Nuova Riveduta:

Giobbe 6

Amarezza di Giobbe
1 Allora Giobbe rispose:
2 «Ah, se il mio travaglio si pesasse, se le mie calamità si mettessero tutte insieme sulla bilancia!
3 Sarebbero trovati più pesanti della sabbia del mare. Ecco perché le mie parole sono temerarie.
4 Infatti le saette dell'Onnipotente mi trafiggono, lo spirito mio ne succhia il veleno; i terrori di Dio si schierano in battaglia contro di me.
5 L'asino selvatico raglia forse quando ha l'erba davanti? Muggisce forse il bue davanti alla pastura?
6 Si può forse mangiare ciò che è insipido, senza sale? C'è qualche gusto in un chiaro d'uovo?
7 Mi rifiuto di toccare una simile cosa, essa è per me come un cibo ripugnante.
8 Oh, mi avvenisse pure quel che chiedo, e mi desse Dio quel che spero!
9 Volesse pure Dio schiacciarmi, stendere la mano e tagliare il filo dei miei giorni!
10 Sarebbe questo un conforto per me, esulterei nei dolori che egli non mi risparmia; poiché non ho rinnegato le parole del Santo.
11 Che è mai la mia forza perché io speri ancora? Che fine mi aspetta perché io sia paziente?
12 La mia forza è come la forza delle pietre? E la mia carne è forse di bronzo?
13 Non c'è forza in me, la saggezza è stata allontanata da me.

Giobbe rileva l'insensibilità dei suoi amici
14 «Pietà deve l'amico a colui che soccombe, se anche abbandonasse il timore dell'Onnipotente.
15 Ma i fratelli miei si sono mostrati infidi come un torrente, come l'acqua di torrenti che passa.
16 Il ghiaccio li rende torbidi e la neve vi si scioglie; 17 ma passato il tempo delle piene, svaniscono; quando sentono il caldo, scompaiono dal loro luogo.
18 Le carovane che si dirigono là mutano strada, s'inoltrano nel deserto e vi periscono.
19 Le carovane di Tema li cercavano con lo sguardo, i viandanti di Seba vi contavano su, 20 ma furono delusi nella loro fiducia; giunti sul luogo, rimasero confusi.
21 Tali siete divenuti voi per me; vedete uno che fa orrore e vi prende la paura.
22 Vi ho forse detto: "Datemi qualcosa", oppure: "Con i vostri beni fate un dono a mio favore"; 23 oppure: "Liberatemi dalla stretta del nemico", oppure: "Scampatemi dalla mano dei prepotenti"?
24 Ammaestratemi, e starò in silenzio; fatemi capire in che cosa ho errato.
25 Quanto sono efficaci le parole rette! Ma la vostra riprensione che vale?
26 Volete dunque biasimare delle parole? Ma le parole di un disperato se le porta il vento!
27 Voi sareste capaci di tirare a sorte l'orfano e di vendere il vostro amico!
28 Ebbene, guardatemi pure e vedete se io vi mento spudoratamente.
29 Ripensateci, non commettete errori! Ripensateci, la mia giustizia è ancora presente.
30 C'è qualche errore sulla mia lingua? Il mio palato non distingue più quel che è male?

C.E.I.:

Giobbe 6

1 Allora Giobbe rispose:
2 Se ben si pesasse il mio cruccio
e sulla stessa bilancia si ponesse la mia sventura...
3 certo sarebbe più pesante della sabbia del mare!
Per questo temerarie sono state le mie parole,
4 perché le saette dell'Onnipotente mi stanno infitte,
sì che il mio spirito ne beve il veleno
e terrori immani mi si schierano contro!
5 Raglia forse il somaro con l'erba davanti
o muggisce il bue sopra il suo foraggio?
6 Si mangia forse un cibo insipido, senza sale?
O che gusto c'è nell'acqua di malva?
7 Ciò che io ricusavo di toccare
questo è il ributtante mio cibo!
8 Oh, mi accadesse quello che invoco,
e Dio mi concedesse quello che spero!
9 Volesse Dio schiacciarmi,
stendere la mano e sopprimermi!
10 Ciò sarebbe per me un qualche conforto
e gioirei, pur nell'angoscia senza pietà,
per non aver rinnegato i decreti del Santo.
11 Qual la mia forza, perché io possa durare,
o qual la mia fine, perché prolunghi la vita?
12 La mia forza è forza di macigni?
La mia carne è forse di bronzo?
13 Non v'è proprio aiuto per me?
Ogni soccorso mi è precluso?
14 A chi è sfinito è dovuta pietà dagli amici,
anche se ha abbandonato il timore di Dio.
15 I miei fratelli mi hanno deluso come un torrente,
sono dileguati come i torrenti delle valli,
16 i quali sono torbidi per lo sgelo,
si gonfiano allo sciogliersi della neve,
17 ma al tempo della siccità svaniscono
e all'arsura scompaiono dai loro letti.
18 Deviano dalle loro piste le carovane,
avanzano nel deserto e vi si perdono;
19 le carovane di Tema guardano là,
i viandanti di Saba sperano in essi:
20 ma rimangono delusi d'avere sperato,
giunti fin là, ne restano confusi.
21 Così ora voi siete per me:
vedete che faccio orrore e vi prende paura.
22 Vi ho detto forse: «Datemi qualcosa»
o «dei vostri beni fatemi un regalo»
23 o «liberatemi dalle mani di un nemico»
o «dalle mani dei violenti riscattatemi»?
24 Istruitemi e allora io tacerò,
fatemi conoscere in che cosa ho sbagliato.
25 Che hanno di offensivo le giuste parole?
Ma che cosa dimostra la prova che viene da voi?
26 Forse voi pensate a confutare parole,
e come sparsi al vento stimate i detti di un disperato!
27 Anche sull'orfano gettereste la sorte
e a un vostro amico scavereste la fossa.
28 Ma ora degnatevi di volgervi verso di me:
davanti a voi non mentirò.
29 Su, ricredetevi: non siate ingiusti!
Ricredetevi; la mia giustizia è ancora qui!
30 C'è forse iniquità sulla mia lingua
o il mio palato non distingue più le sventure?

Nuova Diodati:

Giobbe 6

Prima risposta di Giobbe: gli amici non gli sono per nulla di aiuto
1 Allora Giobbe rispose e disse: 2 «Ah, se il mio dolore fosse interamente pesato, e la mia sventura si mettesse insieme sulla bilancia, 3 sarebbe certamente più pesante della sabbia del mare! Per questo le mie parole sono state sconsiderate. 4 Poiché le frecce dell'Onnipotente sono dentro di me, il mio spirito ne beve il veleno; i terrori di Dio sono schierati contro di me. 5 L'asino selvatico raglia forse di fronte all'erba, o muggisce il bue davanti al suo foraggio? 6 Si mangia forse un cibo insipido senza sale, o c'è qualche gusto nel chiaro d'uovo? 7 La mia anima rifiuta di toccare simili cose, esse sono per me come un cibo ripugnante. 8 Oh, potessi avere ciò che chiedo, e Dio mi concedesse ciò che spero! 9 Volesse Dio schiacciarmi, stendere la sua mano e distruggermi! 10 Ho tuttavia questa consolazione ed esulto nei dolori che non mi risparmiano, perché non ho nascosto le parole del Santo. 11 Qual è la mia forza, perché possa ancora sperare, e qual è la mia fine, perché debba prolungare la mia vita? 12 La mia forza è forse quella delle pietre, o la mia carne di bronzo? 13 Non è il mio aiuto dentro di me, e la sapienza allontanata da me? 14 A colui che è afflitto, l'amico dovrebbe mostrare clemenza, anche se egli dovesse abbandonare il timore dell'Onnipotente. 15 Ma i miei fratelli mi hanno deluso come un torrente, come l'acqua dei torrenti che svaniscono. 16 S'intorbidiscono a motivo del ghiaccio, e in essi la neve si nasconde, 17 ma nella stagione calda svaniscono; con il calore estivo scompaiono dal loro posto. 18 Il percorso del loro cammino devia, si inoltrano nel deserto e si dissolvono. 19 Le carovane di Tema li cercano attentamente, i viandanti di Sceba sperano in essi, 20 ma rimangono delusi nonostante la loro aspettativa; quando vi giungono rimangono confusi. 21 Ora per me voi siete lo stesso, vedete il mio sgomento e avete paura. 22 Vi ho forse detto: "Datemi qualcosa", o "fatemi un regalo preso dai vostri beni", 23 o "liberatemi dalle mani del nemico", o "riscattatemi dalle mani dei violenti"? 24 Istruitemi, starò in silenzio; fatemi capire in che cosa ho sbagliato. 25 Quanto sono efficaci le parole rette! Ma che cosa provano i vostri argomenti? 26 Intendete forse censurare le mie parole e i discorsi di un disperato, che sono come il vento? 27 Voi gettereste la sorte anche su un orfano e scavereste una fossa per il vostro amico. 28 Ma ora degnatevi di guardarmi, perché non mentirò davanti a voi. 29 Ricredetevi, vi prego, non si faccia ingiustizia! Sì, ricredetevi, perché c'è di mezzo la mia giustizia. 30 C'è forse iniquità sulla mia lingua o il mio palato non distingue più le sventure?».

Riveduta 2020:

Giobbe 6

Prima replica di Giobbe
1 Allora Giobbe rispose e disse: 2 “Ah, se il mio dolore si pesasse, se le mie sciagure si mettessero tutte insieme sulla bilancia! 3 Sarebbero trovate più pesanti della sabbia del mare. Ecco perché le mie parole sono audaci. 4 Perché le saette dell'Onnipotente mi trafiggono, lo spirito mio ne succhia il veleno; i terrori di Dio si schierano in battaglia contro di me. 5 L'asino selvatico raglia forse quando ha l'erba davanti? muggisce forse il bue davanti alla pastura? 6 Si può forse mangiare ciò che è insipido e senza sale? c'è qualche gusto in un chiaro d'uovo? 7 L'anima mia rifiuta di toccare una cosa simile, essa è per me come un cibo ripugnante. 8 Oh, mi avvenisse pure quello che chiedo, e mi desse Iddio quello che spero! 9 Volesse pure Iddio schiacciarmi, stendere la mano e tagliare il filo dei miei giorni! 10 Questo sarebbe un conforto per me, esulterei nei dolori che egli non mi risparmia; poiché non ho rinnegato le parole del Santo. 11 Che è mai la mia forza perché io speri ancora? Che fine mi aspetta perché io sia paziente? 12 La mia forza è come la forza delle pietre? e la mia carne come carne di bronzo? 13 Non sono io ridotto senza energia, e non mi è forse tolta ogni speranza di guarire? 14 Pietà deve l'amico a colui che soccombe, anche se abbandonasse il timore dell'Onnipotente. 15 Ma i miei fratelli si sono mostrati infidi come un torrente, come l'acqua di torrenti che passa. 16 Il ghiaccio li rende torbidi, e la neve vi si scioglie; 17 ma passato il tempo delle piene, svaniscono; quando sentono il caldo, spariscono dal loro luogo. 18 Le carovane che si dirigono là cambiano strada, si inoltrano nel deserto, e vi muoiono. 19 Le carovane di Tema li cercavano con lo sguardo, i viandanti di Seba vi contavano su, 20 ma furono delusi nella loro fiducia; giunti sul luogo, rimasero confusi. 21 Così siete diventati voi per me: vedete uno che fa orrore, e vi prende la paura. 22 Vi ho forse detto: 'Datemi qualcosa', oppure: 'Con i vostri beni fate un dono in mio favore', 23 oppure: 'Liberatemi dalla stretta del nemico', oppure: 'Salvatemi dalla mano dei prepotenti'? 24 Ammaestratemi, e starò in silenzio; fatemi capire in che cosa ho sbagliato. 25 Quanto sono efficaci le parole rette! Ma la vostra riprensione che vale? 26 Volete dunque biasimare delle parole? Ma le parole di un disperato se le porta il vento! 27 Voi sareste capaci di tirare a sorte l'orfano, e di vendere il vostro amico! 28 Ma ora degnatevi di guardarmi, e vedete se io vi mento in faccia. 29 Ricredetevi! Non vi sia in voi iniquità! Ricredetevi, la mia giustizia sussiste. 30 C'è qualche iniquità sulla mia lingua? Il mio palato non distingue più ciò che è male?

Riveduta:

Giobbe 6

Prima replica di Giobbe
1 Allora Giobbe rispose e disse:
2 «Ah, se il mio travaglio si pesasse, se le mie calamità si mettessero tutte insieme sulla bilancia! 3 Sarebbero trovati più pesanti che la sabbia del mare. Ecco perché le mie parole sono temerarie. 4 Ché le saette dell'Onnipotente mi trafiggono, lo spirito mio ne sugge il veleno; i terrori di Dio si schierano in battaglia contro me. 5 L'asino salvatico raglia forse quand'ha l'erba davanti? mugghia forse il bue davanti alla pastura? 6 Si può egli mangiar ciò ch'è scipito e senza sale? c'è qualche gusto in un chiaro d'uovo? 7 L'anima mia rifiuta di toccare una simil cosa, essa è per me come un cibo ripugnante. 8 Oh, m'avvenisse pur quello che chiedo, e mi desse Iddio quello che spero! 9 Volesse pure Iddio schiacciarmi, stender la mano e tagliare il filo de' miei giorni! 10 Sarebbe questo un conforto per me, esulterei nei dolori ch'egli non mi risparmia; giacché non ho rinnegato le parole del Santo. 11 Che è mai la mia forza perch'io speri ancora? Che fine m'aspetta perch'io sia paziente? 12 La mia forza è essa forza di pietra? e la mia carne, carne di rame? 13 Non son io ridotto senza energia, e non m'è forse tolta ogni speranza di guarire? 14 Pietà deve l'amico a colui che soccombe, quand'anche abbandoni il timor dell'Onnipotente. 15 Ma i fratelli miei si son mostrati infidi come un torrente, come l'acqua di torrenti che passano. 16 Il ghiaccio li rende torbidi, e la neve vi si scioglie; 17 ma passato il tempo delle piene, svaniscono; quando sentono il caldo, scompariscono dal loro luogo. 18 Le carovane che si dirigon là mutano strada, s'inoltran nel deserto, e vi periscono. 19 Le carovane di Tema li cercavan collo sguardo, i viandanti di Sceba ci contavan su, 20 ma furon delusi nella loro fiducia; giunti sul luogo, rimasero confusi. 21 Tali siete divenuti voi per me: vedete uno che fa orrore, e vi prende la paura. 22 V'ho forse detto: 'Datemi qualcosa' o 'co' vostri beni fate un donativo a favor mio', 23 o 'liberatemi dalla stretta del nemico', o 'scampatemi di man dei prepotenti'? 24 Ammaestratemi, e mi starò in silenzio; fatemi capire in che cosa ho errato. 25 Quanto sono efficaci le parole rette! Ma la vostra riprensione che vale? 26 Volete dunque biasimar delle parole? Ma le parole d'un disperato se le porta il vento! 27 Voi sareste capaci di trar la sorte sull'orfano, e di contrattare il vostro amico! 28 Ma pure vi piaccia di rivolgervi a guardarmi, e vedete s'io vi menta in faccia. 29 Mutate consiglio! Non vi sia in voi iniquità! Mutate consiglio, la mia giustizia sussiste. 30 V'è qualche iniquità sulla mia lingua? Il mio palato non distingue più quel ch'è male?

Ricciotti:

Giobbe 6

Prima risposta di Giobbe ad Elifaz.
1 Ma Giobbe rispose e disse: 2 «Oh! se si pesassero i miei peccati, con i quali meritai l'ira, e la sventura ch'io soffro [si mettesse sull'altro piatto] della bilancia! 3 Questa risulterebbe più pesante della sabbia del mare: ond'è che le mie parole son piene di dolore! 4 Poichè le frecce del Signore stanno su me confitte, del loro veleno s'abbevera lo spirito mio, e i terrori del Signore contro di me stanno schierati. 5 Raglia forse l'onagro quando ha dell'erba, ovver muggisce il bove quando è davanti alla greppia ricolma? 6 Si può forse mangiare ciò ch'è insipido non condito di sale, ovver si gusta ciò che gustato dà morte? 7 Quelle cose che prima l'anima mia non voleva toccare, adesso nella mia sventura son diventate mio cibo. 8 Oh! se si esaudisse la mia domanda, e ciò che io aspetto mi concedesse Dio! 9 Cioè, [Dio] che cominciò finisca con lo schiacciarmi, sciolga la sua mano per recidermi! 10 E questa sarebbe per me la consolazione, che, mentre egli mi affligge di dolori senza risparmio, io non rinnego le parole sante. 11 Qual è mai infatti la mia forza, perchè io resista? qual è mai il mio fine, perchè io sia longanime? 12 Nè forza di pietre è la mia forza, nè la mia carne è di bronzo: 13 ecco, non v'è per me alcun sollievo in me, e pur i miei intimi s'allontanaron da me! 14 Colui che nega al suo amico pietà, abbandona il timor del Signore. 15 I miei fratelli furon fallaci meco come un torrente che d'un subito gonfia nelle valli: 16 in esso si dissolve il ghiaccio, sopra esso cade la neve; 17 ma quando si dissecca è annientato e al risentir del caldo scompare dal suo letto, 18 si contorcono i rigagnoli del suo corso, si sperdono su nel vuoto e finiscono. 19 Le carovane di Thema erano state intente, le torme di Saba avevano sperato alquanto: 20 ma restaron confuse perchè sperarono, giunsero fin lì, ma restaron deluse. 21 In tal maniera voi vi comportaste, chè ora vedendo la mia sventura vi sbigottite. 22 Ho detto io forse: - Datemi qualcosa? Dei vostri beni fatemi un donativo? - 23 Ovvero: - Liberatemi dalla mano dell'avversario? dalla mano dei violenti scampatemi? - 24 Insegnatemi pure, ed io tacerò, e in ciò in cui io sia ignorante istruitemi. 25 Perchè sminuite le parole veritiere, se fra voi non v'è alcuno che riesca a smentirmi? 26 Soltanto per ingiuriare voi intessete discorsi, e gittate le parole al vento; 27 sopra un orfano voi vi gettate, e vi sforzate d'abbattere l'amico vostro. 28 Ma poichè cominciaste, compite, porgete orecchio e vedete se mentisco. 29 Rispondete, vi prego, senza contenziosità, e ragionando secondo giustizia, sentenziate: 30 e non troverete nella mia lingua iniquità, nè dentro la mia bocca risonerà stoltezza.

Tintori:

Giobbe 6

Giobbe giustifica i suoi lamenti a e rimprovera gli amici.
1 Allora Giobbe rispose dicendo: 2 «Oh, se fossero pesati i miei peccati pei quali ho meritato il castigo, insieme alla sventura che soffro, sulla bilancia! 3 Questa apparirebbe più pesante dell'arena a del mare. Ecco perchè le mie parole son piene di dolore: 4 perchè le saette del Signore mi trafiggono, il loro veleno esaurisce il mio spirito, mentre i terrori del Signore mi assaltano. 5 Raglia forse l'asino selvatico quando ha l'erba davanti, o muggisce il bue dinanzi alla mangiatoia piena? 6 Si può mangiare una vivanda insipida senza sale? Si può gustare ciò che assaggiato dà la morte? 7 Ciò che prima io sdegnava toccare, ora, nel bisogno, è diventato il mio cibo. 8 Oh! mi avvenisse quel che desidero, mi concedesse Iddio quel che aspetto! 9 Che colui che ha cominciato mi finisca, lasci libera la sua mano e mi faccia morire! 10 Ciò mi sarebbe di consolazione, che in mezzo ai mali non mi risparmi, e di non essermi opposto alle parole del Santo. 11 E qual'è la mia forza da poterla durare? Quale fine m'aspetta, per sopportare con pazienza? 12 La mia resistenza non è come quella delle pietre, e la mia carne non è di bronzo. 13 Ecco, non c'è più energia in me, ed anche i miei cari mi hanno abbandonato. 14 Chi non ha compassione per l'amico non ha più il timore del Signore. 15 I miei fratelli son passati davanti a me come un torrente che precipita nelle convalli. 16 A chi teme la brinata cadrà addosso la neve. 17 Appena si saran dileguati, periranno, ai primi calori dispariranno dal loro luogo. 18 I sentieri dove camminano son tortuosi, inoltrandosi nel deserto, periranno. 19 Mirate i sentieri di Tema e le strade di Saba, e aspettate un poco. 20 Son confusi, perchè io ho sperato; venuti fino a me, sono stati coperti di confusione. 21 Siete venuti ora, e al sol vedere il mio male inorridite. 22 Vi ho forse detto: Portatemi qualche cosa, datemi dei vostri beni? 23 Oppure: Liberatemi dalla mano del nemico, strappatemi dalla mano dei potenti? 24 Insegnatemi, e io tacerò e se per caso ho sbagliato, mostratemelo. 25 Perchè intaccate le parole di verità, mentre non v'è tra voi chi possa riprendermi? 26 Solo per rimproverare fate dei discorsi, e gettate le parole al vento; 27 date addosso all'orfano, e vi sforzate di rovinare il vostro amico. 28 Su via, portate in fondo quel che avete cominciato, porgete l'orecchio, e guardate se mentisco. 29 Rispondete, vi prego, senza altercare, e dicendo ciò che è giusto, giudicate; 30 e non troverete iniquità sulla mia lingua e sulla mia bocca non risuonerà la stoltezza».

Martini:

Giobbe 6

Giobbe dimostra com'egli patisce assai più di quello, che abbia meritato, si lamenta di essere abbandonato dagli amici, e riprende con forza anche questi tre, che erano andati a consolarlo, e chiede di essere udito pazientemente.
1 Ma Giobbe rispose, e disse: 2 Volesse Dio, che si pesassero sulla bilancia i peccati, pe' quali ho meritato l'ira e la miseria, ch'io sopporto. 3 Si vedrebbe questa più pesante, che l'arena del mare: per la qual cosa eziandio le mie parole piene son di dolore: 4 Perch'io porto in me fisse le frecce del Signore, delle quali il veleno beve il mio spirito, e i terrori mi assediano. 5 Ragghia forse l'asino salvatico, quando ha dell'erba, o rugge il bue, allorché sta davanti a ben provvista mangiatoia? 6 O si può egli mangiare una cosa insipida, senza condirla col sale? o può egli alcuno frustare una cosa, la quale gustata reca la morte? 7 Quelle cose, che io per l'avanti non avrei voluto toccare, sono adesso nelle mie strettezze mio cibo. 8 Chi mi darà che sia adempiuta la mia richiesta, e che Dio mi conceda quel ch'io aspetto? 9 E che quegli, che ha principiato, egli stesso in polvere mi riduca; lasci agir la sua mano, e mi finisca? 10 E questa sia consolazione per me, che egli in affliggermi co' dolori, non mi risparmi, ed io non contradica alle parole del Santo. 11 Imperocché qual fortezza è la mia per durare? o qual lite sarà il mio, ond'io mi regga colla pazienza? 12 Non è fermezza di sasso la mia fermezza, né la mia carne è di bronzo. 13 Mirate com'io da me non posso aitarmi, e i miei più intimi si son ritirati da me. 14 Chiunque niega compassione all'amico, abbandona il timor del Signore. 15 I miei fratelli sono andati lungi da me, come torrente che passa rapidamente le valli. 16 A quei che temono la brinata caderà addosso la neve. 17 Quando principieranno a dissiparsi, si perderanno, e ai primi calori si struggeranno là dove sono. 18 Tortuose sono le vie, per le quali camminano, si ridurranno in nulla, e periranno. 19 Considerate i sentieri di Thema, e le strade di Saba, e aspettate alcun poco. 20 Sono confusi di mia speranza: sono venuti sin presso a me, e restati coperti di rossore. 21 In questo punto siete venuti, ed or in reggendo i mali miei v'inorridite. 22 Vi ho io forse detto: Portate, e donate a me qualche cosa de' vostri tesori? 23 Ovvero, liberatemi dal poter del nemico, e traetemi dalle mani de' potenti? 24 Insegnatemi, e io mi tacerò: e dov'io fui forse ignorante, istruitemi. 25 Per qual motivo intaccate voi le parole di verità, mentre non v'ha tra voi chi possa riprendermi? 26 I vostri studiati discorsi altro non son che rimproveri, e al vento gittate le parole. 27 Voi date adosso a un pupillo, e tentate di abbattere il vostro amico. 28 Pur conducete a fine la vostra impresa: porgete l'orecchio, e vedete se io dica bugia. 29 Rispondete, vi prego, senza altercazioni; e ragionando secondo giustizia pronunziate sentenza. 30 E non troverete ingiustizia nella mia lingua, né per mia bocca parlerà la stoltezza.

Diodati:

Giobbe 6

1 E GIOBBE rispose e disse: 2 Fosse pur lo sdegno mio ben pesato, E fosse parimente la mia calamità levata in una bilancia! 3 Perciocchè ora sarebbe trovata più pesante che la rena del mare; E però le mie parole vanno all'estremo. 4 Perchè le saette dell'Onnipotente sono dentro di me, E lo spirito mio ne beve il veleno; Gli spaventi di Dio sono ordinati in battaglia contro a me. 5 L'asino salvatico raglia egli presso all'erba? Il bue mugghia egli presso alla sua pastura? 6 Una cosa insipida si mangia ella senza sale? Evvi sapore nella chiara ch'è intorno al torlo dell'uovo? 7 Le cose che l'anima mia avrebbe ricusate pur di toccare Sono ora i miei dolorosi cibi.
8 Oh! venisse pur quel ch'io chieggio, E concedessemi Iddio quel ch'io aspetto! 9 E piacesse a Dio di tritarmi, Di sciorre la sua mano, e di disfarmi! 10 Questa sarebbe pure ancora la mia consolazione, Benchè io arda di dolore, e ch'egli non mi risparmi, Che io non ho nascoste le parole del Santo. 11 Quale è la mia forza, per isperare? E quale è il termine che mi è posto, per prolungar l'aspettazione dell'anima mia? 12 La mia forza è ella come la forza delle pietre? La mia carne è ella di rame? 13 Non è egli così che io non ho più alcun ristoro in me? E che ogni modo di sussistere è cacciato lontan da me?
14 Benignità dovrebbe essere usata dall'amico inverso colui ch'è tutto strutto; Ma esso ha abbandonato il timor dell'Onnipotente, 15 I miei fratelli mi hanno fallito, a guisa di un ruscello, Come rapidi torrenti che trapassano via; 16 I quali sono scuri per lo ghiaccio; E sopra cui la neve si ammonzicchia; 17 Ma poi, al tempo che corrono, vengono meno, Quando sentono il caldo, spariscono dal luogo loro. 18 I sentieri del corso loro si contorcono, Essi si riducono a nulla, e si perdono. 19 Le schiere de' viandanti di Tema li riguardavano, Le carovane di Seba ne aveano presa speranza; 20 Ma si vergognano di esservisi fidati; Essendo giunti fin là, sono confusi. 21 Perciocchè ora voi siete venuti a niente; Avete veduta la ruina, ed avete avuta paura.
22 Vi ho io detto: Datemi, E fate presenti delle vostre facoltà per me? 23 E liberatemi di man del nemico, E riscuotetemi di man de' violenti? 24 Insegnatemi, ed io mi tacerò; E ammaestratemi, se pure ho errato in qualche cosa. 25 Quanto son potenti le parole di dirittura! E che potrà in esse riprendere alcun di voi? 26 Stimate voi che parlare sia convincere? E che i ragionamenti di un uomo che ha perduta ogni speranza non sieno altro che vento? 27 E pure ancora voi vi gittate addosso all'orfano, E cercate di far traboccare il vostro amico. 28 Ora dunque piacciavi riguardare a me, E se io mento in vostra presenza. 29 Deh! ravvedetevi; che non siavi iniquità; Da capo, il dico, ravvedetevi, io son giusto in questo affare. 30 Evvi egli iniquità nella mia lingua? Il mio palato non sa egli discerner le cose perverse?

Commentario completo di Matthew Henry:

Giobbe 6

1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 6

Elifaz concluse il suo discorso con aria di sicurezza; Era molto sicuro che ciò che aveva detto era così chiaro e pertinente che nulla poteva essere obiettato in risposta. Ma, sebbene colui che è il primo nella sua causa sembri giusto, tuttavia il suo prossimo viene e lo cerca. Giobbe non è convinto di tutto ciò che ha detto, ma si giustifica ancora nelle sue lamentele e lo condanna per la debolezza delle sue argomentazioni.

I. Egli mostra di avere giusto motivo di lamentarsi come fece dei suoi problemi, e così sembrerebbe a qualsiasi giudice imparziale, Giobbe 6:2-7.

II. Egli continua il suo appassionato desiderio di poter essere presto stroncato dal colpo della morte, e così essere alleviato da tutte le sue miserie, Giobbe 6:8-13.

III. Egli rimprovera i suoi amici per le loro censure poco caritatevoli nei suoi confronti e per il loro trattamento scortese, Giobbe 6:14-30. Bisogna ammettere che Giobbe, in tutto questo, parlava molto di ragionevole, ma con un misto di passione e di infermità umana. E in questa contesa, come del resto nella maggior parte delle contese, c'erano colpe da entrambe le parti.

Ver. 1. fino alla Ver. 7.

Elifaz, all'inizio del suo discorso, era stato molto aspro con Giobbe, eppure non sembra che Giobbe lo interruppe alcunché, ma lo ascoltò pazientemente finché non ebbe detto tutto quello che aveva da dire. Coloro che vogliono dare un giudizio imparziale su un discorso devono ascoltarlo e prenderlo nella sua interezza. Ma, quando ha concluso, dà la sua risposta, in cui parla con molto sentimento.

I. Egli rappresenta la sua calamità, in generale, tanto più pesante di quanto l'avesse espressa o di quanto essi l'avessero presa, Giobbe 6:2-3. Non riusciva a descriverlo completamente; non lo avrebbero compreso completamente, o almeno non avrebbero ammesso di averlo fatto; e perciò si rivolgeva volentieri a una terza persona, che avesse solo pesi e giuste bilance con cui soppesare il suo dolore e la sua calamità, e lo avrebbe fatto con mano imparziale. Desiderava che mettessero il suo dolore e tutte le sue espressioni su una bilancia, la sua calamità e tutti i suoi particolari nell'altra, e (sebbene non volesse giustificarsi del tutto nel suo dolore) avrebbero scoperto (come dice Giove 23:2) che il suo colpo era più pesante del suo gemito; perché, qualunque fosse il suo dolore, la sua calamità era più pesante della sabbia del mare: era complicata, era aggravata, ogni rancore pesante e tutti insieme numerosi come la sabbia.

"Perciò (egli dice) le mie parole sono state inghiottite; "

Cioè

"Perciò devi scusare sia la rottura che l'amarezza delle mie espressioni. Non vi sembri strano se il mio discorso non è così fine e cortese come quello di un eloquente oratore, o così grave e regolare come quello di un cupo filosofo: no, in queste circostanze non posso fingere né l'uno né l'altro; le mie parole sono, come sono, completamente inghiottite".

Ora

1. Con la presente si lamenta della sua infelicità che i suoi amici si siano impegnati a somministrargli la fisica spirituale prima di comprendere a fondo il suo caso e conoscerne il peggio. È raro che coloro che si sentono a proprio agio valutino correttamente le afflizioni degli afflitti. Ognuno sente di più il proprio fardello; pochi si sentono da quelli degli altri.

2. Scusa le espressioni appassionate che aveva usato quando malediceva la sua giornata. Benché non potesse giustificare da solo tutto ciò che aveva detto, tuttavia pensava che i suoi amici non avrebbero dovuto condannarlo così violentemente, perché in realtà il caso era straordinario, e ciò poteva essere connivente in un uomo di dolore come quello che era ora, cosa che in qualsiasi dolore comune non sarebbe stata in alcun modo permessa.

3. Rivela la simpatia caritatevole e compassionevole dei suoi amici nei suoi confronti e spera, rappresentando la grandezza della sua calamità, di portarli a un umore migliore nei suoi confronti. Per coloro che sono addolorati è una certa facilità essere compatiti.

II. Si lamenta dell'afflizione e del terrore della mente in cui si trovava come la parte più grave della sua calamità, Giobbe 6:4. In questo era un tipo di Cristo, che, nelle sue sofferenze, si lamentava della maggior parte delle sofferenze della sua anima. Ora la mia anima è turbata, == Giovanni 12:27 == L'anima mia è estremamente addolorata, == Matteo 26:38 == Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? == Matteo 27:46. Il povero Giobbe si lamenta tristemente qui,

1. Di ciò che ha sentito: Le frecce dell'Onnipotente sono dentro di me. Non erano tanto i guai in sé che lo mettevano in questa confusione, la sua povertà, la sua disgrazia e il suo dolore fisico; ma ciò che lo feriva al cuore e lo metteva in questa agitazione, era pensare che il Dio che amava e serviva aveva portato tutto questo su di lui e lo aveva posto sotto questi segni del suo dispiacere. Nota: Il problema della mente è il problema più grave. Uno spirito ferito che sa sopportare! Qualunque sia il peso dell'afflizione, nel corpo o nella proprietà, che Dio si compiace di imporre su di noi, possiamo ben permetterci di sottometterci ad esso finché egli continua a usare la nostra ragione e la pace della nostra coscienza; ma, se in una di queste cose siamo disturbati, il nostro caso è davvero triste e molto pietoso. Il modo per prevenire i dardi infuocati dell'afflizione di Dio è con lo scudo della fede per spegnere i dardi infuocati della tentazione di Satana. Osservate, Egli le chiama le frecce dell'Onnipotente; poiché è un esempio della potenza di Dio superiore a quella di qualsiasi uomo che egli possa con le sue frecce raggiungere l'anima. Colui che ha creato l'anima può fare la sua spada per avvicinarsi ad essa. Si dice che il veleno o il calore di queste frecce beva il suo spirito, perché turbava la sua ragione, scuoteva la sua risoluzione, esauriva il suo vigore e minacciava la sua vita; e quindi le sue espressioni appassionate, sebbene non potessero essere giustificate, potevano essere scusate.

2. Di ciò che temeva. Si vide caricato dai terrori di Dio, come da un esercito schierato in battaglia, e circondato da essi. Dio, con i suoi terrori, combatté contro di lui. Come non aveva conforto quando si ritirava nel proprio seno, così non ne aveva quando guardava in alto verso il cielo. Colui che era solito essere incoraggiato dalle consolazioni di Dio non solo le voleva, ma era stupito dai terrori di Dio.

III. Riflette sui suoi amici per le loro severe censure delle sue denunce e per la loro inabile gestione del suo caso.

1. I loro rimproveri furono senza causa. Si lamentava, è vero, ora che si trovava in questa afflizione, ma non si lamentava mai, come fanno coloro che hanno uno spirito inquieto e inquieto, quando era nella prosperità: non ragliava quando aveva erba,si abbassava sul suo foraggio, == Giobbe 6:5. Ma, ora che era completamente privato di tutte le sue comodità, doveva essere un ceppo o una pietra, e non avere il senso di un bue o di un asino selvatico, se non dava un po' di sfogo al suo dolore. Era costretto a mangiare carni sgradevoli, ed era così povero che non aveva un granello di sale con cui condirle, né per dare un po' di sapore all'albume di un uovo, che ora era il piatto più eletto che aveva a tavola, Giobbe 6:6. Anche quel cibo che una volta avrebbe disdegnato di toccare, ora era contento, ed era il suo cibo doloroso, == Giobbe 6:7. Nota: È saggio non usare noi stessi o i nostri figli per essere gentili e delicati riguardo al cibo e alle bevande, perché non sappiamo come noi o loro possiamo essere ridotti, né come ciò che ora disprezziamo possa essere reso accettabile dalla necessità.

2. Le loro comodità erano prive di linfa e insipide; quindi alcuni comprendono Giobbe 6:6-7. Si lamenta di non avergli offerto nulla di adeguato per il suo sollievo, nessun cordiale, nulla che gli rallegri e rallegri il suo spirito; ciò che avevano offerto era di per sé insapore come l'albume di un uovo e, quando gli veniva applicato, ripugnante e pesante come la carne più triste. Mi dispiace che dica così di ciò che Elifaz aveva detto in modo eccellente, Giobbe 5:8, ecc. Ma gli spiriti irritabili sono troppo inclini ad abusare dei loro consolatori.

8 Ver. 8. fino alla Ver. 13.

La passione ingovernata diventa spesso più violenta quando incontra qualche rimprovero e scacco. Il mare agitato infuria di più quando si schianta contro uno scoglio. Giobbe aveva corteggiato la morte, come quello che sarebbe stato il periodo felice delle sue miserie, Giobbe 3. Per questo Elifaz lo aveva rimproverato gravemente, ma egli, invece di dire ciò che aveva detto, lo ripete qui con più veemenza di prima; ed è detto male come quasi tutto ciò che incontriamo in tutti i suoi discorsi, ed è registrato per la nostra ammonizione, non per la nostra imitazione.

I. Egli è ancora molto ardentemente desideroso di morire, come se non fosse possibile che egli rivedesse mai giorni buoni in questo mondo, o che, con l'esercizio della grazia e della devozione, potesse rendere buoni anche questi giorni di afflizione. Non riusciva a vedere fine al suo affanno se non la morte, e non aveva la pazienza di aspettare il momento stabilito per questo. Ha una richiesta da fare; c'è una cosa che desidera ardentemente (Giobbe 6:8); E che cos'è? Si potrebbe pensare che dovrebbe essere,

"Che piaccia a Dio di liberarmi e di ricondurmi alla mia prosperità";

no, che piaccia a Dio di distruggermi, == Giobbe 6:9.

"Come una volta ha sciolto la sua mano per farmi povera, e poi per farmi ammalare, lasciarla sciogliere ancora una volta per porre fine alla mia vita. Che dia il colpo fatale; sarà per me il colpo di grazia, il colpo di grazia",

come, in Francia, chiamano l'ultimo colpo che spedisce quelli che si sono rotti sulla ruota. C'è stato un tempo in cui la distruzione da parte dell'Onnipotente era un terrore per Giobbe (Giobbe 31:23), eppure ora egli cerca la distruzione della carne, ma nella speranza che lo spirito sia salvato nel giorno del Signore Gesù. Osservate, Benché Giobbe fosse estremamente desideroso di morire e molto adirato per i suoi ritardi, tuttavia non si offrì di distruggersi, né di togliersi la vita, ma pregò solo che piacesse a Dio di distruggerlo. La morale di Seneca, che raccomanda l'auto-omicidio come legittimo rimedio a insopportabili torrimenti, non era allora conosciuta, né sarà mai presa in considerazione da chiunque abbia il minimo riguardo per la legge di Dio e della natura. Per quanto possa essere inquieta la reclusione dell'anima nel corpo, essa non deve in alcun modo uscire dalla prigione, ma attendere una giusta liberazione.

II. Mette questo desiderio in una preghiera, che Dio gli esaudisca questa richiesta, che piaccia a Dio di fare questo per lui. Era il suo peccato desiderare così ardentemente che la propria morte si affrettasse, e offrire quel desiderio a Dio non la rendeva migliore; anzi, ciò che sembrava male nel suo desiderio appariva peggiore nella sua preghiera, perché non dobbiamo chiedere a Dio nulla se non ciò che possiamo chiedere con fede, e non possiamo chiedere nulla con fede se non ciò che è conforme alla volontà di Dio. Le preghiere appassionate sono la peggiore delle espressioni appassionate, perché dovremmo alzare mani pure senza ira.

III. Egli promette a se stesso un efficace sollievo, e la riparazione di tutti i suoi torti, con il colpo della morte (Giobbe 6:10):

"Allora dovrei ancora avere un conforto, che ora non ho, né mi aspetto mai fino ad allora". Vedere

1. La vanità della vita umana; È un bene così incerto che spesso si rivela il più grande fardello degli uomini, e nulla è così desiderabile come liberarsene. Che la grazia ci renda disposti a separarcene ogni volta che Dio chiama; perché può accadere che anche il buon senso possa farci desiderare di separarcene prima che Egli ci chiami.

2. La speranza che i giusti hanno nella loro morte. Se Giobbe non avesse avuto la coscienza a posto, non avrebbe potuto parlare con questa certezza di conforto dall'altra parte della morte, che capovolge le carte in tavola tra il ricco e Lazzaro. Ora egli è consolato e tu sei tormentato.

IV. Sfida la morte a fare del suo peggio. Se non poteva morire senza le terribili prefazioni di amari dolori e agonie, e di forti convulsioni, se doveva essere tormentato prima di essere giustiziato, eppure, nella prospettiva di morire alla fine, non avrebbe fatto nulla dei dolori della morte:

"Mi indurirei nel dolore, aprirei il mio petto per ricevere i dardi della morte e non mi tirerei indietro di fronte ad essi. Non risparmi; Non desidero attenuare quel dolore che metterà un periodo felice a tutti i miei dolori. Piuttosto che non morire, lasciami morire per sentirmi morire".

Sono parole appassionate, che sarebbe stato meglio risparmiare. Dovremmo ammorbidirci nel dolore, per poterne ricevere le buone impressioni, e con la tristezza del volto i nostri cuori, resi teneri, possano essere resi migliori; ma, se ci induriamo, provochiamo Dio a procedere nella sua controversia; poiché quando giudica, vincerà. È una grande presunzione sfidare l'Onnipotente e dire: Non risparmiarlo; perché siamo noi più forti di lui? == 1Corinzi 10:22. Siamo molto debitori di aver risparmiato la misericordia; È davvero brutto per noi quando siamo stanchi di questo. Diciamo piuttosto con Davide: Oh, risparmiami un po'.

V. Egli fonda il suo conforto sulla testimonianza della sua coscienza per lui che era stato fedele e fermo alla sua professione di religione, e in una certa misura utile e utile alla gloria di Dio nella sua generazione: Non ho nascosto le parole del Santo. Osservare

1. Giobbe fece affidare a lui le parole del Santo. In quel tempo il popolo di Dio era benedetto dalla rivelazione divina.

2. Era suo conforto non averli nascosti, non aver ricevuto invano la grazia di Dio in essi.

(1.) Non li aveva tenuti lontani da sé, ma aveva dato loro pieno spazio per operare su di lui, e in ogni cosa per guidarlo e governarlo. Egli non aveva soffocato le sue convinzioni, non aveva imprigionato la verità nell'ingiustizia, né aveva fatto nulla per ostacolare la digestione di questo cibo spirituale e l'operato di questa fisica spirituale. Non nascondiamo mai a noi stessi la parola di Dio, ma accogliamola sempre alla luce di essa.

(2.) Non li aveva tenuti per sé, ma era stato pronto, in ogni occasione, a comunicare la sua conoscenza per il bene degli altri, non si era mai vergognato né aveva paura di riconoscere la parola di Dio come sua regola, né negligente nei suoi sforzi per portare gli altri a conoscerla. Notate che coloro, e solo quelli, possono promettersi conforto nella morte che sono buoni, e fanno il bene, mentre vivono.

VI. Egli si giustifica, in questo estremo desiderio di morte, dalla deplorevole condizione in cui si trovava ora, Giobbe 6,11-12. Elifaz, alla fine del suo discorso, gli aveva fatto sperare che avrebbe visto ancora un buon risultato dei suoi guai; ma il povero Giobbe allontana da sé questi cordiali, rifiuta di essere consolato, si abbandona alla disperazione e molto ingegnosamente, ma perversamente, argomenta contro gli incoraggiamenti che gli sono stati dati. Gli spiriti sconsolati ragioneranno in modo strano contro se stessi. In risposta alle piacevoli prospettive con cui Elifaz lo aveva lusingato, qui egli intima:

1. Che non aveva motivo di aspettarsi una cosa del genere:

"Qual è la mia forza, per sperare? Vedete come sono indebolito e abbattuto, come sono incapace di lottare con i miei malimori, e quindi quale ragione ho per sperare di sopravvivere ad essi e di vedere giorni migliori? La mia forza è la forza delle pietre? I miei muscoli sono di ottone e i miei tendini d'acciaio? No, non lo sono, e quindi non posso resistere sempre in questo dolore e in questa miseria, ma devo necessariamente affondare sotto il peso. Se avessi la forza di lottare con il mio cimurro, potrei sperare di guardare attraverso di esso; Ma, ahimè! Non l'ho fatto. L' indebolimento delle mie forze lungo la strada sarà certamente l' accorciamento dei miei giorni".

Salmi 102:23. Nota: Tutto considerato, non abbiamo motivo di contare sulla lunga durata della vita in questo mondo. Qual è la nostra forza? Dipende dalla forza. Non abbiamo più forza di quella che Dio ci dà; perché in lui viviamo e ci muoviamo. È la forza in decomposizione; Stiamo spendendo ogni giorno le scorte, e a poco a poco saranno esaurite. È sproporzionato rispetto agli incontri che possiamo incontrare; Su che cosa si può contare sulla nostra forza, quando due o tre giorni di malattia ci renderanno deboli come l'acqua? Invece di aspettarci una lunga vita, abbiamo motivo di meravigliarci di aver vissuto finora e di avere l'impressione che ci stiamo affrettando rapidamente.

