Nuova Riveduta:Giobbe 391 «Sai quando figliano le capre selvatiche? Hai osservato quando le cerve partoriscono? | C.E.I.:Giobbe 391 Sai tu quando figliano le camozze | Nuova Diodati:Giobbe 391 Conosci tu il tempo in cui partoriscono le capre delle rocce o hai forse osservato il parto delle cerve? 2 Sai tu contare i mesi in cui portano a termine la loro gravidanza, o conosci tu il tempo in cui devono partorire? 3 Si accovacciano e danno alla luce i loro piccoli, mettendo così fine alle loro doglie. 4 I loro piccoli si fanno forti, crescono all'aperto, se ne vanno e non ritornano più da esse. 5 Chi lascia andar libero l'onàgro, chi ha sciolto i legami all'asino selvatico, 6 al quale ho assegnato come dimora il deserto e la terra salata per abitazione? 7 Egli disprezza il frastuono della città e non ode grida di alcun padrone. 8 Le ampie distese di montagna sono il suo pascolo, e va in cerca di tutto ciò che è verde. 9 Il bufalo è forse disposto a servirti o a passare la notte presso la tua mangiatoia? 10 Puoi forse legare il bufalo con la corda per arare nel solco, o erpicherà le valli dietro a te? 11 Ti fiderai di lui, perché la sua forza è grande, o lascerai a lui il tuo lavoro? 12 Conterai su di lui per portare a casa il tuo grano e per ammassarlo sull'aia? 13 Le ali dello struzzo sbattono festosamente, ma non sono certo le ali e le piume della cicogna. 14 Esso infatti abbandona le proprie uova per terra e le lascia riscaldare nella polvere, 15 dimenticando che un piede può schiacciarle o una bestia dei campi calpestarle. 16 Tratta duramente i suoi piccoli, come se non fossero suoi; ma la sua fatica senza alcun interesse è vana, 17 perché Dio l'ha privato di sapienza e non gli ha impartito intelligenza. 18 Ma quando si alza in piedi per scappare, si beffa del cavallo e del suo cavaliere. 19 Sei tu che hai dato al cavallo la forza e che hai rivestito il suo collo con una fremente criniera? 20 Sei tu che lo fai saltare come una locusta? Il fiero suo nitrito incute spavento. 21 Scalpita nella valle rallegrandosi nella sua forza; e si slancia in mezzo alla mischia di armi. 22 Sprezza la paura e non teme, né indietreggia davanti alla spada. 23 Su di lui risuona la faretra, la folgorante lancia e il giavellotto. 24 Con ardore e impeto divora le distanze e non sta più fermo quando suona la tromba. 25 Al primo squillo di tromba dice: "Aha!", e fiuta da lontano la battaglia, la voce tonante dei capitani e il grido di guerra. 26 È forse per la tua intelligenza che si alza in volo lo sparviero e spiega le sue ali verso il sud? 27 È al tuo comando che l'aquila si leva in alto e fa il suo nido nei luoghi elevati? 28 Abita sulle rocce e rimane su rupi scoscese. 29 Da lassù spia la preda e i suoi occhi scrutano lontano. 30 I suoi piccoli succhiano sangue e dove sono gli uccisi, là essa si trova». | Riveduta 2020:Giobbe 391 Sai tu quando figliano le capre selvatiche? Hai tu osservato quando le cerve partoriscono? 2 Conti tu i mesi della loro gravidanza e conosci il momento in cui devono partorire? 3 Si curvano, fanno i loro piccoli, e sono subito liberate delle loro doglie; 4 i loro piccoli si fanno forti, crescono all'aperto, se ne vanno e non tornano più alle madri. 5 Chi manda libero l'onagro, e chi scioglie i legami all'asino selvatico, 6 al quale ho dato per dimora il deserto e la terra salata per abitazione? 7 Egli si beffa del frastuono della città e non ode grida di padrone. 8 Percorre le montagne della sua pastura e va in cerca di ogni filo di verde. 9 Il bufalo vorrà forse servirti o passare la notte presso la tua mangiatoia? 10 Legherai tu il bufalo con una corda perché faccia il solco? erpicherà le valli dietro a te? 11 Ti fiderai di lui perché la sua forza è grande? Lascerai a lui il tuo lavoro? 12 Conterai su di lui perché ti porti a casa la raccolta e ti ammassi il grano sull'aia? 13 Lo struzzo batte allegramente le ali; ma le sue penne e le sue piume sono forse come quelle della cicogna? 14 No, poiché esso abbandona sulla terra le proprie uova e le lascia scaldare sopra la sabbia. 15 Egli dimentica che un piede le potrà schiacciare, che le bestie dei campi le potranno calpestare. 16 Tratta duramente i suoi piccini, quasi non fossero suoi; la sua fatica sarà vana, ma ciò non lo turba, 17 perché Iddio lo ha privato di saggezza, e non gli ha impartito intelligenza. 18 Ma quando si alza e prende lo slancio, si beffa del cavallo e di chi lo cavalca. 19 Sei tu che dai al cavallo il coraggio? che gli vesti il collo di una fremente criniera? 20 Sei tu che lo fai saltare come la locusta? Il suo fiero nitrito incute spavento. 21 Scava la terra nella valle ed esulta della sua forza; si lancia incontro alle armi. 22 Disprezza la paura, non trema, non indietreggia davanti alla spada. 23 Gli risuona addosso la faretra, la lancia folgorante e la freccia. 24 Con furia fremente divora la terra. Non sta più fermo quando suona la tromba. 25 Appena ode lo squillo, dice: 'Aha!', fiuta da lontano la battaglia, la voce tonante dei capi e il grido di guerra. 26 È la tua intelligenza che fa spiccare il volo allo sparviero e spiegare le ali verso il sud? 27 È forse al tuo comando che l'aquila si eleva in alto e fa il suo nido nei luoghi elevati? 28 Abita nelle rocce e vi pernotta; sta sulla punta delle rupi, sulle vette scoscese; 29 di là spia la preda e i suoi occhi scrutano lontano. 30 I suoi piccoli si abbeverano di sangue, e dove sono dei corpi morti, là essa si trova”. | Riveduta:Giobbe 391 Sai tu quando le capre selvagge delle rocce figliano? Hai tu osservato quando le cerve partoriscono? 2 Conti tu i mesi della lor pregnanza e sai tu il momento in cui debbono sgravarsi? 3 S'accosciano, fanno i lor piccini, e son tosto liberate delle loro doglie; 4 i lor piccini si fanno forti, crescono all'aperto, se ne vanno, e non tornan più alle madri. 5 Chi manda libero l'onàgro, e chi scioglie i legami all'asino selvatico, 6 al quale ho dato per dimora il deserto, e la terra salata per abitazione? 7 Egli si beffa del frastuono della città, e non ode grida di padrone. 8 Batte le montagne della sua pastura, e va in traccia d'ogni filo di verde. 9 Il bufalo vorrà egli servirti o passar la notte presso alla tua mangiatoia? 10 Legherai tu il bufalo con una corda perché faccia il solco? erpicherà egli le valli dietro a te? 11 Ti fiderai di lui perché la sua forza è grande? Lascerai a lui il tuo lavoro? 12 Conterai su lui perché ti porti a casa la raccolta e ti ammonti il grano sull'aia? 13 Lo struzzo batte allegramente l'ali; ma le penne e le piume di lui son esse pietose? 14 No, poich'egli abbandona sulla terra le proprie uova e le lascia scaldar sopra la sabbia. 15 Egli dimentica che un piede le potrà schiacciare, e che le bestie dei campi le potran calpestare. 16 Tratta duramente i suoi piccini, quasi non fosser suoi; la sua fatica sarà vana, ma ciò non lo turba, 17 ché Iddio l'ha privato di sapienza, e non gli ha impartito intelligenza. 18 Ma quando si leva e piglia lo slancio, si beffa del cavallo e di chi lo cavalca. 19 Sei tu che dài al cavallo il coraggio? che gli vesti il collo d'una fremente criniera? 20 Sei tu che lo fai saltar come la locusta? Il fiero suo nitrito incute spavento. 21 Raspa la terra nella valle ed esulta della sua forza; si slancia incontro alle armi. 22 Della paura si ride, non trema, non indietreggia davanti alla spada. 23 Gli risuona addosso il turcasso, la folgorante lancia e il dardo. 24 Con fremente furia divora la terra. Non sta più fermo quando suona la tromba. 25 Com'ode lo squillo, dice: Aha! e fiuta da lontano la battaglia, la voce tonante dei capi, e il grido di guerra. 26 È l'intelligenza tua che allo sparviere fa spiccare il volo e spiegar l'ali verso mezzogiorno? 27 È forse al tuo comando che l'aquila si leva in alto e fa il suo nido nei luoghi elevati? 28 Abita nelle rocce e vi pernotta; sta sulla punta delle rupi, sulle vette scoscese; 29 di là spia la preda, e i suoi occhi miran lontano. I suoi piccini s'abbeveran di sangue, e dove son de' corpi morti, ivi ella si trova». | Ricciotti:Giobbe 391 Sai forse tu il tempo in cui figliano le stambecche fra le rupi, ovvero hai tu osservato le cerve quando partoriscono? 2 Conti tu i mesi di loro gravidanza, e conosci tu il tempo del loro parto? 3 S'accosciano esse sul feto per partorire, ed emettono gemiti: 4 si separano da esse i loro nati e vanno alla pastura, s'allontanano nè ad esse ritornano. 5 Chi ha mandato libero l'onagro, e i suoi legami chi li ha sciolti? 6 Ad esso io diedi il deserto quale casa e qual sua dimora la terra di salsuggine. 7 Disprezza egli il tumulto della città, e urla di mandriano non ascolta; 8 visita torno torno i monti del suo pascolo, e ogni verde zolla egli ricerca. 9 Vorrà forse servirti il rinoceronte, ovvero starsene alla tua mangiatoia? 10 Legherai tu forse il rinoceronte col tuo giogo all'aratro, ovvero erpicherà esso le zolle delle valli dietro a te? 11 Faresti forse assegnamento sulla grande sua forza, e affideresti a lui i tuoi proventi [agricoli]? 12 Spereresti forse ch'esso [trebbiando] ti renda la tua sementa, radunandola sulla tua aia? 13 La penna dello struzzo è forse simile alle penne della cicogna e dello sparviere? 14 Quando esso abbandona le sue uova in terra, le scaldi forse tu nella polvere? 15 Esso si scorda che un piede le può calpestare, e le fiere del campo le schiacciano. 16 È crudele verso i suoi figli, come non fossero suoi, sperde le sue fatiche senza che vi sia alcuna minaccia. 17 Dio infatti l'ha privato di sapienza, nè gli ha impartito intelligenza; 18 tuttavia, quando è tempo, stende in alto le ali, si burla del cavallo e del suo cavaliere. 19 Dai forse al cavallo vigoria, o nel suo collo immetti tu il nitrito? 20 Lo fai forse saltare come una cavalletta, nella magnificenza del suo sbuffare terribile? 21 L'unghia sua scava la terra, ed esulta, con violenza scagliasi incontro agli armati; 22 disprezza esso il timore, non la cede di fronte alla spada. 23 Addosso a lui tintinna la faretra, vibrano la lancia e lo scudo. 24 Spumante e fremente divora la terra, nè si tien fermo allo squillar di tromba. 25 Udendo la tromba esclama: - Ih! Ih! - fiuta da lungi la battaglia le grida dei condottieri e il clamor dell'esercito. 26 Forse per tua bravura si veste di piume lo sparviere, ed espande l'ali sue verso il mezzogiorno? 27 Forse per tuo comando si leva in alto l'aquila, e in luoghi eccelsi pone il suo nido? 28 Sulle rupi essa abita, e dimora su scoscese rocce e inaccessibili gioghi: 29 di là essa scruta la preda, da lungi i suoi occhi esplorano. 30 I suoi piccoli lambiscono sangue, e ovunque sia un cadavere, subito essa ritrovasi.» 31 E soggiungendo il Signore, disse a Giobbe: 32 «Chi vuol contendere con Dio, s'acquieta forse così facilmente? eppur chi fa riprensioni a Dio, gli deve rispondere.» 33 Rispose allora Giobbe al Signore e disse: 34 «Ho parlato con leggerezza; che cosa potrei io rispondere? la mia mano sulla mia bocca io pongo. 35 Ho parlato una prima volta, e vorrei non aver parlato: e poi una seconda, ma non replicherò più.» | Tintori:Giobbe 39Continuano le interrogazioni di Dio Il cavallo e l'aquila Giobbe si umilia e confessa la sua ignoranza | Martini:Giobbe 39Dio fa vedere a Giobbe le sue maraviglie anche nelle capre salvatiche, nell'asino selvaggio, nel rinoceronte, nello struzzolo, nel cavallo, e nell'aquila, riprendendolo dell'aver voluto disputare con lui: per le quali cose commosso Giobbe confessa di avere temerariamente parlato. | Diodati:Giobbe 391 Andrai tu a cacciar preda per il leone? E satollerai tu la brama de' leoncelli? 2 Quando si appiattano ne' lor ricetti, E giaccion nelle lor caverne, stando in guato. 3 Chi apparecchia al corvo il suo pasto, Quando i suoi figli gridano a Dio, E vagano per mancamento di cibo? |
Commentario completo di Matthew Henry:
Giobbe 39
1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 39
Dio procede qui a mostrare a Giobbe quale poca ragione avesse per accusarlo di scortesia se era così compassionevole verso le creature inferiori e si prendeva così tenera cura di loro, o per vantarsi di se stesso e delle sue buone azioni davanti a Dio, che non erano nulla per la misericordia divina. Gli mostra anche quale grande ragione avesse per essere umile colui che conosceva così poco la natura delle creature che lo circondavano e aveva così poca influenza su di esse, e per sottomettersi a quel Dio da cui tutti dipendono. Parla in particolare,
I. Riguardo alle capre selvatiche e alle cerve, Giobbe 39:1-4.
II. Riguardo all'asino selvatico, Giobbe 39:5-8.
III. Riguardo all'unicorno, Giobbe 39:9-12.
IV. Riguardo al cavallo, Giobbe 39:19-25.
V. Riguardo al falco e all'aquila, Giobbe 39:26-30.
Ver. 1. fino alla Ver. 12.
Dio qui mostra a Giobbe quanto poco conoscesse le creature indomite che corrono selvagge nei deserti e vivono in libertà, ma sono sotto la cura della divina Provvidenza. Come
I. Le capre selvatiche e le cerve. Ciò che si prende in considerazione riguardo a loro è la generazione e l'educazione dei loro piccoli. Perché, come ogni individuo è nutrito, così ogni specie di animali è preservata, dalla cura della divina Provvidenza, e, per quanto ne sappiamo, nessuna è estinta fino ad oggi. Osserva qui,
1. Per quanto riguarda la produzione dei loro piccoli,
(1.) L'uomo è completamente ignorante del tempo in cui essi partoriscono, Giobbe 39:1-2. Pretenderemo noi di dire che cosa c'è nel grembo della Provvidenza, o che cosa produrrà un giorno, se non sappiamo il tempo della gravidanza di una cerva o di una capra selvatica?
(2.) Sebbene partoriscano i loro piccoli con grande difficoltà e dolore, e non abbiano assistenza dall'uomo, tuttavia, per la buona provvidenza di Dio, i loro piccoli sono prodotti sani e salvi, e i loro dolori gettati via e dimenticati, Giobbe 39:3. Alcuni pensano che sia insinuato (Salmi 29:9) che Dio con il tuono aiuta le cerve a partorire. Si osservi, per il conforto delle donne in travaglio, che Dio aiuta anche le cerve a partorire i loro piccoli; E non li soccorrerà molto di più e salverà loro nella procreazione, chi sono i suoi figli in alleanza con lui?
2. Riguardo alla crescita dei loro piccoli, (Giobbe 39:4): Sono di buon simpatia; Sebbene siano generati nel dolore, dopo che le loro madri li hanno allattati per un po', si spostano da soli nei campi di grano, e non sono più di peso per loro, il che è un esempio per i bambini, quando sono cresciuti, a non essere sempre appesi ai loro genitori e a desiderare ardentemente da loro, ma a darsi da fare per guadagnarsi da vivere e per ripagare i loro genitori.
II. L' asino selvatico, una creatura di cui leggiamo spesso nelle Scritture, alcuni dicono indomabile. Si dice che l'uomo sia nato come il puledro dell'asino selvatico, così difficile da governare. Due cose la Provvidenza ha assegnato all'asino selvatico:
1. Una libertà illimitata (Giobbe 39:5): Chi se non Dio ha mandato libero l'asino selvatico? Egli ha dato una disposizione ad esso, e quindi una dispensa per esso. L'asino addomesticato è costretto a lavorare; L'asino selvaggio non ha legami su di lui. Nota: la libertà dal servizio e la libertà di spaziare a piacimento non sono che i privilegi di un asino selvatico. È un peccato che qualcuno dei figli degli uomini debba desiderare una tale libertà, o apprezzarsi su di essa. È meglio lavorare ed essere buoni per qualcosa piuttosto che divagare ed essere buoni a nulla. Ma se, tra gli uomini, la Provvidenza libera alcuni e li lascia vivere agiati, mentre altri sono condannati alla schiavitù, non dobbiamo meravigliarci della cosa: è così tra le creature brute.
2. Un alloggio non recintato (Giobbe 39:6): Della cui casa ho fatto il deserto, dove ha abbastanza spazio per attraversare le sue strade, e fiutare il vento a suo piacimento, come si dice che faccia l'asino selvatico (Geremia 2:24), come se dovesse vivere nell'aria, perché è la terra sterile che è la sua dimora. Osservate: L'asino addomesticato, che lavora ed è utile all'uomo, ha la culla del suo padrone dove andare sia per riparo che per cibo, e vive in una terra fertile: ma l'asino selvatico, che vuole avere la sua libertà, deve averla in una terra sterile. Chi non vuole affaticare, non mangi. Chi vuole mangerà il lavoro delle sue mani e dovrà dare a chi ne ha bisogno. Giacobbe, il pastore, ha una buona minestra rossa da vendere, quando Esaù, un sportivo, è pronto a morire di fame. Un'ulteriore descrizione della libertà e del sostentamento dell'asino selvatico che abbiamo, Giobbe 39:7-8.
(1.) Non ha padrone e non sarà sottomesso, disprezza la moltitudine della città. Se tentano di prenderlo, e per farlo lo circondano con una moltitudine, egli si libererà presto di loro, e il grido del conducente non è nulla per lui. Ride di coloro che vivono nel tumulto e nella frenesia delle città (così il vescovo Patrizio), credendosi più felice nel deserto; e l'opinione è il ritmo delle cose.
(2.) Non avendo un padrone, non ha un nutrimento, né è fatta alcuna provvista per lui, ma deve spostarsi da solo: la catena delle montagne è il suo pascolo, ed è un pascolo spoglio; lì cerca qua e là una cosa verde, come può trovarla e raccoglierla; mentre gli asini da lavoro hanno cose verdi in abbondanza, senza che li cerchino. Dall'indomabilità di questa e di altre creature possiamo dedurre quanto siamo indegni di dare la legge alla Provvidenza, che non può dare la legge nemmeno a un puledro d'asino selvatico.
III. L'unicorno... rhem, una creatura forte (Numeri 23:22), una creatura maestosa e orgogliosa, Salmi 112:10. È in grado di servire, ma non lo vuole; e Dio qui sfida Giobbe a costringerlo a farlo. Giobbe si aspettava che ogni cosa fosse proprio come voleva lui.
"Poiché pretendi" (dice Dio) "di portare ogni cosa sotto il tuo dominio, comincia con l'unicorno e metti alla prova la tua abilità su di lui. Ora che i tuoi buoi e i tuoi asini se ne sono andati, prova se sarà disposto a servirti al loro posto (Giobbe 39:9) e se si accontenterà della provvista che facevi per loro: Resterà egli presso la tua greppia? No";
1. "Non puoi domarlo, né legarlo con la sua lega, né metterlo a tirare l'erpice", == Giobbe 39:10. Ci sono creature che sono disposte a servire l'uomo, che sembrano provare piacere nel servirlo e avere amore per i loro padroni; ma ci sono quelli che non saranno mai portati a servirlo, che è l'effetto del peccato. L'uomo si è ribellato alla sua sottomissione al suo Creatore, ed è quindi giustamente punito con la rivolta delle creature inferiori dalla loro sottomissione a lui; eppure, come esempio della buona volontà di Dio verso l'uomo, ce ne sono alcuni che gli sono ancora utili. Sebbene il toro selvaggio (che alcuni pensano si riferisca qui con l'unicorno) non lo servirà, né si sottometterà alla sua mano nei solchi, tuttavia ci sono buoi addomesticati che lo faranno, e altri animali che non sono ferae naturae, di natura selvaggia, nei quali l'uomo può avere una proprietà, per i quali provvede e al cui servizio ha diritto. Signore, che cos'è l'uomo, perché tu ti ricordi così di lui?
2. "Non osi fidarti di lui; Sebbene la sua forza sia grande, tuttavia non lascerai a lui il tuo lavoro, come fai con i tuoi asini o buoi, che un bambino può condurre o guidare, lasciando a loro tutte le pene. Non farai mai affidamento sul toro selvatico, tanto meno che venga alla tua mietitura, tanto meno che lo attraversi, per portare a casa il tuo seme e raccoglierlo nel tuo granaio.
Giobbe 39:11-12. E, poiché non vuole servire per il grano, non è così ben nutrito come il bue addomesticato, la cui bocca non doveva essere imbavagliata nel pigiare il grano; ma perciò non tirerà l'aratro, perché colui che lo ha fatto non l'ha mai progettato per esso. La disposizione al lavoro è tanto dono di Dio quanto capacità di farlo; ed è una grande misericordia se, dove Dio dà forza per il servizio, dà un cuore; è ciò per cui dovremmo pregare, e ragionare su noi stessi, che i bruti non possono fare; perché, come tra le bestie, così tra gli uomini, possono giustamente essere considerati selvaggi e abbandonati ai deserti coloro che non hanno intenzione né di prendersi la pena né di fare il bene.
13 Ver. 13. fino alla Ver. 18.
Lo struzzo è un animale meraviglioso, un uccello molto grande, ma non vola mai. Alcuni lo hanno chiamato cammello alato. Dio qui ne dà conto, e osserva:
I. Qualcosa che ha in comune con il pavone, cioè le belle piume (Giobbe 39:13): Dai ali orgogliose ai pavoni? Così alcuni lo hanno letto. Le piume fini rendono gli uccelli orgogliosi. Il pavone è un emblema di orgoglio; quando si pavoneggia e mostra le sue belle piume, Salomone in tutta la sua gloria non è vestito come lui. Anche lo struzzo ha belle piume, eppure è un uccello sciocco; Perché la saggezza non sempre va di pari passo con la bellezza e l'allegria. Altri uccelli non invidiano al pavone o allo struzzo i loro colori sgargianti, né si lamentano per la loro mancanza; Perché allora dovremmo lamentarci se vediamo gli altri indossare abiti migliori di quelli che possiamo permetterci di indossare? Dio dà i suoi doni in vari modi, e quei doni non sono sempre i più preziosi che fanno lo spettacolo più bello. Chi non preferirebbe avere la voce dell'usignolo piuttosto che la coda del pavone, l'occhio dell'aquila e la sua ala svettante, e l'affetto naturale della cicogna, piuttosto che le belle ali e le piume dello struzzo, che non possono mai sollevarsi dalla terra ed è privo di affezione naturale?
II. Qualcosa che è peculiare di se stesso,
1. Incuria dei suoi piccoli. È un bene che questo sia peculiare di lei, perché è un pessimo carattere. Osservare
(1.) Come espone le sue uova; non si ritira in un luogo appartato e non vi fa un nido, come fanno i passeri e le rondini (Salmi 84:3), e lì depone le uova e cova i suoi piccoli. La maggior parte degli uccelli, così come gli altri animali, sono stranamente guidati dall'istinto naturale nel provvedere alla conservazione dei loro piccoli. Ma lo struzzo è un mostro per natura, perché lascia cadere le uova dappertutto sul terreno e non si preoccupa di farle schiudere. Se la sabbia e il sole li faranno schiudere, bene; possono farlo per lei, perché non li riscalderà, Giobbe 39:14. No, non si preoccupa di preservarli: il piede del viaggiatore può schiacciarli, e la bestia feroce spezzarli, == Giobbe 39:15. Ma come dunque vengono generati i giovani, e da dove viene che la specie non è perita? Dobbiamo supporre o che Dio, per una provvidenza speciale, con il calore del sole e della sabbia (così alcuni pensano), faccia schiudere le uova trascurate dello struzzo, come nutre i piccoli trascurati del corvo, o che, sebbene lo struzzo lasci spesso le sue uova così, non sempre.
(2.) Il motivo per cui espone così le sue uova. Lo è
[1.] Per mancanza di affetto naturale (Giobbe 39:16): è indurita contro i suoi piccoli. Essere induriti contro qualcuno è sgradevole, anche in una creatura bruta, molto più in una creatura razionale che si vanta di umanità, specialmente di essere indurita contro i giovani, che non possono fare a meno di se stessi e quindi meritano compassione, che non danno provocazioni e quindi non meritano alcun duro uso: ma è peggio di tutto per lei essere indurita contro i suoi piccoli, come se non fossero suoi, mentre in realtà sono parti di se stessa. La sua fatica nel deporre le uova è vana e tutta perduta, perché non ha per loro quella paura e quella tenerezza che dovrebbe avere. Coloro che hanno meno paura di perderlo sono quelli che hanno meno paura di perderlo.
[2.] Per mancanza di sapienza (Giobbe 39,17): Dio l'ha privata della sapienza. Ciò lascia intendere che l'arte che gli altri animali hanno di nutrire e conservare i loro piccoli è un dono di Dio, e che, dove non esiste, Dio la nega, affinché con la follia dello struzzo, così come con la saggezza della formica, possiamo imparare ad essere saggi; perché, in primo luogo, come lo struzzo è incurante delle sue uova, così molte persone sono negligenti della loro stessa anima, non provvedono ad esse, non c'è un nido adeguato in cui possano essere al sicuro, lasciateli esposti a Satana e alle sue tentazioni, il che è una prova certa che sono privi di saggezza. In secondo luogo, così sono negligenti molti genitori dei loro figli, alcuni dei loro corpi, che non provvedono alla propria casa, alle proprie viscere, e quindi peggiori degli infedeli, e cattivi come lo struzzo, ma molti di più sono così incuranti dell'anima dei loro figli, non curano la loro educazione, li mandano al mondo senza essere istruiti, disarmati, dimenticando quanta corruzione c'è nel mondo a causa della lussuria, che certamente li schiaccerà. Così il loro lavoro per allevarli viene ad essere vano; sarebbe stato meglio per il loro paese che non fossero mai nati. In terzo luogo, sono così negligenti i troppi ministri del loro popolo, con i quali dovrebbero risiedere, ma li lasciano sulla terra, e dimenticano quanto Satana sia occupato a seminare zizzania mentre gli uomini dormono. Trascurano coloro che dovrebbero sorvegliare e sono veramente induriti contro di loro.
2. Cura di se stessa. Lascia le sue uova in pericolo, ma, se lei stessa è in pericolo, nessuna creatura si sforzerà di togliersi di mezzo più dello struzzo, Giobbe 39:18. Allora alza le ali in alto (la cui forza la rende più potente della loro bellezza) e, con l'aiuto di esse, corre così veloce che un cavaliere a tutta velocità non può raggiungerla: disprezza il cavallo e il suo cavaliere. Coloro che sono meno sotto la legge dell'affetto naturale spesso si battono maggiormente per la legge dell'autoconservazione. Non sia il cavaliere orgoglioso della rapidità del suo cavallo, quando un animale come lo struzzo lo supererà.
19 Ver. 19. fino alla Ver. 25.
Dio, avendo manifestato la sua potenza in quelle creature che sono forti e disprezzano l'uomo, qui la mostra in una creatura appena inferiore a tutte loro in forza, eppure molto mansueta e utile all'uomo, e cioè il cavallo, specialmente il cavallo che è preparato per il giorno della battaglia ed è utile all'uomo in un momento in cui ha un'occasione più che ordinaria per il suo servizio. Sembra che ci fosse, nel paese di Giobbe, una nobile e generosa razza di cavalli. Giobbe, probabilmente, ne aveva molti, anche se non sono menzionati tra i suoi possedimenti, essendo lì il bestiame per l'allevamento valutato più di quello per lo stato e la guerra, ai quali erano allora riservati solo i cavalli, e non erano allora destinati a servizi così meschini come da noi sono comunemente destinati. Riguardo al grande cavallo, quella bestia maestosa, si osserva qui:
1. Che ha molta forza e spirito (Giobbe 39:19): Hai tu dato forza al cavallo? Usa la sua forza per l'uomo, ma non l'ha da lui: Dio l'ha data a lui, che è la fonte di tutte le potenze della natura, eppure lui stesso non si compiace della forza del cavallo == (Salmi 147:10), ma ci ha detto che un cavallo è una cosa vana per la sicurezza, == Salmi 33:17. Per correre, tirare e trasportare, nessuna creatura che è ordinariamente al servizio dell'uomo ha tanta forza quanto il cavallo, né è di uno spirito così forte e audace, da non avere paura come una cavalletta, ma audace e avanti per affrontare il pericolo. È una misericordia per l'uomo avere un tale servo che, sebbene molto forte, si sottomette alla gestione di un bambino e non si ribella contro il suo padrone. Ma non si affidi alla forza di un cavallo, Osea 14:3 ; Salmi 20:7; Isaia 31:1,3.
2. Che il suo collo e le sue narici abbiano un bell'aspetto. Il suo collo è vestito di tuono, con una criniera larga e fluente, che lo rende formidabile ed è un ornamento per lui. La gloria delle sue narici, quando sbuffa, solleva la testa e getta schiuma qua e là, è terribile, == Giobbe 39:20. Forse a quel tempo, e in quel paese, poteva esserci una razza di cavalli più maestosa di tutte quelle che abbiamo ora.
