Nuova Riveduta:

Giobbe 42

Giobbe si ravvede e si umilia
1 Allora Giobbe rispose al SIGNORE e disse:
2 «Io riconosco che tu puoi tutto e che nulla può impedirti di eseguire un tuo disegno.
3 Chi è colui che senza intelligenza offusca il tuo disegno? Sì, ne ho parlato, ma non lo capivo; sono cose per me troppo meravigliose e io non le conosco.
4 Ti prego, ascoltami, e io parlerò; ti farò delle domande e tu insegnami!
5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora l'occhio mio ti ha visto.
6 Perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere».

Giobbe riacquista la prosperità
7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, il SIGNORE disse a Elifaz di Teman: «La mia ira è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe. 8 Ora dunque prendete sette tori e sette montoni, andate a trovare il mio servo Giobbe e offriteli in olocausto per voi stessi. Il mio servo Giobbe pregherà per voi e io avrò riguardo a lui per non punire la vostra follia, poiché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe».
9 Elifaz di Teman, Bildad di Suac e Zofar di Naama se ne andarono e fecero come il SIGNORE aveva loro ordinato; e il SIGNORE ebbe riguardo per Giobbe.
10 Quando Giobbe ebbe pregato per i suoi amici, il SIGNORE lo ristabilì nella condizione di prima e gli rese il doppio di tutto quello che già gli era appartenuto.
11 Tutti i suoi fratelli, tutte le sue sorelle e tutte le sue conoscenze di prima vennero a trovarlo, mangiarono con lui in casa sua, lo confortarono e lo consolarono di tutti i mali che il SIGNORE gli aveva fatto cadere addosso; e ognuno di loro gli diede un pezzo d'argento e un anello d'oro.
12 Il SIGNORE benedì gli ultimi anni di Giobbe più dei primi; ed egli ebbe quattordicimila pecore, seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. 13 Ebbe pure sette figli e tre figlie; 14 e chiamò la prima Gemima, la seconda Chesia e la terza Cheren-Appuc. 15 In tutto il paese non c'erano donne così belle come le figlie di Giobbe; e il padre assegnò loro un'eredità tra i loro fratelli.
16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli fino alla quarta generazione.
17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

C.E.I.:

Giobbe 42

1 Allora Giobbe rispose al Signore e disse:
2 Comprendo che puoi tutto
e che nessuna cosa è impossibile per te.
3 Chi è colui che, senza aver scienza,
può oscurare il tuo consiglio?
Ho esposto dunque senza discernimento
cose troppo superiori a me, che io non comprendo.
4 «Ascoltami e io parlerò,
io t'interrogherò e tu istruiscimi».
5 Io ti conoscevo per sentito dire,
ma ora i miei occhi ti vedono.
6 Perciò mi ricredo
e ne provo pentimento sopra polvere e cenere.
7 Dopo che il Signore aveva rivolto queste parole a Giobbe, disse a Elifaz il Temanita: «La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe. 8 Prendete dunque sette vitelli e sette montoni e andate dal mio servo Giobbe e offriteli in olocausto per voi; il mio servo Giobbe pregherà per voi, affinché io, per riguardo a lui, non punisca la vostra stoltezza, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe».
9 Elifaz il Temanita, Bildad il Suchita e Zofar il Naamatita andarono e fecero come loro aveva detto il Signore e il Signore ebbe riguardo di Giobbe.
10 Dio ristabilì Giobbe nello stato di prima, avendo egli pregato per i suoi amici; accrebbe anzi del doppio quanto Giobbe aveva posseduto. 11 Tutti i suoi fratelli, le sue sorelle e i suoi conoscenti di prima vennero a trovarlo e mangiarono pane in casa sua e lo commiserarono e lo consolarono di tutto il male che il Signore aveva mandato su di lui e gli regalarono ognuno una piastra e un anello d'oro.
12 Il Signore benedisse la nuova condizione di Giobbe più della prima ed egli possedette quattordicimila pecore e seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. 13 Ebbe anche sette figli e tre figlie. 14 A una mise nome Colomba, alla seconda Cassia e alla terza Fiala di stibio. 15 In tutta la terra non si trovarono donne così belle come le figlie di Giobbe e il loro padre le mise a parte dell'eredità insieme con i loro fratelli.
16 Dopo tutto questo, Giobbe visse ancora centoquarant'anni e vide figli e nipoti di quattro generazioni. 17 Poi Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni.

Nuova Diodati:

Giobbe 42

Giobbe riconosce di non avere intendimento e si pente
1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse: 2 «Riconosco che puoi tutto, e che nessun tuo disegno può essere impedito. 3 Chi è colui che offusca il tuo consiglio senza intendimento? Per questo ho detto cose che non comprendevo, cose troppo alte per me che non conoscevo. 4 Deh, ascolta, e io parlerò; io ti interrogherò e tu mi risponderai. 5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te, ma ora il mio occhio ti vede. 6 Perciò provo disgusto nei miei confronti e mi pento sulla polvere e sulla cenere».

Dio, dopo che Giobbe ha pregato per i suoi amici, gli rende il doppio di tutto ciò che aveva prima
7 Ora, dopo che l'Eterno ebbe rivolto queste parole a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: «La mia ira si è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me rettamente, come ha fatto il mio servo Giobbe. 8 Ora dunque prendete con voi sette tori e sette montoni, andate dal mio servo Giobbe e offrite un olocausto per voi stessi. Il mio servo Giobbe pregherà per voi; e così per riguardo a lui non vi tratterò secondo la vostra follia, perché non avete parlato di me rettamente, come ha fatto il mio servo Giobbe». 9 Elifaz di Teman e Bildad di Shuah e Tsofar di Naamath andarono e fecero come l'Eterno aveva loro ordinato; e l'Eterno ebbe riguardo a Giobbe. 10 Quando Giobbe ebbe pregato per i suoi amici, l'Eterno lo ristabilì nel precedente stato; così l'Eterno rese a Giobbe il doppio di tutto ciò che aveva posseduto. 11 Tutti i suoi fratelli, tutte le sue sorelle e tutti i suoi conoscenti di prima vennero a trovarlo, mangiarono con lui in casa sua; essi lo confortarono e lo consolarono di tutte le avversità che l'Eterno aveva mandato su di lui; quindi ognuno di essi gli diede un pezzo d'argento e un anello d'oro. 12 Ora l'Eterno benedisse gli ultimi anni di Giobbe più dei primi, perché egli ebbe quattordicimila pecore, seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. 13 Ebbe pure sette figli e tre figlie; 14 e chiamò la prima Jemimah, la seconda Ketsiah e la terza Keren-Happuk. 15 In tutto il paese non c'erano donne così belle come le figlie di Giobbe; e il padre assegnò loro una eredità tra i loro fratelli. 16 Dopo questo Giobbe visse centoquarant'anni e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli per quattro generazioni. 17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Riveduta 2020:

Giobbe 42

1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
2 “Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti di eseguire un tuo disegno. 3 Chi è colui che senza intelligenza offusca il tuo disegno? Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; sono cose per me troppo meravigliose e io non le conosco. 4 Ti prego, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami! 5 Il mio orecchio aveva sentito parlare di te ma ora il mio occhio ti ha visto. 6 Perciò mi ravvedo, mi pento sulla polvere e sulla cenere”.

Epilogo
7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: “La mia ira è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe. 8 Ora dunque prendete sette tori e sette montoni, venite a trovare il mio servo Giobbe e offriteli in olocausto per voi stessi. Il mio servo Giobbe pregherà per voi; e io avrò riguardo a lui per non punire la vostra follia; poiché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe”. 9 Elifaz di Teman e Bildad di Suac e Zofar di Naama se ne andarono e fecero come l'Eterno aveva loro ordinato; e l'Eterno ebbe riguardo a Giobbe. 10 Quando Giobbe ebbe pregato per i suoi amici, l'Eterno lo ristabilì nella condizione di prima e gli rese il doppio di tutto quello che gli era già appartenuto. 11 Tutti i suoi fratelli, tutte le sue sorelle e tutte le sue conoscenze di prima vennero a trovarlo, mangiarono con lui in casa sua, lo confortarono e lo consolarono di tutti i mali che l'Eterno gli aveva fatto cadere addosso; e ognuno di loro gli diede un pezzo d'argento e un anello d'oro. 12 L'Eterno benedisse gli ultimi anni di Giobbe più dei primi; ed egli ebbe quattordicimila pecore, seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. 13 Ebbe anche sette figli e tre figlie; 14 e chiamò la prima, Colomba; la seconda, Cassia; la terza, Cornustibia. 15 In tutto il paese non c'erano donne così belle come le figlie di Giobbe; e il padre assegnò loro un'eredità tra i loro fratelli. 16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli fino alla quarta generazione. 17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Riveduta:

Giobbe 42

1 Allora Giobbe rispose all'Eterno e disse:
2 «Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d'eseguire un tuo disegno. 3 Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno?... Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco. 4 Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami! 5 Il mio orecchio avea sentito parlar di te ma ora l'occhio mio t'ha veduto. 6 Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere».

L'Epilogo
7 Dopo che ebbe rivolto questi discorsi a Giobbe, l'Eterno disse a Elifaz di Teman: 'L'ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe. 8 Ora dunque prendetevi sette tori e sette montoni, venite a trovare il mio servo Giobbe e offriteli in olocausto per voi stessi. Il mio servo Giobbe pregherà per voi; ed io avrò riguardo a lui per non punir la vostra follia; poiché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe'. 9 Elifaz di Teman e Bildad di Suach e Tsofar di Naama se ne andarono e fecero come l'Eterno aveva loro ordinato; e l'Eterno ebbe riguardo a Giobbe. 10 E quando Giobbe ebbe pregato per i suoi amici, l'Eterno lo ristabilì nella condizione di prima e gli rese il doppio di tutto quello che già gli era appartenuto. 11 Tutti i suoi fratelli, tutte le sue sorelle e tutte le sue conoscenze di prima vennero a trovarlo, mangiarono con lui in casa sua, gli fecero le loro condoglianze e lo consolarono di tutti i mali che l'Eterno gli avea fatto cadere addosso; e ognuno d'essi gli dette un pezzo d'argento e un anello d'oro. 12 E l'Eterno benedì gli ultimi anni di Giobbe più de' primi; ed ei s'ebbe quattordicimila pecore, seimila cammelli, mille paia di bovi e mille asine. 13 E s'ebbe pure sette figliuoli e tre figliuole; 14 e chiamò la prima, Colomba; la seconda, Cassia; la terza, Cornustibia. 15 E in tutto il paese non c'eran donne così belle come le figliuole di Giobbe; e il padre assegnò loro una eredità tra i loro fratelli. 16 Giobbe, dopo questo, visse centoquarant'anni, e vide i suoi figliuoli e i figliuoli dei suoi figliuoli, fino alla quarta generazione. 17 Poi Giobbe morì vecchio e sazio di giorni.

Ricciotti:

Giobbe 42

Epilogo.
1 Rispondendo allora Giobbe al Signore disse: 2 «Riconosco che tu puoi tutto, e nessun progetto è per te recondito.» 3 «Chi è costui che senza cognizione ottenebra il consiglio [divino]?» «Io perciò ho parlato insipientemente e di cose che oltrepassano la mia cognizione.» 4 «Ascolta e io parlerò, io t'interrogherò e tu rispondimi.» 5 «Per ascoltazione d'orecchi avevo udito di te, ma ora l'occhio mio ti vede. 6 Perciò io accuso me stesso, fo penitenza nella polvere e nella cenere.» 7 Dopo che il Signore ebbe detto queste cose a Giobbe, disse ad Elifaz il Temanita: «L'ira mia si è accesa contro di te e contro i due tuoi amici, perchè non avete parlato dinanzi a me con rettitudine come il mio servo Giobbe. 8 Prendetevi dunque sette tori e sette arieti e andate dal mio servo Giobbe ed offriteli per voi in olocausto; e Giobbe mio servo pregherà per voi: di lui io avrò riguardo, in modo che non vi sia imputata stoltezza, perchè non avete neppur parlato di me con rettitudine come il mio servo Giobbe». 9 Andarono allora, Elifaz il Temanita, Baldad il Suhita e Sofar il Naamatita, e fecero come aveva parlato ad essi il Signore; ed il Signore ebbe riguardo a Giobbe. 10 Il Signore inoltre si mosse a compassione di Giobbe, mentre costui pregava per i suoi amici; e rese il Signore a Giobbe il doppio di tutto quello che aveva avuto. 11 Vennero a trovarlo tutti i suoi fratelli e tutte le sue sorelle e tutti i suoi conoscenti di prima; presero cibo con lui in sua casa, gli fecero le loro condoglianze e lo consolarono di tutte le sventure che il Signore gli aveva mandate; e gli donarono ciascuno un'agnella ed un orecchino d'oro. 12 E il Signore benedisse la fine di Giobbe più che il suo principio; ed egli possedette quattordicimila pecore, seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. 13 Ebbe anche sette figli e tre figlie, 14 e ad una mise il nome di Giorno, alla seconda il nome di Cassia e alla terza il nome di Cornustibio; 15 nè si trovarono donne belle come le figlie di Giobbe in tutta la contrada: e il padre loro assegnò loro un'eredità in mezzo ai loro fratelli. 16 Giobbe visse, dopo queste cose, centoquaranta anni, e vide i suoi figli e i figli dei suoi figli fino alla quarta generazione: e morì vecchio e pieno di giorni.

Tintori:

Giobbe 42

Giobbe ritratta le sue parole
1 Allora Giobbe rispose al Signore, e disse: 2 «Riconosco che tu puoi tutto, che nessun pensiero t'è nascosto. 3 Chi è colui che senza capir nulla scombuia i disegni? Sì, ho parlato da stolto, e di cose che oltremodo passano la mia intelligenza. 4 Ascolta ed io parlerò, io t'interrogherò e tu rispondimi. 5 Io ti avevo sentito colle mie orecchie, ma ora il mio occhio ti vede. 6 Per questo mi ritratto e fo penitenza in polvere e cenere».

Dio proclama l'innocenza di Giobbe e gli raddoppia la passata felicità
7 Or dopo che il Signore ebbe detto a Giobbe queste parole, disse ad Elifaz di Teman: «Il mio furore divampa contro te e contro i tuoi due amici, perchè dinanzi a me non avete parlato con rettitudine come il mio servo Giobbe. 8 Prendetevi dunque sette tori e sette montoni, andate dal mio servo Giobbe e offrite per voi un olocausto. Il mio servo Giobbe farà orazione per voi, e in grazia di lui non vi sarà imputata la vostra stoltezza di non aver parlato di me con rettitudine, come il mio servo Giobbe 9 Allora Elifaz di Teman, Baldad di Sue e Sofar di Naama andarono a fare come il Signore aveva loro ordinato, e il Signore si placò in grazia di Giobbe. 10 Di più il Signore si lasciò commuovere dalla penitenza di Giobbe, mentre egli pregava per gli amici, e gli rese il doppio di tutto ciò che aveva posseduto. 11 Allora vennero a trovarlo tutti i suoi fratelli, tutte le sue sorelle, tutti quelli che prima l'avevan conosciuto e mangiarono con lui nella sua casa, e scossero il capo sopra di lui, e lo consolarono di tutte le tribolazioni, che il Signore gli aveva mandate e gli diedero ciascuno una pecora e un orecchino d'oro. 12 Il Signore benedisse gli ultimi anni di Giobbe più ancora che i primi. Ed egli ebbe quattordici mila pecore, e sei mila cammelli, e mille paia di buoi, e mille asine. 13 Ebbe pure sette figli e tre figlie. 14 Chiamò la prima Giorno, la seconda Cassia, la terza Corno di Antimonio. 15 Non si trovavano su tutta la terra delle donne così belle come le figlie di Giobbe, e il loro padre assegnò ad esse l'eredità tra i loro fratelli. 16 Dopo tutto ciò Giobbe visse cento quarant'anni, e vide i suoi figli e i nipoti fino alla quarta generazione, e morì vecchio e carico di anni.

Martini:

Giobbe 42

Giobbe riconosce di avere stoltamente parlato, e dal Signore e preferito a' suoi amici, e prega per essi: e riceve il doppio di quel, che aveva perduto, e finalmente pieno di giorni riposa in pace.
1 Ma a Giobbe rispose al Signore, e disse: 2 Io so, che tu poi il tutto, e nissun tuo pensiero rimane indietro. 3 Chi è costui, che privo di senno avviluppa i consigli (di Dio)? Io perciò ho parlato da stolto, e di cose che infinitamente sorpassano il mio sapere. 4 Ascolta, ed io parlerò; io ti interrogherò, e tu rispondimi. 5 Io ti udii già colle mie orecchie; ora il mio occhio ti vede. 6 Per questo io accuso me stesso, e fo penitenza nella polvere, e nella cenere. 7 Or dopo che il Signore ebbe dette a Giobbe quelle parole, egli disse ad Eliphaz di Theman: Io sono altamente sdegnato contro di te, e contro i due tuoi amici, perocché non avete parlato con rettitudine dinanzi a me, come Giobbe mio servo. 8 Prendetevi adunque sette tori, e sette arieti, e andate a trovar Giobbe mio servo, e offerite olocausto per voi; e Giobbe mio servo farà orazione per voi; e in grazia di lui non sarà imputata a voi la vostra stoltezza: perocché voi non avete parlato di me con rettitudine, come Giobbe mio servo. 9 Andarono adunque Eliphaz di Theman, e Baldad di Sueh, e Sophar di Naamath, e fecero quanto avea detto loro il Signore, e si placò il Signore in grazia di Giobbe. 10 E oltre a ciò il Signore si mosse a compassione di Giobbe mentre ei pregava pe' suoi amici; e rendette il Signore a Giobbe il doppio di tutto quello, che egli avea posseduto per l'innanzi. 11 E andarono a ritrovarlo tutti i suoi fratelli, e tutte le sue sorelle, e tutti quelli, che prima l'avean conosciuto, e mangiarono con lui nella sua casa, e scuotevano il capo sopra di lui, e lo consolavano di tutte le tribolazioni mandate a lui dal Signore, e ognuno di essi diede a lui una pecora, e un orecchino di oro. 12 E il Signore benedisse Giobbe da ultimo più che da principio; ed egli ebbe quattordici mila pecore, e sei mila cammelli, e mille paia di bovi, e mille asine. 13 Ed ebbe sette figliuoli, e tre figliuole. 14 E alla prima pose nome Giorno, e alla seconda Cassia, e alla terza Corno di Antimonio. 15 Non ebbe tutta la terra donne eguali in bellezza alle figliuole di Giobbe, e il padre loro le chiamò a parte dell'eredità insieme co' loro fratelli. 16 Dopo queste cose visse Giobbe cento quarant'anni, e vide i suoi figliuoli, e i figliuoli de' suoi figliuoli fin alla quarta generazione, e morì in età, avanzata, e pieno di giorni.

Diodati:

Giobbe 42

1 E GIOBBE rispose al Signore, e disse: 2 Io so che tu puoi tutto; E che cosa niuna che tu abbia deliberata, non può essere impedita. 3 Chi è costui, che oscura il consiglio senza scienza? Perciò, io ho dichiarata la mia opinione, Ma io non intendeva ciò ch'io diceva; Son cose maravigliose sopra la mia capacità, Ed io non le posso comprendere. 4 Deh! ascolta, ed io parlerò; Ed io ti farò delle domande, e tu insegnami. 5 Io avea con gli orecchi udito parlar di te; Ma ora l'occhio mio ti ha veduto. 6 Perciò io riprovo ciò che ho detto, e me ne pento In su la polvere, ed in su la cenere.
7 Ora, dopo che il Signore ebbe dette queste cose a Giobbe, egli disse ancora ad Elifaz Temanita: L'ira mia è accesa contro a te, e contro a' due tuoi compagni; perciocchè voi non mi avete parlato dirittamente, come Giobbe, mio servitore. 8 Ora dunque, pigliatevi sette giovenchi, e sette montoni, e andate al mio servitore Giobbe, ed offerite olocausto per voi; e faccia Giobbe, mio servitore, orazione per voi; perciocchè certamente io avrò riguardo a lui, per non farvi portar la pena della vostra stoltizia; conciossiachè voi non mi abbiate parlato dirittamente, come Giobbe, mio servitore. 9 Ed Elifaz Temanita, e Bildad Suhita, e Sofar Naamatita, andarono, e fecero come il Signore avea loro detto. E il Signore esaudì Giobbe.
10 E il Signore trasse Giobbe della sua cattività, dopo ch'egli ebbe fatta orazione per li suoi amici; e il Signore accrebbe a Giobbe al doppio tutto quello ch'egli avea avuto per l'addietro. 11 E tutti i suoi fratelli, e tutte le sue sorelle, e tutti i suoi conoscenti di prima, vennero a lui, e mangiarono con lui in casa sua, e si condolsero con lui, e lo consolarono di tutto il male che il Signore avea fatto venir sopra lui; e ciascuno di essi gli donò una pezza di moneta, ed un monile d'oro. 12 E il Signore benedisse lo stato ultimo di Giobbe, più che il primiero; talchè egli ebbe quattordicimila pecore, e seimila cammelli, e mille paia di buoi, e mille asine. 13 Ed ebbe sette figliuoli e tre figliuole. 14 E pose nome alla prima Gemima, e alla seconda Chesia, e alla terza Cheren-happuc. 15 E non si trovarono in tutto quel paese donne alcune belle come le figliuole di Giobbe; e il lor padre diede loro eredità per mezzo i lor fratelli. 16 E dopo queste cose, Giobbe visse cenquarant'anni, e vide i suoi figliuoli, e i figliuoli de' suoi figliuoli, infino alla quarta generazione. 17 Poi morì vecchio, e sazio di giorni.

Commentario completo di Matthew Henry:

Giobbe 42

1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 42

Salomone dice: "Meglio la fine di una cosa che il principio di essa", Ecclesiaste 7:8. Era così qui nella storia di Giobbe; Alla sera c'era luce. Tre cose che abbiamo incontrato in questo libro che, lo confesso, mi hanno molto turbato; Ma troviamo che tutte e tre le lamentele sono state riparate, completamente riparate, in questo capitolo, tutto è stato messo a posto.

I. È stato un grande problema per noi vedere un uomo santo come Giobbe così irritabile, irritabile e inquieto con se stesso, e soprattutto sentirlo litigare con Dio e parlargli in modo indecente; ma, sebbene cada così, non è completamente abbattuto, perché qui recupera la calma, torna in sé e nella sua mente sana di nuovo mediante il pentimento, si pente di ciò che ha detto a male, lo disdice, e si umilia davanti a Dio, Giobbe 42:1-6.

II. Allo stesso modo è stato un grande problema per noi vedere Giobbe e i suoi amici così in disaccordo, non solo divergenti nelle loro opinioni, ma anche dandosi molte parole dure e lanciando severe critiche l'uno all'altro, sebbene fossero tutti uomini molto saggi e buoni; ma qui abbiamo questo rancore riparato allo stesso modo, le differenze tra loro felicemente appianate, la lite ripresa, tutte le riflessioni irritanti che si erano gettate l'un l'altro perdonate e dimenticate, e tutti uniti in sacrifici e preghiere, reciprocamente accettati da Dio, Giobbe 42:7-9.

III. Ci ha turbato vedere un uomo di così eminente pietà e utilità come Giobbe fu così gravemente afflitto, così addolorato, così malato, così povero, così rimproverato, così disprezzato, e fatto il centro stesso di tutte le calamità della vita umana; ma qui abbiamo anche questo rancore riparato, Giobbe guarito da tutti i suoi mali, più onorato e amato che mai, arricchito di un patrimonio doppio rispetto a quello che aveva prima, circondato da tutte le comodità della vita, e un esempio di prosperità più grande di quanto lo fosse mai stato di afflizione e pazienza, Giobbe 42:10-17.

Tutto questo è scritto per il nostro apprendimento, affinché noi, sotto questi e simili scoraggiamenti che incontriamo, attraverso la pazienza e il conforto di questa Scrittura, possiamo avere speranza.

Ver. 1. fino alla Ver. 6.

Le parole di Giobbe che giustificava se stesso erano terminate, Giobbe 31:40. Dopo di che non disse più nulla su quell'argomento. Le parole di Giobbe che giudica e condanna se stesso cominciano, Giobbe 40:4-5. Qui egli prosegue con parole dello stesso tenore. Sebbene la sua pazienza non avesse avuto il suo lavoro perfetto, il suo pentimento per la sua impazienza lo aveva fatto. Qui è completamente umiliato per la sua follia e per il suo parlare sconsiderato, e gli è stato perdonato. Gli uomini buoni vedranno e riconosceranno i loro difetti alla fine, anche se può essere un po' difficile indurli a fare questo. Poi, quando Dio gli ebbe detto tutto ciò riguardo alla sua grandezza e potenza che appariva nelle creature, allora Giobbe rispose al Signore == (Giobbe 42:1), non per contraddizione (aveva promesso di non rispondere di nuovo, Giobbe 40:5), ma per sottomissione; e così tutti noi dobbiamo rispondere alle chiamate di Dio.

I. Egli sottoscrive la verità della potenza, della conoscenza e del dominio illimitati di Dio, per dimostrare quale fosse lo scopo del discorso di Dio fuori dal turbine, Giobbe 42:2. Le passioni e le pratiche corrotte derivano o da alcuni principi corrotti o dalla negligenza e dall'incredulità dei principi della verità; e quindi il vero pentimento inizia nel riconoscimento della verità, == 2Timoteo 2:25. Giobbe qui possiede il suo giudizio convinto della grandezza, della gloria e della perfezione di Dio, da cui deriverebbe la convinzione della sua coscienza riguardo alla propria follia nel parlargli in modo irriverente.

1. Riconosce che Dio può fare ogni cosa. Cosa c'è di troppo difficile per colui che ha creato il colosso e il leviatano, e gestisce entrambi a suo piacimento? Lo sapeva prima, e lui stesso aveva parlato molto bene sull'argomento, ma ora lo sapeva con applicazione. Dio l'aveva detto una volta, e poi l'aveva sentito due volte, che la potenza appartiene a Dio; e quindi è la più grande follia e presunzione che si possa immaginare lottare con lui.

"Tu puoi fare ogni cosa, e quindi puoi sollevarmi da questa condizione di bassezza, che ho così spesso stupidamente disperato come impossibile: ora credo che tu sia in grado di farlo".

2. Che nessun pensiero può essere negato a lui, cioè,

(1.) Non c'è alcun pensiero del nostro di cui possa essere impedito di conoscere. Non c'è mai nella nostra mente un pensiero inquieto, scontento, incredulo, ma Dio ne è testimone. È vano contendere con lui; Non possiamo infatti nascondergli i nostri consigli e i nostri progetti, e, se Egli li scopre, può sconfiggerli.

(2.) Non c'è alcun pensiero di lui che possa essere impedito dall'esecuzione. Qualunque cosa il Signore volesse, la fece. Giobbe lo aveva detto appassionatamente, lamentandosi di ciò (Giobbe 23:13): "Ciò che l'anima sua desidera che egli faccia; ora dice, con piacere e soddisfazione, che i consigli di Dio rimarranno validi. Se i pensieri di Dio riguardo a noi sono pensieri di bene, per darci una fine inaspettata, non si può trattenerlo dal realizzare i suoi misericordiosi propositi, quali che siano le difficoltà che si frappongano sulla strada.

II. Egli riconosce di essere colpevole di ciò di cui Dio lo aveva accusato all'inizio del suo discorso, Giobbe 42:3.

"Signore, la prima parola che hai detto è stata: Chi è costui che oscura il consiglio con parole senza conoscenza? Non c'era bisogno di altro; quella parola mi convinse. Ammetto di essere l'uomo che è stato così sciocco. Quella parola raggiunse la mia coscienza e mise ordine davanti a me il mio peccato. È troppo chiaro per essere negato, troppo brutto per essere scusato. Ho un consiglio nascosto senza conoscenza. Ho ignorato i consigli e i disegni di Dio nell'affliggermi, e quindi ho litigato con Dio, e ho insistito troppo sulla mia giustificazione: Perciò ho pronunciato ciò che non capivo", cioè: "Ho emesso un giudizio sulle dispensazioni della Provvidenza, sebbene fossi completamente estraneo alle loro ragioni".

Qui

1. Egli si confessa ignorante dei consigli divini; E così siamo tutti. I giudizi di Dio sono un grande abisso, di cui non possiamo scandagliare, e tanto meno scoprire le sorgenti. Vediamo ciò che Dio fa, ma non sappiamo né perché lo fa, a cosa mira, né a cosa lo porterà. Queste sono cose troppo meravigliose per noi, fuori dalla nostra vista per essere scoperte, fuori dalla nostra portata per cambiare, e fuori dalla nostra giurisdizione per giudicare. Sono cose che non conosciamo; E' ben al di sopra della nostra capacità di emettere un verdetto su di loro. Il motivo per cui litighiamo con la Provvidenza è perché non la comprendiamo; e dobbiamo accontentarci di essere all'oscuro di ciò, fino a quando il mistero di Dio non sarà terminato.

2. Si riconosce imprudente e presuntuoso nell'intraprendere il discorso di ciò che non ha capito e nell'accusare ciò di cui non poteva giudicare. Chi risponde a una questione prima di averla ascoltata, è stoltezza e vergogna per lui. Facciamo torto a noi stessi, così come alla causa che ci accingiamo a determinare, mentre non ne siamo giudici competenti.

III. Egli non risponderà, ma supplicherà il suo Giudice, come aveva detto a Giobbe 9:15.

"Ascolta, ti prego, e io parlerò == (Giobbe 42:4), non parlare né come querelante né come imputato (Giobbe 13:22), ma come un umile supplicante, non come uno che si impegnerà a insegnare e prescrivere, ma come uno che desidera imparare ed è disposto a essere prescritto. Signore, non farmi più domande difficili, perché non posso risponderti a una delle mille di quelle che hai posto; ma dammi il permesso di chiederti istruzione, e non negarmela, non rimproverarmi per la mia follia e autosufficienza",

Giacomo 1:5. Ora è condotto alla preghiera che Elihu gli ha insegnato: "Quello che vedo non insegnami tu".

IV. Si mette nella posizione di un penitente, e in ciò si basa su un giusto principio. Nel vero pentimento ci deve essere non solo la convinzione del peccato, ma la contrizione e la tristezza secondo Dio per esso, tristezza secondo Dio, == 2Corinzi 7:9. Tale era il dolore di Giobbe per i suoi peccati.

1. Giobbe aveva un occhio rivolto a Dio nel suo pentimento, aveva un'alta opinione di lui e lo considerava il principio di esso (Giobbe 42:5):

"Ho sentito parlare di te per sentito parlare molte volte dai miei maestri quando ero giovane, dai miei amici di recente. Ho conosciuto qualcosa della tua grandezza, della tua potenza e del tuo sovrano dominio; e tuttavia non sono stato portato, da ciò che ho udito, a sottomettermi a te come avrei dovuto. Le nozioni che avevo di queste cose mi servivano solo per parlarne, e non avevano la dovuta influenza sulla mia mente. Ma ora tu mi hai scoperto per rivelazione immediata nella tua gloriosa maestà; ora i miei occhi ti vedono; ora sento il potere di quelle verità di cui prima avevo solo l'idea, e quindi ora mi pento, e disdico ciò che ho stupidamente detto".

Nota

(1.) È una grande misericordia avere una buona educazione e conoscere le cose di Dio secondo le istruzioni della sua parola e dei suoi ministri. La fede viene dall'udire, e poi è più probabile che venga quando ascoltiamo attentamente e con l' udito dell'orecchio.

(2.) Quando l'intelletto è illuminato dallo Spirito di grazia, la nostra conoscenza delle cose divine supera di gran lunga quella che avevamo prima, come quella della dimostrazione oculare la supera per rapporto e fama comune. Mediante gli insegnamenti degli uomini Dio ci rivela suo Figlio; ma mediante gli insegnamenti del suo Spirito egli rivela suo Figlio in noi (Galati 1:16), e così ci trasforma nella stessa immagine, == 2Corinzi 3:18.

(3.) A volte Dio si compiace di manifestarsi più pienamente al suo popolo con i rimproveri della sua parola e della sua provvidenza.

"Ora che sono stato afflitto, ora che mi è stato detto dei miei difetti, ora il mio occhio ti vede".

La verga e la riprensione danno sapienza. Benedetto l'uomo che tu castighi e insegni.

2. Giobbe aveva un occhio su se stesso nel suo pentimento, non pensava a se stesso, e quindi esprimeva il suo dolore per i suoi peccati (Giobbe 42:6): Perciò aborro me stesso e mi pento nella polvere e nella cenere. Osservare

(1.) Ci interessa essere profondamente umiliati per i peccati di cui siamo convinti, e non riposare in un leggero dispiacere superficiale contro noi stessi per essi. Anche le brave persone, che non hanno grossolane enormità di cui pentirsi, devono essere grandemente afflitte nell'anima per le operazioni e le rotture dovute all'orgoglio, alla passione, all'irritabilità e al malcontento, e per tutti i loro discorsi frettolosi e sconsiderati; per questi dobbiamo essere punti nel cuore ed essere nell'amarezza. Finché il nemico non sarà efficacemente umiliato, la pace sarà insicura.

(2.) Le espressioni esteriori della tristezza secondo Dio diventano penitenti; Giobbe si pentì nella polvere e nella cenere. Questi, senza un cambiamento interiore, non fanno che deridere Dio; ma, quando provengono da una sincera contrizione dell'anima, il peccatore per mezzo di essi dà gloria a Dio, si vergogna e può essere uno strumento per portare gli altri al pentimento. Le afflizioni di Giobbe lo avevano ridotto alla cenere (Giobbe 2:8, si sedette tra le ceneri), ma ora i suoi peccati lo portavano lì. I veri penitenti piangono per i loro peccati con lo stesso cuore con cui piangono per qualsiasi afflizione esteriore, e sono nell'amarezza come per un figlio unico di un primogenito, perché sono portati a vedere più mali nei loro peccati che nelle loro difficoltà.

(3.) Il disprezzo di sé è sempre più il compagno del vero pentimento. Ezechiele 6:9 : " Si disprezzeranno per i mali che hanno commesso". Non dobbiamo solo arrabbiarci con noi stessi per il torto e il danno che abbiamo fatto con il peccato alla nostra anima, ma dobbiamo aborrire noi stessi, come avendoci resi odiosi al Dio puro e santo, che non può sopportare di guardare l'iniquità. Se il peccato è veramente un abominio per noi, lo sarà specialmente il peccato in noi stessi; Più è vicino a noi, più ripugnante sarà.

(4.) Più vediamo la gloria e la maestà di Dio, e più vediamo la viltà e l'odiosità del peccato e di noi stessi a causa del peccato, più ci umilieremo e aborriremo noi stessi per questo.

"Ora il mio occhio vede quale Dio è colui che ho offeso, lo splendore di quella maestà che con il peccato volontario ho sputato in faccia, la tenerezza di quella misericordia che ho disprezzato nelle viscere; ora vedo che Dio giusto e santo è colui nella cui ira sono incorso; perciò mi aborro. Guai a me, perché sono distrutto",

Isaia 6:5. Dio aveva sfidato Giobbe a guardare gli uomini orgogliosi e ad umiliarli.

"Non posso", dice Giobbe, "fingere di farlo; Ho abbastanza da fare per far umiliare il mio cuore orgoglioso, per umiliarlo e portarlo in basso".

Lasciamo che sia Dio a governare il mondo, e facciamo in modo che la nostra cura, nella forza della sua grazia, governi bene noi stessi e i nostri cuori.

7 Ver. 7. fino alla Ver. 9.

Giobbe, nei suoi discorsi, si era lamentato molto delle censure dei suoi amici e del loro duro trattamento nei suoi confronti, e si era appellato a Dio come Giudice tra lui e loro, e aveva ritenuto difficile che il giudizio non fosse stato immediatamente emesso sull'appello. Mentre Dio catechizzava Giobbe fuori dal turbine, si sarebbe potuto pensare che egli fosse solo nel torto, e che la causa sarebbe certamente andata contro di lui; ma qui, con nostra grande sorpresa, troviamo tutt'altro, e la sentenza definitiva è stata pronunciata in favore di Giobbe. Perciò non giudicate nulla prima del tempo. Coloro che sono veramente giusti dinanzi a Dio possono vedere la loro giustizia offuscata ed eclissata da afflizioni grandi e non comuni, dalle severe censure degli uomini, dalle loro fragilità e passioni stolte, dai duri rimproveri della parola e della coscienza, e dalla profonda umiliazione del loro spirito sotto il senso dei terrori di Dio; eppure, a tempo debito, queste nuvole soffieranno tutte, e Dio farà emergere la loro giustizia come la luce e il loro giudizio come il mezzogiorno, == Salmi 37:6. Egli eliminò la giustizia di Giobbe qui, perché egli, come un uomo onesto, la tenne salda e non volle lasciarla andare. Abbiamo qui,

I. Sentenza emessa contro i tre amici di Giobbe, sulla controversia tra loro e Giobbe. Eliu non è biasimato qui, perché si distinse dagli altri nella gestione della disputa, e agì non come parte, ma come moderatore; e la moderazione avrà la sua lode presso Dio, sia che l'abbia presso gli uomini o no. Nel giudizio qui dato Giobbe è magnificato e i suoi tre amici sono mortificati. Mentre esaminavamo i discorsi da entrambe le parti, non potevamo discernere, e quindi non osavamo determinare, chi avesse ragione; Pensavamo che entrambi avessero qualcosa di vero dalla loro parte, ma non riuscivamo a tagliare i capelli tra di loro; né noi, per tutto il mondo, avremmo dovuto emettere la sentenza decisiva sul caso, per timore di aver stabilito il torto. Ma è bene che il giudizio sia del Signore, e noi siamo sicuri che il suo giudizio è secondo verità; Ad essa ci riferiremo, e ad essa ci atterremo. Ora, nella sentenza qui data,

1. Giobbe è grandemente magnificato e ne esce con onore. Era solo uno contro tre, un mendicante ora contro tre principi, eppure, avendo Dio dalla sua parte, non doveva temere il risultato, anche se migliaia di persone si misero contro di lui. Osserva qui,

(1.) Quando Dio apparve per lui: Dopo che il Signore ebbe detto queste parole a Giobbe, == Giobbe 42:7. Dopo averlo convinto e umiliato, e averlo portato al pentimento per ciò che aveva detto male, allora lo riconobbe in ciò che aveva detto bene, lo confortò e gli diede onore; non fino ad allora: poiché non siamo pronti per l'approvazione di Dio finché non giudichiamo e condanniamo noi stessi; Ma poi ha difeso così la sua causa, perché chi ci ha sbranati ci guarirà, chi ha percosso ci legerà. Il Consolatore convincerà, Giovanni 16:8. Vedete con quale metodo dobbiamo aspettarci l'accettazione divina; Dobbiamo prima essere umiliati sotto i rimproveri divini. Dopo che Dio, pronunciando queste parole, ebbe causato dolore, tornò ed ebbe compassione, secondo la moltitudine delle sue misericordie; poiché non contenderà per sempre, ma discuterà con misura, e fermerà il suo vento impetuoso nel giorno del suo vento orientale. Ora che Giobbe si era umiliato, Dio lo esaltò. I veri penitenti troveranno grazia presso Dio, e ciò che hanno detto e fatto di male non sarà più menzionato contro di loro. Allora Dio si compiace di noi quando siamo portati ad aborrire noi stessi.

(2.) Come è apparso per lui. Si dà per scontato che tutte le sue offese siano perdonate; perché se è dignitoso, come troviamo che è qui, senza dubbio è giustificato. A volte Giobbe aveva lasciato intendere, con grande sicurezza, che Dio lo avrebbe finalmente liberato, e non si vergognava di quella speranza.

[1.] Dio lo chiama più volte il suo servo Giobbe, quattro volte in due versetti, e sembra che provi piacere nel chiamarlo così, come prima delle sue tribolazioni (Giobbe 1:8),

"Hai tu considerato il mio servo Giobbe? Benché sia povero e disprezzato, è comunque il mio servo e mi è caro come quando era nella prosperità. Benché abbia i suoi difetti, e sia sembrato un uomo soggetto alle stesse passioni degli altri, sebbene abbia conteso con me, sia andato in giro ad annullare il mio giudizio e abbia oscurato il consiglio con parole senza conoscenza, tuttavia vede il suo errore e lo ritratta, e perciò è ancora il mio servo Giobbe".

Se manteniamo ancora salda l'integrità e la fedeltà dei servitori a Dio, come fece Giobbe, anche se per un certo tempo possiamo essere privati del merito e del conforto della relazione, alla fine saremo restaurati ad essa, come lo era lui. Il diavolo si era messo d'accordo con Giobbe come ipocrita, e i suoi tre amici lo avevano condannato come un uomo malvagio; ma Dio riconoscerà coloro che accetterà e non permetterà che siano travolti dalla malizia dell'inferno o della terra. Se Dio dice: "Ben fatto, servo buono e fedele", poco importa chi dice il contrario.

[2.] Ammette di aver parlato di lui di ciò che era giusto, al di là di ciò che avevano fatto i suoi antagonisti. Aveva dato un resoconto molto migliore e più vero della divina Provvidenza di quanto avessero fatto loro. Avevano fatto torto a Dio facendo della prosperità un segno della vera chiesa e dell'afflizione un segno certo dell'ira di Dio; ma Giobbe gli aveva fatto bene sostenendo che l'amore e l'odio di Dio devono essere giudicati da ciò che è negli uomini, non da ciò che è davanti a loro, Ecclesiaste 9:1. Osservate, in primo luogo, che coloro che rendono più giustizia a Dio e alla sua provvidenza hanno un occhio di riguardo per le ricompense e le punizioni di un altro mondo più che per quelle di questo, e con la prospettiva di queste cose risolvono le difficoltà dell'attuale amministrazione. Giobbe aveva rinviato le cose al giudizio futuro, e allo stato futuro, più di quanto avessero fatto i suoi amici, e quindi parlava di Dio di ciò che era giusto, meglio di quanto avessero fatto i suoi amici. In secondo luogo, sebbene Giobbe avesse detto alcune cose sbagliate, anche riguardo a Dio, con il quale si era reso troppo audace, tuttavia è lodato per ciò che ha detto di giusto. Non solo non dobbiamo rifiutare ciò che è vero e buono, ma non dobbiamo negargli la lode dovuta, anche se in esso appare un miscuglio di fragilità umana e infermità. In terzo luogo, Giobbe aveva ragione e i suoi amici avevano torto, eppure lui soffriva e loro si sentivano a proprio agio: una prova evidente che non possiamo giudicare gli uomini e i loro sentimenti guardando nei loro volti o nelle loro borse. Può farlo infallibilmente solo chi vede il cuore degli uomini.

[3.] Egli darà la sua parola a Giobbe che, nonostante tutto il male che i suoi amici gli hanno fatto, egli è un uomo così buono e di uno spirito così umile, tenero e pronto a perdonare, che pregherà molto volentieri per loro e userà il suo interesse per il cielo per loro.

"Il mio servo Giobbe pregherà per te. So che lo farà. Io l'ho perdonato, ed egli ha il conforto del perdono, e perciò perdonerà a te".

[4.] Lo nomina sacerdote di questa congregazione e promette di accettare lui e la sua mediazione per i suoi amici.

"Porta i tuoi sacrifici al mio servo Giobbe, per lui io accetterò".

Coloro che Dio lava dai loro peccati, li fa re e sacerdoti per sé. I veri penitenti non solo troveranno favore come supplicanti per se stessi, ma saranno accettati come intercessori anche per gli altri. Fu un grande onore che Dio diede a Giobbe, nominandolo per offrire sacrifici per i suoi amici, come in precedenza era solito fare per i suoi figli, Giobbe 1:5. E un felice presagio era della sua restaurazione alla sua prosperità, e in verità un buon passo verso di essa, che egli fu così restaurato al sacerdozio. Così divenne un tipo di Cristo, per mezzo del quale solo noi e i nostri sacrifici spirituali siamo accettevoli a Dio; vedere 1Pietro 2:5.

"Va' dal mio servo Giobbe, dal mio servo Gesù"

(al quale per un po' nascose il volto),

"metti i tuoi sacrifici nelle sue mani, serviti di lui come tuo Avvocato, poiché io lo accetterò, ma, da lui, devi aspettarti di essere trattato secondo la tua follia".

E, come Giobbe pregò e offrì sacrifici per coloro che avevano afflitto e ferito il suo spirito, così Cristo pregò e morì per i suoi persecutori, e vive sempre intercedendo per i trasgressori.

2. Gli amici di Giobbe sono molto mortificati e ne escono con la disgrazia. Erano uomini buoni e appartenevano a Dio, e perciò egli non li avrebbe lasciati fermi nel loro errore più di quanto non lo fosse Giobbe, ma, dopo averlo umiliato con un discorso fuori dal turbine, prese un'altra condotta per umiliarli. Giobbe, che gli era più caro, fu rimproverato per primo, ma gli altri a loro volta. Quando sentirono parlare con Giobbe, è probabile, si lusingarono con la presunzione di essere nel giusto e che Giobbe avesse tutta la colpa, ma Dio li rimproverò presto e fece loro sapere il contrario. Nella maggior parte delle dispute e delle controversie c'è qualcosa che non va da entrambe le parti, sia nel merito della causa che nella gestione, se non in entrambi; ed è giusto che entrambe le parti ne siano informate e che si vedano i loro errori. Dio si rivolge a Elifaz, non solo come il più anziano, ma come il capo dell'attacco sferrato contro Giobbe. Ora

(1.) Dio dice loro chiaramente che non avevano parlato di lui della cosa giusta, come Giobbe, cioè avevano biasimato e condannato Giobbe sulla base di una falsa ipotesi, avevano rappresentato Dio che combatteva contro Giobbe come un nemico quando in realtà lo stava solo provando come un amico, e questo non era giusto. Non dicono bene di Dio coloro che rappresentano i castighi paterni dei suoi figli come punizioni giudiziarie e che li stroncano dal suo favore a causa di essi. Nota: È una cosa pericolosa giudicare in modo poco caritatevole dello stato spirituale ed eterno degli altri, perché così facendo potremmo forse condannare coloro che Dio ha accettato, il che è una grande provocazione per lui; Sta offendendo i suoi piccoli, ed egli si considera offeso in tutti i torti che vengono fatti loro.

(2.) Assicura loro che era arrabbiato con loro: La mia ira si è accesa contro di te e i tuoi due amici. Dio è molto adirato con coloro che disprezzano e biasimano i loro fratelli, che trionfano su di loro e li giudicano con scarsezza, sia per le loro calamità che per le loro infermità. Benché fossero uomini saggi e buoni, tuttavia, quando parlavano male, Dio si adirava con loro e faceva loro sapere che lo era.

(3.) Egli richiede loro un sacrificio, per fare espiazione per ciò che avevano detto male. Dovranno portare ciascuno di loro sette giovenchi e ciascuno di loro sette montoni, da offrire a Dio come olocausto; poiché dovrebbe sembrare che, prima della legge di Mosè, tutti i sacrifici, anche quelli di espiazione, fossero completamente bruciati, e quindi fossero chiamati così. Pensavano di aver parlato meravigliosamente bene, e che Dio era in debito con loro per aver perorato la sua causa e doveva loro una buona ricompensa per questo; ma viene detto loro che, al contrario, egli è scontento di loro, esige da loro un sacrificio e minaccia che, altrimenti, li tratterà dopo la loro follia. Dio è spesso adirato per ciò che in noi siamo orgogliosi e vede molto di sbagliato in ciò che pensiamo sia stato fatto bene.

(4.) Ordina loro di andare da Giobbe, di pregarlo di offrire i loro sacrifici e di pregare per loro, altrimenti non sarebbero stati accettati. Con questo Dio ha progettato,

[1.] Per umiliarli e abbatterli. Pensavano di essere solo i favoriti del Cielo, e che Giobbe non vi avesse alcun interesse; ma Dio fa loro capire che lì aveva un interesse migliore di loro, e si opponeva più di loro all'accettazione di Dio. Potrebbe venire il giorno in cui coloro che disprezzano e biasimano il popolo di Dio corteggeranno il loro favore e sapranno che Dio li ha amati, == Apocalisse 3:9. Le vergini stolte mendicheranno l'olio dei saggi.