2. Che non aveva motivo di desiderare una cosa del genere:

"Qual è il mio fine, che io voglia prolungare la mia vita? Quale conforto posso promettere a me stesso nella vita, paragonabile al conforto che mi riprometto nella morte?"

Notate, Coloro che, attraverso la grazia, sono pronti per un altro mondo, non possono vedere molto per invitare il loro soggiorno in questo mondo, o per farli affezionare ad esso. Che, se è la volontà di Dio, possiamo rendergli più servizio e possiamo diventare più adatti e più maturi per il cielo, è un fine per il quale possiamo desiderare il prolungamento della vita, in sottomissione al nostro fine principale; ma, altrimenti, che cosa possiamo proporci nel desiderare di rimanere qui? Più lunga è la vita, più gravosi saranno i suoi fardelli (Ecclesiaste 12:1), e più lunga è la vita, meno piacevoli saranno le sue delizie, 2Samuele 19:34-35. Abbiamo già visto il meglio di questo mondo, ma non siamo sicuri di aver visto il peggio.

VII. Egli ovvia al sospetto che egli deliri (Giobbe 6:13): Non è forse in me il mio aiuto? Cioè

"Non ho forse l'uso della mia ragione, con la quale, grazie a Dio, posso aiutare me stesso, anche se tu non mi aiuti? Pensi che la saggezza sia del tutto allontanata da me, e che io sia andato distratto? No, non sono pazzo, nobilissimo Elifaz, ma dico parole di verità e di sobrietà".

Nota: Coloro che hanno in sé la grazia, che ne hanno l'evidenza e l'hanno in esercizio, hanno in sé la sapienza, che sarà il loro aiuto nei tempi peggiori. Sat lucis intus - Hanno la luce dentro.

14 Ver. 14. fino alla Ver. 21.

Elifaz era stato molto severo nelle sue critiche contro Giobbe; e i suoi compagni, sebbene avessero ancora detto poco, avevano tuttavia fatto capire il loro accordo con lui. Il povero Giobbe si lamenta della loro scortesia in esso, come un aggravamento della sua calamità e un'ulteriore scusa del suo desiderio di morire; poiché quale soddisfazione avrebbe mai potuto aspettarsi in questo mondo quando quelli che avrebbero dovuto essere i suoi consolatori si dimostrarono così i suoi aguzzini?

I. Mostra quale motivo aveva per aspettarsi benignità da loro. La sua attesa era fondata sui principi comuni dell'umanità (Giobbe 6:14):

"A chi è afflitto, e che si consuma e si scioglie sotto la sua afflizione, si deve mostrare pietà dal suo amico; e chi non mostra pietà abbandona il timore dell'Onnipotente".

Nota

1. La compassione è un debito dovuto a coloro che sono nell'afflizione. Il minimo che coloro che si sentono a proprio agio possono fare per coloro che sono addolorati e angosciati è compatirli, manifestare la sincerità di una tenera sollecitudine per loro e simpatizzare con loro, prendere atto del loro caso, indagare sulle loro lamentele, ascoltare le loro lamentele e mescolare le loro lacrime con le loro. per confortarli, e per fare tutto il possibile per aiutarli e alleviarli: questo bene si addice alle membra dello stesso corpo, che dovrebbero sentire per le lamentele dei loro simili, non sapendo quanto presto le stesse potrebbero essere le loro.

2. La disumanità è empietà e irreligione. Colui che nega la compassione al suo amico abbandona il timore dell'Onnipotente. Così i Caldei. Come abita l'amore di Dio in quell'uomo? == 1Giovanni 3:17. Certo, coloro che non hanno paura della verga di Dio su se stessi non hanno compassione per coloro che ne sentono l'intelligenza. Vedere Giacomo 1:27.

3. I guai sono le prove dell'amicizia. Quando un uomo è afflitto, vedrà chi sono davvero i suoi amici e chi non sono altro che finti; poiché un fratello è nato per le avversità, == Proverbi 17:17; 18:24.

II. Egli mostra quanto fosse miseramente deluso nelle sue aspettative da loro (Giobbe 6:15):

"I miei fratelli, che avrebbero dovuto aiutarmi, hanno agito con inganno come un ruscello".

Essi vennero su appuntamento, con molte cerimonie, per piangere con lui e per confortarlo (Giobbe 2:11); e alcune cose straordinarie erano attese da uomini così grandi, uomini così buoni, uomini così saggi, dotti, sapienti, e amici particolari di Giobbe. Nessuno si chiedeva che la deriva dei loro discorsi sarebbe stata quella di confortare Giobbe con il ricordo della sua precedente pietà, la certezza del favore di Dio per lui e la prospettiva di una gloriosa uscita; ma, invece di questo, gli piombano addosso con i loro rimproveri e le loro censure, lo condannano come ipocrita, insultano le sue calamità e versano aceto invece di olio sulle sue ferite, e così lo trattano con l'inganno. Nota: è frode e inganno non solo violare i nostri impegni con i nostri amici, ma frustrare le loro giuste aspettative nei nostri confronti, specialmente le aspettative che abbiamo suscitato. Notate, inoltre, che è nostra saggezza cessare dall'uomo. Non possiamo aspettarci troppo poco dalla creatura, né troppo dal Creatore. Non è una novità nemmeno per i fratelli agire con l'inganno == (Geremia 9:4-5; Michea 7:5); Riponiamo dunque la nostra fiducia nella roccia dei secoli, non nelle canne spezzate, nella fonte della vita, non nelle cisterne rotte. Dio supererà le nostre speranze tanto quanto gli uomini ne saranno prive. Questa delusione che Giobbe incontrò è qui illustrata dal fallimento dei ruscelli in estate.

1. La similitudine è molto elegante, Giobbe 6:15-20.

(1.) Le loro pretese sono opportunamente paragonate al grande spettacolo che fanno i ruscelli quando sono inondati dalle acque di un'inondazione terrestre, dallo scioglimento del ghiaccio e della neve, che li rendono nerastri o fangosi, Giobbe 6:16.

(2.) Le sue aspettative nei loro confronti, che la loro venuta così solennemente a confortarlo aveva suscitato, le paragona all'aspettativa che i viaggiatori stanchi e assetati hanno di trovare l'acqua d'estate, dove spesso l'hanno vista in grande abbondanza d'inverno, Giobbe 6:19 == Le truppe di Tema e di Saba, le carovane dei mercanti di quei paesi, la cui strada si snodava attraverso i deserti dell'Arabia, aspettavano e aspettavano il rifornimento d'acqua da quei ruscelli.

"Da queste parti", dice uno, "un po' più in là", dice un altro, "l'ultima volta che ho fatto questa strada, c'era acqua a sufficienza; Avremo questo per rinfrescarci".

Dove abbiamo incontrato sollievo o conforto, siamo inclini ad aspettarcelo di nuovo; eppure non segue; per

(3.) La delusione della sua attesa è qui paragonata alla confusione che coglie i poveri viaggiatori quando trovano mucchi di sabbia dove si aspettavano inondazioni d'acqua. D'inverno, quando non avevano sete, c'era acqua a sufficienza. Tutti applaudiranno e ammireranno coloro che sono pieni e in prosperità. Ma nella calura estiva, quando avevano bisogno di acqua, questa veniva loro a mancare; si consumò (Giobbe 6:17); fu respinto, Giobbe 6:18. Quando coloro che sono ricchi e alti sono sprofondati e impoveriti, e hanno bisogno di conforto, allora coloro che prima si radunavano intorno a loro si tengono in disparte da loro, coloro che prima li lodavano sono pronti a abbatterli. Così, coloro che innalzano le loro aspettative nei confronti della creatura, scopriranno che essa li deluderà quando dovrebbe aiutarli; mentre coloro che fanno di Dio la loro fiducia hanno aiuto nel momento del bisogno, == Ebrei 4:16. Coloro che fanno dell'oro la loro speranza prima o poi se ne vergogneranno e avranno fiducia in esso (Ezechiele 7:19); e quanto più grande era la loro fiducia, tanto più grande sarà la loro vergogna: Erano confusi perché avevano sperato, == Giobbe 6:20. Ci prepariamo la confusione con le nostre vane speranze: le canne si spezzano sotto di noi perché ci appoggiamo su di esse. Se costruiamo una casa sulla sabbia, saremo certamente confusi, perché cadrà nella tempesta, e dobbiamo ringraziare noi stessi per essere stati così sciocchi da aspettarci che resistesse. Non siamo ingannati a meno che non inganniamo noi stessi.

2. L'applicazione è molto stretta (Giobbe 6:21): Per ora non sei nulla. Sembravano un po' così, ma durante la conferenza non gli aggiungevano nulla. Allude a Galati 2:6. Non era mai stato più saggio, mai migliore, per la visita che gli facevano. Nota: Per quanto possiamo avere compiacimento o per quanta fiducia possiamo riporre nelle creature, per quanto grandi possano sembrare e per quanto possano essere care a noi, una volta o l'altra diremo di loro: Ora tu non sei nulla. Quando Giobbe era nella prosperità, i suoi amici erano qualcosa per lui, si compiaceva di loro e della loro società; ma

"Ora tu non sei nulla, ora non riesco a trovare conforto se non in Dio".

Sarebbe bene per noi se avessimo sempre le convinzioni della vanità della creatura, e della sua insufficienza a renderci felici, come a volte abbiamo avuto, o avremo su un letto di malattia, su un letto di morte, o in difficoltà di coscienza:

"Ora non sei niente. Tu non sei quello che sei stato, quello che dovresti essere, quello che fingi di essere, quello che pensavo che saresti stato; perché vedete la mia caduta e avete paura. Quando mi avete visto nella mia elevazione mi avete accarezzato, ma ora che mi vedete nella mia desolazione siete timidi con me, avete paura di mostrarvi con gentilezza, per timore che io sia per questo incoraggiato a chiedervi qualcosa o a prendermi in prestito.

(confronta Giobbe 6:22);

"Hai paura che, se mi possiedi, tu sia obbligato a tenermi."

Forse avevano paura di prendere il suo cimurro o di venire a contatto con l'odore della sua rumorosità. Non è bene, né per orgoglio né per gentilezza, per amore delle nostre borse o del nostro corpo, essere timidi verso coloro che sono in difficoltà e hanno paura di avvicinarsi a loro. Il loro caso potrebbe presto essere il nostro.

22 Ver. 22. fino alla Ver. 30.

Il povero Giobbe continua qui a rimproverare i suoi amici per la loro scortesia e il duro uso che gli hanno fatto. Qui egli si appella a se stessi riguardo a diverse cose che tendevano sia a giustificarlo che a condannarle. Se solo pensassero in modo imparziale e parlassero come pensano, non potrebbero non ammettere,

I. Che, sebbene fosse necessario, tuttavia non era bramoso, né di peso per i suoi amici. Coloro che lo sono, i cui problemi servono loro a mendicare, sono di solito meno compatiti dei poveri silenziosi. Giobbe sarebbe stato contento di vedere i suoi amici, ma non disse: "Conducimi" == (Giobbe 6:22), oppure: "Liberami", == Giobbe 6:23. Non voleva metterli a nessuna spesa, non esortava nemmeno i suoi amici,

1. Fare una colletta per lui, rimetterlo nel mondo. Sebbene potesse sostenere che le sue perdite gli erano capitate per mano di Dio e non per colpa o follia sua, che era completamente rovinato e impoverito, che aveva vissuto in buone condizioni e che, quando ne aveva, era caritatevole e pronto ad aiutare coloro che erano in difficoltà, che i suoi amici erano ricchi e capaci di aiutarlo, eppure egli non disse: Dammi delle tue sostanze. Nota: Un brav'uomo, quando si preoccupa, ha paura di essere fastidioso ai suoi amici. O

2. per risollevare il paese per lui, per aiutarlo a recuperare il suo bestiame dalle mani dei Sabei e dei Caldei, o per fare rappresaglie su di loro.

"Ti ho forse mandato a chiamare per liberarmi dalla mano del potente? No, non mi sarei mai aspettato che vi esponeste a qualche pericolo o che vi metteste a qualsiasi accusa per causa mia. Preferirò sedermi contento della mia afflizione, e trarne il meglio, piuttosto che spugnare i miei amici".

San Paolo lavorava con le sue mani, per non essere di peso a nessuno. Il fatto che Giobbe non chiedesse il loro aiuto non li giustificava dall'offrirlo quando ne aveva bisogno ed era in loro potere darlo; ma aggravava molto la loro scortesia quando egli non desiderava da loro altro che un bell'aspetto e una buona parola, e tuttavia non riusciva ad ottenerli. Accade spesso che dall'uomo, anche quando ci aspettiamo poco, abbiamo meno, ma da Dio, anche quando ci aspettiamo molto, abbiamo di più, Efesini 3,20.

II. Che, sebbene differisse nelle loro opinioni, tuttavia non era ostinato, ma pronto a cedere alla convinzione e a salpare verso la verità non appena gli fosse apparso che era in errore (Giobbe 6:24-25):

"Se, invece di riflessioni invidiose e insinuazioni poco caritatevoli, mi darai istruzioni chiare e argomenti solidi, che porteranno con sé le loro prove, sono pronto a riconoscere il mio errore e a riconoscere me stesso in una colpa: insegnami, e terrò a freno la mia lingua; perché ho spesso scoperto, con piacere e meraviglia, quanto siano forti le parole giuste. Ma il metodo che tu segui non farà mai proseliti: che cosa rimprovera il tuo ragionamento? La tua ipotesi è falsa, le tue supposizioni sono infondate, la tua gestione è debole e la tua domanda è irritante e poco caritatevole".

Nota

1. Il giusto ragionamento ha un potere di comando, ed è sorprendente se gli uomini non ne sono conquistati; Ma le ingiurie e il linguaggio volgare sono impotenti e stolti, e non c'è da meravigliarsi se gli uomini ne sono esasperati e induriti.

2. È l'indubbio carattere di ogni uomo onesto che è veramente desideroso che i suoi errori siano corretti e che gli si faccia capire in cosa ha sbagliato; e riconoscerà che le parole giuste, quando gli sembrano tali, sebbene contrarie ai suoi precedenti sentimenti, sono sia forti che accettabili.

III. Che, sebbene fosse stato davvero in colpa, tuttavia non avrebbero dovuto fargli un uso così duro (Giobbe 6:26-27):

"Immagini, o escogiti con una grande quantità di arte"

(poiché così significa la parola),

"Per rimproverare le parole, alcune mie espressioni appassionate in questa condizione disperata, come se fossero certi indizi dell'empietà e dell'ateismo regnanti? Un po' di candore e di carità sarebbero serviti a scusarli e a dare loro una migliore costruzione. Lo stato spirituale di un uomo sarà giudicato da qualche parola avventata e affrettata, che un problema sorprendente gli estorce? È giusto, è gentile, è giusto, criticare in un caso del genere? Vorreste voi stessi essere serviti così?"

Due cose aggravarono il loro trattamento scortese nei suoi confronti:

1. Che hanno approfittato della sua debolezza e della condizione di impotenza in cui si trovava: Tu travolgi l'orfano, un' espressione proverbiale, che denota ciò che è più barbaro e disumano.

"Gli orfani di padre non possono proteggersi dagli insulti, il che incoraggia gli uomini di spirito vile e sordido a insultarli e calpestarli; e tu lo fai per mezzo mio".

Giobbe, essendo un padre senza figli, si riteneva esposto al danno tanto quanto un figlio orfano di padre (Salmi 127:5) e aveva motivo di offendersi con coloro che quindi trionfavano su di lui. Coloro che sopraffanno e sopraffanno tali che, in qualsiasi caso, possono essere considerati orfani, sappiano che in ciò non solo si spogliano delle compassioni dell'uomo, ma combattono contro le bussole di Dio, che è, e sarà, un Padre degli orfani e un soccorritore degli indifesi.

2. Che hanno fatto finta di essere gentili:

"Scavi una fossa per il tuo amico; Non solo sei scortese con me, che sono tuo amico, ma, sotto il colore dell'amicizia, mi prendi in trappola".

Quando vennero a vederlo e a sedersi con lui, pensò che avrebbe potuto dire loro liberamente quello che pensava, e che quanto più aspre erano le sue lamentele nei loro confronti, tanto più si sarebbero sforzati di confortarlo. Questo lo fece prendere una libertà maggiore di quella che avrebbe fatto altrimenti. Davide, anche se soffocò i suoi risentimenti quando i malvagi erano davanti a lui, probabilmente avrebbe dato sfogo a loro se non con gli amici, Salmi 39:1. Ma questa libertà di parola, che le loro professioni di interesse per lui gli facevano usare, lo aveva esposto alle loro censure, e così si poteva dire che gli avessero scavato una fossa. Così, quando i nostri cuori sono caldi dentro di noi, siamo inclini a travisare ciò che è fatto male, come se fosse stato fatto intenzionalmente.

IV. Che, sebbene si fosse lasciato sfuggire alcune espressioni appassionate, tuttavia nel complesso aveva ragione, e che le sue afflizioni, sebbene molto straordinarie, non dimostravano che fosse un ipocrita o un uomo malvagio. Egli tiene salda la sua giustizia e non la lascerà andare. Per dimostrarlo egli qui si appella,

1. A ciò che videro in lui (Giobbe 6:28):

"Accontentati e guardami; Che cosa vedi in me che mi renda pazzo o malvagio? No, guardami in faccia, e potrai discernere lì i segni di uno spirito paziente e sottomesso, per tutto questo. Che la mostra del mio volto mi testimoni che, benché abbia maledetto il mio giorno, non maledico il mio Dio".

O meglio,

"Guarda le mie ulcere e i miei foruncoli doloranti, e da essi ti sarà evidente che non mento".

Cioè

"che non mi lamento senza motivo. Lasciate che i vostri stessi occhi vi convincano che la mia condizione è molto triste e che non litigo con Dio peggiorandola di quello che è".

2. A ciò che udirono da lui, Giobbe 6:30.

"Ascoltate quello che ho da dire: C'è forse iniquità nel mio

lingua? quell'iniquità di cui mi accusi? Avere

Ho bestemmiato Dio o l'ho rinnegato? Non sono il mio presente

Argomentazioni, giusto? Non capite, da quello che dico,

che io possa discernere le cose perverse? Posso scoprire

le tue fallacie e i tuoi errori, e, se fossi me stesso

in un errore, potevo percepirlo. Qualunque cosa tu pensi

di me, so quello che dico".

3. Ai loro secondi e sobri pensieri (Giobbe 6:29):

"Tornate, vi prego, riconsiderate la cosa senza pregiudizio e parzialità, e non lasciate che il risultato sia l'iniquità, non sia una sentenza ingiusta; e troverete che in esso è la mia giustizia",

Cioè

"Ho ragione in questa faccenda; e, sebbene non riesca a mantenere la calma come dovrei, mantengo la mia integrità, e non ho detto, né fatto, né sofferto, alcuna cosa che mi dimostri altro che un uomo onesto".

Una giusta causa non desidera altro che una giusta udienza e, se necessario, una nuova udienza.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Giobbe 6

1 Capitolo 6

Giobbe giustifica le sue lamentele Giob 6:1-7

Desidera la morte Giob 6:8-13

Giobbe rimprovera i suoi amici come scortesi Giob 6:14-30

Versetti 1-7

Giobbe si giustifica ancora con le sue lamentele. Oltre ai problemi esteriori, il senso interiore dell'ira di Dio gli toglieva tutto il coraggio e la determinazione. La sensazione dell'ira di Dio è più dura da sopportare di qualsiasi afflizione esteriore. Che cosa ha sopportato il Salvatore nel giardino e sulla croce, quando ha messo a nudo i nostri peccati e la sua anima è stata resa un sacrificio per noi alla giustizia divina? Qualunque sia il peso delle afflizioni, nel corpo o nel patrimonio, che Dio si compiace di imporre su di noi, possiamo ben sopportarlo finché ci mantiene l'uso della ragione e la pace della coscienza; ma se uno di questi due aspetti viene turbato, il nostro caso è davvero pietoso. Giobbe riflette sui suoi amici per le loro censure. Si lamenta di non aver avuto nulla da offrire per il suo sollievo, se non ciò che era di per sé insipido, disgustoso e gravoso.

8 Versetti 8-13

Giobbe aveva desiderato la morte come felice conclusione delle sue miserie. Per questo, Elifaz lo aveva rimproverato, ma lui lo chiede di nuovo con più veemenza di prima. È stato molto avventato parlare così di Dio che lo distrugge. Chi, per un'ora, potrebbe sopportare l'ira dell'Onnipotente, se egli sciogliesse la sua mano contro di lui? Diciamo piuttosto con Davide: "Risparmiami un po'". Giobbe fonda il suo conforto sulla testimonianza della sua coscienza di essere stato, in qualche misura, utile alla gloria di Dio. Coloro che hanno la grazia in sé, che ne hanno la prova e la esercitano, hanno in sé la saggezza, che sarà il loro aiuto nei momenti peggiori.

14 Versetti 14-30

Nella sua prosperità Giobbe si era fatto grandi aspettative dai suoi amici, ma ora è stato deluso. Lo paragona al venir meno dei ruscelli in estate. Coloro che ripongono le loro aspettative nella creatura, la vedranno fallire quando dovrebbe aiutarli; mentre coloro che fanno di Dio la loro fiducia, avranno aiuto nel momento del bisogno, Ebr 4:16. Chi fa dell'oro la sua speranza, prima o poi si vergognerà di esso e della sua fiducia. La nostra saggezza consiste nell'abbandonare l'uomo. Riponiamo tutta la nostra fiducia nella Roccia dei secoli, non in giunchi spezzati; nella Fonte della vita, non in cisterne rotte. L'applicazione è molto stretta: "perché ora non siete nulla". Sarebbe bene per noi se avessimo sempre queste convinzioni della vanità della creatura, come quelle che abbiamo avuto o avremo sul letto di malattia, sul letto di morte o nei problemi di coscienza. Giobbe rimprovera i suoi amici per la loro durezza. Pur essendo nel bisogno, non desiderava da loro altro che un buon sguardo e una buona parola. Spesso accade che, anche quando ci aspettiamo poco dagli uomini, abbiamo meno; ma da Dio, anche quando ci aspettiamo molto, abbiamo di più. Benché Giobbe non fosse d'accordo con loro, era pronto a cedere non appena gli si faceva notare che era in errore. Anche se Giobbe era in errore, non avrebbero dovuto fargliela pagare così duramente. La sua giustizia la tiene stretta e non la lascia andare. Sentiva che in lui non c'era stata l'iniquità che avevano supposto. Ma è meglio affidare i nostri caratteri a Colui che custodisce le nostre anime; nel grande giorno ogni credente retto avrà la lode di Dio.

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Giobbe 6

 

2 Oh, se il mio dolore fosse completamente soppesato - La parola tradotta qui "dolore" ( כעשׂ ka‛aś ) può significare sia irritazione, difficoltà, dolore; Ecclesiaste 1:18; Ecclesiaste 2:23; o può significare rabbia; Deuteronomio 32:19; Ezechiele 20:28.

È reso dalla Settanta qui, ὀργή orgē - rabbia; di Girolamo, peccata - peccati. Il senso dell'intero passaggio potrebbe essere che Giobbe desiderasse che la sua rabbia o le sue lamentele fossero messe in bilico con la sua calamità, per vedere se una fosse più pesante dell'altra - nel senso che non si era lamentato irragionevolmente o ingiustamente (Rosenmuller ); o che desiderasse che le sue afflizioni fossero messe in una bilancia e le sabbie del mare in un'altra, e l'una pesasse contro l'altra (Noyes); o semplicemente, che desiderava che i suoi dolori fossero accuratamente valutati.

Quest'ultimo è, credo, il vero senso del passaggio. Supponeva che i suoi amici non avessero compreso e apprezzato le sue sofferenze; che erano disposti a biasimarlo senza comprendere l'estensione dei suoi dolori, e desidera che li stimassero correttamente prima di condannarlo. In particolare, sembra aver supposto che Eliphaz non avesse reso giustizia alla profondità dei suoi dolori nelle osservazioni che aveva appena fatto.

La figura di pesare azioni o dolori, non è rara o innaturale. Significa fare una stima esatta del loro importo. Quindi parliamo di gravi calamità, di afflizioni che ci schiacciano con il loro peso. eccetera.

Messo in bilico - Margine, "sollevato". Cioè, alzati e metti la bilancia, o metti la bilancia e poi alzata, come è comune nella pesatura.

Insieme - יחד Yachad. Allo stesso tempo; che tutti i miei dolori, dolori e afflizioni, sono stati accatastati sulla bilancia, e poi pesati. Supponeva che si fosse fatta solo una stima parziale dell'entità delle sue calamità.

3 Più pesanti della sabbia del mare - Cioè, sarebbero trovati insopportabili. Chi potrebbe sopportare le sabbie del mare? Così Giobbe dice dei suoi dolori. Un confronto in qualche modo simile si trova in Proverbi 27:3.

Pesante è una pietra, e pesante la sabbia del mare,

Ma l'ira di uno stolto è più pesante di entrambi.

Le mie parole sono inghiottite - Margine, "Voglio che le parole esprimano il mio dolore". Questo esprime il vero senso - ma non con la stessa bellezza poetica. Esprimiamo la stessa idea quando diciamo che siamo soffocati dal dolore; siamo così sopraffatti dal dolore che non possiamo parlare. Qualsiasi emozione molto profonda impedisce il potere dell'espressione. Quindi in Salmi 77:4 :

Tu tieni i miei occhi svegli:

Sono così turbato che non riesco a parlare.

Così le ben note espressioni di Virgilio,

Obstupui, steteruntque comae, et vox faucibus haesit.

C'è stata, tuttavia, una notevole varietà nell'interpretazione della parola qui resa inghiottita - לוּע lûa‛. Gesenius suppone che significhi parlare avventatamente, parlare a caso, e che l'idea è che Giobbe ora ammetta che le sue osservazioni erano state sconsiderate - "quindi le mie parole sono state avventate". Lo stesso senso che Castell dà alla parola araba. Schultens lo rende, “quindi le mie parole sono tempestose o irritate.

” Rosenmuller, “le mie parole superano la dovuta moderazione”. Castellio, “mancano le mie parole”. Lutero, «quindi è vano che io parli». La Settanta, "ma le mie parole sembrano essere malvagie". Girolamo, “le mie parole sono piene di dolore”. In questa varietà è difficile determinarne il significato; ma probabilmente è da ritenere l'antica interpretazione, per cui la parola deriva da לוּע lûa‛, assorbire, inghiottire; confronta Proverbi 20:25; Abdia 1:16; Giobbe 39:30; Proverbi 23:2. La parola non ricorre altrove.

4 Perché le frecce dell'Onnipotente sono dentro di me - Cioè, non è un'afflizione leggera quella che sopporto. Sono ferito in un modo che non potrebbe essere causato dall'uomo - chiamato a sopportare una gravità di sofferenza che mostra che procede dall'Onnipotente. Chiamato così a soffrire ciò che l'uomo non potrebbe causare, sostiene che è giusto che si lamenti, e che le parole che ha impiegato non erano un'espressione impropria dell'entità del dolore.

Il veleno di cui beve il mio spirito - Porta via il mio rigore, il mio conforto, la mia vita. Qui paragona le sue afflizioni all'essere ferito con frecce avvelenate. Tali frecce non erano usate di rado tra gli antichi. L'obiettivo era assicurare la morte certa, anche laddove la ferita provocata dalla freccia stessa non l'avrebbe prodotta. Il veleno era così concentrato che la più piccola quantità trasportata dalla punta di una freccia renderebbe inevitabile la morte. Questa pratica contribuì molto alla barbarie della guerra selvaggia. Così Virgilio parla di frecce avvelenate:

Ungere tela manu, ferrumque armare veneno.

Eneide ix. 773

E ancora, Aen x. 140:

Vulnera dirigere, et calamos armare veneno.

Così Ovidio, Lib. 1. de Ponto, Eleg. ii. degli Sciti:

Qui mortis saevo geminent ut vulnere causas,

Omnia vipereo spicula felle linunt.

Confronta Justin, Lib. ii. C. 10. sezione 2; Grozio, de Jure Belli et Pacis; e Virgilio, En. xii. 857. Nell'Odissea, i. 260ss leggiamo di Ulisse che si recò a Efira, città della Tessaglia, per ottenere da Ilo, figlio di Mermer, veleno mortale, affinché potesse spalmarlo sulla punta di ferro delle sue frecce. La pestilenza che produsse una così grande distruzione nell'accampamento greco è raccontata anche da Omero (Iliade i.

48) per essere stato causato da frecce scagliate dall'arco di Apollo. La frase "beve lo spirito" è molto espressiva. Parliamo ora della spada assetata di sangue; ma questo linguaggio è più espressivo e sorprendente. La figura non è rara nella poesia d'Oriente e degli antichi. Nel poema di Zohair, il terzo dei Moallakat, ovvero quelli trascritti in lettere d'oro, e sospesi nel tempio della Mecca, ricorre la stessa immagine. È così reso da Sir William Jones:

I loro giavellotti non avevano parte nel bere il sangue di Naufel.

Un'espressione simile ricorre in Sofocle in Trachinn, versetto 1061, come citato da Schultens, quando descrive la pestilenza in cui soffrì Ercole:

δὲ χλωρὸν αἵμα μου Πέπωκεν ἤδη -

ek de chlōron haima mou Pepōken ēdē -

Questo è stato imitato da Cicerone in Tuscolano. Disp. ii. 8:

Haec me irretivit veste furiali inscium,

Quae lateri inhaerens morsu lacerat viscera,

Urgensque graviter, pulmonum haurit spiritus,

Jam decolorem sanguinem omnem exsorbuit.

Quindi Lucano, Farsa. ix. 741ff fornisce una descrizione simile:

Ecce subit virus taciturn, carpitque medullas

Ignis edax calidaque iacentit viscera tabe.

Ebibit humorem circa vitalia fusum

Pestis, et in sicco linguan torrere palato Coepit.

Ben più bella, però, delle espressioni di qualunque degli antichi classici - più tenera, più delicata, più carica di pathos - è la descrizione che il poeta cristiano Cowper dà della freccia che trafigge il costato del peccatore. È il racconto della sua stessa conversione:

Ero un cervo colpito che ha lasciato la mandria

Da tempo. Con molte arterie profonde infisse

Il mio lato ansimante è stato caricato quando mi sono ritirato

Per cercare una morte tranquilla in ombre lontane.

Là fui trovato da uno, che aveva se stesso

Sono stato ferito dagli arcieri. Al suo fianco portava,

E nelle sue mani e nei suoi piedi, le cicatrici crudeli.

Compito, B. ii.

Di tali ferite non si lamentò. La freccia fu estratta dalla tenera mano di colui che solo aveva il potere di farlo. Se Giobbe lo avesse conosciuto; se per mezzo di lui avesse avuto piena conoscenza del disegno di misericordia e del conforto che vi può trovare un peccatore ferito, non avremmo udito le amare lamentele da lui pronunciate nelle sue prove. Non giudichiamolo con la severità che possiamo usare per chi è afflitto e si lamenta sotto la luce piena del Vangelo.

I terrori di Dio si schierano contro di me - Quelle cose che Dio usa per suscitare terrore. Il vocabolo che è reso “disposto in ordine” ( ערך ârak ) denota propriamente il tracciare una linea per la battaglia; e il senso è qui, che tutti questi terrori sembrano schierati in ordine di battaglia, come a volerlo distruggere. Nessuna espressione potrebbe descrivere in modo più eclatante la condizione di un peccatore risvegliato, anche se non è certo che Giobbe la usasse proprio in questo senso. L'idea come la usava è che tutto ciò che Dio comunemente impiegava per produrre allarme sembrava essere schierato come in una linea di battaglia contro di lui.

5 L'asino selvatico raglia quando ha l'erba? - Sulle abitudini dell'asino selvatico si vedano le note a Giobbe 11:12. Il significato di Giobbe qui è che non si lamentò senza motivo; e questo lo illustra col fatto che l'animale selvatico che aveva un'abbondante scorta di cibo sarebbe stato gentile e calmo, e che quando si udiva il suo raglio era la prova che stava soffrendo.

Quindi Giobbe dice che c'era una ragione per le sue lamentele. Stava soffrendo; e forse intende dire che il suo lamento era altrettanto naturale, e altrettanto innocente, del ragliare dell'asino per il suo cibo. Avrebbe dovuto ricordare, tuttavia, che era dotato di ragione e che era destinato a manifestare uno spirito diverso dalla creazione bruta.

o abbassa il bue sul suo foraggio? - Cioè, il bue è soddisfatto e non si lamenta quando i suoi bisogni sono soddisfatti. Il fatto che muoia è la prova che è in difficoltà, o c'è una ragione per questo. Quindi Giobbe dice che le sue lamentele erano la prova che era in difficoltà e che c'era una ragione per il suo linguaggio di lamentela.

6 Può ciò che è sgradevole - Che è insipido, o senza gusto.

Da mangiare senza sale - L'aggiunta di sale è necessaria per renderlo gradevole al palato o genuino. La verità letterale di questo nessuno può dubitare, il cibo insipido non può essere gustato, né sosterrebbe a lungo la vita. "Gli orientali mangiano spesso il loro pane con semplice sale, senza nessun'altra aggiunta se non un po' di santoreggia secca e pestata, che per ultimo è il metodo comune ad Aleppo." Storia naturale di Aleppo di Russell, p.

27. Va ricordato, inoltre, che il pane degli orientali è comunemente semplici focacce azzime; vedi Rosenmuller, Alte u. neue Morgenland, su Genesi 18:6. L'idea di Giobbe in questo adagio o proverbio è che c'era idoneità e correttezza nelle cose. Certe cose andavano insieme, ed erano compagni necessari. Non ci si può aspettare l'uno senza l'altro; uno è incompleto senza l'altro. Il cibo insipido richiede sale per renderlo appetibile e nutriente, ed è quindi giusto che sofferenza e lamento si uniscano.

C'era un motivo per le sue lamentele, perché c'era l'aggiunta di sale a cibi sgradevoli. Molta perplessità, tuttavia, è stata avvertita riguardo a tutto questo passaggio; Giobbe 6:6. Alcuni hanno supposto che Giobbe intenda rimproverare severamente Elifaz per la sua arringa sulla necessità della pazienza, che egli caratterizza come insipida, impertinente e disgustosa per lui; in effetti tanto sgradevole per la sua anima quanto lo era per il gusto l'albume di un uovo.

Il Dr. Good lo spiega nel senso: “Ciò che non ha nulla di condimento, nulla di un potere pungente o irritante al suo interno, produce pungenza o irritazione? Anch'io dovrei tacere e non lamentarmi, se non avessi nulla di provocatorio o astioso; ma ahimè! il cibo a cui sono condannato a prendere parte è proprio la calamità che è più acuta per la mia anima, quella che più detesto e che è più dolorosa o provante per il mio palato.

Ma il vero senso di questa prima parte del versetto è, credo, quello che si è espresso sopra - che il cibo insipido richiede un condimento appropriato, e che nelle sue sofferenze c'era un vero motivo di lamento e di lamento - come c'era per fare uso del sale in ciò che è sgradevole. Non vedo motivo di pensare che intendesse con questo rimproverare a Elifaz un discorso insipido e senza senso.

O c'è un sapore nell'albume di un uovo? - Critici e commentatori sono stati molto divisi sul significato di questo. La Settanta lo rende, εἰ δέ καί ἐστί γεῦμα ἐν ῥήμασι κενοῖς ei de kai esti geuma en rēmasi kenois ; c'è qualche gusto nelle parole vane? Girolamo (Vulgata), “qualcuno può assaporare ciò che essere gustato produce morte?” I Targums lo rendono sostanzialmente così com'è nella nostra versione.

La parola ebraica resa “bianco” ( ריר rı̂yr ) significa propriamente sputo; 1 Samuele 21:13. Se applicato a un uovo, ne indica il bianco, come se fosse uno sputo. La parola resa “uovo” ( חלמוּת challâmûth ) non si trova da nessun'altra parte nelle Scritture.

Se è considerato come derivato da חלם châlam, dormire, o sognare, può denotare sonnolenza o sogni, e poi fatuità, follia, o un discorso sciocco, come somiglianti ai sogni; e molti hanno supposto che Giobbe intendesse caratterizzare il discorso di Elifaz a partire da questa descrizione.

Il vocabolo può significare, come in siriaco, una specie di erba, il “pergolato” (Gesenius), proverbiale per la sua insipidezza presso arabi, greci e romani, ma che veniva usato come insalata; e l'intera frase qui può denotare brodo di portulaca, e quindi un discorso insipido. Questa è l'interpretazione di Gesenius. Ma la spiegazione più comune e più probabile è quella della nostra versione comune, che denota l'albume di un uovo.

Ma qual è il punto dell'osservazione come la usa Giobbe? Che sia un'espressione proverbiale, è evidente; ma in che modo Giobbe intendesse applicarlo, non è così chiaro. Gli ebrei dicono che intendeva applicarlo al discorso di Elifaz come insipido e ottuso, senza nulla che penetrasse nel cuore o ravvivasse la fantasia; un discorso sgradevole alla mente come l'albume di un uovo era insipido al gusto. Rosenmuller suppone che si riferisca alle sue afflizioni come spiacevoli da sopportare quanto il bianco di un uovo lo era per il gusto.

Mi sembra che il senso di tutti i proverbi usati qui sia più o meno lo stesso e che significhino "c'è una ragione per tutto ciò che accade. L'asino raglia e il bue si abbassa solo quando è sprovvisto di cibo. Ciò che è insipido è sgradevole, e l'albume di un uovo è ripugnante. Così con le mie afflizioni. Producono disgusto e disgusto, il mio stesso cibo Giobbe 6:7 è sgradevole, e tutto sembra insapore come farebbe il cibo più insipido. Di qui la lingua che ho usato, una lingua parlata non senza ragione, ed espressiva di questo stato dell'anima”.

7 Le cose che la mia anima si rifiutava di toccare - che io mi rifiutavo di toccare - la parola "anima" qui è usata per denotare se stesso. L'idea qui è che quelle cose che prima erano oggetto di odio per lui, erano diventate il suo cibo doloroso e angosciante. L'idea può essere o che sia stato ridotto al massimo dolore e angoscia nel prendere il suo cibo, poiché detestava ciò che era obbligato a mangiare (confronta le note, Giobbe 3:24 ), o più probabilmente la sua calamità è descritta sotto il immagine di cibo ripugnante secondo l'uso orientale, secondo il quale si dice di mangiare o gustare qualsiasi cosa; cioè sperimentarlo.

I suoi dolori gli erano nauseanti quanto gli articoli di cibo di cui aveva parlato lo erano per lo stomaco. La Settanta lo rende stranamente: “Poiché la mia ira - μοῦ ἡ ὀργή mou orgē - non può cessare. Perché considero il mio cibo offensivo come l'odore di un leone' - ὥσπερ ὀσμὴν λέοντος hōsper osmēn leontos.

8 Oh, se potessi avere la mia richiesta - Vale a dire, la morte. Questo desiderava come fine dei suoi dolori, o per esserne liberato, o per essere ammesso in un mondo felice, o entrambe le cose.

Mi concederebbe la cosa che desidero: Margine, "La mia aspettativa". Cioè, la morte. Se lo aspettava; se ne occupò; era impaziente che venisse l'ora. Questo stato di sentimento non è raro - dove i dolori diventano così accumulati e intensi che un uomo desidera morire. Non si tratta, tuttavia, di una preparazione alla morte. I malvagi sono più frequentemente in questo stato rispetto ai giusti.

Sono sopraffatti dal dolore; non vedono alcuna speranza di liberazione da essa e desiderano con impazienza che la fine sia giunta. Sono stupidi riguardo al mondo futuro e suppongono che la tomba sia la fine del loro essere, o che in qualche modo indefinibile saranno resi felici in futuro. I giusti, d'altra parte, sono disposti ad aspettare fino a quando Dio sarà lieto di liberarli, sentendo che ha qualche buon proposito in tutto ciò che sopportano e che non soffrono una pena di troppo.

Tali erano a volte i sentimenti di Giobbe; ma qui, come in alcuni altri casi, nessuno può dubitare che sia stato tradito in un'insofferenza ingiustificata sotto i suoi dolori, e che abbia espresso un desiderio improprio di morire.

9 Anche che sarebbe piaciuto a Dio di distruggermi, di mettermi a morte e di liberarmi dai miei dolori; confronta Giobbe 3:20. La parola qui resa “distruggere” ( דכא dâkâ' ) significa propriamente frantumare, schiacciare, calpestare, rimpicciolire ammaccando.

Qui il senso è che Giobbe desiderava che Dio lo schiacciasse, in modo da togliergli la vita. La Settanta la rende "ferita" - τρωσάτω trōsatō. Il Caldeo lo rende: "Dio, che ha cominciato a farmi povero, perda la mano e mi faccia ricco".

Che avrebbe lasciato la sua mano - Giobbe qui rappresenta la mano di Dio come legata o confinata. Desidera che quella mano incatenata sia liberata, e sia così libera nelle sue inflizioni da potergli permettere di morire.

E tagliami - Questa espressione, dice Gesenius (Lexicon sulla parola בצע betsa‛ ), è una metafora derivata da un tessitore, che, quando la sua tela è finita, la taglia fuori dal thrum con cui è fissata al telaio ; vedere le note in Isaia 38:12. Il senso è che Giobbe desiderava che Dio portasse a termine completamente la sua opera e che, poiché aveva iniziato a distruggerlo, l'avrebbe completata.

10 Allora dovrei ancora avere conforto - il Dr. Good lo rende, "allora mi consolerei già". Nosì, "eppure dovrebbe essere ancora la mia consolazione". Il senso letterale è "e ci sarebbe per me ancora consolazione"; o "la mia consolazione sarebbe ancora". Cioè, troverebbe conforto nella tomba (confronta Giobbe 3:13 ss), o nel mondo futuro.

Mi indurirei nel dolore - il Dr. Good lo rende, "e salterò di gioia". In modo simile, Noyes lo rende, "esulterei". Quindi Schultens capisce l'espressione. La parola ebraica resa “mi indurirei” ( סלד sâlad ) non si trova da nessun'altra parte, e gli espositori sono stati divisi riguardo al suo significato. Secondo Castell significa rafforzare, confermare.

Il caldeo ( סלד ) significa riscaldarsi, risplendere, bruciare. La parola araba si riferisce al cavallo, e significa battere la terra con i piedi, e poi saltare, esultare, balzare su; e questa è l'idea che Gesenius e altri suppongono debba essere qui mantenuta - un'idea che certamente si adatta meglio alla connessione rispetto a quella comune di indurire se stesso nel dolore. La Settanta lo rende ἡλλόμήν hēllomēn - " Salterei " o esultare, anche se purtroppo hanno perso il senso nell'altra parte del versetto.

Lo rendono: “La mia città sia solo una tomba, sulle cui mura salterò; Non risparmierò, perché non ho falsificato le sante parole del mio Dio». Il Caldeo lo rende: "e io esulterò ( ואבוע ) quando l'ira si abbatterà sui malvagi". Il significato probabile è che Giobbe esulterebbe o si rallegrerebbe se gli fosse permesso di morire; trionferebbe anche in mezzo al suo dolore, se potesse coricarsi e morire.

Non mi risparmi - Non trattenga o trattenga quelle sofferenze che mi farebbero sprofondare nella tomba.

Poiché non ho nascosto le parole del Santo, ho mantenuto apertamente e arditamente una professione di attaccamento alla causa di Dio e alla sua verità. ho, in modo pubblico e solenne, professato attaccamento al mio Creatore; Non ho rifiutato di riconoscere che sono suo; Non mi sono vergognato di lui e della sua causa. Quanta consolazione si può trovare in una tale riflessione quando si viene a morire! Se c'è stata una consistente professione di religione; se non si è ritirato dall'attaccamento a Dio; se in tutti i circoli, alti e bassi, ricchi e poveri, frivoli e seri, c'è stato un attaccamento incrollabile e costante, sebbene non ostentato, alla causa di Dio, ci darà una consolazione e una fiducia indicibili quando verremo a morire.

Se c'è stato nascondimento, e vergogna, e ritrarsi da una professione di religione, ci sarà vergogna, e rimpianto, e dolore; confrontare Salmi 40:9; Atti degli Apostoli 20:20.

11 Qual è la mia forza, che dovrei sperare? - Finora Giobbe aveva sopportato le sue prove senza temere di perdere la sua costanza di speranza, o la sua fiducia in Dio. Qui sembra temere che la sua costanza possa fallire, e quindi desidera morire prima di essere lasciato a disonorare Dio. Si chiede, quindi, quale forza avesse per sperare di poter sostenere ancora a lungo le sue prove.