3. Che è molto feroce e furioso in battaglia, e carica con un coraggio imperterrito, anche se spinge avanti in imminente pericolo della sua vita.
(1.) Guarda quanto è scherzoso (Giobbe 39:21): Zampetta nella valle, sapendo a malapena su quale terreno si trova. Egli è orgoglioso della sua forza, e ha molte più ragioni per usare la sua forza al servizio dell'uomo, e sotto la sua direzione, che l'asino selvatico che la usa in disprezzo dell'uomo, e in una rivolta contro di lui Giobbe 39:8.
(2.) Guarda quanto è in levanda l'ora di impegnarsi: va incontro agli uomini armati, animato, non dalla bontà della causa, o dalla prospettiva dell'onore, ma solo dal suono della tromba, dal tuono dei capitani e dalle grida dei soldati, che sono come il mantice del fuoco del suo coraggio innato, e farlo balzare avanti con la massima impazienza, come se gridasse: Ah! ah! == Giobbe 39:25. Quanto meravigliosamente sono adatte e inclini le creature brute ai servizi per i quali sono state progettate.
(3.) Guarda quanto è impavido, come disprezza la morte e i pericoli più minacciosi, (Giobbe 39:22): si fa beffe della paura e ne fa uno scherzo; colpiscilo con una spada, scuote la faretra, brandisce la lancia, per respingerlo, non si tirerà, ma si spingerà avanti, e infonde persino coraggio nel suo cavaliere.
(4.) Guarda quanto è furioso. Si curva e si impenna, e corre con tanta violenza e calore contro il nemico che si potrebbe pensare che abbia persino inghiottito il terreno con ferocia e rabbia, == Giobbe 39:24. L'alto coraggio è l'elogio di un cavallo piuttosto che di un uomo, che la ferocia e la rabbia mal si adattino. Questa descrizione del cavallo da guerra aiuterà a spiegare quel carattere che viene dato ai peccatori presuntuosi, Geremia 8:6 == Ognuno si volge per la sua corsa, come il cavallo si precipita in battaglia. Quando il cuore di un uomo è pienamente intenzionato a fare il male, ed egli è spinto in modo malvagio dalla violenza di appetiti e passioni disordinati, non c'è modo di farlo temere l'ira di Dio e le conseguenze fatali del peccato. Che la sua propria coscienza ponga davanti a sé la maledizione della legge, la morte che è il salario del peccato, e tutti i terrori dell'Onnipotente in assetto di battaglia; Si fa beffe di questa paura, e non si spaventa, né si allontana dalla spada fiammeggiante dei cherubini. Che i ministri alzino la loro voce come una tromba, per proclamare l'ira di Dio contro di lui, egli non crede che sia il suono della tromba, né che Dio e i suoi araldi siano sinceri con lui; ma ciò che accadrà alla fine è facile da prevedere.
26 Ver. 26. fino alla Ver. 30.
Gli uccelli del cielo sono prove della meravigliosa potenza e provvidenza di Dio, così come le bestie della terra; Dio qui si riferisce in particolare a due maestosi:
1. Il falco, un nobile uccello di grande forza e sagacia, eppure un uccello rapace, Giobbe 39:26. Questo uccello è qui notato per il suo volo, che è rapido e forte, e specialmente per la rotta che dirige verso sud, dove segue il sole d'inverno, fuori dai paesi più freddi del nord, specialmente quando deve gettare le sue piume e rinnovarle. Questa è la sua sapienza, ed è stato Dio a darle questa sapienza, non l'uomo. Forse la straordinaria saggezza del volo del falco dietro la sua preda non fu usata allora per il divertimento e la ricreazione degli uomini, come è stato da allora. È un peccato che il falco recuperato, al quale viene insegnato a volare al comando dell'uomo e a farlo divertire, debba in qualsiasi momento essere abusato a disonore di Dio, poiché è da Dio che riceve quella saggezza che rende il suo volo divertente e utile.
2. L' aquila, un uccello regale, eppure anche un uccello rapace, il cui permesso, anzi, il cui conferimento di potere, può aiutarci a riconciliarci con la prosperità degli oppressori tra gli uomini. L'aquila è qui notata,
(1.) Per l'altezza del suo volo. Nessun uccello si libra così in alto, ha un vento così forte, né può sopportare così bene la luce del sole. Ora
«Monta ella al tuo comando? == Giobbe 39:27. È forse per qualche forza che ha da te? O sei tu a dirigere il suo volo? No; è per il potere naturale e l'istinto che Dio le ha dato che si solleverà dalla tua vista, molto di più dalla tua chiamata".
(2.) Per la forza del suo nido. La sua casa è il suo castello e la sua fortezza; Riesce a salire in alto e sulla roccia, la rupe della roccia == (Giobbe 39,28), che mette lei e i suoi piccoli fuori dalla portata del pericolo. I peccatori sicuri si credono al sicuro nei loro peccati come l'aquila nel suo nido in alto, nelle fessure della roccia; ma io ti farò scendere di là, dice l'Eterno, == Geremia 49:16. Più gli uomini malvagi si siedono al di sopra dei risentimenti della terra, più dovrebbero pensare di essere vicini alla vendetta del Cielo.
(3.) Per la sua prontezza di vista (Giobbe 39:29): I suoi occhi guardano da lontano, non verso l'alto, ma verso il basso, in cerca della sua preda. In questo è l'emblema di un ipocrita, il quale, mentre, nella professione della religione, sembra salire verso il cielo, tiene l'occhio e il cuore sulla preda della terra, qualche vantaggio temporale, qualche casa di vedova o altro che spera di divorare, con il pretesto della devozione.
(4.) Per il modo che ha di mantenere se stessa e i suoi piccoli. Preda gli animali vivi, che afferra e fa a pezzi, e da lì porta ai suoi piccoli, ai quali viene insegnato a succhiare il sangue; Lo fanno per istinto, e non sanno di meglio; ma per gli uomini che hanno ragione e coscienza la sete di sangue è ciò che si potrebbe a malapena credere se non ci fossero stati in ogni epoca miserabili esempi di esso. Lei preda anche i cadaveri degli uomini: Dove sono gli uccisi, lì c'è lei, Questi uccelli rapaci (in un senso diverso dal cavallo, Giobbe 39:25) fiutano la battaglia da lontano. Perciò, quando si deve fare una grande strage tra i nemici della chiesa, i polli sono invitati alla cena del grande Dio, per mangiare la carne dei re e dei capitani, == Apocalisse 19:17-18. Il nostro Salvatore si riferisce a questo istinto dell'aquila, Matteo 24:28 == Dovunque sarà il cadavere, là si raduneranno le aquile. Ogni creatura si avvicinerà a ciò che è il suo cibo proprio, perché colui che provvede alle creature il loro cibo ha impiantato in loro quell'inclinazione. Questi e molti altri esempi di potenza naturale e di sagacia nelle creature inferiori, che non possiamo spiegare, ci obbligano a confessare la nostra debolezza e ignoranza e a dare gloria a Dio come fonte di tutto l'essere, potenza, sapienza e perfezione.
Commentario abbreviato di Matthew Henry:
Giobbe 39
Capitolo 39
Dio chiede a Giobbe informazioni su diversi animali
Versetti 1-30
Con queste domande il Signore continuava a umiliare Giobbe. In questo capitolo si parla di diversi animali, la cui natura o situazione mostra in modo particolare la potenza, la saggezza e le molteplici opere di Dio. L'asino selvatico. È meglio faticare ed essere utili a qualcosa, che vagare e non essere utili a nulla. Dall'indomabilità di questa e di altre creature, possiamo capire quanto siamo inadatti a dare legge alla Provvidenza, che non può darla nemmeno al puledro di un asino selvatico. L'unicorno è una creatura forte, maestosa e orgogliosa. È in grado di servire, ma non vuole; e Dio sfida Giobbe a costringerlo. È una grande misericordia se, laddove Dio dà la forza per il servizio, dà un cuore; è ciò per cui dovremmo pregare e ragionare, cosa che i bruti non possono fare. Non sempre i doni più preziosi sono quelli che fanno bella mostra di sé. Chi non preferirebbe avere la voce dell'usignolo, piuttosto che la coda del pavone; l'occhio dell'aquila e la sua ala svettante, e l'affetto naturale della cicogna, piuttosto che le belle piume dello struzzo, che non potrà mai elevarsi al di sopra della terra, ed è privo di affetto naturale? La descrizione del cavallo da guerra aiuta a spiegare il carattere dei peccatori presuntuosi. Ognuno di loro si volta verso la sua rotta, come il cavallo si precipita nella battaglia. Quando il cuore di un uomo è pienamente predisposto a fare il male, e viene portato avanti in modo malvagio dalla violenza dei suoi appetiti e delle sue passioni, non c'è modo di fargli temere l'ira di Dio e le conseguenze fatali del peccato. I peccatori sicuri si credono al sicuro nei loro peccati come l'aquila nel suo nido in alto, nelle fessure delle rocce; ma io ti farò scendere da lì, dice il Signore, Ger 49:16. Tutti questi bei riferimenti alle opere della natura dovrebbero insegnarci una giusta visione della ricchezza della sapienza di Colui che ha fatto e sostiene tutte le cose. La mancanza di una giusta visione della sapienza di Dio, che è sempre presente in tutte le cose, ha portato Giobbe a pensare e a parlare in modo indegno della Provvidenza.
Note di Albert Barnes sulla Bibbia:
Giobbe 39
1 Sai tu, il tempo in cui le capre selvatiche della roccia partoriscono? - Cioè, la stagione particolare in cui le capre di montagna partoriscono i loro piccoli. Degli animali domestici - la pecora, la capra addomesticata, ecc., le abitudini sarebbero completamente comprese. Ma la domanda qui riguarda gli animali che vagavano in libertà su scogliere inaccessibili; che furono sepolti nelle foreste profonde; che erano lontani dalle abitazioni e dall'osservazione delle persone; e il significato è che c'erano molti fatti riguardo a tali punti della Storia Naturale che Giobbe non poteva spiegare.
Dio conosceva tutti i loro istinti e abitudini, e sulle scogliere inaccessibili, nel profondo della valle, nella foresta oscura, era con loro, ed erano gli oggetti delle sue cure. Egli non solo considerò la condizione degli animali domestici che erano stati portati al servizio dell'uomo, e dove l'uomo forse potrebbe essere disposto ad affermare che dovevano gran parte del loro benessere alle sue cure, ma considerò anche la bestia selvaggia e vagabonda di la montagna, dove tale pretesa non poteva essere avanzata.
La provvidenza di Dio è su di loro; e nei periodi della loro vita in cui sembra che abbiano più bisogno di attenzione, quando ogni pastore e pastore è più sollecito delle sue greggi e armenti, allora Dio è presente e la sua cura si vede nella loro conservazione. Il punto particolare dell'indagine qui è, non per quanto riguarda il momento in cui questi animali hanno prodotto i loro piccoli o il periodo della loro gestazione, che probabilmente si può conoscere, ma per quanto riguarda l'attenzione e la cura che erano necessarie per loro quando erano così lontano dall'osservanza dell'uomo, e non aveva alcun aiuto umano.
Il “caprone selvatico della roccia” qui citato è, senza dubbio, lo stambecco, o capra di montagna, che ha la sua dimora tra le rocce, o in luoghi sassosi. Il termine ebraico è יעל yâ‛êl, da יעל ya‛al, “salire, salire”. Avevano la loro residenza nelle alte rocce delle montagne; Salmi 104:18. “Le alte colline sono un rifugio per le capre selvatiche”.
Ebraico "Per le capre delle rocce" - סלעים יעלים yâ‛êliym sela‛iym. Così in 1 Samuele 24:2 (3), "Saul andò a cercare Davide e i suoi uomini sulle rocce delle capre selvatiche;" cioè, dov'erano le capre selvatiche - היעלים hayâ‛êliym.
Per una descrizione della capra selvatica, vedere Bochart, Hieroz. P. i. Lib. ii. C. xxiii. L'animale qui citato è, senza dubbio, lo stesso che Burckhardt vide sulla vetta del monte Catharine, adiacente al monte Sinai, e che così descrive nei suoi Travels in Syria, p. 571: “Mentre ci avvicinavamo alla vetta del monte (Catharine, adiacente al monte Sinai), vedemmo da lontano un piccolo gregge di capre di montagna che pascolava tra le rocce.
Uno dei nostri arabi ci lasciò, e per una via molto tortuosa si sforzò di raggiungerli sottovento e abbastanza vicino da sparare contro di loro. Ci ordinò di rimanere in vista di loro e di sederci per non allarmarli. Aveva quasi raggiunto un punto favorevole dietro una roccia, quando le capre improvvisamente presero il volo. Non avrebbero potuto vedere l'arabo, ma il vento cambiò e così lo fiutarono. La caccia del beden, come si chiama la capra selvatica, somiglia a quella del camoscio delle Alpi, e richiede altrettanta intraprendenza e pazienza. Gli arabi fanno lunghi giri per sorprenderli, e si sforzano di incontrarli la mattina presto, quando si nutrono.
Le capre hanno un capo che fa la guardia e su qualsiasi odore, suono o oggetto sospetto emette un rumore, che è un segnale al gregge di fuggire. Sono molto diminuiti negli ultimi tempi, se possiamo credere agli arabi; i quali dicono che cinquant'anni fa, se uno sconosciuto veniva in una tenda, e il proprietario non aveva pecore da uccidere, prendeva il fucile e andava in cerca di un letto. Tuttavia, sono ancora più comuni qui che nelle Alpi o nelle montagne a est del Mar Rosso.
Me ne feci portare tre o quattro al convento, che comprai a tre quarti di dollaro l'una. La carne è eccellente e ha quasi lo stesso sapore di quella del cervo. I beduini fanno borse per l'acqua della loro pelle e anelli delle loro corna, che indossano sui pollici. Quando si incontra il beden in pianura, i cani dei cacciatori lo catturano facilmente; ma non possono salire con lui tra le rocce, dove può fare salti di 20 piedi”.
O puoi notare quando le cerve partoriscono? - Il riferimento qui è alla speciale cura e protezione di Dio manifestata per loro. Il significato è che questo animale sembra essere sempre timido e preoccupato del pericolo e che viene prestata una cura speciale a un animale così indifeso nel consentirgli di allevare i suoi piccoli. La parola cerve indica il cervo, il cerbiatto, il più timido e indifeso, forse, di tutti gli animali.
2 Riesci a contare i mesi... - Cioè, mentre vagano nel deserto, vivendo in dirupi inaccessibili e dirupi rocciosi, è impossibile che l'uomo conosca le loro abitudini come può con quelle dei domestici animali.
3 Si inchinano - letteralmente, si curvano o si piegano; cioè, uniscono le loro membra.
Scacciano i loro dolori - Cioè, gettano via la progenie dei loro dolori, oi giovani che causano i loro dolori. L'idea sembra essere che lo facciano senza alcuna cura e attenzione che i pastori sono obbligati a mostrare alle loro greggi in tali stagioni. Lo fanno quando Dio solo li custodisce; quando sono nel deserto o sulle rocce lontano dalle dimore dell'uomo. Il pensiero dominante in tutto questo sembra essere, che la tenera cura di Dio fosse sulle sue creature, nello stato più pericoloso e delicato, e che tutto questo si esercitasse là dove l'uomo non poteva averne accesso, e non poteva neppure osservarle. .
4 I loro piccoli sono in simpatia - in ebraico "sono grassi"; e quindi, significa che sono forti e robusti.
Crescono con il mais - Herder, Gesenius, Noyes, Umbreit e Rosenmuller lo rendono "nel deserto" o "campo". Il significato proprio e usuale della parola qui usata ( בר bâr ) è mais (grano); ma in caldeo ha il senso dei campi aperti, o campagna. La stessa idea si trova in arabo, e questo senso sembra essere richiesto dalla connessione.
L'idea non è che siano nutriti con il grano, che richiederebbe la cura dell'uomo, ma che sono nutriti sotto l'occhio diretto di Dio lontano dalle abitazioni umane, e anche quando si allontanano dalla loro diga e non tornano più a il luogo della loro nascita. Questo è uno dei casi, quindi, in cui la connessione sembra richiederci di adottare un significato che non ricorre altrove nell'ebraico, ma che si trova nelle lingue affini.
Escono e non tornano da loro - Dio li custodisce e li preserva, anche quando si allontanano dalla loro diga e sono lasciati indifesi. Molti dei piccoli di animali richiedono lunghe attenzioni da parte dell'uomo, molti vengono tenuti per un periodo considerevole al fianco della madre, ma qui sembra che l'idea sia che i piccoli della capra selvatica e del cerbiatto vengano gettati presto sul provvidenza di Dio, e da lui solo sono protetti.
La particolare cura della Provvidenza su questi animali sembra essere specificata perché non ce ne sono altri che sono esposti a tanti pericoli nella loro prima infanzia. “Ogni creatura quindi è un nemico formidabile. L'aquila, il falco, il falco pescatore, il lupo, il cane e tutti i rapaci animali del genere felino, sono in continua occupazione per trovare il loro rifugio. Ma ciò che è ancora più innaturale, il cervo stesso è un nemico dichiarato, e lei, la cerva, è obbligata a usare tutte le sue arti per nascondergli i suoi piccoli, come dal più pericoloso dei suoi inseguitori». “Nat dell'orafo. Il suo."
5 Chi ha mandato libero l'asino selvatico? - Per una descrizione dell'asino selvatico, vedere le note a Giobbe 11:12. Sul significato della parola tradotta “libero” ( חפשׁי chophshı̂y ), vedi le note in Isaia 58:6.
Questi animali comunemente “abitano le parti aride e montuose dei deserti della Grande Tartaria, ma non più in alto di circa 48 gradi di latitudine. Sono migratori, e arrivano in vaste truppe per nutrirsi, durante l'estate, dei tratti a nord e ad est del mare di Aral. Verso l'autunno si radunano in branchi di centinaia, e anche migliaia, e dirigono il loro corso a sud verso l'India per godersi un caldo rifugio durante l'inverno.
Ma più di solito si ritirano in Persia, dove si trovano nelle montagne di Casbin; e dove una parte di essi rimane durante tutto l'anno. Si dice anche che penetrino nelle parti meridionali dell'India, nelle montagne del Malabar e del Gelconda. Questi animali si trovavano anticamente in Palestina, Siria, Arabia Deserta, Mesopotamia, Frigia e Licaonia, ma attualmente si trovano raramente in quelle regioni e sembrano essere quasi interamente confinati nella Tartaria, in alcune parti della Persia e dell'India, e Africa. I loro modi assomigliano a quelli del cavallo selvaggio.
Si radunano in truppe sotto la guida di un capo o di una sentinella; e sono estremamente timidi e vigili. Tuttavia, si fermeranno nel mezzo del loro corso e subiranno persino l'avvicinarsi dell'uomo per un istante, e poi schizzeranno via con la massima rapidità. Sono stati sempre celebrati per la loro rapidità. La loro voce assomiglia a quella dell'asino comune, ma è più stridula”. "Rapinare. Calma.” L'onagro o asino selvatico è senza dubbio “il ceppo genitore da cui abbiamo derivato l'utile animale domestico, che sembra essere degenerato quanto più è stato rimosso dalla sua sede madre nell'Asia centrale.
Si distingue molto nello spirito e nella grazia della forma dall'asino domestico. È più alto e più dignitoso; tiene la testa più alta e le gambe sono più elegantemente modellate. Anche la testa, sebbene grande in proporzione al corpo, ha un aspetto più fine, essendo la fronte più arcuata; il collo da cui è sostenuto è molto più lungo e ha una curvatura più aggraziata. Ha una corta criniera di capelli scuri e lanosi; e una striscia di pelo scuro e folto corre anche lungo la cresta della schiena dalla criniera alla coda. Il pelo del corpo è di un grigio argento, tendente al lino in alcune parti, e bianco sotto il ventre.
Il pelo è morbido e setoso, simile nella consistenza a quello del cammello”. - La Bibbia pittorica. È a questo animale, così diverso per spirito, energia, agilità e aspetto, dall'animale domestico di quel nome, che dobbiamo pensare per capire questo passaggio. Dobbiamo pensare a loro veloci come il vento, indomito e ininterrotto, che vaga su vaste pianure in gruppi e branchi, radunati a migliaia sotto un capo o una guida, e balzando con incontrollabile rapidità all'avvicinarsi dell'uomo, se vorremmo sentire la forza del ricorso qui proposto.
Dio chiede a Giobbe se lui - che non poteva nemmeno sottomettere e domare questa creatura selvaggia - avesse ordinato le leggi della sua libertà; l'aveva tenuto prigioniero, e poi l'aveva lasciato libero di esultare su pianure sconfinate nella sua cosciente indipendenza. L'idea è che fosse una delle creature di Dio, senza leggi ma come si era compiaciuto di imporre su di essa, e completamente al di là del governo dell'uomo.
O chi ha sciolto i lacci dell'asino selvatico? - Come se una volta fosse stato prigioniero e poi liberato. L'illustrazione è derivata dal sentimento che accompagna una restaurazione della libertà. La libertà di questo animale sembra produrre euforia come se fosse stato prigioniero o schiavo, e si fosse improvvisamente emancipato.
6 La cui casa ho fatto - Dio aveva stabilito la sua casa nel deserto.
E la terra sterile le sue dimore - Margine, come in ebraico "luoghi di sale". Tali luoghi erano solitamente sterili. Salmi 107:34 , "egli trasforma una terra fertile in sterilità". Ebraico “sale”. Così Virgilio, Gior. ii. 238-240:
Salsa antem tellus, et quae, perhibetur amara.
Frugibus infelix: ea nec mansuescit arando;
Nec Baccho genus, aut pomis sua nomina servat.
Confronta Plinio, Nat. Il suo. 31, 7, Deuteronomio 29:23.
7 Disprezza la moltitudine della città - Cioè, sfida tutto questo; non ne è intimidito. Trova la sua casa lontano dalla città nella selvaggia libertà del deserto.
Né considera il pianto dell'autista - Margin, "esatto". La parola ebraica significa propriamente un esattore di tasse o entrate, e quindi un oppressore e un conduttore di bestiame. L'allusione qui è a un guidatore, e il significato è che non è soggetto a restrizioni, ma gode della libertà più illimitata.
8 La catena dei monti è il suo pascolo - La parola resa “gamma” יתור yâthûr, significa propriamente “ricerca”, e quindi ciò che si ottiene con la ricerca. La parola “range” esprime l'idea con sufficiente esattezza. La solita gamma dell'asino selvatico è la montagna. Pallade, che ha dato una descrizione completa delle abitudini dell'Onagro, o asino selvatico, afferma che ama specialmente le colline desolate come sua dimora. "Atti della Società delle Scienze di Pietroburgo", per l'anno 1777.
9 L'unicorno sarà disposto a servirti? - Nella parte precedente dell'argomento, Dio si era rivolto al leone, al corvo, alle capre della roccia, alla cerva e all'asino selvatico; e l'idea era che negli istinti di ciascuna di queste classi di animali vi fosse qualche prova speciale di saggezza. Si rivolge ora a un'altra classe della creazione animale a prova della propria supremazia e potere, e pone l'argomento nella grande forza e nell'indipendenza dell'animale, e nel fatto che l'uomo non era stato in grado di sottomettere la sua grande forza ai fini dell'allevamento.
Riguardo all'animale qui citato, c'è stata una grande diversità di opinioni tra gli interpreti, né vi è ancora alcun sentimento prevalente. Girolamo lo rende "rinoceronte"; la Settanta, μονόκερως monokerōs, l'"unicorno"; i caldei ei siraici conservano la parola ebraica; Gesenius, Herder, Umbreit e Noyes, lo rendono il "bufalo"; Schultens, “alticornem”; Luther e Coverdale, l'"unicorno"; Rosenmuller, l'“onice”, una grande e feroce specie di antilope; Calmet suppone che il rinoceronte sia destinato; e il prof. Robinson, in un'estesa appendice all'articolo di Calmet (art. Unicorn), si è sforzato di mostrare che il bufalo selvatico è destinato.
Anche Bochart, in una lunga e dotta argomentazione, si è sforzato di mostrare; che il rinoceronte non può essere inteso. Hieroz. P. i. Lib. ii. capitolo XXVI. Sostiene che si faccia riferimento a una specie di antilope, il “cerchio” degli arabi. DeWette (Com. su Salmi 22:21 ) concorda con l'opinione di Gesenius, Robinson e altri, che l'animale a cui si fa riferimento sia il bufalo del continente orientale, il bos bubalus di Linneo, un animale che differisce solo dal bufalo americano dalla forma delle corna e dall'assenza della giogaia.
La parola che ricorre qui, e che è resa "unicorno" ( רים rêym o ראם r e 'êm, è usata nelle Scritture solo nei seguenti luoghi, dove al singolare o al plurale è resa uniformemente "unicorno" o " unicorni" - Numeri 23:22; Deuteronomio 33:17; Giobbe 39:9; Salmi 22:21; Salmi 29:6; Salmi 92:10; e Isaia 34:7. Facendo riferimento a questi passaggi, sarà riscontrare che l'animale aveva le seguenti caratteristiche:
(1) Si è distinto per la sua forza; vedi Giobbe 39:11 di questo capitolo. Numeri 23:22 , “egli (cioè Israele, o gli Israeliti) ha per così dire la forza di un unicorno - ראם r e 'êm.
In Numeri 24:8 si ripete la stessa dichiarazione. È vero che la parola ebraica in entrambi questi luoghi ( תועפה tô‛âphâh ) può denotare rapidità di movimento, velocità; ma in questo luogo la nozione di forza deve essere principalmente intesa, poiché era della potenza del popolo, e della sua abilità manifestata nel numero delle sue schiere, che Balaam sta parlando.
Bochart, tuttavia (Hieroz. P. i. Lib. iii. c. xxvii.), suppone che la parola significhi non forza o agilità, ma altezza, e che l'idea è che il popolo a cui si riferisce Balaam fosse un persone alte o elevate. Se la parola significa forza, era più appropriato confrontare una vasta schiera di persone con il vigore e la forza di un animale selvaggio indomabile. L'idea della velocità o dell'altezza non si adatta molto bene alla connessione.
(2) Era un animale che non era sottoposto al servizio di aratura del suolo, e che doveva essere incapace di essere così addestrato. Così, nel luogo dinanzi a noi si dice, che non poteva essere tanto addomesticato da rimanere come il bue al presepe; che non poteva essere aggiogato all'aratro; che non poteva essere impiegato e lasciato al sicuro per continuare il lavoro del campo; e che non poteva essere così sottomesso da essere sicuro di tentare di portare a casa il raccolto con il suo aiuto.
Da tutte queste dichiarazioni risulta chiaro che era considerato un animale selvaggio e indomito; un animale che allora non era addomesticato e che non poteva essere impiegato nell'allevamento. Questa caratteristica sarebbe d'accordo con l'antilope, l'onice, il bufalo, il rinoceronte o il presunto unicorno. Con quale di loro si accorda meglio, potremmo essere in grado di determinare quando tutte le sue caratteristiche saranno esaminate.
(3) La forza dell'animale era nelle sue corna. Questa era una delle sue caratteristiche speciali, ed è evidentemente da questa che è destinato a distinguersi. Deuteronomio 33:17 , "la sua gloria è come il primogenito di un giovenco e le sue corna come le corna di unicorni". Salmi 92:10 , “Il mio corno tu esalterà come il corno di un unicorno.
" Salmi 22:21 , "mi hai ascoltato (mi hai salvato) dalle corna degli unicorni". È vero, infatti, come ha rimarcato il prof. Robinson (Calmet, art. “Unicorn”), la parola ראם r e 'êm non ha in sé alcun riferimento alle corna, né c'è nell'ebraico un'illusione da qualche parte alla supposizione che l'animale qui citato ha un solo corno.
Ovunque, nelle Scritture, si parla dell'animale con qualche allusione a questo membro, l'espressione è al plurale, "corna". L'unica variazione da questo, anche nella versione comune, è in Salmi 92:10 , dove l'ebraico è semplicemente: "Il mio corno ti esalterà come un unicorno", dove la parola corno, così com'è nella versione inglese, è non espresso.
Vi è, infatti, in questo brano, qualche evidente allusione alle corna di questo animale, ma tutta la forza del paragone sarà conservata se la parola inserita nei puntini di sospensione è al plurale. Il corno o le corna degli ראם r e 'êm erano, tuttavia, senza dubbio la sede principale della forza e gli strumenti di assalto e di difesa.
Vedi il passaggio in Deuteronomio 33:17 , "Con loro spingerà insieme il popolo fino alle estremità della terra".
(4) C'era una certa maestà o dignità speciale nelle corna di questo animale che attirava l'attenzione e che le rendeva il simbolo proprio del dominio e dell'autorità regale. Così, in Salmi 92:10 , "Il mio corno esalta come il corno di un unicorno", dove il riferimento sembra essere un'autorità o dominio regale, di cui il corno era un simbolo appropriato.
Queste sono tutte le caratteristiche dell'animale a cui si fa riferimento nelle Scritture, e la domanda è: con quale animale conosciuto corrispondono meglio? I principali animali cui fanno riferimento coloro che hanno esaminato a lungo l'argomento sono l'onice o l'antilope; il bufalo; l'animale comunemente indicato come l'unicorno e il rinoceronte. Si supponeva che la caratteristica principale dell'unicorno fosse quella di avere un corno lungo e sottile che sporgeva dalla fronte; il corno del rinoceronte è sul muso, o sul naso.
I. Per quanto riguarda l'antilope, o “cerchio” degli arabi moderni, supposto da Bochart essere l'animale qui citato, sembra chiaro che ci siano poche caratteristiche in comune tra i due animali. L'onice o l'antilope non si distingue come questo animale lo è per forza, né per il fatto che sia particolarmente indomabile, né che la sua forza sia nelle sue corna, né che sia di tali dimensioni e proporzioni che sarebbe naturale suggerire un confronto tra esso e il bue.