[2.] Per obbligarli a fare la pace con Giobbe, come condizione per fare la pace con Dio. Se tuo fratello ha qualcosa contro di te (come Giobbe ne aveva molte contro di loro), prima riconciliati con tuo fratello e poi vieni a offrire il tuo dono. La soddisfazione deve essere fatta per il torto commesso, secondo la natura della cosa richiede, prima di poter sperare di ottenere da Dio il perdono dei peccati. Vedete come Dio sposò a fondo la causa del suo servitore Giobbe e vi si impegnò. Dio non si riconcilierà con coloro che hanno offeso Giobbe finché prima non avranno implorato il suo perdono ed egli non si sarà riconciliato con loro. Giobbe e i suoi amici avevano opinioni divergenti su molte cose ed erano stati troppo acuti nelle loro riflessioni l'uno sull'altro, ma ora dovevano diventare amici; A tal fine, non devono ridiscutere la questione e cercare di darle una nuova piega (che potrebbe essere infinita), ma devono essere d'accordo in un sacrificio e in una preghiera, e questo deve riconciliarli: devono unirsi in affetto e devozione quando non potrebbero essere d'accordo negli stessi sentimenti. Coloro che differiscono nei giudizi su cose minori sono tuttavia uno in Cristo il grande sacrificio, e si incontrano sullo stesso trono di grazia, e quindi devono amarsi e sopportarsi l'un l'altro. Ancora una volta, osservate, quando Dio si adirò con gli amici di Giobbe, li mise lui stesso in condizione di fare pace con lui. Le nostre liti con Dio cominciano sempre da parte nostra, ma la riconciliazione inizia da parte sua.

II. L'acquiescenza degli amici di Giobbe a questo giudizio dato, Giobbe 42:9. Erano uomini buoni e, appena compresero qual era il pensiero del Signore, fecero come egli aveva loro comandato, e ciò rapidamente e senza contraddizioni, sebbene fosse contro la natura della carne e del sangue corteggiare così colui che avevano condannato. Nota: Coloro che vogliono essere riconciliati con Dio devono usare attentamente i mezzi e i metodi prescritti per la riconciliazione. La pace con Dio si ottiene solo a modo Suo e alle Sue condizioni, e non sembrerà mai difficile a coloro che sanno apprezzare il privilegio, ma ne saranno lieti a qualsiasi condizione, anche se sempre così umiliante. Gli amici di Giobbe si erano uniti nell'accusare Giobbe, e ora si uniscono nel chiedergli perdono. Coloro che hanno peccato insieme dovrebbero pentirsi insieme. Coloro che si appellano a Dio, come avevano spesso fatto sia Giobbe che i suoi amici, devono decidere di sostenere il suo premio, sia che piaccia o meno alla loro mente. E coloro che osservano coscienziosamente i comandamenti di Dio non devono dubitare del suo favore: il Signore accettò anche Giobbe e i suoi amici in risposta alla sua preghiera. Non è detto: Egli li accettò (anche se ciò è implicito), ma, Egli accettò Giobbe per loro; così Egli ci ha fatti accettare nell'amato, == Efesini 1:6; Matteo 3:17. Giobbe non insultò i suoi amici sulla base della testimonianza che Dio aveva dato riguardo a lui e della sottomissione che essi erano obbligati a fargli; ma, essendo Dio misericordiosamente riconciliato con lui, fu facilmente riconciliato con loro, e allora Dio lo accettò. Questo è ciò a cui dovremmo mirare in tutte le nostre preghiere e servizi, per essere accettati dal Signore; questo deve essere il culmine della nostra ambizione, non per avere lode agli uomini, ma per piacere a Dio.

10 Ver. 10. fino alla Ver. 17.

Avete sentito parlare della pazienza di Giobbe (dice l'apostolo, Giacomo 5:11) e avete visto la fine del Signore, cioè, quale fine il Signore, alla fine, ha posto alle sue tribolazioni. All'inizio di questo libro abbiamo avuto la pazienza di Giobbe nei suoi problemi, per esempio; Qui, alla fine, per il nostro incoraggiamento a seguire quell'esempio, abbiamo il felice esito dei suoi problemi e della condizione prospera in cui fu restaurato dopo di essi, il che ci conferma nel contare coloro che sono felici e che resistono. Forse, anche, la straordinaria prosperità di cui Giobbe fu coronato dopo le sue afflizioni doveva essere per noi cristiani un tipo e una figura della gloria e della felicità del cielo, che le afflizioni di questo tempo presente stanno operando per noi, e nelle quali alla fine usciranno; questo sarà più del doppio di tutte le delizie e le soddisfazioni di cui godiamo ora, come lo fu la prosperità di Giobbe dopo il suo passato, sebbene allora fosse il più grande di tutti gli uomini dell'oriente. Colui che sopporta correttamente la tentazione, quando sarà messo alla prova, riceverà la corona della vita == (Giacomo 1:12), come Giobbe, quando fu messo alla prova, ricevette tutte le ricchezze, gli onori e le comodità di cui qui abbiamo un resoconto.

I. Dio gli ritornò per vie di misericordia; e i suoi pensieri riguardo a lui erano pensieri di bene e non di male, per dare la fine attesa (anzi, inaspettata), Geremia 29:11. I suoi guai cominciarono nella malizia di Satana, che Dio tenne a freno; la sua restaurazione iniziò nella misericordia di Dio, alla quale Satana non poteva opporsi. La lamentela più grave di Giobbe, e in verità l'accento doloroso di tutte le sue lamentele, su cui poneva la massima enfasi, era che Dio appariva contro di lui. Ma ora Dio apparve chiaramente per lui, e vegliò su di lui per edificare e piantare, come aveva (almeno nella sua apprensione) vegliato su di lui per sradicare e abbattere, == Geremia 31:28. Questo diede immediatamente un nuovo volto ai suoi affari, e ogni cosa ora sembrava piacevole e promettente come prima era apparsa cupa e spaventosa.

1. Dio ha convertito la sua cattività, cioè ha riparato le sue ingiustizie e ha tolto tutte le cause delle sue lamentele, lo ha sciolto dal legame con cui Satana lo aveva ormai legato per un lungo periodo e lo ha liberato da quelle mani crudeli nelle quali lo aveva consegnato. Possiamo supporre che ora tutti i suoi dolori fisici e il suo cimurro fossero guariti così improvvisamente e così completamente che la guarigione era quasi miracolosa: la sua carne divenne più fresca di quella di un bambino ed egli tornò ai giorni della sua giovinezza; e, per di più, sentiva un grandissimo cambiamento nella sua mente; era calmo e tranquillo, e il tumulto era tutto finito, i suoi pensieri inquieti erano svaniti, le sue paure erano state messe a tacere, e le consolazioni di Dio erano ora la delizia della sua anima tanto quanto i suoi terrori erano stati il suo fardello. La marea cambiò così, i suoi guai cominciarono a diminuire con la stessa velocità con cui erano scorreti, proprio in quel momento in cui stava pregando per i suoi amici, pregando per il sacrificio che offriva per loro. La misericordia non tornava quando discuteva con i suoi amici, no, non se aveva il diritto dalla sua parte, ma quando pregava per loro; poiché Dio è meglio servito e compiaciuto dalle nostre calde devozioni che dalle nostre calde dispute. Quando Giobbe completò il suo pentimento con questo esempio del suo perdono agli uomini per i loro falli, allora Dio completò la sua remissione volgendo la sua cattività. Notate: Stiamo veramente facendo il nostro lavoro quando preghiamo per i nostri amici, se preghiamo in modo giusto, perché in quelle preghiere non c'è solo la fede, ma l'amore. Cristo ci ha insegnato a pregare con e per gli altri, insegnandoci a dire: Padre nostro; E, nel cercare misericordia per gli altri, possiamo trovare misericordia noi stessi. Nostro Signore Gesù ha la sua esaltazione e il suo dominio lì, dove vive sempre intercedendo. Alcuni, con la fine della cattività di Giobbe, comprendono la restituzione che i Sabei e i Caldei fecero del bestiame che gli avevano tolto, Dio li inclinò meravigliosamente a farlo; e con questi egli diede inizio al mondo di nuovo. Probabilmente era così; quei guastatori avevano inghiottito le sue ricchezze, ma furono costretti a vomitarle di nuovo, == Giobbe 20:15. Ma io capisco piuttosto questo più in generale del turno ora dato.

2. Dio raddoppiò i suoi beni: Anche il Signore diede a Giobbe il doppio di quanto aveva prima. È probabile che in un primo momento, in un modo o nell'altro, gli abbia fatto capire che era suo grazioso proposito, a poco a poco, a tempo debito, di portarlo a un tale livello di prosperità che avrebbe avuto il doppio di quanto avesse mai avuto, per incoraggiare la sua speranza e ravvivare la sua industria, e che potesse sembrare che questo meraviglioso aumento fosse un segno speciale del favore di Dio. E può essere considerato come previsto,

(1.) Per bilanciare le sue perdite. Ha sofferto per la gloria di Dio, e quindi Dio ha fatto pace con vantaggio, e gli ha concesso più che un interesse su un interesse. Dio avrà cura che nessuno perda per causa sua.

(2.) Per ricompensare la sua pazienza e la sua fiducia in Dio, che (nonostante le opere della corruzione) non ha gettato via, ma ha ancora tenuto salda, e questo è ciò che ha una grande ricompensa di ricompensa, == Ebrei 10:35. Gli amici di Giobbe avevano spesso rimproverato severamente Giobbe su questa questione: Se tu fossi puro e retto, certamente ora si sveglierebbe per te, == Giobbe 8:6. Ma egli non si sveglia per te; perciò tu non sei retto.

"Ebbene", dice Dio, "benché il tuo argomento non sia conclusivo, dimostrerò pure con ciò l'integrità del mio servitore Giobbe; Il suo ultimo fine aumenterà grandemente, e da ciò apparirà, poiché tu vorrai così, che non è stato per alcuna ingiustizia nelle sue mani che ha sofferto la perdita di tutte le cose".

Ora sembrava che Giobbe avesse motivo di benedire Dio per averla tolta (come fece Giobbe 1:21), dal momento che ciò era così buono da restituire.

II. I suoi vecchi conoscenti, vicini e parenti, erano molto gentili con lui, Giobbe 42:11. Si erano allontanati da lui, e questa non era l'ultima delle lamentele del suo stato di afflitto; si lamentò amaramente della loro scortesia, Giobbe 19:13, ecc. Ma ora lo visitavano con tutte le espressioni possibili di affetto e rispetto.

1. Gli hanno reso onore, venendo a pranzo con lui come prima, ma (possiamo supporre) portando con sé i loro divertimenti, così che aveva la reputazione di banchettarli senza spesa.

2. Essi simpatizzavano con lui e mostravano tenerezza per lui, come si conviene ai fratelli. Essi si lamentavano di lui quando parlavano di tutte le calamità del suo stato afflitto, e lo confortavano quando si accorgevano dei ritorni misericordiosi di Dio verso di lui. Piangevano per le sue sofferenze e si rallegravano delle sue gioie, e non si dimostrarono consolatori miserabili come i suoi tre amici, che, all'inizio, erano così premurosi e premurosi da assisterlo. Questi non erano né grandi né uomini dotti ed eloquenti come quelli, ma si dimostrarono molto più abili e gentili nel confortare Giobbe. A volte Dio sceglie le cose stolte e deboli del mondo, come per convinzione, così per comodità.

3. Fecero una colletta tra loro per riparare le sue perdite e rimetterlo in sesto. Non pensarono abbastanza per dire: Riscaldati, sii saziato, ma gli diedero le cose che gli sarebbero state utili, Giacomo 2:16 == Ognuno gli diede un pezzo di denaro (chi di più, probabilmente, e chi di meno, secondo le loro capacità) e ognuno un orecchino d'oro (un ornamento molto usato dai bambini dell'est), che per lui sarebbe stato buono come denaro: questo era un superfluo che potevano benissimo risparmiare, e la regola è: Che la nostra abbondanza deve essere un supplizio per le necessità dei nostri fratelli. Ma perché i parenti di Giobbe mostrarono ora, finalmente, questa benignità verso di lui?

(1.) Dio ha messo nei loro cuori di farlo; e ogni creatura è per noi ciò che egli fa essere. Giobbe aveva riconosciuto Dio nel loro allontanamento da lui, per il quale ora lo ricompensava volgendoli di nuovo a lui.

(2.) Forse alcuni di loro si allontanarono da lui perché lo consideravano un ipocrita, ma, ora che la sua integrità si era manifestata, tornarono a lui e si rimisero in comunione con lui. Quando Dio era amico con lui, tutti erano disposti ad essere amichevoli, Salmi 119:74,79. Altri di loro, forse, si ritirarono perché era povero, dolorante e uno spettacolo triste, ma ora che cominciava a riprendersi erano disposti a rinnovare la loro conoscenza con lui. Gli amici rondini, che sono andati via in inverno, torneranno in primavera, anche se la loro amicizia è di scarso valore.

(3.) Forse il rimprovero che Dio aveva dato a Elifaz e agli altri due per la loro scortesia verso Giobbe risvegliò il resto dei suoi amici perché tornassero al loro dovere. Dovremmo quindi prendere i rimproveri verso altri come ammonimenti e istruzioni.

4. Giobbe pregò per i suoi amici, e poi essi si affollarono intorno a lui, sopraffatti dalla sua gentilezza, e tutti desideravano interessarsi alle sue preghiere. Più preghiamo per i nostri amici e parenti, più conforto possiamo aspettarci da loro.

III. Il suo patrimonio aumentò stranamente, per la benedizione di Dio sul poco che i suoi amici gli davano. Ricevette con gratitudine la loro cortesia e non pensò che fosse da meno che la sua proprietà fosse riparata con le contribuzioni. Da un lato, non esortava i suoi amici a raccogliere denaro per lui; egli si assolve da ciò (Giobbe 6:22), Ho forse detto: Conducimi o dammi una ricompensa delle tue sostanze? Eppure ciò che portarono, egli lo accettò con gratitudine e non li rimproverò per la loro precedente scortesia, né chiese loro perché non lo avessero fatto prima. Non era né così avido e avido da chiedere la loro carità, né così orgoglioso e di cattivo carattere da rifiutarla quando la offrivano; e, essendo di così buon umore, Dio gli diede ciò che era molto meglio del loro denaro e dei loro orecchini, e questa fu la sua benedizione, Giobbe 42:12. Il Signore lo confortò ora, secondo i giorni in cui l'aveva umiliato, e benedisse la sua ultima fine più del suo inizio. Osservare

1. La benedizione del Signore arricchisce; È Lui che ci dà il potere di ottenere ricchezza e ci dà il successo negli sforzi onesti. Quelli dunque che vogliono prosperare devono avere un occhio per la benedizione di Dio, e mai per uscirne, no, non verso il caldo sole; e coloro che hanno prosperato non devono sacrificare alla propria rete, ma riconoscere i loro obblighi verso Dio per la sua benedizione.

2. Quella benedizione può rendere molto ricche e talvolta rende tali le brave persone. Coloro che diventano ricchi guadagnando pensano di potersi facilmente arricchire risparmiando; ma, come coloro che hanno poco devono dipendere da Dio per fare molto, così coloro che hanno molto devono dipendere da Dio per fare di più e raddoppiarlo; altrimenti hai seminato molto e hai raccolto poco, == Aggeo 1:6.

3. Gli ultimi giorni di un uomo buono a volte si rivelano i suoi giorni migliori, le sue ultime opere le loro opere migliori, le sue ultime comodità le loro migliori comodità; perché il suo sentiero, come quello della luce del mattino, risplende sempre più verso il giorno perfetto. Dell'uomo malvagio si dice: La sua ultima condizione è peggiore della prima == (Luca 11:26), ma dell'uomo retto il suo fine è la pace; e a volte più è vicina, più chiare sono le vedute di essa. Per quanto riguarda la prosperità esteriore, Dio si compiace a volte di rendere l'ultimo fine della vita di un uomo buono più confortevole di quanto non lo sia stata la prima parte di essa, e stranamente di superare le aspettative del suo popolo afflitto, che pensava di non dover mai vivere per vedere giorni migliori, affinché non potessimo disperare nemmeno nelle profondità delle avversità. Non sappiamo a quali bei tempi potremmo ancora essere riservati nella nostra ultima fine. Non, si male nunc, et olim sic erit - Potrebbe ancora andare bene per noi, anche se ora è diversamente. Giobbe, nella sua afflizione, aveva desiderato essere ricco come lo era stato nei mesi passati, e ne era affatto disperato; ma Dio è spesso per noi migliore delle nostre paure, anzi, dei nostri desideri, perché i beni di Giobbe erano per lui raddoppiati: il numero del suo bestiame, delle sue pecore e dei suoi cammelli, i suoi buoi e gli asini, è solo il doppio qui di quello che era, Giobbe 1:3. Questo è un esempio notevole dell'estensione della divina provvidenza a cose che sembrano minuscole, come questo del numero esatto del bestiame di un uomo, come anche dell'armonia della provvidenza, e del riferimento di un evento all'altro; poiché Dio conosce tutte le sue opere, dal principio alla fine. Gli altri possedimenti di Giobbe, senza dubbio, furono aumentati in proporzione al suo bestiame, alle terre, al denaro, ai servi, ecc. Così, se prima era il più grande di tutti gli uomini dell'Oriente, che cos'è ora?

IV. La sua famiglia fu riedificata ed egli ebbe grande conforto nei suoi figli, Giobbe 42:13-15. L'ultima delle sue afflizioni di cui si abbia notizia (Giobbe 1), e la più grave, fu la morte di tutti i suoi figli in una sola volta. I suoi amici lo rimproveravano per questo (Giobbe 8:4), ma Dio riparò anche quella frattura nel corso del tempo, o dalla stessa moglie, o, essendo morta, da un'altra.

1. Il numero dei suoi figli era lo stesso di prima, sette maschi e tre femmine. Alcuni adducono questa ragione per cui non furono raddoppiati come lo era il suo bestiame, perché i suoi figli che erano morti non erano andati perduti, ma erano andati prima in un mondo migliore; e quindi, se ne ha solo lo stesso numero, si può contare che siano raddoppiati, perché ha due velli di bambini (come potrei dire) mahanaim, due ostie, l'uno in cielo, l'altro sulla terra, e in entrambi è ricco.

2. I nomi delle sue figlie sono qui registrati (Giobbe 42:14), perché, nei loro significati, sembravano destinati a perpetuare il ricordo della grande bontà di Dio verso di lui nel sorprendente cambiamento della sua condizione. Chiamò la prima Jemima, il giorno (da cui forse Diana aveva il nome), a causa dello splendore della sua prosperità dopo una notte oscura di afflizione. La successiva Kezia, una spezia di un odore molto profumato, perché (dice il vescovo Patrick) Dio aveva guarito le sue ulcere, il cui odore era offensivo. Il terzo Keren-happuch (cioè Abbondanza restaurata, o Un corno di vernice), perché (dice) Dio aveva asciugato le lacrime che sporcavano il suo volto, Giobbe 16:16. Riguardo a queste figlie ci viene qui detto:

(1.) Che Dio le adornò di grande bellezza, nessuna donna così bella come le figlie di Giobbe, == Giobbe 42:15. Nell'Antico Testamento troviamo spesso donne lodate per la loro bellezza, come Sara, Rebecca e molte altre; ma non troviamo mai nessuna donna nel Nuovo Testamento la cui bellezza sia minimamente notata, no, non la vergine Maria stessa, perché la bellezza della santità è quella che viene portata a una luce molto più chiara dal vangelo.

(2.) Che il loro padre (Dio glielo permette) ha fornito loro grandi fortune: ha dato loro un'eredità tra i loro fratelli, e non li ha respinti con piccole porzioni, come faceva la maggior parte. È probabile che avessero qualche merito personale straordinario, che Giobbe aveva un occhio di riguardo per lo straordinario favore che mostrava loro. Forse superavano i loro fratelli in sapienza e pietà; e perciò, affinché rimanessero nella sua famiglia, per essere un sostegno e una benedizione per essa, li fece coeredi con i loro fratelli.

V. La sua vita è stata lunga. Che età avesse quando vennero i suoi guai non ci viene detto da nessuna parte, ma qui ci viene detto che visse 140 anni, da cui alcune congetture che avesse 70 anni quando era nei suoi guai, e che quindi la sua età fosse raddoppiata, come gli altri suoi possedimenti.

1. Visse per avere gran parte del comfort di questa vita, poiché vide la sua posterità fino alla quarta generazione, Giobbe 42:16. Sebbene i suoi figli non fossero raddoppiati per lui, tuttavia nei figli dei suoi figli (e quelli sono la corona dei vecchi) erano più che raddoppiati. Come Dio stabilì ad Adamo un altro seme invece di quello che era stato ucciso (Genesi 4:25), così fece a Giobbe con vantaggio. Dio ha dei modi per riparare le perdite e bilanciare le sofferenze di coloro che sono scritti senza figli, come lo fu Giobbe quando ebbe seppellito tutti i suoi figli.

2. Visse finché non fu soddisfatto, perché morì pieno di giorni, soddisfatto di vivere in questo mondo, e disposto a lasciarlo; non con irritazione, come nei giorni della sua afflizione, ma devotamente, e così, come Elifaz lo aveva incoraggiato a sperare, venne alla sua tomba come una spiga di grano nella sua stagione.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Giobbe 42

1 Capitolo 42

Giobbe si sottomette umilmente a Dio Giob 42:1-6

Giobbe intercede per i suoi amici Giob 42:7-9

La sua rinnovata prosperità Giob 42:10-17

Versetti 1-6

Giobbe era ormai consapevole della sua colpa; non parlava più a sua scusa; si aborriva come peccatore nel cuore e nella vita, soprattutto per aver mormorato contro Dio, e si vergognava di se stesso. Quando l'intelligenza è illuminata dallo Spirito della grazia, la nostra conoscenza delle cose divine supera di gran lunga quella che avevamo prima, come la vista degli occhi supera la relazione e la fama comune. Con gli insegnamenti degli uomini, Dio ci rivela il suo Figlio; ma con gli insegnamenti del suo Spirito ci rivela il suo Figlio in noi, Gal 1:16, e ci trasforma nella stessa immagine, 2Cor 3:18. Ci interessa essere profondamente umiliati per i peccati di cui siamo convinti. Il disprezzo di sé è sempre il compagno del vero pentimento. Il Signore porterà coloro che ama ad adorarlo nell'abbattimento di sé, mentre la vera grazia li porterà sempre a confessare i loro peccati senza autogiustificarsi.

7 Versetti 7-9

Dopo che il Signore ha convinto e umiliato Giobbe, portandolo al pentimento, lo possiede, lo conforta e gli rende onore. Il diavolo si era impegnato a dimostrare che Giobbe era un ipocrita e i suoi tre amici lo avevano condannato come un uomo malvagio; ma se Dio dice: "Ben fatto, servo buono e fedele", poco importa chi dice il contrario. Gli amici di Giobbe avevano fatto un torto a Dio, facendo della prosperità un segno della vera Chiesa e dell'afflizione una prova certa dell'ira di Dio. Giobbe aveva riferito le cose al giudizio e allo stato futuro più dei suoi amici, perciò parlò di Dio in modo giusto, meglio di quanto avessero fatto i suoi amici. E come Giobbe pregò e offrì sacrifici per coloro che avevano addolorato e ferito il suo spirito, così Cristo pregò per i suoi persecutori e vive sempre facendo intercessione per i trasgressori. Gli amici di Giobbe erano uomini buoni e appartenevano a Dio, che non li avrebbe lasciati nel loro errore più di Giobbe; ma dopo averlo umiliato con un discorso fuori dal turbine, prende un altro modo per umiliarli. Non devono discutere di nuovo, ma devono accordarsi in un sacrificio e in una preghiera, che li riconcilierà. Coloro che differiscono nel giudizio su cose minori, sono tuttavia uno in Cristo, il grande Sacrificio, e devono quindi amarsi e sopportarsi a vicenda. Quando Dio si arrabbiò con gli amici di Giobbe, li mise in condizione di fare pace con lui. I nostri litigi con Dio iniziano sempre da parte nostra, ma la riappacificazione inizia da parte sua. La pace con Dio si può avere solo a modo suo e alle sue condizioni. Queste non sembreranno mai difficili a chi sa apprezzare questa benedizione: ne saranno felici, come gli amici di Giobbe, a qualsiasi condizione, anche se così umiliante. Giobbe non si offendeva per i suoi amici, ma essendo Dio graziosamente riconciliato con lui, si riconciliava facilmente con loro. In tutte le nostre preghiere e servizi dovremmo mirare a essere accettati dal Signore; non per avere la lode degli uomini, ma per piacere a Dio.

10 Versetti 10-17

All'inizio di questo libro abbiamo avuto come esempio la pazienza di Giobbe nei suoi problemi; qui, per incoraggiarci a seguire quell'esempio, abbiamo il suo lieto fine. I suoi problemi sono iniziati con la malizia di Satana, che Dio ha frenato; la sua restaurazione è iniziata con la misericordia di Dio, alla quale Satana non ha potuto opporsi. La misericordia non è tornata quando Giobbe litigava con i suoi amici, ma quando pregava per loro. Dio è servito e soddisfatto dalle nostre calde devozioni, non dalle nostre calde dispute. Dio raddoppiò i beni di Giobbe. Possiamo perdere molto per il Signore, ma non perderemo nulla per lui. Che il Signore ci dia o meno salute e beni temporali, se soffriamo pazientemente secondo la sua volontà, alla fine saremo felici. Il patrimonio di Giobbe aumentò. La benedizione del Signore rende ricchi; è lui che ci dà il potere di ottenere ricchezze e dà successo nelle imprese oneste. Gli ultimi giorni di un uomo buono si rivelano talvolta i migliori, le sue ultime opere le migliori opere, le sue ultime comodità le migliori comodità; perché il suo cammino, come quello della luce del mattino, risplende sempre più fino al giorno perfetto.

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Giobbe 42

 

2 So che tu puoi tutto - Lo dice Giobbe in vista di quanto era stato dichiarato dall'Onnipotente nei capitoli precedenti. È un riconoscimento che Dio era onnipotente, e che l'uomo dovrebbe essere sottomesso, sotto l'esercizio del suo potere infinito. Uno dei grandi obiettivi del discorso dell'Onnipotente era convincere Giobbe della sua maestà, e quell'obiettivo fu pienamente raggiunto.

E quel nessun pensiero - Nessun tuo scopo o piano. Dio è stato in grado di eseguire tutti i suoi disegni.

Può essere trattenuto da te - Margine, "o, del tuo può essere impedito". Letteralmente, "tagliare" - בצר bâtsar. La parola, però, significa anche «togliere l'accesso a», e quindi impedire, ostacolare, frenare. Questo è il suo significato qui; così Genesi 11:6 , "Nulla sarà trattenuto ( יבצר yibâtsar ) da loro, che hanno immaginato di fare."

3 Chi è colui che nasconde il consiglio senza sapere? - Questo è ripetuto da Giobbe 38:2. Queste sono le parole dell'Onnipotente, pronunciate come rimprovero di Giobbe per il modo in cui si era impegnato a spiegare i rapporti di Dio; vedere le note a quel verso. Come ripetuto qui da Giobbe, sono un riconoscimento della verità di ciò che è implicito, che "lui" era stato colpevole di nascondere il consiglio in questo modo, e la ripetizione qui è una parte della sua confessione.

Riconosce di "aver" intrattenuto ed espresso visioni di Dio tali da rivestire di oscurità l'intero argomento invece di spiegarlo. Il significato è: “Chi è davvero, come hai detto, che si impegna a giudicare di propositi grandi e profondi senza conoscenza? Sono quell'uomo presuntuoso? Ilgen.”

Perciò ho detto che non capivo - ho espresso un'opinione su argomenti del tutto troppo profondi per la mia comprensione. Questo è il linguaggio della vera umiltà e penitenza, e mostra che Giobbe aveva a cuore una profonda venerazione per Dio, per quanto fosse stato trascinato dalla gravità delle sue sofferenze a dar sfogo a espressioni improprie. Non è raro che anche persone buone siano portate a vedere che hanno parlato presuntuosamente di Dio, e si sono impegnate, in discussioni e si sono azzardate a pronunciare opinioni su questioni relative all'amministrazione divina, che erano del tutto al di là della loro comprensione.

4 Ascolta, ti prego, e parlerò - Questo è il linguaggio dell'umile, docile sottomissione. In precedenti occasioni aveva parlato di Dio con fiducia e audacia; aveva messo in dubbio l'equità dei suoi rapporti con lui; aveva chiesto che gli fosse permesso di portare la sua causa davanti a sé e di discuterla lui stesso; Note, Giobbe 13:3 e note Giobbe 13:20.

Ora è completamente cambiato. Il suo è il linguaggio sottomesso di un bambino docile, e chiede che gli sia permesso di sedersi davanti a Dio e di interrogare umilmente da lui cosa fosse la verità. "Questa è la vera religione".

Ti chiederò - O meglio, "Ti chiederò". La parola "domanda" implica più di quanto non sia necessariamente nella parola originale ( שׁאל shâ'al ). Ciò significa semplicemente "chiedere", e può essere fatto con la più profonda umiltà e desiderio di istruzione. Quello era ora il carattere di Giobbe.

E dichiarami: Giobbe non era ora disposto a discutere la questione, o ad entrare in controversia con Dio. Era disposto a sedersi e ricevere istruzioni da Dio, e desiderava ardentemente che gli avrebbe "insegnato" le sue vie. Va aggiunto che critici molto rispettabili suppongono che in questo versetto Giobbe intenda confessare l'improprietà del suo linguaggio in precedenti occasioni, nel modo presuntuoso e irriverente con cui aveva chiesto un processo di discussione con Dio. Sarebbe quindi necessario tradurlo come una citazione dalle sue stesse parole in precedenza.

“Ho davvero detto ciò che non capivo,

Cose troppo meravigliose per me, che non conosco,

(Quando ho detto) Ascolta ora, parlerò,

Ti chiederò e tu mi insegni”

Questo è adottato da Umbreit e ha molto a suo favore che è plausibile; ma nel complesso la consueta interpretazione sembra la più semplice e corretta.

5 Ho sentito parlare di te dall'udito dell'orecchio - Riferendomi alle opinioni indistinte che abbiamo di qualsiasi cosa semplicemente ascoltandola, rispetto alla chiara apprensione che è fornita dalla vista. Giobbe aveva avuto una visione di Dio come si può ottenere quando gli si parlava di lui; ora aveva le visioni fornite dalla vista. Il significato è che le sue opinioni su Dio prima erano oscure e oscure.

Ma ora il mio occhio ti vede - Non dobbiamo supporre che Giobbe intenda dire che in realtà "vide" Dio, ma che le sue apprensioni su di lui erano chiare e luminose "come se" lo vedesse. Non ci sono prove che Dio sia apparso a Giobbe in una forma visibile. Si dice, infatti, che abbia parlato dal turbine, ma non è menzionata alcuna manifestazione visibile di Yahweh.

6 Perciò io aborro me stesso, vedo che sono un peccatore da detestare e da aborrire. Giobbe, sebbene non pretendesse di essere perfetto, era stato indiscutibilmente esaltato indebitamente con la concezione della propria giustizia, e nello zelo della sua argomentazione, e sotto l'eccitazione dei suoi sentimenti quando rimproverato dai suoi amici, si era lasciato andare a indifendibili lingua nel rispetto della propria integrità. Vedeva ora l'errore e la follia di ciò e desiderava occupare il posto più basso dell'umiliazione.

Paragonato a un Dio puro e santo, vide che era assolutamente vile e ripugnante, e ora non era restio a confessarlo. "E pentiti". Dello spirito che ho manifestato; del linguaggio usato per auto-rivendicarsi; del modo in cui ho parlato di Dio. Dei sentimenti generali che aveva mantenuto riguardo all'amministrazione divina in contrasto con quelli dei suoi amici non ebbe occasione di pentirsi, perché erano corretti Giobbe 42:8 , né ebbe occasione di pentirsi "come se" non avesse mai stato un vero penitente o un uomo pio.

Ma ora vedeva che nello spirito che aveva mostrato sotto le sue afflizioni, e nel suo argomento, c'era molto da rimpiangere; e senza dubbio vide che c'erano state molte cose nella sua vita precedente che avevano fornito l'occasione per portare su di lui queste prove, per le quali ora dovrebbe piangere.

In polvere e cenere - Nel modo più umile e con i simboli più espressivi dell'umiliazione. Era consuetudine nei momenti di dolore, sia in vista del peccato che della calamità, sedersi nella cenere (vedi le note a Giobbe 2:8; confronta Daniele 9:3; Giona 3:6; Matteo 11:21 ); o in tale occasione il sofferente e il penitente si cospargevano di cenere; confronta Isaia 58:5.

La filosofia di questo era - come l'usanza di indossare "nero" per l'abito da lutto - che l'aspetto esterno dovrebbe corrispondere alle emozioni interne e che il profondo dolore sarebbe stato adeguatamente espresso deturpando il più possibile l'aspetto esterno. Il senso qui è che Giobbe intendeva esprimere i più profondi e sinceri sentimenti di penitenza per i suoi peccati. Da questo effetto prodotto sulla sua mente dal discorso dell'Onnipotente, possiamo imparare le seguenti lezioni:

(1) Che una corretta visione del carattere e della presenza di Dio è adatta a produrre umiltà e penitenza; confronta Giobbe 40:4. Questo effetto fu prodotto nella mente di Pietro quando, stupito da un miracolo operato dal Salvatore, che nessuno tranne un essere divino avrebbe potuto fare, disse: "Allontanati da me, perché io sono un peccatore, o Signore"; Luca 5:8.

Lo stesso effetto; fu prodotto nella mente di Isaia dopo aver visto Yahweh degli eserciti nel tempio: “Allora dissi: Wo sono io, poiché sono perduto; perché io sono un uomo dalle labbra impure, e dimoro in mezzo a un popolo dalle labbra impure; poiché i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti». Isaia 6:5. Nessun uomo può avere una visione elevata della propria importanza o purezza, che ha giuste apprensioni della santità del suo Creatore.

(2) Una tale visione della presenza di Dio produrrà ciò che nessun argomento può nel causare penitenza e umiltà. Gli amici di Giobbe avevano ragionato invano con lui per assicurarsi proprio questo stato d'animo; si erano sforzati di convincerlo che era un grande peccatore e che "doveva" esercitare il pentimento. Ma ha incontrato l'argomento con l'argomento; e tutti i loro argomenti, denunce e appelli, non gli fecero alcuna impressione.

Quando però Dio si manifestò a lui, si struggeva in contrizione, ed era pronto a fare la confessione più penitente e umile. Così è adesso. Gli argomenti di un predicatore o di un amico spesso non fanno impressione nella mente di un peccatore. Può proteggersi da loro. Può affrontare una discussione con una discussione, o può tranquillamente distogliere l'orecchio. Ma non ha tale potere per resistere a Dio, e quando "egli" si manifesta all'anima, il cuore è sottomesso, e il non credente orgoglioso e sicuro di sé si umilia e chiede misericordia.

(3) Un uomo buono sarà disposto a confessare di essere vile, quando ha una visione chiara di Dio. Sarà così colpito dal senso della maestà e della santità del suo Creatore, che sarà sopraffatto dal senso della propria indegnità.

(4) Gli uomini santissimi possono avere occasione di pentirsi del loro modo presuntuoso di parlare di Dio. Tutti sbagliamo nello stesso modo in cui lo fece Giobbe. Ragioniamo su Dio con irriverenza; parliamo del suo governo come se potessimo comprenderlo; parliamo di lui come se fosse un pari; e quando arriviamo ad avere una visione giusta di lui, vediamo che c'è stata molta audacia impropria, molta fiducia in se stessi, molta irriverenza di pensiero e modi, nella nostra stima della saggezza e dei piani divini. L'amara esperienza di Giobbe dovrebbe condurci alla massima attenzione nel modo in cui parliamo del nostro Creatore.

7 E fu così che dopo che il Signore ebbe detto queste parole a Giobbe: Se la cosa fosse stata lasciata secondo il resoconto in Giobbe 42:6 , sarebbe stata fatta un'impressione completamente errata. Giobbe fu sopraffatto dalla convinzione della sua colpevolezza, e se non fosse stato detto nulla ai suoi amici, l'impressione sarebbe stata che avesse completamente torto. Era quindi importante, ed era anzi essenziale per il piano del libro, che il giudizio divino fosse pronunciato sulla condotta dei suoi tre amici.

Il Signore disse a Elifaz il temanita: Elifaz era stato uniformemente primo nella discussione con Giobbe, e quindi è qui particolarmente indirizzato. Sembra che fosse il più anziano e rispettabile dei tre amici, e infatti i discorsi degli altri sono spesso solo un'eco dei suoi.

La mia ira è accesa - L' ira, o rabbia, è spesso rappresentata come accesa o ardente.

Poiché non avete detto di me ciò che è giusto, come ha fatto il mio servitore Giobbe - Questo deve essere inteso in modo comparativo. Dio non approvò tutto ciò che Giobbe aveva detto, ma il significato è che le sue opinioni generali sul suo governo erano giuste. La posizione principale che aveva difeso in contrasto con i suoi amici era corretta, perché i suoi argomenti tendevano a rivendicare il carattere divino ea sostenere il governo divino.

Va anche ricordato, come ha osservato Bouiller, che c'era una grande differenza nelle circostanze di Giobbe e dei tre amici - circostanze che modificavano i gradi di colpevolezza imputabili a ciascuno. Giobbe pronunciò infatti alcuni sentimenti impropri riguardo a Dio e al suo governo; si esprimeva con irriverenza e impazienza; usò un linguaggio di audacia e di lamento del tutto improprio, ma ciò fu fatto nell'agonia della sofferenza mentale e fisica, e quando provocato dalle gravi e improprie accuse di ipocrisia mosse dai suoi amici.

Quello che “loro” dicevano, al contrario, non era provocato. Fu quando furono liberi dalla sofferenza, e quando furono spinti ad essa da nessuna severità di prova. Era, inoltre, quando ogni considerazione richiedeva loro di esprimere il linguaggio delle condoglianze e di confortare un amico sofferente.

8 Prendete dunque a voi - O, PER voi stessi.

Sette buoi e sette montoni - Il numero "sette" era un numero comune nell'offerta di animali per il sacrificio; vedi Levitico 23:18; Numeri 29:32. Tuttavia, non era un numero limitato ai sacrifici ebraici, poiché troviamo che Balaam diede l'ordine a Balak, re di Moab, di preparare proprio questo numero per il sacrificio.

“E Balaam disse a Balak: Costruiscimi qui sette altari e preparami qui sette buoi e sette montoni”. Numeri 23:1 , Numeri 23:29. Il numero "sette" è stato inizialmente considerato un numero perfetto, ed è probabilmente in riferimento a questo che è stato selezionato quel numero di vittime, con l'intenzione di offrire un sacrificio che sarebbe stato completo o perfetto.

E vai dal mio servo Giobbe - Un riconoscimento della sua superiorità. Probabilmente si deve anche intendere che Giobbe avrebbe agito come sacerdote officiante nell'offrire il sacrificio. È osservabile che in questo libro non viene fatta alcuna allusione all'ufficio sacerdotale, e la conclusione è ovvia che la scena è posta prima dell'istituzione di quell'ufficio tra i Giudei; confrontare le note a Giobbe 1:5.

E offrite per voi stessi - Cioè, con l'aiuto di Giobbe. Dovevano fare l'offerta, anche se era evidente che Giobbe doveva essere il sacerdote officiante.

Un olocausto - Appunti, Giobbe 1:5.

E il mio servo Giobbe pregherà per te - In connessione con l'offerta, o come sacerdote officiante. Questo è un bellissimo esempio della natura e della proprietà dell'intercessione per gli altri. Giobbe era un uomo santo; le sue preghiere sarebbero state gradite a Dio e ai suoi amici fu permesso di avvalersi della sua potente intercessione in loro favore. È anche un esempio che mostra la natura del culto patriarcale.

Non consisteva semplicemente nell'offrire sacrifici. La preghiera doveva essere collegata ai sacrifici, né c'è alcuna prova che le offerte sanguinose fossero considerate disponibili per assicurarsi l'accettazione con Dio, se non in connessione con la preghiera fervente. È anche un esempio che mostra la natura della "pietà" patriarcale. Si "presupponeva" che Giobbe sarebbe stato pronto a farlo, e non avrebbe esitato così a pregare per i suoi "amici.

Eppure non si poteva dimenticare quanto avessero ferito i suoi sentimenti; quanto erano stati severi i loro rimproveri; né con quanta sicurezza avevano sostenuto che era un uomo eminentemente cattivo. Ma ora si presumeva che Giobbe sarebbe stato pronto a perdonare tutto questo; accogliere i suoi amici a una partecipazione con lui allo stesso atto di culto e pregare per loro affinché i loro peccati siano perdonati. Tale è la religione, sia nell'età patriarcale che sotto il Vangelo, che ci spinge a essere pronti a perdonare coloro che ci hanno addolorato o ferito, e ci rende pronti a pregare che Dio li perdoni e li benedica.

Per lui accetterò - Margine, "la sua faccia" o "persona". Così l'ebreo. Quindi in Genesi 19:21 ("margine") confronta Deuteronomio 28:50. La parola "volto" è quindi usata per indicare la "persona" o l'uomo. Il significato è che Giobbe era così santo e retto che Dio avrebbe considerato le sue preghiere.

Per timore che mi occupi di te dopo la tua follia - Come la loro follia aveva meritato. Si fa qui particolare riferimento ai sentimenti che avevano avanzato riguardo al carattere e al governo divino.

9 Il Signore accettò anche Giobbe - Margine, come in Giobbe 42:8 , "il volto di". Il significato è che ha accettato le sue preghiere e offerte a favore dei suoi amici.

10 E il Carico ha trasformato la prigionia di Giobbe - Lo ha riportato alla sua precedente prosperità. La lingua viene portata dalla restaurazione in campagna e in patria dopo essere stata prigioniera in terra straniera. Questo linguaggio è spesso applicato nelle Scritture al ritorno degli ebrei dalla loro prigionia a Babilonia, e alcuni scrittori ne hanno fatto uso come argomento per dimostrare che Giobbe visse "dopo" quell'evento.

Ma questa conclusione è ingiustificata. Il linguaggio è così generale che potrebbe essere preso dal ritorno da "qualsiasi" prigionia, ed è quello che sarebbe stato naturalmente impiegato nei primi periodi del mondo per indicare la restaurazione dalla calamità. Era comune nelle epoche più antiche trasportare prigionieri in guerra nella terra del conquistatore, e così rendere una terra desolata rimuovendo i suoi abitanti; e sarebbe naturale usare il linguaggio espressivo del loro ritorno per denotare una restaurazione da “qualsiasi” grande calamità ai precedenti privilegi e agi. Tale è senza dubbio il suo significato applicato al caso di Giobbe. È stato riportato dalla sua serie di prove prolungate a uno stato di prosperità.

Quando pregava per i suoi amici - O dopo che aveva pregato per i suoi amici. Non è necessariamente implicito che la sua preghiera per loro abbia avuto un effetto particolare nel ripristinare la sua prosperità.

Inoltre, il Signore diede a Giobbe il doppio di quanto aveva dato prima: Margin, "aggiunse tutto ciò" era stato a "Giobbe al doppio". Il margine è una traduzione letterale, ma il significato è lo stesso. Non si deve intendere che ciò sia avvenuto subito, poiché molte di queste benedizioni sono state elargite gradualmente. Né dobbiamo intenderlo letteralmente sotto ogni aspetto - poiché aveva lo stesso numero di figli e figlie di prima; ma è una dichiarazione generale, ed era vera in tutti gli aspetti essenziali.

11 Poi vennero a lui tutti i suoi fratelli... - Sembra notevole che nessuno di questi amici si sia avvicinato a lui durante le sue afflizioni, e specialmente che le sue “sorelle” non avrebbero dovuto essere con lui per simpatizzare con lui. Ma era una delle amare fonti della sua afflizione, e uno dei motivi della sua lagnanza, che nelle sue prove i suoi parenti si tenevano in disparte da lui; così in Giobbe 19:13 , dice: "Ha allontanato da me i miei fratelli, e i miei conoscenti sono veramente estraniati da me.

I miei parenti hanno fallito e i miei amici familiari mi hanno dimenticato». Non è facile renderne conto. Può essere stato, tuttavia, che una parte sia stata trattenuta dal mostrare alcuna simpatia, in accordo con il fatto generale che ci sono sempre amici dichiarati, e talvolta parenti, che abbandonano un uomo in afflizione; e che una parte lo considerava abbandonato da Dio, e lo abbandonò per questo motivo - da una visione errata di ciò che consideravano come dovere, che avrebbero dovuto abbandonare uno che Dio aveva abbandonato.

Passate però le sue calamità, ed egli godette di nuovo dei pegni del favore divino, tutto tornò a lui pieno di condoglianze e di bontà; parte, probabilmente, perché gli amici si stringono sempre intorno a colui che esce dalla calamità e risorge per onorare, e l'altra parte perché ritenevano che poiché "Dio" ora lo considerava con approvazione, era giusto che "loro" lo facessero anche .

Un uomo che è stato sfortunato, e che è visitato da una prosperità che ritorna, non manca mai di amici. Il sole nascente rivela molti amici che l'oscurità aveva scacciato, o porta alla luce molti - veri o presunti - che erano nascosti a mezzanotte.

E mangiò pane con lui nella sua casa - Un antico segno di amicizia e affetto; confrontare Salmi 41:9; Proverbi 9:5; Proverbi 23:6; Geremia 41:1.

E ogni uomo gli ha anche dato un pezzo di denaro - Questo è probabilmente uno dei primi casi in cui il denaro è menzionato nella storia. È, ovviamente, impossibile ora determinare la forma o il valore della "pezzo di denaro" qui citato. La parola ebraica ( קשׂיטה q e śı̂yṭâh ), ricorre solo in questo luogo e in Genesi 33:19 , dove è resa "pezzi di denaro", e in Giosuè 24:32 , dove è resa "pezzi d'argento".

È evidente, quindi, che fu uno dei primi nomi dati alla moneta, e il suo uso qui è un argomento che il libro di Giobbe è di origine molto antica. Se fosse stato composto in un'età successiva, sarebbe stata usata la parola "shekel", o qualche parola di uso comune per indicare il denaro. La Vulgata qui rende la parola “ovem”, una pecora; la Settanta in modo simile, ἀμνάδα amnada, "un agnello"; e così anche il caldeo.

A margine, in entrambi gli altri luoghi dove ricorre la parola Genesi 33:19; Giosuè 24:32 , è anche reso “agnelli”.

Il motivo per cui è così reso è sconosciuto. si potrebbe supporre che in tempi antichi una pecora o un agnello aventi qualcosa come un valore fisso, potesse essere lo standard con cui stimare il valore di altre cose; ma non c'è nulla nell'etimo della parola a sostegno di questa interpretazione. La parola in arabo ( kasat ) significa dividere equamente, misurare; e la parola ebraica probabilmente aveva un tale significato, indicando ciò che veniva misurato o pesato, e quindi divenne il nome di un certo "peso" o "quantità" di denaro.

È del tutto probabile che la prima moneta fosse costituita da una certa quantità di metalli preziosi “pesati”, senza essere in alcun modo “coniati”. Non è un'ipotesi improbabile, tuttavia, che la figura di una pecora o di un agnello sia stata la prima figura impressa sulle monete, e questo potrebbe essere il motivo per cui la parola qui usata era resa in questo modo nelle versioni antiche. Sul significato della parola, si può consultare Bochart, “Hieroz.

” P. i. Lib. C. xliii. pp. 433-437; Rosenmuller su Genesi 33:19; Schultens “ in loc ;” e il successivo lavoro in “Thes. antiquariato Sacro.” Tom. XXVIII, “Otthonis Sperlingii Diss. de nummis non cusis”, pp. 251-253, 298-306. Gli argomenti di Bochart per dimostrare che questa parola denota un pezzo di denaro, e non un agnello, come è reso dalla Vulgata, dalla Settanta, dal siriaco, dall'arabo e da Onkelos, sono brevemente:

(1) Che in più di cento luoghi in cui nelle Scritture si fa riferimento ad un agnello o ad una pecora, questa parola non è usata. Altre parole sono costantemente impiegate.

(2) La testimonianza dei rabbini è uniforme che denota un pezzo di denaro. Akiba dice che quando viaggiò in Africa vi trovò una moneta che chiamarono kesita. Così Rabbi Salomone e Levi Ben Gerson, nei loro commentari, e Kimchi, Pomarius e Tommaso d'Aquino, nei loro Lessici.

(3) L'autorità dei masoreti in relazione alla parola ebraica è la stessa. Secondo Bochart, la parola è la stessa di קשׁט qāshaṭ o קשׁט qosheṭ, cambiando la lettera ebraica שׁ con la lettera ebraica שׂ . La parola significa vero, sincero, Salmi 60:6; Proverbi 22:21. Secondo questo, il nome è stato dato alla moneta perché era fatta di metallo puro - argento o oro puro. Vedi questo argomento a lungo in Bochart.

(4) La forma femminile del sostantivo qui usato mostra che non significa un agnello - essendo del tutto improbabile che gli amici di Giobbe gli mandassero solo pecore.

