Nuova Riveduta:

Giobbe 4

Rimprovero di Elifaz a Giobbe
1 Allora Elifaz di Teman rispose e disse:
2 «Se provassimo a dirti una parola, ti darebbe fastidio? Ma chi potrebbe trattenere le parole?
3 Tu ne hai ammaestrati molti, hai fortificato le mani stanche; 4 e le tue parole hanno rialzato chi stava cadendo, hai rafforzato le ginocchia vacillanti; 5 e ora che il male piomba su di te, ti lasci abbattere; ora che è giunto fino a te, sei tutto smarrito.
6 Il tuo timor di Dio non ti dà fiducia, e l'integrità della tua vita non è la tua speranza?
7 Ricorda: quale innocente perì mai? Dove furono mai distrutti gli uomini retti?
8 Io per me ho visto che coloro che arano iniquità e seminano tormenti, ne mietono i frutti.
9 Al soffio di Dio essi periscono, dal vento della sua ira sono consumati.
10 Spenta è la voce del ruggente, sono spezzati i denti dei leoncelli.
11 Perisce per mancanza di preda il forte leone, e restano dispersi i piccini della leonessa.
12 Una parola mi è furtivamente giunta, e il mio orecchio ne ha colto il lieve sussurro.
13 Tra i pensieri delle visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, 14 uno spavento mi prese, un tremore, che mi fece fremere tutte le ossa.
15 Uno spirito mi passò davanti e i peli mi si rizzarono addosso.
16 Si fermò, ma non riconobbi il suo sembiante; una figura mi stava davanti agli occhi e udii una voce sommessa che diceva:
17 "Può il mortale essere giusto davanti a Dio? Può l'uomo essere puro davanti al suo Creatore?
18 Ecco, Dio non si fida dei suoi servi e trova difetti nei suoi angeli; 19 quanto più in quelli che stanno in case d'argilla, che hanno per fondamento la polvere e sono schiacciati al pari delle tignole!
20 Fra la mattina e la sera sono infranti; periscono per sempre, senza che nessuno se ne accorga.
21 La corda della loro tenda è strappata, e muoiono senza possedere la saggezza".

C.E.I.:

Giobbe 4

1 Elifaz il Temanita prese la parola e disse:
2 Se si tenta di parlarti, ti sarà forse gravoso?
Ma chi può trattenere il discorso?
3 Ecco, tu hai istruito molti
e a mani fiacche hai ridato vigore;
4 le tue parole hanno sorretto chi vacillava
e le ginocchia che si piegavano hai rafforzato.
5 Ma ora questo accade a te e ti abbatti;
capita a te e ne sei sconvolto.
6 La tua pietà non era forse la tua fiducia
e la tua condotta integra, la tua speranza?
7 Ricordalo: quale innocente è mai perito
e quando mai furon distrutti gli uomini retti?
8 Per quanto io ho visto, chi coltiva iniquità,
chi semina affanni, li raccoglie.
9 A un soffio di Dio periscono
e dallo sfogo della sua ira sono annientati.
10 Il ruggito del leone e l'urlo del leopardo
e i denti dei leoncelli sono frantumati.
11 Il leone è perito per mancanza di preda
e i figli della leonessa sono stati dispersi.
12 A me fu recata, furtiva, una parola
e il mio orecchio ne percepì il lieve sussurro.
13 Nei fantasmi, tra visioni notturne,
quando grava sugli uomini il sonno,
14 terrore mi prese e spavento
e tutte le ossa mi fece tremare;
15 un vento mi passò sulla faccia,
e il pelo si drizzò sulla mia carne...
16 Stava là ritto uno, di cui non riconobbi
l'aspetto,
un fantasma stava davanti ai miei occhi...
Un sussurro..., e una voce mi si fece sentire:
17 «Può il mortale essere giusto davanti a Dio
o innocente l'uomo davanti al suo creatore?
18 Ecco, dei suoi servi egli non si fida
e ai suoi angeli imputa difetti;
19 quanto più a chi abita case di fango,
che nella polvere hanno il loro fondamento!
Come tarlo sono schiacciati,
20 annientati fra il mattino e la sera:
senza che nessuno ci badi, periscono per sempre.
21 La funicella della loro tenda non viene forse
strappata?
Muoiono senza saggezza!».

Nuova Diodati:

Giobbe 4

Primo discorso di Elifaz: gli innocenti non soffrono
1 Allora Elifaz di Teman rispose e disse: 2 «Se qualcuno provasse a parlarti, ti darebbe fastidio? Ma chi potrebbe trattenere le parole? 3 Ecco tu ne hai ammaestrati molti e hai fortificato le mani stanche; 4 le tue parole hanno sorretto i vacillanti, e hai rinfrancato le ginocchia che si piegavano. 5 Ma ora che il male succede a te, vieni meno; ha colpito te, e sei tutto smarrito. 6 La tua pietà non è forse la tua fiducia, e l'integrità della tua condotta, la tua speranza? 7 Ricorda: quale innocente è mai perito, e quando mai furono distrutti gli uomini retti? 8 Come io stesso ho visto, quelli che arano iniquità e seminano guai, ne raccolgono i frutti. 9 Al soffio di Dio periscono, dal vento della sua ira sono consumati. 10 Il ruggito del leone, la voce del leone feroce e i denti dei leoncelli sono spezzati. 11 Il leone trova la morte per mancanza di preda, e i piccoli della leonessa sono dispersi. 12 Una parola mi è furtivamente giunta, e il mio orecchio ne ha colto il sussurro. 13 Fra i pensieri delle visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, 14 uno spavento mi prese e un fremito che fece tremare tutte le mie ossa. 15 Uno spirito mi passò davanti, e i peli del mio corpo si rizzarono. 16 Si fermò, ma non potei riconoscere il suo aspetto; una figura mi stava davanti agli occhi; c'era silenzio, poi udii una voce che diceva: 17 "Può un mortale essere più giusto di Dio? Può un uomo essere più puro del suo Fattore? 18 Ecco, egli non si fida neppure dei suoi servi, e riscontra difetti persino nei suoi angeli; 19 quanto più in quelli che abitano in case di argilla, il cui fondamento è nella polvere, e sono schiacciati come una tarma. 20 Dalla mattina alla sera sono distrutti; periscono per sempre, senza che nessuno ci badi. 21 La corda della loro tenda non viene forse strappata? Essi muoiono, ma senza sapienza"».

Riveduta 2020:

Giobbe 4

Primo discorso di Elifaz di Teman
1 Allora Elifaz di Teman rispose e disse: 2 “Se provassimo a rivolgerti una parola ti darebbe fastidio? Ma chi potrebbe trattenere le parole? 3 Ecco tu ne hai ammaestrati molti, hai fortificato le mani stanche; 4 le tue parole hanno rialzato chi stava cadendo, hai rafforzato le ginocchia vacillanti; 5 e ora che il male piomba su di te, ti lasci abbattere; ora che è giunto fino a te, sei tutto smarrito. 6 La tua pietà non è forse la tua fiducia, e l'integrità della tua vita la tua speranza? 7 Ricorda: quale innocente morì mai? e dove furono mai distrutti gli uomini retti? 8 Da parte mia ho visto che quelli che arano iniquità e seminano tormenti, ne raccolgono i frutti. 9 Al soffio di Dio essi muoiono, sono consumati dal vento del suo sdegno. 10 Il ruggito del leone è spento, i denti dei leoncelli sono spezzati. 11 Il forte leone muore per mancanza di preda e i piccoli della leonessa restano dispersi. 12 Una parola mi è giunta furtivamente, e il mio orecchio ne ha colto il lieve sussurro. 13 Fra i pensieri delle visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, 14 uno spavento mi prese, un tremore, che fece fremere tutte le mie ossa. 15 Uno spirito mi passò davanti, e i peli mi si rizzarono addosso. 16 Si fermò, ma non riconobbi il suo sembiante; una figura mi stava davanti agli occhi e udii una voce sommessa che diceva: 17 'Può il mortale essere giusto davanti a Dio? Può l'uomo essere puro davanti al suo creatore? 18 Ecco, Iddio non si fida dei suoi servi, e trova difetti nei suoi angeli; 19 quanto più in quelli che stanno in case di argilla, che hanno per fondamento la polvere e sono schiacciati al pari delle tarme! 20 Tra la mattina e la sera sono infranti; muoiono per sempre, senza che nessuno se ne accorga. 21 La corda della loro tenda è strappata, e muoiono senza possedere la sapienza'.

Riveduta:

Giobbe 4

Primo discorso di Elifaz di Teman
1 Allora Elifaz di Teman rispose e disse:
2 «Se provassimo a dirti una parola ti darebbe fastidio? Ma chi potrebbe trattener le parole? 3 Ecco tu n'hai ammaestrati molti, hai fortificato le mani stanche; 4 le tue parole hanno rialzato chi stava cadendo, hai raffermato le ginocchia vacillanti; 5 e ora che il male piomba su te, tu ti lasci abbattere; ora ch'è giunto fino a te, sei tutto smarrito. 6 La tua pietà non è forse la tua fiducia, e l'integrità della tua vita la speranza tua? 7 Ricorda: quale innocente perì mai? e dove furono gli uomini retti mai distrutti? 8 Io per me ho visto che coloro che arano iniquità e seminano tormenti, ne mietono i frutti. 9 Al soffio di Dio essi periscono, dal vento del suo corruccio son consumati. 10 Spenta è la voce del ruggente, sono spezzati i denti dei leoncelli. 11 Perisce per mancanza di preda il forte leone, e restan dispersi i piccini della leonessa. 12 Una parola m'è furtivamente giunta, e il mio orecchio ne ha còlto il lieve sussurro. 13 Fra i pensieri delle visioni notturne, quando un sonno profondo cade sui mortali, 14 uno spavento mi prese, un tremore, che mi fece fremer tutte l'ossa. 15 Uno spirito mi passò dinanzi, e i peli mi si rizzarono addosso. 16 Si fermò, ma non riconobbi il suo sembiante; una figura mi stava davanti agli occhi e udii una voce sommessa che diceva: 17 'Può il mortale esser giusto dinanzi a Dio? Può l'uomo esser puro dinanzi al suo Fattore? 18 Ecco, Iddio non si fida de' suoi propri servi, e trova difetti nei suoi angeli; 19 quanto più in quelli che stanno in case d'argilla, che han per fondamento la polvere e son schiacciati al par delle tignuole! 20 Tra la mattina e la sera sono infranti; periscono per sempre, senza che alcuno se ne accorga. 21 La corda della lor tenda, ecco, è strappata, e muoion senza posseder la sapienza'.

Ricciotti:

Giobbe 4

Dialoghi di Giobbe con gli amici. - Primo discorso di Elifaz.
1 Prese allora a parlare Elifaz il Temanita e disse: 2 «Se ti rivolgessimo la parola, ne saresti turbato? Eppur chi potrebbe trattenere un discorso spontaneo? 3 Ecco, tu hai dato ammonizione a molti, e mani fiaccate hai rafforzate: 4 i tuoi discorsi sostennero i vacillanti, e le ginocchia tremanti tu hai raffermate; 5 ma adesso che il flagello ti ha raggiunto, vieni meno, ti ha toccato e sei sbigottito. 6 Ov'è dunque la tua religiosità, la tua fortezza, la tua pazienza e la perfezione della tua condotta? 7 Ricordati, ti prego, chi mai fu innocente e perì? o quando mai i retti furono distrutti? 8 Al contrario, io ho visto che quei che arano l'iniquità e seminano i delitti, li mietono pure; 9 pel soffio di Dio essi periscono, dall'alito dell'ira sua sono distrutti. 10 Il ruggito del leone e la voce della leonessa [cessò], e i denti dei leoncelli furono spezzati; 11 la tigre venne meno per mancanza di preda, e i nati del leone finirono dispersi. 12 Invero, un'arcana parola a me fu rivolta, e furtivamente percepì il mio orecchio il suo sussurro; 13 nel segreto di visione notturna, quando un sopore suole incombere sugli uomini, 14 uno spavento m'incolse ed un tremito, e tutte l'ossa mie ne furono scosse; 15 e, passando innanzi a me un alito, inorridirono i peli della mia carne, 16 ristette uno che non conobbi al sembiante, un'immagine mi fu davanti agli occhi ed una voce quasi di bisbiglio udii: 17 Può forse l'uomo esser giusto in confronto con Dio, e più del suo Fattore sarà puro il mortale? 18 Ecco, quei che lo servono non sono stimati [puri], e negli angeli suoi trova manchevolezza: 19 quanto più quei che abitano case di creta, quei che hanno per fondamento la polvere, saranno consunti come da tignuola? 20 Fra mattina e sera saranno stroncati; e poichè nessuno riflette periranno in eterno. 21 Verrà in essi strappata la fune della loro [esistenza], e moriranno, ma senza sapienza.

Tintori:

Giobbe 4

Discorso di EJifaz: soltanto l'empio è punito; nessuno è giusto davanti a Dio
1 Allora prese la parola Elifaz Temanite, e disse: 2 «Se ci arrischiamo a parlarti, forse te ne avrai a male; ma chi potrebbe rattenere le pensate parole? 3 Ecco, fosti maestro di molti, e desti vigore alle mani stanche; 4 colle parole sostenesti i vacillanti, e alle ginocchia tremanti desti conforto; 5 ma ora che la sventura è piombata sopra di te, ti accasci, appena ti ha toccato, ti sei perso di coraggio. 6 Dov'è la tua pietà, la tua fortezza, la tua pazienza, la tua condotta intemerata? 7 Ricorda, te ne prego, qual innocente è mai perito? E quando mai i giusti furono sterminati? 8 Anzi io ho veduto che coloro i quali arano iniquità, e seminan dolori, poi li mietono: 9 ad un soffio di Dio son periti, annientati dall'alito dell'ira sua. 10 Il ruggito del leone e il grido della leonessa e i denti dei leoncelli furono spezzati; 11 la tigre perì per mancanza di preda, e i figli del leone furon dispersi. 12 Mi fu detta un'arcana parola; il mio orecchio ne intese quasi furtivamente il lieve sussurro. 13 Nell'orrore d'una visione notturna, quando il sonno suol gravare sugli uomini, 14 fui preso dallo spavento e dal tremito che fece atterrire tutte le mie ossa. 15 Mentre mi passava davanti uno spirito mi si rizzarono i peli della mia carne. 16 Uno di cui non conosceva il volto mi si fermò dinanzi, come un fantasma davanti ai miei occhi, e sentii una voce come aura lene sussurrare: 17 Potrà l'uomo messo a paragone con Dio esser trovato giusto? E sarà egli più puro del suo fattore? 18 Ecco, quelli che a lui servono non sono stabili, ed ha trovato anche negli angeli suoi dei difetti: 19 quanto più quelli che stanno in case di fango ed han per fondamento la polvere e saran consumati come da tignola! 20 E alla mattina alla sera saran falciati, e senza che nessuno se ne accorga scompariranno in eterno, 21 e quelli che di essi restano saran portati via, moriranno, e da insensati».

Martini:

Giobbe 4

Eliphai accusa Giobbe di impazienza, e vuol persuadergli, che pe' suoi peccati egli è flagellato dà Dio, il quale non manda avversità all'innocente.
1 Ma Eliphaz di Theman rispose, e disse: 2 Se noi imprenderemo a parlarti, forse lo prenderai in mala parte; ma chi può rattener la parola, che gli viene alla bocca? 3 Tu fosti già il maestro di molti, e alle braccia stanche rendesti vigore: 4 Le tue parole furon sostegno ai vacillanti, ed alle tremanti ginocchia desti conforto: 5 Ma ora, che il flagello è venuto sopra di te, tu se' abbattuto; ti ha toccato, e ti sbigottisci. 6 Dov' è la tua pietà, la tua fortezza, la tua pazienza, e la perfezione del tuo operare? 7 Rammentati di grazia, qual mai innocente perì? e quando mai furono schiantati i giusti? 8 Io vidi anzi coloro, che coltivaron l'iniquità, e seminavano all'anni, e affanni mietevano, 9 Perire a un soffio di Dio, ed essere consunti da un alito dell'ira di lui: 10 Perì il lion che ruggiva, e la lionessa che urlava, e i denti de' lioncelli furono spezzati. 11 La tigre rimase estinta per mancanza di preda, e i lioncini furono spersi. 12 Or un'arcana parola fa detta a me, e quasi di fuga il mio orecchio ne intese il debil suono. 13 Nell'orrore di una visione notturna, quando il sonno suole impossessarsi degli uomini, 14 Fui preso da timore, e da tremito, e tutte le mie ossa furon commosse: 15 E passando davanti a me uno spirito, si arricciarono i peli della mia carne. 16 Mi apparve uno, il volto del quale non era a me noto, un simulacro dinanzi agli occhi miei, e udii un suono come di aura leggera. 17 Forse un uomo messo al paragone con Dio sarà dichiarato giusto, o sarà egli più puro del suo faccitore? 18 Ecco che quelli che a lui servono non hanno stabilità, e negli Angeli suoi trova egli difetto. 19 Quanto più quelli, che abitano case di fango, i quali hanno per fondamento la polvere, saran consunti come da verme? 20 Dal mattino alla sera saranno troncati, e perché nissun ha intelligenza, periranno in eterno. 21 E quei, che tra loro primeggiano, saran tolti dal mondo: morranno, e non da sapienti.

Diodati:

Giobbe 4

1 ED Elifaz Temanita rispose, e disse: 2 Se noi imprendiamo a parlarti, ti sarà egli molesto? Ma pur chi potrebbe rattener le parole? 3 Ecco, tu correggevi molti, E rinforzavi le mani rimesse. 4 I tuoi ragionamenti ridirizzavano quelli che vacillavano, E tu raffermavi le ginocchia che piegavano. 5 Ma ora che il male ti è avvenuto, tu te ne affanni; Ora ch'è giunto fino a te, tu ne sei smarrito. 6 La tua pietà non è ella stata la tua speranza, E l'integrità delle tue vie la tua aspettazione?
7 Deh! rammemorati, quale innocente perì mai, Ed ove furono gli uomini diritti mai distrutti? 8 Siccome io ho veduto che quelli che arano l'iniquità, E seminano la perversità, la mietono. 9 Essi periscono per l'alito di Dio, E son consumati dal soffiar delle sue nari. 10 Il ruggito del leone, e il grido del fier leone son ribattuti; E i denti de' leoncelli sono stritolati. 11 Il vecchio leone perisce per mancamento di preda, E i figli della leonessa son dissipati.
12 Or mi è stata di nascosto significata una parola, E l'orecchio mio ne ha ritenuto un poco. 13 Fra le immaginazioni delle visioni notturne, Quando il più profondo sonno cade sopra gli uomini, 14 Mi è venuto uno spavento ed un tremito, Che ha spaventate tutte quante le mie ossa. 15 Ed uno spirito è passato davanti a me, Che mi ha fatto arricciare i peli della mia carne; 16 Egli si è fermato, ed io non ho riconosciuto il suo aspetto; Una sembianza è stata davanti agli occhi miei, Ed io ho udita una voce sommessa che diceva: 17 L'uomo sarebbe egli giustificato da Dio? L'uomo sarebbe egli giudicato puro dal suo fattore? 18 Ecco, egli non si fida ne' suoi servitori, E scorge della temerità ne' suoi Angeli. 19 Quanto più in coloro che abitano in case di fango, Il cui fondamento è nella polvere, E che son ridotti in polvere, esposti a' vermi? 20 Dalla mattina alla sera sono stritolati, E periscono in perpetuo, senza che alcuno vi ponga mente. 21 L'eccellenza ch'era in loro non si diparte ella? Muoiono, ma non con sapienza.

Commentario completo di Matthew Henry:

Giobbe 4

1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 4

Avendo Giobbe dato calorosamente sfogo alla sua passione, e così rotto il ghiaccio, i suoi amici vengono qui seriamente a dare sfogo al loro giudizio sul suo caso, che forse si erano comunicati l'un l'altro separatamente, confrontando note su di esso e discutendone tra loro, e trovarono che erano tutti d'accordo nel loro verdetto, che le afflizioni di Giobbe dimostravano certamente che era un ipocrita; ma non attaccarono Giobbe con questa alta accusa fino a quando con le espressioni del suo malcontento e della sua impazienza, nelle quali pensavano che riflettesse su Dio stesso, li ebbe confermati nella cattiva opinione che avevano precedentemente concepito di lui e del suo carattere. Ora si avventarono su di lui con grande paura. La disputa inizia, e presto diventa feroce. Gli avversari sono i tre amici di Giobbe. Giobbe stesso è l'intervistato. Elihu appare, per primo, come moderatore, e alla fine Dio stesso giudica la controversia e la sua gestione. La questione in discussione è se Giobbe fosse un uomo onesto o no, la stessa questione che era in discussione tra Dio e Satana nei primi due capitoli. Satana l'aveva ceduto, e non osava fingere che la sua maledizione del suo giorno fosse una maledizione costruttiva del suo Dio; no, non può negare che Giobbe mantiene ancora salda la sua integrità; ma gli amici di Giobbe avranno bisogno che, se Giobbe fosse stato un uomo onesto, non sarebbe stato così dolorosamente e così noiosamente afflitto, e quindi lo esorteranno a confessarsi ipocrita nella professione che aveva fatto della religione:

"No", dice Giobbe, "non lo farò mai; Ho offeso Dio, ma il mio cuore è stato retto con lui";

e ancora mantiene saldo il conforto della sua integrità. Elifaz, che, probabilmente, era il più anziano, o della migliore qualità, inizia con lui in questo capitolo, in cui:

I. Egli rivela un ascolto paziente, Giobbe 4:2.

II. Si complimenta con Giobbe riconoscendo l'eminenza e l'utilità della professione di religione che aveva fatto, Giobbe 4:3-4.

III. Lo accusa di ipocrisia nella sua professione, fondando la sua accusa sui suoi problemi attuali e sulla sua condotta sotto di essi, Giobbe 4:5-6.

IV. Per ovviare alla deduzione, egli sostiene che la malvagità dell'uomo è quella che porta sempre i giudizi di Dio, Giobbe 4:7-11.

V. Egli corrobora la sua affermazione con una visione che ha avuto, in cui gli è stata ricordata l'incontestabile purezza e giustizia di Dio, e la meschinità, la debolezza e la peccaminosità dell'uomo, Giobbe 4:12-21. Con tutto ciò egli mira a far crollare lo spirito di Giobbe e a renderlo penitente e paziente nelle sue afflizioni.

Ver. 1. fino alla Ver. 6.

In questi versetti,

I. Elifaz scusa il disturbo che sta per dare a Giobbe con il suo discorso (Giobbe 4:2):

"Se diciamo una parola con te, ti offriamo una parola di rimprovero e di consiglio, ti affliggerai e la prenderai male?"

Abbiamo motivo di temere che tu lo voglia; Ma non c'è rimedio:

"Chi può trattenersi dalle parole?"

Osservare

1. Con quale modestia parla di se stesso e del proprio tentativo. Non si occuperà da solo della gestione della causa, ma molto umilmente si unisce ai suoi amici:

"Comunicheremo con te".

Coloro che perorano la causa di Dio devono essere lieti dell'aiuto, affinché non soffra a causa della loro debolezza. Non promette molto, ma chiede il permesso di provare o tentare, e di provare se può proporre qualcosa che potrebbe essere pertinente e adatto al caso di Giobbe. Nelle questioni difficili spetta a noi non fingere oltre, ma solo tentare ciò che può essere detto o fatto. Molti discorsi eccellenti sono andati sotto il modesto titolo di Saggi.

2. Con quale tenerezza parla di Giobbe e della sua attuale condizione afflitta:

"Se ti diciamo quello che pensiamo, ti rattristerai? Vuoi prendertela male? Vuoi tu attribuirla al tuo cuore come alla tua afflizione o alla nostra accusa come nostra colpa? Saremo forse considerati scortesi e crudeli se ti tratteremo con franchezza e fedeltà? Desideriamo di no; Speriamo di no, e ci dispiacerebbe se ciò dovesse essere mal risentito, il che è ben intenzionato".

Nota: Dovremmo aver paura di affliggere qualcuno, specialmente quelli che sono già afflitti, per non aggiungere afflizione agli afflitti, come i nemici di Davide, Salmi 69:26. Dovremmo mostrarci all'indietro per dire ciò che prevediamo sarà doloroso, anche se sempre così necessario. Dio stesso, anche se affligge giustamente, non affligge volontariamente, Lamentazioni 3:33.

3. Con quale sicurezza egli parla della verità e della pertinenza di ciò che stava per dire: Chi può trattenersi dal parlare? Sicuramente fu un pio zelo per l'onore di Dio e il benessere spirituale di Giobbe che lo mise sotto questa necessità di parlare.

"Chi può trattenersi dal parlare in rivendicazione dell'onore di Dio, che sentiamo riprendere, nell'amore per l'anima tua, che vediamo in pericolo?"

Nota: È stolta pietà non rimproverare i nostri amici, anche i nostri amici nell'afflizione, per ciò che dicono o fanno male, solo per paura di offenderli. Che gli uomini la prendano bene o male, dobbiamo fare il nostro dovere con saggezza e mansuetudine e assolvere una buona coscienza.

II. Egli presenta una duplice accusa contro Giobbe.

1. Per quanto riguarda la sua condotta particolare in questa afflizione. Lo accusa di debolezza e pusillanimità, e per questo articolo della sua accusa c'era troppo terreno, Giobbe 4:3-5. E qui,

(1.) Si accorge della precedente utilità di Giobbe per il conforto degli altri. Egli riconosce che Giobbe aveva istruito molti, non solo i suoi figli e servi, ma molti altri, i suoi vicini e amici, quanti rientravano nella sfera della sua attività. Non solo incoraggiava quelli che erano maestri d'ufficio, li sosteneva e pagava per l'insegnamento di quelli che erano poveri, ma istruiva lui stesso molti. Sebbene fosse un grand'uomo, non lo pensava al di sotto di lui (il re Salomone era un predicatore); Benché fosse un uomo d'affari, trovava il tempo per farlo, andava tra i suoi vicini, parlava loro delle loro anime e dava loro buoni consigli. Oh, se questo esempio di Giobbe fosse imitato dai nostri grandi uomini! Se incontrava coloro che erano pronti a cadere nel peccato o a sprofondare nelle loro difficoltà, le sue parole li sostenevano: aveva una destrezza meravigliosa nell'offrire ciò che era adatto a fortificare le persone contro le tentazioni, a sostenerle sotto i loro fardelli e a confortare le coscienze afflitte. Aveva, e usava, la lingua dei dotti, sapeva come dire una parola a tempo opportuno a coloro che erano stanchi, e si dedicava molto a quel buon lavoro. Con opportuni consigli e conforti egli rafforzò le mani deboli per il lavoro, il servizio e la guerra spirituale, e le ginocchia deboli per sostenere l'uomo nel suo viaggio e sotto il suo carico. Non è solo nostro dovere alzare le nostre mani cadenti, stimolandoci e incoraggiandoci nella via del dovere (Ebrei 12:12), ma dobbiamo anche rafforzare le mani deboli degli altri, quando ce n'è l'occasione, e fare ciò che possiamo per confermare le loro ginocchia fiacche, dicendo a coloro che hanno un cuore pauroso: Sii forte, == Isaia 35:3-4. Le espressioni sembrano essere prese in prestito. Nota: Coloro che hanno abbondanza di ricchezze spirituali dovrebbero abbondare nella carità spirituale. Una buona parola, ben detta e saggiamente, può fare più bene di quanto forse pensiamo. Ma perché Elifaz ne parla qui?

[1.] Forse lo loda così per il bene che ha fatto, per rendere più passabile con lui il rimprovero previsto. La giusta lode è una buona prefazione a un giusto rimprovero, aiuterà a rimuovere i pregiudizi e mostrerà che il rimprovero non viene dalla cattiva volontà. Paolo lodò i Corinzi prima di rimproverarli, 1Corinzi 11:2.

[2.] Ricorda come Giobbe avesse confortato gli altri come motivo per cui poteva giustamente aspettarsi di essere confortato lui stesso; eppure, se la convinzione era necessaria per confortare, dovevano essere scusati se si applicavano prima a questo. Il Consolatore riprenderà, == Giovanni 16:8.

[3.] Dice questo, forse, in modo di pietà, lamentandosi di non poter applicare a se stesso attraverso l'estremo della sua afflizione quelle comodità che prima aveva amministrato agli altri. È più facile dare buoni consigli che accettarli, predicare mansuetudine e pazienza piuttosto che metterli in pratica. Facile omnes, cum valemus, rectum consilium aegrotis damus - Tutti noi troviamo facile, quando siamo in salute, dare buoni consigli ai malati. - Terento.

[4.] La maggior parte pensa che lo menzioni come un aggravamento del suo attuale malcontento, rimproverandolo per la sua conoscenza e per i buoni uffici che aveva fatto per gli altri, come se avesse detto:

"Tu che hai insegnato agli altri, perché non insegni a te stesso? Non è forse questa una prova della tua ipocrisia, il fatto che tu abbia prescritto ad altri quella medicina che ora non vuoi prendere tu stesso, e così contraddica te stesso, e va contro i tuoi stessi principi conosciuti? Tu che insegni a un altro di svenire, vieni meno? Romani 2:21. Medico, guarisci te stesso".

Coloro che hanno rimproverato altri devono aspettarsi di sentirne parlare se essi stessi diventano odiosi al rimprovero.

(2.) Lo rimprovera per la sua attuale bassezza, Giobbe 4:5.

"Ora che è venuto su di te, ora che è il tuo turno di essere afflitto, e il calice amaro che ti gira intorno è messo nella tua mano, ora che ti tocca, sveni, sei turbato".

Qui

[1.] Prende troppo alla leggera le afflizioni di Giobbe:

"Ti tocca ."

La stessa parola che Satana stesso aveva usato, Giobbe 1:11; 2:5. Se Elifaz avesse sentito solo la metà dell'afflizione di Giobbe, avrebbe detto:

"Mi colpisce, mi ferisce";

ma, parlando delle afflizioni di Giobbe, ne fa una sciocchezza:

"Ti tocca e tu non puoi sopportare di essere toccato".

Noli me tangere - Non toccarmi.

[2.] Dà troppo peso ai risentimenti di Giobbe e li aggrava:

"Tu svieni o sei fuori di te; Tu vanifici e non sai quello che dici".

Gli uomini in profonda difficoltà devono avere un granello di tolleranza, e una costruzione favorevole su ciò che dicono; Quando facciamo il peggio di ogni parola, non lo facciamo come vorremmo essere fatti da.

2. Per quanto riguarda il suo carattere generale prima di questa afflizione. Lo accusa di malvagità e falsità di cuore, e questo articolo della sua accusa era del tutto infondato e ingiusto. Con quanta scortesia lo prende in giro e lo rimprovera per la grande professione di religione che ha fatto, come se ora tutto fosse finito nel nulla e si fosse rivelato una farsa (Giobbe 4:6):

Non è questo il tuo timore, la tua fiducia, la tua speranza e la rettitudine delle tue vie? Non sembra ora tutto ciò essere una mera finzione? Poiché, se tu fossi stato sincero in ciò, Dio non ti avrebbe afflitto così, né ti saresti comportato così sotto l'afflizione".

Questa era proprio l'obiettivo di Satana, dimostrare che Giobbe era un ipocrita e confutare il carattere che Dio aveva dato di lui. Quando non poté fare questo a Dio, ma vide e disse: Giobbe è perfetto e retto, allora si sforzò, per mezzo dei suoi amici, di farlo a Giobbe stesso e di persuaderlo a confessarsi ipocrita. Se avesse guadagnato quel punto, avrebbe trionfato. Habes confitentem reum: Dalla tua bocca ti condannerò. Ma, per grazia di Dio, Giobbe fu in grado di mantenere salda la sua integrità e di non rendere falsa testimonianza contro se stesso. Nota: Coloro che emettono censure avventate e poco caritatevoli sui loro fratelli e li condannano come ipocriti, compiono l'opera di Satana e servono i suoi interessi più di quanto siano consapevoli. Non so come sia possibile che questo versetto sia letto in modo diverso in diverse edizioni delle nostre comuni Bibbie inglesi; L'originale e tutte le versioni antiche antepongono la tua speranza alla rettitudine delle tue vie. Così fa la Ginevra, e la maggior parte delle edizioni dell'ultima traduzione, ma trovo che una delle prime, nel 1612, dice: Non è questo il tuo timore, la tua fiducia, la rettitudine delle tue vie e la tua speranza? Sia le Annotazioni dell'Assemblea che quelle di Mr. Pool hanno questa lettura: e un'edizione del 1660 la legge:

"Non è forse il tuo timore la tua fiducia, e la rettitudine delle tue vie la tua speranza? Non sembra ora che tutta la religione, sia della tua devozione che della tua condotta, fosse solo nella speranza e nella fiducia che tu ti saresti arricchito per mezzo di essa? Non era tutto mercenario?"

Proprio quello che Satana ha suggerito. La tua religione non è forse la tua speranza, e le tue vie non sono forse la tua fiducia? così il signor Broughton. O

«Non è vero? Non pensavi che quella sarebbe stata la tua protezione? Ma tu sei stato ingannato". Oppure: "Non sarebbe stato così? Se fosse stato sincero, non ti avrebbe preservato da questa disperazione?"

È vero, se vieni meno nel giorno dell'avversità, la tua forza, la tua grazia, è poca == (Proverbi 24:10); ma non ne consegue che tu non abbia alcuna grazia, nessuna forza. Il carattere di un uomo non deve essere preso da un singolo atto.

7 Ver. 7. fino alla Ver. 11.

Elifaz qui avanza un altro argomento per dimostrare che Giobbe era un ipocrita, e che non solo la sua impazienza sotto le sue afflizioni fosse una prova contro di lui, ma anche le sue stesse afflizioni, essendo così grandi e straordinarie, e non essendoci alcuna prospettiva di una sua liberazione da esse. Per rafforzare la sua argomentazione egli espone qui questi due principi, che sembrano abbastanza plausibili:

I. Che gli uomini buoni non sono mai stati rovinati così. Per la prova di ciò egli si appella all'osservazione di Giobbe stesso (Giobbe 4:7):

"Ricordati, ti prego; Ricorda tutto ciò che hai visto, udito o letto, e dammi un esempio di qualcuno che era innocente e giusto, eppure è perito come hai fatto tu, ed è stato stroncato come te".

Se lo intendiamo di una distruzione finale ed eterna, il suo principio è vero. Nessuno di coloro che sono innocenti e giusti perisca per sempre: solo l'uomo del peccato è figlio della perdizione, == 2Tessalonicesi 2:3. Ma allora è mal applicato a Giobbe; Egli non perì così, né fu sterminato: l'uomo non è mai rovinato finché non è nella Geenna. Ma, se lo intendiamo di una calamità temporale, il suo principio non è vero. I giusti periscono == (Isaia 57:1): c'è un evento sia per i giusti che per gli empi == (Ecclesiaste 9:2), sia nella vita che nella morte; la grande e certa differenza è dopo la morte. Anche prima del tempo di Giobbe (fin dai primi tempi) c'erano esempi sufficienti per contraddire questo principio. Il giusto Abele non perì forse essendo innocente? E non fu egli stroncato all'inizio dei suoi giorni? Il giusto Lot non fu forse bruciato dalla casa e dal porto e costretto a ritirarsi in una caverna malinconica? Il giusto Giacobbe non era forse un Siro pronto a perire? == Deuteronomio 26:5. Altri casi simili, senza dubbio, ci sono stati, che non sono registrati.

II. Che gli uomini malvagi erano spesso rovinati in questo modo. A riprova di ciò, egli garantisce la sua propria osservazione (Giobbe 4:8):

"Come ho visto molte volte, coloro che arano l'iniquità e seminano malvagità, mietono di conseguenza; per il soffio di Dio periscono, == Giobbe 4:9. Ne abbiamo casi quotidiani; e quindi, poiché perisci così e sei consumato, abbiamo ragione di pensare che, qualunque professione di religione tu abbia fatto, hai solo arato l'iniquità e seminato malvagità. Come ho visto negli altri, così vedo in te".

1. Parla dei peccatori in generale, dei peccatori politicamente indaffarati, che si prendono la pena di peccare, perché arano l'iniquità; e si aspettano un guadagno dal peccato, perché seminano malvagità. Coloro che arano arano nella speranza, ma qual è il problema? Raccolgono lo stesso. Essi mieteranno corruzione e rovina dalla carne, Galati 6:7-8. La messe sarà un mucchio nel giorno del dolore e del dolore disperato, == Isaia 17:11. Egli mieterà lo stesso, cioè il giusto prodotto di quella semenza. Ciò che il peccatore semina, non semina il corpo che sarà, ma Dio gli darà un corpo, un corpo di morte, la fine di queste cose, == Romani 6:21. Alcuni, con l'iniquità e la malvagità, comprendono il torto e l'ingiuria fatta ad altri. Coloro che li arano e li seminano mieteranno lo stesso, cioè saranno pagati con la loro propria moneta. Coloro che sono fastidiosi saranno tribolati, 2Tessalonicesi 1:6 ; Giosuè 7:25. I guastatori saranno spogliati == (Isaia 33:1), e quelli che hanno condotto prigionieri andranno prigionieri, == Apocalisse 13:10. Egli descrive ulteriormente la loro distruzione (Giobbe 4:9): Per il soffio di Dio periscono. I progetti in cui si prendono così tanto impegno vengono sconfitti; Dio taglia le corde di quegli aratori, Salmi 129:3-4. Essi stessi sono distrutti, che è la giusta punizione della loro iniquità. Periscono, cioè sono completamente distrutti; si consumano, cioè si distruggono gradualmente, e questo per il soffio e il soffio di Dio, cioè:

(1.) Dalla sua ira. La sua ira è la rovina dei peccatori, che perciò sono chiamati vasi d'ira, e si dice che il suo soffio accenda Tofet, == Isaia 30:33 == Chi conosce il potere della sua rabbia? == Salmi 90:11.

(2.) Con la sua parola. Parla e lo fa, facilmente ed efficacemente. Lo Spirito di Dio, nella parola, consuma i peccatori; con ciò li uccide, Osea 6:5. Dire e fare non sono due cose per Dio. Si dice che l'uomo del peccato sia consumato dal soffio della bocca di Cristo, == 2Tessalonicesi 2:8. Confronta Isaia 11:4; Apocalisse 19:21. Alcuni pensano che, attribuendo la distruzione dei peccatori al soffio di Dio e al soffio delle sue narici, si riferisca al vento che fece cadere la casa sui figli di Giobbe, come se fossero quindi peccatori più di tutti gli uomini perché hanno sofferto tali cose. == Luca 13:2.

2. Parla in particolare di tiranni e crudeli oppressori, a somiglianza di leoni, Giobbe 4:10-11. Osservare

(1.) Come descrive la loro crudeltà e oppressione. La lingua ebraica ha cinque diversi nomi per i leoni, e qui sono tutti usati per indicare il terribile potere di lacerazione, la ferocia e la crudeltà degli orgogliosi oppressori. Essi ruggiscono, si dilaniano e depredano tutto ciò che li circonda, e allevano anche i loro piccoli a fare altrettanto, Ezechiele 19:3. Il diavolo è un leone ruggente; e partecipano della sua natura e fanno le sue concupiscenze. Sono forti come leoni e sottili (Salmi 10:9; 17:12); e, per quanto prevalgano, giacciono tutti desolati intorno a loro.

(2.) Come descrive la loro distruzione, la distruzione sia del loro potere che delle loro persone. Saranno trattenuti dal fare ulteriore male e saranno presi in considerazione per il male che hanno fatto. Deve essere intrapresa una linea di condotta efficace,

[1.] Che non spaventino. La voce del loro ruggito sarà fermata.

[2.] Che non si strappino. Dio li disarmerà, toglierà loro il potere di fare del male: i denti dei giovani leoni sono spezzati. Vedere Salmi 3:7. Così il resto dell'ira sarà trattenuto.

[3.] Che non si arricchiscano con il bottino dei loro vicini. Anche il vecchio leone è affamato e muore per mancanza di preda. Coloro che hanno sfiorato il bottino e la rapina sono forse ridotti a tali difficoltà da morire di fame alla fine.

[4.] Che non lascino, come si promettono, una successione: I robusti cuccioli di leone sono dispersi, per cercare loro stessi il cibo, che i vecchi portavano per loro, Naum 2:12 == Il leone fece a pezzi i suoi cuccioli, ma ora devono arrangiarsi da soli. Forse Elifaz intendeva, in questo, riflettere su Giobbe, come se egli, essendo il più grande di tutti gli uomini dell'oriente, avesse ottenuto il suo patrimonio con il bottino e avesse usato il suo potere per opprimere i suoi vicini, ma ora il suo potere e il suo patrimonio erano scomparsi, e la sua famiglia era dispersa: se così fosse, era un peccato che un uomo che Dio lodava fosse così maltrattato.

12 Ver. 12. fino alla Ver. 21.

Elifaz, dopo essersi impegnato a convincere Giobbe del peccato e della follia del suo malcontento e della sua impazienza, qui garantisce una visione di cui era stato favorito, che riferisce a Giobbe per la sua convinzione. Tutti gli uomini presteranno particolare deferenza a ciò che viene immediatamente da Dio, e Giobbe, senza dubbio, tanto quanto chiunque altro. Alcuni pensano che Elifaz abbia avuto questa visione di recente, da quando è venuto da Giobbe, mettendogli in bocca parole con cui ragionare con lui; e sarebbe stato bene se si fosse attenuto al significato di questa visione, che sarebbe servita come base per rimproverare Giobbe per il suo mormorio, ma non per condannarlo come ipocrita. Altri pensano che l'avesse già avuto ; poiché Dio, in questo modo, comunicò spesso la sua mente ai figli degli uomini in quelle prime ere del mondo, Giobbe 33:15. Probabilmente Dio aveva mandato a Elifaz questo messaggero e questo messaggio una volta o l'altra, quando egli stesso era in uno stato di inquietudine e scontento, per calmarlo e pacificarlo. Nota: Come dobbiamo consolare gli altri con ciò con cui siamo stati consolati (2Corinzi 1:4), così dobbiamo sforzarci di convincere gli altri con ciò che è stato potente per convincere noi. Il popolo di Dio non aveva allora alcuna parola scritta da citare, e quindi Dio a volte gli notificava anche verità comuni attraverso le vie straordinarie della rivelazione. Noi che abbiamo Bibbie abbiamo lì (grazie a Dio) una parola più sicura su cui fare affidamento delle visioni e delle voci, 2Pietro 1:19. Osservare

I. Il modo in cui questo messaggio fu inviato a Elifaz e le circostanze in cui lo trasmise a lui.

1. Gli è stato portato segretamente o di nascosto. Alcune delle più dolci comunicazioni che le anime gentili hanno con Dio è in segreto, dove nessun occhio vede se non quello di colui che è tutto occhio. Dio ha modi per portare convinzione, consiglio e conforto al suo popolo, inosservato dal mondo, con sussurri privati, con la stessa potenza ed efficacia del ministero pubblico. Il suo segreto è con loro, == Salmi 25:14. Come lo spirito maligno spesso ruba le buone parole dal cuore (Matteo 13:19), così lo Spirito buono a volte ruba le buone parole nel cuore, o mai ne siamo consapevoli.

