppia la notte oscura della morte, mette nelle loro bocche il canto senza fine di Mosè e dell'Agnello

Imparare:

1. Il vantaggio di cercare Dio

2. La bontà di Dio nel pensare all'uomo

"Canzoni nella notte"

I SONGS IN THE NIGHT SONO PARTICOLARMENTE UTILI. Il pensiero è di una notte solitaria e desolata, una notte di veglia stanca o di dolorosa sofferenza, in cui il sonno non può, o non dovrebbe, essere goduto. I viaggiatori che non osano dormire in una regione pericolosa infestata da bestie feroci, cantano canzoni mentre siedono intorno al fuoco del loro campo. I poveri malati che vivono su letti di malattia accolgono note note melodie di inni ben noti nella lunga notte di veglia. La terribile notte di dolore ha bisogno del canto di Sion. Nella giornata di sole le canzoni vengono abbastanza facilmente; ma allora potremmo farne a meno. È quando l'oscurità si adagia sul nostro cammino che abbiamo bisogno di un'influenza edificante e incoraggiante

II CANZONI NELLA NOTTE POSSONO ESSERE APPREZZATE. Eliu parla al presente. La storia cristiana narra di molte anime allietate da canti celesti nelle ore più buie. Paolo e Sila cantarono in prigione con i piedi nei ceppi.Atti 16:25 "Non fa una prigione muri di pietra, né sbarre di ferro una gabbia". I sofferenti si sono rallegrati di gioia interiore, anche quando la loro vita esteriore è stata dura e crudele. La gioia di Dio non è mai così reale come quando scoppia in mezzo alla più profonda tribolazione terrena. Questa è un'esperienza reale che si trova alla portata delle anime ottenebrate, se solo cercheranno la sua incoraggiante utilità

III I CANTI NOTTURNI NON SORGONO SPONTANEAMENTE. C'è qualcosa di paradossale nella frase "canzoni nella notte", perché naturalmente il contesto mostra che non indica il rumore di coloro che trasformano la notte in giorno con baldoria sconveniente. I canti notturni di Eliu sono di pensieri sacri e musica celeste, o almeno di pura e ristoratrice letizia, come dimostra la sua indicazione della Fonte di essi. Ora, il dolore non è il genitore della gioia. Se vogliamo godere di profonde armonie di pensiero, o librarci in alto verso il cielo delle emozioni tra le influenze deprimenti degli acuti, non dobbiamo cercare la fatica di produrre le canzoni. Dobbiamo rivolgerci altrove, e se non abbiamo provviste più elevate di quelle terrene, non avremo canti come quelli di cui parlava Eliu

IV I CANTI NOTTURNI SONO DATI DA DIO. Nelle ore tranquille dell'oscurità egli si avvicina all'anima. Quando la desolazione e la miseria sono più grandi, Dio è compassionevole. Non dipende dalle circostanze esterne. Notte e giorno sono uguali per lui. Così è possibile per lui ispirare le sue canzoni più dolci quando stiamo bevendo la coppa più amara. Non dobbiamo illuderci che non sentiremo sofferenza se Dio è con noi, anche se si sa che i martiri perdono la coscienza delle fiamme divoratrici nell'estasi della loro gioia spirituale. La canzone non dissipa l'oscurità della notte. Ma scaccia il terrore e la disperazione, e porta la pace e una gioia profonda che è più vicina al vero cuore dell'uomo delle onde di dolore che spazzano la superficie della sua vita. L'allodola che si libra verso l'alta porta del cielo si alza da un umile nido sulla terra. I più dolci cantici di Sion che salgono alle porte della gloria cominciano sulla terra in lacrime. - W.F.A

11 che ci ammaestra più delle bestie della terra e ci rende più saggi degli uccelli del cielo. Probabilmente Eliu allude al fatto che Giobbe difendeva le sue lamentele come naturali, come le grida istintive delle bestie e degli uccelli. Dio, egli dice, ha dato all'uomo una natura superiore a quella che ha concesso ai bruti; e questa natura dovrebbe insegnargli a portare le sue sofferenze a Dio con uno spirito appropriato, uno spirito di fede, pietà, umiltà e rassegnazione. Se gli uomini gridassero a lui con questo spirito, otterrebbero una risposta. Se non ottengono una risposta, deve essere che manca lo spirito giusto.

comp. - Giudici 4:3

La superiorità dell'uomo sugli animali

L'uomo è naturalmente superiore agli animali

I IN INTELLIGENZA. Non possiamo che ammirare l'intelligenza del cavallo, del cane, dell'elefante, della formica. Sembra che ci sia più dell'istinto in queste creature; Notiamo in loro i germi di una capacità di ragionamento, perché possono adattare i mezzi ai fini, adattarsi a nuove circostanze e superare difficoltà impreviste. Eppure l'intelligenza dell'uomo supera di gran lunga quella del mondo animale. Si possono notare due caratteristiche sorprendenti che gli sono peculiari

1. La supremazia dell'uomo. L'uomo è una delle creature più deboli e indifese. Non ha la pelle del rinoceronte, né le corna del toro, né le zanne del leone, né la forza di nessuna di queste creature. Eppure li domina e governa il mondo, semplicemente per mezzo di un'intelligenza superiore

2. Il progresso dell'uomo. Solo l'uomo tra gli animali progredisce nella civiltà. Le formiche costruiscono ora come i loro antenati costruirono secoli fa. L'uomo avanza soltanto. Il selvaggio può sembrare basso come il babbuino; ma è suscettibile di un'educazione di cui il suo umile cugino non potrà mai godere

II IN COSCIENZA. Sembra che ci sia una traccia di coscienza nella vergogna del cane quando ha fatto ciò che sa che gli è stato proibito. Ma anche se l'animale può conoscere la vergogna, non conosce il peccato. La purezza è un'idea del tutto estranea alla sua natura. Può essere generoso e può sacrificare la sua vita in devozione al suo padrone. Eppure non può sentire la fame e la sete della giustizia. Il profondo senso del peccato e il grande desiderio di santità sono propri dell'uomo

III NELLA RELIGIONE. Un vago sentimento religioso può sorgere nel cane quando alza sguardi adoranti al suo padrone, spesso a un padrone molto indegno, come il povero Calibano che adora l'ubriacone Stephano. Ma l'animale non può conoscere Dio. Solo l'uomo di tutte le creature di Dio conosce il suo Creatore. Tutta la natura loda Dio inconsciamente, solo l'uomo lo benedice consapevolmente. All'uomo è dato di sentire l'amore di Dio, e di amare Dio a sua volta. All'uomo è permesso di mantenere la comunione con Dio; è il figlio di Dio. La natura è opera di Dio; l'uomo suo figlio. La natura dipende dal suo Creatore; l'uomo è sostenuto dal Padre suo

IV NEL FAVORE DIVINO. Questo è implicito in tutto ciò che precede. Tutta la superiorità dell'uomo viene da Dio. L'intelligenza, la coscienza e la religione sono doti divine. Non potremmo elevarci al di sopra del mondo animale, perché nessuna creatura potrebbe trascendere la propria natura. Se la nostra natura è superiore a quella degli animali, questo fatto è interamente dovuto alla grazia di Dio. Ma possiamo andare oltre, e vedere quella grazia non solo nella nostra creazione originale e nelle doti naturali, ma anche nella nostra storia. Con la sua provvidenza Dio ha accresciuto il suo favore. Cristo è venuto non per gli animali, ma per l'uomo, e solo per l'uomo. L'Incarnazione è stata un fatto del mondo umano, e in essa l'uomo è sommamente onorato di essere unito a Dio. L'uomo è redento dalla morte del Figlio di Dio

V IN OBBLIGO. Ci si aspetta molto da colui al quale molto è stato dato. Ciò che è innocente nell'animale può essere peccaminoso nell'uomo. È una degradazione per l'uomo sprofondare nell'animalismo. La violenza brutale e il vizio bestiale sono del tutto indegni di un essere elevato molto al di sopra degli animali dalla natura e dalla grazia di Dio. Quando l'uomo scende al livello degli animali, in realtà cade molto più in basso. È un insulto ai bruti innocenti associarli alle abitudini di uomini corrotti. - W.F.A