(5) Nei primi tempi dei patriarchi - già al tempo di Giacobbe - il denaro era di uso comune, e gli affari delle merci erano condotti da questo come un mezzo; Genesi 17:12; Genesi 47:16.

(6) L'affermazione in Atti degli Apostoli 7:16 , porta alla supposizione che "denaro" sia indicato con la parola usata in Genesi 33:19. Se, come si suppone, si fa riferimento all'acquisto dello stesso campo in Genesi 23:16; Genesi 23:19 , allora è chiaro che il denaro è indicato con la parola.

In Genesi 23:16 si dice che Abramo pagò per il campo di Ephron iu Macpelah “quattrocento sicli d'argento, denaro corrente con il mercante”. E se si fa riferimento allo stesso acquisto in entrambi questi luoghi, allora da un confronto dei due, sembra che la kesita fosse più pesante del siclo e contenesse circa quattro sicli. Non è facile, tuttavia, determinarne il valore.

E ognuno un orecchino d'oro - La parola resa “orecchino” ( נזם nezem ) può significare un anello per il naso Genesi 24:47; Isaia 3:21; Proverbi 11:22; Osea 2:13 , così come per l'orecchio, Genesi 35:4.

La parola “anello” esprimerebbe qui meglio il senso senza specificarne l'uso particolare; confrontare Giudici 8:24; Proverbi 25:12. Ornamenti di questo tipo erano molto portati dagli antichi (cfr. Isaia 3; Genesi 24:22 ), e un contributo di questi da parte di ciascuno degli amici di Giobbe costituirebbe un bene prezioso; confronta Esodo 32:2.

Non era raro che gli amici portassero così doni a uno che era stato salvato da una grande calamità. Vedi il caso di Ezechia, 2 Cronache 32:23.

12 Così il Signore benedisse l'ultima fine di Giobbe - Vale a dire, dandogli il doppio di ciò che aveva posseduto prima che le sue calamità lo colpissero; vedi Giobbe 42:10.

Perché aveva quattordicimila pecore... - I beni che sono qui enumerati sono in ogni caso appena il doppio di quelli che possedeva nella prima parte della sua vita. Per quanto riguarda il loro valore, e il rango sociale che indicavano, si vedano le note a Giobbe 1:3. L'unica cosa che qui si omette, e che non si dice raddoppiata, era la sua “famiglia”, o “allevamento” ( Giobbe 1:3 , “margine”), ma è evidente che questa doveva essere aumentata in un modo corrispondente per avergli permesso di mantenere e mantenere tali greggi e armenti. Non dobbiamo supporre che questi gli siano stati concessi subito, ma poiché visse centoquaranta anni dopo le sue afflizioni, ebbe tutto il tempo per accumulare questa proprietà.

13 Aveva anche sette figli e tre figlie - Lo stesso numero che aveva prima delle sue prove. Nulla si dice di sua moglie, né se questi figli furono, o non furono, di un secondo matrimonio. L'ultima menzione che si fa di sua moglie è in Giobbe 19:17 , dove dice che “il suo alito era strano per sua moglie, sebbene la supplicasse per il bene del proprio corpo dei figli.

Il carattere di questa donna non sembra essere stato tale da meritare ulteriore menzione del fatto, che ha contribuito grandemente ad aumentare le calamità del marito. Rientra nel disegno del libro notarla solo sotto questo aspetto, e fatto ciò, lo scrittore sacro non le fa più riferimento. La forte presunzione è che la seconda famiglia di figli sia nata da un secondo matrimonio.

Vedi Prof. Lee on Job, p. 26. Tuttavia, non sarebbe caduto nel modo consueto in cui nelle Scritture si parla di "una moglie", rappresentare il suo allontanamento come "in qualsiasi circostanza" un evento felice, e, come avrebbe potuto essere rappresentato in nessun'altra luce, se fosse realmente avvenuta, viene delicatamente taciuta. Anche in tutte queste circostanze - con un'ex moglie che era empia e insensibile; che servì solo ad aggravare i mali del suo santo e molto afflitto marito; che lo vide passare attraverso le sue prove senza simpatia e compassione - un secondo matrimonio non è menzionato come un evento desiderabile, né è indicato come uno dei motivi per cui Giobbe poté congratularsi con se stesso al suo ritorno alla prosperità.

I bambini sono menzionati; tutto il riferimento al secondo rapporto matrimoniale, se avvenuto, viene delicatamente tralasciato. In nessun caso il sacro pennarello l'avrebbe menzionato come un evento che poneva le basi per la felicitazione.

14 E chiamò il nome del primo, Jemina - È notevole che nel primo racconto della famiglia di Giobbe non siano menzionati i nomi di nessuno dei suoi figli, e in questo racconto siano indicati solo i nomi delle figlie. "Perché" i nomi delle figlie sono qui specificati, non è insinuato. Sono significativi e sono "così" menzionati da mostrare che contribuirono grandemente alla felicità di Giobbe al ritorno della sua prosperità, e furono tra le principali benedizioni che allietarono la sua vecchiaia.

Il nome Jemina ( ימימה y e mı̂ymâh ) è reso dalla Vulgata "Diem", e dalla Settanta, Ἡμέραν Hēmeran, "Giorno". Il Caldeo aggiunge questa osservazione: "Le diede il nome Jemima, perché la sua bellezza era come il giorno". La Vulgata, la Settanta e i Caldei, evidentemente, consideravano il nome come derivato da יום yôm, "giorno", e questa è la derivazione più naturale e ovvia.

Il nome così conferito indicherebbe che Giobbe era ormai uscito dalla “notte” dell'afflizione, e che la luce ritornante tornò a splendere sul suo tabernacolo. Nei primi periodi era consuetudine conferire nomi perché significavano un ritorno alla prosperità (vedi Genesi 4:25 ), o perché indicavano la speranza di ciò che sarebbe stato nel loro tempo Genesi 5:29 , o perché erano un pegno di alcuni pegni permanenti del favore divino; vedere le note in Isaia 8:18.

Thomas Roe osserva ("Viaggi", 425) che tra i Persiani è comune dare nomi alle loro figlie derivati ​​da spezie, unguenti, perle e pietre preziose, o qualsiasi cosa che sia considerata bella o preziosa. Vedi Rosenmuller, “Alte u. neue Morgenland”, n. 779.

E il nome della seconda Kezia - Il nome Kezia ( קציעה q e tsı̂y‛âh ) significa cassia, una corteccia simile alla cannella, ma meno aromatica. "Gesenius". Cresceva in Arabia ed era usato come profumo. Il parafrasista caldeo spiega questo nel senso che le diede questo nome perché "era preziosa come la cassia". Cassia è menzionata in Salmi 45:8.

come tra i preziosi profumi. "Tutte le tue vesti odorano di mirra, di aloe e di cassia". La gradevolezza o piacevolezza del profumo era il motivo per cui il nome fu scelto per essere dato ad una figlia.

E il nome del terzo, Keren-happuch - Propriamente, "corno di stibium". Lo “stibium” ( פוך pûk ), era una vernice o colorante ricavato originariamente, si suppone, da alghe, e poi da antimonio, con cui le femmine si tingevano le ciglia; vedere le note in Isaia 54:11.

Era stimato come un ornamento di grande bellezza, principalmente perché serviva a far sembrare più grande l'occhio. Gli occhi grandi sono considerati in Oriente come un segno di bellezza e la pittura di bordi neri intorno a loro conferisce loro un aspetto ingrandito. È notevole che questa specie di ornamento fosse conosciuta fin dai tempi di Giobbe, e questo è uno dei casi, che si verificano costantemente in Oriente, che mostra che le mode lì non cambiano.

È anche notevole che il fatto di dipingere in questo modo si sia ritenuto tanto rispettabile da essere incorporato nel nome di una figlia; e questo dimostra che non c'è stato alcun tentativo di “nascondere” l'abito. Ciò si accorda anche con le usanze che prevalgono ancora in Oriente. Da noi, i materiali e gli strumenti dell'ornamento personale sono tenuti in secondo piano, ma gli orientali li impongono costantemente all'attenzione, come oggetti atti a suggerire idee piacevoli.

Il “processo” di dipingere l'occhio è descritto da un recente viaggiatore come questo: “L'occhio è chiuso, e una piccola bacchetta d'ebano spalmata con la composizione è schiacciata tra le palpebre in modo da tingere i bordi con il colore. Si ritiene che ciò aggiunga grandemente alla brillantezza e alla potenza dell'occhio, e approfondisca l'effetto delle lunghe ciglia nere di cui gli orientali sono orgogliosi. Lo stesso farmaco viene impiegato sulle loro sopracciglia; usato così, ha lo scopo di allungare, non di elevare l'arco, in modo che le estremità interne siano solitamente rappresentate come incontro tra gli occhi. Per gli europei l'effetto è dapprima raramente gradito; ma presto lo diventa”. I tagli precedenti danno una rappresentazione dei vasi di stibium ora in uso.

15 E il loro padre diede loro eredità tra i loro fratelli - Questo è menzionato come una prova della sua speciale considerazione, ed è anche registrato perché non era comune. Tra gli Ebrei la figlia ereditava solo nel caso in cui non vi fosse alcun figlio, Numeri 27:8. La proprietà fu divisa equamente tra i figli, con l'eccezione che il maggiore ricevette una doppia porzione; vedi “Bib.

Arco." sezione 168. Questa usanza, prevalente ancora ampiamente in Oriente, sembra esistesse al tempo di Giobbe, ed è menzionato come una circostanza notevole che fece le sue figlie eredi della sua proprietà con i loro fratelli. Sarebbe anche piuttosto implicito nel passaggio prima di noi che fossero uguali eredi.

16 Dopo questo Giobbe visse centoquaranta anni - Poiché la sua età al momento dell'inizio delle sue calamità non è menzionata, è ovviamente impossibile determinare quanti anni avesse quando morì. La Settanta, tuttavia, si è impegnata a determinarlo, ma su quale autorità non è noto. Rendono questo versetto: “E Giobbe visse dopo questa afflizione centosettanta anni: così che tutti gli anni che visse furono duecentoquaranta.

Secondo questo, la sua età sarebbe stata di settant'anni quando le sue afflizioni lo colsero; ma questa è una semplice congettura. Non è noto perché gli autori di quella versione abbiano aggiunto trent'anni al tempo che visse dopo le sue calamità, facendone centosettanta invece di centoquaranta come è nel testo ebraico. La supposizione che avesse circa settant'anni quando le sue calamità si abbatterono su di lui, non è irragionevole.

Aveva una famiglia di dieci figli, ei suoi figli erano cresciuti in modo da avere famiglie proprie, Giobbe 1:4. Va ricordato, inoltre, che ai tempi del patriarcato, quando le persone vivevano in età avanzata, i matrimoni non avvenivano in un periodo così precoce della vita come ora. Anche in questo libro, sebbene l'età di Giobbe non sia menzionata, tuttavia la sua rappresentazione uniforme è quella di un uomo di età matura; di grande esperienza e osservazione estesa; di uno che aveva goduto di grande onore e di una vasta reputazione di saggio e di magistrato; e quando queste circostanze sono prese in considerazione, la supposizione dei traduttori della Settanta, che avesse settant'anni quando cominciarono le sue afflizioni, non è improbabile.

Se è così, la sua età alla sua morte era di duecentodieci anni. L'età in cui visse è menzionata come notevole, ed era evidentemente alquanto straordinaria. Non è corretto, quindi, presumere che questa fosse la normale durata della vita umana a quel tempo, sebbene sarebbe ugualmente improprio supporre che ci fosse qualcosa di simile al miracolo nel caso.

La giusta interpretazione è che abbia raggiunto il periodo della vecchiaia che allora era ritenuto più onorevole; che gli fu permesso di arrivare a quello che allora era considerato il limite estremo della vita umana; e se è così, non è difficile determinare “circa” l'epoca in cui visse. La durata della vita umana, dopo il diluvio, subì un declino alquanto regolare, finché, al tempo di Mosè, fu fissata in circa settant'anni e dieci, Salmi 90:10.

I seguenti esempi mostreranno la regolarità del declino e ci consentiranno, con un certo grado di probabilità, di determinare il periodo del mondo in cui visse Giobbe. Noè visse 950 anni; Sem, suo figlio, 600; Arphaxad, suo figlio, 438 anni; Salah, 433 anni; Eber, 464; Peleg, 239; Reu, 239; Serug, 230; Nahor, 248; Terah, 205; Abramo, 175; Isacco, 180; Giacobbe, 147; Giuseppe, 110; Mosè, 120; Giosuè, 110.

Supponendo, quindi, che l'età di Giobbe sia stata in qualche modo insolita e straordinaria, essa rientrerebbe nel periodo da qualche parte nel tempo tra Terah e Giacobbe; e se è così, fu probabilmente contemporaneo del più illustre dei patriarchi.

E vide i suoi figli,... - Vedere la propria posterità avanzare negli anni e nell'onore, e estendersi sulla terra, era considerato un segno di onore e una prova del favore divino nei primi secoli. Genesi 48:11 , “e Israele disse a Giuseppe, non avevo pensato di vedere la tua faccia; ed ecco, anche Dio mi ha mostrato la tua progenie.

" Proverbi 17:6 , "i figli dei bambini sono la corona dei vecchi". Salmi 128:6 , "sì, vedrai i figli dei tuoi figli;" confrontare Salmi 127:5; Genesi 12:2; Genesi 17:5; Giobbe 5:25; e le note in Isaia 53:10.

17 Così Giobbe morì, essendo vecchio e pieno di giorni - Avendo riempito il termine ordinario della vita umana in quel periodo del mondo. Raggiunse una vecchiaia onorata e quando morì non fu prematuramente abbattuto. Era "considerato" come un vecchio. I traduttori dei Settanta, alla fine della loro versione, fanno la seguente aggiunta: “E sta scritto che risorgerà con quelli che il Signore risusciterà.

"Questo è tradotto da un libro siriano. “Egli dimorò infatti nella terra di Ausite, ai confini dell'Idumea e dell'Arabia. Il suo nome era Jobab; e avendo sposato una donna araba, ebbe da lei un figlio il cui nome era Ennon. Egli stesso era figlio di Zare, uno dei figli di Esaù; e il nome di sua madre era Bosorra; così che era il quinto in discendenza da Abramo. E questi furono i re che regnarono in Edom, paese del quale regnava anche lui.

Il primo era Balak, figlio di Beor, e il nome della sua città era Dannaba. E dopo Balak, Iobab, chiamato Giobbe; e dopo di lui, Asom, che era governatore ( ἡγεμών hēgemōn ) della regione di Thaimanitis; e dopo di lui Adad, figlio di Barad, che sconfisse Madian nella pianura di Moab; e il nome della sua città era Getham. E gli amici che andarono da lui erano Elifaz dei figli di Esaù, re dei Thaimaniti; Bildad, il sovrano ( τύραννος turannos ) dei Saueheani; e Sofer, re dei Manai.

"Qual è l'autorità per questa affermazione è ora del tutto sconosciuta, né si sa da dove sia stata derivata. L'osservazione con cui viene introdotta, che è scritto che sarebbe risorto nella risurrezione, sembra un falso fatto dopo la venuta del Salvatore, e ha molto l'aspetto di un tentativo di sostenere il dottrina della risurrezione dall'autorità di questo antico libro. Si tratta, in ogni caso, di un'aggiunta non autorizzata al libro, poiché nulla di simile si verifica in ebraico.

Osservazioni conclusive

Siamo ora passati all'esposizione del libro più antico del mondo, e il più difficile del volume sacro. Abbiamo visto come gli uomini sagaci ragionano sui misteriosi eventi della Divina Provvidenza, e quanto poca luce possa essere gettata sulle vie di Dio dal pensiero più profondo, o dall'osservazione più acuta. Abbiamo visto un brav'uomo sottoposto a dure prove per la perdita di tutti i suoi beni e figli, per una malattia dolorosa e ripugnante, per acuti dolori mentali, per i rimproveri di sua moglie, per l'allontanamento dei suoi parenti sopravvissuti, e poi per i faticosi sforzi dei suoi amici per dimostrare che era un ipocrita e che tutte le sue calamità erano venute su di lui come una dimostrazione che era in fondo un uomo malvagio.

Abbiamo visto quell'uomo alle prese con quegli argomenti; imbarazzati e perplessi per la loro ingegnosità; torturato dall'intensità dei rimproveri dei suoi amici; e sotto l'eccitazione dei suoi sentimenti, e la pressione dei suoi guai, dava sfogo ad espressioni di impazienza e di riflessione irriverente sul governo di Dio, che in seguito ebbe occasione di rimpiangere abbondantemente. Abbiamo visto quell'uomo portato sano e salvo attraverso tutte le sue prove; mostrando che, dopo tutto quello che “loro” avevano detto e che “lui” aveva detto e sofferto, era un brav'uomo.

Abbiamo visto l'interposizione divina in suo favore al termine della controversia; l'approvazione divina del suo carattere generale e del suo spirito; e la divina bontà gli mostrò nella rimozione delle sue calamità, nella sua restaurazione alla salute, nel conferimento su di lui del doppio dei suoi antichi beni; e nell'allungare i suoi giorni a una vecchiaia onorata. Nei suoi ultimi giorni abbiamo visto i suoi amici tornare intorno a lui con affetto e fiducia ricambiati; e una famiglia felice che cresceva per rallegrarlo nei suoi anni declinanti e per renderlo onorato sulla terra. In considerazione di tutte queste cose, e specialmente delle affermazioni nel capitolo che chiude il libro, possiamo fare le seguenti osservazioni:

(1) I giusti saranno infine onorati da Dio e dall'uomo. Dio può portare loro afflizioni e possono “sembrare” essere oggetto del suo disappunto; ma verrà il tempo in cui mostrerà loro i segni del suo favore. Questo può non essere "sempre", infatti, nella vita presente, ma ci sarà un periodo in cui tutte queste nuvole saranno dissipate, e quando i buoni, i pii, i sinceri amici di Dio, godranno del ritorno dei segni della sua amicizia.

Se la sua approvazione per loro è dichiarata in modo non intelligibile in questa vita, sarà nel giorno del giudizio in modo più sublime anche di quanto sia stato annunciato a Giobbe; se tutta questa vita fosse oscura di tempeste, tuttavia c'è un paradiso dove, per l'eternità, ci sarà giorno puro e senza nuvole. Allo stesso modo, l'onore sarà alla fine mostrato ai buoni e ai giusti dal mondo. Al momento gli amici possono ritirarsi; i nemici possono essere moltiplicati; i sospetti possono essere collegati al nome di un uomo; la calunnia e la calunnia possono venire sulla sua reputazione come una nebbia dall'oceano.

Ma alla fine le cose funzioneranno da sole. Un uomo alla fine avrà tutta la reputazione che dovrebbe avere. Colui che ha un carattere che "dovrebbe" essere amato, onorato e ricordato, sarà amato, onorato e ricordato; e chi ha un carattere tale da dover essere odiato o dimenticato, lo sarà. Può non essere “sempre”, anzi, nella vita presente; ma c'è una corrente di favore e di stima pubblica che tende a un uomo buono mentre è vivo, che gli viene sempre quando è morto.

Il mondo renderà giustizia al suo carattere; e un uomo santo, se calunniato mentre vive, può affidare con sicurezza il suo carattere a Dio e ai "discorsi caritatevoli" ("Bacon") degli uomini, e ai tempi lontani, quando muore. Ma nella maggior parte dei casi, come nel caso di Giobbe, se la vita si allunga, i calunniati, i rimproverati e gli offesi troveranno giustizia prima di morire. Ai rimproveri nella prima o nella mezza età succederà una buona e ampia reputazione nella vecchiaia; la fiducia restituita dagli amici sarà tutto il compenso che questo mondo può fornire per l'offesa fatta, e la sera della vita trascorsa nel godimento dell'amicizia e dell'affetto, non farà che precedere l'ingresso in una vita migliore, da trascorrere in l'eterna amicizia di Dio e di tutti gli esseri santi.

(2) Dobbiamo attenerci alla nostra integrità quando attraversiamo le prove. Possono essere lunghi e severi. La tempesta che si abbatte su di noi può essere molto buia, e il lampo può essere vivido, e il tuono profondo e lungo. I nostri amici possono ritirarsi e rimproverarci; coloro che dovrebbero consolarci possono supplicarci di maledire Dio e morire; un guaio può succedere a un altro in rapida successione, e ogni colpo successivo può essere più pesante dell'ultimo; possono passare anni in cui potremmo non trovare conforto o pace; ma non dobbiamo disperare.

Non dobbiamo rinunciare alla nostra integrità. Non dovremmo incolpare il nostro Creatore. Non dovremmo permettere che il linguaggio della lamentela o dei mormorii esca dalle nostre labbra, né mai dubitare che Dio sia buono e vero. C'è una buona ragione per tutto ciò che fa; ea tempo debito incontreremo la ricompensa delle nostre prove e della nostra fedeltà. Nessun pio e sottomesso sofferente ha mai mancato di ricevere alla fine i segni del favore e dell'amore divini.

(3) Le espressioni del favore e dell'amore divini non sono da aspettarsi nel mezzo di polemiche rabbiose e accesi dibattiti. Né Giobbe né i suoi amici sembrano aver goduto della comunione con Dio, o aver assaporato gran parte della felicità della religione, mentre era in corso la controversia. Erano eccitati dalla discussione; l'argomento era la cosa principale; e da una parte e dall'altra davano sfogo a sentimenti poco coerenti con l'amore regnante di Dio nel cuore, e con il godimento della religione.

C'erano parole alte; recriminazioni e recriminazioni reciproche; forti dubbi espressi sulla sincerità e purezza del carattere dell'altro; e molte cose furono dette da entrambe le parti, come di solito avviene in tali casi, dispregiativo al carattere e al governo di Dio. Fu solo dopo che la discussione fu chiusa e i contendenti furono messi a tacere, che Dio apparve loro misericordioso e impartì loro i segni del suo favore.

I combattenti teologici di solito godono di poca religione. In dibattiti tempestosi e discussioni accese di solito c'è poca comunione con Dio e poco godimento della vera pietà. È raro che tali discussioni vengano portate avanti senza suscitare sentimenti del tutto ostili alla religione; ed è raro che una tale controversia si protragga a lungo, in cui non si dica molto da ambo le parti dannoso a Dio - in cui non si facciano riflessioni severe sul suo governo, e in cui non si avanzano opinioni che danno abbondanti occasioni di amaro rammarico .

In un'accesa discussione un uomo diventa insensibilmente più preoccupato per il successo della sua causa che per l'onore di Dio, e spesso avanzerà sentimenti anche severamente riflettendo sul governo divino, piuttosto che confessare la debolezza della propria causa, e cedere al punto in discussione. In tali tempi non è una cosa inconcepibile che anche le brave persone dovrebbero essere più ansiose di mantenere le proprie opinioni che di rivendicare la causa di Dio, e sarebbero più disposte a esprimere sentimenti duri sul loro Creatore che a riconoscere la propria sconfitta.

(4) Dal capitolo prima di noi Giobbe 42:11 , ci viene presentato un fatto interessante, come spesso accade. È questo: gli amici tornano da noi e diventano estremamente gentili "dopo" che la calamità è passata. I parenti e conoscenti di Giobbe si ritirarono quando le sue afflizioni erano pesanti su di lui; tornarono solo con il ritorno della prosperità.

Quando sono afflitti, hanno perso il loro interesse per lui. Molti di loro, forse, dipendevano da lui, e quando la sua proprietà se ne fu andata, e lui non poté più aiutarli, scomparvero naturalmente. Molti di loro, forse, gli professarono amicizia «perché» era uomo di rango, proprietà e onore; e quando fu ridotto in miseria e miseria, scomparvero anche loro naturalmente. Molti di loro, forse, lo avevano considerato un uomo di pietà; ma quando queste calamità lo colpirono, secondo i comuni sentimenti dell'epoca, lo considerarono un uomo malvagio, e naturalmente si allontanarono anche da lui.

Quando ci furono prove del ritorno della prosperità e del rinnovato favore di Dio, questi amici e conoscenti tornarono di nuovo. Alcuni di loro senza dubbio tornarono “perché” così fu ristabilito. "Gli amici delle rondini, che se ne vanno in inverno, torneranno in primavera, anche se la loro amicizia ha poco valore." "Enrico". Quella parte di loro che era stata sinceramente attaccata a lui come un uomo buono, sebbene la loro fiducia nella sua pietà fosse stata scossa dalle sue calamità, ora tornò, senza dubbio con cuore sincero, e disposta a fargli del bene.

Hanno contribuito ai suoi bisogni; lo aiutarono a ricominciare il mondo furono il mezzo per gettare le basi della sua futura prosperità; e in un momento di reale bisogno il loro aiuto fu prezioso, e fecero tutto il possibile per recare consolazione all'uomo che era stato così gravemente afflitto. Nelle avversità, si dice, un uomo saprà chi sono i suoi veri amici. Se questo è vero, allora questo distinto e santo patriarca aveva pochi amici che gli fossero veramente attaccati, e che non gli fossero legati da qualche considerazione di egoismo. Probabilmente questo è sempre il caso di coloro che occupano situazioni importanti ed elevate nella vita. La vera amicizia si trova più spesso nelle umili passeggiate e nelle umili valli.

(5) Dovremmo superare la scortesia dei nostri amici pregando per loro; vedi Giobbe 42:8 , nota; Giobbe 42:10 , ndr. Questo è il vero modo di affrontare aspri rimproveri e riflessioni poco gentili sul nostro carattere. Qualunque sia la severità con cui siamo trattati dagli altri; qualunque accusa di ipocrisia o malvagità ci possano muovere; per quanto ingegnosi possano essere i loro argomenti per dimostrarlo, o per quanto taglienti siano il loro sarcasmo e le loro repliche, non dovremmo mai rifiutarci di pregare per loro.

Dovremmo essere sempre disposti a cercare la benedizione di Dio su di loro ed essere pronti a portarli nei nostri cuori davanti al trono della misericordia. È dunque uno dei privilegi delle brave persone pregare per i loro calunniatori e calunniatori; e uno dei nostri più alti onori, e può essere la fonte delle nostre più grandi gioie, è quello di essere stati fatti strumenti per invocare la benedizione divina su coloro che ci hanno offeso.

Non è che ci dilettiamo a trionfare su di loro; non è che ora siamo orgogliosi che “noi” abbiamo l'evidenza del favore divino; non è che esultiamo che siano umiliati e che ora siamo esaltati; è che possiamo essere il mezzo di felicità permanente per coloro che ci hanno gravemente ferito.

(6) Gli ultimi giorni di un uomo buono sono non di rado i suoi giorni migliori e più felici. La prima parte della sua vita può essere tormentata da preoccupazioni; il centro può essere riempito di prove; ma la prosperità che ritorna può sorridere alla sua vecchiaia e il suo sole tramontare fuori, una nuvola. Il suo cuore può essere svezzato dal mondo dalle sue prove; i suoi veri amici possono essere stati accertati dalla loro adesione a lui in rovesci di fortuna, e il favore di Dio può coronare così la sera della sua vita, che a lui e a tutti sarà evidente che sta maturando per la gloria.

Spesso Dio si compiace anche di impartire conforti inaspettati ai suoi amici nella loro vecchiaia; e sebbene abbiano sofferto molto e perso molto, e abbiano pensato che non avrebbero mai più "visto il bene", tuttavia spesso delude le aspettative del suo popolo, e i tempi più prosperi vengono quando pensavano che tutte le loro comodità fossero morte. Nelle prove che attraversiamo nella vita, non è improprio aspettarsi giorni più luminosi e migliori, per essere ancora forse la nostra parte in questo mondo; in ogni caso, se siamo amici di Dio, possiamo aspettarci una felicità certa e duratura nel mondo che verrà.

(7) Il libro, attraverso la cui esposizione siamo ora passati, è un argomento bellissimo e inestimabile. Riguarda l'argomento più importante che può presentarsi alla nostra mente: il governo di Dio e i principi su cui è condotta la sua amministrazione. Mostra come questo appariva alle persone riflettenti dei primi tempi. Mostra come le loro menti ne fossero perplesse e quali difficoltà incontrassero il soggetto dopo la più attenta osservazione. Mostra quanto poco si possa fare nel rimuovere quelle difficoltà dal ragionamento umano, e quanto poca luce l'osservazione più attenta e le riflessioni più sagaci possano gettare su questo argomento sconcertante.

Argomenti più belli, illustrazioni più felici, sentimenti più concisi e profondi, e vedute di Dio più vaste e comprensive di quelle che si trovano in questo libro, non si trovano in nessuna opera di filosofia; né la mente umana nei suoi propri sforzi è mai andata oltre i ragionamenti di questi saggi nel gettare luce sulle misteriose vie di Dio. Portarono all'indagine la saggezza raccolta dai loro padri e conservata nei proverbi; hanno portato i risultati della lunga riflessione e osservazione delle loro stesse menti; e tuttavia gettarono appena un raggio di luce sul misterioso argomento che avevano dinanzi a loro, e alla fine delle loro discussioni sentiamo che l'intera questione è come sempre coinvolta nel mistero.

Così ci sentiamo alla fine di tutti gli argomenti dell'uomo senza l'ausilio della rivelazione, sui grandi temi attinenti al governo divino su questo mondo. I ragionamenti della filosofia ora non sono più soddisfacenti di quelli di Elifaz, Zofar e Bildad, e si può dubitare che, da quando questo libro è stato scritto, sia stato fatto il minimo progresso nel rimuovere le perplessità sull'argomento dell'amministrazione divina. , così magnificamente affermato nel libro di Giobbe.

(8) I ragionamenti di questo libro mostrano l'opportunità e il valore della rivelazione. È da ricordare che il posto che i ragionamenti di questo libro dovrebbero essere considerati occupare, è propriamente "prima" che qualsiasi rivelazione fosse data alle persone, o prima che fosse registrata. Se è il libro più antico del mondo, questo è chiaro; e nel volume della verità rivelata dovrebbe essere considerato come occupare il primo posto nell'ordine in cui i libri della rivelazione sono stati dati all'uomo.

Introduttivo all'intero volume della rivelazione, perché così dovrebbe essere considerato, il libro di Giobbe è di inestimabile valore e importanza. Essa mostra quanto “poco” progresso possa fare la mente umana in questioni della più profonda importanza, e quale dolorosa perplessità rimane dopo tutte le indagini che l'uomo può fare. Mostra quali nuvole di oscurità si posano sulla mente, ogni volta che l'uomo da solo si impegna a spiegare e spiegare gli scopi della Divinità.

Mostra quanto poco la filosofia e l'attenta osservazione possano compiere per spiegare i misteri delle trattative divine, e per dare alla mente solida pace nella contemplazione dei vari argomenti che tanto lasciano perplesso l'uomo.

Non c'era modo migliore di dimostrarlo di quello adottato qui. Un uomo grande e buono cade. Tutti i suoi conforti se ne vanno. Sprofonda al più basso grado di miseria. Per spiegare questo, e tutti gli argomenti affini, la sua stessa mente è messa a dura prova e vengono introdotti quattro uomini di notevole sagacia e capacità di osservazione - i rappresentanti della saggezza del mondo - per spiegare il fatto. Adducono tutto ciò che avevano appreso dalla tradizione, e tutto ciò che la loro stessa osservazione aveva suggerito, e tutte le considerazioni che la ragione suggerirebbe loro; ma tutto invano.

Non fanno progressi nella spiegazione, e il soggetto alla fine rimane oscuro come quando hanno cominciato. Un tale effetto, e una tale sequenza di discussioni, sono mirabilmente adatti a preparare la mente ad accogliere gli insegnamenti della rivelazione e ad essere grati per quel volume di verità rivelate che getta una luce così abbondante sulle domande che hanno così perplesso questi antichi saggi. Prima che fosse dato il libro della rivelazione, era bene registrare il risultato dei migliori sforzi che l'uomo poteva fare per spiegare i misteri dell'amministrazione divina.

Come esempio di poesia antica e illustrazione delle prime concezioni della scienza e dello stato dell'arte, di incomparabile bellezza e sublimità, anche questo libro è inestimabile. Sono trascorsi quasi quattromila anni da quando questo patriarca è vissuto e da quando gli argomenti registrati nel libro sono stati fatti e registrati. Da allora gli uomini hanno fatto grandi progressi nella scienza e nelle arti. I più grandi sforzi, probabilmente, di cui è capace la mente umana, sono stati compiuti da allora nel dipartimento di poesia, e sono state prodotte opere destinate certamente a vivere fino alla consumazione di tutte le cose.

Ma la sublimità e la bellezza della poesia in questo libro sono ancora insuperate, senza rivali. Come mero esemplare di composizione, al di là di tutte le questioni della sua portata teologica; come il libro più antico del mondo; come riflettendo i modi, le abitudini e le opinioni di un'antica generazione; poiché illustra più di qualsiasi altro libro esistente lo stato delle scienze, le antiche concezioni dell'astronomia, della geologia, della geografia, della storia naturale e dei progressi compiuti nelle arti, questo libro ha un valore più alto di quello che può essere attribuito a qualsiasi altro documento di passato, e richiede la profonda attenzione di coloro che vogliono familiarizzarsi con la storia della razza.

Il teologo dovrebbe studiarlo come una preziosa introduzione al volume della verità ispirata; l'umile cristiano, per ottenere visioni elevate di Dio; il filosofo, per vedere quanto poco può fare la mente umana sul più importante di tutti i soggetti senza l'aiuto della rivelazione; il figlio del dolore, per imparare la lezione della paziente sottomissione; l'uomo di scienza, per conoscere ciò che si comprendeva nei lontani periodi del passato; l'uomo di gusto, come incomparabile esemplare di poetica bellezza e sublimità.

Insegnerà lezioni inestimabili a ogni generazione che avanza; e fino alla fine dei tempi la vera pietà e il vero gusto troveranno consolazione e piacere nello studio del Libro di Giobbe. Dio conceda che questo sforzo di spiegarlo possa contribuire a questo risultato. A quel Dio che ha inclinato il mio cuore a impegnarsi nel tentativo di spiegare questo antico libro, e che mi ha dato salute, e forza, e i mezzi per proseguire lo studio con vantaggio, dedico ora questa esposizione. Confido che possa fare del bene agli altri; è stato vantaggioso e piacevole per la mia stessa anima.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Giobbe 42

1 INTRODUZIONE AL LAVORO 42

Questo capitolo contiene la risposta di Giobbe all'ultimo discorso del Signore, in cui riconosce la sua onnipotenza e la sua sicura esecuzione dei suoi propositi e del suo piacere; riconosce la propria stoltezza e ignoranza e confessa i propri peccati; per cui aborriva se stesso, e di cui si pentì, Giobbe 42:1-6 ; dà anche conto della decisione del Signore sulla controversia tra Giobbe e i suoi amici, biasimandoli e lodandolo al di sopra di loro; e ordinò loro di prendere sacrifici e di andare da Giobbe e offrirli, che avrebbero pregato per loro ed essere accettati, cosa che fu fatta, Giobbe 42:7-9 ; e si chiude con una relazione della grande prosperità in cui Giobbe fu restaurato, in cui visse e morì, Giobbe 42:10-17

Versetto 1. Allora Giobbe rispose al Signore e disse. Poiché, sebbene avesse detto che non avrebbe più risposto, Giobbe 40:5 ; tuttavia poteva non intendere nel modo in cui aveva fatto, lamentandosi di Dio e giustificando se stesso; inoltre poteva cambiare idea senza alcuna accusa di falsità o di menzogna; vedi Geremia 20:9 ; A ciò si può aggiungere che allora aveva detto tutto quello che aveva da dire, e non sapeva di dover avere di più: confessò allora quanto era convinto, ma non bastò; e ora, grazie a ciò che il Signore gli aveva detto da allora, era più convinto della sua ignoranza, dei suoi errori e dei suoi peccati, ed aveva una tale visione di Dio e di se stesso, che non poteva trattenersi dal parlare; inoltre gli fu imposto dal Signore l'ingiunzione di parlare di nuovo, e quindi fu costretto a dare la sua risposta; vedi Giobbe 40:7

2 Versetto 2. So che tu puoi fare ogni cosa,

Come mostrano le opere della creazione, e il loro sostentamento; così il Targum,

"Tu sostengi ogni cosa,"

e può gestire, ogni creatura fatta da lui, anche quelle che non erano trattabili dagli uomini, come il colosso e il leviatano, le creature in cui è stata istanziata per l'ultima volta; e seppe umiliare e umiliare i superbi, cosa che Giobbe non poté fare; e potrebbe anche salvarlo con la sua destra, e tirarlo fuori dalla sua bassa condizione in cui si trovava, e riportarlo a una grande prosperità, di cui Giobbe ha sempre disperato fino ad ora; e sebbene avesse una conoscenza teorica dell'onnipotenza di Dio prima, vedi Giobbe 9:4-10 ; ma non una conoscenza pratica e sperimentale di esso; almeno non al punto in cui lo aveva fatto ora, lavorando sul suo cuore, piegando la sua volontà e portandolo a rassegnarsi alla volontà di Dio; non solo sapeva di poter fare ogni cosa, ma che aveva il diritto di fare ciò che voleva; e che qualsiasi cosa facesse lo faceva bene e saggiamente, e in modo retto, cosa di cui prima sembrava avere qualche dubbio. E che nessun pensiero possa esserti negato; o non si pensa agli uomini, buoni o cattivi, a Dio o a se stessi, e quindi è un riconoscimento dell'onniscienza di Dio, e può essere un appello a questo; che Dio, che conosce i segreti del cuore degli uomini, sapeva quali pensieri Giobbe aveva ora di Dio; della saggezza, della rettitudine e della bontà di Dio nelle dispensazioni della sua provvidenza, diverse da quelle che aveva prima; vedere Giovanni 21:17 ; o piuttosto può essere compreso di ogni pensiero del cuore di Dio, di ogni suo proposito segreto e di ogni suo saggio consiglio; le quali, poiché tutte gli sono ben note, e non si può impedire che abbiano effetto, né si impedisca l'esecuzione di esse, Giobbe vide e fu pienamente sicuro che tutto ciò che gli era accaduto era secondo i sovrani e imperscrutabili propositi di Dio, e secondo i saggi consigli della sua volontà; sapeva che non solo Dio poteva fare tutto, ma che faceva anche tutto ciò che voleva

3 Versetto 3. Chi è colui che nasconde un consiglio senza conoscenza?

Può essere inteso, e fornito, come è da Cocceius, "tu hai detto"; come il Signore aveva detto, o a questo scopo, vedi Gill su "Giobbe 38:2" ; a cui Giobbe qui risponde: Io sono l'uomo stolto che l'ha fatto, lo riconosco con dolore, vergogna e confusione: o può essere interpretato come una condanna di ogni altro uomo che dovesse agire allo stesso modo. Schultens comprende questo come detto da Giobbe di Dio: e rende le parole,

"Chi è costui che sigilla un consiglio che non si può conoscere?"

i consigli, i propositi e i decreti di Dio sono sigillati da lui, tra i suoi tesori, nell'armadietto del suo proprio petto, e non devono essere aperti e aperti dalle creature, ma sono impenetrabili per loro, oltre a essere scoperti da loro, e non devono essere perquisiti e penetrati; e così non si devono conoscere le sorgenti segrete della Provvidenza, che Giobbe aveva tentato, e per le quali si condanna;

perciò ho detto che non ho compreso; riguardo ai rapporti provvidenziali di Dio con gli uomini, che affliggono i giusti e permettono ai malvagi di prosperare, in particolare in relazione alle sue stesse afflizioni; in cui si appellava alla sapienza, alla giustizia e alla bontà di Dio, come se le cose si sarebbero potute fare meglio di come sono state; ma ora ammette la sua ignoranza e follia, come fece Asaf in un caso simile, Salmi 73:22 ;

cose troppo meravigliose per me, che non conoscevo; cose fuori dalla sua portata per cercare e al di là della sua capacità di comprendere; ciò che avrebbe dovuto guardare con ammirazione, e lì si sono fermati. I giudizi di Dio sono un grande abisso, che non può essere scandagliato con la linea dell'intelligenza umana, di cui si dovrebbe dire con l'apostolo: "O abisso", Romani 11:33, ecc. Giobbe avrebbe dovuto fare come Davide, Salmi 131:1 ; di cui ora era convinto, e si lamenta e confessa la sua follia

4 Versetto 4. Ascolta, ti prego, e io parlerò,

Non nel modo in cui aveva fatto prima, lamentandosi di Dio e giustificandosi, ma in un modo di umile supplica di favori nei suoi confronti, di confessione dei peccati davanti a lui e di riconoscimento della sua saggezza, bontà e giustizia in tutti i suoi rapporti con lui, che prima aveva accusato;

Io ti chiederò; o piuttosto "Farò una petizione a te", come dice il signor Broughton; chiedi umilmente un favore e implora una risposta gentile; perché esigere non è così gradito alla struttura e al temperamento dell'animo in cui si trovava ora Giobbe;

e tu mi dichiari; o fargli sapere ciò che non sapeva; ora nell'ignoranza si rivolge a Dio, come un Dio di conoscenza, per informarlo sulle cose di cui era all'oscuro, e per aumentare la conoscenza che aveva. Ora era disposto a seguire il consiglio di Elihu e a seguirlo, Giobbe 34:31,32

5 Versetto 5. Ho udito parlare di te per sentito dire,

Dai suoi padri, che in modo tradizionale avevano tramandato l'uno all'altro ciò che sapevano di Dio, la sua volontà e il suo culto, le sue opere e le sue vie; e da coloro che avevano cura della sua educazione, genitori e tutori, che gli avevano instillato molto presto i principi della religione e la conoscenza delle cose divine; e da coloro che potrebbero istruire in materia di religione in modo pubblico; e sia per rivelazione ordinaria che straordinaria fatta a lui, come talvolta era concesso agli uomini in quell'epoca in cui Giobbe viveva; vedi Giobbe 4:16,17; 33:14-16. Sebbene avesse udito di Dio più di quanto avesse mai fatto prima attraverso il suo parlare fuori dal turbine, cosa che aveva ascoltato attentamente; e la frase, udito da o con l'udito dell'orecchio, denota una grande attenzione; vedi Ezechiele 44:5 ;

ma ora il mio occhio ti vede; la tua Shechinah, come Jarchi; la tua gloria e maestà divina; il Logos, il Verbo o Figlio di Dio, che ora apparve in forma umana, e parlò a Giobbe dal turbine; e che vide con gli occhi del suo corpo, come molti dei patriarchi lo avevano visto, e questo è il senso di un antico scrittore; sebbene senza dubbio lo vide anche con gli occhi del suo intelletto, e ebbe una visione più chiara del suo Redentore vivente, il Messia, di quanto non avesse mai avuto prima; e vide più Dio in Cristo, della sua natura, delle sue perfezioni e della sua gloria, come non aveva mai visto fino ad allora; e ciò che aveva sentito dire di lui era molto inferiore a ciò che vedeva ora; in particolare aveva una visione più chiara e distinta della sovranità, della saggezza, della bontà e della giustizia di Dio nei rapporti della sua provvidenza con i figli degli uomini e con se stesso, a cui ora si sottometteva umilmente

6 Versetto 6. Perciò aborro [me stesso],

O tutte le mie parole, come Aben Esdra; tutte le espressioni indecenti che aveva pronunciato riguardo a Dio; non poteva sopportare di pensare a loro; li detestava e se stesso a causa loro: il peccato è abominevole per sua natura e rende gli uomini tali; è ripugnante a Dio, e lo è anche a tutti gli uomini buoni quando la vedono nella sua giusta luce; specialmente quando hanno una visione della purezza e della santità di Dio, a cui ciò è così molto contrario, e anche della sua grazia e bontà nel perdono di essa; vedi Isaia 6:3,5; Ezechiele 16:63; 20:41 ;

e pentitevi nella polvere e nella cenere; che era una cerimonia esterna usata da persone in lutto e penitenti; vedi Giobbe 2:8 Giona 3:6 ; ed esprime la verità e la sincerità del pentimento; e non piangere mai più veramente per il peccato e pentirsi di esso, non se ne vergogna di più, o avere un dolore più santo per esso, o confessarlo più ingenuamente, e abbandonarlo di cuore, di coloro che con occhio di fede vedono Dio in Cristo come un Dio che perdona il peccato; o contemplare i loro peccati attraverso lo specchio della grazia e della misericordia che perdonano; vedi Zaccaria 12:10 Luca 7:37,47 1Timoteo 1:13

7 Versetto 7. E fu così,

Ciò che segue è avvenuto:

che dopo che il Signore ebbe detto queste parole a Giobbe; che gli disse dal turbine, e dopo aver udito la confessione di Giobbe e la dichiarazione che aveva fatto della sua umiliazione e del suo pentimento,

il Signore disse a Elifaz il Temanita; il quale con i suoi due amici era ancora presente e ascoltava i discorsi del Signore a Giobbe, e il riconoscimento che aveva fatto del peccato; anche se alcuni pensano che, quando la disputa terminò tra Giobbe e loro, tornarono al loro paese, dove ora si suppone si trovi Elifaz, e fu loro chiesto con i suoi due amici di andare di nuovo a Giobbe, cosa che fecero, come si conclude dai versetti seguenti: ma senza dubbio rimasero e ascoltarono ciò che Elihu aveva da dire; e la voce del Signore dal turbine avrebbe attirato la loro attenzione e restare; e dovevano essere molto desiderosi di sapere come sarebbe andata la causa, pro o contro Giobbe; quest'ultimo dei quali potrebbero aspettarsi dall'apparenza delle cose. Ora il Signore rivolge il suo discorso a Elifaz, essendo egli forse l'uomo principale, a causa della sua età, saggezza e ricchezza, ed essendo l'uomo che guidò la disputa, la iniziò e formulò il piano da seguire, e fu il più severo con Giobbe di tutti loro; per cui il Signore gli disse:

la mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici; che erano Bildad lo Shuhita e Zofar il Naamatita; che cedette agli stessi sentimenti di Elifaz e seguì lo stesso piano, dicendo cose sbagliate di Dio, accusando falsamente Giobbe e condannandolo; il che provocò il Signore e fece accendere contro di loro la sua ira come fuoco, di cui si manifestarono alcune apparenze e proruzioni nelle sue parole e nella sua condotta verso di loro;

poiché non avete parlato di me [della cosa giusta], come ha detto il mio servo Giobbe; essi avevano detto molte cose giuste di Dio, e Giobbe ne aveva dette molte di torte, eppure, nel complesso, Giobbe aveva detto cose più giuste di loro su Dio; la loro nozione, e che avevano espresso, era che Dio tratta gli uomini in questa vita secondo il loro comportamento esteriore; che Dio non affliggeva gli uomini buoni, almeno non dolorosamente, né a lungo; e che gli uomini malvagi erano sempre puniti ora: da cui trassero questa deduzione, che Giobbe, essendo così a lungo e così tanto afflitto, doveva essere un uomo cattivo, altrimenti Dio non lo avrebbe mai trattato in questo modo. Giobbe, d'altra parte, affermava che gli uomini malvagi godevano di grande prosperità, cosa che gli uomini buoni non avevano; e quindi l'amore e l'odio di Dio non si riconoscevano da queste cose; e i caratteri degli uomini non dovevano essere giudicati da queste cose esteriori; in cui aveva senza dubbio ragione: alcuni rendono le parole "non mi hanno parlato", davanti a lui, in sua presenza; poiché erano tutti davanti a Dio, e a lui tutti si appellavano, ed egli ascoltava e osservava tutto ciò che veniva detto, e ora emetteva giudizio. Non si presta attenzione a Elihu, né gli si attribuisce la colpa; egli fungeva da moderatore, non prendendo né le parti di Giobbe, né dei suoi amici, ma incolpando entrambi: né pretendeva di accusare Giobbe di alcun peccato della sua vita precedente come causa delle sue calamità; non fa altro che riprendere alcune sue espressioni indecenti, sconsiderate e stravaganti nel calore di questa controversia, e lo rimprovera per esse; e in tutto il tutto rivendica la giustizia di Dio nei suoi rapporti con lui

8 Versetto 8. Prendete dunque per voi sette giovenchi e sette montoni,

Creature usate in sacrificio prima del dono della legge levitica, Genesi 4:4; 8:20; 15:9 ; e lo stesso numero delle stesse creature furono offerte da Balaam nel paese di Moab, non lontano da dove Giobbe viveva, né a grande distanza di tempo dalla sua età, Numeri 23:1,2 ; e tra i Gentili in tempi successivi. E questi erano tipici di Cristo, essendo creature forti, specialmente i giovenchi, e che venivano usati per il lavoro; e il numero sette può indicare la perfezione del sacrificio di Cristo; al che questi uomini erano diretti nei loro sacrifici a cercare la completa espiazione dei loro peccati: ora, sebbene non fossero nelle loro proprie dimore, e non potessero prenderli dalle loro mandrie e greggi, e Giobbe non ne aveva, tuttavia potevano acquistarli da altri; e ciò avuto, sono invitati a fare come segue:

andate dal mio servo Giobbe e offrite per voi stessi un olocausto; cioè, per mezzo di Giobbe, che doveva offrirlo per loro nel loro nome, e dalle cui mani il Signore lo avrebbe accettato, e per amor suo. Giobbe, come capo e padrone della sua famiglia, era solito sacrificare, come ogni uomo del genere faceva prima che avesse luogo il sacerdozio di Aaronne, Giobbe 1:5. Ora questo faceva molto onore a Giobbe, sia chiamandolo suo servo, come prima in Giobbe 42:7, sia altre due volte in questo; che stava chiaramente dando la causa dalla sua parte; confermando il carattere che ha sempre portato, e che ancora conservava; e dichiarando di avere di lui altri pensieri che non quelli dei suoi amici; e anche mandandoli a lui con i loro sacrifici da offrire per loro; il quale diceva che avevano peccato e dovevano offrire sacrifici e che Giobbe aveva ragione; e quindi deve offrire il sacrificio per loro. Questo li stava mettendo su un grande pezzo di abnegazione; che uomini, che erano più vecchi di Giobbe, grandi personaggi, capifamiglia, e che erano soliti offrire sacrifici in loro, ora sono mandati a Giobbe per offrirli per loro; un uomo che ora si trovava in condizioni meschine, e che in esse aveva trattato con grande disprezzo; e lui a sua volta li aveva usati altrettanto grossolanamente. E fu anche una prova della grazia di Giobbe, e del suo spirito di perdono, fare questo per loro, e pregare Dio per loro: e il disegno del Signore in esso era, di esercitare le grazie di entrambi, e di riconciliarli l'uno con l'altro, e con lui;

e il mio servo Giobbe pregherà per te; affinché il loro sacrificio fosse accettato e il loro peccato perdonato. In questo Giobbe era un tipo di Cristo, come lo era in molte altre cose; vedi le note su Giobbe 16:9-13; 30:8-10. C'è un accordo in suo nome; Giobbe, sia che significhi amore o odio, desiderato o odiato, in entrambi i modi ne viene data l'etimologia; è d'accordo con Cristo, che è amato da Dio e dagli uomini, e il desiderio di tutte le nazioni; che odia l'iniquità, ed è stato odiato per la sua invettiva contro di essa. Giobbe era un tipo di lui nel suo triplice stato; prima della sua bassa condizione, in essa e dopo di essa; vedi Filippesi 2:6-10. nelle sue tentazioni da parte di Satana e nelle sofferenze degli uomini; e in particolare nel suo ufficio di sacerdote, che offriva se stesso in sacrificio per il suo popolo, e offriva i suoi servizi e sacrifici di preghiera e di lode a Dio; e che ha pregato per i suoi discepoli e per tutto ciò che il Padre gli ha dato, per i trasgressori e per i peccatori e anche per i suoi nemici che lo maltrattavano;

per lui accetterò; o il suo volto, cioè ascolta la sua preghiera ed esaudisci ciò che gli viene chiesto; così come accettare il suo sacrificio;

perché io non abbia a che fare con te [dopo la tua] follia; come ogni peccato lo è, essendo commesso contro Dio, una violazione della sua legge, e dannoso per gli uomini stessi; vedi Deuteronomio 32:6; 4:6; Proverbi 8:36. Anche se qui sembra che sia limitato al loro particolare peccato e follia nella loro disputa con Giobbe; la mancanza di sapienza in loro fu discernita da Elihu, Giobbe 32:7,9. Quindi segue:

in quanto non avete parlato di me [della cosa giusta], come il mio servo Giobbe; e se trascurando il suo consiglio, che sarebbe stato un altro esempio della loro follia, avevano provocato il Signore a trattarli come meritava il loro peccato, la cosa doveva essere dura per loro. Il Targum è,

"per non fare di te "ciò che sarebbe" un rimprovero"

(o disonore); li avrebbe svergognati e li avrebbe fatti apparire ignominiosi agli uomini; come spogliandoli della loro sostanza e del loro onore, e riducendoli allo stato in cui si trovava Giobbe

9 Versetto 9. Elifaz il Temanita, Bildad il Shuita, e Zofar il Naamatita andarono,

Prese le suddette creature per il sacrificio, come gli era stato ordinato, andarono con loro a Giobbe;

e fecero come il Signore aveva loro comandato; li offrì da Giobbe come olocausto e lo pregò di pregare per loro. Fecero questo, sia per quanto riguarda la questione che il modo, come il Signore aveva loro ordinato; e lo fecero subito, senza consultare la carne e il sangue, l'orgoglio e le altre passioni del loro cuore; e tutti si unirono in esso, e servirono il Signore di comune accordo, il che mostrò che erano uomini buoni;

il Signore accettò anche Giobbe; il sacrificio che offrì; forse mandando fuoco dal cielo, che consumò l'olocausto: o "la faccia di Giobbe"; ascoltò la sua preghiera per i suoi amici, ed esaudì la sua richiesta per loro: o "la persona di Giobbe", come la rende il signor Broughton; Giobbe in questo era anche un tipo di Cristo, che si esaudisce sempre nella sua intercessione e mediazione per il suo popolo. Dio ha rispetto per la sua persona, che gli è sempre gradita, e nella quale si compiace; e ha rispetto per la sua offerta e il suo sacrificio, che per lui hanno un odore soave. E le persone del suo popolo sono accettate in lui, l'Amato, e tutti i loro servizi e sacrifici di preghiera e di lode, Matteo 3:17; Efesini 1:6; 1Pietro 2:5. Il Targum è,

"fecero come la parola dell'Eterno aveva detto loro, e la parola dell'Eterno accettò il volto di Giobbe".