2. Ne ricevette un po', == Giobbe 4:12. Ed è solo un po' della conoscenza divina che i migliori ricevono in questo mondo. Sappiamo poco in confronto a ciò che deve essere conosciuto e a ciò che sapremo quando verremo in cielo. Quanto poco si sente parlare di Dio! == Giobbe 26:14 == Sappiamo, solo in parte, == 1Corinzi 13:12. Guardate la sua umiltà e modestia. Finge di non averlo compreso fino in fondo, ma qualcosa di esso lo ha percepito.

3. Gli fu portato nelle visioni della notte == (Giobbe 4:13), quando si era ritirato dal mondo e dalla fretta di esso, e tutto intorno a lui era composto e tranquillo. Nota: Più siamo ritirati dal mondo e dalle cose di esso, più siamo adatti per la comunione con Dio. Quando siamo in comunione con i nostri cuori, e siamo fermi == (Salmi 4:4), allora è il momento giusto per lo Spirito Santo di comunicare con noi. Quando gli altri dormivano, Elifaz era pronto a ricevere questa visita dal Cielo, e probabilmente, come Davide, meditava su Dio nelle veglie notturne; In mezzo a quei buoni pensieri gli fu portata questa cosa. Sentiremmo di più da Dio se pensassimo di più a lui; eppure alcuni sono sorpresi dalle convinzioni nella notte, Giobbe 33:14-15.

4. Era preceduto da terrori: Lo spavento lo assalì e tremò, == Giobbe 4:14. Dovrebbe sembrare che, prima di udire o vedere qualcosa, sia stato colto da questo tremito, che gli ha scosso le ossa, e forse il letto sotto di lui. Essendo stato colpito nel suo spirito un santo timore e riverenza verso Dio e la sua maestà, egli fu così preparato per una visita divina. Colui che Dio intende onorare, egli prima lo umilia e lo abbassa, e vuole che tutti noi lo serviamo con santo timore e ci rallegriamo con tremore.

II. Il messaggero da cui è stato inviato, uno spirito, uno degli angeli buoni, che sono impiegati non solo come ministri della provvidenza di Dio, ma a volte come ministri della sua parola. Riguardo a questa apparizione che Elifaz vide ci viene detto qui (Giobbe 4:15-16):

1. Che fosse reale, e non un sogno, non una fantasia. Un'immagine era davanti ai suoi occhi, la vedeva chiaramente; dapprima passava e ripassava davanti al suo volto, si muoveva su e giù, ma alla fine si fermò per parlargli. Se alcuni sono stati così furbi da imporre false visioni agli altri, e altri così sciocchi da essere essi stessi imposti, non ne consegue che ci possano essere state apparizioni di spiriti, sia buoni che cattivi.

2. Che era indistinto e un po' confuso. Non riusciva a discernerne la forma, in modo da poterne inquadrare un'idea esatta nella propria mente, e tanto meno da darne una descrizione. La sua coscienza doveva essere risvegliata e informata, non la sua curiosità soddisfatta. Sappiamo poco degli spiriti; Non siamo in grado di conoscerne molto, né è opportuno che dovremmo: tutto a tempo debito; Dobbiamo presto trasferirci nel mondo degli spiriti, e allora li conosceremo meglio.

3. Che lo metta in una grande costernazione, tanto che i suoi capelli si rizzano. Da quando l'uomo ha peccato è stato terribile per lui ricevere un espresso dal cielo, consapevole di non potersi aspettare alcuna buona novella; Le apparizioni quindi, anche di spiriti buoni, hanno sempre fatto profonde impressioni di paura, anche sugli uomini buoni. Com'è bene per noi che Dio ci mandi i suoi messaggi, non per mezzo di spiriti, ma per mezzo di uomini come noi, il cui terrore non ci farà paura! Vedere Daniele 7:28; 10:8-9.

III. Il messaggio stesso. Prima che fosse pronunciata ci fu silenzio, silenzio profondo, Giobbe 4:16. Quando dobbiamo parlare da parte di Dio o a lui, conviene che ci rivolgiamo ad esso con una pausa solenne, e così poniamo dei limiti intorno al monte sul quale Dio deve scendere, e non siamo affrettati a pronunciare alcuna cosa. Fu con una voce dolce e sommessa che il messaggio fu consegnato, e questo fu (Giobbe 4:17):

"L'uomo mortale sarà forse più giusto di Dio, il Dio immortale? Si può pensare che un uomo sia, o pretenda di essere, più puro del suo Creatore? Basta con un pensiero del genere!"

1. Alcuni pensano che con questo Elifaz intenda dimostrare che le grandi afflizioni di Giobbe erano una prova certa del fatto che era un uomo malvagio. Un uomo mortale sarebbe ritenuto ingiusto e molto impuro se correggesse e punisse in tal modo un servo o un suddito, a meno che non si sia reso colpevole di un crimine molto grande:

"Se dunque non ci fossero dei grandi delitti per i quali Dio ti punisce così, l'uomo sarebbe più giusto di Dio, il che non è da immaginare".

2. Penso piuttosto che sia solo un rimprovero ai mormorii e al malcontento di Giobbe:

"Un uomo pretenderà d'essere più giusto e puro di Dio? comprendere più veramente di Dio, e osservare più rigorosamente, le regole e le leggi dell'equità? Enosh, uomo mortale e miserabile, sarà forse così insolente? Anzi, Geber, l'uomo più forte ed eminente, l'uomo al suo miglior rango, pretenderà di paragonarsi a Dio, o di stare in competizione con lui?

Nota: È molto empio e assurdo pensare che gli altri o noi stessi siano più giusti e puri di Dio. Coloro che litigano e trovano da ridire sulle direttive della legge divina, sulle dispensazioni della grazia divina o sulle disposizioni della divina provvidenza, si rendono più giusti e puri di Dio; e coloro che così rimproverano Dio, rispondano. Che cosa! uomo peccatore! (perché non sarebbe stato mortale se non fosse stato peccatore) uomo miope! Pretenderà egli di essere più giusto, più puro di Dio, il quale, essendo il suo Creatore, è il suo Signore e proprietario? L'argilla contenderà con il vasaio? Di quale giustizia e purezza ci sia nell'uomo, Dio ne è l'autore, e quindi è egli stesso più giusto e puro. Vedi Salmi 94:9-10.

IV. Il commento che Elifaz fa su questo, perché così sembra essere; Eppure alcuni ritengono che tutti i versetti seguenti siano stati pronunciati in visione. Si tratta di tutto in uno.

1. Mostra quanto siano piccoli gli angeli stessi in confronto a Dio, Giobbe 4:18. Gli angeli sono servi di Dio, servi in attesa, servi che lavorano; essi sono i suoi ministri (Salmi 104:4); Sono esseri luminosi e benedetti, ma Dio non ha bisogno di loro né ne trae beneficio ed è egli stesso infinitamente al di sopra di loro, e quindi,

(1.) Non ripone alcuna fiducia in loro, non ha riposto fiducia in loro, come noi facciamo in coloro senza i quali non possiamo vivere. Non c'è servizio in cui egli li impieghi ma, se volesse, potrebbe farlo anche senza di loro. Non li fece mai suoi confidenti, o del suo consiglio di gabinetto, Matteo 24:36. Egli non lascia i suoi affari interamente a loro, ma i suoi propri occhi corrono avanti e indietro per la terra, == 2Cronache 16:9. Vedi questa frase, Giobbe 39:11. Alcuni ne danno questo senso:

"La natura angelica è così mutevole che Dio non si fiderebbe degli angeli per la loro stessa integrità; se l'avesse fatto, tutti avrebbero fatto come alcuni hanno fatto, lasciando il loro primo patrimonio; ma egli ritenne necessario dare loro una grazia soprannaturale per confermarli".

(2.) Li accusa di follia, vanità, debolezza, infermità e imperfezione, in confronto a se stesso. Se il mondo fosse lasciato al governo degli angeli, e a loro fosse affidata l'unica gestione degli affari, farebbero passi falsi, e ogni cosa non sarebbe fatta per il meglio, come è ora. Gli angeli sono intelligenze, ma finite. Sebbene non sia accusabile di iniquità, tuttavia di imprudenza. Quest'ultima frase è variamente resa dai critici. Penso che varrebbe questa lettura, ripetendo la negazione, che è molto comune: Egli non riporrà alcuna fiducia nei suoi santi, né si glorierà dei suoi angeli (in angelis suis non ponet gloriationem) né si vanterà di loro, come se le loro lodi, o i loro servizi, gli aggiungessero qualcosa: è la sua gloria che egli è infinitamente felice senza di loro.

2. Da ciò deduce quanto meno l'uomo sia, quanto meno ci si possa fidare o gloriarsi. Se c'è una tale distanza tra Dio e gli angeli, che cosa c'è tra Dio e l'uomo! Guardate come l'uomo è qui rappresentato nella sua meschinità.

(1.) Guarda l'uomo nella sua vita, ed è molto meschino, Giobbe 4:19. Prendete l'uomo nel suo stato migliore, ed è una creatura molto spregevole in confronto ai santi angeli, anche se onorevole se paragonato ai bruti. È vero, gli angeli sono spiriti, e le anime degli uomini sono spiriti; ma

[1.] Gli angeli sono spiriti puri, le anime degli uomini abitano in case di creta: tali sono i corpi degli uomini. Gli angeli sono liberi; le anime umane sono ospitate, e il corpo è una nuvola, un intasamento, per esso; è la sua gabbia; è la sua prigione. È una casa di argilla, meschina e modellata; un vaso di terracotta, presto rotto, come era stato formato per la prima volta, secondo il beneplacito del vasaio. Si tratta di una casetta, non una casa di cedro o una casa d'avorio, ma di argilla, che presto sarebbe in rovina se non fosse tenuta in costante riparazione.

[2.] Gli angeli sono fissi, ma le fondamenta stesse di quella casa di argilla in cui abita l'uomo sono nella polvere. Una casa di argilla, se costruita su una roccia, potrebbe stare in piedi a lungo; ma, se fondata nella polvere, l'incertezza delle fondamenta affretterà la sua caduta e affonderà con il suo stesso peso. Come l'uomo è stato fatto dalla terra, così è sostenuto e sostenuto da ciò che viene dalla terra. Togliete questo, e il suo corpo ritornerà alla sua terra. Noi non siamo che in piedi sulla polvere; Alcuni hanno un mucchio di polvere più alto di altri, ma è comunque la terra che ci tiene in piedi e presto ci inghiottirà.

[3.] Gli angeli sono immortali, ma l'uomo è presto schiacciato; la casa terrena del suo tabernacolo è dissolta; Muore e si consuma, viene schiacciato come una falena tra le dita, con la stessa facilità, con la stessa rapidità; si può uccidere un uomo quasi con la stessa rapidità con cui si uccide una falena. Una piccola cosa distruggerà la sua vita. Egli è schiacciato davanti alla faccia della falena, così è la parola. Se un cimurro persistente, che consuma come una falena, viene incaricato di distruggerlo, egli non può resistervi più di quanto non possa resistere a un cimurro acuto, che gli viene addosso ruggendo come un leone. Vedere Osea 5:12-14. C'è da confidare in una creatura come questa, o ci si può aspettare da lui un servizio da parte di quel Dio che non ripone alcuna fiducia negli angeli stessi?

(2.) Guardalo nella sua morte, e sembra ancora più spregevole e indegno di fiducia. Gli uomini sono mortali e morenti, Giobbe 4:20-21.

[1.] Nella morte essi sono distrutti e periscono per sempre, come in questo mondo; è il periodo finale della loro vita, e di tutti i lavori e i godimenti qui; il loro posto non li conoscerà più.

[2.] Muoiono ogni giorno e si consumano continuamente: distrutti dalla mattina alla sera. La morte sta ancora lavorando in noi, come una talpa che scava la nostra tomba ad ogni rimozione, e noi rimaniamo così continuamente esposti che veniamo uccisi tutto il giorno.

[3.] La loro vita è breve e in poco tempo vengono stroncati. Dura forse solo dalla mattina alla sera. Non è che un giorno (così alcuni lo capiscono); La loro nascita e la loro morte non sono altro che il sorgere e il tramontare del sole dello stesso giorno.

[4.] Nella morte passa tutta la loro eccellenza; La bellezza, la forza, l'erudizione, non solo non possono salvarli dalla morte, ma devono morire con loro, né la loro pompa, la loro ricchezza, o il loro potere, scenderanno dopo di loro.

[5.] La loro sapienza non può salvarli dalla morte: muoiono senza sapienza, muoiono per mancanza di sapienza, con la loro stolta gestione di se stessi, scavandosi le tombe con i denti.

[6.] È una cosa così comune che nessuno vi presta attenzione, né se ne accorge : muoiono senza che nessuno se ne preoccupi, né se ne preoccupi. La morte degli altri è molto oggetto di discorsi comuni, ma poco di seria riflessione. Alcuni pensano che qui si parli della dannazione eterna dei peccatori, così come della loro morte temporale: essi sono distrutti, o fatti a pezzi, dalla morte, dalla mattina alla sera; e, se non si pentono, periscono per sempre (così alcuni lo leggono), Giobbe 4:20. Essi periscono per sempre perché non guardano a Dio e al loro dovere; non considerano il loro ultimo fine, == Lamentazioni 1:9. Non hanno altra eccellenza che quella che la morte toglie, e muoiono, muoiono la seconda morte, per mancanza di sapienza per afferrare la vita eterna. Una creatura così meschina, debole, stolta, peccaminosa e morente come questa pretenderà d'essere più giusta di Dio e più pura del suo Creatore? No, invece di litigare con le sue afflizioni, si meravigli di essere uscito dall'inferno.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Giobbe 4

1 Capitolo 4

Elifaz rimprovera Giobbe Giob 4:1-6

E sostiene che i giudizi di Dio sono per i malvagi Giob 4:7-11

La visione di Elifaz Giob 4:12-21

Versetti 1-6

Satana si impegnò a dimostrare che Giobbe era un ipocrita, affliggendolo; e i suoi amici lo ritennero tale perché era così afflitto e mostrava impazienza. Questo dobbiamo tenerlo a mente se vogliamo capire quello che è successo. Elifaz parla di Giobbe e della sua condizione di sofferenza con tenerezza, ma lo accusa di debolezza e di debolezza di cuore. Gli uomini hanno poca considerazione per coloro che hanno insegnato ad altri. Anche i pii amici considerano solo un tocco che noi sentiamo come una ferita. Imparate da qui a distogliere la mente di chi soffre dal rimuginare sull'afflizione, per guardare al Dio delle misericordie nell'afflizione. E come si può fare questo meglio che guardando a Cristo Gesù, nei cui dolori ineguagliabili ogni figlio di Dio impara presto a dimenticare i propri?

7 Versetti 7-11

Elifaz sostiene: 1. Che gli uomini buoni non sono mai stati rovinati in questo modo. Ma c'è un evento sia per i giusti che per i malvagi, Ec 9:2, sia in vita che in morte; la grande e certa differenza è dopo la morte. I nostri peggiori errori sono causati dal trarre opinioni sbagliate da verità innegabili. 2. Che gli uomini malvagi sono stati spesso rovinati in questo modo: a riprova di ciò, Elifaz conferma la sua stessa osservazione. Possiamo vedere lo stesso ogni giorno.

12 Versetti 12-21

Elifaz racconta una visione. Quando siamo in comunione con il nostro cuore e siamo fermi, Sal 4:4, allora è il momento in cui lo Spirito Santo si mette in comunione con noi. Questa visione lo mise in grande paura. Da quando l'uomo ha peccato, è stato terribile per lui ricevere comunicazioni dal cielo, consapevole di non potersi aspettare alcuna buona novella da lì. Uomo peccatore! Pretenderà forse di essere più giusto, più puro di Dio, che essendo il suo Creatore, è il suo Signore e Proprietario? Quanto sono terribili l'orgoglio e la presunzione dell'uomo! Quanto è grande la pazienza di Dio! Guardate l'uomo nella sua vita. Le fondamenta stesse della casa di argilla in cui l'uomo abita sono nella polvere e affonderanno con il loro stesso peso. Noi non siamo che sulla polvere. Alcuni hanno un cumulo di polvere più alto di altri, ma è comunque la terra che ci tiene in piedi e presto ci inghiottirà. L'uomo viene presto schiacciato; o se qualche malanno persistente, che consuma come una falena, viene mandato per distruggerlo, non può resistere. Può una creatura del genere pretendere di incolpare gli appuntamenti di Dio? Guardate l'uomo nella sua morte. La vita è breve e in poco tempo l'uomo viene tagliato fuori. La bellezza, la forza, il sapere, non solo non li mettono al riparo dalla morte, ma muoiono con loro; né il loro sfarzo, la loro ricchezza o il loro potere continueranno dopo di loro. Una creatura debole, peccatrice e morente può forse pretendere di essere più giusta di Dio e più pura del suo Creatore? No: invece di litigare con le sue afflizioni, si meravigli di essere uscito dall'inferno. Può un uomo essere purificato senza il suo Creatore? Dio giustificherà i mortali peccatori e li libererà dalla colpa o lo farà senza che essi abbiano un interesse nella giustizia e nell'aiuto benevolo del loro promesso Redentore, quando gli angeli, un tempo spiriti servitori davanti al suo trono, riceveranno la giusta ricompensa dei loro peccati? Nonostante l'apparente impunità degli uomini per un breve periodo di tempo, pur vivendo senza Dio nel mondo, il loro destino è certo come quello degli angeli caduti, e li sta continuamente travolgendo. Tuttavia, i peccatori incuranti se ne accorgono così poco che non si aspettano il cambiamento, né sono saggi nel considerare la loro ultima fine.

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Giobbe 4

1 Allora Elifaz il temanita rispose: - Vedi le note in Giobbe 2:11.

2 Se proviamo a comunicare con te - Margine, Una parola. Ebraico - הנסה דבר dabar hanıcah. "Possiamo tentare una parola con te?" Questa è una scusa gentile ed educata all'inizio del suo discorso - una domanda se lo prenderebbe come scortese se si avventurasse su un'osservazione nel modo di argomentare. Jahn, nel caratterizzare la parte che assumono rispettivamente i tre amici di Giobbe nella controversia, dice: “Elifaz è superiore agli altri in discernimento e delicatezza. Comincia rivolgendosi gentilmente a Giobbe; e solo irritato dall'opposizione che lo annovera tra i malvagi”.

Sarai addolorato? - Cioè, vuoi prendertela male? Sarà offensivo per te, o ti stancherà, o stancherà la tua pazienza? La parola qui usata ( לאה lâ'âh ) significa faticare, sforzarsi, stancare, esaurire; e quindi stancarsi, mettere alla prova la propria pazienza, ammalarsi. Qui è il linguaggio della cortesia, ed è progettato per introdurre le osservazioni successive nel modo più gentile.

Elifaz sapeva che stava per fare osservazioni che avrebbero potuto coinvolgere Giobbe, e le presentò nel modo più gentile possibile. Non c'è niente di brusco o duro nel suo inizio. Tutto è cortese al massimo grado ed è un modello per gli oratori.

Ma chi può trattenersi dal parlare? - Margine, "Astenersi dalle parole". Cioè, "l'argomento è così importante, i sentimenti avanzati da Giobbe sono così straordinari e i principi coinvolti sono così importanti che è impossibile trattenersi". C'è molta delicatezza in questo. Non cominciò a parlare solo per fare un discorso. Dichiara che non avrebbe parlato, se non fosse stato incalzato dall'importanza dell'argomento, e non fosse stato pieno di materia. In gran parte, questa è una buona regola da adottare: non fare un discorso se non ci sono sentimenti che gravano sulla mente e convinzioni di dovere che non possono essere represse.

3 Ecco, tu hai istruito molti, cioè hai istruito molti come devono sopportare le prove, e hai consegnato loro importanti massime sul grande argomento del governo divino. Questo non è progettato per essere ironia o per ferire i sentimenti di Giobbe. Ha lo scopo di richiamare alla sua mente le lezioni che aveva inculcato agli altri in tempi di calamità e di mostrargli quanto fosse importante ora che riducesse le proprie lezioni alla pratica e mostrasse il loro potere nel sostenersi.

Hai rafforzato le mani deboli - Cioè, hai aiutato i deboli. Le mani sono gli strumenti con cui realizziamo qualsiasi cosa, e quando sono deboli, è indice di impotenza.

4 Le tue parole hanno sostenuto colui che stava cadendo - Cioè, o cadendo nel peccato, o sprofondando nella calamità e nella prova. L'ebraico sopporterà entrambe le interpretazioni, ma la connessione sembra richiederci di capirla di uno che stava sprofondando sotto il peso dell'afflizione.

Le ginocchia deboli - Margine, "inchino". Le ginocchia sostengono il telaio. Se falliscono, siamo deboli e impotenti. Quindi, il loro essere deboli è così spesso usato nella Bibbia per indicare l'imbecillità. Il senso è che Giobbe, nei giorni della propria prosperità, aveva esortato altri a sottomettersi a Dio; li aveva consigliati in modo tale da dar loro effettivamente sostegno, e che ora avrebbero dovuto sostenerlo gli stessi punti di vista che aveva impiegato con tanto successo nel confortare gli altri.

5 Ma ora è venuta su di te - Cioè, calamità; o, la stessa prova che altri hanno avuto, e nella quale tu li hai così bene esortati e confortati. Un sentimento simile a quello qui espresso si trova in Terenzio:

Facile omnes, cum valemus, recta consilia aegrotis damus.

E. ii. io. 9.

Ti tocca - Cioè, l'afflizione è arrivata a te stesso. Non è più una cosa su cui ci si può tranquillamente sedere e ragionare, e su cui si possono pronunciare esortazioni formali.

E tu sei turbato - Invece di mostrare la calma sottomissione che hai esortato gli altri a fare, la tua mente ora è turbata e irrequieta. Sfoghi le tue lamentele contro il giorno della tua nascita e accusi Dio di ingiustizia. Un sentimento simile a questo, si verifica in Terenzio, come citato da Codurcus:

Nonne id flagitium est, te aliis consilium dare,

Foris sapere, tibi non posse te auxiliarier?

Qualcosa di simile a questo accade non di rado. È cosa facile dare consigli agli altri ed esortarli a essere sottomessi nella prova. È facile pronunciare massime generali, suggerire passi della Scrittura a proposito dell'afflizione, e anche dare consolazione agli altri; ma quando la prova arriva a noi stessi, spesso non ci rendiamo conto del potere di quelle verità di consolarci. I ministri del Vangelo sono chiamati ufficialmente a impartire tali consolazioni, e sono abilitati a farlo.

Ma quando viene loro il processo, e quando dovrebbero con ogni solenne considerazione poter mostrare la forza di quelle verità nel loro caso, accade talvolta che mostrino la stessa impazienza e mancanza di sottomissione che avevano rimproverato in altri ; e che qualunque verità e potere potessero esserci nelle loro istruzioni, loro stessi sentivano poco la loro forza. Spesso è necessario che colui che è incaricato di consolare gli afflitti, sia egli stesso afflitto.

Allora può “piangere con quelli che piangono”; e quindi, è che i ministri del Vangelo sono chiamati tanto quanto qualsiasi altra classe di persone a passare attraverso acque profonde. Quindi, anche il Signore Gesù divenne così preminente nella sofferenza, che potesse essere toccato dai sentimenti della nostra infermità ed essere qualificato per simpatizzare con noi quando siamo provati; Ebrei 2:14 , Ebrei 2:17; Ebrei 4:15.

È estremamente importante che quando coloro il cui ufficio è quello di confortare gli altri sono afflitti, mostrino un esempio di pazienza e sottomissione. Allora è il momento di provare la loro religione; e poi hanno l'opportunità di convincere gli altri che le dottrine che predicano sono adatte alla condizione dell'uomo debole e sofferente.

6 Non è questa la tua paura, la tua fiducia? - C'è stata una notevole varietà nell'interpretazione di questo versetto. Il dottor Good lo rende,

La tua pietà è dunque nulla? la tua speranza

La tua fiducia? o la rettitudine delle tue vie?

Noyes lo rende,

Non è il tuo timore di Dio la tua speranza,

E la rettitudine delle tue vie la fiducia?

Rosenmuller lo traduce,

Non è nella tua pietà e integrità di vita

La tua fiducia e speranza?

Nella Vulgata è tradotto: "Dov'è la tua paura, la tua fortezza, la tua pazienza e l'integrità delle tue vie?" Nella Settanta, "Non è la tua paura fondata sulla follia, e la tua speranza, e il male della tua via?"

Castellio lo traduce,

Nimirum tanturn religionis, aspettativa quantistica;

Quantum spei, tanturn habebas integritatis morum;

E l'idea, secondo la sua versione, è che avesse tanta religione quanta ne suscitava la speranza della ricompensa; che la sua pietà e integrità erano sostenute solo dalla sua speranza, e non erano il risultato del principio; e che naturalmente la sua religione era puramente egoistica. Se questo è il senso, è progettato per essere un rimprovero e concorda con l'accusa nella domanda di Satana Giobbe 1:9 , "Giobbe teme Dio per nulla?" Rosenmuller adotta l'opinione di Ludovicus de Dieu e la spiega come un significato: "Sembri un uomo timorato di Dio e un uomo integro, e sei stato portato quindi a nutrire grandi speranze e aspettative; ma ora ti accorgi di essere stato ingannato.

La tua pietà non era sincera e genuina, perché i veri pii non soffrono così. Ricorda dunque che nessuno perisce essendo innocente”. Codurcus lo rende: “Tutta la tua speranza era riposta nella tua religione, e la tua attesa nella rettitudine delle tue vie; considera ora, chi perisce essendo innocente?" Il vero sentimento del brano è stato indubbiamente espresso da Good, Noyes. e Codurcus. L'ebraico reso tuo timore יראתך yare't e k mezzi senza dubbio la paura religiosa, culto, o la pietà, ed è sinonimo parola con εὐλαβεια eulabeia, εὐσεβεια eusebeia, religione.

Il sentimento è che la sua fiducia o speranza era riposta nella sua religione, nel suo timore di Dio, nel suo rispetto e venerazione per lui, e nell'affidarsi all'equità del suo governo. Questo era stato il suo soggiorno in passato; e questo era l'argomento che gli fu naturalmente proposto allora. Elifaz chiede se non debba riporre ancora la sua fiducia in quel Dio, e non rimproverarlo come disuguale e ingiusto nella sua amministrazione.

La rettitudine delle tue vie - Ebraico, La perfezione delle tue vie. Nota Giobbe 1:1. L'idea è che la sua speranza fosse fondata sull'integrità della sua vita e sulla convinzione che i giusti sarebbero stati ricompensati. Il passaggio può essere reso,

Non è la tua fiducia e la tua aspettativa?

Fondato sulla tua religione,

E sull'integrità delle tue vie?

Questo è il sentimento generale che Elifaz procede ad illustrare e ad applicare. Se questo era un principio giusto, era naturale chiedersi se le prove di Giobbe non provassero che non aveva ragioni ben fondate per tale fiducia.

7 Ricordi, ti prego, chi è mai morto, essendo innocente? - L'oggetto di questa domanda è manifestamente di mostrare a Giobbe l'inconsistenza dei sentimenti che aveva manifestato. Ha affermato di essere un uomo giusto. Aveva istruito e consigliato molti altri. Aveva professato fiducia in Dio e nell'integrità delle proprie vie. C'era da aspettarsi che uno con tali pretese avrebbe mostrato rassegnazione al momento del processo, e sarebbe stato sostenuto dal ricordo della sua integrità.

Il fatto, quindi, che Giobbe fosse così "svenuto" e avesse ceduto il posto a espressioni impazienti, mostrava che era consapevole di non essere stato del tutto ciò che aveva dichiarato di essere. “Ci deve essere stato”, è il significato di Elifaz, “qualcosa di sbagliato, quando tali calamità si abbattono su un uomo, e quando la sua fede cede in tal modo. Sarebbe contrario a tutta l'analogia dei rapporti divini supporre che un uomo come Giobbe aveva professato di essere, potesse essere oggetto di giudizi schiaccianti; per chi, chiedo, mai perito, essendo innocente? È un principio stabilito del governo divino, che nessuno perisca mai chi è innocente, e che le grandi calamità sono una prova di grande colpa”.

Questa dichiarazione contiene l'essenza di tutte le posizioni detenute da Eliphaz e dai suoi colleghi in questo argomento. Ciò ritenevano così accertato che nessuno poteva metterlo in discussione, e per questo ne deducevano che colui che sperimentava tali afflizioni, qualunque fossero state le sue professioni o la sua apparente pietà, non poteva essere un uomo buono. Questo era un punto sul quale si erano stabiliti gli animi degli amici di Giobbe; e sebbene sembrassero disposti a concedere che alcune afflizioni potessero capitare agli uomini buoni, tuttavia quando calamità improvvise e schiaccianti come quelle di cui ora erano testimoni, ne dedussero che doveva esserci una colpa corrispondente.

Il loro ragionamento su questo argomento - che attraversa il libro - lasciava perplesso ma non soddisfaceva Giobbe, e si basava ovviamente su un principio sbagliato - La parola "perito" qui significa lo stesso di tagliato, e non è molto diverso dall'essere sopraffatto da calamità. L'intera frase ha un cast proverbiale; e il senso è che quando le persone venivano improvvisamente tagliate fuori si provava che non erano innocenti. Giobbe, quindi, si dedusse, non poteva essere un uomo giusto in queste prove insolite e molto speciali.

O dove sono stati tagliati fuori i giusti? - Cioè, con giudizio pesante; da qualsiasi visita speciale e diretta. Elifaz non poteva significare che i giusti non morissero - perché non poteva essere insensibile a questo fatto; ma deve aver parlato di calamità improvvise. Questo tipo di ragionamento è comune: quando gli uomini sono afflitti da grandi e improvvise calamità devono essere particolarmente colpevoli. Prevalse al tempo del Salvatore, e richiese tutta la sua autorità per risolvere il principio opposto; vedi Luca 13:1.

È ciò in cui le persone cadono naturalmente e facilmente; e ci volle molta osservazione, e lunga esperienza, e vedute ampliate dell'amministrazione divina, per tracciare le vere linee su questo argomento. In una certa misura, e in certi casi, la calamità dimostra certamente che esiste una colpa speciale. Tale era il caso del vecchio mondo che fu distrutto dal diluvio; tale era il caso delle città della pianura; tale è il caso delle calamità che colpiscono l'ubriacone, e tale è anche la maledizione speciale prodotta dall'indulgenza nella licenziosità.

Ma questo principio non attraversa tutte le calamità che colpiscono le persone. Una torre può cadere sui giusti come sugli empi; un terremoto può distruggere sia gli innocenti che i colpevoli; la peste travolge il santo e l'empio, il profano e il puro, l'uomo che teme Dio e colui che non lo teme; e l'inferenza è ora considerata troppo ampia quando deduciamo, come fecero gli amici di Giobbe, che nessun uomo giusto è stroncato da una calamità speciale, o che grandi prove dimostrano che tali sofferenti sono meno giusti di altri.

I giudizi non sono ugualmente amministrati in questo mondo, e quindi, la necessità di un futuro mondo di punizione; vedere le note a Luca 13:2.

8 Anche come ho visto, Elifaz fa appello alla sua stessa osservazione, che le persone che avevano condotto vite malvagie furono improvvisamente stroncate. Indubbiamente avrebbe potuto osservare casi di questo genere, come tutti potrebbero aver fatto. Ma la sua deduzione era troppo ampia quando concluse che tutti i malvagi sono puniti in questo modo. È vero che i malvagi vengono così sterminati e periscono; ma non è vero che tutti i malvagi siano così puniti in questa vita, né che nessuno dei giusti sia colpito da simili calamità. Il suo ragionamento era di un tipo comune nel mondo: quello di trarre conclusioni universali da premesse troppo ristrette per sostenerle, o da pochi fatti osservati con attenzione.

Coloro che arano l'iniquità - Questa è evidentemente un'espressione proverbiale; e il senso è che mentre le persone seminano, mietono. Se seminano frumento, raccolgono frumento; se l'orzo, raccolgono l'orzo; se zizzania, raccolgono zizzania. Così, in Proverbi 22:8 :

“Chi semina iniquità mieterà anche vanità”.

Quindi in Osea 8:7 :

“Poiché hanno seminato il vento,

E mieteranno il turbine:

Non ha stelo; il germoglio non darà pasto

Se così accadrà, gli estranei lo inghiottiranno”

Così, nell'adagio persiano:

“Chi pianta spine non coglierà rose”.

Dottor Bene.

Così Eschilo:

Ἄτης ἄρουρα Θάνατον αρπίζεται.

Atēs aroura thanaton ekkarpizetai.

Il campo dell'ingiustizia produce la morte come suo frutto.

Il significato di Elifaz è che le persone che formano piani di malvagità devono raccogliere frutti appropriati. Non possono aspettarsi che una vita malvagia produca la felicità finale.

9 Per l'esplosione di Dio - Cioè, per il giudizio di Dio. La figura è tratta dal vento caldo e infuocato che, spazzando un campo di grano, lo inaridisce e lo distrugge. Allo stesso modo Elifaz dice che gli empi periscono davanti a Dio.

E dal respiro delle sue narici - Dalla sua rabbia. La Scrittura parla spesso di spirare indignazione e ira; Atti degli Apostoli 9:1; Salmi 27:12; 2 Samuele 22:16; Salmi 18:15; Salmi 33:6; note a Isaia 11:4; note a Isaia 30:28; note in Isaia 33:11.

La figura è stata probabilmente tratta dal respiro violento che si manifesta quando la mente è sottoposta a forti emozioni, soprattutto di rabbia. Si riferisce qui a qualsiasi giudizio mediante il quale Dio elimina i malvagi, ma soprattutto a calamità improvvise - come una tempesta o una pestilenza.

10 Il ruggito del leone - Questa è evidentemente una continuazione dell'argomento nei versi precedenti, ed Elifaz sta affermando ciò che era accaduto sotto la sua stessa osservazione. Le espressioni hanno molto di un cast proverbiale e sono progettate per trasmettere in un forte linguaggio poetico ciò che si supponeva avvenisse di solito. Non ci può essere alcun ragionevole dubbio qui che si riferisca agli uomini in questi versetti, poiché

(1) Non è vero che il leone viene distrutto in questo modo. Non si abbatte su di lui una calamità più frequente che su altri animali, e forse è meno frequentemente sopraffatto rispetto ad altri.

(2) Solo una tale supposizione renderebbe le osservazioni di Eliphaz pertinenti alla sua argomentazione. Sta parlando del governo divino riguardo alle persone malvagie e usa questo linguaggio per trasmettere l'idea che spesso vengono distrutte.

(3) È comune nelle Scritture, come in tutti gli scritti orientali, e anche nella poesia greca e romana, paragonare uomini ingiusti, crudeli e rapaci con animali selvaggi; vedi le note a Isaia 11; confronta Salmi 10:9; Salmi 58:6.

Elifaz, quindi, qui con l'uso delle parole rese leone, significa dire che uomini di temperamento selvaggio, e disposizioni crudeli e ferocia indomita, furono tagliati fuori dai giudizi di Dio. È notevole che egli impieghi così tante parole per designare il leone in questi due versi. Ne vengono impiegati non meno di cinque, tutti probabilmente denotanti in origine alcune caratteristiche particolari e sorprendenti del leone.

È anche un'illustrazione dell'abbondanza della lingua ebraica sotto questo aspetto, ed è un esempio dell'usanza di parlare in Arabia. La lingua araba è così copiosa che gli arabi si vantano di avere quattrocento termini con cui designare il leone. Gran parte di esse sono, infatti, espressioni figurative, derivate da qualche qualità dell'animale, ma mostrano una copiosità nella lingua molto maggiore di quella che si può trovare nei dialetti occidentali.

Le parole usate qui da Elifaz riguardano tutti i termini con cui il "leone" è designato nelle Scritture. Sono אריה 'aryêh, שׁחל shachal, כפיר k e phı̂yr, לישׁ layı̂sh e לביא lâbı̂y'.

La parola שׁחץ shachats elations, orgoglio, è data al leone, Giobbe 28:8; Giobbe 41:34 , dal suo incedere orgoglioso; e forse la parola אריאל 'ărı̂y'êl, 1Sa 17:10 ; 1 Cronache 11:22. Ma Elifaz ha esaurito i soliti epiteti del leone in lingua ebraica. Può essere di un certo interesse indagare, in poche parole, sul significato di quelli che ha usato.

Il ruggito del leone - La parola usata qui ( אריה 'aryêh ) o in una forma più usuale ( ארי 'ărı̂y ), è da, ארה 'ârâh, tirare, strappare, ed è probabilmente data al leone come l'estrattore a pezzi, a causa del modo in cui divora la sua preda, Bochart, tuttavia, sostiene che il nome non è da, ארה , perché, dice, il leone non morde né taglia il suo cibo come l'erba, che, dice , la parola significa propriamente, ma viene dal verbo ראה râ'âh, vedere, perché, dice, il leone è il più acuto degli animali; o meglio dal fuoco dei suoi occhi, il terrore che ispira lo sguardo del suo sguardo.

Così i greci fanno derivare la parola leone, λέοντα leonta, da λάω laō, vedere. Vedi Beehart, Hieroz. Lib. ii. C. 1, pag. 715.

La voce del leone feroce - La parola qui tradotta “leone feroce” ( שׁחל shı̂chal ) è da שׁחל shachal, ruggire, e quindi, per un'ovvia ragione, viene data a un leone. Bochart intende con esso il leone bruno della Siria; il leone che gli arabi chiamano adlamon. Questo leone, dice, è scuro e sporco.

Il colore usuale del leone è il giallo, ma Oppiano dice che il leone in Etiopia si trova talvolta di un colore scuro, μελανόχροος melanochroos ; vedi Bochart, Hieroz. Lib. ic 1, p. 717, 718.

I denti dei giovani leoni - La parola usata qui, כפיר k e phı̂yr, significa "giovane leone già svezzato, che inizia a cacciare la preda". - Gesenio. Si differenzia quindi dal גוּר gûr, che significa cucciolo, ancora alle cure della madre ; vedi Ezechiele 19:2; confrontare Bochart, Hieroz.

Lib. ii. C. 1, pag. 714. Evidentemente qui si deve intendere qualche espressione che si applichi alla voce, o al ruggito del leone. Noyes fornisce le parole "sono messo a tacere". Le parole "sono rotte" possono essere applicabili solo ai denti dei giovani leoni. È innaturale dire che il “ruggito” e la “voce” sono rotti. Il senso è che il leone ruggisce invano e che calamità e distruzione vengono nonostante il suo ringhio; e applicato agli uomini, significa che gli uomini che assomigliano al leone sono delusi e puniti.

11 Il vecchio leone - La parola usata qui, לישׁ layı̂sh, denota un leone, "così chiamato", dice Gesenius, "per la sua forza e coraggio", o, secondo Urnbreit, il leone nella forza del suo vecchio fa; vedere un esame della parola in Bochart, Hieroz. P. i. Lib. ii. C. 1, pag. 720.

Perisce per mancanza di preda - Non resistendo alla sua forza e potenza. Cioè, a volte capita una cosa del genere. Eliphaz non poteva sostenere che accadesse sempre. Il significato sembra essere che come la forza del leone non era una sicurezza che non sarebbe perito per mancanza, così era con gli uomini che assomigliavano al leone nella forza dell'età matura.

E i cuccioli del leone robusto - La parola qui resa "leone robusto", לביא lâbı̂y', deriva probabilmente dalla radice obsoleta לבא lâbâ', "ruggire", ed è data al leone a causa del suo ruggito. Bochart, Hieroz. P. i. Lib. ii. C. 1. pag. 719, suppone che la parola significhi una leonessa. Queste parole completano la descrizione del leone, e il senso è che il leone in nessuna condizione, o qualunque sia il nome che gli possa indicare la forza, ha un cattivo potere di resistere a Dio quando è uscito per la sua distruzione. Il suo ruggito, la sua forza, i suoi denti, la sua rabbia, furono tutti vani.

Sono dispersi - Cioè, quando il vecchio leone è distrutto, i giovani fuggono e non sono in grado di opporre resistenza. Così è con gli uomini. Quando i giudizi divini si abbattono su di loro, non hanno il potere di opporre resistenza con successo. Dio li tiene sotto controllo, e si fa avanti a suo piacimento per trattenerli e sottometterli, come fa con le bestie feroci del deserto, sebbene così spaventose e formidabili.

12 Ora una cosa - Per confermare le sue opinioni, Eliphaz fa appello a una visione di un personaggio molto notevole che dice di aver avuto in qualche occasione precedente proprio sul punto in esame. Lo scopo della visione era di mostrare che l'uomo mortale non poteva essere più giusto di Dio, e che tale era la purezza dell'Altissimo, che non riponeva alcuna fiducia nemmeno negli angeli. Il disegno per cui qui si introduce questo è, evidentemente, quello di riprovare quella che riteneva l'infondata fiducia in se stesso di Giobbe.

Supponeva di aver fatto un'eccessiva fiducia nella propria integrità; che non aveva una giusta visione dell'infinita santità di Dio, e non aveva avuto coscienza del vero stato del proprio cuore. La più alta eccellenza terrena, è il significato di Elifaz, svanisce davanti a Dio e non fornisce alcun motivo per l'autosufficienza. È così imperfetto, così debole, così lontano da quello che dovrebbe essere, che non c'è da meravigliarsi che un Dio così santo ed esaltato lo disprezzi: Egli si proponeva anche, descrivendo questa visione, di rimproverare Giobbe di sembrare più saggio più del suo Creatore nell'accusarlo per i suoi affari e nel pronunciare il linguaggio della lamentela. La parola “cosa” qui significa una parola (ebraica), una comunicazione, una rivelazione.

Mi è stato portato segretamente - Margin, "di nascosto ". La parola ebraica ( גנב gânab ) significa “rubare”, portare via di nascosto, o di nascosto. Qui significa che l'oracolo gli è stato portato per così dire di nascosto. Non è venuto apertamente e chiaramente, ma in segreto e silenzio - come un ladro si avvicina a un'abitazione. Un'espressione simile a questa ricorre in Luciano, in Amor.

P. 884, come citato da Schultens, κλεπτομένη λαλιὰ καί ψιθυρισμός kleptomenē lalia kai psithurismos.

E il mio orecchio ne ha ricevuto un po' - il Dr. Good lo traduce: "E anche il mio orecchio ha ricevuto un sussurro". Noyes, "E il mio orecchio ne colse un sussurro". La Vulgata, "E il mio orecchio riceveva segretamente le pulsazioni del suo sussurro" - venas susurri ejus. La parola resa “un po ',” שׁמץ shemets, si verifica solo qui e in Giobbe 26:14 , dove si è reso anche poco.

Significa, secondo Gesenius, un suono transitorio emesso rapidamente e che scompare rapidamente. sim. ψιθυρισμός psithurismos - un sussurro. Secondo Castell, significa un suono confuso e debole, come si riceve quando un uomo parla in modo frettoloso e quando non riesce a cogliere tutto ciò che viene detto. Questo è probabilmente il senso qui.