In tutto ciò che si dice dell'animale, si pensa a uno più grande per mole, per forza, per indomabilità, dell'onice; un animale più distinto per conquistare e sottomettere altri animali prima di lui. Bochart ha raccolto molto di favoloso riguardo a questo animale, dai rabbini e dagli scrittori arabi, che non è necessario qui ripetere; vedi lo Hieroz. P. i. Lib. ii. C. XXVII.; o Scheutzer, Physi. Sac. su Numeri 23:22.
II. Le pretese del "bufalo" di essere considerato come l'animale qui citato, sono molto più alte di quelle dell'onice, e l'opinione che questo sia l'animale inteso è intrattenuta da nomi come quelli di Gesenius, DeWette, Robinson, Umbreit e Herder. Ma le obiezioni a questo mi sembrano insuperabili, e gli argomenti non sono tali da convincere. Le principali obiezioni al parere sono:
(1) Che il racconto riguardo alle corna del ראם r e 'êm non concorda affatto con il fatto riguardo al bisonte, o bufalo. Il bufalo è un animale del tipo vacca (orafo), e le corna sono corte e storte, e non si distinguono per forza. In effetti non superano sotto questo aspetto le corna di molti altri animali, e non sono quelle che normalmente si presenterebbero come caratteristica preminente nella loro descrizione.
È vero che ci sono casi in cui le corna del bufalo selvatico sono grandi, ma questo non sembra essere il caso ordinario. Il signor Pennant cita un paio di corna al British Museum, che sono lunghe sei piedi e mezzo e la cui cavità contiene cinque quarti. Lobo afferma che alcune delle corna del bufalo in Abissinia conterranno dieci quarti; e Dillon ne vide alcuni in India lunghi dieci piedi. Ma questi erano casi manifestamente straordinari.
(2) L'animale qui citato era evidentemente un animale più forte e più grande del bue selvatico o del bufalo. “Il bufalo orientale sembra essere così strettamente affine al nostro bue comune, che senza un attento esame potrebbe essere facilmente scambiato per una varietà di quell'animale. In quanto a taglia è piuttosto superiore al bue; e dopo un'accurata ispezione, si osserva differire nella forma e nella grandezza della testa, quest'ultima essendo più grande che nel bue.
"Robinson, a Calmet." L'animale qui citato era tale da rendere particolarmente suggestivo il contrasto tra lui e il bue. Quest'ultimo potrebbe essere impiegato per lavoro; il primo, sebbene di gran lunga superiore in forza, non poteva.
(3) L' ראם r e 'êm, si supponeva, non poteva essere addomesticato e fatto per servire scopi domestici. Il bufalo, tuttavia, può essere reso utile come il bue, ed è effettivamente addomesticato e impiegato per scopi agricoli. Niebuhr osserva di aver visto bufali non solo in Egitto, ma anche a Bombay, Surat, sull'Eufrate, sul Tigri, sull'Oronte, e in effetti in tutte le regioni paludose e vicino a grandi fiumi.
Sonnini osserva che in Egitto il bufalo, benchè di recente addomesticato, è più numeroso del bue comune, e vi è egualmente domestico, e in Italia si sa che sono comunemente impiegati nelle paludi pontine, dove agisce la natura fatale del clima. sui bovini comuni, ma colpisce meno i bufali. È vero che l'animale è stato addomesticato relativamente di recente, e che era senza dubbio conosciuto al tempo di Giobbe solo come un animale selvaggio, selvaggio e feroce; ma ancora la descrizione qui è quella di un animale non solo che allora non fu addomesticato, ma ovviamente di uno che non poteva benissimo essere impiegato in scopi domestici.
Dobbiamo ricordare che il linguaggio qui è quello di Dio stesso, e che quindi può essere considerato descrittivo di quale fosse la natura essenziale dell'animale, piuttosto che di ciò che avrebbe dovuto essere dalle persone a cui il linguaggio era rivolto . Uno dei principali argomenti addotti per supporre che l'animale qui citato dall' ראם r e 'êm fosse il bufalo, è che il rinoceronte era probabilmente sconosciuto nella terra in cui risiedeva Giobbe, e che l'unicorno era nel complesso un animale favoloso. Questa difficoltà sarà considerata nelle osservazioni da fare sulle affermazioni di ciascuno di questi animali.
III. Era una prima opinione, e l'opinione fu probabilmente accolta dagli autori della traduzione dei Settanta, dai traduttori inglesi e da altri, che l'animale a cui si fa riferimento fosse l'unicorno. Questo animale è stato a lungo ritenuto un animale favoloso e solo di recente le prove della sua esistenza sono state confermate. Queste prove sono addotte da Rosenmuller, “Morgenland, ii. P. 269, a seguire", e dal Prof. Robinson, "Calmet, pp. 908, 909." Sono, in sintesi, le seguenti:
(1) Plinio cita tale animale, e ne dà una descrizione, anche se dalla sua epoca per secoli sembra essere stato sconosciuto. "Il suo. Naz. 8, 21”. Il suo linguaggio è Asperrimam autem feram monocerotem reliquo corpore equo similem, capite cervo, pedibus elephanti, cauda apro, mugitu gravi, uno cornu nigro media fronte cubitorum duum eminente. IIanc feram vivam negant capi. “L'unicorno è un animale estremamente feroce, somiglia a un cavallo quanto al resto del suo corpo, ma ha la testa come un cervo, i piedi come un elefante e la coda come un cinghiale; il suo ruggito è forte; e ha un corno nero di circa due cubiti che sporge dal centro della fronte”.
(2) La figura dell'unicorno, in vari atteggiamenti, secondo Niebuhr, è raffigurata su quasi tutte le scale delle rovine di Persepoli. “Reisebeschreib. ii. S.127.”
(3) Nel 1530, Ludovice de Bartema, un patrizio romano, visitò la Mecca sotto il presunto carattere di un musulmano, e tra le altre curiosità che menziona, dice: "Dall'altro lato della caaba c'è un cortile murato, in cui abbiamo visto due unicorni che ci sono stati indicati come una rarità; e sono davvero davvero notevoli. Il più grande dei due è costruito come un puledro di tre anni e ha un corno sulla fronte lungo circa tre ell.
Questo animale ha il colore di un cavallo bruno-giallastro, una testa da cervo, un collo non molto lungo, con una criniera sottile; le zampe sono piccole e snelle come quelle di una cerva o di un capriolo; gli zoccoli delle zampe anteriori sono divisi e assomigliano agli zoccoli di una capra. Rosenmuller. “Alto tu. neue Morgenland, n. 377. Tes ii. S. 271, 272”.
(4) Don Juan Gabriel, colonnello portoghese, che visse diversi anni in Abissinia, ci assicura che nella regione di Agamos, nella provincia abissina di Darners, aveva visto un animale della forma e delle dimensioni di un cavallo di media taglia , di colore bruno scuro, castagna, e con un corno biancastro lungo circa cinque spanne sulla fronte; la criniera e la coda erano nere e le gambe lunghe e sottili. Diversi altri portoghesi, che furono messi in prigione su un'alta montagna nel distretto di Namna, dal re abissino Saghedo, raccontarono di aver visto sulla montagna diversi unicorni che si nutrivano. Questi resoconti sono confermati da Lobe, che visse a lungo come missionario in Abissinia.
(5) Il dottor Sparrman il naturalista svedese, che visitò il Capo di Buona Speranza e le regioni adiacenti nel 1772-1776, dà, nei suoi Viaggi, il seguente resoconto: Jacob Kock un contadino osservatore sul fiume Ippopotamo, che aveva viaggiato su un parte considerevole dell'Africa meridionale, trovata sulla faccia di una roccia perpendicolare, un disegno fatto dagli Ottentotti di un animale con un solo corno. Gli Ottentotti gli dissero che l'animale rappresentato era molto simile al cavallo su cui cavalcava, ma aveva un corno dritto sulla fronte. Aggiunsero che questi animali con una sola corna erano rari; che correvano con grande rapidità, e che erano molto feroci.
(6) Un animale simile è descritto come ucciso da un gruppo di Ottentotti all'inseguimento dei selvaggi Boscimani nel 1791. L'animale somigliava a un cavallo, era di colore grigio chiaro e con strisce bianche sotto la mascella. Aveva un solo corno direttamente davanti, lungo quanto il braccio, e alla base circa altrettanto spesso. Verso il centro il corno era alquanto appiattito, ma aveva una punta acuminata; non era attaccato all'osso della fronte, ma era fissato solo nella pelle. La testa era come quella del cavallo, e le dimensioni più o meno le stesse. Queste autorità sono raccolte da Rosenmuller, “Alte u. nervo Morgenland,” vol. ii. P. 269ff, ed. Lipsia. 1818.
(7) A queste dimostrazioni se ne aggiunge un'altra dal prof. Robinson. È copiato dalla Quarterly Review dell'ottobre 1820 (vol. XXIV, p. 120), in un avviso del Frazer's Tour attraverso le montagne dell'Himalaya. L'informazione è contenuta in una lettera del Magg. Quest'ultimo, comandante del rajah dei territori del Sikkim, nel paese collinare a est del Nepal. Questa lettera afferma che l'unicorno, a lungo considerato un animale favoloso, esiste effettivamente nell'interno del Tibet, dove è ben noto agli abitanti.
"In un manoscritto tibetano", dice il Mag. Quest'ultimo, "contenente i nomi di diversi animali, che ho procurato l'altro giorno dalle colline, l'unicorno è classificato sotto la testa di quelli i cui zoccoli sono divisi: è chiamato l'unico- cornuto “tso'po”. Dopo aver chiesto che tipo di animale fosse, con nostro stupore, la persona che ha portato il manoscritto ha descritto esattamente l'unicorno degli antichi; dicendo che era originario dell'interno del Tibet, grande circa come un tatuaggio (un cavallo alto da dodici a tredici mani), feroce ed estremamente selvaggio; raramente se mai catturato vivo, ma frequentemente fucilato; e che la carne era usata per il cibo. Vanno insieme in branchi, come bufali selvatici, e si incontrano spesso ai margini del grande deserto, in quella parte del paese abitata da tartari erranti».
(8) A queste prove ne aggiungo un'altra, tratta dalla Narrativa del Rev. John Campbell, che così ne parla, nei suoi “Viaggi in Sud Africa”, vol. ii. P. 294. “Mentre nel territorio di Mashow, gli Ottentotti portarono una testa diversa da qualsiasi rinoceronte che era stato precedentemente ucciso. Il rinoceronte africano comune ha un corno storto simile a uno sperone di gallo, che si erge circa nove o dieci pollici sopra il naso e si inclina all'indietro; immediatamente dietro questo c'è un corno corto e spesso.
Ma la testa che ci portarono aveva un corno dritto che sporgeva di tre piedi dalla fronte, circa dieci pollici sopra la punta del naso. La proiezione di questo grande corno somiglia molto a quella del fantasioso unicorno tra le braccia britanniche. Ha una sostanza piccola, spessa, cornea, lunga otto pollici, immediatamente dietro di essa, e che può essere osservata a malapena sull'animale alla distanza di 100 iarde, e sembra essere progettata per tenere fermo ciò che è penetrato dal lungo corno ; cosicché questa specie deve assomigliare all'unicorno (nel senso 'con un corno') quando corre nel campo.
La testa somigliava per grandezza a una botte da nove galloni e misurava tre piedi dalla bocca all'orecchio; ed essendo molto più grande di quello con il corno storto, e che misurava undici piedi di lunghezza, l'animale stesso doveva essere ancora più grande e più temibile. Dal suo peso, e dalla posizione del corno, sembra capace di sopraffare qualsiasi creatura finora conosciuta”. Un frammento del cranio, con il corno, è depositato nel Museo della London Missionary Society.
Queste testimonianze di tanti testimoni provenienti da diverse parti del mondo, che scrivono senza concerto, e tuttavia concorrono quasi interamente nel racconto della grandezza e della figura dell'animale, lasciano poco spazio a dubitare della sua reale esistenza. Che non sia meglio conosciuto, e che la sua esistenza sia stata messa in dubbio, non è meraviglioso. Va ricordato che tutti i resoconti concordano nella rappresentazione che si tratta di un animale la cui residenza è in deserti o montagne, e che gran parte dell'Africa e dell'Asia sono ancora inesplorate. Dobbiamo ricordare, inoltre, che la giraffa è stata scoperta solo nel giro di pochi anni, e che lo stesso vale per lo gnu, che fino a poco tempo fa era ritenuto una favola degli antichi.
Allo stesso tempo, però, che l'esistenza di un animale come quello dell'unicorno è al più alto grado probabile, è chiaro che non è l'animale cui si fa riferimento nel passaggio prima di noi; per
(1) È estremamente improbabile che fosse così ben noto come si suppone nella descrizione qui; e
(2) Le caratteristiche non concordano affatto con il racconto del ראם r e 'êm delle Scritture. Né per quanto riguarda la taglia dell'animale, la sua forza o la forza delle sue corna, non coincide con il racconto di quell'animale nella Bibbia.
IV. Se nessuna delle opinioni di cui sopra è corretta, l'unica opinione rimasta che ha peso è che si riferisce al rinoceronte. Oltre alle considerazioni sopra suggerite, si può aggiungere che le caratteristiche dell'animale riportate nelle Scritture concordano tutte con il rinoceronte. In dimensioni, forza, natura selvaggia, indomabilità, potenza e uso del corno, queste caratteristiche concordano perfettamente con il rinoceronte.
L'unico argomento di molto peso contro questa opinione è presentato dal Prof. Robinson nel seguente linguaggio: “Il ראם r e 'êm era ovviamente un animale ben noto agli Ebrei, essendo ovunque menzionato con altri animali comuni al paese, mentre il il rinoceronte non è mai stato un abitante del paese, non se ne parla altrove né dagli scrittori sacri, né, secondo Bochart, né da Aristotele nel suo trattato sugli animali, né dagli scrittori arabi”. In risposta a ciò possiamo osservare:
(1) che la ראם r e 'êm è menzionata nelle Scritture solo in sette punti (vedi sopra), dimostrando almeno che era probabilmente un animale poco conosciuto in quel paese, o sarebbe stato accennato più spesso ;
(2) non è chiaro che in quei luoghi sia "ovunque menzionato con altri animali comuni a quel paese", poiché nel passaggio che ci precede non c'è allusione ad alcun animale domestico; né c'è in Numeri 23:22; Numeri 24:8; Salmi 92:10.
In Salmi 22:21 , sono menzionati nello stesso versetto con "leoni"; in Salmi 29:6 , in relazione ai “vitelli”; e in Isaia 34:7 , con giovenchi e tori - animali selvatici che abitano Idumea. Ma l'intero racconto è quello di un animale che non era addomesticato e che era evidentemente un animale straniero.
(3) Quali prove ci sono che gli ebrei conoscessero bene, come suppone il prof. Robinson, "il bufalo selvaggio?" Questo animale è un abitante della Palestina? È "altrove" menzionato nelle Scritture? C'è qualche prova nella Bibbia che lo conoscessero più del rinoceronte?
(4) Non si può ragionevolmente supporre che gli Ebrei fossero così ignari del rinoceronte da non potervi essere allusione ad esso nei loro scritti. Questo animale è stato ritrovato in Egitto e nei paesi limitrofi, e chiunque sia stato l'autore del libro di Giobbe, sono frequenti nel libro i riferimenti a ciò che era ben noto in Egitto; e in ogni caso, gli ebrei avevano vissuto troppo a lungo in Egitto, e avevano avuto troppi contatti con gli egiziani, per ignorare del tutto l'esistenza e il carattere generale di un animale ben noto lì, e troviamo infatti altrettanto frequenti menzionarlo come dovremmo su questa supposizione.
Non sembra, quindi, ammettere ragionevoli dubbi che il rinoceronte sia menzionato nel passaggio che ci precede. Questo animale, accanto all'elefante, è il più potente degli animali. Di solito è lungo circa dodici piedi; da sei a sette piedi di altezza; e la circonferenza del suo corpo è quasi uguale alla sua lunghezza.
La sua mole del corpo, quindi, è all'incirca quella dell'elefante. La sua testa è fornita di un corno, che cresce dal muso, a volte lungo tre piedi e mezzo. Questo corno è eretto, e perpendicolare all'osso su cui si trova, e ha così un acquisto o un potere maggiore di quello che potrebbe avere in qualsiasi altra posizione. "Bruce". Occasionalmente si trova con un doppio corno, uno sopra l'altro, sebbene questo non sia comune.
Il corno è interamente solido, formato dalla più dura sostanza ossea, e cresce così saldamente sull'osso mascellare superiore da farne apparentemente solo una parte, e così potente da giustificare tutte le allusioni nelle Scritture al corno del ראם r e 'êm. La pelle di questo animale è nuda, ruvida e nodosa, distesa sul corpo in pieghe, e così spessa da girare il bordo di una scimetar, o da resistere a una palla di moschetto.
Le zampe sono corte, forti e spesse e gli zoccoli sono divisi in tre parti, ciascuna rivolta in avanti. È originario dei deserti dell'Asia e dell'Africa e si trova solitamente nelle vaste foreste frequentate dall'elefante e dal leone. Non è mai stato addomesticato; mai impiegato a fini agricoli; e così, oltre che per grandezza e forza, si accorda col racconto che si fa dell'animale nel passo che ci precede. Il taglio seguente fornirà una buona illustrazione di questo animale:
Sii disposto a servirti. - Nell'arare ed erpicare la tua terra, e portare a casa il raccolto, Giobbe 39:12.
O rimani presso la tua culla - Come farà il bue. La parola usata qui ( ילין yālı̂yn ) significa propriamente passare la notte; e poi dimorare, restare, dimorare. C'è proprietà nel mantenere qui il significato originale della parola, e il senso è: Può essere addomesticato o addomesticato? Il rinoceronte non lo è mai stato.
10 Puoi legare l'unicorno con la sua fascia nel solco? - Cioè con le comuni tracce o cordicelle che si adoperano per legare i buoi all'aratro.
O erpicerà le valli dietro di te? - La parola "valli" qui è usata per indicare un terreno che poteva essere arato o erpicato. Colline e montagne non potevano quindi essere coltivate, sebbene la vanga fosse di uso comune per piantarvi la vite e persino per prepararle al seme, Isaia 7:25. La frase “dopo di te” indica che l'usanza di guidare il bestiame all'erpicatura allora era la stessa praticata ora con i buoi, quando la persona che li impiega li precede. Mostra che erano interamente sottomessi, ed è qui implicito che il ראם r e 'êm non potesse essere così addomesticato.
11 Ti fiderai di lui? - Come tu fai con il bue. Negli animali domestici si ripone necessariamente grande fiducia, e l'affidamento alla fedeltà del bue e del cavallo non è di solito mal riposto. L'idea qui è che l'unicorno non potrebbe essere così addomesticato da potergli affidare in sicurezza interessi importanti.
Perché la sua forza è grande? - Considererai tu la sua forza come un motivo per affidargli interessi importanti? La forza del bue, del cammello, del cavallo e dell'elefante era una ragione per cui l'uomo cercava il loro aiuto per fare ciò che lui stesso non poteva fare. L'idea è che l'uomo non potrebbe utilizzare la stessa ragione per impiegare il rinoceronte.
Lascerai a lui il tuo lavoro? - O, piuttosto, i frutti del tuo lavoro - il raccolto.
12 Gli crederai? - Cioè, gli affiderai le produzioni del campo? L'idea è che fosse un animale indomito e indomito. Non poteva essere governato, come il cammello o il bue. Se gli venissero addosso i covoni del raccolto, non ci sarebbe la certezza che li condurrà dove il contadino li desiderava.
E raccoglierlo nel tuo fienile? - O meglio, “alla tua aia”, perché così significa la parola qui usata ( גרן gôren ). Non era comune raccogliere un raccolto in un fienile, ma di solito veniva raccolto in un luogo calpestato e lì trebbiato e vagliato. Per l'uso della parola, vedi Rut 3:2; Giudici 6:37; Numeri 18:30; Isaia 21:10.
13 Hai dato le belle ali ai pavoni? - Nei versi precedenti l'appello era stato rivolto agli animali selvaggi e indomabili del deserto. Nella prosecuzione dell'argomento, era naturale alludere alle tribù piumate che vi risiedevano anche, e che si distinguevano per la loro forza o rapidità d'ala, come prova della saggezza e della sovrintendente provvidenza di Dio. L'idea è che questi animali, lontani dalle dimore dell'uomo, dove non si poteva pretendere che l'uomo avesse qualcosa a che fare con la loro formazione, avessero abitudini e istinti speciali per se stessi, che mostravano una grande varietà nei piani divini, e allo stesso tempo consuma la saggezza.
L'appello nei seguenti versetti Giobbe 39:13 è alle notevoli abitudini dello struzzo, come illustrante la sapienza e la sovrintendente provvidenza di Dio. C'è stata una grande varietà nella traduzione di questo verso, ed è importante accertare il suo vero significato, per sapere se qui c'è qualche allusione al pavone, o se si riferisce interamente allo struzzo.
I Settanta non capirono il passaggio, e una parte delle parole si sforzarono di tradurre, ma le altre vengono conservate senza alcun tentativo di spiegarle. La loro versione è, Πτέρυξ τερπομένων νεέλασσα, ἐὰν συλλάβῃ ἀσιδα καὶνέσσα Pterux terpomenōn neelassa, ean sullabē asida kai nessa - l'ala dell'esultante Neelassa se concepisce o comprende l'Asia e Nessa.
"Jerome lo rende" L'ala dello struzzo è come le ali del falco e del falco. Schultens lo rende: “L'ala dello struzzo esulta; ma è l'ala e il piumaggio della cicogna?" Egli enumera non meno di venti diverse interpretazioni del passaggio. Herder lo rende,
“Laggiù si leva un'ala con grido di gioia;
È l'ala e la piuma dello struzzo?"
Umbreit lo rende,
“L'ala dello struzzo, che si alza gioiosa,
Non assomiglia alla coda e alla piuma della cicogna?"
Rosenmuller lo rende,
“L'ala dello struzzo esulta!
Veramente la sua ala e il suo piumaggio sono come quelli della cicogna!»
Il prof. Lee lo rende: “Confiderai nell'esultanza delle ali dello struzzo? O nelle sue piume scelte e nel piumaggio della testa, quando lascia le sue uova alla terra", ecc. Così Coverdale lo rende, "Lo struzzo (le cui piume sono più belle delle ali dello sparviero), quando ha deposto le sue uova sulla terra, le alleva nella polvere e le dimentica». In nessuna di queste versioni, e in nessuna che ho esaminato, tranne quella di Lutero e la comune versione inglese, c'è allusione al pavone; e in mezzo a tutta la varietà della resa ea tutta la difficoltà del passaggio, c'è un sentimento comune che solo lo struzzo sia indicato come il soggetto particolare della descrizione.
Certo è che la descrizione procede con riferimento solo alle abitudini dello struzzo, ed è a mio avviso molto evidente che in tutto il brano non vi è alcuna allusione al pavone.
Né la portata del passaggio, né le parole impiegate, si crede, ammetteranno un tale riferimento. C'è una grande difficoltà nel testo ebraico, che nessuno è stato in grado di spiegare completamente, ma è sufficientemente chiaro per rendere manifesto che lo struzzo, e non il pavone, è l'oggetto del ricorso. La parola che viene reso “pavone,” רננים reneniym, è derivato da רנן Ranan, “dare indietro un suono tremolante e stridulo;” e poi emettere la voce in vibrazioni; scuotere o trillare la voce; e poi, come nel lamento o nella gioia la voce è spesso emessa in quel modo, la parola viene a significare gridare di gioia; Isaia 12:6; Isaia 35:6; e anche grida di lamento o di lutto,Lamentazioni 2:19.
Il senso prevalente della parola nelle Scritture è rallegrarsi; gridare di gioia; esultare. Il nome è qui dato all'uccello a cui si fa riferimento, evidentemente dal suono che emetteva, e probabilmente dal suo grido esultante o gioioso.
La parola non ricorre altrove nelle Scritture come applicabile a un uccello, e non c'è alcun motivo, né dalla sua etimologia, né dalla connessione in cui si trova qui, per supporre che si riferisca al pavone. Un'altra ragione è suggerita da Scheutzer (Phys. Sac. in loc.), per cui il pavone non può essere inteso qui. È che il pavone è originariamente un pollo delle Indie Orientali, e che è stato importato in un periodo relativamente tardo della storia ebraica, ed era senza dubbio sconosciuto al tempo di Giobbe.
In 1 Re 10:22 e 2 Cronache 9:21 , sembra che i pavoni fossero tra le notevoli produzioni di paesi lontani che furono importati per uso o lusso da Salomone, un fatto che non si sarebbe verificato se fossero stati comuni nel patriarcale volte.
A queste ragioni per dimostrare che qui non si fa riferimento al pavone, Bochart, i cui capitoli sull'argomento meritano un'attenta attenzione (Hieroz. P. ii. L. ii. c. xvi. xvii.), ha aggiunto quanto segue:
(1) Che se il pavone fosse stato inteso qui, l'allusione non sarebbe stata così breve. Di un uccello così straordinario ci sarebbe stata una descrizione estesa come quella dello struzzo, dell'unicorno e del cavallo. Se l'allusione è al pavone, è per una semplice menzione del nome e per nessun argomento, come in altri casi, per le abitudini e gli istinti dei polli.
(2) La parola che è usata qui come descrizione dell'uccello a cui si fa riferimento, רננים reneniym, derivata dalle proprietà musicali dell'uccello, non è in alcun modo applicabile al pavone. È di tutti gli uccelli, forse, il meno distinto per la bellezza della voce.
(3) La proprietà attribuita all'uccello qui di "esultare in volo", non è affatto d'accordo con il pavone. La gloria e la bellezza di quell'uccello sono nella coda e non nell'ala. Eppure l'ala è qui, per qualche causa, particolarmente specificata. Bochart ha dimostrato a lungo e con assoluta chiarezza che il pavone era un uccello straniero e che doveva essere sconosciuto in Giudea e in Arabia, come lo era in Grecia e a Roma, in un periodo molto successivo al tempo in cui il si suppone comunemente che sia stato scritto il libro di Giobbe.
La traduzione corretta dell'ebraico qui quindi sarebbe: L'ala degli uccelli esultanti “si muove gioiosamente” - נעלסה ne‛âlasâh. L'attenzione sembra rivolta all'ala, come sollevata, o vibra di rapidità, o trionfa nel suo movimento nell'eludere l'inseguitore. Non è la sua bellezza in particolare ad attirare l'attenzione, ma il suo aspetto esultante, gioioso, trionfante.
O ali e piume allo struzzo? - Margine, "o, le piume della cicogna e dello struzzo". La maggior parte dei commentatori ha disperato di riuscire a dare un senso all'ebraico in questo luogo, e ci sono state quasi tante congetture quanti sono stati gli espositori. L'ebraico è, ונצה חסידה אם־אברה 'im'ebrâh chăsı̂ydâh v e nôtsâh.
Una traduzione letterale sarebbe: "È l'ala della cicogna e il piumaggio" o le piume? L'obiettivo sembra essere quello di istituire un qualche tipo di confronto tra lo struzzo e la cicogna. Questo paragone, sembrerebbe, si riferisce in parte alle ali e al piumaggio dei due uccelli, e in parte alle loro abitudini ed istinti; anche se quest'ultimo punto di confronto sembra essere espresso nel mero nome.
Per quanto posso capire il passaggio, il confronto riguarda innanzitutto le ali e il piumaggio. Il punto di vista è quello dell'improvvisa apparizione dello struzzo con l'ala esultante, e l'attenzione è rivolta ad esso come nella velocità vertiginosa dei suoi movimenti quando è in volo rapido.
In questa visione il nome usuale non è dato all'uccello - יענה בנות b e nôth ya‛ănâh, Isaia 13:21; Isaia 34:13; Isaia 43:20; Geremia 50:39 , ma semplicemente il nome di uccelli che fanno un suono stridulo o sibilante - reneniym.
Viene quindi posta la domanda se ha l'ala e il piumaggio della cicogna - implicando evidentemente che l'ala della cicogna potrebbe essere adattata a un tale volo, ma che era notevole che senza tali ali lo struzzo fosse in grado di superare anche l'animale più veloce. La domanda ha lo scopo di volgere l'attenzione sul fatto che lo struzzo compie il suo volo in questo modo notevole senza essere dotato di ali come la cicogna, che è capace di sostenere con le sue ali un volo lungo e rapido.
L'altro punto del paragone sembra espresso nel nome dato alla cicogna, e il disegno è quello di contrastare le abitudini dello struzzo con quelle di questo uccello, in particolare in riferimento alla cura per i loro piccoli. Il nome dato alla cicogna è חסידה chăsı̂ydâh, che significa letteralmente “la pia”, nome che le veniva solitamente dato – “avis pia”, per la sua tenerezza verso i suoi piccoli - virtù per la quale era celebrata dagli antichi, Plinio “Hist .
Naz. X;" Eliano “Hist. Un. 3, 23”. Al contrario, gli Arabi chiamano lo struzzo l'uccello empio o empio, a causa della sua negligenza e crudeltà verso i suoi piccoli. Sul fatto che lo struzzo trascuri così i suoi piccoli, si è soffermato nel brano prima di noi Giobbe 39:14 , e sotto questo aspetto è posta in forte contrasto con la cicogna. Il verso quindi, suppongo, può essere reso così:
“Un'ala di uccelli esultanti si muove gioiosamente!
È l'ala e il piumaggio dell'uccello pio?"
Ciò significa che con entrambi (per quanto riguarda l'ala e le abitudini dei due) c'era un forte contrasto, e tuttavia progettando di mostrare che quello che sembra essere un difetto nella dimensione e nel rigore dell'ala, e quello che sembra essere la stupida dimenticanza dell'uccello nei confronti dei suoi piccoli, è prova della saggezza del Creatore, che lo ha fatto in modo da poter superare il cavallo più agile e adattarsi al suo modo di vivere timido e timido nel deserto .