12 Lì piangono. "Là", colpiti dalla calamità, alla fine gridano a Dio. Ma nessuno risponde. Essi "chiedono, ma non ricevono". Perché? A causa dell'orgoglio degli uomini malvagi. Perché, cioè, chiedono con orgoglio, non con umiltà; rivendicano la liberazione come un diritto, non come un favore; si avvicinano a Dio con uno spirito che lo offende e gli impedisce di esaudire le loro richieste

13 Sicuramente Dio non ascolterà la vanità. Dio non ascolterà preghiere rese "vane" dal peccato o dal difetto di coloro che le fanno, come per mancanza di fede, pietà, umiltà o rassegnazione. Né l'Onnipotente prenderà in considerazione tali richieste

14 Anche se dici che non lo vedrai; piuttosto, quanto meno quando dici di non poterlo vedere! (confronta la versione riveduta); cioè, quanto meno Dio si occuperà delle tue preghiere quando dici che non puoi vederlo o trovarlo,Giobbe 9:11 23:3,8-10 che è completamente nascosto da te, e ti tratta come un nemico! Eppure, il giudizio (o, la causa, cioè "la tua causa") è davanti a lui, o "attende la sua decisione". Perciò confida in lui. Aspettate, con pazienza e fiducia. L'ultima parola non è ancora stata pronunciata

Dalla disperazione alla fiducia

Giobbe aveva spesso espresso il profondo desiderio di incontrare Dio. Aveva desiderato ardentemente l'opportunità di chiarire il suo caso e di farlo giudicare dal suo grande giudice. Si era sentito come un prigioniero che languisce in una prigione senza processo, desiderando ardentemente un habeas corpus; e aveva disperato di essere mai messo faccia a faccia con il suo Accusatore, che, come pensava, era anche il suo Giudice. Ora Eliu gli dice che Dio si sta già occupando del suo caso, e quindi che dovrebbe avere fede

IO LA DISPERAZIONE DEL SOFFERENTE. Giobbe dispera di vedere Dio. Egli ha infatti espresso la fiduciosa certezza che contemplerà il suo Redentore con i suoi occhi; lui stesso, e non un altro.Giobbe 19:25-27 Non dobbiamo essere sorpresi dalla contraddizione. In un'oscurità come quella di Giobbe, la fede di Giobbe scorre e rifluisce. Per un attimo le nuvole si rompono e un bagliore di sole cade sul sentiero del sofferente, che alla sua vista balza in piedi trionfante; Ma presto l'oscurità si richiude, e allora la disperazione è più profonda che mai

1. Dio non è visto dall'occhio del corpo. Possiamo spazzare i cieli con il telescopio più potente, ma non scopriremo mai il loro Apocalisse seduto sul suo trono tra le stelle

2. Dio non dà una soluzione immediata alle nostre difficoltà. Gli chiediamo di decidere il nostro caso, di giustificare il diritto e di distruggere il falso. Eppure non sembra interferire; perché la confusione e l'ingiustizia rimangono. Allora l'attesa stanca ci porta a pensare che non apparirà mai. "La speranza differita fa ammalare il cuore", e nella sua malattia perde la speranza

II L'INCORAGGIAMENTO ALLA FEDE

1. Dio non ci sta trascurando. Eliu assicura a Giobbe che il suo caso è già davanti al suo giudice. Non viene né dimenticato né rimandato. Ora è in fase di sperimentazione. Eliu era del tutto giustificato nel fare questa affermazione, come sappiamo dal prologo. Giobbe fu processato davanti a Dio per tutto il tempo; e così anche i suoi amici, come mostra la conclusione del libro. Forse una lezione da insegnare da questo grande poema è che Dio osserva l'uomo e lo tratta con giustizia, anche quando non gli viene concessa alcuna indicazione di interesse o attività divina. Il verdetto non è ancora stato emesso né la sentenza pronunciata; ma il caso sta procedendo e il giudice se ne sta occupando attentamente. Questo è ciò che questo libro insegna riguardo al grande problema della vita

2. Dovremmo imparare a fidarci di Dio. Non possiamo ancora vedere il giudice cur. Dobbiamo aspettare il verdetto. Tutto è oscuro per l'occhio dei sensi. Ma se sappiamo che Dio veglia su di noi e considera la nostra condizione, dovremmo essere certi che non possiamo soffrire di negligenza. La regione speciale per la fede è l'attuale scena di oscurità, e dobbiamo aspettarci che l'oscurità continui finché la fede deve essere esercitata. Ma questo non sarà per sempre. Giobbe aveva ragione quando, in un momento di strana euforia, balzò alla rassicurazione che il suo Redentore era vivo e che lo avrebbe visto nell'ultimo giorno

15 Versetti 15, 16.-Lasciando che il suo consiglio penetri nella mente di Giobbe, Eliu si rivolge da lui agli astanti, e osserva, con una certa severità, che è perché Giobbe non è stato punito abbastanza, perché Dio non lo ha visitato per la sua petulanza e arroganza, che indulge in "parole di vanità" e continua a pronunciare parole stolte e "senza conoscenza"

Ma ora, poiché non è così, egli ha visitato nella sua ira. Questo è un rendering impossibile. L'ebraico è perfettamente chiaro, e deve essere tradotto letteralmente come segue: Ma ora, perché non ha visitato la sua ira (cioè quella di Giobbe). (Così Schultens, il canonico Cook e, con una leggera differenza, i nostri revisori.) Dio non aveva visitato Giobbe con nuove afflizioni a causa delle sue veementi denunce e delle sue parole troppo audaci e sconsiderate. Eppure egli non lo conosce in modo estremo. La Versione Autorizzata manca ancora una volta del tutto il significato. Traduci, con la versione riveduta, Né tiene molto in considerazione l'arroganza (di Giobbe)

16 Perciò Giobbe apre invano la sua bocca; o, nella vanità (Comp. versetto 13). Moltiplica le parole senza conoscenza; cioè ha il coraggio di pronunciare parole vane e insensate, perché Dio non lo ha, come avrebbe potuto fare, punito per le sue precedenti parole

Illustratore biblico:

Giobbe 35

1 CAPITOLO 35

Giobbe 35:3-8

Poiché tu hai detto: Che ti gioverà?-

Carattere dell'uomo:

Nulla è così importante per l'uomo come il suo carattere

(I.) Questo egoismo è un male nel carattere dell'uomo. "Poiché tu hai detto: Che vantaggio ti sarà? e: Che giova io, se sono purificato dal mio peccato?" Che Giobbe abbia espresso o meno questa idea egoistica, il linguaggio di Elihu implica che tale idea è un grande male. Non è affatto una cosa rara che gli uomini si dedichino alla religione per motivi puramente egoistici

1.) Ci sono alcuni che lo prendono per mero guadagno mondano

2.) Ci sono alcuni che lo prendono per un guadagno eterno. Il loro obiettivo è fuggire dall'inferno e raggiungere il paradiso. La religione per loro non è il summum bonum, ma un mezzo per un fine egoistico

(II.) Che Dio è indipendente dal carattere dell'uomo "Guardate i cieli e vedete; e guarda le nuvole che sono più alte di te. Se tu pecchi, che cosa fai contro di Lui? o se le tue trasgressioni si moltiplicano, che cosa gli fai?" Stando così le cose, ne consegue che la sovranità deve essere il principio di tutta la Sua condotta con gli uomini

1.) È la ragione di ogni legge. Perché Egli ci chiede di amarLo e di servirLo? Non per il Suo bene, ma per il nostro. Così solo io posso diventare felice

2.) È la fonte della redenzione. Perché ha mandato Suo Figlio nel mondo? Non può esserne avvantaggiato. "Dio ha tanto amato il mondo", ecc

3.) È il terreno delle ricompense. La beatitudine che Egli comunica ai buoni, non è data per motivi di merito, ma di grazia

(III.) Che la società è influenzata dal carattere dell'uomo. Il carattere di un uomo si riproduce in un altro. La rettitudine di uno deve giovare alla società. Tre cose danno ad ogni uomo una certa influenza sulla sua razza

1.) Relazione

2.) Dipendenza

3.) Affetto. Se siamo giusti, siamo fonti di vita, da cui i fiumi per irrigare, purificare e abbellire il mondo scorreranno nel corso dei secoli. (Omilestico.)