Elifaz significa dire che non ottenne tutto ciò che avrebbe potuto essere detto nella visione. È accaduto in tali circostanze, e ciò che è stato detto è stato consegnato in modo tale che non ha sentito tutto distintamente.

Ma porta un sentimento importante, che procede ad applicare al caso di Giobbe. - È stata fatta una domanda se Eliphaz avesse davvero avuto una tale visione, o se avesse solo supposto un caso del genere, e se l'intera rappresentazione non fosse poetica. La giusta costruzione è che aveva avuto una tale visione. In tale supposizione non c'è nulla di incompatibile col modo in cui anticamente si faceva conoscere la volontà di Dio; e nei sentimenti proferiti non c'è nulla di contraddittorio con ciò che avrebbe potuto essere detto da un celeste visitatore in tale occasione.

Tutto ciò che fu detto era in accordo con la verità rivelata ovunque nelle Scritture, sebbene Elifaz la travisò per dimostrare che Giobbe era insincero e ipocrita. Il sentimento generale nell'oracolo era che l'uomo non era puro e santo rispetto al suo Creatore; che nessuno era esente da colpe ai suoi occhi; che non c'era virtù nell'uomo in cui Dio potesse riporre tutta la fiducia; e che, quindi, tutti furono sottoposti a prove ea morte.

Ma questo sentimento generale procede ad applicare a Giobbe, e lo considera come insegnamento, che poiché era sopraffatto da tali afflizioni speciali, doveva esserci qualche peccato segreto di cui era colpevole, che era la causa delle sue calamità.

13 Nei pensieri - Tra i pensieri tumultuosi e ansiosi che si verificano nella notte. La parola ebraica resa pensieri, ( שׂעפים śâ‛ı̂phı̂ym ), significa pensieri che dividono e distraggono la mente.

Dalle visioni della notte - Sul significato della parola visioni, vedi le note a Isaia 1:1. Questo era un modo comune in cui la volontà di Dio si faceva conoscere nei tempi antichi. Per una descrizione estesa di questo modo di comunicare la volontà di Dio, il lettore può consultare la mia Introduzione ad Isaia, sezione 7.

Quando il sonno profondo cade sugli uomini - La parola qui resa sonno profondo, תרדמה tardêmâh, denota comunemente un profondo riposo o sonno portato sull'uomo dall'agenzia divina. Quindi Schultens in loc. È la parola usata per descrivere il "sonno profondo" che Dio portò su Adamo quando prese dal suo fianco una costola per formare Eva, Genesi 2:21; e anche quello che accadde ad Abramo, quando l'orrore di una grande oscurità cadde su di lui; Genesi 15:12.

Significa qui profondo riposo, e la visione che vide fu in quell'ora solenne in cui il mondo di solito è chiuso nel sonno. Umbreit rende questo, "Nel tempo dei pensieri, prima delle visioni notturne", e suppone che Elifaz si riferisca al tempo che era particolarmente favorevole alla meditazione e alla contemplazione seria prima del tempo del sonno e dei sogni. A sostegno di questo uso della preposizione מן mı̂n, fa appello ad Aggeo 2:16 e Noldius Concord. Parte. P. 546.

La nostra versione comune, tuttavia, ha probabilmente conservato il vero senso del passaggio. È impossibile concepire qualcosa di più sublime di tutta questa descrizione. Era mezzanotte. C'era solitudine e silenzio tutt'intorno. In quell'ora spaventosa giunse questa visione, e ad Eliphaz fu comunicato un sentimento della massima importanza, atto a fare la più profonda impressione possibile. Il tempo; la calma; la forma dell'immagine; il suo passare, e poi improvvisamente si ferma; il silenzio, e poi la voce profonda e solenne - tutto era adatto a produrre il più profondo timore reverenziale.

Così grafica e così potente è questa descrizione, che sarebbe impossibile leggerla - e in particolare a mezzanotte e da soli - senza qualcosa del sentimento di soggezione e orrore che Eliphaz dice che ha prodotto nella sua mente. È una descrizione che per il potere probabilmente non è mai stata eguagliata, sebbene sia stato spesso fatto un tentativo di descrivere un'apparizione dal mondo invisibile. Virgilio ha tentato una tale descrizione, che, sebbene estremamente bella, è di gran lunga inferiore a quella del Saggio di Teman. È la descrizione dell'aspetto della moglie di Enea:

Infelix simulacrum atque ipsius umbra Crousae

Visa mihi ante oculos, et nora major imago.

Obstupui, steteruntque comae, et vox faucibus haesit.

Eneide II. 772.

- “Alla fine lei sente,

E all'improvviso tra le ombre della notte appare;

Non appare più Creusa, né mia moglie,

Ma uno spettro pallido, più grande della vita.

Stupito, sbalordito e ammutolito dalla paura,

Mi sono alzato in piedi: come setole si sono alzati i miei capelli irrigiditi”.

Dryden

Nelle poesie di Ossian, ci sono diverse descrizioni di apparizioni o fantasmi, probabilmente più sublimi di quelle che si trovano in altri scritti privi di ispirazione. Uno dei più magnifici di questi, è quello dello Spirito di Loda, che copierò, affinché possa essere paragonato a quello che abbiamo davanti. “La luna pallida e fredda sorse a est. Il sonno scese sui giovani. I loro caschi blu brillano alla trave; il fuoco evanescente decade.

Ma il sonno non si è riposato sul re. Si alzò in mezzo alle sue braccia, e lentamente salì la collina, per vedere la fiamma della torre di Sarno. La fiamma era fioca e lontana: la luna nascondeva la sua fiamma rossa a oriente. Dalla montagna venne un'esplosione; sulle sue ali c'era lo Spirito o loda. Venne al suo posto in preda al terrore, e scosse la sua lancia scura. I suoi occhi appaiono come fiamme nel suo viso scuro; la sua voce è come un tuono lontano.

Fingal avanzò la sua lancia nella notte e alzò la voce in alto. 'Figlio della notte, ritirati: chiama i tuoi venti e vola! Perché vieni alla mia presenza con le tue braccia ombrose? Temo la tua fosca forma, spirito della lugubre Loda? Debole è il tuo scudo di nubi; debole è quella meteora, la tua spada! L'esplosione li fa rotolare insieme; e tu stesso sei perduto. Vola dalla mia presenza, figlio della notte! Chiama i tuoi venti e vola! ' 'Mi costringete a lasciare il mio posto? ' rispose la voce vuota.

«La gente si piega davanti a me. Trasformo la battaglia nel campo dei coraggiosi. Guardo le nazioni, ed esse svaniscono; le mie narici riversano il soffio della morte. Vengo all'estero sui venti; le tempeste sono davanti al mio volto, ma la mia dimora è calma sopra le nuvole; i campi del mio riposo sono piacevoli.'” Confronta anche la descrizione del Fantasma in Amleto.

14 La paura è venuta su di me - Margin, "Ti ho incontrato". La parafrasi caldea lo rende “una tempesta”, זיקא . La Settanta, φρίκη frikē - "rabbrividire" o "orrore". Il senso è che si allarmò molto alla visione.

Che fece tremare tutte le mie ossa - Margine, come in ebraico, la moltitudine delle mie ossa. Un'immagine simile è impiegata da Virgilio,

Obstupuere auimis, gelidusque per ima cucurrit

tremore dell'osso;

Eneide II. 120.

"Un freddo tremore ha attraversato tutte le loro ossa."

15 Allora uno spirito passò davanti al mio volto - Egli non dice se fosse lo spirito di un uomo, o un angelo che apparve così. La credenza in tali apparizioni era comune nei primi tempi, e in effetti ha prevalso in ogni momento. Nessuno può dimostrare che Dio non potrebbe comunicare la sua volontà in un modo come questo, o da un messaggero deputato dalla sua presenza immediata per impartire preziose verità alle persone.

I peli della mia carne si rizzarono - Questo è un effetto che è noto spesso essere prodotto dalla paura. Talvolta i capelli vengono fatti imbiancare quasi in un istante, per effetto di un improvviso allarme; ma di solito l'effetto è di farla stare in piedi. Seneca usa un linguaggio notevolmente simile a questo nel descrivere l'effetto della paura, in Hercule Oetoeo:

Vagus per artus errat excussos tremore;

Erectus horret crinis. Impulsis adhuc

Animis terrore stellare. et cor attonitum salit,

Pavidumque trepidis palpitat venis jecur.

Allora Virgilio,

Steteruntque comee, et vox faucibus haesit.

Eneide II. 774.

Vedi anche Eneide III. 48, iv. 289. Così anche Eneide XII. 868:

Arrectaeque horrore comee.

Una descrizione simile dell'effetto della paura è data nel discorso del Fantasma ad Amleto:

“Ma questo me lo proibisco

Per raccontare i segreti della mia prigione,

Potrei svelare un racconto, la cui parola più leggera

Straziare la tua anima, congelare il tuo giovane sangue.

Rendi i tuoi due occhi come stelle, parti dalle loro sfere,

le tue ciocche nodose e combinate da separare,

E ogni particolare capello da rizzare,

Come aculei sul irritabile porcospino».

Il fatto qui riferito - quella paura o spavento; fa rizzare i capelli - è troppo ben radicato e troppo comune per ammettere un dubbio. La causa può essere che la paura improvvisa ha l'effetto di guidare il sangue al cuore, come sede della vitalità, e le estremità sono lasciate fredde, e la pelle così si contrae, e l'effetto è di sollevare i capelli.

16 Si fermò - Prese una posizione fissa e mi guardò. Dapprima scivolò accanto a lui, o verso di lui, poi si fermò in una posizione immobile, come per attirare la sua attenzione e prepararlo al solenne annuncio che stava per dare. Questo era il punto in cui si sarebbe sentito più orrore. Dovremmo essere meno allarmati per qualsiasi cosa che uno strano messaggero dovrebbe dire, che averlo in piedi e fissare i suoi occhi fissi e silenziosi su di noi. Quindi, Orazio, nell'Amleto, torturato dal silenzio imperturbabile dello Spirito, lo pregò ardentemente di dargli sollievo parlando.

Or. - Cosa sei tu che usurpi a quest'ora della notte,

Insieme a quella forma giusta e guerriera

In cui la maestà della Danimarca sepolta

qualche volta ha marciato? Per il cielo, ti scongiuro, parla.

mar. - È offeso.

Ber. - Vedi: si allontana.

Or. - Restare; parla: parla, ti ordino di parlare.

Atto I. Ns. io.

Rientra Ghost.

Or. - Ma, morbido; Ecco! ecco, dove viene di nuovo!

Lo attraverserò, anche se mi fa esplodere. - Resta, illusione!

Se hai qualche suono, o uso della voce,

Parlarmi:

Se c'è qualcosa di buono da fare,

Che ti possa giovare, e grazia a me,

Parlarmi:

Che, fortunatamente, prescienza può evitare,

Se sei al corrente del destino del tuo paese.

Oh parla!

O se hai tenuto fede alla tua vita

Tesoro estorto nel grembo della terra,

Per cui, dicono, voi spiriti camminate spesso nella morte,

Parlane; resta e parla.

Atto I. Ns. io.

Entra fantasma

Or. - Guarda, mio ​​signore; viene!

Prosciutto. - Angeli e ministri di grazia, difendici!

Sii uno spirito sano, o un folletto dannato,

Porta con te arie dal cielo, o raffiche dall'inferno,

Sii i tuoi intenti malvagi o caritatevoli,

Ti trovi in ​​una forma così discutibile,

Che ti parlerò: ti chiamerò, Amleto,

Re, padre, danese reale: Oh, rispondimi;

Non voglio scoppiare nell'ignoranza!

Atto I: Sc. IV.

Ma non potevo discernerne la forma - Questo potrebbe essere sorto dalla paura, o dall'oscurità della notte, o perché lo spirito non era abbastanza distinto nel suo profilo per consentirgli di farlo. C'è qui proprio il tipo di oscurità che è essenziale al sublime, e l'affermazione di questa circostanza è un colpo da maestro nel poeta. Un'immaginazione meno perfetta avrebbe tentato di descrivere la forma dello spettro, e avrebbe reso conto della sua forma, degli occhi e del colore.

Ma nessuno di questi è qui accennato. Il soggetto è lasciato in modo che l'immaginazione sia più profondamente impressionata, e l'intera scena ha l'aspetto della più alta sublimità. Noyes lo rende molto impropriamente: "Non potevo discernere il suo volto". Ma la parola usata, מראה mar'eh, qui non significa semplicemente “faccia”; significa la forma, la figura, l'aspetto, dello spettro.

Un'immagine era davanti ai miei occhi - Qualche forma; davanti a me c'era qualche apparizione, la cui figura esatta non potevo segnare o descrivere.

Ci fu silenzio - Margin, "Ho sentito una voce calma". Così Rosenmuller dice che la parola qui, דּממה d e mâmâh, non significa silenzio, ma una brezza leggera, o aria - auram lenem - come Elia udì dopo che la tempesta era passata, e quando Dio gli parlò, 1 Re 19:12.

Grotins suppone che qui significhi la בת־קול bath qôl, o "figlia della voce", di cui parlano così spesso i Robbins ebrei - la voce calma e gentile con cui Dio parlava alle persone. La parola usata דממה d e mâmâh di solito significa silenzio, quiete, come dei venti dopo una tempesta, una calma, Salmi 107:29.

La Settanta rende, “Ho sentito una brezza leggera, αυραν Auran, e una voce,” και φωνην kai Phonen. Ma mi sembra che sia preferibile la lettura comune. Ci fu silenzio - un solenne, terribile silenzio, e poi udì una voce che parlava in modo impressionante. La quiete era destinata a fissare l'attenzione ea preparare la mente al sublime annuncio che doveva essere fatto.

17 L'uomo mortale - Oppure, l'uomo debole. L'idea di "mortale" non è necessariamente implicita nella parola usata qui, אנושׁ 'ĕnôsh. Significa uomo; ed è di solito applicato alle classi inferiori o ranghi di persone; vedere le note in Isaia 8:1. L'opinione comune riguardo a questa parola è che derivi da אנשׁ 'ânash, essere malato, o a disagio; e poi disperato, o incurabile - come di una malattia o di una ferita; Geremia 15:18; Michea 1:9; Giobbe 34:6.

Gesenius (Lex) mette in questione questa derivazione; ma se è l'idea corretta, allora la parola usata qui originariamente si riferiva all'uomo come debole e soggetto a malattie e calamità. Non vedo motivo di dubitare che l'idea comune sia corretta e che si riferisca all'uomo come debole e debole. L'altra parola usata qui per denotare l'uomo ( גבר geber ) gli è data a causa della sua forza. Le due parole, quindi, abbracciano l'uomo sia considerato debole o forte - e l'idea è che nessuno della razza potrebbe essere più puro di Dio.

Sii più giusto di Dio - Alcuni espositori hanno supposto che il senso di questa espressione in ebraico sia: "Può l'uomo essere puro davanti a Dio, o agli occhi di Dio?" Affermano che non si sarebbe potuta domandare se l'uomo potesse essere più puro di Dio, o più giusto del suo Creatore. Tale è la visione presentata dal passaggio di Rosenmuller, Good, Noyes e Umbreit:

“L'uomo mortale sarà giusto davanti a Dio?

L'uomo sarà puro davanti al suo Creatore?"

A sostegno di questa tesi, e questo uso della preposizione ebraica מ ( m ), Rosenmuller attrae Geremia 51:5; Numeri 32:29; Ezechiele 34:18.

Ciò, tuttavia, non è del tutto soddisfacente. La traduzione più letterale è quella che ricorre nella versione comune, e questo si accorda con la Vulgata e il Caldeo. Se così inteso, è destinato a reprimere e riprovare l'orgoglio degli uomini, che accusa l'equità del governo divino, e che sembra essere più saggio e migliore di Dio. Così, inteso, sarebbe un pertinente rimprovero di Giobbe, che nella sua denuncia Giobbe 3 era parso più saggio di Dio.

Lo aveva implicitamente accusato di ingiustizia e mancanza di bontà. Tutte le persone che si lamentano di Dio, e che contestano l'equità e la bontà delle dispense divine, affermano di essere più saggi e migliori di lui. Avrebbero ordinato i voli più saggiamente e in modo migliore. Avrebbero preservato il mondo dai disordini e dai peccati che esistono realmente, e lo avrebbero reso puro e felice.

Quanto era dunque pertinente chiedersi se l'uomo potesse essere più puro o giusto del suo Creatore! E quanto era pertinente la solenne domanda formulata all'udienza di Elifaz dal celeste messaggero - domanda che sembra essere stata originariamente proposta in considerazione dei lamenti e dei mormorii di una razza sicura di sé!

18 Ecco, non riponeva fiducia nei suoi servi - Queste sono evidentemente le parole dell'oracolo che apparve a Elifaz; vedi Schultens, in loc. La parola servi qui si riferisce agli angeli; e l'idea è che Dio era così puro da non confidare nemmeno nell'elevata santità degli angeli, nel senso che la loro santità era infinitamente inferiore alla sua. Il disegno è di affermare che Dio aveva la più alta santità possibile, tale da rendere la santità di tutti gli altri, per quanto esaltati, come niente - come tutte le luci minori sono come niente davanti alla gloria del sole. Il Caldeo lo rende: "Ecco, nei suoi servi, i profeti, non confida"; ma il riferimento più corretto è senza dubbio agli angeli.

E accusò i suoi angeli di follia: Margine, o "Né nei suoi angeli, nei quali mise luce". La diversa resa nel testo e nel margine, è scaturita dalla supposta ambiguità della parola qui impiegata - תהלה tohŏlâh. È una parola che non si trova da nessun'altra parte, e quindi è difficile determinarne il vero significato. Walton lo rende, gloriatio glorioso; Girolamo, pravitas, malvagità; la Settanta, σκολιόν skolion, colpa, macchia; Dott.

Buona. default, o defezione; No, fragilità. Gesenius dice che la parola deriva da הלל hâlăl, (n. 4), essere sciocco. Così lo spiega anche Kimchi. Secondo questo, l'idea è quella della stoltezza, cioè sono di gran lunga inferiori a Dio in sapienza; oppure, siccome la parola follia nelle Scritture è spesso sinonimo di peccato, potrebbe significare che la loro purezza era tanto inferiore alla sua da apparire come impurità e peccato.

L'idea essenziale è che anche la santità degli angeli non doveva essere paragonata a Dio. Non è che fossero contaminati ed empi, perché, nella loro misura, sono perfetti; ma è che la loro santità era nulla in confronto all'infinita perfezione di Dio. È da ricordare che una parte degli angeli aveva peccato, e avevano mostrato che la loro integrità non era da confidare; e qualunque fosse la santità di una creatura, era possibile concepire che potesse peccare.

Ma nessuna idea del genere potrebbe per un momento entrare nella mente riguardo a Dio. Lo scopo di tutto questo argomento è di mostrare che se non si poteva riporre la fiducia negli angeli, e se tutta la loro santità fosse come nulla davanti a Dio, poca fiducia si poteva riporre nell'uomo; e che era presunzione per lui sedere in giudizio sull'equità dei rapporti divini.

19 Quanto meno - ( אף 'APH ). Questa particella ha il senso generale di addizione, adesione, soprattutto di qualcosa di più importante;” sì di più, inoltre, anche.” Gesenio. Il significato qui è: "quanto più vero è questo dell'uomo!" Non ripone fiducia nei suoi angeli; li accusa di fragilità; quanto più sorprendentemente vero deve essere questo dell'uomo! Non è semplicemente, come sembrerebbe implicare la nostra traduzione comune, che egli riponesse molta meno fiducia nell'uomo che negli angeli; è che tutto ciò che aveva detto doveva essere più sorprendentemente vero dell'uomo, che abitava in un'abitazione così fragile e umile.

In quelli che abitano in case d'argilla - Nell'uomo. La frase "case di argilla" si riferisce al corpo fatto di polvere. Il senso è che l'uomo, per il fatto che dimora in un tale tabernacolo, è di gran lunga inferiore agli spiriti puri che circondano il trono di Dio, e molto più soggetto al peccato. Il corpo è rappresentato come una tenda temporanea, un tabernacolo o una dimora per l'anima. Quella dimora sarà presto demolita e la sua inquilina, l'anima, trasferita in altre dimore.

Così Paolo 2 Corinzi 5:1 parla del corpo come ἡ ἐπίγειος ἡμῶν οἰκία τοῦ σκήνους epigeios hēmōn oikia tou skēnous - "la nostra casa terrena di questo tabernacolo". Quindi Platone ne parla come γηΐ́νον σκῆνος ginon skēnos - una tenda terrena; e così Aristofane (Av.

587), tra le altre espressioni sprezzanti applicate alle persone, le chiama πλάσματα πηλοῦ plasmata pēlou, “vasi di argilla”. L'idea nel verso davanti a noi è bella, e tanto commovente quanto bella. Una casa di argilla ( חמר chômer ) era poco adatta a sopportare gli estremi del caldo e del freddo, della tempesta e del sole, della pioggia, del gelo e della neve, e presto si sarebbe sbriciolata e deteriorata.

Deve essere una dimora fragile e temporanea. Non poteva sopportare i mutamenti delle stagioni e il trascorrere degli anni come una dimora di granito o di marmo. Così con i nostri corpi. Possono sopportare poco. Sono fragili, infermi e deboli. Sono facilmente prostrati e presto ricadono nella loro polvere nativa. Come possono essere in qualche modo paragonati al Dio infinito ed eterno coloro che abitavano in tali edifici?

Il cui fondamento è nella polvere - Una casa per essere salda e sicura dovrebbe essere fondata su una roccia; vedi Matteo 7:25. Qui si conserva la figura del confronto dell'uomo con una casa; e come una casa costruita sulla sabbia o sulla polvere può essere facilmente lavata via (confronta Matteo 7:26 ), e non può essere confidata, così fu per l'uomo. Era come una tale dimora; e non si poteva riporre in lui più fiducia che in una simile casa.

Che sono schiacciati - Sono fatti a pezzi, calpestati, distrutti ( דכא dâkâ' ), dagli oggetti più insignificanti.

Prima della falena - Vedi Isaia 50:9 , nota; Isaia 51:8 , nota. La parola falena ( עשׁ âsh ), greca σής sēs, Vulgata, tinea, denota propriamente un insetto che vola di notte, e particolarmente quello che si attacca al panno di lana e lo consuma.

È possibile, tuttavia, che la parola qui denoti la falena. Questo “verme falena è uno stato della creatura. che prima è racchiuso in un uovo, e quindi esce sotto forma di verme; dopo un po' abbandona la forma di un verme per assumere quella dello stato completo dell'insetto o della falena”. Calma. Il paragone qui, quindi, non è quello di una falena che vola contro una casa per sconvolgerla, né della falena che consuma l'uomo come fa un vestito, ma è quello di un debole verme che preda l'uomo e lo distrugge; e l'idea è che il più debole di tutti gli oggetti possa schiacciarlo.

Le seguenti osservazioni di Niebuhr (Reisebeschreibung von Arabien, S. 133), serviranno a illustrare questo passaggio e mostreranno che una cosa così debole come un verme può distruggere la vita umana. “C'è nello Yemen, in India e sulle coste del Mare del Sud, una malattia comune causata dalla Guinea, o verme nervoso, nota ai medici europei con il nome di vena Medinensis. Nello Yemen si suppone che questo verme venga ingerito dall'acqua cattiva che gli abitanti di quei paesi hanno la necessità di utilizzare.

Molti arabi per questo motivo prendono la precauzione di filtrare l'acqua che bevono. Se qualcuno ha per sbaglio ingerito un uovo di questo verme, non se ne veda traccia finché non appare sulla pelle; e la prima indicazione di ciò, è l'irritazione che è causata. Sul nostro medico, pochi giorni prima della sua morte, fecero la loro comparsa cinque di questi vermi, sebbene fossimo stati più di cinque mesi lontani dall'Arabia.

Sull'isola di Charedsch, vidi un ufficiale francese, il cui nome era Le Page, che dopo un lungo e faticoso viaggio, che aveva fatto a piedi, da Pondicherry a Surat, attraverso il cuore dell'India, trovò le tracce di un tale verme in lui, che si sforzava di estrarre dal suo corpo.

Credeva di averlo ingoiato bevendo le acque di Mahratta. Il verme non è pericoloso, se può essere estratto dal corpo senza spezzarsi. Gli orientali sono soliti, non appena il verme fa la sua comparsa attraverso la pelle, avvolgerlo su un pezzo di paglia, o di legno secco. È più sottile di un filo ed è lungo da due a tre piedi. L'avvolgimento del verme occupa frequentemente una settimana; e non si prova altro inconveniente che la cura necessaria per non romperlo.

Se, tuttavia, si rompe, si ritrae nel corpo e diventa pericoloso. Il risultato è la zoppia, la cancrena o la perdita della vita stessa”. Vedi le note di Isaia citate sopra. Il paragone dell'uomo con un verme o un insetto, a causa della sua debolezza e brevità di vita, è comune nelle scritture sacre e nei Classici. Il seguente brano di Pindaro, citato da Schultens, allude alla stessa idea:

μεροι, δέ τις; τί δ ̓ οῦ τις;

Σκιᾶς ὄναρ ἄνθρωποι.

Epameroi, ti de tis ; ti d' ou tis ;

Skias onar anthropoi.

“Cose di un giorno! Cos'è qualcuno? Cosa non è? Gli uomini sono il sogno di un'ombra!” - L'idea nel passaggio davanti a noi è che le persone sono estremamente fragili e che in tali creature non si può riporre fiducia. Come dovrebbe dunque una tale creatura presumere di citare in giudizio la saggezza e l'equità dei rapporti divini? Come può essere più giusto o saggio di Dio?

20 Vengono distrutti dalla mattina alla sera - Margine, "battuti a pezzi". Questo è più vicino all'ebraico. La frase "da mattina a sera" significa tra la mattina e la sera; cioè, vivono appena un giorno; vedere le note in Isaia 38:12. L'idea non è la continuazione dell'opera di distruzione dalla mattina alla sera; ma la vita di quell'uomo è estremamente breve, così breve che sembra che viva a malapena dalla mattina alla sera. Che bella espressione, e com'è vera! Quanto è poco qualificato un tale essere per giudicare le azioni dell'Altissimo!

Periscono per sempre - Senza essere riportati in vita. Muoiono e di loro non si vede più niente!

Senza che nessuno se ne occupi - Senza che se ne accorga. Quanto è sorprendentemente vero! Che cerchio ristretto è colpito dalla morte di un uomo, e quanto presto anche quel cerchio cessa di essere influenzato! Alcuni parenti e amici lo sentono e piangono per la perdita; ma la massa degli uomini è indifferente. È come prendere un granello di sabbia dalla riva del mare, o una goccia d'acqua dall'oceano. Ce n'è davvero uno in meno, ma il posto è presto rifornito, e l'oceano rotola sui suoi flutti tumultuosi come se nessuno fosse stato portato via.

Così con la vita umana. Gli affari delle persone andranno avanti; il mondo sarà occupato, attivo e sconsiderato come se non lo fossimo stati noi; e presto, oh quanto penosamente presto per l'orgoglio umano, i nostri nomi saranno dimenticati! La cerchia degli amici cesserà di piangere, e poi cesserà di ricordarsi di noi. L'ultimo memoriale che abbiamo vissuto, se ne andrà. La casa che abbiamo costruito, il letto su cui abbiamo dormito, lo sgabuzzino che abbiamo occupato, i monumenti che abbiamo innalzato, i libri che abbiamo fatto, la pietra che abbiamo ordinato di mettere sulle nostre tombe, saranno tutti scomparsi; e l'ultimo ricordo che abbiamo mai vissuto, sarà svanito! Com'è vano l'uomo! Com'è vano l'orgoglio! Com'è stupida l'ambizione! Quanto è importante l'annuncio che c'è un altro mondo, dove possiamo vivere per sempre!

21 Non la loro eccellenza... - Il Dr. Good rende questo: "Il loro giro svolazzante è finito con loro", con una costruzione molto forzata del passaggio. Traduttori ed espositori sono stati molto divisi nell'opinione circa il suo significato; ma il senso sembra essere che tutto ciò che è eccellente nelle persone viene strappato o rimosso. La loro eccellenza non li trattiene dalla morte, e vengono portati via prima che siano veramente saggi.

La parola "eccellenza" qui si riferisce non solo all'eccellenza o virtù morale, ma a tutto ciò in cui eccellono gli altri. Tutto ciò che è in loro di forza, virtù o influenza, viene rimosso. La parola qui usata יתר yether significa, letteralmente, qualcosa che pende sopra o ridondante (da יתר yâthar, pendere, essere ridondante, o rimanere), e quindi significa abbondanza o resto, e quindi ciò che eccede o abbonda.

Si applica così a qualsiasi virtù o eccellenza distinta, come quella che eccede i limiti o i limiti ordinari. Gli uomini periscono; e per quanto eminenti possano essere stati, vengono presto tagliati fuori e svaniscono. L'obiettivo qui è mostrare quanto deboli, fragili e indegne di fiducia siano le persone anche nella loro condizione più elevata.

Muoiono, anche senza saggezza - Cioè, prima di diventare veramente saggi. L'obiettivo è mostrare che le persone hanno una vita così breve rispetto agli angeli, che non hanno l'opportunità di distinguersi per la saggezza. I loro giorni sono pochi; e per quanto attenta possa essere la loro osservazione, prima che abbiano avuto il tempo di diventare veramente saggi vengono allontanati in fretta. Sono, quindi, del tutto squalificati a sedere in giudizio sulle azioni di Dio e ad accusare, come aveva fatto Giobbe, la saggezza divina.

Qui si chiude l'oracolo che era rivolto a Elifaz. È una descrizione di una sublimità senza rivali. Nei sentimenti rivolti a Elifaz, non c'è nulla che sia in contraddizione con le altre comunicazioni che Dio ha fatto agli uomini, o con quanto insegna la ragione. Ogni lettore di questo brano deve sentire che i pensieri sono singolarmente sublimi, e che sono adatti a fare una profonda impressione nella mente.

L'errore in Elifaz consisteva nell'applicazione che ne fa a Giobbe e nell'inferenza che ne trae, che doveva essere un ipocrita. Questa inferenza è tratta nel capitolo seguente. Allo stato attuale dell'oracolo, è pertinente all'argomento che Elifaz aveva iniziato, e giusto adatto a fornire un rimprovero a Giobbe per il modo irriverente in cui aveva parlato e le lamentele che aveva portato Giobbe 3 contro le azioni di Dio . Impariamo dall'oracolo:

(1) Che l'uomo non può essere più giusto di Dio; e lascia che questo sia un principio costante della nostra vita;

(2) Non lamentarsi delle sue dispense, ma confidare nella sua superiore saggezza e bontà;

(3) Che le nostre possibilità di osservazione, e il nostro rango nell'esistenza, sono nulla in confronto a quelle degli angeli, che sono tuttavia così inferiori a Dio da essere accusati di follia;

(4) Che il nostro fondamento è nella polvere, e che l'oggetto più insignificante può travolgerci; e

(5) Che in queste circostanze l'umiltà diventa noi.

La nostra giusta situazione è nella polvere; e qualunque calamità possa capitarci, dovremmo confidare in Dio e sentire che è qualificato per dirigere i nostri affari e gli affari dell'universo.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Giobbe 4

1 INTRODUZIONE AL LAVORO 4

Le gravi afflizioni di Giobbe, e il suo comportamento sotto di esse, gettarono le basi di una disputa tra lui e i suoi tre amici, che inizia in questo capitolo, e si protrae fino alla fine del trentunesimo; quando Elihu inizia a fare da moderatore tra loro, e la controversia è finalmente decisa da Dio stesso. Elifaz entra per la prima volta nell'elenco con Giobbe, Giobbe 4:1 ; introduce ciò che aveva da dire in una prefazione, con una certa dimostrazione di tenerezza, amicizia e rispetto, Giobbe 4:2 ; osserva la sua condotta precedente nella sua prosperità, istruendo molti, rafforzando le mani deboli e le ginocchia fiacche, e sostenendo quelle che inciampano e cadono, Giobbe 4:3,4 ; con quale prospettiva si osservi tutto ciò si può facilmente vedere, poiché egli si accorge immediatamente del suo comportamento attuale, così diverso dal primo, Giobbe 4:5 ; e insulta la sua professione di fede e di speranza in Dio, e il timore di lui, Giobbe 4:6 ; e suggerisce che fosse un uomo cattivo e ipocrita; e che egli fonda su questa supposizione, che nessun uomo buono è mai stato distrutto dal Signore; per la verità della quale si appella a Giobbe stesso, Giobbe 4:7 ; e lo conferma con la sua propria esperienza e osservazione, Giobbe 4:8-11 ; e lo rafforza con una visione che ebbe di notte, in cui sono dichiarate la santità e la giustizia di Dio, e la meschina e bassa condizione degli uomini, Giobbe 4:12-21 ; e quindi era sbagliato in Giobbe insinuare qualsiasi ingiustizia in Dio o nella sua provvidenza, e un pezzo di debolezza e follia contendere con lui

Versetto 1. Allora Elifaz il Temanita rispose e disse. Quando Giobbe ebbe finito di maledire la sua giornata e ebbe terminato la sua triste canzoncina su quell'argomento, allora Elifaz colse l'occasione per parlare, non potendo più sopportare Giobbe e il suo comportamento nelle sue afflizioni; Elifaz era uno dei tre amici di Giobbe che andarono a trovarlo, Giobbe 2:11 ; molto probabilmente potrebbe essere l'uomo più anziano, o un uomo della massima autorità e potenza; una persona molto rispettabile, aveva in grande stima e riverenza tra gli uomini, e per questo i suoi amici, e quindi si assume la responsabilità di parlare per primo; o può darsi che sia stato concordato tra loro che egli avrebbe dovuto iniziare la disputa con Giobbe; e troviamo che alla fine di questa controversia il Signore gli parla per nome, e a lui solo, Giobbe 42:7 ; egli "rispose"; non che Giobbe rivolgesse il suo discorso a lui, ma coglieva l'occasione, dalle afflizioni di Giobbe e dalle sue espressioni appassionate, per dire ciò che faceva; e non "disse" nulla a titolo di condoglianze o consolazione, non compatindo il caso di Giobbe, né confortandolo nelle sue circostanze afflitte, come richiedevano entrambi; ma rimproverandolo come un uomo malvagio e ipocrita, che non si comportava come se stesso in precedenza, o secondo la sua professione e i suoi princìpi, ma proprio il contrario: questa era una nuova prova per Giobbe, e alcuni pensano che la più grave di tutte; era come una spada nelle ossa, che gli era molto tagliente; come olio gettato in una fornace ardente in cui si trovava ora, il che ne aumentava la forza e la furia; e quanto all'aceto una ferita aperta e sanguinante, che lo rende più intelligente

2 Versetto 2. [Se] tentiamo di comunicare con te, ne sarai afflitto?

Elifaz parla a nome suo e dei suoi due amici, che senza dubbio si erano consultati e confrontati i loro sentimenti su Giobbe, i quali, sembrando essere gli stessi, formarono un piano e un complotto in cui avrebbero dovuto attaccarlo, e la parte che ciascuno avrebbe dovuto prendere, e l'ordine in cui avrebbero dovuto procedere: queste parole sono dette: o come apparentemente dubbiosi se dovessero parlare o tacere; poiché possono essere tradotti: "Proveremo", o tenteremo, di lasciar cadere o di pronunciarti una "parola"; per entrare in conversazione con te? oppure: "Riprenderemo un discorso" e lo porteremo avanti con te, "che sei già afflitto"? o sei stanco e appesantito, e oppresso dal peso dell'afflizione, dai dolori e dalle tribolazioni; o siamo impazienti sotto di loro; temiamo, se lo faremo, che tu sia più addolorato e oppresso, e diventi più impaziente; e quindi non sappiamo bene che cosa fare; oppure, come supponendo e dando per scontato che sarebbe stato addolorato e oppresso, e reso più irrequieto e inquieto, impaziente e oltraggioso, tuttavia avevano deciso di entrare in discussione con lui; poiché così sono state rese da alcuni le parole: "dovremmo dirti una parola"; o, "contro di te"; anche se la minima parola fosse pronunciata contro di te, ti stancheresti, o oppresso, o ti affliggerai, o la prenderai male: sappiamo che tu lo farai; eppure, nondimeno, non dobbiamo, non possiamo, non ci asteniamo dal parlare: oppure interrogativamente, come la nostra versione e altre, "vuoi tu sia rattristato?" desideriamo che tu non voglia, né prendercela male, ma tutto in buona parte; non intendiamo fare del male, non disegniamo alcun male, ma il tuo bene, e ti preghiamo di ascoltarci pazientemente: questo dimostra quanto grande fosse stato Giobbe, e con quale riverenza e rispetto fosse avuto, che i suoi amici lo parlassero in questo modo nella sua bassa condizione; Tuttavia, questo era un artificio in loro, per introdurre il discorso e portare avanti il dibattito di questo tipo:

ma chi può trattenersi dal parlare? sia come vuole; Elifaz suggerisce che, sebbene Giobbe fosse già e molto oppresso, e lo sarebbe stato di più, e sarebbe scoppiato in una maggiore impazienza, tuttavia c'era la necessità di parlare, non si poteva sopportare; nessuno poteva trattenersi dal parlare, né avrebbe dovuto in tal caso, quando si rifletteva sulla provvidenza di Dio, e si bestemmiava e si parlava male di lui, e si accusava di ingiustizia, come si supponeva; In tali circostanze, nessun uomo buono, nessun uomo fedele, poteva o doveva tacere; infatti, quando la gloria di Dio, l'onore del Redentore e il bene delle anime lo richiedono, e la reputazione stessa di un uomo riguardo alla sua fedeltà è in gioco, non si deve osservare il silenzio, che le conseguenze siano come possono; ma fino a che punto questo sia stato il caso può essere considerato

3 Versetto 3. Ecco, tu hai istruito molti,

Questo è introdotto con un "ecco", o come una nota di ammirazione, che un tale uomo, che aveva istruito gli altri, dovrebbe recitare la parte che fa ora; o come una nota di attenzione a Giobbe stesso, e a tutti gli altri che dovessero ascoltare e leggere questo, per osservarlo, e ben considerarlo, e farne il giusto uso; o come una nota di asseverazione, affermando che era vero e certo, noto e indiscutibile, come senza dubbio era: Giobbe era l'insegnante, un grand'uomo, eppure accondiscendeva a insegnare e istruire gli uomini nelle cose migliori, come facevano anche Abramo, Davide, Salomone e altri; e un uomo buono, e così adatto a insegnare cose buone, come lo è ogni uomo buono, e che, secondo la sua capacità, il dono e la misura della grazia ricevuti dovrebbe istruire gli altri; ed era un uomo di grande dono, sia nelle cose naturali, che civili e religiose; uno che sapesse parlare bene, e allo scopo, e quindi fosse adatto e capace di insegnare; e costoro non dovevano disusare e nascondere i loro talenti: le persone che istruiva non erano solo la sua famiglia, i suoi figli e i suoi servi, come fece Abramo prima di lui; ma altri che lo assistevano, e aspettavano il suo consiglio e consiglio, le sue parole e la sua dottrina, come per la pioggia, e l'ultima pioggia, e che cadeva e si distillava come tale, vedi Giobbe 29:15,21-23 ; e questi erano "molti"; i suoi molti vicini ignoranti intorno a lui, o molti professori di religione, come potevano esserci, e sembra che ce ne fossero in questo paese idolatra; e molti afflitti tra questi, come di solito accade: Giobbe aveva molti scolari nella sua scuola, di vario genere, che lo assistevano; e questi li istruì nella conoscenza del vero Dio, della sua natura, delle sue perfezioni e delle sue opere; e del Redentore vivente, la sua persona, il suo ufficio, la sua grazia e la sua giustizia; e di se stessi, l'impurità della loro natura attraverso il peccato originale, egli conosceva; la loro impotenza e incapacità di purificarsi, di espiare il peccato, di giustificarsi e di rendersi accettabili a Dio; così come li istruì nell'adorazione di Dio, e nel modo in cui lo faceva, nel loro dovere verso di lui e l'uno verso l'altro, e verso tutti i loro simili: alcuni lo rendono: "Tu hai corretto" o "rimproverato molti"; aveva insegnato agli afflitti ad essere pazienti nelle loro afflizioni e li aveva rimproverati per la loro impazienza; e il disegno di Elifaz è di rimproverarlo con esso, come in Romani 2:21 ; Tu che hai corretto gli altri per il loro comportamento disdicevole nelle afflizioni, sei tu stesso colpevole della stessa: "Turpe est doctori, cure culpa redarguit ipsum":

e tu hai rafforzato le mani deboli; o quelli che pendevano per mancanza di cibo, dandoglielo, sia corporale che spirituale, che rafforza il cuore degli uomini, e così le loro mani; o per pigrizia, esortandoli e incitandoli ad essere attivi e diligenti; o per paura dei nemici, specialmente spirituali, come il peccato, Satana e il mondo; a causa del cui numero e della cui forza gli uomini buoni tendono ad essere scoraggiati e pronti a gettare via la loro armatura spirituale, in particolare lo scudo della fede e della fiducia in Dio, come soldati deboli di cuore in guerra, a cui si allude: e questi furono rafforzati dicendo loro che tutti i loro nemici erano stati vinti, ed erano più che vincitori su di loro; che la vittoria era certa, e la loro guerra compiuta, o che lo sarebbe stata rapidamente: oppure, le cui mani erano deboli per il senso del peccato e del pericolo, e che erano in attesa dell'ira e della vendetta di Dio; e che furono rafforzati osservando loro che c'era un Salvatore nominato e atteso, un Redentore vivente, che sarebbe salito sulla terra negli ultimi giorni e li avrebbe salvati dai loro peccati e dall'ira a venire; vedi Isaia 35:3,4 ; o meglio, coloro i cui cuori e le cui mani erano, deboli per dolorose e pesanti afflizioni, che Giobbe rafforzò mostrando loro che le loro afflizioni erano da Dio; non per caso, ma per nomina e secondo la sovrana volontà di Dio; che erano per il loro bene, sia temporale, spirituale o eterno; e che non sarebbero continuati per sempre, ma avrebbero avuto una fine; e quindi dovrebbe essere pazientemente annoiato, vedi 1Corinzi 12:11,12