Lo struzzo, le cui caratteristiche principali sono splendidamente e sorprendentemente dettagliate in questo passo di Giobbe, è originario delle torride regioni dell'Arabia e dell'Africa. È la più grande delle tribù piumate ed è l'anello di congiunzione tra quadrupedi e uccelli. Ha le proprietà generali ei contorni di un uccello, eppure conserva molti dei segni del quadrupede. In apparenza, lo struzzo somiglia al cammello ed è quasi altrettanto alto; e in Oriente è chiamato "l'uccello cammello" (Calmet).
È ricoperto da un piumaggio che somiglia più ai capelli che alle piume; e le sue parti interne assomigliano tanto a quelle del quadrupede quanto alla creazione dell'uccello - Goldsmith. Vedi anche “Travels in the Barbary States” di Poiret, come citato da Rosenmuller, “Alte u. neue Morgenland”, n. 770. Vi è data una descrizione completa dell'aspetto e delle abitudini dello struzzo. La sua testa e il suo becco assomigliano a quelli di un'anatra; il collo può essere paragonato a quello del cigno, sebbene sia molto più lungo; le zampe e le cosce somigliano a quelle di una gallina, ma sono carnose e grandi.
L'estremità del piede è divisa in due e ha due dita molto grandi, che come la gamba sono ricoperte di squame. L'altezza dello struzzo è solitamente di sette piedi dalla testa al suolo; ma da dietro sono solo quattro, così che la testa e il collo sono lunghi circa tre piedi. Dalla testa all'estremità della coda, quando il collo è teso in linea retta, la lunghezza è di sette piedi.
Una delle ali con le piume spiegate è lunga tre piedi. All'estremità dell'ala è presente una specie di sperone quasi come la penna di un istrice. È lungo un pollice ed è cavo e di una sostanza ossea. Il piumaggio è generalmente bianco e nero, anche se si dice che alcuni di essi siano grigi. Non ci sono piume ai lati delle cosce, né sotto le ali. Non ha, come la maggior parte degli uccelli, piume di vario genere, ma sono tutte barbute con peli o filamenti staccati, senza consistenza e aderenza reciproca.
Le penne dello struzzo sono soffici quasi quanto il piumino, e sono perciò del tutto inadatte a volare, oa difendere il corpo da lesioni esterne. Le penne degli altri uccelli hanno la tela più larga da un lato che dall'altro, ma quelle dello struzzo hanno l'asta esattamente al centro. In altri uccelli i filamenti che compongono le penne delle ali sono saldamente attaccati l'uno all'altro, ovvero sono “uncinati insieme”, in modo che si adattino a catturare e resistere all'aria; su quelli dello struzzo non si trovano tali attaccamenti.
La conseguenza è che non possono opporre all'aria un'adeguata resistenza, come fanno gli altri uccelli, e quindi sono incapaci di volare, e infatti non montano mai sull'ala. L'ala è usata (vedi le note a Giobbe 39:18 ) solo per bilanciare l'uccello, e per aiutarlo nella corsa. Le grandi dimensioni dell'uccello - del peso di 75 o 80 libbre - richiederebbero un immenso potere dell'ala per elevarlo in aria, e quindi è stato fornito dei mezzi per superare tutti gli altri animali nella rapidità con cui corre , in modo che possa sfuggire ai suoi inseguitori.
Lo struzzo è fatto vivere nel deserto, ed era chiamato dagli antichi "amante dei deserti". È timido e timoroso in misura non comune, ed evita i campi coltivati e le dimore dell'uomo, e si ritira negli ultimi recessi del deserto. In quelle desolate distese la sua sussistenza sono i pochi ciuffi d'erba grossolana che sono sparsi qua e là, ma mangerà quasi tutto ciò che incontra sul suo cammino.
È il più vorace degli animali e divorerà cuoio, vetro, capelli, ferro, pietre o qualsiasi cosa gli venga data. Valisnieri trovò il primo stomaco pieno di una quantità di sostanze incongrue; erba, noci, corde, sassi, vetro, ottone, rame, ferro, stagno, piombo e legno e, tra il resto, un pezzo di pietra che pesava più di un chilo. Sembrerebbe che lo struzzo sia obbligato a riempire la grande capacità del suo stomaco per essere a suo agio; ma che, non essendo presenti sostanze nutritive, si riversa in ciò che è a portata di mano per supplire al vuoto.
La carne dello struzzo era proibita dalle leggi di Mosè da mangiare Levitico 11:13 , ma è mangiata da alcune delle nazioni selvagge dell'Africa, che li cacciano per la loro carne, che considerano prelibata. Il valore principale dello struzzo, tuttavia, e il motivo principale per cui viene cacciato. è nelle lunghe piume che compongono l'ala e la coda, e che sono usate così estesamente per ornamenti, gli antichi usavano queste piume nei loro elmi; le dame, in Oriente, come in Occidente, li usano per decorare le loro persone, e sono stati ampiamente impiegati anche come distintivi di lutto sui carri funebri.
Gli arabi affermano che lo struzzo non beve mai, e il luogo prescelto per la sua abitazione - il deserto sabbioso e desolato - sembra confermare l'affermazione. Poiché lo struzzo, nel brano davanti a noi, è in contrasto con la cicogna, le illustrazioni di accompagnamento serviranno a spiegare il passaggio.
14 Che lascia le sue uova nella terra - Cioè, non costruisce un nido, come fanno la maggior parte degli uccelli, ma deposita le sue uova nella sabbia. Lo struzzo, osserva il dottor Shaw, depone di solito da trenta a cinquanta uova. Le uova sono molto grandi, alcune hanno un diametro superiore a cinque pollici e pesano quindici libbre - Goldsmith. "Non dobbiamo considerare", afferma il dott. Shaw, "questa grande raccolta di uova come se fossero tutte destinate a una covata.
Sono la maggior parte di loro riservata al cibo, che la diga spezza e smaltisce secondo il numero e le voglie dei suoi piccoli”. L'idea che sembra essere trasmessa nella nostra versione comune è che lo struzzo depone le sue uova nella sabbia, e poi le lascia, senza ulteriori cure, per essere covate dal calore del sole. Questa idea, tuttavia, non è necessariamente implicita nell'originale ed è contraria ai fatti.
La verità è che le uova vengono deposte con molta cura, e con tanta attenzione al modo in cui vengono deposte, che una linea tracciata da quelle alle estremità toccherebbe appena le cime di quelle intermedie (vedi Damir, come citato da Bochart, "Hieroz." P. ii. Lib. ii. c. xvii. p. 253), e che si schiudono, come le uova di altri uccelli, in gran parte dal calore impartito dall'incubazione dell'uccello genitore.
È vero che nei climi caldi dove vivono questi uccelli, c'è meno necessità di incubazione costante che alle latitudini più fredde, e che l'uccello genitore è più frequentemente assente; ma è abituata a tornare regolarmente di notte e cova con cura sulle sue uova. Vedi Le Valliant, "Viaggi nell'interno dell'Africa", ii. 209, 305. È vero anche che l'uccello genitore vaga talvolta lontano dal luogo in cui sono deposte le uova, e dimentica il luogo, e in questo caso se si vede un altro nido di uova, non si preoccupa se sono le sue oppure no, perché non è dotata del potere di distinguere tra le proprie uova e quelle di un altro.
Questo fatto sembra aver dato origine a tutte le favole raccontate dagli scrittori arabi sulla stupidità dello struzzo; su lei che lascia le sue uova; e sulla sua disposizione a sedersi sulle uova degli altri. Bochart ha raccolto molte di queste opinioni dagli scrittori arabi, tra cui le seguenti: Alkazuinius dice: “Dicono che nessun uccello è più sciocco dello struzzo, perché mentre abbandona le proprie uova, si siede sulle uova degli altri; dal proverbio: "Ogni animale ama i propri piccoli tranne lo struzzo".
Ottomanus dice: “Ogni animale ama la propria progenie tranne lo struzzo. Ma questo riguarda solo il maschio. Infatti, sebbene il proverbio comune attribuisca follia alla femmina, tuttavia con la sua follia ama i suoi piccoli, li nutre e insegna loro a volare, come gli altri animali”. Damir, uno scrittore arabo, dice: “Quando lo struzzo esce dal suo nido, per cercare cibo, se trova l'uovo di un altro struzzo, si siede su quello e dimentica il suo. E quando viene cacciata dai cacciatori, non ritorna mai; donde è che è descritta come stolta, e che ha avuto origine il proverbio su di lei.
E li riscalda nella polvere - L'idea che era evidentemente nella mente dei traduttori in questo passaggio era che lo struzzo lasciò le sue uova nella polvere per essere covate dal calore del sole. Questo non è corretto, e non è necessariamente implicito nell'ebraico, sebbene indubbiamente il calore della sabbia contribuisca al processo di schiusa dell'uovo e permetta all'uccello genitore di assentarsi dal nido più a lungo rispetto agli uccelli nei climi più freddi . Questo sembra essere tutto ciò che è implicito nel passaggio.
15 E dimentica che il piede può schiacciarli - Depone le sue uova nella sabbia, e non, come fanno la maggior parte degli uccelli, nei nidi fatti sui rami degli alberi, o sui dirupi delle rocce, dove sarebbero inaccessibili, come se fosse dimentico del fatto che la bestia selvaggia potesse passare e schiacciarli. Spesso si allontana da loro, anche, e non sta vicino a loro per proteggerli, come fanno la maggior parte degli uccelli genitori, come se non fosse consapevole del pericolo a cui potrebbero essere esposti quando lei era assente.
L'obiettivo di tutto questo sembra essere quello di richiamare l'attenzione sull'unicità nella storia naturale di questo uccello e di osservare che c'erano leggi e disposizioni al riguardo che sembravano dimostrare che era priva di saggezza, eppure che tutto era ordinato in modo da dimostrare che era sotto la cura dell'Onnipotente. La grande varietà delle leggi relative al regno animale, e soprattutto la loro mancanza di somiglianza con ciò che sarebbe accaduto all'uomo, sembra dare la forza e il punto speciali all'argomento qui usato.
16 È indurita contro i suoi piccoli - Il significato ovvio di questo passaggio, che è una corretta traduzione dell'ebraico, è che lo struzzo è privo di affetto naturale per i suoi piccoli; o che li tratti come se non avesse il solito affetto naturale manifestato nella creazione animale. Questo sentimento ricorre anche in Lamentazioni 4:3 , “La figlia del mio popolo è diventata crudele, come gli struzzi nel deserto.
Questa opinione è smentita da Buffon, ma sembra pienamente sostenuta da coloro che hanno osservato con più attenzione le abitudini dello struzzo. Il dottor Shaw, come citato da Paxton, e in Robinson's Calmet, dice: “Nella minima occasione rumorosa o banale lei abbandona le sue uova oi suoi piccoli, ai quali forse non torna mai; o se lo fa, può essere troppo tardi sia per ridare vita all'uno, sia per preservare la vita degli altri.
"Grazie a questo resoconto", dice Paxton, "gli Arabi incontrano talvolta interi nidi di queste uova indisturbate, alcune delle quali sono dolci e buone, e altre vagano e corrotte; altri hanno ancora i loro piccoli di diversa crescita, a seconda del tempo si può presumere che siano stati abbandonati dalla madre. Incontrano più spesso alcuni dei piccoli, non più grandi di pollastre ben cresciuti, mezzi affamati, sbandati e gemiti come tanti orfani angosciati per le loro madri”.
Il suo lavoro è vano senza paura - Herder rende questo: "Vano è il suo travaglio, ma lei non lo considera". L'idea nel passaggio sembra essere questa; che lo struzzo non ha per i suoi piccoli quell'apprensione o quella previdente cura che hanno gli altri uccelli. Ciò non significa che sia un animale straordinariamente audace e coraggioso, poiché è vero il contrario, ed è, secondo gli scrittori arabi, timida a un proverbio; ma che non ha per i suoi piccoli quella sollecitudine ansiosa che gli altri sembrano avere - il timore che possano essere nel bisogno o in pericolo, che li porta, spesso a rischio della loro stessa vita, a provvedere a loro e a difenderli .
17 Perché Dio l'ha privata della saggezza... - Cioè, non le ha impartito la saggezza che è stata conferita ad altri animali. Il significato è che tutta questa straordinaria disposizione, che distingueva così tanto lo struzzo dagli altri animali, doveva essere ricondotta a Dio. Non era il risultato del caso; non si poteva pretendere che fosse per disposizione umana, ma era il risultato di un appuntamento divino.
Anche in questa apparente indigenza della sapienza, c'erano ragioni che avevano portato a questa nomina, e la cura e la buona provvidenza di Dio si vedevano nella conservazione dell'animale. In particolare, sebbene apparentemente così debole, timido e imprudente, lo struzzo aveva un udito nobile Giobbe 39:18 e, quando eccitato, disprezzava il cavallo più agile nell'inseguimento, e mostrava che si distingueva per le proprietà che erano espressive del bontà di Dio verso di lei e della sua cura per lei.
18 A che ora si eleva in alto - Nei versi precedenti si era fatto riferimento al fatto che sotto alcuni importanti aspetti lo struzzo era inferiore agli altri animali, o aveva leggi speciali riguardo alle sue abitudini e alla sua conservazione. Qui si richiama l'attenzione sul fatto che, nonostante la sua inferiorità per alcuni aspetti, aveva proprietà tali da suscitare la massima ammirazione.
Il suo alto portamento, la rapidità del suo volo e l'orgoglioso disprezzo con cui avrebbe evitato l'inseguimento dei più veloci corsieri, erano tutte cose che mostravano che Dio l'aveva così dotato da fornire prova della sua saggezza. La frase "a che ora si alza" si riferisce al fatto che si alza per il suo volo rapido. Ciò non significa che monterebbe sulle sue ali, per questo lo struzzo non può farlo; ma al fatto che questo uccello timido e codardo, quando il pericolo era vicino, si sarebbe alzato e avrebbe assunto un alto coraggio e portamento.
La parola qui tradotta "solleva" ( תמריא tamâriy' ) significa propriamente " fermentare, frustare", come un cavallo, aumentare la sua velocità, ed è qui supposto da Gesenius per essere usato per indicare che lo struzzo sbattendo le ali si frusta come se fosse al suo corso. Tutte le antiche interpretazioni, però, così come la comune versione inglese, la rendono come se fosse un'altra forma della parola רום rûm, alzarsi, o alzarsi, come se lo struzzo si destasse per il suo volo . Herder lo rende: "Subito si alza e si spinge in avanti". Taylor (in Calmet) lo rende:
“Eppure in quel momento si fa coraggiosamente superba;
Disprezza il cavallo e il suo cavaliere».
L'idea principale è che si desti per sfuggire al suo inseguitore; alza la testa e il corpo, e spiega le ali, e poi sfida qualsiasi cosa per raggiungerla.
Lei disprezza il cavallo e il suo cavaliere - Nell'inseguimento. Cioè, corre più veloce del cavallo più veloce e fugge facilmente. La straordinaria rapidità dello struzzo è sempre stata celebrata, ed è risaputo che può facilmente superare il cavallo più agile. La sua rapidità è menzionata da Senofonte, nella sua Anabasi; poiché, parlando del deserto dell'Arabia, dice che vi si vedono spesso struzzi; che nessuno potesse raggiungerli; e che i cavalieri che li inseguivano dovettero presto arrendersi, “perché fuggirono lontano, servendosi sia dei loro piedi per correre, sia delle loro ali, quando distese, come una vela, per portarli via.
Marmelius, come citato da Bochart (vedi sopra), parlando di un notevole tipo di cavalli, dice, "che in Africa, Egitto e Arabia non c'è che una specie di quel tipo che chiamano arabo, e che quelli sono prodotto solo nei deserti dell'Arabia. La loro velocità è meravigliosa, né c'è prova migliore della loro notevole rapidità, di quella fornita quando inseguono l'uccello cammello.
È un sentimento comune degli arabi, osserva Boehart, che non ci sia animale che possa vincere lo struzzo nel suo corso. Il dottor Shaw dice: “Nonostante la stupidità di questo animale, il suo Creatore ha ampiamente provveduto alla sua sicurezza dotandolo di una straordinaria rapidità e di un apparato sorprendente per sfuggire al suo nemico. «Loro, quando si alzano per fuggire, ridono del cavallo e del suo cavaliere.
Gli danno solo l'opportunità di ammirare da lontano la straordinaria agilità, e anche la maestosità dei loro movimenti, la ricchezza del loro piumaggio e la grande proprietà che c'era nell'attribuire loro un'ala allargata e tremante. Niente, certamente, può essere più divertente di uno spettacolo del genere; le ali, con le loro vibrazioni rapide ma instancabili, servendole ugualmente per le vele e per i remi; mentre i loro piedi, non meno che aiutano a portarli fuori dalla vista, non sono meno insensibili alla fatica.
"Viaggi", 8vo., vol. ii. P. 343, come citato da Noyes. La stessa rappresentazione è confermata dallo scrittore di un viaggio in Senegal, che dice: “Si avvia al galoppo a mano; ma dopo essersi un po' eccitata, allarga le ali, come per prendere il vento, e si abbandona ad una velocità così grande, che sembra non toccare terra.
Sono convinto che lascerebbe molto indietro il corsista inglese più veloce” - Rob. Calma. Buffon ammette anche che lo struzzo corre più veloce del cavallo. Queste ineccepibili testimonianze confermano completamente l'affermazione dell'ispirato scrittore. Le prove e le illustrazioni qui fornite di notevole lunghezza sono destinate a mostrare che le affermazioni qui fatte nel libro di Giobbe sono quelle confermate da tutte le indagini di Storia Naturale dal momento in cui il libro è stato scritto.
Se le affermazioni devono essere considerate come un'indicazione dei progressi compiuti nella scienza della storia naturale all'epoca in cui visse Giobbe, esse dimostrano che le osservazioni su questo animale erano state estese e sorprendentemente accurate. Mostrano che le menti dei saggi in quel tempo erano state rivolte con molto interesse a questo ramo della scienza, e che erano in grado di descrivere le abitudini degli animali con una precisione che farebbe il massimo merito a Plinio oa Buffon.
Se, tuttavia, il racconto qui deve essere considerato come il mero risultato dell'ispirazione, o come il linguaggio di Dio che parla e descrive ciò che aveva fatto, allora il racconto ci fornisce una prova interessante dell'ispirazione del libro. La sua minuziosa accuratezza è confermata da tutte le successive indagini sulle abitudini dell'animale a cui si fa riferimento, e mostra che l'affermazione è basata su semplice verità.
Si può qui fare l'osservazione generale, che tutte le notizie nella Bibbia delle materie scientifiche - che sono infatti per lo più casuali e incidentali - sono tali da essere confermate dalle indagini che la scienza nei vari dipartimenti fa. Di quale altro libro antico se non la Bibbia si può fare questa osservazione?
19 Hai dato forza al cavallo? - L'accenno incidentale al cavallo in confronto allo struzzo nel verso precedente, sembra aver suggerito questa magnifica descrizione di questo nobile animale - descrizione che non è mai stata superata o eguagliata. Il cavallo è un animale così noto, che qui non è necessaria una sua descrizione particolare. L'unica cosa che è richiesta è una spiegazione delle frasi qui usate, e una conferma delle qualità particolari qui attribuite al cavallo da guerra, perché la descrizione qui è evidentemente quella del cavallo come appare in guerra, o come sta per tuffati nel bel mezzo di una battaglia. La descrizione che più si avvicina a questa prima di noi, è quella fornita nel noto e squisito passaggio di Virgilio, Georg. ii. 84 e seguenti:
- Turn, si qua sonum procul arma dedere,
Stare loco nescitedmientauribns, et tremitartus,
Collectumq; premens volvit sub naribusignem.
Densa. iuba, et dextrojuctata recumbat in armo.
Al duplex agitur, per lumbos spina; cavatque
Tellurem, et solidograviter sonat ungulacornu.
“Ma allo scontro delle armi, il suo orecchio lontano
Beve il suono profondo e vibra alla guerra;
Le fiamme da ogni narice rotolano in un flusso raccolto,
Le sue membra tremanti con un movimento irrequieto brillano;
sopra la sua spalla destra, fluttuando piena e bella,
Spazza la sua folta criniera, e allarga la sua sfarzosa chioma;
Swift lavora la sua doppia spina dorsale; e la terra intorno
Suona al suo solido zoccolo che logora il suolo”.
Sotheby
Molte delle circostanze qui elencate hanno una notevole somiglianza con la descrizione di Giobbe. Altre descrizioni e corrispondenze tra questo passaggio e gli scrittori classici possono essere viste ampiamente in Bochart, "Hieroz". P. i. L. ic viii.; in Scheutzer, “Physica Sacra, in loc.;” e nello “Scriptorum variorum Sylloge (Vermischte Schriften”, Goetting. l 82), di Godofr.
Meno. Un resoconto completo delle abitudini del cavallo è fornito anche da Michaelis nella sua "Dissertazione sulla storia più antica dei cavalli e dell'allevamento dei cavalli", ecc. Appendice all'art. clxvi. del Commentario alle leggi di Mosè, vol. ii. Secondo i risultati delle indagini di Michaelis, l'Arabia non era, come comunemente si suppone, la patria del cavallo, ma la sua origine è piuttosto da ricercare in Egitto; e nel racconto che è dato delle ricchezze di Giobbe, Giobbe 1:3; Giobbe 42:12 , è notevole che il cavallo non sia menzionato. È quindi molto probabile che il cavallo non fosse conosciuto ai suoi tempi come animale domestico, e che, almeno nel suo paese, fosse impiegato principalmente in guerra.
Gli hai rivestito il collo di tuoni? - Sembra esserci qualcosa di incongruo nell'idea di fare del tuono la veste del collo di un cavallo, e c'è stata una notevole diversità nell'esposizione del brano. Evidentemente c'è qualche allusione alla criniera, ma esattamente su quale aspetto non si concorda. La Settanta lo rende: "Hai vestito il suo collo di terrore" - φόβον phobon ? Girolamo lo riferisce al “nitito” del cavallo - “aut circumdabis collo ejus hinnitum” Prof.
Lee lo rende: "Rivesti il suo collo di disprezzo?" Pastore, "E rivestì il suo collo con la sua fluente criniera". Umbreit, "Hai rivestito il suo collo di altezza?" Noyes, "Hai vestito il suo collo con la sua criniera tremante?" Schultens, "convestis cervicem ejus tremore alacri" - "con rapido fremito;" e il dottor Good, "con il lampo di tuono". In questa varietà di interpretazioni è facile intuire che l'impressione comune sia stata che la criniera sia in qualche modo riferita, e che l'allusione non sia tanto a un suono quanto a un tuono, quanto a qualche moto della criniera che attirato l'attenzione.
La criniera aggiunge molto alla maestà e alla bellezza del cavallo, e forse era in qualche modo decorata dagli antichi per metterlo in risalto con maggiore bellezza. La parola che è usata qui, e che è resa “tuono” ( רעמה ra‛mâh ), deriva dal verbo רעם râ‛am, che significa infuriare, ruggire, applicato al mare, Salmi 96:11; Salmi 98:7 , e poi tuonare.
Ha anche l'idea di tremare o tremare, Ezechiele 27:35 , e anche di provocare all'ira, 1 Samuele 1:6. Il verbo e il sostantivo sono più comunemente riferiti al tuono che a qualsiasi altra cosa, Giobbe 37:4; Giobbe 40:9 ; 2 Samuele 22:14; 1 Samuele 2:10; 1 Samuele 7:10; Salmi 18:13; Salmi 29:3; Salmi 77:18; Salmi 104:7; Isaia 29:6.
Un'indagine completa sul significato del passaggio può essere vista in Bochart, "Hieroz". P. i. Lib. ii. C. viii. Mi sembra molto difficile determinarne il significato, e nessuna delle spiegazioni fornite è del tutto soddisfacente. La parola usata ci impone di comprendere l'aspetto del collo del cavallo come se avesse qualche somiglianza con il tuono, ma sotto quale aspetto non è così evidente.
Potrebbe essere questo; la descrizione del cavallo da guerra è quella di un animale atto a incutere terrore. È bardato per la battaglia; impaziente di moderazione; precipitarsi in avanti nel più fitto della lotta; strappando la terra; sputando fuoco dalle sue narici; e non era innaturale, quindi, paragonarlo alla tempesta. Il collo maestoso, con la criniera eretta e tremante, è paragonato al tuono della tempesta che tutto scuote, e che dà tanta maestà e pianto alla tempesta in arrivo, e la descrizione sembra essere questa: che il suo stesso collo è adattato per produrre timore e allarme, come il tuono della tempesta.
Siamo quindi tenuti, mi sembra, ad aderire al significato proprio della parola; e sebbene nella freddezza della critica possa sembrare che ci sia qualcosa di incongruo nell'applicazione del tuono al collo del cavallo, tuttavia potrebbe non sembrare così se vedessimo un tale cavallo da guerra - e se il pensiero, non un innaturale, dovrebbe colpirci, che in maestà e furia somigliava molto a una tempesta in arrivo.
20 Puoi farlo spaventare come una cavalletta? - O meglio, “come una locusta” - כארבה kā'arbeh. Questa è la parola che comunemente si applica alla locusta considerata gregaria, ovvero che appare in gran numero (da רבה râbâh, “da moltiplicare”). Sulla varietà delle specie di locuste, vedi Bochart “Hieroz.
” P. ii. Lib. IV. C. 1ff La parola ebraica qui resa "spaventare" ( רעשׁ râ‛ash ) significa propriamente "essere commosso, essere scosso", e quindi, tremare, avere paura. Nell'Hiphil, la forma qui usata, significa far tremare, scuotere; e poi “far saltare”, come un cavallo; e l'idea qui è: puoi far saltare il cavallo, un animale così grande e potente, con l'agilità di una locusta? Vedi Gesenius, “Lex.
L'allusione qui è al balzo o al movimento delle locuste mentre avanzano nell'aspetto di squadroni o truppe; ma il paragone non è tanto quello di un solo cavallo con una sola locusta, quanto di una cavalleria o di una compagnia di cavalli da guerra con un esercito di locuste; ed il punto di paragone volge all'elasticità o agilità del moto della cavalleria che avanza al campo di battaglia.
Il senso è che Dio poteva causare quel movimento rapido e bello in animali così grandi e potenti come il cavallo, ma che era del tutto al di là del potere dell'uomo effettuarlo. È abbastanza comune in Oriente confrontare un cavallo con una locusta, e i viaggiatori hanno parlato della notevole somiglianza tra le teste dei due. Questo paragone ricorre anche nella Bibbia; vedi Gioele 2:4 , “L'aspetto di loro è come l'aspetto dei cavalli; e corrono come cavalieri; Apocalisse 9:7.
Gli italiani, da questa somiglianza, chiamano la locusta “cavaletta”, o cavallino. Sir W. Ouseley dice: “Zakaria Cavini divide le locuste in due classi, come cavalieri e fanti, 'a cavallo e pedoni'. “Niebuhr dice di aver sentito da un beduino vicino a Bassorah, un paragone particolare della locusta con altri animali; ma pensava che fosse una semplice fantasia degli arabi, finché non lo sentì ripetere a Bagdad.
Paragonò la testa di una locusta a quella di un cavallo, il petto a quello di un leone, i piedi a quelli di un cammello, il ventre a quello di un serpente, la coda a quella di uno scorpione e le antenne con capelli di una vergine; vedi la Bibbia Pittorica su Gioele 2:4.
La gloria delle sue narici è terribile: Margine, come in ebraico, "terrore". Cioè, è atto a ispirare terrore o timore reverenziale. Il riferimento è alle narici dilatate e dall'aspetto focoso del cavallo quando è animato e impaziente di agire. Così Lucrezio, L. v.:
Et fremitum patulis sub naribus edit ad arma.
Quindi Virgilio, "Georg". ii. 87:
Collectumque premens voluit sub naribus ignem.
Claudiano, in iv. “Consolato Honorii:”
Narici patulae ignee.
21 Paweth nella valle - Margin, "o, i suoi piedi scavano". La lettura marginale è più conforme all'ebraico. Il riferimento è al fatto ben noto dello “scaldare” il cavallo con i piedi, come se scavasse il terreno. La stessa idea ricorre in Virgilio, come citato sopra:
caavatque
Tellurem, et solido solare graviter ungula cornu.
Anche in Apollonio, L. iii. “Argonautico:”
Ὡς δ ̓ ἀρήΐος ἵππος, ἐελδόμενος πολεμοίο,
Σκαρθμῷ ἐπιχρεμέθων κρούει πέδον.
Hōs d'arēios hippos, eeldomenos polemoio,
Skarthmo epichremethōn krouei pedon.
“Come un cavallo da guerra, impaziente per la battaglia,
Il nitrito batte il suolo con i suoi zoccoli”
Continua per incontrare gli uomini armati - Margin, "armatura". Il margine è in accordo con l'ebraico, ma comunque l'idea è sostanzialmente la stessa. Il cavallo si lancia furiosamente contro le armi da guerra.
22 Si beffa della paura - Ride di ciò che è adatto a intimidire; cioè non ha paura.
Né si sottrae alla spada - Si precipita su di essa senza paura. Del fatto qui affermato, e dell'esattezza della descrizione, non vi possono essere dubbi.
23 La faretra tintinna contro di lui - La faretra era una custodia fatta per contenere le frecce. Di solito era appeso alla spalla, in modo che potesse essere facilmente raggiunto per estrarre una freccia. Guerrieri a cavallo, oltre che a piedi, combattevano con archi e frecce, oltre che con spade e lance; e l'idea qui è che il cavallo da guerra porta su di sé questi strumenti di guerra. Il tintinnio della faretra era causato dal fatto che le frecce venivano lanciate un po' allentate nell'astuccio o faretra, e che nel rapido movimento del guerriero venivano scosse l'una contro l'altra. Così, Virgilio, Eneide ix. 660:
- pharetramque fuga sensere sonantem.
Silio, L. 12:
Plena principio e risonanza pharetra.
E di nuovo:
Turba ruunt stridentque sagittiferi coryti.
Così Omero (“Iliade, a.”), parlando di Apollo:
ὤμοισιν ἔχων, ἀμφηρεφέα τε φαρέτρην
αγξαν δ ̓ ἄῤ ὀΐστοὶ ἐπ ̓ ὤμων χωομένοιο.