10 Versetto 10. E il Signore fece cadere Giobbe dalla cattività,

Non letteralmente, nel senso in cui la cattività di Lot fu trasformata, Genesi 14:12 ; poiché la persona di Giobbe non fu afferrata e portata via, sebbene lo fosse il suo bestiame, né spiritualmente, essendo liberata dalla schiavitù del peccato; Questo era stato il suo caso molti anni fa, quando si convertì per la prima volta: ma si deve intendere della sua restaurazione dalle afflizioni e dalle calamità a uno stato felice; come del ritorno delle sue sostanze, della sua salute e dei suoi amici, e specialmente della sua liberazione da Satana, nelle cui mani era stato per qualche tempo, e da lui angosciato sia nel corpo che nella mente. Ma ora la sua prigionia era terminata, ed egli era liberato da tutte le sue angosce; e anche da quelli che sorsero dai rapporti di Dio con lui, di cui ora era pienamente soddisfatto; e questo fu fatto,

quando pregava per i suoi amici; come gli era stato ordinato di fare. Un uomo buono non pregherà solo per se stesso, come senza dubbio fece Giobbe, ma anche per gli altri; per i suoi amici naturali e spirituali, sì, per amici scortesi, e anche per i nemici allo stesso modo: e la preghiera di un uomo retto è molto gradita al Signore; e molte misericordie e benedizioni vengono da esso; e anche la preghiera per gli altri è vantaggiosa per l'io di un uomo; e a volte ne raccoglie presto i benefici, come faceva ora Giobbe. Infatti, quando e mentre pregava, o vi si riprendeva rapidamente, c'era una svolta nei suoi affari: si trovò presto in salute migliore; i suoi amici gli vennero intorno, e le sue sostanze cominciarono ad aumentare; Satana non aveva più potere su di lui, e la presenza di Dio era con lui. Tutto ciò che era dal Signore; e ne godeva come preghiera, e come frutto di ciò;

anche il Signore diede a Giobbe il doppio di quello che aveva prima, o gli aggiunse il doppio. Che rispetta principalmente la sua sostanza; il suo bestiame, come appare da Giobbe 42:12, e potrebbe essere vero sia per quanto riguarda le cose temporali che per quelle spirituali. "Doppio" può denotare un'abbondanza, una grande quantità di cose buone; vedi Zaccaria 9:12

11 Versetto 11. Allora vennero a lui tutti i suoi fratelli e tutte le sue sorelle,

Il che può essere preso non in senso stretto, ma in un senso più ampio per tutti coloro che erano legati a lui; lo stesso con i suoi parenti, Giobbe 19:14 ;

e tutti quelli che erano stati suoi conoscenti prima; che lo conoscevano, lo visitavano, conversavano con lui e mantenevano con lui una corrispondenza amichevole; La cerchia dei suoi conoscenti doveva essere ampia, perché la ricchezza gli fa molti amici: questi erano stati timidi con lui, e tenuti a distanza da lui, durante il periodo della sua afflizione e della sua angoscia; vedi Giobbe 19:13,14,19 ; ma sentendo che era nel favore di Dio, e la causa era data dalla sua parte, e contro i suoi amici, e le sue cose cominciavano a prendere una piega più favorevole, vennero di nuovo da lui, e gli fecero una visita amichevole, anche tutti;

e mangiarono con lui del pane in casa sua, esprimendo la loro gioia per la sua guarigione e rinnovando la loro amicizia con lui: ciò avvenne a loro spese o a spese di Giobbe, perché forse non era così povero nel peggiore dei casi come lo è la maggior parte dei rappresentati, perché aveva ancora una casa tutta sua, e mobili in esso, e servi che lo servissero, come appare da Giobbe 19:15,16 ; né leggiamo di qualcosa che gli sia stato tolto dalla sua casa; poteva ancora avere oro e argento, e così poteva intrattenere i suoi amici: ed essendo un uomo di ottimo spirito li riceveva gentilmente, senza rimproverarli della loro scortesia nell'abbandonarlo quando era afflitto;

ed essi lo infastidivano; scuotevano la testa contro di lui, commiserando il suo caso, cioè quello in cui si era trovato; perché potevano fare questo, anche se le cose andavano ora meglio per lui, e potevano esprimersi in questo modo:

"Pover'uomo, che cosa hai sopportato? Che cosa hai passato con malattie del corpo, perdita di sostanze e vessazione da parte degli amici?"

e inoltre, sebbene le cose cominciassero a migliorarsi con lui, non era giunto subito al grado di felicità a cui era arrivato; in modo che ci fosse ancora spazio per lamentarsi, essendo lui in condizioni relativamente povere rispetto a prima;

e lo confortò per tutto il male che il Signore aveva fatto venire su di lui; il male delle afflizioni, del corpo e della proprietà; il quale, sebbene per mezzo di Satana e di uomini malvagi, era secondo la volontà di Dio, e si potrebbe dire che sia stato portato su di lui e fatto a lui dal Signore, Amos 3:6 ; e si congratularono con lui per la sua liberazione da loro;

ognuno gli diede anche un pezzo di denaro, o un "agnello"; che alcuni interpretano in senso proprio, come ciò che potrebbe servire a compensare la sua perdita di pecore, e ad aumentare il suo patrimonio di esse; ma altri con noi lo prendono per un pezzo di denaro, in questo senso è usato in Genesi 33:19 Giosuè 24:32, rispetto ad Atti 7:16 ; che potrebbe avere la figura di un agnello impressa su di esso; come un tempo avevamo una moneta chiamata angelo, con l'immagine di uno stampata su di essa; ed era consuetudine presso gli antichi sia barattare con bestiame invece che con denaro prima di coniarlo, sia quando fu coniato per imprimervi sopra la figura del bestiame; quindi la parola latina "pecunia", per denaro, deriva da "pecus", bestiame; questo pezzo di denaro in Africa è lo stesso dell'ebraico "meah", che pesava sedici chicchi d'orzo; il valore di un penny;

e tutti con orecchini d'oro; o un gioiello incastonato in oro; quelli che si usavano indossare in Arabia, come appare da, Giudici 8:24 ; tuttavia Giobbe poteva trasformarli in denaro e aumentare così la sua riserva di bestiame. Anche se, forse, questi doni gli furono fatti non tanto per arricchirlo, ma come pegno di rinnovare la loro amicizia con lui; Essendo allora consuetudine nei paesi orientali, come lo è ancora oggi, che ogni volta che fanno visita, anche ai personaggi più grandi, portano sempre con sé dei doni; vedi 1Samuele 9:7

12 Versetto 12. Così il Signore benedisse l'ultima fine di Giobbe più del suo inizio,

Il che ha confermato le parole di Bildad, Giobbe 8:6,7 ; sebbene fossero state pronunciate da lui solo a titolo di supposizione. Tutte le benedizioni sono del Signore, temporali e spirituali; e a volte gli ultimi giorni di un uomo buono sono i suoi migliori, per quanto riguarda le cose temporali, come lo erano quelli di Davide, e qui di Giobbe; anche se non è sempre così: tuttavia, se i loro ultimi giorni non sono che i migliori nelle cose spirituali, ciò è sufficiente: se hanno più fede, speranza, amore, pazienza, umiltà e abnegazione, e rassegnazione della volontà alla volontà di Dio; sono più santi, più umili, spiritualmente e di mentalità celeste; avere più luce e conoscenza nelle cose divine; hanno più pace e gioia, e sono più fecondi in ogni opera buona, e più utili; e spesso sono nei loro ultimi momenti più allegri e comodi: il vino migliore è riservato fino all'ultimo;

poiché aveva quattordicimila pecore, seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asini: il doppio di ciascuno di quelli che aveva prima, Giobbe 1:3

13 Versetto 13. Ebbe anche sette figli e tre figlie.] Lo stesso numero di figli, e della stessa specie che aveva prima, Giobbe 1:2 ; e secondo Nachman lo stesso che aveva prima, di cui la lettera aggiuntiva nella parola "sette" è con lui la notifica; così che il dubbio di ciò che aveva prima, Giobbe 42:10 ; rispetta solo le sue sostanze, e in particolare il suo bestiame; sebbene il Targum dica che egli ebbe quattordici figli, e così Jarchi; altri pensano che questi possano dirsi doppi rispetto a Giobbe nelle loro buone qualità, esterne e interne, nelle loro disposizioni, virtù e grazie; e altri, in quanto i suoi figli precedenti non erano perduti, ma vivevano con Dio, e sarebbero vissuti per sempre, ora si potrebbe dire che sono il doppio; e così considerano questo come una prova dell'immortalità dei dell'anima, e della risurrezione del corpo; ma non ci si può fidare di questi sensi; Se questi figli fossero avuti da una ex moglie o da un'altra è incerto

14 Versetto 14. E chiamò la prima Jemima,

Cioè, il nome della prima e maggiore figlia è stato chiamato da Giobbe Jemima; che significa "giorno", così lo interpreta il Targum, e la maggior parte lo fa, e così è lo stesso per Diana; o, come osserva Spanheim , può essere lo stesso per la parola araba "jemama", che significa una tartaruga o una colomba; e che osserva anche che un paese in Arabia è così chiamato, e forse da lei; e che sembra essere confermato dal geografo arabo, che parla di una regina chiamata Jamama, che abitava in una città del paese che descrive come situata a nord dell'Arabia Felix, e parla anche di una via da lì a Bozrah in Edom;

e il nome della seconda, Kezia; o Cassia; un'erba aromatica di un odore molto profumato, come rendiamo la parola, Salmi 45:8 ; e da questa persona il dotto scrittore sopra citato congettura che il monte Casio in Arabia potrebbe avere il suo nome;

e il nome del terzo, Kerenhappuch; che significa un corno o un recipiente di vernice, come le donne orientali usavano per dipingersi il volto, in particolare gli occhi, Geremia 4:30 ; e come fece Izebel, 2Re 9:30 ; o "il raggio di una pietra preziosa"; alcuni dicono il carbonchio o rubino; secondo il Targum, lo smeraldo; in 1Cronache 29:2, la parola è resa "pietre scintillanti". Ora, questi nomi possono riferirsi alle figlie di Giobbe stesse, alla loro bellezza esteriore, osservata in seguito, così il Targum,

"chiamò quella Jemima, perché la sua bellezza era come il giorno; l'altra la chiamò Kezia, perché era preziosa come la cassia; e un'altra la chiamò Kerenhappuch, perché grande era lo splendore della gloria del suo volto, come lo smeraldo".

La carnagione del primo poteva essere chiara come una giornata luminosa, anche se così ma di breve durata; vedi Cantici 6:10 ; il prossimo potrebbe prendere il nome dalla fragranza e dalla dolcezza del suo carattere; e la terza, così bella che non aveva bisogno di vernice per metterla in risalto, ma era bellezza e dipingeva se stessa; o la sua bellezza era luminosa e abbagliante come una pietra preziosa; vedi Lamentazioni 4:7. Oppure questi possono rispettare le loro qualità interne, virtù e grazie; essendo figli del giorno e non della notte; avere un buon nome, che è migliore di tutte le spezie; e possedeva tali grazie che erano paragonabili ai gioielli e alle pietre preziose. Anche se potrebbe essere che Giobbe, nel dare loro questi nomi, possa avere rispetto al cambiamento del suo stato e della sua condizione; chiamò la sua prima figlia Jemima, o "giorno", perché era ormai giorno, con lui: era stato nella notte e nelle tenebre delle avversità, temporali e spirituali, ma ora godeva di un giorno di prosperità, di luce e gioia spirituali; la giustizia della sua causa apparve, la sua giustizia fu portata alla luce come la luce e il suo giudizio come il mezzogiorno; e le dispense della divina Provvidenza gli apparvero in una luce diversa da quella in cui le aveva viste: la sua seconda figlia chiamò Kezia, o Cassia, un'erba di odore dolce, in opposizione al fetore delle sue ulcere e del suo alito, che era stato così offensivo, e da cui ora era libero; e può anche denotare il recupero del suo buon nome, migliore dell'unguento prezioso, di cui la cassia era un ingrediente: la sua figlia più giovane la chiamò Kerenhappuch, il corno di vernice, in opposizione al fatto che il suo corno fosse contaminato dalla polvere, e il suo volto sporco di pianto, Giobbe 16:15,16 ; o se Kerenhappuch significa il corno girato, come lo interpreta Peritsol, può avere rispetto per la strana e improvvisa svolta delle cose di Giobbe: ed è facile osservare che gli uomini hanno dato nomi ai loro figli a causa del loro stato e della loro condizione attuale, o a causa del cambiamento di uno precedente; vedi Genesi 41:51,52 Esodo 18:3,4

15 Versetto 15. E in tutto il paese non si trovarono donne così belle come le figlie di Giobbe,

O in tutto il mondo, il che non è improbabile: o può essere piuttosto nella terra o nel paese in cui abitavano; e che si possono dedurre dai loro nomi, come già osservato. Il popolo di Dio e i figli di Cristo, l'antitipo di Giobbe, sono tutti belli e non c'è posto in loro; una perfezione di bellezza, perfettamente piacevole, per la bellezza di Cristo posta su di loro, e sono senza macchia o ruga, o qualsiasi cosa del genere;

e il loro padre diede loro un'eredità in mezzo ai loro fratelli; che non è stato fatto a causa della loro bellezza o virtù; né questo è tanto osservato per mostrare le grandi ricchezze di Giobbe, che egli poteva dare alle sue figlie tanto quanto ai suoi figli, come la sua imparzialità verso i suoi figli, e la sua rigorosa giustizia ed equità nel distribuire le sue sostanze a tutti allo stesso modo, senza fare differenza tra maschio e femmina. E così in Cristo, l'antitipo di Giobbe, non c'è né maschio né femmina, nessuna differenza tra loro, Galati 3:28 : ma essendo tutti figli, sono eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, e partecipano ugualmente della stessa eredità con i santi nella luce, Romani 8:17 Colossesi 1:12

16 Versetto 16. Dopo questo Giobbe visse centoquarant'anni,

Non dopo che egli era arrivato al culmine della sua prosperità, non dopo la nascita dei suoi figli, ed essi erano cresciuti, e gli era stata data la loro parte, che doveva durare un numero considerevole di anni, ma dopo che le sue afflizioni erano passate, e la sua prosperità era cominciata. E se i suoi anni erano raddoppiati, come alcuni pensano, sebbene ciò non sia certo, allora deve avere settant'anni quando fu così gravemente afflitto e deve vivere fino all'età di duecentodieci anni; che è l'idea comune degli scrittori ebrei: tuttavia, doveva avere cinquanta o sessant'anni a quel tempo, poiché i suoi figli precedenti erano cresciuti ed erano per se stessi; e si dice, le sue afflizioni continuarono sette anni. Di modo che non è affatto improbabile che abbia vissuto fino a circa duecento anni; e che fu per lui una singolare benedizione di Dio, se si confronta la sua età con quella di Giacobbe, Giuseppe, Mosè e Giosuè, si può supporre che vivesse tra i primi due e gli ultimi due;

e vide i suoi figliuoli, e i figli dei suoi figliuoli, [sì] quattro generazioni; Giuseppe vide solo il terzo, Giobbe il quarto, era un trisnonno. Era senza dubbio uno spettacolo piacevole per lui, vedere una prole così numerosa che scendeva da lui; e soprattutto se camminavano nelle vie di Dio, come probabilmente erano, poiché senza dubbio egli avrebbe avuto tutta la cura della loro educazione che in lui riponeva. Questa è la grande benedizione promessa al Messia, l'antitipo di Giobbe, Isaia 53:10 ; vedi anche Isaia 59:21

17 Versetto 17. Così Giobbe morì,

Come fa ogni uomo, anche se visse così a lungo, e come fece Matusalemme, l'uomo più anziano, Genesi 5:27 ; e benché uomo buono, i migliori degli uomini muoiono come gli altri: così Giobbe morì, da uomo buono, nel Signore, nella fede e nella speranza della vita eterna e della felicità; e così morì in tutta la sua prosperità e felicità esteriore, avendo una grande sostanza e una numerosa prole;

[essere] vecchio; come potrebbe essere veramente chiamato, avendo duecento anni o giù di lì:

e pieno di giorni; visse tutti i suoi giorni, l'intero periodo della vita in comune, e più a lungo di quanto fosse consuetudine per gli uomini vivere. Ha avuto una lunga vita di soddisfazione, come è stato promesso, Salmi 91:16. Viveva quanto desiderava, era abbastanza soddisfatto di vivere; non che detestasse la vita, come una volta, e in questo senso lo fece, e da tali principi e con le stesse vedute che aveva allora, Giobbe 7:15,16. Ma ne aveva abbastanza della vita ed era disposto a morire; e andò alla sua tomba, come disse Elifaz, "come una spiga di grano nella sua stagione", Giobbe 5:26. Adrichomius, da certi viaggiatori, parla del sepolcro di Giobbe, in forma di piramide, nelle pianure del paese di Uz, ad est della città di Sueta, mostrato fino ad oggi, e tenuto in grande onore dai Greci e da altri; e che è più probabile di quello che alcuni dicono, che la sua tomba sia a Costantinopoli, dove c'è una porta chiamata porta di Giobbe, da lì: ma il Giobbe lì sepolto era un generale dei Saraceni, che morì assediando quella città con un numeroso esercito, e fu lì sepolto, A. D. 675. C'è un frammento alla fine della Septuaginta e delle versioni arabe di questo libro, che si dice sia stato tradotto da una copia siriaca, che dà un resoconto molto particolare della discesa di Giobbe come:

"che abitava nel paese di Ausitis, ai confini dell'Idumea e dell'Arabia; che il suo nome era prima Jobab; che sposò una donna araba e generò un figlio, il cui nome era Ennon; che suo padre era Zare, figlio dei figli di Esaù; che sua madre era Bosorra (o Bosra); e che era il quinto dopo Abramo. Questi sono i re che regnarono in Edom, paese sul quale egli regnò; il primo fu Balac, figlio di Beor, la cui città si chiamava Dennaba; dopo Balac, Jobab, detto Giobbe; dopo di lui Asom, che era governatore nel paese di Theman; dopo di lui Adad, figlio di Barad, che stroncò Madian nel campo di Moab, la cui città si chiamava Gethaim. Gli amici che andarono da lui (Giobbe) erano Elifaz, dei figli di Esaù, re dei Temaniti; Baldad, re dei Sauchseani; e Sofar, re dei Minei".

La sostanza di ciò è confermata da Aristeo, Filone e Poliistore, storici antichi

Commentario del Pulpito:

Giobbe 42

1 Versetti 1-17. - Questo capitolo conclusivo si divide in due parti. Nella prima parte (Versetti. 1-6) Giobbe fa la sua sottomissione finale, umiliandosi nella polvere davanti a Dio. Nel secondo (Versetti. 7-17) si riprende e si chiude il quadro storico in cui si colloca il dialogo generale. Viene dichiarata l'approvazione di Dio per Giobbe, e la sua ira denunciata contro i tre amici, ai quali è richiesto di espiare la loro colpa con un sacrificio, e hanno promesso il perdono solo se Giobbe intercederà in loro favore (versetto 8). Il sacrificio ha luogo (Versetto 9); e poi viene aggiunto un breve resoconto della vita di Giobbe dopo la morte: la sua prosperità, la sua riconciliazione con la sua famiglia e i suoi amici, la sua ricchezza, i suoi figli e le sue figlie, e la sua morte in una buona vecchiaia, quando era "sazio di giorni" (Versetti. 10-17). La struttura poetica, iniziata inGiobbe 3:3), viene continuata fino alla fine del versetto 6, quando lo stile cambia in una prosa dello stesso carattere di quella impiegata nel cap. 1. 2., e inGiobbe 32:1-5

Versetti 1, 2.-Allora Giobbe rispose al Signore e disse: Cantici che tu puoi fare ogni cosa; cioè conosco e riconosco la tua onnipotenza, che tu hai esposto così magnificamente davanti a me nei capitoli 38-41. Mi è reso chiaro dalla grandiosa rassegna delle tue opere che hai fatto, e dai dettagli in cui ti sei degnato di entrare. Cantici anche e riconosco che nessun pensiero può essere trattenuto da te; cioè confesso anche la tua onniscienza, che tu conosci anche i pensieri di tutti gli esseri creati.

comp. Sl. 44:21; 139:2 - Ebrei 4:13 - , ss.

Versetti 1-17. - La conclusione del dramma

I LA SOLUZIONE DELLA TERZA CONTROVERSIA TRA GEOVA E GIOBBE. (Versetti 1-6.) Questa controversia, si ricorderà, sorse dall'intensità delle sofferenze di Giobbe e dalla perplessità dello spirito di Giobbe, che lo indussero da un lato a formarsi un'opinione troppo favorevole della sua propria e dall'altro un'opinione troppo sfavorevole della giustizia di Dio; di fraintendere i fatti della provvidenza quasi altrettanto egregiamente degli amici, anche se in direzione opposta; fraintendere il principio fondamentale dell'amministrazione divina, che, se non era una giustizia strettamente retributiva, come sostenevano gli amici, era ancora meno una spietata indifferenza per la felicità umana, come Giobbe sembrava occasionalmente insinuare, ma, come sosteneva Elihu, un principio di grazia; fraintendere lo scopo a cui Dio mirava nella sua afflizione e, di conseguenza, accusare incautamente Dio di parzialità, ingiustizia e inimicizia. Di conseguenza, questa, l'ultima controversia che emergeva, era la prima che doveva essere risolta; e questo avviene mediante l'incondizionata resa di Giobbe a Geova

1. Un chiaro riconoscimento della supremazia divina: " Cantici che tu puoi fare tutto e che nessun pensiero può essere trattenuto da te". La concezione dell'onnipotenza e dell'onniscienza di Geova, della sua infinita capacità di elaborare piani e di portarli in esecuzione, sebbene non del tutto sconosciuta alla mente del patriarca, si staglia ora davanti alla sua immaginazione risvegliata con una luminosità che prima mancava. La contemplazione di una saggezza in grado di plasmare e di un potere in grado di governare mostri strani e meravigliosi come il colosso (l'ippopotamo, o cavallo del Nilo) e il leviatano (il coccodrillo o l'alligatore), gli aveva permesso di vedere che anche nella sfera superiore dell'uomo pensieri, consigli, piani elaborati in modo simile potevano essere formati dal Supremo, e persino proiettati nella realizzazione effettiva. Che l'afflizione di Giobbe fosse uno di questi pensieri squisitamente modellati di Dio era finalmente sorto nell'anima turbata del patriarca

2. Un umile riconoscimento del peccato. "Chi è colui che nasconde il consiglio senza conoscenza?" Così Geova all'inizio della teofania aveva ordinato al patriarca di agire;Giobbe 38:2 e a questo alla fine il patriarca, con la tristezza nel cuore, acconsente. E' un segno sicuro che un uomo è entrato nel cammino della penitenza quando si riconosce preparato non solo ad ammettere la propria colpa, ma anche ad accettare i rimproveri di Dio. Così fece Davide quando Dio lo rimproverò per la sua grande trasgressione nella questione di Uria. E qui Giobbe con perfetta franchezza ammette che il linguaggio di Dio riguardo a lui, per quanto severo, non era immeritato; che parlando come faceva di Dio e della sua gloriosa amministrazione trascendentale degli affari mondani, aveva semplicemente balbettato nell'ignoranza, parlando di sublimità incommensurabilmente al di là della sua concezione. "Perciò ho detto che non ho compreso; cose troppo meravigliose per me, che non conoscevo"

3. Un sincero desiderio di illuminazione divina. Una seconda volta, riprendendo le parole di Dio,Giobbe 38:3 Giobbe, come ci sembra, le applica a se stesso. In precedenza si era ritenuto qualificato per rispondere a Dio, tanto si sentiva sicuro della pienezza della sua conoscenza e della chiarezza delle sue convinzioni. Partendo da questo presupposto Dio lo aveva sfidato a farsi avanti e a sottoporsi all'esame. Ora, però, Giobbe è stato portato a vedere ciò che ognuno deve essere portato a vedere prima di poter essere saggio o buono, cioè la sua ignoranza innata, la sua oscurità mentale e morale, la sua relativa cecità, specialmente riguardo alle cose di Dio. Quindi, con il vero spirito di un penitente, esclama: "Ascolta, ti prego, e parlerò: ti chiederò e tu mi annunzierai". Asaf confessò la sua ignoranza e supplicò l'istruzione.Salmi 73:22 Così Davide,Salmi 25:4 e lui o un poeta ebreo successivo. Dio non istruisce i saggi nelle loro presunzioni; o, se lo fa, la prima lezione che impartisce è mostrare loro la loro follia. Da qui le parole di San Paolo.1Corinzi 3:18

4. Un'espressione penitenziale di autoumiliazione. L'intuizione che Giobbe aveva acquisito dall'insegnamento divino aveva completamente rivoluzionato la sua anima. Da orgoglioso e sicuro di sé, era diventato umile e sottomesso. Prostrato nella polvere della contrizione, era pieno di disprezzo spirituale per se stesso. "Perciò aborro me stesso e mi pento nella polvere e nella cenere". Giobbe si vergognava del suo comportamento nel condannare Dio; non si vergognava meno della propria debolezza morale e della propria imperfezione. Così, in pratica, confessò che, nella controversia che aveva condotto con Dio, il bene stava a Dio, il torto a lui

II LA RISOLUZIONE DELLA SECONDA CONTROVERSIA TRA GIOBBE E I TRE AMICI. (Versetti 7-9) Questa controversia, come già spiegato, si rivolse alla relazione esistente tra il peccato e la sofferenza; gli amici sostenevano che la sofferenza, nell'amministrazione divina, era così invariabilmente connessa con il peccato per il principio di una giustizia strettamente retributiva, che era sempre possibile stimare l'ammontare della colpa di un individuo dalla profondità della sua calamità; mentre Giobbe, D'altra parte, non solo ha respinto l'applicazione di un tale principio a se stesso, ma ha sostenuto che esistevano molti fatti che erano del tutto inconciliabili con tale principio. Su questa controversia anche Geova pronuncia un verdetto autorevole, secondo cui la verità stava dalla parte di Giobbe piuttosto che da quella degli amici, ai quali perciò egli ora, a sua volta, rivolge il suo discorso

1. L'imputazione effettuata. Elifaz e i suoi amici non avevano detto di lui ciò che era giusto, come aveva fatto Giobbe. Avevano sbagliato in due modi: presentando una visione errata dei rapporti divini con l'umanità in generale, e mantenendola a spese sia di Dio che di Giobbe. Per avvalorare la loro teoria, avevano affermato, a dispetto di tutte le prove contrarie, che Giobbe era un uomo malvagio e che Dio si era adirato contro di lui con giusta indignazione, entrambe affermazioni errate. Né Dio stava punendo Giobbe, né Giobbe era un uomo malvagio, ma uno che durante tutta la tremenda prova Dio riconobbe come suo servo. E se Elifaz e i suoi amici avevano trasgredito Dio travisando il carattere e le vie divine, non si erano offesi meno giudicando male il carattere e le vie di Giobbe. Se Giobbe stesso non era del tutto esente da colpe per le opinioni che a volte era spinto dall'angoscia ad esprimere, si ricorda ancora che era più vicino alla verità di quanto lo fossero loro, e che occasionalmente era in grado di riconoscere la giustizia e l'amore divini nella sua tribolazione

2. La direzione data. "Perciò prendete ora sette montoni, andate dal mio servo Giobbe e offrite per voi stessi un olocausto". Interessante in quanto mostra l'antichità del culto sacrificale oltre i confini della Terra Santa, questa affermazione è anche preziosa. come a sottolineare la stretta corrispondenza tra il culto osservato nei paesi pagani e quello successivamente praticato in Israele, riguardo alle idee fondamentali e alle forme prevalenti. Qui, come in seguito nel culto mosaico, l'olocausto è il mezzo designato per il perdono e l'accettazione, proclamando a Giobbe e ai suoi contemporanei, come più tardi ai discendenti di Abramo, che senza spargimento di sangue non c'è remissione, che la riconciliazione è impossibile se non sulla base di un sacrificio espiatorio. Qui, come in seguito, i buoi e i montoni sono gli animali scelti per il rituale sacrificale, forse anche per uno scopo simile, per simboleggiare il santo Agnello di Dio che alla fine dei secoli sarebbe diventato la Propiziazione del mondo, mentre allo stesso tempo suggerivano con la forza la loro propria insufficienza di [(Ebrei 9:11-14 10:1-5 di purificare la coscienza dal peccato. Anche qui, come in seguito, l'offerta è diretta ad essere presentata attraverso un sacerdote officiante (in questo caso Giobbe), per significare che nessun uomo può venire a Dio se non attraverso l'intervento di un Mediatore. Così si può dire che i rudimenti del Vangelo siano esistiti in quell'epoca primitiva: l'opera di Cristo era chiaramente simboleggiata, la sua grande propiziazione mediante le vittime sacrificali, la sua intercessione celeste mediante la preghiera di Giobbe

3. L'incoraggiamento offerto. "Il mio servo Giobbe pregherà per te: per lui [lett. 'la sua faccia o persona'] io accetterò". Avendo benignamente costituito Giobbe Mediatore fra lui e gli amici, Geova garantisce che se essi si avvarranno dei suoi servigi, egli sarà accettato, e naturalmente anche loro in lui. Qui, ancora una volta, è impossibile non scorgere un'altra ombra del vangelo. Dio, avendo costituito Cristo Sommo Sacerdote per sempre, si impegna distintamente ad accogliere tutti coloro che per mezzo di lui implorano il suo favore. Perciò Cristo dice: "Io sono la Via... nessuno viene al Padre se non per mezzo di me; " e lo scrittore agli Ebrei dichiara che "egli può salvare fino all'estremo tutti quelli che vengono a Dio per mezzo di lui"

4. L'avvertenza allegata. "Che io non abbia a che fare con te dopo la tua follia." Vale a dire, a meno che non si fossero adattati a rifugiarsi in questa speranza posta davanti a loro, non avrebbero potuto sfuggire alla punizione che la loro follia meritava. Se si conformavano all'istruzione divina, erano al sicuro; Se rifiutavano, ne soffrivano. Allo stesso modo il vangelo ha il suo gorgheggio. Se gli uomini peccatori fuggono a Cristo, l'unico Mediatore tra Dio e l'uomo, saranno certamente liberati; se non lo faranno, saranno altrettanto certamente distrutti

5. L'obbedienza resa. "Così Elifaz il Temanita, Bildad lo Shuhita e Zofar il Naamatita andarono, e fecero come l'Eterno aveva loro comandato". E così facendo esprimevano la loro penitenza, riconoscevano tacitamente la loro offesa; la loro fede: agirono esattamente come il Signore aveva comandato; la loro umiltà: cercavano gli uffici amichevoli di colui che avevano considerato un emarginato; la loro sottomissione, accettarono il verdetto divino, sebbene fosse andato contro di loro. In tutto questo mostrano agli uomini peccatori un modello di come i colpevoli dovrebbero avvicinarsi a Dio

III LA SOLUZIONE DELLA PRIMA O FONDAMENTALE CONTROVERSIA FRA GEOVA E SATANA. (Versetti 9-17) E' stato ripetutamente spiegato che la controversia è qui terminata anche dall'azione di Dio, il quale, liberando il suo servo dalla fornace dell'afflizione e reintegrandolo in una prosperità ancora maggiore di quella precedente, pronuncia virtualmente il giudizio contro il diavolo. Giobbe non è stato un professore di religione di bel tempo, ma un seguace serio e sincero del Cielo, aggrappato alla sua pietà in mezzo ai rovesci più severi, e non solo ha servito Dio per nulla, ma ha aderito a Lui anche quando sembrava che Dio lo avesse rigettato. Era, quindi, inutile continuare l'esperimento ancora un attimo. Di conseguenza è affermato: "Il Signore ha accettato anche Giobbe". Quattro cose sono menzionate come prova inequivocabile dell'accettazione del suo servitore da parte di Geova

1. La cessazione del suo processo. "E il Signore" -- questo segna l'Autore della liberazione di Giobbe -- "rivolse la cattività di Giobbe"; questo descrive la sua gioia, fu come il ritorno a casa dall'esilio; "quando pregava per i suoi amici", che specifica il suo tempo, quando Giobbe intercedeva presso il Cielo a favore degli altri

2. Il ritorno della sua prosperità. "E il Signore diede a Giobbe il doppio di quello che aveva prima"; "quattordicimila pecore, seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asini", ma solo lo stesso numero di bambini di prima: "sette figli e tre figlie", forse perché i precedenti sette e tre non erano andati perduti, ma solo scomparsi prima. Coloro che perdono tutto per Dio sulla terra non saranno perdenti alla fine. Giobbe ricevette il doppio di prima. Ai seguaci di Cristo è promesso "il centuplo in questo mondo, e nel mondo futuro la vita eterna"

3. La simpatia dei suoi amici. "Allora vennero da lui tutti i suoi fratelli, tutte le sue sorelle e tutti quelli che erano stati suoi conoscenti prima". Durante il periodo della sua desolazione lo avevano abbandonato, come egli si lamentava pateticamente,Giobbe 19:13-19 pensando che fosse oggetto del dispiacere divino. Ora tornano con i primi sintomi del ritorno della prosperità. "Ed essi si lamentavano di lui, e lo confortavano di tutto il male che il Signore aveva fatto venire su di lui." Un po' di questo lo avrebbe rallegrato quando si trovava negli abissi; Ma, ahimè! Allora è stato il momento di mancare. Non si affermi, tuttavia, che la loro dimostrazione di simpatia fosse puramente superficiale, che in realtà fossero una compagnia di ipocriti, poiché offrivano almeno un piccolo segno della loro onestà in ognuno di loro presentandogli doni. "Ognuno gli diede anche una moneta e ciascuno un orecchino d'oro"

4. La felicità della sua vecchiaia. Circondato da una famiglia di belle figlie e di nobili figli, come all'inizio dei suoi giorni, e in possesso di un patrimonio in costante aumento, il devoto patriarca scivolò pacificamente lungo il fiume della vita, finché alla fine raggiunse la tomba vecchio e sazio di giorni, avendo vissuto dopo la cessazione delle sue afflizioni centoquarant'anni, e vide i suoi figli, e i figli dei suoi figli, sì, quattro generazioni

Imparare:

1. Che solo quella pietà è sincera che esalta Dio e abbassa se stessi

2. Che nessun uomo può conoscere veramente se stesso finché non ha prima conosciuto Dio

3. Che il vero pentimento scaturisca sempre da una credente apprensione di Dio

4. Che Dio è profondamente dispiaciuto con coloro che travisano se stesso o le sue vie

5. Che un uomo buono commetta molte colpe senza perdere il favore divino

6. Che la Legge di Mosè non era la prima né l'unica ombra delle buone cose a venire

7. Che fin dall'inizio il mondo peccatore possedeva una via di salvezza

8. Che l'elemento essenziale per giustificare la fede è per tutti gli uomini lo stesso, cioè l'obbedienza alla volontà rivelata di Dio

9. Che il popolo di Dio è comunemente molto benedetto quando cerca di promuovere il bene degli altri

10. Che Dio trasformerà ancora la cattività di tutto il suo popolo sofferente, facendo sì che la loro notte di dolore sia seguita da una mattina di gioia

11. Che Dio non abbandonerà il suo popolo che aderisce a lui

12. Che una vecchiaia serena in seno a una famiglia pia è una delle benedizioni più preziose di cui un santo possa godere da questa parte del cielo

13. Che nonostante Dio possa dare a un santo sulla terra una felicità indicibile, è meglio che il santo alla fine muoia e vada in cielo

OMELIE DI E. JOHNSON Versetti 1-6. - Risposta e confessione di Giobbe

Si compone di:

L 'UMILE RICONOSCIMENTO DELLA POTENZA DI DIO. (versetto 2) Dio può tutto; e nessun "inizio", nessun pensiero germinante o germogliante, gli è nascosto; Egli la vede allo stesso modo nella sua origine, nel suo sviluppo e nella sua fine. Sia le forme spaventose di forza nella vita animale della natura, sia i sorprendenti destini dei singoli uomini, sono prove costanti della presenza di colui che governa il mondo in potenza e in giustizia

II COME RICONOSCIMENTO DELLA PROPRIA IGNORANZA E DEBOLEZZA. (versetto 3) Giustamente Dio lo rimproverò con la domanda: "Chi oscura il consiglio senza intendimento?" Ha giudicato cose che non capiva, traendo conclusioni da premesse imperfette, trattando cose che sono e devono rimanere per noi misteriose, come se potessero essere spiegate dalle regole di un'esperienza limitata. È questa fretta, questa impazienza infantile dell'attesa, che spinge alcuni al malcontento e alla mormorazione, altri all'incredulità e all'ateismo. La fretta di parlare prima che il nostro pensiero sia maturo, la fretta di giudicare prima che il materiale del giudizio sia a portata di mano, tutto ciò porta nei rapporti umani e nelle relazioni divine a false posizioni, che devono essere prima o poi abbandonate. Ma vediamo in Giobbe

III L'ESPRESSIONE E L'ATTO DEL PENITENTE. (Versetti 4-6) Citando (Versetti. 4) l'invito di Geova all'inizio dei suoi discorsi,

comp. - Giobbe 38:3 eGiobbe 40:7 egli dà la sola risposta appropriata e richiesta. Aveva già sentito parlare di Dio, cioè aveva avuto una conoscenza indiretta e imperfetta di Dio. C'è una conoscenza di Dio di seconda mano che non è sufficiente a portarci al senso delle nostre vere relazioni con Lui. Sentiamo parlare di Dio dalle fonti della prima istruzione, genitori, insegnanti, pulpiti e libri, eppure non possiamo quindi essere portati in comunicazione personale con Dio. In contrasto con questo c'è la visione personale di Dio. Non con gli occhi del corpo, ma con la visione più profonda della mente: l'intuizione intellettuale, la contemplazione dell'Invisibile attraverso le sue manifestazioni creative.Romani 1:19,20 Questa visione immediata di Dio produce immediatamente una nuova visione della vendita. Vedere che Dio è infinito è vedere che noi siamo finiti; Contemplare la sua perfezione significa essere sensibili alla nostra propria imperfezione; riconoscerlo nel giusto è confessare che i nostri pensieri sono sbagliati; Essere stupiti e rapiti dalla sua gloria significa detestare la nostra meschinità. Eppure questi pensieri possono esistere nella mente, e tuttavia essere senza risultato se non quello dell'infelicità cosciente. Ma la loro tendenza e il loro scopo sono quelli di produrre pentimento, come vediamo nell'esempio di Giobbe. E qui segniamo i tratti di un vero pentimento. È "ricordare" la parola oziosa, il pensiero empio; ed è quello di invertire l'atteggiamento della mente da quello della presunzione e dell'orgoglio a quello della sottomissione e dell'umiltà. Così nella polvere e nella cenere, con l'orgoglio abbassato, sopraffatto dalla maestà divina, Giobbe avrebbe offerto quei sacrifici che Dio non disprezza.Salmi 51 Ritornando a Dio, egli ritorna al suo vero spirito e al suo atteggiamento di pazienza. A questo punto, con la provocazione dei suoi amici, si era lasciato riflettere. Ma ora, udendo la verga, e chi l'ha designata, bacia la mano che l'ha colpita, egli attende in silenzio finché la benedizione dell'Altissimo esalti di nuovo il penitente sincero

OMULIE di R. GREEN Versetti 1-6. - Contrizione

Giobbe, castigato da gravi afflizioni, tormentato dalle parole pungenti di insegnanti incompetenti, e ora umiliato dalla voce divina nella polvere, fa la sua umile confessione a Dio Onnipotente e si affida alla pazienza e alla misericordia divine. La confessione di questo cuore veramente umile, umile, contrito e obbediente abbraccia:

HO UNA GIUSTA APPRENSIONE DELLA POTENZA DIVINA. La capacità di Dio di operare tutto in tutti, di fare tutto ciò che vuole. "Ora so che tu puoi fare tutto."

II UN UMILE RICONOSCIMENTO DELLA CONOSCENZA DIVINA. "Nessun pensiero può esserti negato". Non solo le opere visibili del mondo sono davanti all'occhio dell'Onnipotente, ma anche i pensieri e gli intenti della mente (versetto 2)

III UN CRESCENTE RICONOSCIMENTO DELL'IGNORANZA PERSONALE, DELL'ERRORE E DELLA PRESUNZIONE. (versetto 3) Davanti a Dio Giobbe confessa le sue colpe, benché in presenza dell'uomo abbia mantenuto la sua integrità immacolata. Ma colui che può sentirsi in grado di rispondere al suo prossimo può tacere davanti all'Infinitamente Santo. La confessione di Giobbe rivela:

IV UN'UMILE PENITENZA, che trova la sua espressione nella preghiera fervente (Versetto 4). Giobbe è disposto a farsi insegnare da Dio. Abbandona la propria vanagloria. È davvero umile. Tutto questo è prodotto da

V UNA VIVIDA PERCEZIONE DELLA NATURA SUPREMA DI DIO. Per questo non dipende dagli insegnamenti degli amici. "Ora il mio occhio ti vede". La vera visione di Dio umilia il cuore più orgoglioso. Alla fine è perfezionato

VI NELL'AUTO-ABORRIMENTO E NEL SINCERO PENTIMENTO. Questa è la fine di tutto: Quando l'uomo ha raggiunto il suo stato più basso, può essere elevato. L'intero corso dell'afflizione di Giobbe con l'intero insegnamento del poema porta il sofferente in penitente, contrito e umiliazione allo sgabello della misericordia divina. Giobbe si pente "nella polvere e nella cenere", rinuncia a ogni sua pretesa di giustizia e si affida a quel Dio che si è dichiarato giusto, per prendersi cura delle sue creature e per attendere come con orecchio aperto di ascoltare la voce del loro grido. Giobbe è veramente spezzato davanti a Dio. Tutto il suo orgoglio è schiacciato. Egli è un umile supplicante. Egli giustifica Dio nella sua autocondanna. - R.G

OMELIE DI W.F. ADENEY Versetti 1, 2.- La confessione della supremazia di Dio

Finalmente è giunta la fine della disciplina di Giobbe. Egli è portato a qualcosa di più della rassegnazione, a una chiara percezione della supremazia di Dio e a un'umile sottomissione ad essa

I IL FATTO DELLA SUPREMAZIA DI DIO. Questo è ciò che Giobbe è venuto a vedere ora. Dio è supremo sia in potenza che in sapienza

1. Al potere. Non c'è modo di resistere alla sua potenza. Egli fa ciò che vuole con i figlioli degli uomini. Anche "il re dei figli dell'orgoglio" è una delle sue creature, dotata della potenza che ha dato, e soggetta alle leggi che ha imposto. Ogni ribellione contro la volontà di Dio deve essere vana. Non c'è niente di meglio che schiantarsi contro una scogliera di granito. Ma se Dio è così potente quando si oppone a noi, è altrettanto potente come il nostro Salvatore. Usa la sua forza per promuovere ciò che è bene e per contrastare ciò che è male. Se può abbattere i potenti, può sollevarli. gli indifesi su

2. Nella conoscenza. C'è un pensiero in tutta l'opera di Dio. Ma il pensiero di Dio penetra anche in tutto ciò che facciamo. Nessuna scusa o sotterfugio può permetterci di eludere il suo sguardo indagatore. Conosce il peccato nascosto. Ma conosce anche il dolore nascosto; e il sofferente mal giudicato è perfettamente compreso da Dio. Gli amici possono calunniare, come hanno calunniato Giobbe; ma Dio sa tutto

II LA CONOSCENZA DI QUESTO FATTO. Giobbe è ora portato a vedere che Dio è supremo in potenza e conoscenza. Può darsi che abbia ammesso la verità a parole fin dall'inizio. Ma non se ne rese conto fino alla fine del suo lungo processo. Nelle sue lamentele molto naturali ma molto sciocche, stava praticamente ignorando la grande verità che ora sta confessando. Come è arrivato, dunque, alla fine a percepirla come il lampo di una nuova rivelazione?