4 Versetto 4. Le tue parole si sono alzate, trattieni colui che cadeva,

O "inciampando"; che inciampava davanti alla provvidenza di Dio nel permettere che gli uomini buoni fossero afflitti e gli uomini malvagi prosperassero; che è stata la pietra d'inciampo del popolo di Dio in tutte le epoche; vedi Salmi 73:2,3 ; o che inciampava e si allontanava dalla vera religione a causa delle ingiurie e dei biasimi degli uomini, e le loro persecuzioni per esso; il che a volte è il caso, non solo dei professori nominali, Matteo 13:21 ; ma dei veri credenti, sebbene non inciampino e cadano così da perire: oppure essendo essi stessi sotto le afflizioni, erano pronti a sprofondare sotto di esse, essendo le loro forze scarse; ora Giobbe fu aiutato a pronunciare tali parole di conforto e di consiglio alle persone in ognuna di queste circostanze, in modo da sostenerle e preservarle dal fallimento, e da metterle in grado di mantenere il loro posto e la loro posizione tra il popolo di Dio. Il Targum lo interpreta di coloro che stavano cadendo nel peccato; le parole degli uomini buoni ai professori che inciampano e cadono, sia nel peccato che nell'afflizione causata da esso, sono spesso molto opportune e molto utili, se accompagnate dalla potenza e dallo Spirito di Dio:

e tu hai rafforzato le ginocchia fiacche; che vacillavano e tremavano e si piegavano, e non potevano sopportare il peso del peccato, che giaceva come un pesante fardello, troppo pesante da portare; o di afflizioni molto gravi e intollerabili; a tali persone Giobbe aveva spesso pronunciato parole che erano state utili per alleviare i loro problemi e sostenerli sotto di loro. Si può osservare che i casi e le circostanze degli uomini buoni nei tempi antichi erano molto simili a quelli attuali; che non c'è tentazione o afflizione che colpisca i santi se non ciò che è stato comune; e che Giobbe era un uomo di grandi doni, grazia ed esperienza, e aveva la lingua dei dotti per dire una parola a tempo debito a ogni anima stanca, in qualunque condizione si trovasse: e tutto questo, così lodevole in lui, non è osservato a sua lode, ma a suo rimprovero; per dimostrare che non era un uomo di vera virtù, che si contraddiceva e non agiva secondo la sua professione, i suoi principi e le dottrine che insegnava agli altri, ed era ipocrita nel cuore; sebbene non ne segua una tale conclusione, supponendo che non abbia agito secondo i suoi principi e la sua condotta precedente; poiché è difficile per qualsiasi uomo buono agire interamente secondo loro, o comportarsi allo stesso modo nella prosperità come nell'avversità, o seguire quel consiglio nell'afflizione, e seguirlo, che hanno dato agli altri, e tuttavia non essere accusato di ipocrisia. Sarebbe stato molto meglio da parte di Elifaz e dei suoi amici fare un altro uso della condotta e del comportamento precedenti di Giobbe, cioè imitarli e sforzarsi di rafforzarlo e sostenerlo nelle sue attuali circostanze di angoscia; Invece di questo, lo insulta, come segue

5 Versetto 5. Ma ora ti è venuto addosso e tu sveni,

L'afflizione e il male che temeva, Giobbe 3:25 ; o piuttosto le stesse prove e afflizioni si abbatterono su di lui come lo erano state su coloro che egli aveva istruito e ripreso, e le cui mani e i cui cuori aveva rafforzato e confortato; eppure ora tu stesso "vieni meno o "sei stanco", o sei abbattuto e affondi sotto il peso, e lo sopportava con molta impazienza, in netto contrasto con i consigli dati agli altri; e quindi si concluse che non poteva essere un uomo virtuoso, onesto e retto nel cuore, ma solo nell'aspetto e nell'apparenza. Bolducius rende le parole: "Dio viene a te" o "il tuo Dio viene"; molto erroneamente, sebbene il senso possa essere lo stesso; Dio viene e ti visita ponendo su di te la sua mano afflittrice.

ti tocca e tu sei turbato; suggerendo che non era che un tocco, un lieve, una leggera afflizione; diminuendo così la calamità e l'angoscia di Giobbe, o facendone poco e alla leggera, e aggravando la sua impazienza sotto di essa, che per una prova come questa egli fosse così eccessivamente turbato, le sue passioni fossero mosse così violentemente, e fosse gettato in tanto disordine e confusione, ed egli fosse impaziente oltre misura; non essendo posti limiti al suo dolore e alle sue espressioni; sì, anche di essere nella massima costernazione e stupore, come significa la parola

6 Versetto 6. Non è forse il tuo timore,

Il timore di Dio, ciò che è di lui, viene da lui, è una sua grazia impiantata nei cuori del suo popolo al momento della conversione, ed è accresciuto e incoraggiato, e portato a un nuovo esercizio attraverso la grazia e la bontà di Dio manifestate; per un timore servile, o un timore del castigo, dell'ira e della dannazione, non è la vera grazia della paura, che forse negli uomini non rigenerati, e anche nei diavoli; ma questo sta in un affetto reverenziale per Dio a causa della sua bontà, e nell'attenzione a non offenderlo per questo; nell'odio del peccato e nell'allontanamento da esso; nell'assistere al culto di Dio, e talvolta è messo per tutto questo; ed è accompagnato dalla fede in Dio, dalla gioia nello Spirito Santo, dall'umiltà dell'anima, dalla santità del cuore e della vita: ora Giobbe professava di avere questo timore di Dio nel suo cuore, e si pensava che lo avesse; questo era il suo carattere generale, Giobbe 1:1 ; ma, nel suo caso e nelle sue circostanze attuali, Elifaz chiede che cosa ne è stato, dov'era ora e in che cosa è apparso? e lo schernisce per questo, come se dicesse: sta in questo, nello svenire e sprofondare sotto le afflizioni, nell'essere turbato e terrorizzato, e gettato in una costernazione da esse, e nello scoppiare in tali espressioni avventate di Dio e della sua provvidenza? Si è arrivati a questo alla fine, o piuttosto a niente? poiché suggerisce o che Giobbe non ha mai avuto in sé la vera grazia del timore, contrariamente al carattere dato di lui, e confermato da Dio stesso, Giobbe 1:1,8; 2:3 ; o che l'aveva gettata via ed essa se n'era andata, e se n'era andata, Giobbe 15:4 ; che non potrà mai essere, dove è una volta, essendo la grande sicurezza contro un'apostasia finale e totale da Dio, Geremia 32:40 ; o che ciò che aveva era semplicemente ipocrita, come ciò che è insegnato dal precetto degli uomini, era solo in apparenza, e non in realtà, come ora mostrava la sua condotta; perché se avesse avuto il vero timore di Dio davanti agli occhi e nel cuore, non avrebbe mai potuto maledire il giorno della sua nascita, né accusare la provvidenza di Dio e accusarlo di ingiustizia, come supponeva di aver fatto; per cui il suo timore, la sua pietà, la sua religione che aveva professato, sembravano essere proprio nulla: ne consegue:

la tua fiducia; cioè, in Dio; poiché Giobbe non professava alcuno in nessun altro, in alcuna creatura o godimento della creatura, Giobbe 31:24 ; questo quando il diritto è un forte atto di fede e di fiducia nel Signore, una completa persuasione e la piena certezza dell'interesse in lui come Dio del patto, e nel suo amore e favore, e in Cristo come Redentore vivente, e della verità dell'opera della grazia sul cuore, e della certezza del suo compimento; anche una santa franchezza nella preghiera a Dio, e una ferma e sicura convinzione di essere ascoltati e esauditi; così come una professione aperta e coraggiosa di lui davanti agli uomini, senza alcun timore di loro; per tutto questo Giobbe era stato famoso, e ora gli si chiede, dov'era tutto questo? E che ne è stato? Come appariva ora? e lascia intendere di non averne mai avuto, o di averlo gettato via, e che era finito nel nulla; come si concludeva dalle espressioni avventate delle sue labbra e dagli sprofondamenti del suo spirito sotto le sue attuali afflizioni; ma la fiducia di Giobbe in Dio e in Cristo continuava ancora; vedi Giobbe 13:15; 19:25 ;

la tua speranza; che è anche una grazia operata nel cuore, nella rigenerazione; è di cose invisibili e future, che devono ancora essere godute qui o nell'aldilà; e ciò che è giusto ha Cristo per oggetto, fondamento e fondamento, ed è di singolare utilità per sostenere gli spiriti degli uomini sotto provvidenze afflittive: ed Elifaz vedendo Giobbe molto impaziente sotto di loro, si informa sulla sua speranza; e lascia intendere che ciò che aveva professato di avere era la speranza dell'ipocrita, e non reale, e ora era giunto a nulla; la speranza che è vera, anche se può diventare bassa, non può essere perduta; né lo era quello di Giobbe, specialmente per quanto riguarda le cose spirituali ed eterne; vedi Giobbe 14:7,14; 19:25-27 ;

e la rettitudine delle tue vie? davanti a Dio e agli uomini, camminando rettamente nelle vie di Dio, secondo la rivelazione della sua volontà fattagli, e agendo la parte giusta e retta in tutti i suoi rapporti con gli uomini; e per cui è stato celebrato, ed è una parte del carattere precedentemente dato di lui, Giobbe 1:1,8 2:3 ; ma Elifaz insinua che non c'era nulla in esso; era solo in apparenza, non veniva dal cuore; o non sarebbe stato così per lui com'era, né si sarebbe comportato nel modo in cui si comportava ora: alcuni leggono le parole come a margine, e in alcune copie della nostra Bibbia: "Il tuo timore non è forse la tua fiducia? e la rettitudine delle tue vie è la tua speranza?" e con qualche piccola variazione il signor Broughton; "Non è la tua religione la tua speranza, e le tue vie rette la tua fiducia?" Cioè, non speravi e non ti aspettavi, e non eri nemmeno sicuro di ciò, che a causa del tuo timore di Dio e della rettitudine delle tue vie davanti agli uomini, non solo saresti stato accresciuto nelle tue sostanze mondane, ma fossi preservato e protetto nel godimento di esse? E non sono state queste le ragioni che ti hanno indotto a essere religioso e a farne tanta mostra? suggerendo che egli era solo religioni da punti di vista mercenari e principi egoistici, e così lo accusa tacitamente di ciò che il diavolo stesso ha fatto, Giobbe 1:9 ; e per questa strada vanno molti interpreti ebrei e cristiani: alcuni rendono le parole più o meno allo stesso modo, ma in un senso migliore, e più a favore di Giobbe, e a titolo di istruzione e conforto per lui: "Il tuo timore non dovrebbe essere la tua fiducia, la tua speranza e la rettitudine delle tue vie?" Non dovresti tu trarre incoraggiamento dal tuo timore di Dio, dalla rettitudine del tuo cuore e delle tue vie, per aspettarti la liberazione e la salvezza, e non venir meno e affondare come hai fatto? O non è forse questa la causa di tutta la tua impazienza, del tuo timore di Dio, della tua fiducia e della tua speranza in lui, e della tua integrità? concludendo che avresti dovuto essere trattato in un altro modo per amore di queste cose, e quindi sei pronto a pensare che sei trattato a malapena da Dio, avendo meritato un trattamento migliore; facendo così sì che Giobbe avesse un'alta opinione di sé e avesse nozioni errate di Dio; così Schmidt; ma il primo senso che ho dato delle parole mi sembra il migliore

7 Versetto 7. Ti prego, chi è mai perito essendo innocente?

Qui Elifaz si appella a Giobbe stesso, e gli chiede di ricordare se mai qualcuno sia caduto sotto la sua osservazione, in tutto il corso della sua vita, o gli sia mai stato detto da persone credibili, che un uomo "innocente", con il quale non intende uno completamente esente da peccato originale o attuale, perché sapeva che non esistevano persone simili al mondo, dopo la caduta di Adamo, ma un uomo veramente buono e grazioso, che non si è reso colpevole di alcun crimine noto e capitale, o non ha vissuto una condotta viziosa della vita; se mai avesse saputo o sentito parlare di persone del genere che "perirono", che non possono essere comprese come rovina e distruzione eterne, cosa che sarebbe immediatamente concessa, che tali come queste descritte non potranno mai perire in tal senso, ma avere vita eterna; né di una morte corporale, che a volte è il senso di perire, poiché è noto che persone innocenti e giuste periscono o muoiono, vedi Ecclesiaste 7:15; Isaia 57:1 ; e se si potesse parlare di una morte violenta, si sarebbe potuta rispondere una risposta; ed Elifaz forse non lo sapeva lui stesso, che quell'innocente e giusto Abele perì così per mano di suo fratello: ma questo si deve piuttosto intendere come perire per afflizioni, dolorose e pesanti, non ordinarie ma straordinarie; e che sono, o assomigliano, ai giudizi di Dio sugli uomini, per i quali perdono tutto, le loro sostanze, i loro servi, i loro figli, così come la loro salute, come nel caso di Giobbe; e quindi se non ci fosse mai un caso parallelo di una persona innocente in un caso simile, si insinua che Giobbe non potesse essere un uomo innocente:

O dove furono stroncati i giusti? coloro che sono veramente giusti agli occhi di Dio, così come davanti agli uomini, ai quali è stato conferito il dono della giustizia e vivono sobriamente, rettamente e devotamente; in quale epoca o paese si è mai saputo che tali persone, nella loro famiglia e nelle loro sostanze, sono state stroncate dalla mano e dalla provvidenza di Dio, e abbandonate e abbandonate da lui, e ridotte in circostanze tali che non ci poteva essere alcuna speranza che fossero mai più in quelle prospere? e Giobbe trovandosi ora in un caso e in una condizione così desolata e miserabile, si suggerisce che non potesse essere un uomo giusto: ma ammettendo che non si potesse produrre un tale esempio, Elifaz fu troppo precipitoso e prematuro nella sua conclusione; vedendo, come in seguito si parve, che Giobbe non era così stroncato, abbandonato e abbandonato da Dio, da non risorgere più; poiché la sua ultima fine fu più grande della sua vita: e inoltre, le persone innocenti e giuste sono spesso coinvolte nelle stesse calamità degli uomini malvagi, e le loro afflizioni sono le stesse; solo con questa differenza, per l'uno sono la giusta punizione del peccato, per l'altro sono castighi paterni e prove della loro grazia, e si risolvono nel loro bene; il Targum lo spiega di persone come Abramo, Isacco e Giacobbe, nessuna delle quali perì o fu stroncata

8 Versetto 8. Come ho visto,

Qui egli va in procinto di provare, con la sua propria esperienza, la distruzione degli uomini malvagi; e lasciava intendere che Giobbe era tale, a causa della rovina in cui era caduto:

coloro che arano l'iniquità e seminano malvagità, mietono la stessa; espressioni figurative, che denotano che coloro che escogitano l'iniquità nei loro cuori, ne formano e pianificano schemi nella loro mente, significati "arando l'iniquità", e che erano studiosi e diligenti nel mettere in pratica ciò che hanno escogitato; che si sono presi molta pena per commettere peccato, e sono stati costanti in esso, espresso "seminando malvagità": questi prima o poi mangiano il frutto delle loro azioni, sono puniti in proporzione ai loro crimini, anche in questa vita, così come nell'aldilà, vedi Osea 8:7 10:13 Galati 6:7,8 ; sebbene un commentatore ebreo osservi che il pensiero del peccato è progettato dalla prima frase, lo sforzo di metterlo in atto dalla seconda, e il completamento dell'opera, o l'effettiva commissione del male, dalla terza; la punizione di ciò è ciò che è espresso in Giobbe 4:9, il Targum applica questo alla generazione del diluvio

9 Versetto 9. Per il soffio di Dio periscono,

Essi e le loro opere, gli aratori, i seminatori e i mietitori d'iniquità; L'allusione è alla soffiatura del grano da parte del vento dell'est, o della muffa, ecc. avendo usato prima le figure dell'aratura e della semina; e che si fa con la stessa rapidità e facilità con cui si fa il grano, o qualsiasi altra cosa, nel modo sopra indicato; e denota l'improvvisa e facile distruzione degli uomini malvagi per la potenza di Dio, suscitati dalla sua ira e indignazione, a causa dei loro peccati; i quali, quando soffia un colpo sulle loro persone, sulle loro sostanze e sulle loro famiglie, periscono subito;

e con il soffio delle sue narici sono consumati; intendendo la sua ira e la sua ira, che è come un torrente di zolfo, e accende un fuoco sugli empi, che sono come combustibile per esso, e ne sono presto consumati; l'allusione è soffiare nelle narici di un uomo, e il calore della sua ira e della sua furia viene scoperto da ciò: alcuni pensano che questo si riferisca ai figli di Giobbe distrutti dal vento, vedi Isaia 11:4

10 Versetto 10. Il ruggito del leone e la voce del leone feroce,

Che Aben Esdra interpreta di Dio stesso, che è paragonato a un leone; che non solo con la sua voce terrorizza, ma nella sua ira fa a pezzi i malvagi, e li distrugge, e così è una continuazione del racconto precedente; e altri, come R. Mosè e R. Giona, che egli menziona, prendono questo come una continuazione dei mezzi e dei metodi con cui Dio distrugge a volte gli uomini malvagi, vale a dire, da bestie da preda; essendo questo uno dei suoi dolorosi giudizi con cui minaccia gli uomini e li infligge, vedi Levitico 26:22; Ezechiele 14:21 ; e in questo sono seguiti da alcuni interpreti cristiani, che rendono le parole "a" o "dal ruggito del leone, e dalla voce del leone feroce, dai denti dei giovani leoni", essi i malvagi "sono spezzati", fatti a pezzi, e completamente distrutti; ma è meglio, con Jarchi, Ben Gersom, e altri, per intenderlo dei re e dei principi, dei potenti della terra, governanti e governanti tirannici e oppressivi; paragonabile a leoni di età diverse; a causa della loro grandezza e grandezza, del loro potere e della loro potenza, della loro crudeltà e oppressione in ciascuna delle loro diverse capacità; a significare che questi non sfuggono ai giusti giudizi di Dio: il Targum interpreta il ruggito del leone di Esaù e la voce del feroce leone di Edom; e un altro scrittore ebreo di Nimrod, il primo tiranno e oppressore, il potente cacciatore davanti al Signore; ma questi sono troppo particolari; uomini malvagi al potere e nell'autorità in generale sono qui, e nelle seguenti clausole, intese, vedi Geremia 4:7; 50:17; Naum 2:11-13; 2Timoteo 4:17 ; e il senso è che tali aratori e seminatori di iniquità che sono simili a leoni feroci e ruggenti sono facilmente e rapidamente distrutti dal Signore:

e i denti dei giovani leoni sono spezzati, è loro tolto il potere di fare del male a tali potenti, ed essi e le loro famiglie sono ridotti in rovina; i denti dei leoni sono molto forti in entrambe le mascelle; hanno quattordici denti, quattro incisivi o tagliatori, quattro denti canini o canini, sei molari o macine

"Rugitu leonis et voce ferocis leonis", &c. Junius & Tremellius, Piscator; così alcuni in R. Someon Bar Tzemach

11 Versetto 11. Il vecchio leone muore per mancanza di preda,

O piuttosto "il leone robusto" e "forte", che è il più capace di prendere la preda, e il più abile in essa, eppure tali periranno per mancanza di essa; non tanto per mancanza di trovarla, o di potere di afferrarla, quanto per tenerla quando l'ha presa, essendogliela tolta; significa, che Dio spesso nella sua provvidenza toglie ai crudeli oppressori ciò che hanno ottenuto con l'oppressione, e così sono portati in circostanze di fame e fame. La Settanta rende la parola con "mirmecoleon", o "formica leone", che Isidoro descrive così;

"È un piccolo animale, molto fastidioso per le formiche, che si nasconde nella polvere e uccide le formiche mentre trasportano il grano; quindi è chiamato sia leone che formica, perché per gli altri animali è come una formica, e per le formiche come un leone",

e quindi non può essere il leone di cui si parla qui; sebbene Strabone ed Eliano parlino di leoni in Arabia e Babilonia chiamati formiche, che sembrano essere una specie di leoni, ed essendo in quei paesi, potrebbero essere noti a Elifaz. Megastene parla di formiche in India grandi come volpi, di grande rapidità, e si guadagnano da vivere cacciando:

e i robusti cuccioli di leone sono sparsi dappertutto; o "i cuccioli della leonessa", questi sono dispersi dal leone e dalla leonessa, e l'uno dall'altro, per cercare cibo, ma invano; il Targum applica questo a Ismaele, e alla sua posterità; Jarchi, e altri, ai costruttori di Babele, che si dice siano stati dispersi, Genesi 11:8 ; Si può piuttosto fare riferimento ai giganti, gli uomini del vecchio mondo, che riempirono la terra di violenza, che fu la causa del diluvio che fu recato sul mondo degli empi. Alcuni pensano che Elifaz abbia riguardo per Giobbe in tutto questo, e che con il "leone feroce" disegni e descriva Giobbe come un oppressore e un tiranno, e con la "leonessa" sua moglie, e con i "giovani leoni" e i "cuccioli di leone" i suoi figli; E in verità, anche se non può disegnarlo direttamente, tuttavia può indicarlo obliquamente, e suggerire che era simile agli uomini che aveva in mente, e paragonato a queste creature, e quindi le sue calamità si sono giustamente abbattute su di lui

12 Versetto 12. Ora una cosa mi è stata portata di nascosto,

Dalla ragione e dall'esperienza, Elifaz procede a una visione e rivelazione che ebbe da Dio, mostrando la purezza e la santità di Dio, e la fragilità, la debolezza, la follia e la peccaminosità degli uomini, per cui sembra che gli uomini non possano essere giusti agli occhi di Dio, e quindi deve essere sbagliato in Giobbe insistere sulla sua innocenza e integrità. Alcuni infatti hanno pensato che questa fosse una mera finzione di Elifaz, e non una vera visione; Sì, alcuni sono arrivati al punto di dichiararlo diabolico, ma senza alcun giusto fondamento; poiché non c'è nulla nel modo o nella materia di ciò che è conforme a una visione divina o a una rivelazione di Dio; inoltre, sebbene Elifaz si fosse sbagliato nel caso di Giobbe, tuttavia era un uomo buono, come si può dedurre dall'accettazione di un sacrificio per lui da parte del Signore, che era stato offerto per lui da Giobbe, secondo l'ordine di Dio, e quindi non avrebbe mai potuto essere colpevole di una tale impostura; né Giobbe mai accusa di menzogne in questa faccenda lui, che senza dubbio avrebbe potuto attraversarlo e smascherarlo; aggiungete a tutto ciò, che nel suo discorso allegato e continuato insieme a questo racconto, c'è un passo, che l'apostolo ha citato come di ispirazione divina, 1Corinzi 3:19 ; da Giobbe 5:13. Quando Elifaz ebbe questa visione, sia nei sette giorni della sua visita a Giobbe, sia prima, qualche tempo fa, che egli potrebbe ricordare in questa occasione, e giudicandola appropriata al caso presente, ritenuta adatta a raccontarla, non è certo, né molto materiale da sapere: è introdotta in questo modo, "una cosa" o "parola", una parola di profezia, una parola del Signore, una rivelazione della sua mente e della sua volontà, che era nascosta e segreta, e che prima non conosceva così bene; questo gli fu "portato" dallo Spirito di Dio, o da un messaggero del Signore, inviato in questa occasione e per questo scopo; e il modo in cui è stato portato è stato "segretamente" o "di nascosto", come il signor Broughton e altri lo dicono; è stato "rubato" a lui, o "segretamente" portato, come il Targum, e noi, e altri; è stato in un modo o modo privato; o "improvvisamente", come alcuni altri, a sorpresa, quando non era previsto da lui: Può avere rispetto al modo calmo e silenzioso in cui gli fu rivelato: "Ci fu silenzio, ed egli udì una voce"; uno immobile, un sussurro segreto; o alla persona quasi invisibile che lo rivelava, di cui vedeva l'immagine, ma non riusciva a discernerne la forma e la somiglianza; o può essere per il favore distintivo di cui godeva, nel far sì che questa rivelazione fosse fatta particolarmente a lui, e non ad altri; egli udì questa parola, per così dire, dietro la cortina, o velo, come dicono gli ebrei , spiegando questo passaggio:

il mio orecchio ne ricevette un po'; questa rivelazione fu fatta, non per un impulso sul suo spirito, ma vocalmente, si udì una voce, come in seguito dichiarò, ed Elifaz vi fu attento; ascoltava ciò che veniva detto, e ascoltava, e lo assorbiva con molto piacere e piacere, anche se solo una piccola parte, come le sue capacità erano in grado di trattenere; o era solo una piccola parte della volontà di Dio, un accenno solo della Sua, come alcuni la interpretano. Schultens ha dimostrato, dall'uso di una parola simile a questa in lingua araba, che significa "un filo di perle"; e così si possa progettare un insieme di verità evangeliche, paragonabili all'oro, all'argento e alle pietre preziose, e che siano davvero più desiderabili di loro, e preferibili ad esse; quali siano sarà osservato in seguito

13 Versetto 13. Nei pensieri delle visioni notturne,

Mentre Elifaz pensava e meditava sulle cose divine, o mentre rigirava nella sua mente alcune visioni notturne che aveva, prima che questo gli fosse fatto, vedi Daniele 2:29 ; nella meditazione il Signore si compiace spesso di far conoscere di più la sua mente e la sua volontà al suo popolo; e questo è un modo in cui era solito farlo nei tempi passati, in una visione o di giorno, come a volte, o di notte, come in altre, e come qui, vedi Numeri 12:6 ;

quando il sonno profondo scende sugli uomini; sugli uomini addolorati, come lo rende il signor Broughton; quelli che sono stati laboriosi tutto il giorno, e si sono procurati il pane con dolore e affanno, e sono stanchi; che appena si coricano si addormentano, e il sonno cade su di loro, e per costoro è dolce, come dice il saggio, Ecclesiaste 5:12 ; Ora, fu in un momento in cui gli uomini ordinariamente e comunemente dormono che si ebbe questa visione

14 Versetto 14. La paura mi assalì e, tremando,

Non solo un terrore della mente, ma un tremito del corpo; il che era spesso il caso anche degli uomini buoni, ogni volta che c'era un'apparizione insolita di Dio per mezzo di una voce, o di una qualsiasi rappresentazione, o di un angelo; come con Abramo nella visione dei pezzi, e con Mosè sul monte Sinai, e con Daniele in alcune delle sue visioni, e con Zaccaria, quando apparve un angelo e gli portò la notizia di un figlio che gli sarebbe nato; che nasce dalla fragilità e dalla debolezza della natura umana, dalla consapevolezza della colpa, dal senso della terribile maestà di Dio e dall'inquieta apprensione di quali possano essere le conseguenze di essa:

che mi ha fatto tremare tutte le ossa; non solo c'era paura interiore e tremore esteriore del corpo, ma a tal punto che non c'era ancora una giuntura in lui; Tutte le membra del suo corpo tremavano, e ogni osso era come se fosse stato sciolto, che sono le parti più solide e solide, come è comune a molti tremori considerevoli.

15 Versetto 15. Poi uno spirito passò davanti al mio volto,

Che alcuni interpretano come un vento, un vento impetuoso, che soffiava forte in faccia; e così il Targum lo rende un vento tempestoso, come Elia percepì quando il Signore gli parlò, sebbene non fosse in quello, 1Re 19:11 ; o un tale turbine, dal quale il Signore parlò a Giobbe, Giobbe 38:1 ; o piuttosto, come Iarchi, un angelo, uno spirito immateriale, uno degli spiriti tutelari di Geova, rivestito in forma umana, e che passò e ripassò davanti a Elifaz, affinché lo prendesse nota:

i peli della mia carne si rizzarono; eretto, per la sorpresa e il terrore; il che a volte è il caso, quando si vede qualcosa di stupefacente e terribile; Il sangue in tali momenti che si fa strada verso il cuore, per la conservazione di ciò, lascia fredde le membra esterne del corpo, e la pelle della carne, in cui si trovano i capelli, essendo contratta dall'afflusso impetuoso del fluido nervoso, fa sì che i capelli si rizzino in posizione eretta, in particolare i capelli della testa, come le spine o i ricci; che è stato usuale alla vista di un'apparizione

16 Versetto 16. Si fermò,

Cioè, lo spirito, o l'angelo in una forma visibile; prima andava avanti e indietro, ma ora si fermava proprio contro Elifaz, come se avesse qualcosa da dirgli, e così lo preparava a occuparsene; il che avrebbe potuto fare meglio, stando davanti a lui mentre gli parlava, per avere l'opportunità di prenderne più nota:

ma, nonostante questa posizione vantaggiosa,

Non riuscivo a discernerne la forma; che cosa fosse, umano o altro:

un'immagine [era] davanti ai miei occhi; Vide qualcosa, qualche aspetto e somiglianza, ma non riusciva a capire che cosa fosse; Forse la paura e la sorpresa in cui si trovava lo impedivano di comprenderne un'idea distinta, o quella particolare nota di esso, in modo da poterne formare nella propria mente un'idea appropriata, o descriverlo ad altri:

[c'era] silenzio sia nello spirito o nell'immagine, che, stando fermo, non emetteva alcun rumore impetuoso, sia nello stesso Elifaz, che tratteneva il respiro, e lo ascoltava con tutta l'attenzione che poteva; o una voce sommessa e bassa, come la interpreta Ben Melech: così segue:

e udii una voce; una voce distinta e articolata o un suono di parole, pronunciato in modo molto udibile dallo spirito o dall'immagine che stava davanti a lui:

[dicendo]; come segue

17 Versetto 17. L'uomo mortale sarà forse più giusto di Dio?

Povero, debole, fragile, uomo morente, e così peccatore, come mostra la sua mortalità, che è l'effetto del peccato; come potrebbe un tale uomo essere più giusto di Dio? che è così originariamente ed essenzialmente da se stesso, completamente, perfettamente, sì, infinitamente giusto nella sua natura, e nelle sue opere, sia di provvidenza che di grazia, nel castigare il suo popolo, punendo i malvagi e concedendo favori ai suoi amici, anche nella loro elezione, redenzione, giustificazione, perdono e felicità eterna: sì, non solo i malvagi peccatori profani non possono avere pretese di nulla di questo genere, ma anche i migliori degli uomini, nessuno essendo senza peccato, no, non l'uomo nella sua migliore condizione; poiché la giustizia che aveva allora era da Dio, e quindi non poteva essere più giusto di colui che lo aveva reso retto. Questo senso comparativo, a cui conduce la nostra versione, è più generalmente accettato; ma sembra che non sia il senso del brano, poiché questa è una verità chiara dalla ragione, e non ha bisogno di alcuna visione o rivelazione per scoprirla; né si può pensare che Dio mandi uno spirito angelico in modo così terribile e pomposo, per dichiarare ciò che tutti sanno e che nessuno contraddirebbe; anche l'uomo più presuntuoso e autosufficiente non sarebbe mai stato così audace e insolente da dire di essere più giusto di Dio; ma le parole dovrebbero essere piuttosto tradotte: "L'uomo mortale sarà forse giustificato da Dio, o sarà giusto da Dio?" o "con" lui, o "davanti" a lui, ai suoi occhi, per qualche giustizia in lui, o fatta da lui? Entrerà alla sua presenza, starà alla sua sbarra, e sarà esaminato lì, e se ne andrà di là, agli occhi e a motivo di Dio, come una persona giusta di se stesso? No, non può; ora questa è una dottrina contraria al ragionamento carnale e ai sentimenti comuni degli uomini, una dottrina della rivelazione divina, una verità preziosa: questo è il filo di perle che Elifaz ha ricevuto, vedi Giobbe 4:12 ; che l'uomo mortale è di per sé una creatura ingiusta; che non può essere giustificato per la sua propria giustizia agli occhi di Dio; e che deve cercare e cercare una giustizia migliore della sua, per giustificarlo davanti a Dio; e questo concorda con l'interpretazione di Elifaz della visione, Giobbe 15:14 ; con i sentimenti del suo amico Bildad, che sembra avere un certo rispetto per esso, Giobbe 25:4 ; e anche di Giobbe stesso, Giobbe 9:2 ; e allo stesso modo dobbiamo intendere la seguente clausola:

L'uomo sarà forse più puro del suo Creatore? anche il più grande e il migliore degli uomini, poiché ciò che la purezza era in Adamo, in uno stato di innocenza, veniva da Dio; e ciò che gli uomini buoni hanno, in uno stato di grazia, proviene dalla grazia di Dio e dal sangue di Cristo, senza il quale nessun uomo è affatto puro, e quindi non può essere più puro di colui da cui lo possiede: o piuttosto "essere puro da", o "con", o "davanti al suo Creatore", o essere così considerato da lui; ogni uomo è impuro per la sua prima nascita, e nel suo stato di natura, e quindi non può stare davanti a un Dio puro e santo, che ha occhi più puri di quelli per contemplare l'iniquità; o allontanarsi dalla sua presenza ed essere da lui considerato una creatura pura e santa di se stesso; né alcuna cosa che egli possa fare, in modo morale o cerimoniale, può purificarlo dalla sua impurità; e quindi è necessario che egli si applichi alla grazia di Dio, e al sangue di Cristo, per la sua purificazione

18 Versetto 18. Ecco, egli non riponeva alcuna fiducia nei suoi servi,

Alcuni pensano che l'oracolo divino o rivelazione finisca in Giobbe 4:17, e che qui Elifaz ne faccia un certo uso e miglioramento, e si rivolga a Giobbe, e discuta con lui su di esso, in vista del suo caso e delle circostanze; ma piuttosto il racconto di ciò che l'oracolo ha detto, o è stato consegnato per rivelazione, continua fino alla fine del capitolo, non essendoci nulla di indegno di Dio, né nella materia né nel modo di farlo: e qui ci si rivolge a Elifaz stesso, e questo discorso è inaugurato con un "ecco", come una nota di ammirazione, asseverazione e attenzione; essendo in qualche modo meraviglioso e importante, sicuro e certo, e che meritava di essere ascoltato, che Dio, il Creatore degli uomini e degli angeli, non ha "riposto" e non "ripone" alcuna "fiducia" o confidenza "nei suoi servi"; non intendendo i profeti in particolare, come il Targum, sebbene siano in un senso eminente i servi di Dio; né uomini giusti in generale, come Jarchi e altri, che sebbene fino a quel momento servitori del peccato, tuttavia per grazia diventano servi della giustizia e di Dio; ma poiché gli uomini che abitavano in case di creta si oppongono a loro, e si distinguono da loro, in Giobbe 4:19, devono essere intesi come angeli, come lo spiega la seguente frase; che stanno sempre davanti a Dio, ministrandolo, pronti a fare la sua volontà, e a farla nel modo più perfetto di cui le creature sono capaci; essi vanno al suo comando in ciascuna delle parti del mondo ed eseguono i suoi ordini; lo adorano e celebrano le sue perfezioni, attribuendogli onore e gloria, sapienza, potenza e benedizione; e lo fanno allegramente, costantemente e incessantemente. Ora, sebbene Dio abbia affidato a questi suoi servi molti messaggi importanti, sia sotto la dispensazione dell'Antico che del Nuovo Testamento, tuttavia non ha affidato loro la salvezza degli uomini, alla quale non sono uguali, ma l'ha messa nelle mani di suo Figlio; né in verità ne affidò loro il segreto, in modo da farne suoi consiglieri; no, Cristo solo era il meraviglioso Consigliere in questa faccenda; il consiglio della pace, o quello di rispettare la pace e la riconciliazione degli uomini, era solo tra lui e suo Padre; Dio era solo in Cristo e con Cristo, e non angeli che riconciliavano gli uomini, o disegnavano il piano della loro riconciliazione; e quando questo segreto, essendo stato concluso e stabilito, fu rivelato agli angeli, alcuni pensano che sia la ragione per cui tanti di loro apostate da Dio; essi preferiscono non avere nulla a che fare con lui, piuttosto che essere sotto il Figlio di Dio nella natura umana: ma, oltre a questo, ci sono molte altre cose che Dio non ha affidato agli angeli, come i suoi propositi e decreti dentro di sé, e la conoscenza dei tempi e delle stagioni del loro compimento, in particolare il giorno e l'ora del giudizio; sebbene qui il senso sembri piuttosto essere questo, che Dio non si fida e non si fidasse di loro; egli conosceva la loro naturale debolezza, fragilità, mutevolezza, quanto fossero inclini a peccare e a cadere da lui, e perciò li scelse in Cristo, li mise nelle sue mani e lo fece capo su di loro, e così li confermò e li stabilì in lui; e, come si può tradurre, "non mise in loro stabilità o fermezza" , in modo da stare da se stessi; o "perfezione" in loro, come alcuni la rendono, che non può essere in una creatura come lo è in Dio:

e accusò i suoi angeli di stoltezza; cioè, in confronto, rispetto a se stesso, in confronto al quale tutte le creature sono stolte, per quanto sagge; poiché egli è tutto sapiente, e solo sapiente; Gli angeli sono molto sapienti e intelligenti nelle cose naturali ed evangeliche, ma la loro conoscenza è imperfetta, in particolare in queste ultime; come appare dal loro desiderio di esaminare quelle cose che rispettano la salvezza degli uomini, e dall'apprendimento della chiesa la multiforme sapienza di Dio, 1Pietro 1:2 Efesini 3:10 ; o per "follia" si intende la vanità, la debolezza e l'imperfezione, la capacità di cadere, che Dio ha osservato in loro; e che sono in ogni creatura nel suo stato migliore, e erano in Adamo nel suo stato di innocenza, e così negli angeli che non sono caduti, specialmente prima della loro confermazione da parte di Cristo, vedi Salmi 39:5 ; e così il senso è lo stesso con la frase precedente: Alcuni lo rendono ripetendo il negativo di ciò: "Ed egli non mette glorioso" o "vantandosi nei suoi angeli"; non tiene conto dei loro doveri e servizi, in modo da gloriarsi in loro; è un umiliarsi se stesso considerarli; o non mette nulla in loro di cui possano vantarsi, poiché non hanno nulla di se stessi, tutto da lui, e quindi non possono gloriarsi come se non l'avessero ricevuto. Altri osservano che la parola ha il significato di luce, e rendono diversamente il passaggio; Alcuni, "anche se mette luce nei suoi angeli", li fa angeli di luce, paragonabili alle stelle del mattino, eppure egli non ripone alcuna fiducia in loro; e ciò che hanno viene da lui, e quindi non può essere paragonato a lui, né possono gloriarsi in se stessi; oppure: "Egli non mette in [loro] luce" o "non [loro] chiara luce"; ciò che è perfetto, e fuoco da ogni sorta di tenebre; costui solo è in se stesso il Padre della luce, con il quale dimora nella perfezione, e non c'è ombra di volgimento in lui: alcuni vorrebbero che questo intendesse degli angeli cattivi, che Dio accusava di stoltezza; ma questo è un termine troppo basso, una frase non abbastanza forte per esprimere il loro peccato e la loro malvagità, che non sono accusati solo di imprudenza, ma di ribellione e tradimento contro Dio; né questo senso concorda con i luoghi paralleli, Giobbe 15:14-16; 25:4,5 ; e inoltre, la bellezza del confronto di loro con gli uomini andrebbe perduta, e la forza dell'argomento rispetto a loro sarebbe tristemente indebolita, come abbiamo in Giobbe 4:19

19 Versetto 19. Quanto meno [su] coloro che abitano in case di creta,

Intendendo gli uomini, ma non come abitare in case, in senso proprio, fatte di argilla seccata dal sole, come erano comuni nei paesi orientali; né in casette meschine, distinte da quelle di cedro, e case con i cuccioli, in cui dimoravano grandi personaggi, perché questo rispetta gli uomini in comune; né come essere nelle case dei sepolcri, come il Targum, il Jarchi e altri, che non sono altro che polvere, sporcizia e argilla; poiché questo non riguarda i morti, ma i vivi; ma si intendono i corpi degli uomini; in cui abitano le loro anime; il che mostra la superiore eccellenza dell'anima al corpo, e la sua indipendenza da esso, essendo capace di esistere senza di esso, come fa nello stato separato prima della risurrezione; così i corpi sono chiamati tabernacoli, vasi di creta e case terrene, 2Pietro 1:13,14; 2Corinzi 4:7; 5:1 ; e corpi di argilla, Giobbe 13:12 ; così il corpo è chiamato da Epitteto argilla elegantemente lavorata; e un altro scrittore pagano lo chiama argilla imbevuta, o macerata e mescolata con sangue: essendo di argilla denota l'originale dei corpi, la polvere della terra; e la loro fragilità, come l'argilla fragile, e la loro contaminazione, tutte le sue membra sono contaminate dal peccato, e i cosiddetti corpi vili, e rimarranno tali fino a quando non saranno cambiati da Cristo, Filippesi 3:21 ; ora l'argomento è questo: se Dio non ha riposto fiducia negli angeli, allora tanto meno negli uomini poveri, fragili, mortali, peccatori; non dipende dai loro servizi, di cui conosce bene la debolezza, l'inutilità e l'infedeltà; non ripone alcuna fiducia nei loro propositi, nelle loro risoluzioni e nei loro voti, che spesso non portano a nulla; né confida nel suo popolo la sua salvezza e giustificazione, né pone queste cose sul piede delle sue opere, ma confida in loro e nella loro salvezza e giustificazione con il suo Figlio, e li pone ai piedi della sua grazia e misericordia. E se accusa i santi angeli di stoltezza, allora molto di più (poiché così può anche essere reso) ne accuserà gli uomini peccatori mortali, che sono nati come il puledro dell'asino selvatico, e sono stolti e disubbidienti, anche i suoi eletti, specialmente prima della conversione; O così, se questo è il caso degli angeli, allora molto meno l'uomo può essere giusto davanti a lui, e puro ai suoi occhi: la debolezza, la fragilità e l'inquinamento dei corpi degli uomini, sono ulteriormente ampliate in alcune clausole seguenti:

le cui fondamenta [sono] nella polvere; intendendo non le parti inferiori del corpo, come i piedi, che lo sostengono e lo sostengono; piuttosto l'anima, che ne è la base, riferendosi alla sua corruzione e depravazione a causa del peccato; sebbene sembri principalmente rispettare l'originale del corpo, che è la polvere della terra, di cui è composto, e al quale tornerà di nuovo, essendo questo solo un povero fondamento su cui poggiare, Genesi 2:7 3:17 Ecclesiaste 12:7 ; poiché il senso è che il cui fondamento è la polvere, la semplice polvere, la particella ב essere ridondante, o piuttosto un arabismo:

[quali] vengono schiacciati davanti alla tignola? cioè, quali corpi di uomini, o case di argilla fondate nella polvere; o, "li schiacciano"; o "che" o "che [essi] schiacciano"; o Dio, Padre, Figlio e Spirito, come alcuni; o gli angeli, come altri; o angosce, calamità e afflizioni, quale senso sembra migliore, con il quale sono schiacciati "davanti alla tignola" o "verme"; cioè, prima che muoiano, e vengano ad essere il pasto dei vermi, Giobbe 19:26 ; o prima che una tignola sia distrutta, così un uomo può essere schiacciato a morte, o la sua vita gli può essere tolta, non appena quella di una tignola; o per mano immediata di Dio, come Anania e Saffira, Atti 5:5,10 ; o per la spada dell'uomo, come Amasa per mezzo di Ioab, 2Samuele 20:10 ; o piuttosto, "come una tignola", con la stessa facilità e rapidità con cui una falena viene schiacciata tra le dita di un uomo, o con il suo piede: alcuni, come Saadiah Gaon, e altri, la rendono "davanti ad Arturo", una costellazione nei cieli, Giobbe 9:9 ; e prendono la frase come quella, "davanti al sole"; Salmi 72:17 ; e per denotare la perpetuità e la durata del loro schiacciamento, che sarebbe stato finché il sole o Arturo fosse continuato, cioè per sempre; ma uno dei sensi di cui sopra è il migliore, specialmente l'ultimo di essi

20 Versetto 20. Vengono distrutti dalla mattina alla sera,

Cioè, quelli che abitano in case di argilla, prima descritte; il significato è che sono sempre esposti alla morte, e soggetti ad essa ogni giorno che vivono; non solo coloro che sono perseguitati a causa della religione, ma tutti gli uomini in comune, perché di tali sono sia il testo che il contesto; che hanno sempre in sé i semi della mortalità e della morte, che lavorano continuamente in loro; e ogni giorno, anche dalla mattina alla sera, sono innumerevoli esempi del potere della morte sugli uomini; e non solo ci sono alcuni, il cui sole sorge al mattino e tramonta alla sera, che sono come l'erba al mattino, gaia e verde, e alla sera tagliata e secca, vivono solo un giorno, e alcuni no, ma anche questo è vero di tutti gli uomini, relativamente parlando, cominciano a morire il giorno in cui cominciano a vivere; così che l'uomo saggio non si accorge di alcun tempo intermedio tra il tempo della nascita e il tempo della morte, Ecclesiaste 3:2 ; così fragile e breve è la vita dell'uomo; i suoi giorni non sono che come la larghezza di una mano, Salmi 39:5 ;

essi periscono per sempre, il che non si deve intendere della seconda o eterna morte in cui alcuni muoiono, perché questo non è il caso di tutti; coloro che credono in Cristo non periranno per sempre, ma avranno vita eterna; ma questo non riguarda solo la lunga permanenza degli uomini sotto il potere della morte fino alla risurrezione, che non è contraddetto da questa espressione; ma significa che i morti non tornano mai più a questa vita mortale, almeno i casi sono molto rari; le loro famiglie, i loro amici e le loro case, che li conoscevano, non li conoscono più; non tornano più ai loro affari o ai loro piaceri mondani, vedi Giobbe 7:9,10 10:21 ;

senza che nessuno lo riguardi; la loro morte; né loro né gli altri, aspettandoselo così presto, e non usando alcun mezzo per impedirlo, e che, se si fosse fatto uso, non sarebbe servito, essendo giunto il momento stabilito; o "senza mettere", o senza mettere luce in loro, come Sephorno, il che può essere vero solo per alcuni; o senza mettere la mano, propria o di un altro, per distruggerli, essendo fatto per mano di Dio, per un temperamento del suo mandato, o per una provvidenza o per un'altra; o senza metterci il cuore, che arriva al senso della nostra versione; Sebbene la morte sia così frequente ogni giorno, tuttavia non viene notata; gli uomini non se ne prendono a cuore, per considerare la loro ultima fine, e pentirsi dei loro peccati, e riformarsi da essi, affinché non siano la loro rovina; e questo è e sarebbe il caso di tutti gli uomini, se non fosse per la grazia di Dio

21 Versetto 21. Non se ne va forse la loro eccellenza?

O l'anima che è in essi, ed è la parte più eccellente di essi; questa, sebbene non muoia, tuttavia se ne va e si allontana dal corpo alla morte; e così fanno tutti i poteri e le facoltà di esso, i pensieri, gli affetti, la mente e la memoria, sì, tutte le doti della mente, la sapienza, l'erudizione, la conoscenza delle lingue, delle arti e delle scienze, tutto viene meno alla morte, 1Corinzi 13:8; Salmi 146:8 ; e così similmente tutto ciò che è eccellente nel corpo, la sua forza e la sua bellezza se ne vanno, la sua forza si indebolisce lungo la via, e la sua bellezza si trasforma in corruzione: o, come si può tradurre, "che è con loro"; e così può anche denotare tutti i godimenti esteriori, come la ricchezza e la ricchezza, la gloria e l'onore, che un uomo non può portare con sé, non scendere nella tomba con lui, ma poi andarsene via: un uomo istruito rende le parole: "Non è stata rimossa la loro eccellenza [che era] in loro?" e pensa che si riferisca alla corruzione della natura, alla perdita della giustizia originale e dell'immagine di Dio nell'uomo, che prima era sua eccellenza nel suo stato di innocenza, ma ora, attraverso il peccato e la caduta, è rimosso da lui; e questa, in verità, è la causa, la fonte e la sorgente della sua fragilità, mortalità e morte; Di conseguenza, è il seguente:

muoiono anche senza sapienza; che muore con loro, o qualunque cosa di ciò che hanno se ne va alla morte; gli uomini saggi muoiono come gli stolti, sì, muoiono come gli stolti, e moltitudini senza vera sapienza, non essendo abbastanza saggi da considerare il loro ultimo fine; muoiono senza la sapienza che alcuni sono fatti conoscere, nella parte nascosta, senza il timore di Dio, che è la vera sapienza, o senza la conoscenza di Cristo, e di Dio in Cristo, che è il principio, la caparra e il pegno della vita eterna. Ora, dal momento che l'uomo è una creatura così fragile, mortale, stolta e peccatrice, come può essere giusto davanti a Dio, o puro agli occhi del suo Creatore? che è la cosa destinata ad essere dimostrata e illustrata da tutto ciò; e qui finisce l'oracolo divino, o la rivelazione fatta a Elifaz, quando ebbe la visione prima raccontata

Commentario del Pulpito:

Giobbe 4

1 Avendo Giobbe terminato il suo reclamo, Elifaz il Temanita, il primo dei suoi tre amici,Giobbe 2:11 e forse il maggiore di loro, prende la parola e si sforza di rispondergli. Dopo una breve scusa per essersi avventurato a parlare (Versetto 2), si tuffa nella controversia. Giobbe ha supposto di essere del tutto innocente di aver dato a Dio un motivo per affliggerlo. Elifaz afferma nei termini più positivi (versetti 7, 8) che gli innocenti non soffrono mai, solo i malvagi sono afflitti. Passa poi alla descrizione di una visione che gli è apparsa (versetti 12-21), dalla quale ha imparato la lezione che gli uomini non devono presumere di essere "più saggi del loro Creatore"

Allora Elifaz il Temanita rispose e disse:

vedi il commento su - Giobbe 2:11

Versetti 1-11. -- Elifaz a Giobbe: l'apertura della seconda controversia: il rapporto tra la sofferenza e il peccato

I UN CORTESE EXORDIUM. Elifaz, il più vecchio e il più saggio degli amici, adotta una tensione apologetica nel rispondere all'imprecazione di Giobbe, rappresentando il compito da lui assunto come:

1. doloroso per Giobbe; cosa che certamente era. Nelle circostanze anche le più favorevoli, ci vuole non poca grazia per ricevere l'ammonizione con equanimità; per non parlare di considerarlo una gentilezza e stimarlo un olio eccellente,Salmi 141:5 e abbracciare il suo dispensatore con affetto;Proverbi 9:8 e molto di più quando quell'ammonimento non solo è sentito come immeritato, ma pronunciato in un momento in cui l'anima, schiacciata sotto il peso della sua miseria, vuole compassione piuttosto che rimprovero, e quando, inoltre, il rimprovero è insensibile nel suo tono e in qualche modo condito di autocompiacimento da parte di chi dona. Se ascoltare e accettare il rimprovero è un segno di graziaProverbi 15:5 e un sentiero verso la saggezzaProverbi 15:32 e l'onore,Proverbi 13:18 è molto più un segno di tenera pietà e di fine sagacia cristiana essere in grado di dire la verità nell'amore,Efesini 4:15 e di rimproverare con longanimità. Il rimprovero che lacera raramente giova

2. Sgradevole per se stesso (Elifaz). La carità impone che la migliore costruzione, piuttosto che la peggiore, debba essere data alla condotta dei Temaniti. Quindi, invece di pronunciare il suo linguaggio rozzo, altezzoso, arrogante e violento, lo consideriamo, specialmente nell'introduzione, caratterizzato da delicatezza e considerazione, suggerendo, come manifestamente fa, che Elifaz aveva assunto l'ufficio di Mentore per il suo amico con riluttanza; e certamente un ufficio così adatto a dare dolore, e così atto a produrre risultati dannosi, non dovrebbe mai essere intrapreso se non con segni palpabili di dolore

3. Richiesto da ciliegia. «Ma chi può trattenersi dal parlare?» L'impulso che Elifaz confessava non era il calore ardente del fuoco poetico, ma la costrizione morale del dovere

(1) Dovere verso Dio. Una regola sicura di non distribuire mai censura se non quando vi si è costretti. Solo "la costrizione del nostro spirito non dovrebbe essere confusa con l'impulso di Dio". Gli uomini che non parlano mai se non per senso del dovere, raramente parlano in modo scortese o invano

(2) Dovere verso il lavoro. Se non siamo soddisfatti della nostra sincerità nel mirare al bene di coloro che biasimiamo, è meglio tacere, anzi, è sbagliato parlare

(3) Dovere verso se stesso. La luce posseduta da Elifaz avrebbe fatto tacere da parte sua sia una grave negligenza del dovere che una partecipazione indiretta al peccato di Giobbe. Se, quindi, vuole mantenere la sua coscienza pura, deve "cercare di comunicare con il suo amico"

II UN GENEROSO ENCOMIO. Elifaz riconobbe che la pietà di Giobbe era:

1. Cospicuo. "Guarda!" L'eminente pietà di solito può parlare da sola, attirare sempre l'attenzione e raramente manca di suscitare lodi. Ciò nonostante, i cristiani dovrebbero far risplendere la loro luce.Matteo 5:16; 1Pietro 2:12

2. Filantropico. La pietà di Giobbe non era semplicemente intellettuale ed emotiva, ma anche pratica, e mirava al bene degli altri. Come il grande Esempio,Matteo 20:28; Atti 10:38 di cui sotto certi aspetti era un tipo, questo patriarca arabo andava in giro facendo del bene.Giobbe 29:12-17 Così Cristo comanda ai suoi seguaci di fare.Matteo 10:42; Luca 10:37; Giovanni 14:15; 1Corinzi 14:1; Galati 5:14; Colossesi 3:12-14 Dove le opere di fede e le fatiche d'amore sono del tutto assenti, c'è motivo di sospettare che non sia presente una vera religione.

Gal 5:22; - Giudici 1:27; 1Giovanni 3:17

3. Molteplice

(1) Istruire l'ignorante,Giobbe 29:21-23 dando consigli come un principe o un magistrato alla porta, o come un amico e un capo che fornisce indicazioni per il dovere quotidiano

(2) Correggere i ribelli -- secondo un'altra traduzione -- infliggendo pene per trasgressione o amministrando il rimprovero giudiziario

(3) Sostenere i deboli, sostenere il cuore che affonda e viene meno con gentile simpatia, e rafforzare le ginocchia e le mani deboli con un aiuto soccorso

4. Abituale. I tempi verbali indicano azioni consuete e abitudini per tutta la vita. Le buone azioni isolate non procedono necessariamente da cuori di grazia; Non ci può essere prova migliore di santità di una vita di santo cammino

III UN'INSINUAZIONE DELICATA

1. Che la pietà di Giobbe aveva fallito dove avrebbe dovuto stare. "Ma ora ti è venuto addosso e tu sveni; essa ti tocca e tu sei turbato" (Versetto 5). O

(1) un'espressione di sincero stupore per il fatto che Giobbe, che aveva così spesso e così efficacemente dispensato consolazione agli altri, si sia dimostrato pusillanime quando simili problemi si sono abbattuti su di lui, ricordandoci che è più facile predicare la pazienza che praticarla, che coloro che consigliano gli altri dovrebbero sforzarsi di illustrare i propri precetti, e che il mondo non è mai lento nel notare le carenze degli uomini buoni; o

(2) un'espressione di acuta invettiva (se adottiamo il punto di vista poco caritatevole del linguaggio di Elifaz), come se volesse schernire Giobbe a fare proprio la cosa per la quale aveva così piamente ammonito gli altri, esibendo lo stesso spirito vile nelle avversità contro cui li aveva messi in guardia, -- un'interpretazione che, se è corretta, ci ricorda che gli uomini buoni tardano a liberarsi delle loro corruzioni, che la grazia trova spesso alloggio in ambienti estranei, che la massima oraziana di vedere e approvare le cose migliori e tuttavia seguire le peggiori non era sconosciuta a Elifaz più che a Paolo; ma su entrambe le ipotesi

(3) il racconto di un'esperienza frequente, in cui Giobbe non è stato né il primo né l'ultimo a sentirsi inadeguato al compito di mettere in pratica ciò che ha cercato di predicare

2. Che la fiducia di Giobbe era rimasta dove avrebbe dovuto venir meno. "Il tuo timore non è forse la tua fiducia? E la tua speranza, non è forse la rettitudine delle tue vie?" (versetto 6)

(1) Forse sottintendendo che Giobbe si era precedentemente riposato con compiaciuta soddisfazione sul suo carattere religioso, e derivava la speranza del favore divino dall'elevazione della sua pietà, il che, se Giobbe avesse fatto, avrebbe vissuto in un grave errore, poiché "per le opere della Legge nessuna carne vivente sarà giustificata"; ma l'affermazione di Elifaz era una calunnia gratuita, il quale un uomo buono dovrebbe sempre stare attento a circolare, a dire o anche a pensare ad un altro, poiché Dio solo può leggere il cuore

(2) Insinuando che questa precedente fiducia da parte di Giobbe fosse stata mal fondata, in quanto la sua pietà non poteva essere sincera, nel qual caso Giobbe doveva essere colpevole di ipocrisia; ma questa, ancora una volta, era una semplice deduzione da parte di Elifaz, e in realtà era errata

(3) Dirigere Giobbe a trovare incoraggiamento e speranza in un ritorno al timore di Dio e alla rettitudine morale della vita, un consiglio che, come rivolto a Giobbe, non era richiesto e, come dato da Elifaz, era una pura impertinenza

IV UNA FILOSOFIA FALLACE

1. Che gli uomini buoni non periscano mai. "Ti prego, ricorda, chi è mai morto, essendo innocente? o dove sono stati stroncati i giusti?" (Versetto 7)

(1) Un'affermazione poco gentile, anche se fosse stata vera, considerando la situazione di Giobbe. Se c'è "un tempo per parlare", c'è anche "un tempo per tacere"; e sebbene sia indiscutibilmente sbagliato sopprimere o manomettere la verità, non c'è nulla nella religione che richieda di proclamare tutta la verità indipendentemente dalle circostanze, o anche di presentare la verità in qualsiasi circostanza nelle sue forme più ripugnanti

(2) Un'affermazione errata, oltre che scortese. Era contraddetto dai fatti più chiari della storia, come sosteneva Giobbe, e come l'osservatore meno competente avrebbe potuto percepire.Genesi 4:8; Atti 2:22 - , eb 11:37 Coloro che si impegnano a confortare i sofferenti, e coloro che propongono filosofie di afflizione (o, in verità, di qualsiasi cosa), dovrebbero stare attenti ad attenersi alla verità

2. Che gli uomini cattivi muoiono sempre. "Come ho visto, coloro che arano l'iniquità e seminano malvagità, mietono la stessa cosa" (Versetto 8); in cui si può notare:

(1) La descrizione grafica degli uomini malvagi, che sono raffigurati

(a) metaforicamente come l'aratura dell'iniquità e la semina della malvagità, alludendo, forse, allo scopo deliberato, all'attività mentale, alla costante perseveranza, al progresso in avanti e all'ansiosa aspettativa con cui i grandi criminali escogitano e realizzano i loro piani nefasti; e

(b) analogamente, essendo paragonato a un leone che passa attraverso gli stadi successivi del suo sviluppo, e aumenta man mano che cresce in forza, ferocia e violenza

(2) Il malinconico rovesciamento degli uomini malvagi, che sono consumati

a) in conformità con le leggi naturali della retribuzione, mietendo la tempesta dove hanno seminato il vento;Proverbi 22:8; Osea 8:7; 10:13; Galati 6:7,8);

(b) mediante l'espressa visita di Dio, perire (come fecero i figli di Giobbe, è ciò che egli intende) sotto il soffio di Dio, e prima del soffio delle sue narici; e

(c) alla completa estinzione della loro antica grandezza, il trasgressore provvidenzialmente raggiunto e divinamente punito viene paragonato a una vecchia leonessa, un tempo formidabile e potente, ruggente e divorante, ma ora giace inerme e impotente, sdentata e senza voce, morente per mancanza di preda, e abbandonata persino dai suoi cuccioli

(3) La quantità di verità nella rappresentazione, che è corretta nella misura in cui descrive casi individuali; come ad esempio gli antidiluviani, le città della pianura, Adonibezek,Giuda 1:7 Baldassarre,Daniele 5:22,30 Erode;Atti 12:23 ma non corretto in quanto pretende di essere di applicazione universale

Imparare:

1. Coltivare l'abitudine alla cortesia di parlare. La cortesia è un dettame della religione così come un elemento di virtù

2. Lodare dove possiamo, e rimproverare solo dove dobbiamo. Scoprire la bontà negli altri è una conquista più alta che individuare i difetti

3. Guardarsi dal confidare nell'ipocrisia, tanto dopo la conversione quanto prima. La fiducia del santo non deve mai essere in se stesso, ma sempre nel suo Dio

4. Essere cauti nel fare deduzioni generali da quelli che potrebbero, dopo tutto, essere fatti isolati. L'osservazione di un uomo non offre una base abbastanza ampia per la costruzione di una filosofia di vita

5. Pensare ai raccolti che mieteremo prima di cominciare ad arare e seminare. "Non lasciarti ingannare; Dio non si fa beffe, perché tutto quello che l'uomo semina, quello pure mieterà"

OMELIE DI E. JOHNSON Versetti 1-11 - Elifaz e Giobbe: richiamate alla mente verità dimenticate

Per quanto i discorsi degli amici di Giobbe possano essere stati mal applicati al suo caso particolare, non ci può essere alcuna disputa riguardo alla purezza e alla sublimità delle grandi verità di cui essi appaiono qui come portavoce. Se non sono ben indirizzati a Giobbe, possono essere ben indirizzati a noi. Ciascuno degli amici rappresenta un certo aspetto delle verità che mettono in relazione l'uomo con Dio. Nel discorso di Elifaz la posizione principale assunta è che l'uomo, nella sua ignoranza e peccaminosità, deve tacere di fronte al Dio tutto giusto e tutto santo

I CONFRONTO TRA L'ESPERIENZA PASSATA E QUELLA PRESENTE. (Versetti 16) A Giobbe viene ricordato ciò che era e gli viene chiesto di rendere conto di ciò che è

1. L' appello alla memoria. Era un ricordo luminoso, radioso. Era stato il direttore di molti: "guida, filosofo e amico" di giovani e vecchi nelle perplessità della vita. Ancora una volta, era stato il consolatore degli afflitti e dei deboli; aveva rafforzato le mani che pendevano e

2. le ginocchia fiacche: avevano condotto per sentieri diritti i piedi di coloro che avevano sbagliato. È una bella immagine di una carriera amabile, benevola, simile a Dio. Non doveva, come molti, guardare indietro a una desolazione sterile, a una vita egoistica e mal spesa, ma a una vita piena di "opere di luce". Grazie a Dio se un uomo può volgersi nell'ora dello sconforto a ricordi così belli e verdi!

3. Esposizione con il suo stato d'animo attuale. Com'è possibile, allora, ora che il dolore e l'afflizione hanno toccato la sua stessa persona, che egli è così completamente abbattuto? Perché non applicare la medicina e il balsamo per la propria malattia e il dolore che sono stati trovati così curativi nel caso degli altri? Se il rimedio è mai stato buono per loro, è stato perché è stato prima buono per te. Se il consiglio e il conforto che eri solito offrire ai malati e ai tristi non erano stati provati da te, non serviva a nulla imporli agli altri. Ma se l'hanno accettato e sono stati benedetti, perché non puoi ora prescrivere per la tua propria malattia"? "Dottore, guarisci te stesso. Sprofonda in te stesso, poi chiedi che cosa ti affligge in quel santuario!"

4. Fate appello al potere della religione e alla coscienza dell'innocenza. Il sesto versetto sarebbe reso meglio: "La tua religione [il timore di Dio] non è forse la tua fiducia? la tua speranza, l'innocenza delle tue vie?" La religione è un grande pilastro in tutte le tempeste dell'anima. Finché un uomo può dire: "È il Signore: faccia ciò che gli sembra buono", ha un sostegno che nulla può muovere. Ma anche l'integrità cosciente è una grande fonte di conforto, perché la speranza "luppolo che non miete vergogna". Seminare i semi della virtù nella salute e nell'attività significa raccogliere il raccolto della speranza nella malattia, nell'ozio forzato, nella debolezza e nella morte. La speranza è la gentile nutrice dei malati e degli anziani; e perché Giobbe è ora senza il ministero angelico della sua presenza? Poniamoci queste domande su Elifaz

II INFERENZE DALLA SOFFERENZA. (Versetti 7-11) Elifaz procede a disegnare, mentre Giobbe rimane ancora in silenzio al suo primo appello. La deduzione è che c'è stata una colpa per spiegare questi grandi problemi. E la deduzione è giustificata da un appello al grande maestro, l'esperienza

1. L'esperienza generale dimostra che la calamità indica la colpa. Di norma, non sono gli uomini buoni ad affondare, né i cuori retti ad essere completamente sopraffatti. Ci sono, o sembrano esserci, eccezioni di cui la filosofia di Elifaz non tiene conto. Ma, in verità, quanto sono lievi nel complesso queste apparenti eccezioni alla grande regola morale! Come nella grammatica, così nella vita, le eccezioni si possono trovare, a un esame più attento, solo per ampliare e illustrare la nostra concezione della regola

2. L'insegnamento dell'esperienza è sostenuto da quello della natura. (versetto 8) Le leggi della natura sono costanti. Ogni mietitura implica una semina precedente, ogni raccolto è frutto del primo lavoro dell'anno. Perciò -- questo è il rigido ragionamento di Elifaz -- questo problema del suo amico implica una precedente semina nei campi del peccato. È l'affermazione grossolana e ampia di un principio sublime nel governo di Dio. Viene dato senza eccezioni, ma ci sarà abbastanza tempo per esaminare le eccezioni quando avremo imparato per la prima volta la regola

3. Immagini della natura, che illustrano questa legge morale. (Versetti 9, 10, 11) La natura risplende la sua luce su quelle verità che abbiamo appreso per la prima volta dall'esperienza e dalla coscienza. Due di queste immagini sono qui abbozzate. Uno è quello del violento colpo dal cielo, che spezza l'albero marcio, getta le foglie secche nel ruscello, sparge la pula senza valore. Tale è il destino dell'uomo indegno, la mente priva di principi e quindi di vitalità e valore. L'altra immagine -- ed è meno familiare, e forse ancora più potente -- è quella del leone feroce, sdentato, che ruggisce invano, che alla fine muore per mancanza di preda, i suoi piccoli tutti dispersi l Tale, ancora una volta, è il destino dell'audace uomo del letto. A questo fine lo hanno portato le sue concupiscenze divoranti. L'appetito per il peccato continuò fino all'ultimo, il cibo dell'appetito, anzi, il potere stesso di godere, alla fine ritirato. Dove, nell'arco di così poche righe, possiamo trovare un'illustrazione così potente del salario e della fine del peccato? Accanto a questa potente immagine possiamo mettere alcune altre immagini in cui la Scrittura rappresenta la condanna dell'uomo senza principi e senza Dio. Egli è come la pula davanti alla brezza, come il ginepro nel deserto, non bagnato dalla rinfrescante rugiada del cielo, come l'albero che oggi fiorisce e domani sente il colpo dell'ascia del boscaiolo, o come le scorie che si consumano nella fornace dove il vero oro risplende, come la stoppa che brucia rapidamente, o come un sogno quando ci si sveglia, un'immagine, la cui irrealtà è destinata ad essere scoperta e disprezzata

Versetti 1-6.- L'insegnante ha fatto il test

Nelle parole degli amici di Giobbe si trovano molte verità, sia accuratamente espresse che splendidamente illustrate; ma in molti casi, quasi generalmente, se ne fa un'applicazione errata. Gli amici che si prefiggono di essere consolatori, a causa di visioni imperfette del mistero della sofferenza umana, diventano effettivamente accusatori e rendono più pesante il fardello che si proponevano di alleggerire. Ma le parole ora in esame sono perfettamente vere. Colui che un tempo era stato l'istruttore di molti, e il rafforzatore di coloro che avevano le ginocchia deboli, ora è lui stesso colpito, e sviene; È commosso e turbato. La lezione è quindi per l'insegnante che può riversare parole di istruzione agli altri, e per il consolatore che mira a consolare gli afflitti. I suoi principi saranno un giorno messi alla prova nella sua esperienza personale, ed egli dimostrerà nella sua vita la loro veridicità o falsità. Elifaz insinua, se non lo afferma effettivamente, il fallimento di Giobbe. "Essere preavvertiti significa essere salvati", e l'insegnante saggio diverrà un apprendista in presenza di queste parole. Possiamo, quindi, dire:

LA VERITÀ FA LE SUE PIÙ GRANDI RICHIESTE AI SUOI ESPOSITORI. Si alleano con esso. Lo proclamano. Dichiarano la loro fede in esso. Loro lo garantiscono. Quanto più un uomo è veramente un insegnante, tanto più è un discepolo. È la perfetta alleanza dell'insegnante con la verità che insegna che gli dà potere sugli altri nella sua esposizione. Su di lui, quindi, è fatta la più grande richiesta che la verità che ha affermato trovi la sua più alta illustrazione nella sua vita, che la sua vita non debba mentire alle sue labbra. È così che

II L'INSEGNANTE DELLA VERITÀ HA LA MIGLIORE OPPORTUNITÀ DI DIVENIRE IL SUO PIÙ EFFICACE ESPOSITORE. Elifaz non riusciva ancora a capire come Giobbe, mantenendo salda la sua integrità, avrebbe presentato un brillante esempio della veracità della sua dottrina. Esporre la verità con le labbra è possibile al simulatore e all'ipocrita. Può dirlo, e non lo fa. Egli può dichiarare l'autorità di una verità, e contraddire quell'autorità e il suo stesso dire con la disubbidienza. Tali erano i farisei del tempo di nostro Signore. Da loro la verità riceveva il più alto omaggio con il riconoscimento verbale, ma essi si dimostrarono falsi e infedeli discepoli della verità con il discredito che gettarono su di essa con la loro disobbedienza alle sue esigenze. L'insegnante di verità, facendo sua la verità con un completo abbraccio di essa e una simpatia reale e non finta per essa, insegna più con la sua vita che con le sue labbra; perché l'uno gli uomini screditano, ma l'altro è innegabile. La fedeltà nell'insegnante è la prova più alta della sua fede nella sua dottrina, e con essa egli paga il massimo tributo alla dottrina che è in grado di pagare

III IL DOVERE SUPREMO DELL'INSEGNANTE È LA FEDELTÀ ALLA SUA DOTTRINA. Con la sua fedeltà i suoi allievi sono confermati nella loro fede e fermezza. È un crimine nero per un uomo proclamare una verità o un insegnamento che influisce sulla vita e sulla speranza dei suoi simili, e tuttavia dimostrarsi un traditore di esso con l'infedeltà. Le fondamenta della speranza di molti sono state scosse e persino sradicate da tale condotta. Quanto è importante la verità che un uomo proclama, tanto è grande la responsabilità del suo modo di trattare quella verità. Giobbe fu un brillante esempio di fedeltà, anche se duramente provato

IV L'ONORABILITÀ DI UNA FEDELE ADESIONE A UNA GRANDE VERITÀ. Colui che si collega con le grandi verità ne è esaltato. Onorano colui che li ospita. Lo portano alla gloria e alla vera fama. - R.G

OMELIE DI W.F. ADENEY versetto 1.- Elifaz il visionario

Dopo che Giobbe ha rotto il silenzio di sette giorni, ciascuno dei suoi amici cerca di confortarlo con quella forma di consolazione più irritante: un consiglio non richiesto. Anche se, forse, alcuni critici hanno creduto di aver rilevato differenze maggiori tra i tre amici di quanto non appaiano realmente dalla narrazione, non possiamo non notare alcuni tratti distintivi. Ciò che hanno in comune è più pronunciato dei loro punti di differenza. Perciò tutti e tre sono amici di Giobbe, che desiderano veramente mostrare la loro compassione e aiutare chi soffre. Tutti offrono consigli non richiesti. Tutti assumono un'irritante posizione di superiorità. Tutti aderiscono al dogma prevalente secondo cui la grande calamità deve essere considerata come la punizione di un grande peccato. Tutti credono nella giustizia di Dio e nella sua prontezza a perdonare e ristabilire se solo Giobbe confesserà i suoi peccati e si umilierà. Ma manifestano alcune differenze interessanti. Il primo amico a parlare è Elifaz, che appare come un veggente di visioni

CI SONO UOMINI CHE SEMBRANO ESSERE NATURALMENTE IN AFFINITÀ CON IL MONDO SPIRITUALE. Tutti gli uomini non sono in grado di vedere i luoghi che questi uomini conoscono. Sono i veggenti delle visioni. Troppo spesso questi uomini sono visionari e nient'altro. Essi sono così presi dall'eccitazione delle loro esperienze di un altro mondo che non hanno più alcun interesse o capacità per l'adempimento degli attuali doveri terreni. Sarebbe un male per noi se ci fossero molte persone così poco pratiche tra noi. Ma anche questi uomini hanno la loro sfera, e ci sono visionari superiori ai quali dovremmo essere pienamente grati. È una grande discesa da Paolo l'apostolo nel terzo cielo per "Fango il medium" in una seduta spiritica. Le follie dello spiritismo non dovrebbero renderci ciechi di fronte alle rivelazioni dei veri veggenti. Anche le visioni semifolli di un Blake hanno dato al mondo alcuni meravigliosi frutti dell'immaginazione, che non sarebbero mai cresciuti sul bagaglio dell'esperienza mondana convenzionale

II LA VERITÀ NON SI TROVA SEMPRE CON IL VEGGENTE DELLE VISIONI. Il veggente di Dio vedrà la verità di Dio. Se il velo viene sollevato davanti al mondo invisibile, devono apparire alcune rivelazioni autentiche. Dio ci ha dato le verità della Bibbia in alcuni casi attraverso le visioni dei suoi profeti. Ma la semplice affermazione di una visione non è un buono per la verità di ciò che viene detto. Il veggente può essere un ingannatore, può essere un fanatico illuso, o può avere una visione di "spiriti bugiardi". Perciò ciò che dice deve essere messo alla prova, e non dovrebbe essere accettato sulla base della mera autorità della sua visione. Ecco l'errore di Elifaz, che pensò di intimidire e mettere a tacere Giobbe con la narrazione della sua visione. È più sicuro volgersi da tutte queste pretese alla chiara "parola di profezia" e alla rivelazione storica di Cristo. La nostra religione non si basa su visioni, ma su fatti storici

III È MOLTO IMPORTANTE COLTIVARE LA SIMPATIA PER IL MONDO INVISIBILE. Se non siamo visionari, non dobbiamo essere materialisti. Anche se non cerchiamo manifestazioni spiritiche, non abbiamo bisogno di essere Sadducei che non credono in nessuno spirito. C'è una visione di Dio per i puri di cuore, che non può ingannare nessuno, e che è l'ispirazione del più alto servizio di questo mondo. - W.F.A

2 Se tentiamo di comunicare con te, ne sarai afflitto? piuttosto, se uno pronuncia una parola contro di te, ti adirerai? Elifaz sente che ciò che sta per dire non sarà gradito e, per così dire, si scusa in anticipo. Sicuramente Giobbe non si arrabbierà se un amico azzarda solo una parola. Ma chi può trattenersi dal parlare? Che Giobbe sia adirato o no, Elifaz deve parlare. È impossibile ascoltare le parole pronunciate da Giobbe, eppure tacere. La sapienza e la giustizia di Dio sono state messe in discussione e devono essere rivendicate

Discorso incontenibile

Elifaz dice: "Chi può trattenersi dal parlare?" Esprime il suo sentimento, ma è molto comune, molto più comune dell'onesta ammissione con cui Elifaz giustifica il suo discorso a Giobbe

I DISCORSO INCONTENIBILE SCATURISCE DA VARIE INFLUENZE, A volte è difficile trovare le parole. Quali sono, dunque, le cose che aprono le fonti della parola?

1. Temperamento naturale. Alcuni sono naturalmente loquaci, altri come naturalmente taciturni. Nessun uomo è responsabile della sua costituzione originaria; La sua responsabilità inizia con l'uso che ne fa

2. Ricchezza di idee. Non è solo la fluidità verbale che si ripercuote sul volume del discorso. Chi pensa molto avrà il materiale per parlare molto. Coleridge meditò profondamente; Macaulay leggeva enormemente, e ricordava tutto ciò che leggeva; Ed entrambi erano grandi chiacchieroni

3. Profondità del sentimento. Elfi della passione eloquenza alla persona meno dotata. La simpatia cercherà le parole. Perciò la lunga contemplazione delle sofferenze di Giobbe spinse Elifaz a parlare

4. Provocazione. Elifaz rimase scioccato dal fatto che Giobbe avesse bestemmiato il giorno della sua nascita. Incapace di entrare nelle profondità tragiche del dolore del sofferente, egli poteva facilmente percepire il tono altamente improprio del linguaggio usato. La polemica suscita il tipo di eloquenza meno bella, ma spesso la più vigorosa

5. Vanità. Per molte persone c'è uno strano fascino nel suono delle proprie voci

II LA PAROLA INCONTENIBILE PUÒ ESSERE FONTE DI GRANDE MALE, Il chiacchierone raramente sembra considerare quanto sia acuta l'arma che sta brandendo. Sembra che non ricordi che le sue parole sono come frecce e che l'arco teso in un'impresa può infliggere una ferita mortale; che siano come semi che possono germogliare e portare frutti più duri molto tempo dopo che il seminatore ha dimenticato quando e dove li ha gettati sparsi sulla terra. Alcuni punti in particolare devono essere notati

1. La parola incontenibile manca della dovuta riflessione. È frettoloso e mal giudicato. Quindi può dire molto di più di quanto l'oratore intendesse, e può anche trasmettere un'impressione molto falsa. Pronunciata senza la dovuta riflessione, la parola frettolosa può dare un'idea che una considerazione matura ripudierebbe completamente. Le parole portano ai fatti, e così la parola incontenibile diventa un atto inalterabile. "La volatilità delle parole", dice Lavater, "è la negligenza nelle azioni; Le parole sono le ali dei fatti"

2. È probabile che il discorso irrefrenabile sia sconsiderato nei confronti dei sentimenti degli altri. Certo i tre confortatori di Giobbe non potevano sapere quali crudeli frecciate fossero le loro parole, altrimenti difficilmente avrebbero tormentato il sofferente come fecero. È così facile ferire con la lingua, che se parliamo frettolosamente e senza pensare, è molto probabile che lo faremo anche senza volerlo

3. La parola incontenibile è un affronto alla missione del silenzio. Quei sette giorni di silenzio servirono come ministero di guarigione, o almeno furono giorni di pura simpatia da parte dei tre amici. Perché, allora, gli uomini buoni dovrebbero cambiare la loro tattica? Evidentemente non avevano abbastanza fiducia nel silenzio

4. La parola incontenibile ha bisogno della preservazione della grazia divina. I grandi oratori dovrebbero specialmente cercare aiuto dall'alto, affinché il loro discorso sia "condito con sale". Colui che ha parlato come mai l'uomo ha parlato è un modello di espressione saggia e laconica. Per essere sicuri nell'uso della lingua dobbiamo stare molto in compagnia di Cristo, spesso in conversazione con il Cielo. - W.F.A

3 Ecco, tu hai istruito molti; o, corretto molti. Quando gli altri sono stati afflitti e mormorati, tu li hai corretti e hai mostrato loro che soffrivano solo ciò che meritavano di soffrire. Così facendo, hai rafforzato le mani deboli; "A coloro che erano moralmente deboli", li sostenne, li salvò dalle parole impazienti e dai duri pensieri di Dio

Versetti 3-5. - L'insegnante in colpa

Dopo una breve parola di scusa per aver rotto il silenzio decoroso del lutto, Elifaz si immerge in medias res, e subito comincia a rimproverare Giobbe ricordandogli la sua condotta precedente, e contrapponendo ad essa il suo stato attuale come prova di evidente incoerenza. Giobbe potrebbe insegnare ad altri come comportarsi, ma non appena gli viene fatta capire la prova, fallisce. L'insegnante non può superare l'esame per il quale ha preparato i suoi alunni

LA MISSIONE DI ISTRUIRE GLI ALTRI È DI ONORE E DI UTILITÀ. Non si può concepire un'opera più grande di quella di formare il carattere. Thomas Carlyle ha sottolineato l'assurdità di accumulare onori sul soldato che neghiamo al maestro di scuola. Pensava che il bastone fosse un segno di dignità più grande della spada. Non c'è risultato più felice del lavoro di una vita che vedere coloro che si sono influenzati crescere in saggezza, bontà e forza di carattere. Fu un bene, in effetti, che Giobbe fosse uno che rafforzò i deboli. Questo era del tutto un bene, qualunque fosse stato il suo carattere successivo

II CI SI ASPETTA CHE COLUI CHE ISTRUISCE GLI ALTRI SEGUA I PROPRI PRECETTI. Gli occhi del mondo sono su di lui; I suoi stessi allievi lo osservano attentamente. L'insegnamento che non è sostenuto dall'esempio diventa presto del tutto inefficace. Il ministro cristiano può spesso fare più bene con la sua vita esemplare che con i suoi sermoni più eccellenti. Se il suo camminare e la sua condotta fra gli uomini non adornano il vangelo che egli proclama, essi lo guasteranno e lo mutilano. Il mondo si rifiuta di separare il predicatore dall'uomo. Rifiuta di credere che i paramenti clericali trasformino una persona sciatta, sfuggente, indulgente con se stessa, che nessuno può rispettare, in un araldo dal cielo. L'insegnante della scuola domenicale, la cui reputazione negli affari è bassa, non ha il diritto di aspettarsi che le sue nobili parole formino una vita nobile nei giovani che istruisce

III È POSSIBILE ESSERE UN ISTRUTTORE DEGLI ALTRI E TUTTAVIA FALLIRE SE STESSI, L'accusa di Elifaz era ingiusta, perché non teneva conto delle difficoltà senza pari di Giobbe -- nessuno era stato processato come quest'uomo -- o piuttosto presumeva che dovesse essere stato un uomo eccezionalmente cattivo o non avrebbe subito un così tremendo rovescio della fortuna. Così suggeriva che il venerato leader e insegnante era sempre stato un ipocrita. Questo è stato doppiamente ingiusto. È possibile essere stati seri mentre insegnava, e tuttavia in seguito cadere di fronte a tentazioni inaspettate senza essere stati ipocriti; perché gli uomini buoni sono fallibili, e nessuno sa quanto sia debole finché non è stato messo alla prova. Inoltre, nel caso in questione l'insegnante non era caduto come supponeva il suo censore. Tuttavia, c'è una grande forza nel suo avvertimento. Purtroppo, il mondo non manca di uomini ai quali è fin troppo applicabile. C'è un grande pericolo di illusione nella facoltà di insegnare. Tutti noi che istruiamo gli altri siamo tentati di confondere la nostra conoscenza con le nostre conquiste, e la nostra lingua con la nostra esperienza. Così la familiarità intellettuale e professionale con le cose sante può essere confusa con quella comunione vitale con esse che forse non si trova ad accompagnarla. C'è stato un solo Maestro perfetto la cui condotta è stata così elevata quanto le sue istruzioni. Tutti gli altri possono benissimo imparare a camminare umilmente mentre insegnano le lezioni più elevate. - W.F.A

4 Le tue parole hanno sostenuto colui che stava cadendo. Molti uomini, proprio sul punto di cadere, sono stati fermati in tempo dalle tue sagge parole e dai tuoi buoni consigli. Questa è una forte testimonianza della gentilezza di cuore di Giobbe e della sua attiva simpatia per i sofferenti durante il periodo della sua prosperità. E tu hai rafforzato le ginocchia fiacche, letteralmente, le ginocchia curve, quelle che erano sul punto di crollare e cedere per la stanchezza o la debolezza.

comp. - Isaia 35:3 #Giobbe 4:5

Ma ora ti è piombato addosso e tu sei svenuto. Ora è il tuo turno: la calamità si è abbattuta su di te' e tutto ciò che eri solito dire agli altri è dimenticato. Il medico saggio non può guarire se stesso. Invece di ricevere il tuo castigo con uno spirito retto, "vieni meno", o meglio, "ti sei adirato, ti sei scandalizzato", come lo stesso verbo deve essere tradotto anche nel secondo versetto. C'è un tono di sarcasmo in queste osservazioni, che implica una certa durezza e mancanza di vero affetto nell'oratore, e che non possono non essere state percepite da Giobbe, e hanno sminuito la forza di ciò che Elifaz esortava. Se si deve rimproverare un amico, lo si dovrebbe fare con grande delicatezza. Non si dovrebbe permettere ai nostri "balsami preziosi" di "spezzargli la testa".Salmi 141:6 Ti tocca, e tu sei turbato, o, perplesso, " confuso"

6 Non è questo il tuo timore, la tua fiducia, la tua speranza e la rettitudine delle tue vie? Traduci, con la versione riveduta: Il tuo timore di Dio non è forse la tua fiducia e la tua speranza l'integrità delle tue vie? Il versetto è composto, come al solito, di due frasi, che si bilanciano a vicenda; e il significato sembra essere che, se Giobbe è così convinto della sua pietà e rettitudine come professa di essere, dovrebbe ancora mantenere la fiducia in Dio e una piena aspettativa di liberazione dai suoi problemi. Se non lo fa, qual è l'inferenza naturale? Certo, che non è così sicuro della sua innocenza come professa di essere

Versetti 6-8. - Afflizione

IO NE SONO LA FONTE

1. Negativamente

(1) Non viene senza una causa. "La maledizione senza causa non verrà".Proverbi 26:2

(2) Non viene per alcuna causa; cioè per caso, per caso, poiché l'intero universo è sotto il dominio della legge.Matteo 10:29

(3) Non proviene da una causa materiale, non scaturisce dalla terra, non è il risultato dell'ambiente terrestre dell'uomo

2. Positivamente

(1) Viene dall'interno dell'uomo stesso; è il frutto del suo stesso peccato

(2) Essa è conforme alla legge morale universale, che collega il peccato e la sofferenza come causa ed effetto

(3) Essa si presenta come concomitante inseparabile della natura dell'uomo. L'uomo, quando nasce, si trova introdotto in una scena di guai

II LE SUE CARATTERISTICHE

1. Universale. È la parte, non di un uomo, o di pochi, o anche di molti, ma della razza. Costituisce una parte del diritto di nascita dell'umanità

2. Certo. È assolutamente inevitabile. Con la stessa certezza con cui salgono le scintille, sicuramente infurieranno quelle passioni peccaminose che comportano sofferenza e infelicità

3. Perpetuo. Incontrando l'uomo sulla soglia della sua nascita, lo accompagna per tutta la vita fino alla sua fine

III LA FUGA DA ESSO

1. Non per ribellione refrattaria. Non comportandosi come lo sciocco, o come Giobbe, che maledisse la sua giornata, e si infuriò e si preoccupò della sua miseria

2. Ma con la sottomissione del paziente. "Umiliati sotto la mano di Dio, ed egli ti innalzerà"

7 Ti prego, chi è mai perito essendo innocente? Il nocciolo della questione è ora affrontato. Giobbe è chiamato a "ricordare" l'assioma morale da lungo tempo stabilito, che solo il male fa cadere sugli uomini le calamità, e che quindi, dove le calamità cadono, esse devono avere la precedenza sulla malvagità. Se non lo ammette, è sfidato a portare esempi, o anche un solo esempio, di innocenza sofferente. Se lo ammette, gli resta da applicare l'assioma a se stesso. O dove furono stroncati i giusti? L'esempio del "giusto Abele"Matteo 23:35 era sconosciuto a Elifaz? E davvero non aveva mai visto la più nobile di tutte le visioni, il brav'uomo che lottava contro le avversità? Si potrebbe immaginare che sia impossibile raggiungere la vecchiaia, nel mondo in cui viviamo, senza essere convinti dalla nostra stessa osservazione che il bene e il male, la prosperità e l'avversità, non sono distribuiti in questa vita secondo il deserto morale; Ma una nozione preconcetta di ciò che avrebbe dovuto essere sembra qui, come altrove così spesso nel campo della speculazione, aver accecato gli uomini di fronte ai fatti effettivi della facilità, e li ha spinti a inventare spiegazioni dei fatti, che militavano contro le loro teorie, del carattere più assurdamente artificiale. Per spiegare le sofferenze dei giusti, fu introdotta la spiegazione dei "peccati segreti", e si sostenne che, dove l'afflizione sembrava cadere sull'uomo buono, la sua bontà non era vera bontà -- era una contraffazione, una finzione -- il tessuto dell'eccellenza morale, così bello da vedere, era a nido d'ape da vizi segreti, di cui l'uomo apparentemente buono era preda. Naturalmente, se le afflizioni erano anormali, straordinarie, allora i peccati segreti dovevano essere del tipo più atroce e orribile per meritare una punizione così terribile. Questo è ciò che Elifaz suggerisce essere la soluzione nel caso di Giobbe. Dio ha visto i suoi peccati segreti, li ha "posti alla luce del suo volto"Salmi 90:8 e li sta punendo apertamente. Il dovere di Giobbe è quello di umiliarsi davanti a Dio, di confessarsi, pentirsi e correggersi. Allora, e solo allora, possa sperare che Dio ritiri la sua mano e ponga fine alle sue sofferenze

Versetti 7-11. - Le conseguenze del male

L'insegnamento del Nuovo Testamento è: "Tutto quello che l'uomo semina, quello pure mieterà". È esattamente come i versetti presenti. "Coloro che arano l'iniquità e seminano iniquità, mietono lo stesso". Così le testimonianze dei secoli avvertono i malfattori. Questa regola è inevitabile; è solo; è naturale; è ammonitore

IO QUESTO ORDINE È INEVITABILE. Colui che ha ordinato le leggi della natura, ferme, calme, indistruttibili, ha anche ordinato che l'operatore del male raccolga il frutto delle sue cattive azioni. Un'inevitabile Nemesi segue i passi di ogni trasgressore contro le leggi divine. Prima o poi il giudizio viene emesso. Nessuna abilità può sfuggire alla regola onnipotente. "Anche se mano nella mano si giungesse nella mano, l'empio non resterà impunito". Minuziosamente nostro Signore espose lo stesso insegnamento: "Di ogni parola oziosa che gli uomini diranno, ne renderanno conto nel giorno del giudizio". Si può anche cercare di sfatare la legge di gravitazione. Ci tiene tutti stretti nella sua presa salda. Così fa questa legge divina formulata dalla stessa mano

II QUESTA LEGGE È GIUSTA. Il saggio e santo Governante di tutti - "il Creatore di tutti i mondi, il Giudice di tutti gli uomini" - farà il bene, farà il bene nell'amministrazione delle sue sante leggi. Non è vendicativo. La sua ira è santa ira; La sua ira è tanto vera quanto il suo amore è tenero. Egli ha posto le fondamenta della vita umana nella giustizia. Egli è giusto; poiché egli rende a ciascuno secondo le sue opere. Senza dubbio egli prende nota di tutte le circostanze in cui ognuno si trova, e non accusa gli innocenti né scusa i colpevoli. Gli uomini trovano nelle loro azioni la causa delle loro sofferenze e la giustificazione del giusto giudizio di Dio. In ogni petto la convinzione più dolorosa sarà la certezza della perfetta rettitudine delle vie divine e la giustizia di ogni inflizione divina. La riflessione interiore del giudizio divino di condanna è il più doloroso di tutti i giudizi

III L'APPLICAZIONE DI QUESTA LEGGE È PERFETTAMENTE NATURALE. Le conseguenze seguono le cause con la stessa regolarità di legge nel mondo morale come in quello materiale. Un pensiero sbagliato dà un pregiudizio sbagliato alla mente, e la rende tanto più soggetta ad essere influenzata in una direzione sbagliata; così di ogni parola o azione di male. Ogni atto sbagliato è un seme gettato nel terreno, e porta il suo frutto secondo la sua specie a colui che lo semina, dal male non può germogliare il bene. Così ogni uomo con la sua trasgressione accumula per sé l'ira contro il giorno dell'ira. Egli riceve la sua ricompensa nel suo carattere, nella condizione della mente e della vita a cui è ridotto dal male o elevato dal bene

IV QUESTA LEGGE È AMMONITRICE PER TUTTI. Non c'è scampo per mera legge dalle conseguenze negative di qualsiasi cattiva azione. Le inevitabili conseguenze che seguono ogni trasgressione dovrebbero mettere in guardia gli uomini dai sentieri proibiti. "Al soffio di Dio periscono" è la minaccia ammonitrice contro i seminatori di malvagità e contro coloro che "arano l'iniquità". Sebbene gli uomini si infurino come i leoni feroci, il loro ruggito è spezzato; periscono, e il loro seme è disperso. - R.G

8 Proprio come ho visto; piuttosto, secondo quanto ho visto, finora, cioè, secondo la mia osservazione (vedi la Versione Riveduta, che è sostenuta dal professor Lee e dal canonico Cook). Coloro che arano l'iniquità e seminano iniquità, mietono la stessa cosa.

comp. - Proverbi 22:8; Osea 8:7; 10:13; Galati 6:7,8 Le parole tradotte "iniquità" e "malvagità" esprimono nell'originale sia il male morale che quello fisico. Gli uomini cuciono l'uno e raccolgono l'altro. Elifaz estende questa regola generale in una legge universale, o, in ogni caso, dichiara di non aver mai conosciuto un'eccezione. Perciò non è stato rattristato e perplesso, come Davide, "vedendo l'empio in tale prosperità". Sembra che non fosse un uomo di grande osservazione

Un principio vero applicato falsamente

Siamo ora giunti al nocciolo della controversia in cui Giobbe e i suoi amici devono essere coinvolti. Mentre -- come mostra il prologo -- lo scopo principale del Libro di Giobbe è quello di confutare l'insinuazione bassa e beffarda di Satana implicita nelle parole: "Giobbe serve Dio per nulla?" e di dimostrare che Dio può ispirare e ispira una devozione disinteressata, la lunga discussione tra gli amici riguarda il problema della sofferenza e l'antica nozione ortodossa che era solo la punizione del peccato, mostrando l'inadeguatezza di questa nozione e il profondo mistero dell'intero argomento. Ora ci troviamo di fronte a questa domanda sconcertante. Essa ci viene presentata sotto forma di un principio che è indubbiamente vero, anche se l'applicazione di esso da parte degli amici di Giobbe si è rivelata egregiamente falsa

I LA VERITÀ DEL PRINCIPIO

1. Questo è comunicato nel Nuovo Testamento da San Paolo: "Tutto quello che uno semina, quello pure mieterà".

Gal 6:7

2. Questo è in accordo con l'esperienza. Eliphaz l'aveva visto. Non dobbiamo supporre che fosse stato ingannato da qualche strana allucinazione. Dobbiamo aver tutti osservato come gli uomini creano o rovinano le proprie fortune. Sappiamo quale sarà la fine della carriera degli oziosi e dei dissipati. Osserviamo costantemente il trionfo della diligenza e della prudenza

3. Questo è secondo l'analogia della natura. Allora il raccolto è in base alla semina, ed è determinato da leggi assolute. Ma non c'è caos nella sfera umana. La causalità morale funziona in modo rigoroso come la causalità fisica nel mondo esterno. Non c'è modo di sfuggire alle conseguenze naturali delle nostre azioni. Chi semina il vento raccoglierà certamente la tempesta

4. Questo è giusto. Gli amici di Giobbe avevano ragione nel pensare che i malvagi dovessero soffrire e che i buoni dovessero essere benedetti. Il tentativo di eludere la grande legge della causalità nella sfera spirituale è tanto immorale quanto inutile. Perché qualcuno dovrebbe aspettarsi di essere salvato saldo nel raccolto che egli stesso ha seminato?

II LA FALSA APPLICAZIONE DEL PRINCIPIO. L'intero Libro di Giobbe dimostra che gli amici di Giobbe si sbagliarono nell'applicare questo principio al caso del patriarca. Ma perché non era applicabile?

1. Hanno anticipato il raccolto. Il raccolto è la fine del mondo. Alcune primizie possono essere raccolte prima; Spesso vediamo le conseguenze negative dei misfatti maturare rapidamente. Ma non è sempre così. Nel frattempo non possiamo giudicare di nessuna vita finché non l'abbiamo vista tutta. Alla fine Giobbe raccolse un'abbondante messe di benedizioni.Giobbe 42:10-17

2. Hanno ignorato la varietà di cause. È una regola logica riconosciuta che, mentre si può sempre argomentare dalla causa all'effetto, non si può tranquillamente invertire il processo e ragionare dall'effetto alla causa, perché lo stesso effetto può provenire da una qualsiasi delle numerose cause. Giobbe poteva attirare su di sé la calamità, e se avesse fatto del male l'avrebbe portata a lungo andare. Ma altre cause potrebbero produrlo. In questo caso non è stato Giobbe, ma Satana, a portarlo. Non era il contadino, ma un nemico, che seminava zizzania nei campi

3. Hanno frainteso la natura del raccolto. L'uomo che semina iniquità non necessariamente raccoglierà calamità temporali. Otterrà il suo raccolto naturale, che è la corruzione, ma potrebbe avere ricchezza e prosperità temporale ed esterna sulla terra. E l'uomo che semina il bene non può mietere denaro, l'immunità dai guai, ss.); poiché queste cose non sono il prodotto naturale di ciò che egli semina. Non sono "nel suo genere". Ma egli mieterà "vita eterna". Nulla di ciò che era accaduto a Giobbe indicava che non avrebbe raccolto il migliore di tutti i raccolti. - W.F.A

9 Per il soffio di Dio periscono; piuttosto, per il soffio di Dio, - Giobbe 37:10). La parola usata (hmvgi) significa sempre, come osserva il professor Lee, "un respiro leggero o dolce". Il minimo soffio del dispiacere di Dio è sufficiente a distruggere coloro contro i quali è diretto. E con il soffio delle sue narici sono consumati. Qui "esplosione" sarebbe meglio di "respiro", perché jwr è una parola più forte di hmvn. Allo stesso modo, jwr è una parola più forte di wdbay. Il respiro uccide, l'esplosione consuma completamente, i trasgressori

10 Il ruggito del leone, la voce del leone feroce e i denti dei giovani leoni sono spezzati. Gli uomini malvagi, specialmente gli oppressori, sono spesso paragonati ai leoni nelle Scritture.

vedi - Salmi 7:2; 10:9; 17:12 - , ss.); - Ezechiele 19:3,5; Naum 2:12; Sofonia 3:3 - , ss. Il significato di Elifaz è che, all'interno della sua esperienza, tutte le classi di uomini malvagi, giovani, o vecchi, o di mezza età, deboli o forti, hanno ricevuto in questa vita la ricompensa della loro iniquità. Per quanto ferocemente possano ruggire, per quanto avidamente possano divorare, il loro ruggito si è spento, i loro denti sono stati spezzati in bocca, la vendetta si è accesa su di loro in una forma o nell'altra; hanno pagato il prezzo delle loro trasgressioni. Sembra che in questo versetto e nei seguenti si parli di cinque classi di leoni:

(1) il cucciolo (Versetto 11);

(2) il leone mezzo cresciuto, appena in grado di far sentire la sua voce;

(3) il giovane leone adulto (cephir);

(4) il leone in piena maturità (ariyeh); e

(5) Il vecchio leone che sta diventando decrepito (Laish)

A questi si unisce (Versetto 11) labi, "la leonessa". I leoni sono ancora frequenti nella regione mesopotamica ('Ancient Monarchies', vol. 1. pp 39, 221), sebbene non si trovino più in Palestina, né in Arabia

11 Il vecchio leone muore per mancanza di preda. La controparte umana del "vecchio leone" è l'oppressore la cui forza e astuzia cominciano a venirgli meno, che non può più portare le cose con mano alta, imporre la sua volontà agli uomini con spacconate e gole, o persino tendere loro trappole così abilmente che ci camminano ciecamente dentro. Rientrano in questa categoria i ciarlatani politici il cui ruolo è giocato, i bulli i cui nervi cominciano a venir meno, gli arrotitori di carte la cui destrezza manuale li ha abbandonati. E i robusti cuccioli del leone; piuttosto, i cuccioli della leonessa (vedi la versione riveduta). Sono sparsi all'estero. Anche il seme dei malfattori soffre. Sono coinvolti nella punizione dei loro genitori.

vedi - Esodo 20:5 Elifaz accenna cupamente al fatto che Giobbe potrebbe essere stato nella classe degli oppressori, o (in ogni caso) dei trasgressori, e che la sorte prematura dei suoi figli potrebbe essere stata la conseguenza delle sue malefatte

12 Versetti 12-21. - Elifaz procede a narrare un'esperienza spirituale di carattere molto strano e sorprendente. Era notte, e si era addormentato, quando all'improvviso si ritrovò, o gli sembrò di essere, sveglio. Una paura orribile lo assalì e tutte le sue membra tremarono e tremarono. Poi sembrò che uno spirito passasse davanti al suo volto, mentre ogni pelo del suo corpo si sollevava e si irrigidiva per l'orrore. Non gli passò semplicemente accanto, ma si fermò, in una forma informe, che poteva vedere ma non distinguere chiaramente. Ci fu un profondo silenzio. Poi dal silenzio sembrò uscire una voce, un sussurro, che articolava parole solenni. "L'uomo mortale sarà forse più giusto di Dio? Deve un uomo", ss.)? Dio concesse visite soprannaturali a molti, oltre al popolo eletto: a Labano, quando egli inseguì Giacobbe,Genesi 31:24 ad Abimelec,Genesi 20:6 al faraone del tempo di Giuseppe,Genesi 41:1-7 al suo capo coppiere,Genesi 40:9-11 e al suo capo panettiere,Genesi 40:16,17 a Balaam figlio di,Numeri 22:12,20 23:5-10,16-24 24:3-9,15-24 a Nabucodonosor,Daniele 2:28-35; 4:1-32);

e altri. Il metodo e il modo di queste visite sollevano una moltitudine di domande alle quali è impossibile rispondere, ma sono una prova convincente per tutti coloro che credono che la Scrittura sia vera, che le comunicazioni possono passare tra il mondo spirituale e quello materiale di carattere strano e misterioso. La comunicazione a Elifaz può essere stata una semplice visione, impressa nella sua mente nel sonno, o può essere stata effettivamente portata a lui da un messaggero spirituale, che poteva vedere vagamente, e la cui voce aveva il privilegio di udire. La moderna pseudo-scienza dichiara che tale vedere e sentire è impossibile. Ma i poeti sono spesso più lungimiranti degli scienziati, e Shakespeare pronuncia una verità pregnante quando dice: "Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogniate nella tua filosofia"

Ora una cosa mi è stata portata segretamente; piuttosto, una parola (o un messaggio) mi è stato portato di nascosto. E il mio orecchio ne ricevette un po'; piuttosto, un sussurro di esso (vedi la Revised Version, e comp.Giobbe 26:14), e la Vulgata, che dà susurrus). Come la forma della visione non era distinta agli occhi di Elifaz (Versetto 16), così nemmeno le parole che furono pronunciate erano distinte ai suoi orecchi. Egli si crede però in grado di darne il senso (vedi versetti 17-21)

Versetti 12-21. - Elifaz aGiobbe:2) . Un messaggio dal mondo degli spiriti

IO IL VEGGENTE DEVOTO

1. Riposa sul suo divano. Un poeta moderno (Robert Buchanan, 'Book of Orm.,' 1.), raffigurando come "in principio, prima che il tempo crescesse", il bellissimo Creatore di tutte le cose si avvolse intorno al suo volto, che da allora è sempre stato invisibile all'occhio mortale, il meraviglioso velo del firmamento, rappresenta quel volto come più premuto durante il giorno, quando il cielo è più limpido, aggiungendo che al calar della notte, quando le tenebre si fanno più fitte e le stelle nuotano fuori, e il vento della sera comincia a soffiare come il soffio di Dio, quel velo viene steso all'indietro. Tuttavia, è più in accordo con l'esperienza universale che il mondo invisibile sembra essere il più vicino possibile all'anima umana quando guarda in basso attraverso "le pieghe luminose del meraviglioso velo incise dalle stelle". Che la luce del giorno sgargiante abbia la tendenza, chiudendo l'uomo nel suo piccolo mondo, a escludere dalla sua apprensione le infinitudini superiori, non è più certo di quanto non lo sia che lo spirito finito diventi più rapidamente cosciente del soprannaturale in mezzo all'oscurità e al silenzio della notte, di quando a questi sono succeduti lo splendore e il tumulto del giorno

2. Avvolgiti nella meditazione. Se il giorno è la stagione del lavoro, senza dubbio la notte è il momento più congeniale per l'esercizio del pensiero, specialmente per affrontare i grandi problemi della religione. Come Davide meditava su Dio nelle veglie notturne,Salmi 63:6 e Asaf comunicava con il suo cuore durante la notte, il suo spirito sveglio faceva diligente ricerca in quei misteri minacciosi che opprimevano le sue ore di veglia,Salmi 77:6 e come un Più grande di entrambi trascorreva notti intere tra i monti della Galilea in preghiera a Dio,Luca 6:12 così Elifaz ebbe "pensieri dalle visioni della notte"

3. Elevato all'estasi. Disimpegnato dalle attività e dai disturbi dell'esistenza da sveglio, e calmato dalle influenze calmanti della notte, il profeta meditativo cadde in un sonno profondo, non semplicemente un sonno così profondo da immergere i sensi nell'oblio di tutte le cose esteriori, ma un riposo soprannaturale come quello in cui Adamo fu gettato prima della creazione di Eva,Genesi 2:21 e Abraamo alla stipula del patto.Genesi 15:12 e Daniele sulle rive dell'Ulai,Daniele 8:18 in cui, mentre per il tempo lo spirito umano è separato dalla sua vita fisicamente condizionata, è tuttavia nelle profondità più intime del suo essere in possesso di un'esistenza cosciente, un modo di essere forse altrettanto vicino a quello che sarà lo stato disincarnato dell'uomo quanto qualsiasi cosa possiamo pensare

4. Visitato da rivelazioni. Il sonno profondo appena descritto era quello in cui i profeti e gli altri si trovavano a est quando stavano per ricevere le comunicazioni Divine.

cfr Abramo, - Genesi 15:12); Daniele, (Daniele 2:19 - ; Pietro, - Atti 10:10 - ; Paolo, - 2Corinzi 12:2,3 Elifaz l'estasiato fu onorato da una visita dal mondo invisibile dei fantasmi

II LO SPETTRO INFORME

1. La premonizione della sua venuta. "Tremò e tremò" (Versetto 14). Anche gli uomini buoni non sono sempre in grado di contemplare il soprannaturale con padronanza di sé.

Confronta - Matteo 14:26; Luca 24:37 Che l'uomo mostri un orrore per i visitatori provenienti dal mondo degli spiriti è una prova malinconica della sua caduta, l'innocenza non sarebbe scomposta dal sapere che "milioni di spiriti camminano su quest'aria, sia quando ci svegliamo che quando dormiamo" (Milton). Ma l'uomo peccatore, non essendo in armonia con lo Spirito Supremo e con l'intero cerchio della creazione, sente universalmente paura del mondo invisibile da cui è circondato (cfr Macbeth, atto 3, sc. 4)

2. Il modo in cui è venuto. Scivolando improvvisamente fuori dall'oscurità in cui giaceva il veggente estasiato, svolazzando dolcemente e silenziosamente nell'atmosfera immobile e soprannaturale di cui era piena la camera, muovendosi costantemente verso l'alto fino a quando giunse in piena vista dell'occhio aperto del sognatore, si fermò! Il dormiente vedeva ed era perfettamente consapevole della sua presenza, poteva discernere che c'era un'immagine, un'apparenza nebulosa e oscura, ma si sentiva del tutto incapace di analizzarne le fattezze. Eppure non c'è motivo di supporre che, come la spada di Macbeth, questo spettro informe fosse "una falsa creazione, proveniente dal cervello oppresso dal calore" (Macbeth, atto 2, sc. 1). I Sadducei negavano l'esistenza degli spiriti;Atti 23:8 ma il linguaggio di CristoLuca 24:39 implica che si sbagliavano, anche se, naturalmente, non sancisce né l'antica credenza superstiziosa nelle storie di fantasmi né la moderna illusione di rapinare gli spiriti

3. L'effetto della sua venuta. Il terrore dell'attesa provato da Elifaz approfondì un orrore senza nome, in cui "i peli della sua carne si rizzavano" (Versetto 15), "come aculei sul porcospino irritabile" ('Amleto', atto 1. sc. 5), o piuttosto come chiodi o punte su un muro, ogni singola setola si irrigidiva in un isolamento freddo e agghiacciante

4. L' accompagnamento della sua venuta. Una voce dolce e sommessa gli giunse all'orecchio, come un sussurro morto e furtivo.

confronta - 1Re 19:12

III LA VOCE OSCURA

1. Una chiara dimostrazione della peccaminosità dell'uomo

(1) Una domanda propone: "L'uomo mortale sarà forse più giusto di Dio? Sarà forse l'uomo più puro del suo Creatore?" (versetto 17). Una grande domanda, che, letta così com'è (Calvin, Davidson, Cox, ss.), può essere descritta come

a) ricercando, scendendo nei fondamenti dell'essere umano, indagando sulle idee che possiede di eccellenza morale e integrità spirituale, nonché sulle misure e sui gradi in cui tali idee sono state realizzate nella sua esistenza personale;

(b) elevare, elevare l'uomo alle serene altezze dell'assoluta purezza in cui Dio dimora, e farlo scendere con l'offuscato splendore della sua imperfetta bontà accanto alla chiara luce bianca dell'ineffabile rettitudine di Dio;

(c) discriminando, senza confondere le due cose, la giustizia dell'uomo e quella di Dio, come se fossero la stessa cosa, né confondendo l'una con l'altra, come se quasi rivaleggiassero l'una con l'altra nel loro splendore, ma distinguendosi l'una dall'altra come essenzialmente diverse e separate, essendo la giustizia e la santità di Dio inerenti, perfette, eterne, mentre quella dell'uomo è derivata, immaturo, capace di aumentare e diminuire, mutevole e soggetto a decadimento; e

(d) sfidare, esigere dall'uomo peccatore se oserebbe esaltarsi, rispetto alla giustizia e alla purezza, al di sopra del supremo Dio, il suo Creatore? Formalmente, forse, nessuno sarebbe colpevole dell'incommensurabile presunzione implicita nell'affermare di essere all'altezza di questo; eppure praticamente sempre), il peccatore pretende di avere idee di integrità morale e spirituale più rigorose di Dio, quando mette in discussione l'equità dei rapporti divini con se stesso, o la giustezza della sentenza divina di condanna contro di lui

(2) Una premessa affermava: "Ecco, egli non ripone alcuna fiducia nei suoi servitori, e accusa i suoi angeli di stoltezza [o, 'imputa loro torto']" (Versetto 18). L'empia supposizione che la creatura possa superare il Creatore in purezza morale, il fantasma la elimina rapidamente mostrando che la prima non può assolutamente eguagliare la seconda, e lo fa stabilendo l'inferiorità morale rispetto a Dio anche delle intelligenze più elevate, gli angeli non caduti che lo servono giorno e notte nel suo tempio celeste. Anche loro, esseri di elevata dignità e di radiosa bontà, quando vengono allevati accanto alla luce inaccessibile e piena di gloria del carattere divino, sembrano avere il loro splendore offuscato. Da qui il passo successivo è inevitabile

(3) Fatta una deduzione: "Quanto meno in quelli che abitano in case di creta!" (versetto 19). Se l'uomo è inferiore agli angeli, allora molto più è inferiore a Dio; E l'inferiorità dell'uomo rispetto agli angeli, lo spirito lo dimostra successivamente

2. Una rappresentazione toccante della fragilità umana. In contrasto con la razza angelica, l'uomo è raffigurato come una creatura

(1) la cui origine è meschina, essendo caratterizzato come un abitante di una casa di argilla, le cui fondamenta sono nella polvere (Versetto 19), l'allusione è alla sua struttura corporea, che, essendo composta di elementi materiali, proclama incontestabilmente la sua inferiorità;

(2) la cui durata è breve, essendo lui un effemeride che è "schiacciato davanti alla tignola" (Versetto 19) e "distrutto dalla mattina alla sera" (Versetto 20), cioè nel corso di un solo giorno;

(3) la cui importanza è piccola, essendo egli considerato con tale disprezzo, non solo dagli ordini superiori di intelligenza, ma dai membri della sua stessa razza, che gli è permesso di morire inascoltato, "di perire per sempre senza che nessuno lo consideri" (Versetto 20);

(4) la cui gloria è evanescente, qualunque grandezza o eccellenza l'uomo possa raggiungere sulla terra passando con lui quando muore: "Non se ne va forse la loro eccellenza che è in loro?" (ver 21); e

(5) Il cui fallimento è evidente, l'uomo muore comunemente come è nato, "senza sapienza", cioè senza aver raggiunto più dell'alfabeto della conoscenza. Eppure, per quanto questa immagine dell'uomo sia commovente, è vera solo a metà. Essa mostra solo un aspetto della natura e della condizione dell'uomo. Se abita in una casa di argilla, l'uomo è ancora di origine divina, essendo il soffio dello Spirito di Dio, e un immortale la cui esistenza non si conterà in anni, e di tale importanza nell'universo che Dio si separò da suo Figlio per effettuare la sua redenzione, e la cui vera gloriaIsaia 60:19 non svanirà mai, e il cui raggiungimento finale della saggezza sarà reso valido in un mondo più luminoso e migliore

Imparare:

1. Che il cielo non è mai lontano dai pii

2. Che coloro che pensano di più a Dio ottengano la maggior parte delle comunicazioni da Dio

3. Affinché anche gli uomini buoni rimangano a lungo, per paura della morte e del mondo invisibile, soggetti alla schiavitù

4. Che le voci divine raramente parlano nelle tempeste e negli uragani, ma per lo più con voci calme e sommesse

5. Che Dio, essendo più alto del più alto, dovrebbe essere considerato da tutte le sue creature con riverenza e timore

6. Quell'uomo, anche nel suo stato migliore, è del tutto vanità

7. Che, a giudizio del Cielo, nessuna vita ha successo se termina senza aver raggiunto la saggezza

versetto 12-5:7.- L'oracolo in un sogno della notte

Qui abbiamo la narrazione di una di quelle rivelazioni nelle visioni notturne, attraverso le quali l'uomo imparò così frequentemente nei tempi antichi a conoscere la volontà dell'Eterno. Ogni riga della descrizione è significativa e impressionante

I LE ASSOCIAZIONI DELLA NOTTE

1. È la stagione della solitudine. Di giorno abbiamo molti a farci compagnia, a incoraggiarci, può essere, con pensieri falsi o oziosi, o a distoglierci da quelli seri. Ora finalmente siamo soli, e dobbiamo stare faccia a faccia con noi stessi, con la verità, con Dio

2. È la stagione del silenzio. Non c'è rumore, non c'è confusione, soffocano le voci calme e sommesse che altrimenti potrebbero essere udite

3. È il tempo delle tenebre. L'occhio non è più pieno di visioni che distolgono la fantasia e distorcono la fissità della direzione della mente. Pascal dice che la ragione per cui gli uomini praticano sport all'aperto e altri divertimenti con tanto entusiasmo è che possono fuggire da se stessi, che è una notte che nessuno può sopportare. Ma l'oscurità, gettando un velo sul luminoso mondo esterno, rigetta l'uomo su se stesso, lo costringe nella camera interiore della coscienza. Beati coloro che hanno imparato a impiegare le ore di veglia in comunione con se stessi e in comunione con Dio, e che scoprono che "le visioni notturne fanno amicizia, mentre i sogni da svegli sono fatali"

II LA QUIETE DELLA VOCE DI DIO. Questo è un pensiero reso molto evidente nella descrizione, come nella rivelazione a Elia sull'Oreb: la calma e la dolcezza della voce dell'Invisibile e del Divino. Elifaz dice che la parola "furtiva" su di lui, e fu un "suono gentile" che il suo orecchio ricevette (versetto 12). Era una "voce sussurrante" (versetto 16), come il susurrus, o fruscio delle foglie di un albero nell'aria tranquilla della notte. Per tutti coloro che ascoltano volentieri, la voce del grande Padre degli spiriti è calma, tranquilla, gentile, anche se forte e terribile. Solo all'orecchio ostinato e al cuore ostinato alla fine risuona di tuono e minaccia

III L'EFFETTO DELLA VOCE DI DIO SUL CUORE UMANO. (versetto 14) Non può essere ascoltato senza timore reverenziale e senza terrore. Un tono di quella voce che vibra in tutta la coscienza risveglia istantaneamente tutto il senso della nostra debolezza, della nostra ignoranza e del nostro peccato. E qui abbiamo tutti i sintomi fisici fedelmente descritti che testimoniano l'agitazione dell'anima in presenza dell'Invisibile. C'è un tremito e un fremito di tutto il corpo in ogni arto. I capelli si rizzano. Una filosofia materialista, che nega o ignora la relazione dell'uomo con l'Invisibile, non può mai spiegare questi fenomeni. Sono testimoni involontari della realtà di quel potere che ci assale dietro e davanti, che è "più vicino a noi del nostro respiro, più vicino delle mani e dei piedi", da cui non possiamo fuggire

IV L'APPARIZIONE. (Versetti 15, 16) È bene notare in quali tocchi vaghi e terribili si accenna la presenza del Divino. Uno spirito passa davanti a chi dorme, si ferma, ma la sua forma, le sue fattezze, non possono essere percepite esattamente. C'è un'analoga vaghezza nella visione di Mosè e in quella di Isaia nel tempio. Poiché nessun uomo può guardare il volto di Dio, nessun uomo può ricevere nient'altro che la più fioca e debole impressione di quella forma inesprimibile. Queste descrizioni ci danno lezioni come insegnanti pubblici. Essi ci ricordano che un tono di riservatezza, una semplicità di descrizione, che non oltrepassa i limiti reverenziali della Scrittura, la suggestione di un vasto fondo di mistero, dovrebbero accompagnare tutto ciò che ci avventuriamo a dire agli uomini riguardo a Dio

V L'ORACOLO. (Versetti 17-21) È un solenne rimprovero a quello spirito che Elifaz pensava di scorgere nel suo amico: la presunzione di innocenza e giustizia alla presenza di Dio. "Poiché non c'è sulla terra un uomo giusto che faccia il bene e non pecchi".Ecclesiaste 7:20 Il suo contenuto può essere riassunto nelle parole del salmo,Salmi 143:2 "Ai tuoi occhi nessun vivente sarà giustificato." Il suo significato è riecheggiato in parole come queste: "Giusto, o Dio, sei tu nei tuoi giudizi";Geremia 12:1 "Sia Dio verace, e ogni uomo bugiardo, come sta scritto: Affinché tu possa essere giustificato nelle tue parole, e possa vincere quando sei giudicato"Romani 3:4 Non c'è privilegio di domanda, di critica, di biasimo o di lamentela' quando l'uomo si avvicina alle opere di Dio. La sua parte è capire e sottomettersi. Il diritto di critica implica una certa uguaglianza di conoscenza; ma come può sussistere questo tra la creatura e il Creatore? "Chi sei tu che rispondi contro Dio? La cosa formata dirà a colui che l'ha formata: Perché mi hai fatto così?".Romani 9:20 Le critiche vengono messe a tacere in presenza di una superiorità schiacciante. Ci sono alcune grandi opere anche dell'arte umana davanti alle quali la lingua del cavillo e della ricerca di difetti è messa a tacere. Chi osa giudicare le sculture di un Fidia, o i dipinti di un Raffaello, o le poesie di uno Shakespeare? L'ammirazione, lo studio, hanno qui da solo il posto. Almeno, in queste mere opere umane, si presume sempre che il padrone abbia ragione e che il critico sia uno sciocco. Quanto più deve essere così nella relazione tra la creatura ignorante e il Creatore onnisciente? Ma nell'oracolo, questa grande verità è sostenuta, non da un confronto tra l'uomo ignorante e i grandi geni, ma da un confronto tra gli uomini e gli angeli. Essi sono i servitori immediati dell'Altissimo; Essi sono più vicini a lui dell'uomo. Eppure sono imperfetti, indegni della piena fiducia del loro Divino Signore, soggetti a errori e sbagli. Quanto più lo è l'uomo, che è cosciente del peccato come non lo è, del peccato che disturba il suo giudizio, che offusca le sue percezioni! Ancora, gli angeli godono di una vita sempre vigorosa e giovane, che non conosce né decadenza né morte! Ma l'uomo abita una casa d'argilla, un tabernacolo terreno; Indossa una "veste fangosa di decomposizione" e vive su "questo oscuro punto della terra". È una creatura effimera, che vive dall'alba al tramonto; facilmente schiacciato come una falena; vivere in una densa ignoranza, in mezzo alla quale la morte lo sorprende improvvisamente. Questo, è vero, non è l'unico aspetto della vita umana. Tutto è confronto. Se si contrappone la natura spirituale dell'uomo alla brevità della sua vita e alla debolezza delle sue forze, al confronto essa si eleva in grandezza. Ma se il suo semplice intelletto viene messo in contrasto con l'Intelligenza Infinita, allora deve necessariamente sprofondare nell'insignificanza. Un vero confronto ci insegnerà la fede e la speranza, o l'umiltà; ed entrambe le lezioni derivano dalla visione più ravvicinata della conoscenza pro-fondatrice della grandezza di Dio

VI DEDUZIONI DALL'ORACOLO

1. L'ozio delle lamentele contro Dio... - Giobbe 5:1 Poiché gli stessi angeli, se Giobbe si rivolgesse a uno di loro, nella coscienza della loro relazione con il Supremo, non adotterebbero alcuna lamentela del genere

2. Tale spirito lamentoso è il segno di una follia fatale. (Versetti 2, 3) È un peccato che, se indulgente, ucciderà il peccatore. E qui segue un'altra potente immagine della terribile fatalità che accompagna lo sciocco, colui che nel pensiero e nella vita alimenterebbe una lite con il Cielo. Per un po' di tempo potrà sembrare prospero e saldamente radicato, ma la rovina cadrà su di lui e sulla sua casa. "Conoscevo un caso del genere", dice Eliphaz, con enfasi. "Non accecato dall'abbagliamento esteriore del suo futuro, io, in orrore del suo carattere, predissi la sua caduta; Ed è avvenuto. I suoi figli, sentendo tutto il peso della colpa di un padre, sono messi da parte e non possono ottenere giustizia dalle mani dei loro simili (versetto 4). Coloro che il padre aveva oppresso si impadroniscono, come nella fame e nella sete della "giustizia selvaggia" della vendetta, sulla proprietà dei figli; Devastano e spogliano, e strappano il raccolto vanamente custodito anche di fra le spine" (versetto 5)

LEZIONE CONCLUSIVA. C'è una causa per ogni sofferenza umana, e questa causa non è esterna, ma interna (versetti 6, 7). Non esterno. Non casualmente. Non come l'erbaccia che spunta dalla terra e che può essere sradicata a volontà. Ma interno. La causa delle sofferenze dell'uomo è profondamente radicata nella sua natura. È nato per soffrire. Egli è nativo del territorio del dolore. Certo di questo come di qualsiasi legge fisica, come che le scintille dovrebbero volare verso l'alto e che le pietre dovrebbero cadere. Vani, dunque, questi mormorii contro il corso e la costituzione delle cose. Qualunque cosa sia, è la cosa migliore. Se il dolore è una parte importante del nostro destino, la rassegnazione è la nostra saggezza e il nostro dovere. E colui che ha imparato a inchinarsi con calma davanti all'inevitabile e a sottomettersi alla legge, è pronto ad ascoltare quelle dolci consolazioni che Elifaz procede a dispiegare dalla natura di colui la cui volontà è di benedire, non di maledire; che segue, per mezzo stesso del dolore e della tristezza, gli eterni consigli dell'amore

Versetti 12-21. - La condanna dell'uomo in presenza della santità divina

Con una figura di grande audacia e grandezza, Elifaz esorta le sue parole su Giobbe. Egli sta cercando di illustrare il grande principio delle giuste punizioni del governo divino. Nelle visioni notturne apparve uno spirito che passava davanti al suo volto, e nel silenzio di tomba udì una voce che diceva: "L'uomo mortale sarà forse più giusto di Dio? Sarà forse l'uomo più puro del suo Creatore?" Non può essere. E la visione di Elifaz trova il suo compimento nello stesso Giobbe, che alla fine si prostra, a terra, in una vergogna e in una condanna che si autoumilia

TUTTI GLI UOMINI DEVONO NECESSARIAMENTE ESSERE AUTOCONDANNATI IN PRESENZA DELLA SANTITÀ DIVINA. Ahimé! siamo tutti peccatori; Le nostre migliori azioni sono difettose, e l'elemento della peccaminosità si mescola con tutte le nostre azioni con la stessa verità con cui l'elemento dell'imperfezione. Non possiamo stare in presenza di Colui che è assolutamente perfetto. Anche la più rozza vanità deve essere inorridita e umiliata ai suoi occhi

II LA CONTEMPLAZIONE DELLA SANTITÀ DIVINA, UN SALUTARE ASSEGNO AL VANTO SICURO DI SÉ. In assenza di un vero ed elevato standard di diritto, gli uomini si vantano della loro bontà. Misurandosi da soli, e confrontandosi tra loro, sono portati all'orgogliosa assunzione di una giustizia immaginaria. Gli standard sono difettosi; Anche quelli difettosi, quindi, li raggiungono. È saggio colui che può dire: "Ma ora il mio occhio ti vede, perciò mi aborro e mi pento nella polvere e nella cenere"

III LA CONTEMPLAZIONE DELLA SANTITÀ DIVINA STIMOLO AL TIMORE UMILE, UMILE E RELIGIOSO. Questa paura è l'inizio della saggezza; e le più alte conquiste della saggezza non si allontanano da questa paura. È l'inizio e il compimento della santa saggezza

GLI ESSERI PIÙ PURI ED ECCELSI SONO UMILIATI DALLA PRESENZA DIVINA. "Ha accusato i suoi angeli di stoltezza". Quanto più, dunque, i figli della polvere, "quelli che abitano nelle case di creta"!

Versetti 12-16. - Un'apparizione

Il visionario ora racconta l'emozionante storia della sua visione. Pensa che inordirà Giobbe con un messaggio da parte di uno che non era un uomo mortale. Tutti i dettagli e le circostanze della visione sono narrati graficamente, affinché l'orrore di essa possa aumentare il peso della sua autorità

I LA REALTÀ DELL'APPARIZIONE. Ci sono tutte le ragioni per credere che Elifaz abbia parlato in buona fede. Egli non appare davanti a noi come un ingannatore, anche se è certamente capace di commettere un grande errore. Perciò non si può dubitare che egli abbia narrato la sua autentica esperienza. Ma allora potremmo naturalmente chiederci: cosa è accaduto veramente?

1. Forse un'illusione soggettiva. L'apparizione potrebbe essere stata solo una creatura dell'eccitata immaginazione del visionario. "Vedere" non dovrebbe essere sempre "credere". Non siamo giustificati a fidarci sempre dei nostri sensi. Un cervello malato o semplicemente disordinato svilupperà visioni. Forse, senza squilibrio, l'esaltazione stessa del cervello può aiutarlo a creare fantasmi

2. Forse una vera manifestazione spirituale. Non è scientifico negare la possibilità di una cosa del genere. La scienza sta prendendo coscienza delle infinite varietà dell'esistenza e delle illimitate potenzialità della natura. Non possiamo dire che non ci siano spiriti all'infuori del nostro, né possiamo dire che nessun altro spirito si manifesti mai agli uomini. Può non esserci presenza esterna, materiale; il contatto spirituale può essere interno, e la visione può essere espulsa da esso attraverso il cervello del veggente; Eppure ci può essere qualcosa in contatto con l'anima, una vera presenza spirituale

II LE CIRCOSTANZE DELL'APPARIZIONE

1. In solitudine. La cosa fu "segretamente portata" a Elifaz. Qualcuno potrebbe dire che, poiché non c'erano spettatori per verificare l'accuratezza della sua visione, l'intera scena era un'illusione. Ma d'altra parte, la solitudine sarebbe la più adatta per una rivelazione dell'altro mondo. La pressione delle cose terrene esclude il pensiero stesso dell'invisibile

2. Nella notte. Anche in questo caso, l'oscurità dell'ambiente materiale potrebbe dare l'opportunità all'apparizione dell'immateriale

3. In meditazione. "Nei pensieri delle visioni della notte". Questo dimostra che Elifaz era in grado di ricevere impressioni spirituali. Gli straordinari scritti di Lawrance Oliphant indicano che un qualche tipo di esperienza peculiare viene raggiunta da coloro che pensano di essere nella preparazione necessaria per essa. Questo può solo portare al pantano dello "spiritismo". Ma è troppo per uno scetticismo "filisteo" dire che non ci sono mai state buone influenze in questo modo

III L'EFFETTO DELL'APPARIZIONE

1. Una scossa di terrore. Eliphaz descrive nel modo più vivido l'orrore della sua esperienza. La figura era vaga, informe, senza nome, impersonale e descritta dal visionario come "Esso". Sentì qualcosa che gli passava accanto, le membra gli tremavano sotto i piedi, i capelli gli si rizzavano! Gli uomini temono il soprannaturale. Alcuni attribuiscono questo timore alla colpa della coscienza; ma lo strano, l'ignoto, l'innaturale, suggeriscono spaventose possibilità di pericolo. È più felice vivere al sole con bambini e fiori che nell'oscurità con i fantasmi. La ricerca dello "spiritismo", anche se non segue un'illusione, comporta un fascino malsano e malinconico

2. Una voce di verità. "Esso" diede a Eliphaz un messaggio. Dio ha rivelato la verità in sogno e in visione. Il messaggio dell'apparizione era grande e importante. Eppure quel messaggio non era nuovo; ed era soggetto a un'errata applicazione da parte di Elifaz. Saremmo molto stolti se abbandonassimo Cristo e le Scritture per le voci degli spiriti, che ora generalmente sembrano dire sciocchezze in una cattiva grammatica. È stolto sottomettere la coscienza e la ragione a qualsiasi visione non autenticata. - W.F.A

13 Nei pensieri delle visioni notturne; letteralmente, nelle perplessità delle visioni notturne; cioè "in quel tempo sconcertante in cui -- come, non sanno -- le visioni giungono agli uomini". La parola tradotta "pensieri" ricorre solo qui e inGiobbe 20:2). Quando il sonno profondo scende sugli uomini. Sembra che si intenda qualcosa di più del sonno ordinario, qualcosa di più vicino a ciò che chiamiamo "trance".

comp. - Genesi 2:21; 15:12; 1Samuele 26:12 - , dove è usata la stessa parola #Giobbe 4:14

La paura mi assalì e tremò; confronta l'"orrore delle grandi tenebre" che cadde su Abramo.Genesi 15:12 La nostra natura rifugge dal contatto diretto con il mondo spirituale, e il nostro corpo terreno rabbrividisce alla presenza ultraterrena. Che ha fatto tremare la moltitudine delle mie ossa, o che ha fatto tremare grandemente le mie ossa (così il professor Lee dei LXX, e altri)

15 Poi uno spirito passò davanti al mio volto. È stato sostenuto (Rosenmuller) che si intende "un soffio d'aria" e non "uno spirito"; Ma, in questa facilità, come dobbiamo intendere le espressioni del versetto seguente: "si fermò", "la sua forma", "un'immagine"? Un soffio d'aria, la cui essenza stessa è quella di essere in movimento, non può stare fermo, né ha alcuna "forma", "apparenza" o "immagine". Ammesso che l'ebraico ruakh (jwr) possa significare -- come il greco πνευμα, e il latino spiritus -- sia uno spirito vero e proprio, sia un soffio, un vento, ne consegue che, in ogni luogo in cui si verifica, dobbiamo giudicare dal contesto a cui ci si riferisce. Qui certamente il contesto indica un vero spirito vivente, come quello che Elifaz intendeva. Se uno spirito gli sia realmente apparso è una questione a parte. L'intera faccenda potrebbe essere stata una visione; ma certamente l'impressione che lasciò su Eliphaz fu che avesse avuto una comunicazione dal mondo degli spiriti. I peli della mia carne si rizzarono. Non solo i capelli della sua testa, ma tutti i peli di tutto il suo corpo, si irrigidirono, si irrigidirono e si sollevarono in testa per l'orrore (vedi il commento al versetto 14)

16 Si fermò, ma non riuscii a distinguerne la forma. Il canonico Cook cita, in modo molto appropriato, la rappresentazione di Milton della Morte come una forma spaventosa: "Se la forma potesse essere chiamata quella forma non aveva alcuna distinguibile in membro, giuntura o arto, o la sostanza potrebbe essere chiamata quell'ombra sembrava"

Un'immagine era davanti ai miei occhi; o, in base all'aspetto (LXX, μορφη). Ci fu silenzio; o, a hush: "status aeris nullo motu turbati, et tranquillissimus" (Schulteus). E udii una voce che diceva. Dopo un po' il silenzio fu rotto da una voce, che sussurrò all'orecchio di Elifaz (configurazione Versetto 12)

17 L'uomo mortale sarà forse più giusto di Dio? Si deve supporre che le vie di Dio possano essere giustamente criticate e condannate dall'uomo? Sicuramente no; perché allora l'uomo deve essere più penetrato dallo spirito di giustizia dell'Onnipotente. Se i nostri pensieri non sono come i pensieri di Dio, devono essere i nostri pensieri che sono sbagliati. Sarà forse l'uomo più puro del suo Creatore? Altrettanto impossibile. Solo Dio è assolutamente puro. L'uomo migliore deve essere consapevole di se stesso, come lo era Isaia,Isaia 6:5 dell'impurità

Versetti 17-21. - Un messaggio dall'invisibile

L'apparizione parlò e questo è ciò che "Essa" ha detto. Nessuno può contestare la verità delle parole pronunciate. L'unica domanda è come si sono candidati a Giobbe. Elifaz supponeva che la posizione di Giobbe fosse in tal modo condannata Lasciando da parte questo, tuttavia, possiamo vedere quanto fossero alte, vere e importanti le parole che giunsero nella visione del Temanita

I FATTI OVVI. Si sarebbe potuto pensare che non si volesse alcun fantasma per rendere chiari a tutti fatti evidenti come quelli qui narrati. Quando guardiamo alla visione di Elifaz siamo tentati di sospettare in essa una pomposa pretenziosità. Eppure, sebbene i fatti citati siano ovvi e indiscutibili, non possono essere insistiti in modo abbastanza impressionante o troppo profondamente sentiti. Perciò può essere bene che siano portati davanti a noi avvolti nel timore di un'apparizione. Questi fatti riguardano la piccolezza dell'uomo rispetto alla grandezza di Dio. Alla fine del poema Dio stesso appare e li riporta a casa da Giobbe con una forza che non si trova nella visione di Elifaz, in parte perché i rapporti di Dio con Giobbe stesso sono saggi e giusti, mentre la condotta di Elifaz è irragionevole e ingiusta. Notate tre regioni in cui la piccolezza dell'uomo è contrapposta alla grandezza di Dio

1. Morale. Un uomo può essere più puro o più giusto di un altro. Ma chi può superare Dio? Davanti a lui gli uomini migliori si ritraevano e ammettevano la loro totale indegnità

2. Intellettuale. Alcuni uomini sono più perspicaci e saggi di altri, ma l'altezza delle capacità umane non è altro che follia davanti a Dio

3. Vitale. La vita dell'uomo è fragile e breve. La sua esistenza effimera non è nulla in confronto all'eternità di Dio. Tutte queste verità sono banali; La loro importanza risiede nella loro applicazione

II I LORO GIUSTI EFFETTI. L'errore tremendo che le persone commettono è quello di ammettere i fatti ovvi, e poi di vivere esattamente come se non esistessero. Ma se lo sono, dovrebbero avere grandi effetti sulla condotta. Nota alcuni dei risultati che dovrebbero funzionare in noi

1. Umiltà. Forse non comprendiamo Dio, ma non dovremmo arrischiarci a giudicare Uno così infinitamente più grande di noi. La riverenza è il nostro giusto atteggiamento di fronte ai misteri della Provvidenza

2. Contrizione. Possiamo difenderci tra gli uomini, ma non possiamo farlo alla presenza di Dio. Non solo non possiamo nascondere nulla a Dio -- non dovremmo desiderare di farlo -- ma inoltre, vediamo in Dio un criterio più alto di quello che prevale tra gli uomini, e giudicato in base a quel criterio il santo è un peccatore

3. Pazienza. Dio è infinitamente giusto, sa tutto, non può fallire. Non sappiamo cosa stia facendo, né perché agisca. Ma possiamo aspettare

4. Fiducia. Questo va oltre la pazienza. Abbiamo il diritto di confidare in un Dio così giusto, saggio e forte. La sua grandezza incute terrore nell'animo ribelle; ma quando si è riconciliati con Dio, quella stessa grandezza diventa una possente e invincibile roccia di rifugio

5. Obbedienza. Il nostro dovere è quello di fare di più che sottometterci senza un mormorio, e aspettare pazientemente Dio. Egli è il nostro Maestro, il nostro Re, e il nostro compito è quello di seguire la sua grande autorità. Il peccato è ostinazione, orgoglio, diffidenza, disobbedienza. La vita cristiana è una vita di servizio attivo; è camminare umilmente sulla via che il nostro Dio infinito ci assegna. La sua grandezza impone giustamente un'implicita ubbidienza. - W.F.A

18 Ecco, egli non riponeva alcuna fiducia nei suoi servi; piuttosto, non ripone alcuna fiducia' o non ripone fiducia. I "servi" intesi sono quelli che lo servono direttamente in cielo, i membri dell'esercito angelico, come appare dal parallelismo dell'altra frase del versetto. Anche in loro Dio non si fida implicitamente, poiché sa che sono fragili e fallibili, soggetti a sbagliare, ss.), preservati dal peccato solo dalla sua grazia che li sostiene e li assiste.Giobbe 15:15 - , dove Elifaz esprime la stessa credenza nella sua stessa persona E ai suoi angeli egli accusò di stoltezza; piuttosto, egli accusa. Il significato esatto della parola tradotta "follia" è incerto, poiché la parola non ricorre altrove. La LXX rende con σκολιον τι, "tortuosità"; Ewald, Dillmann e altri, per "errore". L'insegnamento è chiaramente che gli angeli non sono perfetti: la più alta eccellenza angelica è infinitamente inferiore alla perfezione di Dio. Anche gli angeli, perciò, sarebbero giudici incompetenti delle azioni di Dio

19 Quanto meno in coloro che abitano in case di creta! Piuttosto, tagliando altro fango, non ha confidato in coloro che abitano le case di creta! cioè "corpi terreni", corpi fatti con la polvere della terra.Genesi 2:7 - ; allestimento, - Giobbe 33:6 il cui fondamento è nella polvere; cioè", la cui origine fu la polvere della terra", che furono formati da essa e devono ritornare ad essa, secondo le parole diGenesi 3:19): "Polvere sei, e in polvere devi tornare". Che vengono schiacciati prima della falena. Questo è un po' oscuro. Può significare "che sono così fragili che una falena, una mosca o un'altra creatura debole possono distruggerli" o "che vengono schiacciati con la stessa facilità con cui una falena viene schiacciata e distrutta"

20 Vengono distrutti dalla mattina alla sera. I corpi umani subiscono una continua distruzione. Dal momento in cui nasciamo cominciamo a morire. Il decadimento dei poteri è coevo al loro primo esercizio. Il nostro insidioso nemico, la Morte, ci segna come suoi fin dal primo respiro che trasmettiamo. I nostri corpi sono macchine caricate per funzionare per un certo tempo. Nel momento in cui iniziamo a usarli, iniziamo a consumarli. Essi muoiono per sempre. Il risultato finale è che le nostre "case di argilla" periscono, si sbriciolano in polvere, scompaiono e scompaiono nel nulla. Essi "periscono per sempre", dice Elifaz, ripetendo ciò che credeva gli avesse detto lo spirito del versetto 15; Ma non è chiaro se con questo egli intendesse di più che che essi periscano e scompaiano per sempre, per quanto riguarda questa vita e questo mondo. Senza alcun riguardo. Nessuno è sorpreso o ci pensa molto. È la sorte dell'uomo, e la mente di ognuno è preparata per questo

21 Non se ne va forse la loro eccellenza che è in loro! "La loro eccellenza" (μrty) sembrerebbe significare ciò che è più alto in loro: il loro spirito, o anima. Non fa molta differenza se traduciamo, con i Revisori dell'Antico Testamento, "la loro corda della tenda", poiché sarebbe semplicemente una metafora dell'anima, che sostiene il corpo come la corda della tenda fa con la tenda. Ciò che merita un'osservazione speciale è che l'"eccellenza" non perisce; Scompare, se ne va o viene rimosso. Muoiono, anche senza sapienza; letteralmente, non in saggezza; cioè non aver appreso in tutto il corso della loro vita quella vera saggezza che le loro prove di vita erano destinate a insegnare loro

Illustratore biblico:

Giobbe 4

1 CAPITOLO 4

Giobbe 4:1-21

Allora Elifaz il Temanita rispose e disse:

Il primo colloquio:

A questo punto passiamo alla poesia vera e propria. Si apre con tre colloqui tra Giobbe e i suoi amici. Nella forma questi colloqui si assomigliano molto l'un l'altro. Ma mentre sono simili nella forma, nello spirito differiscono ampiamente. Atti all'inizio gli amici si accontentano di accennare ai loro dubbi su Giobbe, al loro sospetto che egli sia caduto in qualche peccato segreto e atroce, in termini generali e ambigui; ma, man mano che la discussione va avanti, sono irritati dall'audacia con cui egli confuta le loro accuse e afferma la sua integrità, e diventano sempre più schietti, aspri e arrabbiati nella denuncia della sua colpa. Con una bella verità sulla natura, il poeta dipinge Giobbe come se passasse attraverso un processo completamente opposto. Agisce per primo, mentre si accontenta di allusioni e "donazioni ambigue", insinuando in termini generali che deve aver peccato, e si prefigge di guadagnarlo alla confessione e al pentimento, è esasperato oltre ogni sopportazione, e sfida la giustizia sia dell'uomo che di Dio; Perché sono queste accuse generali, queste insinuazioni nascoste e indefinite di una qualche "colpa occulta" che, poiché è impossibile affrontarle, più di tutte tormentano e turbano l'anima. Ma mentre, nella loro rabbia crescente, si scambiano accenni ambigui per accuse aperte e definite, con una sottile repulsione naturale, Giobbe diventa ancora più calmo e ragionevole; poiché le spese definite possono essere soddisfatte in modo definitivo; Perché dunque avrebbe dovuto più tormentare e affliggere il suo spirito? Sempre più si allontana dalle grida forti e sciocche dei suoi amici e si rivolge a Dio, anche quando sembra parlare con loro. (Samuel Cox, D.D.)

Il messaggio dei tre amici:

Quando Giobbe aprì bocca e parlò, la loro simpatia fu infranta da un pio orrore. Non avevano mai sentito in tutta la loro vita parole simili. Sembrava dimostrarsi molto peggio di quanto avrebbero potuto immaginare. Avrebbe dovuto essere mite e sottomesso. Qualche difetto ci deve essere stato: cos'era? Avrebbe dovuto confessare il suo peccato, invece di maledire la vita e riflettere su Dio. Il loro silenzioso sospetto, infatti, è la causa principale della sua disperazione; ma questo non lo capiscono. Stupiti, lo sentono; Indignati, accettano la sfida che offre. Uno dopo l'altro i tre uomini ragionano con Giobbe, quasi dallo stesso punto di vista, suggerendo prima e poi insistendo che egli riconosca la colpa e si umili sotto la mano di un Dio giusto e santo. Ora, ecco il motivo della lunga controversia che è l'argomento principale della poesia. E, nel tracciarlo, dobbiamo vedere Giobbe, sebbene tormentato dal dolore e sconvolto dal dolore - tristemente svantaggiato, perché sembra essere un esempio vivente della verità delle loro idee - che si alza per difendere la sua integrità e lottare per quella come l'unica presa che ha su Dio. Avanzata dopo avanzata viene fatta dai tre, che diventano gradualmente più dogmatici man mano che la controversia procede. Una difesa dopo l'altra è fatta da Giobbe, che è spinto a pensare di essere interpellato non solo dai suoi amici, ma talvolta anche da Dio stesso attraverso di loro. Elifaz, Bildad e Zofar sono d'accordo nell'opinione che Giobbe abbia fatto del male e stia soffrendo per questo. Il linguaggio che usano e gli argomenti che portano avanti sono molto simili. Eppure si troverà una differenza nel loro modo di parlare, e una differenza di carattere vagamente suggerita. Elifaz ci dà un'impressione dell'età e dell'autorità. Quando Giobbe ha terminato la sua denuncia, Elifaz lo guarda con uno sguardo turbato e offeso. «Che pena!» sembra dire; ma anche: "Che spavento, che inspiegabilità!" Desidera conquistare Giobbe a una giusta visione delle cose con un consiglio benevolo; ma parla pomposamente e predica troppo dall'alto banco morale. Bildad, ancora una volta, è una persona secca e composta. Egli è meno l'uomo dell'esperienza che della tradizione. Non parla di scoperte fatte nel corso della sua osservazione; ma egli ha conservato le parole dei saggi e ha riflettuto su di esse. Quando una cosa viene detta con intelligenza, egli è soddisfatto, e non riesce a capire perché le sue affermazioni impressionanti non riescano a convincere e a convertire. È un gentiluomo, come Elifaz, e usa cortesia. Agisce per primo: si astiene dal ferire i sentimenti di Giobbe. Eppure, dietro la sua cortesia c'è il senso di una saggezza superiore, e di saggezza dei secoli e della sua. È certamente un uomo più duro di Elifaz. Infine, Zofar è un uomo schietto con uno stile decisamente ruvido e dittatoriale. È impaziente dello spreco di parole su una questione così semplice, e si vanta di arrivare al punto. È lui che si azzarda a dire in modo definitivo: "Sappi dunque che Dio esige da te meno di quanto meriti la tua iniquità", un discorso crudele da qualsiasi punto di vista. Non è così eloquente come Elifaz, non ha l'aria di un profeta. Rispetto a Bildad, è meno polemico. Con tutta la sua simpatia - e anche lui è un amico - mostra un'esasperazione che giustifica con il suo zelo per l'onore di Dio. Le differenze sono delicate, ma reali, ed evidenti anche alla nostra critica tardiva. Ai tempi dell'autore i personaggi sembrerebbero probabilmente più distintamente contrastati di quanto appaiano a noi. Tuttavia, bisogna ammetterlo, ognuno detiene praticamente la stessa posizione. Una scuola di pensiero prevalente è rappresentata, e in ogni figura attaccata. Non è difficile immaginare tre parlanti molto diversi tra loro. Si ode il respiro dello stesso dogmatismo nelle tre voci. La drammatizzazione è vaga, per niente del nostro tipo acuto e moderno, come quella di Ibsen, gettando ogni figura in vivido contrasto con l'altra. (Robert A. Watson, D.D.)

Elifaz come religioso naturale:

Vedi un tale che stima il carattere dell'uomo

(I.) Considerava il fatto che un uomo soffrisse come prova della sua malvagità. È vero che il principio della retribuzione è all'opera tra gli uomini di questo mondo. È anche vero che questo principio è manifesto nella maggior parte dei giudizi di segnalazione. Ma la punizione qui, anche se spesso manifesta, non è invariabile e adeguata; I malvagi non sono sempre resi infelici, né i buoni sono sempre resi felici in questa vita. Giudicare il carattere di un uomo dalle sue circostanze esterne è un errore molto flagrante

1.) La sofferenza non è necessariamente connessa (direttamente) con il peccato

2.) La sofferenza sembra quasi necessaria alla creatura umana in questo mondo

3.) La sofferenza, di fatto, ha un'influenza sanitaria sul carattere del bene

(II.) Considerava il mormorio di un uomo sofferente come una prova della sua malvagità. Giobbe aveva pronunciato terribili lamentele. Elifaz aveva ragione: uno spirito mormorante è essenzialmente un male. In questo spirito di lamentela Elifaz scopre due cose. Ipocrisia. Ignoranza di Dio. Poi svela una visione che ha avuto, che suggerisce tre cose

1.) Che l'uomo ha la capacità di avere rapporti con un mondo spirituale

2.) Il carattere di quell'uomo lo pone in una posizione umiliante nel mondo degli spiriti

3.) Che lo stato terreno dell'uomo è solo una separazione temporanea da un'esistenza cosciente nel mondo degli spiriti. (Omilestico.)

L'errore di Elifaz:

Evitiamo l'errore di Elifaz, il Temanita, il quale, nel rimproverare Giobbe, sosteneva che lo statuto di contraccambio è applicato in tutti i casi, rigorosamente ed esattamente, che il mondo è governato secondo il principio della ricompensa minuta, che il peccato è sempre seguito dal suo equivalente della sofferenza in questa vita presente. Non è così. Alla regola della compensazione dobbiamo ammettere un gran numero di eccezioni. La punizione non sempre segue direttamente la scia del peccato. Spesso viene ritardato, può essere rimandato di anni, può forse non essere mai inflitto in questo mondo. E nel frattempo i malvagi fioriscono. Siedono in posti d'onore e di autorità. Come è detto: "Le tende dei ladroni prosperano, e coloro che provocano Dio sono al sicuro. Non sono nei guai come gli altri uomini. Crescono in ricchezze e i loro occhi risaltano per la grassezza. Sì, ho visto l'empio in grande potenza, e distendersi come un verde alloro". "Perché prospera la via degli empi?"

1.) Non è perché Dio non è osservante. Ah, no. "Le iniquità degli empi non sono nascoste ai miei occhi", dice il Signore. Egli vede le nostre vie, pondera i nostri passi, ha lasciato un'impronta sui talloni dei nostri piedi

2.) Né è a causa di alcuna indifferenza da parte di Dio. Vedendo il nostro peccato, Egli lo aborrisce; altrimenti non sarebbe Dio

3.) Né è per mancanza di potere. I segni della marea del diluvio, che rimangono evidenti sulle rocce fino ad oggi, attestano ciò che un Dio adirato può fare. Perché allora il peccatore è risparmiato? E perché la giusta punizione della sua colpa non è imposta su di noi qui e ora? Perché il Signore è misericordioso. Spazzate tutti i cieli della filosofia per una ragione e non ne troverete altro che questo: il Signore è misericordioso. «Com'è vero ch'io vivo», dice il Signore, «non provo piacere nella morte degli empi». Alcune deduzioni pratiche...

1.) Il fatto che un peccatore sia afflitto qui non lo esenterà d'ora in poi dalla giusta punizione della sua cattiva azione. A volte diciamo di un uomo, quando le onde più oscure della vita si stanno avventando su di lui: "Sta avendo la sua punizione ora". Ma questo non può essere

2.) Il fatto che un peccatore non soffra qui non è una prova che egli andrà sempre impunito. Se la sentenza viene sospesa per un certo tempo, è solo per un certo tempo, e per una fine definitiva. L'emblema romano della Giustizia era un uomo anziano, con una spada a doppio taglio, che zoppicava lentamente ma inesorabilmente verso il suo lavoro

3.) Il fatto che i malvagi siano a volte lasciati impuniti qui, è la prova conclusiva di un ultimo giorno di resa dei conti. Perché la contraccambio è imperfetta. Ahimè, per la giustizia, se la sua amministrazione deve essere considerata come completata sulla terra!

4.) Il fatto che il risarcimento sia spesso ritardato così a lungo, in modo che il peccatore possa avere abbondante spazio per il pentimento, è una completa rivendicazione della misericordia di Dio anche se il fuoco brucia per sempre

5.) Il fatto che ogni peccato debba essere ed è in ogni caso, prima o poi, seguito dalla sofferenza, prova l'assoluta necessità del dolore vicario di Gesù. Dio mandò il Suo unigenito e ben amato Figlio a portare nel Suo proprio corpo sul legno la retribuzione che avrebbe dovuto essere imposta su di noi. Così ha redento i perduti, ma non ha fatto violenza alla giustizia. E così avviene che Dio può essere giusto e tuttavia il giustificatore degli empi. (D. J. Burrell, D.D.)

3 CAPITOLO 4

Giobbe 4:3-5

Tu hai rafforzato le mani deboli.

Predicare è più facile che praticare:

Ecco, tu hai istruito molti, ecc. A compiere il dovere di ogni giorno con diligenza cristiana e a portare le croci di ogni giorno con pazienza cristiana; l'hai fatto bene. Ma come avviene ora che le tue azioni presenti svergognano le tue parole di prima? e che, come si è notato dell'oratore Demostene, tu sei più bravo a lodare la virtù che a praticarla? Che vergogna era che Ilario si lamentasse che le orecchie del popolo erano più sante del cuore dei predicatori, e che si dicesse a Erasmo, per vero scherzo, che c'era più bontà nel suo libro del soldato cristiano che nel suo petto! Elifaz da questo punto di vista sosterrebbe qui che Giobbe era poco meglio di un ipocrita; una censura troppo rigida, essendo la cosa più facile del mondo, come osservava un filosofo, dare un buon consiglio, e la cosa più difficile accettarlo. Il dottor Preston, sul letto di morte, confessò che ora che veniva il suo turno, trovava un po' da fare praticare ciò che aveva spesso imposto agli altri. (J. Trapp.)

L'utilità di Giobbe nel passato:

1.) Che insegnare, istruire e confortare gli altri, non è solo un dovere dell'uomo, ma la sua lode. Perché qui Elifaz lo pronuncia in modo lodevole, sebbene con l'intento di fondare un rimprovero su di esso

2.) Che coloro che conoscono Dio in verità e santità, siano molto pronti a comunicare la conoscenza di Dio agli altri

3.) Che gli uomini onorevoli e grandi non perdano nulla del loro onore e della loro grandezza scendendo all'istruzione degli altri, anche se inferiori

4.) Quella carità, soprattutto quella spirituale, molto liberale e di cuore aperto. Giobbe istruì non solo i suoi, ma istruì gli altri, istruì molti; Non limitava la sua dottrina e i suoi consigli alle sue mura, ma il loro suono si diffondeva dovunque andasse: istruiva molti

5.) Che le parole dei saggi hanno in sé un potente potere, forza e prevalenza. Vedete quanto furono efficaci le parole di Giobbe. Le istruzioni di Giobbe erano rafforzanti: tu hai rafforzato le mani deboli e le ginocchia fiacche; Le sue parole erano come sostegni per sostenerli che erano pronti a cadere. Quando una parola viene pronunciata rivestita dell'autorità e della potenza di Dio, fa meraviglie. (J. Caryl.)

Ma ora ti è venuto addosso e tu sei svenuto.

Tu hai istruito molti, hai rafforzato le mani deboli, ecc. Ma ora è giunto su di te, ecc. Cioè, l'afflizione e l'afflizione sono venute su di te. E tu sveni. La parola significa uno straordinario svenimento; quando un uomo è così stanco e sfinito da non sapere quello che fa, quando la sua ragione sembra stanca, tanto quanto le sue forze. Affinché le parole: Ora che ti è venuto addosso, tu svenuto, possano significare tanto; Tu sei in un caso tale che sembri essere fuori di te, non sai quello che fai, che dici, che non sai che cosa. La parola è tradotta nel primo versetto, con addolorato; in altre Scritture, da pazzi e furiosi ( Proverbi 26:18) . Come un pazzo che lancia tizzoni infuocati, ecc. E mentre diciamo Genesi 47:13 : "Il paese d'Egitto venne meno a causa della carestia", molti lo dicono: Il paese d'Egitto era adirato o pazzo a causa della carestia. La mancanza di pane si trasforma in mancanza di ragione; La carestia distrae. Gli Egiziani erano così pizzicati dalla fame, che essa tolse loro persino l'ingegno; e la scarsità di cibo per i loro corpi, causarono una carenza nelle loro intelligenze. C'è questa forza nella parola. Tu che hai dato agli altri un'istruzione così grave e saggia, da quei più alti principi di grazia, ora ti è venuto in mente, sei proprio come un pazzo, come un uomo distratto, incapace di agire secondo i comuni principi della ragione. Ti tocca. È la stessa parola che abbiamo aperto prima; il diavolo desiderava che egli potesse solo toccare Giobbe; Ora il suo amico gli dice che è commosso. E tu sei turbato. Anche questa parola ha una grande enfasi in essa. Significa un guaio veemente, stupito; come in quel luogo ( 1Samuele 28:21), dove, quando la donna, la strega di Endor, ebbe suscitato Samuele (in apparenza) come Saul desiderava, il testo dice, che quando tutto fu finito, andò da Saul, e vide che era molto turbato: pensa a quale guaio potrebbe capitare su un uomo in una condizione simile a quella in cui si trovava Saul, dopo questa conoscenza delle visioni dell'inferno; pensate quale profondo stupore di spirito si impadronì di lui, tale disordine d'animo questa parola impone a Giobbe. Ora ti tocca e tu sei turbato. Quindi osservare:

1.) Lodare un uomo con un "ma" è una ferita invece di un elogio. Tu hai istruito molti: "Ma", ecc. Quanti sono quelli che salutano i loro amici con grande leggerezza in faccia, o li parlano con molta lealtà alle loro spalle, eppure all'improvviso (come Ioab per Amasa) tirano fuori questo pugnale segreto e trafiggono il loro onore e la loro onestà nel cuore!

2.) Osservate, grandi afflizioni possono turbare la sede stessa della ragione, e lasciare un santo, in certi atti, al di sotto di un uomo

3.) Che quando vediamo qualcuno fare del male, è bene ricordargli il bene che ha fatto

4.) Che il bene che abbiamo fatto, è una specie di rimprovero per noi, quando facciamo il male contrario

5.) È più facile istruire gli altri nei guai, piuttosto che essere istruiti, o prendere istruzioni noi stessi nei nostri problemi

6.) È una vergogna per noi insegnare agli altri la strada giusta, e andare noi stessi nel torto. (Ibidem)

Ver 6. Non è questo il tuo timore, la tua fiducia, la tua speranza?-

La fiducia di un santo timore:

Queste parole sono intese da diversi scrittori ebrei come un'affermazione diretta e semplice, e la danno così: "Non sarà o non vorrà il tuo timore la tua fiducia, e la rettitudine delle tue vie la tua speranza?" Come se Elifaz gli avesse detto così: Giobbe, tu hai preteso molta santità e religione, timore e rettitudine; perché sei così inquieto ora che la mano di Dio è su di te? Perché sei così stupito di fronte a queste sofferenze? Non sarebbe questa paura la tua fiducia? E non sarebbe forse la rettitudine delle tue vie la tua speranza? Certo che lo sarebbe, se tu avessi una paura come quella che pretendi; questo timore sarebbe la tua fiducia, e questa rettitudine la tua speranza; tu saresti molto audace e con la speranza getteresti l'ancora sulla bontà e la fedeltà di Dio in mezzo a tutta questa tempesta: il tuo cuore sarebbe in bilico, saldo e salto, nonostante tutti questi scuotimenti. La tua paura non sarebbe la tua fiducia?

1.) Coloro che temono di più in tempo di pace, hanno più ragioni per essere fiduciosi nei momenti di difficoltà

2.) La rettitudine delle vie di un uomo nei momenti buoni rafforza potentemente la sua speranza nei tempi cattivi. (Giuseppe Caryl.)

I momenti di difficoltà sono tempi speciali per l'uso delle nostre grazie:

È come se Elifaz avesse detto: Tu stesso, e tutti quelli che ti conoscevano, hai parlato molto della tua grazia, ma ora è il momento di usarla; dov'è? Mostramelo ora. Dov'è la tua paura e la tua fiducia? Se si è visto che un uomo è molto abile nell'uso della sua arma, quando si trova in pericolo, allora è il momento di mostrare la sua abilità: e noi possiamo dirgli: Dov'è ora la tua abilità? Dov'è ora la tua arte? Quindi qui. Ora che hai più bisogno delle tue grazie, dove sono? Portateli alla luce. Devono cercare ora? La tua giustizia è forse come la rugiada del mattino, e come una nuvola svanisce? (Ibidem)

7 CAPITOLO 4

Giobbe 4:7

Chi è mai morto, essendo innocente?-

Castighi divini:

Questa grande massima, di una giusta e sicura punizione per mano di Dio, deve essere ammessa come sana e vera. La Sua benedizione è sui giusti e il Suo volto "contro quelli che fanno il male". Giobbe si oppone a questo come regola dei rapporti provvidenziali di Dio con l'umanità, e respinge l'inferenza che, poiché ora è sopraffatto dai guai, sia stato un trasgressore. Quanto all'entità dei sospetti dell'amico, aveva ragione. Tuttavia, la regola stabilita da Elifaz deve essere considerata come valida universalmente. Ma le ragioni dell'attuale azione di Dio non sono sempre alla portata dell'osservazione umana; La breve prosperità dei malvagi può essere sia per un giudizio verso gli altri che per la loro manifestazione e punizione più grande. Sotto l'esecuzione della santa disciplina, non è per l'innocenza e la giustizia che i figli di Dio soffrono; ma più comunemente per il peccato, il peccato non riconosciuto e non confessato; o in vista della loro correzione e avanzamento nella santità, dove erano troppo negligenti nel perfezionarla nel timore di Dio. La massima di Elifaz non era del tutto sbagliata, anche se applicata a Giobbe. Ma la sua deduzione di una segreta ipocrisia, o di qualche trasgressione esteriore e nota, dal giudizio che lo aveva sopraffatto, era del tutto ingiustificata. Si sbaglia anche, così come il povero sofferente stesso, se ha concluso che questa afflizione era senza rimedio, e ha mandato alla sua completa distruzione. Quanto era diverso l'aspetto della sua calamità quando si vide la fine del Signore! (Giovanni Fry, B.A.)

8 CAPITOLO 4

Giobbe 4:8-9

Come ho visto, coloro che arano l'iniquità e seminano malvagità, mietono la stessa cosa.

Semina e mietitura:

Elifaz parla qui di se stesso come di un osservatore della provvidenza di Dio; e il risultato delle sue osservazioni è il discernimento della legge, che "coloro che arano l'iniquità e seminano l'iniquità, raccolgono la stessa cosa". Elifaz aveva torto in questo? No. Percepiva una legge molto grande e importante del regno. Dove, allora, si sbagliava? Fu nell'applicare questo a Giobbe, e nel concludere così facilmente che le sue gravi sofferenze erano la conseguenza dei suoi peccati individuali. Gli amici spesso esprimevano le verità più belle e importanti, e fallivano solo perché le applicavano male. Per questa legge, confronta Osea 8:7; 10:12, 13; Galati 6:7, 8. Vediamo l'operazione di questa legge nel mondo naturale. Lì, in quel mondo, come si semina, così si raccoglie; né si aspettano mai che sia altrimenti. Ma nel mondo morale e spirituale, nulla è più comune dell'incontro con coloro che seminano iniquità, e tuttavia non si aspettano di mietere dalla stessa, né in questo mondo né in quello a venire. Gli uomini non si aspettano alcuna conseguenza per una vita di negligenza e impenitenza. Può darsi che abbiate visto esempi solenni e toccanti dell'applicazione di questa legge; in caso contrario, i ministri di Cristo vi diranno che li hanno visti troppo spesso. Hanno visto coloro che hanno vissuto una vita spensierata e autoindulgente lottare alla fine invano. Il cuore indurito non era altro che l'adempimento della solenne legge del regno di Dio. Tra i tanti modi di seminare alla carne, ce n'è uno che non possiamo tralasciare. È l'indulgenza all'orgoglio e ai sentimenti di fiducia in se stessi. San Paolo parla di seminare per lo Spirito. In che modo hai seminato? Desideri sfuggire alle conseguenze - il raccolto della miseria - che, nella natura stessa delle cose, seguiranno la tua semina alla carne? Attraverso la grazia puoi farlo. (George Wagner.)

Un vecchio assioma:

C'era una verità alla base della proposizione esposta da Elifaz, applicabile a tutte le epoche e a tutti gli stati del mondo. L'assioma è molto antico, come proposto dall'espositore di Giobbe; potrebbe essere stato più vecchio di lui; ma non è così vecchio ora da essere diventato obsoleto; né lo diventerà mai finché il mondo è lo stesso mondo, e il suo Governatore è lo stesso Dio. Come San Paolo lo riprodusse ai suoi tempi, così possiamo farlo noi ai nostri. Il suo principio è incorporato in questa dispensa tanto quanto nell'ultima. È la sua applicazione che viene modificata sotto il Vangelo; Il principio è esattamente lo stesso. È vero ora come lo era nei tempi antichi, che gli uomini mietono come seminano; che il raccolto della loro ricompensa è secondo l'agricoltura delle loro azioni. La differenza nella verità, come proposta durante l'età di Mosè, e come riconosciuta nei "giorni del Figlio dell'Uomo", è che durante quest'ultimo, la sua conferma e realizzazione sono proiettate più avanti. La distinzione è indicata dalle rispettive forme in cui l'assioma è fuso da Elifaz e San Paolo. L'uno dice: "Coloro che arano l'iniquità e seminano iniquità, mietono lo stesso". L'altro: "Tutto quello che l'uomo semina, quello pure mieterà". Eliphaz rende entrambe le parti di questo processo morale, presenti, palpabili, perspicui. L'apostolo separa i due; proiettando quest'ultima parte nel futuro. Per l'ebreo, questa verità era un fatto di ieri, di oggi e di domani. Da noi è piuttosto una questione di fede per il futuro, per il lontano, per l'eterno. Elifaz espone l'argomento in conformità con l'ordine della dispensazione passata; come fa San Paolo con il genio di questo. Agli occhi dell'antico Israelita, la dottrina della retribuzione divina era come una montagna del suo paese natale, che alzava la fronte contro di lui, coprendolo dovunque andasse; il suo aspetto aspro era tanto più nettamente definito attraverso il sole della prosperità temporale in cui la sua nazione riposava, finché il popolo era "obbediente alla voce del Signore suo Dio". Quanto a noi, la montagna è in lontananza; lontano, come lo è il Sinai stesso, da molte rive su cui è stato piantato lo stendardo della Croce del Redentore; ma ancora visibile in lontananza, sebbene il suo contorno sia reso indistinto nel crepuscolo di quel mistero che ora avvolge il governo di Dio sul nostro mondo. Atti nel periodo in cui Elifaz ragionava, era appena stato inaugurato uno stato di cose in cui, di regola, a "ogni trasgressione e disubbidienza" doveva seguire una retribuzione di tipo temporale; quando la punizione doveva essere contemporanea alla commissione del crimine; e quando un uomo cominciava a raccogliere il frutto delle sue opere poco dopo la sua semina. E il ragionatore non riusciva a capire come il patriarca, o chiunque altro, potesse essere un'eccezione alla regola; ancor meno, che uno stato di cose inaugurato sia dall'insegnamento che dalla storia di Gesù Cristo, sotto il quale la regola stessa sarebbe diventata l'eccezione, doveva succedere. Quello era uno stato in cui Dio giudicava gli uomini per i loro peccati continuamente e istantaneamente; questo è uno stato in cui Dio non li sta giudicando; vedendo "Egli ha fissato un giorno in cui li giudicherà per mezzo di quell'uomo che ha ordinato"; per la cui intercessione alla destra del Padre il giudizio è attualmente sospeso. Ora è nostra consolazione sapere che Egli corregge colui che il Signore ama; allora l'uomo con cui il Signore ha castigato, potrebbe aver avuto una controversia e lo stava visitando per le sue malefatte. (Alfred Bowen Evans.)

Il vecchio assioma è ancora vero?-

1.) È così vero da assicurarci che c'è un Governatore giusto e un giusto Giudice del mondo. Non possiamo applicare la regola stabilita da Elifaz. Non è più una regola per noi. Non abbiamo il diritto di fissarci su alcun individuo o nazione sulla terra e di affermare che Dio Onnipotente sta trattando l'uno o l'altro in modo di punizione, perché potrebbero soffrire tali e tali cose. Ma, nonostante ciò, c'è un principio all'opera negli affari degli uomini, così manifesto da dimostrare che il mondo non è lasciato a cogliere la sua occasione, e che i figli degli uomini non possono fare ciò che vogliono

2.) È vero per quanto riguarda le costituzioni naturali degli uomini. Gli uomini non possono trasgredire impunemente i principi della loro natura, né andare contro le regole della loro costituzione indenni. Con la natura non si scherza. E la punizione che segue la violazione delle leggi fisiche è un pegno sicuro di una punizione che seguirà la violazione della morale

3.) È vero fino a ovviare alla necessità di prendere sempre la vendetta nelle nostre mani. Dio ripaga che non ne abbiamo bisogno. La vendetta è Sua, affinché non sia la nostra. È stato detto: "Dio vendica coloro che non si vendicano".

4.) È vero fino al punto di ispirarci un salutare timore per noi stessi. Ci deve essere una resurrezione dell'azione così come degli agenti; delle azioni così come di coloro che agiscono; delle opere così come degli uomini. E non sappiamo quanto presto, per quanto riguarda alcuni dettagli, questa risurrezione potrà avvenire. Il trasgressore non è mai al sicuro. Qualunque cosa sbagliata un uomo abbia fatto può essergli richiesta in qualsiasi momento. (Ibidem)

La vita del peccatore è un'agricoltura sciocca:

(I.) La vita umana è una semina e un raccolto. Tutte le azioni della vita di un uomo sono inseparabili, unite dalla legge di causalità. Uno cresce da un altro come piante da seme. La semina e il raccolto, strano a dirsi, proseguono nello stesso momento. Raccogliendo ciò che abbiamo seminato ieri, seminiamo ciò che dovremo raccogliere domani

(II.) Il raccolto della vita è determinato dalla sua semina. "Ho visto, coloro che arano l'iniquità", ecc. Come genera come dappertutto, la stessa specie di seme seminato sarà mietuta nel frutto. Chi semina la cicuta non mieterà grano, ma raccolti di cicuta. Tutte le azioni morali sono semi morali depositati nell'anima

(III.) La mietitura del peccatore è un destino terribile. Che destino questo: mietere malvagità, mietere turbini di agonia. Da questo argomento impara:

1.) La grande solennità della vita. Non c'è niente di banale. Il peccato più volatile è un seme che deve crescere e deve essere raccolto. Stammi bene!

2.) La rettitudine cosciente della condanna del peccatore. Che cos'è l'inferno? Raccogliendo i frutti della condotta peccaminosa. Il peccatore lo sente, e la sua coscienza non gli permetterà di lamentarsi del suo destino

3.) La necessità di un cuore devoto. Tutte le azioni e le parole procedono dal cuore: da esso scaturiscono le questioni della vita. Da qui la necessità della rigenerazione. (Omilestico.)

Semina peccaminosa e mietitura penale:

1.) Che essere un uomo malvagio non è un compito facile; Doveva andare ad ararla. È aratura, e voi sapete che l'aratura è laboriosa, sì, è un lavoro duro

2.) Che c'è un'arte nella malvagità. È l'aratura, o, come si dice con la parola, un lavoro artificiale. Alcuni sono curiosi e precisi nel modellare, lucidare e mettere in risalto il loro peccato. Quindi, per dire che un tale uomo è un operatore di abominio, o un fabbricante di menzogne, si nota che non solo è industrioso, ma astuto, o (come dice il profeta) "saggio a fare il male".

3.) Che gli uomini malvagi si aspettano un beneficio nelle vie del peccato, e cercano di guadagnare essendo malfattori. Fanno dell'iniquità il loro aratro; E l'aratro di un uomo è tanto il suo profitto, che è diventato un proverbio, chiamare ciò (qualunque cosa sia) con cui un uomo si guadagna da vivere o il suo profitto, il suo aratro. Ogni uomo coltiva in attesa di un raccolto; Chi metterebbe il suo aratro nel terreno per non ricevere nulla? Così avviene anche per gli uomini malvagi, quando peccano, pensano di prosperare, o di accumulare per un po' di tempo nella terra, ciò che crescerà e crescerà fino a un raccolto abbondante. Quali strane fantasie hanno molti di essere ricchi, di essere grandi, per vie della malvagità! Così arano nella speranza, ma non saranno mai partecipi della loro speranza

4.) Che ogni atto peccaminoso in cui persiste avrà una certa dolorosa ricompensa

5.) Affinché la punizione del peccato possa venire molto tempo dopo aver commesso il peccato. L'uno è il tempo della semina e l'altro il tempo della mietitura; C'è una grande distanza di tempo tra la semina e il raccolto. I semi del peccato possono giacere molti anni sotto i solchi

6.) Che la punizione del peccato sia proporzionata ai gradi del peccato. Egli raccoglierà lo stesso, dice il testo, lo stesso grado. Se seminate con parsimonia, mieterete con scarsità; dall'altra parte, se seminate in abbondanza, mieterete in abbondanza

7.) La punizione non supererà il deserto del peccato

8.) Che la punizione del peccato sarà come il peccato in natura. Sarà lo stesso, non solo nel grado, ma anche nella somiglianza. La punizione spesso reca su di sé l'immagine e la soprascritta del peccato. Potresti vedere il volto e le caratteristiche del padre nel bambino. Tutto ciò che l'uomo semina, quello pure mieterà Galati 6:7. (J. Caryl.)