Tox́ ōmoisin echōn, amfērefea te faretrēn
Eklangxan d' aŕ oistoi ep' ōmōn chōmenoio.
Vedi “Phys. Sac., in loc.”
24 Ingoia la terra - Sembra come se volesse assorbire la terra. Cioè, vi batte i piedi con tanta ferocia e solleva la polvere nel suo impeto, come se volesse divorarla. Questa cifra è insolita per noi, ma è comune in arabo. Vedi Schultens, " in loc." e Bochart, "Hieroz", P. i. l. ii. C. viii. pp. 143-145. Quindi Stazio:
Stare loco nescit, pereunt vestigia mille
Ante fugam, assentemque ferit gravis ungula campum.
Il corsista impaziente ansima in ogni vena,
E scalpitare sembra battere la lontana pianura;
Colline, valli e fiumi sembrano già attraversate,
E prima che cominci mille passi si perdono.
Papa
Né crede che sia il suono della tromba - Questa traduzione non trasmette in alcun modo il significato dell'originale. Il vero senso è probabilmente espresso da Umbreit. “Non sta fermo quando suona la tromba; “cioè, diventa impaziente; non si confida più nella voce del cavaliere e rimane sottomesso, ma si eccita al clangore marziale, e si precipita in mezzo alla battaglia.
La parola ebraica che viene impiegata ( יאמין ya'âmiyn ) significa propriamente “sostenere, stare, sostenere”; poi “credere, essere fermo, stabile”; ed è ciò che è comunemente usato per denotare un atto di "fede" o come significato di "credere". Ma il senso originario della parola è qui da conservare, e poi si riferisce al fatto che il cavallo impaziente non sta più fermo quando la tromba comincia a suonare per la battaglia.
25 Dice tra le trombe, Ha, ha - Cioè, "Quando suona la tromba, la sua voce si sente "come se" avesse detto, Aha - o ha detto di aver sentito il suono che lo chiamava alla battaglia". Il riferimento è al nitrito impaziente del cavallo da guerra in procinto di precipitarsi nel conflitto.
E fiuta da lontano la battaglia - Cioè, fiuta, per così dire, per il massacro. Il riferimento è all'effetto di un esercito in avvicinamento su un vivace cavallo da guerra, come se percepisse l'avvicinamento con l'olfatto e desiderasse essere nel mezzo della battaglia.
Il tuono dei capitani - letteralmente, "il grido di guerra dei principi". Il riferimento è alle voci forti dei capi dell'esercito che comandano le schiere sotto di loro. Riguardo all'insieme di questa magnifica descrizione del cavallo da guerra, il lettore può consultare Bochart, "Hieroz". P. i. l. ii. C. viii., dove le frasi usate sono considerate e ampiamente illustrate. L'idea guida.
ecco, che il cavallo da guerra ha mostrato la saggezza e la potenza di Dio. La sua maestà, energia, forza, impazienza per la battaglia e spirito erano prove della grandezza di Colui che lo aveva creato, e potevano essere invocate per illustrare le Sue perfezioni. Per quanto le persone ammirino il nobile cavallo, e per quanto si preoccupino di addestrarlo per il tappeto erboso o per la battaglia, quanto raramente si riferiscono ad esso per illustrare la potenza e la grandezza del Creatore; e, si può aggiungere, quanto raramente usano il cavallo come se fosse una delle grandi e nobili opere di Dio!
26 Il falco vola per la tua saggezza - L'appello qui è al falco, perché è tra gli uccelli più rapidi nel suo volo. La cosa particolare specificata è il suo volo, e si suppone che ci fosse qualcosa di speciale in ciò che lo distingueva dagli altri uccelli. Se si trattasse della sua velocità, del suo modo di volare, o delle sue abitudini di volo nelle stagioni periodiche, può davvero essere oggetto di indagine, ma è chiaro che la cosa particolare in questo uccello che era adattata a disegnare l'attenzione, e che manifestava soprattutto la sapienza di Dio, era connessa con il suo volo.
La parola qui resa "falco" ( נץ nêts ) è probabilmente generica e comprende le varie specie della tribù dei falchi o dei falchi, come il falco jet, l'astore, lo sparviero, il falco, il lanario, il sakè, l'hobby , il gheppio e lo smeriglio. Si dice che siano state descritte non meno di centocinquanta specie di falco, ma di queste molte sono poco conosciute, e molte di esse differiscono dalle altre solo per lievissime distinzioni.
Sono uccelli rapaci e, poiché molti di loro sono dotati di una docilità notevole, sono addestrati per i diversivi della falconeria - che è stata una vera scienza tra gli sportivi. Il falco, o falco, si distingue spesso per la sua rapidità. Uno, appartenente a un duca di Cleves, volò dalla Westfalia in Prussia in un giorno; e nella contea di Norfolk (Inghilterra) si sapeva che uno faceva un volo di quasi trenta miglia in un'ora.
Un falco che apparteneva a Enrico IV. di Francia, fuggito da Fontainebleau, fu trovato ventiquattr'ore dopo a Malta, essendo lo spazio percorso non meno di milletrecentocinquanta miglia; essendo una velocità di circa cinquantasette miglia orarie, supponendo che l'uccello fosse in volo per tutto il tempo. È a questa notevole velocità che si fa appello come prova della saggezza divina. Dio chiede a Giobbe se avrebbe potuto formare questi uccelli per il loro volo rapido. La saggezza e l'abilità che hanno fatto questo è evidentemente molto al di sopra di quella posseduta dall'uomo.
E allunga le ali verso sud - Riferendosi al fatto che l'uccello è migratore in determinate stagioni dell'anno. Non è qui semplicemente riferita alla rapidità del suo volo, ma a quel notevole istinto che porta le tribù piumate a cercare climi più congeniali all'approssimarsi dell'inverno. In nessun modo si deve spiegare questo, se non per il fatto che Dio lo ha stabilito in tal modo. Questa grande legge delle tribù alate è una delle prove più chiare della saggezza e del libero arbitrio divini.
27 L'aquila monta al tuo comando? - Margine, come in ebraico, "per bocca". Il significato è che Giobbe non aveva il potere di dirigere o ordinare l'aquila nel suo volo alto. L'aquila è sempre stata celebrata per l'altezza a cui sale. Quando Ramond ebbe raggiunto la vetta del monte Perdu, il più alto dei Pirenei, non vide nessun essere vivente se non un'aquila che passava sopra di lui, volando con inconcepibile rapidità in diretta opposizione a un vento furioso.
“Edin. Enza." “Di tutti gli animali, l'aquila vola più in alto; e da lì gli antichi gli hanno dato l'epiteto di "l'uccello del cielo". "Orafo." Ciò che è particolarmente degno di nota qui è l'accuratezza con cui sono fatte le descrizioni in Giobbe. Se queste sono indicazioni del progresso della conoscenza della Storia Naturale, quella scienza non avrebbe potuto essere allora nella sua infanzia. Si accennano qui proprio alle cose che tutte le ricerche delle epoche successive hanno mostrato caratterizzare le classi della creazione piumata a cui si fa riferimento.
E fai il suo nido in alto - " Il nido dell'aquila è di solito costruito nella scogliera più inaccessibile della roccia, e spesso protetto dalle intemperie da qualche rupe sporgente che lo sovrasta". "Orafo." “Di solito è posto orizzontalmente, nella cavità o fessura, di qualche roccia alta e scoscesa, ed è costruito con bastoncini di cinque o sei piedi di lunghezza, intrecciati con ramoscelli flessibili e coperti con strati di giunchi, erica o muschio. A meno che non venga distrutto da qualche incidente, dovrebbe bastare, con riparazioni occasionali, per la stessa coppia durante la loro vita”. “Edin. Enza."
28 Lei dimora e dimora sulla roccia - “ Raramente lascia le montagne per scendere nelle pianure. Ogni coppia vive in uno stato isolato, stabilendo i propri alloggi su qualche scogliera alta e scoscesa, a rispettosa distanza dagli altri della stessa specie”. “Edin. Enza." Sembrano occupare la stessa rupe, o luogo di dimora, durante la loro vita; e quindi, è che sono rappresentati come aventi una dimora permanente sull'alta roccia.
In Damir si dice che il poeta cieco Besar, figlio di Jazidi, quando gli fu chiesto se Dio gli avrebbe dato la scelta di essere un animale, cosa sarebbe stato, disse che non avrebbe voluto essere nient'altro che un "alokab", una specie dell'aquila, perché abitavano in luoghi ai quali nessun animale selvatico poteva avere accesso. Scheutzer, “Phys. Sac. in loc.” La parola resa "rimanere" significa comunemente "passare la notte", e qui si riferisce al fatto che l'alta roccia era la sua dimora o dimora costante. Di notte come di giorno, l'aquila aveva la sua casa lì.
Sulla rupe della roccia - in ebraico, "Sul dente della roccia" - dalla somiglianza della rupe di una roccia a un dente.
29 Di là cerca la preda, e i suoi occhi vedono da lontano - “ Quando è molto in alto, e non più discernibile dall'occhio umano, tale è l'acutezza meravigliosa della sua vista, che dalla stessa elevazione segnerà una lepre, o anche un animale più piccolo, e sfreccia su di esso con mira infallibile”. “Edin. Enza." “Di tutti gli animali, l'aquila ha l'occhio più veloce; ma il suo olfatto è di gran lunga inferiore a quello dell'avvoltoio. Non insegue mai, quindi, ma in vista”. "Orafo." Questo potere della vista era conosciuto presto ed è celebrato dagli antichi. Così, Omero, r' -. versetto 674.
- ̓ ἀιετός ὄν ῥά τε ασὶν
Ὀξύσατον δέρκεσθαι ὑπουρανίων πετεηνῶν.
- hōst' aietos on ra te fasin
Oxusaton derkesthai hupouraniōn peteēnōn.
“Come l'aquila di cui si dice che goda della più acuta visione di
Tutti gli uccelli sotto il cielo”.
Così Eliano, II. l. io. 32. Anche Orazio "Serma". l. io. Sab. 3:
- tam cernit acutum
Quam aut aquila, aut serpeus Epidauro.
Gli scrittori arabi dicono che l'aquila può vedere "quattrocento parasanghe". "Damir", come citato da Scheutzer. È ormai accertato che gli uccelli rapaci cercano o discernono il loro cibo piuttosto dalla vista che dall'odore. Non appena un cammello cade e muore nelle pianure dell'Arabia, si può vedere nel cielo lontano apparentemente un puntino nero, che presto si scopre essere un avvoltoio che si affretta alla sua preda. Da quella vasta distanza l'uccello, invisibile all'occhio umano, ha visto la preda distesa sulla sabbia e subito incomincia verso di essa il suo rapido volo.
30 Anche i suoi piccoli succhiano sangue - La parola usata qui ( יעלעוּ y e ‛âl‛û ) non si trova da nessun'altra parte nelle Scritture. Si suppone che significhi, supplire avidamente; riferendosi al fatto che i giovani dell'aquila divorano voracemente il sangue. Sono troppo deboli per divorare la carne e quindi si nutrono del sangue della vittima.
La forza dell'aquila consiste nel becco, negli artigli e nelle ali; e tale è il loro potere, che sono in grado di trasportare animali di dimensioni considerevoli, vivi, nei loro luoghi di dimora. Spesso partoriscono in questo modo agnelli, capretti e piccoli di gazzella. Sono noti almeno tre casi in cui hanno rapito bambini. Nell'anno 1737, in Norvegia, un bambino dai due anni in su fu rapito da un'aquila agli occhi dei suoi genitori.
Anderson, nella sua storia dell'Islanda, afferma che in quell'isola i bambini di quattro e cinque anni hanno subito la stessa sorte; e Ray menziona che in uno degli Orkhey un bambino di un anno fu afferrato dagli artigli di un'aquila e trasportato per circa quattro miglia al suo nido. “Edin. Enza." Il cibo principale della giovane aquila è il sangue. La prova di questo fatto può essere vista nel “Phys. Sac., in loc.”
E dove sono gli uccisi, c'è lei - ebraica, "l'uccisa"; riferendosi forse principalmente a un campo di battaglia - dove cavalli, cammelli ed esseri umani giacciono in confusione. Non è improbabile che il Salvatore avesse in mente questo passaggio quando disse, parlando dell'imminente distruzione di Gerusalemme: “Poiché dovunque sarà il cadavere, là si raduneranno le aquile; “ Matteo 24:28.
Sul fatto che si riuniscano così, non ci possono essere dubbi. L'“argomento” a prova della saggezza e maestà dell'Onnipotente in questi riferimenti alla creazione animale, deriva dalla loro forza, dai loro istinti e dalle loro abitudini speciali. Possiamo fare due osservazioni, alla luce dell'argomento qui esposto:
(1) Uno riguarda la notevole accuratezza con cui vengono citati. Le affermazioni non sono vaghe e generiche, ma minute e caratteristiche, circa le abitudini e gli istinti degli animali a cui si fa riferimento. Vengono scelte le stesse cose che ora si sa per distinguere quegli animali, e che non si trovano ad esistere nello stesso grado, se non del tutto, in altri. Indagini successive sono servite a confermare l'esattezza di queste descrizioni, e possono ora essere prese come un resoconto corretto anche alla lettera della storia naturale dei diversi animali a cui si fa riferimento. Se dunque, come è già stato detto, questo è da considerarsi come un'indicazione dello stato delle scienze naturali al tempo di Giobbe.
mostra uno stato abbastanza avanzato; se non è un'indicazione dello stato di conoscenza esistente al suo tempo, se non c'era una tale conoscenza della creazione animale come risultato dell'osservazione, allora mostra che queste erano veramente le parole di Dio, e devono essere considerate come ispirazione diretta. In ogni caso, l'affermazione è stata evidentemente fatta sotto l'influenza dell'ispirazione, ed è degna dell'origine che rivendica.
(2) La seconda osservazione è che il progresso della scoperta nella scienza della storia naturale è servito solo a confermare ed espandere l'argomento qui citato. Ogni fatto nuovo riguardo alle abitudini e agli istinti degli animali è una nuova prova della saggezza e della grandezza di Dio e possiamo appellarci ora, con tutte le conoscenze che abbiamo su questi argomenti, con forza incontestabile alle abitudini e agli istinti del le capre selvatiche della roccia, l'asino selvatico, il rinoceronte, lo struzzo, il cavallo, il falco e l'aquila, poiché ognuno fornisce una prova sorprendente e speciale della saggezza, della bontà, della sovrintendente provvidenza e del potere del grande Creatore.
Esposizione della Bibbia di John Gill:
Giobbe 39
1 INTRODUZIONE AL LAVORO 39
Questo capitolo tratta di varie creature, bestie e uccelli, di cui Giobbe aveva poca conoscenza, non si preoccupò della loro realizzazione e quasi nessun potere su di loro; come dei capri e delle cerve, Giobbe 39:1-4 ; dell'asino selvatico, Giobbe 39:5-8 ; dell'unicorno, Giobbe 39:9-12 ; del pavone e dello struzzo, Giobbe 39:13-18 ; del cavallo, Giobbe 39:19-25 ; e del falco e dell'aquila, Giobbe 39:26-30
Versetto 1. Conosci il tempo in cui le capre selvatiche della roccia partoriscono?
Le quali creature sono così chiamate, perché abitano tra le rocce e vi corrono sopra; e sebbene le loro teste siano cariche di un enorme carico di corna su di esse, tuttavia possono così posarsi, come con la massima rapidità, per saltare da un monte all'altro, come dice Plinio: e se partoriscono i loro piccoli nelle rocce, come afferma Olimpiodoro, e il che non è improbabile, non c'è da meravigliarsi che il tempo della loro nascita non sia conosciuto dagli uomini, ai quali le rocce su cui corrono sono inaccessibili;
[o] puoi segnare il tempo in cui le cerve partoriscono? cioè, precisamente ed esattamente, e in modo da dirigerlo, ordinarlo, gestirlo e realizzarlo, come fa il Signore: ed è meraviglioso che partoriscano, e non partoriscano i loro piccoli prima del tempo, quando sono continuamente in fuga e spaventati, attraverso uomini o bestie feroci, e corrono e saltano quasi sempre; e spesso spaventati dal tuono, che accelera la nascita, Salmi 29:9 ; altrimenti il tempo della loro generazione in generale è noto agli uomini, come si osserverà in Giobbe 39:2
2 Versetto 2. Puoi tu contare i mesi che compiono?
Cosa che alcuni capiscono sia delle capre selvatiche che delle cerve. Le capre comuni compiono cinque mesi, concepiscono in novembre e partoriscono in marzo, come osserva Plinio ; ma quanti ne compiono le capre selvatiche della roccia non lo dice né lui né nessun altro io sappia: lo stesso scrittore dice delle cerve, che vanno otto mesi;
O conosci il tempo in cui partoriscono? I naturalisti ci dicono che le cerve concepiscono dopo il sorgere della stella Arturo, che sorge undici giorni prima dell'equinozio d'autunno, cosicché concepiscono in settembre, e quando vanno avanti di otto mesi, partoriscono in aprile, ma allora non si conosce l'ora esatta di un giorno e di un'ora. D'altronde, chi ha fissato il tempo per la loro generazione e li ha condotti in esso attraverso tanti pericoli e difficoltà? Nessuno tranne il Signore stesso. Ora, se tali cose comuni in natura non fossero perfettamente conosciute da Giobbe, come potrebbe egli essere in grado di indagare e scoprire le cause e le ragioni dei provvidenziali rapporti di Dio con gli uomini, o ciò che è nel grembo della Provvidenza?
3 Versetto 3. Si inchinano,
Affinché possano partorire i loro piccoli con maggiore facilità e più sicurezza, perché sembra che le cerve partoriscano i loro piccoli con grande difficoltà, e ci sono disposizioni in natura per diminuirla, come il tuono, prima osservato, che li fa partorire prima, e c'è un'erba chiamata "seselis", che si dice si nutrono prima della nascita, per renderla più facile; così come usano quello, e un altro chiamato "aros", dopo la nascita, per alleviare i loro dolori successivi;
partoriscono i loro piccoli; strappare e spezzare la membrana, come significa la parola, in cui sono avvolti i loro piccoli;
gettano via i loro dolori; o i loro piccoli, che partoriscono nelle pene e che poi cessano; o le secundine, o dopoparto, in cui i giovani sono avvolti, e che il filosofo dice mangiano, e si suppone che sia medico per loro. Nessuno, tranne una donna, sembra partorire con più dolore di questa creatura; e una moglie è paragonata ad esso, Proverbi 5:19
4 Versetto 4. I loro piccoli sono di buon gradimento,
Paffuti, grassi ed eleganti, come i cerbiatti:
crescono con il mais; con cui crescono, o fuori nel campo, come significa anche la parola; e la loro crescita e il loro aumento sono molto rapidi, come osserva Aristotele;
Essi vanno e non vi tornano; vanno nei campi, si spostano e provvedono a se stessi, e non disturbano più le loro dighe, e non tornano a loro, e non sono riconosciuti da loro
5 Versetto 5. Chi ha liberato l'asino selvatico?
Nell'ampia desolazione, dove si trova, si muove a piacere, e non è sotto il controllo di nessuno; una creatura che, essendo naturalmente selvaggia, è naturalmente avversa alla servitù, è desiderosa di libertà e la mantiene: non se non per poter essere domata, come Plinio parla di coloro che sono; ma sceglie di essere libera, e, secondo la sua natura, è mandato nel deserto come tale: non che sia liberato dalla schiavitù, perché in quanto non è mai esistito finché non è domato; ma la sua natura, la sua inclinazione e la sua condotta è quella di essere libera. E ora la domanda è: chi ha dato a questa creatura una tale natura, e il desiderio di libertà? E tale potere per mantenerlo? e lo ordina di adottare tali metodi per assicurarlo e tenersi lontano dalla schiavitù? È da Dio;
O chi ha sciolto i legami dell'asino selvatico? non che ne abbia naturalmente su di sé, e che sia sciolto da loro; ma poiché ne è chiaro come lo sono tali creature, che sono state in bande e ne sono liberate: quindi si usa questo modo di espressione, e che significa lo stesso di prima
6 Versetto 6. Della cui casa ho fatto il deserto,
Stabilito che quello fosse il suo luogo di residenza, in quanto conforme alla sua natura, lontano dagli uomini, e in minor pericolo di essere messo in soggezione da loro. Tali erano i deserti dell'Arabia; dove, come racconta Senofonte , erano molte di queste creature, e che egli rappresenta come molto veloci: e Leone Africano dice, un gran numero di esse si trovano nei deserti, e ai confini dei deserti; quindi si dice che siano abituati al deserto Geremia 2:24 ;
e la terra arida le sue dimore; non del tutto sterile, perché allora non potrebbe viverci; ma comparativamente, rispetto alla terra che è fertile: o "terra salata"; perché, come dice Plinio , ogni luogo dove c'è il sale, è sterile
7 Versetto 7. Egli disprezza la moltitudine della città,
Scegliendo piuttosto di essere solo nel deserto e libero piuttosto che essere in mezzo a una moltitudine di uomini in una città, ed essere schiavo come l'asino addomesticato, o disprezza e sfida una moltitudine di uomini, che possono venire dalle città per prenderlo, Leone Africano dice non cede a nessuno per la velocità se non ai cavalli barbareschi: secondo Senofonte, supera il cavallo in velocità; e quando è inseguito dai cavalieri, li supera, e si fermerà e si fermerà e si riposerà finché non gli si avvicineranno, e poi ripartirà, così che non c'è modo di prenderlo, a meno che non siano impiegati in molti. Aristotele dice che eccelle in rapidità; e, secondo Bochart, il suo nome in ebraico deriva dalla parola caldea פדא, "correre". O può essere reso "il rumore della città", così Cocceo; il trambusto in esso, attraverso una molteplicità di uomini in affari;
non bada al grido del conducente; o "sente": non sente i suoi colpi, né ode le sue parole; esortandolo a muoversi più velocemente e a fare una spedizione più rapida, come fa l'asino addomesticato; non essendo né cavalcato né guidato, né trainato su un carro o aratro
8 Versetto 8. La catena montuosa [è] il suo pascolo,
Spazia intorno alle montagne in cerca di cibo; lo cerca, come significa la parola, e cerca prima un posto e poi un altro per prenderne un po', avendo lì brevi punti in comune;
e cerca ogni cosa verde; erba o pianta, sia ciò che vuole che sia verde, cerca; e che, essendo scarso nei deserti e nelle montagne, lo cerca e se ne nutre, ovunque lo trovi; essendo l'erba il cibo peculiare di queste creature, vedi Giobbe 6:5 ; e che è osservato dai naturalisti
9 Versetto 9. L'unicorno sarà disposto a servirti,
Se sia esistita o sia mai esistita una creatura del genere, come descritta sotto il nome di unicorno, è una questione: si pensa che i racconti di essa siano per la maggior parte favolosi, sebbene Vartomanno dica di averne visti due alla Mecca, che venivano dall'Etiopia, il più grande dei quali aveva un corno sulla fronte lungo tre cubiti. Ci sono infatti parecchie creature che possono essere chiamate "monoceroti", che hanno un solo corno; come il "rinoceronte", e i cavalli e gli asini indiani. Il geografo arabo parla di una bestia nelle Indie, chiamata "carcaddan", che è inferiore a un elefante e più grande di un bufalo, che ha in mezzo alla fronte un corno lungo e spesso, tanto quanto due mani possono afferrare: e non solo sulla terra, ma nel mare sono tali, come il "nahr whal", " o balena della Groenlandia; ma allora non rispondono alla creatura così chiamata nella Scrittura: e, inoltre, questa deve essere una creatura ben nota a Giobbe, come lo era agli Israeliti; e deve essere una creatura forte, dal racconto che ne fa, e non deve essere presa come qui. E Solino parla di tali "monoceroti" o unicorni, che possono essere uccisi, ma non possono essere presi, e non si è mai saputo che fossero in possesso di alcun uomo vivo; e così Eliano dice di creature simili, che non si è mai ricordato che qualcuno di loro fosse stato preso. Alcuni pensano che si riferisca al "rinoceronte"; ma che, sebbene sia una creatura molto forte, e quindi possa essere ritenuta adatta agli usi di seguito menzionati, tuttavia può essere addomesticata; mentre la creatura qui è rappresentata come indomabile, e non da sottomettere, e portata sotto un giogo e gestita; e inoltre, non è molto probabile che fosse conosciuto da Giobbe. Bochart lo considera l'"orice", una creatura della specie delle capre; ma a me sembra più probabile che sia della specie dei buoi, che sia simile a loro, e quindi si potrebbe pensare che faccia il lavoro di uno di loro; e piuttosto, a causa della sua grande forza, e tuttavia non potrebbe essere portato a farlo, né ci si affida ad esso: poiché le questioni che lo riguardano riguardano riguardano il lavoro dei buoi; e come l'asino selvatico si oppone a quello addomesticato nel paragrafo precedente, così qui il bue selvatico a uno addomesticato. E sia Strabone che Diodoro Siculo raccontano che tra i Trogloditi, un popolo che abitava vicino al Mar Rosso, e non lontano dall'Arabia, dove Giobbe abitava, c'era abbondanza di buoi o tori selvatici, e che superava di gran lunga quelli comuni per grandezza e velocità; e la creatura chiamata sembra nell'originale, Prende il nome dall'alto. Ora la domanda è: Giobbe potrebbe prendere uno di questi tori o buoi selvaggi, e domarlo, e renderlo disposto a fare qualsiasi lavoro o servizio a cui scegliesse di destinarlo? No, non poteva;
O rimani nella tua culla? mangiatoia o stalla, come vuole il bue addomesticato o comune; il quale, quando ha fatto il suo lavoro, è lieto di essere condotto alla sua stalla e al suo pascolo, e poi si sdraia e riposa, e lì rimane; vedi Isaia 1:3 ; ma non così il bue selvatico
10 Versetto 10. Puoi legare l'unicorno con la sua catena nel solco?
Mettigli addosso il giogo e la bardatura, e fissala all'aratro per tirarla, perché possa fare solchi con essa nel campo, o arare il terreno come fa il bue addomesticato? tu non puoi;
O erpierà le valli dietro di te? Tirare l'erpice che si usa dopo l'aratura per rompere le zolle, e rendere il terreno liscio e uniforme? non lo farà: le valli sono particolarmente menzionate, perché di solito vi si trovano terreni coltivabili; vedi Salmi 65:13
11 Versetto 11. Ti fiderai di lui, perché la sua forza è grande?
No, i buoi mansueti sono impiegati perché sono forti per lavorare, Salmi 144:14 ; e si deve avere fiducia in loro, nell'arare o nel pigiare il grano, sotto la direzione, perché sono maneggevoli, e si occuperanno degli affari con costanza; ma non ci si deve ancora fidare del bue selvatico, sebbene più forte e quindi più adatto al lavoro, perché indisciplinati e ingestibili: se si potesse pensare che si intendesse quella specie di buoi selvatici chiamati "uri", per la quale Bootio sostiene, il racconto di Cesare su di loro concorderebbe con questo carattere del "reem", per quanto riguarda la sua grande forza: dice di loro, sono di dimensioni un po' più piccole degli elefanti, della specie, colore e forma di un toro; sono di grande forza e di grande rapidità, e non possono essere domati;
O lascerai a lui il tuo lavoro? per arare i tuoi campi, per erpicare le tue terre e per riportare a casa il grano maturo? come in Giobbe 39:12 ; tu non vuoi
12 Versetto 12. Gli crederai tu che porterà a casa la tua discendenza?
Tirare sul carro e portare a casa i covoni di grano maturi, come fa il bue addomesticato? No; lo conosci troppo bene per credere che lo riporterà a casa sano e salvo;
e raccoglilo nel tuo granaio; per essere calpestato, cosa che si faceva dai buoi in quei tempi: se dunque Giobbe non poteva gestire creature così ribelli come l'asino selvatico e il bue selvatico, e rendergliele utili, quanto doveva essere inadatto a governare il mondo, o a dirigere negli affari della Provvidenza?