1. Attraverso la sofferenza. Molte lezioni vengono insegnate dalla strana esperienza di Giobbe; tra questi, alcuni sono a suo vantaggio. La sofferenza ci apre gli occhi sulla nostra piccolezza e sulla grandezza di Dio

2. Per mezzo delle opere della natura. La grande teofania, in cui Dio chiamò Giobbe fuori dal turbine, portò alla manifestazione di alcune delle più grandi opere di Dio, prima nelle forze fisiche dell'universo, e poi nelle creature più meravigliose del mondo animale. Lo studio della natura dovrebbe portarci a percepire sia la potenza che la saggezza di Dio

III LA CONFESSIONE. Una cosa è che Dio sia supremo, e un'altra cosa è che l'uomo sappia di esserlo. Tuttavia, si raggiunge un terzo stadio quando la verità viene ammessa con franchezza e confessata apertamente. È nostro dovere confessare la supremazia di Dio

1. Per la gloria di Dio. Lo derubiamo dei suoi quando ignoriamo la sua grande potenza e saggezza. L'adorazione, che riconosce la grandezza di Dio e lo adora non solo per la potenza e la conoscenza, ma anche per la giustizia e l'amore, è un esercizio giusto e appropriato per tutti gli esseri spirituali

2. Per la nostra guida e sicurezza. La confessione ci aiuterà a obbedire a Dio. Ci aiuterà anche nel tentativo di sopportare le strane angosce della vita. Quando la confessione va oltre ciò che vide Giobbe, sicuramente la sottomissione dovrebbe essere più perfetta. Se vogliamo essere pazienti quando vediamo che Dio è onnipotente e onnisciente, dovremmo avere fiducia quando continuiamo a vedere che è giusto e misericordioso. - W.F.A

3 Chi è colui che nasconde un consiglio senza conoscenza? Poiché queste sono quasi le parole di Dio inGiobbe 38:2), alcuni suppongono che debbano essere di nuovo le sue parole qui, e immaginano un breve dialogo in questo luogo tra Giobbe e l'Onnipotente, assegnando a Giobbe il Versetti. 2, la seconda metà del Versetti. 8, e l'intero Versetti. 5 e 6, mentre assegnano a Dio il Versetti. 4 e la prima frase del Versetti. 8. Ma è molto più naturale considerare Giobbe come colui che riportava le parole che Dio gli aveva detto, per meditarle e rispondervi, o in ogni caso per appendere la sua risposta su di esse, piuttosto che immaginare che Dio interrompesse due volte Giobbe nell'umile confessione che era ansioso di fare. Dobbiamo capire, quindi, dopo la parola "conoscenza", un'ellisse di "tu dici". Perciò ho detto che non ho compreso. Perciò, a causa di quel tuo rimprovero, mi accorgo che, in ciò che ho detto ai miei amici, ho "oscurato il consiglio", ho "pronunciato che non ho compreso", parole che non hanno chiarito la questione in discussione, ma l'hanno oscurata. Mi occupavo, infatti, di cose troppo meravigliose per me, al di là della mia comprensione, che non conoscevo, di cui non avevo alcuna vera conoscenza, ma solo una parvenza di conoscenza, e sulle quali, quindi, avrei fatto meglio a tacere

4 Ascolta, ti prego, e io parlerò; Io ti chiederò e tu mi dichiarerai che Giobbe si riferisce alle parole di Dio inGiobbe 38:3 e 40:7, e si rende conto dell'effetto umiliante che esse avevano avuto su di lui. Gli fecero sentire quanto poco sapesse riguardo alle opere e alle vie di Dio, e quanto poco fosse competente per giudicarle. Perciò irrompe nella confessione:

5 Ho udito parlare di te per sentito dire. Finora, cioè, non ho avuto altro che conoscenza per sentito dire di te; Non ti ho conosciuto in nessun vero senso; ma ora, ora che ti sei rivelato, il mio occhio ti vede; Il mio occhio spirituale si è aperto, e comincia a vederti nella tua vera potenza, nella tua vera grandezza, nella tua vera imperscrutabilità. Ora riconosco la distanza che ci separa, e sento quanto sia irragionevole che io debba contendere con te, discutere con te, supporre di essere competente per giudicare le tue azioni. "Perciò aborro me stesso", ecc

Versetti 5, 6.- Dicerie e visioni

IL SENTITO DIRE NON È VISIONE. Il sentito dire può essere distinto dalla visione in due modi

1. Nel rispetto della sua natura. Il sentito dire, come il termine significa nel linguaggio comune, è un'informazione ricevuta di seconda mano, per cronaca, in contrasto con quella derivata dall'osservazione personale e dall'esperienza, che è usuale descrivere come vedere. Quando viene applicata alla nostra conoscenza delle cose divine, la prima può essere intesa come se significasse tutta l'istruzione che ci viene dall'esterno, tutto ciò che riceviamo dalla tradizione, tutto ciò che ci viene impartito dai genitori, dagli insegnanti, dai ministri, ciò che estraiamo dai catechismi, dai libri religiosi e persino dalle nostre Bibbie dalle nostre facoltà ordinarie di percezione e di ragione, in breve, tutto ciò che comunemente è incluso nella frase "la lettera della verità"; quest'ultima indica una conoscenza diretta, personale, intima di Dio e della verità che l'anima ottiene quando, soffiata da quel soffio celeste che, secondo Eliu, è la fonte di tutta l'illuminazione spirituale, guarda all'esterno e verso l'alto attraverso la finestra aperta della fede

2. Per quanto riguarda i suoi effetti. "Ho udito parlare di te per sentito dire", esclama il patriarca; Ma poi? Questa conoscenza per sentito dire mi ha lasciato in preda a gravi malintesi sia su te stesso che su me stesso, mi ha permesso di immaginarti un giudice ingiusto, un sovrano iniquo, un sovrano arbitrario, un nemico implacabile; e io stesso un santo trattato duramente e crudelmente oppresso. E così, per la maggior parte, quella conoscenza di Dio che è puramente esteriore, intellettuale, dogmatica, ha poco potere di cambiare il cuore e la vita, o anche di condurre la mente a concezioni giuste del carattere di Dio. Ma, d'altra parte, quando questo sentito dire è stato trasmutato in visione, e l'anima è arrivata a un'idea veritiera del carattere di Dio come Essere onnipotente, santo, saggio, giusto e amorevole, immediatamente il peccatore ipocrita viene scoperto prostrato nella polvere, come Giobbe, che grida: "Perciò aborro me stesso e mi pento nella polvere e nella cenere", come Isaia nel tempio, "Guai a me!" come San Pietro nella sua barca sul mare di Galilea, "Allontanati da me; perché io sono un peccatore, o Signore!"

II IL SENTITO DIRE PUÒ DIVENTARE VISIONE. Questo può essere considerato come dimostrato dalla facilità di Giobbe

1. Il modo della sua trasmutazione. Un'esperienza simile a quella di Giobbe deve avvenire in ogni caso in cui un'anima passa da una mera conoscenza per sentito dire a una visione credente di Dio

(1) Come Geova venne da Giobbe nel turbine e gli fece una rivelazione personale del suo carattere come Essere di terribile maestà, saggezza ineffabile e potenza infinita, così Dio con una simile rivelazione di se stesso deve avvicinarsi all'anima umana. Questo Dio ha fatto; non, tuttavia, "in una ghirlanda d'arcobaleno e in una veste di tempesta", ma nella forma mite e umile di un'umanità senza peccato e sofferente, nella Persona di Gesù Cristo

(2) Come nel caso di Giobbe deve esserci stata un'influenza corrispondente esercitata sulla mente di Giobbe per permettergli di comprendere la rivelazione data, così in quello di tutti coloro che raggiungono la sua posizione di Percezione spirituale, "gli occhi dell'intelletto devono essere aperti"

2. Il tempo della sua trasmutazione. Il periodo in cui Giobbe ebbe l'onore di ricevere la sublime teofania che esercitò un'influenza così meravigliosa e soggiogante sulla sua anima, fu un periodo di intensa afflizione fisica e di profonda ansietà mentale e spirituale; e così per lo più si scopre che tali sono le stagioni che Dio sceglie per scoprire se stesso e la sua grazia per l'anima. Come Cristo venne dai suoi discepoli sul mare di Galilea, mentre erano faticosi a remare, e disse loro: «Siate di buon animo: sono io; Non aver paura", No, Egli giunge ancora alle anime quando sono gettate nel mare del dubbio e della paura

L'esperienza dell'anima di Dio

Questa è una grande esperienza da raggiungere per Giobbe. Vale tutta l'agonia e il mistero della sua amara afflizione. All'improvviso le nuvole nere si aprono e la visione gloriosa di Dio appare al di là di esse. Giobbe ora mette a confronto la sua nuova visione diretta di Dio con la sua precedente conoscenza per sentito dire

IO UNA CONOSCENZA PER SENTITO DIRE DI DIO. Questo è ciò che Giobbe possedeva ai vecchi tempi. Non che fosse privo di qualsiasi esperienza religiosa in quei tempi prosperi. Ma la sua superficialità in confronto a ciò che ha ora raggiunto lo fa sembrare di scarso valore. La maggior parte di noi inizia in questo modo. Sentiamo parlare di Dio "mediante l'udito dell'orecchio". Questo è particolarmente vero in un paese cristiano. Qui ci sembra di respirare un'atmosfera cristiana, e le idee cristiane fluttuano su di noi senza essere cercate. Ma la debole percezione di Dio che si acquisisce in questo modo non può essere di grande valore per noi. I fatti storici possono essere conosciuti solo attraverso la testimonianza, e i fatti del Vangelo devono giungerci attraverso "l'udito dell'orecchio". Ma abbiamo fatto ben poca strada quando siamo arrivati solo a capire e a credere nel carattere storico di quei fatti. Siamo ancora solo tra i cimeli antiquari di un museo. Non c'è vita in una tale conoscenza, ed essa ha poca influenza su di noi

II UNA VISIONE PERSONALE DI DIO. "Ora il mio occhio ti vede". Giobbe aveva desiderato ardentemente una rivelazione di Dio; Alla fine ne ha ricevuto uno. Ma questo non avvenne in una visione come quelle di Giacobbe a Betel o di Mosè sull'Oreb. Non fu alla maniera della sorprendente apparizione che Elifaz descrive con tanta pompa e presunzione.Giobbe 4:12-21 Era la calma visione interiore dell'esperienza spirituale, che è davvero un'esperienza di Dio

1. Questo è stato causato da problemi. Nella sua grande angoscia Giobbe ha cercato continuamente Dio. Il suo dolore ha rafforzato la sua presa sul mondo invisibile facendogli sentire che quel mondo è molto reale

2. Dio ha parlato e si è manifestato, La religione non è uno sforzo unilaterale dell'uomo per raggiungere Dio. Dio discende all'uomo, e la comunione dello Spirito di Dio con lo spirito dell'uomo è il fatto più profondo nell'esperienza religiosa

3. Questa visione interiore di Dio è ciò di cui tutte le nostre anime hanno bisogno. Dobbiamo andare oltre l'ascolto dei sermoni per la nostra esperienza personale di Dio

Allora cominciamo a capirlo; allora diventa reale per noi; allora possiamo dire con Tsuler: "Sono più sicuro dell'essere di Dio che della mia stessa esistenza"

III L'EFFETTO DELLA NUOVA ESPERIENZA

1. Porta all'autoumiliazione È più vano vantarsi dei propri diritti e trarre il massimo da noi stessi. Non possiamo pensare a noi stessi se non con vergogna e confusione di volto alla luce della nuova visione di Dio. Quando una volta si manifesta a noi, è tutto

2. Risveglia il pentimento. Alla luce di Dio non solo vediamo la nostra piccolezza, ma percepiamo il nostro signore. Questa visione aveva fatto a Giobbe ciò che tutte le arringhe dei suoi tre amici non erano riuscite a realizzare. Lo avevano accusato falsamente, e il suo orgoglio era stato indurito dalle loro accuse ingiuste. Dio non lo aveva affatto incaricato, ma la stessa visione del Divino rivelò subito a Giobbe la sua posizione errata. Si rese conto di aver sbagliato a invocare la giustizia di Dio. Così sarà sempre. Non conosciamo mai noi stessi finché non ci vediamo nella luce di Dio. - W.F.A

6 Perciò mi aborro; oppure, detesto le mie parole (vedi la versione riveduta). E pentitevi nella polvere e nella cenere. Giobbe era ancora seduto sul mucchio di cenere su cui si era gettato quando la malattia lo aveva colpito per la prima volta.Giobbe 2:8 - Egli si era gettato su di esso in preda al dolore e alla penitenza; vi resterà seduto in compunzione e penitenza. La sua autoumiliazione è ora completa. Egli non ritratta ciò che ha detto riguardo alla sua integrità essenziale, ma ammette che le sue parole sono state troppo audaci e che il suo atteggiamento verso Dio non si addice a una creatura. Dio accetta la sua sottomissione, e procede a rivendicarlo ai suoi "amici", e a visitarli con la condanna

7 E avvenne che, dopo che il Signore ebbe detto queste parole a Giobbe. Le "parole" intese sembrano essere quelle dei cap. 38-41., non qualsiasi parola nella parte precedente di questo capitolo. Dio ascoltò in silenzio la confessione di Giobbe e, senza rivolgergli ulteriori parole, si rivolse a Elifaz e ai suoi "amici". L'Eterno disse a Elifaz il Temanita: «La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici». La posizione superiore di Elifaz è qui fortemente riconosciuta: solo lui è menzionato per nome, lui solo si rivolge direttamente. La precedenza che gli viene così data si accorda con quella che egli ha, sia nella narrazione storica precedenteGiobbe 2:11 che nel dialogo.Giobbe 4:1; 15:1; 22:1 Poiché non avete detto di me ciò che è giusto, come ha detto il mio servo Giobbe. Giobbe, nel complesso, aveva detto ciò che era giusto e vero di Dio, ed è riconosciuto da Dio come suo vero servitore. I "confortatori", consciamente o inconsciamente, avevano detto ciò che era falso. Anche se avessero detto ciò in cui credevano, avrebbero dovuto saperlo meglio

Versetti 7-17. - Conclusione della storia

I LA GIUSTIFICAZIONE DIVINA DI GIOBBE. (Versetti 7-10) La cura della malattia interiore dello spirito del sofferente è seguita qui, come spesso vediamo nel corso della vita, dalla salute e dalla felicità esteriori

1. Il rimprovero degli amici. (versetto 7) Rivolgendosi a Elifaz, come loro principale portavoce, Geova dichiara il suo dispiacere per il fatto che non abbiano detto la verità riguardo a lui. Non che abbiano parlato con intenzionale disonestà, ma che siano stati in errore. C'è stata una mancanza di cuore, e quindi una mancanza di retto pensiero. Hanno rifiutato di ricevere la testimonianza della sostanziale innocenza di un fratello; hanno cercato con insistenza di addossargli una colpa che non esisteva. L'abitudine alla sobrietà, l'abituale esclusione della carità dai nostri sentimenti, vizia e falsifica tutto il corso del nostro pensiero. Sorge la grave questione se un errore intellettuale possa alla fine sfuggire alla condanna; se la definizione stessa di tale errore non sia il pensiero che nasce da uno stato di cuore malvagio. Ma Giobbe, d'altra parte, ha detto la verità sostanziale, e per la ragione opposta. Più e più volte abbiamo visto come la sua tesi sia per la verità; e come, sotto tutta l'irritazione delle sue parole affrettate, abbia pulsato un cuore fedele a Dio. E ora arriva l'ora del riconoscimento, come sempre arriverà per ogni anima fedele. Che suono beato c'è in quelle parole di riconoscimento, di perdono e di giustificazione: "Il mio servo Giobbe"! Quale grazia nella risposta a lungo ritardata, ma ora pienamente concessa, alla preghieraGiobbe 16:21 che il diritto possa essere fatto davanti a Dio e ai suoi amici! Ma afferriamo e ritiriamo chiaramente il principio e il contenuto di questo giudizio divino. Gli amici parlavano male e Giobbe parlava bene. Questo è il giudizio divino. Su quali basi si basa? Il loro unico punto era questo: l'afflizione è la prova dell'ira di Dio e della colpa dell'afflitto. E si sbagliavano. L'insistenza di Giobbe è che le afflizioni non sono sempre il segno della colpa di chi soffre né dell'ira di Dio. E Giobbe ha ragione. E rimane il grande principio illustrato dai discorsi di Geova, e su cui si basa questo giudizio, che l'afflizione viene dalla volontà del potere supremo e della giustizia. E questo è così, sebbene le ragioni dell'afflizione non possano essere pienamente conosciute dalla nostra intelligenza imperfetta. Allo stesso tempo, il giudizio su questo grande punto in questione non esclude gli elementi di verità e di bellezza che si possono ritrovare riccamente nei discorsi degli amici; né scusa la passione e i discorsi frettolosi di Giobbe

2. Sacrificio per il peccato e preghiera di intercessione. (Versetti 8, 9) Gli amici sono diretti a compiere un atto di adorazione, il carattere el che sembra puntare ai tempi antichi.Numeri 23:1; Genesi 7:2, 3; 8:20 - , et segg. Tutti i sacrifici esteriori erano l'espressione visibile di sentimenti interiori, di gratitudine e di gioia, di riverenza e specialmente, come in questo caso, del desiderio del penitente di rinunciare al suo peccato e di essere uno con il suo Dio. Il sangue era il simbolo più sacro, perché era l'espressione della vita. La vita dell'animale offerto in sacrificio rappresenta la vita dell'adoratore arreso a Dio. Da qui per noi il profondo significato del "sangue di Cristo"; e il più alto atto di adorazione è il presentare noi stessi, corpo, anima e spirito, a Dio attraverso Cristo e il suo sacrificio; cioè, con il suo sacrificio spirituale presente all'occhio dello spirito, come l'antico sacrificio animale era presente all'occhio corporeo del primo adoratore. Allora, d'altra parte, il sacrificio come divinamente ordinato è un linguaggio che viene da Dio a noi, così come un linguaggio da parte nostra a Dio. Rivela la volontà di Dio di entrare in relazioni di pace con l'uomo. Annuncia quindi la possibilità del pentimento e del perdono condizionato al pentimento; e così chiama l'uomo a convertirsi, ad essere convertito e guarito. Così considerato e usato, il grande sacramento cristiano è un potente mezzo di grazia, e vi si ricorre nel modo più appropriato in epoche così grandi della storia spirituale come quella qui esposta davanti a noi. Ancora una volta, il passaggio porta alla luce il privilegio dell'intercessione. "Pregate gli uni per gli altri, affinché possiate essere guariti" Come l'intercessione di Abramo per Abimelec è onorata, così ora Giobbe è nominato mediatore e intercessore per coloro che hanno perduto una misura della grazia divina, e così la profezia di ElifazGiobbe 22:30 si è realizzata. Nel Nuovo Testamento siamo incoraggiati a pregare gli uni per gli altri. La grande legge della mediazione attraversa la vita confronta 'Analogia' di Butler), e questa è una delle sue illustrazioni. Alle preghiere degli uomini buoni si attribuisce giustamente un valore. Fino a che punto si estenda questo privilegio, e quali siano i suoi limiti, non lo sappiamo. Appartiene alle leggi spirituali, il cui funzionamento non può essere pienamente verificato nel campo dell'esperienza. È una verità rivelata nel cuore e per il cuore; e il cuore ha ragioni, come dice Pascal, che la ragione non conosce. Custodiamo sacramente gli oracoli del cuore e riceviamo con gratitudine ogni raggio di luce confermatoria che l'esperienza reale ci offre. Il canto di un uccellino lungo la strada che ci porta conforto, può essere un messaggero di Dio per l'anima; e la preghiera della nostra debolezza per coloro che altrimenti non sappiamo come aiutare può produrre un bene lungimirante, così come la loro può fare per noi. Ma che bel tocco è questo nella narrazione: "Geova rivolse la cattività di Giobbe mentre pregava per i suoi amici"! Perché indica il fatto che tra i momenti migliori della nostra vita ci sono quelli in cui perdiamo di vista noi stessi pensando agli altri; quando possiamo perdonare e dimenticare le offese che abbiamo ricevuto dagli altri, e cercare il loro bene in opere di gentilezza, in parole di preghiera

II RIPRISTINO DELLA PROSPERITÀ ESTERIORE. (Versetti 11-17) "Il doppio di prima". Dio toglie solo per arricchire, mai per rovinare e distruggere, il cuore fedele. Egli sa come liberare i pii dalla tentazione; E come abbiamo visto in tutto il libro i poteri con cui Egli conduce le anime a sé più da vicino, così qui vediamo la sua "fine".Giudici 5:7-11 1Corinzi 10:13 L'amicizia degli uomini simile a una rondine, che svanisce con l'avvicinarsi dell'inverno dell'angoscia, e che ritorna quando il sole della prosperità riacquista il potere, è in contrasto con l'amicizia duratura e immutabile dell'eterno, unico Dio. La vita, dunque, le sofferenze, il trionfo e la felice fine di Giobbe, sono un simbolo per tutte le età della sorte del cristiano, del figlio di Dio. L'armonia dello spirito interiore con l'ambiente esteriore è necessaria per la completezza della vita. Questo ristabilito possesso della ricchezza e dell'onore è uno stato più felice dell'inizio della sua vita, perché è uno stato più veramente in relazione a Dio. Tutto ciò che ha e di cui gode ora lo possiede per amor di Dio. Dio si rivela nei suoi doni, e dalla sua presenza e dal suo amore essi traggono il loro sapore. Dens meus et omnia! "Mio Dio e mio tutto!" è il motto del cuore purificato e umiliato dall'afflizione. L'oscurità e il mistero scompaiono dalla vita quando si scopre il grande segreto che in tutti i cambiamenti esteriori "Dio è Dio per me". Ecco un tipo di colui che fu umiliato fino alla morte di croce, e che, poiché egli, sebbene fosse un Figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che soffrì, ricevette un nome al di sopra di ogni nome. Che cosa dobbiamo dunque fare, come suoi seguaci, se non affidarci a Dio come a un fedele Creatore; ricevere umilmente ciò che Egli ci assegna e goderne con gratitudine, sapendo che, negandoci molte cose su cui è fissato il nostro cuore, ci sta facendo la più grande gentilezza del mondo, che è quella di "preservarci dalla tentazione" e, preservandoci dalla tentazione, di "liberarci dal male" e liberandoci dal male, per prepararci e prepararci a tutto il bene che si può desiderare, e a se stesso, la sua inesauribile Fonte senza fine, "alla cui presenza c'è pienezza di gioia, e alla cui destra ci sono piaceri per sempre"? Al quale sia attribuita ogni lode, potenza, maestà e dominio per sempre. Amen. - J

Versetti 7-17. - La rivendicazione divina di Giobbe

La poesia termina con una luminosità inalterata. I grandi fini della sofferenza sono stati risolti. Giobbe è stato messo alla prova e processato, ed è stato trovato fedele. Dio ha permesso che tutta la gioia e la luce della sua vita fossero spazzate via. Il suo fedele servitore del quale è stato detto: "Non c'è nessuno come lui sulla terra", è stato sottoposto alle prove più severe; eppure, secondo l'asserzione divina, egli ha parlato di Dio "la cosa giusta". Ora colui che era apparso come il nemico di Giobbe appare come il suo vero Vendicatore, e rende la sua testimonianza e la sua alta testimonianza della fedeltà di Giobbe. La rivendicazione divina di Giobbe abbraccia:

I UN'AFFERMAZIONE DELL'ERRORE DEI SUOI NEMICI. (versetto 7) Non avevano parlato di Dio in ciò che era giusto, e si scopre che le loro ingiuste accuse a Giobbe non avevano alcun fondamento nella verità

II UNA TESTIMONIANZA DELLA RETTITUDINE DI GIOBBE. (Versetti 7, 8) Come il cuore è così, così parlano le labbra; e Giobbe aveva detto ciò che era giusto. Di ciò Geova rende testimonianza. Ma una testimonianza più alta sta per arrivare

III NELLA DICHIARAZIONE DELL'ACCETTABILITÀ DEL SUO SERVIZIO SACERDOTALE. "Lo accetterò". Anche gli insegnanti sicuri di sé, che potevano trovare tanti difetti in Giobbe, sono ora spinti a portargli la loro offerta affinché interceda per loro. Era la massima umiliazione per loro (versetto 9) e la massima elevazione per lui. "Il Signore accettò anche Giobbe"

IV Un'ulteriore rivendicazione è data dai segni speciali del favore divino mostrato a Giobbe

1. La sua afflizione fu rimossa. "La sua prigionia era finita"

2. Si arricchì di abbondanti beni. "Il Signore diede a Giobbe il doppio di quanto aveva fatto prima" (Versetto 12)

3. Le sue amicizie furono ripristinate (Versetto 11)

4. È stato arricchito dai segni di simpatia e buona volontà. "Ognuno gli diede anche una moneta e ciascuno un orecchino d'oro"

5. Le sue gioie familiari gli furono restituite (Versetti. 13-16)

6. La sua vita si protrasse nell'onore e nella felicità (Versetti. 16, 17). "Così il Signore benedisse l'ultima fine di Giobbe più del suo inizio". -R.G

Versetti 7-9 -- Gli accusatori accusati

Il lavoro viene prima affrontato; quando è stato portato a un giusto stato d'animo, Dio si rivolge ai tre amici. È stato loro permesso di recitare la loro parte senza alcuna interferenza da parte di Dio, e forse hanno considerato il suo silenzio come un segno di acquiescenza. Ora è giunto il loro momento

IO CHE ACCUSANO GLI ALTRI SI PROPONGONO DI ESSERE ACCUSATI. Anche quando agiscono in modo innocente, è così. Il censore dovrebbe essere irreprensibile. La sua azione dimostra che è attento alle considerazioni morali, che non è in grado di percepirle, che attribuisce loro un alto valore. Poi dovrebbe applicarli a se stesso. "Perciò tu sei inescusabile, o uomo, chiunque tu sia che giudichi, poiché quando giudichi un altro, condanni te stesso; perché tu che giudichi fai le medesime cose". Inoltre, l'abitudine alla censura provoca accuse. Mostra uno spirito scortese e orgoglioso. Non c'è il motivo della compassione che ci induca a passare sopra alla leggera i suoi difetti nel caso di una persona censoria, che ci influenza quando abbiamo a che fare con una persona di indole modesta e gentile.Matteo 7:1-7

II DIO È ADIRATO CON COLORO CHE SOSTENGONO LA SUA CAUSA INGIUSTAMENTE. Questa fu la grande colpa dei tre amici. Si presentarono come i campioni di Dio e professarono di parlare per Lui quando accusarono Giobbe. Eppure hanno detto ciò che non era giusto. Dio non può che essere adirato quando viene così travisato. Non cerca l'omaggio sommesso del cortigiano che si preoccupa solo di propiziare il suo Maestro, incurante del diritto e della verità. Alcune delle persone che si credono i migliori amici di Dio avranno molto di cui rispondere quando il loro giusto e retto Signore le chiamerà a rendere conto. Nessuna menzogna può piacere a Dio, e meno di tutti può piacere a colui che professa di essere pronunciato per il suo beneficio. Questo non è un caso in cui il fine giustifica i mezzi. È molto grave agli occhi di Dio, perché disonora il suo Nome. Non possiamo dipendere da azioni ingiuste rappresentandole come benefiche per la causa della religione. Una falsa teologia non si redime con il pretesto di glorificare Dio

III LA VERA VENDETTA È QUELLA DI "AMMUCCHIARE CARBONI ARDENTI" SUGLI UOMINI CON OPERE DI BENIGNITÀ. Giobbe è pienamente e gloriosamente vendicato. Non solo viene chiarita la sua innocenza per le grossolane accuse mosse contro di lui dai suoi amici, non solo essi sono condannati da Dio, ma Giobbe è chiamato a intercedere per il loro perdono. Così, in primo luogo, essi sono completamente umiliati, come lo fu Haman, quando fu condannato a guidare il cavallo di Mardocheo. Ma Giobbe è troppo magnanimo per trionfare sulla loro sconfitta, anche quando intercede per loro, possiamo essere certi che la sua azione non tradisce alcun orgoglio. Non si è forse pentito nella polvere e nella cenere (versetto 6)? Certamente l'intercessione di Giobbe fu generosa e sentita. Poteva permettersi di perdonare quando lui stesso era stato benignamente accettato da Dio. La migliore vendetta che possiamo avere su coloro che ci maltrattano è pregare per loro, non con ipocrita ipocrisia, ma con sincera benignità e senza affettare. Questo è il metodo di Cristo. Egli sottomette i suoi nemici morendo per loro. - W.F.A

8 Prendete dunque per voi sette giovenchi e sette montoni.

Sulla precoce e diffusa diffusione del rito del sacrificio, vedi il commento a - Giobbe 1:5

Sulla preferenza, ai fini del sacrificio, del numero sette, vedi - Levitico 23:18; Numeri 23:1,14,29; 28:11,19,27; 29:2,8,36; 1Cronache 15:26; 2Cronache 29:21; Esdra 8:35; Ezechiele 45:23 - , ss. Si nota che "sette giovenchi e sette montoni" era esattamente l'offerta del re moabita Balac e del suo profeta Balaam, contemporaneo di Mosè. e va' dal mio servo Giobbe. Umiliatevi davanti all'uomo che vi siete sforzati di umiliare e umiliare. Va' da lui, rivolgiti a lui, affinché si compiaccia di venire in tuo aiuto, unendosi e assistendo all'offerta che richiedo dalle tue mani. E offrite per voi stessi un olocausto. Fa' come Giobbe aveva fatto per i suoi peccati,Giobbe 1:5 "offri un olocausto"; e allora il mio servo Giobbe pregherà per te. Presente al tuo sacrificio e partecipandovi, assumerà la più alta funzione sacerdotale e intercederà in tuo favore. Per lui accetterò; letteralmente, accetterò il suo volto o la sua persona. È sottinteso che, senza Giobbe, i tre "consolatori" non sarebbero stati ascoltati, e tanto meno avrebbero ottenuto il perdono. affinché io non tratti voi dopo la vostra follia, in quanto non avete detto di me ciò che è giusto, come il mio servo Giobbe (vedi il commento al versetto precedente)

9 Così Elifaz il Temanita, Bildad il Suhita e Zofar il Naamatita andarono, e fecero come l'Eterno aveva loro comandato; cioè "andò" da Giobbe, e chiese il suo aiuto e la sua interposizione, e lo ottenne. Il Signore accettò anche Giobbe; cioè guardò con favore l'intercessione di Giobbe, e per amor suo perdonò coloro per i quali faceva la sua preghiera. Giobbe è dunque un tipo di Cristo, non solo nelle sue sofferenze, ma anche nel suo carattere di mediatore

10 E il Signore rivolse la cattività di Giobbe. L'uso letterale di questa frase è comune, l'uso metaforico non comune, nelle Scritture. Tuttavia, è una metafora così semplice, e la cattività è una cosa così comune tra i popoli antichi, che potrebbe benissimo essere stata in uso generale tra le nazioni dell'Asia occidentale fin da tempi molto primitivi. Significa, come osserva il professor Lee, "un ripristino delle precedenti circostanze felici". Quando pregava per i suoi amici. Forse il suo completo perdono da parte di Dio era subordinato al suo completo perdono dei suoi "amici";Matteo 6:12,14,15 18:32-35 in ogni caso, la sua restaurazione seguì immediatamente la sua intercessione. Il Signore diede a Giobbe il doppio di quanto aveva fatto prima; letteralmente, aggiunto a tutto ciò che era stato di Giobbe al doppio (comp. Versetto 12)

La prigionia cambiò

I L'INVERSIONE

1. Un vero e proprio capovolgimento. I guai di Giobbe sono finiti. Era un lungo viale di fuoco che gli fu fatto attraversare; ma alla fine il capolinea fu raggiunto. L'uomo può essere "nato nell'afflizione come le scintille volano verso l'alto";Giobbe 5:7 ma non è nato per l'angoscia eterna. San Paolo scrive della "nostra leggera afflizione, che è solo per un momento".2Corinzi 4:17

L'angoscia presente non è un presagio del male futuro. L'oscurità stessa delle nuvole che si addensano intorno al nostro capo nell'ora buia ci impedisce di vedere la prospettiva lontana dove il sole attende coloro che sono fedeli nella prova. C'è posto per la speranza, anche se non vediamo la luce, perché anche se i problemi possono essere lunghi, l'amore li supera; "la misericordia del Signore dura in eterno"

2. Un capovolgimento divino. Satana ha inflitto i colpi, anche se con il permesso di Dio. È Dio stesso che riporta la prosperità. Attraverso qualsiasi canale e strumento il male possa venire su di noi, il bene viene dalla mano di Dio. Satana semplicemente scompare dal dramma. Le sue audaci affermazioni sono così assolutamente confutate, ed egli è così completamente sconfitto, che cade nell'oblio. Nel giorno del Signore, l'azione di Dio è tutto

II LA SUA OCCASIONE. Perché l'inversione è arrivata quando è arrivata? Perché non prima? Perché non più tardi? La nota del tempo è significativa. Dio rovesciò la sorte di Giobbe "quando pregò per i suoi amici"

1. Nell'umiltà. Giobbe fu dapprima portato molto in basso. La sua fedeltà era stata messa a dura prova, e aveva resistito alla prova. Giobbe non 'maledisse Dio e morì'. L'accusa di Satana fu abbondantemente confutata. Giobbe non serviva Dio solo per i profitti derivanti dalla religione. Si dimostrò possibile una devozione disinteressata. Eppure Giobbe non fu senza difetto. Almeno c'erano vantaggi che si potevano ottenere dalla disciplina. Sarebbe stato crudele usarlo come esempio inconscio per la soluzione di una questione di cui non si occupava, come la vittima della vivisezione. Non è stato così. Eliu mostrò come Dio addestrò ed educò i suoi figli alla scuola dell'afflizione. Giobbe era stato in quella scuola, e lì aveva imparato l'umiltà e il vero apprezzamento della grandezza di Dio, che l'uomo non può giudicare

2. Nella gentilezza. Giobbe non nutre rancore nei confronti dei suoi tre amici. Egli intercede per loro con sincera preoccupazione per la loro condizione sotto l'ira di Dio. Quando mostra uno spirito che perdona, Dio è misericordiosissimo verso di lui. Non si tratta della restituzione formale del pagamento; ma è una ricompensa graziosa, ed è un favore mostrato a chi è degno di accettarla. Perché non siamo mai così adatti a ricevere la buona sorte come quando siamo principalmente occupati a sollecitare benevolmente gli altri. Le preghiere egoistiche non recano una benedizione. Siamo molto benedetti quando ci dimentichiamo di noi stessi pregando per gli altri

III I SUOI EFFETTI. La fortuna di Giobbe è raddoppiata. Dio non benedice mai in modo imperfetto. Non si limita a riparare e rattoppare la vita spezzata. Egli guarisce, rinnova e benedice con sovrabbondante bontà. La fortuna di Giobbe non era che esteriore. Questo era secondo le idee del tempo primitivo e Cristo ci ha portato a cercare benedizioni più elevate. Il cristiano Giobbe potrebbe non recuperare mai i suoi beni o la sua salute; eppure nelle sue afflizioni può ricevere dal Cielo la sua più grande eredità di benedizione. Ma qualunque sia la forma della benedizione di Dio, essa è grande e meravigliosa. Il cristiano ha più di un Paradiso riconquistato. Il secondo Adamo porta un regno dei cieli che è più prezioso dell'Eden perduto. L'anima che è stata provata dal fuoco ha in Dio un'eredità più ricca di quella che aveva mai avuto nei tempi antichi della pace. La disciplina del dolore è la chiave per ottenere meravigliosi tesori di gioia celeste. - W.F.A

11 Allora vennero da lui tutti i suoi fratelli. I "fratelli" di Giobbe, e la sua diserzione da parte loro nelle sue disgrazie, erano stati menzionati inGiobbe 19:13). Ora quegli amici del bel tempo accorrevano di nuovo da lui e gli professavano affetto e interesse, ignorando probabilmente, o scusando, la loro lunga assenza e negligenza. E tutte le sue sorelle. Un sesso non si era comportato meglio con lui dell'altro. Le sue parenti più strette non erano riuscite a mostrarsi gli "angeli tutelari" che comunemente vengono considerati, anche quando "dolore e angoscia" gli "torcevano la fronte". E tutti quelli che erano stati suoi conoscenti prima. Giobbe, come altri uomini ricchi e prosperi, durante il periodo della sua prosperità aveva "truppe di amici".

vedi - Giobbe 29:8-10,21-25 Quando le avversità piombarono giù, caddero via. Ora avevano la sfrontatezza di reclamare ancora una volta la sua conoscenza e di venire a fargli da ospiti; Mangiarono del pane con lui in casa sua. Anzi, di più, lo facevano cordoglio e lo confortavano per tutto il male che il Signore aveva fatto venire su di lui, di cui la parte peggiore era la loro freddezza e la loro diserzione.Giobbe 19:13,14,19 Infine, per stabilire la rinnovata amicizia, ognuno gli diede anche un pezzo di denaro, e ognuno un anello d'oro. Si dice che il denaro dato fosse un kesitah', che probabilmente significa un certo peso d'argento, anche se non si sa se si tratti di un siclo o meno. La parola appartiene all'ebraico più antico e si trova solo inGenesi 33:19; Giosuè 24:32 e nel presente passo. Gli orecchini erano comunemente indossati in Oriente sia dagli uomini che dalle donne, come appare dalle sculture egiziane, assire e persiane

Versetti 11-17 -- Il ritorno della prosperità

Giobbe è ora restaurato nel favore di Dio. Il risultato è la prosperità terrena. Con la nostra luce cristiana sappiamo che questo non sempre segue, né è la migliore benedizione. Ma poiché il ritratto di Giobbe è dipinto con i colori del suo tempo, dobbiamo accettare le lezioni che contiene in simpatia con la sua età e le sue circostanze. Guardiamo, allora, agli ingredienti della nuova prosperità

I UN RISVEGLIO DI VECCHIE AMICIZIE. Siamo inorriditi nel vedere chiaramente davanti a noi, nell'ultima pagina del libro, che Giobbe aveva avuto fratelli e sorelle e altri conoscenti durante tutto il tempo della sua afflizione; eppure si erano discretamente ritirati dall'sgradevole vicinato dell'afflitto. Ora riappaiono con la sua prosperità. Questa comune esperienza di vita è spesso commentata con una certa amarezza. Ma Giobbe non mostra amarezza. La sua grande anima dimentica la precedente scortesia. Nella sua umiltà egli ignora le colpe dei suoi fratelli. Con principesca magnanimità accetta i loro doni quando non ne ha bisogno, sebbene non avessero ritenuto opportuno offrirglieli nel momento della sua estrema necessità. Questo è lo spirito di Cristo. Non c'è vera felicità nell'isolamento egoistico. Anche se i nostri conoscenti possono non meritare molta attenzione, è una cosa miseramente egoistica buttarli via. La generosità è un segno di autentica salute dell'anima. Il cristiano deve imparare ad essere fraterno e a coltivare simpatie sociali

II UN RECUPERO DI GRANDI POSSEDIMENTI. Giobbe è ora più ricco che mai, ed è ora più che mai adatto a detenere ricchezze. Lo riceverà con doppia gratitudine. Riconoscerà più chiaramente che tutto viene dalla mano di Dio. Avendo egli stesso sofferto di privazioni e difficoltà, sarà in grado di soccorrere meglio gli afflitti. Perciò ci si può fidare di lui con grandi ricchezze. Non è ogni uomo buono per il quale la ricchezza sarebbe una benedizione, o che ne farebbe buon uso. Ma quando Dio dà la prosperità temporale a uno dei suoi veri servitori, questo dovrebbe essere accettato non solo come un segno della sua benignità, ma anche come un deposito. I talenti sono aumentati; così come la responsabilità

III IL DONO DI UNA NUOVA FAMIGLIA. La proprietà è una misera ricompensa da offrire all'uomo in lutto e desolato. Un vero padre apprezza i suoi figli più di tutte le greggi e le mandrie. Il lavoro deve essere restaurato sotto tutti gli aspetti. Eppure non possiamo non sentire che avere altri figli, ma altri, non potrebbe sopperire alla perdita della prima famiglia. Il cuore paterno di Giobbe non avrebbe potuto essere soddisfatto così facilmente. Tutto quello che possiamo dire è che il quadro del ritorno della prosperità è reso il più completo possibile. Ma abbiamo una prospettiva più luminosa attraverso Cristo nell'incontrare di nuovo i morti benedetti, che non sono perduti, ma che sono solo andati avanti prima di noi

IV IL GODIMENTO DELLA PIENEZZA DELLA VITA. Giobbe vive fino a una vecchiaia verde. Nella sua miseria aveva pregato per la morte; Nella sua rinnovata prosperità la vita è una manna. Il valore della vita dipende dall'uso che se ne fa. In Cristo la vita terrena più povera è ricca; e la vita più sfortunata vale la pena di essere vissuta quando è donata a Dio. Ma la benedizione della lunga vita dell'Antico Testamento è ampliata nel Nuovo Testamento, e appare come il dono della vita eterna, la più grande benedizione di cui godono i figli redenti di Dio

12 Così il Signore benedisse l'ultima fine di Giobbe più del suo inizio confronta sopra, Versetti. 10). La restaurazione della prosperità, profetizzata da Elifaz,Giobbe 5:18-26, Bildad,Giobbe 8:20,21 e Zofar,Giobbe 11:13-19, ma non attesa da Giobbe, avvenne, non in conseguenza di alcuna legge universale, ma per volontà di Dio, e la sua pura grazia e favore. Non impegnava in alcun modo Dio a compensare le avversità mondane con la prosperità mondana nel caso di qualsiasi altro sofferente; e certamente la legge generale sembra essere che tale compensazione terrena sia negata. Ma, in combinazione con l'istinto che richiede che la giustizia retributiva prevalga universalmente, può essere presa come una caparra dei rapporti ultimi di Dio con gli uomini, e un'indicazione sicura che, se non sulla terra, almeno nello stato futuro; Ciascuno riceverà "le opere fatte nel corpo", secondo ciò che ha fatto, sia in bene che in male. Aveva (anzi, e aveva) quattordicimila pecore, seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asinelle. In ogni caso l'esatto doppio dei suoi possedimenti originali.

vedi - Giobbe 1:3 - ; e comp. sopra, Versetto 12 Non dobbiamo supporre, tuttavia, che né i numeri tondi, né l'esatta doppiezza, siano storici

13 Ebbe anche sette figli e tre figlie. Lo stesso numero di prima,Giobbe 1:2 né più né meno

14 E chiamò la prima, Jemima. Il nome "Jemima" deriva probabilmente da yom (μwOy), "giorno", e significa "Bello come il giorno". E il nome della seconda, Kesia. "Kezia" (piuttosto, "Keziah") era il nome ebraico della spezia che i Greci e i Romani chiamavano "cassia", una spezia strettamente imparentata con la cannella, e molto stimata in Oriente (vedi Erode, 3:110). E il nome del terzo, Keren-happuch; letteralmente, corno di stibio -- lo stibio è il colorante (antimonio) con cui le donne orientali hanno avuto fin da una remota antichità l'abitudine di ungere le palpebre superiori e inferiori per dare lucentezza all'occhio (confronta il "Pulpito Commentario" sul "Secondo Libro dei Re", p. 194). I tre nomi, secondo le nozioni orientali, implicavano dolcezza o bellezza

15 E in tutto il paese non si trovarono donne così belle come le figlie di Giobbe. La bellezza è sempre stata molto apprezzata in Oriente; e Giobbe si sarebbe sentito molto favorito ad avere tre belle figlie. Forse fu a causa della loro grande bellezza che il padre diede loro un'eredità tra i loro fratelli, il che era certamente una pratica insolita in Oriente

16 Dopo ciò Giobbe visse centoquarant'anni. Da questa dichiarazione, unita a quella alla fine del versetto 10, si è concluso che Giobbe aveva esattamente settant'anni quando le sue calamità si abbatterono su di lui ('Dict. of the Bible', vol. 1. p. 1087, nota); ma questa è in realtà solo una congettura, poiché l'affermazione che "Dio ha aggiunto a tutto ciò che era stato di Giobbe al doppio", non si applica naturalmente a nient'altro che alla sua proprietà. Possiamo, tuttavia, ammettere che (come dice il professor Lee) "non poteva avere meno di settant'anni" quando arrivarono le sue afflizioni, avendo allora una famiglia di dieci figli, che erano tutti cresciuti.Giobbe 1:4 In questo caso, l'intera durata della sua vita sarebbe stata di 210 anni, o poco più, il che non può essere considerato incredibile da coloro che accettano le età dei patriarchi, da Peleg a Giacobbe, rispettivamente di 239, 230, 148, 205, 175, 180 e 147 anni. e vide i suoi figliuoli e i figliuoli dei suoi figliuoli; cioè i suoi discendenti, nipoti e pronipoti. Persino quattro razioni andrate. Secondo la pratica inclusiva ebraica del calcolo, possiamo considerare inclusa la sua generazione

17 Così Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni. La stima più bassa colloca l'occorrenza delle afflizioni di Giobbe all'epoca in cui aveva poco più di cinquant'anni ("Supponitur quinquagenario hand multo majorem fuisse Nostrum, quum conflictari coepit", Schultens). Quindi la sua età alla sua morte sarebbe stata almeno di centonovant'anni

Le lezioni raccolte

Chiudiamo questo notevole libro con la persuasione che, mentre le sue singole affermazioni sono piene di insegnamenti, l'intera idea deve essere riassunta in poche lezioni chiare e ovvie; come i seguenti:

IO, L'UOMO BUONO, POSSO RICEVERE I SEGNI DELLA BENEDIZIONE DIVINA SOTTO FORMA DI SALUTE, ONORE E GIOIA FAMILIARE

II L 'UOMO BUONO, PUR MANTENENDO LA SUA INTEGRITÀ, PUÒ PERDERE I SUOI BENI, LA SUA SALUTE E LA GIOIA DELLA SUA FAMIGLIA A CAUSA DELLE PROVE E DELLE TENTAZIONI DI SATANA

III CHE L'ONORE ANCHE DI UN BRAV'UOMO POSSA ESSERE TEMPORANEAMENTE OFFUSCATO DA CIRCOSTANZE SPIACEVOLI

IV CHE LA PERDITA DI TUTTE LE COSE, E LA SOPPORTAZIONE DELLE SOFFERENZE DA PARTE DEI FEDELI, NON DEVONO SEMPRE ESSERE INTERPRETATE COME SEGNI DEL DISPIACERE DIVINO

V CHE È POSSIBILE PER I BUONI MANTENERE INTATTA LA LORO INTEGRITÀ IN MEZZO A GRANDI PERDITE, DOLORE E TRISTEZZA

VI CHE A COLUI CHE MANTIENE LA SUA INTEGRITÀ E GIUSTIZIA NEL TEMPO DELLA CALAMITÀ DIO DARÀ UN'ULTIMA TESTIMONIANZA DI APPROVAZIONE

VII CHE IL FINE DELL'AFFLIZIONE E DEL DOLORE È LA PURIFICAZIONE DEL CARATTERE E LA GLORIA DI DIO

VIII CHE LA RIVENDICAZIONE DEL CARATTERE DEL BENE È NELLE MANI DEL SIGNORE

Così il Libro di Giobbe è in armonia con l'insegnamento generale dell'intera Parola di Dio. Le sue molte belle, semplici verità sparse in tale profusione sono come tanti fiori separati; ma l'insieme presenta l'aspetto di un giardino ben irrigato. Il libro ha il suo posto di grande importanza in quel libro che è per l'educazione del mondo. Ha servito al suo scopo come mezzo per la rivelazione di verità importanti, ed è stato reso un mezzo di benedizione per migliaia di afflitti che hanno "udito parlare della pazienza di Giobbe e hanno visto la fine del Signore; come il Signore è pieno di pietà e misericordioso".Giudici 5:11

2

Illustratore biblico:

Giobbe 42

1 CAPITOLO 42

Giobbe 42:1-10

Allora Giobbe rispose al Signore e disse:

La confessione e la restaurazione di Giobbe:

(I.) Il riconoscimento di Giobbe della grandezza di Dio. In tutti i suoi discorsi Giobbe aveva spesso affermato la maestà di Dio. Ma ora ne ha una nuova visione, che trasforma il timore reverenziale in riverenza e la paura in adorazione

(II.) La confessione di Giobbe della sua ignoranza. Sentiva che nelle sue precedenti dichiarazioni si era reso colpevole di aver detto ciò che non capiva. È un difetto molto comune essere troppo sicuri di sé e abbinare la nostra poca conoscenza alle meraviglie dell'universo. "Ecco, noi non sappiamo nulla", è la saggezza più vera dell'uomo

(III.) L'umiltà di Giobbe davanti a Dio. Un grande cambiamento era avvenuto nel suo spirito. Atti all'inizio aveva cercato di vendicare se stesso e di accusare Dio della stranezza e del mistero delle Sue vie. Ora, alla fine, si pente nella polvere e nella cenere, e si aborre persino per la sua sfrontatezza e impazienza

(IV.) La condanna di Dio degli amici di Giobbe. Gli amici di Giobbe non avevano detto ciò che era giusto da Dio e dalle Sue vie. Avevano attribuito una severità meccanica alla Sua amministrazione degli affari umani. Oltre a ciò, avevano mostrato uno spirito aspro nella loro denuncia di Giobbe. Dio li rimproverò e ordinò che preparassero un olocausto di sette giovenchi e sette montoni, da offrire per il loro peccato

(V.) L'abbondante prosperità di Giobbe. Per quanto grande e prospero fosse stato Giobbe prima delle sue afflizioni, fu ancora più grande e più prospero dopo. Dio gli diede il doppio di quanto aveva prima. (S. G. Woodrow.)