6 CAPITOLO 35

Giobbe 35:6-8

Se tu pecchi, che cosa fai contro di Lui?-

L'uomo influenza Dio?-

Eliu, con queste parole, mette in evidenza le sue opinioni su Dio sotto forma di domande, che sono di carattere epicureo. Egli considera Dio come un essere talmente superiore alle preoccupazioni e alla condotta umana da non esserne influenzato. Ora c'è chi ha simpatia per questi sentimenti. Dicono che Dio è troppo alto e troppo grande per essere influenzato dal peccato o dalla giustizia dell'uomo. La dottrina della Bibbia è che la condotta dell'uomo influenza Dio così come l'uomo

(I.) Rispondi alle due domande che Elihu, nel suo scetticismo, propone

1.) "Se pecchi, che cosa fai contro di Lui? o se le tue trasgressioni si moltiplicano, che cosa gli fai?" Un uomo che vive nel peccato e moltiplica le sue trasgressioni,

(1) Sfida Dio come suo Sovrano Governante

(2) Viola le Sue leggi

(3) Rivaleggia con Dio

(4) Si oppone alla natura di Dio

(5) Getta via la sua paura e trattiene la preghiera

(6) Rifiuta la Sua misericordia, grazia, verità e amore. Se Dio fosse un Dio epicureo, i peccati dell'uomo potrebbero non influenzarLo; ma tutte le Sue rivelazioni di Se stesso a noi vanno a dimostrare che Egli è nostro Padre, Sovrano, Salvatore; che odia il peccato; che Egli ama il peccatore. Quindi i nostri peccati Lo influenzano. La Bibbia abbonda di illustrazioni di questi particolari

2.) Se sei giusto, che cosa Gli dai? o che cosa riceve dalla tua mano? Un uomo giusto (veramente tale nel senso delle Scritture) dona all'Onnipotente:

(1) Lode per ciò che Egli è

(2) Grazie per quello che fa

(3) Obbedienza alle Sue leggi

(4) Sottomissione alla Sua volontà

(5) Egli stesso un sacrificio vivente Romani 12:1

(6) Amore per amore. "Lo amiamo perché Lui ci ha amati per primo".

(7) La sua testimonianza. Egli è il Suo testimone. Numerose illustrazioni di questi particolari possono essere facilmente raccolte anche dall'Antico e dal Nuovo Testamento. Elihu non ha dubbi sulla seconda parte di questo testo. Né lo hanno fatto quegli scettici dei nostri giorni, che simpatizzano con lui nei suoi antichi sentimenti

1.) "La tua malvagità può ferire o ferire un uomo come te". Quanto al male che la tua malvagità può fare al tuo prossimo, può dipendere molto dalla natura della malvagità e dal carattere, dai rapporti e dalle circostanze del tuo prossimo. Una forma di malvagità colpisce un uomo in un modo, e un'altra in un modo diverso. Ad esempio, mentire farà male dove imprecare potrebbe non farlo; e l'ubriachezza dove la disonestà non può. Questo pensiero si applica più particolarmente all'esempio. Ma guardate il particolare nella sua applicazione generale. La tua calunnia può ferire il carattere di un altro uomo. La tua falsa accusa può ferire i suoi sentimenti e la sua reputazione. Il tuo furto o la tua disonestà possono danneggiare la sua proprietà o le sue circostanze. La tua calunnia o denigrazione può danneggiare per sempre la sua influenza sugli altri. L'umanità è un solo corpo, una sola famiglia, una sola società; ed è impossibile per un membro agire malvagiamente senza influenzare in un modo o nell'altro, in un modo o nell'altro, gli altri

2.) "La tua giustizia giovi al figlio dell'uomo". Sulla base dello stesso principio secondo cui la malvagità danneggia i nostri simili, la giustizia è un beneficio per loro. Se il termine giustizia qui è inteso in senso lato, come fare il bene secondo l'istinto morale, è vantaggioso per l'uomo in un mondo come questo, dove la natura umana è così incline a fare il male. Se il termine è inteso come la giustizia che è mediante la fede in Gesù Cristo, come ricevuta da Lui nella giustificazione e come compiuta in Lui nelle buone opere, secondo il Suo Spirito, è ancora più vantaggiosa per l'uomo. Questo può essere dimostrato dai termini usati per designare tale: la "luce del mondo". La luce è buona e utile nelle tenebre, il "sale della terra". Il sale è buono e redditizio in molti modi. La rettitudine implica la veridicità, l'onestà, la bontà, la purezza, l'umiltà, la benevolenza, la temperanza, la bontà fraterna, la carità; e ciascuno di questi è proficuo nella sua influenza sui nostri simili. Come il grano, la frutta, i fiori, le verdure, ecc., nel mondo naturale sono utili all'uomo; lo sono anche i frutti e i fiori della rettitudine nel mondo morale. Imparare-

1.) La tua responsabilità nei confronti degli individui e della società in relazione alla tua condotta nei loro confronti

2.) La tua responsabilità verso Dio per quanto riguarda la condotta malvagia o giusta davanti a Lui

3.) La necessità di avere una nuova natura dentro di sé per vivere rettamente davanti a Dio e all'uomo. (J. Bate.)

10 CAPITOLO 35

Giobbe 35:10-11

Ma nessuno dice: "Dov'è Dio, il mio creatore?".-

Domande che dovrebbero essere poste:

Eliu si accorse che i grandi della terra opprimevano i bisognosi, e fece risalire la loro tirannia dominante al loro oblio di Dio. "Nessuno disse: Dov'è Dio mio Creatore?" Certo, se avessero pensato a Dio, non avrebbero potuto agire in modo così ingiusto. Peggio ancora, se ho capito bene Elihu, egli si lamentava che anche tra gli oppressi c'era la stessa dipartita di cuore dal Signore: essi gridavano a motivo del braccio dei potenti, ma infelicemente non gridavano a Dio loro Creatore, sebbene Egli aspetti di essere clemente verso tutti costoro e applichi la giustizia e il giudizio per tutti gli oppressi

(I.) Rifletti su queste domande trascurate

1.) Dov'è Dio? Il Papa ha detto: "Il giusto studio dell'umanità è l'uomo"; ma è molto più vero che lo studio appropriato dell'umanità è Dio. Che l'uomo studi l'uomo in secondo luogo, ma Dio per primo. Alcuni uomini hanno un posto per tutto il resto, ma non c'è posto nel loro cuore per Dio. Sono molto precisi nell'adempimento di altri doveri relativi, eppure dimenticano il loro Dio

2.) Dov'è Dio il tuo Creatore? Oh! uomo irriflessivo, Dio ti ha creato. Non pensi mai al tuo Creatore? Non hai alcun pensiero per Colui senza il quale non potresti pensare affatto?

3.) Dov'è Dio il nostro Consolatore? "Chi canta di notte?" Anche se avete avuto prove molto dure, siete sempre stati sostenuti in esse quando Dio vi è stato vicino. Sarà molto triste se noi poveri sofferenti dimenticheremo il nostro Dio, il nostro Consolatore, il nostro Datore di canzoni.

4.) Dov'è Dio il nostro Istruttore? Chi "ci ammaestra più delle bestie della terra e ci rende più saggi degli uccelli del cielo?" Dio ci ha dato l'intelletto. Non è per caso, ma per il Suo dono, che ci distinguiamo dalle bestie e dagli uccelli. Se gli animali non si rivolgono a Dio, non ci meravigliamo, ma l'uomo dimenticherà? Perché, o uomo, con le tue doti superiori, sei tu l'unico ribelle, l'unica creatura di stampo terreno che dimentica il Signore creatore e istruitore?

(II.) Ci sono domande che Dio ti porrà. Adamo udì la voce gridare: "Dove sei?" Una voce del genere giungerà a te se hai trascurato Dio. Anche se vi nascondete in cima al Carmelo, o vi tuffate con il serpente storto nelle profondità del mare, sentirete quella voce, e sarete costretti a rispondere. Di lì a poco sentirete una seconda domanda: "Perché hai vissuto e sei morto senza di Me?" Domande come queste ti verranno addosso: "Che cosa ho fatto perché tu Mi disprezzassi? Non vi ho forse fatto innumerevoli misericordie? Perché non hai mai pensato a Me?" Non avrai risposta a queste domande. Poi verrà un'altra domanda: "Come scamperemo se trascuriamo una salvezza così grande?"