13 Versetto 13. [Dai tu] le belle ali ai pavoni?
Piuttosto "struzzi", come lo rendono la Vulgata latina e le versioni tigerine; alcuni lo rendono "l'ala di coloro che esultano è gioiosa", così Montano, cioè degli struzzi, che, fiduciosi delle loro ali, esultano e si gloriano del cavallo e del suo cavaliere, Giobbe 39:18 ; poiché i pavoni non si distinguono per le loro ali, ma per le loro code, mentre le ali dello struzzo sono come vele per loro, come osservano diversi scrittori, e con il quale preferiscono correre, o remare, che volare: per questo è chiamato da Plauto "passer marinus", il passero di mare: e le sue piume sono più belle di quelle delle ali del pavone; e inoltre, è una questione se il pavone fosse dove viveva Giobbe, e ai suoi tempi; poiché è originario delle Indie, e da lì fu portato in Giudea ai tempi di Salomone; e non fu conosciuto in Grecia e a Roma fino a epoche successive. Alessandro Magno, quando li vide per la prima volta in India, ne fu sorpreso; e tuttavia Solone ne parla nel suo tempo come li vide da lui, che fu almeno duecento anni prima di Alessandro; sebbene a Roma non fossero comuni ai tempi di Orazio, il quale chiama un pavone "rara avis", e ne parla come venduti a un grande prezzo; ma gli struzzi erano ben noti in Arabia, dove Giobbe visse, come testimoniano Senofonte, Strabone e Diodoro Siculo. Inoltre, ciò che è detto nei versetti seguenti è vero solo per lo struzzo, e di questo si parla solo qua e là, come segue;
o ali e piume allo struzzo; o le cui ali e piume sono come le cicogne; e così Bochart rende le parole, veramente hanno "l'ala e la piuma della cicogna"; i cui colori sono il bianco e il nero, da cui prende il nome πελαγρος in greco; e così Leone Africano dice degli struzzi, che hanno nelle loro ali grandi piume di colore bianco e nero; e questa era una creatura ben nota in Arabia, in cui Giobbe viveva
14 Versetto 14. che lascia le sue uova nella terra,
Li depone e li lascia lì. Eliano, d'accordo con ciò, dice che costruisce un basso nido nel terreno, facendo una cavità nella sabbia con i suoi piedi, sebbene sembri che si sbagli sul numero delle sue uova, che fa essere più di ottanta; più propriamente Leone Africano, che le calcola dieci o dodici; il che, Dice che giace nella sabbia, e ognuno di loro ha le dimensioni di una palla di cannone e pesa quindici libbre, più o meno. Quindi, presso gli arabi, si chiama
"la madre delle uova",
a causa delle grandi uova che depone; e presso di loro è un proverbio,
"più meschino, o di minor conto, delle uova di struzzo,"
perché le sue uova sono trascurate da esso;
e li riscalda nella polvere; non che li lasci riscaldati dalla sabbia calda, o dal calore del sole su di loro, dal quale sono nati, come è stato comunemente detto, perché in tal modo preferirebbero corrompersi e marcire; ma lei stessa le riscalda e le cova, sedendosi su di esse nella polvere e nella sabbia: e per questo è espresso lo storico di cui sopra, che dice, la femmina che si accende su queste uova, sia sue che altrui, si siede su di esse e le riscalda. Riguardo allo struzzo che cova le sue uova, Vansleb (a), da un manoscritto arabo, riferisce ciò che è incredibile, che esse sono covate dal maschio e dalla femmina solo con il loro occhio; che l'uno o l'altro di loro continua a guardarle finché non sono tutte schiuse; e questo osservo è affermato anche da un altro scrittore (b)
15 Versetto 15. e dimentica che il piede può schiacciarli,
I piedi del viaggiatore, essendo posti nella terra, dove egli può camminare, o sulla sabbia del lido del mare, dove può calpestarli e calpestarli senza accorgersene, e frantumarli; per impedirlo questa creatura non ha lungimiranza;
o che la bestia selvaggia possa spezzarli; supponendo che possano essere, sebbene non dove camminano gli uomini, ma dove frequentano le bestie feroci, possono essere facilmente spezzate dall'una come dall'altra; contro i quali non si guarda, non avendo alcun istinto in natura, come hanno certe creature, di dirigere alla loro conservazione
16 Versetto 16. Ella è indurita contro i suoi piccoli, come se non fossero suoi,
Perciò si dice che è crudele, Lamentazioni 4:3 ; non contro i piccoli che cova, perché Eliano la riferisce come molto tenera con i suoi piccoli, e si espone al pericolo per la loro conservazione; ma essendo una creatura molto smemorata, avendo deposto le sue uova nella sabbia, dove le lascia, dimentica dove le ha deposte; e trovando altre uova si posa su di esse e le cova, e considera i giovani come propri, e si indurisce contro i suoi veri e veri giovani, come se non le appartenessero;
il suo lavoro è vano senza paura; nel deporre le uova e lasciarle nella polvere, senza paura che vengano schiacciate e spezzate, cosa che tuttavia è, e così la sua fatica è vana; o la sua fatica nel far cova le uova degli altri, senza alcun timore o cura della loro appartenenza agli altri, cosa che tuttavia fanno, e così lavora invano
17 Versetto 17. perché Dio l'ha privata della sapienza,
O "le fece dimenticare" ciò che aveva; un esempio della sua dimenticanza è menzionato Giobbe 39:15 ; e così Leone Africano dice di esso, che ha una memoria molto breve, e subito dimentica il luogo dove vengono deposte le sue uova;
né le ha comunicato intelligenza; Gli storici danno molti esempi della sua stupidità, come il fatto che accetta tutto ciò che gli viene offerto da mangiare, pietre, ferro, ecc.; che infilerà la testa e il collo in un boschetto, immaginando: è nascosto e coperto, e che nessuno può vederlo; che Plinio osserva come un esempio della sua stoltezza; sebbene Diodoro Siculo consideri questo come un punto di prudenza, per la conservazione di quelle parti di esso che sono più deboli. Strabone dà un altro esempio della sua stupidità, del fatto di essere così facilmente ingannato dagli sportivi, i quali, mettendo loro la pelle di uno struzzo sulle mani e porgendo ad esso frutti o semi, li riceverà da loro e sarà preso. Altri osservano la piccolezza delle loro teste, e quindi del loro cervello, come argomento della loro mancanza di comprensione; ed è stato notato, come prova del fatto che non avevano che pochi cervelli, che Eliogabalo, l'imperatore romano, fece vestire subito seicento teste di struzzi per la sua cena, per amore del loro cervello
18 Versetto 18. Quando si sollevò in alto,
A volte è alta otto piedi; quando è allarmata dall'avvicinarsi del pericolo, si alza, stando seduta per terra, e alza le ali per volare, o piuttosto correre;
disprezza il cavallo e il suo cavaliere; essendo quindi, come dice Plinio , più alto di un uomo a cavallo, e superiore a un cavallo in velocità; e sebbene i cavalieri siano stati in grado di prendere asini selvatici e capre, creature molto veloci, tuttavia mai struzzi, come riferisce Senofonte di quelli in Arabia; e questa creatura ha un altro metodo, quando viene inseguita, con cui sfida e disprezza, così come ferisce e disturba i suoi inseguitori, che è lanciando pietre all'indietro contro di loro con i suoi piedi come da una fionda
19 Versetto 19. Hai tu dato forza al cavallo?
Non solo per portare pesi e trainare carrozze, ma per la guerra; poiché è del cavallo da guerra che si parla qui, come mostra ciò che segue, e la sua forza denota; non solo la forza del corpo, ma la forza d'animo e il coraggio; per cui, così come l'altro, il cavallo è eminente, ed entrambi sono dono di Dio, e non degli uomini;
Hai tu rivestito il suo collo di tuono? o con forza, come il Targum; il cavallo ha una forza particolarmente grande nel collo, così come in altre parti; o con forza di voce, come spiega Ben Gersom; ed è stato generalmente inteso il nitrito dei cavalli, che entra ed esce dal loro collo, e produce un suono veemente: alcuni lo rendono "con una criniera"; e si potrebbe far sembrare che la parola sia usata in questo modo in qualsiasi altro luogo, o in qualsiasi altro scritto, o in uno qualsiasi dei dialetti, darebbe un ottimo senso, dal momento che una bella e grande criniera per un cavallo è un grande ornamento e raccomandazione: la Settanta lo rende con "paura", e Jarchi lo interpreta con "terrore"; e si riferisce al senso della parola in Ezechiele 27:35 ; e può significare un tremore come quello che fa il tuono, da cui prende il nome; e si può osservare che tra il collo e l'osso della spalla di un cavallo c'è un movimento tremulo e tremante; e che è più veemente in battaglia, non per paura di essa, ma piuttosto per la smania di ingaggiarla; e perciò Schultens traduce le parole: "Hai tu vestito il suo collo di un allegro tremore?"
20 Versetto 20. Puoi tu fargli spavento come una cavalletta?
Che si spaventa ad ogni rumore e ad ogni avvicinamento degli uomini, ma non così il cavallo; o puoi muoverlo, o farlo saltare e saltare, o piuttosto saltare come una cavalletta? Cioè, gli hai dato, o puoi dargli la facoltà di saltare oltre le siepi e i fossati, per i quali il cavallo è famoso? così si dice che i cavalli da guerra di Nettuno sono ευσκαρθμοι, buoni saltatori;
La gloria delle sue narici è terribile, il che si può capire dai suoi starnuti, sbuffi, scalpiti e nitriti, quando le sue narici sono larghe, divaricate e allargate; e specialmente quando è infuriato e in battaglia, quando schiuma, e fuma, e il suo respiro esce dalle narici come fumo, ed è molto terribile
21 Versetto 21. Scalpita nella valle,
Dove gli eserciti sono di solito schierati e schierati in battaglia, e specialmente la cavalleria, per la quale la valle è più conveniente; e qui il cavallo è impaziente di ingaggiare, non può stare fermo, ma si alza con le zampe anteriori e le zampe e saltella, e, come significa la parola, scava la terra e la rende cava, colpendola continuamente; così generalmente i cavalli sono comunemente descritti in questo modo;
e si rallegra della [sua] forza; di cui è sensibile, e se ne gloria; marcia verso la battaglia con orgoglio e solennità, sfidando, per così dire, il nemico, e come se fosse sicuro della vittoria, di cui ha conoscenza quando l'ha ottenuta; poiché Lattanzio dice dei cavalli, quando i vincitori esultano, quando sono vinti si affliggono; ha il suo nome in lingua ebraica da gioia;
va incontro agli uomini armati; senza alcun timore o timore nei loro confronti, come segue
22 Versetto 22. Si fa beffe della paura e non si spaventa,
Agisce quelle cose che causano paura e spavento agli uomini; come armi, anche se sempre così terribili, ed eserciti, anche se mai così numerosi;
e non si ritrae dalla spada; la spada nuda, quando è sguainata contro di lui, e pronta per essere conficcata in lui; il cavallo così audace e coraggioso era per gli egiziani un simbolo di coraggio e audacia
23 Versetto 23. La faretra sferraglia contro di lui,
La faretra è ciò in cui le frecce vengono messe e trasportate, e sembra che qui sia messa per frecce, che quando vengono lanciate dal nemico sfrecciano intorno a lui, ma non lo intimidiscono; a meno che questo non si intenda come frecce che tintinnano nella faretra quando vengono portate dal cavaliere "su di lui", così alcuni rendono l'ultima parola; e così Omero e Virgilio parlano della faretra tintinnante e delle frecce che risuonano in essa, come portate sulla schiena o sulla spalla; ma il primo senso sembra il migliore, in cui un altro poeta lo usa;
la lancia scintillante e lo scudo; la lancia o il giavellotto, come lo rende il signor Broughton, e altri; cioè, non si allontana da questi, né si spaventa di fronte a loro quando gli vengono additati o lanciati contro di lui; così Eliano parla dei Persiani che addestravano i loro cavalli e li abituavano ai rumori, affinché in battaglia non si spaventassero per il fragore delle armi, delle spade e degli scudi l'uno contro l'altro, allo stesso modo in cui i nostri cavalli da guerra sono addestrati a non partire allo sparo di un cannone o allo scoppio di un cannone
24 Versetto 24. Egli inghiotte la terra con ardore e rabbia,
Essendo così ansioso della battaglia, e così pieno di ferocia e di rabbia, salta la pianura con tale rapidità che sembra piuttosto inghiottire il terreno che corrervi sopra;
e non crede che [sia] il suono della tromba; per la gioia nell'udirlo; o non si fiderà delle sue orecchie, ma vedrà con i suoi occhi se la battaglia è pronta, e quindi avanza. Il signor Broughton e altri lo lettero: "non starà fermo al suono della tromba"; e la parola significa fermo e stabile, oltre che credere; quando sente suonare la tromba, l'allarme della guerra, come preparazione per la battaglia, non sa come stare in piedi; non c'è quasi nessuno che lo trattenga, ma si precipita subito in battaglia, Geremia 8:6
25 Versetto 25. Egli dice tra le trombe: ah, ha,
Tanto compiaciuto del loro suono, rallegrandosi di esso, e che egli significa nitrindo;
e sente l'odore della battaglia da lontano; che rispetta non tanto la distanza del luogo quanto del tempo; egli percepisce in anticipo che è vicino, dai preparativi che si fanno per esso, e in particolare da ciò che segue; così Plinio dice dei cavalli, essi preannunciano un combattimento. I tuoni dei capitani e le grida; Capiscono che uno scontro sta per iniziare dalla voce alta e tonante dei capitani, che esortano e fanno salire a spirale i loro uomini, e danno loro la parola di comando; e dal grido clamoroso dei soldati che riecheggiava al discorso dei loro capitani; e che vengono emessi all'inizio, sia per animarsi a vicenda, sia per intimidire il nemico. Bootio osserva che Virgilio e Oppiano dicono la maggior parte delle stesse cose in lode del cavallo che sono qui dette, e sembrano averle prese di qui; e alcuni danno al cavallo la preferenza al leone, il quale, quando si allontana da un combattimento, non ritorna più, mentre il cavallo lo farà. Questo è un emblema sia di uomini buoni, Zaccaria 10:3 ; e degli uomini malvagi, Geremia 8:6
26 Versetto 26. Il falco vola per la tua saggezza,
Con tanta rapidità, fermezza e costanza, finché non ha afferrato la sua preda. La versione latina della Vulgata e alcune altre dicono: "diventa piumata" o "comincia ad avere piume?" e così Bochart: o quando si involò per la prima volta; o quando, come si dice getta le sue vecchie piume e ne ottiene di nuove, e questo ogni anno. Ora, né il suo volo né le sue piume, né in un momento né nell'altro, sono dovuti agli uomini, ma al Signore, che dà entrambi;
[e] allungare le ali verso sud? Essendo un uccello di passaggio, si sposta dai climi più freddi verso l'inverno, e dirige la sua rotta verso sud verso quelli più caldi, cosa che fa per un istinto di natura, messo in lei dal Signore, e non per istruzione dell'uomo. O, come dicono alcuni, gettando via le sue vecchie piume, vola verso sud per riscaldarsi; e che le sue piume possano essere amate dal calore e crescere più presto e meglio. Quindi è forse, come riferisce Eliano, che questo uccello era consacrato dagli Egiziani ad Apollo o al sole, essendo in grado di guardarne i raggi con nostalgia, costantemente e facilmente, senza esserne ferito. Porfirio dice che questo uccello non solo è accettabile al sole, ma ha in esso la divinità, secondo gli Egiziani, e non è altro che Osiride, o il sole rappresentato dall'immagine di esso. Strabone parla di una città di falchi, dove questa creatura è venerata. Deve il suo nome in greco alla sua sacralità; e secondo Esiodo, è molto veloce, e ha grandi ali. È chiamato ωκυπτερος, veloce nel volare, da Manetone; e da Omero, ωκιστος πετεηνων, il più veloce dei polli. Deve il suo nome da נצה, "volare", come osserva Kimchi. Cirillo di Gerusalemme, in base all'autorità della versione greca, afferma che per un istinto o ordine divino, il falco, spiegando le ali, sta in mezzo all'aria immobile, guardando verso sud. Tutti i resoconti mostrano che si tratta di un uccello che ama il calore, motivo per cui l'espressione nel testo
27 Versetto 27. L'aquila sale al tuo comando,
No, ma per un istinto che Dio ha posto in esso, e una capacità che gli ha dato al di sopra di tutti gli altri uccelli. Fanno un giro nel loro volo e si piegano prima di librarsi in alto: ma l'aquila dirige la sua corsa direttamente verso l'alto verso il cielo, finché non scompare dalla vista; e, come dice Apuleio, fino alle nuvole, dove piove e nevica, e oltre le quali non c'è posto per tuoni e fulmini;
e farla nidificare in alto? così dice il filosofo: le aquile fanno i loro nidi non nelle pianure, ma nelle alture, specialmente nelle rocce scoscese, come in Giobbe 39:28
28 Versetto 28. Essa dimora e dimora sulla roccia, sulla rupe della roccia e sul luogo forte.] Dove lei e i suoi piccoli sono al sicuro: così dice Plinio , le aquile fanno i loro nidi nelle rocce, anche nei loro precipizi, come ha citato il filosofo nel verso precedente; e qui sul dente, sull'orlo o sul precipizio della roccia, che è inaccessibile, e quindi simile a un forte luogo fortificato
29 Versetto 29. Di là cerca la preda,
Dall'alta roccia, da dove può guardare giù nelle valli, e persino nel mare, e spiare ciò che è per il suo scopo, e scendere e afferrarli, come agnelli, cerbiatti, oche, crostacei, ecc., anche se possono giacere nei luoghi più nascosti e segreti. Perciò nel testo originale si legge: "ella scava la preda o il cibo"; come il tesoro nascosto in segreto viene scavato o diligentemente cercato; e per il quale è qualificata dall'acutezza della sua vista, come segue:
[e] i suoi occhi guardano lontano; dalle alte rocce e dalle nuvole più alte, anche dall'alto cielo, come si esprime Eliano , e che osserva che lei è la più acuta di tutti gli uccelli, e così, dice Omero , alcuni affermano
30 Versetto 30. Anche i suoi piccoli succhiano il sangue,
Così come se stessa, essendo stata educata ad esso da lei. L'aquila non si cura dell'acqua, ma beve il sangue della sua preda; e così i suoi piccoli dopo di lei, come riferiscono i naturalisti. E Eliano dice lo stesso del falco, che non mangia semi, ma divora carne e beve sangue, e nutre i suoi piccoli con lo stesso
E dove sono gli uccisi, là c'è lei; Dove c'è stata una battaglia e le carcasse sono rimaste sul campo, le aquile si raduneranno intorno a loro. Questo è particolarmente vero per quel tipo di aquile chiamate aquile avvoltoio, come osservano Aristotele e Plinio ; vedi Matteo 24:28. Ora, poiché Giobbe era così ignorante della natura di queste creature, e incapace di governarle e dirigerle; e ciò che avevano di qualche eccellenza era da Dio, e non da lui, né da alcuno alcuno; quanto deve essere inadatto a disputare con Dio e a contendere con lui sulle sue opere della provvidenza? di cui convincerlo era lo scopo di questo discorso sulle creature; e che ha avuto l'effetto desiderato, come appare nel capitolo successivo
Commentario del Pulpito:
Giobbe 39
1 Versetti 1-30. - Questo capitolo completa l'esame della natura animata iniziato inGiobbe 38:39). Le abitudini e gli istinti della capra selvatica, dell'asino selvatico e del bestiame selvatico vengono notati per la prima volta (Versetti. 1-12); Poi si passa al più notevole degli uccelli, lo struzzo (Versetti. 13-18). Successivamente, il cavallo è descritto, e, per così dire, raffigurato, in un passaggio di straordinario fuoco e brillantezza (Versetti. 19-25). Infine, si fa un ritorno agli uccelli notevoli, e si menzionano le abitudini del falco e dell'aquila (Versetti. 26-30). In tutto, l'obiettivo è quello di mostrare l'infinita saggezza di Dio e l'assoluta incompetenza dell'uomo nello spiegare i misteri della natura. Conosci il tempo in cui le capre selvatiche della roccia partoriscono? Le capre selvatiche dell'Asia occidentale sono di due specie, la Capra segagrus, e lo stambecco asiatico, o Capra Sinaitica. Quest'ultimo è probabilmente l'eroe animale a cui si rivolgeva, che si chiamava yael sela, "la capra selvatica delle rocce", ed era noto agli assiri come ya-e-li. È un animale con grandi corna ruvide che si ricurvano all'indietro, strettamente imparentato con lo stambecca, o bouquetin, delle Alpi svizzere e tirolesi. È molto timida e selvaggia, difficile da avvicinare, e abita solo i tratti più rocciosi e desolati della Siria e dell'Arabia. Rappresentazioni dell'animale, che veniva cacciato dai re assiri, sono comuni sui monumenti niniviti (vedi "Ancient Monarchies", vol. 2. p. 140). O puoi segnare quando le cerve partoriscono? "Le cerve" qui sono probabilmente le femmine della specie di stambecco prevista. La clausola è quindi una mera ripetizione, in altri termini, della precedente
Versetti 1-30. - Geova a Giobbe: la prima risposta: l'esame:6. Riguardo a certi animali selvatici
IO LA CAPRA DI MONTAGNA E LA CERVA. (Versetti 1-4)
1. Le creature previste. È generalmente accettato che questi siano lo stambecco, o stambecco, e il cervo. Il primo, che abita esclusivamente le parti più rocciose e desolate del paese, possiede zampe anteriori considerevolmente più corte di quelle posteriori, che gli permettono di salire con più facilità che di scendere, e lo inducono, quando viene inseguito, a tentare di guadagnare le cime delle montagne. In armonia con questa particolarità, è interessante notare che Geova descrive gli animali come "scalatori di rocce"
2. La circostanza a cui si allude. Non si tratta tanto della segretezza della loro gestazione, quanto della facilità e della facilità con cui partoriscono la gravidanza. "Si inchinano, partoriscono i loro piccoli, scacciano i loro dolori", cioè quelle cose che causano le loro doglie di parto, cioè la loro progenie; e questi giovani animali così facilmente nati, anche se non senza dolore, "sono di buon gusto", cioè crescono vigorosi e forti, non nutrendosi di grano, come sembra implicare la Versione Autorizzata, ma in aperta campagna, lontano dalle loro madri, che presto abbandonano, andando via e non tornando da loro
3. La domanda è chiara. Geova chiede a Giobbe se conosce il tempo in cui queste capre di montagna, o scalatori, partoriscono o possono contare i mesi che le cerve compiono. Chiaramente non è stato concepito per verificare la quantità o l'accuratezza delle informazioni di Giobbe riguardo alla storia naturale, ma sembra che questo interrogatorio non intendesse affermare che tutto ciò che aveva a che fare con la gravidanza di queste creature fosse un mistero. La sua intenzione è piuttosto quella di sottolineare il fatto che l'intero processo del concepimento e del parto è caratterizzato da una regolarità, una facilità e un successo così ammirevoli, da suggerire l'idea che ciò debba essere dovuto alla saggia guida e alla vigile cura di qualche mente che presiede. "Ebbene", chiede Geova, "di chi è? È tuo, o Giobbe? O non è piuttosto mio?"
II L'ASINO SELVATICO (Versetti 5-8)
1. La sua rapidità di piede. A questa caratteristica si allude nel nome pere. Il console Wetstein (citato da Delitzsch) descrive l'asino selvatico come una creatura gialla sporca con un ventre bianco, uno zoccolo singolo e orecchie lunghe, la sua testa senza corna che assomiglia un po' a quella di una gazzella, anche se molto più grande, e il suo pelo ha la secchezza del pelo del cervo. Come il bue selvatico, una grande creatura dagli occhi dolci, con le corna e i doppi zoccoli, si distingue per la sua corsa rapida, che gli permette di distanziare il cavaliere più veloce
2. Il suo amore per la libertà. Questa caratteristica è menzionata nel secondo nome, 'arod' che denota la sua timidezza e indomabilità, ed è ulteriormente rappresentata raffigurandola e disprezzando il tumulto della città, cioè come in fuga dai ritrovi degli uomini, e considerando non il pianto del conducente, cioè il rifiuto di essere sottoposto al giogo, come il perlussureggiare il deserto nella sua illimitata indipendenza, e trovando casa per sé nella terra arida o nei luoghi salati, cioè nelle regioni incolte e incoltivabili
3. I suoi mezzi di sostentamento. L'asino selvatico lecca il natron del deserto, come "tutti gli animali selvatici che si nutrono di piante hanno una predilezione per leccare il sale" (Delitzsch); e in cerca di erba vaga fino all'estremo limite delle montagne, "fiutando ogni cosa verde"
4. Il suo possesso di un Maestro. Questo pensiero è suggerito dagli interrogatori di Geova. "L'asino selvaggio ama la libertà; Ma chi lo ha reso libero? Chi ha sciolto le sue fasce? Chi lo ha mandato a perlustrare la pianura e a percorrere le colline? Sei stato tu, o Giobbe? o ero io? L'asino selvatico disprezza il giogo del conducente; Ma chi gli ha ispirato questo istinto indomito? Chi gli ha insegnato a leccare il sale e a raccogliere l'erba? Non sono queste le mie azioni, o mio censore? Puoi legare quest'asino che ho sciolto? Puoi tu porre un giogo su di lui come faccio io? Puoi dargli da mangiare come me, o costruirgli una stalla come ho fatto io nella vasta steppa? È chiaro, quindi, che tu non sei il padrone di un asino selvatico, e tanto meno di un mondo."
III L'UNICORNO. (Versetti 9-12)
1. Il nome dell'animale spiegato. Il rem, che i nostri traduttori hanno erroneamente supposto essere una bestia con un solo corno, era senza dubbio un bestiame con due corna: un bruto selvaggio, feroce, indomabile, "simile a un bue come un asino selvatico assomiglia a un asino" (Gesenius). Considerato da alcuni commentatori come il bufalo (Schultens, Deuteronomio Wette, Umbreit, Gesenius), sebbene questo animale "sia venuto dall'India in Asia occidentale e in Europa solo in una data più recente", e sia inoltre "addomesticabile" (Delitzsch), è più probabile che sia da identificare con il Bos primigenius Tristram afferma che il rem era l'urna di Cesare, l'aueroch, di cui "il rappresentante esistente più vicino è il bisonte, che ancora indugia nelle foreste della Lituania e del Caucaso" (Cox)
2. La forza dell'animale descritto. Questo, con inimitabile ironia, Geova lo descrive chiedendo a Giobbe se pensava di poter dominare questo prodigioso bruto: prima lo condusse a casa come un pacifico bue per essere rinchiuso e nutrito entro gli stretti recinti di una stalla, poi lo portò fuori, come un contadino ora fa con i suoi cavalli, o poi fece con i suoi buoi, e lo aggiogò ai suoi carri o carri, mettendolo ad arare i suoi campi o a portare a casa i suoi covoni
IV LO STRUZZO. (Versetti 13-18)
1. La descrizione dell'uccello. In questo si notano tre punti:
(1) La sua mancanza di affetto da parte dei genitori. "L'ala dello struzzo [femmina] esulta", cioè vibra vivacemente; "È pia, ala e piuma?" L'allusione è all'uccello pio, la cicogna, a cui lo struzzo assomiglia per la sua struttura a trampoli, per la bellezza del suo piumaggio, per il fremito delle sue ali e per l'abitudine gregaria della sua vita, ma da cui differisce per la sua mancanza di affetto materno. Deponendo le sue uova nella sabbia, dove il piede di qualsiasi passante potrebbe schiacciarle, o potrebbero cadere preda di sciacalli, gatti selvatici e altri animali, sebbene non abbandoni del tutto il lavoro di farle schiudere al sole o al suo compagno maschio, ma si incubi anche veramente, almeno durante la notte, eppure, è così facilmente sollevata dal suo nido, e così prontamente indotta ad abbandonarlo, che può essere giustamente descritta come "indurita contro i suoi piccoli, come se non fossero suoi", e come del tutto indifferente al fatto che il suo lavoro è senza risultato. In conseguenza di questa particolarità, la gallina struzzo è chiamata dagli arabi "l'uccello malvagio"
(2) La sua intelligenza notevolmente difettosa. Questo è enfatizzato come la causa del comportamento innaturale sopra descritto dell'uccello. "Dio l'ha privata della sapienza, né le ha impartito l'intelletto", e tuttavia che le cose sopra descritte non siano le uniche stupidità di cui la creatura è colpevole può essere ragionevolmente dedotto dalla circostanza che la stoltezza dello struzzo è del tutto proverbiale in tutto l'Oriente, come indica il proverbio arabo: "Più stupido di uno struzzo"
(3) Il suo potere di volo veloce. Anche questo è certificato da un proverbio arabo, "Più veloce di uno struzzo", ed è qui poeticamente esposto con molta bellezza. Partendo dal suo nido in preda allarmata, e sollevandosi in alto, cioè come probabilmente significa il linguaggio, sbattendo l'aria con le ali, "disprezza il cavallo e il suo cavaliere", lasciandoli dietro di sé con perfetta facilità
2. Il motivo della sua introduzione. L'attenzione di Giobbe sembra essere rivolta allo struzzo per suggerire l'idea che anche qui, nel mondo degli uccelli, ci sono misteri e apparenti anomalie che egli non riesce a comprendere. Perché lo struzzo dovrebbe essere costituito in modo così diverso dalla cicogna? Perché dovrebbe essere privo di intelligenza e di affetto paterno, mentre eccelle la maggior parte degli uccelli per velocità di piede e bellezza d'ala? Quando Giobbe potrà rispondere a questa domanda, avrà il titolo di sfidare Dio per aver creato enigmi nella vita umana e problemi oscuri nella storia morale della terra
V IL CAVALLO DA GUERRA. (Versetti 19-25)
1. La rappresentazione poetica. La più antica descrizione del cavallo da guerra, è anche la più bella, la più brillante, la più impressionante che sia mai stata scritta in qualsiasi lingua. Come dice Carlyle, "Da allora non è mai stata disegnata una tale somiglianza vivente", "Merita l'elogio della maestosa semplicità, che è la prima caratteristica della superiorità classica" (Delitzsch). Gli autori antichi forniscono tocchi occasionali che ricordano la lingua qui impiegata (vedi Esposizione). Per quanto riguarda la completezza e l'accuratezza dei dettagli, il presente schizzo non ha rivali. L'immagine è così intensamente vivida, che la splendida bestia appare all'immaginazione come una realtà vivente e respirante, un destriero riccamente bardato, un modello perfetto di forza fisica e bellezza, che si curva e si caracolare nell'esuberanza stessa dei suoi spiriti animali, scalpita per il terreno nella sua impazienza, sbuffa attraverso le sue narici dilatate, fiuta la battaglia da lontano, saltellando come con consapevole esultanza quando suona la tromba, ad ogni suo squillo, riconoscendo con un nitrito gioioso, come se gridasse: "Ah, ah!" la ferocia della sua brama di battaglia, avanzando senza paura per incontrare un esercito armato, precipitandosi tra le lance che sfioravano e scuotendo dai suoi fianchi la faretra tintinnante
2. Il significato divino. È abbastanza facile trovare usi sermonici per questo brillante pezzo di pittura di parole sul cavallo da guerra, come ad esempio ricavarne lezioni di coraggio nell'affrontare le difficoltà e di entusiasmo nello sfidare l'opposizione; ma la prima domanda che richiede risposta è: Per quale scopo specifico è qui introdotto? e questo era ovviamente per imprimere nella mente di Giobbe un senso della sua (e anche dell'uomo) debolezza rispetto a Dio. Da dove era nata una creatura così nobile come questo cavallo da guerra. Giobbe non aveva prodotto la sua forza irresistibile, la sua bellezza eroica, il suo terrore visibile, il suo coraggio indomabile, il suo feroce entusiasmo? Anzi, che cosa poteva fare Giobbe o qualsiasi altro uomo contro un animale così potente? Ebbene, se Giobbe non può contendere con il cavallo da guerra, quanto deve essere irragionevole supporre che egli possa lottare con colui di cui il cavallo da guerra è l'opera delle mani!