La confessione e la restaurazione di Giobbe:

Questo passo ci mette davanti il risultato della comunione di Geova con Giobbe

(I.) Il risultato interiormente

1.) La nuova conoscenza di Giobbe

(1) Ha una nuova conoscenza di Dio, non nuova nei suoi fatti, esattamente, ma nuova nel suo apprezzamento di essi. Non si trattava tanto della consapevolezza che Dio è, quanto del fatto che Egli è onnipotente e saggio nella Sua provvidenza. Ogni rivelazione di Dio ai nostri cuori ha per contenuto, al di sopra del fatto dell'esistenza di Dio, i fatti del Suo carattere. Dio non ci viene mai mostrato se non con i Suoi attributi. Questa nuova conoscenza venne a Giobbe perché soffriva. Quando Giobbe vede Dio e apprende i Suoi attributi, l'unico attributo che ha messo in discussione e che naturalmente vorrebbe conoscere - la giustizia - rimane sullo sfondo. Quando Dio si mostra a noi siamo soddisfatti, anche se non mostra quella parte di sé che più abbiamo desiderato vedere

(2) Una nuova conoscenza di se stesso. Dice francamente che stava parlando di ciò che ignorava. Per tutto il tempo Giobbe aveva discusso di Dio con i suoi amici sulla base di due supposizioni: che fosse in grado di sapere tutto di Lui, e che sapesse tutto di Lui. Ora scopre di essersi sbagliato in entrambi. Quanto è difficile conoscere noi stessi, anche negativamente. La vista dell'Infinitamente Santo ci convince di peccato. Impariamo ciò che siamo in contrasto con qualcos'altro

2.) In connessione con la nuova conoscenza di Giobbe venne un nuovo stato del cuore

(1) Era disposto a lasciare le sue domande senza risposta. Sembra che ogni pensiero sul fastidioso problema della sofferenza sia stato dimenticato. La fede ha messo a tacere il dubbio. Non siamo fatti per sapere alcune cose. La domanda è: come essere soddisfatti pur non sapendo

(2) L'apparizione di Dio portò a Giobbe la rara virtù dell'umiltà. Non possiamo dire sinceramente che fino a quel momento Giobbe avesse mostrato un eccesso di questa virtù. Ora vede che l'atteggiamento mentale da cui erano sorte le sue audaci parole rivolte a Dio era indegno di uno che non era che una creatura. Non è segno di grandezza immaginarsi infallibili. Riconoscere l'errore è un segno di progresso

(3) Giobbe va oltre l'umiltà per arrivare al pentimento. Dice che la polvere e la cenere sono il miglior esponente del suo stato d'animo. Il pentimento è aperto a qualsiasi uomo che pensa. Nessuno, nemmeno il giusto Giobbe, ha bisogno di cercare a lungo motivi per pentirsi

(II.) Il risultato esteriore dell'entrata in relazione di Giobbe con Dio

1.) Le sue disgrazie sono state invertite. Non possiamo dedurre da ciò che Dio ripristinerà sempre letteralmente la prosperità terrena per coloro che sono afflitti dalla sua perdita. Ciò che possiamo ragionevolmente dedurre è che Dio controlla le cose esterne per i nostri buoni fini. Non dobbiamo dedurre che la mano del Signore sia accorciata, ma Egli sceglie la Sua via

2.) Dio trasforma il dolore di Giobbe in gioia. Un giorno o un altro in cui Egli farà lo stesso per noi se siamo Suoi. Può essere in gran parte in questa vita, come nel caso di Giobbe. L'area della visione è stata ampliata dal nostro benedetto Signore, che ha portato alla luce la vita e l'immortalità

3.) Giobbe è stato in grado di essere al servizio dei suoi amici. Geova si arrabbiò contro i tre amici. La venuta di Dio a Giobbe era un mezzo per essere una benedizione per gli altri. È così con noi stessi

(III.) Lezioni generali

1.) La conclusione del Libro di Giobbe 101 mostra la misericordia di Dio. Dio a volte sembra spietato, ma è solo apparente

2.) Le domande di Giobbe rimangono senza risposta. Il mistero della Provvidenza è irrisolto

3.) Eppure Giobbe era soddisfatto. Era meglio per lui che Geova gli rivelasse se stesso e la sua gloria, piuttosto che sapere tutte le cose che voleva sapere. C'è qualcosa di meglio della conoscenza, qualcosa per il quale la conoscenza non può sostituirsi, la pace dell'anima in comunione con Dio

4.) La lezione suprema di questo sublime Libro è che la gioia viene attraverso la sottomissione a Dio. La felicità per l'anima umana non sta nella conquista, ma nell'essere conquistata; non nell'esaltazione, ma nell'umiliazione. (D. J. Burrell, D.D.)

La confessione e la restaurazione di Giobbe:

L'obiettivo principale del Libro di Giobbe è quello di provare e illustrare la gloria e la forza di una religione pura e disinteressata. Giobbe si riconciliò con le sue sofferenze, non con l'argomento, ma con una rivelazione diretta del carattere di Dio. Siamo qui di fronte a quella che è stata giustamente definita "una controversia religiosa che si è conclusa con un completo fallimento". Nessuna delle due parti era convinta; Ognuno ha mantenuto le proprie opinioni. Il risultato in questo caso, come in ogni controversia religiosa che si è verificata da allora, è stata l'amarezza dello spirito e l'alienazione del cuore, senza aggiungere molto alla causa della verità. Giobbe si convinse non quando gli amici si rivolsero a lui, ma quando Geova si rivolse a lui, quando lo mise faccia a faccia con le meraviglie della creazione, allora il mistero della sofferenza fu risolto. Nel momento in cui un uomo comincia ad avere una percezione vivente di Dio, quando Dio diventa una presenza e una realtà per lui, comincia a dispiacersi per la sua cattiva azione. Giobbe era stato irritabile, lamentoso e un po' vendicativo durante le sue prove. Più un uomo si avvicina al suo ideale perfetto, più sente le sue imperfezioni. Man mano che il senso morale della razza aumenta, più atroci sembrano i cosiddetti peccati minori. Il termine che Giobbe usa quando dice "Mi pento" è identico a quello che viene usato nel Nuovo Testamento per indicare la tristezza secondo Dio di cui non ci si deve pentire. Significa un vero e proprio allontanamento dal male. Osservate che i rimproveri sono ripresi. I medici vengono trattati con una dose del proprio farmaco. Il loro dogma ricade sulle loro teste. Avevano posto la giustizia di Dio al di sopra di tutti gli altri Suoi attributi, e ora questa stessa giustizia si è pronunciata contro di loro. È molto facile cadere nell'errore dei tre amici di Giobbe, porci a monopolisti della verità e mettere a disagio le persone intorno a noi che non sono d'accordo con noi. Il problema con gli amici di Giobbe era che, nel loro zelo di rivendicare la loro dottrina preferita, non solo ignoravano altre dottrine che erano altrettanto importanti, ma violavano alcuni dei più semplici principi di giustizia. In che modo Dio tratta questi dibattitori inutili? Egli rimprovera la loro supposizione mandandoli dalla vittima della loro persecuzione, perché possa pregare per loro. Fecero come gli era stato detto. La lezione fu umiliante, ma fu salutare, ed essi dimostrarono la loro vera bontà d'animo con la loro pronta obbedienza. Non dobbiamo mancare di notare nel bellissimo climax la doppia lezione che contiene. C'era stato un torto da entrambe le parti. Giobbe ebbe poche occasioni per vantarsi della sua vittoria, e la grandezza della sua anima apparve nella cordialità con cui accettò la decisione divina. Qui abbiamo l'unica vera soluzione della controversia religiosa. Tra i cristiani che non sono d'accordo non ci può essere un vincitore o un vinto. I dissensi che sfociano nella glorificazione di una parte e nell'umiliazione dell'altra sono seguiti solo da conflitti più aspri, o sono l'inizio di un lungo allontanamento. È solo quando Eliphaz e Giobbe riescono a inginocchiarsi insieme che si stabilisce una vera pace. (C. A. Dickinson.)

5 CAPITOLO 42

Giobbe 42:5-6

Ho sentito parlare di Te per sentito dire.

La conoscenza di Dio da parte di Giobbe:

Il testo spara un raggio di luce contro il problema oscuro discusso nella prima parte di questo libro. Come si possono conciliare le afflizioni di un uomo giusto con un governo morale? Come può Dio essere giusto, e tuttavia lasciare che i Suoi servitori giusti siano visitati in ogni forma di prova? Il testo rivela almeno una parte della "fine del Signore" in tale misteriosa procedura. Nessuna disciplina può essere ingiusta, nessuna prova troppo severa, attraverso la quale un'anima è condotta, come lo fu quella di Giobbe, a una conoscenza più chiara di Dio, che è la sua vita. Una volta giunta la fine, Giobbe sarebbe stato l'ultimo uomo ad augurare un sollievo di quella dolorosa esperienza ricordata

(I.) Un contrasto generale tra due tipi di conoscenza di Dio. Conosciamo la differenza che c'è nelle questioni ordinarie tra una conoscenza che si basa sulla testimonianza e una conoscenza acquisita con l'esperienza personale e l'osservazione. C'è un contrasto di vividezza tra i due tipi di conoscenza: una battaglia, un temporale, un paesaggio straniero. C'è un contrasto anche nella certezza. Possiamo diffidare o mettere in discussione ciò che ci giunge solo come resoconto, possiamo rifiutarlo come non supportato da prove sufficienti; Ma non possiamo dubitare di ciò che abbiamo visto con i nostri occhi. La conoscenza di Dio di Giobbe era stata fino a quel momento la conoscenza tradizionale comune a lui e ai suoi amici. Ora conosceva Dio da se stesso, come se fosse una visione personale diretta. Vide. L'uomo, allora, può vedere Dio? o Giobbe sta usando qui solo il linguaggio di una metafora forte? Certamente, in un certo senso, Dio non è e non può essere visto. Egli non è un oggetto di percezione sensibile; non possiamo vederlo con l'occhio naturale, come vediamo le forme e i colori degli oggetti intorno a noi. Ma questo può essere vero, eppure l'uomo è in grado di "vedere Dio". Giobbe aveva sentito Dio parlargli nel turbine, ma non è a questo che sta pensando qui. Erano gli "occhi del suo intelletto (gr., cuore)" che erano stati illuminati. Mentre prima aveva sentito parlare di Dio con l'orecchio, ora aveva un'intuizione spirituale diretta della sua presenza, della sua vicinanza, della sua maestà, della sua onnipotenza, della sua santità. Non dobbiamo, quindi, esitare ad affermare che nell'anima dell'uomo dimora un potere che gli permette di comprendere spiritualmente Dio e, in una certa misura, di discernere la Sua gloria; una specie di facoltà divina, sepolta in profondità, può essere, in un certo senso, ricoperta da molteplici impurità, e che ha bisogno di essere vivificata e purificata da una rivelazione esteriore e dall'operazione interiore dello Spirito; ma ancora lì. Felici le disgrazie che, come quella di Giobbe, aiutano a chiarire la visione spirituale e ci permettono di vedere meglio Dio

(II.) Questo contrasto si rivela in una serie di stadi ascendenti

1.) E in primo luogo il testo può essere preso per esprimere il contrasto tra la conoscenza che un uomo convertito e la conoscenza che un uomo non convertito ha di Dio. L'uno, l'uomo non convertito, ha udito parlare di Dio con l'udito dell'orecchio, come il cieco sente parlare dello splendore del paesaggio e della gloria dei fiori, senza essere in grado di attribuire alcuna idea definita a ciò che ode; l'altro, l'uomo convertito, in confronto a questo, ha visto Dio con la vista dell'occhio. Una luce si è accesa su di lui e l'altro è estraneo. Forse non può spiegare molto chiaramente la logica del cambiamento, come chi può? ma il fatto stesso lo sa, che mentre era cieco, ora ci vede. Quanti hanno sentito parlare di Dio con l'orecchio, hanno acquisito nozioni su di Lui, lo hanno appreso dai libri, dal credo, dai catechismi, in chiesa! Ma quanti pochi camminano con Lui e comunicano con Lui come una Presenza vivente! Ah! questo è un momento che non si dimentica mai nella vita di un uomo, quando per la prima volta la realtà della presenza di Dio irrompe su di lui come una rivelazione. Non sarà sempre in grado di mantenere vive quelle vivide ed emozionanti visioni di Dio che aveva nell'ora della sua conversione; tuttavia, Dio non potrà mai più essere per lui lo stesso di prima che i suoi occhi si aprissero. Dio è una realtà, non un semplice nome per lui. La luce della vita ha visitato la sua anima, e la sua illuminazione non lo abbandona mai del tutto. Il contrasto nella sua esperienza è ampio e inconfondibile

2.) Il testo esprime il contrasto tra la conoscenza di Dio che un uomo buono ha nella sua prosperità, e le rivelazioni che a volte gli vengono fatte nelle sue avversità. La prima era il contrasto tra la natura e la grazia; Questo è il contrasto tra la grazia e la grazia superiore. Fino a questo momento Giobbe sembra essere stato notevolmente prospero. Il suo cielo aveva appena conosciuto una nuvola. Ma ciò che Giobbe sapeva di Dio nella sua prosperità era poco in confronto a ciò che sapeva di Dio ora nel giorno della sua avversità. E non è sempre questo l'effetto dell'afflizione santificata? Tutti amano il sole e il modo fluido. Nessuno prega per le avversità, eppure pochi di coloro che sono passati attraverso la fornace metteranno in dubbio il suo potere purificatore. Quando arriva la vera afflizione, l'uomo non può vivere di dicerie e ipotesi, ma è respinto dalle grandi realtà e costretto a tenerle strette

3.) Il testo esprime in modo appropriato il contrasto tra la conoscenza che i santi dell'Antico Testamento avevano di Dio e quella che ora abbiamo in Gesù Cristo. In confronto ai nostri, il loro non era che l'udito dell'orecchio; Rispetto al loro, il nostro è il vedere dell'occhio. La Scrittura stessa sottolinea fortemente questo contrasto. "Nessuno ha mai visto Dio; il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lo ha dichiarato". Nessuna rivelazione che Dio abbia mai dato nell'antichità può per un momento essere paragonata a quella ora concessa nella persona, nel carattere e nell'opera di Cristo. Giobbe stesso, se tornasse sulla terra, sarebbe il primo a dirci: "Beati i vostri occhi che vedete e i vostri orecchi che udite", ecc

4.) Infine, il testo può essere inteso come espressivo del contrasto tra lo stato di grazia e lo stato di gloria, e in questa visione il suo significato culmina. Non può andare più in alto. "Ora vediamo attraverso uno specchio, in modo oscuro; ma poi faccia a faccia: ora lo so in parte; ma allora conoscerò come sono conosciuto". La Terra al suo meglio, in confronto a ciò, non è altro che udire con l'orecchio; solo in cielo l'occhio vede Dio. Conclusione: Ogni passo verso l'alto nella conoscenza di Dio sarà accompagnato da un passo verso il basso nell'umiltà e nella coscienza del peccato (versetto 6). (J. Orr, M.A.)

Mutate vedute di Dio:

Queste parole furono pronunciate da Giobbe in un periodo molto notevole della sua commovente storia. Fino a quel momento i suoi dolori non erano stati placati: l'Onnipotente sembrava contendere ferocemente con lui, e le sue frecce bevevano il suo spirito. Anche i suoi amici lo avevano aspramente rimproverato, ed egli non era stato difeso dalle loro accuse; e nessun raggio di speranza era penetrato fino a quel momento nell'oscurità che lo circondava. Ma i versetti che seguono il nostro testo indicano un cambiamento molto favorevole nella sua condizione. "Il Signore", è detto, "ha fatto girare la cattività di Giobbe". Questo cambiamento nella condotta di Dio verso Giobbe fu preceduto da un cambiamento nella mente di Giobbe stesso; La natura del cambiamento è mostrata nelle parole del nostro testo. In precedenza si era giustificato, come troviamo fino al trentunesimo capitolo; dopo di che comincia a condannare se stesso; è umiliato a causa delle sue trasgressioni. "Egli rispose al Signore", è detto nel primo versetto del capitolo che abbiamo davanti, ma non come aveva detto in precedenza, nel linguaggio dell'auto-applauso o del rimpiangere contro le dispensazioni di Dio, poiché aveva saggiamente deciso di non parlare più in questo modo; "Ecco", disse, "io sono vile; che cosa ti risponderò? Poserò la mia mano sulla mia bocca. Una volta ho parlato, ma non risponderò più; Sì, due volte, ma non andrò oltre".

(I.) Chiediamoci che cosa dobbiamo intendere nel testo vedendo Dio; Giobbe dice infatti di aver già sentito parlare di lui per sentito dire dall'orecchio, ma ora il suo occhio lo vedeva. Non intende attraverso i suoi sensi corporei; poiché in questo modo, dice il nostro Salvatore, "nessuno ha mai visto Dio". "Dio è uno spirito"; "il re invisibile", "che dimora nella luce, alla quale nessuno può avvicinarsi; che nessuno ha visto, né può vedere". Anche quando Dio si rivelò al popolo d'Israele, "essi non videro alcuna similitudine". Non era tanto una conoscenza nuova o miracolosa di Dio che aveva ottenuto, quanto una convinzione pratica e l'applicazione di quelle verità riguardo a Lui che aveva conosciuto prima, ma che prima non erano state portate a casa nel suo cuore e nella sua coscienza con la dovuta forza, in modo da produrre i frutti del pentimento, umiltà e sottomissione alla volontà di Dio. Aveva sentito parlare della saggezza, della potenza e della provvidenza del Creatore; della Sua giustizia, della Sua misericordia e della venerazione a Lui dovuta. I suoi amici, specialmente Elifaz, e persino lo stesso Giobbe, avevano pronunciato molte massime ammirevoli su questi argomenti; ma ora la sua conoscenza era diventata più che mai pratica nei suoi effetti. Si sentiva sicuro che Dio poteva fare ogni cosa; che nessuno potesse resistere alla Sua volontà; ma che non era mai troppo tardi per sperare nella Sua misericordia. La sua conoscenza fu accompagnata da una fede così viva da renderla, secondo la definizione dell'apostolo, "la sostanza delle cose sperate, l'evidenza delle cose che non si vedono". Egli aveva conosciuto e confessato molte importanti dottrine e precetti della vera religione in un periodo precedente della sua storia. Egli aveva riconosciuto, in primo luogo, i suoi infiniti obblighi verso Dio: "Tu mi hai concesso la vita e il favore, e la Tua visita ha preservato il mio spirito". Aveva, inoltre, confessato la sua peccaminosità agli occhi di Dio; poiché, sebbene rivendicasse il suo carattere contro gli ingiusti sospetti dei suoi simili, sapeva che la sua giustizia non si estendeva al suo Creatore: "Se mi giustifico", disse, "la mia propria bocca mi condannerà; se dico di essere perfetto, mi dimostrerò perverso". Non poteva fidarsi di alcun merito proprio: perché sentiva così fortemente l'imperfezione delle sue migliori osservanze agli occhi di un Dio infinitamente santo, che dice: "Se sono giusto, non alzerò il capo"; e ancora: "Se mi lavo con l'acqua della neve e non mi pulisco mai le mani, tuttavia mi immergerai nel fosso e i miei stessi vestiti mi aborriranno". Sapeva che Dio poteva liberarlo e lo avrebbe liberato, e alla fine avrebbe fatto in modo che tutte le cose, e non ultime le sue gravi afflizioni, cooperassero per il suo bene. "Quando mi avrà messo alla prova", disse, "uscirò come l'oro"; altrove aggiungendo, con la fede e la fiducia più elevate: "So che il mio Redentore vive e che alla fine comparirà sulla terra; e anche se, dopo la mia pelle, i vermi distruggono questo corpo, tuttavia nella mia carne vedrò Dio". Eppure tutta la sua precedente conoscenza di queste cose, chiara e precisa come sembrava un tempo, ora gli appariva solo come un resoconto verbale, in confronto alla vivida chiarezza delle sue attuali convinzioni. Aveva udito, ora vedeva; Aveva creduto, ma ora la sua fede era diventata più che mai attiva e influente sul suo carattere. Prima, piangeva principalmente per le sue afflizioni; ora, egli piange per la sua peccaminosità agli occhi di Dio: e mostra la sua penitenza con gli emblemi più espressivi; Si pente "nella polvere e nella cenere".

(II.) Applicare l'argomento ai nostri tempi e alle nostre circostanze. Anche noi abbiamo udito parlare di Dio per mezzo dell'orecchio. Siamo nati in un paese cristiano; abbiamo, forse, avuto i benefici della prima educazione cristiana; di frequente istruzione nella Parola di Dio; delle preghiere e dell'esempio degli amici religiosi: non possiamo quindi ignorare completamente i nostri obblighi verso Dio Eppure, con tutti i nostri vantaggi, la nostra religione professata e la conoscenza di Dio possono essere state finora solo "l'udito dell'orecchio". Fu per questa fede che "Mosè sopportò, come se vedesse Colui che è invisibile". Ora, ci sono troppi, anche di quelli che si definiscono cristiani, che "vivono senza Dio nel mondo". Egli è invisibile tanto dall'occhio della loro mente quanto dai loro sensi corporei. Lungi dal "porre sempre il Signore davanti a loro", il linguaggio pratico della loro condotta è piuttosto: "Allontanati da noi, poiché non desideriamo la conoscenza delle Tue vie". Ma non è questo un peccato atroce? Non è forse anche il colmo della follia? Ci gioverà, nell'Ultimo Giorno, aver udito parlare di Dio per sentito dire dall'orecchio, se non abbiamo una vera conoscenza pratica di Lui, come quella di Giobbe nel nostro testo? Facciamoci dunque "conoscere Dio e essere in pace; e così ci verrà del bene". E ricordiamoci sempre che l'unico mezzo di questa pace e di questi rapporti tra Dio e l'uomo è Cristo Gesù il Mediatore. (Ibidem)

La conoscenza di Dio produce il pentimento:

Nel calore del dibattito che si svolgeva tra Giobbe e i suoi amici, e nell'angoscia delle sue sofferenze, Giobbe aveva usato alcune espressioni di impazienza riguardo alla condotta di Dio verso di lui. Per questi fu prima rimproverato da Elihu, e poi da Dio stesso, il quale, con forza e maestà indicibili, manifesta la gloria delle perfezioni divine. Giobbe era profondamente umiliato e riconosceva con la massima fermezza la propria viltà e insignificanza. Le impressioni che ora aveva della maestà e della gloria, della saggezza e della santità di Dio, erano molto più forti e più distinte di quelle che aveva provato prima. Da questo passo della Scrittura apprendiamo che una visione chiara delle perfezioni di Dio ha un potente effetto nel produrre il pentimento. Ma la visione delle perfezioni divine che ha questa tendenza, dovrebbe essere intesa, non è una conoscenza speculativa degli attributi naturali della Divinità, ma una scoperta spirituale e commovente delle Sue eccellenze morali; della gloria della Sua infinita purezza, santità, giustizia, bontà e verità

1.) Ci convince del peccato, portando alla luce quei mali che l'inganno del nostro cuore è in grado di nascondere alla nostra vista. C'è una luce e una gloria nella presenza di Dio che smaschera le opere delle tenebre e tende a produrre un profondo senso della nostra peccaminosità. Né è difficile spiegare come la visione della gloria divina produca questo effetto. Applicando una retta a una linea scopriamo tutte le sue irregolarità. Ciò che è deformato appare più spaventoso se paragonato a ciò che è bello. Allo stesso modo, una chiara visione della purezza di Dio, e della Sua costante presenza con noi, e l'ispezione su di noi, tende a portare alla luce quei peccati, e a coprirci di confusione a causa di essi, che prima riuscivamo a giustificare, scusare o nascondere. Questa verità può essere ulteriormente illustrata dal diverso comportamento delle persone viziose, quando si trovano in società come loro, e quando in quella di uomini eminenti per pietà

2.) Una visione della gloria di Dio serve a sottolineare il male del peccato, con le sue aggravamenti, e a togliere ogni scusa al peccatore. Quando la legge di Dio ci mostra i nostri peccati e ci condanna per essi, possiamo essere pronti a lamentarci di essa come severa; ma quando vediamo che quella legge non è che una copia delle perfezioni morali di Dio, e quando contempliamo quelle perfezioni, dobbiamo essere convinti che ogni peccato deve essere odioso a Dio, e deve necessariamente essere opposto alla Sua natura. Una visione della gloria di Dio produce una tale convinzione dei Suoi diritti come nostro Creatore, e dei nostri obblighi come creature della Sua mano, che ci costringe a riconoscere la Sua giustizia nella punizione del peccato. Quando riflettiamo sull'onnipresenza e l'onniscienza di Dio, quanto grande sembra essere la follia di pensare di nascondere a Lui anche i nostri peccati più segreti! Quando riflettiamo sulla Sua potenza, in che modo essa si aggiunge alla colpa e alla follia della presunzione! Questo è in modo più speciale l'effetto di una visione della gloria di Dio che risplende in Gesù Cristo. L'amore ineguagliabile mostrato ai peccatori nel Vangelo accresce grandemente la loro ingratitudine. Si può dire, in generale, che è un leggero senso del male del peccato che porta gli uomini a commetterlo; e quando l'hanno commesso, di inventare scuse per esso; e anche di indulgere nella speranza che le minacce contro il peccato non saranno eseguite. Ma la scoperta della gloria di Dio, e in particolare della Sua infinita santità e giustizia, mostrando il male del peccato nei suoi veri colori, spazza via tutte queste illusioni

3.) Una corretta visione della gloria di Dio serve ulteriormente a sottolineare il pericolo del peccato

4.) Infine, la visione della gloria di Dio tende a produrre pentimento, perché, ponendoci davanti la sua infinita misericordia, ci incoraggia a volgerci a Lui

1.) Possiamo imparare da questo argomento la forza di quei passaggi della Scrittura in cui la conoscenza di Dio è messa per l'intera religione: "Conosci il Signore". "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo". D'altra parte, i malvagi sono descritti come coloro "che non conoscono Dio". La verità è che Dio è o completamente sconosciuto agli uomini malvagi, o si sbaglia molto da loro

2.) Da ciò che è stato detto possiamo anche apprendere il grande pericolo di uno stato di ignoranza. Se il pentimento nasce dalla conoscenza delle perfezioni di Dio, non ne consegue che coloro che lo ignorano devono essere in uno stato deplorevole, estranei al potere e alla pratica della religione, e che se muoiono in questo stato devono perire per sempre?

3.) Possiamo anche imparare, da ciò che è stato detto, l'assoluta necessità della rigenerazione, o di un cambiamento interiore del cuore. Non è, come è stato già osservato, una conoscenza speculativa della natura e delle perfezioni di Dio che porta al pentimento, ma una visione commovente della Sua eccellenza e amabilità. Questo nessuno può averlo, ma coloro che sono in qualche misura trasformati nella stessa immagine. E i veri cristiani vedranno, da ciò che è stato detto, quanto sia strettamente connessa la giusta conoscenza di Dio - in altre parole, la vera religione - con l'umiltà e l'umiliazione di sé. (Osservatore cristiano.)

Dio lo conosceva in vari modi:

Queste sono le parole di uno dei più virtuosi della nostra razza. Questo è il linguaggio di colui che ha aggiunto alle virtù morali la più nobile beneficenza; e che aggiungeva a una carità quasi illimitata una pietà la più sincera e coerente. Per quanto esaltati fossero i suoi successi nella scuola di religione, aveva ancora molto da imparare. In tutte le sue conversazioni con gli amici appaiono gli indizi di una mente che pretende di essere troppo incondizionata dalla colpa e cede a uno spirito di impazienza. Il Signore appare, e risponde a Giobbe fuori dal turbine. Egli fa una così gloriosa dimostrazione della Sua grandezza e maestà; della moltitudine e del carattere stupendo delle sue opere, inframmezzate da note sulla piccolezza e la miopia dell'uomo, che Giobbe sembra ora sapere più di quanto avesse mai saputo prima. Evidentemente, quindi, ci sono vari modi in cui Dio può essere conosciuto; vari gradi nella chiarezza, nella certezza e nella soddisfazione di conoscerLo. Le scoperte di Dio producono effetti sulla mente proporzionalmente alla loro natura. Gli uomini che hanno una conoscenza speculativa di Dio, che è difettosa e falsa. Parlano del Padre celeste; trascurano le pretese del Sovrano. Essi si soffermano sulle misericordie del Dio della grazia; Passano oltre l'orrore del vendicatore del peccato. Tali persone possono risplendere di entusiasmo mentre contemplano il vasto o il bello; ma tutto questo può avvenire senza alcuna influenza benefica sull'anima

2.) La conoscenza speculativa di Dio che è vera. Questa è la vera conoscenza di Dio, che giunge all'intelletto, e lì viene arrestata, che sta nell'idea e nel sentimento. Tutto è riconosciuto. Le perfezioni divine non sono separate e sacrificate. Il sistema teologico è corretto. La religione è stata appresa come scienza, ma senza un'influenza morale e spirituale migliore. Questi uomini non hanno visto Dio; non hanno mai avuto quelle visioni di Dio che sono peculiari di un cuore rigenerato e purificato. La notizia ha raggiunto l'intesa, ma non è mai stata riecheggiata nell'anima. La nuda conoscenza non fa altro che "gonfiarsi".

3.) Una conoscenza di Dio che è spirituale e vera, ma una conoscenza incipiente di Dio. Questa è una descrizione superiore della conoscenza, ma è solo un inizio. Una tale conoscenza è tanto decisa nei suoi effetti quanto divina nella sua natura. Ma nei suoi primi gradi, sebbene porti la salvezza nell'anima, questa conoscenza di Dio non è che come il rapporto lontano, anche se ben stabilito, di ciò che è vero. Veniamo ora alla considerazione di uno stadio avanzato nella conoscenza spirituale di Dio; ciò che costituisce la sua maturità nel mondo attuale. Una tale maturità nella grazia non deve essere attribuita a un'istruzione più abbondante, o a un nuovo metodo di istruzione. Era una purificazione del suo cuore mediante l'influenza dello Spirito Santo. La perfezione della conoscenza di Dio non deve essere sperata nel mondo attuale. Esaminate, dunque, la natura di quella conoscenza di Dio che possedete. (T. Kennion, M.A.)

Conoscendo con l'orecchio e con l'occhio:

Ciò che viene suggerito attraverso l'orecchio, necessariamente, colpisce il cuore in modo più languido di ciò che viene presentato all'occhio fedele. Quale fu il cambiamento nell'impressione che Giobbe ebbe del suo carattere morale e della sua condizione prodotto dal fatto di essere stato posto alla presenza immediata dell'Onnipotente, e come il cambiamento nelle sue circostanze fu adatto a produrre il cambiamento nei suoi sentimenti? Giobbe aveva condotto la sua parte nella controversia con uno spirito che lo spingeva a mitigare e diminuire i peccati che confessava, ad esaltare e magnificare le virtù che rivendicava. Lo portò al punto di implorare e di pretendere ancora una volta dal Sovrano Giudice che gli concedesse l'opportunità di discutere l'intera causa davanti a Lui. L'Onnipotente aveva esaudito la sua richiesta. La voce stessa di Geova giunse all'orecchio del patriarca, sfidando e rimproverando l'orgogliosa presunzione con cui un uomo mortale si era avventurato a disputare, per così dire, in termini di uguaglianza con Colui della cui infinita grandezza e assoluta perfezione tutto questo meraviglioso universo è un tipo immenso. Ma quale cambiamento è stato operato sullo spirito e sul comportamento di quel presuntuoso sfidante dell'Onnipotente, per il semplice fatto che l'Onnipotente si è presentato per sopportare la sfida, la risposta, l'appello. Non c'è più palliativo dei suoi peccati, non c'è più vanto delle sue eccellenze. Che cosa c'era nelle percezioni espresse di Geova di cui Giobbe godeva ora per produrre e spiegare le mutate emozioni con cui ora contemplava se stesso? Egli fu messo in contatto personale con lo spirito-Padre dell'universo, e l'effetto fu quello di impartire un improvviso aumento di forza e di vividezza a tutte quelle impressioni della santità di Dio che, mentre Dio stesso era assente, erano state relativamente deboli, languide e inefficaci. L'impressione di adorante riverenza e di timore reverenziale che la contemplazione delle meravigliose opere di Geova nei regni della natura e della provvidenza è adatta a produrre si mescola bene e naturalmente con quella di umile avversione per se stessi, di cui il confronto del Suo carattere morale con il nostro è il genitore e la fonte. E la grandezza fisica della Deità offre all'anima sopraffatta e prostrata un metro pronto e molto impressionante con cui valutare la Sua eccellenza morale

1.) Quanto forte è la somiglianza tra la stima che Giobbe si formò del proprio carattere prima che la visione e la voce di Dio lo incontrassero, e quella che la moltitudine degli uomini è solita avere e esprimere riguardo a se stessi

2.) Tutto ciò che vi imploro, in vista di quel solenne ingresso che ci attende tutti nella sfera della residenza più particolare di Geova, e sulla coscienza di una Divinità più presente, è di giudicare dall'esempio registrato di Giobbe quale sarà l'effetto su tutte le vostre concezioni della terribile santità di Geova, e della tua peccaminosità contrastata. (J. B. Patterson, M.A.)

L'udito di Dio mediante l'udito dell'orecchio:

Chi di noi non ha mai sentito parlare di Dio in questo modo? Senza dubbio Giobbe era stato allevato religiosamente. Le grandi verità della religione erano state impresse nella sua mente. Mostrò una pazienza e una rassegnazione quasi più che umana. Benché avesse udito con l'udito dell'orecchio, in un periodo avanzato della sua vita dichiarò che il suo occhio aveva, per la prima volta, visto Dio. Poi, abbracciò con gli occhi della sua mente una visione vasta e completa della maestà, della gloria, della bontà, della purezza di Geova. Lo guardò, per così dire, in lungo e in largo nella sua infinita perfezione. Non è sufficiente avere i mezzi e le opportunità della grazia che ci sono concessi, e nemmeno farne uso. Non pochi di noi mancano di una cosa, una visione completa, comprensiva e cristiana della natura e degli attributi di Dio. Noi non concepiamo correttamente la sua potenza, la sua sapienza, la sua bontà, la sua santità, il suo amore. La prima cosa che Giobbe fece, appena il suo occhio vide Dio, fu di aborrire se stesso. Fino a quel momento si era guardato con compiacimento e soddisfazione. Si dedicò immediatamente al pentimento; un dolore umile, umiliante, sincero, sincero per il peccato. quella tristezza secondo Dio che opera la riforma. Felici sono quelli tra noi, il cui orrore per se stessi e il sincero pentimento dei loro peccati attestano che ai loro occhi è stato permesso di vedere l'Onnipotente in tutta la Sua bontà e la Sua gloria. (Edward Girdlestone, M.A.)

Sull'essere portato a vedere Dio:

Giobbe, sebbene fosse il più paziente degli uomini, era stato tradito, sotto la pressione delle sue dure sofferenze, in alcuni mormorii irragionevoli e ribelli. Aveva riconosciuto la provvidenza e la potenza di Dio, ma non con una piena sottomissione di cuore. Nell'occasione che abbiamo davanti, egli è portato a un senso più giusto della sua indegnità, e dell'onnipotenza e onniscienza di Geova. Il suo significato in ciò che dice potrebbe essere questo: che aveva già ottenuto una certa conoscenza di Dio da varie opportunità che gli erano state offerte; dall'educazione, dall'istruzione, dalle sue ricerche e dalla conferenza dei suoi amici; ma una scena, a cui aveva assistito di recente, gli aveva fatto tali scoperte della gloria divina, e aveva così profondamente colpito il suo cuore, che tutto ciò che aveva mai sentito o conosciuto prima era nulla in confronto alla sua attuale percezione e conoscenza. Questa conoscenza più completa aveva prodotto, come si calcola sempre di fare, il frutto dell'umiltà nel cuore. Come un umile penitente, desiderava sdraiarsi nell'autocondanna e nell'atteggiamento del suo spirito davanti a Dio, affidandosi completamente alla Sua misericordia e sottomettendosi senza riserve alla Sua volontà. Siamo ben lontani dal supporre che la religione consista in sentimenti ed esperienze; Un criterio più falso e ingannevole di questo non può essere proposto all'umanità; La vera fede e il vero principio devono sempre essere misurati dal frutto. Eppure ci può essere stata una discreta apparizione di frutta senza la piena affermazione del principio; ci può essere stata una professione considerevole e piena di speranza senza una comunione vitale con Dio nel Vangelo. Sebbene la nostra colpa sia lavata via dall'influenza rigeneratrice dello Spirito Santo, ciò non impedisce la necessità di provare in seguito un profondo e doloroso senso del peccato, tutte le volte che viene commesso, insieme con la terribile conseguenza della sua conseguenza; abbiamo ancora bisogno della più profonda umiliazione ai piedi del trono della misericordia, di un completo abbassamento dell'anima alla presenza di un Dio giusto e santo. Non solo ci deve essere l'abitudine di pentirsi sinceramente in tutte le occasioni di effettiva trasgressione, ma deve essere radicata nel cuore un positivo orrore di tutti i mali, nei pensieri, nelle parole e nelle azioni; accompagnato, come sicuramente sarà, da un costante e inesauribile amore per il nostro Dio e Redentore, tale da inclinare il nostro cuore a osservare la Sua legge in tutta la sua santità e integrità. Ovunque questo cambiamento abbia avuto luogo, questa illuminazione sia stata concessa, questa vera visione del Vangelo sia stata formata, questa vita di Dio nell'anima si sia stabilita, ci sarà stato un risultato e un'esperienza simili al caso dell'antico patriarca. "Perciò aborro me stesso e mi pento nella polvere e nella cenere". Percepisco la miseria della mia condizione per natura; e sebbene la mia professione fosse giusta, e la mia condotta non immorale, il mio cuore non era spirituale, i miei affetti non purificati, la mia volontà non ridotta a una totale sottomissione alla legge divina. Questa convinzione e confessione avrebbero senza dubbio portato a un profondo pentimento "nella polvere e nella cenere". Lascia due domande con te

1.) C'è qualcuno qui che non ha mai avuto bisogno di un tale cambiamento nelle sue opinioni, nei suoi principi e nella sua condotta? Che aprano i loro cuori in grato ringraziamento per questo singolare beneficio e misericordia

2.) Le altre domande riguardano coloro che sono consapevoli che c'è stato un periodo in cui il loro cuore non era a posto con Dio. Si sono ora rivolti a Dio con sincerità e verità? Vedono ora Dio nella pienezza della Sua grazia, potenza e benedizione? Trovarci alloggiati nell'arca della Sua salvezza è una consolazione per tutti i mali, un motivo che costringe ogni dovere, il cibo più dolce per l'anima immortale e una "gioia ineffabile e piena di gloria". (J. Slade, M.A.)

Dicerie e convinzioni:

Questa è la morale di tutta la storia. Giobbe aveva sempre sostenuto la sua innocenza. Aveva protestato indignato contro l'ipotesi che le sue calamità fossero il risultato diretto della sua vita malvagia. Ed era considerato con l'approvazione divina. Ma le parole di Giobbe alla fine indicano che, dopo tutto, non aveva avuto del tutto ragione, e gli argomenti dei suoi amici non erano stati del tutto sbagliati. Cosa ha prodotto questo grande cambiamento? Era che non si misurava più con criteri umani, che non si confrontava più con gli altri uomini, ma con la perfetta santità della legge di Dio. "Ora il mio occhio ti vede". Come gli era stata concessa questa grande vista? Fu portando davanti a lui la cecità e l'ignoranza dell'uomo, e le meraviglie dell'universo, e la maestà di Colui da cui l'universo era governato. Che cosa sapeva di quel potere, di quel governo che aveva messo in discussione? Giobbe fu chiamato a considerare i misteri che lo circondavano, gli eventi e le cose in cui era stato abituato a pensare che ci fosse un qualche mistero. Vedeva intorno a sé tante cose che non riusciva a capire; vedeva intorno a sé forze con le quali non poteva competere; Quale deve essere il potere che li ha abbracciati e controllati tutti? Com'è sciocco, com'è presuntuoso, fare della propria vista debole, del proprio insignificante caso, la misura del tutto potente! C'era ordine, anche se poteva non vederlo; C'era la legge, anche se lui poteva non capirla. A questa conclusione si giunse semplicemente perché egli vide più chiaramente ciò che era sempre stato visibile. Il volume della natura che si estendeva davanti a lui gli rivelava, ovunque si volgesse, l'infinita saggezza, la potenza e la giustizia. Era Dio la cui presenza e la cui opera egli discerneva in ogni cosa, non poteva guardare da nessuna parte se Dio era visibile. Vedendo Dio vide se stesso. Quando egli guardò da se stesso a Dio, quando vide l'eterna santità e purezza, la nuova vista risvegliò in lui una conoscenza di se stesso che tutta la sua autoispezione non era stata in grado di produrre. La più grande sapienza terrena divenne come stoltezza, la più grande virtù terrena divenne come viltà per contrasto. Sono in molti quelli che possono testimoniare che un cambiamento come quello avvenuto a Giobbe è avvenuto in se stessi. Sono passati da una credenza che è il risultato del sentito dire a una fede che è il risultato della convinzione personale; E questa esperienza, in qualche forma, è necessaria per tutti noi. I modi in cui può essere raggiunta sono molto vari, ma nessuno può avere ragione fino a quando quella visione non gli è stata concessa, fino a quando il Dio di cui è stato istruito diventa una realtà, è visto e conosciuto dall'occhio della fede. Arriva una crisi, un periodo distinto, nella vita di alcuni, in cui Dio parla loro dal turbine, dalla tempesta di afflizione che si è abbattuta su di loro, dalla tempesta di agitazione da cui i loro spiriti sono sconvolti. È la visione dell'amore, della potenza e del perdono divini che colpisce il nostro "muto dubbioso", che sola offre sollievo allo spirito che desidera credere che tutto va bene, che le speranze e le aspirazioni umane non sono una beffa e un'illusione. Ma è una visione che ciascuno deve vedere da sé. Non si può comunicare ad un altro ciò che si è visto. Non dobbiamo accontentarci finché le cose spirituali non diventano realtà. (F. M'Adam Muir.)

La conoscenza di seconda mano e primaria di Dio:

(I.) Qui è implicita una conoscenza di seconda mano di Dio

1.) Questa conoscenza di seconda mano è molto comune

2.) È spiritualmente inutile. Non c'è alcun valore morale in esso. La sua influenza sull'anima è quella del raggio lunare, freddo e morto, piuttosto che quella del raggio solare, caldo e vivificante

(II.) Qui è implicita una conoscenza primaria di Dio. "Ora il mio occhio ti vede". Il Grande Essere entrò nell'orizzonte di Giobbe

1.) Questa conoscenza primaria ha messo a tacere tutte le controversie. Giobbe, sotto l'influenza di una conoscenza di seconda mano, aveva discusso a lungo e seriamente; ma non appena si trovò faccia a faccia con il suo Creatore, lo sentì come il fatto più grande nella sua coscienza, e tutte le controversie furono messe a tacere. La conoscenza sperimentale di Dio disdegna la polemica. È la conoscenza di seconda mano che genera controversie

2.) Questa conoscenza primaria ha soffocato ogni orgoglio. Hai tu questa conoscenza primaria? Dio stesso è il tuo maestro o vivi di informazioni di seconda mano? (Omilestico.)

Tradizione ed esperienza:

Il tema di questo libro è il vecchio, ma sempre nuovo problema che incontra ogni uomo riflessivo, il problema di questa nostra strana vita a scacchi, e del rapporto di Dio con essa

(I.) La vera radice delle perplessità di Giobbe. Esse scaturivano dalla concezione tradizionale, ma inadeguata, del governo morale di Dio accettato ai suoi giorni. Il Libro rappresenta un periodo di transizione nel pensiero religioso ebraico, di grande interesse e importanza. Le menti degli uomini passavano da una fede più antica e più semplice al più pieno riconoscimento dei fatti del governo divino. Il vecchio credo era questo: la sorte esteriore è un indice del carattere interiore. Questo è vero nella sua essenza, ma rudimentale nella sua forma. Ma, secondo i modi della natura umana, la forma divenne stereotipata, come se la lettera piuttosto che lo spirito della legge fosse l'elemento permanente ed essenziale. A un certo punto sorse la domanda: Come si può conciliare questo credo con i fatti? Che dire della prosperità dei malvagi? Che dire delle dolorose afflizioni e afflizioni dei giusti? Gli uomini di onestà non potevano chiudere gli occhi di fronte all'apparente contraddizione. Devono dunque rinunciare alla loro fiducia in Geova quale supremo e giusto Governante? Era l'emergere di un'infanzia comparativa, un progresso verso una teologia allo stesso tempo più spirituale, più fedele ai fatti della vita, e caricata, inoltre, di nuove simpatie per il dolore e il bisogno umano; un progresso, in verità, di carattere non trascurabile verso quel punto più alto del pensiero profetico: la concezione del servitore ideale di Geova, come "deturpato nel Suo volto più di qualsiasi uomo, e nella Sua forma più dei figli degli uomini". In questa poesia abbiamo la testimonianza duratura di questa immensa transizione, di questo passaggio della vecchia fede alla nuova. Per quanto riguarda i tre amici e i loro discorsi caratteristici, in ogni periodo di progresso nelle concezioni umane della verità divina questi stessi uomini buoni sono riapparsi, con lo stesso appello alle credenze tradizionali, la stessa fiducia che le loro vecchie formule esprimono tutta la verità, la stessa incapacità di concepire la possibilità che possano sbagliarsi. lo stesso oscuro sospetto di coloro che mettono in dubbio le loro conclusioni, e la stessa disposizione a diventare amareggiati e a usare parole dure contro gli apostoli del progresso. Dall'altra parte abbiamo Giobbe. Aveva accettato la visione tradizionale, ma vede chiaramente che nel suo caso la credenza non quadra con i fatti. Ed è troppo onesto e troppo impavido per chiudere gli occhi di fronte alla contraddizione. Egli non sarà infedele alla sua propria coscienza di integrità, né 'parlerà ingiustamente per Dio'. Come molti uomini dopo di lui, Giobbe si trovò alla deriva sulle onde impetuose del dubbio. Egli chiede: "Può essere che il Dio in cui ho creduto sia semplicemente una forza, una forza irresistibile, indifferente alle distinzioni morali? O può darsi che Egli si compiaccia della miseria delle Sue creature? O può essere che Egli veda come vede l'uomo, sia capace di sbagliare, di confondere l'innocenza con la colpa?