E qual è la mia fine, che dovrei prolungare la mia vita? - Di questo passo sono state date diverse interpretazioni. Alcuni suppongono che significhi: “Qual è il limite della mia forza? Quanto durerà?" Altri: "Che fine avranno le mie miserie?" Altri: “Quanto è lontana la mia fine? Quanto tempo devo vivere?" Noyes lo rende: "E qual è la mia fine che dovrei essere paziente?" Rosenmuller suppone che la parola "fine" qui significhi "fine della sua forza", o che non avesse tale forza d'animo da essere certo di poter sopportare a lungo le sue prove senza lamentarsi o mormorare.

La frase resa "prolunga la mia vita", probabilmente significa piuttosto "allungare la pazienza" o resistere ai dolori accumulati. La parola resa vita נפשׁ nephesh significa spesso anima, spirito, mente, oltre che vita, e il senso è che non poteva sperare, da nessuna forza che aveva, di sopportare senza lamentarsi queste prove fino alla fine naturale della sua vita ; e quindi desiderava che Dio esaudisse la sua richiesta e lo distruggesse.

Sentendo che la sua pazienza stava sprofondando sotto le sue calamità, dice che sarebbe meglio per lui morire che essere lasciato a disonorare il suo Creatore. È proprio lo stato di sentimento che hanno molti sofferenti, che le sue prove sono così grandi che la natura sprofonderà sotto di loro, e che la morte sarebbe un sollievo. Allora è il momento di guardare a Dio per avere sostegno e consolazione.

12 La mia forza è la forza delle pietre? - Cioè, come un baluardo o una fortificazione fatta di pietre, o come una roccia scoscesa che può sopportare gli assalti fatti su di essa. Una roccia sopporterà i colpi della tempesta e resisterà alle inondazioni, ma come può farlo l'uomo fragile? L'idea di Giobbe è che non aveva la forza di sopportare queste prove accumulate; che temeva di essere lasciato sprofondare sotto di loro e lamentarsi di Dio; e che i suoi amici non dovevano meravigliarsi se la sua forza cedeva, e pronunciò il linguaggio della lamentela.

O la mia carne è di ottone? - Margine, "sfrontato". Il confronto qui utilizzato non è raro. Così Cicerone, Aca. Qu. IV. 31, dice, Non enim est e saxo sculptus, ant e robore dolatus homo; habet corpus, habet animum; movetur mente, movetur sensibus: - “poiché l'uomo non è scolpito nella roccia, né tagliato dall'albero; ha un corpo, ha un'anima; è mosso dalla mente, è influenzato dai sensi”. Così Teocrito, nella sua descrizione di Amico, Idillio. XXII. 47:

α δ ̓ ἐσφαίρωτο πελώρια και πλατὺ νῶτον,

Σαρκὶ σιδαρείῃ σφυρήλακος οἷα ολασσός.

Stēthea d' esfairōto pelōria kai platu nōton,

Sarki sidareiē sfurēlakos hoia kolossos.

Rotondo quanto al petto vasto e alla schiena larga, e con carne di ferro, è come un colosso formato con un martello - Così in Omero ricorre spesso l'espressione - σιδήρειον ἦτορ sidēreion tor - un cuore di ferro - per denotare il coraggio. E così, secondo Schultens, è diventato un proverbio, οὐκ ἀπὸ δρυὸς, οὐκ ἀπο πέτρης ouk apo druos, ouk apo petrēs - non da un albero, non da una roccia.

Il significato di Giobbe è chiaro. Aveva carne come gli altri. I suoi muscoli, nervi e tendini non potevano sopportare una forza costante applicata su di loro, come se fossero fatti di ottone o di ferro. Devono cedere; e temeva che sarebbe sprofondato in questi dolori e che gli sarebbe stato lasciato usare un linguaggio che avrebbe disonorato Dio. In ogni caso, sentiva che questi grandi dolori giustificavano le forti espressioni che aveva già usato.

13 Non è il mio aiuto in me? - Questo sarebbe meglio reso in modo affermativo, o come un'esclamazione. La forma interrogativa dei versi precedenti non ha bisogno di essere continuata in questo. Il senso è: “ahimè! non c'è aiuto in me!” Cioè: “Non ho forza; Devo arrendermi sotto questi dolori nella disperazione.” Così è reso da Jerome, Rosenmuller, Good, Noyes e altri.

E la saggezza è del tutto scacciata da me? - Anche questo dovrebbe essere letto come un'affermazione, "la liberazione è guidata da me". La parola resa saggezza ( תשׁיה tûshı̂yâh ) significa propriamente una posizione eretta; poi aiuto, liberazione; e poi scopo, impresa; vedi le note a Giobbe 5:12. Qui significa che ogni speranza di liberazione era svanita e che stava sprofondando nella disperazione.

14 Per chi è afflitto - Margine, "si scioglie". La parola qui usata ( מס mâs ) deriva da מסס mâsas, sciogliere, scorrere verso il basso, deperire, e qui significa uno che si strugge o si consuma sotto le calamità. Lo scopo di questo verso è di rimproverare i suoi amici per la poca simpatia che gli avevano mostrato. Aveva cercato consolazione nelle sue prove, e aveva il diritto di aspettarselo; ma dice che aveva incontrato esattamente l'opposto, e che la sua calamità era aggravata dal fatto che avevano trattato solo con il linguaggio della severità.

La pietà dovrebbe essere mostrata dal suo amico - Il bene lo rende "vergogna per l'uomo che disprezza il suo amico". Del brano sono state proposte una grande varietà di interpretazioni, ma la nostra traduzione ha probabilmente espresso il vero senso. Se c'è un posto dove dovrebbe essere mostrata la gentilezza, è quando un uomo sta sprofondando sotto i dolori accumulati nella tomba.

Ma egli abbandona il timore dell'Onnipotente - Questo può essere inteso sia come riferito al linguaggio che Giobbe dice di aver usato di lui - accusandolo di abbandonare il timore di Dio, invece di consolarlo; o può significare che avevano abbandonato il timore di Dio nel rimproverarlo e nel non consolarlo; o può significare che se tale gentilezza non fosse mostrata a un amico nella prova, sarebbe lasciato a liberarsi del timore di Dio.

Quest'ultima interpretazione è adottata da Noyes. Good suppone che sia destinato a essere un severo rimprovero a Elifaz, per il corso che aveva seguito. Mi sembra che questa sia probabilmente l'interpretazione corretta, e che la particella ו ( v ) qui sia usata in senso avverso, nel senso che mentre era un ovvio dettame di pietà mostrare gentilezza verso un amico, Eliphaz aveva dimenticato questo obbligo , e si era lasciato andare a uno sforzo di osservazione che non avrebbe potuto essere suggerito dalla vera religione. Egli procede ad illustrare questo sentimento con uno dei più bei confronti che si possano trovare in qualsiasi lingua.

15 Fratelli miei - Cioè, i tre amici che erano venuti a fare le condoglianze con lui. Usa il linguaggio dei fratelli, per intimare ciò che aveva il diritto di aspettarsi da loro. È comune in tutte le lingue dare il nome fratelli agli amici.

Ho trattato con inganno - Cioè, sono stato tristemente deluso. Ho cercato il linguaggio della condoglianza e della compassione; per qualcosa che rallegri il mio cuore e mi sostenga nelle mie prove - come viaggiatori stanchi e assetati cercano l'acqua e sono tristemente delusi quando arrivano nel luogo dove si aspettavano di trovarla, e trovano il ruscello prosciugato. La similitudine qui usata è squisitamente bella, considerata come una mera descrizione di un fatto realmente accaduto nei deserti dell'Arabia.

Ma la sua principale bellezza consiste nel suo esatto adattamento al caso dinanzi a lui, e nel punto e nel midollo del rimprovero che amministra. “La pienezza, la forza e il rumore di questi flussi temporanei in inverno, rispondono alle grandi professioni fatte a Giobbe nella sua prosperità dai suoi amici. L'aridità delle acque all'approssimarsi dell'estate, somiglia al fallimento della loro amicizia in tempo di afflizione”. Scott, come citato da Noyes.

Come un ruscello - Cioè come un ruscello che è ingrossato dai torrenti d'inverno, e che è secco d'estate. Tali flussi abbondano in Arabia, e in Oriente in generale. I torrenti scendono dalle colline in tempo di pioggia, o quando sono ingrossati dallo scioglimento dei ghiacci; ma d'estate sono secche, o le loro acque si perdono nella sabbia. Anche i grandi flussi vengono così assorbiti. Il fiume Barrady, che bagna Damasco, dopo essere passato poco a sud-est della città verso i deserti arabi, si perde nella sabbia, o evapora per il calore del sole.

L'idea qui è che i viaggiatori in una carovana si avvicinerebbero al luogo dove prima era stata trovata l'acqua, ma troverebbero la fontana prosciugata, o il ruscello perso nella sabbia; e quando cercavano ristoro, trovavano solo delusione. In Arabia non ci sono molti fiumi. Nello Yemen, infatti, ci sono alcuni corsi d'acqua che scorrono tutto l'anno, e ad est l'Eufrate è stato affermato come appartenente all'Arabia. Ma la maggior parte dei torrenti sono torrenti invernali che si seccano d'estate, o rivoli che si gonfiano a causa delle forti piogge.

Un'illustrazione del versetto davanti a noi si trova in Campbell's Travels in Africa. “Nelle zone desertiche dell'Africa ha offerto molta gioia immergersi in un ruscello d'acqua, specialmente quando si corre nella direzione del viaggio, aspettandosi che si rivelasse un prezioso compagno. Forse prima che ci accompagnasse per due miglia è diventato invisibile sprofondando nella sabbia; ma due miglia più avanti sarebbe riapparso e avrebbe fatto sperare nella sua continuazione; ma dopo aver corso per poche centinaia di metri, sarebbe finalmente sprofondato nella sabbia, non più per rialzarsi.

Il paragone di un uomo che inganna e delude con un tale Stream è comune in Arabia e ha dato origine, secondo Schultens, a molti proverbi. Così, dicono di un amico traditore: "Non ho fiducia nel tuo torrente"; e, "O torrente, il tuo flusso si placa". Così dice lo Scholiast su Moallakat, “una pozza o alluvione era chiamata Gadyr, perché i viaggiatori quando vi passano accanto la trovano piena d'acqua, ma quando tornano non vi trovano nulla, e sembra che li abbia traditi a tradimento.

Così dicono di un uomo falso, che è più ingannevole dell'apparenza dell'acqua” - riferendosi, forse, all'apparenza ingannevole del miraggio nelle sabbie del deserto; vedere le note in Isaia 35:7.

E come il ruscello dei ruscelli passano - Come il ruscello della valle - il ruscello che scorre nella valle, che è riempito dal torrente di montagna. Muoiono al ritorno dell'estate, o quando la pioggia cessa di cadere e la valle è di nuovo asciutta. Quindi con le consolazioni dei falsi amici. Non si può fare affidamento su di loro. Tutte le loro professioni sono temporanee ed evanescenti.

16 Che sono nerastre - O meglio, che sono torbide. La parola qui usata ( קדרים qoderı̂ym ) significa essere torbido, sudicio, o fangoso, parlato di un torrente, e quindi essere di un colore fosco, essere di colore scuro, come ad esempio la pelle bruciata dal sole, Giobbe 30:28; o essere scuro - come quando il sole è oscurato; Gioele 2:10; Gioele 3:15.

Girolamo lo rende, Qui timent pruinam - "che temono il gelo, quando la neve viene su di loro". La Settanta lo rende, "coloro che mi avevano venerato ora si precipitarono su di me come neve o brina, che sciogliendosi all'avvicinarsi del caldo, non si sapeva da dove venisse". L'espressione in ebraico significa che sono stati resi scuri e torbidi dai torrenti accumulati causati dallo scioglimento della neve e del ghiaccio.

A causa del ghiaccio - Quando si scioglie e gonfia i torrenti.

E in cui la neve è nascosta - Cioè, dice Noyes, si scioglie e scorre in loro. Si riferisce allo scioglimento della neve in primavera, quando i torrenti si sono gonfiati in conseguenza di esso. La neve, sciogliendosi in primavera e in estate, avrebbe ingrossato i torrenti, che altre volte erano asciutti. Lucrezio cita lo scioglimento delle nevi sui monti dell'Etiopia, come una delle cause dello straripamento del Nilo:

Forsitan Aethiopo pentrue de montibus altis

Crescat, ubi in campos albas discendere ningues

Tahificiss subigit radiis sol, omnia lustrans.

vi. 734.

O, dai monti Etiop, il sole splendente,

Ora completamente maturato, con raggio che si dissolve in profondità,

Possa sciogliere le nevi agglomerate, e giù per le pianure

Guidali, aumentando quindi il flusso incipiente.

Buona

Una descrizione simile si trova in Omero, Iliade xi. 492:

δ ̓ ὁπόε πλήφων οταμός πεδίνδε κάτεισι

Χειμάῤῥους κατ ̓ ὄρεσφιν, κ. . .

Hōs d' hopote plēthōn potamos pedionde kateisi

Cheimarrous kat' oresfin, ecc.

E anche in Ovidio, Veloce. ii. 219:

Ecce, velut torrens andis pluvialibus auctus,

Formicaio, quae, Zephyro victa, repente fluit,

Per sara, perque vias, tertur; nec, ut ante solebat,

Riparum clausas margine finit aquas.

17 A che ora - Nel tempo; o dopo un po'.

Essi cera calda - Gesenius rende questa parola ( יזרבו y e zo e bu ) quando sono diventati stretti, e questa versione è stato adottato da Noyes. La parola non si trova da nessun'altra parte. Taylor (Concord.) lo rende, "per essere sciolto dal calore del sole". Girolamo, fuerint dissipati - “nel tempo in cui sono dispersi.

” La Settanta, τακεῖσα Θέρμης γενομένης takeisa thermēs genomenēs - “che si scioglie all'avvicinarsi del calore”. I Caldei: "Nel tempo in cui peccò la generazione del diluvio, furono dispersi". Castell dice che la parola זרב zarab nel Piel, come la parola in caldeo ( זרב z e Rab ) significa “flusso”; e anche che ha lo stesso significato di צרב tsârab, diventare caldo.

In siriaco la parola significa essere stretto, legato, confinato. Nel complesso, tuttavia, la connessione sembra richiederci di comprenderla come è resa nella nostra traduzione comune, nel senso che quando sono esposti ai raggi di un sole cocente, evaporano. Scendono dai monti a torrenti, ma quando sfociano in sabbie ardenti, o si espongono all'intensa azione del sole, si seccano e scompaiono.

Svaniscono - Margine, "sono tagliati fuori". Cioè, vagano nelle sabbie del deserto finché non si perdono definitivamente.

Quando fa caldo - Margine, "nel suo calore". Quando arriva l'estate, o quando i raggi del sole si riversano su di loro.

Sono consumati - Margine, "estinto". Sono prosciugati e non forniscono acqua alla carovana.

18 I sentieri della loro strada sono deviati - Noyes lo rende, "Le carovane si girano verso di loro nel loro cammino". Bene, "Gli sbocchi del loro canale si snodano". Rosenmuller, "Le bande di viaggiatori dirigono il loro viaggio verso di loro". Girolamo, “Sono coinvolti i sentieri dei loro passi”. Secondo l'interpretazione di Rosenmuller, Noyes, Umbreit e altri, significa che le carovane nel loro viaggio deviano dal loro percorso normale per trovare acqua lì; e che nel farlo salgono nel deserto e muoiono.

Secondo l'altra interpretazione, significa che i canali del torrente si snodano fino a diminuire e a nulla. Quest'ultimo credo sia il vero senso del brano, poiché è senza dubbio il più poetico. È una rappresentazione del torrente che si snoda nei suoi canali, o che crea nuovi canali mentre scorre dalla montagna, fino a quando non diminuisce per evaporazione e alla fine si annulla.

Non vanno a nulla - Noyes lo rende molto singolarmente, "nel deserto", - nel senso che le carovane, quando suppongono di andare in un luogo di ristoro, in realtà vanno in un deserto, e così periscono. La parola usata qui, tuttavia תהוּ tohu, non si verifica nel senso di un deserto altrove nelle Scritture. Denota il nulla, il vuoto, la vanità (cfr Genesi 1:2 ), ed esprime molto opportunamente il nulla in cui svanisce un ruscello quando si secca o si perde nella sabbia.

Il senso è che quei ruscelli vagano finché diventano sempre più piccoli, e poi scompaiono del tutto. Ingannano il viaggiatore che sperava di trovarvi ristoro. Non ci si può fidare dei ruscelli che dipendono dalla neve e dalle tempeste e non hanno fontane permanenti. Gli amici finti sono come loro. In tempi di prosperità sono pieni di professioni e il loro aiuto ci viene offerto. Ma andiamo da loro quando abbiamo bisogno del loro aiuto, quando siamo come il viaggiatore stanco e assetato, e scompaiono come ruscelli ingannevoli nelle sabbie del deserto.

19 Le truppe di Tema cercarono - Cioè, cercarono i corsi d'acqua. Sulla situazione di Tema, vedi Note, Giobbe 2:11. Questo era il paese di Elifaz, e l'immagine sarebbe stata ben compresa da lui. La figura è di squisita bellezza. Vuol dire che le carovane di Tema, nel percorrere il deserto, cercavano quei torrenti.

Sono venuti con l'aspettativa di trovare i mezzi per placare la loro sete. Quando arrivarono rimasero delusi, perché le acque erano scomparse. Reiske, tuttavia, lo rende: "Le loro tracce (i rami del diluvio) tendono verso Tema;" - una traduzione che porterà l'ebraico, ma la versione consueta è più corretta, ed è più elegante.

Le compagnie di Saba li aspettavano - La “Sheba” qui indicata si trovava probabilmente nella parte meridionale dell'Arabia; vedere le note in Isaia 45:14. L'idea è che le carovane da quella parte dell'Arabia sono venute e hanno cercato una scorta d'acqua, e sono rimaste deluse.

20 Erano confusi perché avevano sperato - Le carovane di Tema e Saba. La parola "confuso" qui significa vergogna. Rappresenta lo stato di sentimento che ha chi ha incontrato delusione. È perplesso, angosciato e si vergogna di aver nutrito una speranza così fiduciosa; vedere le note in Isaia 30:5.

Erano abbattuti e tristi che le acque fossero venute meno, e si guardavano l'un l'altro con confusione e sgomento. Ci sono poche immagini più poetiche di questa, e niente che mostri in modo più sorprendente la delusione di Giobbe, che aveva cercato consolazione dai suoi amici e non l'aveva trovata. Era abbattuto, angosciato e avvilito, come i viaggiatori di Tema e di Saba, perché non avevano nulla da offrire per consolarlo; perché aveva aspettato che lo sostenessero nelle sue afflizioni, ed era stato del tutto deluso.

21 Per ora sei come niente - Margine, "o, sei come lui, o loro". A margine anche la parola "niente" è resa "non". Questa varietà nasce da una differenza di lettura nel testo ebraico, molti manoscritti. avendo invece di ( לא lô' ), not, ( לו lô' ), a lui, o ad esso. Che è corretto, non è facile da determinare.

Rosenmuller suppone che sia solo una varietà nello scrivere la parola לא l', dove il waw è spesso usato per. א La probabilità è, che significa, che erano come niente - come il ruscello che era scomparso. Questo è il punto del confronto; e questo Giobbe ora si applica ai suoi amici. Avevano promesso molto con la loro venuta - come i ruscelli quando sono gonfiati dalle piogge e dal ghiaccio sciolto. Ma ora si scoprì che non erano niente.

Vedete il mio abbattimento - חתת chăthath - il mio essere spezzato o schiacciato; la mia calamità. Vulgata, plugam. Settanta, τραῦμα trauma, ferita.

E hanno paura - Sono timidi e timorosi. Ti ritrai; non osi affrontare l'argomento con audacia, o venire da me con parole di consolazione. Sei venuto con la dichiarata intenzione di amministrare conforto, ma il tuo coraggio viene meno.

22 Ho detto, portami? - Giobbe prosegue affermando che la loro condotta in questo era stata notevolmente aggravata dal fatto che erano venuti volontariamente. Non aveva chiesto loro di venire. Non aveva desiderato alcun regalo; nessun favore. Non aveva chiesto loro aiuto in alcun modo o forma. Erano venuti di loro spontanea volontà, e quando sono venuti hanno pronunciato solo il linguaggio della severità e del rimprovero. Se avesse chiesto loro di aiutarlo, il caso sarebbe stato diverso.

Questo avrebbe fornito loro una scusa per intromettersi nel caso. Ma ora il tutto era gratuito e non richiesto. Non desiderava la loro interferenza, e con queste osservazioni implica che se non avessero potuto dire nulla che lo avrebbe consolato, sarebbe stata una gentilezza da parte loro non aver detto nulla.

Oppure, mi dai una ricompensa della tua sostanza? - Cioè, ti ho chiesto un regalo fuori dalla tua proprietà? non ho chiesto niente. Non ti ho mai chiesto di interporsi e di aiutarmi.

23 Oppure liberami dalla mano del nemico? - In nessun momento ti ho chiamato per salvarmi da un nemico.

Oppure, riscattami? - Cioè, salvami dalla mano dei ladri. Il significato è che non era in alcun modo obbligato a loro; non li aveva mai chiamati in aiuto; e non c'era quindi nessuna pretesa che potessero ora avere per affliggerlo ulteriormente con le loro riflessioni. Sembra esserci qualcosa di stizzoso in queste osservazioni; e non è necessario tentare di giustificare lo spirito che li ha dettati.

24 Insegnami, e terrò a freno la lingua - Cioè, dammi una vera istruzione, o mostrami qual è il mio dovere, e tacerò. Con questo intende dire che Elifaz in realtà non aveva impartito alcuna istruzione, ma aveva trattato solo nel linguaggio della riprensione. Il senso è: “Mi sederei volentieri e ascolterei dove viene impartita la verità e dove potrei essere in grado di vedere la ragione delle azioni divine. Se mi si potesse far capire dove ho sbagliato, acconsentirei".

25 Quanto sono forti le parole giuste! - Quanto sono pesanti e impressionanti le parole di verità! Giobbe significa che era abituato a sentire il loro potere e ad ammetterlo nella sua anima. Se le loro parole fossero tali, le ascolterebbe con profonda attenzione, e in silenzio. L'espressione ha un cast proverbiale.

Ma cosa rimprovera la tua discussione? - O meglio, cosa rimprovera il tuo rimprovero? o cosa provano i tuoi rimproveri? Giobbe professa una disponibilità all'ascolto di parole di verità e saggezza; si lamenta che il linguaggio di rimprovero usato da loro non era adatto a istruire la sua intelligenza oa giovare al suo cuore. Così com'era, non si sentiva convinto, ed era probabile che non avrebbe tratto alcun vantaggio da ciò che dicevano.

26 Immaginate di rimproverare le parole? - Su questo versetto si è verificata una notevole varietà di interpretazioni. Dott Buono, seguendo Schultens, suppone che la parola tradotta vento qui רוּח Ruach mezzi sospiri, o gemiti, e lo rende,

Prendereste dunque parole di rimprovero,

Il semplice sfogare i mezzi della disperazione?

Ma Rosenmuller ha ben osservato che la parola non ha mai questo significato. Noyes lo rende,

Intendi censurare le parole?

Le parole di un uomo disperato non sono che vento.

In questo, ha probabilmente espresso il vero senso. Questa spiegazione è stata proposta da Ludov. de Dieu, e viene adottato da Rosenmuller. Secondo questo, il senso è: “Credi che sia ragionevole lamentarsi di semplici parole? Tralascerai argomenti e fatti pesanti e importanti e ti soffermerai solo sulle parole che vengono estorte a un uomo in miseria? Non sai che uno in stato di disperazione pronuncia molte espressioni che non dovrebbero essere considerate come il risultato del suo deliberato giudizio? E passerai il tuo tempo a soffermarti su quelle parole piuttosto che sull'argomento principale coinvolto?" Questo è probabilmente il vero senso del verso; e se è così è una lamentela di Giobbe che fossero disposti a farne “un delinquente per parola” piuttosto che entrare nel merito reale della causa,

27 Sì, sopraffate gli orfani - Giobbe significa indubbiamente che questo dovrebbe essere applicato a se stesso. Si lamenta che hanno approfittato delle sue parole, che erano disposti a pervertire il suo significato e hanno distorto sgarbatamente ciò che ha detto. La parola resa “senza padre” יתום yâthôm denota propriamente un orfano; Esodo 22:22; Deuteronomio 10:18; Deuteronomio 14:29.

Ma è possibile che qui non venga preso in questo significato limitato. La parola è ancora conservata nella lingua araba - la lingua parlata nel paese in cui viveva Giobbe, - dove la parola יתום yâthôm significa essere solo, in lutto, ecc. Può essere che questa idea si presenti sotto forma della parola usata qui , che Giobbe era solo e in lutto; che era desolato e indifeso come un orfano di padre; e soprattutto che manifestassero uno spirito come quello di chi opprime un orfano.

La parola “sopraffare” תפילוּ tapı̂ylû significa propriamente, “cadi su”; cioè, lo tratti con violenza. Oppure, può significare qui, nell'Hiphil, "fai cadere su", riferendosi a una rete, e significa che hanno fatto tendere una rete per l'orfano. Quindi Rosenmuller e Noyes lo capiscono. Fare questo era, nei paesi orientali, considerato un crimine di speciale enormità, e spesso è così menzionato nella Bibbia; vedere le note in Isaia 1:17.

E scavi una fossa per il tuo amico - Ti comporti verso il tuo amico come fanno i cacciatori con le bestie feroci. Scavano una fossa e la ricoprono di sterpaglia per nasconderla, e l'animale braccato, ingannato, vi cade dentro senza saperlo. Quindi cerchi di intrappolare il tuo amico. Hai un piano per questo. Nascondi il tuo disegno. Riesci a spingerlo nella fossa che hai creato, e lo spingi finché non lo hai catturato nell'uso di un linguaggio indifeso, o lo hai spinto a sfogare espressioni che lo ricoprono di confusione.

Invece di stendere un manto di carità sulle sue fragilità e infermità, tu approfitti di ogni parola, la togli dal suo giusto legame, e cerchi di sopraffarlo nella vergogna e nella disgrazia. Sul metodo di caccia nell'antichità si vedano le note a – Giobbe 18:8.

28 Ora, quindi, accontentati: Rosenmuller ha reso meglio questo, "se ti piace". Il senso è: "Se vuoi, guardami". Cioè, “se sei disposto, puoi guardarmi attentamente. Guardami nel volto. Potete vedere voi stessi se sono sincero o falso. Sono disposto che tutto il mio comportamento sia sottoposto al massimo esame».

Perché ti è evidente se mento - Margine, come in ebraico davanti alla tua faccia. Cioè, "voi stessi potete vedere da tutto il mio contegno, dalle mie sofferenze, dalla mia pazienza, dalla mia manifesta sincerità, che non sto facendo l'ipocrita". Consapevole della sincerità, credeva che se lo avessero guardato, si sarebbero convinti che era un uomo sincero e retto.

29 Ritorna, ti prego - Cioè, torna all'argomento. Ridacci di nuovo la tua attenzione. Forse può aver scorto in loro una disposizione a voltare le spalle a ciò che stava dicendo, a ritirarsi e lasciarlo. Giobbe esprime la sua convinzione di poterli convincere; e si propone di esprimere più pienamente le sue opinioni, se volessero occuparsi di lui.

Non sia iniquità - Non si consideri sbagliato così per tornare all'argomento. Oppure, non si dia per scontato che i miei sentimenti siano errati e il mio cuore malvagio. Giobbe significa che non si deve dare per scontato che fosse un ipocrita; che era cosciente della sincerità e che era convinto di poterli accontentare se avessero prestato orecchio all'ascolto. Un sentimento simile lo esprime in Giobbe 19:28 :

Ma dovreste dire: Perché lo perseguitiamo?

Vedendo la radice della questione si trova in me.

La mia giustizia è in esso - Margine, cioè, questa faccenda. Il senso è, “la mia completa giustificazione è nell'argomento che mi propongo di affermare. Sono pronto a dimostrare di essere innocente". Per questo desidera che tornino e si occupino di ciò che ha proposto di dire.

30 C'è iniquità nella mia lingua? - Questo è un solenne appello alle loro coscienze, e alla loro profonda convinzione di essere sincero. L'iniquità nella lingua significa falsità, inganno, ipocrisia - ciò che sarebbe espresso dalla lingua.

Il mio gusto non può discernere le cose perverse? - Margine, palato. La parola qui usata חך chêk significa propriamente il palato, insieme alla corrispondente parte inferiore della bocca, la bocca interna. Gesenio. Quindi, significa l'organo del gusto, che risiede nella bocca. Il significato è che Giobbe era qualificato per discernere ciò che era vero o falso, sincero o ipocrita, giusto o ingiusto, allo stesso modo in cui il palato è atto a discernere le qualità degli oggetti, siano essi amari o dolci, piacevoli o spiacevoli, salutari. o non salutare.

Il suo scopo è richiamare l'attenzione su ciò che aveva da affermare sull'argomento. A questa proposta vendetta procede nel capitolo seguente, mostrando la grandezza della sua calamità, e il suo diritto, come suppone, di lamentarsi. La loro attenzione è stata guadagnata. Non si rifiutarono di ascoltarlo, ed egli procede a una dichiarazione più completa della sua calamità e dei motivi per cui si era permesso di usare il linguaggio della lamentela. Ascoltarono senza interruzione finché non ebbe finito, e poi risposero con toni ancora più severi.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Giobbe 6

1 INTRODUZIONE AL LAVORO 6

Questo e il seguente capitolo contengono la risposta di Giobbe al discorso di Elifaz nei due precedenti; prima scusa la sua impazienza con la grandezza delle sue afflizioni, che, se pesate da mani buone e imparziali, si sarebbero rivelate più pesanti della sabbia del mare, e che le parole mancavano di esprimere, Giobbe 6:1-3 ; e viene data la ragione per cui erano così pesanti, essendo le frecce e i terrori dell'Onnipotente, Giobbe 6:4 ; e con varie similitudini mostra che i suoi gemiti e le sue lamentele sotto di esse non devono sembrare strani e irragionevoli, Giobbe 6:5-7 ; e ciò che era stato detto non gli convince, egli continua con lo stesso sentimento e disposizione d'animo, e desidera essere rimosso dalla morte dalla sua miserabile condizione, e ne espone le sue ragioni, Giobbe 6:8-13 ; e sebbene il suo caso fosse tale da richiedere pietà ai suoi amici, tuttavia questo non lo ebbe da loro, ma li rappresentò come ingannevoli, e come se lo avessero tristemente deluso, e quindi non sperava né chiedeva nulla da loro, Giobbe 6:14-23 ; e osserva che le loro parole e i loro argomenti non avevano alcuna forza e peso per lui, ma dannosi e perniciosi, Giobbe 6:24-27 ; e a sua volta dà loro alcune esortazioni e istruzioni, e significa che era capace di discernere tra il bene e il male come loro, con cui si conclude questo capitolo, Giobbe 6:28-30

Versetto 1. Ma Giobbe rispose e disse.] Sebbene Elifaz pensasse che il suo discorso fosse inconfutabile, essendo, come lui e i suoi amici giudicavano, indiscutibilmente vero e frutto di una ricerca e di un'indagine rigorose, laboriose e diligenti; o, "allora Giobbe rispose", come è resa la stessa particella, Giobbe 4:1 ; dopo aver ascoltato Elifaz; attese con pazienza fino a quando ebbe finito il suo discorso, senza dargli alcuna interruzione, sebbene ci fossero molte cose che erano molto provocanti, in particolare in Giobbe 4:5-7; 5:2 ; e quando ebbe finito, allora fece la sua risposta; e questo non era altro che ciò a cui ogni uomo ha diritto, rispondere per se stesso quando viene mossa un'accusa o un'accusa contro di lui; quando il suo carattere viene attaccato, o gli viene tolto il suo buon nome, che è meglio l'unguento prezioso; ed è ciò che tutti gli uomini ragionevoli, e le leggi di tutte le nazioni civili, permettono

2 Versetto 2. Oh se il mio dolore fosse ben soppesato,

O, "nel pesare pesato", pesato molto bene ed esattamente; cioè, la sua dolorosa afflizione, che causò tanto dolore nel cuore, e che era stata mostrata in parole e gesti; o la sua "ira" e "ira", come altri la rendono [w]: non la sua ira contro Elifaz, come Seforno, ma come prima, che significa la stessa cosa, la sua afflizione; che sia, come egli comprendeva, era il frutto e l'effetto dell'ira e dell'ira di Dio, che lo trattava come un nemico; o piuttosto, quell'ira, quell'ira e quel risentimento suscitati nella sua mente da quelle provvidenze afflittive, e che scoppiarono in espressioni calde e appassionate, e di cui fu biasimato come un uomo stolto, Giobbe 5:2 ; oppure il "lamento", i gemiti e i gemiti che faceva sotto di essi; o l'"impazienza" di cui era accusato nel sopportarli; e ora desidera, e suggerisce, che se fossero ben soppesati e considerati da persone gentili e giudiziose, uomini di moderazione e di temperamento, si farebbe loro una grande concessione, e sarebbero facilmente scusati; cioè, se, insieme alle sue espressioni di dolore, rabbia e impazienza, le sue grandi afflizioni, la causa di esse, fossero state esaminate e attentamente esaminate, come segue:

e la mia calamità ha messo insieme la bilancia! cioè, la sua afflizione, che aveva un essere, come significa la parola, come osserva Aben Esdra, non era dovuta ai presentimenti della paura come prima, né semplicemente nella fantasia come in molti, o come esagerata, e resa più grande di quanto non sia, il che è spesso il caso; ma ciò che era reale e vero, e dato di fatto; era ciò che gli era accaduto, gli era accaduto, non per caso, ma per disposizione e provvidenza di Dio; e include tutte le sue disgrazie, la perdita del suo bestiame, dei suoi servi e dei suoi figli, e della sua stessa salute; e ora da aggiungere a loro, la scortesia dei suoi amici; e il suo desiderio è che questi possano essere presi e messi insieme nella bilancia, e messi lì, affinché le bilance possano essere sollevate immediatamente, e il vero peso di esse preso; e il significato è, o che tutto il suo dolore eccessivo, e le parole appassionate, e l'impazienza stravagante e ingiustificata, come venivano giudicati, potessero essere messi su una bilancia, e tutte le sue afflizioni su un'altra, e allora si sarebbe visto quali erano i più pesanti, e quale ragione c'era per la prima, e quale poca ragione c'era per biasimarlo per questo; o in ogni modo, poteva essere scusato, e non essere preso in giro, come lo era; in questo senso le sue parole inclinano in Giobbe 23:2 ; oppure con il suo dolore e la sua calamità intende la stessa cosa, le sue gravi afflizioni, che avrebbe messo insieme in un paio di bilance, e pesato contro qualsiasi cosa che fosse mai così pesante, e allora sembrerebbero essere come è espresso in Giobbe 6:3 ; Giobbe con tutto ciò sembra desideroso che il suo caso sia esaminato a fondo, e la sua condotta esaminata a fondo, e che sia ben soppesata e ponderata sulla bilancia della retta ragione e del sano giudizio, da uomini di carattere uguale e imparziale; ma egli suggerisce tacitamente che i suoi amici non erano tali, e quindi desidera che una terza persona, o altre persone, intraprendano questa faccenda

3 Versetto 3. Per ora sarebbe più pesante della sabbia del mare,

O "mari"; tutta la sabbia è pesante per sua natura, Proverbi 27:3 ; specialmente la sabbia del mare, quella che ne viene immediatamente estratta; poiché quella sulla riva è più chiara, essendo seccata dai venti e dal calore del sole, ma l'altra è più pesante, a causa del peso aggiuntivo dell'acqua; e molto più specialmente quanto deve essere pesante tutta la sabbia del mare, e di tutti i mari che sono nel mondo: eppure Giobbe suggerisce con questa espressione iperbolica, esagerando il suo caso, che la sua afflizione era più pesante di tutte, un peso intollerabile e insopportabile; le afflizioni del popolo di Dio non sono che luce se paragonate a ciò che meritano i loro peccati, ai tormenti dei dannati all'inferno, alle sofferenze di Cristo nel loro posto e nella loro dimora, e all'eterna felicità, all'eterno peso della gloria, 2Corinzi 4:17 ; ma in se stessi sono pesanti e premono forte; lo sono fino alla carne e al sangue, e specialmente a meno che non siano poste armi eterne sotto gli uomini, e siano sostenute e sostenute con la destra della giustizia di Dio; sono pesanti quando sono accompagnati dal nascondere il volto di Dio, e un senso della sua ira e del suo dispiacere, che era il caso di Giobbe, vedi Giobbe 13:24; 23:2,3 ; alcuni rendono "più copioso" o "numeroso", e in effetti la parola ha questo significato, come in Numeri 20:20 ; e la metafora è usata più frequentemente per esprimere una moltitudine, anche ciò che è innumerevole, Osea 1:10 ; tuttavia la nozione di pesantezza concorda meglio con la precedente figura della pesatura sulla bilancia, e quindi almeno non è da escludere che alcuni uomini dotti prendano in entrambi, come il senso della parola, il numero delle afflizioni, la loro mole e il loro peso:

perciò le mie parole sono inghiottite; o dai suoi amici, come Kimchi, che li ha ascoltati, e ha dato loro una costruzione sbagliata, senza esaminarne a fondo il vero significato; come gli uomini che ingoiano avidamente il loro cibo, non lo masticano, né ne prendono il vero sapore, e così non sono giudici se sia buono o cattivo; ma questo senso sembra non avere alcun rapporto con ciò che precede; piuttosto furono inghiottiti da lui stesso, e il significato è che tale era il peso e la pressione delle sue afflizioni, che voleva che le parole lo esprimano; le sue parole "fallirono", come il Targum: o "vengono meno", come dice il signor Broughton; non erano sufficienti per esporre e dichiarare la grandezza dei suoi guai; o vacillava nel suo discorso, non poteva parlare chiaramente e distintamente, a causa del suo dolore e del suo dolore, vedi Salmi 77:4 ; ciò che aveva detto fu pronunciato tra sospiri e singhiozzi, attraverso la pesantezza della calamità che si abbatteva su di lui; Non erano che mezze parole, accompagnate da gemiti che non potevano essere pronunciati; con ciò avrebbe voluto dire che, sebbene i suoi amici lo avessero accusato di parlare troppo e troppo liberamente, non aveva parlato abbastanza, né poteva, a causa della grandezza della sua afflizione; e anche per scusare la sua risposta attuale, se non è stata pronunciata con quella cortesia e pienezza di espressione, con quell'eloquenza e quella forza di ragionamento e di discorsi di cui era capace in altre occasioni: o piuttosto le parole possono essere tradotte: "perciò le mie parole scoppiano con calore"; in modo veemente, in modo caldo e appassionato sono biasimato per me; ma questo è da imputare al peso dell'afflizione e il dolore per me, che, se considerato, sarebbero state fatte alcune concessioni, e l'onere sarebbe stato alleviato

4 Versetto 4. Perché le frecce dell'Onnipotente [sono] dentro di me,

Che sono una ragione che prova il peso e la pesantezza della sua afflizione, e anche delle sue espressioni calde e appassionate in cui proruppe; che progetta non tanto calamità esterne, quanto carestie, pestilenze, tuoni e fulmini, che sono chiamati le frecce di Dio, Deuteronomio 32:23,24; Ezechiele 5:16; Salmi 91:5,6; 18:13,14 ; tutte quelle che avevano accompagnato Giobbe, ed erano il suo caso; essendo ridotto in estrema povertà, aveva ulcere maligne e pestilenziali su di lui, e le sue pecore distrutte da tuoni e fulmini; e che erano come frecce, che lo piombavano addosso all'improvviso, segretamente, e inconsapevolmente, e molto rapidamente; Queste frecce volarono fitte e prima intorno a lui, e gli si conficcarono dentro, ed erano affilate e dolorose, e lo ferirono e lo uccisero; perché ora si trovava nelle circostanze di morte della Provvidenza; ma piuttosto questi significano, insieme alle sue afflizioni, le angosce interiori, il dolore e l'angoscia della sua mente che ne derivano, essendo accompagnati da un acuto senso del dispiacere divino, che era il caso di Davide, ed è espresso più o meno nello stesso linguaggio, Salmi 38:1,2 ; Giobbe qui considera le sue afflizioni come provenienti da Dio, come frecce scagliate dal suo arco; e come proveniente da lui, non come un padre, in una via di castigo paterno, e amore, trattandolo come un suo figlio, ma considerandolo un nemico, e ponendolo come un bersaglio o un calcio a cui sparare, vedi Giobbe 7:20; 16:12-14 ; sì, non solo come le frecce di un uomo forte e potente, esperto nel tiro con l'arco, che scaglia le sue frecce con grande forza e abilità, in modo che non manchino e non tornino invano, vedi Salmi 120:4; 127:4; Geremia 50:9 ; ma come le frecce dell'Onnipotente, che vengono con forza irresistibile, con l'allungamento e l'illuminazione del suo braccio, e con l'indignazione della sua ira intollerabile,

il veleno del quale divora il mio spirito; alludendo all'usanza di alcune persone, che erano solite intingere le loro frecce nel veleno, o imbrattarle con esso; così i Persiani, come osserva Jarchi e Eliodoro (c) riferiscono degli Etiopi, che intinsero le loro frecce nel veleno dei draghi, e ciò li rese incendiari, e sollevarono un tale calore, e tali dolori, che erano intollerabili; e ora, poiché tale veleno infettò subito il sangue, e penetrò e afferrò gli spiriti animali, e li infiammò e presto li esaurì; così l'ardore dell'ira divina, e il senso di essa, che accompagnava le frecce di Dio, le sue afflizioni su Giobbe, lo colpirono a tal punto, non solo da togliergli il respiro, che non poteva parlare, come in Giobbe 6:3, o piuttosto, da far scoppiare da lui quelle espressioni calde e calde, ma anche per divorare i suoi spiriti vitali e lasciarlo senza spirito e senza vita; che era il caso di Heman, e simile a quello di Giobbe, Salmi 88:3-5 ;

i terrori di Dio si schierano contro di me; il Signore è talvolta paragonato a un uomo di guerra in armi, che suscita la sua ira e la sua gelosia, Esodo 15:3 Isaia 42:13 ; e in questa luce fu visto da Giobbe, e così lo capì, come se venisse contro di lui, e il che era terribile; e i suoi terrori erano come un esercito di soldati schierati in battaglia, in truppa, pronti a scaricare, o a scaricare la loro artiglieria su di lui; e che a volte disegnano i terrori interiori della mente, di una coscienza colpevole, i terrori del giudizio di Dio qui, o di un giudizio futuro nell'aldilà, della morte e dell'inferno, e della dannazione eterna, attraverso le minacce e le maledizioni della legge di Dio trasgredita e infranta; ma qui provvidenze afflittive, o cose terribili nella giustizia, che lo circondavano, lo attaccavano in gran numero, e in modo militare ostile, con grande ordine e regolarità, e che erano spaventose a vedersi; forse si può tenere conto anche di quei sogni spaventosi e visioni terrificanti che a volte aveva, vedi Giobbe 7:14,15

5 Versetto 5. Ragliava l'asino selvatico quando ha erba? o abbassa il bue sul suo foraggio?] No, nessuno dei due lo fa, quando l'uno è in un buon pascolo e l'altro ha una quantità sufficiente di profumo; ma quando hanno bisogno di cibo, l'uno raglia, e l'altro si abbassa, che sono toni peculiari di quelle creature, ed esprimono i loro lugubri lamenti; per cui Giobbe suggerisce che, se non facesse gemiti e lamenti nelle sue tristi circostanze, sarebbe più stupido e insensato di quelle creature brute: e potrebbe avere un certo rispetto per le diverse condizioni di se stesso e dei suoi amici; lui stesso, quando era in prosperità, non si lamentava, come l'asino selvatico non si lamenta, e il bue non muggisce, quando entrambi hanno cibo a sufficienza; ma ora, essendo nell'angoscia, non poteva fare a meno di esprimere il suo dolore e la sua tribolazione, come quelle creature quando mancano di cibo; e questo può servire come risposta alla sua diversa condotta ora e in passato, obiettata nei suoi confronti, Giobbe 4:3-5 ; e così i suoi amici; vivevano in grande tranquillità e prosperità, come osserva Aben Esdra, e non ruggivano e non si addoloravano, cosa che senza dubbio avrebbero fatto, se si fossero trovati nelle stesse circostanze in cui si trovava lui; anche se era stato per loro, per come stavano le cose, pronunciare parole di cordoglio al loro amico in difficoltà, invece di aspri rimproveri e dure censure