(III.) Dare le risposte alle gravi domande del testo. Dov'è Dio? Lui è ovunque. Dov'è Dio il tuo Creatore? È a portata di mano di te. Tu non puoi vederlo, ma Lui vede te. Dov'è il tuo Consolatore? È pronto con "canzoni nella notte". Dov'è il tuo istruttore? Egli attende di rendervi saggi per la salvezza. "Dove posso allora incontrarlo?", dice uno. Non puoi incontrarlo, non devi tentarlo, se non attraverso il Mediatore. Se vieni a Gesù, sei venuto a Dio. Credi in Gesù Cristo e il tuo Dio è con te. (C. H. Spurgeon.)

Trascurare Dio nei momenti di bisogno:

(I.) Che le stagioni dell'afflizione inducano gli uomini a cercare Dio

1.) Tutti gli uomini sono esposti ai problemi

(1) Visite temporali del dispiacere divino. Quando Dio visita una nazione con la guerra, la fainina o la pestilenza, allora è un tempo di oscurità. Quando le famiglie o gli individui sono soggetti alla povertà, alla delusione nei loro progetti, speranze, ecc. Beati coloro che hanno allora il Dio della luce per loro rifugio

(2) Le afflizioni corporali e mentali possono essere paragonate alla notte

(3) La stagione della tentazione è una stagione oscura 1Pietro 1:6

(4) Le declinazioni e le traviamenti conducono alle tenebre Apocalisse 2:4, 5

(5) La morte è paragonata alla notte Giovanni 9:4

2.) È dovere di tutti indagare su Dio. "Dov'è Dio, il mio Creatore?"

(1) La convinzione che Egli è la fonte di tutto ciò che è buono ed eccellente, e che senza un interesse per Lui l'anima sarà rovinata per sempre

(2) Indagine del Suo carattere alla luce della rivelazione

(3) Una profonda convinzione del nostro stato di alienazione da Lui, che induce al pentimento, alla tristezza secondo Dio, ecc

(4) La conoscenza di Cristo come Mediatore, la via verso il Padre, l'accoglienza cordiale dei Suoi termini di riconciliazione e l'esercizio della fede nel sacrificio del Redentore

(5) Pregare frequentemente a Lui, specialmente nei periodi di oscurità, credendo che in Lui solo si trova il nostro aiuto

(II.) Che Dio può e vuole offrire sollievo nelle stagioni più buie. "Che canta canzoni nella notte". Egli può dare liberazione, concedere sostegno e consolazione e santificare tutte le prove del Suo popolo, il che lo farà emettere canti di gioia e di lode

1.) È evidente dalla Sua potenza. "Chi ha un braccio simile a Dio?" &c. Salmi 66:3; 46:1, ecc.; Deuteronomio 33:27. Il Salmista potrebbe benissimo cantare della Sua potenza Salmi 21:13

2.) È evidente dal Suo amore. Egli ama come un padre, e li difenderà, e li salverà

3.) È evidente dalle Sue promesse

4.) È evidente da ciò che ha fatto. "Richiamo alla memoria dei giorni passati".

(1) Ha dato canti nella notte dell'allarme spirituale Atti 16:34

(2) Egli ha dato canti nel tempo della privazione e della miseria (Ab. 3:17-19; 1Corinzi 5:11 ; eppure gli apostoli hanno pronunciato canti di trionfo 2Corinzi 1:3, 4

(3) Ha dato canti nelle afflizioni corporali 2Corinzi 12:7-10

(4) Ha cantato canti nel tempo della persecuzione Romani 8:36, 37, ecc.; 2Timoteo 1:12; Matteo 5:10

(5) Ha dato canti nell'ora della tentazione 1Corinzi 10:13; Giacomo 1:12; 1Pietro 1:6

(6) Ha dato canti nella notte della morte Salmi 23:4; Atti 21:13; 1Corinzi 15:55

(III.) Perché così pochi stanno indagando su Dio

1.) Perché l'uomo odia naturalmente Dio Romani 8:7

2.) Dalla mancanza di percezione spirituale 1Corinzi 2:14

3.) Perché sono inebriati dai vani piaceri della terra

4.) Anche l'orgoglio glielo impedisce Salmi 10:4

5.) Perché sono prigionieri di Satana. Essi sono i suoi servi, a lui obbediscono Efesini 2:2. Applicazione-

1.) La felicità di coloro che indagano su Dio

2.) La miseria presente e futura dei malvagi

3.) Cerca il Signore mentre può essere trovato. (Aiuta per il pulpito.)

Indagine su Dio:

È il colmo dell'ingratitudine dimenticare Dio nel giorno della prosperità. Considerando, tuttavia, la profonda corruzione della natura decaduta dell'uomo, c'è poco in tale ingratitudine, per quanto colpevole, per suscitare la nostra sorpresa. Il grande argomento di meraviglia è che, mentre Dio si è rivelato come il rifugio degli oppressi, un amico nel giorno della calamità, un Salvatore dalla colpa, dal peccato e dall'inferno, un consolatore nelle tenebre e un liberatore nell'angoscia, Egli dovrebbe essere trascurato in circostanze e tempi in cui nessun altro essere e nessun altro oggetto può rallegrare il cuore, o interporre qualsiasi sollievo efficace. Non c'è carenza di lamentela nell'ora dell'afflizione, da qualunque fonte provenga. L'accusa del testo è quella di una criminalità profonda. Implica un'affettazione di indipendenza da Dio; argomenta l'ingratitudine; dimostra tutta la temerarietà della ribellione; è l'espressione del disprezzo. Perché è dovere, e dovrebbe essere considerato il piacere dell'anima razionale, interrogare Dio, salire l'ascesa verso una conoscenza intima e una stretta comunione con Lui, che è il Padre dei nostri spiriti e il Dio della gloria. Ma perché è necessario indagare su Dio? Da dove viene questo linguaggio che comporta difficoltà, un linguaggio che suppone l'assenza di Dio nostro Creatore? Non c'è alcuna distanza locale da separare tra l'anima di qualsiasi essere vivente e Lui, il primo. L'unica assenza di Dio dagli uomini è quella del riserbo, della manifestazione contenuta: è la fredda distanza dell'offesa creata dalla colpa umana; poiché lo abbiamo costretto a stare in disparte; Lo abbiamo insultato nella manifestazione della Sua gloria. Perciò è necessario cercare Dio e dire: "Dov'è Dio, il mio creatore?" Sollecitare non la Sua presenza, perché necessariamente riempie il cielo e la terra, ma la Sua presenza favorevole, l'unione spirituale delle nostre anime con Lui. Dobbiamo cercarlo così com'è "in Cristo, riconciliando a sé il mondo". Quali sono i motivi che dovrebbero spingere tutti a chiedersi: "Dov'è Dio, il mio Creatore?" e a cercarlo mentre si rivela in Cristo Gesù?

1.) La Sua gloria, affinché possiamo rendergli l'adorazione dovuta al Suo nome e alla Sua maestà

2.) Affinché possiamo esprimere la nostra gratitudine

3.) Affinché possiamo ottenere la certezza del Suo favore

4.) Affinché possiamo imparare la Sua volontà

5.) Affinché possiamo assicurarci il Suo aiuto

Ma l'accusa è aggravata. Se Dio fosse un essere indipendentemente dal culto, dalle miserie e dai disagi delle Sue creature, anche se tale negligenza non potrebbe allora essere giustificata, tuttavia sembrerebbe essere in una certa misura attenuata. Ma quando Dio è una forza per i poveri, quando è nel corso ordinario del Suo governo guarire i cuori spezzati, la negligenza è grandemente aggravata. La notte è un simbolo generale di ciò che è malinconico e doloroso; come il giorno, illuminato dallo splendore del sole, è l'immagine della gioia e dell'euforia. Qualunque sia l'oscurità che contempliamo, troveremo che per quel "tempo notturno" Dio ha provveduto consolazioni, ha dato canti per rallegrare il cuore del credente. La vita stessa è un tempo di oscurità. È una scena di peccato, di prova e di tentazione. Ci sono stagioni di notte cupa per gli individui, così come per il mondo. Le stagioni della tentazione, dell'afflizione e della morte sono tempi di oscurità, in cui Cristo sorge come luce. Allora lascia che la ragione la faccia dominare, e tu interrogherai di Dio, tuo Creatore. Diventerete credenti penitenti e umili in Cristo. Diventerete nuove creature. (T. Kennion, M.A.)