(II.) Come è stata ottenuta la liberazione? "Ora il mio occhio ti vede". Si aggrappa a Dio anche quando è più acutamente sensibile al fatto che le Sue vie erano dure e ripugnanti. È deciso a tenersi stretto a Dio. Dalla concezione tradizionale egli spinge verso l'alto fino al pensiero che, in qualche modo e da qualche parte, il Dio giusto alla fine rivendicherà e onorerà la giustizia. Le risposte di Dio non affrontarono direttamente il suo problema, ma gli diedero una tale visione della gloria di Dio, che tutto il suo essere fu calmato in una riverente fiducia. "Ora il mio occhio ti vede": ecco il fondamento della fede. (Walter Ross Taylor.)

Chiare vedute di Dio correggono gli errori:

Le afflizioni di Giobbe erano imputate a peccati segreti; Ha difeso la sua innocenza con grande potenza; ma solo quando Dio gli rispose dal turbine, egli conobbe né se stesso né le azioni di Dio. Vedendo Dio, aborriva se stesso

1.) Chiare visioni di Dio, correggono gli errori che toccano il Suo carattere. Presi da qualche speculazione, veniamo agitati come in un vortice, finché, sconcertati, possiamo negare che esista un Dio, o negare qualche attributo: la Sua giustizia o la Sua grazia, la Sua bontà o la Sua potenza. Ma gli occhi dell'uomo siano aperti dallo Spirito Santo, perché veda Dio, come Giobbe, Mosè, Paolo, e l'errore svanirà

2.) Chiare visioni di Dio correggono gli errori che riguardano la provvidenza di Dio. Qui tutti gli uomini a volte barcollano, i loro passi quasi scivolano; I malvagi prosperano, i giusti soffrono. L'uomo saggio muore proprio come lo stolto. Non sembra sbagliato che la nostra sorte sia gettata e i nostri desideri non siano considerati? I nostri propositi sono confusi, i nostri piani falliscono, la nostra strada è bloccata, finché la speranza giace schiacciata. C'è mai stato un incidente che distingua tra innocenti e colpevoli? Un errore non uccide forse con la stessa rapidità di un'intenzione? La morte risparmia il figlio o la madre? Non possiamo sfuggire a queste domande angoscianti; Possiamo trovare sollievo in loro? Con tutta la luce che risplende da un altro mondo sulle macchie oscure di questo, i dubbi tormentosi non saranno dissipati fino a quando non arriveremo a una visione più chiara di Dio. Lascia che lo Spirito riveli Dio, e i dubbi si dissolvano nella pienezza della luce

3.) Chiare visioni di Dio correggono gli errori che toccano la nostra condizione morale. Essi sono convinti di peccato. Anche i più pii allora aborrono se stessi. L'anziano Edwards scrisse: "Avevo una visione che per me era straordinaria, della gloria del Figlio di Dio". "La mia malvagità, come lo sono in me stesso... sembra un abisso infinitamente più profondo dell'inferno".

4.) Visioni chiare di Dio, correggono gli errori riguardanti Gesù e la Sua salvezza. Gli uomini non avranno mai finito con la domanda: Che cosa pensate di Cristo? Sì, gli uomini Lo stanno lentamente esaltando fino al trono della Sua gloria. Abbiamo avuto questi raggi più chiari di Dio? Possiamo vedere Gesù, eppure inchiodarlo alla Croce. Gli uomini che vedono Dio nel volto di Cristo possono voltarGli le spalle. Ma quando Cristo è accolto, il perdono, la pace, la vita eterna sono certi. (A. Hastings Ross, D.D.)

Rinuncia a se stessi:

Non abbiamo bisogno di essere tutti come Giobbe negli abissi dell'afflizione e della rinuncia a noi stessi. C'era un'intensità nel suo caso che gli era peculiare. Ma nella nostra misura, e in base alla nostra posizione di membri del corpo di Cristo, dovremmo essere in grado di simpatizzare con Giobbe

(I.) L'esperienza precedente e superficiale di Giobbe. "Io ho udito parlare di te con l'udito dell'orecchio". Ho sentito parlare di Lui come del Dio della creazione, del Dio della provvidenza, del Dio d'Israele, del Dio dell'universo, del Dio che, in Cristo, si è incarnato per la mia salvezza. Ma non ciò che ascoltiamo è la cosa, ma ciò che leggiamo, segniamo, impariamo e digeriamo interiormente

(II.) L'attuale vivida realizzazione di Giobbe. "Ora il mio occhio ti vede". Si noti l'enfasi di questa breve frase; Che timore reverenziale, che vicinanza, che personalità, che presenza maestosa implicano. Non c'è via di fuga, non c'è evasione, non c'è tentativo. Egli sta o giace davanti a Dio, "nudo e aperto".

(III.) Le graziose conseguenze. "Aborro me stesso e mi pento". Queste sono conseguenze graziose. I non convertiti possono rifuggire da loro, ma il popolo di Dio li brama. Giobbe aveva nutrito una grande quantità di autocompiacimento, che generò orgoglio e una raffinata idolatria. Era stato petulante, impaziente, imperioso. Questo è ciò a cui allude quando dice: "Aborro me stesso". Ora mi percepisco ripugnante, corrotto, brutale, colpevole, infelice. Non fu questa una graziosa conseguenza della sua vivida realizzazione di Dio? Poi aggiunge: "Mi pento". Si pentì della sua autosufficienza, del suo incarico stolto a Dio, della sua irritazione sotto i Suoi rimproveri, del suo esaltarsi al di sopra dei suoi simili, della sua fretta nel parlare con loro, ecc. I rigenerati fra voi non limiteranno il vostro pentimento alle vostre gravi offese, farete cordoglio per ciò che contamina il lino bianco che è dentro, per i nostri scopi peccaminosi, i motivi, i desideri, la nostra opposizione a Dio, i rimproveri di Dio, i mormorii contro Dio. (J. Bolton, B.A.)

Perciò mi aborro e mi pento nella polvere e nella cenere.

Una visione della gloria di Dio che umilia l'anima:

Benché Giobbe avesse sostenuto la verità sul tema della Divina Provvidenza, tuttavia, nell'ardore del dibattito e nell'angoscia delle proprie sofferenze, si era lasciato sfuggire alcune espressioni, non solo di impazienza, ma anche di mancanza di rispetto per la condotta del Signore suo Creatore. Per questi fu prima rimproverato da Elihu, e poi da Dio stesso, che afferma la dignità della sua potenza e la giustizia della sua provvidenza. Forse Dio ha dato a Giobbe una rappresentazione visibile della Sua gloria e onnipotenza

(I.) L'effetto di una scoperta della gloria di Dio. Prestare attenzione alle seguenti osservazioni preliminari

1.) Questa verità (che la visione della gloria umilia l'anima) sarà altrettanto certa in qualsiasi modo venga fatta la scoperta. Dio si manifesta al Suo popolo in modi molto diversi. In modi miracolosi; influenzando le dispense della provvidenza; mediante le Sue ordinanze, o culto istituito, accompagnato dall'opera del Suo Spirito; e talvolta da quest'ultimo solo, senza l'aiuto o l'accesso di alcun mezzo esterno

2.) Possiamo aggiungere le manifestazioni che ci sono date nel Vangelo della gloria divina

3.) Quando parlo dell'influenza di una scoperta della gloria di Dio, intendo una scoperta interiore e spirituale, e non una conoscenza che è meramente speculativa e riposa nell'intelletto senza scendere nel cuore. Una sterile conoscenza speculativa di Dio è quella che si basa principalmente sulle Sue perfezioni naturali. La vera conoscenza di Dio è una scoperta interiore e spirituale dell'amabilità e dell'eccellenza delle sue perfezioni morali. Quale influenza ha una tale scoperta della gloria di Dio nel produrre un pentimento e nell'aumentare l'umiltà?

1.) Tende a convincerci del peccato, e in particolare a portare alla luce quegli innumerevoli mali che un cuore ingannevole spesso nasconde alla nostra vista. C'è una luce e una gloria nella presenza di Dio che scopre e smaschera le opere delle tenebre. Nulla fa apparire una qualità in modo così sensato come un confronto con il suo opposto

2.) Serve a sottolineare il male del peccato, gli aggravamenti di peccati particolari e a togliere le scuse del peccatore

3.) Serve a sottolineare i pericoli del peccato. È la speranza dell'immunità che incoraggia il peccatore a trasgredire e a persistere nelle sue trasgressioni. Ma la scoperta della gloria divina distrugge immediatamente le fondamenta di questa stupida sicurezza e di questa empia presunzione. "Tutte le cose sono nude davanti a lui", così che non c'è speranza di giacere nascosti. Dio nella Scrittura rivela la gloria della Sua stessa natura come il mezzo efficace per trattenerci nel commettere il peccato, o per allontanarci da esso; suppone chiaramente che nient'altro che l'ignoranza di Lui possa incoraggiare i peccatori nella loro ribellione

4.) Tende a condurci al pentimento, poiché espone la Sua infinita misericordia e offre incoraggiamento, oltre a sottolineare il profitto del pentimento. Non ci si possono dare concezioni giuste e corrette di Dio senza includere la Sua grande misericordia. È nel Vangelo del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo che abbiamo la manifestazione più luminosa e chiara della misericordia divina

(II.) Miglioramento pratico

1.) Impara la forza e il significato di quei passi della Scrittura, in cui tutta la religione è espressa dalla conoscenza di Dio

2.) Il grande pericolo di uno stato di ignoranza

3.) La necessità della rigenerazione, o di un cambiamento interiore del cuore, per la vera religione. Infine, rivolgetevi a coloro che sono estranei alla vera religione. Vedi anche la ragione per cui ogni uomo veramente buono, quanto più cresce nella religione, tanto più cresce nell'umiltà. (J. Witherspoon, D.D.)

Conoscenza di Dio e di sé simultaneamente:

L'altra conoscenza scopre altre cose, ma non l'io di un uomo; come una lanterna oscura, che ci mostra altre persone e cose, ma ci oscura alla vista di noi stessi; ma la conoscenza di Dio è una luce tale per cui un uomo contempla se stesso e la via in cui dovrebbe camminare. (S. Charnock.)

Umiltà e auto-avversione:

La morale di questo libro è che l'uomo deve essere umiliato e Dio solo esaltato. L'umiltà e l'avversione per se stessi costituiscono una parte così essenziale del temperamento cristiano, che nessuna persona può essere un vero cristiano se ne è priva. Giobbe era dalla parte della verità per quanto riguardava la sua sincerità e le dispensazioni della provvidenza. Ma i suoi insistenti desideri dopo la morte, i suoi fiduciosi appelli a Dio per la perfetta innocenza del suo cuore e delle sue vie, le sue esclamazioni irritanti nel calore del dibattito, e la sua avventata accusa della giustizia divina nell'affliggerlo così severamente, sono del tutto ingiustificabili, e dimostrano chiaramente che egli non conosceva il male del suo cuore, e aveva un'opinione troppo buona della propria giustizia. Alla scoperta della gloria e delle perfezioni divine, il sofferente è profondamente umiliato. Egli non si erge più sulla sua rivendicazione presso Dio, ma le sue suppliche vengono messe a tacere, ed egli è umiliato nella polvere con un senso di colpa e di indegnità. Questa è una verità che tutti noi non siamo disposti a conoscere. È con la massima difficoltà che siamo portati a vedere e confessare che siamo peccatori come la Parola di Dio dichiara che siamo. La salvezza per mezzo di Cristo è stata inventata di proposito, affinché nessuna carne si gloriasse in se stessa, ma nel Signore. La ragione per cui così tanti hanno una visione superficiale del male del peccato, e continuano a praticarlo, senza alcuna apprensione del pericolo, è perché ignorano Dio. (W. Richardson.)

Autoumiliazione per il peccato:

Nessuno può essere perfetto se commette peccato, e "tutti hanno peccato", quindi dobbiamo includere Giobbe tra il numero. Era sincero, ma quando fu portato a una comunione più stretta con Dio, vide la propria viltà in un grado in cui non l'aveva mai percepita prima. Simile è stata la felice esperienza di molti figli di Dio in ogni epoca. Più ci sentiamo umiliati dal senso della nostra peccaminosità, più vedremo la necessità dell'opera perfetta e completa di Cristo. Esaminiamo noi stessi e vediamo cosa possiamo dire alla nostra coscienza e a Dio, riguardo allo stato delle nostre anime davanti a Lui. Siamo cresciuti nella grazia? Il miglioramento ha tenuto il passo con la conoscenza? Ti sei accontentato del semplice riconoscimento di te stesso come peccatore? O il ricordo dei vostri peccati vi è doloroso e il peso di essi è intollerabile? Lasciate che vi esorta a "pensare a queste cose e a considerare il vostro ultimo fine". (F. Orpen Morris, B.A.)

Il pentimento di Giobbe:

L'intervento della Divinità nel magnifico ultimo atto del dramma è un intervento più di maestà che di spiegazione. Nella rivelazione di Dio in uno qualsiasi dei Suoi attributi, nelle manifestazioni della fonte dell'essere in qualsiasi forma di realtà, risiede il germe almeno di ogni soddisfazione e di ogni conforto. Il punto e la morale del libro non risiedono nella peccaminosità dell'attore principale. Tutto il resto è subordinato a questo punto principale, la bella e gloriosa fermezza dell'uomo pio sotto tentazione. Se è così, come leggeremo e come interpreteremo le parole del testo stesso? Si potrebbe pensare che la cosa che Dio ha accettato in Giobbe sia stata questa umiliazione e questa avversione di sé davanti alla gloria manifestata. Il testo ci porta dalla tristezza pia o verso Dio che produce il pentimento, a quel pentimento stesso, che è per la salvezza

1.) La visione molto ristretta e limitata comunemente assunta del pentimento. Come se il pentimento fosse un rimpianto e un doloroso guardare all'indietro qualche peccato o peccati particolari; o, nella migliore delle ipotesi, una mente alterata verso quel particolare tipo e forma di peccato. Ma il pentimento non è la necessità di alcuni; è la necessità di tutti. Il pentimento non è un atto, ma uno stato; non un sentimento, ma una disposizione; non un pensiero, ma una mente. Il pentimento è una grazia troppo reale per vivere nell'ideale. Naturalmente, se ci sono peccati in vista, passati o presenti, il pentimento inizia con questi. È nella natura del pentimento essere perspicaci, e di anima pronta, e di coscienza pronta; non può dimorare compiaciuta con il male, sia pure nella memoria. Ma lei va molto, molto più in profondità di qualsiasi particolare esibizione o ebollizione del male. Il pentimento è la consapevolezza, non dei peccati, ma del peccato-la coscienza della peccaminosità come radice e fondamento di ogni peccato. La nuova mente, la "mente del dopo", secondo la parola greca per pentimento, è la mente che rifugge lo stato decaduto, la macchia e la parzialità del male, che è ciò che intendiamo, o dovremmo intendere, per peccato originale. Così un'umiltà profonda, pervadente, un'umile autostima, ciò che nostro Signore chiama "povertà di spirito", prende possesso per non essere turbata del pensiero e dell'anima stessa dell'uomo. Questa è una parte della grazia

2.) La connessione del pentimento con ciò che qui è chiamato la vista di Dio. Questo è in contrasto con un'altra cosa che è chiamata l'udito di Dio mediante l'udito dell'orecchio. Non dobbiamo sognare alcuna vista letterale. È un contrasto figurativo tra l'udire e il vedere. Il primo è un uditorio; Quest'ultima è una comunicazione diretta, come quella visione faccia a faccia, che non ha nulla tra la persona che vede e la persona che guarda. L'esperienza di cui si parla è sempre il punto di svolta tra i due tipi di pentimento. Tutti abbiamo sentito parlare di Dio per orecchio. Il dolore verso Dio, prima di raggiungere il pentimento, ha avuto un'altra esperienza. Ha visto Dio; ha realizzato l'Invisibile. La tristezza verso Dio crescerà ad ogni accesso al Dio che la respira, e il pentimento stesso sarà visto come il dono dei doni, l'assaggio del cielo di quaggiù e l'atmosfera del cielo di lassù. (Dean Vaughan.)

Esperienze della vita interiore:

Il peccato umano è il primo fatto di cui si occupa il Vangelo, e al quale si adattano tutte le sue disposizioni di grazia. Qualunque sia la nostra stima deve, quindi, necessariamente estendersi a tutta la nostra religione, sia dottrinale che pratica. Ampliate la vostra stima del peccato, o svalutatela, e o innalzerete o diminuirete nella stessa misura la vostra stima del Vangelo, sia per quanto riguarda l'opera di espiazione compiuta dal Signore Gesù Cristo nella Sua vita e morte, sia per quanto riguarda l'opera di conversione e santificazione mediante lo Spirito Santo di Dio. La valutazione generale del peccato umano è molto al di sotto del linguaggio positivo della Chiesa. L'obiezione alla dottrina della Chiesa sul peccato sembra essere triplice. La dottrina della completa corruzione della natura umana offende il rispetto di sé, e si pensa che non solo sminuisca, ma addirittura degradi l'uomo, della cui fede fa parte. Estendendo questo sentimento dell'individuo all'umanità in generale, si suppone che esso affronti la dignità cosciente della natura umana e la nobiltà dell'anima dell'uomo. E estendendo ulteriormente il pensiero da noi stessi allo schema dell'amore salvifico di Dio verso di noi, si pensa che privi il Vangelo della sua geniale bellezza e lo renda aspro, sgradevole e poco amorevole. La stima del peccato implicita in queste difficoltà è un profondo errore. Una vera dottrina del peccato eleva l'uomo, non lo degrada; Il senso del peccato è un segno di forza e di conoscenza, non di debolezza e di ignoranza, che esalta la natura umana e la rende più grande, allo stesso modo nelle memorie del passato, nelle magnifiche speranze del futuro e nella condizione del presente. Dà bellezza e gloria all'intero schema del Vangelo, e lo investe di un potere accattivante sul cuore umano altrimenti sconosciuto

(I.) Osservate il senso del peccato nell'individuo. Poniamo in netto contrasto, per quanto la nostra esperienza personale ci permette di fare, i due stati dell'uomo, convertito e non convertito. Qual è la differenza che è stata fatta tra loro? L'uomo non ha perso nulla tranne il suo orgoglio. Non si è deteriorato di una virgola da quando è cambiato. Ha acquisito un nuovo ideale, una concezione più alta della bontà morale, un criterio più elevato con cui misurarsi. Un uomo cresce nei suoi scopi, e si eleva o affonda con essi. L'uomo soddisfatto del proprio lavoro non potrà mai essere grande. È lo stesso con la coscienza che con l'intelletto. Le stesse leggi pervadono tutta la nostra natura. L'uomo che ha acquisito il senso del peccato è semplicemente cresciuto. Come si è arrivati a questa concezione? Il testo dà la risposta. L'animo di Giobbe era pieno della più profonda umiliazione. Ora gli era balenata nell'anima una vera visione di Dio. Le parole "ora il mio occhio ti vede" esprimono una visione interiore, non esteriore. È notevole che Giobbe vedesse Dio principalmente nella Sua immensità e sovranità, poiché a questi, piuttosto che ai Suoi attributi morali, si riferiscono le parole di Dio. In quello spettacolo Giobbe vide l'infinita distanza tra Dio e se stesso

(II.) Quando guardiamo all'insieme dell'umanità, il senso del peccato suggerisce la grandezza della natura umana. La natura umana è una cosa decaduta, tristemente diversa da quella che era quando uscì per la prima volta dalla mano del Creatore, il riflesso finito delle Sue infinite perfezioni. Se la natura umana non è caduta, allora tutti i suoi peccati e dolori sono una parte essenziale di se stessa, e non potranno mai essere altrimenti. L'uomo è stato creato così. Quale speranza ci potrà mai essere di cambiamento?

(III.) La dottrina del peccato dà al Vangelo un'altezza e una profondità di gloria tali che non può possedere in nessun altro modo. Solo da questo comprendiamo l'occasione del Vangelo e ne vediamo la necessità. La grandezza e il valore di un rimedio non possono che essere commisurati al male che cura. Non dico che il peccato sia una cosa buona o nobile. Il senso del peccato è un preludio al canto del trionfo. (E. Garbett, M.A.)

Umiliazione ed esaltazione:

C'era bisogno di qualcosa di più da fare nel cuore di Giobbe. Lì era stata compiuta una grande opera, quando fu portato ad esclamare: "Ecco, io sono vile". Ma deve ancora scendere un gradino più in basso. La valle dell'umiliazione è molto profonda, e chi ne soffre deve scendere fino al suo punto più basso. Questo Giobbe ha fatto quando ha pronunciato le parole del testo. Ma in che modo queste parole mostrano più umiliazione delle precedenti: "Ecco, io sono vile"? E' una domanda che ci si può porre. Qualcosa mancava ancora in lui. E poiché l'ultima confessione fu la fine del suo processo, possiamo ancora concludere che ciò che mancava prima fu poi raggiunto. Deve colpirci il fatto che quest'ultimo è sotto ogni aspetto un'espressione più piena, un'espansione manifesta del primo. In ciò Giobbe riconobbe la sua estrema peccaminosità e rimase in silenzio davanti a Dio. Ma in questo confessa ciò che prima aveva trascurato, la potenza e l'onniscienza di Dio, ed entra in un riconoscimento più dettagliato dei suoi peccati. Guardate un po', per prima cosa, al progresso della vita interiore di Giobbe. Egli paragona la sua prima conoscenza all'udito dell'orecchio, la sua seconda esperienza alla vista dell'occhio. Giobbe non intende esprimere che, prima di questa afflizione, era completamente privo di ogni conoscenza salvifica di Dio. Le parole: "Ho udito parlare di te per sentito dire dall'orecchio", prese di per sé, e senza riferimento alla storia di Giobbe, potrebbero significare questo. Le sue parole devono essere intese in senso comparativo, non in senso assoluto. Giobbe intende descrivere il suo progresso nella conoscenza di Dio, e lo fa paragonandolo ai due sensi dell'udito e della vista. E questo confronto è molto istruttivo; poiché l'orecchio, in confronto all'occhio, è un mezzo di conoscenza molto imperfetto. Vedete, allora, la differenza tra i due gradi di conoscenza? Nel primo ci possono essere apprensioni di Dio abbastanza chiare, accompagnate da un po' di paura e di amore. La caratteristica del secondo è che la presenza di Dio impressiona il cuore. È la preziosa conoscenza di Dio in Cristo che hanno coloro che camminano con fede viva, che godono di una comunione costante con Dio, che vivono di Gesù. Ci sono alcuni che, per grazia, camminano in questa visione benedetta di Dio; Dio è vicino a loro, ed essi si rendono conto della Sua vicinanza. Per vedere Dio, ricordate che dovete contemplarlo in Cristo Gesù. Ma l'aumento della luce, nel caso di Giobbe, fu seguito da una profonda umiliazione. Giobbe era un credente, e quindi un uomo penitente molto prima di questo. Era un pentimento per i peccati commessi dopo aver conosciuto Dio, per i peccati di ipocrisia, di impazienza, di mormorazione. Non è sufficiente pentirsi una sola volta, quando siamo portati a Dio per la prima volta. Abbiamo bisogno di pentimento costante. (George Wagner.)

Il peggio dell'uomo:

Dopotutto, le accuse mosse dai tre amici contro il patriarca erano giuste? Alla fine si dimostrò egli il trasgressore e l'ingannatore di se stesso che essi avevano affermato fin dall'inizio? Se no, che cosa significa questa confessione: "Aborro me stesso e mi pento nella polvere e nella cenere", che gli è stata estorta a quest'ora tarda? "Aborro me stesso e mi pento", suona in modo molto diverso dalle sue precedenti asseverazioni. Come possiamo spiegare l'incongruenza? Questa confessione, nel testo, è la prova indiscutibile che Giobbe non era affatto ipocrita. Considerando ciò che era accaduto, l'orrore di se stesso che ora esprimeva era una testimonianza più forte che non c'era ingiustizia in lui di tutta la sua precedente autogiustificazione. Se prima ci fosse stato un dubbio sulla sua integrità, ora non ce ne sarebbe potuto essere più. Ma era la stessa persona che disse: "Aborro me stesso e mi pento", e si trovava nello stesso stato quando lo disse, come quando disse: "Tengo salda la mia giustizia, e non la lascerò andare"? Sì, lo stesso. L'opposizione stessa della lingua, unita alla variazione degli accessori, dimostra l'identità di chi parla. Che cosa era successo? Dio era apparso, "camminando sulle ali del vento", aveva affrontato il patriarca e aveva perorato la Sua causa; da qui, il tono sommesso e disprezzante della sua risposta; e quindi, né dal suo Divino Giustificatore, né dai suoi accusatori umani, si poté aggiungere alcunché ad esso, né si poté togliere nulla da esso. Era la libera confessione di un uomo perfetto, umile e severo com'era. Come si spiega l'apparente discrepanza? Alla presenza di Dio l'uomo è influenzato in modo molto diverso dalla vista di se stesso rispetto a quando è in presenza dei suoi simili. La differenza di autostima qui è la differenza tra l'uomo agli occhi dell'uomo e quello di Dio, e questo solo. In presenza dei suoi simili l'uomo non vede chiaramente se stesso, non più di quanto li veda chiaramente. Non conosciamo né il peggio del male in questo mondo, né il meglio del bene. A sovrastare il mondo c'è una nebbia morale. Se ci impedisce di percepire una certa eccellenza, ci impedisce anche di vedere molta depravazione. Quando un uomo "viene a Dio", o piuttosto Dio viene a lui, l'uomo "viene alla luce". Quando un uomo vede se stesso nel bagliore di quel "Sole di Giustizia", in confronto al cui splendore il sole nei cieli materiali è come una palla scura, è subito reso consapevole di una serie di difetti e mancanze, difetti e fallacie nella costituzione morale, di cui può non aver avuto alcuna conoscenza precedente; e che, se Colui che è la fonte della luce e dell'amore non avesse gettato i Suoi raggi celesti negli angoli segreti delle "stanze delle sue immagini" all'interno, sarebbe rimasto ignorante per sempre. L'uomo è un essere a due facce. Nei suoi aspetti morali è di volta in volta un nano e un gigante. Possiede un sé migliore e uno peggiore. Ha un doppio sincero e uno malvagio. Nessun uomo ha mai avuto il suo sé buono costruito dentro di sé, se non fosse costantemente in guardia contro il suo sé cattivo. Qual è allora la differenza tra uomo e uomo? È che un uomo è debitamente consapevole del fenomeno, e un altro no. Spetta quindi a noi determinare da che parte stare; e dopo averlo preso, per supplicare Dio che non lo abbandoniamo mai, né passiamo all'altro. Secondo la parte che prendiamo abitualmente, siamo ciò che siamo; e tali appariamo al mondo, e il mondo a noi. Sul lato soleggiato della strada tutte le cose sembrano soleggiate; Al contrario, tutte le cose sembrano ombreggiate. Chi agisce dalla parte peggiore è contro Dio; e chi è contro Dio è contro se stesso; poiché chi non è dalla parte di Dio non è più solo. (Alfred Bowen Evans.)

L'abitudine al lutto del peccatore:

Il Signore ha molti messaggeri per mezzo dei quali sollecita l'uomo. Ma nessuno spedisce i Suoi affari più sicuri o più presto dell'afflizione. Se questo non riesce a riportare a casa un uomo, niente può farlo. Giobbe non ignorava Dio prima, quando sedeva al sole della pace. Ma dice che, nella sua prosperità, aveva solo sentito parlare di Dio; ora, nella sua prova, lo aveva visto. Quando sentiamo descrivere un uomo, la nostra immaginazione concepisce un'idea o una forma di lui ma in modo oscuro; Se lo vediamo e lo guardiamo attentamente, c'è un'impressione di lui nella nostra mente. Una tale comprensione più piena e perfetta di Dio operò la calamità in questo sant'uomo. Ecco una scala di Giacobbe, ma di quattro giri. La divinità è la più alta. "Ti ho visto; quindi". La mortalità è la più bassa. "Polvere e cenere". Tra questi ne siedono altri due, "vergogna" e "dolore"; Nessun uomo può aborrire se stesso senza vergogna, né pentirsi senza dolore. "Perciò." Questo si riferisce al motivo che lo ha umiliato; e questa appare dal contesto come una doppia meditazione: una sulla maestà di Dio, un'altra sulla Sua misericordia. Mettete insieme le due cose, e qui c'è una questione di umiliazione. "Anche alla polvere e alla cenere". L'umiltà non è solo una virtù in sé, ma un vaso per contenere altre virtù. I figli della grazia hanno imparato a pensare bene degli altri e ad aborrire se stessi. Chi si pente veramente, aborre se stesso. "Mi pento". Il pentimento ha molta conoscenza nel mondo, e pochi amici; È meglio conosciuta che praticata, eppure non più conosciuta che affidabile. È la medicina di ogni uomo, un antidoto universale. Il pentimento è il giusto dono di Dio. Non c'è altra fortificazione contro i giudizi di Dio se non il pentimento. "Nella polvere e nella cenere". Un corpo adorno non è un veicolo per un'anima umile. Il pentimento dà l'addio non solo alle delizie consuete, ma anche ai ristori naturali. Sia nella polvere che nella cenere abbiamo una lezione della nostra mortalità. Vi invito a non gettare polvere sul vostro capo, o a sedervi sulla cenere, ma a quel dolore e a quella compunzione dell'anima di cui l'altro non era che un simbolo esterno. Stracchiamo il nostro cuore, e non le nostre vesti. (T. Adams.)

Giobbe tra le ceneri:

Nella confessione che ora ci sta davanti, Giobbe riconosce la potenza sconfinata di Dio. Vede la propria follia. Ciò nonostante, l'uomo di Dio si avvicina al Signore, davanti al quale si inchina. Per quanto si confessi stolto, non fugge quindi dalla sapienza suprema

(I.) A volte abbiamo impressioni molto vivide di Dio. Giobbe aveva già sentito parlare di Dio da molto tempo, e questa è una grande cosa. Se hai udito Dio nel segreto della tua anima, sei un uomo spirituale; perché solo uno spirito può udire lo Spirito di Dio. Ora Giobbe ha un'apprensione più viva di Lui. Notate che per questa visione ravvicinata di Dio l'afflizione lo aveva colto. Nella prosperità Dio è esaudito; nelle avversità Dio si vede, e questa è una benedizione più grande. Forse anche utile a questo vedere Dio, fu l'abbandono di Giobbe da parte dei suoi amici. Tuttavia, prima che Giobbe potesse vedere il Signore, ci fu una manifestazione speciale da parte di Dio verso di lui. Dio deve veramente venire e in modo misericordioso fare una manifestazione di Sé ai Suoi servi, altrimenti non Lo vedranno. Le vostre afflizioni non vi riveleranno Dio da sole. Se il Signore stesso non svela il Suo volto, il tuo dolore può persino accecarti e indurirti e renderti ribelle

(II.) Quando abbiamo queste vivide apprensioni di Dio, abbiamo una visione più bassa di noi stessi. Perché i malvagi sono così orgogliosi? Perché dimenticano Dio

1.) Dio stesso è la misura della rettitudine, e quindi, quando arriviamo a pensare a Dio, scopriamo presto le nostre mancanze e trasgressioni. Troppo spesso ci confrontiamo tra di noi e non siamo saggi. Se vuoi avere ragione, devi misurarti con la santità di Dio. Quando penso a questo, l'ipocrisia mi sembra una miserabile follia. Se volete sapere che cos'è Dio, Egli si pone davanti a noi nella persona del Suo caro Figlio. In ogni aspetto in cui manchiamo del carattere perfetto di Gesù, sotto questo aspetto pecchiamo

2.) Dio stesso è l'oggetto di ogni trasgressione, e questo mette il peccato in una luce terribile. Vedi allora l'impertinenza del peccato. Come osiamo trasgredire Dio! Il fatto che il peccato sia rivolto a Dio ci fa inchinare nell'umiltà. Quando Dio è visto con ammirazione, allora per forza di cose siamo pieni di disprezzo per noi stessi. Sai cosa significa disprezzo di sé?

(III.) Una tale vista riempie il cuore di vero pentimento. Di cosa si è pentito Giobbe?

1.) Di quella tremenda maledizione che aveva pronunciato il giorno della sua nascita

2.) Del suo desiderio di morire

3.) Di tutte le sue lamentele contro Dio

4.) Della sua disperazione

5.) Delle sue avventate sfide a Dio

Secondo il nostro testo, il pentimento mette l'uomo nell'ultimo posto. Ogni vero pentimento si unisce al santo dolore e al disprezzo di sé. Ma il pentimento ha in sé un conforto. La porta del pentimento si apre nelle sale della gioia. Il pentimento di Giobbe nella polvere e nella cenere fu il segno della sua liberazione. (C. H. Spurgeon.)

7 CAPITOLO 42

Giobbe 42:7-9

La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici.

Gli amici di Giobbe condannarono, ed egli assolse:

Queste parole suggeriscono le seguenti riflessioni

(I.) Dio è un ascoltatore di tutte le discussioni dell'umanità. Se gli uomini si rendessero conto di ciò, tutti i discorsi frivoli, vani, di cattivo carattere, ingannevoli, profani, irriverenti e non veritieri sarebbero messi a tacere

(II.) I professanti sostenitori della religione possono commettere peccato nella loro difesa. Questi tre uomini erano impegnati nel tentativo di rivendicare le vie di Dio. Consideravano Giobbe un grande eretico; e si sono assunti il compito di difendere Dio e la verità. Ciò nonostante, non avevano detto di lui ciò che era giusto. Ci sono professanti sostenitori della religione che non parlano "della cosa giusta" riguardo a Dio

(III.) Una confessione pratica del peccato è il dovere di tutti i peccatori. "Prendete ora sette giovenchi e sette montoni, andate dal mio servo Giobbe e offrite per voi stessi un olocausto", ecc

(IV.) L'intercessione di un uomo per un altro è una legge divina. "Andate dal mio servo Giobbe e offrite per voi stessi un olocausto; e il mio servo Giobbe pregherà per te; per lui accetterò".

1.) La preghiera di intercessione è un istinto dell'anima. Non c'è niente di più naturale che gridare al cielo a favore di coloro per i quali proviamo un interesse vitale

2.) La preghiera di intercessione è una benedizione per l'anima

(V.) La vita di un brav'uomo è una benedizione per una comunità. "Il mio servo Giobbe pregherà per te; per lui accetterò; per timore che io abbia a che fare con te dopo la tua follia". Per amore di Giobbe questi uomini furono perdonati e benedetti. Dio educa, salva e nobilita l'uomo con l'uomo. (Omilesta.)

Come ha fatto il mio servo Giobbe.

Il mio servo Giobbe:

Guardate Giobbe nella sua miseria. Ora arriva il problema. Perché questo improvviso, terribile cambiamento? Moralmente, spiritualmente, religiosamente, quest'uomo è proprio quello che era prima. Gli amici cercarono invano di spiegarlo con le sue malefatte e i suoi difetti morali. Giobbe respinge vittoriosamente tutte le loro accuse e insinuazioni. Eliu cerca di rispondere al caso sostenendo che "Dio è maggiore dell'uomo". Come può il finito rendere semplice l'infinito? Non si può versare l'oceano in uno stagno. Anche se non possiamo capire le Sue questioni, tuttavia Egli ha rivelato abbastanza di Sé stesso e delle Sue azioni, e più che abbastanza, per mostrarci che la fiducia nella Sua provvidenza, la lealtà al Suo governo e la speranza nella Sua Parola sono gloriosamente certe di portare alla nostra sicurezza e protezione, al nostro sostentamento e alla nostra liberazione, alla nostra prosperità e pace finali. "Il mio servo Giobbe." Dio lo chiama con questo nome nei giorni della sua ricchezza e prosperità. Ricchezza e grazia possono andare insieme. Dio lo chiama con lo stesso nome prima che i giorni della prova, della prova e della calamità venissero su di lui. L'espressione è usata dall'Onnipotente sia alla fine del libro che all'inizio, e qual era allora la condizione di Giobbe? Poco prima che ciò fosse detto, Giobbe aveva detto cose dure sul suo Dio, sul suo governo, sui suoi rapporti con se stesso. Anche quando Dio venne a parlargli, era imbronciato da un senso di torto. Eppure, nonostante tutte le sue colpe, infermità e peccati, il Signore pone amorevolmente la Sua mano sul suo capo chino e lo considera affettuosamente, alla presenza dei suoi tre amici, come "il mio servo Giobbe". (J. Jackson Wray.)

Nel torto:

Non è la prima volta nella storia del mondo che la maggioranza dei professori di religione si sbaglia. Il pensatore solitario, il filosofo, l'eretico, il monaco desolato, il rifiutato del suo tempo, è stato talvolta, nonostante molti errori, nel giusto. Quel gruppetto in quella terra sconosciuta di Uz, che cercava di mettere a tacere colui tra loro che era nelle sue grida selvagge e nei suoi gemiti sommessi l'araldo e l'apostolo di una verità che un giorno sarebbe stata incarnata nel simbolo della religione di Cristo, ci mettono in guardia dal pensare che la verità si trovi sempre dalla parte dei numeri, che il Dio della verità marcia sempre con i battaglioni più grandi. Quanto sono sorprendenti per coloro che le hanno udite, quanto sono istruttive per noi che le leggiamo, le parole che troveremo la prossima volta che ci incontreremo: "Voi che siete stati così sinceri, così rigidi nel giustificare le mie vie e nell'affermare la mia giustizia; non avete detto ciò che è giusto, come ha detto il mio servo Giobbe". (Dean Bradley.)

10 CAPITOLO 42

Giobbe 42:10

E il Signore rivolse la cattività di Giobbe.

La svolta della prigionia di Giobbe:

Poiché Dio è immutabile, agisce sempre in base agli stessi principi, e quindi la Sua condotta nei tempi antichi verso un uomo di un certo tipo sarà una guida per quanto riguarda ciò che gli altri possono aspettarsi che hanno un carattere simile. Dio non agisce per capriccio, né per singhiozzo. Non tutti siamo come Giobbe, ma tutti abbiamo il Dio di Giobbe. Anche se non siamo saliti alla ricchezza di Giobbe, né probabilmente sprofonderemo mai nella povertà di Giobbe, tuttavia c'è lo stesso Dio al di sopra di noi se siamo alti, e lo stesso Dio con le Sue braccia eterne sotto di noi se siamo abbassati; e ciò che il Signore ha fatto per Giobbe, lo farà per noi, non esattamente nella stessa forma, ma nello stesso spirito, e con lo stesso disegno. Se, quindi, stanotte siamo abbassati, lasciamoci incoraggiare dal pensiero che Dio riconvertirà la nostra cattività; e nutriamo la speranza che dopo che il tempo della prova sarà passato saremo più ricchi, specialmente nelle cose spirituali, di quanto non lo fossimo mai stati prima

(I.) Prima, quindi, il Signore può presto trasformare la schiavitù del Suo popolo. Questa è un'espressione molto notevole: "prigionia". Non dice: "Dio ha trasformato la sua povertà", anche se Giobbe è stato ridotto all'estremo della miseria. Non leggiamo che il Signore convertì la sua malattia, sebbene fosse coperto di foruncoli doloranti. Un uomo può essere molto povero, eppure non in cattività, la sua anima può cantare tra gli angeli quando il suo corpo è su un letamaio e i cani leccano le sue piaghe. Un uomo può essere molto malato, eppure non essere in cattività; Può vagare per i vasti campi della Misericordia dell'Alleanza, anche se non può alzarsi dal suo letto. La prigionia è la schiavitù della mente, il ferro che entra nell'anima. Sospetto che Giobbe, sotto la dura prova mentale che accompagnava le sue pene corporali, fosse, per quanto riguarda il suo spirito, come un uomo legato mani e piedi e incatenato. Voglio dire che, insieme alle difficoltà e alle prove a cui era sottoposto, aveva perso un po' la presenza di Dio; gran parte della sua gioia e del suo conforto se n'erano andati; la pace della sua mente era svanita. Poteva solo seguire l'occupazione di un prigioniero, cioè essere oppresso, piangere, reclamare compassione e riversare un doloroso lamento. Povero lavoro! Egli è meno da compatire per i suoi lutti, la sua povertà e la sua malattia, quanto per la perdita di quella candela del Signore che un tempo brillava sul suo capo. Tocca un uomo nelle sue ossa e nella sua carne, eppure può esultare; ma toccatelo nella sua mente - lasciate che il dito di Dio sia posato sul suo spirito - e allora, in verità, egli sarà in cattività. Il Signore può liberarci dalla schiavitù spirituale, e questo molto rapidamente. Alcuni sentono tutto tranne quello che vogliono sentire. Non godono di dolcezza nei mezzi della grazia, eppure per tutto il mondo non vi rinuncerebbero. Un tempo si rallegravano nel Signore; ma ora non possono vedere il Suo volto, e il massimo che possono dire è: "Oh, se sapessi dove potrei trovarlo!" Perciò, notate bene questa incoraggiante verità: Dio può trasformare la vostra cattività, e trasformarla immediatamente. Sembra che alcuni figli di Dio pensino che per recuperare la gioia di un tempo ci sia voluto un lungo periodo di tempo. È vero che se dovessi ritrovare il tuo passaggio per tornare da dove sei venuto, sarebbe un viaggio faticoso. Egli vi garantirà il godimento cosciente della Sua presenza alle stesse condizioni di prima, cioè alle condizioni della grazia libera e sovrana. Non hai forse ammesso in quel tempo il Salvatore nella tua anima perché non potevi fare a meno di Lui? Non è forse una buona ragione per riceverlo di nuovo? C'era qualcosa in te quando lo hai ricevuto che potesse raccomandarti a Lui? Di': Non eravate tutti contaminati, e pieni di peccato e di miseria? Eppure tu hai aperto la porta e hai detto: "Mio Signore, entra, nella Tua grazia gratuita: entra, perché devo averti io, o muoio". Avendo cominciato a vivere per grazia, continueresti a vivere per le opere? So bene cosa significa sentire questa meravigliosa potenza di Dio per trasformare la nostra prigionia. Il Signore non impiega giorni, mesi, settimane o anche ore per compiere la Sua opera di risveglio nella nostra anima. Egli ha creato il mondo in sei giorni, ma lo ha illuminato in un istante con una sola parola. Egli può fare lo stesso per quanto riguarda la nostra schiavitù temporale. Ora, può darsi che mi rivolga a qualche amico che ha sofferto molto a causa di perdite pecuniarie. Il Signore può trasformare la vostra prigionia. Quando Giobbe ebbe perso tutto, Dio gli restituì prontamente tutto. «Sì», dite voi, «ma questo è stato un caso molto notevole». Ve lo concedo, ma allora abbiamo a che fare con un Dio straordinario, che opera ancora meraviglie. Se consideri la questione, vedrai che era una cosa altrettanto notevole che Giobbe perdesse tutti i suoi beni, così come lo era che li riavesse. Se all'inizio aveste camminato per la fattoria di Giobbe e avessi visto i cammelli e il bestiame, se foste entrati nella sua casa e aveste visto i mobili e la grandiosità del suo stato, e se foste andati a casa dei suoi figli e aveste visto le comodità in cui vivevano, avreste detto: "Ebbene, questo è uno degli uomini più affermati di tutto il paese di Uz. Ho sentito parlare di grandi fortune che sono crollate, ma poi sono state costruite sulla speculazione. Erano solo ricchezze di carta, fatte di cambiali e simili; Ma nel caso di quest'uomo ci sono buoi, pecore, cammelli e terra, e questi non possono sciogliersi nel nulla. Giobbe ha un buon patrimonio sostanziale, non posso credere che finirà mai in povertà". Certo, se Dio potesse disperdere una tale proprietà, potrebbe, con altrettanta facilità, riportarla indietro. Ma questo è ciò che non sempre vediamo. Vediamo il potere distruttivo di Dio, ma non ci è molto chiaro il potere edificante di Dio. Eppure certamente è più consono alla natura di Dio che Egli dia piuttosto che prendere, e più simile a Lui che accarezzi piuttosto che castigare. Non dice sempre che il giudizio è la Sua strana opera? Quando il Signore si accinse ad arricchire di nuovo il suo servo Giobbe, si dedicò a quell'opera, come si dice, con amore. Stava facendo allora ciò che si compiace di fare, perché la felicità di Dio non si vede mai più chiaramente di quando distribuisce le generosità del Suo amore. Perché non riesci a guardare le tue circostanze nella stessa luce? Il Signore può trasformare il Suo popolo in cattività. Puoi applicare la verità a mille cose diverse. Voi insegnanti della scuola domenicale, se avete avuto una prigionia nella vostra classe, e non è stato fatto nulla di buono, Dio può cambiare le cose. Voi ministri, se per molto tempo avete arato e seminato invano, il Signore può volgervi la vostra cattività. Voi mogli che avete pregato per i vostri mariti, voi padri che avete supplicato per i vostri figli e non avete ancora visto alcuna benedizione, il Signore può trasformare la vostra schiavitù sotto questi aspetti

(II.) C'è generalmente un punto in cui il Signore interviene per trasformare la schiavitù del Suo popolo. Nel caso di Giobbe, non ho dubbi, il Signore rivolse la sua prigionia, per quanto riguardava il Signore, perché il grande esperimento che era stato tentato su Giobbe era ormai finito. L'insinuazione di Satana era che Giobbe fosse egoista nella sua pietà, che trovasse l'onestà la migliore politica, e quindi era onesto, che la pietà fosse un guadagno, e quindi era pio. Il diavolo generalmente fa una di queste due cose. A volte dice ai giusti che non c'è ricompensa per la loro santità, e allora dicono: "In verità ho purificato invano il mio cuore e ho lavato le mie mani nell'innocenza"; oppure dice loro che obbediscono al Signore solo perché hanno un occhio egoistico per la ricompensa. A volte Dio mette i Suoi servi in questi esperimenti per metterli alla prova, affinché Satana stesso possa sapere quanto la grazia di Dio li abbia resi sinceri e affinché il mondo possa vedere come possono giocare con l'uomo. I bravi ingegneri, se costruiscono un ponte, sono contenti di avere un treno di peso enorme che lo attraversa. Sono sicuro che se qualcuno di voi avesse inventato qualche attrezzo che richiede forza, sarebbe lieto di farlo testare e di pubblicare all'estero il resoconto del successo della prova. "Fai del tuo peggio o fai del tuo meglio, è un buon strumento; farne quello che vuoi"; così il fabbricante di un articolo autentico è abituato a parlare; e il Signore sembra dire la stessa cosa riguardo al Suo popolo. "L'opera della mia grazia in loro è potente e completa. Mettilo alla prova, Satana; Mettilo alla prova, mondo; Mettilo alla prova con lutti, perdite e rimproveri: resisterà a ogni prova". E quando sarà messo alla prova, e avrà tutto per sopportarlo, allora il Signore volge la schiavitù del Suo popolo, perché l'esperimento è completo. Molto probabilmente c'era, nel carattere di Giobbe, qualche difetto da cui il suo processo avrebbe dovuto purificarlo. Se ha sbagliato, probabilmente è stato per avere un'idea un po' elevata di sé e un modo di fare severo verso gli altri. Forse un po' dello spirito del fratello maggiore è entrato in lui. Quando, attraverso la luce della prova e la luce ancora più grande della gloriosa presenza di Dio, Giobbe si vide svelato, si aborrì nella polvere e nella cenere. Vedete, il processo era giunto al suo punto. Evidentemente era stato benedetto Giobbe, e aveva dimostrato che Satana era un bugiardo, e così ora il fuoco della prova si spegne, e come metallo prezioso il patriarca esce dalla fornace più luminoso che mai. Cercherò di indicare, brevemente, quando penso che Dio possa volgere la vostra prova

1.) A volte lo fa quando quella prova ti ha scoperto il tuo peccato speciale

2.) Forse, anche, il tuo punto di svolta sarà quando il tuo spirito sarà spezzato. Siamo per natura molto simili ai cavalli che vogliono rodare, o, per usare una similitudine scritturale, siamo come "buoi non abituati al giogo". Ebbene, il cavallo deve passare attraverso certi processi nel menage fino a quando alla fine viene dichiarato che è "completamente rodato", e abbiamo bisogno di un addestramento simile. Tu ed io non siamo ancora del tutto sfondati, temo

3.) A volte, di nuovo, la prova può cessare quando hai imparato la lezione che era destinata a insegnarti, riguardo a qualche punto della verità del Vangelo. "Basta; Ho insegnato la lezione a mio figlio e lo lascerò andare".