13 CAPITOLO 4

Giobbe 4:13-17

Nei pensieri delle visioni notturne.

La domanda dello spettro:

Mascheratela come possiamo, questa è una storia di fantasmi

(I.) Tenta di realizzare lo spettro. Ricordate che per ognuno di noi lo spirito si è rivestito di forma e di vestiario, e che la base di tutto il mondo in cui viviamo è spirituale. Guardate alcune delle circostanze favorevoli a un tale spettro

1.) È stato prodotto da una somiglianza di stato morale. Era un momento di riflessione. La mente vagava stupita, la via labirintica si estendeva da ogni parte, la mente percorreva i sentieri oscuri. Non vedo che ci sia alcuna necessità di supporre un fantasma, nel senso reale, spettrale e oggettivo di questa parola. Il pensiero di Elifaz è di Dio. Era Dio che era "un problema per lui". E il terrore informe, mentre per lui era una realtà molto oggettiva, non deve essere considerato tale da noi. Era la risposta alla voce della coscienza interiore

2.) La paura ha anticipato la visione. Dove l'uomo non sente, non avrà paura; Dove non teme lo spettro, di solito non ne vede nessuno, non ne sente nessuno, non ne conosce nessuno. Ma l'uomo, ogni uomo, è accessibile alla paura. Non abitiamo così vicini al terrore come i nostri padri. Eppure che enigma c'è nella paura! Fino alla caduta di Adamo, Adamo non aveva coscienza, perché lo era, tutta la sua natura era una sensazione religiosa. Ora è diverso. La coscienza non è libera, sarebbe libera, ma è inchiodata. La coscienza è paura morale, la coscienza è la chirurgia dell'anima. Forse non tutti gli uomini hanno paura. Come mai l'uomo sa cos'è la paura morale? Viene dal proibito. Il nostro mondo è una casa piena di paure, perché la caduta ci ha portati nella notte, lontani da Dio. Questa è la storia naturale della paura, della paura morale. Che cos'è questa capacità naturale di paura in me? Nervosismo, direte voi! Nervosismo, che cos'è? È un termine usato per descrivere il sottile rivestimento dell'anima; è la capacità dell'uomo di soffrire mentalmente e moralmente

(II.) Dallo spettro alla domanda. La domanda del fantasma tocca in modo molto appropriato e completo l'intero argomento anche del Libro di Giobbe. È un messaggio dai morti, o meglio, un messaggio dal solenne regno degli spiriti

1.) Quanto è grande il campo di pensiero coperto dal messaggio. È l'affermazione della purezza e dell'universalità della Divina Provvidenza. È uno sguardo sulla presunta ingiustizia di Dio. L'uomo sta da dove pensa di poter vedere i difetti del governo divino. Giobbe e il suo amico si erano incontrati nella valle della contemplazione nel regno della notte; a Giobbe era un'esperienza, a Elifaz una contemplazione luttuosa. La domanda dello spettro allora era una realtà. Nella visione della notte l'anima fu scossa dal terrore, ed è il pensiero travolgente: Dio. Dio era conosciuto solo come terrore. Che cosa deve essere l'apparizione di Dio, se un'apparizione può spaventare così terribilmente? Lo spettatore era schiacciato dallo spettro e dalla domanda dello spettro. Se i tuoi pensieri trascendono la natura, non meno sicuramente il tuo Creatore ti trascende

2.) La domanda era rivolta alla difettosità dell'uomo. Considera te stesso, la tua piccolezza, la tua ristrettezza, la sfera limitata della tua visione. E tu hai la presunzione di trovare un difetto nei propositi e nelle disposizioni divine

3.) Finora, il fantasma si limita a schiacciare; Non era lo scopo dello Spettro fare di più. Poneva all'uomo la domanda che aveva la sua radice solo nell'eterna e illimitata volontà. Riferiva tutto a Dio. Ma il messaggio probabilmente includeva il seguente capitolo

(III.) Il fantasma sta ancora facendo la sua domanda. "L'uomo mortale sarà giusto con Dio?" Il timore morale dell'uomo, la sua coscienza, è la sua migliore garanzia di Dio. Le idee dell'uomo sono la migliore prova che c'è un Dio sopra di lui, più alto di lui, infinito in bontà e saggezza. È da Dio stesso che l'uomo deriva i terrori che lo spaventano. Dio stesso ha riflesso il suo stesso essere nella coscienza all'interno dell'anima. Ma allora è una coscienza ferita, e ha bisogno di guarigione. (E. Paxton Hood.)

Il discorso dell'apparizione:

Il testo è stato pronunciato da un individuo per il quale non possiamo forse affermare che abbia parlato per mezzo dello Spirito di Dio. Elifaz racconta una visione; Registra parole che gli sono state misteriosamente portate in mezzo al profondo silenzio della notte. Usiamo le circostanze selvagge e terribili di questa visione per dare solennità alla verità che viene portata alla nostra attenzione. "L'uomo mortale sarà forse più giusto di Dio? L'uomo sarà forse più puro del suo Creatore?" Abbiamo il racconto di un'apparizione. Un essere puramente spirituale, come un angelo, assunse una forma visibile, anche se indescrivibile, e si fermò davanti a Elifaz nella quiete della notte. Non vediamo nulla nelle affermazioni della Scrittura o nelle deduzioni della ragione, da cui decidere che non ci possono essere apparizioni; che lo stato invisibile non possa mai comunicare con il visibile attraverso la strumentalità di fantasmi, forme strane e minacciose che manifestamente non sono di questa terra. Ci può essere facilmente una debole e affettuosa credulità riguardo ai fantasmi e alle apparizioni; Ma ci può essere anche un freddo e duro scetticismo. Si può dire che la Bibbia, lungi dallo sminuire la nozione di apparizioni, le dia il peso della sua testimonianza, e anche questo, in più di un caso. Di questa unica cosa possiamo essere pienamente persuasi, che non sarebbe stato in nessuna occasione banale o ordinaria che Dio avrebbe tolto il velo e incaricato gli esseri spirituali di apparire sulla terra. L'apparizione nel testo è così terribile che naturalmente ci prepariamo per una comunicazione molto importante. Ma l'aspettativa non sembra essere stata soddisfatta. Se c'è una verità elementare, è sicuramente che l'uomo non può essere più giusto di Dio, né più puro del suo Creatore. Non c'è dubbio che un teismo puro fosse il credo di Giobbe e dei suoi amici. Che cosa dobbiamo dunque dedurre dalla visita dello spettro? Desideriamo che voi confrontiate la solennità e l'orrore dell'agenzia impiegata con la semplicità e la banalità del messaggio consegnato. Ma non c'è spesso bisogno di uno strumento come quello dello spettro per persuadere anche noi stessi che l'uomo mortale non è né più giusto né più puro del suo Creatore? La visione fu probabilmente concessa, e certamente usata per opporsi a un'infedeltà più o meno segreta, un'infedeltà che, favorita dai problemi e dalle discrepanze della condizione umana, prendeva come soggetto gli attributi divini, e li limitava o li negava del tutto. Non c'è forse una tale infedeltà tra noi? Siamo persuasi che, se esaminerete i vostri cuori, scoprirete che spesso gli date una certa misura di divertimento. Siamo persuasi di questo riguardo sia ai rapporti generali di Dio che ai Suoi rapporti individuali o personali. (Henry Melvill, B.D.)

Lo spettro:

Era mezzanotte. Tutto ciò che era fuori era silenzioso e immobile. Nessuna brezza agitava il fogliame degli alberi. Nessun uccello ruppe il silenzio con il suo canto. Un sonno profondo era caduto sull'uomo. Elifaz, l'amico di Giobbe, meditava in solitudine sia sulle precedenti visioni che aveva ricevuto, sia su alcune di quelle gravi questioni che in tutte le epoche hanno reso perplessa la mente degli uomini riflessivi. Evidentemente aveva avuto scorci dell'invisibile: strani accenni e sussurri, di cui non riusciva a cogliere il pieno significato. E a questi erano seguiti pensieri disturbati e ansiosi. Tutto il suo corpo era tremante e agitato. Il suo spirito era posseduto da quel vago timore premonitore che precede l'avvicinarsi di qualcosa di insolito e sconosciuto. Ed Elifaz non si aspettava tali comunicazioni. Ma era solo; e la sua mente era evidentemente in uno stato di smarrimento, e cercava a tentoni di trovare una luce. Era in grado di ricevere impressioni spettrali, timorose, irrequiete, ansiose, tremanti, rimuginanti sui misteri, una condizione favorevole alla creazione di forme e forme strane. Agisce in quest'ora solenne, mentre medita così, ecco! Uno spirito passò davanti a lui e poi si fermò. Non riusciva a discernerne chiaramente la forma. O era troppo spaventato per osservarlo da vicino, o l'oscurità era troppo densa, o la forma dello spirito non era ben definita. Era così spaventato che non solo gli tremavano le membra, ma anche i capelli gli si rizzavano; e in mezzo alla quiete che regnava tutt'intorno, si udì una voce che diceva: "L'uomo mortale sarà forse più giusto di Dio? L'uomo sarà forse più puro del suo Creatore?" Era un sogno o una realtà? Le opinioni sono divise su questo argomento. Alcuni pensano che Elifaz fosse avvolto in un sonno come quelli che lo circondavano; altri, che mentre dormivano lui era sveglio. Ma è del tutto possibile che lo spettro, sebbene non fosse una semplice creazione di un cervello disordinato, fosse visibile solo alla mente di Elifaz. Aveva un po' il carattere di una visione onirica, anche se sembra che abbia influenzato la sua corporatura. Lo spettro era il mezzo attraverso il quale Dio gli trasmetteva verità solenni e importanti. Era la risposta di Dio alle perplessità dell'uomo; E anche se all'inizio lo sorprese, alla fine placò le sue ansie e le sue paure. La descrizione è un colpo da maestro, ed è stata evidentemente scritta da uno che ha visto ciò che ha descritto. Lo spirito scivolò per primo; poi si ferma, come per attirare l'attenzione; il terrore che ha risvegliato; il silenzio solenne e affannoso; l'oscurità di cui era velato; e poi la voce gentile, con la sua influenza calmante e rassicurante; tutto indica che lo scrittore sta narrando la propria esperienza. Quando lo spettro apparve a Elifaz non lo sappiamo. Può darsi che ci sia voluto molto tempo prima che ne parlasse a Giobbe; ma vi fece riferimento nel suo discorso al patriarca, a causa della sua presunta applicabilità alla sua teoria secondo cui le sofferenze di Giobbe erano il risultato del peccato. Gli uomini odierni vedono spesso negli atti, nelle dichiarazioni della Parola di Dio, solo quanto può essere fatto corrispondere alle loro opinioni preconcette; e se Elifaz parlava di questioni troppo importanti per lui, se le parole dello spettro, che egli considerava a sostegno della sua tesi, piuttosto operavano contro di essa, questo fatto non dimostra forse che la visione non era una sua semplice invenzione, ma un messaggio diretto dell'Onnipotente? Lasciamo però le spalle a Elifaz e alle sue opinioni, e consideriamo ciò che lo spettro gli disse: «L'uomo mortale sarà forse più giusto di Dio? L'uomo sarà forse più puro del suo Creatore?" Questa fu la sua prima parola, e contiene il germe di tutto ciò che segue. Dichiara la rettitudine di Dio. Agisce prima una domanda come questa sembra superflua. A chi verrebbe in mente di insinuare che l'uomo fosse più puro del suo Creatore? Chi pretenderebbe di fare giustizia con più regolarità e fedeltà di Lui? Eppure coloro che criticano il modo in cui Dio tratta gli uomini si ergono praticamente a Suoi superiori. Avrebbero tenuto fuori il peccato e impedito le incursioni della sofferenza e del dolore. Avrebbero reso gli uomini felici in tutto e per tutto, e ordinato gioia e prosperità da un capo all'altro dell'anno. Tali sono le vanterie degli uomini sicuri di sé; ed è in risposta a ciò, a quanto pare, che lo spettro pronuncia questo solenne appello. Ci sono pochi di noi, probabilmente, che non hanno mai giudicato Dio. Quanto c'è di misterioso! Quanto sembra che questo confonda l'abilità dell'interprete più saggio! Noi abbiamo attraversato lo stesso terreno di Elifaz, e siamo rimasti perplessi e sconcertati quanto lui. Come sono imperscrutabili i rapporti di Dio con gli uomini! Quanto sono terribili le convulsioni della natura! Quanto sono disastrosi i conflitti tra le nazioni! Quanto sono amari i dolori dei singoli uomini! Ma queste parole avranno un'altra traduzione. "L'uomo mortale (o debole) è solo dal lato di Dio, cioè dal punto di vista di Dio, o più brevemente, davanti a Dio? L'uomo è puro davanti al suo Creatore?" La rettitudine di Dio si pone così in contrasto con la fragilità dell'uomo. Questo fatto, così umiliante in se stesso, e così suggestivo dell'incapacità dell'uomo di fare meglio di Dio, è messo in evidenza più pienamente nei versetti che seguono, che la maggior parte dei commentatori considera come una continuazione della dichiarazione dello spettro. "Ecco, egli non riponeva alcuna fiducia nei suoi servi; e accusò i suoi angeli di stoltezza. Quanto meno in quelli che abitano in case di creta, le cui fondamenta sono nella polvere, che vengono schiacciate davanti alla tignola!" In primo luogo, lo spettro fa un paragone tra Dio e gli angeli, che sono i Suoi servi. Essi sono servitori di Dio, non Suoi pari; I Suoi messaggeri, non i Suoi consiglieri. Ci sono alcune cose che non capiscono; alcune cose che da tempo desideravano approfondire, ma invano. Alcuni degli angeli una volta caddero dal loro primo stato. Non sembrerebbe, quindi, che sia assolutamente impossibile per gli angeli peccare. Ma la purezza di Dio è l'essenza del Suo carattere. Tutte le Sue vie sono giuste e vere. E se Dio non ha riposto fiducia nei Suoi angeli, se sono imperfetti in confronto alla Sua infinita perfezione, quanto più questo è vero per gli uomini, che possono essere descritti come dimoranti in case di argilla e che vengono schiacciati facilmente come una tignola. Questo è l'argomento; e sicuramente è calcolato per trattenere gli uomini dal giudicare l'equità delle vie di Dio. Allora siamo qualificati per sedere in giudizio su Dio? Potremmo governare il mondo meglio di Lui? Siamo anche solo in grado di comprendere i Suoi piani e i Suoi propositi? Ci sono ancora molti misteri intorno a noi; e vi sono ancora molti come Elifaz, che hanno meditato su di loro in silenzio nell'ora in cui un sonno profondo scende sugli uomini. Abbiamo pensato, forse, ai defunti, e volevamo sapere che cosa facevano. Abbiamo riflettuto sulla storia della nostra vita passata, così strana e movimentata, e ci siamo chiesti perché siamo stati condotti, o forse spinti dalle circostanze, sul sentiero che ora dobbiamo percorrere. Ci siamo sorpresi a scivolare in speculazioni che potrebbero portare a risultati pericolosi. Siamo stati persino tentati di abbandonare la fede che un tempo ci era tanto cara. Non sono necessari fatti nuovi, ma una visione più chiara, una disposizione ad accettare ciò che è già stato rivelato e ad agire in base ad esso; poiché (secondo le parole stesse di Cristo) l'obbedienza è la via che conduce alla conoscenza. "Se uno fa la volontà di Dio, conoscerà la dottrina". Non c'era nessuna Parola scritta ai giorni di Elifaz; nessun Cristo risorto; non c'è Spirito Santo al mondo per convincere l'intelletto e santificare il cuore. Ma ora è diverso. Dio ci ha parlato in termini molto più chiari ed espliciti di quelli che ha rivolto, attraverso lo spettro, all'amico di Giobbe. Egli non ci ha posto semplicemente la domanda: "L'uomo mortale sarà forse più giusto di Dio? Sarà forse l'uomo più puro del suo Creatore?" Egli ha dichiarato nei termini più enfatici di essere giusto e santo; e che invece di trattare gli uomini secondo i loro peccati e di ricompensarli secondo le loro iniquità, Egli è mite e tollerante, anche con gli induriti e gli impenitenti. Ha fatto di più. Ci ha assicurato che il castigo è una prova d'amore; che Egli lo infligge non per il Suo piacere, ma per il nostro profitto, affinché possiamo essere partecipi della Sua santità. Non abbiamo il diritto di aspettarci che Dio spieghi o giustifichi tutte le Sue azioni. Dove ci sarebbe, allora, posto per l'esercizio della fede? Non potremmo interrogare uno spettro, probabilmente, se dovesse apparire. Molto probabilmente ci avrebbe solo terrorizzato e allarmato. Ma possiamo rivolgerci ancora e ancora alla Parola scritta. Ma Dio ci ha dato più della Parola scritta. Egli mandò Suo Figlio nel mondo, "lo splendore della gloria del Padre e l'espressa immagine della Sua persona", e attraverso di Lui abbiamo ottenuto più luce sul carattere di Dio e sulle Sue relazioni con gli uomini di quanto qualsiasi spettro avrebbe mai potuto darci. Veniva dal mondo degli spiriti. Eliphaz aveva paura dello spettro. E noi, probabilmente, saremmo altrettanto spaventati se ci apparisse uno spettro. Ma c'è qualcosa di più terribile di uno spettro. È la vista di un Dio offeso. Quando Adamo peccò, si nascose tra gli alberi del giardino, perché aveva paura di incontrare Dio. E così sarà alla fine per ogni peccatore non perdonato. Può nascondersi nelle tane e nelle rocce dei monti; può invocare le rocce perché cadano su di lui e lo nascondano dalla faccia di Colui che siede sul trono, e dall'ira dell'Agnello. Ma non servirà a nulla. Elifaz tremò alla vista dello spettro. Ma c'è qualcosa di ancora più spaventoso; è la vista dei fantasmi dei peccati non perdonati. (F. J. Austin.)

Fenomeni supersensibili:

La scienza fisica ha stabilito il fatto notevole che ci possono essere, e con ogni probabilità ci sono, fenomeni che non possono essere percepiti dai nostri sensi. Ci sono suoni che un orecchio allenato può distinguere, che sfuggono del tutto a un orecchio ordinario. Ci sono variazioni musicali che vengono rilevate dall'orecchio esperto di un compositore esperto che sfuggono del tutto a un ascoltatore incolto. Le vibrazioni sonore di oltre 38.000 pulsazioni al secondo non sono udibili dalle persone comuni, ma sono udite e registrate da persone sensibili alle note più alte. Inoltre, non sembra esserci motivo di dubitare che ci possano essere vibrazioni sonore intorno a noi di una rapidità così estrema da non poterle sentire. Passa dall'acustica all'ottica. La luce bianca è costituita da una serie completa di raggi colorati che, rifratti attraverso una barra triangolare di vetro, formano uno spettro continuo, passando per tonalità impercettibili dal rosso scuro al giallo, al verde e al blu, fino al viola molto scuro. Proprio gli stessi colori si vedono nell'arcobaleno. Ora, ci sono raggi ad ogni estremità dello spettro che non possono essere visti. Da un lato ci sono i raggi di calore, e dall'altro ci sono i raggi chimici (attinici), che non sono percepiti dai nostri sensi, la cui esistenza è attestata da altri delicati strumenti. E la scienza fisica non dà motivo di credere che conosciamo il limite assoluto dello spettro alle due estremità. L'uomo, quindi, che dice che non crederà a nulla se non a ciò che può vedere, o a ciò che rientra nell'osservazione dei suoi sensi, limita notevolmente la sua fede e ignora molte cose che esistono nell'universo. (T. T. Waterman.)

16 CAPITOLO 4

Giobbe 4:16

Ci fu silenzio, e udii una voce.

Silenzio e voce:

1.) Le umilianti dispensazioni di Dio verso il Suo popolo arriveranno tutte a un buon risultato, e la fine di tutte le Sue azioni sarà ancora dolce. Poiché, dopo tutta la sua umiliazione e il suo timore, che prepararono Elifaz per la visione e gli assicurarono che Dio era presente, viene la voce

2.) La composizione dei nostri spiriti, dalle confusioni e dai tumultuosi disordini che li affliggono, è un antecedente necessario alla rivelazione della Sua mente da parte di Dio. Perché quando "c'era silenzio, ho sentito una voce".

3.) Per quanto riguarda questo modo in cui il Signore parla con voce calma o calma, sebbene non abbiamo bisogno di indagare sul motivo per cui Egli ne fa uso, che fa tutte le cose secondo il consiglio della Sua volontà, tuttavia senza disperarci possiamo osservare questi in esso

(1) Con la presente il Signore insegnò che queste verità soprannaturali erano misteri, non sparse in tutto il mondo, ma sussurrate tra alcuni pochi credenti

(2) Con ciò il Signore richiamò l'attenzione su coloro ai quali rivelò la Sua mente, mentre non parlava così forte da poterli raggiungere indipendentemente dal fatto che fossero presenti o meno, ma con una voce calma, che poteva eccitarli seriamente ad ascoltare

(3) Con la presente anche il Signore dichiarò che non sarebbe stato un terrore per coloro che si dilettavano a conversare con Lui nella Sua Parola, poiché a costoro non sarebbe apparso come vento, terremoto o fuoco, ma con voce dolce e dolce

(4) Per quanto gli uomini debbano dire le verità di Dio in modo così udibile da poter essere udite, e con quello zelo e fervore che si addicono a Dio, tuttavia, non è la voce clamorosa che rende efficace la parola, ma il peso e l'importanza della questione seriamente sottolineata dallo Spirito di Dio. Perché anche con questa "voce calma", Dio ha comunicato la Sua volontà, e l'ha fatta obbedire nel mondo. (George Hutcheson.)

17 CAPITOLO 4

Giobbe 4:17

Sarà forse l'uomo più puro del suo Creatore?-

L'uomo in confronto a Dio:

La somma dell'affermazione in questo versetto è che nessun uomo può essere più puro e giusto di Dio. Che un uomo non sia mai così giusto o sincero, ma non si dovrebbe fare alcun paragone tra la sua giustizia e quella di Dio. Imparare-

1.) Dio è giustissimo, puro e santo, in Se stesso e nella Sua amministrazione, così che non può fare nulla di male, né deve essere sfidato da nessuno. Non mancano argomenti sufficienti per chiarire questa giustizia di Dio in tutte le Sue azioni, e in particolare nel Suo affliggere gli uomini pii, e permettere ai malvagi di prosperare; ma quando consideriamo il Suo dominio e la Sua sovranità assoluti, e la Sua santità in Se stesso, la questione sarà al di là di ogni dibattito, anche se non ci immergiamo ulteriormente nei particolari

2.) Questa giustizia e santità di Dio è così infinitamente trascendente, che la santità del migliore degli uomini non può essere paragonata ad essa; ma diventa impurità, se non li guarda in un mediatore

3.) Sebbene Dio sia così giusto e santo, e ciò sia infinitamente al di sopra del migliore degli uomini, tuttavia gli uomini non mancano, in molti casi, di rimproverare e riflettere sulla giustizia di Dio, sì, e di gridare il loro valore e la loro santità, a pregiudizio della Sua giustizia

4.) Un lamentoso impaziente sotto l'afflizione fa, in effetti, torto a Dio e alla Sua giustizia, ed esalta peccaminosamente la sua santità

5.) Qualunque libertà gli uomini si prendano per sfogare le loro passioni e per giudicare severamente di Dio e del Suo operare; e qualunque cosa la loro passione suggerisca per giustificarla, tuttavia la coscienza e la ragione degli uomini, a sangue freddo, diranno loro che la loro sentenza è ingiusta

6.) La fragilità e la mortalità degli uomini testimoniano contro di loro, che non sono perfettamente puri e che non possono essere paragonati a Dio

7.) L'uomo, considerato non solo nelle sue fragilità, ma anche nella sua forza e nelle sue migliori doti, è infinitamente inferiore a Dio

8.) Se gli uomini considerano che Dio è il loro Creatore e Creatore, e che non hanno alcun grado di perfezione che non provenga da Dio, troveranno un'alta presunzione competere con Lui nel punto di perfezione. (George Hutcheson.)

Sull'umiltà:

"L'uomo sarà forse più giusto di Dio?" La visione descritta nel passo da cui è tratto il testo, è terribile e sublime. Il suo significato spirituale e l'istruzione morale che trasmette sono di interesse e importanza superiori. Affinché la riconosciuta probità della vita di Giobbe non giustificasse tale impazienza e lamentela, Elifaz, da una visione che gli fu rivelata, disprezza tutte le conquiste umane e l'eccellenza dinanzi a Dio, al fine di rivendicare le vie di Dio all'uomo; per dimostrare che tutte le Sue leggi sono sante, giuste e buone; per reprimere l'orgoglio e inculcare l'umiltà. Il dovere dell'umiltà può essere dimostrato...

(I.) Dalla condizione relativa dell'uomo nel mondo. Che non siamo venuti all'esistenza, e che siamo incapaci, per un momento, di sostenerci in essa, sono verità evidenti. Se noi, e tutto ciò che ci appartiene, siamo dono di Dio, di che cosa dobbiamo essere orgogliosi, anche nella stima più favorevole che possiamo fare di noi stessi e di tutte le nostre acquisizioni? Del miglioramento scientifico e dei talenti coltivati, quanto poco c'è motivo di vantarsi. Di miglioramento morale e religioso come può vantarsi colui che non conosce nemmeno i suoi errori segreti?

(II.) Dall'esempio del nostro Salvatore. Come è un modello perfetto di eccellenza universale, così l'esibizione di questa virtù è eminentemente istruttiva. Se c'è qualcosa che poteva aggiungere a tali illustri atti di bontà, era la mitezza, la tenerezza, l'umiltà, con cui venivano conferiti. Se siamo suoi veri discepoli, noi, come Lui, saremo rivestiti di umiltà e la considereremo come la caratteristica distintiva della nostra professione cristiana

(III.) I vantaggi con cui è frequentata, rafforzano fortemente la pratica di questa virtù. Apre la strada alla stima generale, ci esenta dalle mortificazioni della vanità e dell'orgoglio; permettendoci di formare una giusta visione del nostro carattere, ci insegna dove correggerli quando sbagliano, e dove migliorare la loro eccellenza quando sono buoni; ci lascia in pieno possesso di tutti i nostri poteri e conquiste, senza invidia e senza distrazione; respinge il dispiacere e genera contentezza; è un sole della mente, che getta il suo lieve splendore su ogni oggetto; e offre ad ogni eccellenza intellettuale e morale la luce più vantaggiosa in cui possa apparire. In breve, è gradito a Dio, e ugualmente ornamentale e vantaggioso per l'uomo. (A. Stirling, LL.D.)

18 CAPITOLO 4

Giobbe 4:18-21

E accusò i suoi angeli di stoltezza.

Follia negli angeli:

"Ha accusato i suoi angeli di stoltezza". La Rivelazione ci trasmette l'informazione molto interessante che c'è tra il grande Spirito e l'uomo, un ordine intermedio di spiriti la cui dimora è nel luogo alto e santo. Ma le scoperte che la rivelazione divina ci fa del mondo invisibile, per quanto sorprendenti e sublimi, non avevano lo scopo di suscitare il nostro stupore, né di gratificare la nostra curiosità. Essi sono uniformemente presentati nelle Scritture per scopi pratici del tipo più elevato. La dottrina degli angeli viene introdotta per illustrare la stupefacente condiscendenza del Figlio di Dio. Atti altre volte è insegnato per la consolazione dei santi, che hanno la certezza di essere circondati, preservati e provveduti dall'invisibile schiera di Dio. Altre volte si dice che gli atti espongano la grandezza, la sapienza e la santità di Dio da una parte, e la stoltezza, la debolezza e la nullità dell'uomo dall'altra. Questo è il punto di vista introdotto nel passaggio che abbiamo davanti. Alcuni angeli, per orgoglio e ribellione, persero il loro posto. Doveva Dio, dopo questo, riporre la Sua fiducia nell'uomo, anche se creato a Sua immagine? Ciò che si afferma degli angeli è ancora applicabile a loro. Dio solo possiede in sé tutta l'eccellenza. Gli angeli derivano il loro essere, e tutte le sue eccellenze, da Lui. Se il testo è la stima che l'Altissimo forma degli angeli, quanto dobbiamo essere insignificanti e spregevoli ai suoi occhi! Che cosa sono i nostri corpi, se non argilla modellata, che si muove, che respira, parla! E cosa c'è di più fragile di una casa d'argilla! Lezioni pratiche-

1.) L'argomento insegna la follia della cupidigia e dell'ambizione. La cupidigia è di per sé peccaminosa, e poiché usurpa il posto dovuto a Dio nel cuore, è idolatria; Ma se visto alla luce del testo, è la follia e la follia, e la follia volontaria, che espone la sua vittima a meritata derisione

2.) Ci insegna a evitare l'orgoglio e la sicurezza

3.) Ci insegna a non confidare o a non gloriarci, nell'uomo. Perché Dio ha dichiarato la Sua fiducia nei Suoi servi e ha accusato i Suoi angeli di follia, se non per insegnarci più efficacemente il peccato e il pericolo di ogni fiducia e vanto delle creature? (Thomas M'Crie, D.D.)

L'angelo imperfetto:

Voglio mettere la verità della purezza di Dio nella sua giusta relazione con la Sua pazienza, longanimità e gentilezza. Accanto al testo che espone l'inavvicinabile purezza di Dio, si possono mettere testi come Isaia 42:3; Matteo 10:42, che espone la pazienza e la beneficenza del Suo carattere, e l'equità scrupolosa e delicata della Sua amministrazione. Nei discorsi di Elifaz, la purezza rigorosa e inavvicinabile di Dio è raffigurata in una fraseologia esaltata e impressionante. Questo veggente, Elifaz, peccò a causa dell'arrogante fiducia nel suo dono profetico. Il suo errore è consistito nell'errata applicazione di verità che erano evidentemente ispirate, piuttosto che nelle premesse che ha posto come base del suo appello a Giobbe. Aveva ragione nei suoi principi astratti. Possiamo accettare la sua verità sull'inconcepibile purezza di Dio

1.) Gli ideali di purezza di Dio sono così trascendenti e così terribili, che la purezza dell'angelo più vicino al Suo trono è poco migliore della macchia, dell'ombra, dell'oscurità in confronto. "Egli accusa i suoi angeli di stoltezza". Ma l'intero argomento, con l'angelo sullo sfondo, non è vago, nebbioso, fantasioso? Non è certo antiscientifico supporre l'esistenza degli esseri puri e potenti di cui parlavano i veggenti e i profeti dei tempi antichi, né speculativo ponderare bene le parole che dichiarano che, in confronto a Dio stesso, gli angeli hanno in sé tracce di oscurità finita, di macchia, di imperfezione. Gli angeli, dunque, sono forse fragili, stolti e difettosi? Gli angeli sono forse sfigurati dalla limitazione, proprio come noi? Metteteli in paragone con l'uomo, con l'uomo caduto, e ben giustificheranno il titolo di "santo". Metteteli a confronto con Dio, e il titolo vi sembrerà incongruo, arrogante e fuori luogo. La caduta di alcuni di loro dimostra che, come classe, gli angeli non hanno ancora superato lo stadio di difettosità. Non sono saliti a una saggezza così completa che nessuna illusione può tradirla, né a una forza così inattaccabile che nessuna tentazione può segnare il suo record di deturpazione sulla loro vita. Essi sono liberi, è vero, dalla trasgressione effettiva, ma stanno attraversando i primi rozzi stadi di uno sviluppo in cui, a causa della debolezza e della limitazione interiore, c'è un pericoloso spazio per le astuzie del tentatore. Non hanno raggiunto la santità trascendente di Dio, che non può essere tentato dal male. Un'incarnazione, con i suoi pericoli e le sue possibilità, sarebbe fatale per un angelo. Dio non può mai dimenticare la fragilità, la debolezza, la limitazione, che possono essere latenti nei tipi non caduti della vita angelica

2.) La santità di un angelo apparirà poco meglio di una fragilità se la pensiamo in confronto alla santità increata di Dio. La santità divina ha in sé un'originalità trascendente, con la quale quella della creatura non potrà mai sperare di competere. La santità dell'angelo è solo un'eco. Gli angeli non sono altro che copisti e la loro fattura è indicibilmente inferiore alla concezione originale

3.) Nel giudizio dell'Altissimo, la santità dell'angelo rasenta la fragilità, a causa della sua minore vitalità e del suo fervore meno consumante. Nessun angelo sa cosa significhi amare con una potente intensità che rende l'amore necessariamente vicario, e il cuore spezzato dal puro dolore per il peccato, il dolore e la vergogna degli altri. Nessuna Betlemme, né Getsemani, né Golgota hanno mai immortalato la devozione e l'amore angelico. Il loro amore, per quanto cristallino, è un amore a cui il sacrificio è estraneo. Non li attira nelle incarnazioni e nelle offerte propiziatorie, e giù nelle ombre di vaste vergogne e agonie redentrici. Se Gesù Cristo è l'Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo, il Padre deve essere stato toccato in un certo senso dall'eternità dallo stesso dolore. Davanti a tutti i mondi c'era un oscuro mistero di dolore altruistico nel cuore di Dio

4.) Il difetto dell'angelo è un difetto di ristrettezza. In confronto all'amore cattolico e onnicomprensivo di Dio, il suo amore è insulare e trattenuto. Tutte le qualità morali perfette sono illimitate. Le grazie di questi inviati celesti sono ridotte alla fragilità e all'insignificanza quando vengono messe in contrasto con la perfetta vita morale di Dio

5.) La santità dell'angelo ha in sé il difetto e il limite inseparabili dalla brevità della propria storia. È una cosa fragile di ieri in confronto alla santità di Dio. Pensate alle epoche straordinarie attraverso le quali la santità di Dio si è dispiegata. Il valore di una qualità morale è proporzionato al periodo attraverso il quale essa si è verificata e affermata. La vita degli angeli è solo di recente nascita

6.) La santità dell'angelo ha in sé il difetto dell'immaturità. L'intuizione e la santità dell'angelo non sono che punti di partenza per un'evoluzione più elevata e più magnifica del carattere, dalla cui prima cella uscirà la meraviglia e la trasfigurazione del loro destino successivo. Considerate l'impareggiabile pazienza e gentilezza di Dio. "Egli accusa i suoi angeli di stoltezza". Sì; ma li tiene ai suoi piedi, e con grazia inesauribile porta avanti la loro educazione, epoca dopo epoca. Non c'è contraddizione in queste opinioni? No. Solo Colui che è infinitamente santo può permettersi di essere assolutamente misericordioso e gentile. La sua stessa grandezza gli permette di chinarsi. L'incomparabile santo osa abbassarsi alla macchia, alla fragilità e alla debolezza, e aiutarla a uscire dalle sue condizioni oscure e umilianti. Non c'è contraddizione qui. D'altra parte, l'infinitamente santo può discernere la promessa nascosta e la possibilità di santità nei deboli e negli erranti. Sarebbe una cosa terribile se fossimo lasciati a supporre che Dio sia stato microscopico nel Suo esame solo per il giudizio e la condanna, e non anche per la benedizione e l'approvazione. Egli discerne la speranza e l'eccellente possibilità tanto più acutamente attraverso l'abbondanza stessa della Sua purezza. La perfezione della giustizia si realizza nella perfezione dell'amore. (Thomas G. Selby.)

Il giorno di Pasqua:

Nella risurrezione saremo come gli angeli. E affinché non possiamo lusingarci in un sogno di uno stato migliore di quello che hanno gli angeli, in questo testo abbiamo un'indicazione di quale sia il loro stato e la loro condizione: "Ha accusato i suoi angeli di follia".

(I.) Di chi furono pronunciate queste parole? Angeli. Ma non appare se angeli buoni o cattivi; quelli che sono caduti o quelli che sono rimasti in piedi. Calvino pensa che gli angeli buoni, considerati in se stessi, possano essere difettosi. Gli angeli furono creati in una possibilità di beatitudine eterna, ma non in effettivo possesso di essa. Questo non ammette dubbi, perché alcuni di essi sono effettivamente caduti

(II.) Quali parole furono pronunciate?

1.) Cosa si dice positivamente

2.) Ciò che viene di conseguenza dedotto. (Giovanni Donne.)

19 CAPITOLO 4

Giobbe 4:19

Coloro che abitano in case di creta.

La fragilità e la mortalità dell'uomo:

Il grande disegno di Dio nella Sua Parola e nella Sua provvidenza è di umiliare l'orgoglio e curare la fatale presunzione dell'uomo

(I.) L'impressionante descrizione qui della nostra condizione fragile e mortale. Gli angeli sono spiriti puri, gli uomini sono in parte spirituali e in parte corporali. "Abitiamo in case di argilla". La fragilità della nostra struttura è così esposta. Le sue fondamenta sono nella polvere, la sua origine e la sua sussistenza provengono dalla polvere. Anche questa è un'espressione significativa, "Che sono schiacciati davanti alla tignola", cioè prima della tignola

(II.) Questa impressionante descrizione della nostra fragilità è verificata da casi di eventi quotidiani. Illustra con casi di morte per incidente semplice e improvviso e per malattia insidiosa. Trai alcune inferenze pratiche

1.) Se la struttura dell'uomo è così fragile e passibile di morte per cause così numerose, quale follia eclatante e colpevole è quella di essere completamente assorbito dalle occupazioni e dai piaceri della vita presente

2.) Quanto è importante essere preparati per un mondo in cui la morte e il dolore sono sconosciuti! Ma che cos'è la dovuta preparazione per la beatitudine immortale!

3.) Se il corpo è così fragile e mortale, e la mente così incline a volgersi e ad allontanarsi dalla solenne considerazione richiesta, quanto è necessario pregare per la luce e la grazia per dirigere e fissare i nostri pensieri su questo argomento profondamente interessante! Per imparare il metodo di contare proficuamente i nostri giorni sulla terra, tutti noi abbiamo bisogno dell'insegnamento divino, e questo deve essere cercato da Colui che è disposto a impartirlo. (Ricordo dell'Essex.)

21 CAPITOLO 4

Giobbe 4:21

Muoiono, anche senza sapienza.

Morire nell'ignoranza:

"Ahimè! Mentre il corpo è così ampio e muscoloso, l'anima deve essere accecata, sminuita, stordita, quasi annientata? Ahimé! Anche questo era un soffio di Dio: donato in cielo, ma sulla terra per non essere mai dispiegato. Che debba morire un uomo ignorante che aveva capacità di conoscenza, questo lo chiamo una tragedia". (Carlyle.)

Impreparazione alla morte:

"Si dovrebbe pensare", disse un amico al celebre dottor Samuel Johnson, "che la malattia e la visione della morte renderebbero gli uomini più religiosi". «Signore», rispose Johnson, «non sanno come mettersi al lavoro. Un uomo che non ha mai avuto una religione prima, non diventa religioso quando è malato più di quanto un uomo che non ha mai imparato le cifre possa contare quando ha bisogno di calcoli.

Riferimenti incrociati:

Giobbe 4

1 Giob 2:11; 15:1; 22:1; 42:9
Giob 3:1,2; 6:1; 8:1

2 2Co 2:4-6; 7:8-10
Giob 32:18-20; Ger 6:11; 20:9; At 4:20

3 Ge 18:19; Prov 10:21; 15:7; 16:21; Is 50:4; Ef 4:29; Col 4:6
Giob 16:5; De 3:28; Esd 6:22; Is 35:3; Ez 13:22; Lu 22:32,43

4 Sal 145:14; Prov 12:18; 16:23,24; 2Co 2:7; 7:6; 1Te 5:14
Is 35:3,4; Dan 5:6; Eb 12:12

5 Giob 3:25,26
Prov 24:10; 2Co 4:1,16; Eb 12:3,5
Giob 1:11; 2:5; 19:21

6 Giob 1:1,9,10; 2Re 20:3
Giob 13:15; Prov 3:26; 14:26
Giob 17:15; 1P 1:13,17
Giob 1:8; 16:17; 23:11,12; 27:5,6; 29:12-17; 31:1-40

7 Giob 9:22,23; Sal 37:25; Ec 7:15; 9:1,2; At 28:4; 2P 2:9

8 Sal 7:14-16; Prov 22:8; Ger 4:18; Os 8:7; 10:12,13; 2Co 9:6; Ga 6:7,8

9 Eso 15:8,10; 2Re 19:7; Sal 18:15
Giob 1:19; 15:30; Is 11:4; 30:33; 2Te 2:8; Ap 2:16

10 Giob 29:17; Sal 3:7; 57:4; 58:6; Prov 30:14

11 Giob 38:39; Ge 49:9; Nu 23:24; 24:9; Sal 7:2; Ger 4:7; Os 11:10; 2Ti 4:17
Sal 34:10
Giob 1:19; 8:3,4; 27:14,15

12 Sal 62:11
1Co 13:12

13 Giob 33:14-16; Ge 20:3; 28:12; 31:24; 46:2; Nu 12:6; 22:19,20; Dan 2:19,28,29; 4:5
Ge 2:21; 15:12; Dan 8:18; 10:9

14 Giob 7:14; Sal 119:120; Is 6:5; Dan 10:11; Abac 3:16; Lu 1:12,29; Ap 1:17
Giob 33:19

15 Sal 104:4; Mat 14:26; Lu 24:37-39; Eb 1:7,14
Is 13:8; 21:3,4; Dan 5:6

16 1Re 19:12

17 Giob 8:3; 9:2; 35:2; 40:8; Ge 18:25; Sal 143:2; 145:17; Ec 7:20; Ger 12:1; Rom 2:5; 3:4-7; 9:20; 11:33
Giob 9:30,31; 14:4; 15:14; 25:4; Ger 17:9; Mar 7:20-23; Ap 4:8

18 Giob 15:15,16; 25:5,6; Sal 103:20,21; 104:4; Is 6:2,3
2P 2:4; Giuda 1:6

19 Giob 10:9; 13:12; 33:6; Ge 2:7; 3:19; 18:27; Ec 12:7; 2Co 4:7; 5:1
Giob 13:28; 14:2; Sal 39:11; 90:5-7; 103:15,16; 146:4; 1P 1:24

20 2Cron 15:6
Is 38:12,13
Giob 14:14; 16:22; Sal 39:13; 92:7
Giob 18:17; 20:7; 2Cron 21:20; Sal 37:36; Prov 10:7

21 Sal 39:5,11; 49:14; 146:3,4; Is 14:16; Lu 16:22,23; Giac 1:11
Giob 36:12; Sal 49:20; Is 2:22; Lu 12:20

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