Uomini che non chiedono Dio:

"Nessuno dice: Dov'è Dio, mio creatore, che canta canti nella notte?" Essi non si rivolgono a Dio così rivelato per consolarsi nelle loro prove. Ci sono alcuni che non chiedono affatto Dio, speculativi o pratici, atei che, nel timore cosciente della santità, della giustizia e della verità divine, si prefiggono risolutamente di non credere nell'esistenza divina e, stranamente, scelgono di essere creature del caso e schiavi di un destino inesorabile, piuttosto che creature di un Dio personale, i figli di un Padre Celeste. Così, invece di chiedere di Dio, vanno a brancolare tra le vecchie rovine geologiche alla ricerca di un sostituto dell'Eterno, gridando in ogni scheletro e spettro: "Dov'è questa cosa mostruosa, 'forza' o 'legge', che si nasconde nella notte?" E in questo riferimento c'è un'ironia involontaria ma pungente nella precedente confessione di Giobbe: "Ho detto alla corruzione: Tu sei mio padre, e al verme: Tu sei mia madre e mia sorella". E lasciamo l'intera scuola all'estasi di una tale fratellanza e sorellanza, a tutta la consolazione, nelle prove future, della promessa a coloro che "onorano un tale padre e una tale madre", di riempire tutte le caverne della morte dell'incredulità con la sibilante ispirata da una tale genesi. Ma sia nostro benedetto privilegio onorare una stirpe più nobile, custodire speranze più sante e ricordi più elevati, e andare avanti in mezzo alle tenebre presenti gridando: "Dov'è Dio, il mio Creatore, che dà canti nella notte?" (C. Wadsworth, D.D.)

Canto nella notte del dolore:

Il compianto Sir Arthur Sullivan aveva ammirato a lungo le parole de "L'accordo perduto" e aveva deciso di metterle in musica. Riferendo le circostanze della composizione del più noto assolo sacro dell'epoca, Sir Arthur disse: "Una notte mi trovavo nella stanza accanto a quella in cui mio fratello giaceva morente. Ero rimasto a guardare al suo capezzale, ed ero completamente stanco e affaticato. Mi capitò di sedermi nella stanza e lì le nobili parole erano davanti a me. Non mi sono alzato dalla sedia finché non ho composto la musica". Le deliziose melodie furono composte nell'ora del dolore. La notte buia ha dato vita al dolce canto! Forse non sappiamo cosa stiamo producendo quando percorriamo la strada accidentata: siamo consapevoli solo dei dolori, e non dei prodotti. Ma possiamo essere certi che il nostro Padre conosce il ministero di ogni circostanza attraverso la quale ci fa passare. (J. H. Jowett, M.A.)

La negligenza degli uomini nei confronti di Dio:

(I.) Che cosa si intende per interrogare Dio nostro Creatore?

1.) Quando indaghiamo sull'importante domanda: Esiste una Divinità? quali nozioni dobbiamo farci della Sua natura, delle Sue perfezioni e della Sua provvidenza?

2.) Quando ci rivolgiamo a Lui nell'esercizio del dovere religioso, in particolare della preghiera Giobbe 8:5; Isaia 55:6

3.) Quando siamo solleciti a scoprire la Sua volontà riguardo al nostro dovere e privilegio, come esseri morali e ragionevoli Romani 12:2; 1Tessalonicesi 4:3

4.) Quando aneliamo ardentemente alla Sua approvazione, e non ci concediamo riposo finché non la otteniamo, attraverso il pentimento per il peccato, e la fede nell'espiazione del Figlio di Dio Romani 3:25, 26

5.) Quando abbiamo sete di quel paese migliore, dove Dio è goduto, e dove le nostre ricerche su di Lui incontreranno ampio successo. Lì avremo le idee più giuste e più luminose di Lui, la più gloriosa somiglianza della Sua natura santa e benevola 1Giovanni 3:2

(II.) Perché così pochi stanno facendo questa indagine?

1.) Perché l'umanità è così impegnata nelle cose visibili: queste colpiscono i sensi più delle cose di natura spirituale e invisibile; e sembrano essere le uniche cose che attirano la loro attenzione

2.) Dissipazione. Non hanno gusto se non per il gioco e il divertimento, una scena di svago dopo l'altra; le ore che dovrebbero essere trascorse in rapporto con il cielo, sono prostituite alla follia, alla vanità e all'ozio

3.) Fanno di questo mondo un Dio, ponendo su di esso i loro affetti supremo Giacomo 4:4 ; il suo oro e il suo argento, l'onore, la fama, il potere, il dominio, l'applauso popolare

4.) Sono sensuali, fanno un Dio del piacere, della sensualità, delle gratificazioni lascive. Come può un'anima, così incatenata alla terra, elevarsi per interrogare Dio suo Creatore? non più di quanto un uccello possa salire senza ali

5.) Alcuni vivono in modo così criminale, che Dio è l'oggetto del loro terrore: vorrebbero che Dio non ci fosse; sono lieti di sentire la religione contraria; sarebbero felici di sentire confutare le sue verità, se potessero; Avrebbero cancellato la dottrina della provvidenza e l'immortalità dell'anima

(III.) Considera l'amabile racconto di Dio qui dato. "Egli canta canti nella notte"; o questione di canzoni, ecc

1.) Esibendo quei globi luminosi che riempiono la distesa del cielo Salmi 8:3, 4

2.) La notte può essere presa in senso figurato. Il giorno è messo per la prosperità, il successo, la gioia e il comfort. Notte per avversità, calamità, dolore e vessazione. Dio rallegra il cuore di chi è in lutto, conforta il Suo popolo nella notte dell'avversità, concede sostegno, sollievo inaspettato Salmi 66:19

3.) Egli dà canti nella notte della morte, di lode e di ringraziamento, di vittoria 1Corinzi 15:55; 4:7. Miglioramento-

1.) Rallegriamoci in Colui che alza le mani cadenti e canta canti di lode nelle avversità

2.) Adoriamo la sapienza della Provvidenza, nelle cui dispensazioni il giorno e la notte, il bene e il male, si mescolano così stagionalmente, godiamo del bene con gratitudine, soffriamo il male con rassegnazione

3.) Fortifichiamoci in ogni calamità guardando avanti. (T. Hannam.)

Le intenzioni apparenti della saggezza divina:

Indagare su Dio, nostro Creatore, con l'obiettivo di comprendere, per quanto ne siamo capaci, i Suoi disegni, e di conformarci alla Sua volontà, è la nostra saggezza più alta. Ma che cosa siamo in grado di sapere di Lui? Siamo forse in grado di non ottenere alcuna conoscenza di Lui? Ciò significherebbe negare la nostra ragione e degradarci al livello delle creature brute. Dio ci ha distinti con una natura razionale al di sopra di loro. È quindi nostro privilegio e dovere chiedere: Dove e che cosa è Dio nostro Creatore? La sua infinita e imperscrutabile perfezione non deve scoraggiare le nostre umili e sincere ricerche; ma è una considerazione appropriata solo per smorzare quell'orgoglio, la presunzione e l'autosufficienza che ostacolerebbero le nostre ricerche e impedirebbero il nostro raggiungimento della vera conoscenza. Tutte le sue opere scoprono qualcosa di Lui; e siamo completamente ignoranti di noi stessi e del mondo che ci circonda, se non sappiamo nulla di Dio. L'apprensione di una Divinità deriva immediatamente dalla coscienza stessa della nostra esistenza. Ogni creatura intorno a noi indica un Creatore. L'acquisizione della conoscenza era un'intenzione dell'Onnipotente Creatore. Tutta l'istruzione viene da Dio, la fonte originale della sapienza e della conoscenza. L'intenzione divina colpirà le nostre menti, se prestiamo attenzione al processo graduale attraverso il quale gli uomini arrivano a quella parte di conoscenza di cui sono singolarmente in possesso. All'inizio della vita l'anima umana sussiste con poche idee, secondo la sua minuta capacità. Ma si moltiplicano rapidamente; La curiosità curiosa si adatta e si gratifica con un continuo arricchimento di nuovi oggetti. Quando il patrimonio di idee è sufficientemente aumentato, la facoltà di confrontare e giudicare comincia ad operare. Qui inizia la ragione, e d'ora in poi è continuamente impiegata a disporre l'arredamento intellettuale della mente, sistemando ogni cosa nel posto e nell'ordine dovuti. Non c'è forse un disegno di saggezza creativa in questo mirabile ed evidente processo della natura? Dio non ha forse inteso rivelarci le sue opere e, di conseguenza, condurci allo studio e alla contemplazione di se stesso? La prima branca del sapere è quella che rispetta noi stessi e l'uomo che ci circonda, le relazioni, le dipendenze, le connessioni, gli interessi, le inclinazioni, i costumi e le leggi della società umana. Questo mi qualifica a vivere nella società e a comportarmi come sudditi della legge e del governo, e in modo appropriato agli obblighi interni e nazionali. Il secondo ramo della conoscenza è quello di un Essere Supremo, come il creatore e il disponente di tutte le cose, il Governatore onnisciente di tutto il mondo, il giusto Giudice dell'umanità e l'Autore originale di ogni bene. Questa conoscenza è costantemente insegnata dall'eloquenza immobile della natura universale. Questi due tipi di conoscenza, così importanti e così benefiche, sono comuni all'umanità in generale. Riflessioni-

1.) Spetta a noi riconoscere con tutta gratitudine la liberalità e la gentilezza del nostro Creatore, nel formarci e progettarci per l'acquisizione di tale conoscenza eccellente e preziosa, e nel portarci al possesso di essa

2.) Osserviamo e perseguiamo l'intenzione divina, attraverso un diligente miglioramento dei nostri vantaggi

3.) La conoscenza di Dio e delle intenzioni visibili della Sua sapienza e bontà nel quadro del nostro mondo, nelle facoltà della nostra mente e nell'ordine della società, è la migliore preparazione per comprendere e abbracciare il Vangelo del nostro Salvatore. Dobbiamo credere in Dio, prima di poter avere fede in Cristo; dobbiamo prima ascoltare e conoscere il Padre Onnipotente, prima di venire a Cristo debitamente qualificati per le Sue istruzioni. Se miglioriamo saggiamente i vantaggi presenti, c'è una gloriosa costituzione eterna, che Dio ha stabilito in Cristo Gesù, nostro Signore, per farci risuscitare dai morti per godere l'immortalità. (E. Bown.)

Che canta canzoni nella notte.

Canzoni nella notte:

(I.) Quale stagione della nostra vita è descritta sotto l'immagine della notte? La notte è il tempo delle tenebre e della cupezza; quando non possiamo vedere nulla e non possiamo fare nulla, come possiamo fare nella luce luminosa e allegra del giorno. Come tale rappresenta appropriatamente un tempo di ignoranza, incredulità e peccato. Rappresenta anche un tempo di avversità e di afflizione, sia di natura pubblica che privata. Il periodo della sofferenza è, per la persona non convertita, un periodo di tristezza e di pesantezza. Quanto è triste la camera della malattia per gli occhi e per il cuore di un sofferente non santificato!

(II.) Qual è lo spirito, il temperamento e la condizione del vero cristiano in questi periodi bui di sofferenza? Cantare rivela uno stato d'animo facile, contento e felice. Raramente, se non mai, sentiamo cantare una persona che è molto infelice. Ma questo eccellente dono e facoltà può essere e spesso viene abusato. Ci sono diversi tipi di canzoni, e diversi personaggi che le cantano. Non dovremmo intendere la parola "canzoni" nel nostro testo, ma solo nel suo significato letterale. Rappresenta anche quello spirito dolce, composto e rassegnato che il cristiano sofferente sperimenta interiormente quando tutte le cose esteriori sono oscure intorno a lui. "Songs in the night" descrive quello stato d'animo e di anima pacifico e composto di cui gode il cristiano sofferente nella sua notte più buia di sofferenza o di dolore

(III.) Chi ci darà questo spirito, questo temperamento e questa condizione cristiana? sì, il Signore, il nostro Creatore, il nostro Preservatore, il Salvatore e il Consolatore. Una mente e uno spirito celesti possono procedere solo dal cielo. "Se uno è in Cristo, è una nuova creatura"; e come tale riceve una nuova natura, e un nuovo spirito, e canta una nuova canzone. Vede tutto con occhi diversi; riceve tutto con uno spirito diverso; sopporta tutto con un temperamento diverso; Non guarda più a se stesso, o alla sua condizione in questo mondo, come una volta. Non è più il suo riposo; è una scuola in cui egli deve imparare lezioni di sapienza celeste; una guerra, in cui egli deve combattere il buon combattimento della fede. (Robert Grant, B.C.L.)

Canzoni nella notte:

Eliu suggerisce una possibile ragione per cui il grido degli afflitti non viene più spesso respinto. La ragione suggerita è che si tratta di un grido senza Dio. "Certo, Dio non udrà vanità". Ma se il sofferente si rivolgesse a Dio con uno spirito umile, penitente e credente, le tenebre potrebbero essere dissipate più facilmente. Dio, il nostro Creatore, dà canti nella notte, canti in un momento insolito, melodie quando meno te lo aspetti. Ecco allora che abbiamo un contrasto forzato ed efficace. Una verità sempre utile è questa, che quando il grido di profonda inquietudine e di grande inquietudine si muta in preghiera, quando assume la forma di una fede intelligente e paziente, perde nell'atto la sua lamentela e diventa trionfante. Non è più il lamento della disperazione, è l'alleluia del ringraziamento

1.) Young ha queste righe:

"La terra, allontanandosi dal sole, porta la notte all'uomo;

L'uomo, allontanandosi dal suo Dio, porta la notte senza fine".

E non abbiamo un'immagine più adatta della notte per l'occasione dei nostri guai più gravi. Che cappa porterà il peccato sulle nostre anime! Stiamo tutti imparando dall'esperienza. I nostri umori non sono spesso di carattere cupo? Non possiamo sempre controllare gli stati d'animo della nostra anima. Non è facile cantare il canto della fede quando la voce si rifiuta di cantare il canto dell'amore lieto e felice. Ma lascia che la vera anima attenda Dio, e i canti verranno. Piangi per primo, e canterai subito

2.) Allo stesso modo, anche la fede può perdere la sua sicurezza. Potrebbe volere alcuni dei collegamenti che danno perfezione e continuità a una fiducia personale. Le sfumature dell'incredulità, o di una fede che ha perso le sue luci più chiare, a volte prendono il posto di una fiducia ben dimostrata. Se mai dovesse venire il momento di perdere la tua fiducia iniziale, non lasciare che il tuo grido perda nulla della sua devozione; non perdere la tua presa su Dio; ancora aggrappati a Lui. Egli è ancora con te in tutti questi seri interrogatori; ed Egli vi darà canti anche in quella notte oscura, se griderete a Lui

3.) "A mezzanotte Paolo e Sila pregarono e cantarono lodi a Dio". Era un posto strano per la voce di ringraziamento, per la melodia della lode. Quella notte sembrava un'immagine calzante delle loro circostanze, abbastanza oscura in tutta verità. Non molto, a quanto pare umano, che potesse ispirare canzoni; tutto per generare paura e allarme. Forse stai pensando non più delle circostanze di qualcuno che conosci, forse le tue. Poco esteriormente per rallegrare la tua vita, molto per deprimerla. Eppure anche tu puoi avere canzoni di fiducia e di amorevole fiducia; canti di speranza, e trionfare in quella speranza. Non dobbiamo passare il tempo della nostra prova a lamentarci inutilmente. Assediiamo il cielo con i nostri toni supplichevoli

4.) Ma penso che sarebbe più facile morire per Cristo che vivere la vita ordinaria di migliaia di cristiani moderni, che devono bere l'acqua dell'afflizione, e mangiare il pane dell'avversità, eppure essere simili a Cristo. Sì, vivere così, e mantenere ancora la propria presa su Dio, e di conseguenza elevare un inno di lieta gratitudine o di paziente speranza, non è ancora più difficile? Lo penso spesso

5.) Che cos'è la vita aggregata della Chiesa, con tutti i suoi frutti benedetti di amore, gioia e pace, se non un "canto nella notte"? Se dunque Dio ha dato a qualcuno di noi "canti nella notte"; canzoni di amore felice, canzoni di quieta speranza, canzoni di profonda fiducia, canzoni di vera gratitudine, nessuna notte durerà per sempre. (G. J. Proctor.)

Canzoni nella notte:

C'è abbastanza nel nostro Dio per dare ad ogni santo un canto anche durante la sua notte più buia di dolore

1.) La nostra sufficienza in Dio non è in alcun modo influenzata dalle nostre circostanze esteriori. Non vi siete mai rallegrati dei propositi del vostro Dio? Un altro pozzo di conforto si trova nell'amore di Dio. Il pensiero che Dio ci abbia perdonati è una fonte di gioia. Non vi siete spesso rallegrati nell'attesa del cielo? Qual è la tua notte? Forse è una prospettiva cambiata; o di salute cambiata; o è una notte di lutto; o, forse, di depressione spirituale

2.) Alcuni dei canti che Dio dà ai Suoi santi. Il canto della fede; speranza; tranquillità; simpatia per Gesù; un'anticipazione celeste. (Archibald G. Brown.)

Canzoni nella notte:

Il mondo ha la sua notte. Sembra necessario che ne abbia uno. La notte è una delle più grandi benedizioni di cui l'uomo gode. Eppure la notte è per molti una stagione cupa. Eppure anche la notte ha i suoi canti. Anche l'uomo, come il grande mondo in cui vive, deve avere la sua notte. E molte notti ne abbiamo, notti di dolore, di persecuzione, di dubbio, di smarrimento, di ansia, di oppressione, di ignoranza, notti di ogni genere, che premono sul nostro spirito e terrorizzano le nostre anime

(I.) Chi è l'autore di queste "canzoni nella notte"? Dio nostro Creatore. Qualsiasi sciocco può cantare durante il giorno. È abbastanza facile per un'arpa eolica sussurrare musica quando soffia il vento; La difficoltà è che la musica arrivi quando non soffia il vento. Che cosa significa il testo, quando afferma che Dio dà canti nella notte? Due risposte

1.) Di solito nella notte dell'esperienza di un cristiano Dio è il suo unico canto. Possiamo sacrificare a noi stessi alla luce del giorno, ci sacrifichiamo a Dio solo di notte

2.) È l'unico che ispira le canzoni nella notte. È meraviglioso come una dolce parola di Dio trasformi interi canti per i cristiani

(II.) Qual è generalmente l'argomento contenuto in una canzone nella notte? Di cosa cantiamo? Del ieri che è finito; oppure della notte stessa; oppure del domani che deve venire

(III.) Quali sono le eccellenze delle canzoni nella notte rispetto a tutte le altre canzoni? Una canzone nella notte dei guai sarà sicuramente calorosa. Le canzoni che cantiamo di notte dureranno nel tempo. Saranno quelli che mostreranno una vera fede in Dio. Queste canzoni dimostrano che abbiamo vero coraggio e vero amore per Cristo

(IV.) Mostrate l'uso di tali canzoni. È utile cantare nella notte delle nostre tribolazioni, perché così possiamo rallegrarci: perché Dio ama sentire cantare il suo popolo. Perché rallegrerà i tuoi compagni. Perché è uno dei migliori argomenti a favore della tua religione. (C. H. Spurgeon.)

Canzoni nella notte:

Per quanto riguarda i rapporti di Dio con la nostra razza, c'è una disposizione quasi universale a guardare dal lato oscuro, e non da quello luminoso; come se non ci fosse motivo di meraviglia se non che un Dio di amore infinito permettesse tanta miseria in qualsiasi parte della Sua creazione intelligente. Non possiamo negare che, se ci limitiamo a considerare la terra così com'è, la mostra è una di quelle la cui oscurità è difficilmente possibile sovraccaricare. Ma quando si cerca di dedurre dalla condizione del mondo il carattere del suo Governatore, si è costretti a considerare non ciò che il mondo è, ma ciò che sarebbe, se tutto ciò che quel Governatore ha fatto per suo conto fosse permesso di produrre il suo effetto legittimo. Quando vi mettete a calcolare l'ammontare di quella che può essere chiamata miseria inevitabile - quella miseria che dovrebbe ugualmente rimanere, se il cristianesimo possedesse un'influenza illimitata - non trovereste motivo di meravigliarvi, che Dio abbia lasciato la terra gravata da un così grande peso di dolore, ma solo di lode, che ha provveduto così ampiamente alla felicità dei caduti. La maggior parte della miseria che esiste sorge nonostante le benevole disposizioni di Dio, e sarebbe evitata se gli uomini non fossero inclini a scegliere il male e a rifiutare il bene. Ci deve essere dolore sulla terra, finché c'è la morte; ma, se questo fosse tutto, la speranza certa della risurrezione e dell'immortalità asciugherebbe ogni lacrima, o almeno farebbe sì che il trionfo si mescoli così tanto con il lamento, che chi è in lutto si perderebbe quasi nel credente. Per fini saggi, una certa parte della sofferenza è stata resa inevitabile. Quando arriviamo a spiegare le ragioni per cui si trova un così vasto accumulo di miseria in ogni distretto del globo, non possiamo assegnare la volontà e la nomina di Dio; attribuiamo il tutto all'oblio di Dio da parte dell'uomo; sul suo disprezzo o negligenza dei rimedi e delle attenuazioni divinamente provviste; Sì, offriamo come spiegazione le parole del nostro testo: "Nessuno dice: Dov'è Dio, il mio Creatore, che dà canti nella notte?" Eliu lo rappresenta come una cosa molto strana e criminale, che, sebbene il nostro Creatore pronunci canti nella notte, non sia interrogato da coloro su cui preme la calamità

1.) Che aggravamento è la colpa degli uomini che dimenticano il loro Creatore, che Egli è un Dio che dà "canti nella notte". È un bellissimo esempio dell'adattamento della rivelazione alle nostre circostanze, che la cosa principale che essa si sforza di esporre è l'amore del nostro Creatore. La teologia naturale, qualunque sia il suo successo nel delineare gli attributi di Dio, non avrebbe mai potuto dimostrare che il peccato non ci avesse esclusi da ogni partecipazione al Suo favore. La rivelazione, che sola può giovarci, deve essere una rivelazione di misericordia, una rivelazione che porta Dio davanti a noi come non reso inconciliabile dalle nostre molteplici offese. Questo è il carattere della rivelazione con la quale siamo stati favoriti. Ma se Dio si è rivelato in tal modo nel modo più adatto alle circostanze della sofferenza, il carattere della rivelazione non aggrava forse enormemente la peccaminosità di coloro dai quali Dio non è cercato?

2.) Con quanta verità e adeguatezza questa toccante descrizione può essere applicata al nostro Creatore. Prendete i casi di morte in una famiglia, o i momenti di dolore che un ministro incontra. E quanto è accurata la descrizione, se riferita in generale ai rapporti spirituali di Dio con la nostra razza. Chi non crederebbe in Cristo? quando tali sono i privilegi della rettitudine, i privilegi della vita, i privilegi della morte, la meraviglia è che tutti non siano ansiosi di concludere con le offerte del Vangelo e di fare propri questi privilegi. (Henry Melvill, B.D.)

14 CAPITOLO 35

Giobbe 35:14

Perciò confida in Lui.

Il consiglio di Elihu agli scoraggiati:

Non c'è parola che gli adoratori di Dio abbiano bisogno di sussurrare ai loro cuori più frequentemente di questa: "Confida in Lui". Siamo in un mondo, e sotto un sistema di eventi, meravigliosamente adattati a mettere alla prova la nostra fede

(I.) Se senza fede è impossibile piacere a Dio, potremmo dedurre che la fede è eminentemente gradita. Nella Scrittura non c'è un elenco di coloro che si sono distinti per zelo, umiltà o speranza; ma l'undicesimo degli Ebrei decora i nomi di uomini e donne che per mezzo della fede hanno fatto cose meravigliose. La fede è il coronamento del carattere cristiano

(II.) Uno dei principali disegni dell'Antico Testamento è quello di insegnarci la fede. Una meravigliosa illustrazione in relazione al testo. Dio intendeva insegnare all'umanità con questo libro, che il grande compito dell'uomo in questo mondo è quello di confidare in Dio. "In tutto questo Giobbe non peccò, né accusò Dio stoltamente".

(III.) Il consiglio di Elihu nel testo è utile per un cuore che affonda. Il significato è: "Anche se dici che non lo vedrai mai apparire per te, tuttavia Egli eserciterà il giudizio quando lo farà; perciò confida in Lui". Ci sono momenti in cui un'oscura provvidenza si è posata come una nuvola sulle nostre prospettive. È accaduto qualcosa che è la cosa peggiore che ci sembra Dio avrebbe potuto scegliere con cui affliggerci. Non c'è spiegazione, nessuna attenuante, nessuna prospettiva allegra. Gli amici si sbagliano se ci dicono di non piangere. La natura trova conforto nelle grida, nei gemiti, nelle lacrime. Non serve a nulla discutere, diciamo, Dio una volta era mio amico, ora mi ha posto come Suo marchio. A tali anime afflitte la Parola di Dio dice: "Anche se dici che non Lo vedrai, tuttavia il giudizio è davanti a Lui". Pensi che non vedrai mai il Suo disegno di compiere il bene in te e per mezzo di te in questa afflizione. Ti sembra senza piano, confuso, sconsiderato. Ma il giudizio è per Lui, ogni volta che un Suo figlio soffre; la freccia che ci trafigge ferisce il suo cuore prima di raggiungere il nostro

(IV.) Il nostro dovere nelle ore buie è qui reso chiaro. "Perciò confida in lui". Questo si fa rivolgendosi a Dio con la parola a Dio. Alzarsi e mettersi in ginocchio implica una seria determinazione a cercare Dio, e l'atto di inquadrare il nostro discorso dimostra che siamo seri. Avendo affidato la nostra preghiera a Dio, dichiarando la nostra fiducia in Lui, dobbiamo mostrare la nostra sincerità con una calma d'animo che, ricordiamolo, non è in contrasto con l'importunità. Non dovremmo mai abbandonarci al dolore nelle ore più buie. Dio si compiace di coloro che, contro ogni speranza, credono nella speranza, partecipando con Dio insistendo sul fatto che Egli è in grado di fare molto più di tutto ciò che chiediamo o pensiamo. Se solo lo sapessimo, Dio sta corteggiando coloro che sta affliggendo. "Egli flagella ogni figlio che riceve". Siate dunque coraggiosi, anime scoraggiate. Sottomettetevi alla Sua verga. Infine, tutto ciò che è stato detto sulla fiducia in Dio nei momenti di sconforto è eminentemente vero per la fede nel Salvatore. (N. Adams, D.D.)

Un Dio che si nasconde:

1.) Queste parole suppongono che ci siano stagioni e situazioni in cui le vie del cielo sembrano sconcertanti e inspiegabili. Questo è abbondantemente evidente a qualsiasi dipartimento del governo divino volgiamo lo sguardo. Se guardiamo al mondo naturale, non troveremo sempre il Dio della natura. Se esaminiamo il dipartimento sociale, anche qui, troveremo le Sue vie misteriose. Ci sono momenti in cui la protezione della Sua provvidenza sembrerebbe essere ritirata dalla società. I suoi interessi appaiono soggetti ai capricci della fortuna e alle passioni degli uomini. Se rivolgiamo la nostra attenzione al reparto normale, anche qui, troveremo eventi che ci stupiranno e ci confonderanno. L'afflizione mantiene un dominio potente e oppressivo tra i figli degli uomini. Non di rado i giusti toccano ai giusti portare i fardelli più pesanti e affrontare le prove più dure della vita. Nella gestione dei loro appezzamenti, le vie della Divinità sono imperscrutabili. Quando confrontiamo i terrori della natura con la Sua benevolenza che governa i suoi movimenti; quando confrontiamo i trionfi dell'iniquità nel mondo, con la Sua potenza e santità da cui è governato; quando combiniamo le afflizioni dei virtuosi e le prove della Chiesa con il Suo amore a cui sono devoti: bisogna confessare che ci sono stagioni in cui colui la cui fede è più fermamente fissa, può essere pronto ad esclamare con il profeta stupito: "In verità, Tu sei un Dio che si nasconde, o Dio d'Israele, il Salvatore!" Di questo, però, possiamo essere certi. Il Suo governo deve essere puro, giusto e benevolo come la Sua natura; e di conseguenza, giusto in ogni sua misura; cercando incessantemente la manifestazione della giustizia, il miglioramento e la felicità della creatura. "Il Signore è giusto in tutte le sue vie e santo in tutte le sue opere". Dobbiamo mantenere, in ogni situazione in cui la Sua provvidenza ci pone, una fiducia incrollabile nella Sua bontà e l'obbedienza alla Sua volontà. Nulla più frequentemente angoscia i sentimenti e turba i princìpi degli uomini dell'imperscrutabilità delle azioni di Dio. Ma le misure del Suo governo sono sbagliate, perché non coincidono con le nostre opinioni parziali? I metodi della Sua provvidenza devono essere condannati, perché non possono essere compresi dalle nostre limitate comprensioni? Il fatto che le Sue vie siano misteriose dovrebbe riempirci di umiltà. Dovrebbe ispirarci riverenza e santo timore; ma non dovrebbe suscitare la nostra sorpresa. La ragione e la Scrittura ci assicurano che il Suo governo è infinitamente e uniformemente giusto. Nel dono di Suo Figlio per la nostra salvezza, Egli ci ha offerto la più grande promessa che siamo capaci di ricevere, che il Suo scopo, il Suo desiderio, la Sua costante cura è la preservazione e la felicità della Sua progenie. Negli uomini sicuri della perfezione di un governatore, e dei principi secondo i quali agisce, è assurdo essere insoddisfatti di misure che possono vedere solo in parte. Le dispense più afflittive e inspiegabili possono spesso essere le molle delle operazioni più importanti e felici. Impariamo, da ciò che è stato detto, a conservare in ogni situazione un'incrollabile fiducia nell'amore dell'Onnipotente e una salda obbedienza alla Sua volontà. (Vescovo Dehon.)

Riferimenti incrociati:

Giobbe 35

 

2 Mat 12:36,37; Lu 19:22
Giob 9:17; 10:7; 16:17; 19:6,7; 27:2-6; 34:5; 40:8

3 Giob 9:21,22; 10:15; 21:15; 31:2; 34:9; Sal 73:13; Mal 3:14

4 Giob 34:8; Prov 13:20

5 Giob 22:12; 25:5,6; 36:26-33; 37:1-5,22,23; 1Re 8:27; Sal 8:3,4; Is 40:22,23; 55:9
Giob 36:29; 37:16; Na 1:3

6 Prov 8:36; 9:12; Ger 7:19

7 Giob 22:2,3; 1Cron 29:14; Sal 16:2; Prov 9:12; Rom 11:35

8 Gios 7:1-5; 22:20; Ec 9:18; Gion 1:12
Giob 42:8; Ge 12:2; 18:24-33; 19:29; Sal 106:23,30; Ez 22:30; At 27:24; Eb 11:7

9 Giob 24:12; 34:28; Eso 2:23; 3:7,9; Ne 5:1-5; Sal 12:5; 43:2; 55:2,3; 56:1,2; Lu 18:3-7
Giob 40:9; Sal 10:15

10 Giob 36:13; 1Cron 10:13,14; 2Cron 28:22,23; Is 8:21
Ec 12:1; Is 51:13; 1P 4:19
Giob 32:22; 36:3; Is 54:5
Sal 42:8; 77:6; 119:62; 149:5; At 16:25

11 Giob 32:8; Ge 1:26; 2:7; Sal 94:12

12 Sal 18:41; Prov 1:28; Giov 9:31
Sal 73:6-8; 123:3,4; Is 14:14-17

13 Giob 22:22-27; 27:8,9; Prov 15:8,29; 28:9; Ec 5:1-3; Is 1:15; Ger 11:11; Os 7:14; 8:2,3; Mat 6:7; 20:21,22; Giac 4:3
Giob 30:20; Sal 102:17; Am 5:22

14 Giob 9:11; 23:3,8-10
Giob 9:19; 19:7; Sal 77:5-10; 97:2; Is 30:18; 54:17; Mic 7:7-9
Sal 27:12-14; 37:5,6; 62:5,8; Is 50:10; Rom 8:33,34

15 Giob 9:14; 13:15; Nu 20:12; Lu 1:20
Sal 89:32; Ap 3:19
Giob 4:5; 30:15-31; Sal 88:11-16; Os 11:8,9; Eb 12:11,12

16 Giob 3:1; 33:2,8-12; 34:35-37; 38:2

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