4.) Penso anche che possa essere con alcuni di noi che Dio ci dà problemi fino a quando non otteniamo uno spirito comprensivo. Come può un uomo compatire con problemi che non ha mai conosciuto? Come può essere tenero di cuore se non è mai stato toccato da infermità? Se si vuole essere un consolatore per gli altri, si devono conoscere i dolori e le malattie degli altri nella sua misura

5.) Nel caso di Giobbe, il Signore rivolse la sua cattività quando pregò per i suoi amici. La preghiera per noi stessi è un lavoro benedetto, ma per il figlio di Dio è un esercizio più alto diventare un intercessore e pregare per gli altri. La preghiera per noi stessi, per quanto buona, ha solo un tocco di egoismo; La preghiera per gli altri è liberata da quell'ingrediente

(III.) Che i credenti non siano perdenti per il loro Dio. Dio, nell'esperimento, tolse a Giobbe tutto ciò che aveva, ma alla fine gli restituì il doppio di quello che aveva. Se un uomo mi togliesse l'argento e mi desse in cambio il doppio del peso in oro, non sarei io grato? E così, se il Signore ci toglie i temporali e ci dà gli spirituali, ci dà cento volte di più di quanto ci toglie. Non perderai mai nulla per ciò che soffri per Dio. Se per amore di Cristo sarete perseguitati, riceverete in questa vita la vostra ricompensa; ma se no, rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Non perderai nulla a causa dell'afflizione di Dio. Sarai per un po' un perdente apparente; ma un vero perdente alla fine non lo sarai mai. Noi serviamo un buon Maestro, e se Egli sceglie di metterci alla prova per un po', sopporteremo la nostra prova con gioia, perché Dio volgerà presto la nostra prigionia. (C. H. Spurgeon.)

Prosperità ripristinata:

Il Libro di Giobbe assomiglia a un dramma. Uno studioso biblico inglese lo definisce "il Prometeo o il Faust dell'età più completa della civiltà ebraica". Qual è, come illustra la storia di Giobbe, il risultato maturo dell'afflizione?

1.) Una vera conoscenza di Dio (ver. 2) . Aveva dato per scontato che lui, un uomo finito, potesse comprendere il mistero della provvidenza di Dio. Aveva sostenuto una teoria della religione che faceva della prosperità la ricompensa della bontà e della sofferenza l'effetto e l'evidenza del peccato, e che negava che quest'ultimo potesse mai accadere ai pii. A causa delle calamità che lo avevano colpito, pur essendo cosciente della sua integrità, questa teoria era stata violentemente scossa. Gli sembrava che l'Onnipotente lo avesse eretto come un marchio per le Sue frecce, senza alcun motivo. Nello stupore della sua angoscia e del suo stupore si era seduto sulla cenere in silenziosa miseria e aveva rimuginato come in trance su quel mistero sconcertante. Il suo cuore traboccava nella pienezza del suo dolore e lanciò un grido di rammarico per essere mai nato. Gli sembrava che Dio avesse completamente dimenticato e rigettato Suo figlio. Nessun'altra composizione descrive così le lotte di uno spirito umano angosciato con il mistero del dolore, nessuna espira tali desideri di morte come rifugio e fuga dai guai. Nella sua concezione Dio era un essere di scopi e di azioni arbitrarie, che governava il mondo in un'oscurità velata, remoto, inaccessibile a teneri appelli, indipendentemente dal benessere o dalla sventura dell'uomo. Dalle tenebre lo sentiamo chiamare l'Incomprensibile e l'Invisibile. Chi non ha questo sentimento di incertezza e di lontananza verso Dio quando, in grande difficoltà, l'anima brancola nelle tenebre per Lui? Giobbe non riteneva che l'uomo fosse incapace di giudicare il significato delle oscure provvidenze di Dio; affinché nel campo della vista di Dio ci potessero essere ampie zone di luce, sebbene per la sua visione ristretta tutto fosse buio; e che nelle risorse dell'onnipotente potenza di Dio si potessero trovare riserve di sollievo e di bontà che avrebbero dovuto dare una via di fuga dalla sua afflizione molto migliore di quella offerta dalla tomba. A questa visione più ampia e più vera, tuttavia, alla fine fu portato. Mentre leggiamo il libro dall'inizio alla fine, possiamo percepire il cambiamento di punto di vista che sta gradualmente avvenendo. Nella lotta della sua mente con il mistero del suo dolore, si vede un'altra concezione di Dio che si forma lentamente nei suoi pensieri. Dio non è indifferente ai nostri dolori, né ci infligge sconsideratamente dolore

2.) Un secondo frutto della sua afflizione fu un sentimento di umiltà e di penitenza per il suo peccato (versetti 3-6) . Tutti i suoi rimproveri a Dio erano stati come il lamento di un bambino stolto. Il suo posto era solo quello di un umile indagatore. Solo Dio è stato in grado di rispondere ai problemi che circondavano la sua esistenza. Fu umiliato fino alla polvere davanti alla nuova visione di Dio che si presentò su di lui. La presunzione spirituale svanisce alla vista del Santo. La notte del dolore produce più del giorno della prosperità

3.) L'accettazione manifesta del sofferente presso Dio (vers. 7-10) . Giobbe è stato approvato da Dio, mentre i suoi tre amici, che erano sembrati i campioni speciali della verità di Dio, sono condannati. L'umore degli amici si era fatto più aspro e la loro condotta sempre più riprovevole. Essi peccano contro la carità e la verità. Una lezione è alla base del restauro. I beni terreni di Giobbe, senza che egli ne fosse consapevole, avrebbero avuto un posto troppo grande nel suo cuore. Ora Giobbe era in grado di usare il mondo come se non ne abusasse. Un pensiero in conclusione. È che quando i problemi arrivano e si abbattono su di noi, la cosa da fare non è desiderare la morte, o accusare Dio di crudeltà e ingiustizia, ma essere pazienti e aspettare la liberazione. (Sermoni del Monday Club.)

Quando pregava per i suoi amici.

Preghiera di intercessione:

"Il Signore rivolse la cattività di Giobbe". Così, dunque, i nostri dolori più lunghi hanno una fine, e c'è un fondo fino alle profondità più profonde della nostra miseria. I nostri inverni non aggrottano le sopracciglia per sempre; L'estate sorriderà presto. La marea non si tirerà per l'eternità; Le inondazioni ripercorrono la loro marcia. La notte non sospenderà per sempre le sue tenebre sulle nostre anime; il sole sorgerà ancora con la guarigione sotto le sue ali - "Il Signore ricondusse la cattività di Giobbe". I nostri dolori avranno una fine quando Dio avrà ottenuto la Sua fine in essi. Quando Satana sarà sconfitto, allora la battaglia cesserà. Il Signore mirava anche alla prova della fede di Giobbe. Molti pesi erano appesi a questa palma, ma cresceva ancora rettamente. Un altro scopo che il Signore aveva era la Sua gloria. E Dio fu glorificato abbondantemente. Giobbe aveva glorificato Dio sul suo letamaio; ora magnifichi di nuovo il suo Signore sul suo trono regale alla porta. Dio aveva un altro fine, e anche quello fu servito. Giobbe era stato santificato dalle sue afflizioni. Il suo spirito si era addolcito. Tu hai avuto una lunga prigionia nell'afflizione. Egli farà rifiorire la tua vigna e il tuo campo darà il suo frutto. "Il Signore ricongedò la cattività di Giobbe, quando pregò per i suoi amici". La preghiera di intercessione era il presagio del suo ritorno alla grandezza. Era l'arco nella nuvola, la colomba che portava il ramo d'ulivo, la voce della tartaruga che annunciava l'estate in arrivo. Quando la sua anima cominciò ad espandersi in una preghiera santa e amorevole per i suoi fratelli erranti, allora il cuore di Dio si mostrò a lui restituendogli la sua prosperità all'esterno, e rallegrando la sua anima interiore

(I.) Prima, quindi, a mo' di lode per l'esercizio, permettetemi di ricordarvi che la preghiera di intercessione è stata praticata da tutti i migliori santi di Dio. Prendete Abramo, il padre dei fedeli. Con quanta fervore egli implorò per suo figlio Ismaele! "Oh, se Ismaele vivesse davanti a Te!" Con quanta insistenza si avvicinò al Signore nelle pianure di Mamre, quando lottò con Lui più e più volte per Sodoma. Ricordate Mosè, il più regale degli uomini, incoronato o non coronato; Quante volte intercedeva! Ma inoltre, mentre potremmo lodare questo dovere citando innumerevoli esempi tratti dalla vita di eminenti santi, è sufficiente per il discepolo di Cristo se diciamo che Cristo nel Suo Santo Vangelo ha fatto del vostro dovere e del vostro privilegio di intercedere per gli altri. Quando ci insegnò a pregare, disse: "Padre nostro", e le espressioni che seguono non sono al singolare, ma al plurale: "Dacci oggi il nostro pane quotidiano". Se nella Bibbia non ci fosse alcun esempio di supplica di intercessione, se Cristo non avesse lasciato per iscritto che era Sua volontà che noi dovessimo pregare per gli altri, e anche se non sapessimo che era pratica di Cristo intercedere, tuttavia lo spirito stesso della nostra santa religione ci costringerebbe a supplicare per gli altri. Sali nella tua cameretta e non pensi a nessuno se non a te stesso nel volto e alla presenza di Dio? Certo l'amore di Cristo non può essere in te, perché lo spirito di Cristo non è egoista. Nessuno vive per se stesso quando ha in sé l'amore di Cristo. Raccomando la preghiera di intercessione, perché apre l'anima dell'uomo, dà un sano gioco alle sue simpatie, lo costringe a sentire che non è tutti, e che questo vasto mondo e questo grande universo non sono stati, dopo tutto, fatti perché egli potesse essere il suo meschino signore, perché tutto potesse piegarsi alla sua volontà, e tutte le creature si accovacciavano ai suoi piedi. Gli fa bene, dico, fargli sapere che la croce non è stata innalzata solo per lui, perché le sue braccia di vasta portata erano destinate a cadere con benedizioni su milioni di uomini della razza umana. Non conosco nulla che, per la grazia di Dio, possa essere un mezzo migliore per unirci gli uni agli altri che la preghiera costante gli uni per gli altri. Devo dire di più in lode della preghiera di intercessione, se non fosse questo, che mi sembra che quando Dio dà a un uomo molta grazia, deve essere con l'intenzione che egli possa usarla per il resto della famiglia. Paragonerei voi che avete una comunione stretta con Dio ai cortigiani del palazzo del re. Cosa fanno i cortigiani? Non si avvalgono forse della loro influenza in tribunale per raccogliere le petizioni dei loro amici e presentarle dove possono essere ascoltate? Questo è ciò che chiamiamo patrocinio, una cosa di cui molti trovano da ridire quando viene usata per fini politici, ma c'è una specie di patrocinio celeste che dovresti usare con diligenza

(II.) Passiamo al nostro secondo punto, e ci sforziamo di dire qualcosa a titolo di incoraggiamento, affinché possiate offrire allegramente suppliche di intercessione. Primo, ricordate che la preghiera di intercessione è la preghiera più dolce che Dio abbia mai sentito. Non mettetela in discussione, perché la preghiera di Cristo è di questo tipo. In tutto l'incenso che ora il nostro Sommo Sacerdote mette nell'incensiere, non c'è un solo chicco che sia per Lui. La sua opera è compiuta; La sua ricompensa ottenuta. Ora, voi non dubitate che la preghiera di Cristo sia la più accettabile di tutte le suppliche. Ricordate, ancora una volta, che la preghiera di intercessione è estremamente diffusa. Che meraviglie ha fatto!

(III.) Un suggerimento sulle persone per le quali dovremmo pregare in modo più particolare. Non sarà che un suggerimento, e poi passerò al mio ultimo punto

1.) Nel caso di Giobbe, pregò per i suoi amici offesi. Avevano parlato di lui in modo estremamente duro. Avevano frainteso tutta la sua vita precedente, e sebbene non ci fosse mai stata una parte del suo carattere che meritasse di essere censurata - poiché il Signore aveva testimoniato riguardo a lui che era un uomo perfetto e retto - tuttavia lo accusavano di ipocrisia e supponevano che tutto ciò che faceva fosse per motivi di guadagno. Ora, forse, non c'è offesa più grande che si possa fare a un uomo retto e santo, che sospettare del suo volto i suoi motivi e accusarlo di egoismo. Portate i vostri offensori al trono di Dio, sarà un metodo benedetto per provare la verità del vostro perdono

2.) Ancora una volta, assicurati di portare lì i tuoi amici controversi. Questi fratelli avevano litigato con Giobbe, e la controversia si trascinò per la sua estenuante durata. È meglio pregare che controvertire. Voi dite: "Lasciate che due uomini buoni, da parti diverse, si incontrino e combattano la questione". Io rispondo: "No! Lasciate che i due brav'uomini si incontrino e preghino per risolvere la questione". Colui che non sottoporrà la sua dottrina alla prova del propiziatorio, sospetto che abbia torto

3.) Questa è la cosa che dovremmo fare anche con i nostri amici superbi. Elifaz e Bildad erano molto altezzosi e altezzosi... Oh! come guardavano dall'alto in basso il povero Giobbe! Pensavano che fosse un grandissimo peccatore, un ipocrita molto disperato; Rimasero con lui, ma senza dubbio pensarono che fosse una grande condiscendenza. Perché essere adirati con tuo fratello perché è orgoglioso? È una malattia, una malattia molto brutta, quella scarlattina dell'orgoglio; va' a pregare il Signore che lo guarisca; la tua rabbia non lo farà; Può gonfiarlo e renderlo peggiore di quanto non sia mai stato prima, ma non lo metterà a posto. Ma in particolare permettetemi di chiedervi di pregare di più per coloro che sono impossibilitati a pregare per se stessi. I tre amici di Giobbe non potevano pregare per se stessi, perché il Signore aveva detto che non li avrebbe accettati se lo avessero fatto. Disse che era adirato con loro, ma in quanto a Giobbe, disse: "Lo accetterò". Non permettetemi di sconvolgere i vostri sentimenti quando dico che ci sono alcuni, anche del popolo di Dio, che non sono in grado di pregare in modo accettabile in certe stagioni

(IV.) Devo esortarvi a pregare per gli altri. Preghi sempre per gli altri? Pensi di aver portato il caso dei tuoi figli, della tua chiesa, del tuo vicinato e del mondo empio davanti a Dio come avresti dovuto fare? Comincio così, dicendo: come possiamo io e voi ripagare il debito che abbiamo con la Chiesa se non preghiamo per gli altri? Come mai vi siete convertiti? È stato perché qualcun altro ha pregato per te. Ora, se per mezzo delle preghiere altrui voi ed io siamo stati condotti a Cristo, come possiamo ripagare questa benignità cristiana, se non supplicando per gli altri? Colui che non ha un uomo che preghi per lui può scrivere se stesso come un carattere senza speranza. Allora, di nuovo, permettetemi di dire: come potrete dimostrare il vostro amore a Cristo o alla Sua Chiesa se rifiutate di pregare per gli uomini? "Noi sappiamo di essere passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli". I cristiani sono sacerdoti, ma come sacerdoti se non offrono sacrifici? I cristiani sono luci, ma quanto luci se non brillano per gli altri? I cristiani sono mandati nel mondo, proprio come Cristo è stato mandato nel mondo, ma come inviati se non sono mandati a pregare? (C. H. Spurgeon.)

Intercessione:

Dio ha posto un atto di pietà da parte di Giobbe come condizione per la sua restaurazione dei suoi beni e delle sue dignità perdute

(I.) L'accordo di questo fatto con l'insegnamento della Scrittura. L'onore è sempre posto nell'intercessione. Si può dire che non vediamo come la benedizione di uno possa essere effettuata dal fervore o dalla negligenza di un altro. Ma questo ragionamento metterebbe fine a tutte le preghiere e gli sforzi. Chi può spiegare come le nostre richieste possano influenzare la volontà divina o cambiare il corso degli eventi?

(II.) L'incoraggiamento qui offerto a noi. Chiaro è il dovere dell'intercessione. Grande è l'onore che noi, che non siamo degni di pregare per noi stessi, siamo ammessi come supplicanti per gli altri. Tuttavia tutti sentiranno il bisogno di essere incoraggiati in questo dovere. A volte, a causa del peccato e della tentazione, il cristiano non può venire a Dio in preghiera. La cosa migliore da fare in questi momenti è pregare per i suoi amici. Così il suo cuore sarà insensibilmente allargato e il suo spirito attirato verso il cielo. Qualunque cosa ci sollevi dalla nostra miserabile schiavitù di noi stessi aumenta il sentimento devozionale. Alcuni si sentono desolati nel mondo, come se nessuno conoscesse i loro dolori, o si prendesse cura della loro anima. Ma se fossero frequenti nell'intercessione, la comoda verità verrebbe loro in mente, che tutti i figli di Dio, nel culto privato e pubblico, pregano veramente per loro. Altri sospirano per un campo di attività più ampio; ma se si dedicassero alla preghiera per gli altri lavoratori, capirebbero che non hanno alcun ufficio meschino o inutile nella Chiesa di Cristo. Nella preghiera reciproca e comune troveremo la liberazione dalle gelosie, dai sospetti, dalle inimicizie e dalle divisioni che soffocano e deturpano la vita spirituale della Chiesa e dei suoi membri. (M. Biggs, M.A.)

Preparazione per il successo:

Un uomo di Dio non è preparato a godere del successo finché non ha assaporato la sconfitta. Molti eredi del cielo non saranno mai adatti per il cielo finché prima di tutto non saranno stati portati vicino alle porte dell'inferno. Un viaggiatore mi disse, parlando del caldo, quanto sia diverso dal freddo; perché più soffri il caldo, meno puoi sopportarlo; ma quanto più sei provato dal freddo, tanto più puoi sopportarlo, perché ti indurisce. Sono sicuro che lo è per quanto riguarda l'influenza della prosperità e delle avversità. La prosperità ci addolcisce e ci rende inadatti a qualcosa di più di se stessa; ma l'avversità rinforza l'anima e la indurisce alla pazienza. (C. H. Spurgeon.)

Trionfo di sé attraverso l'oblio di sé:

Il culmine della vita di Giobbe fu l'ora in cui, nella sua terribile desolazione e dolore, smise di pensare a se stesso e cominciò a pregare per i suoi amici. Anche i suoi buoi e i suoi asini tornavano da lui, quando, incurante della propria povertà, era occupato a cercare ricchezze spirituali per gli altri. L'oblio di sé nel lavoro per gli altri allontana molte prigionie degradanti

1.) Ci salva dalla tirannia di un'arrogante presunzione. La presunzione acceca le sue vittime. Blocca la porta alla vera conoscenza. Ci priva della simpatia. Lavorare per gli altri ci salva da quel pericoloso tiranno, "Me stesso".

2.) Ci salva dalla monotonia servile e dalla ristrettezza di una vita egoistica. Ci viene raccontato di un piccolo vagabondo di strada che una volta fu portato a casa di una ricca signora inglese. Guardando intorno a quello splendore insolito, il bambino chiese: "Puoi ottenere tutto ciò che vuoi?" La padrona del palazzo rispose: "Sì, penso di sì". "Puoi comprare tutto ciò che vorresti avere?" "Sì." Gli occhietti acuti la guardarono con compassione mentre le diceva: «Non lo trovi noioso?» Molti uomini e molte donne, dediti a una vita di semplice cura di sé, l'hanno trovata intollerabilmente noiosa, e si sono allontanati dalla vita per pura monotonia

3.) Ci libera dalla schiavitù della cupidigia. Alcuni uomini sono spugne umane che assorbono tutte le cose buone della vita che toccano, ma non rinunciano mai a nulla a meno che non siano stretti così forte da non poter fare a meno di farlo. Dio ci salva spesso da questo meschino dei tiranni, mettendoci al lavoro per distribuire ciò che ci ha dato, a beneficio degli altri. L'oblio di sé nel lavoro per gli altri fa anche alcune cose positive per noi. Abbellisce il personaggio. (L. A. Banche.)

La preghiera di Giobbe per i suoi amici è una vittoria morale:

Si noti che questa flagellazione da parte dei tre amici era premeditata. Non si sono semplicemente imbattuti in guai per i quali non potevano offrire un complotto, e si sono imbattuti all'improvviso. La Bibbia dice: "Avevano preso un appuntamento insieme". L'intervista era predisposta in anticipo. La meschinità dell'attacco di questi critici religiosi era accresciuta dal fatto che avevano il sofferente in loro potere. Quando stiamo bene, e non ci piace quello che dicono, possiamo alzarci e andarcene. Ma Giobbe era troppo malato per alzarsi e andarsene. Prima sopportò i sette giorni e le sette notti di silenzio, e poi sopportò le loro accuse sui suoi motivi e sul suo carattere, e dopo che la loro crudele campagna fu terminata, con un sublime sforzo dell'anima, che oggi sostengo per imitazione, trionfò nella preghiera per i suoi stuzzicatori. In tutta la storia non c'è nulla di uguale, se non la memorabile implorazione di Cristo per i suoi nemici. Non c'è da meravigliarsi che, dopo che quella preghiera di Giobbe fu pronunciata una volta, un brivido di guarigione attraversò ogni nervo e vena del suo corpo torturato, e ogni passione della sua grande anima; e Dio rispose aggiungendo quasi un secolo e mezzo alla sua vita, e imbiancando le colline con greggi di pecore, e riempiendo l'aria con il muggito del bestiame, e svegliando la silenziosa nursery della sua casa con i piedi veloci e le voci ridenti dell'infanzia: sette figli e tre figlie celebrati per la loro bellezza, le figlie per raffinare i figli, i figli per difendere le figlie. Non c'è nulla che paghi così bene come la preghiera, e più difficile è la preghiera da fare, maggiore è la ricompensa per averla fatta. (T. Deuteronomio Witt Talmage.)

Preghiera salutare per gli altri:

Ora, per favore, mi spieghi come la preghiera di Giobbe per i suoi amici fermò le sue catastrofi. Dammi qualche buona ragione per cui Giobbe, in ginocchio per il benessere degli altri, ha arrestato la lunga processione di calamità. Badate bene, non era una preghiera per se stesso, perché allora la cessazione delle sue afflizioni sarebbe stata solo un altro esempio di preghiera esaudita, ma la cartella del suo disastro fu arrotolata mentre supplicava Dio a favore di Elifaz il Temanita, di Bildad lo Shuita e di Zofar il Naamatita. Devo confessarvi che ho dovuto leggere il testo più e più volte prima di coglierne il pieno significato. "E il Signore ha rimandato la cattività di Giobbe quando ha pregato per i suoi amici". Ebbene, se non me lo spiegherete, ve lo spiegherò io. La cosa più sana e rigenerante che si possa fare al mondo è smettere di pensare così tanto a noi stessi e iniziare a pensare al benessere degli altri. Giobbe aveva studiato le sue disgrazie, ma più pensava al suo fallimento, più sembrava povero; Più pensava ai suoi carbonchi, più gli facevano male; Più pensava al suo matrimonio sfortunato, più intollerabile diventava la relazione coniugale; Più pensava alla sua casa distrutta, più il ciclone gli sembrava terribile. Le sue disgrazie diventavano sempre più nere. Ma doveva arrivare un capovolgimento di queste tristi condizioni. Un giorno disse a se stesso: "Mi sono soffermato troppo sui miei mali fisici, sul carattere di mia moglie e sui miei lutti. È tempo che cominci a pensare agli altri e a fare qualcosa per gli altri, e inizierò ora pregando per i miei tre amici". Allora Giobbe cadde in ginocchio e, mentre lo faceva, l'ultima catena della sua prigionia di guai si spezzò e cadde. (Ibidem.)

12 CAPITOLO 42

Giobbe 42:12-17

Così il Signore benedisse l'ultima fine di Giobbe.

La limitazione delle benedizioni di Giobbe a questa vita:

Non c'è forse qualcosa di incongruo nel grande premio del bene temporale, e persino qualcosa di superfluo nel rinnovato onore tra gli uomini? A noi sembra che un brav'uomo si accontenti del favore e della comunione di un Dio amorevole. Eppure, supponendo che la conclusione sia una parte della storia su cui si fonda il poema, possiamo giustificare la fiammata di splendore che irrompe su Giobbe dopo il dolore, l'istruzione e la riconciliazione. Solo la vita può premiare la vita. Questo grande principio è stato bruscamente adombrato nell'antica credenza che Dio protegge i Suoi servi anche fino a una verde vecchiaia. Giobbe aveva vissuto fortemente, allo stesso modo, nella regione mondana e morale. Come può trovare una vita continua? Il potere dell'autore non poteva oltrepassare i limiti del naturale per promettere una ricompensa. Non era ancora possibile, nemmeno per un grande pensatore, affermare quella continua comunione con Eloah, quella continua energia intellettuale e spirituale che chiamiamo vita eterna. Gli era venuta una visione; aveva visto il giorno del Signore da lontano, ma in modo confuso, per momenti. Portarci dentro una vita era al di là del suo potere. Lo Sceol non ha reso nulla perfetto; e oltre lo Sceol nessun occhio di profeta aveva mai viaggiato. Allora non c'era altro da fare che usare la storia così com'era, aggiungendo tocchi simbolici, e mostrare la vita restaurata in via di sviluppo sulla terra, più potente che mai, più stimata, più riccamente dotata di buona azione. L'ufficio e il potere sacerdotale sono dati a Giobbe. Più ampie opportunità di servizio, più cordiale stima e affetto, la più alta carica che l'uomo possa portare, ecco la ricompensa di Giobbe. E con i termini del simbolismo non litigheremo chi ha udito il Signore dire: "Ben fatto, buon servo; Poiché sei stato trovato fedele in pochissimo tempo, hai autorità su dieci città". (R. A. Watson.)

Luce al calar della sera:

Alcuni di noi non hanno forse avuto esperienza nelle gloriose Alpi, quando, quasi giunti in cima, siamo stati circondati da nuvole, la nebbia ha riempito l'aria, la tempesta si è precipitata intorno a noi, e ci siamo seduti completamente delusi nella nostra speranza di una vista gloriosa, e pronti a gemere di disperazione per un giorno perduto, una prospettiva perduta, Una gioia perduta? Ma di lì a poco un forte vento spazzò i cieli e rivelò la bellezza dei cieli! Lì si ergeva il bianco trono della Monta Rosa, e laggiù il magnifico Cervino, e mentre il sole della sera lo bagnava di rosea gloria, noi siamo rimasti persi nell'ammirazione. "A sera c'era luce". Non abbiamo forse avuto in passato esperienze del genere? Ah! L'abbiamo fatto, e abbiamo realizzato la beata speranza. Non possiamo arrenderci nella disperazione, anche nei momenti di prova. Molte sono le esperienze di questo tipo nella storia del popolo di Dio. Guardate il povero vecchio Giacobbe, che si lamenta della sorte dei suoi morti: "Tutte queste cose sono contro di me; Scenderò nel sepolcro da mio figlio in lutto". Aspetta un attimo! La carovana sta arrivando! Notizie gloriose! I suoi figli tornarono, portando sacchi pieni di grano a Giacobbe e alla sua famiglia. Agisce la sera per il vecchio, è luce, è luce! (T. L. Cuyler, D.D.)

"Tutto è bene quel che finisce bene":

Il Libro di Giobbe è talvolta chiamato una "chiave della Bibbia". Certo è che spiega uno dei profondi problemi morali che ha tormentato l'umanità, così come il patriarca e i suoi amici

1.) Giobbe discerne la natura delle afflizioni e si pente del suo peccato e della sua follia

2.) Il suo carattere è vendicato davanti ai suoi amici

3.) La sua dignità e il suo onore precedenti sono ripristinati

4.) La sua precedente prosperità è raddoppiata

(1) Si crede generalmente che abbia vissuto, dopo queste afflizioni, il doppio della sua età precedente

(2) La sua proprietà è stata raddoppiata

(3) La sua progenie divenne numerosa come prima. Abbiamo qui un'indicazione dell'immortalità. I suoi figli precedenti non andarono perduti, anche se morti. Era doppiamente arricchito; perché ora non ne aveva tanti sulla terra come in cielo. Riflessioni-

1.) Tutti i problemi terreni devono, prima o poi, avere una fine, anche come cicli del tempo

2.) Il successo di una vita deve essere giudicato dalla sua fine, ad esempio, Solone e Creso

3.) Le afflizioni dei giusti non sono penali, ma correttive e santificanti

4.) Se quest'anno finisce bene moralmente per ciascuno di noi, non importa quanto possa essere altrimenti, dovremmo essere devotamente grati e andare avanti fino a raggiungere quel finale finale che riassumerà un'intera vita. (Lewis O. Thompson.)

15 CAPITOLO 42

Giobbe 42:15

Non si sono forse trovate donne così belle come le figlie di Giobbe.

Le figlie di Giobbe:

È una lunga corsia che non ha svolte. La prigionia di Giobbe fu finalmente terminata. È vero che la pietà è vantaggiosa per la vita che è ora. La famiglia di Giobbe fu di nuovo edificata. Aveva seppellito tutti i suoi figli, ma Dio aveva riparato la breccia

(I.) Queste figlie di Giobbe erano notevoli per la loro bellezza. Che la bellezza sia un buon dono o meno dipende dall'uso che se ne fa. La bellezza è un talento divino e può essere gloriosamente usata per Dio. Il segreto della bellezza è il risplendere di uno spirito consacrato

(II.) Erano notevoli per il loro carattere. Questo appare nei loro diversi nomi

1.) Jemima, o "Luce del mattino". Facciamo in modo che rappresenti l'influenza della giovane donna in casa. Nessuno può valutare l'influenza di una sorella gentile in un gruppo di ragazzi chiassosi

2.) Kezia, o Cassia, "Respiro del giardino". Che lei rappresenti l'influenza della giovane donna nella vita sociale

3.) Keren-happuch, o "Ogni abbondanza". Fa' che lei rappresenti l'influenza della giovane donna nella Chiesa di Dio

(III.) Queste figlie erano notevoli per la loro eredità. "Il loro padre diede loro un'eredità fra i loro fratelli". A quei tempi era una cosa rara. Questa eredità significa, in primo luogo, la vita sulla Croce. Tutti i figli e le figlie sono uguali qui. Che altro? La gioia del servizio. Che altro? Partecipazione alla gloria celeste. (D. J. Burrell, D.D.)

17 CAPITOLO 42

Giobbe 42:17

Così Giobbe morì, vecchio e sazio di giorni.

Pienezza dei giorni:

"Pieno di giorni". Questa forma di linguaggio, sebbene non sia di uso comune tra noi, è sufficientemente familiare per la nostra conoscenza del linguaggio della Scrittura Genesi 25:8; 35:29; 1Cronache 23:1; 29:28. La correttezza di questa espressione non sarà messa in dubbio da coloro che hanno avuto un'esperienza anche moderata della vita umana-che si stanno avvicinando al termine della loro esistenza mortale; o che hanno visto i loro vicini, ciascuno a sua volta, allentare la presa sulla vita, logorati nella mente e nel corpo, e infine "radunati presso il suo popolo, vecchi e pieni di giorni". L'espressione implica:

1.) Un limite naturale alla nostra vita terrena. Si può dire che un uomo muore "pieno di giorni" quando ha raggiunto o superato la durata media della vita umana. Sono solo i cortigiani e gli adulatori che oserebbero dire a qualsiasi uomo che desiderano che egli "viva per sempre".

2.) Il fallimento dei nostri poteri naturali, sia del corpo che della mente. L'uomo è "fatto in modo tremendo e meraviglioso". Tutte le parti della sua costituzione sono accuratamente adattate l'una all'altra e al lavoro che devono svolgere. Il telaio è costruito per durare un certo tempo, e non di più. La meraviglia non è che le nostre forze e i nostri appetiti naturali vengano meno alla fine, ma che ci servano così a lungo e così bene come fanno. Soprattutto considerando che non sempre li abbiamo utilizzati bene; A volte imprudentemente, a volte ferocemente, li abbiamo tassati oltre le loro forze e abbiamo consumato una macchina che, se usata correttamente, avrebbe svolto il doppio del lavoro che ne abbiamo ricavato noi. Ma, che sia usato bene o male, alla fine si arriva alla stessa cosa. Anche mentre vive, "l'uomo muore e si consuma". Ogni anno che passa sopra la testa del vecchio, prende qualcosa dalle sue forze rimaste. I suoi amici lo percepiscono, se lui stesso non lo percepisce. Si china più di quanto non facesse. Non può camminare come una volta. Il suo udito o la sua vista sono compromessi. Anche la mente partecipa al decadimento del corpo. La memoria lascia cadere i suoi tesori. Il giudizio è detronizzato dal suo seggio. "Ultima scena di tutte... è in secondo luogo l'infantilismo e il mero oblio". Il nostro vecchio amico non si vede più all'estero. Anche a casa le sue infermità continuano ad aumentare. Agisce per ultimo, si mette a letto. Lasciamolo lì; lasciatelo nelle mani del suo Creatore, e di quell'amore umano "forte come la morte", che non abbandonerà mai il suo cuscino finché un solo ufficio di affetto rimarrà incompiuto

3.) Abbastanza di qualsiasi cosa è sempre meglio che troppo. La pienezza implica la sazietà. Quando un uomo ha attraversato tutte le fasi della vita umana; ha raggiunto, in successione, i vari obiettivi e premi che, in diversi periodi del loro corso, gli uomini si propongono; ha gustato ogni sorta di gratificazione che gli è capitata; ha svolto tutti i doveri che spettavano alla sua posizione e condizione; ha avuto la sua parte piena dei problemi e delle delusioni della vita; ha vissuto il tempo stabilito sulla terra e "ha compiuto, come mercenario, il suo giorno"; non è forse un sentimento naturale che lo spinge a dire: "Non vorrei vivere per sempre; lasciami stare, perché i miei giorni sono vanità"? Forse c'è qualcosa che non è ancora stato raggiunto; qualche oggetto per il quale avrebbe voluto essere risparmiato un po' più a lungo. Ma quando ciò è felicemente compiuto, per che cosa ha ancora da vivere? Ma quando vediamo persone anziane che progettano nuovi progetti e si propongono nuovi oggetti, fino all'orlo della vita, così desiderosi di cercare la ricchezza, il piacere o l'onore, come se stessero appena cominciando a vivere, o come se dovessero vivere per sempre, più come ospiti affamati che si siedono a tavola, che come ospiti pieni che si alzano da essa, non c'è forse qualcosa di innaturale e quasi scioccante in una tale perversione di sentimento? Tali persone saranno mai "piene di giorni"? Hanno mai fatto la loro parte? Mai ritirarsi con dignità da quel posto della vita che non sono più in grado di calpestare con dignità?

4.) Noi cristiani non acconsentiremo mai a chiamare un uomo "sazio di giorni" solo perché ha raggiunto una buona vecchiaia, o perché è sfinito nel corpo e nella mente, o anche perché ne ha avuto abbastanza della vita e non ne desidera più. Chiediamo, non solo se è disposto, ma se è pronto a morire. La sua anima è "piena di giorni", stanca del suo soggiorno prolungato in questa terra in cui è straniera, e desiderosa di entrare in un nuovo, separato ed eterno stato dell'essere? Saremo in grado di rispondere meglio a questa domanda se considereremo ciò che costituisce la preparazione alla morte, nella visione cristiana di essa. In questa prospettiva, quindi, si può dire che un uomo è "pieno di giorni":

(1) Quando ha terminato l'opera che Dio gli ha dato da fare, è stato diligente negli affari del suo stato, qualunque esso sia stato? Ha egli "provveduto ai suoi", a tutti coloro che sono in qualche modo legati a lui o dipendono da lui? Ha adempiuto a tutti i suoi doveri sociali e relativi? Ha egli "servito la sua generazione secondo la volontà di Dio"? Ha egli sfruttato al massimo quelle capacità e opportunità di cui ha goduto per fare del bene, per promuovere la felicità o alleviare la miseria dei suoi simili? Si è sforzato, sia con la sua influenza che con il suo esempio, di sminuire la malvagità e il vizio, e di promuovere la causa della vera religione e della virtù nel mondo? E, infine, non si prende alcun merito e non pretende alcuna ricompensa per i suoi migliori servigi? non aspettandosi di essere ringraziato perché ha fatto alcune delle cose che gli erano state comandate; ma anche se avesse dovuto fare tutto, sempre pronto a confessare: "Sono un servo inutile; Ho fatto ciò che era mio dovere fare"?

(2) Ma la preparazione alla morte, nella visione cristiana di essa, implica anche una certa disposizione dell'anima nei confronti di Dio. Sebbene sappiamo poco dello stato dell'anima dopo la morte, sia la ragione che la Scrittura ci informano che essa entra in un legame sempre più stretto con l'Onnipotente di quanto non fosse in grado di fare quando era ancora nel corpo. Questo è espresso in vari modi dal suo "tornare a Dio che lo ha dato", "apparire davanti a Dio", "incontrare" o "vedere" Dio. E abbiamo la sensazione in~tintiva, che ogni volta che le nostre anime si allontaneranno dal corpo, saranno, in qualche modo inconcepibile, messe in comunicazione immediata con l'Autore del loro essere, il Dio degli spiriti di ogni carne. Per questo evento dovremmo addestrare e modellare il nostro uomo interiore dall'inizio alla fine dei nostri giorni. E ogni uomo è "sazio di giorni" e preparato a morire esattamente in proporzione al progresso che ha fatto in quest'opera spirituale, nella misura in cui la sua anima è viva e in comunione con il suo Dio. Questa religione interiore o vita nell'anima è, infatti, il grande affare della nostra vita. Tutte le ordinanze della religione e tutti gli esercizi di devozione hanno questo scopo in vista: rendere l'anima sempre più indipendente dal corpo a cui è associata e dal mondo in cui è collocata, in modo che possa finalmente essere in grado di esistere in uno stato di separazione da entrambi. Chi dunque può guardare una testa canuta e un corpo curvo senza chiedersi: Qual è lo stato dell'anima che è racchiuso in quel venerabile corpo? Anche questo si raffredda con l'età? Guardano forse verso il basso verso la terra e si muovono lentamente e debolmente verso Dio? Il corpo, vediamo, ha fatto il suo lavoro; L'uomo interiore è stato altrettanto attivo e diligente in quei lavori che gli sono propri? È questo "uomo vecchio e pieno di giorni", anch'egli pieno di fede, pieno di preghiera, traboccante di quei santi affetti e di quelle aspirazioni celesti che sono i frutti della fede e della preghiera? Ha egli vissuto tutta la sua vita e tutti i suoi giorni vicino a Dio, e ha considerato ogni evento della sua vita e ogni aggiunta ai suoi giorni come una chiamata a vivere ancora più vicino, una voce ammonitrice che gli dice: "Avvicinati a me, e io mi avvicinerò a te"? E nella contemplazione di quell'evento, che non può essere lontano, quando il suo corpo "tornerà sulla terra com'era, e il suo spirito tornerà a Dio che lo ha dato", è in grado di dire: "Ho posto Dio sempre davanti a me; poiché Egli è alla mia destra"? &c

(3) C'è un'altra qualificazione, senza la quale nessun cristiano sia chiamato "tregua di giorni" o "preparato a incontrare il suo Dio". Il nostro anziano amico, "essendo giustificato mediante la fede", gode "pace con Dio per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo"? Lo spettacolo più triste di tutti è il vecchio non convertito, cristiano di nome, ma in tutto ciò che appartiene alla fede cristiana e alla speranza cristiana, incurabile, ignorante o irrimediabilmente reprobo. Non ci può essere domanda più importante riguardo alla condizione di una persona anziana di questa: Ha fatto pace con Dio? Crede egli in colui che Egli ha mandato? Questa è la "pienezza dei giorni" nel senso più alto e cristiano delle parole. Non si tratta di una semplice stanchezza della vita, di un'avversione per quei doveri che non possiamo più adempiere e per quei piaceri di cui non possiamo più godere; ma una convinzione deliberata, condivisa allo stesso modo dalla nostra ragione e dai nostri sentimenti, che stiamo andando in un posto migliore, in un luogo dove saremo molto più felici di quanto siamo ora, o non siamo mai stati; in un luogo dove, alla presenza e alla destra di Dio, troveremo pienezza di gioia e di piaceri per sempre. (Frederick Fiild, LL.D.)

La storia di Giobbe rivista:

Si notino i seguenti fatti:

1.) La forza invincibile di una religione altruista. Giobbe amava il diritto fine a se stesso. La sua religione non era un mezzo per raggiungere un fine; ma il fine stesso, il centro dei suoi affetti e la molla delle sue attività. Nella creazione di Dio non si trova una forza più sublime della forza della vera religione

2.) L'inutilità comparativa della controversia teologica. Questo discorso prolungato e spesso concitato non portò a una soluzione soddisfacente delle difficoltà connesse con la procedura divina. Nessuna delle due parti era convinta dei propri errori

3.) L'assurdità di vantarsi della marcia dell'intelletto. Nella cultura mentale e morale, cosa siamo superiori agli uomini che compaiono nelle pagine di questo meraviglioso libro?

4.) L'improprietà di considerare tutto ciò che è al di fuori del Vangelo come moralmente inutile e perduto. Il cristianesimo convenzionale e la teologia missionaria fanno questo. Essi dipingono tutti i milioni di pagani brulicanti come privi di virtù, condannati a una rovina irrimediabile. Ma qui troviamo uomini che non avevano alcuna rivelazione scritta, nessun Vangelo, non solo teologicamente ed eticamente illuminati, ma altamente morali e profondamente religiosi

5.) L'eclatante follia di stimare il carattere morale dell'uomo in base alle sue circostanze esterne. Questo è ciò che hanno fatto gli amici di Giobbe, e questo è ciò che gli uomini sono stati inclini a fare in ogni epoca

6.) Tentare di confortare gli afflitti con la discussione è fino all'ultimo grado poco saggio

7.) Un uomo può avere molte imperfezioni di carattere, eppure essere buono agli occhi di Dio. Giobbe non era un uomo "perfetto", ma un uomo genuinamente buono. Gli uomini devono essere giudicati non dalle loro imperfezioni, ma dai loro "frutti".

8.) Con il fatto che una vita retta alla fine sarà vittoriosa. Quella di Giobbe fu una vita retta. E Dio benedisse l'ultima fine di Giobbe più che l'inizio. (Omilestico.)

Vita di Giobbe:

Questa storia ci fornisce molte informazioni riguardo alla Divina Provvidenza; ci mette in guardia dal biasimare i nostri fratelli in modo poco caritatevole o dal giudicare la loro pietà dalle circostanze esteriori; presenta le consolazioni più forti agli afflitti, ai tentati e agli oppressi; e ci insegna il beneficio e il dovere di confidare in Dio, anche nelle circostanze più disastrose. La pietà di Giobbe si manifestava in tutta la sua condotta. Non dimenticò i bisogni dei poveri e le sofferenze degli indigenti. Invece di indulgere a passioni amare e maligne, la verità e la giustizia lo guidarono sempre, e il timore di Dio Altissimo lo trattenne da ogni desiderio profano contro gli altri. Tutta la sua condotta fu un commento vivente a quella solenne direttiva data molti secoli dopo dall'apostolo Paolo a Timoteo: "Ordina a quelli che sono ricchi in questo mondo", ecc. Satana accusa Giobbe di servire Dio solo attraverso principi mercenari e per il desiderio di promuovere i propri interessi, il Signore permette a questo spirito maligno di privarlo di tutti i suoi beni, affinché la sua sincerità possa essere messa alla prova. È nelle prove e nelle lotte spirituali che si manifestano la realtà e il grado delle grazie del soldato cristiano. Satana fu sconfitto, poiché "in tutto questo Giobbe non peccò col suo labbro". Circondato da calamità, eppure mostra la potenza della grazia divina, la fermezza del principio religioso! (H. Kollock, D.D.)

2

Riferimenti incrociati:

Giobbe 42

 

2 Ge 18:14; Is 43:13; Ger 32:17; Mat 19:26; Mar 10:27; 14:36; Lu 18:27
Sal 44:21; 139:2; Ger 17:10; Ez 38:10; Giov 2:24,25; 21:17; Eb 4:12,13
Giob 23:13; Prov 19:21; Ec 3:14; Is 14:27; 46:10; Dan 4:35; Ef 1:11

3 Giob 38:2
Sal 40:5; 131:1; 139:6; Prov 30:2-4

4 Ge 18:27,30-32
Giob 38:3; 40:7

5 Giob 4:12; 28:22; 33:16; Rom 10:17
Giob 23:8,9; Nu 12:6-8; Is 6:1; Giov 1:18; 12:41,45; At 7:55,56

6 Giob 9:31; 40:3,4; Esd 9:6; Sal 51:17; Is 5:5; Ger 31:19; Ez 16:63; 20:43; 36:31; Lu 15:18,19; 1Co 15:8,9; 1Ti 1:13-16; Giac 4:7-10
Giob 2:8; 30:19; 1Re 21:27; Est 4:1-3; Is 58:5; Dan 9:3; Gion 3:6-10; Mat 11:21; Lu 10:13

7 Giob 2:11; 4:1; 8:1; 11:1
Giob 32:2,3,5
Giob 11:5,6; Sal 51:4

8 Nu 23:1,14,29; 1Cron 15:26; 2Cron 29:21; Ez 45:23; Eb 10:4,10-14
Mat 5:23,24
Giob 1:5; Eso 18:12
Ge 20:17; Is 60:14; Ger 14:11; 15:1; Ez 14:14; Eb 7:25; Giac 5:14; 1G 5:6; Ap 3:9
Giob 42:9; 1Sa 25:35; Mal 1:8,9; Mat 3:17; Ef 1:6
Sal 103:10; 2Ti 4:14

9 Giob 34:31,32; Is 60:14; Mat 7:24; Giov 2:5; At 9:6; 10:33; Eb 11:8
Giob 42:8; 22:27; Prov 3:11,12; Ec 9:7

10 Giob 5:18-20; De 30:3; Sal 14:7; 53:6; 126:1,4
Ge 20:17; Eso 17:4,5; Nu 12:2,13; 14:1-4,10,13-20; 16:21,22,46-48; De 9:20; Lu 16:27; At 7:50,60
Giob 8:6,7; 22:24,25; De 8:18; 1Sa 2:7; 2Cron 25:9; Prov 22:4; Ag 2:8
Is 40:2; 61:7

11 Giob 19:13,14; Prov 16:7
Giob 2:11; 4:4; 16:5; Ge 37:35; Is 35:3,4; Giov 11:19; Rom 12:15; 1Co 12:26; Eb 12:12; 13:3
Giob 6:22,23; Ge 24:22,53; 1Sa 10:27

12 Giob 8:7; De 8:16; Prov 10:22; Ec 7:8; 1Ti 6:17; Giac 5:11
Giob 1:3; Ge 24:35; 26:12-14; Sal 107:38; 144:13-15

13 Giob 1:2; Sal 107:41; 127:3; Is 49:20

15 Sal 144:12; At 7:20
Nu 27:7; Gios 15:18,19; 18:4

16 Ge 11:32; 25:7; 35:28; 47:28; 50:26; De 34:7; Gios 24:29; Sal 90:10
Ge 50:23; Sal 128:6; Prov 17:6

17 Giob 5:26; Ge 15:15; 25:8; De 6:2; Sal 91:16; Prov 3:16

Dimensione testo:


Visualizzare un brano della Bibbia


     

Aiuto Aiuto per visualizzare la Bibbia

Ricercare nella Bibbia


      


     

Ricerca avanzata

Aiuto Aiuto per ricercare la Bibbia

Indirizzo di questa pagina:
https://www.laparola.net/testo.php?riferimento=Giobbe42&versioni[]=Nuova+Riveduta&versioni[]=C.E.I.&versioni[]=Nuova+Diodati&versioni[]=Riveduta+2020&versioni[]=Riveduta&versioni[]=Ricciotti&versioni[]=Tintori&versioni[]=Martini&versioni[]=Diodati&versioni[]=CommentarioHenry&versioni[]=Commentario&versioni[]=CommentarioBarnes&versioni[]=CommentarioGill&versioni[]=CommentarioPulpito&versioni[]=CommentarioIllustratore&versioni[]=CommentariMeyer&versioni[]=Riferimenti+incrociati

Indirizzo del testo continuo:
https://www.laparola.net/app/?w1=bible&t1=local%3Anr&v1=JB42_1&w2=bible&t2=local%3Acei1974&v2=JB42_1&w3=bible&t3=local%3And&v3=JB42_1&w4=bible&t4=local%3Ar2&v4=JB42_1&w5=bible&t5=local%3Aluzzi&v5=JB42_1&w6=bible&t6=local%3Aricciotti&v6=JB42_1&w7=bible&t7=local%3Atintori&v7=JB42_1&w8=bible&t8=local%3Amartini&v8=JB42_1&w9=bible&t9=local%3Adio&v9=JB42_1&w10=commentary&t10=local%3Acommhenrycompleto&v10=JB42_1&w11=commentary&t11=local%3Acommabbrmh&v11=JB42_1&w12=commentary&t12=local%3Acommbarnes&v12=JB42_1&w13=commentary&t13=local%3Acommgill&v13=JB42_1&w14=commentary&t14=local%3Acommpulpito&v14=JB42_1&w15=commentary&t15=local%3Acommillustratore&v15=JB42_1&w16=bible&t16=local%3A&v16=JB42_1&w17=commentary&t17=local%3Arifinc&v17=JB42_1