VI IL FALCO. (versetto 26)
1. Il suo potere di volo. Il nome netz denota "colui che si libra in volo", colui che vola alto, e "comprende, oltre al falco vero e proprio, tutti gli uccelli rapaci" (Cox), "che, compresi quelli dalle ali più corte, hanno grandi poteri di volo, sono notevolmente intraprendenti, vivono fino a tarda età, sono migratori o seguono gli uccelli di passaggio" (Kitto's 'Cyclopaedia,' art. "Netz"). "La rapidità con cui il falco e molti altri uccelli volano probabilmente non è inferiore alla velocità di centocinquanta miglia all'ora" (Robinson). L'adattamento dell'ala di un uccello per il volo è un esempio singolare dell'abilità del Creatore
2. Il suo istinto di migrazione. Mosso da un impulso segreto, non ricevuto né compreso dall'uomo, il falco distende le ali e cerca un clima soleggiato ad ogni avvicinarsi dell'inverno. Anche questa è una prova lampante dell'intelligenza creativa
VII L'AQUILA. (Versetti 27-30)
1. Il suo volo elevato. Il re degli uccelli, che chiude la pinacoteca divina degli animali, come la apriva il re dei quadrupedi, "si libra in alto", la sua grande forza di corpo e l'ampiezza delle ali gli conferiscono il potere di sostenersi ad un'elevata altezza nell'aria
2. Il suo cyrie inaccessibile. Salendo verso l'alto, "costruisce il suo nido in altezza, sulla rupe o dente della roccia" e solidità, e lì, a causa della sua lontananza, "dimora e abidh" in modo sicuro
3. La sua visione acuta. Dal bordo della scogliera può scrutare le profondità sottostanti, guardando lontano attraverso la pianura in cerca di cibo per sé e per i piccoli.
Confronta - Giobbe 28:7,21
4. Il suo appetito sanguinario. "Anche i suoi piccoli succhiano sangue; e dove sono gli uccisi, là è lei". In Oriente le aquile seguono gli eserciti per nutrirsi dei cadaveri degli uccisi.
Confronta - Matteo 24:28
Imparare:
1. Che possa descrivere al meglio le creature che sa tutto di loro, perché le ha fatte lui
2. Che ogni creatura sulla faccia della terra ha la sua natura peculiare, i suoi istinti, il suo habitat, per nomina divina
3. Che dovunque Dio assegna la dimora a una creatura, lì provvede anche i mezzi di sussistenza
4. Che gran parte della bellezza del mondo consiste nella varietà della vita animale che sostiene
5. Che lo studio della zoologia è adatto a trasmettere importanti lezioni riguardanti il potere, la saggezza, la bontà e la sovranità di Dio
OMULIE di R. GREEN Versetti 1-30. - Le creature che non dipendono dall'uomo
Sappiamo veramente che dell'uomo è scritto: "Tu hai posto ogni cosa sotto i suoi piedi" e "Non vediamo ancora tutte le cose sottomesse a lui". Le creature sulle quali è stato dato il dominio all'uomo non sono completamente sottomesse. E l'uomo deve imparare la sua piccolezza di fronte alle grandi creature di Dio che non riesce a sottomettere. "Le capre selvatiche" e "le cerve" e "l'asino selvatico", "l'unicorno", persino "lo struzzo", "il cavallo" e gli uccelli del cielo, "il falco" e "l'aquila", sono tutti ugualmente indipendenti dall'uomo. Non hanno né la loro bellezza né la loro forza, né la loro fuga, né il loro istinto, da lui. Con tutta la sua conoscenza, la sua abilità, la sua inventiva, la sua astuzia, le creature sono ancora indipendenti da lui, sebbene lui non sia indipendente da loro. Essi possono fare a meno di lui, ma non lui senza di loro. È un altro passo nel corso dell'umiliazione attraverso la quale il Signore sta guidando Giobbe. L'uomo può fiondarsi con la pietra, o scoccare con la freccia, o intrappolare con la sua abilità, o addestrarsi e vincere con la sua saggezza superiore, eppure è miseramente impotente in loro presenza. E certamente non derivano né la loro vita né alcuno dei loro poteri da lui. L'uomo vano contenderà dunque con il Creatore di tutto? Colui che ha tutte le cose troverà colui al quale nessuna appartiene che entra con lui nelle liste? Dovrà contendere? Deve egli istruire? Egli riprenderà? E rispondere? No, in verità. Il suo posto è polvere di pneumatici, e Dio lo umilierà alla polvere; E così facendo, porta l'uomo alla presenza delle sue numerose, belle e potenti creature, e gli mostra quanto esse siano indipendenti da lui. Questo è l'insegnamento dell'intero capitolo. L'umiltà, quindi, è dovuta
IO PERCHÉ L'UOMO NON PUÒ CREARNE ALCUNO
II PERCHÉ SONO INDIPENDENTI DALL'UOMO PER LA LORO CONTINUAZIONE E SOSTENTAMENTO
III PERCHÉ IN MOLTI DEI LORO POTERI SUPERANO LA POTENZA DELL'UOMO, che non può dare loro la loro velocità, la loro forza o la loro grande bellezza. Quanto poco è l'uomo in mezzo alle meraviglie delle mani divine! e quanto è veramente saggio colui che, in presenza delle creature divinamente lavorate, si inchina confessando: "Quanto sono meravigliose tutte le tue opere, o Signore!" -R.G
2 Puoi tu contare i mesi che compiono? Con un animale così selvatico come lo stambecco, questi segreti della natura sarebbero difficili da osservare e annotare. Al tempo di Giobbe probabilmente nessuno aveva fatto di tali argomenti un oggetto di indagine. O conosci il tempo in cui partoriscono? Questo sarebbe meno difficile da osservare. Il periodo di riproduzione della maggior parte degli animali selvatici è noto nel paese che li produce
3 Si inchinano, partoriscono i loro piccoli, gettano l'avena sui loro dolori. Il parto è una sofferenza, anche per la creazione bruta, anche se, relativamente parlando, leggera. (Per la figura retorica con cui ciò che causa dolore è chiamato dolore, vedi Eschilo., 'Agam.,' 1. 1427; Eurip., 'Ione', 1. 45; Erode, 5:18)
4 I loro piccoli sono di buon gradimento; cioè sano e forte.
comp. - Daniele 1:10 Crescono con il grano; piuttosto, crescono all'aperto, o all'aria aperta (vedi il professor Lee, ad loc; e Buxtorf, 'Lex. Hebr. et Chald.,' p. 87). Essi vanno e non tornano a loro. Lasciano presto le loro dighe e "vanno avanti" per provvedere a se stessi, un'indicazione di salute e forza
5 Chi ha liberato l'asino selvatico, o chi ha sciolto i legami dell'asino selvatico? Sembra che si intendano due tipi di onagro, o asino selvatico: uno chiamato poro (arpi) e l'altro "arod" (dwOr). Questi corrispondono probabilmente all'Asinus hemippus e all'Asinus onager dei naturalisti moderni, il primo dei quali si trova ancora nei deserti della Siria, della Mesopotamia e dell'Arabia settentrionale, mentre il secondo abita l'Asia occidentale da 48° latitudine nord verso sud fino alla Persia, al Beloochistan e all'India occidentale. Sir H. A. Layard descrive il primo, che vide, come un "bellissimo animale, in fugace eguaglia la gazzella, molto selvatico, e di un ricco colore fulvo, quasi rosa" ('Nineveh and its Remains,' Vol. 1. p. 324). Quest'ultimo (Asinus onager) fu visto da Sir R. K. Porter in Persia (Travels, vol. 1, p. 460), ed è descritto in termini molto simili. Le due, tuttavia, sembrano essere specie distinte (vedi il Dict. of the Bible del Dr. Smith, vol. 3, pp. 19, 20, Appendice). Entrambi gli animali sono notevoli per l'estrema natura selvaggia; e tutti i tentativi di addomesticare i giovani dell'uno e dell'altro sono finora falliti
OMULIE di w.f. adeney Versetti 5-8. - L'asino selvatico
Si dice che la caratteristica speciale dell'asino selvatico sia l'intrattabilità. Mentre nessun animale è più mansueto del povero asino maltrattato delle strade di Londra, nessun animale è più essenzialmente indomabile dell'asino siriano del deserto. Si dice che, sebbene una di queste creature fosse stata catturata da giovane e tenuta per tre anni in prigione, rimanesse "intrattabile come quando fu catturata per la prima volta, mordendo e scalciando furiosamente a chiunque le si avvicinasse". È il tipo dell'indomabile
IO, DIO, REGNI SULLE CREATURE PIÙ SELVAGGE. Quando guardiamo l'asino selvatico, vediamo una creatura che è ben oltre la portata del dominio umano. Il "signore della creazione" non ha alcuna autorità qui. Il suo dominio cessa al confine del deserto. La sua volontà è disprezzata dagli animali liberi del deserto. Eppure sono sotto il dominio di Dio, che ha impiantato in loro i loro istinti; Essi vivono solo secondo le leggi della natura che Egli ha creato. Gli uomini infrangono le leggi di Dio con la loro volontà e così cadono nel peccato. Per quanto l'asino selvatico sia intrattabile per l'uomo, è assolutamente obbediente alla volontà di Dio, come il mare che obbedisce alle leggi delle onde e delle maree
II DIO È L'AUTORE DELLA LIBERTÀ. La stessa natura selvaggia della creatura è un dono di Dio. Gli ha dato il suo buon umore, la sua flotta in corsa, il suo amore per la natura selvaggia. Dio non tiene le sue creature come bestie intimidite e addomesticate in un serraglio. Li arieggia in un vasto campo e permette loro di godere di una grande libertà. Agli esseri di natura spirituale egli dà anche la libertà, e quella di un ordine superiore. Gli uomini sono liberati dalle costrizioni esterne. Dio non ci tratta come schiavi, ma come bambini. Inoltre, Dio dà la libertà più alta: la libertà dell'anima. Egli libera gli uomini dalle catene dell'ignoranza, contro il peso schiacciante del peccato. Nella sua gloriosa grazia egli tratta i suoi figli con la massima liberalità. Non come il despota che teme un sussurro della parola "libertà", Dio si addolora per la schiavitù delle anime che si è fatta da sé, e manda il suo vangelo proprio allo scopo di dare "libertà ai prigionieri e l'apertura della prigione a coloro che sono legati". Certo la libertà è un premio da cercare con impazienza e da custodire gelosamente nel governo, nel pensiero e nella vita spirituale. Dryden scrive: "L'amore della libertà con la vita è dato, e la vita stessa è il dono inferiore del Cielo"
III DIO VUOLE CHE USIAMO LA NOSTRA LIBERTÀ IN OBBEDIENZA. Dobbiamo combinare i due pensieri precedenti per vedere come l'asino selvatico è provveduto da Dio. Segue le leggi della sua natura, e quindi obbedisce a Dio assolutamente, anche se inconsciamente, mentre gode della più grande libertà. Quindi non si può dire che abusi della sua libertà, ma solo che la usi. Vagando per il deserto con le sue zampe veloci, scorge l'oasi verde e si crogiola nel fresco pascolo. Dio si aspetta che usiamo la nostra libertà in obbedienza alla sua volontà. Egli non ci mette in bocca il cibo; dobbiamo cercarlo. Egli non ci impone la grazia dell'iride; Dobbiamo seguire il metodo che Egli ha stabilito e rivolgerci a Lui con fede. Ma nel fare questo dobbiamo usare la massima libertà di pensiero, e dobbiamo essere assolutamente indipendenti dalle costrizioni dell'uomo sulla nostra religione, mentre chiediamo aiuto per essere liberi dalla schiavitù del male, in obbedienza alla volontà di Dio
6 Della cui casa ho fatto il deserto. Le regioni mesopotamiche abitate dall'Asinus hemippus sono quelle vaste distese di pianura ondulata, prive di alberi, che producono pochi arbusti aromatici e molto assenzio, che si interpongono tra la catena montuosa del Sinjar e l'alluvione babilonese. Qui l'asino selvatico fu visto da Senofonte e dai Diecimila, in compagnia di struzzi, gazzelle e otarde (Xen., 'Anab.,' 1:5); e qui anche Sir Austin Layard fece la sua conoscenza ('Nineveh and Babylon', p. 270). L'onagro asiatico frequenta i deserti del Khorassan e del Beloochistan, che sono ancora più aridi di quelli del Mesepotamico. E la terra arida le sue dimore, anzi, la terra salata (vedi la Versione Riveduta). Il grande deserto di Khorassan è in gran parte impregnato di sale e in alcuni punti ne è incrostato. L'asino selvatico lecca il sale con avidità
7 Egli disprezza la moltitudine della città. Evita, cioè, i ritrovi degli uomini, e non si vede mai vicino a loro. E non bada al grido del conducente. Nulla indurrà l'asino selvatico a sottomettersi all'addomesticamento
8 La catena montuosa è il suo pascolo. Per "montagne" dobbiamo qui intendere catene rocciose come il Sinjar e le montagne del Beloochistan, o ancora quelle della penisola sinaitica. Gli asini selvatici non frequentano le regioni che comunemente chiamiamo montuose. E cerca ogni cosa verde; cioè cerca i piccoli appezzamenti di pascolo che si trovano in tali regioni rocciose
9 L'unicorno sarà disposto a servirti, o a rimanere nella tua culla? Questa è una traduzione infelice, dal momento che non c'è una parola etimologicamente corrispondente a "unicorno" nell'originale. La parola usata è rem o reyrn; e inDeuteronomio 33:17 si dice chiaramente che il rem ha "corna". Tutto ciò che viene detto del bordo nella Scrittura indica alcune specie di bovini selvatici, e i critici recenti sono quasi universalmente d'accordo finora, in ogni caso. L'indagine assira ci porta un passo avanti. Si è scoperto che il toro selvatico così spesso rappresentato sui monumenti come cacciato dai monarchi niniviti era noto agli assiri con il nome di rimu o orlo. Un attento esame delle sculture ha portato all'identificazione di questo animale con l'Ape primi-genius' una specie estinta, probabilmente identica alle urne cinerarie dei Romani, che Cesare vide in Gallia, e di cui ha lasciato una descrizione. "Questi uri", egli dice, "sono di dimensioni appena inferiori agli elefanti, ma per natura, colore e forma sono tori. Grande è la loro forza, e grande la loro velocità; né risparmiano né uomini né bestie, una volta che l'hanno visto. … Anche quando sono giovani, non possono essere abituati all'uomo e resi trattabili. Le dimensioni e la forma delle loro corna sono molto diverse da quelle dei nostri buoi" (' Deuteronomio Bell. Gall.,' 6:28)
10 Puoi legare l'unicorno con la sua catena nel solco? Cioè, "come leghi il bue?" Puoi tu fargli arare per te? O erpiggerà le valli dietro di te? Un altro impiego comune dei buoi
11 Ti fiderai di lui, perché la sua forza è grande? Se un uomo poteva legare le urne al suo aratro o al suo erpice, non poteva ancora "fidarsi" di lui. L'enorme bruto si sarebbe sicuramente dimostrato ingestibile e avrebbe causato solo danni al suo proprietario. O lascerai a lui il tuo lavoro? Come lasci molte fatiche ai tuoi buoi, confidando nella loro docilità
Confidando nella mera forza
Questo capitolo della storia naturale ci porta da un quadro grafico all'altro, in cui vediamo la gloriosa forza e la libertà delle creature di Dio, del tutto al di fuori del dominio dell'uomo. Ora dobbiamo guardare all'urus. Nella forma corporea è molto simile al docile bue; eppure quanto erano diversi nei costumi e nel temperamento! Ci servirà, alloggierà nella nostra stalla, arerà il nostro campo e trascinerà il nostro erpice come il suo cugino casalingo, il lavoratore della fattoria? Eppure è immensamente forte. Non possiamo fidarci della semplice forza
LA FORZA FISICA NON È IL DONO PIÙ GRANDE DELLA NATURA. C'è energia in natura. Ma prima di poterla usare, dobbiamo applicare la mente alla natura. Un Sansone può fare un buon lavoro in tempi duri e difficili, ma non può essere il Redentore dell'uomo. Il culto del muscolo è cresciuto fino a raggiungere proporzioni enormi in quest'epoca di atletica. Per quanto sia bello essere in salute ed essere forti, e naturale per quanto la reazione sia dall'estremo. Il nostro moderno gloriarsi della salute e della forza non tocca ciò che è più elevato nell'uomo, e può portare a trascurarlo. Può umiliare l'idolatratore della forza considerare quanto enormemente il suo potere più grande sia superato da quello dell'urus. Nel migliore dei casi si sta insinuando molto dietro uno degli animali più insensati
LA FORZA È INFRUTTUOSA SE NON SI TRASFORMA IN UN SERVIZIO UTILE. L'urus può essere più forte del bue domestico, eppure spreca i suoi poteri gironzolando nel deserto. Non può essere messo a un buon servizio, perché non sarà controllato. Ci sono uomini di grande potere che sperperano le loro energie senza meta e senza frutto, perché le loro menti e le loro volontà non sono mai state sottomesse e piegate in qualche servizio degno. Hanno capacità, ma non fanno nulla in modo efficace. È tanto importante allenare la volontà quanto coltivare le facoltà. Il servizio più utile di Dio e dell'uomo non è sempre svolto da coloro che hanno i doni più grandi. La disposizione a servire permetterà ai meno dotati di fare di più nella vita dei loro brillanti compagni che non si abbasseranno a portare il giogo
LA FORZA PUÒ ESSERE UTILE SOLO QUANDO È SAGGIAMENTE DIRETTA. L'urus è selvaggio, insensato, indomabile e non suscettibile di influenze educative; perciò non può usare la sua forza per un lavoro redditizio. La forza umana ha bisogno della guida divina. Finché l'anima è selvaggia e ostinata, i poteri della mente e del corpo non possono essere spesi fruttuosamente. L'umile bue sembra una bestia meno nobile del selvaggio e audace bisonte, con la sua criniera ispida, il suo occhio lampeggiante, il suo collo potente, la sua carica fragorosa; Eppure il primo è utile perché è obbediente. La prima lezione che dobbiamo imparare nella vita è obbedire; Anche questa è l'ultima lezione. Come il bue guarda al suo padrone, noi dobbiamo guardare al nostro padrone; e quando seguiamo la sua guida, sia che la nostra forza sia grande o piccola, non sarà infruttuosa. - W.F.A
12 Gli crederai, anzi, confiderai in lui (vedi la Versione Riveduta), che porterà a casa la tua progenie e la raccoglierà nei tuoi granai? cioè trasporta il raccolto dal campo alla fattoria, in modo che possa essere alloggiato al sicuro nel tuo granaio. La "forza" delle urne cinerarie (Versetto 11) gli renderebbe leggeri tutti questi lavori, ma la sua natura selvaggia renderebbe impossibile usarlo per loro
13 Hai dato le belle ali ai pavoni? piuttosto, l'ala dello struzzo (letteralmente, degli struzzi) è esultante; cioè una cosa di cui si gloria. L'allusione è, forse, al battito d'ali da parte dello struzzo, mentre si precipita sul terreno, che è dolorante, come quello di un gallo prima di cantare o dopo aver battuto un antagonista. O ali e piume allo struzzo? Questa frase è molto oscura, ma potrebbe forse significare: Le sue piume e il suo piumaggio sono gentili? (cfr. la versione riveduta); cioè le usa per lo stesso scopo benevolo degli altri uccelli: per riscaldare le sue uova e far avanzare il processo di schiusa? Versetti 13-18. - Lo struzzo incurante
Ogni creatura ha i suoi tratti distintivi, determinati per lei dalla sapienza e conferitile dalla potenza di Dio. Alcune di queste caratteristiche non sono attraenti, né ciò che avremmo dovuto selezionare se avessimo avuto l'ordine della creazione. Esse sono tanto più significative per questo motivo, perché ci mostrano più chiaramente che la natura non è ordinata secondo il nostro pensiero, e tuttavia l'intera descrizione mostra che è ordinata bene, e per un grande risultato totale della vita ben al di là di qualsiasi cosa avremmo potuto immaginare. Ora, abbiamo le caratteristiche speciali dello struzzo abbozzate con mano maestra alla luce di queste considerazioni
I ECCELLENZE. Qui non c'è caricatura, esagerazione delle eccentricità. Sebbene si debba fare riferimento a quelli che sembrano i difetti dello struzzo, le sue belle ali sono menzionate per prime. Vediamo il merito ovunque possiamo. Nell'attribuire la colpa, non condanniamo in blocco. Anche se non tutto può essere come vorremmo, riconosciamo generosamente che non tutto è male. È meglio ammirare il bene del mondo che stare solo in guardia contro il male. Saremo amici più utili se ci rallegreremo di afferrare ciò che è ammirevole negli altri, e cercheremo per primi questo, invece di avventarci sulle brutte colpe, come avvoltoi che non hanno occhi per nient'altro che carogne
II DIFETTI. Lo struzzo non è perfetto, secondo l'idea di perfezione dell'uomo. Ci sono difetti in natura, e questi difetti non sono ignorati nella teologia naturale di "Giobbe"; È più saggio ammetterli francamente che sorvolare. Anche se potrebbero non essere le caratteristiche principali, ci sorprendono per la loro stessa esistenza, Lo struzzo sembra essere privo di cure materne; È una creatura sciocca, che lascia le sue uova senza immaginare il pericolo in cui corrono di essere calpestate dagli animali selvatici del deserto. Dio sta conducendo la natura alla perfezione, ma non è ancora perfetta. La legge della natura, come quella dell'uomo, è il progresso, non la completezza stazionaria
III COMPENSAZIONI. Le cose non vanno così male con lo struzzo come ci sembrano a prima vista. Sebbene le uova di struzzo siano lasciate nella sabbia, non muoiono come farebbero le uova della maggior parte degli uccelli in circostanze normali. Sotto il calore tropicale del sole possono essere deserti durante il giorno, l'uccello torna a sedersi su di essi di notte. Così, per il meraviglioso equilibrio delle influenze in natura, la maternità negligente dello struzzo non mette seriamente in pericolo la sua prole. Se Dio non ha dato all'uccello la saggezza, non ne ha bisogno. Finché ci atteniamo alle linee che Dio ha stabilito, vedremo che la maggior parte dei difetti ha un'ampia compensazione in altre direzioni. La negligenza colpevole è quella che va contro le leggi di Dio; La follia fatale è quella che si allontana dalle sue vie. Questa negligenza e questa follia non si trovano nello struzzo; si vedono solo nell'uomo. - W.F.A
14 che lascia le sue uova nella terra e le riscalda nella polvere. Le migliori fonti ci dicono che nei paesi tropicali gli struzzi, dopo aver scavato un buco nella sabbia e avervi depositato le uova, coprono le uova con uno strato di sabbia, a volte fino a un piede di spessore, e, lasciandole durante il giorno per essere tenute al caldo dal calore del sole, Incubare solo di notte. È evidentemente a questa abitudine dell'uccello che si allude qui. Che nei paesi più freddi gli struzzi non lo facciano non è il punto. L'abitudine era nota al tempo di Giobbe, ed era così evidente da caratterizzare in larga misura l'uccello
15 e dimentica che il piede può schiacciarli, o che la bestia selvaggia può spezzarli. Quando le uova sono coperte da uno strato di sabbia spesso un piede, questo pericolo non si corre. Ma quando le uova sono numerose, e talvolta sono fino a trenta, tendono ad essere coperte molto male, e ne conseguono i risultati descritti nel testo
16 È indurita contro i suoi piccoli, come se non fossero suoi. Questa è una deduzione da ciò che l'ha preceduta, e non rivela alcun fatto nuovo. Recenti e attente osservazioni delle abitudini dello struzzo indicano che l'istinto genitoriale non manca, sebbene possa essere più debole che nella maggior parte degli uccelli. Sia il maschio che la femmina covano di notte, e, quando il nido viene avvicinato dal cacciatore, l'uccello o gli uccelli genitori lo abbandonano, e cercano di allontanarlo da esso correndo davanti a lui, o fingendo di attaccarlo, proprio come fanno i peewits nel nostro paese. La sua fatica è vana senza paura; o, sebbene la sua fatica sia vana, è senza paura (vedi la Versione Riveduta); Cioè, sebbene sia spesso delusa della sua speranza immediata di prole, a causa della frantumazione e della distruzione delle sue uova, tuttavia non diventa più saggia, non teme per il futuro
17 Poiché Dio l'ha privata della sapienza, e non le ha dato intelligenza. C'è un proverbio arabo -- "Stupido come uno struzzo" -- che gli arabi giustificano per cinque motivi:
(1) Lo struzzo, dicono, inghiotte ferro, pietre, proiettili di piombo e altre cose, che lo feriscono e talvolta gli sono fatali
(2) Quando viene cacciato, mette la testa in silenzio, e ionone che il cacciatore non lo veda
(3) Si lascia catturare da dispositivi trasparenti
(4) Trascura le sue uova
(5) La sua testa è piccola, e contiene solo una piccola quantità di cervelli. A queste ragioni posso aggiungere che negli allevamenti di struzzi sudafricani gli uccelli si lasciano confinare entro un certo spazio da un recinto di bastoni e corde sollevato a circa un piede da terra. Sembra che pensino di non poterlo scavalcare
18 Quando si eleva in alto, disprezza il cavallo e il suo cavaliere. Lo struzzo a volte cerca di eludere l'inseguimento accovacciandosi e nascondendosi dietro collinette o in avvallamenti, rendendosi il meno appariscente possibile; ma, quando questi tentativi falliscono, e comincia a correre all'aperto, allora si "solleva" alla sua massima elevazione, batte l'aria con le ali e sfreccia a un ritmo che nessun cavallo può eguagliare. I Greci con Senofonte, benché ben montati, non riuscirono a catturare un solo struzzo ('Anab.,' 1:5. §3)
19 Hai tu dato forza al cavallo?. Gheburah significa, tuttavia, più che "forza". Include il coraggio e tutta l'eccellenza marziale. Hai tu rivestito il suo collo di tuono? Molte obiezioni sono state sollevate a questa espressione, e si è cercato di dimostrare che la parola usata (hmd) non significa "tuono", ma "un movimento tremulo", "muscoli tremanti e una criniera agitata", oppure "disprezzo", "indignazione". Ma poiché μr significa sempre "tuono",Giobbe 26:14 39:25 Salmi 77:19:81:8 145:7 Isaia 29:6 sembra improbabile che hmr significhi qualcos'altro. All'obiezione che la metafora è "incongrua" (professor Lee), sembrerebbe sufficiente rispondere che uno dei nostri più grandi poeti in prosa ha visto in essa una particolare utilità. Così vero in ogni modo'", dice Carlyle, sul passaggio: "vera vista e visione per tutte le cose; le cose materiali, non meno che spirituali; "Il cavallo, gli hai tu vestito il collo con il tuono?" ('Lezioni sugli eroi', p. 78)
Versetti 19-25. - Il cavallo da guerra
Questa magnifica immagine del cavallo ce lo mostra mentre sta per lanciarsi in battaglia. Mentre gli asini, i buoi e i cammelli erano impiegati per lavori pacifici nella fattoria e come bestie da soma, il cavallo era quasi confinato alla guerra. Era usato raramente, tranne che per lanciarsi con l'auriga nel bel mezzo del combattimento. Nell'immagine del poeta egli sta annusando la battaglia da lontano. Diamo un'occhiata ai suoi lineamenti sorprendenti
I FORZA. Ci sono due tipi di forza: la semplice forza bruta dei muscoli e la forza che è vitalizzata dalle influenze nervose e mentali. L'urus è un'istanza del primo. Nella contrattilità muscolare semplice può superare il cavallo. Ma la forza del cavallo è la forza nervosa. Non può essere ben misurato, perché è continuamente fluttuante. Varia di grado a seconda della misura in cui l'animale sensibile è eccitato. Incontriamo i due tipi di forza negli uomini, e specialmente nelle donne. Quando la mente accende il corpo, vengono compiute imprese inaudite. Nei momenti di eroismo, le persone naturalmente deboli sembrano avere la forza di un gigante. Dio dà forza attraverso le influenze spirituali
II CORAGGIO. Potremmo essere sorpresi di incontrare questa caratteristica in una descrizione del cavallo. Non è forse una creatura timida, che si tira indietro di fronte a qualsiasi oggetto insolito lungo la strada? Questo è vero quando è ottuso e sottomesso. Ma la nostra immagine ce lo mostra come il cavallo da guerra che si precipita in battaglia. Allora è coraggioso come un leone. Il suo coraggio non è l'ottusa indifferenza al pericolo che è un tratto della stupidità, ma il coraggio ardente dell'intensa eccitazione. È difficile essere coraggiosi a sangue freddo. Non è facile affrontare le difficoltà e i pericoli della vita senza un'influenza ispiratrice. Lo Spirito di Dio in lui rende coraggiosi i più timidi
III ENTUSIASMO. La vita del quadro è il suo entusiasmo. Il cavallo è impaziente per la furia della battaglia, eccitato dal suono lontano da un forte desiderio di precipitarsi in essa. Questo è lo spirito che gli darà la forza e il coraggio di andare dritto in mezzo al pericolo. Niente ha successo come l'entusiasmo. Niente è così bello, così stimolante, così pieno di vita e di speranza. Ha bisogno di una guida o potrebbe precipitare nel disastro; Non è sufficiente senza la guida della saggezza. Ma la sapienza è vana senza entusiasmo. Nella vita cristiana gli uomini sono sollevati e portati avanti quando sono raggiunti da un'ondata di entusiasmo. Cristo suscita «l'entusiasmo dell'umanità», perché prima di tutto suscita l'entusiasmo per se stesso. Ora, il primo elemento essenziale per un entusiasmo degno è la percezione di un oggetto degno. Il cavallo fiuta la battaglia, e il cavallo conosce il suo padrone. Vediamo la grande battaglia del peccato e della miseria, e abbiamo un glorioso Capitano di salvezza. Il bisogno del mondo ci chiama alla lotta; la presenza del nostro Signore ci dà forza e coraggio, e assicura la vittoria. - W.F.A
20 Puoi tu fargli spavento come una cavalletta? piuttosto, puoi farlo balzare in avanti come una cavalletta? Il balzo con cui un cavallo da guerra si precipita in battaglia sembra intenzionale. La gloria delle sue narici è terribile. Quando il cavallo da guerra sbuffa, gli uomini tremano.