6 Versetto 6. Si può mangiare ciò che è sgradevole senza sale?

Come ogni sorta di legumi, piselli, fagioli, lenticchie, ecc. che non hanno sapore saporito e gradevole se non salati, e tante altre cose; e sono sgradevoli agli uomini, e non ne sono graditi, e più specialmente le cose amare e sgradevoli; e quindi Giobbe lascia intendere, non deve sembrare strano che l'assenzio e l'acqua di fiele, o il pane dell'avversità e l'acqua dell'afflizione, di cui è stato nutrito, siano così sgradevoli per lui, e che ne mostri una tale nausea e avversione, e se ne lamenti come ha fatto: sebbene alcuni applichino questo alle parole e ai discorsi di Elifaz, e rappresentava i suoi amici, che con Giobbe erano insipidi e stolti, e molto inadatti e sgradevoli a lui, sì, da lui detestati e aborriti, non essendo conditi con il sale della prudenza, della grazia e della bontà, vedi Colossesi 4:6 ;

O c'è del sapore nell'albume di un uovo? Nessuno. Le stesse cose sono progettate da questo come il primo. Il signor Broughton lo rende "il bianco del tuorlo"; e Kimchi dice significa, nella lingua dei rabbini, la parte rossa del tuorlo, la parte più interna; ma altri, dall'uso della parola nella lingua araba, la interpretano come la schiuma di latte, che è molto insapore e insipida: ma la prima delle parole che rendiamo "bianco" significa sempre "saliva"; e alcuni degli scrittori ebrei chiamalo lo sputo di solidità, o un uomo sano, che non ha sapore, distinguendolo da quello di un uomo malato, che ce l'ha; e quest'ultima parola deriva da una che significa sognare; e Jarchi osserva che alcuni lo capiscono così qui; e il tutto è da alcuni tradotto: "c'è qualche sapore" o "sapore nello sputo di un sogno" o "sonnolenza"? come quello che fluisce da una persona addormentata, o in un sogno; e così può esprimere appropriatamente le parole vane e vuote, come la Settanta traduce la frase, degli amici di Giobbe, nella sua stima, che per lui non erano altro che le parole di una persona oziosa e sognante, o erano come la goccia di uno stolto o di un pazzo, come imitò Davide, 1Samuele 21:13 ; e si osserva, che la parola "saliva" è usata molto enfaticamente, poiché è inutile nel giudicare i diversi gusti, e mescolata con il cibo, va nel nutrimento, come l'albume di un uovo

7 Versetto 7. Le cose [che] la mia anima si è rifiutata di toccare [sono] come il mio cibo doloroso.] Intendendo o le cose di cui sopra, ciò che è sgradevole, e il bianco di un uovo, di qualsiasi altro cibo, che nel tempo della sua prosperità non avrebbe toccato con le dita, tanto meno mangiato, ma di cui ora era contento, ed erano il suo cibo costante nelle sue attuali tristi circostanze; il senso dato da alcuni scrittori ebrei è che ciò con cui disdegnava di toccare o asciugarsi le mani in precedenza, era lieto di usarla come una tovaglia per mangiare il suo pane di dolore; ma piuttosto intende le parole insipide e sgradevoli dei suoi amici, le loro dottrine, le istruzioni e le esortazioni che gli hanno dato, ma furono rifiutati e respinti da lui; e che prima paragona a un cibo sgradevole, al bianco di un uovo, o allo sputo di un uomo che sogna, o al gocciolamento di uno sciocco; e che erano tanto detestati e nauseati da lui, quanto il suo cibo che era "detestato" da lui, sia a causa della sua mancanza di appetito, sia a causa della sua cattiveria, come quelli che erano corrotti e "marci", e anche come gli "escrementi" del cibo; quelli che rifiutava di ricevere con quanta più indignazione poteva che questo tipo di cibo gli offriva; e quindi troviamo, che, nonostante tutto ciò che gli era stato detto, continuava con lo stesso sentimento e disposizione d'animo a desiderare la morte piuttosto che la vita, come segue

8 Versetto 8. E che io possa avere la mia richiesta,

O che "possa venire"; che possa salire al cielo, entrarvi, e giungere agli orecchi del Signore, essere assistito, ammesso e ricevuto da lui, vedi Salmi 18:6 ; o venire a Giobbe, essere ritornato nel suo seno, essere esaudito e soddisfatto; lo stesso con il desiderio che "viene", che è: quando si gode della cosa desiderata, Proverbi 13:12 ; o che sarebbe venuto ciò che aveva chiesto, cioè la morte, che a volte è rappresentata come una persona che guarda dalle finestre, entra nelle case degli uomini e le afferra, Geremia 9:21 ; e questo è ciò che Giobbe desidera; Questa era la sua unica richiesta; Questa era la cosa, l'unica cosa, che stava al primo posto nella sua mente, e per la quale era molto sollecito:

e che Dio mi conceda ciò che desidero! la morte, come spiegano le parole che seguono; Questo non è desiderabile per natura, ma contrario ad essa; è esso stesso un male penale, la sanzione e la maledizione della legge; è un nemico, e molto formidabile, il re dei terrori; e, sebbene sia molto formidabile, è desiderato dagli uomini buoni per un principio di grazia e con giuste vedute, per liberarsi dal peccato e stare con Cristo; eppure spesso è fatto da persone in crisi malinconiche, scontrose e umoristiche, quando non possono avere ciò che vorrebbero, come in Rachele, Elia e Giona, Genesi 30:1 1Re 19:4 Giona 4:8,9 ; e a causa di gravi problemi e afflizioni, che fu il presente caso di Giobbe; sebbene si debba dire che non avvenne, come spesso accade agli uomini malvagi, per gli orrori di una coscienza colpevole, da cui era libero; ed ebbe fede e speranza di conforto in un altro mondo, e in una certa misura si sottomise alla volontà e al piacere di Dio; sebbene pressato da troppa sollecitudine, importunità e passione: e si può notare che Giobbe non chiese agli uomini, ai suoi servi o agli amici intorno a lui, di mandarlo via, come fecero Abimelec e Saul; né si mise le mani addosso, né tentò di farlo, come Saul, Ahitofel e Giuda: al tempo di Giobbe non si conosceva la miserabile filosofia degli stoici, che non solo rende lecito il suicidio, ma lo loda come un'azione eroica; no, Giobbe fa la sua richiesta al Dio della sua vita, che gliel'aveva data, e l'aveva mantenuta fino a quel momento, e che aveva solo il diritto di disporne; Lo chiede come un favore, lo desidera come un dono, non aveva nient'altro da chiedere, nulla era più o così desiderabile per lui come la morte

9 Versetto 9. Anche che piacesse a Dio di distruggermi,

Non con una distruzione eterna del corpo e dell'anima, perché la distruzione da parte dell'Onnipotente era per lui un terrore, Giobbe 31:23, ma solo con la distruzione del corpo; non con l'annientamento di esso, ma con la sua dissoluzione, o di quell'unione che c'era tra la sua anima e il suo corpo: la parola usata significa ferire e fare a pezzi; il suo significato è: affinché il suo corpo, la sua casa di argilla in cui dimorava, fosse frantumato, ridotto in polvere e ridotto in polvere; e forse può avere riguardo al suo originale, la polvere della terra, e al suo ritorno ad essa, secondo la minaccia divina, Genesi 3:19 ; una frase che esprime la morte; e così il signor Broughton lo rende "per portarmi alla polvere", alla "polvere della morte", Salmi 22:15 ;

che lasciasse andare la mano e mi tagliasse la strada! aveva già lasciato andare la mano in una certa misura; aveva dato le sue sostanze e il suo corpo nelle mani di Satana; La sua stessa mano lo aveva toccato, ma era andato solo fino alla pelle, per così dire; lo aveva colpito nella sua proprietà, nella sua famiglia e nelle parti esterne del suo corpo; ma ora desidera stendere ancora di più la mano, e sollevarla, e dare un colpo più forte, e trafiggerlo più profondamente; colpiscigli il cuore e il fegato, e "farla finita" con lui, come il signor Broughton traduce la parola, e spediscilo subito; taglialo come il fiore del campo con la falce, o come un albero tagliato alla radice con la scure, o taglia il filo della sua vita, Isaia 38:12

10 Versetto 10. Allora avrei ancora conforto,

O prima della morte, e in mezzo a tutte le sue pene e dolori, essendo in vista di essa come a portata di mano, e sicuro e certo; se solo fosse stato sicuro del suo prossimo avvicinamento, avrebbe potuto esultare nelle sue afflizioni; sarebbe stato un sollievo al suo guaio, che ne sarebbe uscito presto; e si sedeva e cantava sull'orlo dell'eternità, e diceva: "O morte, dov'è il tuo pungiglione! O tomba, dov'è la tua vittoria?" 1Corinzi 15:55 ; le sue sofferenze erano appena finite, ed essendo comodamente persuaso di uno stato futuro felice e di una gloriosa risurrezione, vedi Giobbe 19:25-27 ; o dopo la morte, quando viene distrutta e recisa da essa; e con ciò significa come se non si aspettasse alcun conforto da questa parte la morte e la tomba; cioè, nessuna comodità temporale, le sue comodità erano scomparse, le sue sostanze, i suoi figli e la salute, e non aveva alcuna speranza di ristabilirli, aveva suggerito Elifaz; ma egli credeva che, sebbene ora avesse le sue cose malvagie, come Lazzaro da allora, tuttavia dopo la morte sarebbe stato confortato dalla presenza di Dio, nella quale è pienezza di gioia; con le scoperte del suo amore, come un ampio fiume in cui frusciare; con una gloria che dovrebbe essere su di lui, e rivelata in lui, con la quale "le sofferenze del tempo presente non sono degne di essere paragonate", Romani 8:18 ; e con la compagnia degli angeli e dei santi glorificati, e sarete liberati da tutti i disturbi e le pene corporali e dalla morte stessa, da ogni peccato e dolore, dalle tentazioni di Satana, dalle diserzioni divine, dai dubbi e dalle paure,

sì, mi indurirei nel dolore; intendendo che alla prima notizia che la morte era vicina, si sarebbe indurito contro tutti i dolori e i dolori della morte; Quando questi lo assediavano, ed egli trovava in essi afflizione e dolore, non li considerava, ma li sopportava con gioia e pazienza, e li attraversava con grande coraggio, per nulla intimidito da essi, o dalla morte, e dalle sue più terribili agonie: o "Quand'anche avessi caldo, bruciato, " o "essere bruciato nel dolore" o "dolore", come alcuni lo rendono ; o riarsa dal dolore, come il signor Broughton; anche se dovessi essere sempre più infiammato da queste ulcere brucianti su di me, o essere inaridito da una febbre ardente, o il mio corpo gettato nel fuoco, e bruciato e bruciato dalle fiamme di esso, non lo apprezzerei; Potrei sopportare i dolori più lancinanti e i tormenti più acuti, se solo fossi sicuro che morirei. Alcuni osservano che la parola significa "saltare"; e così la Septuaginta la traduce; e allora il senso è che egli dovrebbe saltare di gioia, come fanno gli uomini quando sono elevati alla buona notizia, o possiedono ciò che è loro estremamente grato, se gli fosse certo che morirebbe rapidamente; e così il Targum lo interpreta di esultanza. La parola nella lingua araba, come osserva un buon giudice di essa, è usata per indicare il saltellamento e lo scalpitare di un cavallo, che fa tremare la terra; egli colpisce con il piede, e ciò come fatto nel mezzo di una battaglia, deridendo la paura, la faretra tintinnante, e la lancia e lo scudo scintillanti, è descritto nel modo più bello in Giobbe 39:21-25 allo stesso modo, suggerisce Giobbe, dovrebbe rallegrarsi alla vista della morte e deridere la paura di essa: o questo può rispettare la felicità di cui dovrebbe godere dopo la morte; poiché nelle versioni siriaca e araba sono rese le parole: "e io sarò perfetto nella virtù"; e la parola usata ha il significato di solidità, conferma, stabilità e perfezione; e in questo senso è reso da alcuni, sebbene per scopi diversi; e dopo che questo stato di sofferenza sarà passato, i santi saranno stabiliti, stabiliti e perfezionati in ogni virtù, nella conoscenza, nella santità e nella felicità: quindi

non risparmi; ponendo sui suoi colpi più spessi e più pesanti, finché mi ha fatto a pezzi e mi ha completamente distrutto, una richiesta opposta a quella di Davide, Salmi 39:13 ; Il suo desiderio è che ciò sia fatto rapidamente e completamente, non per risparmiarlo più a lungo, né diminuire di misura, ma colpirlo immediatamente, e ciò in modo efficace, in modo da eliminarlo immediatamente:

poiché non ho nascosto le parole del Santo; cioè, da Dio, come alcuni suppliscono, il cui nome è santo, che è santo nella sua natura, e in tutte le sue opere, ed è eminentemente glorioso nella perfezione della sua santità; poiché, sebbene ci siano uomini santi e angeli santi, non c'è nessuno santo come il Signore: le sue "parole" sono le dottrine da lui pronunciate riguardo a Cristo, la progenie promessa, e la salvezza per mezzo di lui, di cui parlavano per bocca tutti i profeti fin dall'inizio del mondo, di cui Giobbe era a conoscenza, Giobbe 19:25 ; vedi Genesi 3:15 Luca 1:70,71 ; e i doveri della religione imporvano agli uomini in quei primi tempi; che Sephorno si riferisce alle leggi e ai comandamenti dati ai figli di Noè; di cui vedi Gill in "Genesi 9:4" ; Qui tutto è incluso, sia per quanto riguarda la dottrina che la pratica, poi rivelata ai figli degli uomini, tutte le quali Giobbe aveva un riguardo speciale: le abbracciava, le professava e le praticava; non se le nascondeva a se stesso, né chiudeva gli occhi di fronte ad esse, e soffocava in sé la luce che aveva; né li nascondeva agli altri, ma ne comunicava la conoscenza ai suoi vicini, fin dove poteva arrivare; non si vergognava di professare la vera religione di Dio; egli si tenne saldo e non rinnegò la fede in mezzo a un paese oscuro e pagano, e visse all'altezza della sua professione e dei suoi principi nella sua vita e nella sua conversazione: ora avendo in sé la testimonianza di una buona coscienza, che egli, per grazia di Dio, aveva agito una parte sincera e retta negli affari della religione, e avendo conoscenza di un Redentore vivente, e fede in lui, e nella sua giustizia giustificatrice, non aveva paura della morte, venuta quando voleva, e in qualsiasi forma: e mentre i suoi amici avevano suggerito che fosse un uomo ipocrita e malvagio, la sua coscienza testimoniava il contrario; e far loro sapere che si sbagliavano in lui, significa che non aveva paura di morire, sì, lo desiderava; non gli importava quanto presto avesse lasciato il mondo e fosse apparso davanti a Dio, il Giudice di tutti, poiché la verità della grazia era in lui e la giustizia di Cristo su di lui, e non si era allontanato malvagiamente, nel corso della sua professione di religione, dal suo Dio, dalle sue verità e dai suoi ordinamenti. Alcuni leggono questo in relazione alla prima frase, mettendo il resto tra parentesi: "questo è ancora il mio conforto (anche se o quando sono bruciato o arido dal dolore, ed egli non risparmia), che non ho nascosto le parole del Santo"

11 Versetto 11. Qual è la mia forza, per sperare?

Per un perfetto ristabilimento della salute, suggerito da Elifaz, poiché era così tristemente indebolita dall'afflizione presente, che rendeva la morte più desiderabile della vita prolungata in tanta debolezza, dolore e tristezza; o "che io portassi", un tale peso e un carico così pesante che gravava su di lui, e lo schiacciava, e al quale la sua forza non era uguale; o continuava e sopportava;

qual è il mio fine, che io prolunghi la mia vita? A quale fine si può rispondere vivendo o desiderando una lunga vita? I suoi figli non c'erano più, e non ne era rimasto nessuno di cui prendersi cura e a cui provvedere; Gli furono tolte le sue sostanze, così che non doveva mantenersi, né essere utile agli altri, ai poveri; aveva perduto ogni potere, autorità e influenza tra gli uomini, e non poteva essere più utile con il suo consiglio e i suoi consigli, e con l'amministrazione della giustizia e dell'equità come un magistrato civile; e in quanto alle questioni religiose, era considerato un uomo ipocrita e malvagio dai suoi amici, e aveva perso il suo carattere e il suo interesse di uomo buono; e così per lui vivere non potrebbe rispondere a nessun fine prezioso, e, quindi, desidera morire; poiché ciò che è qui, e in Giobbe 6:12,13 detto, contiene le ragioni della sua richiesta di cui sopra

12 Versetto 12. La mia forza è forse la forza delle pietre?

È così, in particolare, quali sono le fondamenta e le pietre angolari che sostengono un edificio? o come una colonna di pietra, che porterà un peso prodigioso? No, non lo è:

O [è] la mia carne di rame? È fatto di ottone? O è simile all'ottone per la durezza, o per sostenere qualsiasi peso posto su di esso? non lo è; e, perciò, non può sopportare il pesante peso delle afflizioni che gravano su di essa, ma deve affondare e venir meno; non è che carne e sangue, e quella carne è come l'erba, debole e debole; e, quindi, la morte è meglio della vita carica di un peso così insopportabile

13 Versetto 13. [È] il mio aiuto in me?

O "la mia difesa", come alcuni, non è forse in mio potere difendermi dalle calunnie e dai rimproveri che mi vengono rivolte? Lo è; e, sebbene uno non abbia in me stesso alcun aiuto per portare i miei pesi, o per districarmi dalle mie difficoltà, tuttavia ho la testimonianza di una buona coscienza dentro di me, che mi sostiene; e ho dalla mia parte la forza e la forza della ragione e dell'argomentazione, per difendermi da tutti gli obiettori:

E la sapienza è forse scacciata da me? o la sana dottrina, la legge, o, piuttosto, il Vangelo, la sapienza di Dio in un mistero, rivelata nelle parole del Santo prima menzionate; o la sapienza nella parte nascosta, il timore di Dio, che è sapienza, vera grazia nel cuore, che, una volta impiantata, non può mai essere scacciata; o la ragione e l'intelletto naturali, di cui non era in lutto; perché, sebbene il suo corpo fosse così gravemente afflitto, conservava la sua ragione e le sue facoltà intellettuali. Le parole, in relazione alla prima, possono essere lette: "Che cosa, se l'aiuto non è con me, anche la sapienza è completamente allontanata da me?" Ne consegue, poiché non sono in grado di aiutare me stesso a uscire da questa condizione afflitta e angosciata in cui mi trovo, che sono privato della mia ragione? o è forse che sono una creatura così debole e impotente, e persino distratta, come tu credi che sia, non dovrei allora essere piuttosto compatito che insultato? così alcuni collegano le parole che seguono

14 Versetto 14. A colui che è afflitto si deve mostrare pietà da parte del suo amico,

Un uomo "afflitto" è oggetto di pietà, uno che è afflitto da Dio, sia interiormente con uno spirito ferito, con un senso di dispiacere di Dio, con diserzioni divine, con le frecce dell'Onnipotente conficcate in lui, il cui veleno divora i suoi spiriti, sia esteriormente con malattie del corpo, con mancanza del necessario per vivere, con la perdita dei parenti stretti, oltre che della sostanza, come nel caso di Giobbe; o afflitti da Satana, colpiti da lui, vagliati e tamponati, angosciati dalle sue tentazioni, suggerimenti e sollecitazioni; o afflitti dagli uomini, vituperati e perseguitati a causa della giustizia: in tutti questi casi e circostanze si dovrebbe mostrare "pietà"; che è un'affezione interiore della mente, una simpatia di spirito, un sentimento sensibile delle afflizioni degli altri, e che si esprime con gesti, movimenti e azioni, come visitandoli nella loro afflizione, parlando loro comodamente e alleviando le loro necessità secondo le capacità e come il caso richiede: e questo ci si può aspettare da un "amico, " e ciò che richiede la legge dell'amicizia, sia in senso naturale e civile, sia in senso religioso e spirituale; l'unione tra amici è così vicina e vicina, che essi sono, per così dire, un'anima sola, come lo erano Davide e Gionata; e come il popolo di Dio, le membra dello stesso corpo sono, così che se uno soffre, tutti gli altri soffrono, o dovrebbero soffrire e simpatizzare con esso: e sebbene questo dovere non sia sempre adempiuto, almeno come dovrebbe essere, da amici naturali e spirituali, tuttavia questa grazia è sempre mostrata da Dio, il nostro migliore degli amici, che ha pietà dei suoi figli e di Cristo, che è un amico che ama in ogni momento, un fratello nato per le avversità, e che si attacca più vicino di qualsiasi fratello, e non può non essere toccato dal sentimento delle infermità dei suoi amici. Le parole possono essere tradotte: "a colui che è fuso"; le afflizioni sono come una fornace o una pentola per la fusione dei metalli, e sono chiamate la fornace delle afflizioni; e i santi sono il metallo che vi viene messo dentro; e le afflizioni sono anche il fuoco, delle prove di fuoco, che riscaldano e fondono, e per mezzo delle quali le scorie del peccato e della corruzione sono rimosse, e le grazie dello spirito sono provate e rese più luminose; anche se qui significa piuttosto lo scioglimento del cuore come cera o acqua attraverso l'afflizione, e denota l'angoscia e l'angoscia, il tremore e le paure, una persona si trova attraverso di esso, essendo sopraffatto e schiacciato da esso, che era il caso di Giobbe: o "colui che scioglie pietà", o "la cui pietà si scioglie", o "si scioglie in pietà verso il suo amico, egli abbandona", ecc. cioè, colui che viene meno alla pietà, è privo di compassione, e ne chiude le viscere al suo amico nell'angoscia, non ha il timore di Dio davanti ai suoi occhi; e questo senso fa sì che Giobbe stesso sia l'amico nell'afflizione, ed Elifaz, e quelli con lui, le persone che mancano nella loro misericordia, pietà e compassione. Alcuni rendono le parole, "l'obbrobrio [dovrebbe essere gettato] su colui che è afflitto, come se abbandonasse il timore dell'Onnipotente?" la parola per pietà è così usata in Proverbi 14:34 ; e l'obbrobrio su Giobbe era che si era liberato del timore di Dio, Giobbe 4:6; 15:4. Questo lo addolorava più di ogni altra cosa, e si aggiungeva alla sua afflizione, e di cui si lamenta come un uso molto crudele; e molto tagliente era che fosse considerato un uomo privo del timore di Dio, e ciò perché era afflitto da lui; anche se piuttosto le seguenti parole,

ma egli abbandona il timore dell'Onnipotente, sono un'accusa per il suo amico Elifaz per non aver mostrato pietà verso di lui nella sua afflizione, che era tacitamente abbandonare il timore di Dio. Giobbe qui recrimina e ribatte l'accusa di mancanza del timore di Dio su Elifaz stesso; poiché mostrare misericordia a un amico afflitto è un atto religioso, una parte della religione pura e incontaminata, un ramo del timore di Dio; e chi lo trascura ne è finora carente, e agisce in contrasto con la sua professione di Dio, di timore di lui e di amore per lui; vedi Giacomo 1:26; 1Giovanni 3:17 ; o "altrimenti abbandona", ecc.

15 Versetto 15. I miei fratelli hanno agito con inganno come un ruscello,

Intendendo i suoi tre amici, rappresentati da Elifaz, che erano dei suoi stessi sentimenti e si comportavano verso Giobbe come lui: questi erano suoi fratelli non per nascita di sangue né per patria, ma per professione della stessa religione dell'unico vero e vivente Dio in opposizione al popolo idolatrico in mezzo al quale abitavano; e questo loro rapporto con lui è un aggravamento della loro perfidia e del loro tradimento, della loro infedeltà e del loro inganno, con cui si intende il fatto che lo respingono e lo deludono nelle sue aspettative; Quando venivano a trovarlo come amici, poteva ragionevolmente aspettarsi che venissero a condogliarlo e a simpatizzarlo, e a confortarlo; ma, invece di questo, lo rimproveravano e lo rattristavano, e gli erano miserabili consolatori; E questo lo illustra con la similitudine di un "ruscello", che egli approfondisce nei versetti seguenti: questi suoi amici e fratelli li paragona a un "ruscello", non che era alimentato da una sorgente che continua, ma pieno di cascate d'acqua e di nevi che si sciolgono dalle colline, con le quali si gonfia, e per un po' sembra un grande fiume, ma quando questi falliscono scompare presto; rappresentando così i suoi amici nel suo stato di prosperità, che sembravano grandi e promettevano un'amicizia lunga e duratura, ma si dimostravano, in tempo di avversità, infedeli e ingannevoli; e quindi denota la volubilità e l'incostanza della loro amicizia:

[e] come il torrente dei ruscelli passano, o, "passano", come un corso d'acqua, alimentato da molti ruscelli, o corsi d'acqua come molti ruscelli, che scorrono con grande rapidità e forza, e sono rapidamente scomparsi e non si vedono più; così i suoi amici, come tali, gli passavano accanto, e non gli servivano più di quanto il sacerdote e il levita lo fossero per l'uomo che cadde in mano ai ladri, Luca 10:30,31

16 Versetto 16. che sono nerastri a causa del ghiaccio,

Quando sono ghiacciati, sembrano di un colore nerastro, ed è ciò che si chiama una brina nera; e questi o descrivono Giobbe e i suoi domestici, come alcuni pensano che Elifaz e i suoi due amici paragonassero ai suddetti corsi d'acqua da cui passava l'acqua, o passava oltre e trascurava, e non mostrava alcuna amicizia; che erano vestiti di nero, circostanze tristi e tristi, per la severa mano di Dio su di esse. La parola è tradotta: "quelli che fanno cordoglio", Giobbe 5:11 ; o piuttosto gli amici di Giobbe paragonati ad acque sporche e agitate ghiacciate, che non si possono distinguere così bene, o che erano nere per essere state congelate, e che descrive l'intimo delle loro menti, la sporcizia dei loro spiriti, l'oscurità dei loro cuori, sebbene esteriormente apparissero diversamente, come segue:

[e] dove è nascosta la neve; o "su cui la neve" che cade, e giace su mucchi, "nasconde", o copre; così gli amici di Giobbe, secondo questo racconto, erano, sebbene neri dentro come una brina nera, eppure bianchi fuori come neve; apparivano, nei loro sguardi e nelle loro parole, dapprima come candidi, gentili e generosi, ma dimostrarono il contrario

17 Versetto 17. Quando si scaldano svaniscono,

Il ghiaccio e la neve, che, quando il clima diventa caldo, si sciolgono e scompaiono; e allo stesso modo, suggerisce che i suoi amici hanno cessato di essere suoi amici in un momento di avversità; il sole dell'afflizione lo aveva guardato, lo abbandonarono, almeno non gli diedero conforto.

quando fa caldo vengono consumati fuori dal loro posto; Quando fa caldo, e il sole ha una grande forza, allora le acque, che si gonfiavano attraverso le inondazioni e le cadute di pioggia e neve, e che quando erano ghiacciate, sembravano nere e grandi come se avessero una grande profondità, si prosciugavano rapidamente e non si vedevano più nel luogo in cui si trovavano; che esprime ancora la breve durata dell'amicizia tra gli uomini, di cui Giobbe ebbe una dolorosa esperienza

18 Versetto 18. I sentieri del loro cammino sono deviati,

Cioè, le acque, quando sono sciolte dal calore del sole e dal calore del tempo, scorrono chi da una parte e chi dall'altra in piccoli ruscelli e tortuosi, finché si perdono del tutto e non si vedono più le loro tracce; denotando che ogni apparenza di amicizia era del tutto scomparsa, e non se ne trovava traccia:

vanno nel nulla, e periscono: alcuni di loro si perdono in piccoli meandri e tortuosi intorno, e altri sono esalati dal calore del sole, e vanno in "Tohu", come si dice, nell'aria vuota; così vani e vuoti, e periti, erano tutti i conforti che sperava dai suoi amici; sebbene alcuni comprendano questo dei sentieri dei viaggiatori nei deserti coperti di sabbia, e non si vedono e non si trovano; di cui vedi Plinio

19 Versetto 19. Le truppe di Tema guardavano,

Una città in Arabia, così chiamata da Tema, figlio di Ismaele, Genesi 25:15 ; queste truppe o compagnie erano quelle che viaggiavano, sia che viaggiavano a Tema, sia che andavano da lì in altri luoghi per le merci, vedi Isaia 21:13,14 ; questi, mentre passavano nelle loro carovane, come fanno ora i Turchi loro successori, guardavano quei luoghi dove d'inverno osservavano grandi acque ghiacciate e coperte di neve, e si aspettavano di essere riforniti di là nella stagione estiva, per estinguere la loro sete:

le schiere di Saba li aspettavano: un altro popolo in Arabia, che andava in gruppi attraverso i deserti, dove, essendo in grande mancanza d'acqua per il loro ristoro, aspettava pazientemente finché giungevano in quei luoghi, dove speravano di trovare l'acqua per soccorrerli, che avevano precedentemente segnato in inverno

20 Versetto 20. Ed erano confusi perché avevano sperato,

Quando giunsero nei luoghi dove speravano di trovare l'acqua, non trovando nessuno, si vergognarono della loro vana speranza e rifletterono su se stessi per essere stati così sciocchi da sollevare le loro aspettative su un'ipotesi così infondata:

Essi vi giunsero e si vergognarono; che è la stessa cosa espressa con parole diverse; e descrive abbastanza appropriatamente la delusione di Giobbe per non aver incontrato quel sollievo e conforto che si aspettava dai suoi amici, ai quali applica tutto questo con le seguenti parole

21 Versetto 21. Poiché ora non siete nulla,

Una volta gli sembravano qualcosa; li pensava uomini saggi, buoni e religiosi, gentili, generosi e di cuore tenero; ma ora li trovava altrimenti, non erano nulla per lui come amici o come consolatori nella sua angoscia; il "Cetib", o Scrittura, è, come leggiamo, ed è seguito da molti; ma la lettura marginale è: «Ora siete ad esso»; cioè, siete simili ad esso, il ruscello di cui egli aveva descritto le acque; così lo interpreta Jachi; il signor Broughton comprende molto piacevolmente entrambi, «così ora siete diventati così, proprio nulla»; come quel ruscello ingannevole non è più, né di alcuna utilità per i viaggiatori che svengono per la sete; così voi siete così, di nessuna utilità e vantaggio per me nella mia afflizione:

Vedete la [mia] caduta; da uno stato di prosperità a uno stato di avversità; da un apice d'onore, dall'essere l'uomo più grande dell'Oriente, un magistrato civile e il capo di una famiglia fiorente, al più basso grado di disgrazia e disonore; dalla ricchezza e dalla ricchezza al bisogno e alla povertà; così come vide l'avvilimento interiore della sua mente, attraverso le frecce avvelenate dell'Onnipotente dentro di lui:

e voi avete paura; dei giusti giudizi di Dio, prendendo queste calamità come tali, e temendo che le stesse o simili si abbattessero su di loro, se gli avessero tenuto compagnia; o comunque lo avrebbero patrocinato e difeso; e temendo anche di stargli troppo vicino, che il suo alito e il suo odore non fossero contagiosi, e che gli prendessero un cimurro; o per timore che fosse costoso e fastidioso per loro

22 Versetto 22. Ho forse detto: "Portatemi qui?".

Oppure: "Dammi qualcosa"; ti ho forse invitato a venire da me e a portarmi nelle tue mani dei regali, per sostenermi nelle mie circostanze di necessità?

o mi darai una ricompensa della tua sostanza? ti ho mai chiesto qualcosa? se l'avessi fatto, sarebbe stato tuo dovere darmi generosamente nelle mie deplorevoli circostanze; e ci si poteva aspettare che tu avresti dato senza chiedere, vedendo le mie necessità così grandi: o desideravo che tu comunicassi ad altri per me le grandi ricchezze e le abbondanti ricchezze che possiedi, per perorare la mia causa tra gli uomini e ottenere una sentenza favorevole su di me, affinché non fossi tradito come un uomo malvagio da lingue censorie? se mai fossi stato fastidioso con te sotto qualsiasi aspetto, avresti potuto essere provocato a maltrattarmi; ma poiché non ti è mai stato chiesto nulla di questo genere, avresti potuto rinunciare a un linguaggio cattivo e a parole dure; che spesso vengono dati ai mendicanti; perché quando un uomo è caduto in rovina e diventa fastidioso per la sua importunità, venti cose vengono rastrellate dai suoi amici contro il suo carattere; come che è stato pigro e indolente, o prodigo e stravagante, ecc. per risparmiare il loro denaro, e scusarli da atti di carità; Ma non era questo il caso qui

23 Versetto 23. O liberarmi dalle mani dei nemici?

O, "dalla mano della ristrettezza"; dalla tribolazione e dalle difficoltà con le quali era pressato da ogni parte.

o riscattarmi dalla mano dei potenti? riprendi il suo bestiame dalle mani dei Sabei e dei Caldei, o con la forza delle armi, come Abramo ricondusse Lot, e tutti i suoi beni, quando furono presi e portati via dai quattro re, o dando un prezzo di riscatto per loro. Giobbe non aveva chiesto loro un simile favore; non li aveva disturbati con tali cause, e quindi non avevano motivo di usarlo nel modo in cui lo facevano, come temeva; Sarebbe stato abbastanza presto per farsi beffe e scagliarsi contro di lui quando si fosse rivolto a loro per avere un qualsiasi sollievo

24 Versetto 24. Insegnami, e io terrò a freno la mia lingua,

Avendo Giobbe fatto la sua difesa, e che egli riteneva sufficiente per assolverlo dall'accusa contro di lui, tuttavia per dimostrare di non essere ostinato e flessibile, ma aperto alla convinzione, e pronto ad assistere e ascoltare ciò che si poteva dire ulteriormente, desidera essere istruito e istruito sulla via del suo dovere, suggerendo che, dopo essersi convinto dei suoi errori, dovrebbe ingenuamente riconoscerli: gli uomini buoni desiderano essere istruiti sia da Dio che dagli uomini; non sono al di sopra dell'istruzione, né si credono più saggi dei loro insegnanti; sono disposti a ricevere conoscenza, non solo dai loro superiori, ma dai loro pari, e anche da quelli che sono inferiori a loro, come Giobbe dai suoi amici, sebbene fossero stati scortesi con lui, e lo avessero trattato molto duramente; e promette che mentre parlavano sarebbe stato silenzioso, e non rumoroso, e clamoroso, né interrotto né contraddetto; ma ascoltava pazientemente e attentamente ciò che dicevano, e lo considerava seriamente, e lo soppesava bene nella sua mente; e, se ne fosse convinto, non continuerebbe più le sue lamentele con Dio, né mormorerebbe delle sue provvidenze; e avrebbe cessato di riflettere su di loro i suoi amici, e non li avrebbe più accusati di inganno, perfidia e scortesia; e con il suo silenzio riconosceva la sua colpa, e non si poneva pertinacemente in una questione malvagia, ma si metteva la mano sulla bocca; tenere a freno la sua lingua, come la nostra frase in italiano è, un graecismo; cioè, tacere, come in ebraico; e persino vergognarsi di sé, e in questo modo confessare la sua iniquità, e non farlo più:

e fammi capire in che cosa ho sbagliato; non che ammettesse di essere in errore; poiché tutto ciò che dice, sia prima che dopo, mostra che si credeva libero da alcuno; solo, che mentre c'era la possibilità che lui potesse essere in una di esse, sarebbe stato lieto di farglielo notare; perché non vi avrebbe continuato volentieri e ostinatamente: l'errore è comune alla natura umana; i migliori degli uomini sono soggetti a errori; e questi sono così frequenti e numerosi, che molti di essi sfuggono all'attenzione; "Chi può capire i suoi errori?" Salmi 19:12 ; pertanto gli uomini saggi e buoni considereranno un favore il fatto che i loro errori vengano loro additati e i loro errori rettificati; e si addice agli uomini di capacità e capacità prendersi la pena di fare questo, poiché colui che converte uno che ha sbagliato, sia in principio che in pratica, salva un'anima dalla morte e copre una moltitudine di peccati; Giacomo 5:19,20 ; Giobbe desidera che, se avesse assorbito o pronunciato qualsiasi errore di principio, qualsiasi cosa indegna dell'Essere Divino, contraria alle sue perfezioni, o alla santa religione che professava, o di cui si fosse reso colpevole in pratica, nella sua condotta e nel suo comportamento, specialmente sotto la presente provvidenza, che gli fosse chiaramente indicato, e dovrebbe subito ammetterlo, ritrattarlo e abbandonarlo francamente e liberamente

25 Versetto 25. Quanto sono forti le parole giuste!

Che sono secondo la retta ragione, come quelle che possono essere chiamate ragioni forti, o argomenti ossei, come in Isaia 41:21 ; ci sono forza e peso in tali parole, ragionamenti e argomenti; essi portano con sé prove e convinzioni, e sono molto potenti per persuadere la mente ad un assenso nei loro confronti, e hanno una grande influenza per impegnarsi in una professione o pratica di ciò per cui sono usati; tali sono più specialmente le parole di Dio, le Scritture di verità, le dottrine del Vangelo; queste sono parole giuste, vedi Proverbi 8:6,8,9 ; non sono contrari alla retta ragione, anche se al di sopra di essa; e sono conformi alla ragione santificata, e ricevuti da essa; sono secondo le perfezioni di Dio, sì, la sua giustizia e santità, e secondo la legge di Dio, e in nessun modo ripugnanti ad essa, che è la regola della giustizia; e sono dottrine secondo pietà, e sono ben lungi dall'incoraggiare la licenziosità; e sono tutte rigorosamente vere, e devono essere giuste: e c'è una forza e una forza in quelle parole; vengono con peso, specialmente quando vengono a dimostrazione dello Spirito e della potenza di Dio; essi sono potenti, per mezzo di Dio, per abbattere le fortezze del peccato, di Satana e di se stessi, e per portare gli uomini all'obbedienza di Cristo; ai peccatori morti che vivificano, illuminano le menti oscure, addolciscono i cuori duri; rinnovando, cambiando e trasformando gli uomini in tutt'altro temperamento e disposizione d'animo che avevano in precedenza; per le anime che confortano e sollevano nell'angoscia e per i santi nell'afflizione; e hanno un'influenza così meravigliosa sulla vita e sulle conversazioni di coloro ai quali vengono, non solo a parole, ma con potenza e nello Spirito Santo, da insegnare loro a negare ogni peccato ed empietà, e a vivere sobriamente, rettamente e devoti: o, "quanto sono forti le parole di un uomo retto!" cioè, sincero, imparziale e fedele; cosa che Giobbe suggerisce che i suoi amici non fossero: alcuni pensano che Giobbe abbia rispetto per le sue stesse parole, e rendono la frase, "che durezza" o "durezza", hanno "parole giuste!" Quelli che credeva fossero i suoi, e nei quali non c'era nulla di duro e aspro, tagliente e severo, o che potesse dare giusta offesa; come il suo maledire il giorno in cui era nato, o accusare i suoi amici di tradimento e inganno: ma piuttosto rifletteva tacitamente sulle parole e sugli argomenti dei suoi amici; suggerendo: che, sebbene ci sia forza e forza nelle parole giuste, le loro non erano né giuste né forzate, ma parziali e ingiuste, deboli e impotenti; che non avevano in sé alcuna forza di ragionamento, né portavano con sé alcuna convinzione, come segue:

Ma che cosa rimproverano le vostre argomentazioni? I loro argomenti che avevano usato con lui non avevano in sé alcuna forza; Non servirono a nulla; non rimproveravano né convincevano di alcun male di cui si fosse reso colpevole, né di alcun errore che avesse commesso; erano deboli, impertinenti e inutili, e non si abbattevano su di lui senza alcun peso, né producevano in lui alcuna convinzione

26 Versetto 26. Immaginate di rimproverare le parole,

O con le parole; con parole nude, senza alcuna forza di ragionamento e di argomentazione? mettere insieme un mucchio di parole senza alcun senso o significato, o comunque senza alcuna forza di ragionamento, e pensare di inseguirmi con esse? O è solo il tuo piano e il tuo stratagemma, e che persegui, per afferrare e afferrare alcune mie parole pronunciate nella mia angoscia, e rendermi un offensore per una parola, o per poche parole, supponendo che siano state pronunciate avventatamente e appassionatamente? Non avete voi alcun fatto da imputarmi prima o dopo che queste calamità mi sono colpite? L'accusa di ipocrisia e mancanza di timore di Dio deve essere sostenuta producendo alcune espressioni affrettate, senza indicare una sola azione nella mia vita e nella mia conversazione?

e i discorsi di uno che è disperato, [che sono] come il vento? Cioè, immaginate di rimproverarli? o, sono; I tuoi pensieri sono interamente e unicamente intenti a loro? Sono solo queste le forti ragioni che devi addurre per addossare su di me il peccato dell'ipocrisia? poiché per colui che è "disperato" intende se stesso; non che disperasse della sua salvezza eterna; era ben lungi dalla disperazione; era un forte credente e decise che, anche se fosse stato ucciso, avrebbe confidato nel Signore; era ben sicuro che sarebbe stato giustificato, sia qui che nell'aldilà; e sapeva benissimo che il suo Redentore viveva, e che, sebbene fosse morto, sarebbe risorto ed sarebbe stato felice nella visione di Dio per sempre: ma disperava di una restaurazione della felicità esteriore, che Elifaz aveva suggerito, se si fosse comportato bene; Ma, ahimè! la sua condizione era desolata e miserabile, e non c'era speranza in lui di stare meglio; i suoi figli erano morti, le sue sostanze nelle mani dei ladri, la sua salute così pessima che non aveva alcuna aspettativa di un ritorno al suo stato precedente; e quindi era molto scortese e ingeneroso impadronirsi e aggravare i discorsi di un costuo, e migliorarli contro di lui; e specialmente poiché erano solo "per ristoro", come alcuni scelgono di rendere le parole, vedi Giobbe 32:20 ; furono pronunciate per dare sfogo al suo dolore e alla sua afflizione, e non con alcun cattivo disegno contro Dio o gli uomini; o il senso del tutto è che immaginavano che le loro parole fossero giuste e adatte a rimproverarle con, e che c'erano forza e forza in loro, e avevano la tendenza a produrre convinzione e a confessarsi; ma in quanto alle parole di Giobbe, li trattarono "come vento"; ozioso, vano e vuoto, inutile e infruttuoso come il vento

27 Versetto 27. sì, voi sconfiggete l'orfano,

Intendendo se stesso, che era come un orfano di padre, spogliato di tutte le sue misericordie, dei suoi figli, delle sue sostanze e della sua salute, ed era in una condizione molto miserabile, impotente e desolata, e, inoltre, privato della graziosa presenza e della visibile protezione del suo Padre celeste, essendo stato abbandonato per un po' nelle mani di Satana, e ora era scortese e barbaro sopraffare un uomo simile, che era già sopraffatto da troppo dolore: oppure: "Voi fate cadere sull'orfano"; o la loro ira e la loro ira, come il Targum e molti altri invece di rendergli giustizia; o un muro, o qualsiasi cosa del genere, per schiacciarlo, come Aben Esdra; o un lotto, come Simeone bar Tzemach; vedi Gioele 3:3 ; o piuttosto una rete, o un laccio per intrappolarlo, cercando di intrappolarlo in chiacchiere, così il signor Broughton, che è d'accordo con quanto segue:

e tu scavi [una fossa] per il tuo amico; escogitare guai contro di lui; cercarono di portarlo alla rovina; e ciò è aggravato dal fatto che era stato il loro vecchio amico, con il quale vivevano in stretta amicizia, e avevano professato molto, e per cui ancora fingevano di avere rispetto; l'allusione è allo scavo di fosse per la cattura delle bestie feroci: alcuni lo rendono "banchettate con il tuo amico"; così la parola è usata in 2Re 6:23 Giobbe 41:6 ; questo senso è preso in considerazione da Aben Esdra e Bar Tzemach; e poi il significato è: ti rallegri della miseria del tuo amico; lo deridi e quello, e insultarlo nella sua angoscia, cosa con cui la versione dei Settanta è d'accordo; che era un uso crudele

28 Versetto 28. Ora dunque accontentati,

Oppure, "che ora ti piaccia"; Giobbe si rivolge loro in modo rispettoso, e li supplica che siano così gentili da guardarlo con favore, e nutrire migliori pensieri di lui; e dare una nuova e amichevole udienza del suo caso, quando non dubitava che sarebbe stato assolto da loro dall'accusa di iniquità, e che la sua causa sarebbe sembrata giusta:

Guardami, sul mio volto, e vedi se riesci a trovare qualche traccia di paura e di falsità, di disonestà e di ipocrisia, di vergogna e di rossore, e osserva se non c'è tutta l'apparenza di una mente onesta, di una buona coscienza che non ha nulla da temere dal più rigoroso esame, o guarda il mio corpo, coperto dappertutto di foruncoli e ulcere, e vedi se non c'è motivo per quelle espressioni di dolore e quelle pesanti lamentele che ho fatto; o piuttosto, guardami con occhio di pietà e compassione, con affetto, favore e benevolenza, e non sopportarmi così duramente:

poiché [è] evidente per voi se mento; oppure, è "davanti ai vostri volti"; se tentassi di ingannarvi dicendovi un mucchio di menzogne, voi discernereste presto la falsità sul mio volto; la scoprireste facilmente nelle mie parole, che si manifesterebbero nella mia vergogna e confusione; Non potevo aspettarmi di passare inosservato a uomini di tale sagacia e penetrazione; ma non ho paura dell'esame più diligente che si possa fare nelle mie parole e nelle mie azioni

29 Versetto 29. Ritorna, ti prego,

Dalla cattiva opinione che avete di me, e dalle vostre dure censure, e nutrite altri sentimenti riguardo a me: o forse, a queste parole di Giobbe, i suoi amici potrebbero alzarsi come al solito per prendere congedo da lui, e interrompere la conversazione con lui; e perciò li supplica di tornare ai loro posti, e riprendere il dibattito, e dare un'amichevole udienza del suo caso:

non sia iniquità; o non si consideri un'iniquità tornare e continuare ad ascoltare il suo caso; o supplica che essi si guardino bene dal peccare nella loro ira e risentimento contro di lui, né vadano avanti ad accusarlo di iniquità: o si può dire: "Non c'è iniquità"; cioè, si dovrebbe trovare che non c'era in lui tale iniquità di cui era accusato; non che fosse libero da ogni peccato, cosa che nessuno è, se non da ciò di cui i suoi amici giudicavano colpevole, l'ipocrisia:

sì, torna di nuovo; Li insiste molto sinceramente perché tornino e lo ascoltino pazientemente:

la mia giustizia [è] in esso; in tutta questa faccenda che avevano davanti, e che era oggetto di controversia tra loro; intendendo non la sua giustizia giustificante dinanzi a Dio, ma la giustizia della sua causa dinanzi agli uomini; Non dubitò che, quando le cose furono accuratamente esaminate, la sua giustizia sarebbe stata chiara come la luce e il suo giudizio come il mezzogiorno; che egli apparisse un uomo giusto, e la sua causa giusta; e dovrebbe essere assolto e libero da ogni accusa e imputazione

30 Versetto 30. C'è forse iniquità nella mia lingua?

Significato nelle sue parole; o quelle che pronunciò quando maledisse il giorno in cui era nato, o accusando i suoi amici di scortesia e falsità; altrimenti la lingua è un mondo di iniquità, e i migliori degli uomini sono inclini a offendere Dio e gli uomini con le parole:

Il mio gusto non può discernere le cose perverse? il che non si deve intendere del suo gusto naturale, che molto probabilmente a causa della sua malattia potrebbe essere molto viziato, e incapace di gustare il suo cibo come in tempo di salute, e di distinguere il bene dal male; ma del suo gusto intellettuale, o del suo senso e della sua ragione, del suo gusto razionale e spirituale; aveva i sensi esercitati per discernere il bene e il male; poteva distinguere tra il bene e il male che veniva detto o fatto, da lui stesso o da altri; avere l'uso delle sue facoltà e facoltà razionali, e quindi non essere trattato come un pazzo o distratto, ma come uno capace di portare avanti una conversazione, di aprire il suo vero caso e di difendersi; vedi Giobbe 12:11

Commentario del Pulpito:

Giobbe 6

1 I capitoli 6 e 7 contengono la risposta di Giobbe a Elifaz. Nel capitolo 6 si limita a tre punti:

(1) una giustificazione del suo "dolore", cioè della sua irritazione e impazienza (Versetti. 1-7);

(2) una dichiarazione che la distruzione con la quale è stato minacciato,Giobbe 4:9-11,21 5:2 è esattamente la cosa che egli desidera di più (Versetti. 8-13); e

(3) una risposta ai suoi amici, che egli ritiene abbiano tutti parlato per bocca di Elifaz, e ai quali rimprovera per la loro mancanza di simpatia (Versetti. 14-23), e per la debolezza dei loro argomenti (Versetti. 24-30)

Versetti 1, 2.-Ma Giobbe rispose e disse: Oh, se il mio dolore fosse ben soppesato! piuttosto, la mia ira, o la mia irritazione, la stessa parola usata da Elifaz quando rimproverò Giobbe, inGiobbe 5:2). Giobbe desidera che, prima di biasimarlo, gli uomini soppesino con calma la forza dei suoi sentimenti e delle sue espressioni contro il peso della calamità che lo opprime. Le sue parole possono sembrare troppo forti e troppo violente; Ma sono più di un giusto contrappeso al carattere estremo delle sue afflizioni? La pesatura delle parole e dei pensieri era un elemento essenziale nella concezione egizia del giudizio, dove Thoth teneva la bilancia, e in una bilancia erano posti i meriti del defunto, nell'altra l'immagine di Ma, o Verità, e il suo destino era determinato dal lato da cui pendeva la bilancia ('Rituale dei morti, ' cap. 125.; Wilkinson, 'Antichi egizi', vol. 5. p. 252). E la mia calamità mise insieme la bilancia. La mia calamità era posta su una bilancia e la mia vessazione sull'altra, e così pesava, l'una contro l'altra

Versetti 1-13. - Giobbe a Elifaz:1. Scuse e preghiere

LA DIFESA DI UN UOMO DISPERATO

1. Esaminate le calamità di Giobbe

(1) Il loro peso. Più pesante della sabbia dei mari. Impiegata altrove per rappresentare ciò che è innumerevoleGenesi 22:17; Salmi 78:27 e incommensurabile,1Re 4:29; Geremia 33:22, la sabbia sulla spiaggia del mare è qui scelta per esprimere la nozione di peso incomparabile. Come la spiaggia dell'oceano che si estende incommensurabile e opprimente, il dolore del patriarca era intollerabilmente gravoso. La Scrittura designa come fardelli afflizioni e calamità temporali di ogni sorta, sia di individuiSalmi 55:22; 2Re 9:25 che di nazioni.Isaia 15:1; 17:1; 19:1 - Ancora più schiacciante e intollerabile di questi è il fardello posto dal peccato sulle anime risvegliate e sensibili.Salmi 38:4

(2) La loro intensità. Paragonato alle ferite delle frecce avvelenate, di cui Giobbe si descrive come trafitto, non solo nel corpo, ma anche nello spirito. Le frecce sono messe nella Scrittura per afflizioni, calamità, giudizi, che, come loro, sono spesso rapide,

Zac 9:14 inaspettate,Salmi 91:5 acuminate,Salmi 45:5 difficili da rimuovere,Salmi 38:1,2 e mortali, specialmente quando inviate in collera.Deuteronomio 32:42

(3) Il loro effetto. Estenuante; il veleno sparato nelle vene di Giobbe incendiandole, corrompendo il suo sangue, infiammando la sua carne, indebolendo il suo spirito e, in generale, producendo una sensazione di debolezza sempre crescente; terrificante, ispirando il suo cuore tremante con allarmi spettrali e paure paralizzanti, che sembravano radunarsi intorno a lui come una truppa di pallidi spettri dai posti periferici dei domini di Dio, e schierarsi come un esercito di zibellino contro di lui; nauseante, che fa sì che la sua anima si ribelli contro di loro mentre lo stomaco si ritorce malato alla vista di un cibo ripugnante

(4) La loro origine. Da Dio. Questo fu il principale aggravamento della miseria del patriarca. Finché un sofferente può vedere il volto di Dio, il più pesante fardello della calamità non lo schiaccerà; ma quando il favore di Dio sembra essere ritirato, lo spirito affonda come piombo nelle acque potenti.Giobbe 9:13

2. Il dolore di Giobbe era giustificato

(1) In paragone con le sue calamità, non era stravagante. Le sue parole accese (Versetti. 3) non erano state sproporzionate rispetto alla miseria che le aveva espresse. Non bilanciando le due cose di cui l'amico lo aveva ingiustamente accusato: l'impazienza e la rabbia. Pesato insieme, il carattere travolgente del suo dolore avrebbe "inghiottito" le sue parole come un'espressione del tutto inadeguata del suo dolore. Che Elifaz non riuscisse a stimare con precisione l'intensità delle sofferenze di Giobbe era naturale, poiché nessun uomo può mettersi esattamente al posto di un altro, e solo il cuore che soffre può conoscere la propria amarezza. Eppure la carità avrebbe dovuto spingerlo a giudicare con clemenza e a parlare con tenerezza di un dolore di cui non comprendeva la causa. Allo stesso tempo, non c'è dubbio che la miseria di Giobbe non giustificò lo spaventoso scoppio del capitolo 3; ma gli uomini in ogni momento (e specialmente nelle afflizioni) sono più pronti a scusarsi degli altri

(2) Considerato in sé, non era innaturale. Non era senza motivo. Anche l'asino privo di sensi e lo stupido bue erano abbastanza saggi da tenere a freno la lingua quando si trovavano in circostanze di felicità asinina e bovina; cioè quando avevano cibo in abbondanza, e certamente aveva tanto discernimento quanto queste creature irrazionali, e poteva distinguere se era infelice o felice, e gridare o tacere di conseguenza. Avendo poi una causa, era altrettanto incontenibile, essendo impossibile per lui non lamentarsi come lo era per una persona mangiare ciò che era sgradevole o insapore senza fare smorfie ironiche e dare sfogo al suo dispiacere

II LA PREGHIERA DI UN MISERABILE

1. La richiesta urgente di Giobbe. "Oh, se potessi avere la mia richiesta; e che Dio mi conceda ciò che desidero!" (Versetto 8) -- quella cosa è la morte.Giobbe 3:21 Giobbe anelava alla morte come liberazione dalle sue sofferenze;Giobbe 3:13 Elia, sotto un senso di stanchezza e delusione;1Re 19:4 Giona, in un impeto di rabbia e presunzione;Giona 4:8 San Paolo, per ardente desiderio del cielo;Filippesi 1:23 Cristo, attraverso il desiderio veemente della salvezza dell'uomo.Luca 12:50

2. La pietosa supplica di Giobbe. "Anche che piaccia a Dio di distruggermi; che avrebbe sciolto la sua mano e mi avrebbe tagliato la strada" (Versetto 9). Il fatto che Giobbe non pensasse di togliersi la vita, anche se spesso fortemente tentato a farlo dalla sua particolare malattia, sebbene la morte fosse il desiderio supremo del suo cuore, e sebbene si professasse libero dall'ansia per il futuro, era una prova, non solo del rispetto di Giobbe per la santità della vita, e del suo chiaro riconoscimento della proprietà di Dio in quella vita, ma anche della sua integrità morale e dell'intensità con cui ancora rifuggiva dal perpetrare il peccato conosciuto

3. La malinconica supplica di Giobbe. "Allora dovrei ancora avere conforto" (Versetto 10). La sola anticipazione di una rapida dissoluzione non solo gli avrebbe fatto dimenticare la sua miseria, ma lo avrebbe emozionato con un piacere estremo; sì, se Dio gli avesse assicurato che ogni colpo stava affrettando la sua fine, egli avrebbe sopportato senza un mormorio la più spietata afflizione che gli fosse stata inflitta

4. Il duplice motivo di Giobbe

(1) Nessuna paura della morte. "Poiché io non ho nascosto le parole del Santo" (versetto 10). Se Giobbe avesse avuto paura di incontrare Dio, non avrebbe desiderato così ardentemente, o supplicato con tanta veemenza, di essere rimosso. L'unica cosa che avrebbe potuto smorzare la sua esultanza alla prospettiva della morte sarebbe stata l'incertezza sul suo futuro. Ma di questo era privo, poiché non aveva nascosto, cioè non aveva negato o trascurato, ma aveva apertamente praticato le parole del Santo

(2) Nessuna speranza di vita. "Qual è la mia forza, per sperare? e qual è il mio fine, che io prolunghi la mia vita?" (versetto 11). Era impossibile che la sua forza, che non era quella delle pietre o del bronzo (versetto 12), potesse resistere ancora a lungo, e quindi ozioso in Elifaz a parlare, o a pensare, di restaurazione. Anzi, supponendo che si fosse ripreso, poteva essere solo per un periodo così breve che non valeva la pena di nutrire l'aspettativa di esso. Ma in realtà, tutto il potere naturale di radunarsi si era allontanato da lui, e non rimaneva nulla che potesse essere maturato di nuovo in salute (Versetto 13). Giobbe giudicò chiaramente in questa materia in base ai principi del senso e della ragione, dimenticando che tutte le cose erano possibili a Dio, che Dio può destare un uomo debole dall'orlo della tomba,Isaia 38:10-20 sì, sì, dai morti,

confronta con la fede di Abramo, - Romani 4:19 Ebrei 11:19 e che Dio si compiace di perfezionare la sua forza nella debolezza umana.2Corinzi 12:9

Imparare:

1. Sebbene la religione richieda ai sofferenti di sottomettersi ai castighi di Dio, non li obbliga a cedere alle ingiuste accuse dell'uomo. Giobbe non peccò rispondendo a Elifaz

2. È estremamente difficile mantenere l'equilibrio tra le calamità dell'anima e i dolori del cuore, sia in noi stessi che negli altri. Giobbe incolpò Elifaz di non aver giustamente soppesato le sue sofferenze e il suo dolore, mentre praticamente Elifaz biasimò Giobbe per un'offesa simile

3. Sebbene sia una prova dolorosa per un brav'uomo nell'afflizione perdere la simpatia degli amici, è incomparabilmente più doloroso e angosciante perdere il senso del favore di Dio, per non parlare di sperimentare le sopracciglia dell'ira di Dio. Le frecce di Shaddai e i terrori di Eloah erano infinitamente più difficili da sopportare per Giobbe rispetto alle insinuazioni di Elifaz

4. I migliori degli uomini sono "povere creature sciocche" quando Dio li incalza con giudizi, del tutto incapaci di sopportare l'urto della calamità esterna a meno che Dio non li sostenga. Il fatto che Giobbe si ergesse in piedi in mezzo a una tale tempesta di tribolazione che si abbatteva intorno a lui era una prova non della forza dell'uomo, ma della grazia di Dio

5. Non è peccato desiderare la morte, a condizione che aspettiamo il tempo di Dio per la sua venuta. Giobbe, benché avesse urgenza di essere liberato dalle sue sofferenze, non sarebbe stato liberato da nessun'altra mano se non da quella di Dio

6. Il modo migliore per superare la paura della morte è avere una visione confortevole del futuro. Giobbe non aveva paura di morire, perché non aveva paura di incontrare Dio

7. La migliore preparazione sia per la morte che per l'eternità non è nascondere alla nostra vista, ma nascondere nei nostri cuori, le parole del Santo

OMELIE DI E. JOHNSON Versetti 1-13. - L'autogiustificazione del sofferente

(Cap. 6, 7) Abbiamo visto che i consigli di Elifaz, benché ben intenzionati, furono inopportuni. Erano parole giuste, ma non pronunciate in modo appropriato per quanto riguarda la persona, il tempo e il luogo. Fanno sussultare di nuovo il povero sofferente invece di lenire il suo dolore. Il tumulto del suo spirito si aggrava ora in una vera e propria tempesta di dolore. Lo spirito umano è una cosa di stati d'animo. Abbiamo osservato i meravigliosi cambiamenti che passano sulla superficie di un lago sotto un cielo tempestoso. E tali sono i rapidi cambiamenti di dolore che ora attraversano la mente di Giobbe, alleviata qua e là da lampi di riflessione più calma, di fede e di speranza. L'immagine è istruttiva, ci insegna quanto sia debole e instabile la mente umana, e quanto profondamente abbia bisogno di guardare fuori da se stessa per un sicuro sostegno nell'Eterno. Prendiamo brevemente nota di questi stati d'animo. Non senza profitto cercheremo di comprenderli se in tal modo coltiviamo quella più profonda simpatia per i nostri fratelli nelle avversità che Giobbe sembrava chiedere invano dalle mani dei suoi amici

L 'ESPERIENZA DELL'IMMENSITÀ DELLA SOFFERENZA. (Versetti 1-14) Ci sono momenti in cui ogni nervo dell'organizzazione sensibile sembra essere trasformato in un canale di dolore; quando la creatura, invece di crogiolarsi nell'etere brillante della gioia illimitata, è sommersa in un oceano sconfinato di miseria. "Tutte le tue onde e i tuoi flutti mi hanno travolto". È con questo sentimento che Giobbe esclama: "Se un termine, una misura, un peso, si applicasse alle mie sofferenze!" Un giorno, un'ora, di tale dolore sembra un'eternità!

3, che sembra significare: "Perciò le mie parole ribollirono pigramente", come le grida e i rimproveri impazienti dei bambini contro i genitori che livellano. Ma questo è l'unico peccato definito di cui Giobbe è consapevole. E prega di poterne essere liberato in quest'ora difficile. Così disse il salmista: "Baderò alle mie vie, per non scandalizzare con la mia lingua". I cristiani imitino questo esempio. Tengano a freno la loro lingua con santa riverenza e gettino su di loro come un incantesimo la preghiera di Gesù nel giardino. "Perdona queste grida selvagge e vagabonde, perdona loro quando vengono meno alla verità, e nella tua saggezza rendimi saggio!"

III LA NATURA E L'ORIGINE DELLE SUE SOFFERENZE RICONDUCIBILI A DIO. (versetto 4) Sono le sue frecce che si sono conficcate con un'infiammazione velenosa nel suo petto, la sua schiera di terrori che hanno assediato la sua anima. Sebbene in tali momenti estremi sia difficile conciliare le nostre sofferenze con la bontà di Dio, è bene attenersi fermamente alla chiave della causalità divina. Ciò che non è venuto senza motivo non rimarrà senza motivo. Questa è l'unica fessura attraverso la quale la luce penetra nella prigione: "Dio è in tutto ciò che soffro"

IV SCUSE PER LE SUE LAMENTELE. (Versetti 5-7) Sono fedeli alla natura. Dio ha dato a tutti gli animali la loro voce naturale di piacere e di dolore. E queste voci esprimono gusti e ripugnanze naturali. Il bue e l'asino tacciono nella stalla ben riempita. È solo quando ci viene offerto del cibo sgradevole che sentiamo le grida di lamentela. E che sgradevole pasticcio è questo che i suoi amici gli metterebbero davanti, nella loro rigida applicazione della dottrina secondo cui la sua sofferenza testimonia la sua colpa!

V LA MORTE BRAMAVA COME UN DONO. (Versetti 8-13) Il solo pensiero suscita una gioia frenetica. Mentre Elifaz aveva parlato della liberazione dalla morte come di uno dei privilegi dell'uomo benedetto, e del suo persistente avvicinarsi in una vecchiaia felice, Giobbe avrebbe desiderato un rapido congedo come l'ultimo dono che si sentiva in diritto, in una coscienza pulita, di chiedere a Dio I "Non ho rinnegato le parole del Santo; Non passerò, anima impenitente e rifiutata; concedimi quest'ultimo, questo rapido favore, di morire!" Se un tale stato d'animo eccita la nostra più viva pietà, che cosa penseremo della condizione di quei buddisti o pessimisti tra i pagani e tra noi, che hanno costruito una dottrina su questo stato d'animo colpito dall'orrore, e insegnano che il bene più alto per l'uomo è l'assorbimento in un qualche Nirvana di nulla senza sogni e inconscio? In verità, il vangelo di Cristo è l'unico rimedio per queste malinconiche aberrazioni. M. Naville dice che l'appassionata serietà di Lacroix, il grande missionario indiano, che aveva ascoltato negli anni precedenti, fu da lui pienamente compresa solo quando gli studi successivi lo ebbero fatto conoscere le cupe credenze del mondo orientale

VI CONFESSIONE DI TOTALE DEBOLEZZA E SCONFORTO. (Versetti 11-13) Non ha né la forza né la pazienza di guardare avanti alla fine, che è quella di premiare la perseveranza. Prima o poi la morte deve essere la fine; E perché non prima piuttosto che dopo? Ma la debolezza non può strappare dal suo petto torturato la confessione di una colpa che la coscienza rifiuta di ammettere. Egli non ha rinnegato le parole del Santo. Il suo cuore è stato fedele a Dio. Questa coscienza è ancora una specie di forza nella debolezza, e gli permette di chiedere quest'ultimo dono dalle mani di Dio: una morte rapida

OMULIE di R. GREEN Versetti 1-13. - Una vera stima del dolore sotto la gravità dell'afflizione

Anche l'uomo forte grida aiuto e liberazione. Giobbe, nelle sue estreme sofferenze, desidera che si formi un giusto giudizio su di esse e sulla sua lamentela. Mettete questo in un sigillo, e quelli nell'altro, e vedete quale di essi è il più leggero. Così li descrive:

IL PESO INSOPPORTABILE DELLA SUA AFFLIZIONE. È come il peso sconosciuto della sabbia della riva del mare. L'afflizione è veramente come la pressione di un grande peso sul fragile corpo. L'idea della pazienza si ottiene sopportando un carico. Davvero pesante è il peso sotto il quale si prostra, questo servo del Signore. Non è da stimare. Nessuno spettatore può determinarlo. Perciò il giudizio dovrebbe essere negato quando dalla vita del sofferente sfugge il sospiro del lamento. Conosce solo le sue sofferenze; e può sapere che il suo grido non li rappresenta pienamente. L'osservatore intatto sente solo il grido, e non può metterlo in paragone con un dolore che non prova, e la misura del quale dolore si suppone che il grido rappresenti. Come sarà dunque dato un giusto giudizio?

II L'ACUTEZZA DEL DOLORE DELLE SUE SOFFERENZE. Trafiggono come una freccia; e sono come frecce avvelenate; e come frecce scagliate non da un braccio debole, ma dall'Onnipotente. Penetrano nello spirito interiore. La forza del loro veleno ardente beve, brucia il suo spirito. Non incontra un nemico debole. "I terrori di Dio si schierarono" contro di lui. È meraviglioso che le sue parole siano affrettate? Non c'è una causa? "Raglia l'asino selvatico quando ha l'erba?"

III IL CARATTERE RIPUGNANTE DELLE COSE CON CUI HA A CHE FARE. "Ciò che la mia anima ha rifiutato" -- da cui mi sono allontanato con disgusto -- sono costretto a prenderlo come mio pane quotidiano. Sì, ciò che dovrebbe darmi conforto, anche il mio cibo ristoratore, mi è ripugnante. Purtroppo egli rappresenta così la natura della ripugnante malattia che lo affligge. Gli spettatori sono addolorati, ma non lo assaggiano. Per lui è come il suo cibo

IV DESCRIVE INOLTRE LA SUA CONDIZIONE DI SOFFERENZA COME COSÌ TRISTE CHE DESIDERA ARDENTEMENTE LA MORTE. "Che piaccia a Dio di distruggermi!" Quanto in basso è ridotta la vita quando sembra che non ci sia sfogo se non nella ghiaia consumata fino alla terra, questo sofferente grida per porre fine alle sue pene. Non ha la forza di sopportare pazientemente il loro peso. Non può desiderare una vita prolungata; poiché quale sarà la fine? Stanco, infatti, è quello spirito che brama il riposo nel sepolcro. Giobbe si sente così completamente impotente che gli è impossibile continuare a sopportare. Non sapeva che poteva sopravvivere a tutto, che poteva ancora passare attraverso tutto, e rendere onore a Dio, e percepire alla fine la testimonianza dell'approvazione divina. Per lui era vero, e lo avrebbe dimostrato, anche se le parole non gli erano giunte all'orecchio: "All'uomo è impossibile, ma non a Dio; poiché a Dio ogni cosa è possibile". La storia di Giobbe, quindi, illustra la sufficienza della grazia divina per sostenere gli uomini sotto l'estrema pressione del dolore

2 OMELIE DI W.F. ADENEY versetto 2.- Bilance per la miseria

Alla fine Giobbe ha l'opportunità di rispondere all'arringa del suo amico, e subito ne tocca implicitamente il punto debole. Eliphaz non è stato sufficientemente comprensivo; non ha debitamente apprezzato la "miseria abissale e sconfinata" di Giobbe. I suoi saggi precetti possono applicarsi in una certa misura alle afflizioni degli uomini comuni, ma sono viziati dalla sua incapacità di entrare nelle angosce anormali di Giobbe. La maledizione del suo tempo, che è stata strappata a Giobbe da un'angoscia molto profonda, è mal giudicata dal suo censore, perché la terribile profondità di quell'angoscia non è apprezzata. Perciò Giobbe desidera ardentemente una bilancia con cui pesare la sua miseria, affinché la mancanza di apprezzamento da parte di Elifaz possa essere corretta

IO, IL SOFFERENTE, DESIDERO NATURALMENTE UN APPREZZAMENTO DELLE SUE SOFFERENZE,

1. Che possa essere compreso. Non si può capire un uomo finché non si sa come ci si sente. Le parole sono più che descrizioni di fatti di lepre; Possono essere espressioni del cuore. Per comprenderne l'importanza dobbiamo entrare nei sentimenti di chi parla. Dovremmo studiare i bisogni e le difficoltà di coloro che desideriamo capire per aiutarli

2. Che possa essere giudicato equamente. Elifaz aveva mosso le accuse più irritanti contro Giobbe, in parte perché era assolutamente al di sotto della comprensione dell'immenso dolore dell'uomo afflitto. Siamo ingiusti con coloro che ci sono incomprensibili. I carnefici di Cristo non lo riconobbero, ed egli pregò: "Padre, perdona loro; perché non sanno quello che fanno". La folla che gli urlava contro di lui lo perseguitava fino alla morte non aveva la minima idea della sua agonia nel Getsemani

3. Che possa ricevere simpatia. La simpatia ci aiuta a capirci l'un l'altro. Ma senza una certa conoscenza preliminare non possiamo avere alcun tipo di simpatia. I tentativi ignoranti e ben intenzionati di simpatia feriscono piuttosto che guarire e irritano le stesse ferite che sono destinati a lenire

II NON È FACILE TROVARE BILANCE IN CUI PESARE LA SOFFERENZA. Dove cercheremo uno standard di misura? Non possiamo giudicare in base ai segni esterni del dolore; perché alcuni sono riservati e autocontrollati, mentre altri sono dimostrativi nel loro abbandono al dolore. Non possiamo giudicare con la misura degli eventi che hanno causato la sofferenza; poiché alcuni sentono la stessa calamità molto più acutamente di quanto sarebbe sentita da altri. Ogni sofferente è tentato di pensare che i suoi problemi superino tutti gli altri. Possiamo capire un uomo solo nella misura in cui riusciamo a metterci al suo posto. Ma solo Cristo può farlo perfettamente. La sua incarnazione è una garanzia della sua piena comprensione del peccato e del dolore umano; in modo che il sofferente che è frainteso dai suoi più intimi amici terreni possa essere sicuro della perfetta simpatia del suo Salvatore. Inoltre, con i propri pensieri il sofferente potrebbe misurare il proprio dolore in un modo che lo aiuterebbe a comprenderlo più giustamente che con congetture selvagge. Supponiamo che lo misuri con le sue benedizioni: è così grande? O supponiamo che lo abbia pesato con i suoi meriti: è così immensamente più pesante? O supponiamo che l'abbia paragonata a ciò che Cristo ha sofferto per lui: c'è davvero qualche paragone tra la croce più ruvida del cristiano e la terribile croce del suo Salvatore?

3 Per ora sarebbe più pesante della sabbia del mare.

comp. - Proverbi 27:3 - , "La pietra è pesante e la sabbia pesante; ma l'ira dello stolto è più pesante di quelle due", vedi anche Eccl. 22:15 Perciò le mie parole sono state inghiottite, anzi, come nella versione riveduta, le mie parole sono state avventate. Giobbe qui scusa senza giustificarsi. L'eccessivo carattere delle sue sofferenze lo ha costretto, egli dichiara, a pronunciare parole avventate e violente, come quelle in cui malediceva il suo giorno e desiderava di non essere mai nato.Giobbe 3:1,3-11 Si dovrebbe fare un po' di concessione per i discorsi avventati pronunciati in tali circostanze

4 Perché le frecce dell'Onnipotente sono dentro di me.

comp. - Salmi 38:2 - , "Poiché le tue frecce si conficcano in me" Così Shakespeare parla di "le fionde e le frecce della scandalosa fortuna" per le calamità in generale. La metafora è molto comune.

vedi - Deuteronomio 32:23,42; Salmi 7:13; 21:12; 45:5; Lamentazioni 3:13,14 Il veleno di cui. Le frecce avvelenate, come quelle che sono ora impiegate dalle tribù selvagge dell'Africa centrale, erano comuni nell'antichità, sebbene raramente usate dalle nazioni civilizzate. Ovidio dichiara che gli Sciti del suo tempo se ne servivano (Tristia, 1, 2). Beve il mio spirito, anzi il mio spirito beve. Lo spirito di Giobbe assorbe il veleno che marcisce nelle sue ferite, e quindi perde il controllo su se stesso. Queste sono le sue scuse per la sua veemenza; È quasi sconvolto. E aggiunge: "I terrori di Dio si schierano contro di me". Oltre ai dolori e alle sofferenze reali, è assalito dalle paure. I terrori di Dio, cioè tutti gli altri mali che egli ha a sua disposizione, si attirano contro di lui, per così dire, in assetto di battaglia, e agitano e distraggono ancora di più la sua anima. Quali altri guai Dio non può recare su di lui?

"Le frecce dell'Onnipotente."

Il primo pensiero che viene in mente a Giobbe quando tenta di descrivere il suo problema al suo amico che giudica male è che quel problema è stato prodotto da frecce dal cielo. Ecco l'estrema amarezza del suo dolore. Considera le sue calamità come qualcosa di più che disgrazie naturali; Una tale terribile congiunzione di disastri indica una fonte sovrumana. Così Giobbe è flagellato dalla sua fede. Il suo teismo aggiunge un'agonia che il materialista non sentirebbe

IL TERRORE DELLE FRECCE DELL'ONNIPOTENTE

1. Sono spinti da un potere irresistibile. Vengono uccisi da "El Shaddai". Dio nella sua potenza è concepito come la Fonte dei guai. Ma nessuno può resistere alla potenza di Dio. Non c'è da stupirsi che Giobbe sia prostrato dalla disperazione. È inutile che si alzi contro il suo avversario. Lo scudo della fede può "spegnere tutti i dardi infuocati degli empi";Efesini 6:16 ma nessuno scudo può tenere lontane le frecce penetranti dell'Onnipotente Se Dio è contro di noi, siamo completamente distrutti

2. Provengono dalla Fonte di luce e benedizione. Dio aveva riversato benedizioni sul capo del patriarca, che aveva imparato ad onorarlo come suo Benefattore. Era difficile, infatti, trovare il suo grande Amico trasformato in un Nemico. Questo fatto rendeva le ferite dolorose come con un veleno mortale. È spaventoso pensare che il nostro Padre nei cieli stia scatenando l'ira contro i Suoi figli. Nessuna freccia è così affilata come le frecce dell'amore

3. Penetrano fino al cuore. Le calamità terrestri colpiscono la vita esteriore. Potremmo avere bastioni e bastioni che li tengono lontani dal nostro vero io. Ma le frecce di Dio penetrano fino alla cittadella dell'anima, Egli raggiunge il cuore ogni volta che colpisce. Possiamo sopportare le angosce esterne finché manteniamo un cuore forte; Ma le ferite dell'uomo interiore sono mortali

II L'EQUIVOCO DELLE FRECCE DELL'ONNIPOTENTE

1. L'errore di attribuire a Dio ciò che non ha mandato. Giobbe pensa che Dio sia il suo Avversario, ma il prologo mostra che l'avversario è Satana. Della causa satanica dei suoi guai, Giobbe non ha la minima idea. Egli attribuisce tutto a Dio. Così si sbaglia, è ingiusto e inutilmente sgomento. Se solo avesse saputo di soffrire a causa delle frecce di Satana, sarebbe stato più coraggioso e speranzoso. Non possiamo essere in errore nell'attribuire a Dio ciò che non manda mai? Lo stato malvagio della società causa molti problemi ai poveri, di cui Dio non vuole che soffrano. Non possiamo accusarlo dei terribili torti di una civiltà corrotta che oscura i bassifondi delle grandi città. I nostri guai peggiori provengono dal diavolo interiore, dal nostro cuore di peccato

2. Quando Dio colpisce, il suo scopo è buono. Giobbe aveva così ragione che Dio aveva una parte nelle sue sofferenze, perché Dio aveva permesso a Satana di arrivare fino al punto di tormentarlo fino a quando era giunto a lui

(1) C'è un colpo per guarire, il castigo doloroso è una disciplina d'amore. Pensiamo che la freccia ci avveleni; Ciò che porta davvero è un astringente necessario

(2) Ci deve essere un giudizio percuotito. Dio non può permettere che le sue creature ribelli pecchino impunemente. Anche se Giobbe non le aveva sentite, Dio ha terribili frecce di giudizio per gli impenitenti. È bene che impariamo la lezione delle ferite più lievi del castigo prima che quei terrori esplodano su di noi. - W.F.A

5 Raglia, l'asino selvatico, quando ha l'erba? letteralmente, sull'erba; cioè quando ha l'erba sotto i piedi, e di conseguenza non ha motivo di lamentarsi. Giobbe intende dire che i suoi lamenti sono naturali e istintivi come quelli degli animali

Sulle specie di asini selvatici conosciute da Giobbe, vedi il commento su - Giobbe 39:5 O abbassa il bue sul suo foraggio? Il muggito del bue, come il raglio dell'asino selvatico, è un lamento, un segno di angoscia e di disagio

Versetti 5, 6.- Soddisfazione e malcontento

Giobbe procede a mostrare la ragionevolezza del suo dolore, e con esso l'irragionevolezza delle accuse del suo censore. Elifaz aveva sprecato la sua eloquenza supponendo che lo scoppio di disperazione di dolore di Giobbe non fosse necessario; o, in ogni caso, non si era reso conto della tremenda angoscia di cui era il risultato. Considerava l'effetto assurdo, perché non aveva visto la grandezza della causa

IO, I SODDISFATTI, NON SONO SCONTENTO. Abbiamo esempi di questo fatto in natura. Tra gli animali selvatici ("l'asino selvatico"), e anche tra gli addomesticati ("il bue"), vediamo che la sufficienza produce contenuto. Se l'asino selvatico raglia, o se il bue muggisce, c'è qualcosa che non va. Fornisci loro tutto ciò di cui hanno bisogno e saranno tranquilli e soddisfatti. Se, quindi, Giobbe non è a riposo, ci deve essere qualcosa che non va in lui

1. Il malcontento della società rende evidente che un po' di bisogno non è soddisfatto. Gli uomini non si ribellano per amore della ribellione. Gli sconvolgimenti politici e sociali hanno le loro fonti in una qualche condizione disorganizzata del corpo politico. Se tutti fossero soddisfatti, la quiete regnerebbe ovunque

2. L'insoddisfazione dell'anima dimostra che l'anima non è soddisfatta. L'uomo ha bisogni più profondi degli animali. L'asino selvatico e il bue addomesticato possono essere soddisfatti, mentre l'uomo è ancora posseduto da un "malcontento divino". Questa stessa inquietudine è un segno della sua natura superiore. La sua sete rivela le profondità da cui scaturisce. L'uomo è "povero in abbondanza, affamato a un banchetto, (giovane.) perché "di solo pane non vivrà l'uomo".Matteo 4:4

II GLI INSODDISFATTI DEVONO ESSERE SCONTENTI. Questo è più del rovescio della dichiarazione precedente. Porta con sé l'idea che l'insoddisfazione non può essere soffocata, deve essere soddisfatta, se deve essere messa a tacere. La verità è illustrata dalle cose naturali. Il cibo sgradevole non può essere reso salato senza il sale, il condimento necessario. Ciò che è naturalmente insapore, come l'albume di un uovo, non può essere fatto avere sapori deliziosi con alcun processo di evocazione, a meno che la cosa stessa non venga modificata o riceva aggiunte. Quindi nessun gioco di prestigio rimuoverà l'insoddisfazione della società o dell'anima. Non possiamo rendere il mondo tranquillo desiderando che sia pacifico, o dichiarandolo tranquillo. Una teoria dell'ordine non è ordine, né una dottrina dell'ottimismo è un quietus per le angosce del mondo. L'amaro grido degli emarginati non sarà placato perché alcuni filosofi credono di vivere nel "migliore dei mondi possibili". Non facciamo la pace gridando: "Pace, pace!" quando non c'è pace. Predicare alle anime il riposo e la soddisfazione non significa elargire quei doni desiderati. È tanto una beffa dire agli uomini miserabili di accontentarsi senza provvedere ai loro bisogni, quanto dire agli affamati e agli ignudi di essere nutriti e vestiti mentre noi non facciamo nulla per fornire loro ciò che manca. Ogni cullamento del malcontento senza curarne la causa è falso e malsano. È come mettere un peso sulla valvola di sicurezza. Non è migliore della morfia che allevia i sintomi della malattia che non può curare. Il malcontento dovrebbe continuare fino a trovare il suo rimedio in una vera soddisfazione

1. Cristo dà questo per la società nel regno dei cieli; se seguissimo il suo insegnamento nel mondo, i bisogni della società sarebbero soddisfatti

2. Egli lo dà per l'anima nel suo corpo e nel suo sangue, e per la vita eterna che viene dalla comunione con lui. - W.F.A

6 Si può mangiare ciò che è sgradevole senza sale? o, ciò che è insipido. Molti critici suppongono che in questo versetto e in quello seguente Giobbe rimproveri Elifaz per l'insipidezza delle sue osservazioni, e dichiari che la sua anima rifiuta di toccare un cibo così ripugnante. Altri lo considerano ancora parlare in sua difesa, e giustificano le sue espressioni di disgusto con il carattere nauseabondo del cibo che gli era stato messo davanti; cioè del trattamento che ha ricevuto. Entrambe le spiegazioni producono buon senso; ma forse la prima è la più naturale. O c'è del sapore nell'albume di un uovo? Così i nostri revisori, e così Dillmann e il canonico Cook

Il professor Lee suggerisce "il siero di latte" per "l'albume di un uovo", altri "il succo di purslaine". Non abbiamo certamente altre prove che le uova fossero mangiate in tempi primitivi

7 Le cose che l'anima mia si rifiuta di toccare sono come il mio cibo doloroso; piuttosto, come nella Versione Riveduta, l' anima mia rifiuta di toccarli; essi sono per me cibo ripugnante. Rimane il dubbio se Giobbe stia parlando degli argomenti di Elifaz, o della serie di afflizioni che lo hanno colpito. Entrambe le spiegazioni sono possibili

8 Oh, se potessi avere la mia richiesta! Qui viene ripreso il secondo punto. Elifaz ha minacciato Giobbe di morte, rappresentandola come l'ultima e la più terribile delle punizioni.Giobbe 4:9,20,21; 5:2 La risposta di Giobbe è che non c'è nulla che egli desideri tanto quanto la morte. Il suo primo desiderio sarebbe stato quello di non essere mai nato;Giobbe 3:3-10 accanto a ciò, avrebbe desiderato una morte prematura, quanto prima tanto più sarebbe stata accettabile. Poiché entrambi gli sono stati negati, ciò che ora desidera, e chiede ardentemente, è una rapida scomparsa. Non è ancora chiaro cosa pensi che sia la morte, o se abbia qualche speranza oltre la tomba. Mettendo da parte tutte queste considerazioni, egli qui semplicemente bilancia la morte con una vita come quella che conduce ora, e deve aspettarsi di condurre, poiché la sua malattia è incurabile, e decide a favore della morte. Non è solo il suo desiderio, ma la sua "richiesta" a Dio, che la morte possa venire presto a lui. E che Dio mi concedesse la cosa che desidero, letteralmente, la mia aspettativa o il mio desiderio. L'idea di togliersi la vita non sembra essere venuta in mente a Giobbe, come a un greco (Platone, Fedone, §16) o a un romano (Pithy, Epist., 1:12). È un figlio della natura troppo genuino, troppo semplice e poco sofisticato, perché un simile pensiero possa accadere, e, se si verificasse, sarebbe troppo religioso per prenderlo in considerazione per un momento. Come Aristotele, egli avrebbe ritenuto che l'atto fosse vile (Aristotele, Eth. Nic., 5., sub fin.); e, come Platone (l.s.c.), lo vedrebbe come una ribellione contro la volontà di Dio

Versetti 8, 9.- La preghiera della disperazione

Questa è una preghiera terribile. Giobbe anela alla morte e prega Dio di schiacciarlo. Allora ci sarà la fine delle sue agonie. Ha respinto la tentazione di suicidio di sua moglie;Giobbe 2:9 ma implora che Dio gli tolga la vita

È BENE PORTARE A DIO LA DISPERAZIONE DELL'ANIMA. La disperazione non è totale e completa se non ha soffocato le fonti della preghiera. Quando si può dire di qualcuno: "Ecco, egli prega", ogni speranza non è ancora svanita. Anche se per il momento l'aveva persa di vista, c'è ancora un punto su cui può aggrapparsi la speranza di giorni migliori. Quando tutte le cose sembrano precipitare verso la rovina, e non c'è altra prospettiva per l'anima, la prospettiva verso il cielo è ancora aperta. Se non possiamo fare nient'altro, la via è ancora davanti a noi per gettare il nostro fardello sul Signore. Anche se la preghiera è di orrore e disperazione, come quella di Giobbe, è comunque una preghiera. C'è l'elemento di risparmio. L'Anima sta guardando a Dio. Non è del tutto sola nella sua desolazione

II DIO COMPRENDE LA PREGHIERA DELLA DISPERAZIONE. Non è come Elifaz, il cieco censore di Giobbe, che giudicava per ignoranza e feriva quando pensava di guarire. Le violazioni della correttezza convenzionale nella religione, che urtano il tipo più preciso di pietà, non sono così fraintese da Dio. Vede tutto con un grande occhio di carità, con un penetrante discernimento di simpatia. L'espressione selvaggia che scandalizza solo l'ascoltatore superficiale muove la compassione del Padre degli spiriti. Sa da quali abissi di agonia è stato forzato, e ne perdona la stravaganza con pietà per la sua miseria

III LA PREGHIERA DELLA DISPERAZIONE È STOLTA E MIOPE. Queste due parole "preghiera" e "disperazione" sono del tutto incongrue. L'uno dovrebbe bandire completamente l'altro. Se comprendessimo bene il significato e il potere della preghiera, la disperazione sarebbe impossibile. Perché la preghiera implica che Dio non ci ha dimenticati; O perché si dovrebbe pregare orecchie incuranti? Quando portiamo il nostro dolore a Dio, lo portiamo all'Amore Onnipotente, e un tale rifugio deve essere più congeniale alla speranza che alla disperazione

IV DIO RIFIUTA DI RISPONDERE ALLA PREGHIERA DELLA DISPERAZIONE, Ci sono preghiere alle quali Dio non risponderà, e questo, non perché sia inesorabile, ma perché è misericordioso; e come la madre è troppo gentile per dare al suo bambino le candele fiammeggianti per le quali piange, Dio è troppo buono per concedere ai suoi figli stolti le cose malvagie che a volte bramano dalla sua mano. Così, lo stesso rifiuto di rispondere alla preghiera non è il risultato di non tenerne conto, ma di darle più di quell'attenzione superficiale che sarebbe bastata per una risposta incondizionata. Dio vaglia e soppesa le nostre preghiere. Non possiamo presentarli come assegni sulla riva del cielo, aspettandoci un pagamento immediato, esattamente secondo la misura di ciò che abbiamo stabilito in essi. Dio è di gran lunga migliore delle nostre preghiere. Egli supera le nostre paure anche quando lo imploriamo di agire in base ad esse. La sua mente sana corregge le fantasie selvagge della nostra fretta e passione. Perciò non dobbiamo rifuggire dalla massima libertà nella preghiera. Dio non tratterà noi secondo le nostre parole, ma secondo il suo amore e la nostra fede. - W.F.A

9 Persino che Dio avrebbe voluto distruggermi, o schiacciarmi (Revised Version), "spezzarmi a pezzi" (Lee). Che avrebbe lasciato andare la mano; oppure, stendi la sua mano, stendila contro di me in modo minaccioso". E mi ha tagliato fuori. "Tagliami fuori un po' alla volta" (Lee); Comp.Isaia 38:12), dove la stessa parola è usata per un tessitore, che taglia i fili del suo telaio uno per uno, finché il tutto è liberato e viene via

10 Allora dovrei ancora avere conforto. In primo luogo, il conforto che la fine era giunta e che gli sarebbero state risparmiate ulteriori sofferenze; e inoltre, il conforto ancora più grande che aveva sopportato fino alla fine, e non aveva negato né rinunciato alla sua fiducia nella religione e in tutte le "parole del Santo". Il professor Lee vede qui "il riconoscimento di una vita futura, espressa con parole il più chiare e ovvie possibile" ('Book of the Patriarch Job', p. 223). Ma a noi sembra che, se l'idea è presente, è coperta, latente; solo nella misura in cui si può dire che sia implicito in ogni volontà di morire, poiché si può sostenere che anche la vita più miserabile possibile sarebbe preferita da qualsiasi uomo a nessuna vita, e così che quando gli uomini sono contenti di morire devono aspettarsi, consapevolmente o meno, una vita oltre la tomba, ed essere sostenuti da quell'aspettativa. sì, mi indurirei nel dolore: non lo risparmi; anzi, sì, esulterei per un'angoscia che non risparmiava. Per quanto grande fosse il dolore che accompagnò la sua morte, Giobbe si rallegrava ed esultava in essa, poiché per mezzo di essa la sua morte doveva essere compiuta. Poiché non ho nascosto le parole del Santo, ma non ho rinnegato né rinnegato. Giobbe sarebbe stato parte della soddisfazione di morire per non aver abbandonato la sua integrità. Piuttosto, l'aveva tenuta salda e non aveva rinunciato o abbandonato la sua fiducia in Dio e nella religione. "Le parole del Santo sono i comandamenti di Dio, comunque resi noti all'uomo" (Can. Cook)

11 Qual è la mia forza, per sperare? Elifaz aveva suggerito che Giobbe avrebbe potuto riprendersi e tornare alla sua antica prosperità.Giobbe 5:18-26 Giobbe respinge questa ipotesi. La sua forza è troppo bassa; Non è concepibile che egli debba essere ristabilito, egli non può nutrire alcuna speranza del genere. E qual è il mio fine, che io prolunghi la mia vita? piuttosto, che io allunghi il mio spirito. Giobbe non può attendere con ansia la "fine" che Elifaz profetizza per lui; perciò non può permettersi di aspettare con pazienza

12 La mia forza è forse la forza delle pietre, o la mia carne è di rame? Ci vorrebbe che un uomo avesse un corpo di bronzo e una forza simile a quella delle rocce, per essere in grado di sopportare le devastazioni di una tale malattia, e tuttavia di guarire da essa. Giobbe non può fingere di farlo

13 Non è forse in me il mio aiuto?piuttosto, non è forse che non ho alcun aiuto in me? (Versione riveduta). Giobbe sente che, invece di avere un'eccezionale forza di costituzione che gli permette di resistere alla sua estenuante malattia, è assolutamente privo di forze. Tutto il suo potere vitale è esaurito. Non c'è aiuto in lui. E la sapienza è forse allontanata completamente da me? piuttosto, la solidità non è forse del tutto allontanata da me? Tushiyah sembra significare qui "forza di costituzione", quella solidità interna che resiste alle incursioni della malattia, e talvolta trionfa sulle malattie più gravi. Qualunque riserva di questo tipo egli possa aver posseduto per natura, ora, secondo Giobbe, è completamente perduta e scomparsa

14 A colui che è afflitto si deve mostrare pietà da parte del suo amico. Giobbe inizia qui il terzo capo della sua risposta a Elifaz, in cui attacca lui e i suoi compagni. Il primo dovere di un consolatore è quello di compatire il suo amico afflitto, di fare le condoglianze con lui e di mostrare la sua compassione per le sue sofferenze. Questo è ciò che ognuno cerca e si aspetta come una cosa ovvia. Ma Giobbe ha cercato invano. Non ha ricevuto alcuna pietà, nessuna simpatia. Non gli è stato offerto altro che argomenti. E che argomenti! Come fanno a toccare il punto? In che modo sono qualcosa di più di uno sfogo dell'ipocrisia di chi parla? Che considerino onestamente il suo caso, e gli indichino dove è stato biasimevole. Ma egli abbandona il timore dell'Onnipotente, anzi, anche se abbandona il timore dell'Onnipotente, o altrimenti potrebbe abbandonare il timore dell'Onnipotente. Giobbe non intende certo ammettere di aver rinunciato al timore di Dio e di essere diventato un apostata della religione, ma solo affermare che, anche se lo avesse fatto, i suoi amici avrebbero comunque dovuto mostrargli gentilezza, oppure che il fatto che non gli mostrargli gentilezza è proprio il modo per spingerlo all'apostasia

Versetti 14-30. - Giobbe a Elifaz:2. Rimproveri e riprese

HO RIMPROVERATO LA SCORTESIA. Il comportamento di Elifaz (e dei suoi amici) fu:

1. Innaturale. La compassione per un simile sofferente, molto più per un amico, era un dettame dell'umanità (versetto 14). La condizione di Giobbe richiedeva in modo preminente una considerazione pietosa. Non solo si stava sciogliendo, fisicamente e mentalmente, ma spiritualmente era in pericolo di "abbandonare il timore dell'Onnipotente", cioè di perdere la sua presa su Dio, sul Suo amore e favore verso di lui e, di conseguenza, sulla sua integrità davanti a Dio e sulla sua fiducia.Salmi 38:6; 69:2 Il rifiuto di simpatia da parte di qualcuno nella sua condizione era una deplorevole negligenza del dovere e un segno manifesto di insensibile barbarie

2. Inconsistente. Oltre ad essere un dettame della natura, la legge della gentilezza è uno dei precetti più chiari della religione,Levitico 19:18; Luca 10:37; Romani 12:10-15; Giudici 1:27 e il suo adempimento è uno dei segni più sicuri della perfezione morale e spirituale.Salmi 112:4; Proverbi 31:26; Romani 13:8; 1Pietro 1:22; 1Giovanni 4:12 L'assenza, quindi, da parte di Elifaz e dei suoi amici li sosteneva privi di vera religione, o, secondo un'altra lettura della clausola, mostrava che stavano "abbandonando il timore di Shaddai"

3. Dannoso. Una terza interpretazione interpreta Giobbe dicendo che la mancanza di simpatia di Elifaz aveva reso più difficile per lui, Giobbe, credere nella gentilezza del suo Amico celeste -- era, infatti, sufficiente a indurlo ad abbandonare il timore dell'Onnipotente. Le relazioni terrene erano indubbiamente destinate ad essere utili per la giusta comprensione della relazione di Dio con gli uomini; l'amore paterno per essere emblema di quello del Padre divino;Deuteronomio 8:5; Salmi 103:13; Matteo 7:11 la pietà di un amico nell'interpretare quella del Fratello Maggiore. Da qui la responsabilità di adempiere queste relazioni in modo che gli uomini siano assistiti piuttosto che ostacolati nel loro cammino verso il cielo

4. Deludente. Elifaz e i suoi amici avevano ingannato Giobbe come un ruscello (versetto 15), come l'acqua prosciugata di un torrente di montagna. L'immagine, applicata da Giobbe ai suoi fratelli (Versetto 21) si compone di quattro parti

(1) Il torrente invernale, rumoroso e pieno, torbido e gonfio da spessi blocchi di ghiaccio fluttuanti e fiocchi di neve che cadono rapidamente, precipitandosi giù per il burrone precipitoso, e attirando con il suo forte ruggito e la schiuma bianca l'attenzione dei viaggiatori del deserto al loro passaggio (versetto 16), -- un emblema delle forti e abbondanti proteste di amicizia che furono fatte da Elifaz e dai suoi compagni in un momento in cui Giobbe non ne aveva bisogno, e che prometteva una lunga continuazione, come le acque del ruscello

(2) Il letto asciutto del fiume in estate, da cui i corsi d'acqua sono scomparsi, lasciando solo mucchi di ghiaia o mucchi di massi (Versetto 17), un emblema della rapidità e della completezza con cui le rumorose proteste degli amici di Giobbe erano scomparse, essendo scomparse nel nulla, come il torrente invernale, essendo il sole caldo che li aveva raggrinziti essendo la deplorevole e orribile condizione di Giobbe (Versetti. 21)

(3) Le carovane del deserto che si allontanavano in cerca dell'acqua che avevano precedentemente osservato, essendo ancora attratte dall'insolita luminosità e vegetazione dei wady (Versetti. 18, 19), un emblema dell'entusiasmo e della fiducia con cui Giobbe si aspettava la simpatia e il soccorso dei suoi amici

(4) La costernazione dei viaggiatori, che salivano nel deserto e perivano, confondendosi per la miserabile delusione delle loro ottimistiche aspettative, e vergognandosi di aver riposto la loro fiducia in ciò che era così proverbialmente traditore (versetto 20), un emblema del completo crollo della speranza e dell'aspettativa di Giobbe dall'arrivo dei suoi amici

5. Irragionevole. Giobbe non aveva chiesto loro alcuna grande prova di amicizia, né di alleviare le sue sofferenze con doni caritatevoli, né di riparare le sue perdite con munifici contribuzioni dai loro beni personali, né di ristabilire le sue fortune rovinate recuperandole dai Caldei e dai Sabei, come Abramo liberò Lot e i suoi beni dalle mani di Chedorlaomer.Genesi 14:14 Semplicemente aveva bramato la loro compassione, un dono abbastanza piccolo, che non li avrebbe impoveriti molto; eppure anche quello gli era stato negato. Gionatan si comportò diversamente con Davide.1Samuele 23:16

II INSINUAZIONE RESPINTA. L'imputazione che stava alla base dell'intera arringa di Elifaz, Giobbe si risentì come:

1. Non provato. "Insegnami, e io terrò a freno la mia lingua, e fammi capire in che cosa ho sbagliato." Una richiesta perfettamente ragionevole, dal momento che la condanna dovrebbe sempre precedere la condanna. Così Cristo sfidò i suoi connazionali a convincerlo prima di tutto del peccato.Giovanni 8:46 Ed è palesemente assurdo aspettarsi che gli uomini ascoltino gli ammonimenti che non sono consapevoli di aver commesso errori. Nemmeno Dio esorta al pentimento senza aver prima dimostrato la colpevolezza dell'uomo. La prima funzione dello Spirito Santo è quella di convincere il mondo del peccato. Anche il linguaggio di Giobbe indicava una mente onesta e ingenua. La volontà di essere istruiti è un segno di umiltà e un segno di sincerità. "Un uomo che è disposto a essere istruito è in una condizione migliore di molti che sono in grado di insegnare. Sostiene un temperamento più santo del cuore essere disposti a essere istruiti piuttosto che essere in grado di insegnare. Ed è molto peggio non essere disposti a imparare che non sapere" (Caryl)

2. Ingeneroso. Mentre le parole di rettitudine, cioè di parola onesta, di franchezza, persino di rimprovero quando necessario, avevano una forza a cui Giobbe non poteva resistere, una pertinenza che non poteva sfidare e una pungenza che non poteva non sentire e riconoscere, il loro linguaggio era stato del tutto meschino e spregevole, attaccandosi alle espressioni disperate di un povero disgraziato mezzo pazzo di dolore, che il consenso comune permette debba essere considerato come vento, o dato al vento, come ozioso, privo di significato, mutevole, e quindi non debba essere criticato troppo da vicino, tanto meno posto alla base di un'accusa di colpevolezza. E l'affermazione di Giobbe era sostanzialmente corretta. Le parole pronunciate in un momento frettoloso, sotto l'influenza di una forte passione, non sono sempre un indice perfettamente sicuro e affidabile del carattere dell'anima, almeno quando sono giudicate dall'uomo. Solo Dio è competente a valutare la condizione morale e spirituale dell'uomo con le sue parole. Tutti gli altri dovrebbero essere guidati dalla carità nell'interpretare il discorso degli uomini agonizzanti.1Corinzi 13:5

3. Senza cuore. Gli uomini che potevano fare di lui un trasgressore per una parola erano, secondo Giobbe, capaci di qualsiasi bassezza, quei furfanti spietati e disumani che avrebbero "reso schiavo un orfano per il debito di suo padre, e poi tirato a sorte chi avrebbe dovuto essere" (Cox), o barattare il loro più caro amico con la pelle. Probabilmente Giobbe mise troppo in tensione il caso contro Elifaz e i suoi compagni; ma gli uomini hanno perpetrato le malvagità descritte, come ad esempio i fratelli di GiuseppeGenesi 37:28 e Giuda.Matteo 26:15

4. Falso. Giobbe chiede ai suoi amici di guardarlo in faccia e di dire se non portava sul suo volto la confutazione delle loro calunnie (versetto 28). Il viso è comunemente uno specchio dell'anima. La gloria di un'anima pura risplende attraverso il volto, illuminandolo, raffinandolo, realizzandolo; così come la tristezza morale che avvolge l'anima malvagia lascia la sua impronta sul volto, rendendo i suoi lineamenti grossolani, brutali, sordidi, rivoltanti. Ci sono volti che proclamano la depravazione dell'anima interiore con la stessa certezza con cui ci sono volti nobili che portano il loro certificato di verità, sincerità, onestà morale e raffinatezza spirituale

5. Ingiusto. Gli amici avevano iniziato con un pregiudizio nei confronti di Giobbe e, di conseguenza, la loro decisione non era stata imparziale. Di conseguenza, li invita a rinnovare la loro indagine, ma su altri principi e presupposti: "Tornate, vi prego; non ci sia iniquità, e la mia giustizia sarà riscontrata" (versetto 29)

6. Insultante. La loro insinuazione accusava praticamente Giobbe di essere un imbecille morale, che non aveva la capacità di discriminare tra il bene e il male, un'ipotesi che egli risentiva con il massimo vigore (versetto 30), sostenendo che, con la stessa certezza con cui il suo palato poteva distinguere le carni, il suo senso morale poteva discernere il bene e il male in materia delle sue sofferenze, e in generale nel governo provvidenziale del mondo di cui poi procede a parlare. La capacità di distinguere tra il bene e il male è la funzione più alta dell'intelligenza, ed è certamente capace di perversione e oscuramento attraverso l'ignoranza volontaria e il peccato come suscettibile di educazione e raffinamento attraverso l'istruzione cristiana e la santità pratica

Imparare:

1. Il dovere di simpatizzare con i sofferenti e gli afflitti. La natura lo suggerisce; la religione lo impone; l'umanità lo rivendica; gli afflitti attendonoGiobbe 2:2). Il pericolo di mettere pietre d'inciampo sulla strada, sia per trattenere gli uomini che per sottrargli al timore di Dio

2. La follia di confidare nei principi o nei figli degli uomini, visto che la bontà dell'uomo è comunemente (tranne dove interviene la grazia) transitoria quanto la sua grandezza

3. Il dolore di essere ingannati da chiunque, ma soprattutto da coloro di cui ci fidiamo

4. La certa delusione di coloro che si aggrappano ai ruscelli deboli per l'acqua della vita eterna

5. La malvagità della censura per peccati che non sono stati né provati né ammessi

6. La responsabilità dell'uomo verso l'errore, e l'unica via sicura e certa verso la verità, cioè uno spirito di umile docilità

7. La verità dipende meno dall'argomentazione di quanto gli uomini siano inclini a supporre, essendo generalmente il suo stesso miglior testimone

Versetti 14-21. - Le illusioni dell'amicizia

Oh, come sarebbero dolci e benedetti a quest'ora i ministeri della vera amicizia! Giobbe, nel naufragio della fortuna e della salute, è come un povero nuotatore aggrappato a un longherone o a un frammento di roccia con forza in declino, cercando invano la scialuppa di salvataggio e le braccia forti e salvifiche di amici e salvatori. Invece di questo, i suoi amici se ne stanno in disparte, e gli fanno lezioni e lezioni sulla presunta follia che ha guidato la sua barca contro i frangenti. Qui vediamo in un solo sguardo il più grande pericolo a cui un'anima umana possa essere esposta, e il più grande servizio che un essere umano possa rendere a un altro

IL PIÙ GRANDE PERICOLO UMANO. Cos'è? La perdita di vite umane? Non nel senso comune di queste parole. Perché la perdita della vita in questo mondo non è necessariamente la perdita dell'anima. La perdita dei beni terreni? Ancora meno; poiché la vita dell'uomo non consiste in queste cose. La perdita della famiglia, della reputazione, della salute? Tutti questi possono essere riparati; ma la perdita di Dio è irreparabile. L'albero maciullato può germogliare di nuovo e mandare fuori vigorosi polloni dalla sua radice; ma come se quella radice stessa fosse estirpata dal suo possesso? È l'orrore nella prospettiva di perdere la riverenza, la fiducia, di perdere Dio, che ora incombe sull'anima del patriarca. Abbiamo solo bisogno di fare riferimento al ventiduesimo salmo, a quelle parole citate dal nostro Salvatore nell'agonia sulla croce, per ricordare a noi stessi la paura di quest'ultima prova per ogni anima devota,

II IL PIÙ GRANDE MINISTERO UMANO. È fare qualcosa per salvare un fratello che sta affondando da un simile destino. Una fede allegra è contagiosa. Un nobile coraggio fremerà nelle vibrazioni della simpatia per l'anima di un altro. E questo è, quindi, il miglior ufficio che i nostri amici possano svolgere per noi nei nostri più grandi problemi. Ricordiamoci Dio con le loro parole, le loro preghiere, i loro sguardi, i loro toni. Non lasciate che gettino un nuovo fardello sulla nostra coscienza cadente ricordandoci ciò che siamo o non siamo, ma che ci sollevino dicendoci ciò che Egli è e sempre sarà: il Rifugio e la Forza di coloro che lo cercano. E questo potrebbe essere un luogo adatto per parlare in generale di

III LE QUALITÀ DELL'AMICIZIA. Con una bella immagine Giobbe descrive il fallimento dell'amicizia. Un amico infedele o poco intelligente è come un ruscello gonfio di neve e pioggia in primavera, ma prosciugato nel suo canale sotto il caldo torrido dell'estate. Il poeta dice di uno che è stato perduto dalla morte per i suoi compagni addolorati: "Se n'è andato dalla montagna, si è perso nella foresta, come una fontana secca d'estate, quando il nostro bisogno era più grave!"

Il pathos di queste parole è, ahimè, che mi riferisco ad amici vivi, ma assenti o insensibili. Non c'è niente di più bello e di più utile in tutto il mondo della vera amicizia. Forse come "tutte le altre cose sembrano essere simboli d'amore, così l'amore è il simbolo più alto dell'amicizia". Ma per il servizio dell'amicizia ci deve essere:

1. Affetto costante. Il flusso uguale di un fiume profondo, non gli sgorghi intermittenti di una fontana volubile

2. Simpatia abituale. Dobbiamo sentirci con il nostro amico finché lui è nostro amico. Ci sono crimini che spezzeranno questo sacro legame. La connivenza con la colpa non può far parte di questo patto sacro. Ma finché posso chiamare il mio amico mio amico, devo sopportare le sue infermità, "non renderle più grandi di quello che sono". Com'è infelice l'abilità di vedere tutto ciò che si può dire contro il nostro amico, con cecità verso tutto ciò che può essere sollecitato in suo favore! Temiamo l'arrivo di questi cosiddetti "amici sinceri". Se ci sono verità spiacevoli, che le ascolti dalle labbra di un altro che dalle nostre. Non permettere che i guai di coloro che possediamo con questo sacro nome diventino occasioni per esprimere la presunzione della nostra saggezza superiore, o indulgere in una vena di moralismo, ma per aprire tutti i tesori del nostro cuore

3. Immaginazione vivace. La mancanza di immaginazione, o, in altre parole, l'ottusità e la stupidità, è un grande difetto per i rapporti sociali generali. Gli uomini litigano e si sfaldano perché non si capiscono. Non usano la facoltà dell'immaginazione per "mettersi al posto di un altro". E ciò che può ostacolare i rapporti sessuali in generale può essere un ostacolo fatale all'amicizia. "Non sono capito": quale lamentela più comune? Ma a che cosa ci serve questa alta facoltà, se non perché, sotto la guida dell'amore cristiano, possiamo identificare un altro cuore con il nostro, appropriarci di tutte le sue dolorose esperienze, e pensare, parlare e sentire verso gli altri, così come fare a loro, ciò che vorremmo fosse fatto a noi? Ma queste esigenze di un'amicizia ideale non devono, dopo tutto, essere soddisfatte dalla fragile natura umana. Pensiamo, allora:

4. Queste qualità dell'amicizia possono essere pienamente trovate solo in Dio. L'Amico Divino! -- Colui il cui amore infallibile e auto-riempito è l'unico a soddisfare la sete dei nostri cuori, la cui simpatia è quella di Colui che ci conosce meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, che ci conta i capelli e raccoglie le nostre lacrime nella sua bottiglia, che non ha bisogno di esercitare l'immaginazione per rendersi conto della nostra condizione, perché Lui lo sa! O Dio, più grande dei nostri cuori, la cui conoscenza è la misura della tua simpatia, la cui simpatia è nutrita dall'eterna sorgente del tuo amore; Dio si è manifestato in Gesù Cristo; tu solo sei l'Amico del nostro dolore, il Sostenitore del nostro aiuto

LEZIONI. Ascoltiamo con umile obbedienza la voce che ci dice: "D'ora in poi vi chiamo amici"! Mentre la vita si consuma e molti torrenti superficiali di gentilezza terrena si prosciugano, possiamo noi sperimentare più profondamente la tua pienezza che non si esaurisce mai!

Le pretese dei sofferenti sulla pietà degli amici

Gli amici di Giobbe vengono a condoglianze con lui. Essi sono sconcertati dalla gravità delle sue sofferenze e rimangono silenziosi davanti a lui. Quando aprono le loro labbra sembrano non solo cercare di spiegare l'afflizione, ma sembrano anche ansiosi di giustificare la propria incapacità di confortare il loro amico sofferente. Le loro parole si aggiungono alla grave afflizione di Giobbe invece di alleggerire il suo fardello, ed egli grida nella sua amarezza: "A chi è afflitto si deve mostrare pietà da parte del suo amico". A chi dovrebbe rivolgersi il sofferente se non per finire? Vediamo subito, in tali circostanze, il dovere di un amico e la richiesta di un amico

IO SONO UN DOVERE DI AMICO

1. Il vero ufficio dell'amicizia è quello di entrare pienamente nelle circostanze dell'amico; non di essere indifferente ad esse, e quindi ignorante. Il vero affetto indagherà gentilmente, saggiamente e con cura sullo stato, e il bisogno, e il dolore, e le speranze, dell'oggetto del suo attaccamento. Non per curiosità invadente, ma per amorevole interesse, il cuore dell'amico si aprirà per accogliere il racconto del dolore, anche le parole di lamentela

2. La vera amicizia simpatizzerà amorevolmente. L'ansiosa supplica del mendicante casuale colpisce l'orecchio chiuso dello straniero. Nessuna corda di pietosa simpatia vibra, e nessuna mano di aiuto è tesa. Ma agli appelli dell'amicizia il cuore si apre; Si suscita una calorosa simpatia. Lo spirito fluttuante trova riposo sul petto di un amico. È un dovere che un amico ha verso l'altro mostrare la massima pietà di spirito, una pietà che dovrebbe maturare in amorevole simpatia. Nessun indurimento del cuore, nessun rifiuto di essere paziente, nessun egoismo, può essere trovato nel petto del vero amico

3. La vera amicizia sarà pronta con il suo aiuto, scaturindo con spontaneo desiderio di aiuto e conforto. È possibile che l'amico rimanga più vicino di un fratello; e mostra il vero spirito di un amico che, sentendosi perfettamente unito al suo amato compagno, gli presta volentieri aiuto

4. L'amicizia che stimola all'aiuto pietoso e amorevole nel bisogno gioisce anche della gioia, della prosperità e del benessere di colui al quale si unisce. Le due vite sono una sola. Davide e Gionatan lo illustrano, e fortunatamente mille esempi sono intorno a noi ogni giorno. Colui che trova un vero amico trova un bene prezioso, un premio il cui valore non può essere stimato

II PER QUESTA AMOREVOLE SIMPATIA E PIETOSA DISPONIBILITÀ, OGNUNO PUÒ FARE LA SUA GIUSTA E RAGIONEVOLE RICHIESTA AL SUO AMICO. L'amicizia ha i suoi doveri di fedeltà, di gentilezza e di aiuto; di fiducia, fiducia e buona volontà. Ha anche le sue pretese. È un patto silenzioso e reciproco: ognuno si prepara a dare ciò che esige dall'altro; ognuno si aspetta ciò che sa di poter dare. È la soddisfazione suprema della vera amicizia che ciascuno dei suoi membri possa rivolgersi all'altro con la fiduciosa e incondizionata certezza di incontrarsi con vera simpatia, con una mano aperta e un cuore caldo. Perché questa amicizia sembra, e questo è giustificato aspettarselo. L'amore di un amico fedele non viene meno; perché "un amico ama sempre". Anche le sue stesse "piaghe" sono "fedeli". Felice chi ha trovato un amico in cui riporre tutta la fede del suo cuore; e chi è pronto a ricambiare lo stesso affetto pieno, completo e degno di fiducia!

1. La saggezza di cercare un amico

2. La legge: "Chi vuole avere amici deve mostrarsi amichevole". -R.G

15 Fratelli miei; cioè "i miei tre amici", Elifaz, che ha parlato; Bildad e Zofar, che con il loro silenzio hanno dimostrato il loro accordo con lui. hanno agito con inganno come un ruscello; cioè "un torrente d'inverno", un "guado", per usare l'espressione araba moderna. Questi corsi d'acqua sono caratteristici della Palestina e delle regioni adiacenti. "Durante i mesi invernali", dice il dottor Cunningham Geikie, "sono spesso fiumi spumeggianti; ma nella calda estate, quando avrebbero un valore inestimabile, il loro letto asciutto è generalmente la strada da un punto all'altro. L'acqua scorre sulle lastre di roccia come farebbe dal tetto di una casa, e convergendo, man mano che scende, in corsi d'acqua minori nei guadi più alti, questi spazzano su un canale comune in qualche valle centrale, e, così uniti, si gonfiano in un tempo incredibilmente breve in una profonda, tormentata, ruggente inondazione, che riempie tutto il fondo del guado con un torrente irresistibile... I torrenti dal Libano, e anche dalle alte montagne dell'Hauran. mandano giù grandi fiumi di acque scure e agitate in primavera, quando il ghiaccio e la neve delle loro cime si sono sciolti; ma si prosciugano sotto la calura dell'estate, e il sentiero del torrente, con il suo caos di massi, pietre e ghiaia, sembra che non conosca un corso d'acqua da secoli. Così in passato era sembrato che gli amici di Giobbe gli sarebbero stati fedeli per sempre; ma la loro amicizia era svanita, come l'impeto del torrente che era passato" ('La Terra Santa e la Bibbia', vol. 1. pp. 123-125). E come il torrente dei ruscelli passa, o, il canale; cioè il wady stesso. Il canonico Cook dice bene a questo proposito: "La similitudine è straordinariamente completa. Quando ce n'è poco bisogno, il torrente straripa; Quando necessario, scompare. In inverno non concima; in estate si prosciuga. Né è semplicemente inutile; inganna, seducendo il viaggiatore con l'apparenza della verdura, promettendo ristoro e non dandone alcuno"

16 Che sono nerastri a causa del ghiaccio. Sembra che Giobbe abbia visto guadi dove, in inverno, l'acqua era in realtà congelata in ghiaccio nero duro. Questo accade a malapena ora nei paesi confinanti con la Palestina; ma potrebbe essere accaduto nella regione in cui abitava Giobbe, in precedenza. "Acqua scura e torbida" non può essere intenzionale. E dove si nasconde la neve. Alcuni suppongono che si riferisca alla neve sciolta, ma i profondi guadi nell'Hauran e altrove nasconderebbero facilmente cumuli di neve

17 Quando si scaldano, svaniscono: quando fa caldo, vengono consumati fuori dal loro posto (vedi il passaggio citato dal Dr. Geikie nel commento al versetto 15)

18 I sentieri del loro cammino sono deviati; piuttosto, come nella Versione Riveduta, le carovane che viaggiano per la loro via si allontanano. Sembra impossibile che i corsi d'acqua possano essere intenzionali, dal momento che i loro percorsi non vengono mai "deviati": semplicemente si restringono, si infrangono e si prosciugano. Ma nulla è più comune che le carovane a corto d'acqua si tolgano di mezzo per raggiungere un guado, dove sperano di poter rifornire i loro otri. Se sono delusi, se il guado è asciutto, possono essere portati in grandi difficoltà, e possono anche perire.

Per un esempio probabile, in cui la dipendenza da un guado, se non fosse stato per un miracolo, avrebbe portato a un grande disastro, vedi - 2Re 3:9-20 Essi vanno nel nulla e periscono; piuttosto, salgono nella desolazione' e periscono. Dopo aver cercato invano l'acqua nell'asciutto guado, ne escono ed entrano nell'ampia distesa del deserto, dove troppo spesso muoiono miseramente

19 Le truppe di Tema guardarono. I Tema erano una tribù araba discendente da Ismaele.Genesi 25:15 Di solito sono congiunti con Dedan,Isaia 21:13,14 Geremia 25:23, un'altra tribù araba, nota per il commercio delle carovane. Entrambe le tribù probabilmente vagarono, e occuparono in periodi diversi diverse parti del deserto. Il nome, Tema, può persistere nella moderna città e nel quartiere di Tayma', ai confini della Siria, e sulla via dei pellegrini tra Damasco e la Mecca. Le "truppe di Tema" probabilmente cercavano le "carovane" del Versetto 18 per arrivare nel loro paese; ma cercarono invano. Il deserto li aveva inghiottiti. Le schiere di Saba li aspettavano.

Su "Saba", vedi il commento su - Giobbe 1:15 #Giobbe 6:20

Erano confusi perché avevano sperato. La vergogna e la confusione del viso si impadronirono di loro in conseguenza della loro vana speranza. Allo stesso modo, lascia intendere Giobbe, si vergogna di aver cercato compassione e gentilezza dai suoi amici. Avrebbe dovuto essere più saggio e saperlo meglio. Essi giunsero là, e si vergognarono. Non solo sperarono, ma agirono in base alla loro speranza: che essa li allontanasse dalla loro via (versetto 18) e li portasse alla rovina

21 Per ora non siete nulla. Come i torrenti prosciugati, i confortatori erano finiti nel nulla; erano del tutto inutili e non redditizie. Un'altra lettura dà il senso: "Voi siete come loro" -- "voi consolatori", cioè "siete come i torrenti invernali, e mi avete sviato, come hanno sviato le carovane". Voi vedete la mia caduta e avete paura. Qui Giobbe penetra nel motivo che aveva prodotto la condotta dei suoi amici. Erano venuti con buone intenzioni, con l'intenzione di confortarlo e consolarlo; ma quando arrivarono, e videro quanto fosse un relitto, come fosse completamente "distrutto" e rovinato, cominciarono ad aver paura di mostrare troppa amicizia. Pensavano che fosse l'oggetto della vendetta divina e temevano che, se gli avessero mostrato simpatia, avrebbero potuto coinvolgersi nella sua punizione

22 Ho io detto: Conduci a me? Il significato è probabilmente: se questa è la comodità, se avete paura di aiutarmi, perché siete venuti? Ho chiesto il vostro aiuto? No. Non ti ho chiesto di portarmi nulla per me, né di fare un regalo a nessuno per me; tanto meno ti ho invocato per liberarmi dalla mano dei miei nemici, per castigare i Caldei e gli uomini di Saba,Giobbe 1:15,17 e ricuperare da loro i miei beni. No; Non ti ho chiesto nulla; ma quando sei venuto volontariamente, mi aspettavo la tua pietà (Versetti. 14). Oppure, dammi una ricompensa della tua sostanza? cioè fare un regalo a mio nome a qualche persona influente, che potrebbe quindi abbracciare la mia causa e farmi amicizia. Non c'è bisogno di supporre che si intenda una "tangente"

Versetti 22-27. - L'amicizia: i suoi diritti e le sue esclusioni di responsabilità

Nel suo angoscioso desiderio di simpatia e di tenerezza, Giobbe si appella ulteriormente alla coscienza e alla memoria dei suoi amici, cercando di porre fine a questa lacerante contesa e di riconciliarsi con loro in pace

I ESCLUSIONI DI RESPONSABILITÀ. La vera amicizia nega il diritto di essere esigente. Non abbiamo il diritto di imporre una tassa sulla proprietà, o sul tempo, o sull'energia di coloro che desideriamo stringere a noi come con ganci d'acciaio. Tutti devono essere spontanei, volontari, liberi, negli uffici reciproci dell'amicizia. Ci sono alcuni cuori nobili, infatti, per i quali ogni beneficio è motivo per un altro. Shakespeare ha tracciato l'immagine sublime di un tale nel suo "Mercante di Venezia", che non si ferma al prestito di beni, ma impegna la sua stessa carne per il suo amico. Ma la controparte non si trova nella vita reale. Dio è colui che solo invita la nostra più grande richiesta, non si stanca della nostra urgenza, dona a tutti generosamente e non rimprovera. La vita data per noi è il pegno che non possiamo pretendere troppo da Lui. Il Vangelo non manca di indicarci la fragilità della natura umana, anche nei suoi umori più nobili, per contrapporre gli illustri sacrifici di Cristo per noi. Giobbe non aveva chiesto doni di sostanza ai suoi amici per riscattarlo dalla durance, o per qualsiasi altro scopo. Era stato più saggio che uccidere la tenera pianta della reciproca buona volontà con esazioni inopportune. E leggiamoci la lezione che nulla spezzerà più sicuramente o rapidamente i nostri legami più felici che permettere che la mano che offriamo con affetto sia tesa per comprare, per trafficare, per esigere

II RIVENDICAZIONI. Ma abbiamo grandi diritti e privilegi nell'amicizia. Su questi il patriarca insiste ora. Ha diritto alle buone parole, che valgono molto e costano poco. Ha il diritto, finché è considerato un amico, di vedere accettata la verità delle sue affermazioni. Ha diritto alla fiducia. Nell'angoscia ha diritto alla tenerezza, alla compassione e a una guida efficiente da parte di coloro la cui mente è calma e non compromessa dal dolore. E soprattutto, forse, proprio ora, il diritto all'autodifesa è il più prezioso, che questi consiglieri sembrano ostinatamente negare. Quante volte si ripete questa tragedia! Condanniamo gli uomini buoni, i cuori onesti, inascoltati; Rifiutiamo loro un processo equo. Non si spiegano facilmente, o noi, con le nostre preoccupazioni e i nostri pregiudizi, siamo lenti a capire. Può esserci una maggiore capacità di difendersi dalle accuse di acerrimi nemici che dalle idee sbagliate degli amici intimi. In effetti, questa è una di quelle dure prove in relazione ai nostri pari di cui un recente predicatore ha così finemente parlato (Mozley, 'University Sermons')

III AUTODIFESA. Contro quale colpa o peccato sono diretti questi monotoni e duri riprensioni? È contro le azioni malvagie di Giobbe? Ma non sono specificati, e Giobbe nega che siano stati fatti. Non c'è ingiustizia più acuta di attacchi vaghi contro un uomo senza specificare l'esatta natura delle accuse. È il linguaggio attuale di Giobbe? È vero, le parole affrettate possono essergli sfuggite; lui lo teme; Ma il linguaggio della salute e della gioia deve essere messo alla prova con le stesse misure, pesati sulla stessa bilancia, con ciò che il dolore e l'intensa angoscia estorcono dalle labbra? Giobbe sa che il suo cuore non è stato infedele al suo Dio, qualunque grida di agonia e disperazione siano state sparse al vento. L'intera sezione contiene quindi un patetico appello alla coscienza umana per l'amore umano; e ci insegna indirettamente, ma con grande sentimento, i doveri del ministero amichevole verso gli altri nella loro angoscia

LEZIONI

1. Guida calma, suggerimenti salutari per l'intelligenza morbosa

2. La "dolcezza" (Versetto 25) delle giuste parole di tenera simpatia

3. Astinenza dalla discussione in tali circostanze, che irrita e non calma mai

4. Ascolto premuroso delle spiegazioni

5. Accettazione sincera di oneste auto-rivendicazioni. In tutti questi particolari abbiamo luminosi esempi che ci sono stati dati dal nostro benedetto Salvatore, che non ha mai spezzato la canna rotta né spento il lino fumante. Con tali metodi di ministero dobbiamo guadagnare e provare il santo nome di amico ai nostri fratelli, e condurre gli uomini a credere che Dio ha angeli di benedizione in forma umana che passano per i sentieri logori della miseria in questo mondo

23 Oppure, liberami dalla mano del nemico? piuttosto, dalla mano dell' uomo violento. Oppure, riscattami dalla mano del potente? letteralmente, dell'oppressore (vedi la Versione Riveduta). Giobbe non aveva invitato i suoi amici a fare nessuna di queste cose. Non aveva esaurito la loro pazienza chiedendo ora questo e ora quello. Ma egli si aspettava la loro compassione, e questa gli fu negata

24 Insegnami, e io terrò a freno la mia lingua. Giobbe è disposto a essere istruito, se i suoi amici hanno qualche istruzione da dare. È disposto a essere rimproverato. Ma non nel modo in cui è stato rimproverato da Elifa. Le sue parole non erano "parole di rettitudine". Fammi capire in che cosa ho sbagliato. Indica, cioè, in che cosa consiste la mia presunta colpa. Tu sostieni che le mie afflizioni sono meritate. Fate notare ciò che nella mia condotta li ha meritati. Sono pronto a farmi convincere

25 Quanto sono forti le parole giuste! letteralmente, parole di rettitudine. Tali parole hanno una forza a cui nessuno può resistere. Se le accuse fatte da Elifaz fossero state giuste e vere, e i suoi argomenti solidi e giusti, allora Giobbe avrebbe dovuto cedere, confessare se stesso colpevole e inchinarsi per la vergogna davanti ai suoi giudici. Ma non avevano avuto un tale potere vincolante. Perciò non erano "parole di rettitudine". Ma che cosa rimproverano le vostre argomentazioni? letteralmente: Che cosa rimprovera la vostra riprensenza? Cioè... Che cos'è esattamente che pensate sia sbagliato in me? A che cosa mira la tua invettiva?

Il potere delle parole giuste; oppure, lamentarsi è rimasto per istruzione

Finora Giobbe non ha incontrato alcun conforto da parte di coloro che erano venuti "a fare cordoglio con lui e a confortarlo". Dall'inutilità delle loro parole impotenti si allontana con l'amara riflessione sulle labbra: "Quanto sono forti le parole giuste!" Parole cariche di verità, di grandi vedute delle cose, di tenera simpatia, guariscono, guidano e confortano l'anima perplessa e rattristata; mentre le parole dei falsi amici trafiggono come pungoli. La verità in ogni momento è degna di fiducia. Lo spirito, stanco e stanco, può riposare in esso e trovare pace. Considera il potere della verità, la forza delle giuste Parole

NEL RISOLVERE I GROVIGLI DELL'ERRORE. La verità è la linea giusta, diritta, che rivela e quindi condanna le deviazioni tortuose. La sua stessa espressione chiara e calma risolve la confusione dell'errore tortuoso e mescolato. È con la semplice affermazione della verità che l'errore viene scoperto e rimproverato. La forza della denuncia non può contraddire l'errore, né svelarlo, né smascherarlo. Né lo sarà la mera dimostrazione logica; il rumore non distruggerà l'oscurità; né le tenebre saranno illuminate dimostrando che sono tenebre. Ma il quieto bagliore della lampada disperderà le sfumature della notte nera. Così la verità, nella sua semplicità e nella sua realtà, disperde efficacemente e da sola l'oscurità e guida i piedi del viandante attraverso l'intricato sentiero dell'errore. Giobbe non aveva ancora trovato parole del genere. Ma il buon Maestro non era lontano; e infine Giobbe fu condotto all'aperta pianura, alla chiara luce e alla retta via

LE PAROLE GIUSTE SONO FORZATE IN PRESENZA DI UN PROFONDO DOLORE. Così pensava Giobbe. Era per queste parole che si struggeva. Desiderava ardentemente l'insegnamento che gli avrebbe portato conforto, e non le accuse che avrebbero reso il suo fardello più pesante e il suo cuore più triste. C'è una profonda verità relativa a tutte le afflizioni umane. Considerato solo come uno squilibrio della felicità umana, è privo di quella completezza di vedute che lo costituirebbe veritiero. Ma considerato come una correzione divina, una disciplina, un severo avvertimento o allontanamento dalla legge, e una giusta punizione per tale allontanamento; e considerato come sotto il controllo del Padre Onnipotente, si vede che è investito di un carattere importante, e lo è. inflitti per gli scopi più saggi e migliori. Le parole giuste su di esso portano la mente alla pace. Sono costretti a consigliare e a confortare; per avvertire del pericolo, per guidare verso la salvezza, per consolare nella sofferenza. Beato il sofferente che ha alla banda un interprete, che con le parole giuste può svelare il mistero, e spianare le vie di Dio all'uomo!

LE PAROLE GIUSTE SONO EFFICACI NELL'AGGIUSTAMENTO DELLE RELAZIONI DISTURBATE DELLA VITA. Sono parole sagge e gentili. Anche i nemici ne sono sopraffatti. La parola giusta è una parola in armonia con la verità. Pronunciate con labbra che dicono la verità abitualmente, e da un cuore dove la verità trova la sua casa, esse portano convinzione. Conquistano l'orecchio e la fiducia dell'ascoltatore. Hanno una forza peculiare a loro stessi. Loro comandano. Sono forti e non possono essere scossi. Trafiggono, come fa una freccia, quando sono parole di condanna fondate sulla verità; e confortano, guariscono, ristorano e ristabiliscono, quando sono pronunciati con benignità. Il saggio cerca le parole giuste e, trovandole, le pronuncia con tutta semplicità. E chi cerca la verità, o il riposo, o il conforto li accoglie. Portano aiuto sulle loro ali e sono così rivitalizzanti come i raggi del mattino. - R.G

La forza delle parole giuste

Giobbe non è così irragionevole come appare ai suoi amici. Ammetterà la forza della verità e della ragione. Solo lui considera gli argomenti che ha sentito falsi e fallaci

GLI UOMINI RAGIONEVOLI RICONOSCONO LA FORZA DELLE PAROLE GIUSTE. Le parole possono essere come frecce che trafiggono, come spade che dividono, come martelli che schiacciano; Oppure possono essere come semi che crescono e portano frutto, come pani per sfamare gli affamati, e ruscelli d'acqua viva che scorrono lungo la strada polverosa, da cui tutte le anime assetate possono bere. Quindi sono più che semplici suoni. Sono espressioni del pensiero. Le parole di Dio giungono con potenza. Tutte le parole giuste sono forzate. Ma ci sono parole vuote che cadono senza alcun peso, e parole insulse che si dissipano nell'aria senza effetto. Non è il numero, il volume o il rumore delle parole che dà loro forza, ma la loro giustezza. Dobbiamo, quindi, indagare in che cosa risieda questa rettitudine

1. In verità. Le parole false possono sembrare molto importanti. Ma alla fine tutte le bugie falliscono. La verità, detta semplicemente, ha una forza che nessuna retorica può eguagliare

2. Nell'adattabilità. Ci sono verità che non sono adatte all'occasione in cui vengono dette. Questo era il caso di molte delle osservazioni che Elifaz aveva fatto, che erano abbastanza giuste in se stesse, ma che non si applicavano a Giobbe. Hanno perso forza per essere irrilevanti

3. Nel peso morale. La giustizia di ciò che diciamo vi aggiunge peso. Le parole più forti sono quelle che trovano la loro strada nella nostra coscienza. Altri possono essere luminosi; Queste parole risuonano di sorprendente vividezza

4. In simpatia. La verità detta con amore arriva con doppia forza

II È STOLTO IGNORARE LA FORZA DELLE PAROLE GIUSTE

1. Nell'altoparlante. Questo fu l'errore dei Temaniti. Non era sufficientemente attento alla giustezza di ciò che diceva. Aveva buone intenzioni, ma rovinò tutto con questo grave errore. Dobbiamo soppesare le nostre parole. Possono avere molte qualità eccellenti -- chiarezza, grazia, vigore apparente -- ma se non sono parole giuste falliranno. L'insegnante cristiano ha bisogno di mettere alla prova e correggere le sue parole stando vicino alla fonte della verità e della giustizia nelle Sacre Scritture, e mantenendo il suo cuore puro e comprensivo. Altrimenti tutta la sua eloquenza sarà sterile, o addirittura velenosa come vapori mefitici

2. Nell'ascoltatore. È eccessivamente sciocco ignorare le parole come se fossero semplicemente "suono e furore, che non significano nulla". Sono i carri su cui viaggiano i pensieri; e se solo aprissimo le nostre porte per riceverli, potremmo trovare quei pensieri ospiti più graditi. Anche se le parole sono impopolari o dolorose, dovremmo essere sciocchi a ignorarle quando sappiamo che sono giuste. Perché la verità non cessa di essere verità quando viene rifiutata. Molte idee sgradevoli sono molto medicinali. E molte parole, rifiutate all'inizio, una volta accolte, si rivelano come il pane stesso della vita. Le parole del vangelo eterno sono parole giuste, che possiamo rigettare a nostro rischio e pericolo; che possiamo ricevere per la nostra salvezza. - W.F.A

26 Immaginate di rimproverare le parole? oppure: Proponete? "È la tua intenzione?" Devo capire che non avete colpa della mia condotta, ma solo delle parole che ho detto? cioè le parole registrate nel cap. 3. E le speeshe di chi è disperato, che sono come il vento, o, mentre le speehes di chi è disperato non sono che come il vento; letteralmente, per il vento, per il vento, per il vento che li afferra e li porta via. Perciò non vale la pena di essere rimproverato

27 sì, voi sopraffate l'orfano; piuttosto, sugli orfani vorreste est. comp. - Gioele 3:3; Abdia 1:11; Naum 3:10 Giobbe intende dire che sono così spietati che tirerebbero a sorte i figli di un debitore insolvente condannato a diventare schiavi alla sua morte.2Re 4:1; Neemia 5:5 E tu scavi una fossa per il tuo amico, oppure, faresti mercanzie del tuo amico', come nella Revised Version. Giobbe non parla di ciò che i suoi amici avevano fatto, ma di ciò che ritiene che siano in grado di fare

28 Ora dunque accontentatevi, guardatemi; piuttosto, sii lieto di guardarmi. Il professor Lee traduce: "Guardami con favore". Ma questa aggiunta non è necessaria. Ciò che Giobbe desidera è che i suoi amici lo guardino dritto in faccia. Allora non sarebbero stati in grado di dubitare di lui. Avrebbero visto che stava dicendo la verità. Poiché se io mento è evidente per voi, anzi vi sarà evidente, ss. Altri rendono il passaggio: "Poiché certamente non mentirò in tuo volto" (Schultens, Canon Cook, Revised Version)

29 Tornate, vi prego; Vale a dire: "Torna sul mio caso: riconsideralo". E allora: Non sia iniquità, o non ci sia iniquità; cioè non mi sia fatta alcuna ingiustizia. Sì, tornate di nuovo, la mia giustizia è in esso. Se la mia causa sarà ben considerata, si vedrà che non sono in alcun modo biasimevole

30 C'è forse iniquità nella mia lingua? (vedi Versetto 26). Giobbe ora giustifica le sue parole, che in precedenza aveva ammesso essere state "avventate" (Versetto 3). Forse intende distinguere tra temerarietà e vera malvagità. Il mio gusto non può discernere le cose perverse? cioè non vedo alcuna perversione o malvagità in ciò che ho detto. Se ce ne fossero, penso che dovrei discernerlo. Il ragionamento è alquanto pericoloso, poiché gli uomini non sono giudici infallibili, non essendo giudici senza pregiudizi, nel loro caso. Il verdetto finale di Giobbe su se stesso è che ha "pronunciato ciò che comprendevaGiobbe 42:3 -- per cui "aborre se stesso e si pente nella polvere e nella cenere".Giobbe 42:6

Illustratore biblico:

Giobbe 6

1 CAPITOLO 6

Giobbe 6:1-30

Ma Giobbe rispose e disse:

La risposta di Giobbe a Elifaz:

Dobbiamo affrontare il dolore in due modi, e Giobbe sembra aver affrontato il dolore in un modo che deve essere deprecato. L'ha scoperto tardi nella vita. Era in una solida prosperità e in un benessere positivo e genuino. Il dolore deve farsi sentire ogni volta che si abbatte su un uomo in tale condizione. Questo spiega il suo lamento, il suo lamento e la sua lunga trenodia. Non ci era abituato. Alcuni sono nati nei guai e si sono acclimatati. Beati coloro che si scontrano con il dolore in questo modo. Un tale metodo sembra essere il metodo della vera misericordia. Il dolore deve arrivare. Il diavolo non permette a nessuna vita solitaria di salire in cielo senza combattere la sua strada in un momento o nell'altro. Il dolore si diletta nel monologo. Giobbe sembra a malapena appoggiarsi mentalmente sulla linea adottata da Elifaz. È molto difficile trovare la frase centrale del discorso di Giobbe. Troppa logica avrebbe rovinato il dolore. Il ragionamento c'è, ma va e viene; cambia tono; Colpisce i fatti della vita come le dita allenate del suonatore potrebbero battere una corda musicale. Notate quanto sia interrogativo il discorso di Giobbe. Nella risposta di Giobbe compaiono più di venti domande. Il dolore è grande nell'interrogatorio. Giobbe si chiede: "Le vecchie fondamenta sono ancora qui? Le cose sono sicuramente cambiate di notte, perché non sono abituato a ciò che ora mi circonda". Notate quanti malintesi ci sono nel linguaggio dell'uomo sofferente! Giobbe non solo fraintese i suoi amici e il suo dolore, ma fraintese tutti gli uomini, l'intero sistema e lo schema delle cose. Come la sofferenza non rettamente accettata o compresa colora e perverte tutto il pensiero e il servizio della vita! Giobbe pensa che la vita non valga la pena di essere vissuta. Molto dipende dal nostro umore mentale o dalla nostra condizione spirituale. Da qui il bisogno di essere rinforzati, infiammati, resi forti. Siamo ciò che siamo veramente nel nostro cuore e nella nostra mente. Mantieni l'anima a posto ed essa governerà il corpo. La Bibbia non esita mai a dirci che c'è dolore nel mondo, e che il dolore può essere spiegato in base a principi morali. La Bibbia misura il dolore, non lo prende mai alla leggera. Ma può essere santificato, trasformato in benedizione. Ogni libro che parla così merita la fiducia di uomini che conoscono il peso e l'amarezza della sofferenza. Non venite alla Bibbia solo per le condoglianze e la simpatia; venite ad esso per l'istruzione, l'ispirazione, e poi potete venire ad esso per la consolazione, la simpatia, il conforto più tenero, per la rugiada del mattino, per il balsamo del cielo, per il tocco stesso di Cristo. (J. Parker, D.D.)

La prima risposta di Giobbe:

Nella sua risposta a Elifaz, Giobbe prende in primo luogo l'accusa di impazienza e di indignazione precipitosa fatta all'inizio del quinto capitolo. È ben consapevole che le sue parole erano avventate quando malediceva il suo giorno e piangeva impaziente per la morte. Ma Elifaz aveva debitamente considerato il suo stato, il peso dei suoi problemi che causava un senso fisico di oppressione indescrivibile? Non dobbiamo cadere nell'errore di supporre che sia solo il dolore della sua malattia a rendere così grave la miseria di Giobbe. Piuttosto, è che i suoi guai sono venuti da Dio; sono "le frecce dell'Onnipotente". Avrebbe potuto sopportare senza un mormorio solo la sofferenza e la perdita, fino all'estremo della morte. Ma aveva pensato che Dio fosse suo amico. Perché all'improvviso questi dardi sono stati lanciati contro di lui dalla mano di cui si fidava? Che cosa significa l'Onnipotente? Il malfattore che soffre sa perché è afflitto. Il martire, perseverando per motivi di coscienza, ha il suo sostegno nella verità di cui rende testimonianza, nella santa causa per la quale muore. Giobbe non ha spiegazioni, non ha alcun sostegno. Non può capire la Provvidenza. Il Dio con il quale egli supponeva di essere in pace diventa improvvisamente un Potere adirato e incomprensibile, che rovina e distrugge la vita del Suo servo. L'esistenza avvelenata, il giaciglio di cenere avvolto da terrori, c'è da meravigliarsi che parole appassionate escano dalle sue labbra? Un grido è l'ultimo potere che gli rimane. Così è per molti. L'apparente inutilità delle loro sofferenze, l'impossibilità di ricondurle a qualsiasi causa nella loro storia passata, in una parola, il mistero del dolore confonde la mente e aggiunge all'angoscia e alla desolazione un indicibile orrore delle tenebre. A volte proprio la cosa da cui ci si guarda è ciò che accade; La migliore intelligenza di un uomo sembra confutata dal destino o dal caso. Perché egli, tra i tanti, è stato scelto per questo? Tutte le cose sono uguali per tutti, giusti e malvagi? Il problema diventa terribilmente acuto nel caso di uomini e donne seri e timorati di Dio che non hanno ancora trovato la vera teoria della sofferenza. La perseveranza per gli altri non sempre spiega. Non ci si può basare su questo. Né, a meno che non diciamo il falso per Dio, servirà dire: Queste afflizioni sono cadute su di noi a causa dei nostri peccati. Infatti, anche se la coscienza non smentisce questa affermazione, come fece la coscienza di Giobbe, la domanda esige una risposta chiara: perché il penitente dovrebbe soffrire, coloro che credono, ai quali Dio non imputa alcuna iniquità. Se è per la nostra trasgressione che soffriamo, o la nostra fede e la nostra religione sono vane, o Dio non perdona se non nella forma, e la legge della punizione conserva la sua forza. Abbiamo qui la seria difficoltà che le finzioni giuridiche sembrano reggere anche nei rapporti dell'Altissimo con coloro che si fidano. La verità è che la sofferenza non ha alcuna proporzione con la colpa del peccato, ma è collegata, secondo lo schema della Divina Provvidenza, alla vita in questo mondo, al suo movimento, alla sua disciplina e al suo perfezionamento nell'individuo e nella razza. (Robert A. Watson, D.D.)

La grande sofferenza di Giobbe:

Era...

(I.) Non apprezzato dagli uomini. Questo è il significato dei primi cinque versetti. Elifaz non aveva idea della profondità e dell'intensità della sofferenza di Giobbe. Ci sono due cose qui indicate in relazione ad esse

1.) Erano indicibili. "Le mie parole sono state inghiottite". Tutta la sua umanità era sotto tortura

(1) Ha sofferto nel corpo. "Fu colpito da ulcere dolorose dalla pianta del piede alla sommità della testa, prese un coccio per grattarsi e si sedette tra la cenere".

(2) Ha sofferto nella mente. "Le frecce dell'Onnipotente erano dentro di lui, il cui veleno beveva il suo spirito".

2.) Erano incontenibili. "Raglia, l'asino selvatico, quando ha l'erba? O abbassa il bue sul suo foraggio?" L'idea qui è: non posso fare a meno di piangere; le mie grida scaturiscono dalle mie agonie. Se l'asino selvatico non avesse la sua erba, raglierebbe da una fame famelica; e se il bue non avesse il suo foraggio, anch'egli si sarebbe abbassato in un'agonia in cerca di cibo; questa è la natura, e le mie grida sono naturali: non posso farci niente. Chi può tacere nella tortura? La sua sofferenza era...

(II.) Incompreso dagli amici. "Si può mangiare ciò che è sgradevole senza sale? O c'è del sapore nell'albume di un uovo?" Questo linguaggio mi sembra indicare l'impressione che Giobbe aveva del discorso che Elifaz gli aveva pronunciato. Giobbe sembrava sentire...

1.) Che l'indirizzo di Elifaz era del tutto insipido. "Si può mangiare ciò che è sgradevole senza sale?" Come se avesse detto: il tuo discorso manca di ciò che può rendermelo saporito; non si applica: tu fraintendi le mie sofferenze: io soffro non perché sono un grande peccatore, come sembri insinuare: la mia stessa coscienza attesta la mia rettitudine: né perché ho bisogno di questo terribile castigo, come hai detto: tu non capisci né la causa né la natura delle mie sofferenze, quindi il tuo parlare è fuori luogo

2.) Che l'indirizzo di Elifaz era veramente offensivo. "Le cose che l'anima mia si è rifiutata di toccare sono come i miei cibi dolorosi". Non significa questo ciò che dice il dottor Bernard: "Le cose che dici - le tue parole insignificanti e insipide e similitudini - sono come la ripugnanza del mio cibo, o sono ripugnanti per la mia anima come il cibo lo è ora per il mio corpo"? Tu mi intrometti in commenti che non solo sono insipidi, a causa della loro inadeguatezza, ma che sono disgustosi come il cibo ripugnante

(III.) Intollerabile per se stesso. Desiderava la morte; Credeva che nella tomba avrebbe riposato

1.) Anche se la sua vita era insopportabile, non l'avrebbe portata via da solo. Sentiva di non essere il proprietario, ma solo il fiduciario della sua vita

2.) Non dimenticò la sua relazione con il suo Creatore. "Non ho nascosto le parole del Santo". Non ho evitato di dichiarare il mio attaccamento a Lui e alla Sua causa. Le sue sofferenze non cancellarono la sua memoria del suo Creatore, né lo allontanarono dalla Sua presenza, né lo spinsero alla bestemmia o all'ateismo. No, ha ancora resistito. Dio era il Grande Oggetto nel suo orizzonte; lo vide attraverso il vapore denso e caldo delle sue prove infuocate

3.) Sebbene la sua vita fosse insopportabile, sapeva che non sarebbe durata a lungo. "Qual è la mia forza per sperare? e qual è il mio fine per prolungare la mia vita?" ecc. Che Dio sciolga la Sua mano e mi stronchi, ponendo così fine alla mia esistenza o no, non posso resistere a lungo. Non sono fatto "di pietra o di rame" e non posso sopportare a lungo queste sofferenze. Per quanto potente possa essere la struttura umana, grandi sofferenze devono prima o poi frantumarla

4.) Sebbene la sua vita fosse insopportabile, era consapevole di una forza interiore. "Non è forse in me il mio aiuto? E la saggezza è stata allontanata da me?" Non c'è forza come questa, la forza fisica è buona, la forza intellettuale è migliore, ma la forza morale è la migliore di tutte. (Omilestico.)

2 CAPITOLO 6

Giobbe 6:2

Oh, se il mio dolore fosse ben soppesato.

Accumulando una bilancia:

Non abbiamo nulla in contrario a soppesare tutte le sofferenze di Giobbe. Ma cosa metteremo nell'altra bilancia? Chi conta i capelli del nostro capo e mette le nostre lacrime in un otrio, non prenderà alla leggera il dolore umano. Sulla Sua bilancia sarà pesato fino all'estremo grano. Ma Dio ha due bilance, mentre Giobbe ne ha evidentemente una sola

1.) In una bilancia guardate come ha messo il suo SE'. Il primo pronome personale è abbastanza pesante in questi discorsi. Gli amici di Giobbe percepirono il suo spirito egoistico, e quindi accumularono la bilancia opposta. Che cosa sei tu in confronto all'Eterno? Molto sublime è il Dio che Elifaz pone contro Giobbe. Egli riempie tutto, l'uomo non è nulla. I pensieri o le sofferenze di nessun uomo devono essere visti o uditi o messi in conto contro l'Assoluto. Ma non dovrei dire "io"? Amos: Non voglio in alcun modo sentirmi me stesso ed essere un egoista? Nelle mie ore solenni non posso fare a meno di conoscere e dimorare con un essere molto reale dentro di me, che è il mio ego. Dio e il peccato non sono nulla per me a meno che prima di tutto non abbia una personalità. Che cos'è la dimora di Cristo, se non ho un'individualità separata in cui Egli può entrare? Davide dice: "Io sono un po' inferiore agli angeli". Non posso dire la stessa cosa? Sì, dillo; Dillo forte e chiaro. Ma bilancialo. Mettete sull'altra bilancia, per esempio, i vostri simili. Altri uomini hanno un sé intenso come te. Anche loro sono coronati di gloria e dignità, e hanno la loro gamma di sentimenti, forti e teneri, come te. "Ciascuno stimi l'altro più di se stesso". Metti anche nell'altra bilancia sopra di te il grande Altro. Giù sulla riva del mare, quando vaghiamo, o quando guardiamo il cielo stellato, con quanta chiarezza e con tutto il suo mistero diciamo "io". Ma come diciamo noi, dalle pareti d'ebano della notte ritorna l'eco della voce di Quell'Altro, che ci porta in equilibrio. Allargamo le mani e sussurriamo a noi stessi: "il mio potere", oppure alziamo la testa, orgogliosi nella coscienza della nostra conoscenza. Ma quando Dio spazza la Sua mano attraverso i cieli, o innalza la potenza della Sua conoscenza, allora l'orgoglio del cuore umano si umilia. Chiniamo il capo in silenzio; non schiacciato da ogni coscienza, ma equilibrato e giustamente soppesato dai pensieri degli uomini e di Dio

2.) L'egoismo di Giobbe è sorto dal suo dolore. Quanto fa delle sue afflizioni. Il suo ululato è lugubre. I capitoli 6 e 7 sono un lungo lamento, con molta poesia in essi, ma in realtà un terribile ammucchiamento di una scala. Che cosa dobbiamo fare per bilanciare il dolore umano? Riderci sopra? Chiamarlo niente? Chiamarlo luogo comune? Anzi, proviamo a metterci sopra qualcosa che possa superarlo. Filosofo! Hai qualcosa che possa riequilibrare un cuore spezzato o un'anima convulsa dall'agonia? Certo che tu hai qualcosa. Proviamo le vostre massime, i vostri precetti di autocontrollo e di pensiero sano. Mettili nella scala opposta; Il "Saggio sulle avversità" di Bacon, bellissimi estratti da Marco Aurelio. Mettili tutti dentro. Ora solleva l'equilibrio e vedrai. Ah! Non pesano nulla. Scienziato! Puoi tu compiere questa grande opera? Vai a raccontare a Giobbe le tue teorie sui germi. Spiegagli la natura delle sue piaghe desquamate e vedi se riesci a rispondere alla sua lamentela. No, mai. Religioso, cosa si può mettere sulla bilancia opposta? Facci ascoltare la tua dottrina. "Dio è il vasaio e l'uomo l'argilla. Noi siamo Sue creature ed Egli può fare ciò che sembra migliore. Impariamo a sottometterci alla Sua volontà sovrana. La disciplina è buona, anche se amara". Oh, quali amare gocce di acido sono tutte queste per le anime ferite. Si schiaccia un uomo solo quando gli si scaglia addosso, in un momento del genere, la sovranità di Dio. No, mettiamo su una scala opposta la simpatia umana. Riconosciamo tutto il dolore, la tristezza e l'afflizione di chi soffre. Soffriamolo, e sentiamone il peso. Lascia che le nostre lacrime scorrano. Metti le nostre sofferenze e i nostri sentimenti su una scala opposta. Cerchiamo di mettere la simpatia di Dio sulla bilancia opposta. Non la Divinità assolutamente dura e severa che Eliphaz si sforza di costruire. Parliamo della sua tenerezza e pietà. Non è forse detto: Gesù pianse? Le lacrime di Cristo supereranno le nostre. Quando guardi giù nella tomba oscura e orribile, ascolta ciò che Cristo dice: "Tuo fratello risorgerà". Questa è la compassione di Cristo per bilanciare il tuo dolore schiacciante

3.) Giobbe pone a Dio la domanda: "Che cosa ho fatto?" Ah! potrebbe benissimo ammucchiare quella bilancia; accumulando fino al cielo i suoi peccati, le sue offese e la sua ignoranza. Probabilmente non ci sarebbe una bilancia abbastanza grande da contenere le nostre iniquità. È giusto? Oh sì. Conosci i tuoi peccati, o anima, tutti quanti, neri come l'inferno e pesanti come il piombo, e abbastanza alti da nascondere la luce del cielo. Ma non siate uomini di una sola idea. Avere due idee. Guardate nell'altra bilancia e vedete, se potete, una goccia del prezioso sangue di Cristo. Alza la bilancia e vedi se questa goccia di sangue prezioso non bilancia tutti i tuoi peccati. Sì! Grazie a Dio lo fa, grida Bunyan. Anzi, di più, li supera. "Il sangue di Gesù Cristo, il Figlio di Dio, ci purifica da ogni peccato". (J. D. Watters, M.A.)

Le afflizioni pesavano:

1.) È un dovere soppesare a fondo la condizione più triste e afflitta dei nostri fratelli. Ma cosa significa pesarli accuratamente? Non si tratta solo di soppesare la materia di un'afflizione, di vedere che cosa soffre un uomo, ma di soppesare un'afflizione in ogni circostanza e aggravamento di essa; La circostanza di un'afflizione è spesso più considerevole della questione dell'afflizione. Se un uomo vuole confessare i suoi peccati, deve confessare non solo la materia di essi, poiché i peccati sono le trasgressioni della legge, e gli errori contro la regola, ma deve guardare al modo in cui il peccato è stato commesso, alle circostanze di cui è rivestito, queste rendono il suo peccato fuori misura, e senza peso, peccaminoso. Allo stesso modo, se un uomo considerasse le misericordie e i favori ricevuti da Dio, li conoscesse a fondo e vedesse quanto pesano, guardasse non solo cosa, ma come, e quando, e dove, e da chi li ha ricevuti. Ci può essere una grande malvagità in un piccolo male commesso, e una grande misericordia in un piccolo bene ricevuto. In secondo luogo, colui che vuole soppesare attentamente un'afflizione, deve mettersi dalla parte dell'afflitto e (per così dire) fare suo il dolore altrui: deve agire secondo le passioni del suo fratello, e per un po' impersonare il povero, il malato, l'afflitto: deve assaggiare l'assenzio e il fiele di cui si nutre suo fratello. In una parola, egli deve porre a cuore una tale condizione. In questi due punti, questa sacra arte di soppesare il dolore, consiste: considerazione delle circostanze e simpatia per l'intelligente. La mera speculazione muove poco. Non abbiamo alcun sentimento della sofferenza di un altro, finché non abbiamo un sentimento di amicizia. La nuda teoria dell'afflizione non influisce più della nuda teoria del fuoco che riscalda

2.) È un'aggiunta all'afflizione di un uomo, quando gli altri non sono sensibili alla sua afflizione. Il nostro sommo sacerdote non è nessuno dei vostri preti insensati, che non si curano di ciò che il popolo sopporta, quindi sono calorosi e tranquilli

3.) Non possiamo mai giudicare correttamente finché non valutiamo accuratamente la condizione di un fratello afflitto. Giobbe infatti immaginava che Elifaz fosse stato giudicato prima di essere stato preso in considerazione

4.) Un uomo che non è stato, o non è afflitto egli stesso, difficilmente può comprendere ciò che sopporta un altro che è sotto afflizione. Se avessimo un Mediatore in cielo che non è stato tentato sulla terra, potremmo dubitare che Egli sarebbe toccato dal sentimento delle nostre infermità, sia che si tratti di infermità peccaminose o di infermità dolorose. (J. Caryl.)

4 CAPITOLO 6

Giobbe 6:4

Perché le frecce dell'Onnipotente sono dentro di me.

Frecce acuminate:

Le frecce sono:

1.) Veloce

2.) Segreto

3.) Tagliente

4.) Uccidere. (J. Caryl.)

Le frecce avvelenate dell'Onnipotente:

Per "frecce avvelenate" dobbiamo intendere non solo i suoi foruncoli, il cui calore e la cui infiammazione avevano prosciugato l'umidità, il vigore e la forza di Giobbe, ma anche tutti gli altri suoi problemi esteriori, che si conficcavano in lui; e le sue tentazioni interiori, e il senso dell'ira di Dio che ne derivava, che, come la profonda ferita interiore della freccia, lo avevano, con il suo furioso veleno, così esaurito che era pronto a svenire, e a cederla. Imparare-

1.) Sebbene litigare e lamentarsi di Dio, in ogni caso, sia una grande colpa, tuttavia implora molta compassione per i santi quando non si agitano per la loro sorte, tranne quando il loro problema è estremo

2.) È dovere di coloro che sono in difficoltà distogliere lo sguardo da tutti gli strumenti, affinché possano guardare a Dio

3.) Come è nostro dovere avere sempre pensieri alti e riverenti di Dio, così l'angoscia farà sì che gli uomini conoscano la Sua onnipotenza

4.) È una vista umiliante della potenza di Dio Onnipotente nelle avversità, quando i Suoi colpi sono come frecce, e non solo trafiggono in profondità, e vengono improvvisamente e rapidamente sugli uomini, come fa una freccia, ma soprattutto parlano Dio adirato contro di loro, in quanto ne fa la Sua bava (bersaglio) a cui spara

5.) In questo caso di Giobbe, il numero di problemi contribuisce molto ad affliggere il figlio di Dio, ogni particolare colpo si aggiunge al peso

6.) Sebbene le tribolazioni acute, inflitte dalla mano di Dio, siano molto tristi per il popolo di Dio, tuttavia tutto ciò è facile in confronto all'apprensione dell'ira di Dio per le tribolazioni e le perplessità dello spirito, e alle tentazioni che sorgono su quelle tribolazioni

7.) Le tentazioni, e il senso del dispiacere divino nelle difficoltà, esauriranno presto la forza creata, e faranno soccombere gli spiriti degli uomini

8.) È una grande aggiunta alle attuali difficoltà e tentazioni dei santi, quando i terrori e le paure per il futuro li assalgono e li lasciano perplessi; specialmente quando capiscono che Dio li sta perseguitando con questi terrori

9.) Quando una volta una mente spezzata è perseguitata da terrori e paure, la sua arguzia e la sua fantasia possono moltiplicarla oltre ciò che è, o sarà, nella realtà. (George Hutcheson.)

Di malinconia religiosa:

L'afflizione di Giobbe gli fu inviata per la prova di una virtù esemplare e incrollabile; e poiché fu inviata solo per questa ragione, e non come segno del dispiacere divino, quindi per quanto grande fosse la calamità sotto un altro aspetto, tuttavia non era affatto insopportabile, perché gli rimaneva ancora il grande fondamento del conforto, nella certezza di una buona coscienza e nell'attesa del favore finale di Dio. Aveva nella sua mente, anche in mezzo alla sua afflizione, la soddisfazione di riflettere con piacere sul suo comportamento passato e di rafforzare i suoi propositi di continuare sulla stessa linea di condotta per il futuro. Sebbene nessuna calamità possa essere più grave di quella di Giobbe, tuttavia quando anche l'indole della persona viene ad essere presa in atto, c'è un problema molto più grande del suo, cioè quando cade la tempesta dove non c'è preparazione per sopportarla; quando l'assalto è fatto dall'esterno, e all'interno non c'è nulla per resistergli. In altri casi, lo spirito di un uomo sosterrà la sua infermità; Ma quando lo spirito stesso è ferito, chi può sopportarlo? C'è un altro stato, molto malinconico e veramente pietoso, ed è quello di coloro che, non per l'immediata nomina della Provvidenza, come nel caso di Giobbe, né per l'effetto proprio della loro malvagità, come nel caso di una cattiva coscienza, ma per la loro immaginazione e paure infondate, per indisposizione del corpo e disordine della mente, da false nozioni di Dio e di se stessi, sono resi molto infelici nelle loro menti. Immaginano, anche se senza una ragione sufficiente, che le frecce dell'Onnipotente siano dentro di loro. Considerate le principali occasioni di tale malinconia religiosa

1.) Indisposizione o cimurro del corpo. Questo non deve in alcun modo essere trascurato, disprezzato o disprezzato: perché, come la mente opera continuamente sul corpo, così il corpo influenzerà e opererà necessariamente sulla mente. Non è insolito vedere la buona comprensione anche di una persona ragionevole, oppressa e sovraccaricata dal disordine fisico. Il segno principale con cui possiamo giudicare quando l'indisposizione è principalmente o interamente nel corpo è questo, che la persona si accusa altamente in generale, senza essere in grado di fornire alcun esempio in particolare; che è molto preoccupato, di non sa bene cosa; e timorosa, ma non riesce a spiegarne il motivo. La miseria è molto reale, anche se senza un buon fondamento. In tali casi si dovrebbe fare tutto il possibile per rimuovere l'indisposizione del corpo

2.) Si lamenta la mancanza di miglioramenti nell'esercizio dei doveri religiosi. Molte persone pie e ben disposte, ma di costituzione timorosa e malinconica, hanno il continuo timore di non migliorare, di fare poco o nulla nei modi della religione e di non riuscire a trovare in se stesse uno zelo e un amore così ferventi verso Dio, come credono necessario per chiamarli buoni cristiani. Se per mancanza di miglioramento si intende solo la mancanza di calore e di affetto nell'adempimento del loro dovere, allora non c'è un giusto motivo per turbare la mente per questo motivo. In una stessa persona ci sono sicuramente diversi gradi di affetto in momenti diversi, a seconda dei diversi temperamenti del corpo. Nessun uomo può mantenere in ogni momento un uguale vigore d'animo. I vani sospetti che la nostra obbedienza non proceda da un giusto principio, da un vero e non finto amore di Dio, non sono affatto una giusta causa di disagio mentale, purché adempiamo sinceramente tale obbedienza, con una vita di virtù e di vera santità

3.) Il timore di essere esclusi dalla misericordia per qualche decreto positivo e pre-nomina di Dio. Dalla natura e dalla ragione, questa apprensione non può sorgere. Né nella Scrittura c'è alcun fondamento per una tale apprensione. Ci possono essere alcuni testi oscuri, che le persone instabili possono essere inclini a fraintendere per la propria e per l'inquietudine degli altri; ma sicuramente l'intero tenore, il disegno e lo scopo della Scrittura dovrebbero essere l'interprete di passaggi particolari. I testi semplici dovrebbero essere la regola con cui vengono interpretati quelli più oscuri. È abbastanza evidente che non c'è alcun motivo nella Scrittura per cui una persona pia possa comprendere che forse può essere esclusa dalla misericordia da un decreto positivo o da una pre-nomina di Dio

4.) La paura di aver commesso il peccato contro lo Spirito Santo. Ma distinguete tra il peccato contro lo Spirito Santo e la bestemmia contro lo Spirito Santo. Tale bestemmia era il segno di un'indole inguaribilmente malvagia e malvagia. È del tutto impossibile che una persona veramente sincera e ben intenzionata sia colpevole di questa malignità, o che abbia motivo di temere di poterci essere caduto

5.) Una causa di molti problemi per alcuni si trova nei pensieri malvagi e blasfemi. Questi non sono tanto il peccato quanto la debolezza dell'immaginazione derivante dall'infermità del corpo. Possono essere solo segni di una coscienza tenera e di una mente pia e disposta

6.) Un'altra causa è la coscienza dei grandi peccati del passato e delle infermità presenti che rimangono. Le infermità, come le debolezze e le omissioni, sono pienamente ammesse nel Vangelo. Il loro perdono è fatto parte delle nostre preghiere quotidiane. E i peccati cancellati, dovrebbero essere dimenticati da noi, come Dio dice che sono per Lui. (S. Clarke, D.D.)

5 CAPITOLO 6

Giobbe 6:5

Raglia, l'asino selvatico, quando ha l'erba?-

L'asino soddisfatto:

Il patriarca introduce questa illustrazione per dimostrare ai suoi amici che le sue lamentele non erano vane. I suoi guai non erano fantasiosi. Questo argomento pittoresco è istruttivo e interessante per tutti. Insegna due lezioni

(I.) Chi è soddisfatto non si lamenta. Passa direttamente al godimento del possesso che ha acquisito. Il bue o l'asino che ha cibo in abbondanza non emette lamenti. Giobbe intendeva dire che questo era il suo caso. Se solo raccogliesse il frutto della sua condotta, non si lamenterebbe; o anche se la sua sofferenza fosse stata il risultato di un'indulgenza peccaminosa, o gli fosse venuta dal male, o dal pensare, si sarebbe sottomesso. Ma soffrì molto, sapendo allo stesso tempo di essere del tutto innocente. Non aveva ricevuto la sua giusta ricompensa, e perciò si lamentò

(II.) L'occupazione è la radice del contenuto. La pigrizia genera contesa. L'uomo che ha un lavoro onesto da fare, e lo fa, mangia ed è soddisfatto. Sono i vostri uomini affamati e oziosi ad essere agitatori. È così...

1.) Perché l'uomo indaffarato non ha tempo per rimuginare sulle sue preoccupazioni. L'asino o il bue al suo cibo ha qualcosa per occupare la sua attenzione, e quindi non ha un momento da dedicare al raglio

2.) Perché non ha la possibilità di fare rumori superficiali. Se desiderava raglio o basso, il fatto stesso di avere la bocca piena glielo avrebbe impedito. Così gli uomini che hanno le mani piene di lavoro, non possono gettare via il lavoro in cui sono impegnati, solo per il gusto di esprimere le loro lamentele. Quando l'asino selvatico sarà stato ben saziato e il bue avrà finito il suo foraggio, allora sprecheranno il loro tempo in malizia e malcontento. Il rimedio appropriato per l'agitazione irrequieta è l'abbondanza di lavoro e il lavoro che è sempre necessario per procurare e preparare i nostri bisogni quotidiani. (J. J. S. Uccello.)

6 CAPITOLO 6

Giobbe 6:6

Si può mangiare ciò che è sgradevole senza sale?-

Condimento per il cristianesimo:

Il sale dà un sapore a molte cose sgradevoli ed è un condimento inestimabile. La salute, la digestione, l'intero benessere dell'uomo, ne richiedono l'uso. Il patriarca allude a quelle cose che danno gusto alla vita, proprio come il sale dà gusto al cibo. Alcune cose sono abbastanza piacevoli da mangiare e non richiedono nulla con cui essere condite. Lo zucchero è dolce di per sé. Così ci sono alcune occupazioni e piaceri della vita che non hanno bisogno di nulla per renderli piacevoli. Ma ci sono altre cose che, come il cibo sgradevole o insapore, richiedono un'aggiunta per dare loro un gusto o renderle più piacevoli da eseguire. Alcuni esempi chiariranno il significato:

(I.) Prendi una madre e il suo bambino. Se la guardiamo con disinteresse, vedremo a quale grande quantità di lavoro sgradevole deve sottoporsi. Nessuna fatica è troppo grande, nessun lavoro troppo estenuante, nessuno sforzo troppo ripugnante. Di per sé tale pazienza o abnegazione sarebbe considerata una difficoltà intollerabile. Ma quando il boccone sgradevole viene preso con il sale dell'amore, quanto diventa dolce al gusto! Quello che altrimenti sarebbe un travaglio doloroso si trasforma in una gioia deliziosa

(II.) Prendi un uomo e i suoi affari. Che cos'è un affare se non una fatica, una lotta dolorosa, amara, estenuante, che si alza presto e si affanna tardi? È una delle cose sgradevoli a cui possono alludere le parole del patriarca. Ingoiarlo solo per se stesso farebbe fare a molti una faccia molto ironica. E qual è il sale degli affari? Ebbene, è denaro e guadagno. Che gusto impartiscono questi al lavoro più duro e alla fatica mattutina! Come scende dolcemente la fatica quando le monete tintinnanti vengono contate dalla cassa di notte

(III.) Prendi lo studente che fatica. Come lavora duramente per la sua lampada di mezzanotte! Il divertimento è abbandonato, i piaceri e il relax sono abbandonati. Ma il sapore migliora se mangiato con il sale dell'ambizione o il desiderio dell'onore. Allora la fatica si trasforma in un piacere e la fatica in un lavoro d'amore

(IV.) Così possiamo anche prendere il soldato cristiano. Chi può dire che la vita cristiana sia piacevole in se stessa? È l'umiliazione, il dolore, l'amarezza, la delusione. Significa una competizione apparentemente inutile con poteri che sono più potenti di noi. Ma una volta che condisci la vita cristiana con il sale, e come diventa diversa! Assapora l'amarezza con l'amore di Dio, la benedetta simpatia di Cristo, la gloriosa ricompensa al di là, e poi come il sole dorato indora e abbellisce la scena più aspra, così l'amarezza si trasforma in uno splendore di gloria e la fatica è dimenticata. (J. J. S. Uccello.)

Il trattamento degli sgradevoli:

Sgradevole significa insipido, senza sapore. È necessario aggiungere sale per renderlo appetibile o sano. Nessuno può dubitare della verità letterale di questo. Il cibo insipido non può essere gustato, né sosterrebbe a lungo la vita. "Gli orientali mangiano il loro pane spesso con il solo sale, senza altre aggiunte se non un po' di santoreggia secca e pestata, che è il metodo comune ad Aleppo". Va anche ricordato che il pane degli orientali è comunemente costituito da semplici focacce azzime. L'idea di Giobbe in questo adagio o proverbio è che c'era una convenienza e una correttezza nelle cose. Certe cose andavano insieme, ed erano compagne necessarie. Non ci si può aspettare l'uno senza l'altro; l'uno è incompleto senza l'altro. Il cibo insipido ha bisogno di sale per renderlo appetibile e nutriente, e quindi è giusto che la sofferenza e l'umiliazione si uniscano. C'era una ragione per le sue lamentele, come c'era per l'aggiunta di sale a cibi sgradevoli. Alcuni hanno supposto che Giobbe intendesse rimproverare severamente Elifaz per la sua arringa sulla necessità della pazienza, che egli caratterizza come insipida, impertinente e disgustosa per lui; come se fosse, infatti, sgradevole per la sua anima come lo era il bianco di un uovo per il suo gusto. Il Dr. Good lo spiega nel senso: "Ciò che non ha nulla di condimento, nulla di un potere pungente o irritante, produce piccantezza o irritazione? Anch'io dovrei stare zitto e non lamentarmi se non avessi nulla di provocatorio o di acrimonioso; Ma, ahimè! il cibo a cui sono condannato a partecipare è proprio la calamità che è più acuta per la mia anima, quella che detesto di più, e che è più grave e che mette a dura prova il mio palato". Ma non vedo alcuna ragione per pensare che in questo intendesse rimproverare Elifaz per un discorso insipido e insignificante. (Albert Barnes.)

Un rimedio per le carni sgradevoli: o, sale per l'albume di un uovo:

Questa è una domanda che Giobbe poneva ai suoi amici, che si sono rivelati così ostili. Così combatte con quei "miserabili consolatori" che infiammarono le sue ferite versandovi succo di verdura e aceto invece di olio e vino. Il primo di loro aveva appena aperto il fuoco su di lui, e Giobbe, con questa domanda, stava sparando un colpo di risposta. Voleva che i tre severi osservatori capissero che non si lamentava senza motivo. I suoi non erano i dolori che aveva immaginato; Erano reali e vere, e quindi pone prima questa domanda: "Raglia, l'asino selvatico quando ha l'erba? o abbassa il bue sul suo foraggio?" Se queste creature alzano le loro note di lamentela, è quando stanno morendo di fame. Era come uno che non trova sapore nel suo cibo e detesta il boccone che ingoia. Ciò che gli rimaneva era insapore come l'albume d'un uovo; non gli dava alcun tipo di conforto; In effetti, era disgustoso per lui. Anche il discorso che Giobbe aveva ascoltato da Elifaz il Temanita non gli mise in bocca molta dolcezza; perché era privo di simpatia e di consolazione. Qui dice loro che Elifaz gli aveva somministrato una carne sgradevole senza sale, solo albume d'uovo, senza sapore. Non una parola d'amore, di pietà o di compassione il Temanita aveva pronunciato. Ora possiamo dimenticare il tanto torturato patriarca Giobbe, e applicare questo testo a noi stessi

(I.) Il primo punto sarà questo, che la mancanza di sapore è una grandissima mancanza di tutto ciò che è destinato al cibo. Tutti sanno che tutti i tipi di vita animale si dilettano con il cibo che ha un sapore. È esattamente lo stesso per quanto riguarda il cibo delle nostre anime. È un grande difetto in un sermone quando non c'è sapore in esso. È una colpa mortale per il popolo di Dio quando un libro contiene una buona parte di ciò che può essere vero, ma tuttavia manca del santo sapore, o di ciò che, in altre parole, chiamiamo "unzione". Ma che tipo di sapore è quello che ci aspettiamo in un sermone?

1.) Rispondo, primo, è un sapore del Signore Gesù Cristo

2.) La prossima necessità per assicurarsi il sapore è uno spirito devoto nel predicatore, un sapore di devozione

3.) Un'altra questione va a comporre il dolce sapore in un discorso, e cioè il sapore dell'esperienza. Ma queste tre cose non sono tutto. C'è qualcosa di sacro: non è senza nome, perché lo nominerò tra poco: è un'influenza celeste che entra nell'uomo, ma che non ha nome tra le cose che appartengono agli uomini. Questa sacra influenza pervade l'oratore, insaporisce la sua materia e governa il suo spirito, mentre allo stesso tempo si posa sull'ascoltatore in modo che egli trovi la sua mente sveglia, le sue facoltà attente, il suo cuore commosso. Sotto questa misteriosa influenza lo spirito dell'ascoltatore è in una condizione ricettiva, e quando ascolta la verità sprofonda nella sua anima come i fiocchi di neve cadono nel mare. Togliete da qualsiasi predicazione o insegnamento Cristo come soggetto, la devozione come spirito, l'esperienza come forza della testimonianza e lo Spirito Santo come tutto in tutti, e avrete tolto tutto il sapore; E cosa resta? Che cosa possiamo fare con un Vangelo senza sapore?

(II.) Trovo una traduzione data al testo, che, se non è assolutamente accurata, afferma tuttavia una verità importante, vale a dire, che ciò che è sgradevole per mancanza di sale non deve essere mangiato

1.) C'è molto in questo mondo che è sgradevole per mancanza di sale; Intendo in una conversazione comune. Ahimè, è facile incontrare persone - e persino persone che portano il nome cristiano - la cui conversazione non contiene una particella di sale. Nulla di ciò che tende all'edificazione è detto da loro. I loro discorsi sono molto allegri, ma non hanno grazia. Esibiscono una certa quantità di frivolezza, ma nessuna pietà. Ancora, c'è qualche discorso nel mondo - spero non tra i professori - che non contiene sale nemmeno di morale comune; e di conseguenza corrompe, e diventa impuro e odioso

2.) Ora, la stessa cosa è vera, non solo per la conversazione comune, ma per una grande quantità di insegnamento moderno. Se il discorso, un uomo, non contiene abbastanza sale per tenere fuori la falsa dottrina, non è il tipo di cibo per te. Il foraggio pulito non è così scarso da dover mangiare carogne

(III.) Il terzo punto è che ci sono certe cose nel mondo che hanno bisogno di qualcos'altro con loro. "Si può mangiare ciò che è sgradevole senza sale? O c'è del sapore nell'albume di un uovo?" Ci sono molte cose in questo mondo che non possiamo tollerare da sole; hanno bisogno di essere conditi con loro

1.) Uno dei primi di questi potrebbe leggerci una lezione di prudenza; cioè, la riprensione. È un dovere cristiano rimproverare un fratello che è in errore, e noi dovremmo parlargli con tutta gentilezza e tranquillità, per impedirgli di andare più lontano nel male, e ricondurlo sulla retta via. È abitudine di alcuni fratelli fare tutto con la forza; Ma in questo caso ci vuole più amore che vigore, più prudenza che calore, più grazia che energia. Il rimprovero, per quanto gentilmente lo mettiate e per quanto prudentemente lo somministrate, sarà sempre una cosa sgradevole: quindi, salatelo bene. Pensateci su. Pregate su di esso. Mescola la gentilezza con essa. Strofina in esso il sale dell'amore fraterno. Parla con molta deferenza al tuo amico che ha sbagliato e usa molta tenerezza, perché tu stesso non sei senza difetto. Assaporate con affetto i vostri ammonimenti, e il Signore li renda accettabili a chi ne ha bisogno

2.) Ora per altre questioni che a molte persone non piacciono da sole; Intendo dire, le dottrine del Vangelo. Le vere dottrine del Vangelo non sono mai state popolari, e mai lo saranno; Ma non c'è bisogno che nessuno di noi li renda più sgradevoli di quanto non siano naturalmente. L'uomo è un re, così pensa, e quando sente parlare di un altro re diventa subito ribelle. Se il Vangelo è sgradevole, dobbiamo aggiungervi un sapore. Che cosa sarà? Non possiamo fare di meglio che aromatizzarlo di santità! Dove c'è una vita santa gli uomini non possono facilmente dubitare dei principi da cui scaturisce

3.) Ora, un terzo uovo che non può essere mangiato senza sale è l'afflizione. Le afflizioni sono cose molto sgradevoli. Le afflizioni sono carne sgradevole. Che cosa si deve fare con loro, allora? Ebbene, salamoli, se possiamo. Sala la tua afflizione con pazienza e farà un piatto regale. Per grazia, come l'apostolo, "ci glorieremo anche nelle tribolazioni".

4.) Non ti tratterrò più a lungo per parlare della persecuzione, anche se questo è un altro articolo sgradevole, con il quale il sale di consolazione è molto desiderabile

5.) Ma, infine, c'è il pensiero della morte. La morte non è forse una cosa sgradevole in sé? Il corpo teme la dissoluzione e la corruzione, e la mente riparte dalla prospettiva di lasciare i caldi recinti di questa casa d'argilla e di addentrarsi in quella che sembra una regione fredda e rarefatta, dove lo spirito tremante vola nudo nel mistero non sperimentato. "Quale sale", dite, "mescolerò ai miei pensieri di morte?" Ebbene, il pensiero che non si può morire; poiché poiché egli vive, vivrete anche voi. Aggiungete ad esso la persuasione che, anche se siete morti, vivrete. Pensieri della resurrezione e dell'apertura delle porte perlate, e del tuo ingresso lì. (C. H. Spurgeon.)

10 CAPITOLO 6

Giobbe 6:10

Non ho nascosto le parole del Santo.

Nascondendo le parole di Dio:

1.) La testimonianza di una buona coscienza è il miglior fondamento della nostra volontà di morire

2.) I consigli di Dio, le Sue verità, devono essere rivelati. È altrettanto pericoloso, se non di più, nascondere ciò che Dio ha fatto conoscere, quanto essere curiosi di sapere ciò che Dio ha nascosto

3.) Lo studio di un uomo pio serve a rendere visibile la Parola di Dio

4.) È una cosa pericolosa per ogni uomo nascondere la Parola di Dio, sia nella sua opinione che nella sua pratica. (J. Caryl.)

Dio, il Santo:

Questo è un titolo troppo grande per chiunque tranne che per Dio. Tutta la santità è in Dio. Dio è così santo che propriamente è santo solo Lui. Dio è chiamato il Santo sotto tre aspetti: perché è tutto santo in se stesso; perché da Lui riceviamo ogni santità; e perché dobbiamo servirlo in santità e giustizia tutti i nostri giorni. Dio è santo nella Sua natura. La sua essenza è la purezza. Egli è santo nella Sua Parola. Egli è santo nelle Sue opere. Questi tre messi insieme innalzano la gloria di Dio in questo titolo, "Il Santo". Oppure possiamo considerare Dio, il Santo,

1.) Radicalmente e fondamentalmente, perché la natura divina è la radice e l'origine, la sorgente di ogni santità e purezza

2.) Dio è il Santo per esempio e modello, o per quanto riguarda la regola e la misura della santità

3.) A titolo di movente. Egli è, come regola di santità, così anche la ragione della nostra santità

4.) Dio è il Santo in modo efficace, perché opera, trasmette e propaga tutta la santità alla creatura e nella creatura. L'uomo non può santificare se stesso o un altro, più di quanto non possa redimere un altro o se stesso

5.) Egli è chiamato il Santo per via di eminenza, o super-eccellenza, perché la Sua santità è infinitamente al di là di tutta la santità degli uomini e degli angeli. La santità negli angeli è una qualità; la santità in Dio è la Sua essenza. Dio è al di sopra degli uomini e degli angeli, perché è assolutamente perfetto in santità. E Dio è sempre ugualmente santo, sempre nello stesso grado e nella stessa cornice di santità. La santità dell'uomo consiste nella sua conformità alla santità di Dio. C'è una duplice conformità: una conformità alla natura di Dio e una conformità alla volontà di Dio, o a ciò che Dio vuole. Esse costituiscono la santità totale della creatura. (Giuseppe Caryl.)

Nascondendo le parole di Dio:

L'angoscia di Giobbe fu aggravata dalle osservazioni dei suoi amici, ma egli rivolse le armi del nemico contro se stessi, e trasse conforto da ciò che era destinato a soffrire. Non aveva nascosto le parole del Santo; aveva insegnato alla sua famiglia la grande verità sacrificale; fu un fedelissimo testimone di Dio, e fece aperta confessione della sua fede nell'unico Dio santo

(I.) Ecco un peccato da evitare: nascondere le parole del Santo

1.) Possiamo nascondere queste parole a noi stessi. Lo facciamo quando non permettiamo a questa parola di scrutare il nostro cuore e le nostre vie, quando nascondiamo il Vangelo e andiamo in giro a trovare un modo tutto nostro per la salvezza di noi stessi. Dobbiamo nascondere il Vangelo nel nostro cuore, ma non dal nostro cuore. La nascondiamo quando non riceviamo l'intera rivelazione, ma ne scegliamo e scegliamo parti

2.) Nascondiamo queste parole agli altri non confessando affatto la verità, o con un silenzio peccaminoso dopo la confessione, o nascondendo le parole del Signore con le nostre stesse parole, o offuscando la verità con l'errore, o con una vita incoerente. Dobbiamo brillare come luci

(II.) Argomenti per evitare questo peccato

1.) L'uomo che nasconde la Parola è in disaccordo con Dio. Il design delle parole è quello di far conoscere la mente di chi parla. Se nascondi le Sue parole, non sei in armonia con nulla di ciò che Dio ha fatto. Tutti proclamano la Sua gloria. Pensate alle conseguenze che sarebbero seguite se altri lo avessero fatto

2.) Il motivo per nascondere è peccaminoso. Può essere la codardia, l'amore per se stessi o l'evitare la vergogna

3.) Nascondendo le parole di Dio siamo sleali verso di Lui e diversi dal Salvatore. Pensate a come apparirà su un letto di morte: "Conoscevo il segreto della salvezza, ma non l'ho mai detto nemmeno a un bambino". Come sarà l'ultimo giorno?

(III.) Due metodi con cui possiamo evitare questo peccato

1.) Avendo cura di fare una professione aperta della vostra fede e di unirvi al popolo di Dio

2.) Quando hai fatto questo, mantenendoti lontano dal silenzio peccaminoso parlando molto spesso agli altri delle cose di Dio. (C. H. Spurgeon.)

14 CAPITOLO 6

Giobbe 6:14-30

A colui che è afflitto si dovrebbe mostrare pietà da parte del suo amico.

Un messaggio per i dubbiosi:

Questa è la traduzione della Versione Autorizzata; ma, sfortunatamente, è una traduzione che manca quasi completamente il pensiero dello scrittore sacro. Come si vedrà da uno sguardo al contesto, le parole fanno parte della lamentela di Giobbe contro i suoi amici. Nell'ora più buia del suo bisogno, quando era disperato e sul punto di svenire, quando, come egli dice, stava "abbandonando" o "perdendo la presa sul timore dell'Onnipotente", lo avevano deluso. Aveva guardato a loro per gentilezza, simpatia e fiducia, ed ecco! si erano rivoltati contro di lui; e ciò che dice è questo: "A chi sta per venir meno, la benignità è dovuta dal suo amico. sì, a chi abbandona il timore dell'Onnipotente". E ora, accanto a questa ritraduzione, mettete questo ammirevole commento dalla penna di uno dei nostri più brillanti studiosi dell'Antico Testamento: "Come è stato ignorato", egli dice, "questo grande versetto! Come sarebbe diversa la storia della religione se gli uomini l'avessero tenuta presente! Quanto più dolce e rapido si sarebbe dimostrato il progresso del cristianesimo! I medici della perplessità religiosa sono stati troppo spesso i confortatori di Giobbe; e le anime in dubbio che avrebbero dovuto essere raccolte nel cuore della Chiesa, con tanta pietà e cura quanto il penitente o il lutto, sono state disprezzate, o maledette, o bandite, o persino messe a morte". Il mio messaggio è per coloro che dubitano, per coloro che stanno abbandonando o perdendo la loro presa sulla paura dell'Onnipotente. I ministri del tempio della verità, è stato detto felicemente, sono di tre specie: primo, ci sono quelli che stazionano alla porta del tempio per costringere i passanti ad entrare; in secondo luogo, ci sono quelli che hanno la funzione di accompagnare all'interno tutti coloro che sono stati persuasi ad entrare, e di mostrare loro e spiegare loro i tesori e i segreti del luogo; E in terzo luogo, ci sono coloro che hanno il dovere di pattugliare il tempio, di vigilare e di proteggerlo, e di difendere il santuario dagli attacchi dei suoi nemici. Fu, non c'è bisogno di dirlo, quest'ultimo compito che, nella provvidenza di Dio, fu assegnato al vescovo Butler. Con quale meravigliosa vigilanza e abilità egli svolse il compito divinamente assegnato, ogni studente della sua grande opera lo sa bene. Le "difese del cristianesimo" di solito diventano obsolete con la stessa rapidità delle moderne armi da guerra. Forse non c'è classe di letteratura a cui il detto "Ogni epoca deve scrivere i propri libri" si applica più letteralmente della letteratura dell'Apologetica. Ciononostante, per quanto le linee di attacco e di difesa siano cambiate notevolmente dai tempi di Butler e del XVIII secolo, ci sono pochi libri in tutta la gamma della letteratura religiosa che ripagheranno così bene la cura dello studente di oggi come la grande Analogia di Butler. "Quarantacinque anni fa", scrisse una volta il signor Gladstone in una lettera al suo amico James Knowles, "il vescovo Butler mi insegnò a sospendere il mio giudizio su cose che sapevo di non capire. Anche con il suo aiuto, spesso mi sbagliavo. Senza di lui, penso che non avrei mai avuto ragione. E, oh! che questa età conosceva il tesoro che possiede in lui e trascura". Senza tentare di indicare nemmeno a grandi linee lo scopo e lo scopo del lavoro di Butler, due o tre punti possono essere individuati per un'enfasi speciale

1.) C'è almeno una lezione che nessuno studente di Butler può non imparare, vale a dire, trattare seriamente le cose serie. Fin dalla sua giovinezza Butler era stato abituato a meditare profondamente su alcuni dei più grandi problemi della vita e della religione. La ricerca della verità, ci dice, l'aveva fatta diventare il mestiere della sua vita. E lo ferì a morte gli uomini che avevano dedicato appena tanti giorni quanti lui aveva dedicato anni a pensare al cristianesimo, presumendo tranquillamente che fosse falso, e con il cuore leggero proclamare a tutto il mondo che "non c'era nulla in esso". Che un uomo fosse costretto, con riluttanza e dolore, a rinunciare alla sua vecchia fede e a recidere i legami che lo legavano al suo passato, questo Butler poteva capirlo. Ma il fatto che un uomo potesse assistere al discredito del cristianesimo con qualcosa di simile a una risatina di soddisfazione e di gioia, lo riempiva di stupore. Sì, Butler è molto serio, "serio", è stato ben detto, "come un giocatore d'azzardo, serio come un medico con la vita e la morte che dipendono dalla chiarezza dei suoi pensieri e dal coraggio della sua determinazione, serio come un generale con una battaglia terribile e equilibrata tra le mani". E non è questo uno stato d'animo che oggi dobbiamo coltivare sempre di più nel trattare le grandi questioni della religione? C'è qualcosa di veramente straziante nel modo in cui gli uomini di oggi si lasciano andare alla ragione sulla religione, allegramente indifferenti alla grandezza delle questioni in gioco. Il cristianesimo può essere vero, il cristianesimo può essere falso; Almeno non trattamola come se la sua verità o falsità non ci riguardasse più della verità o della falsità di una proposizione matematica. Rendiamoci conto di che cos'è il cristianesimo, che cosa ha fatto, che cosa sta facendo, prima di sforzarci di screditare il suo messaggio agli uomini. Perché, ricordate, se il cristianesimo sarà distrutto, non significherà semplicemente che una stella è svanita dal firmamento sopra di noi; Significherà che il sole è scomparso per sempre dal nostro cielo

2.) Il mio prossimo punto ci porterà a fare i conti più da vicino con il nostro argomento. Permettetemi di ricordarvi, sempre seguendo la guida di Butler, che le difficoltà intellettuali possono essere per alcuni di noi una parte necessaria della nostra prova. Non voglio dire che questo, anche supponendo che sia vero, sia sufficiente a risolvere le nostre difficoltà. Ma può aiutarci a considerarli con più calma, con più ragione, se possiamo imparare a considerarli come la nostra parte nella vasta e complessa disciplina morale che Dio ha stabilito per il perfezionamento dei Suoi figli sulla terra. Non è irragionevole concludere, come fa Butler, che "ciò che costituisce, ciò che costituisce principalmente e peculiarmente, la prova di alcuni può essere la difficoltà in cui è coinvolta l'evidenza della religione; e la loro prova principale e distinta potrebbe essere il modo in cui si comporteranno sotto e rispetto a queste difficoltà". La tentazione, lo sappiamo, assale ogni uomo; ma i metodi del tentatore sono molteplici. Alcuni sono tentati dalla cupidigia, altri dall'indulgenza della carne, alcuni da parlare frettolosi e rabbioso, altri ancora da cupa tristezza e tristezza. Ma per alcuni di noi Dio ha voluto che la nostra prova avvenga nelle incertezze e nei dubbi che si affollano nella nostra mente ogni volta che contempliamo Lui e la Sua verità. Come il colpo di martello sulla lastra di metallo rivela il difetto nascosto, così nelle nostre prove intellettuali Dio dà prova di noi. Egli scopre il nostro orgoglio, mette a nudo la nostra insincerità, mette alla prova il nostro amore per la verità, la solidità morale di tutto il nostro essere. Benedetto, tre volte benedetto, è colui la cui vita risuona vera sotto quel colpo rivelatore

3.) Può darsi, tuttavia, che questa sia una linea di argomentazione che non ci attrae. Allora, sempre seguendo la guida di Butler, cerchiamo l'aiuto di cui abbiamo bisogno per un'altra strada. La radice della maggior parte delle cose che vengono obiettate contro il cristianesimo, e quindi della maggior parte delle nostre difficoltà al riguardo, non è forse nei limiti della nostra conoscenza? E non è forse il riconoscimento franco di questi limiti che è necessario, forse più di ogni altra cosa, per riconquistare la pace mentale perduta? Alcuni di voi ricorderanno il silenzioso disprezzo che Butler riversa su coloro che, come egli dice, "sono abbastanza deboli da pensare di conoscere l'intero corso delle cose". "Che la ragione sia mantenuta", continua; "e, se si può dimostrare che una qualsiasi parte del racconto della Scrittura della redenzione del mondo da parte di Cristo è realmente contraria ad esso, che la Scrittura, nel nome di Dio, sia abbandonata; ma non lasciamo che quelle povere creature come noi continuino a obiettare contro un piano infinito, che non vediamo la necessità o l'utilità di tutte le sue parti, e chiamino questo ragionamento. Facciamo domande a cui nessun uomo può rispondere, domande alle quali Cristo stesso non ci ha dato risposta, e poi mormoriamo perché i cieli tacciono al nostro grido. Chi risolverà per noi il doloroso mistero del dolore? Perché la natura è "rossa di denti e di artigli"? Perché i bambini piccoli muoiono? Perché tutta la nostra vita è così piena di dolori e tombe? "Dio mio, Dio mio, perché--?" Domande come queste sono spade nude, che trafiggono la mano che si sforza di afferrarle. Gli uomini incontreranno, diceva un vecchio greco, molte sorprese quando saranno morti; e forse, aggiunge uno dei nostri pensatori moderni, uno sarà il ricordo che quando eravamo qui pensavamo che le vie di Dio Onnipotente fossero così facili da discutere

4.) Ma, se è così, se, in effetti, sappiamo così poco, ci si può chiedere, come è possibile giungere a una decisione? Spingendo l'argomento dalla nostra ignoranza alla sua logica conclusione, che cosa significa se non suspense intellettuale, paralisi dell'azione? Che cosa a lungo andare è la dottrina di Butler se non tanta acqua al mulino dell'agnostico? Ma argomentare in questo modo significa dimenticare ciò che lo stesso Butler si preoccupa di sottolineare, e cioè che la nostra conoscenza, anche se limitata, è reale. "Lo sappiamo in parte", ma lo sappiamo; "Vediamo in uno specchio in modo oscuro", ma vediamo. "La tua parola è una lampada ai miei passi e una luce sul mio sentiero" - non più di questo, ma nemmeno meno di questo; Non luce dappertutto, perché anche la rivelazione non risolve tutte le domande, ma luce sul mio cammino, luce per camminare. Molte cose sono oscure, ma almeno alcune sono chiare, e possiamo iniziare con queste. Non è forse la bontà la cosa principale? Non è forse dovere dell'uomo seguire il bene, il bene più alto che gli è noto? "Dobbiamo amare il più alto quando lo vediamo". E questa altissima bontà non si è incarnata per noi in Gesù Cristo? Pertanto, qualunque altra cosa sia oscura, deve essere giusto seguire Cristo. Conserva le cose che ti lasciano perplesso, e forse ti confondono, al loro giusto posto. Non lasciare che ti accechino al tuo primo e più semplice dovere. Dopo tutto, non abbiamo bisogno di avere una risposta definitiva per ogni domanda che l'inquieto spirito dell'uomo può formulare. Riguardo a molti di essi, non importa se abbiamo un'opinione o meno; Né se abbiamo siamo i migliori né se non abbiamo siamo i peggiori. Queste cose possono aspettare. Ciò che non deve aspettare, che molti di noi hanno già aspettato troppo a lungo, è la nostra decisione di arrenderci a Cristo. Ancora una volta dico: Tutto ciò che è oscuro, deve essere giusto seguire Cristo. (G. Jackson, B.A.)

Amicizia sbagliata:

Sarebbe ingiusto chiamare i tre uomini falsi amici. Erano sinceri, ma sbagliandosi, non riuscirono ad assolvere gli alti uffici della vera amicizia

(I.) Ci sono momenti nella vita di un uomo in cui il bisogno di amicizia è profondamente sentito

1.) L'uomo è stato creato per l'amicizia. Profondo e costante è il suo desiderio di amore per gli altri, e altrettanto profondo e forte è la sua tendenza a ricambiarlo. Senza amicizia la sua natura non potrebbe essere sviluppata più di quanto non potrebbe svilupparsi la ghianda senza il sole o la doccia. L'isolamento sarebbe la morte dell'uomo, l'isolamento è sempre stato sentito come la più severa e intollerabile delle punizioni

2.) L'uomo ha bisogno di amicizia. Senza l'aiuto dell'amicizia morirebbe in tenera età; Ha bisogno di amicizia per nutrirlo, soccorrerlo e addestrarlo

3.) L'afflizione intensifica il bisogno di amicizia. Nei momenti di sofferenza si avverte in modo particolare il bisogno dell'amicizia

(II.) Gli atti di questi tempi, amici professati, sono spesso terribilmente deludenti. Giobbe dice con un linguaggio di grande bellezza poetica e tenerezza, che ora era tanto deluso dai suoi amici quanto lo era la truppa di Tema, e le schiere di Saba, che viaggiando sulla sabbia calda, riarsa e stanca, giunsero in un punto dove si aspettavano di trovare ruscelli rinfrescanti e non ne trovarono. "I miei fratelli hanno agito con inganno come un ruscello", ecc. Non intende forse dire che erano falsi, ma che lo hanno ingannato non intenzionalmente ma per errore

1.) Invece di pietà, gli hanno fatto un discorso antipatico. Se avessero pianto e non avessero detto nulla, lui si sarebbe consolato; o se avessero parlato al punto ed espresso simpatia, si sarebbe potuto confortare; o se avessero teneramente riconosciuto il mistero della procedura divina in tutto, ciò avrebbe potuto lenire in qualche misura il suo cuore angosciato. Ma Elifaz parlava in modo grandioso e forse con cuore freddo, non toccò mai il bersaglio se non implicitamente, lo accusò di essere un grande peccatore perché era un grande sofferente, e riprovò fortemente il suo linguaggio di angoscia

2.) Invece di "pietà" gli hanno fatto un discorso invadente. "Ho detto di portarmi o di darmi una ricompensa delle tue sostanze?" ecc. "Se un uomo chiede ai suoi amici un aiuto pecuniario, e quell'aiuto gli viene rifiutato, può rimanere deluso, ma non può condannarli immediatamente e accusarli di scortesia, come possono essere in circostanze che rendono perfettamente impossibile per loro soddisfare la sua richiesta. Ma se non chiede loro altro che commiserazione e compassione, e anche queste gli vengono negate, non può non considerare tale rifiuto come un grande pezzo di disumanità e crudeltà. Ora questo era esattamente il caso di Giobbe". -Bernardo

3.) Invece di "pietà" gli hanno fatto un discorso irrilevante. "Insegnami, e io terrò a freno la mia lingua; e fammi capire in che cosa ho sbagliato. Quanto sono forti le parole giuste! ma che cosa prova il vostro ragionamento?" ecc. In tutto ciò egli rimprovera evidentemente Elifaz per l'irrilevanza del suo discorso. Sembra dire: "Non mi hai insegnato nulla, non hai spiegato la vera causa della mia afflizione". Nulla di ciò che hai detto si applica a me nella mia miserabile condizione

4.) Invece di "pietà" gli hanno fatto un discorso ingeneroso. Qui il patriarca riconosce che il linguaggio stravagante che, nella follia della sua angoscia, usò nel quarto capitolo era solo "vento". "Immaginate di rimproverare le parole?" ecc., e afferma che il loro biasimo per tali affermazioni era crudele quanto la sopraffazione degli orfani. Il linguaggio parlato in certi stati d'animo dovrebbe essere lasciato passare, quasi senza preavviso. L'angoscia spesso fa impazzire la mente e fa scatenare la lingua. È ingeneroso da parte degli amici notare un linguaggio che, sotto l'ondata di forti emozioni, può essere forzato da noi

(1) Li esorta a guardare lui, e non alle sue parole

(2) Li assicura della sincerità anche della sua lingua. Ho un senso interiore con il quale posso determinare ciò che è giusto o sbagliato nel parlare. L'amicizia sbagliata a volte è perniciosa e irritante quanto la falsa amicizia. (Omilestico.)

15 CAPITOLO 6

Giobbe 6:15-20

I miei fratelli hanno agito con inganno come un ruscello.

Gli usi e le lezioni della delusione:

Il significato di questo passaggio è che Giobbe era rimasto deluso. Sperava che i suoi amici lo avrebbero confortato nei suoi dolori; Ma tutte le sue aspettative da quella parte erano fallite. Era stato come viaggiatori stanchi e assetati in un deserto, che giungevano nel luogo dove speravano e si aspettavano di trovare l'acqua, ma che, quando arrivarono, scoprirono che i ruscelli si erano prosciugati ed erano scomparsi

(I.) Le forme in cui si verificano le delusioni. Sono numerosi e vari come le nostre speranze. Ci sono due usi della speranza. Uno è quello di stimolarci allo sforzo con la prospettiva di qualche bene da ottenere e godere. L'altro è quello di essere tenuto nella mano divina come mezzo per controllarci, trattenerci, umiliarci, riprenderci e controllarci

1.) Delusioni che riguardano l'acquisizione di proprietà. Alcuni desiderano essere ricchi; e alcuni desiderano la reputazione di essere ricchi. La maggior parte di coloro che con tali fini in vista cercano la proprietà, sono destinati ad essere delusi

2.) Coloro che mirano a distinguersi nell'onore e nell'ufficio sono spesso delusi

3.) Coloro che tentano di costruire il nome della loro famiglia e di distinguersi nei loro figli. Poche speranze hanno maggiori probabilità di essere deluse. Spesso la rovina si basa sullo sforzo di fondare un nome di famiglia. Gli onori sono dispersi da una regola che nessuno può studiare

4.) Coloro che cercano la felicità solo nelle cose di questa vita. Moltitudini lo cercano; alcuni professano di trovarlo in una misura che ripaga i loro sforzi; L'uomo deluso da una cosa, una volta, spera di trovarla in un'altra

(II.) I motivi per cui si verificano le delusioni

1.) Perché i piani e le aspettative che si sono formate erano al di là di ogni ragionevole base di calcolo, basati sul corso ordinario degli eventi, o su ciò che ordinariamente accade all'uomo. Molte illusioni giocano sulle menti e intorno ai cuori degli uomini. Esse derivano da diverse fonti. O ignoriamo o dimentichiamo il corso abituale degli eventi, e non lo prendiamo in considerazione nei nostri calcoli; o anticipiamo in futuro ciò che non accade comunemente; oppure confidiamo nella nostra "stella", o nel nostro destino, e supponiamo che il nostro debba essere un'eccezione alla sorte comune; o siamo semplicemente presuntuosi, confidando in quello che supponiamo sia il nostro talento, o qualcosa in noi che ci esenterà dalla sorte comune dell'umanità; Oppure sentiamo che c'è un fascino intorno a noi e alla nostra famiglia. Così ci impegniamo nell'esecuzione dei nostri piani con un sentimento così ottimista, come se fossimo certi che tutti avrebbero avuto successo. Come legge della nostra natura, è saggio che sia così, se solo ammettiamo la possibilità di essere delusi, e se non mormoriamo quando arriva la delusione

2.) Perché le nostre aspettative erano tali da essere improprie in se stesse. Si riferivano a cose in cui non avremmo dovuto nutrire speranza

3.) Perché le delusioni possono essere per il nostro bene. Colui che vede tutte le cose percepisce che il successo può essere pericoloso per noi

(III.) Lezioni che le nostre delusioni dovrebbero insegnare

1.) Tutti i nostri piani nella vita dovrebbero essere formati in vista della possibilità di fallire. Possibilità, non cupi presagi. La vita sarebbe un peso se la paura avesse nell'economia lo stesso posto che la speranza ha ora

2.) Dovremmo formare tali piani e nutrire tali speranze che non saranno soggette a delusione. Quelli che si riferiscono alla religione e sono fondati su quella. Altri potrebbero avere successo, questi certamente lo saranno. A riprova di ciò, fate in modo che coloro che diventano veri cristiani non siano delusi da ciò che la religione promette in questa vita. La mente ha la convinzione che la religione non deluderà. E noi abbiamo le promesse di Dio. Coloro dunque che hanno provato quale sia la delusione riguardo alle speranze e alle prospettive mondane, la religione invita a sé, con la certezza che non li deluderà mai; e li indica al cielo come al luogo dove la delusione non arriva mai. (Albert Barnes.)

Fratelli come ruscelli:

La figura è derivata dai ruscelli invernali che si riversano lungo i wadies arabi, pieni, turgidi, ruggenti, alimentati da neve e ghiaccio, scoloriti, neri per il ghiaccio sciolto, ma che svaniscono sotto il primo calore del sole estivo

(I.) Gli amici sono spesso, come i ruscelli d'inverno, pieni finché vengono nutriti. In questo, dunque, si può trovare la loro somiglianza con quella falsa amicizia che non è mai così forte, rumorosa e balbettante come quando vive della tua sostanza. Finché questi amici possono attingere alla tua abbondanza, le loro professioni sono rumorose: sono come il torrente pieno e forte dell'inverno

(II.) Gli amici spesso danno, come "ruscelli d'inverno", promesse che non vengono mantenute. Gli arabi dicono di un amico traditore: "Non confido nel tuo torrente". La carovana si fa strada attraverso l'afoso deserto. Gli autisti ricordano una valle dove, in primavera, le acque scorrevano in un copioso torrente. Si voltano per cercarlo. Ecco, nient'altro che una gola sfregiata da un torrente! (Nota: il versetto 18 dovrebbe essere tradotto così: "[Le carovane] si sviano; vanno nel deserto e muoiono.") Così con la falsa amicizia. Nelle tue avversità ricordi le promesse di coloro con cui sei diventato amico. Ti rivolgi a loro nella tua angoscia e perplessità. Si va "in un deserto"!

(III.) Gli amici spesso si ritirano nelle avversità come ruscelli d'estate. "Quando si scaldano, diventano snelli; quando fa caldo vengono consumati fuori dal loro posto". "Prima il ruscello scorre più stretto, poi diventa silenzioso e fermo; Alla fine ogni traccia d'acqua scompare per evaporazione". Descrizione accurata della condotta degli "amici", che non hanno il coraggio di rompere apertamente con te, ma ti abbandonano a poco a poco. Alla luce di ciò, quanto è confortante il pensiero che c'è un Amico che si attacca più di un fratello. Egli è il fiume dell'acqua della vita, che non si esaurisce. (J. L. Lafferty.)

Gli amici falliscono nelle avversità:

Sir W. Scott era andato in bancarotta a causa delle spese sontuose per il suo castello, ecc. Il colpo più pesante è stato, credo, il colpo al suo orgoglio. Molto presto comincia a notare dolorosamente il modo diverso in cui i diversi amici lo salutano, a notare che alcuni sorridono come per dire: "Non pensarci su, ragazzo mio, è del tutto fuori dai nostri pensieri"; che gli altri adottano una gravità affettata, "come quella che si vede e si disprezza a un funerale", e che il più educato "si stringeva la mano e se ne andava".

24 CAPITOLO 6

Giobbe 6:24

Insegnami, e io terrò a freno la mia lingua.

La virtù del silenzio:

Questo è il grido appassionato di un'anima in difficoltà. La sfortuna e la perdita si sono abbattute pesantemente su Giobbe. Il suo spirito è gravemente colpito. La presenza di Elifaz e le sue molte parole di consiglio non portano né conforto né speranza, e quasi in una rabbiosa sfida il grido prorompe dalle sue labbra: "Insegnami, e terrò a freno la mia lingua. Fammi capire in che cosa ho sbagliato. Quanto sono forti le parole giuste! ma che cosa rimproverano le vostre argomentazioni?" Con rabbia e disperazione, Giobbe si descrive come "uno che è disperato". La sua ansiosa richiesta è di sapere se le prove e le calamità che si sono abbattute su di lui sono in realtà dovute all'eccessiva malvagità e alla speciale peccaminosità da parte sua. Prendiamo le parole: "Insegnami e io terrò a freno la mia lingua" come la preghiera dell'anima sincera alla presenza di Dio. Nell'esperienza di ogni uomo cristiano sorgono occasioni - ahimè, quante volte! - in cui si lascia che dalle labbra scorrano parole di rabbia sfrenata, parole amare e pungenti che feriscono molti cuori, che provocano scompiglio in casa, che fanno meravigliare e persino inciampare gli altri, che gettano discredito sulla professione cristiana. In verità le parole dell'apostolo Giacomo non sono esagerate. "La lingua è un fuoco; è un male indisciplinato, pieno di veleno mortale". Possa la nostra preghiera a Dio ogni giorno essere: "Insegnami, e io terrò a freno la mia lingua". O, ancora, non è necessaria la stessa preghiera riguardo alla nostra conversazione comune? Il nostro parlare non è sempre "con grazia" e, a parte le parole di rabbia e di amarezza, c'è una generale negligenza che deve essere deplorata. Con la pura sconsideratezza viene spesso fatto un danno incalcolabile. La preghiera è davvero necessaria. "Insegnami, e io terrò a freno la mia lingua". Utilmente, tuttavia, poiché questo testo può essere impiegato per far rispettare i doveri e le grazie cristiane comuni, il mio scopo principale è quello di applicarlo alla cultura della nostra esperienza spirituale più profonda. La virtù aurea del silenzio non è molto richiesta al giorno d'oggi. Da tutte le parti la tendenza è verso la parola. È un'età superficiale. Il volume e l'auto-pubblicità sono in evidenza piuttosto che la quiete e la contemplazione. Ora sostengo che quando la preghiera per l'insegnamento divino è offerta con fervore, ci sarà una maggiore prontezza a mantenere il silenzio, un maggiore desiderio per il lato più tranquillo della vita cristiana, un maggiore desiderio per quella spiritualità più profonda che non sempre, o anche principalmente, si manifesta nelle parole. Anche negli affari ordinari della vita l'uomo istruito non è l'uomo più desideroso di parlare. La conoscenza dovrebbe portare umiltà e un senso più profondo dei compiti ancora da realizzare. È l'uomo di scarsa conoscenza che è generalmente più ansioso di mostrare le sue opinioni. Nella cultura spirituale degli uomini non sono coloro che sono passati attraverso le esperienze più profonde ad essere più pronti a parlare di tali cose. L'insegnamento divino sottolinea l'importanza e il valore del silenzio tanto quanto della parola. Rafforza il bisogno di quiete e meditazione. Come spesso ci si stanca del modo in cui si parla di Cristo e del cristianesimo da ogni parte! Com'è terribile la mancanza di un pensiero serio, o la presenza di un discorso vuoto e compiacente! Il Dr. Martineau ha giustamente detto: "Se il pettegolezzo teologico fosse la misura della fede religiosa, noi saremmo i più devoti di tutte le generazioni umane". Non temo! La curiosità, più che la realtà, è la nota che viene suonata. Anche nelle nostre Chiese dobbiamo sicuramente essere addolorati, e talvolta allarmati, per la mancanza di profondità e di serietà. Il pensiero sincero e l'aspirazione alla preghiera non sono troppo evidenti. Parliamo troppo: ci sforziamo troppo. Con le nostre numerose organizzazioni, società, schemi, corriamo il rischio di attribuire un valore troppo alto al potere della parola per il disprezzo dello spirito che attende in silenzio e comunica con Dio. Il nostro obiettivo sembra essere in gran parte quello di creare altoparlanti. Ora conosco bene il bisogno che c'è di tale aiuto. Lungi da me deprezzarlo! Eppure sono fermamente convinto che ci troviamo di fronte al pericolo di sopravvalutare questo tipo di servizio. Siamo fin troppo inclini a dimenticare il valore dell'uomo di spirito quieto e ad esaltare indebitamente l'uomo dalle molte parole e dalla parola pronta. Voglio presentare un appello a nome dell'uomo silenzioso. Ci sono senza dubbio in tutte le Chiese molte che non sono in grado di esprimere i pensieri profondi e le alte aspirazioni che si agitano in loro, e tuttavia la cui vita ha in sé lo spirito stesso di Gesù Cristo, e ha impresso su di loro ciò che non è altro che la bellezza della santità. Il tempo delle difficoltà e della crisi rivela chiaramente la loro forza e il loro valore. Grande, infatti, è la nostra perdita quando non riusciamo ad apprezzare l'uomo di poche parole, ma di vera forza spirituale. Uno dei pericoli che ci affliggono oggi è quello delle parole che superano l'esperienza. Questo pericolo deve sempre prevalere quando la parola è indebitamente esaltata e lodata. Dove tutti sono incoraggiati e spesso troppo persuasi a parlare, l'espressione e la convinzione troveranno notevoli difficoltà a stare in compagnia. Lasciate che l'espressione superi l'esperienza, e lo spirito dell'irrealtà si insinuerà e presto dominerà. L'irrealtà alla fine genererà disprezzo per le cose professate e indifferenza verso di esse. Questa è senza dubbio una delle spiegazioni dell'allontanamento di alcuni nelle nostre Chiese, il cui zelo è stato, per un certo tempo, molto evidente. D'altra parte, spesso ci accorgiamo, soprattutto tra i giovani, che alcuni dei migliori di loro sono riservati nel parlare di questioni religiose, non disposti a discutere ciò che è più sacro per loro, impreparati a rivelare i loro pensieri e le loro esperienze più profonde. La casa di forzatura non ha alcuna attrattiva per loro, ed essi indietreggiano di fronte a quella che sembra un'indebita familiarità con le cose divine. Troppo spesso costoro sono guardati con sospetto, o si parla di loro con censura, da molti disinvolti di lingua ma indegni di stare al loro fianco. Si tenga presente, quindi, che mentre l'illuminazione divina può rendere gli uomini predicatori e maestri, tuttavia il suo risultato nel produrre silenzio e meditazione non deve essere trascurato né considerato alla leggera. Un intenso odio per il peccato, una chiara concezione del perdono, una meditazione sincera sulle meraviglie della grazia e della redenzione, un lungo indugio sulla Croce del Calvario e il soffermarsi sul suo mistero e sulla sua gloria: queste esperienze vitali possono ben produrre nell'anima umiltà, timore e silenzio. La quiete del metodo divino non deve, quindi, essere persa di vista. La virtù del silenzio deve essere più apprezzata. La crescita dovrebbe essere costante, non improvvisa; regolare, non spasmodico. A tal fine è indispensabile la comunione personale con Dio, la comunione individuale con Lui. L'anima che attende in silenzio impara le lezioni più profonde, trova i tesori più ricchi. Cristo stesso ha trovato la sua forza più vera nella sua compagnia solitaria con il Padre. Il silenzio ha il suo posto, quindi, nello sviluppo spirituale. Il discorso non è da sottovalutare. Ma c'è poco pericolo che questo errore venga commesso. Molto più grande è il pericolo di un'indebita esaltazione del valore della parola e di un corrispondente deprezzamento della virtù del silenzio. "Insegnami e tacerò" è una preghiera piena di promesse per i giorni comuni e i modi comuni di vivere, così come per le sue esperienze speciali e le sue crisi speciali. (H. P. Young.)

E fammi capire in che cosa ho sbagliato.

Uomo soggetto all'errore:

1.) L'uomo è soggetto all'errore. All'errore nel parlare, all'errore nella pratica, all'errore nel giudizio. L'uomo per natura non può fare altro che sbagliare. Tutte le sue cose sono smarrite, e tutta la sua conoscenza è affondata su un mucchio di falsi princìpi. Tutte le sue opere (per natura) sono errata, e l'intera edizione della sua vita è un continuo errore

2.) Che l'uomo è sulla buona via verso la verità, che riconosce di poter sbagliare

3.) Un errore strettamente e correttamente preso è quello che riteniamo o facciamo per pura ignoranza della verità

4.) Che un fratello o un amico che sbaglia non deve essere importunato a malapena per lasciare il suo errore, ma deve essere fatto capire il suo errore. (J. Caryl.)

25 CAPITOLO 6

Giobbe 6:25

Quanto sono forti le parole giuste!-

La forza delle parole giuste:

Chi non ha mai sentito la superiorità della potenza delle parole di Giobbe rispetto a quelle dei suoi amici? Com'è possibile? Giobbe ha sofferto, lottato e sofferente, e quindi ha imparato qualcosa del cuore umano. Irritanti per lui erano le parole dei suoi amici. Quelle parole non erano nulla; non rimproveravano nulla; non facevano appello a nulla nell'uomo affranto dal dolore. Le parole giuste sarebbero state preziose per lui; da qui la sua amara delusione dopo aver ascoltato l'effusione di Elifaz. Chi non ha mai sentito la debolezza delle semplici banalità quando l'anima ha desiderato ardentemente la compassione?

(I.) Che le parole possano avere un carattere giusto o ingiusto. "Parole giuste". Dio dichiarò agli amici di Giobbe: "Voi non avete parlato di me di ciò che è giusto, come ha fatto il mio servo Giobbe".

1.) Il potere della parola è un dono divino. Che le parole siano state date in origine, o siano state elaborate dalla facoltà della parola, non cambia la questione dell'origine divina del dono. Senza la parola, dove sarebbe stato il risultato delle energie spirituali dell'uomo? Come parla l'anima con la voce! Le "parole ardenti" annunciano la potenza dello spirito che è nell'uomo

2.) Il dono divino delle parole è inteso come un potere giusto. Con la perversione delle parole è stato introdotto il peccato; Con la giustizia delle parole l'errore e il male saranno distrutti. Le parole di Dio "sono spirito e vita".

3.) In proporzione all'eccellenza del dono sarà responsabilità di chi parla. "Dalle tue parole sarai giustificato", ecc.

(II.) Il potere delle parole per il bene o per il male è in proporzione alla loro giustizia o ingiustizia. "L'orecchio non prova forse le parole?" "Le parole giuste riprendono".

1.) Le parole di Dio sono strumenti di giustizia. "Le mie parole non fanno forse del bene?" Michea 2:7.

2.) Le parole dell'uomo sono giuste solo se si armonizzano con le parole di Dio. "La vostra parola sia sempre con grazia" Colossesi 4:6

3.) Nella "guerra delle parole" le parole giuste saranno vittoriose. Grande è la verità, e deve prevalere

4.) Il potere divino opera attraverso le parole del bene. "Sarò per te bocca e sapienza". Perciò "quanto sono forti le parole giuste!"

5.) Le parole cattive sono distruttive. "La cui parola mangia come un cancro". Le parole ingiuste degli amici di Giobbe possedevano un potere tale da costringerlo ad esclamare: "Quanto sono forti le parole giuste!" (Vescovo Percival.)

Parole giuste:

Le parole sono giuste in tre modi

(I.) In proposito, quando sono vere

(II.) Nel modo, quando sono chiari, diretti e perspicui

(III.) Nel loro uso, quando sono debitamente e correttamente applicate; quando la freccia è portata a casa al bianco, allora sono parole giuste, o parole di giustizia. Quando questa triplice rettitudine si incontra nelle parole, quanto sono forti, forti queste parole! (J. Caryl.)

La potenza del linguaggio:

Il linguaggio è più che l'espressione di idee. Sostiene una relazione più vitale. Il pensiero è un'astrazione remota fino a quando non diventa visibile, tangibile, concreto, in parole. Perciò Wordsworth, con profonda filosofia, scrisse: "Il linguaggio è l'incarnazione del pensiero". Ma più di questo, un uomo non sa quello che pensa finché non cerca di esprimerlo a parole. La lingua o la penna a volte come una pietra per affilare affila il pensiero, dandogli filo e punta; a volte, come la matita di un pittore, comunica definizione, precisione e colorito squisito ai contorni del pensiero; di nuovo, come un prisma, sembra analizzare e separare le idee mescolate; ancora, come un cristallo, conferisce chiarezza, simmetria, brillantezza; o come uno specchio, riflette e moltiplica i raggi di luce. In verità, "quanto sono forti le parole giuste!" (A. T. Pierson, D.D.)

Riferimenti incrociati:

Giobbe 6

1 Giob 4:1

2 Giob 4:5; 23:2

3 Prov 27:3; Mat 11:28
Giob 37:19,20; Sal 40:5; 77:4

4 Giob 16:12-14; De 32:23,42; Sal 7:13; 18:14; 21:12; 38:2; 45:5; Lam 3:12,13
De 32:24; Sal 143:7; Prov 18:14; Mar 14:33,34; 15:34
Giob 9:17; 30:15; 31:23; Sal 88:15,16; 2Co 5:11

5 Sal 104:14
Sal 42:1; Ger 14:6; Gioe 1:18-20

6 Giob 6:25; 16:2; Lev 2:13; Lu 14:34; Col 4:6
Giob 6:30; 12:11; 34:3; Sal 119:103; Eb 6:4,5

7 1Re 17:12; 22:27; Sal 102:9; Ez 4:14,16; 12:18,19; Dan 10:3

8 Giob 6:11-13; 17:14-16; Sal 119:81

9 Giob 3:20-22; 7:15,16; 14:13; Nu 11:14,15; 1Re 19:4; Gion 4:3,8; Ap 9:6
Giob 19:21; Sal 32:4; Is 48:10-13

10 Giob 3:22; 21:33
Giob 9:4
De 29:20; Rom 8:32; 2P 2:4,5
Giob 23:12; Sal 37:30; 40:9,10; 71:17,18; 119:13; At 20:20,27
Lev 19:2; 1Sa 2:2; Is 30:11,12; 57:15; Os 11:9; Abac 1:12; 3:3; Ap 3:7; 4:8

11 Giob 7:5-7; 10:20; 13:25,28; 17:1,14-16; Sal 39:5; 90:5-10; 102:23; 103:14-16

12 Giob 40:18; 41:24

13 Giob 19:28; 2Co 1:12; Ga 6:4
Giob 12:2,3; 13:2

14 Giob 4:3,4; 16:5; 19:21; Prov 17:17; Rom 12:15; 1Co 12:26; 2Co 11:29; Ga 6:2; Eb 13:3
Ge 20:11; Sal 36:1-3; Lu 23:40

15 Giob 19:19; Sal 38:11; 41:9; 55:12-14; 88:18; Ger 9:4,5; 30:14; Mic 7:5,6; Giov 13:18; 16:32
Ger 15:18; Giuda 1:12

17 1Re 17:1

19 Ge 25:15; Is 21:14; Ger 25:23
Ge 10:7; 25:3; 1Re 10:1; Sal 72:10; Ez 27:22,23

20 Ger 14:3,4; 17:13; Rom 5:5; 9:33

21 Giob 6:15; 13:4; Sal 62:9; Is 2:22; Ger 17:5,6
Giob 2:11-13; Sal 38:11; Prov 19:7; Ger 51:9; Mat 26:31,56; 2Ti 4:16; Ap 18:9,10,17,18

22 Giob 42:11; 1Sa 12:3; At 20:33

23 Giob 5:20; Lev 25:48; Ne 5:8; Sal 49:7,8,15; 107:2; Ger 15:21

24 Giob 5:27; 32:11,15,16; 33:1,31-33; 34:32; Sal 32:8; Prov 9:9; 25:12; Giac 1:19
Sal 39:1,2; Giac 3:2
Giob 10:2; Sal 19:12

25 Giob 4:4; 16:5; Prov 12:18; 16:21-24; 18:21; 25:11; Ec 12:10,11
Giob 13:5; 16:3,4; 21:34; 24:25; 32:3

26 Giob 2:10; 3:3-26; 4:3,4; 34:3-9; 38:2; 40:5,8; 42:3,7; Mat 12:37
Giob 6:4,9; 10:1
Giob 8:2; Os 12:1; Ef 4:14

27 Giob 22:9; 24:3,9; 29:12; 31:17,21; Eso 22:22-24; Sal 82:3; Prov 23:10,11; Ez 22:7; Mal 3:5; Giac 1:27
Sal 7:15; 57:6; Ger 18:20,22

28 Giob 11:3; 13:4

29 Giob 17:10; Mal 3:18
Giob 27:4-6

30 Giob 33:8-12; 42:3-6
Giob 6:6; 12:11; 34:3; Eb 5:14

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