vedi - Geremia 8:16 - , "Lo sbuffo dei suoi cavalli fu udito da Dan: tutto il paese tremò al suono del nitrito dei suoi forti" #Giobbe 39:21
Scalpita nella valle. Il canonico Cook confronta appropriatamente il "carat tellurem" di Virgilio ('Georg.,' 3:87, 88), e l'espressione del professor Lee Pope, secondo cui "prima che inizino si perdano mille passi". Il verbo è al plurale, perché una linea di cavalleria, tutta zampillante e desiderosa di andarsene, è destinata ad essere rappresentata. e si rallegra della sua forza. Nulla è più notevole dell'entusiasmo e della gioia che i cavalli da guerra mostrano quando la battaglia si avvicina. Sono generalmente più eccitati dei loro cavalieri. Va incontro agli uomini armati; letteralmente, si precipita sulle armi. Ugualmente vero nella guerra antica e in quella moderna. L'uso principale della cavalleria è nella carica (vedi 'Hist. of Cavalry' di Denison, pp. 507-512)
22 Egli si fa beffe della paura, non si spaventa e non si ritrae dalla spada. "La cavalleria dei tempi moderni si precipiterà imperterrita sulla linea delle baionette avversarie" (professor Lee). "Non crediamo che sia mai esistito un corpo di fanteria che, con la sola baionetta, non sostenuto dal fuoco, avrebbe potuto fermare la carica determinata di buoni cavalieri" (Denison, p. 510)
23 La faretra sferraglia contro di lui. Nelle sculture assire la faretra degli arcieri a cavallo è spesso appesa di lato, invece che sul retro. In questa posizione sbatterebbe contro il collo del cavallo da guerra (vedi "Ancient Monarchies", vol. 2 p. 25). La lancia scintillante e lo scudo colpivano occasionalmente il suo collo o le sue spalle
24 Egli inghiotte la terra con ferocia e rabbia. Questa è una metafora comune per denotare la rapidità con cui il cavallo copre lo spazio che si trova davanti a lui. Virgilio ha, "Corripiuut spatia" ("AEnid", 5:316); Silius ltalions, "Campum volatu rapucre" (3:308); Shakespeare, "Sembrava correre per divorare la strada". I poeti arabi hanno espressioni simili (vedi Bochart, "Hieroz.", pt. 1, libro 2, p. 8). E non crede che sia il suono della tromba. (Così Schultens, il canonico Cook e i nostri revisori.) Ma i critici più recenti preferiscono tradurre: "Non sta fermo quando suona la tromba", e confrontare lo "Stare loco nescit" di Virgilio (Georg., 3:84)
25 Egli dice tra le trombe: Ah, ah! letteralmente, alla tromba; cioè al suono della tromba. L'espressione "Ha, ha!" (heakh)' è un'imitazione dello sbuffo o nitrito del cavallo. E sente l'odore della battaglia da lontano. Non solo lo presima, come Plinio Bye (Equi praesagiunt pugnam, Hist. Nat, 8:42), o lo percepisce, ma sembra sentirne l'odore. Le narici aperte e tremanti sollevano questa idea. Il tuono dei capitani e le grida. Sul grande rumore prodotto dagli eserciti che avanzavano nell'antichità, vedi2Re 7:6, Isaia 5:28-30, Geremia 8:16), ecc
26 Il falco vola (o si libra) per la tua saggezza? La forza d'ala del falco è straordinaria e una delle più grandi meraviglie naturali. Giobbe può affermare di averlo inventato? Per quanto numerosi siano stati i tentativi fatti, l'ingegno umano non ha ancora escogitato nulla che possa volare. E stendere le ali verso sud? Migrare, cioè quando si avvicina l'inverno, verso le regioni meridionali più calde. Poche cose in natura sono più straordinarie dell'istinto degli uccelli migratori
Versetti 26-30. - Il falco e l'aquila
I INDIPENDENZA DELLA NATURA DALL'UOMO. Questa è la lezione principale dell'intero capitolo, impressa in noi per mezzo di una serie di illustrazioni molto grafiche; E raggiunge il suo culmine nel paragrafo conclusivo, in cui vengono descritti i rapaci che volano in alto, il falco e l'aquila. Queste, più di tutte le altre creature, sono indipendenti dall'uomo. Abitanti dell'aria, si librano molto al di sopra della sua portata. Nessuna mano umana potrebbe dare quella potenza di pignone, quell'acutezza di visione, quell'impeto di vita, che vediamo nei due uccelli: l'uno il terrore di tutte le piccole creature, l'altro il pericoloso nemico dei giovani degli animali più grandi. Ma la natura in tutto il suo complesso è del tutto al di là dell'abilità e della potenza dell'uomo. Con l'intelligenza che Dio ci ha dato possiamo impiegare molte delle grandi forze naturali e sottomettere animali feroci e potenti. Ma questa è una piccola cosa in confronto al pensiero che ha pianificato e all'energia che ha prodotto nella creazione di quelle creature. Superandoci in molte qualità invidiabili, i re del deserto ci insegnano la nostra piccolezza alla presenza del meraviglioso Creatore
II IL TRIONFO DEL MOVIMENTO. Gli uccelli lo illustrano in modo molto evidente. Fendendo l'aria con colpi rapidi e forti, salendo e scendendo a volontà, fluttuando come pesci atmosferici, sfrecciando qua e là con la velocità di un treno espresso, gli uccelli sono l'esatto contrario delle creature che trascorrono un'esistenza meramente vegetativa. La loro energia vivace si vede nei movimenti abbaglianti. Ora, i movimenti della natura sono tipici di quelli che avvengono nelle regioni spirituali. La stagnazione è la morte. Non è sufficiente essere stati corretti una volta per tutte. L'uccello si affloscerà e fallirà se è sempre in agguato sul trespolo. Le anime devono essere in movimento, alla ricerca di nuove imprese, spinte verso nuovi campi di servizio, o almeno perseguire diligentemente la linea del dovere. Le anime vogliono le ali. Possiamo vivere la nostra vita più piena solo quando ci eleviamo. Non è facile salire nelle regioni più elevate. Il falco monta a spirale. Non possiamo raggiungere l'altitudine dell'esperienza spirituale con un limite; E anche noi potremmo dover fare faticosamente la nostra strada. Ma dobbiamo rialzarci, se non vogliamo venir meno alla nostra vocazione cristiana
III LA VITTORIA DELLA VISIONE. Gli occhi del falco e dell'aquila sono proverbiali per forza e acume. Questi uccelli possono vedere le loro prede da lontano. Perirebbero se fossero ciechi, anzi, anche se diventassero meno vedenti. Le anime devono avere gli occhi, tesi a guardare la luce, desiderosi di scoprire ciò che è prezioso. Erriamo in tutto il mondo nella cecità spirituale, non vedendo né la gloria di Dio né le migliori benedizioni che ci ha dato. Con le ali tarpate e gli occhi incappucciati, come possiamo entrare nella grande eredità che Dio ci ha dato? Le nostre anime hanno bisogno di una purificazione della loro vista dal peccato che acceca e mutila. Quindi rigenerati dallo Spirito di Dio, hanno davanti a sé una gloria di vista e di vita che lascia molto in basso i tentativi di lotta del falco e dell'aquila. - W.F.A
27 L'aquila sale forse al tuo comando? L'enumerazione delle meraviglie naturali termina con l'aquila, il monarca degli uccelli, come iniziò con il leone, il re delle bestie.Giobbe 38:39 Il potere dell'aquila di "salire", nonostante le sue grandi dimensioni e il suo peso, è molto sorprendente. La specie a cui si riferisce questo luogo è probabilmente l'aquila reale (Aquila chrysaetos) o l'aquila imperiale (Aquila heliaca), entrambe comuni in Siria e in Mesopotamia. E farla nidificare in alto? I nidi delle aquile sono quasi sempre costruiti su rocce elevate, generalmente inaccessibili. Aristotele dice: Ποιουνται δεαυτα (sc, ταας), ουκ εν πεδινοις τοποις αλλ εν υψηκοις μαλιστα με εν πετραις αποκρημνοις.Geremia 49:16 #Giobbe 39:28
Essa abita e dimora sulla torre, sulla rupe della torre e sul luogo forte; letteralmente, il dente della roccia. Le cime scoscese delle rocce assomigliano alle zanne di un dente. Quindi abbiamo in Francia il Dent du Chat, e in Svizzera il Dent de Jaman e il Dent du Midi
29 Di là cerca la preda, e i suoi occhi guardano lontano. Aristotele dà questo come motivo per il volo alto dell'aquila, Υψου πεταται οπως επι πλειστον τοπον καθορα. La vista acuta dell'aquila è riconosciuta dagli studiosi moderni: "Aquila, genre d'oiseaux de proie... caracterise par un bec sans denlelure et droit à sa base jusquaupres de l'extremite, ou il se corbe beaucoup; par des pieds robustes armes d'ongles aigus et tranchants, par leur rue percante et leur grands envergure" (Dictionnaire Universelle des Sciences, p. 25)
30 Anche i suoi piccoli succhiano il sangue. È stato affermato che non è così, poiché si nutrono di carogne (Merx). Ma, poiché le aquile sono note per catturare cerbiatti, lepri, agnelli e altri piccoli animali e trasportarli nei loro nidi, i loro piccoli devono certamente essere nutriti, in parte, con la carne degli animali appena uccisi. E dove sono gli uccisi, lì c'è lei.
comp. - Deuteronomio 21:18; Matteo 24:28; Luca 17:37 Le aquile, o in ogni caso gli uccelli "più simili alle aquile che agli avvoltoi", sono comunemente rappresentati sui monumenti assiri, specialmente nelle scene di battaglia, dove si nutrono dei cadaveri degli uccisi, o strappano le loro interiora, o talvolta portano in alto la testa decapitata di qualche sfortunato soldato (vedi le 'Transactions of the Society of Biblical Archaeology' vol. 8. p. 59, e pls. 2. e 3.)
Illustratore biblico:
Giobbe 39
1 CAPITOLO 39
Giobbe 39:1-4
Conosci il tempo in cui le capre selvatiche della roccia partoriscono?-
Lo studio della zoologia è un dovere religioso:
Dio è qui rappresentato mentre richiama l'attenzione di Giobbe su vari ordini di vita animale. Motivi di tale studio
(I.) Perché dà all'uomo un'alta rivelazione di Dio. Accanto alla filosofia mentale e morale, non c'è soggetto in natura che ci dia una visione così alta di Dio. C'è più di Lui visto nella più umile creatura senziente che nelle sfere del cielo, nelle onde dell'oceano, nei fiori dei campi o negli alberi della foresta. In queste creature scopriamo la sensazione, l'auto-movimento, la scelta; e queste non sono semplicemente produzioni divine, ma piuttosto emanazioni divine. Anche se non sottovaluterei lo studio della fisica, della chimica, della botanica, dell'astronomia, ritengo che la zoologia sia uno studio più grande, più stimolante e più religioso di entrambi. Mette l'anima in contatto con molte cose che le sono affini, "l'occhio che vede, l'orecchio che ascolta", la sensazione fremente e l'istinto guida
(II.) Perché tende a promuovere la nostra cultura spirituale
1.) Tende a incoraggiare la nostra fede nella bontà di Dio. Le creature specificate in questo capitolo sono tutte oggetto della Sua benevola considerazione. Certo l'Iddio che si prende cura di queste creature non trascurerà i Suoi figli umani
2.) Tende a distruggere il nostro egoismo. Cosa siamo in presenza di alcune di queste creature? Qual è la nostra forza rispetto a quella dell'unicorno o del bufalo, il nostro coraggio rispetto a quella del cavallo da guerra, la nostra visione rispetto a quella dell'aquila o del falco, la nostra velocità rispetto a quella dello struzzo e dell'asino selvatico? Dov'è allora il vanto?
3.) Tende a promuovere un sentimento di gentilezza verso tutta la vita senziente
(III.) Forniscono illustrazioni della vita umana. A questo scopo esaminiamo le tre creature qui menzionate: l'"asino selvatico", lo "struzzo" e il "cavallo da guerra". L'"asino selvatico" può essere preso per illustrare:
1.) Il genio della libertà
2.) Lo "struzzo" può essere preso per illustrare un carattere intensamente egoista; E lo fa sotto tre aspetti: mancanza di cuore, codardia e orgoglio. Com'è senza cuore! Ella "lascia le sue uova nella terra, le scalda nella polvere, e dimentica che il piede le schiacci, o che la bestia selvaggia le rompa". "È indurita contro i suoi piccoli", o tratta duramente i suoi piccoli. Nessuna creatura nella creazione sembra così indifferente ai suoi piccoli. Per un uomo intensamente egoista, l'io è tutto; I vicini, e persino i bambini, sono sacrificati all'autogratificazione. Nella sua vigliaccheria illustra un carattere egoista. I naturalisti ci dicono che quando appare il pericolo, mette la testa sotto la sabbia, in modo da non sentire o vedere i pericoli che si avvicinano. Non guarderà in faccia il pericolo e non lo affronterà. Un uomo egoista è sempre codardo, e questo in proporzione al suo egoismo. Non ci può essere, infatti, coraggio e intrepidezza dove non c'è un amore generoso; È solo l'amore che fa l'eroe. Com'è orgoglioso lo struzzo! "Ella si innalza in alto, disprezza il cavallo e il suo cavaliere". Questa creatura sembra essere notevolmente orgogliosa delle sue ali, anche se non può volare, e della sua potenza di velocità. Quando il cavallo più agile con il suo cavaliere si avvicina, lei sbatte le ali come in segno di orgoglioso disprezzo, consapevole di poter lasciare indietro il cavaliere più veloce. Quindi, in verità, può farlo; Si dice che, con l'aiuto delle sue ali, possa correre alla velocità di sessanta miglia all'ora. In questo sembra gloriarsi. Più un uomo è egoista, più si vanta di qualcosa che ha e che gli altri non possiedono. Il "cavallo da guerra" qui presentato in una poesia così maestosa che balza e trema con lo spirito della campagna, può essere preso per illustrare:
3) Quei nobili operai per la causa del progresso umano che si trovano fissi e pieni dello spirito della loro missione. Le difficoltà per loro non sono nulla. Ridono dell'impossibilità; dei pericoli non si curano; l'opposizione che sfidano. Tali erano Paolo, Lutero, Garibaldi. Nessun uomo può compiere la sua missione se tutta la sua natura non risplende del suo spirito. (Omilestico.)
10 CAPITOLO 39
Giobbe 39:10
Erpiricherà egli le valli dietro di te?-
Erpiricherà egli le valli dietro di te?-
Quale prova più umiliante abbiamo della depravazione del cuore umano, se non l'arrogante presunzione di decidere sui piani di Dio e di censurare il Suo governo provvidenziale, quando siamo così completamente ignoranti degli eventi più semplici e ordinari della Natura? Questo era l'errore in cui era caduto Giobbe. Lo straziante lacera e sconvolge così tanto il suolo, che fin dai tempi più remoti è stato considerato come un emblema adatto di prove molto pesanti e complicate. Qui suggerisce la necessità e i benefici delle avversità frequenti
1.) Il cuore umano, naturalmente superbo, richiede molto per ridurlo e spezzarlo in sottomissione a Cristo; Gli eventi avversi ai nostri desideri e che attraversano le nostre inclinazioni, realizzano benignamente questo utile scopo. Come la terra è squarciata e ridotta dall'erpice, così le avversità inflitte dall'Onnipotente abbassano l'indole altezzosa e sottomettono le disposizioni profane del Suo popolo
2.) Con questo metodo di lavorazione del terreno, la superficie della terra viene levigata e resa piana. Le nostre menti sono portate in uno stato ordinato e sottomesso da prove di straordinaria severità e pressione. I nostri temperamenti sono così arruffati e aspri che, per il nostro bene, questo caos deve essere riportato all'ordine, questa confusione alla regolarità. La disuguaglianza di un campo arato è una rappresentazione troppo debole di questo stato d'animo
3.) Le provvidenze avverse fanno sì che il buon seme della Parola sia coperto e nascosto nei nostri cuori, come il grano è letteralmente coperto dalle ferite, e nascosto agli uccelli, dal processo di straziatura. Si può rintracciare un'analogia tra il campo seminato e non ancora straziato, e la mente immagazzinata di istruzioni morali e persino religiose, ma indisciplinata dalla prova
4.) La somiglianza tra l'utilità dell'erpicatura, per raccogliere le erbacce morte e purificare la terra dalle vecchie radici, e i buoni effetti della santa tribolazione, per staccare quelle molte erbacce morali e quelle perniciose radici del male che ancora rimangono nei nostri cuori. (W. Clayton.)
19 CAPITOLO 39
Giobbe 39:19-30
Hai tu dato forza al cavallo?-
L'insegnamento superiore della Natura:
L'intento di tutti questi bellissimi riferimenti alle opere della Natura è quello di insegnarci, dalla saggezza, dall'abilità e dai curiosi disegni che si possono scoprire nella formazione e negli istinti di vari uccelli e bestie, a imprimerci con una nozione degna delle "ricchezze della saggezza" di Colui che ha fatto e sostiene tutte le cose. Dobbiamo portare con noi queste impressioni quando consideriamo il modo in cui Dio agisce sulla via della Provvidenza, e nel Suo ordinamento di tutti gli eventi, come il grande Governatore dell'universo. Possiamo supporre che ci sia qualcosa di sbagliato qui, o senza il disegno della più consumata saggezza, quando Egli ha messo in campo tanta della Sua abilità e del Suo espediente nella formazione e nell'ordinamento di questi animali inferiori? Non si può confidare che Egli faccia bene tutte le cose, riguardo al destino dell'uomo, la più grande delle Sue opere? In questa economia superiore, dobbiamo supporre che ci sia meno saggezza e disegno da manifestare, che in questa, che si manifesta così visibilmente in queste opere inferiori della Sua mano? In tal modo il nostro benedetto Signore accresceva la fiducia dei Suoi discepoli nella Sua provvidenziale cura per loro, osservando: "Non si vendono forse due passeri per un soldo, e nessuno di loro cade a terra senza il Padre vostro?" "Non temete", "non siete voi molto migliori di loro?... di maggior valore di molti passeri". Era stata la mancanza di tali dovute impressioni riguardo alla sapienza progettuale di Dio, sempre presente e sempre operante in tutte le cose, che aveva portato Giobbe a pensare e a parlare indegnamente di quella dispensa della Provvidenza sotto la quale ora viveva, come se fosse del tutto arbitraria, non scoprendo alcun disegno e saggezza discriminante, né manifestando il giusto Governatore di tutte le cose. La sua mente disperata sembrava pensare che il Signore avesse abbandonato la terra; e tale confusione e malgoverno permisero che la saggezza, la giustizia e la bontà di Dio potessero manifestarsi solo in ciò che doveva avvenire in seguito in uno stato futuro. Perciò Giobbe aveva disperato della vita e aveva anelato alla morte. E ricordiamo cosa portò Giobbe a questo stato d'animo infelice. A causa delle sue conquiste morali e religiose, era stato così sollevato dall'orgoglio, che quando piacque a Dio, nella Sua segreta saggezza, di lasciarlo afflitto, osò dire che non lo meritava: e per conciliare la possibilità di ciò, con le nozioni che aveva in comune con i suoi amici, riguardo alla Provvidenza di Dio, che certamente ha voluto e compiuto tutte le cose che avvengono, egli fu portato ad esprimere quelle nozioni indegne dell'attuale dispensazione delle cose che abbiamo visto smascherate, prima dal Suo messaggero Elihu, e ora da Geova stesso. (Giovanni Fry, B.A.)
Il cavallo:
Come la Bibbia fa del cavallo, del patriarca, del profeta, dell'evangelista e dell'apostolo uno dei favoriti, accarezzando la sua pelle lucida, accarezzando il suo collo rotondo, sollevando teneramente il suo zoccolo squisitamente modellato e ascoltando con brivido il campione del suo morso, così tutte le grandi nature di tutte le epoche hanno parlato di lui in termini encomiastici. Virgilio nelle sue Georgiche sembra quasi plagiare da questa descrizione nel testo, tanto le descrizioni sono simili: la descrizione di Virgilio e la descrizione di Giobbe. Il duca di Wellington non avrebbe permesso a nessuno di toccare in modo irriverente il suo vecchio cavallo da guerra Copenhagen, sul quale aveva cavalcato quindici ore senza smontare a Waterloo; e quando il vecchio Copenaghen morì, il suo padrone ordinò che fosse sparato un saluto militare sulla sua tomba. Giovanni Howard dimostrò di non esaurire le sue simpatie nel compatire il genere umano, perché quando era malato scriveva a casa: "Il mio vecchio cavallo si è ammalato o rovinato?" Non c'è quasi nessun passaggio della letteratura francese più patetico del lamento per la morte del destriero da guerra Marchegay. Walter Scott aveva tanta ammirazione per questa creatura di Dio divinamente onorata che, nel pozzo di St. Ronan, ordinò che la circonferenza fosse allentata e che la coperta fosse gettata sui fianchi fumanti. Edmund Burke, passeggiando nel parco di Beaconsfield, ripensando al passato, getta le braccia intorno al cavallo esausto del suo defunto figlio Richard, e piange sul collo del cavallo, il cavallo sembra simpatizzare nei ricordi. Rowland Hill, il grande predicatore inglese, fu caricaturato perché nella sua preghiera familiare implorò per la guarigione di un cavallo malato; ma quando il cavallo guarì, contrariamente a tutte le profezie dei maniscalchi, la preghiera non sembrò così assurda. (T. Deuteronomio Witt Talmage.)
Cavalli in battaglia:
In tempo di guerra il servizio di cavalleria fa il maggior numero di esecuzioni; e poiché le battaglie del mondo probabilmente non sono tutte passate, il patriottismo cristiano esige che ci interessiamo della velocità equiparale. Potremmo anche avere cannoni più poveri nei nostri arsenali e navi più goffe nella nostra marina rispetto ad altre nazioni, piuttosto che avere sotto le nostre selle di cavalleria e davanti ai nostri parchi di artiglieria cavalli più lenti. Dalla battaglia di Granico, dove i cavalli persiani spinsero la fanteria macedone nel fiume, fino ai cavalli su cui Philip Sheridan e Stonewall Jackson si gettarono nella mischia, questo ramo del servizio militare è stato riconosciuto. Amilcare, Annibale, Gustavo Adolfo, il maresciallo Ney erano cavalieri. In questo braccio del servizio Carlo Martello alla battaglia di Poictiers respinse l'invasione araba. La cavalleria cartaginese, con la perdita di soli settecento uomini, rovesciò l'esercito romano con la perdita di settemila. Allo stesso modo la cavalleria spagnola respinse le orde moresche. Il nostro patriottismo cristiano e la nostra istruzione dalla Parola di Dio esigono che prima di tutto trattiamo gentilmente il cavallo, e poi, dopo questo, che sviluppiamo la sua agilità, e la sua grandezza, e la sua maestà, e la sua forza. (Ibidem)
27 CAPITOLO 39
Giobbe 39:27
L'aquila sale forse al tuo comando?-
Il prigioniero fu liberato:
Per molti anni un'aquila nobile era stata confinata in modo tale che nessuno l'aveva vista nemmeno tentare di alzare un'ala. Era stato amato e nutrito per poterlo mostrare ai visitatori e agli amici. Perfettamente sottomesso, ormai inconsapevole del suo potere nativo, rimase inattivo e apparentemente soddisfatto, ignaro delle altezze che un tempo avrebbe potuto scalare. Ma il suo proprietario stava per partire per un paese lontano, per non tornare mai più. Non poteva portare con sé l'aquila. «Farò», disse, «un atto di gentilezza prima di partire, che sarà ricordato a lungo dopo di me». Sciolse la catena dal prigioniero. I suoi vicini e i suoi figli guardavano con rammarico di non dover più vedere l'aquila. Un attimo, e sarebbe sparito per sempre! Ma no. L'uccello camminò nel solito giro che era stato lungo la sua catena, si guardò intorno docilmente, inconsapevole di essere libero, e alla fine si appollaiò alla sua solita altezza. Gli spettatori guardavano con meraviglia e pietà. Breve, tuttavia, fu la loro pietà. Si udì il lento fruscio di un'ala. Veniva proiettato dal corpo, quindi piegato. Di tanto in tanto si mosse di nuovo. Atto ultimo, disteso fino alla sua piena espansione, tremò un attimo nell'aria, poi si piegò dolcemente contro il suo luogo di riposo. Ora lentamente e con cautela l'aquila allargò l'altra e alla fine si fermò sul suo trespolo con entrambe le ali spiegate, guardando seriamente il cielo azzurro sopra di lui. Uno sforzo per montare, poi un altro. Le ali hanno ritrovato la loro abilità e forza perdute. Verso l'alto, lentamente, ancora verso l'alto, più in alto e più velocemente sale per la sua strada. L'occhio lo segue invano. Perso alla vista, molto al di sopra della cima della montagna sta bagnando le sue ali anguste in nuvole nebbiose, e si crogiola nella sua libertà. Sei tu, o figlio di Dio, sei stato a lungo inchiodato alle preoccupazioni e alle fatiche della terra, così che le tue ali di fede e di amore hanno perso ogni potere di sorgere? A lungo legato alla terra, alle sue speranze e visioni, non puoi scuotere subito le tue ali. Il cuore cerca di salire in preghiera, ma ci prova invano. Scene di terra fluttuano ancora davanti alla visione, e i suoni della terra risuonano nelle orecchie. Ma non cessare i tuoi sforzi. Espandi la tua anima ancora una volta, anche se solo per un po'. Alzate prima l'ala del pensiero, ancora di più, alzatela ancora più in alto. (Lanterna del predicatore.)
L'aquila:
L'aquila è costruita per una vita solitaria. Non c'è uccello così solo; Gli altri uccelli vanno in stormi: l'aquila mai, due al massimo insieme, e sono compagni. La sua maestosità consiste in parte nella sua solitudine. Vive separato perché gli altri uccelli non possono vivere dove e come vive, e seguire dove conduce. Il vero figlio di Dio deve acconsentire a una vita solitaria con Dio, e spesso la condizione della santità è la separazione. (A. T. Pierson.)
Riferimenti incrociati:
Giobbe 39
1 Giob 4:10,11; Sal 34:10; 104:21; 145:15,16
3 Sal 104:27,28; 147:9; Mat 6:26; Lu 12:24
4 1Sa 24:2; Sal 104:18
Sal 29:9; Ger 14:5
5 Ger 2:24
8 Giob 6:5; 11:12; 24:5; Ge 16:12; Sal 104:11; Is 32:14; Ger 2:24; 14:6; Dan 5:21; Os 8:9
Ge 49:14
9 De 29:23; Sal 107:34; Ger 17:6; Ez 47:11
10 Giob 39:18; 3:18; Is 31:4
Eso 5:13-16,18; Is 58:3
11 Giob 40:15,20-22; Ge 1:29,30; Sal 104:27,28; 145:15,16
12 Nu 23:22; De 33:17; Sal 22:21; 92:10
Is 1:3
13 Giob 39:5,7; 1:14; 41:5; Sal 129:3; Os 10:10,11; Mic 1:13
14 Sal 20:7; 33:16,17; 147:10; Is 30:16; 31:1-3
Ge 1:26,28; 9:2; 42:26; Sal 144:14; Prov 14:4; Is 30:6; 46:1
15 Ne 13:15; Am 2:13
Prov 3:16; Ag 2:19; Mat 3:2; 13:30
16 1Re 10:22; 2Cron 9:21
Giob 30:29; Lev 11:19; Sal 104:17; Ger 8:7; Zac 5:9
17 Giob 39:14
18 Giob 39:15
19 Lam 4:3
De 28:56,57; 1Re 3:26,27; 2Re 6:28,29; Lam 2:20; Rom 1:31
Ec 10:15; Abac 2:13
20 Giob 17:4; 35:11; De 2:30; 2Cron 32:31; Is 19:11-14; 57:17; Giac 1:17
21 Giob 39:7,22; 5:22; 41:29; 2Re 19:21
22 Eso 15:1; Sal 147:10
Sal 93:1; 104:1
Giob 39:25; Mar 3:17
24 Giudic 5:22
1Sa 17:4-10,42; Sal 19:5; Ger 9:23
Prov 21:31; Ger 8:6
27 Giob 37:20; Abac 1:8,9
Giob 9:16; 29:24; Lu 24:41
29 Lev 16:11; De 14:15
CC 2:12; Ger 8:7
30 Eso 19:4; Lev 11:13; Sal 103:5; Prov 23:5; Is 40:31; Os 8:1
Ger 49:16; Abd 1:4
31 1Sa 14:4
32 Giob 9:26
33 Ez 39:17-19; Mat 24:28; Lu 17:37
35 Giob 9:3; 33:13; Ec 6:10; Is 45:9-11; 50:8; 1Co 10:22
Is 40:14; 1Co 2:16
Giob 3:11,12,20,23; 7:12,19-21; 9:17,18,32-35; 10:3-7,14-17; 13:21-27; 14:16,17; 16:11-21; 19:6-11; 27:2; 30:21; Ez 18:2; Mat 20:11; Rom 9:19-23; 11:34-36
36 Giob 39:3
37 Giob 42:6; Ge 18:27; 32:10; 2Sa 24:10; 1Re 19:4; Esd 9:6,15; Ne 9:33; Sal 51:4,5; Is 6:5; 53:6; 64:6; Dan 9:5,7; Lu 5:8; 15:18,19; 18:13; 1Ti 1:15
Giob 9:31-35; 16:21; 23:4-7; 31:37
Giob 21:5; 29:9; Giudic 18:19; Sal 39:9; Prov 30:32; Mic 7:16; Abac 2:20; Zac 2:13
38 Giob 34:31,32; Rom 3:19
Giob 33:14; 2Re 6:10; Sal 62:11
Ger 31:18,19
Dimensione testo: