Nuova Riveduta:

Giobbe 7

Sofferenza e ribellione di Giobbe
1 «La vita dell'uomo sulla terra è come quella di un soldato; i suoi giorni sono simili ai giorni di un mercenario.
2 Come lo schiavo anela l'ombra, come l'operaio aspetta il suo salario, 3 così a me toccano mesi di sciagura, mi sono assegnate notti di dolore.
4 Non appena mi corico, dico: "Quando mi alzerò?" Ma la notte si prolunga, e mi sazio di agitazioni fino all'alba.
5 La mia carne è coperta di vermi e di croste polverose, la mia pelle si richiude, poi riprende a suppurare.
6 I miei giorni se ne vanno più veloci della spola, si consumano senza speranza.
7 Ricòrdati che la mia vita è un soffio! L'occhio mio non vedrà più il bene.
8 Lo sguardo di chi ora mi vede non mi potrà più scorgere; gli occhi tuoi mi cercheranno, ma io non sarò più.
9 La nuvola svanisce e si dilegua; così chi scende nel soggiorno dei morti non ne risalirà; 10 non tornerà più nella sua casa e il luogo dove stava non lo riconoscerà più.
11 Io, perciò, non terrò chiusa la bocca; nell'angoscia del mio spirito io parlerò, mi lamenterò nell'amarezza dell'anima mia.
12 Sono io forse il mare o un mostro marino che tu ponga intorno a me una guardia?
13 Quando dico: "Il mio letto mi darà sollievo, il mio giaciglio allevierà la mia pena!", 14 tu mi sgomenti con sogni e mi spaventi con visioni; 15 io preferisco soffocare, a queste mie ossa preferisco la morte.
16 Io mi sto consumando; non vivrò sempre; ti prego, lasciami stare; i giorni miei non sono che un soffio.
17 Che cos'è l'uomo che tu ne faccia tanto caso, che tu t'interessi a lui, 18 lo visiti ogni mattina e lo metta alla prova ogni istante?
19 Quando cesserai di tenere lo sguardo fisso su di me? Quando mi darai tempo d'inghiottire la mia saliva?
20 Se ho peccato, che ho fatto a te, o guardiano degli uomini? Perché hai fatto di me il tuo bersaglio a tal punto che sono divenuto un peso a me stesso?
21 Perché non perdoni le mie trasgressioni e non cancelli la mia iniquità? Poiché presto giacerò nella polvere; tu mi cercherai, ma io non sarò più».

C.E.I.:

Giobbe 7

1 Non ha forse un duro lavoro l'uomo sulla terra
e i suoi giorni non sono come quelli d'un mercenario?
2 Come lo schiavo sospira l'ombra
e come il mercenario aspetta il suo salario,
3 così a me son toccati mesi d'illusione
e notti di dolore mi sono state assegnate.
4 Se mi corico dico: «Quando mi alzerò?».
Si allungano le ombre e sono stanco di rigirarmi fino all'alba.
5 Ricoperta di vermi e croste è la mia carne,
raggrinzita è la mia pelle e si disfà.
6 I miei giorni sono stati più veloci d'una spola,
sono finiti senza speranza.
7 Ricordati che un soffio è la mia vita:
il mio occhio non rivedrà più il bene.
8 Non mi scorgerà più l'occhio di chi mi vede:
i tuoi occhi saranno su di me e io più non sarò.
9 Una nube svanisce e se ne va,
così chi scende agl'inferi più non risale;
10 non tornerà più nella sua casa,
mai più lo rivedrà la sua dimora.
11 Ma io non terrò chiusa la mia bocca,
parlerò nell'angoscia del mio spirito,
mi lamenterò nell'amarezza del mio cuore!
12 Son io forse il mare oppure un mostro marino,
perché tu mi metta accanto una guardia?
13 Quando io dico: «Il mio giaciglio mi darà sollievo,
il mio letto allevierà la mia sofferenza»,
14 tu allora mi spaventi con sogni
e con fantasmi tu mi atterrisci.
15 Preferirei essere soffocato,
la morte piuttosto che questi miei dolori!
16 Io mi disfaccio, non vivrò più a lungo.
Lasciami, perché un soffio sono i miei giorni.
17 Che è quest'uomo che tu nei fai tanto conto
e a lui rivolgi la tua attenzione
18 e lo scruti ogni mattina
e ad ogni istante lo metti alla prova?
19 Fino a quando da me non toglierai lo sguardo
e non mi lascerai inghiottire la saliva?
20 Se ho peccato, che cosa ti ho fatto,
o custode dell'uomo?
Perché m'hai preso a bersaglio
e ti son diventato di peso?
21 Perché non cancelli il mio peccato
e non dimentichi la mia iniquità?
Ben presto giacerò nella polvere,
mi cercherai, ma più non sarò!

Nuova Diodati:

Giobbe 7

Giobbe si lamenta con Dio delle sue svariate prove
1 «Non compie forse un duro lavoro l'uomo sulla terra, e i suoi giorni non sono come i giorni di un bracciante? 2 Come lo schiavo sospira l'ombra e come il bracciante aspetta il suo salario, 3 così a me sono toccati in sorte mesi di calamità e mi sono state assegnate notti di dolore. 4 Appena mi corico, dico: "Quando mi alzerò?". Ma la notte si prolunga e sono continuamente agitato fino all'alba. 5 La mia carne è coperta di vermi e di zolle di terra, la mia pelle si screpola ed è ripugnante. 6 I miei giorni sono più veloci di una spola da tessitore e si consumano senza speranza. 7 Ricordati che la mia vita è un soffio; il mio occhio non vedrà più il bene. 8 L'occhio di chi mi vede non mi scorgerà più; i tuoi occhi saranno su di me, ma io non sarò più. 9 Come una nuvola svanisce e si dilegua, così chi scende nello Sceol non risale più; 10 non tornerà più nella sua casa, e la sua dimora non lo riconoscerà più. 11 Perciò non terrò chiusa la bocca; parlerò nell'angoscia del mio spirito, mi lamenterò nell'amarezza della mia anima. 12 Sono io forse il mare o un mostro marino che tu mi faccia sorvegliare da una guardia? 13 Quando dico: "Il mio letto mi darà sollievo, il mio giaciglio allevierà il mio dolore", 14 tu mi spaventi con sogni e mi atterrisci con visioni; 15 così l'anima mia preferisce soffocare e morire piuttosto che questa vita. 16 Mi disfaccio; non vivrò per sempre; lasciami stare; i giorni miei non sono che un soffio. 17 Che cosa è l'uomo perché tu lo renda grande e presti a lui attenzione, 18 e lo visiti ogni mattina mettendolo alla prova ad ogni istante? 19 Quando distoglierai il tuo sguardo da me, e mi lascerai inghiottire la mia saliva? 20 Se ho peccato, che cosa ti ho fatto, o guardiano degli uomini? Perché mi hai fatto il tuo bersaglio, al punto di essere divenuto un peso a me stesso? 21 Perché non perdoni le mie trasgressioni e non passi sopra la mia iniquità? Perché presto giacerò nella polvere; tu mi cercherai, ma io non sarò più».

Riveduta 2020:

Giobbe 7

1 La vita dell'uomo sulla terra è una milizia; i suoi giorni sono simili ai giorni di un operaio. 2 Come lo schiavo desidera l'ombra e come l'operaio aspetta il suo salario, 3 così a me toccano mesi di sciagura, e mi sono assegnate notti di dolore. 4 Appena mi corico, dico: 'Quando mi alzerò?'. Ma la notte si prolunga, e mi sazio di agitazioni fino all'alba. 5 La mia carne è coperta di vermi e di croste polverose, la mia pelle si richiude, poi riprende a suppurare. 6 I miei giorni se ne vanno più veloci della spola, si consumano senza speranza. 7 Ricordati che la mia vita è un soffio! Il mio occhio non vedrà più il bene. 8 Lo sguardo di chi ora mi vede non mi potrà più scorgere; i tuoi occhi mi cercheranno, ma io non sarò più. 9 La nuvola svanisce e si dilegua; così chi scende nel soggiorno dei morti non ne risalirà; 10 non tornerà più nella sua casa, e il luogo dove stava non lo riconoscerà più. 11 Io, perciò, non terrò chiusa la bocca; nell'angoscia del mio spirito parlerò, mi lamenterò nell'amarezza della mia anima. 12 Sono io forse il mare o un mostro marino che tu ponga intorno a me una guardia? 13 Quando dico: 'Il mio letto mi darà sollievo, il mio giaciglio allevierà la mia pena', 14 tu mi atterrisci con sogni, e mi spaventi con visioni; 15 così che l'anima mia preferisce soffocare, preferisce la morte a queste ossa. 16 Io mi sto consumando; non vivrò sempre; ti prego, lasciami stare; i giorni miei non sono che un soffio. 17 Che cosa è l'uomo che tu ne faccia tanto caso, che tu ponga mente a lui, 18 lo visiti ogni mattina e lo metta alla prova ogni istante? 19 Quando cesserai di tenere lo sguardo fisso su di me? Quando mi darai tempo di inghiottire la mia saliva? 20 Se ho peccato, che ho fatto a te, o guardiano degli uomini? Perché hai fatto di me il tuo bersaglio? A tal punto che sono diventato un peso a me stesso? 21 E perché non perdoni le mie trasgressioni e non cancelli la mia iniquità? Poiché presto giacerò nella polvere; e tu mi cercherai, ma io non sarò più”.

Riveduta:

Giobbe 7

1 La vita dell'uomo sulla terra è una milizia; i giorni suoi son simili ai giorni d'un operaio. 2 Come lo schiavo anela l'ombra e come l'operaio aspetta il suo salario, 3 così a me toccan mesi di sciagura, e mi sono assegnate notti di dolore. 4 Non appena mi corico, dico: 'Quando mi leverò?' Ma la notte si prolunga, e mi sazio d'agitazioni infino all'alba. 5 La mia carne è coperta di vermi e di croste terrose, la mia pelle si richiude, poi riprende a suppurare. 6 I miei giorni sen vanno più veloci della spola, si consumano senza speranza. 7 Ricordati, che la mia vita è un soffio! L'occhio mio non vedrà più il bene. 8 Lo sguardo di chi ora mi vede non mi potrà più scorgere; gli occhi tuoi mi cercheranno, ma io non sarò più. 9 La nuvola svanisce e si dilegua; così chi scende nel soggiorno de' morti non ne risalirà; 10 non tornerà più nella sua casa, e il luogo ove stava non lo riconoscerà più. 11 Io, perciò, non terrò chiusa la bocca; nell'angoscia del mio spirito io parlerò, mi lamenterò nell'amarezza dell'anima mia. 12 Son io forse il mare o un mostro marino che tu ponga intorno a me una guardia? 13 Quando dico: 'Il mio letto mi darà sollievo, il mio giaciglio allevierà la mia pena', 14 tu mi sgomenti con sogni, e mi spaventi con visioni; 15 sicché l'anima mia preferisce soffocare, preferisce a queste ossa la morte. 16 Io mi vo struggendo; non vivrò sempre; deh, lasciami stare; i giorni miei non son che un soffio. 17 Che cosa è l'uomo che tu ne faccia tanto caso, che tu ponga mente ad esso, 18 e lo visiti ogni mattina e lo metta alla prova ad ogni istante? 19 Quando cesserai di tener lo sguardo fisso su me? Quando mi darai tempo d'inghiottir la mia saliva? 20 Se ho peccato, che ho fatto a te, o guardiano degli uomini? Perché hai fatto di me il tuo bersaglio? A tal punto che son divenuto un peso a me stesso? 21 E perché non perdoni le mie trasgressioni e non cancelli la mia iniquità? Poiché presto giacerò nella polvere; e tu mi cercherai, ma io non sarò più».

Ricciotti:

Giobbe 7

1 Una milizia è la vita dell'uomo sulla terra, e come i giorni del mercenario sono i suoi giorni. 2 Come lo schiavo anela l'ombra, e come il mercenario aspetta la fine del suo lavoro, 3 così io ebbi in sorte mesi vuoti [di felicità], e nottate di travaglio contai qual mio [retaggio]. 4 Quando io mi corico esclamo: - Quando m'alzerò? -poi di nuovo aspetto la sera, e son pieno di spasimi fino alla tenebra. 5 La mia carne è rivestita di marciume e di croste di terra, la mia pelle si è raggrinzita e contratta. 6 I miei dì passaron più presto che il tessitore recida la tela, e si consumarono senza alcuna speranza. 7 Ricòrdati, [o Dio], che un soffio è la mia vita, e l'occhio mio non tornerà a vedere il bene; 8 non mi scorgerà sguardo di uomo, i tuoi occhi [si punteranno] su me, e io non sarò! 9 Qual si dissipa la nube e si dilegua, così chi scende agli inferi non risale: 10 non tornerà egli mai più alla sua casa, più non lo conoscerà [la gente del] suo luogo. 11 Perciò anch'io non tratterrò la mia bocca: parlerò nell'angustia del mio spirito, ragionerò con l'amarezza dell'anima mia. 12 Sono io forse il mare ovvero un dragone, che tu, [o Dio], m'abbia racchiuso in un carcere? 13 Se io esclamo: - Mi consolerà il mio letto, e troverò conforto ragionando meco sul mio giaciglio! - 14 tu allor mi spaventi con sogni, e con visioni mi sconquassi d'orrore: 15 sicchè l'anima mia preferisce lo strangolamento, ed alla morte [anelano] l'ossa mie. 16 Non ho speranza: certo più non vivrò; lasciami stare, perchè un nulla sono i miei giorni. 17 Che è mai l'uomo, perchè tu molto lo stimi? e perchè poni su lui la tua mente? 18 [ogni] mattina tu lo esamini, [ogni] istante lo sottoponi a saggio. 19 Fino a quando non mi lascerai stare, nè mi permetterai d'inghiottir la mia saliva? 20 [Se] peccai, che potrò fare con te, o guardiano degli uomini? Perchè mi hai posto come tuo bersaglio, sì che io sia a me stesso di peso? 21 Perchè non togli tu il mio peccato, e perchè non rimuovi la mia iniquità? Ecco, adesso nella polvere io giacerò, e se al mattino mi cercherai, io non sarò.»

Tintori:

Giobbe 7

Giobbe espone a Dio la sua miseria, e gli chiede ragione del suo operato
1 «La vita dell'uomo sulla terra è una milizia, e i suoi giorni sono come la giornata d'un salariato. 2 Come lo schiavo sospira l'ombra, e l'operaio aspetta la fine del suo lavoro, 3 così, essendomi toccati mesi vuoti, ho contato le notti d'affanno. 4 Se mi metto a dormire, dico: Quando mi leverò? E poi di nuovo dovrò aspettare la sera, pieno d'affanni fino alla notte. 5 La mia carne è rivestita di putredine e di croste terrose, la mia pelle è secca e raggrinzita, 6 i miei giorni son passati più veloci dell'attimo in cui dal tessitore è recisa la tela, e sono svaniti senza speranza. 7 Ricordati che la mia vita è un soffio, che l'occhio mio non tornerà a vedere la felicità. 8 Lo sguardo dell'uomo non mi vedrà: mi cercherai ed io non sarò più. 9 Come si consuma una nube e dilegua, così chi scende nel soggiorno dei morti non ne uscirà. 10 Non tornerà più nella sua casa, nè più lo ravviserà la sua dimora. 11 Per questo non risparmierò la mia bocca, parlerò nell'angoscia del mio spirito, ragionerò nell'amarezza dell'anima mia. 12 Son forse io il mare, o un mostro marino, chè m'hai chiuso in un carcere? 13 Se io dico: il mio letto mi consolerà, avrò sollievo parlando meco sul mio giaciglio, 14 tu mi spaventerai con sogni, mi terrai agitato con orrende visioni. 15 Per questo l'anima mia preferisce d'essere soffocata, e le mie ossa bramano la morte: 16 son senza speranza; la vita mi fugge. Abbi pietà di me, perchè i miei giorni sono un niente. 17 Che cosa è l'uomo, che tu ne fai tanto conto? E perchè poni in lui il tuo cuore? 18 Lo visiti la mattina presto e lo metti subito alla prova. 19 Quando avrai pietà di me, e mi permetterai d'inghiottire la mia saliva? 20 Ho peccato: che devo farti, o custode degli uomini? Perchè mi hai posto contro di te, ed io son divenuto grave a me stesso? 21 Perchè non perdoni il mio peccato? Perchè non togli la mia iniquità? Ecco presto dormirò nella polvere, e se domattina mi cercherai, io non sarò più».

Martini:

Giobbe 7

Giobbe espone le varie calamità della vita umana, e le sue, e non crede verisimile il suo ritorno alla felicità della vita presente; chiede ancora a Dio, che lo liberi dalle miserie, e ammira la providenza di Dio verso l'uomo infelice.
1 Milizia ell'è la vita dell'uomo sopra la terra, e i giorni suoi son come quelli di un bracciante. 2 Come un servo sospira la sera, e il mercenario aspetta ansiosamente la fine del suo travaglio: 3 Così io pure ebbi in retaggio dei mesi vuoti (di ristoro), e contai delle notti dolorose. 4 Se mi metto a dormire io dico: Quando mi leverò? E dipoi bramerò che venga la sera, e sarò pieno di affanni sino al far della notte. 5 Coperta è la mia carne di putredine, e di croste schifose: la mia cute è secca, e intirizzita. 6 I miei giorni sono passati più velocemente, che non si recide dal tessitore la tela, e sono svaniti senza speranza, 7 Ricorditi, che la mia vita è un soffio, e che gli occhi miei non torneranno a vedere felicità. 8 E occhio d'uomo non mi vedrà: gli occhi tuoi sopra di me, e io più non sarò. 9 Come si dissipa, e svanisce una nuvola; così chi nell'inferno discende non ne uscirà. 10 Né tornerà più alla sua casa, né il luogo dove egli stava lo conoscerà più. 11 Per la qual cosa io pure non ratterrò la mia bocca; parlerò delle angustie del mio spirito, ragionerò delle amarezze dell'anima mia. 12 Son io come il mare, o come una balena, che tu mi hai ristretto in un carcere? 13 Se io dirò: Mi darà conforto il mio letticciuolo, ed avrò alleviamento col ragionar meco stesso nel mio riposo: 14 Mi atterrirai co' sogni, e mi scuoterai con orrende visioni. 15 Per questo l'anima mia si elegge una fine violenta, e le ossa mie la morte. 16 Sono senza speranza: io più non viverò: abbi di me pietà, perocché i giorni miei sono un nulla. 17 Che è l'uomo, che tu ne fai tanto conto? e perché il tuo cuore si occupa intorno a lui? 18 Di gran mattino lo visiti, e lo metti repentinamente alla prova: 19 Sino a quando mi negherai compassione, e non mi permetterai d'inghiottire la mia saliva? 20 Peccai; che farò io con te, o osservatore degli uomini? Per qual motivo mi hai preso per tuo avversario, ond'io son divenuto grave a me stesso? 21 Per qual motivo non togli il mio peccato, e perché non cancelli la mia iniquità? Ecco che io dormirò nella polvere, e se al mattino mi cercherai, io più non sarò.

Diodati:

Giobbe 7

1 Non ha l'uomo un termine della sua milizia in su la terra? E non sono i suoi giorni simili a quelli di un mercenario? 2 Come il servo aspira all'ombra, E il mercenario aspetta il premio della sua opera; 3 Così mi sono stati dati per eredità de' mesi molesti; E mi sono state assegnate per parte mia notti penose. 4 Se mi son posto a giacere, dico: Quando mi leverò? Quando sarà passata la notte? E mi stanco di dimenarmi fino all'alba. 5 La mia carne è rivestita di vermini, e di gromma di terra; La mia pelle si schianta, e si disfa. 6 I miei giorni son passati via più leggermente che la spola del tessitore, E son venuti meno senza speranza.
7 Ricordati che la mia vita è un vento, Che l'occhio mio non tornerà più a vedere il bene. 8 L'occhio di chi mi vede non mi riguarderà più; Se tu rivolgi gli occhi verso me, io non sarò più. 9 Come la nuvola si dilegua, e se ne va via; Così chi scende nel sepolcro non ne salirà più fuori. 10 Egli non ritornerà più a casa sua, E il luogo suo non lo riconoscerà più. 11 Io altresì non ratterrò la mia bocca; Io parlerò nell'angoscia del mio spirito, Io mi lamenterò nell'amaritudine dell'anima mia. 12 Sono io un mare, o una balena, Che tu mi ponga guardia attorno? 13 Quando io dico: La mia lettiera mi darà alleggiamento, Il mio letto solleverà parte del mio lamento; 14 Allora tu mi sgomenti con sogni, E mi spaventi con visioni. 15 Talchè io nell'animo sceglierei innanzi di essere strangolato, E innanzi vorrei la morte che le mie ossa. 16 Io son tutto strutto; io non viverò in perpetuo; Cessati da me; conciossiachè i miei giorni non sieno altro che vanità.
17 Che cosa è l'uomo, che tu ne faccia sì grande stima, Che tu ponga mente ad esso? 18 E che tu lo visiti ogni mattina, E ad ogni momento l'esamini? 19 Fino a quando non ti rivolgerai indietro da me, E non mi darai alcuna posa, Tanto che io possa inghiottir la mia saliva? 20 Io ho peccato; che opererò inverso te, o Guardiano degli uomini? Perchè mi hai posto per tuo bersaglio, E perchè sono io grave a me stesso? 21 E perchè non perdoni il mio misfatto, E non rimuovi la mia iniquità? Conciossiachè di presente giacerò nella polvere; E, se poi tu mi ricerchi, io non sarò più.

Commentario completo di Matthew Henry:

Giobbe 7

1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 7

Giobbe, in questo capitolo, prosegue esprimendo l'amaro senso che aveva delle sue calamità e giustificandosi nel suo desiderio di morte.

I. Si lamenta con se stesso e con i suoi amici dei suoi problemi e della costante agitazione in cui si trovava, Giobbe 7:1-6.

II. Si rivolge a Dio e si espone con lui (Giobbe 7:7, fino alla fine), in cui:

1. Egli invoca l'ultimo periodo che la morte pone al nostro stato attuale, Giobbe 7:7-10.

2. Si lamenta appassionatamente della miserabile condizione in cui si trovava ora, Giobbe 7:11-16.

3. Si meraviglia che Dio contenderà così con lui, e implora il perdono dei suoi peccati e una pronta liberazione dalle sue miserie, Giobbe 7:17-21. È difficile metodizzare i discorsi di uno che si riteneva quasi disperato, Giobbe 6:26.

Ver. 1. fino alla Ver. 6.

Qui Giobbe scusa ciò che non poteva giustificare, persino il suo smodato desiderio di morte. Perché non dovrebbe desiderare la fine della vita, che sarebbe la fine delle sue miserie? Per far valere questa ragione egli sostiene:

I. Dalla condizione generale dell'uomo sulla terra (Giobbe 7:1):

" Ha pochi giorni ed è pieno di guai. Ogni uomo deve morire presto, e ogni uomo ha qualche ragione (più o meno) per desiderare di morire presto; e quindi perché dovresti imputare a me un crimine così odioso che desidero morire presto?

O così:

"Ti prego di non confondere i miei desideri di morte, come se pensassi che il tempo stabilito da Dio potesse essere anticipato: no, so benissimo che è fissato; solo con un linguaggio come questo mi prendo la libertà di esprimere la mia attuale inquietudine: non c'è forse un tempo fissato (una guerra, così si dice) per l' uomo sulla terra? E i suoi giorni qui non sono forse come i giorni di un mercenario?"

Osservare

1. Il posto attuale dell'uomo. Egli è sulla terra, che Dio ha dato ai figli degli uomini, == Salmi 115:16. Questo rivela la meschinità e l'inferiorità dell'uomo. Quanto al di sotto degli abitanti di laggiù regioni elevate e raffinate si trova egli stesso! Rivela anche la misericordia di Dio verso di lui. Egli è ancora sulla terra, non sotto di essa; sulla terra, non all'inferno. Il nostro tempo sulla terra è limitato e breve, secondo gli stretti confini di questa terra; Ma il cielo non può essere misurato, né i giorni del cielo contati.

2. La sua permanenza in quel luogo. Non c'è forse un tempo fissato per la sua dimora qui? Sì, certamente c'è, ed è facile dire da chi viene fatta la nomina, anche da colui che ci ha fatti e ci ha messi qui. Non dobbiamo stare su questa terra per sempre, né a lungo, ma per un certo tempo, che è determinato da Colui nelle cui mani sono i nostri tempi. Non dobbiamo pensare di essere governati dalla cieca fortuna degli epicurei, ma dal consiglio saggio, santo e sovrano di Dio.

3. La sua condizione durante quella continuazione. La vita dell'uomo è una guerra, e come i giorni di un mercenario. Ognuno di noi è uno per guardarsi in questo mondo,

(1.) Come soldati, esposti alle difficoltà e in mezzo ai nemici; dobbiamo servire ed essere sotto comando; e, quando la nostra guerra è compiuta, dobbiamo essere sciolti, congedati con vergogna o onore, secondo ciò che abbiamo fatto nel corpo.

(2.) Come lavoratori a giornata, che hanno il lavoro del giorno da fare durante il suo giorno e devono fare il loro conto di notte.

II. Dalla sua stessa condizione in questo momento. Aveva tante ragioni, pensava, per desiderare la morte, come un povero servo o mercenario stanco del suo lavoro deve desiderare le ombre della sera, quando riceverà il suo soldo e andrà a riposare, Giobbe 7:2. L'oscurità della notte è la benvenuta per l'operaio come la luce del mattino lo è per la sentinella, Salmi 130:6. Il Dio della natura ha provveduto al riposo degli operai, e non c'è da meravigliarsi che lo desiderino. Il sonno dell'uomo che lavora è dolce, == Ecclesiaste 5:12. Non c'è piacere più grato, più godito per il lussuoso che il riposo per il laborioso; né un ricco può trarre tanta soddisfazione dal ritorno dei suoi giorni di affitto quanto il mercenario dal suo salario giornaliero. Il paragone è semplice, l'applicazione è concisa e un po' oscura, ma dobbiamo fornire una parola o due, e poi è facile: l'esattezza del linguaggio non è da aspettarsi da una persona nelle condizioni di Giobbe.

"Come un servo desidera ardentemente l'ombra, così e per la stessa ragione desidero ardentemente la morte; perché sono fatto per possedere, ecc."

Ascolta la sua lamentela.

1. I suoi giorni erano inutili, ed erano stati così lunghi. Era completamente tolto dagli affari, e del tutto inadatto a farlo. Ogni giorno era un peso per lui, perché non era in grado di fare del bene, o di spenderlo per qualsiasi scopo. Et vitae partem non attigit ullam - Non poteva riempire il suo tempo con nulla che potesse tornar a suo conto. Questo egli chiama possedere mesi di vanità, == Giobbe 7:3. Aumenta enormemente l'afflizione della malattia e dell'età, per un brav'uomo, il fatto di essere costretto a rinunciare alla sua utilità. Egli insiste non tanto sul fatto che sono giorni in cui non ha piacere, quanto che sono giorni in cui non fa del bene; Per questo sono mesi di vanità. Ma quando siamo incapaci di lavorare per Dio, se vogliamo solo sederci tranquillamente per lui, è tutto uno; saremo accettati.

2. Le sue notti erano inquiete, Giobbe 7:3-4. La notte allevia la fatica e la fatica del giorno, non solo agli operai, ma anche ai sofferenti: se un malato riesce a dormire un po' la notte, aiuta la natura, e si spera che farà bene, Giovanni 11:12. Tuttavia, qualunque sia il guaio, il sonno dà un po' di interruzione alle preoccupazioni, ai dolori e alle pene che ci affliggono; è la parentesi dei nostri dolori. Ma il povero Giobbe non poté ottenere questo sollievo.

(1.) Le sue notti erano faticose e, invece di riposarsi, si stancava ancora di più di rigirarsi avanti e indietro fino al mattino. Coloro che sono in grande disagio, per dolore del corpo o angoscia della mente, pensano cambiando lato, cambiando posto, cambiando postura, per ottenere un po' di sollievo; ma, mentre la causa è la stessa all'interno, è tutto inutile; Non è che la somiglianza di uno spirito irritabile e scontento, che è sempre mutevole, ma mai facile. Questo gli fece temere la notte tanto quanto il servo la desidera, e, quando si coricò, dire: Quando se ne andrà la notte?

(2.) Queste notti faticose gli furono assegnate. Dio, che determina i tempi precedentemente stabiliti, gli aveva assegnato notti come queste. Qualunque cosa sia in qualsiasi momento dolorosa per noi, è bene vederla stabilita per noi, affinché possiamo acconsentire all'evento, non solo come inevitabile perché nominato, ma come quindi progettato per un fine santo. Quando abbiamo notti confortevoli, dobbiamo vedere anche loro che ci sono stati assegnati ed essere grati per loro; molti meglio di noi notti faticose.

3. Il suo corpo era rumoroso, Giobbe 7:5. Le sue piaghe generavano vermi, le croste erano come zolle di polvere e la sua pelle era spezzata; così malvagia era la malattia che lo colpì rapidamente. Guardate quali corpi vili abbiamo, e quali poche ragioni abbiamo per coccolarli o esserne orgogliosi; Hanno in sé i principi della loro corruzione: per quanto siamo affezionati a loro ora, potrebbe venire il momento in cui potremmo detestarli e desiderare di sbarazzarci di loro.

4. La sua vita si stava affrettando rapidamente verso un periodo, Giobbe 7:6. Pensava di non avere motivo di aspettarsi una lunga vita, perché si ritrovò a declinare rapidamente (Giobbe 7:6): I miei giorni sono più veloci della spola di un tessitore, cioè:

"Il mio tempo è breve, e ci sono solo poche sabbie nel mio bicchiere, che si esauriranno rapidamente."

I movimenti naturali sono più rapidi vicino al centro. Giobbe pensava che i suoi giorni scorressero in fretta perché pensava che presto sarebbe arrivato alla fine del suo viaggio; li considerava buoni come già spesi, e quindi non aveva speranza di essere ristabilito alla sua precedente prosperità. È applicabile alla vita dell'uomo in generale. I nostri giorni sono come la spola di un tessitore, gettata da una parte all'altra della tela in un batter d'occhio, e poi di nuovo indietro, avanti e indietro, finché alla fine è completamente esaurita del filo che portava, e allora tagliamo, come un tessitore, la nostra vita, == Isaia 38:12. Il tempo scorre veloce; il suo movimento non può essere fermato e, quando è passato, non può essere richiamato. Mentre viviamo, come seminiamo (Galati 6:8), così tessiamo così. Ogni giorno, come la navetta, lascia dietro di sé un filo. Molti tessono la tela del ragno, che li tradirà, Giobbe 8:14. Se ci stiamo tessendo vesti sante e vesti di giustizia, ne avremo beneficio quando la nostra opera verrà a essere esaminata e ogni uomo mieterà come ha seminato e indosserà come ha tessuto.

7 Ver. 7. fino alla Ver. 16.

Giobbe, notando forse che i suoi amici, sebbene non lo interrompessero nel suo discorso, cominciavano tuttavia a stancarsi e a non badare molto a ciò che diceva, si rivolge a Dio e gli parla. Se gli uomini non ci ascolteranno, Dio lo farà; se gli uomini non possono aiutarci, può farlo Lui; perché il suo braccio non è corto, né il suo orecchio è pesante. Eppure non dobbiamo andare a scuola da Giobbe qui per imparare a parlare con Dio; perché, bisogna confessarlo, c'è un grande miscuglio di passione e corruzione in ciò che qui dice. Ma, se Dio non è estremo nel notare ciò che il suo popolo dice male, facciamo anche noi del nostro meglio. Qui Giobbe sta implorando Dio di alleviarlo o di fargli fine. Egli qui rappresenta se stesso a Dio,

I. Come un uomo morente, sicuramente e rapidamente morente. È bene per noi, quando siamo malati, pensare e parlare della morte, perché la malattia è stata mandata apposta per farci ricordare di essa; e, se noi stessi ne siamo debitamente consapevoli, possiamo con fede ricordarlo a Dio, come fa Giobbe qui (Giobbe 7:7): Oh ricordati che la mia vita è vento. Egli si raccomanda a Dio come oggetto della sua pietà e compassione, con questa considerazione, che era una creatura molto debole e fragile, la sua dimora in questo mondo breve e incerta, la sua rimozione da esso sicura e rapida, e il suo ritorno ad esso di nuovo impossibile e mai da aspettarsi, che la sua vita era vento, come lo sono le vite di tutti gli uomini, forse rumorose e impetuose, come il vento, ma vane e vuote, presto scomparse e, quando scomparve, oltre il ricordo. Dio ebbe compassione di Israele, ricordando che non erano che carne, vento che passa e non torna più, == Salmi 78:38-39. Osservare

1. Le pie riflessioni di Giobbe sulla propria vita e sulla propria morte. Verità così chiare come queste riguardanti la brevità e la vanità della vita, l'inevitabilità e l'irrecuperabilità della morte, ci fanno bene quando le pensiamo e le parliamo applicandole a noi stessi. Consideriamo quindi,

(1.) Che dobbiamo presto congedarci da tutte le cose che si vedono, che sono temporali. L'occhio del corpo deve essere chiuso, e non vedrà più il bene, il bene a cui la maggior parte degli uomini rivolge il proprio cuore; perché il loro grido è: Chi ci farà vedere il bene? == Salmi 4:6. Se siamo così stolti da riporre la nostra felicità nelle cose buone visibili, che ne sarà di noi quando saranno per sempre nascoste ai nostri occhi e non vedremo più il bene? Viviamo dunque di quella fede che è sostanza e prova di cose che non si vedono.

(2.) Che dobbiamo poi trasferirci in un mondo invisibile: l'occhio di colui che mi ha visto qui non mi vedrà più là. È l'ades, uno stato invisibile, == Giobbe 7:8. La morte trascina i nostri amanti e amici nelle tenebre (Salmi 88:18) e presto ci allontanerà dalla loro vista; quando andremo di là non saremo più visti == (Salmi 39:13), ma andiamo a conversare con le cose che non si vedono, che sono eterne.

(3.) Che Dio possa facilmente, e in un momento, porre fine alla nostra vita e mandarci in un altro mondo (Giobbe 7:8):

"I tuoi occhi sono su di me e io no; Tu puoi guardarmi

nell'eternità, aggrottami le sopracciglia nella tomba, quando tu

per favore."

Se tu, dispiaciuto, mi dessi un'occhiata accigliata,

Affondo, muoio, come se fosse colpito da un fulmine.

-Sir R. Blackmore

Ci toglie il respiro e noi moriamo, anzi, guarda la terra ed essa trema, == Salmi 104:29-30.

(4.) Che, una volta che veniamo trasferiti in un altro mondo, non dobbiamo mai più tornare a questo. C'è un passaggio costante da questo mondo all'altro, ma vestigia nulla retrorsum, non c'è ripasso.

"Perciò, Signore, mostrami benignità mentre sono qui, perché

non tornare più per ricevere benignità in questo mondo".

O

"Perciò, Signore, benignamente consolami con la morte, perché sarà un

perpetua facilità. Non tornerò più alle calamità di questo

vita".

Quando siamo morti ce ne siamo andati, per non tornare più,

[1.] Dalla nostra casa sotterranea (Giobbe 7:9): Colui che scende nella tomba non salirà più fino alla risurrezione generale, non salirà più al suo posto in questo mondo. Morire è un lavoro che deve essere fatto una sola volta, e quindi doveva essere fatto bene: un errore è stato recuperato in passato. Ciò è illustrato dal fatto che una nuvola si asciuga e si disperde. Si consuma e svanisce, si risolve nell'aria e non si lavora mai più. Altre nuvole si alzano, ma la stessa nube non ritorna più: così una nuova generazione di figli degli uomini si alza, ma la generazione precedente è completamente consumata e svanisce. Quando vediamo una nuvola che sembra grande, come se volesse eclissare il sole e trascinare la terra, di un tratto dispersa e scomparsa, diciamo:

"Proprio una cosa del genere è la vita dell'uomo; Lo è

un vapore che appare per un po' e poi svanisce".

[2.] Non tornare più alla nostra casa in superficie (Giobbe 7:10): Egli non tornerà più alla sua casa, al possesso e al godimento di essa, agli affari e ai piaceri di essa. Altri ne prenderanno possesso e lo manterranno fino a quando non si rassegneranno anch'essi a un'altra generazione. Il ricco dell'inferno desiderava che Lazzaro fosse mandato a casa sua, sapendo che era inutile chiedere che avesse il permesso di andare lui stesso. I santi glorificati non torneranno più alle preoccupazioni, ai pesi e ai dolori della loro casa; né i dannati peccatori alle gaiezze e ai piaceri della loro casa. Il loro posto non li conoscerà più, non li possederà più, non li conoscerà più, né sarà più sotto la loro influenza. Ci interessa assicurarci un posto migliore quando moriremo, perché questo non ci possederà più.

2. L'appassionata deduzione che ne trae. Da queste premesse avrebbe potuto trarre una conclusione migliore di questa (Giobbe 7:11): Perciò non tratterrò la mia bocca; Parlerò; Mi lamenterò. Il santo Davide, quando aveva meditato sulla fragilità della vita umana, ne fece un uso contrario (Salmi 39,9, " Sono rimasto muto e non ho aperto la bocca"); ma Giobbe, trovandosi prossimo a spirare, si affretta a fare il suo lamento come se fosse stato a fare le sue ultime volontà e il suo testamento o come se non potesse morire in pace finché non avesse dato sfogo alla sua passione. Quando abbiamo solo pochi respiri da respirare, dovremmo spenderli nei santi respiri di grazia della fede e della preghiera, non nei rumorosi e nocivi respiri del peccato e della corruzione. Meglio morire pregando e lodando che morire lamentandosi e litigando.

II. Come un uomo di temperamento, dolorosamente e gravemente temperato sia nel corpo che nella mente. In questa parte della sua rappresentazione è molto irritabile, come se Dio lo trattasse duramente e gli imponesse più di quanto fosse dovuto:

"Sono forse io un mare o una balena == (Giobbe 7:12), un mare in tempesta,

che deve essere mantenuta entro i limiti, per controllare la sua orgogliosa

onde, o una balena indisciplinata, che deve essere trattenuta da

costringere a divorare tutti i pesci del mare? Sono io

Così forte che c'è bisogno di così tanto rumore per trattenermi?

così chiassoso che non meno di tutti questi potenti legami

dell'afflizione servirà a domarmi e a tenermi dentro

bussola?"

Siamo molto pronti, quando siamo nell'afflizione, a lamentarci di Dio e della sua provvidenza, come se Egli ci ponesse più restrizioni di quante ne siano le occasioni; mentre non siamo mai nella pesantezza se non quando c'è bisogno, né più di quanto la necessità richieda.

1. Si lamenta di non poter riposare nel suo letto, Giobbe 7:13-14. Lì ci ripromettiamo un po' di riposo, quando siamo affaticati dal lavoro, dal dolore o dal viaggio:

"Il mio letto mi conforterà, e il mio giaciglio allevierà il mio disturbo.

Il sonno mi darà per un po' di sollievo";

Di solito lo fa, è stato stabilito per questo scopo, molte volte ci ha alleviati, e noi ci siamo svegliati riposati e con nuovo vigore. Quando è così, abbiamo grandi ragioni per essere grati; ma non era così per il povero Giobbe: il suo letto, invece di confortarlo, lo terrorizzava; e il suo divano, invece di alleviare il suo disturbo, vi si aggiungeva; perché se si addormentava, era turbato da sogni spaventosi, e quando quelli lo svegliavano ancora era perseguitato da terribili apparizioni. Questo era ciò che rendeva la notte così sgradita e noiosa per lui come lo era (Giobbe 7:4): Quando mi alzerò? Notate che Dio può, quando vuole, incontrarci con terrore anche quando ci promettiamo agio e riposo; anzi, può fare di noi un terrore per noi stessi, e, come abbiamo spesso contratto la colpa a causa dei vagabondaggi di una fantasia non santificata, può allo stesso modo, con il potere della nostra immaginazione, crearci molto dolore, e così rendere quella la nostra punizione che è stata spesso il nostro peccato. Nei sogni di Giobbe, sebbene possano in parte derivare dal suo cimurro (nelle febbri, o vaiolo, quando il corpo è tutto dolorante, è comune che il sonno sia inquieto), tuttavia abbiamo motivo di pensare che Satana abbia avuto una mano, perché si diletta a terrorizzare coloro che è fuori dalla sua portata distruggere; ma Giobbe ammirò Dio, che permise a Satana di fare questo (tu mi infastidisci), e scambiò le rappresentazioni di Satana per i terrori di Dio che si schieravano contro di lui. Abbiamo motivo di pregare Dio che i nostri sogni non ci contaminino né ci inquietino, non ci tentino a peccare e non ci tormentino con la paura, che colui che custodisce Israele, e non dorme né dorme, ci custodisca quando dormiamo e dormiamo, affinché il diavolo non ci faccia poi del male, né come un serpente insinuante né come un leone ruggente, e benedire Dio se ci sdraiamo e il nostro sonno è dolce e non siamo così spaventati.

2. Desidera ardentemente riposare nella sua tomba, quel letto dove non ci sono sballottamenti qua e là, né sogni spaventosi, Giobbe 7:15-16.

(1.) Era stanco della vita e odiava i suoi pensieri:

«Lo detesto; Ne ho avuto abbastanza.

Non vivrei sempre, non solo non vivrei sempre in questo

condizione, nel dolore e nella miseria, ma non vivere sempre nel

condizione facile e prospera, di essere continuamente in pericolo di

essendo così ridotto. I miei giorni sono vanità nel migliore dei casi, vuoti

di solido conforto, esposto a veri dolori; e non sarei

per sempre legati a tale incertezza".

Nota: Un uomo buono non vivrebbe (se potesse) sempre in questo mondo, no, non anche se gli sorridesse, perché è un mondo di peccato e di tentazione e lui ha un mondo migliore in prospettiva.

(2.) Amava la morte, e si compiaceva dei suoi pensieri: la sua anima (il suo giudizio, pensava, ma in realtà era la sua passione) preferiva lo strangolamento e la morte piuttosto che la vita; qualsiasi morte piuttosto che una vita come questa. Senza dubbio questa era l'infermità di Giobbe; Infatti, anche se un uomo buono non vorrebbe vivere sempre in questo mondo, e sceglierebbe lo strangolamento e la morte piuttosto che il peccato, come fecero i martiri, tuttavia sarà contento di vivere quanto piace a Dio, non di scegliere la morte piuttosto che la vita, perché la vita è la nostra opportunità di glorificare Dio e di prepararci per il cielo.

17 Ver. 17. fino a 21.

Giobbe qui ragiona con Dio,

I. Riguardo ai suoi rapporti con l'uomo in generale (Giobbe 7:17-18): Che cos'è l'uomo, perché tu lo magnifichi? Questo può essere considerato sia,

1. Come un'appassionata riflessione sugli atti della giustizia divina; come se il grande Dio sminuisse e denigrasse se stesso contendendo con l'uomo.

"I grandi uomini pensano che sia al di sotto di loro prendere coscienza

di coloro che sono molto inferiori a loro fino al punto di

rimproverare e correggere le loro follie e indecenze;

perché allora Dio magnifica l'uomo, visitandolo, e

Processarlo, e fare tanto rumore per lui? Perché

riverserà così tutte le sue forze su uno che è

Una partita così impari per lui? Perché andrà a trovarlo

con afflizioni che, come un'angoscia quotidiana, ritornano

debitamente e costantemente come la luce del mattino, e cercare,

In ogni momento, cosa può sopportare?"

Ci confondiamo con Dio e con la natura della sua provvidenza, se pensiamo che sia meno per lui prendere in considerazione la più meschina delle sue creature. O

2. Come una pia ammirazione delle condiscendenze della grazia divina, come quella, Salmi 8:4; 144:3. Egli possiede il favore di Dio verso l'uomo in generale, anche quando si lamenta dei suoi particolari problemi.

"Che cos'è l'uomo, l'uomo miserabile, una povera, meschina, debole creatura,

che tu, il Dio grande e glorioso,

con lui come tu dai? Che cos'è l'uomo",

(1.) "Affinché tu gli dia un tale onore, lo magnifichi, prendendolo in alleanza e comunione con te?"

(2.) "Che tu ti preoccupi così tanto di lui, che tu ponga il tuo cuore su di lui, come uno a te caro, e per il quale hai una gentilezza?"

(3.) "Che tu vada a trovarlo con le tue compassioni ogni mattina, come ogni mattina andiamo a trovare un amico particolare, o come il medico visita i suoi pazienti ogni mattina per aiutarli?"

(4.) "Che tu lo metta alla prova, che tu senta il suo polso e osservi il suo aspetto, in ogni momento, come se si preoccupasse di lui e fosse geloso di lui?"

Che un verme della terra come l'uomo sia il prediletto e il favorito del cielo è ciò che abbiamo sempre motivo di ammirare.

II. Per quanto riguarda i suoi rapporti con lui in particolare. Osservare

1. La lamentela che fa delle sue afflizioni, che qui aggrava, e (come siamo tutti troppo inclini a fare) fa il peggio, in tre espressioni:

(1.) Che era il calcio delle frecce di Dio:

"Tu mi hai posto come marchio contro di te,"

20 «Il mio caso è singolare, e nessuno viene colpito come me».

(2.) Che era un peso per se stesso, pronto a sprofondare sotto il peso della sua stessa vita. Per quanto diletto proviamo in noi stessi, Dio può, quando vuole, renderci un peso per noi stessi. Quale conforto possiamo trarre da noi stessi se Dio appare contro di noi come un nemico e noi non abbiamo conforto in lui?

(3.) Che non ebbe interruzione dei suoi dolori (Giobbe 7:19):

"Quanto tempo passerà prima che tu faccia sì che il tuo bastone

allontanarsi da me, o diminuire il rigore della correzione,

almeno per il tempo che posso ingoiare la mia saliva?"

Dovrebbe sembrare che il cimurro di Giobbe gli fosse molto in gola, e quasi lo soffocasse, così che non riusciva a ingoiare la saliva. Si lamenta (Giobbe 30:18) che lo legava come il colletto del suo mantello.

"Signore", dice, "non mi darai un po' di tregua,

un po' di tempo per respirare?" Giobbe 9:18.

2. La preoccupazione che ha per i suoi peccati. Gli uomini migliori hanno il peccato di cui lamentarsi, e più sono bravi, più se ne lamenteranno.

(1.) Egli si riconosce ingenuamente colpevole davanti a Dio: Ho peccato. Dio aveva detto di lui che era un uomo perfetto e retto; eppure dice di sé: Ho peccato. Possono essere retti coloro che tuttavia non sono senza peccato; e coloro che sono sinceramente penitenti sono accettati, attraverso un Mediatore, come evangelicamente perfetti. Giobbe sosteneva, contro i suoi amici, di non essere un ipocrita, non un uomo malvagio; eppure riconobbe al suo Dio di aver peccato. Se siamo stati preservati da gravi atti di peccato, non ne consegue che siamo innocenti. I migliori devono riconoscere, davanti a Dio, di aver peccato. Il fatto che Egli chiami Dio osservatore, o preservatore, degli uomini, può essere considerato come un intenzionale per aggravare il suo peccato:

"Benché Dio avesse il suo occhio su di me, il suo occhio su di me

per sempre, eppure ho peccato contro di lui".

Quando siamo nell'afflizione è opportuno confessare il peccato, come causa procuratrice della nostra afflizione. Le confessioni penitenti affogherebbero e metterebbero a tacere le lamentele appassionate.

(2.) Chiede seriamente come può fare pace con Dio:

"Che cosa ti farò, avendo fatto così tanto contro

tu?"

Siamo convinti di aver peccato e siamo portati ad ammetterlo? Non possiamo che concludere che bisogna fare qualcosa per evitare le conseguenze fatali di ciò. La questione non deve rimanere così com'è, ma deve essere presa una certa strada per rimediare a ciò che è stato fatto male. E, se siamo veramente consapevoli del pericolo in cui ci siamo imbattuti, saremo disposti a fare qualsiasi cosa, ad accettare il perdono a qualsiasi condizione; e perciò saremo curiosi di ciò che faremo == (Michea 6:6-7), di ciò che faremo a Dio, non per soddisfare le esigenze della sua giustizia (che è fatta solo dal Mediatore), ma per qualificarci per i segni del suo favore, secondo il tenore del patto evangelico. Nel fare questa indagine è bene guardare a Dio come al conservatore o al salvatore degli uomini, non al loro distruttore. Nel nostro pentimento dobbiamo mantenere buoni pensieri di Dio, come uno che non si compiace della rovina delle sue creature, ma preferirebbe che tornassero e vivessero.

"Tu sei il Salvatore degli uomini; sii il mio Salvatore, perché io getto

io stesso sulla tua misericordia".

(3.) Implora sinceramente il perdono dei suoi peccati, Giobbe 7:21. Il calore del suo spirito, come, da una parte, rendeva le sue lamentele più amare, così, dall'altra, rendeva le sue preghiere più vive e importune; come qui:

"Perché non perdoni la mia trasgressione? Sei

non un Dio di misericordia infinita, che è pronto a

perdonare? Non hai tu operato in me il pentimento? Perché

non mi darai il perdono del mio peccato, e

farmi sentire la voce di quella gioia e di quella letizia?"

Sicuramente egli intende più che a malapena la rimozione dei suoi problemi esteriori, ed è qui sincero per il ritorno del favore di Dio, di cui si lamentava la mancanza, Giobbe 6:4.

"Signore, perdona i miei peccati e dammi il conforto di

che perdono, e allora potrò facilmente sopportare il mio

afflizioni",

Matteo 9:2; Isaia 33:24. Quando la misericordia di Dio perdona la trasgressione che viene commessa da noi, la grazia di Dio toglie l'iniquità che regna in noi. Ovunque Dio rimuova la colpa del peccato, spezza il potere del peccato.

(4.) Per far rispettare la sua preghiera di perdono, egli invoca la prospettiva che aveva di morire presto: "Per ora dormirò nella polvere". La morte ci getterà nella polvere, ci farà addormentare lì, e forse subito, ora tra un po' di tempo. Giobbe si era lamentato di notti inquiete, e che il sonno si era allontanato dai suoi occhi (Giobbe 7:3-4,13-14); ma coloro che non possono dormire su un letto di piume, presto dormiranno in un letto di polvere, e non saranno spaventati dai sogni né sballottati qua e là:

"Tu mi cercherai domattina per farmi grazia,

ma non lo sarò; Allora sarà troppo tardi. Se il mio

peccati non saranno perdonati mentre vivo, sono perduto e

disfatto per sempre".

Notate, La considerazione di questo, che dobbiamo morire presto, e forse potremmo morire improvvisamente, dovrebbe renderci tutti molto solleciti per ottenere il perdono dei nostri peccati e la rimozione della nostra iniquità.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Giobbe 7

1 Capitolo 7

I problemi di Giobbe Giob 7:1-6

Giobbe dialoga con Dio Giob 7:7-16

Implora il rilascio Giob 7:17-21

Versetti 1-6

Giobbe giustifica qui ciò che non poteva giustificare, il suo desiderio di morte. Osservate il luogo attuale dell'uomo: è sulla terra. È ancora sulla terra, non all'inferno. Non c'è forse un tempo stabilito per la sua permanenza qui? Sì, certo, e lo stabilisce Colui che ci ha creati e ci ha mandati qui. Durante questo tempo, la vita dell'uomo è una guerra, e come i lavoratori a giornata, che hanno il lavoro del giorno da fare nel suo giorno, e devono fare il loro conto alla sera. Giobbe aveva ragione, secondo lui, di desiderare la morte, così come un povero servo, stanco del suo lavoro, ha ragione di desiderare l'ombra della sera, quando andrà a riposare. Il sonno dell'uomo che lavora è dolce; né nessun ricco può trarre tanta soddisfazione dalle sue ricchezze quanta ne trae il bracciante dal suo salario giornaliero. Il paragone è chiaro; ascoltate il suo lamento: i suoi giorni erano inutili, e lo erano stati a lungo; ma quando non siamo in grado di lavorare per Dio, se stiamo seduti tranquillamente per Lui, saremo accettati. Le sue notti erano inquiete. Qualunque cosa sia dolorosa, è bene che venga stabilita per noi e che sia destinata a un fine santo. Quando abbiamo notti confortevoli, dobbiamo vedere che anche quelle ci sono state assegnate, ed esserne grati. Il suo corpo era rumoroso. Vedete che corpi vili abbiamo. La sua vita si affrettava. Mentre viviamo, ogni giorno, come la navetta, lascia un filo dietro di sé: molti tessono la tela del ragno, che fallirà, Giob 8:14. Ma se, mentre viviamo, viviamo per il Signore, in opere di fede e fatiche d'amore, ne avremo il beneficio, perché ognuno raccoglierà quanto ha seminato, e indosserà quanto ha tessuto.

7 Versetti 7-16

Le semplici verità sulla brevità e la vanità della vita dell'uomo e sulla certezza della morte ci fanno bene, quando le pensiamo e ne parliamo applicandole a noi stessi. La morte si fa una volta sola, e quindi deve essere fatta bene. Un errore qui è già recuperato. Altre nubi sorgono, ma la stessa nube non torna mai più: così una nuova generazione di uomini viene innalzata, ma la generazione precedente svanisce. I santi glorificati non torneranno più alle preoccupazioni e ai dolori delle loro case, né i peccatori condannati alle allegrie e ai piaceri delle loro case. A noi interessa assicurarci un posto migliore quando moriremo. Da queste ragioni Giobbe avrebbe potuto trarre una conclusione migliore di questa, mi lamenterò. Quando abbiamo pochi respiri da tirare, dovremmo spenderli nei respiri santi e graziosi della fede e della preghiera, non nei respiri rumorosi e nocivi del peccato e della corruzione. Abbiamo molte ragioni per pregare che Colui che custodisce Israele e non si assopisce né dorme, ci custodisca quando ci assopiamo e dormiamo. Giobbe desidera riposare nella sua tomba. Senza dubbio, questa era la sua infermità; infatti, anche se un uomo buono sceglierebbe la morte piuttosto che il peccato, dovrebbe essere contento di vivere finché Dio vuole, perché la vita è la nostra opportunità di glorificarlo e di prepararci al cielo.

17 Versetti 17-21

Giobbe ragiona con Dio riguardo ai suoi rapporti con l'uomo. Ma nel mezzo di questo discorso, Giobbe sembra aver elevato i suoi pensieri a Dio con una certa fede e speranza. Osservate la preoccupazione per i suoi peccati. Gli uomini migliori hanno da lamentarsi del peccato; e più sono migliori, più se ne lamentano. Dio è il Conservatore delle nostre vite e il Salvatore delle anime di tutti coloro che credono; ma probabilmente Giobbe intendeva l'Osservatore degli uomini, i cui occhi sono sulle vie e sui cuori di tutti gli uomini. Non possiamo nascondergli nulla; dichiariamoci colpevoli davanti al suo trono di grazia, per non essere condannati al suo tribunale. Giobbe sosteneva, contro i suoi amici, di non essere un ipocrita, di non essere un uomo malvagio, eppure riconosceva al suo Dio di aver peccato. I migliori devono riconoscerlo davanti al Signore. Chiede seriamente come poter essere in pace con Dio e implora ardentemente il perdono dei suoi peccati. Intende qualcosa di più della rimozione dei suoi problemi esteriori, ed è ansioso di ottenere il ritorno del favore di Dio. Dove il Signore rimuove la colpa del peccato, spezza il potere del peccato. Per rafforzare la sua preghiera di perdono, Giobbe invoca la prospettiva di morire rapidamente. Se i miei peccati non saranno perdonati mentre vivo, sarò perduto e disfatto per sempre". Quanto è misero l'uomo peccatore senza la conoscenza del Salvatore!

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Giobbe 7

1 Non c'è un tempo stabilito per l'uomo sulla terra? - Margine, o, guerra. La parola usata qui צבא tsâbâ' significa propriamente un esercito, un esercito, vedi le note, Isaia 1:9; allora significa guerra, o il duro servizio di un soldato; note, Isaia 40:2.

Qui significa che l'uomo sulla terra è stato arruolato, per così dire, per un certo tempo. Aveva un certo e preciso duro servizio da svolgere, e che doveva continuare a svolgere fino a quando non fosse stato liberato dalla morte. Era un servizio d'azzardo, come la vita di un soldato, o di fatica, come quella di uno che era stato assunto per un certo tempo, e che attendeva con ansia il periodo della sua liberazione. Lo scopo di Giobbe nell'introdurre questa osservazione è evidentemente quello di rivendicare se stesso per il desiderio di morire che aveva espresso.

Sostiene che è altrettanto naturale e appropriato per l'uomo nelle sue circostanze desiderare di essere liberato dalla morte, come per un soldato desiderare che il suo periodo di servizio possa essere compiuto, o un servitore stanco bramare le ombre della sera. La Settanta lo rende, "Non è la vita dell'uomo sulla terra peirateerion" - spiegato da Schleusner e reso da Good, nel senso di una banda di pirati.

Lo rende la Vulgata, milizia - servizio militare. Il senso è che la vita dell'uomo era come il duro servizio di un soldato; e questo è uno dei punti di giustificazione a cui si riferiva Giobbe 6:29 in Giobbe 6:29. Sostiene che non è improprio desiderare la chiusura di tale servizio.

I giorni di un mercenario - Un uomo che è stato assunto per svolgere un servizio con la promessa di una ricompensa, e che non è innaturalmente impaziente di riceverlo. Giobbe sosteneva che tale era la vita dell'uomo. Non vedeva l'ora di ricevere una ricompensa, e non era innaturale o improprio desiderare che gli fosse data quella ricompensa.

2 Come un servitore desidera ardentemente - Margine, resta a bocca aperta. La parola qui שׁאף shâ'aph significa respirare forte, ansimare, soffiare e poi desiderare ardentemente.

L'ombra - Può riferirsi sia a un'ombra nel caldo intenso del giorno, sia alla notte. Niente è più grato nei paesi orientali, quando il sole si riversa intenso sulle sabbie ardenti, dell'ombra di un albero, o dell'ombra di una roccia sporgente. L'editore della Bibbia Pittorica su questo versetto osserva: “Pensiamo di poter dire che, accanto all'acqua, il più grande e profondo godimento che potessimo mai realizzare nei climi caldi dell'Oriente fosse, durante un viaggio, qualsiasi circostanza del la strada ci ha portato per qualche minuto sotto un po' d'ombra.

La sua influenza rivitalizzante sulla struttura corporea, e di conseguenza sugli spiriti, è inconcepibile per chi non ha avuto una qualche esperienza del genere. Spesso anche nell'atrio di una carovana all'aperto, quando lo scrittore è stato messo in grado di assicurarsi una postazione di riposo al riparo di una roccia o di un vecchio muro, gli ricorda la propria esultanza e il forte senso di godimento lussuoso. questo e altri passi della Scrittura, in cui l'ombra è menzionata come una cosa a cui si punta con intenso desiderio.

Probabilmente qui, però, il riferimento è alle ombre della notte, il tempo in cui le tenebre calano sulla terra, e il servo è liberato dalle sue fatiche. È comune in tutte le lingue parlare della notte come avvolta dalle ombre. Così, Virgilio, En. IV. 7:

Humentemque aurora polo dimoverat urnbram.

Il significato di Giobbe è che come un servo cercava con impazienza le ombre della sera quando sarebbe stato licenziato dalle fatiche, così bramava la morte.

E come un mercenario guarda - Cioè, desidera ansiosamente che il suo lavoro sia finito, e aspetta la ricompensa delle sue fatiche. Così Giobbe guardava alla ricompensa di una vita di fatica e di pietà. Non c'è qui un riferimento indubbio a uno stato futuro? Non è evidente che Giobbe mirava a qualche ricompensa nel mondo futuro, reale e sicura, come un salariato cerca la ricompensa delle sue fatiche quando il suo lavoro è finito?

3 Così sono fatto per possedere - Ebreo sono stato fatto per ereditare. Il significato è che stagioni così tristi e malinconiche ora erano la sua unica parte.

Mesi di vanità - Cioè, mesi che erano privi di conforto; in altre parole, mesi di afflizione. Per quanto tempo fossero durati i suoi processi prima di questo, non abbiamo modo di accertarlo. Non c'è motivo, tuttavia, di supporre che le sue sofferenze corporee lo colpissero tutte in una volta, o che non fossero continuate per un periodo considerevole. È molto probabile che le sue espressioni di impazienza fossero il risultato non solo dell'intensità, ma della continuazione dei suoi dolori.

E notti faticose mi sono state assegnate - Anche il suo riposo è stato disturbato. Il tempo in cui di solito si dimenticano le cure e la fatica cessa, era per lui un periodo di ansia e angoscia insonni - עמל âmâl. La Settanta la rende, notti di spasimi ( νύκτες ὀδυνῶν nuktes odunōn ), esprimendo accuratamente il senso dell'ebraico.

La parola ebraica עמל âmâl è comunemente applicata al dolore intenso, ai turbamenti e ai dolori della specie più grave, come i dolori del parto; vedere le note in Isaia 53:11.

4 Quando mi sdraio, non trovo conforto e riposo sul mio letto. Le mie notti sono lunghe, e non vedo l'ora che passino, e lo stesso vale per il giorno. Questa è una descrizione che possono comprendere tutti coloro che sono stati adagiati su un letto di dolore.

E la notte sia andata - Margine, la sera sia misurata. Herder rende questo, "la notte è fastidiosa per me". La parola resa notte ( ערב ereb ) significa propriamente la prima parte della notte, finché non è seguita dall'alba. Così, in Genesi 1:5 , “E la sera ( ערב ereb ) e la mattina erano il primo giorno.

” Qui significa la parte della notte che precede l'alba dell'aurora - la notte. La parola resa “andare via” ea margine “essere misurato” ( מדּד mı̂ddad ), è stata variamente resa. Il verbo מדד mâdad significa allungare, estendere, misurare; e, secondo Gesenius, la forma della parola usata qui è un sostantivo che significa volo, e il senso è "quando sarà il volo della notte?" Lo fa derivare da נדד nâdad muoversi, fuggire, fuggire. Così lo spiega Rosenmuller. L'espressione è poetica, nel senso, quando sarà finita la notte?

Sono pieno di tossings avanti e indietro - ( נדדים nadudıym ). Una parola dalla stessa radice. Significa movimenti inquieti, irrequietezza. Non trovò un riposo tranquillo sul suo letto.

Unto the nascente - נשׁף nesheph, da נשׁף nashaph, a respirare; quindi, il crepuscolo della sera perché le brezze soffiano, o sembrano respirare, e poi significa anche il crepuscolo del mattino, l'alba. Il dottor Stock lo rende "fino alla brezza mattutina".

5 La mia carne è ricoperta di vermi - Giobbe qui si riferisce senza dubbio al suo stato di malattia, e questo è uno dei passaggi attraverso i quali possiamo apprendere la natura del suo disturbo; confrontare le note a Giobbe 2:7. Si fa qui riferimento ai vermi che si producono nelle ulcere e in altre forme di malattia. Michaelis osserva che tali effetti si producono spesso nell'elefantiasi.

Bochart, Hieroz. P. II, Lib. IV. C. XXVI. pp. 619-621, ha ampiamente dimostrato che tali effetti si verificano nella malattia e ha menzionato diversi casi in cui la morte è derivata da questa causa; confronta Atti degli Apostoli 12:23. La stessa cosa accadrebbe spesso - e in particolare nei climi caldi - se non fosse per la massima cura e attenzione nel mantenere le piaghe il più pulite possibile.

E zolle di polvere - Accumulate sulle ulcere che coprivano tutto il suo corpo. Questo effetto sarebbe quasi inevitabile. Il Dr. Good rende questo "vermi e polvere imprigionata", e suppone che l'immagine sia presa dalla tomba, e che l'idea in tutto il passaggio sia quella di uno che è "morto mentre vive"; cioè di chi subisce la putrefazione prima di essere sepolto. Ma l'interpretazione più comune e corretta è quella che fa riferimento alla sporcizia accumulata in relazione a una malattia ripugnante; vedi Giobbe 2:8.

La parola qui usata e resa zolle ( גוּשׁ gûsh ) significa un pezzo di terra o polvere. Settanta, βώλακας γῆς bōlakas gēs ; Vulgata, sordes pulveris, "zolle di terra". L'intero versetto è reso dalla Settanta: "Il mio corpo brulica della putrefazione dei vermi, e inumido le zolle di terra con l'ichor ( ἰχῶρος ichōros ) delle ulcere".

La mia pelle è rotto - - רגע raga '. Questa parola significa, spaventare, terrorizzare; e poi ritrarsi insieme dalla paura, o contrarsi. Qui significa, secondo Gesenius, che "la pelle si unì e guarì, e poi si ruppe di nuovo e corse con pus". Jerome lo rende, aruit - si asciuga. Herder, "la mia pelle si chiude". Dr. Good, "la mia pelle si irrigidisce"; e realizza la sua idea che qui il riferimento sia all'aspetto irrigidito e rigido del corpo dopo la morte.

Doederlin suppone che si riferisca all'aspetto ruvido e orribile della pelle nell'elefantiasi, quando diventa rigida e spaventosa per la malattia. Jarchi lo rende, cutis mea corrugata - la mia pelle è ruvida, o piena di rughe. Questa mi sembra l'idea, che fosse piena di rughe e ondulazioni; che diventava rigido, fisso, spaventoso, ed era tale da suscitare terrore in chi guardava.

E diventa ripugnante - Gesenius, "corre di nuovo con il pus". La parola qui usata מאס mâ'as significa propriamente rifiutare, disprezzare, disprezzare. Un secondo senso che ha è quello di sciogliersi, di correre come l'acqua; Salmi 58:7 , "Lasciateli sciogliere ( ימאסוּ yı̂mâ'asû ) come acque". Ma qui è da preferire il significato usuale. La sua pelle divenne ripugnante e ripugnante agli occhi degli altri.

6 Le mie giornate sono più veloci della navetta di un tessitore - Cioè, sono brevi e poche. Qui non si riferisce tanto alla rapidità con cui morivano, quanto al fatto che sarebbero presto scomparsi e che probabilmente sarebbe stato tagliato fuori senza che gli fosse permesso di godere delle benedizioni di una lunga vita; confronta le note di Isaia 38:12.

La navetta del tessitore è lo strumento mediante il quale il tessitore inserisce l'imbottitura nella trama. Con noi poche cose fornirebbero un emblema di rapidità più sorprendente della velocità con cui un tessitore lancia la sua spola da un lato all'altro della tela. Sembrerebbe che tale fosse il fatto tra gli antichi, sebbene non sia noto il modo preciso in cui tessevano la loro stoffa. Era comune confrontare la vita con una ragnatela, che si riempiva nei giorni successivi.

Gli antichi scrittori classici ne parlavano come di una rete tessuta dalle Parche. Tutti possiamo sentire la forza del paragone usato qui da Giobbe, che i giorni che viviamo volano veloci. Con quanta rapidità uno dopo l'altro si aggiunge alla rete della vita! Quanto presto si riempirà l'intero web e la vita si chiuderà! Ancora qualche tiro della navetta e tutto sarà finito, e la nostra vita sarà interrotta, poiché il tessitore rimuove una tela dal telaio per far posto a un'altra. Quanto è importante migliorare i momenti fugaci e vivere come se presto vedessimo volare per l'ultima volta la navetta rapida!

E sono spesi senza speranza - Senza speranza di guarigione, o di felicità futura sulla terra. Ciò non significa che non avesse speranza di felicità nel mondo a venire. Ma tali erano le sue prove qui, e così completamente le sue comodità erano state tolte, che non aveva alcuna prospettiva di godersi di nuovo la vita.

7 Oh ricorda - Questo è evidentemente un indirizzo a Dio. Nell'angoscia della sua anima Giobbe volge il suo occhio e il suo cuore al suo Creatore, e sollecita ragioni per cui dovrebbe chiudere la sua vita. L'entità delle sue sofferenze, e la certezza che deve morire Giobbe 7:9 , sono le ragioni su cui si sofferma perché la sua vita dovrebbe essere chiusa, e liberata. Il linguaggio è rispettoso, ma è l'espressione di profonda angoscia e dolore.

Che la mia vita è vento - La vita è spesso paragonata a un vapore, un'ombra, un respiro. La lingua denota che è fragile e presto è passata - come la brezza soffia su di noi, e presto passa; confronta Salmi 78:39 :

Poiché si ricordava che non erano che carne;

Un vento che passa e non torna più.

Il mio occhio non dovrà più - Margine, come in ebraico non tornerà. L'idea è che se fosse stato tagliato fuori, non sarebbe tornato più a vedere le scene piacevoli di questa vita.

Vedere bene - Margine, vedere, cioè godere. Il senso è che non gli sarebbe più permesso di guardare le cose che ora tanto gratificavano la vista e davano tanto piacere. C'è qui una certa somiglianza con i sentimenti espressi da Ezechia nella sua apprensione per la morte; vedere le note in Isaia 38:10.

8 L'occhio di colui che mi ha visto non mi vedrà più - sarò tagliato fuori da tutti i miei amici - una delle cose che più affliggono le persone quando vengono a morire.

I tuoi occhi sono su di me, e io non lo sono - vedi Giobbe 7:21. Il Dr. Good lo rende: "Lascia che il tuo occhio sia su di me, e io non sono niente". Pastore, "il tuo occhio mi cercherà, ma io non sono più". Secondo questo il senso è che presto sarebbe stato allontanato dal luogo dove aveva abitato, e che se vi fosse stato cercato non sarebbe stato possibile trovarlo.

Sembrerebbe rappresentare Dio che lo cerca e non lo trova; vedi Giobbe 7:21. Il margine ha "Non posso più vivere". Può essere possibile che questo sia il significato, che Dio avesse fissato su di lui uno sguardo intenso e che non potesse sopravvivere. Se questo è il senso, allora si accorda con le descrizioni date della maestà di Dio ovunque nelle Scritture - che nulla potrebbe sopportare la Sua presenza, che anche la terra trema, e le montagne si dissolvono, al suo tocco. Così, in Salmi 104:32 :

Egli guarda la terra ed essa trema;

Tocca le colline, ed esse fumano.

Confronta la rappresentazione del potere dell'occhio in Giobbe 16:9 :

Nella sua ira mi dilania chi mi odia;

Digrigna su di me con i suoi denti

Il mio nemico aguzza i suoi occhi su di me.

Nel complesso, penso che sia probabile che questo sia il senso qui. C'è un'energia nell'originale che è molto indebolita nella traduzione comune. Dio aveva fissato i suoi occhi su Giobbe, e subito sparì; confronta Apocalisse 20:11 : " Apocalisse 20:11 vidi un gran trono bianco e colui che vi sedeva sopra, dalla cui faccia fuggirono la terra e il cielo, e non fu trovato posto per loro".

9 Mentre la nuvola si consuma e svanisce - Questa immagine è presa dalle nuvole leggere e lanuginose, che diventano sempre più piccole fino a scomparire completamente. Per un'illustrazione di una frase simile, vedi le note in Isaia 44:22.

Alla tomba - - שׁאול sh e 'ol. Settanta, εἰς ᾅδην eis hadēn, all'Ade. La parola può significare tomba, o il luogo degli spiriti defunti; vedi Isaia 5:14 , nota; Isaia 14:9 , nota; confrontare le note a Giobbe 10:21. Entrambi i significati si applicheranno qui.

Non sorgerà più - Non vivrà più sulla terra. Sarebbe troppo pressante adducerlo come prova che Giobbe non credeva nella dottrina della risurrezione. La connessione qui richiede che lo comprendiamo nel senso che significa solo che non sarebbe apparso di nuovo sulla terra.

10 Non tornerà più a casa sua - Non visiterà più la sua famiglia. Giobbe si sofferma sulla calamità della morte, e una delle circostanze più sentite nella prospettiva della morte è che un uomo deve lasciare la propria casa per non tornare più. I palazzi signorili che ha costruito; le splendide sale che ha adornato; la camera dove dormiva; l'allegro caminetto dove ha incontrato la sua famiglia; il posto al tavolo che occupava, non tornerà più.

Non si udrà più il suo passo; la sua voce non risveglierà più gioia nel felice gruppo familiare; il padre e il marito che tornano dalla fatica quotidiana non daranno più piacere al gioioso circolo. Tale è la morte. Ci allontana da tutte le comodità terrene, ci allontana da casa e parenti, da bambini e amici, e ci invita ad andare da soli in un mondo sconosciuto. Giobbe sentiva che era una cosa triste e cupa.

E così è, a meno che non ci sia una fondata speranza di un mondo migliore. È solo il Vangelo che può renderci disposti a lasciare le nostre dimore felici, e gli abbracci di parenti e amici, e di percorrere il sentiero solitario verso le regioni dei morti. L'amico di Dio ha una casa più luminosa in cielo. Ha amici più numerosi e migliori lì. Ha lì una dimora più splendida e felice di qualsiasi altra qui sulla terra.

Là sarà impegnato in scene più felici di quelle che possono essere godute dal più felice caminetto qui; avrà impieghi più allegri là, di quelli che si possono trovare sulla terra; e vi avrà piaceri più alti e più puri di quelli che si possono trovare nei parchi, nei prati e nei paesaggi; nelle splendide sale, nella musica e nella tavola festiva; nelle attività letterarie e nell'amore dei parenti. Fino a che punto Giobbe avesse i mezzi di consolazione da tali riflessioni, non è facile ora determinarlo. La probabilità, tuttavia, è che le sue opinioni fossero relativamente vaghe e oscure.

11 Perciò non trattengo la bocca - L'idea in questo verso è: “Tale è la mia angoscia alla prospettiva di morire, che non posso fare a meno di esprimerla. L'idea di allontanarmi da tutte le mie comodità, e di impegnarmi nella tomba, per non rivisitare più la terra, è così dolorosa che non posso fare a meno di dare sfogo ai miei sentimenti".

12 Sono un mare? - Cioè, “sono come un mare impetuoso e tumultuoso, che è necessario trattenermi e confinarmi? Il senso del versetto è che Dio lo aveva trattato come se fosse indomabile e turbolento, come se fosse come l'oceano inquieto, o come se fosse un mostro, che potrebbe essere trattenuto entro limiti appropriati solo dal severo esercizio di potenza. Dott Buono, seguendo Reiske, rende questo “una bestia selvaggia”, la comprensione da parte del termine ebraico ים yam un mostro marino al posto del mare stesso, e poi una bestia feroce, come il bufalo selvatico.

Ma è chiaro, credo, che la parola non ha mai questo significato. Significa propriamente il mare; poi un lago o un mare interno, e poi si applica a qualsiasi grande fiume che si estende come l'oceano. Quindi, si applica sia al Nilo che all'Eufrate; vedi Isaia 11:15 , nota; Isaia 19:15 , nota.

Herder qui lo rende, "il fiume e il suo coccodrillo", e questo mi sembra sia probabilmente il significato. Giobbe chiede se è come il Nilo, che straripa dalle sue sponde, e rotola impetuosamente verso il mare, e, se non viene trattenuto, spazza via tutto. Una tale inondazione di acque, e non una bestia selvaggia, è senza dubbio destinata qui.

O una balena - תנין tannıyn. Girolamo, cetus - una balena. La Settanta rende, δρακων Drakon, un drago. Il Caldeo lo parafrasa: “Sono io condannato come lo furono gli egiziani, che furono condannati e sommersi nel Mar Rosso; o come il faraone, che annegò in mezzo ad essa, nei suoi peccati, che mi hai posto una guardia? Herder lo rende "il coccodrillo".

Sul significato della parola, vedi Isaia 13:22 , nota; Isaia 51:9 , nota. Si riferisce qui probabilmente a un coccodrillo, oa qualche mostro simile, che è stato trovato nel Nilo o nei rami del Mar Rosso. Non ci sono prove che significhi una balena.

Harmer (Obs. iii. 536, Ed. Lond. 1808) suppone che si tratti del coccodrillo e osserva che “I coccodrilli sono terribili per gli abitanti dell'Egitto; quando, quindi, appaiono, li osservano con grande attenzione e prendono le dovute precauzioni per metterli al sicuro, in modo che non possano evitare le armi mortali di cui poi gli Egiziani si servono per ucciderli”. In base a ciò, l'espressione di Giobbe si riferisce alla cura ansiosa che manifestano gli abitanti dei paesi dove abbondano i coccodrilli per distruggerli.

Ogni opportunità sarebbe stata osservata con ansia e si sarebbe manifestata una grande sollecitudine per togliersi la vita. Anche nei paesi soggetti a inondazioni di acque, si evidenzierebbe una grande inquietudine. Le acque che si alzavano sarebbero state attentamente osservate, per timore che potessero sfondare tutte le barriere e spazzare via recinzioni, case e città. Una tale vigilanza costante Giobbe rappresenta l'Onnipotente come se lo tenesse su di lui, guardandolo come se fosse un torrente gonfio, ruggente e ingovernabile, o come se fosse uno spaventoso mostro degli abissi, che era ansioso di distruggere.

Sotto entrambi gli aspetti il ​​linguaggio è forzato, e in entrambi i casi poco meno irriverente di quanto sia forzato. Per una descrizione del coccodrillo si vedano le note a Giobbe 41.

13 Quando dico, Il mio letto mi conforterà - L'idea in questo verso e nei seguenti è che non c'era interruzione ai suoi dolori. Anche i momenti in cui le persone di solito cercavano il riposo erano per lui momenti di angoscia. Allora fu turbato e allarmato dai sogni e dalle visioni più spaventose, e il sonno fuggì da lui.

Faciliterà la mia lamentela - La parola tradotta “alleggerirà” ישׂא yı̂śâ' significa piuttosto, sopporterà; cioè, alleggerirà o sosterrà. Il significato è che ha cercato sollievo sul suo letto.

14 Allora mi spaventi - Questo è un indirizzo a Dio. Lo considerava la fonte dei suoi dolori, ed esprime il suo senso di ciò in un linguaggio davvero molto bello, ma lontano dalla riverenza.

Con i sogni - vedi Giobbe 7:4. Un'espressione simile si trova in Ovidio:

Ut puto, cam requies medicinaque publica curae,

Somnus adest, soliris nox venit orba malis,

Sonnia me terrent. veros imitantia casus,

Et vigilant sensus in mea damna mei.

Do Ponto, Lib. io. Ele. 2.

E mi terrorizza attraverso le visioni - Vedi le note a Giobbe 4:13. Questo si riferisce alle visioni della fantasia, o alle spaventose apparizioni notturne. La credenza di tali visioni notturne era comune nei primi secoli, e Giobbe le considerava come sotto la direzione di Dio, e come destinate a allarmarlo.

15 In modo che la mia anima - In modo che io; l'anima messa per se stessa.

Strangolamento per scelta - Il Dr. Good lo rende "soffocamento", e suppone che Giobbe alluda all'oppressione del respiro, prodotta da quello che comunemente viene chiamato l'incubo, e che voglia dire che preferirebbe il senso di soffocamento suscitato a tale tempo alle terribili immagini davanti alla sua mente. Herder lo rende, la morte. Girolamo, Sussumium. La Settanta, "Separa ( ἀπαλλάξεις apallaceis ) la mia vita dal mio spirito e le mie ossa dalla morte"; ma quale idea vi abbiano attaccato, è impossibile ora dirlo.

Il siriaco lo rende: "Tu scegli la mia anima dalla perdizione e le mie ossa dalla morte". La parola resa strangolamento ( מחנק machănaq ) deriva da חנק chânaq, essere stretto, stretto, vicino; e poi significa strangolare, strangolare, Nah 2:12 ; 2 Samuele 17:23.

Qui significa morte; e Giobbe intende dire che preferirebbe anche il tipo più violento di morte alla vita che stava conducendo. Non vedo alcuna prova che l'idea suggerita dal Dr. Good si trovi nel passaggio.

E la morte piuttosto che la mia vita - Margine, come in ebraico, ossa. C'è stata una grande varietà nell'esposizione di questa parte del versetto. Herder lo rende "la morte piuttosto che questo fragile corpo". Rosenmuller e Noyes, "la morte piuttosto che le mie ossa"; cioè preferiva la morte a un corpo così emaciato come aveva allora, allo scheletro consunto che allora era tutto ciò che gli aveva lasciato. Questo è probabilmente il vero senso.

Giobbe soffriva nel corpo e nell'anima. La sua carne si stava consumando, il suo corpo era coperto di ulcere e la sua mente era tormentata dalle apprensioni. Di giorno non aveva pace, e di notte era terrorizzato da allarmanti visioni e spettri; ea tale condizione preferiva la morte in qualsiasi forma.

16 Lo detesto - detesto la mia vita così com'è adesso. È diventato un peso e desidero separarmene e scendere nella tomba. Vi è, tuttavia, una notevole varietà nell'interpretazione di questo. Noyes lo rende: "Mi sto consumando". Il Dr. Good lo collega al versetto precedente e comprende: "Io disprezzo la morte in confronto alle mie sofferenze". Il siriaco è, - fallisce con me, cioè fallo, o i miei poteri si stanno consumando.

Ma la parola ebraica מאס mâ'as significa propriamente detestare e disprezzare (vedi la nota a Giobbe 7:5 ), e la vera idea qui è espressa nella versione comune. Il senso è: "la mia vita è dolorosa e offensiva e desidero morire".

Non vivrei sempre - Come Giobbe usava questa espressione, c'era senza dubbio un po' di impazienza e di spirito improprio. Tuttavia contiene un sentimento molto importante, e uno che può essere espresso nel più alto stato di giusto sentimento religioso. Un uomo preparato per il paradiso non dovrebbe e non vorrà desiderare di vivere sempre qui. È meglio partire e stare con Cristo, meglio lasciare un mondo di imperfezione e peccato e andare in un mondo di purezza e amore.

Su questo testo, che ne illustra pienamente e magnificamente il significato, il lettore può consultare un sermone del Dr. Dwight. Sermoni, Edimburgo, 1828, vol. ii. 275 ss. Questo mondo è pieno di tentazioni e di peccato; è un mondo dove abbonda la sofferenza; è l'infanzia del nostro essere; è un luogo dove la nostra conoscenza è imperfetta e dove gli affetti dei migliori sono relativamente striscianti; è un mondo dove i buoni sono spesso perseguitati e dove i cattivi trionfano; ed è meglio andare in dimore dove tutto questo sarà sconosciuto.

Il cielo è un luogo in cui abitare più desiderabile della terra; e se avessimo una visione chiara di quel mondo e desideri adeguati, ansaremmo di partire e di essere lì. La maggior parte delle persone vive come se vivrebbe sempre qui se potesse farlo, e moltitudini stanno formando i loro piani come se si aspettassero di vivere così. Costruiscono le loro case e formano i loro progetti come se la vita non dovesse mai finire. È privilegio del cristiano, tuttavia, ASPETTARSI di morire.

Non volendo vivere sempre qui, forma i suoi progetti con l'anticipazione che tutto ciò che ha deve presto essere lasciato; ed è pronto a perdere la presa sul mondo nel momento in cui arriva la convocazione. Così possiamo vivere; così vivendo, sarà facile morire. I sentimenti suggeriti da questo verso sono stati così meravigliosamente versi in un inno di Muhlenberg, che lo copierò qui:

non vivrei sempre; chiedo di non restare

Dove una tempesta dopo l'altra si alza oscura sulla strada;

Le poche mattine fugaci che spuntano su di noi qui

Sono sufficienti per i dolori della vita - abbastanza per la sua allegria.

non vivrei sempre; no, accogli la tomba;

Poiché Gesù è stato là, non temo la sua oscurità;

Là dolce sia il mio riposo, finché non mi dica di alzarmi,

Per salutarlo in trionfo che scende dai cieli.

Chi, che vivrebbe sempre, lontano dal suo Dio,

Lontano da quel cielo, quella dimora beata,

Dove fiumi di piacere scorrono sulle luminose pianure,

E il meriggio della gloria regna eternamente?

Dove i santi di tutte le età si incontrano in armonia,

Il loro Salvatore ei fratelli trasportati per salutare;

Mentre gli inni di rapimento rotolano incessantemente,

E il sorriso del Signore è la festa dell'anima.

Lasciami solo - Questo è un indirizzo a Dio. Significa "smetti di affliggermi. Permettimi di vivere la mia piccola durata della vita con un certo grado di facilità. È breve nella migliore delle ipotesi e non desidero che continui sempre". Questo sentimento lo illustra nei versi seguenti.

Perché i miei giorni sono vanità - Sono come niente, e sono indegni dell'attenzione di Dio. La vita è una sciocchezza, e non sono ansioso che venga prolungata. Perché dunque non mi si può permettere di passare i miei pochi giorni senza essere così afflitto e addolorato?

17 Che cos'è l'uomo perché tu lo magnifichi? - Che tu lo faccia grande, o che tu lo consideri di così grande importanza da fissare il tuo occhio attento su di lui. L'idea qui è che era indegno il carattere di un essere così grande come Dio dedicare così tanto tempo e attenzione a una creatura così insignificante come l'uomo; e soprattutto che l'uomo non poteva essere di tanta importanza che era necessario che Dio vigilasse su tutti i suoi difetti, e si preoccupasse di segnare e punire tutte le sue offese.

Questa domanda potrebbe essere posta in un altro senso e con un'altra prospettiva. L'uomo è così insignificante rispetto a Dio, che ci si può chiedere perché dovrebbe provvedere così attentamente ai suoi bisogni? Perché provvedere così ampiamente al suo benessere? Perché istituire misure così sorprendenti e così meravigliose per la sua guarigione dal peccato? Le risposte a tutte queste domande devono essere sostanzialmente le stesse.

(1) Fa parte del grande piano di un Dio condiscendente. Nessun insetto è così piccolo da non essere notato. Agli animalcula più umili e deboli viene prestata una cura nella sua formazione e nel suo sostegno come se Dio non avesse nient'altro da considerare o provvedere.

(2) L'uomo è importante. Ha un'anima immortale, e la salvezza di quell'anima vale tutto ciò che costa, anche quando costa il sangue del Figlio di Dio.

(3) Una creatura che pecca, si fa sempre importante. L'assassino ha un'importanza nella visione della comunità che non ha mai avuto prima. Tutti i buoni cittadini si interessano ad arrestarlo e punirlo. Non c'è modo più sicuro per un uomo di dare conseguenze a se stesso, che violare le leggi e sottoporsi a punizione. Un membro offensivo di una famiglia ha un'importanza che prima non aveva, e tutti gli occhi sono rivolti a lui con profondo interesse. Così è con l'uomo - una parte della grande famiglia di Dio.

(4) Un sofferente è un essere importante, e l'uomo in quanto sofferente è degno dell'attenzione di Dio. Per quanto deboli possano essere i poteri di qualcuno, o umiliare il suo rango, tuttavia se soffre, e specialmente se è probabile che soffra per sempre, diventa subito un oggetto della massima importanza: tale è l'uomo; un sofferente qui, e soggetto al dolore eterno nell'aldilà; e per questo il Dio di misericordia si è interposto per visitarlo e per escogitare una via per liberarlo dai suoi dolori e dalla morte eterna. Il siriaco rende questo: "Che cos'è l'uomo, perché tu lo distrugga?" - ma l'ebraico significa. “per magnificarlo, per renderlo grande o importante”.

Che tu dovresti riporre il tuo cuore su di lui? - Non con affetto, ma per punirlo - poiché così l'espressione a questo proposito significa evidentemente. La frase stessa potrebbe significare: "Perché dovresti amarlo?" - sottintendendo che non c'era nulla in una creatura così insignificante che potesse renderlo un oggetto proprio della stima divina. Ma come usato qui da Giobbe significa: "Perché fissi la tua attenzione su di lui così da vicino, segnando la minima offesa e sembrando provare un piacere speciale nell'infliggere dolore e tortura?" Il salmista usa quasi lo stesso linguaggio, e non è improbabile che lo abbia copiato da questo, sebbene lo usi in un senso un po' diverso. Come usato da lui, significa che era meraviglioso che il Dio che ha creato i cieli si degnasse di notare una creatura così insignificante come l'uomo.

Quando considero i tuoi cieli, opera delle tue dita;

La luna e le stelle, che hai ordinato;

Che cos'è l'uomo perché tu ti ricordi di lui?

e il figlio dell'uomo, che tu lo visiti:

Salmi 8:3.

18 E che dovresti visitarlo? - Cioè, allo scopo di infliggere dolore. Questo linguaggio Giobbe intende indubbiamente essere applicabile a se stesso, e chiede con impazienza perché Dio dovrebbe provare piacere nel visitare con sofferenza ogni giorno che ritorna una creatura come lui?

Ogni mattina - Perché non c'è intervallo nemmeno per un giorno? Perché Dio non permette che un mattino, o un momento, passi senza infliggere dolore a una creatura così debole e così fragile?

E provalo - Oppure, provalo; vale a dire, dalle afflizioni.

Ogni momento - Costantemente; senza intervallo.

19 Fino a quando non partirai? - Quanto tempo deve continuare? La stessa parola ricorre in Giobbe 14:6. La parola resa “partire” שׁעה shâ‛âh significa guardare, guardarsi intorno, e poi distogliere lo sguardo da chiunque o da qualcosa. L'idea qui è che Dio aveva fissato i suoi occhi su Giobbe, e chiede con ansia, per quanto tempo questo doveva continuare, e quando avrebbe distolto gli occhi; confronta le note di Giobbe 7:8. Schultens suppone che la metafora qui sia presa dai combattenti, che non distolgono mai gli occhi dai loro antagonisti.

Finché non ingoio la mia saliva - Per il più breve tempo. Ma c'è stata una notevole varietà nella spiegazione di questa frase. Herder lo rende: "Finché non riprendo il respiro". Noyes, "Fino a quando avrò tempo di respirare;" ma riconosce di aver sostituito con questo il proverbio che ricorre nell'originale. L'ebraico è tradotto letteralmente nella versione comune e il proverbio è conservato in Arabia fino ai giorni nostri.

Il significato è, dammi un po' di tregua; concedetemi un po' di tempo; come diremmo, lasciami respirare. "Questo", dice Burder, "è un proverbio tra gli Arabi fino ai giorni nostri, per cui essi intendono: Dammi il permesso di riposare dopo la mia fatica. Questo è il favore di cui Giobbe si lamenta di non essergli concesso. Ci sono due esempi che illustrano questo passaggio (citato da Schultens) in Narratives di Harris intitolato the Assembly.

Uno è di una persona che, sollecitata con entusiasmo a rendere conto dei suoi viaggi, ha risposto con impazienza: "Lasciami ingoiare la saliva, perché il viaggio mi ha stancato". L'altro esempio è di un rapido ritorno fatto a una persona che ha usato il proverbio. 'Permettimi,' disse l'importunato, 'di ingoiare la mia saliva;' al che l'amico rispose: 'Puoi, se vuoi, inghiottire anche il Tigri e l'Eufrate; ' Cioè, puoi prendere tutto il tempo che vuoi."

L'espressione è proverbiale e corrisponde alla nostra quando diciamo "in un batter d'occhio" o "finché non riesco a riprendere fiato"; cioè nel più breve intervallo. Giobbe rivolge questo linguaggio a Dio. C'è molta impazienza in esso, e molto che un uomo pio non dovrebbe impiegare; ma dobbiamo ricordare che Giobbe fu assalito da prove speciali e che non aveva le visioni dell'esistenza e delle perfezioni divine, delle promesse e delle grandi speranze, che come cristiani abbiamo sotto la più piena luce della rivelazione; e prima di condannarlo duramente dovremmo metterci nella sua situazione, e chiederci come penseremmo, sentiremmo e parleremmo se fossimo nelle stesse circostanze.

20 Ho peccato - חטאתי chaṭa'tıy. Questa è una traduzione letterale, e così com'è nella versione comune è la lingua di un penitente, che confessa di aver sbagliato e riconosce umilmente i suoi peccati. Che una tale confessione sia diventata Giobbe, e che sarebbe stato disposto ad ammettere di essere un peccatore, non c'è dubbio; ma la connessione sembra piuttosto richiedere un senso diverso - un senso che implica che sebbene avesse peccato, tuttavia le sue offese non potevano essere tali da richiedere l'attenzione che Dio aveva preso di loro.

Di conseguenza questa interpretazione è stata adottata da molti, e l'ebraico sosterrà la costruzione. Può essere tradotto come una domanda: “Ho peccato; cosa ho fatto contro di te” Pastore. Oppure, il senso potrebbe essere: “Ho peccato. Lo ammetto. Sia concesso questo. Ma cosa può significare per un essere come Dio, che se ne occupi così tanto? L'ho ferito? Mi sono meritato queste dure prove? È giusto che mi faccia un segno speciale e diriga i suoi giudizi più severi contro di me in questo modo? confrontare le note a – Giobbe 35:6.

Il siriaco lo rende in questo modo: "Se ho peccato, che cosa ti ho fatto?" Quindi l'arabo, secondo Walton. Quindi la Settanta, Εἰ ἐγὼ ἥμαρτον Ei egō hēmarton - "se ho peccato". Questo esprime il vero senso. Lo scopo non è tanto quello di fare una confessione penitente, quanto di dire che sulla peggiore costruzione del caso, ammettendo la verità dell'accusa, non aveva meritato le gravi inflizioni che aveva ricevuto al mano di Dio.

Cosa ti farò? - O meglio, cosa ti ho fatto? In che modo la mia condotta può influire seriamente su di te? Non rovinerà la tua felicità, non influenzerà la tua pace, o in alcun modo danneggerà un essere così grande come Dio. Questo sentimento è spesso sentito dalle persone, ma non è spesso espresso in modo così onesto.

O tu Conservatore degli uomini - O, piuttosto, "O tu che guardi o osservi gli uomini". La parola tradotta “Conservatore” נצר notsēr è un participio da נצר natsar quali mezzi, secondo Gesenius, a guardare, a guardia, per mantenere, ed è usato qui nel senso di osservare i difetti di uno; e l'idea di Giobbe è che Dio osservasse da vicino la condotta delle persone; che segnò rigorosamente le loro colpe e li punì severamente; e chiede con impazienza, ed evidentemente con sentimento improprio, perché ha guardato così da vicino le persone. Così è inteso da Schultens, Rosenmuller, Dr. Good, Noyes, Herder, Kennicott e altri. La Settanta lo rende, "chi conosce la mente degli uomini?"

Perché mi hai posto come segno? - La parola resa “segno” מפגע mı̂phgâ‛, significa propriamente ciò contro cui si urta - da פגע pâga‛, urtare, incontrare, avventarsi su qualcuno - e qui significa, perché Dio mi ha fatto un tale oggetto di attacco o aggressione? La Settanta la rende, κατεντευκτήν σου katenteuktēn sou, "un accusatore di te".

In modo che io sia un peso per me stesso - La Settanta rende questo, ἐπὶ σοὶ φορτίον epi soi phortion, un peso per te. La copia da cui tradussero evidentemente aveva עליך alēykā - a te, invece di עלי ālay - a me, come si legge ora in ebraico.

“Anche i masoreti lo collocano tra i diciotto passaggi che dicono siano stati alterati dai trascrittori”. . Ma il testo ricevuto è sostenuto da tutte le versioni tranne la Settanta e da tutti i manoscritti ebraici finora esaminati, ed è senza dubbio la vera lettura. Il senso è chiaro, che la vita era diventata un peso per Giobbe. Dice che Dio aveva fatto di lui l'oggetto speciale del suo dispiacere e che la sua condizione era insopportabile.

Che ci sia molto in questo linguaggio che è irriverente e improprio nessuno può dubitare, e non è possibile rivendicarlo del tutto. Né siamo chiamati a farlo da alcuna visione che abbiamo della natura dell'ispirazione. Era un uomo buono, ma non perfetto. Queste espressioni sono registrate, non per nostra imitazione, ma per mostrare cos'è la natura umana. Prima di condannarlo duramente, però, dovremmo chiederci cosa saremmo probabilmente fare nelle sue circostanze; dovremmo anche ricordare che aveva poche delle verità e delle promesse a sostenerlo che noi abbiamo.

21 E perché non perdoni la mia trasgressione? - Ammettendo che ho peccato Giobbe 7:20 , ma perché non mi perdoni? Presto morirò dalla terra dei vivi. Potrò essere cercato, ma non sarò trovato. Nessuno verrebbe ferito dal mio essere perdonato - dal momento che sono così di breve durata e così poco importante nella scala dell'essere.

Nessuno può trarre beneficio dall'inseguire una creatura di un giorno, come me, con punizione. Tale sembra essere il significato di questo verso. È il linguaggio del lamento, ed è espresso in un linguaggio pieno di irriverenza. Eppure è un linguaggio come spesso usano i peccatori risvegliati e condannati, ed esprime i sentimenti che spesso passano attraverso i loro cuori. Ammettono di essere peccatori. Sanno che devono essere perdonati o non possono essere salvati.

Sono angosciati al ricordo della colpa, e in questo stato d'animo, profondamente convinti e angosciati, chiedono con spirito lamentoso perché Dio non li perdona? Perché permette loro di rimanere in questo stato di agitazione, suspense e profonda angoscia? Chi potrebbe essere ferito dal suo essere perdonato? Che conseguenze ha per gli altri il fatto che non debbano essere perdonati? Come può Dio trarre beneficio dal non perdonarli? Può non essere facile rispondere a queste domande in modo del tutto soddisfacente; ma forse le seguenti potrebbero essere alcune delle ragioni per cui Giobbe non aveva l'evidenza del perdono che ora desiderava, e perché il peccatore condannato non l'ha. La ragione principale è che non sono in uno stato d'animo tale da rendere appropriato il perdono.

(1) C'è la sensazione che abbiano diritto al perdono su Dio, o che sarebbe sbagliato che Dio non li perdoni. Quando le persone sentono di avere diritto a Dio per il perdono, non possono essere perdonate. La stessa nozione di perdono implica che deve essere quando non esiste o si sente alcuna pretesa.

(2) Non c'è un'adeguata sottomissione a Dio - alle sue opinioni, alle sue condizioni, al suo piano. Affinché il perdono possa essere esteso ai colpevoli, ci dovrebbe essere l'acquiescenza nei termini, nei tempi e nei modi di Dio. Il peccatore deve rassegnarsi nelle sue mani, essere perdonato o no come vuole, sentendo che tutta la questione è depositata nel suo seno, e che se non dovesse perdonare, sarebbe comunque giusto, e il suo trono sarebbe puro.

In particolare, sotto il metodo cristiano del perdono, deve esserci tutta l'acquiescenza al piano di salvezza del Signore Gesù Cristo; una disponibilità ad accettare il perdono, non in base a pretese personali, ma in base ai propri meriti; ed è perché il peccatore condannato non vuole essere perdonato in questo modo, che rimane imperdonato. Dovrebbe esserci anche la sensazione che sarebbe giusto che Dio perdoni gli altri, se gli piace, anche se non siamo salvati; ed è spesso perché il peccatore condannato non è disposto a farlo, perché sente che sarebbe sbagliato in Dio salvare gli altri e non lui, che non è perdonato. Il peccatore è spesso tollerato di rimanere in questo stato fino a quando non è portato ad accettare il diritto di un Dio sovrano di salvare chi vuole.

(3) C'è uno spirito lamentoso - e questa è una ragione per cui il peccatore non è perdonato. Questo era evidentemente il caso di Giobbe; e quando questo esiste, come può Dio perdonare? Come può un genitore perdonare un bambino colpevole, quando si lamenta costantemente della sua ingiustizia e della severità del suo governo? Questo stesso spirito è una nuova offesa e una nuova ragione per cui dovrebbe essere punito. Così mormora il peccatore risvegliato.

Si lamenta del governo di Dio come troppo severo; della sua legge, in quanto troppo severa; dei suoi rapporti, come duro e scortese. Si lamenta delle sue sofferenze, e pensa che siano del tutto al di là dei suoi meriti. Si lamenta delle dottrine della Bibbia come misteriose, incomprensibili e ingiuste. In questo stato come può essere perdonato? Dio spesso soffre il peccatore risvegliato, quindi, per rimanere sotto convinzione per il peccato, fino a quando non è disposto ad acconsentire a tutte le sue pretese, e di presentare senza lamentarsi; e poi, e non fino ad allora, estende il perdono allo spirito colpevole e turbato.

Per ora dormirò nella polvere - Sulla parola sonno, applicata alla morte, vedi le note a Giobbe 3:13. Il significato è che sarebbe morto presto. Egli insiste sulla brevità del tempo che gli è rimasto come ragione per alleggerire le sue afflizioni, e perché dovrebbe essere perdonato. Se Dio aveva qualcosa che poteva fare per lui, doveva essere fatto presto.

Ma è rimasto solo un breve periodo, e Giobbe sembra essere impaziente che tutta la sua vita se ne vada, e dovrebbe dormire nella polvere senza prove che i suoi peccati sono stati perdonati. Olimpiodoro, come citato da Rosenmuller, esprime il senso nel modo seguente: “Se dunque io sono così effimero (o momentaneo, πρόσκαιρος proskairos ) e odioso a morte, e devo morire dopo breve tempo, e non dovrò più sorgi come dal sonno, perché non permetti che il piccolo spazio della vita sia libero dal castigo?

E tu mi cercherai al mattino, ma io non sarò - Cioè, cercherai di trovarmi dopo che ho dormito nella polvere, come se aspettassi che mi svegliassi, ma non sarò trovato. Il mio sonno sarà perpetuo e non ritornerò più nella terra dei vivi. L'idea sembra essere che se Dio gli mostrasse qualche favore, dovrebbe essere fatto presto. La sua morte, che deve avvenire presto, toglierebbe al potere persino di Dio di mostrargli misericordia sulla terra, se si fosse arreso e fosse incline a favorirlo.

Sembra non dubitare che Dio sarebbe ancora disposto a mostrargli favore; che sarebbe incline a perdonarlo e ad alleviare la severità dei suoi rapporti con lui, ma dice che se fosse fatto dovrebbe essere fatto presto, e sembra temere che sarebbe ritardato così a lungo che non potrebbe essere fatto. La frase "al mattino" qui è usata con riferimento al sonno che aveva appena menzionato.

Dormiamo la notte e ci svegliamo e ci alziamo al mattino. Giobbe dice che non sarebbe così con lui nel sonno della morte. Non si sarebbe più svegliato; non si trovava più. - In questo capitolo c'è molto linguaggio di amara lamentela, e molto che non possiamo giustificare. Non dovrebbe essere preso come modello per il nostro linguaggio quando siamo afflitti, sebbene Giobbe possa aver espresso solo ciò che è passato attraverso il cuore di molti figli di Dio afflitti.

Non dovremmo giudicarlo severamente. Chiediamoci come avremmo fatto se fossimo stati in circostanze simili. Ricordiamo che aveva relativamente poche delle promesse che abbiamo per confortarci, e poche delle visioni elevate della verità come rese note dalla rivelazione, che dobbiamo sostenerci nella prova. Ringraziamo che quando soffriamo, promesse e consolazioni ci vengono incontro da ogni parte. La Bibbia è aperta davanti a noi, ricca di verità e luminosa di promesse.

Ricordiamo che la morte non è per noi così oscura e lugubre come lo era per i devoti al tempo dei patriarchi - e che la tomba non è ora per noi una dimora buia e fredda, cupa e senza conforto. Ai loro occhi, l'ombra della morte gettava un malinconico gelo su tutte le regioni dei morti; per noi la tomba è illuminata dalla speranza cristiana. L'impero della Morte è stato invaso e il suo potere è stato portato via.

La luce è stata sparsa intorno alla tomba, e la tomba per noi è la via per la vita immortale; la via sulla quale risplende la lampada della salvezza, alla gloria eterna. Non ci lamentiamo, dunque, quando siamo afflitti, come se la benedizione fosse tardata a lungo, o come se non potesse essere conferita se dovessimo morire presto. Se trattenuto qui, sarà impartito in un mondo migliore, e noi dovremmo essere disposti a sopportare le prove in questa breve vita, con la sicura promessa che Dio ci incontrerà e ci benedirà quando oltrepasseremo i confini della vita ed entreremo nel mondo di gloria.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Giobbe 7

1 INTRODUZIONE AL LAVORO 7

In questo capitolo Giobbe si difende in un discorso a Dio; come che aveva motivo di lamentarsi delle sue straordinarie afflizioni e di desiderare la morte; osservando il caso comune dell'umanità, che egli illustra con quello di un mercenario, Giobbe 7:1 ; e giustifica il suo ardente desiderio di morte con il servo e il mercenario; l'uno desiderava ardentemente l'ombra, e l'altro la ricompensa del suo lavoro, Giobbe 7:2 ; rappresentando il suo stato attuale come estremamente deplorevole, anche peggiore di quello del servo e del mercenario, poiché avevano riposo di notte, quando lui non ne aveva, ed erano liberi da dolore, mentre lui non lo era, Giobbe 7:3-5 ; prendendo atto della rapidità e della brevità dei suoi giorni, nei quali non aveva speranza di godere di alcun bene, Giobbe 7:6,7 ; e così pensò bene al suo caso; e piuttosto, poiché dopo la morte non poteva godere di alcun bene temporale: e quindi esserne privato mentre era in vita gli dava giusto motivo di lamentarsi, Giobbe 7:8-11 ; e poi si lamenta con Dio per averlo posto su di lui in modo così severo; non dandogli sollievo né notte né giorno, ma terrorizzandolo con sogni e visioni, che gli rendevano la vita sgradevole, e la morte più adatta di così, Giobbe 7:12-16 ; e rappresenta l'uomo come indegno della considerazione divina, e al di sotto del suo preavviso per concedergli favori, o per castigarlo per aver fatto del male, Giobbe 7:17,18 ; e ammettendo di aver peccato egli stesso, tuttavia avrebbe perdonato la sua iniquità, e non avrebbe dovuto pesare così duramente su di lui, e seguirlo con un'afflizione dopo l'altra senza interruzione, e fare di lui il calcio delle sue frecce; ma lo risparmino e lo lascino stare, o comunque lo tolgano dal mondo, Giobbe 7:19-21

Versetto 1. Non c'è forse un tempo fissato per l'uomo sulla terra?

C'è un tempo stabilito per la sua venuta nel mondo, per la sua permanenza in esso, e per la sua uscita da esso; questo è per l'uomo "sulla terra", rispetto al suo essere e dimorare qui, non nell'altro mondo o stato futuro: non in cielo; non c'è un tempo limitato per l'uomo lì, ma un'eternità; la vita in cui entrerà è eterna; l'abitazione, la dimora e la casa in cui abiterà sono eterni; i santi saranno per sempre con Cristo, alla cui presenza sono piaceri per sempre, né all'inferno; il castigo sarà eterno, il fuoco sarà inestinguibile ed eterno, il fumo dei tormenti dei dannati salirà per i secoli dei secoli; ma i giorni e il tempo degli uomini sulla terra non sono che un'ombra, e presto se ne sono andati; essi sono della terra, terreni, e vi ritornano in un tempo stabilito e stabilito, un tempo i cui confini non possono essere oltrepassati: questo è vero per l'umanità in generale, e per Giobbe in particolare; vedi Giobbe 14:1,5,14; Ecclesiaste 3:1,2 ; la parola "Enosh", qui usata, significa, come si osserva comunemente, un uomo fragile, debole, mortale; il signor Broughton lo rende "uomo addolorato"; come ogni uomo più o meno lo è; anche un uomo di dolore, e familiare con i dolori, è accompagnato da loro, ne ha un'esperienza: questa è la sorte comune dell'umanità; e se qualcosa di più dell'ordinario viene inflitto su di loro, non sono in grado di sopportarlo; e a questi dolori la morte al tempo stabilito pone fine, il che lo rende desiderabile; ora, vedendo che c'è un tempo stabilito per la vita di ogni uomo sulla terra, e c'era per quella di Giobbe, di cui era ben sicuro; e, da ogni apparenza delle cose, e dai sintomi che aveva addosso, questo momento era vicino; perciò non si doveva pensare che fosse una cosa criminale in lui, considerando le sue straordinarie afflizioni e che erano intollerabili, che desiderasse così ardentemente che fosse venuto il momento; anche se nei suoi pensieri più seri decise di aspettare: alcuni rendono le parole: "Non c'è forse una guerra per gli uomini sulla terra?" la parola è resa così altrove, in particolare in Isaia 40:2 ; lo stato di ogni uomo sulla terra è uno stato di guerra; questo è spesso detto dai filosofi stoici; così è anche quello degli uomini naturali e non rigenerati, che sono spesso impegnati in guerra l'uno con l'altro, che sorgono dalle concupiscenze che combattono nelle loro membra; e specialmente con il popolo di Dio, la progenie della donna, fra la quale e la progenie del serpente c'è stata inimicizia fin dal principio; e con se stessi, con i problemi della vita, le malattie del corpo e le varie afflizioni con cui devono combattere e lottare: e più specialmente la vita degli uomini buoni qui è uno stato di guerra, non solo dei ministri della parola, o delle persone in ufficio pubblico, ma dei credenti privati; che sono buoni soldati di Cristo, si offrono volontari al suo servizio, combattono sotto le sue bandiere e si comportano come uomini; questi hanno molti nemici con cui combattere; alcuni dentro, le corruzioni dei cuori, che combattono contro lo spirito e la legge delle loro menti, che formano una compagnia di due eserciti nel combattere l'uno contro l'altro; e altri senza, come Satana e i suoi principati e potenze, gli uomini del mondo, falsi maestri e simili: e questi sono adeguatamente equipaggiati per tale servizio, avendo l'intera armatura di Dio fornita per loro; e hanno grande incoraggiamento a comportarsi virilmente, poiché possono essere sicuri della vittoria e di avere la corona della giustizia, quando hanno combattuto la buona battaglia di anche se non sono che uomini fragili, deboli, mortali, peccatori, ma carne e sangue, e quindi non possono competere con i loro nemici; ma lo sono più che mai perché il Signore è dalla loro parte, Cristo è il Capitano della loro salvezza e lo Spirito di Dio è in loro più grande di colui che è nel mondo; e d'altronde, è solo sulla terra che questa guerra è, e sarà presto compiuta, e l'ultimo nemico è la morte che sarà distrutta: ora essendo questo il caso comune dell'uomo, essere infastidito dai nemici, e sempre in guerra con loro, se, oltre a questo, gli capitano afflizioni non comuni, come nel caso di Giobbe, ciò deve rendere la vita pesante, e la morte, che è una liberazione da loro, desiderabile; questo è il suo argomento: alcuni scelgono di rendere le parole: "non c'è forse una condizione servile per gli uomini sulla terra" la parola è usata per il ministero e il servizio dei Leviti, Numeri 4:3,4 ; tutti gli uomini per creazione sono o dovrebbero essere i servi di Dio; gli uomini buoni lo sono per la grazia di Dio, e volentieri e allegramente lo servono; e sebbene la grande opera di salvezza sia compiuta da Cristo per loro, e l'opera di grazia sia compiuta dallo Spirito di Cristo in loro, tuttavia essi hanno un'opera da compiere ai loro giorni e alla loro generazione nel mondo, nelle loro famiglie e nella casa di Dio; e che, sebbene deboli e deboli in se stessi, sono capaci di fare, per mezzo di Cristo, del suo Spirito, della sua potenza e della sua grazia: e questo è solo sulla terra; Nella tomba non c'è lavoro, né artificio, né conoscenza; quando viene la notte della morte, nessuno può lavorare; il suo servizio, specialmente il suo servizio faticoso, è alla fine; e siccome è naturale che i servi desiderino la notte, quando le loro fatiche finiscono, Giobbe pensò che non fosse illecito in lui desiderare la morte, che avrebbe posto fine alle sue fatiche e fatiche, e quando avrebbe avuto riposo da esse:

[Non sono] anche i suoi giorni come i giorni di giorno in cui si prende il conto? il tempo per il quale un servo viene assunto, che sia per un giorno o per un anno, o più, è un tempo prestabilito; è fissato, stabilito e determinato nell'accordo, e così sono i giorni della vita dell'uomo sulla terra; e i giorni di un mercenario sono pochi al massimo, il tempo per il quale è assunto non è che e come i giorni di un mercenario sono giorni di fatica, di fatica e di dolore, così i giorni degli uomini sono malvagi come pochi; i suoi pochi giorni sono pieni di guai, Genesi 47:9 Giobbe 14:1 ; tutto questo e ciò che segue è detto a Dio, e non ai suoi amici, come appare da Giobbe 7:7,8,14,17-21

2 Versetto 2. Come un servo desidera ardentemente l'ombra,

O l'ombra di qualche grande roccia, albero o siepe, o qualsiasi luogo ombreggiato per ripararlo dal calore del sole a metà giorno, che in quei paesi orientali è caldo e torrido; ed è molto gravoso e faticoso per i servi e gli operai lavorare nei campi e nelle vigne, o mantenere mandrie e greggi in tali paesi, e a quell'ora del giorno; a cui l'allusione è in Cantici 1:7; Isaia 25:4; 32:2; Matteo 20:12. Perciò essi "rimangono a bocca aperta" o "ansimano" per un luogo ombreggiato per rifocillarsi, come significa la parola usata; o per l'ombra della sera, o per il tramonto del sole, quando viene proiettata l'ombra più lunga, Geremia 6:4 ; e quando il lavoro di un servo è terminato, ed egli si ritira nella sua casa per ristorarsi e riposarsi. e poiché ora una tale ombra in entrambi i sensi è desiderabile, e non è illecito desiderare, Giobbe suggerisce che non si debba accusare di delitto in lui, che egli desideri insistentemente di essere nell'ombra della morte, o nella tomba, dove riposano gli stanchi; o che gli venisse addosso la notte, quando cessasse da tutte le sue fatiche e fatiche, dolori e pene.

e come un mercenario attende [la ricompensa della] sua opera; o "per il suo lavoro"; o per un nuovo lavoro, ciò che gli era stato prefissato, o piuttosto per il suo completamento, affinché potesse avere riposo da esso; o per la ricompensa, il salario che gli era dovuto al momento del suo compimento; così Giobbe lascia intendere che desiderava la morte con la stessa visione, per poter cessare dalle sue opere, che dovrebbe seguirlo, e quando dovrebbe avere la ricompensa dell'eredità, non in modo di debito, ma di grazia: né in verità è peccato guardare o avere rispetto per la ricompensa della ricompensa, per impegnarsi a svolgere il servizio più allegramente, o sopportare le sofferenze con più pazienza, vedi Ebrei 11:26 ; poiché sebbene il mercenario sia l'emblema di una persona ipocrita, che lavora per la vita, e la aspetta come ricompensa del suo lavoro, e dei falsi maestri e dei cattivi pastori, che si prendono cura del gregge per amore del sudicio guadagno, vedi Luca 15:19 Giovanni 10:12 ; eppure l'assunzione è talvolta usata, in senso buono, per uomini buoni, che sono assunti e allettati da graziose promesse e incoraggiamenti divini a lavorare nella vigna del Signore, e possono aspettarsi la loro ricompensa; vedi Matteo 20:1,2,8

3 Versetto 3. Così sono fatto per possedere mesi di vanità,

Questa non è una reddition o un'applicazione delle similitudini di cui sopra del servo e del mercenario, Giobbe 7:1,2 ; perché ciò deve essere compreso, e deve essere fornito alla fine di Giobbe 7:2 ; che come coloro che aspettavano l'ombra e il pagamento del salario, così Giobbe aspettava e desiderava ardentemente la morte, o di essere rimosso dal mondo; inoltre, le cose qui istanziate non rispondono; perché Giobbe, invece di avere l'ombra ristoratrice, aveva mesi di vanità, e invece di riposare dalle sue fatiche non aveva altro che notti noiose e continui sballottamenti avanti e indietro; mentre il sonno di un uomo che lavora gli è dolce; e avendo faticato tutto il giorno, la notte è per lui un tempo di riposo; ma così non fu per Giobbe; per cui questo "così" si riferisce allo stato e alla condizione comune del genere umano, in cui si trovava Giobbe, con l'aggiunta di afflizioni straordinarie su di lui: il tempo delle sue afflizioni, sebbene breve, sembrava lungo, e quindi è espresso in mesi; e sarebbero potuti passare alcuni mesi dal momento in cui cominciarono le sue calamità a oggi; poiché doveva passare un po' di tempo prima che i suoi amici sentissero parlare di loro, e ancora di più prima che potessero riunirsi e mettersi d'accordo sulla loro venuta, e fossero effettivamente venuti da lui; come anche un po' di tempo lo si trascorreva in silenzio, e ora in conversazione con lui; gli ebrei li fanno essere dodici mesi: e questi mesi erano "mesi di vanità", o "vuoti" ; come i mesi invernali, vuoti di ogni gioia, pace e conforto; momenti in cui non aveva piacere, non aveva agio né corpo né mente; privo delle cose buone della vita, della presenza di Dio e della comunione con lui; e pieno di angoscia, tristezza e angoscia: e questi gli furono "dati in eredità"; erano la sua sorte e la sua parte, che ricevette in eredità dai suoi genitori, in conseguenza del peccato originale, la fonte di tutte le tribolazioni e le miserie della vita umana, in comune con gli altri uomini; e che gli furono assegnate dal suo Padre celeste, secondo la sua volontà e il suo compiacimento sovrani, poiché tutte le afflizioni del popolo del Signore sono l'eredità lasciatagli dal Padre e l'eredità del Redentore,

e mi sono state assegnate notti noiose; uno dopo l'altro, in successione; in cui non poteva dormire né riposare, a causa del dolore del corpo e dell'angoscia della mente; e così divenne più stanco, attraverso lunghi sdraiati e rigirandosi avanti e indietro, tra gemiti e lacrime, e molta veglia; e questi furono preparati per lui secondo i propositi di Dio, e a lui assegnati nei suoi consigli e decreti; vedi Giobbe 23:14 ; o "prepararono" o "nominarono"; cioè, "Elohim", le tre Persone Divine.

4 Versetto 4. Quando mi corico, dico, quando mi alzerò,

O, "allora dico", ecc.; cioè, non appena si sdraiò nel suo letto, e si sforzò di ricomporsi per dormire, per riposarsi e rifocillarsi; poi disse dentro di sé, o con voce articolata, a coloro che gli stavano intorno, che sedevano accanto a lui; oh se fosse ora di alzarsi; quando sarà mattina, perché io possa alzarmi dal mio letto, che non mi serve in alcun modo, ma anzi aumenta la stanchezza?

E la notte se n'è andata? e il giorno spuntava e spuntava; o "la notte" o "la sera sia misurata", come al margine, o "misura se stessa"; o che "egli", cioè Dio, o "esso", il mio cuore, "misura la sera", o "notte"; la allunga fino al suo tempo pieno: a una persona scomposta, che non riesce a dormire, la notte sembra lunga; tali contano ogni ora, dicono a ogni orologio che batte, e desiderano vedere il peep del giorno; questi sono coloro che vegliano per il mattino, Salmi 130:6 ;

e io sono pieno di sbalzi qua e là fino all'alba del giorno; o, "fino al crepuscolo"; il crepuscolo mattutino; anche se alcuni lo comprendono al crepuscolo o alla sera del giorno successivo, vedi 1Samuele 30:17 ; e interpretare "il rigirarsi avanti e indietro" delle fatiche e delle fatiche della giornata, e dei dolori e delle miserie di essa, prolungate fino alla vigilia del giorno seguente; ma piuttosto devono essere compresi o i tumulti della sua mente, i suoi pensieri angosciati e perplessi dentro di lui di cui era pieno; o dei ribalzi del suo corpo, del suo frequente girarsi sul letto, da una parte all'altra, per calmarlo; E di questi era "saziato" o "sazio"; ne aveva abbastanza e troppo; ne era sazio e sazio, come un uomo lo è del mangiare troppo, come significa la parola

5 Versetto 5. La mia carne è rivestita di vermi e zolle di polvere,

Non come sarebbe stato alla morte, e nella tomba, come Schmidt la interpreta, quando sarebbe stato mangiato con i vermi e ridotto in polvere; ma come era allora, le sue ulcere generavano vermi, o pidocchi, come alcuni; questi si diffusero sul suo corpo: alcuni pensano che fosse la malattia vermicolare o peduncolare che era su di lui, e le croste di esse, che erano dappertutto su di lui come una crosta continua, erano per lui come un mantello; o quelle sue piaghe, che scorrevano di materia purulenta, e lui seduto e rotolandosi nella polvere e nella cenere, e questa umidità mescolandosi con essa, e coagulata insieme, formava zolle di polvere, che lo coprivano dappertutto; uno spettacolo lugubre a vedersi! un santo prezioso in un corpo vile!

la mia pelle è spezzata, con foruncoli e ulcere in tutte le parti, ed era riarsa e spaccata dal calore e dalla loro rottura.

e divenire ripugnante; a se stesso e agli altri; estremamente nauseante ed estremamente sgradevole sia alla vista che all'olfatto: o "liquefatto"; inumidito con materia corrotta che sgorga dalle ulcere in tutte le parti del suo corpo; la parola in arabo significa una ferita grande, larga e aperta, come ha osservato un uomo istruito ; ed è come se dicesse: "chiunque osservi tutto questo, Questo lungo periodo di angoscia, notte e giorno, e quale figura sconvolgente egli fosse, come qui rappresentato, poteva biasimarlo per aver desiderato la morte nel modo più appassionato?

6 Versetto 6. I miei giorni sono più veloci della spola di un tessitore,

Che si muove molto rapidamente, essendo gettato sempre più velocemente avanti e indietro; alcune versioni lo rendono "un corridore" uno che corre una corsa a piedi, o cavalca a cavallo, in accordo con Giobbe 9:25 ; dove, e in Giobbe 7:7 ; ad esso, altre similitudini sono usate, per esporre la rapidità e la rapidità dei giorni dell'uomo; come sono anche rappresentate altrove, rapido come un racconto raccontato, una parola espressa o un pensiero concepito, Salmi 90:9 ; e così qui, dalla Settanta, si dice che sia "più veloce della parola", anche se tradotto erroneamente: questo deve essere inteso, non dei suoi giorni di afflizione, angoscia e dolore; perché questi, nella sua apprensione, si muovevano lentamente, e avrebbe potuto essere contento che fossero andati più in fretta; ma o i suoi giorni in comune, o particolarmente i suoi giorni di prosperità e di piacere, questi finirono presto per lui; e che a volte desiderava di nuovo, vedi Giobbe 29:1-5 ;

e sono spesi senza speranza; non senza speranza di felicità in un altro mondo, ma senza speranza di essere restituito alla sua felicità esteriore in questo; di cui Elifaz gli aveva dato un po', ma non aveva alcuna speranza al riguardo; vedi Giobbe 5:24-26 6:11,19 19:10

7 Versetto 7. Oh ricordati che la mia vita [è] vento,

La vita dell'uomo è nel suo respiro, e quel respiro è nelle sue narici, e quindi non si deve rendere conto, né su cui si può fare affidamento; l'uomo appare con ciò come una povera creatura fragile, la cui vita, rispetto a se stesso, è molto precaria e incerta; non è che come un "vapore", una bolla d'aria, pieno di vento, si rompe e si dissipa facilmente, e presto svanisce; è come il "vento", rumoroso e impetuoso, pieno di agitazione e tumulto, e, così, passa rapidamente e spazza via, e non ritorna più: questo è un discorso a Dio; e così alcuni lo forniscono, "O Dio", o "O Signore, ricorda", ecc. non che l'oblio sia in Dio, o che abbia bisogno di essere ricordato di qualcosa; ma può sembrare che dimentichi la fragilità dell'uomo quando pone la mano pesante su di lui; e si può dire che se ne ricordi quando misericordiosamente se la toglie: ciò per cui Giobbe qui prega, il Signore lo fa spesso, come fece nei confronti degli Israeliti, Salmi 78:39 ;

Il mio occhio non vedrà più il bene, non cioè il bene spirituale ed eterno, qui e nell'aldilà; egli sapeva che, dopo questa vita, avrebbe visto il suo Redentore vivente anche con gli occhi del suo corpo, quando fosse risuscitato, che lo avrebbe visto così com'è, non attraverso uno specchio, in modo oscuro, ma faccia a faccia, in tutta la sua gloria; e ciò per se stesso, e non un altro, e persino vedere e godere di cose che non aveva mai visto prima: ma il suo senso è che non dovrebbe vedere o godere più del bene temporale; o in questo mondo, essendo senza speranza di nessuna, o nella tomba, dove stava andando e sarebbe stato presto; e quindi supplica che gli si mostri un po' di misericordia mentre era in vita; a questo senso inclinano le seguenti parole

8 Versetto 8. L'occhio di chi mi ha visto non mi vedrà più,

O "l'occhio della vista"; l'occhio che vede, l'occhio più acuto e più acuto; così il signor Broughton lo rende "l'occhio vivo": questo deve essere inteso come "dopo" la morte, che allora l'occhio più acuto non lo vedesse, sarebbe fuori dalla sua portata; il che deve essere preso con una limitazione; perché gli uomini dopo la morte sono visti dagli occhi del Dio onnisciente. le loro anime, siano esse in cielo o all'inferno, e i loro corpi nella tomba; e in quanto agli uomini buoni, come Giobbe, sono subito con lui alla sua immediata presenza, contemplando e contemplando da lui; e sono visti dagli angeli, la cui cura e responsabilità le loro anime diventano immediatamente dopo la morte, e sono portati da loro in cielo, dove sono loro compagni di adorazione; e sono visti da santi glorificati, alla cui compagnia sono uniti; poiché se il ricco nell'inferno poteva vedere Abramo e Lazzaro nel suo seno, Luca 16:23, allora molto più i santi si vedono l'un l'altro: ma il significato è che quando un uomo è morto, non è più visto dagli uomini sulla terra, dai suoi parenti, amici e conoscenti; la cui considerazione è un colpo tagliente alla separazione, vedi Atti 20:25,38 ; lo stato dei morti è uno stato invisibile, e quindi chiamato in lingua greca "Ade", "invisibile"; così i morti rimarranno, rispetto agli abitanti di questo mondo, fino alla risurrezione, e poi vedranno e saranno visti di nuovo negli stessi corpi che hanno ora; poiché questa non è una negazione della risurrezione dei morti, come alcuni scrittori ebrei accusano Giobbe, e deducono da questo e da alcuni passaggi seguenti:

i tuoi occhi sono su di me, e io non sono; sono un uomo morto, una frase che esprime la morte, e di essere nello stato dei morti, o comunque di non essere più in questo mondo, vedi Genesi 5:24 42:36 Geremia 31:15 ; non che i morti siano nullità, o siano ridotti a nulla; Questo non è vero per loro, né per quanto riguarda l'anima né il corpo; le loro anime sono immateriali e immorali, ed esistono in uno stato separato dopo la morte, e i loro corpi, sebbene ridotti in polvere, non sono annientati; ritornano alla terra e alla polvere, da dove sono venuti; ma sono ancora qualcosa, sono terra e polvere, a meno che non si possa pensare che queste non siano nulla; e questa polvere è curata e conservata, e sarà raccolta, e modellata, e incorniciata, e modellata di nuovo in corpi, che dureranno per sempre: né il significato è che non sono in nessun luogo; gli spiriti dei giusti resi perfetti sono in cielo, in paradiso, in uno stato di vita, di immortalità e di beatitudine; e le anime degli empi sono al loro posto, nella prigione dell'inferno, riservate con i diavoli, al giudizio del gran giorno; e i corpi di entrambi sono nei sepolcri fino al giorno della risurrezione; ma non sono, e non più, nella terra dei viventi, nelle loro case e famiglie, nelle loro botteghe e affari, e luoghi di commercio e mercanzie, o nella casa di Dio che lo serve lì, secondo le loro diverse condizioni. E questo Giobbe attribuisce a Dio: "I tuoi occhi [sono] su di me": non intendendo i suoi occhi di amore, favore e benignità, che avevano rispetto per lui; eppure, nonostante ciò, come non lo proteggeva dalle afflizioni, così non lo avrebbe fatto nemmeno dalla morte stessa; poiché "sebbene [i suoi] occhi [fossero] su [lui]" in tale senso, tuttavia "non sarebbe", o dovrebbe morire; ma piuttosto i suoi occhi adirati, le sopracciglia del suo volto, che ora erano su di lui, e potevano essere discernite nelle dispensazioni della sua provvidenza verso di lui, a causa delle quali "non era" come prima, non adatto a nulla, come lo intende Sephorno; o se lo guardasse accigliato, uno sguardo adirato lo farebbe sprofondare nello stato di morto, e non dovrebbe più essere colui che "guarda la terra ed essa trema", Salmi 104:32. Il signor Broughton lo rende come una supplica: "Sia su di me il tuo sguardo, affinché io non sia più"; cioè, lasciami morire, la stessa richiesta che fece in Giobbe 6:8,9 ; ma sembra meglio interpretarlo o gli occhi dell'onnipresenza e della provvidenza di Dio, che sono sugli uomini in ogni stato e luogo; e il senso è, o come concessione, che sebbene gli occhi degli uomini non lo vedano dopo la morte, tuttavia gli occhi di Dio sarebbero su di lui quando non lo era, o nello stato del demone; oppure, che se egli differisse a lungo dal fargli del bene, sarebbe troppo tardi, morirebbe presto, e allora, anche se avesse cura di lui e lo cercasse, non sarebbe nella terra dei viventi, come dice Giobbe 7:21 ; o questo può denotare la subitaneità della morte, che giunge a un uomo in un attimo, come osserva Bar Tzemach, in un batter d'occhio; anzi, non appena l'occhio di Dio è su un uomo, cioè non appena quasi un uomo appare nel mondo, e l'occhio della Divina Provvidenza è su di lui, egli ne è di nuovo fuori, e non è più; vedi Ecclesiaste 3:2

9 Versetto 9. [Come] la nuvola si consuma e svanisce,

Che essendo dispersa dal vento, o spezzata dal sole, non si vede mai, o ritorna più; infatti, sebbene il saggio parli di nuvole che ritornano dopo la pioggia, ciò non si deve intendere delle stesse nuvole, ma di quelle successive, Ecclesiaste 12:2 ; così il perdono del peccato è espresso dalla stessa metafora, per mostrare che il peccato in tal modo non è più, non può più essere visto o ricordato, Isaia 43:25; 44:22 ; il Targum lo rende "come fumo", con cui si esprime la brevità e il consumo delle giornate degli uomini, Salmi 102:3 ; Ma con la similitudine di una nuvola qui non è tanto progettata l'improvvisa scomparsa della vita quanto l'irrevocabilità di essa quando se ne va, come mostra il Reddition o l'applicazione seguente:

così chi scende nella tomba non risalirà [più]; la tomba è la casa o la lunga dimora in cui tutti devono andare, essendo l'ordine di Dio che tutti muoiano, o siano nello stato di morti; che si intende per tomba, poiché non tutti sono sepolti nella terra; e questo, come qui, è spesso espresso, come se fosse l'atto dell'uomo ad essere portato qui; e quando progetta una sepoltura nella terra, è con grande proprietà chiamata discesa; e comunque sia, tuttavia lo stato dei morti è uno stato di umiliazione, una discesa da tutta la grandezza, l'onore e la gloria dello stato presente, che sono tutti deposti nella polvere; e quando questo è il caso dell'uomo, egli non ne esce più, cioè da se stesso, con la propria potenza; nessuno tranne Cristo, che è Dio al di sopra di tutti, ha mai fatto questo; o nessuno naturalmente, o per le leggi della natura, perché notare a corto di potere onnipotente può effettuare questo; deve essere fatto in modo straordinario, ed è niente di meno che un'operazione miracolosa; né ciò sarà fatto fino alla risurrezione generale dei giusti e degli ingiusti, quando tutti quelli che sono nelle loro tombe verranno fuori, l'uno per la risurrezione della vita e l'altro per la risurrezione della dannazione; eccettuati in alcuni rari casi, come figlio della Sunamita, 2Re 4:32-35 ; l'uomo che toccò le ossa del profeta Eliseo, 2Re 13:21 ; la figlia di Giairo, Marco 5:41,42 ; la vedova del figlio di Nain, Luca 7:14,15 ; Lazzaro, Giovanni 11:43,44 ; e quelli che sono risuscitati alla risurrezione del nostro Signore, Matteo 27:53 ; questo è ulteriormente spiegato in Giobbe 7:10

10 Versetto 10. Non tornerà più a casa sua,

In senso letterale, costruito o noleggiato da lui, o comunque in cui dimorasse; e se è un uomo buono, non avrà più alcun desiderio di tornare a quello, avendo una casa migliore, una casa non fatta da mano d'uomo, eterna nei cieli; o, in senso figurato, o il suo corpo, la casa terrena del suo tabernacolo, una casa d'argilla, che ha le sue fondamenta nella polvere; a questo non tornerà fino alla risurrezione, quando sarà riedificato e attrezzato per accoglierlo e sistemarlo meglio; oppure la sua famiglia, dalla quale non tornerà mai più, per avere alcuna preoccupazione con loro negli affari domestici, o in parte degli affari della vita, come Davide disse di suo figlio quando morì: "Andrò da lui, ma egli non tornerà da me", 2Samuele 12:23 ;

né il suo luogo lo riconoscerà più; il luogo del suo ufficio, o piuttosto della sua abitazione; la sua casa di abitazione, le sue fattorie e i suoi campi, le sue proprietà e i suoi possedimenti, non lo conosceranno, non lo possederanno e non lo riconosceranno più come loro padrone, proprietario e possessore, questi, venendo alla sua morte in altre mani, che ora sono considerati tali; o gli abitanti del luogo, del paese, della città, del paese, del villaggio e della casa in cui abitava non lo conosceranno più; non si vedrà più tra loro, sarà presto dimenticato; lontano dagli occhi, lontano dal cuore

11 Versetto 11. Perciò non tratterrò la mia bocca,

Dal parlare e dal lamentarsi, vedendo che, oltre alla comune sorte dell'umanità, che è uno stato di guerra, di dolore e di angoscia, ed è quanto un uomo può ben affrontare, mi sono imposte afflizioni straordinarie, che rendono la vita insopportabile; e visto che non godo di alcun bene in questa vita presente, e che tra poco andrò dove non c'è da aspettarsi alcun bene temporale, e non tornerò mai più in questo mondo per goderne; perciò non tacerò, e non dirò liberamente il mio pensiero, e di pronunciare il mio giusto lamento, per il quale penso di avere ragione sufficiente: o "anch'io non tratterrò la mia bocca"; a mia volta, come giusta rappresaglia, così Jarchi; poiché Dio non tratterrà la sua mano da me, non tratterrò la mia bocca dal parlare di lui, poiché egli non mostra pietà verso di me, Pronuncerò le mie miserabili lamentele e non le terrò per me; questa fu l'infermità di Giobbe quando avrebbe dovuto tacere, come Aronne, ed essere muto e silenzioso come Davide, e stare fermo, e conoscere, possedere e riconoscere la sovranità di Dio, e non sfogarsi nella passione come fece:

Parlerò nell'angoscia del mio spirito; o "nella ristrettezza di esso"; era circondato da ogni parte dall'angoscia, i dolori della morte lo circondavano, e le pene dell'inferno si impadronivano di lui; era come uno rinchiuso in un luogo angusto, in una stretta prigionia, da cui non poteva uscire, e da cui non poteva uscire; e sentiva non solo squisiti dolori del corpo dalle sue foruncoli e piaghe, ma grande angoscia dell'anima; e perciò decide di parlare in e "di" tutto questo, per dare sfogo al suo dolore e al suo dolore, alla sua passione e al suo risentimento:

Mi lamenterò nell'amarezza della mia anima; le sue afflizioni erano come le acque di Mara, amare, molto gravi e sgradevoli alla carne e al sangue, e dalle quali la sua vita e la sua anima erano amareggiate per lui; e in [ f] e di [f] questo decide di lamentarsi, o di pronunciare in modo lamentoso ciò su cui aveva meditato, come significa la parola ; così che questa non era un'azione precipitosa e precipitosa, ma ciò che dopo aver deliberato ha deciso di fare; riversare il suo lamento davanti a Dio, e lasciarlo a lui, in modo sottomesso, non sarebbe stato male, ma se si lamentava di Dio e della sua provvidenza, era sbagliato: "Perché un uomo vivente dovrebbe lamentarsi?" nemmeno un uomo malvagio, della "punizione del suo peccato", e tanto meno un uomo buono di castighi paterni? Vediamo che cos'è la volontà dell'uomo, che cosa ostinata e ostinata è: "Voglio, voglio, voglio", anche di un uomo buono quando è lasciato a se stesso, e non nell'esercizio della grazia, e sotto l'influenza di essa; Segue la denuncia, a titolo di esposizione

12 Versetto 12. Sono un mare, o una balena,

Come il mare irrequieto, al quale sono paragonati peccatori molto malvagi, dissoluti e abbandonati, che gettano continuamente il fango e la sporcizia del peccato e della malvagità; sono forse uno di questi? o come il mare in tempesta, le sue acque orgogliose e le sue onde spumeggianti, a cui sono paragonati feroci e furiosi persecutori e tirannici oppressori; Mi sono comportato in questo modo verso i poveri e gli afflitti nel tempo della prosperità? Anzi, non sono stato io il contrario di tutto questo, benigno e gentile con loro, ho preso le loro parti e li ho liberati dalle mani di coloro che li opprimevano? vedi Giobbe 29:12-17 ; o come le sue onde agitate, che tentano di superare i limiti che sono loro imposti; sono io uno che ha trasgredito le leggi di Dio e poi, che sono poste come confini per frenare il peggiore degli uomini? e sono forse io una balena, o come un grande pesce nell'oceano, un drago nel mare, un leviatano, un serpente penetrante e tortuoso? un emblema di principi crudeli, come i re d'Egitto e d'Assiria, o anticristo, Isaia 27:1 ; vedi Salmi 74:13,14. Il Targum è,

"Come gli Egiziani furono condannati ad essere annegati nel Mar Rosso, sono forse io condannato? o come il faraone, che in mezzo a tutto questo è stato soffocato per il suo peccato, dal momento che tu hai posto la guardia su di me?"

o, come un altro Targum,

"Sono forse io come il grande mare, che si muove fino alle estremità, o il leviatano, che è pronto per essere preso?"

oppure il senso è: ho la forza del mare, che sussiste, nonostante le sue onde si surriscaldino continuamente, e che porta su di sé vascelli così potenti, e travolgerebbe tutto ciò che gli si para davanti, se non fosse trattenuto? O di una balena, il leviatano, le cui scaglie di carne sono unite insieme, e il suo cuore fermo come una pietra, e duro come un pezzo di macina inferiore, e ride della lancia, della spada e del dardo? no, non l'ho fatto; Sono una povera, debole e debole creatura, le cui forze sono completamente esaurite e non sono in grado di sopportare su di me il peso delle catene e dei ceppi delle afflizioni; o piuttosto la cosa principale di cui ci si lamenta, e che egli illustra con queste metafore, è che egli fu legato con le corde delle afflizioni, e circondato da fiele e travaglio, e circondato da ciò, che non poté uscirne, come dice la chiesa, Lamentazioni 3:5,7 ; o non potesse essere liberato dai suoi dolori con la morte, o in altro modo; proprio come il mare è chiuso da sbarre e porte, che le sue onde possono arrivare fino a qui e non oltre; e come la balena è confinata nell'oceano, o circondata da navi e uomini armati in esse, quando sta per essere catturata; e così fu per Giobbe, e di questo si lamenta:

che tu mi guardi come una guardia? che Jarchi e altri capiscono di Satana; e sebbene nelle sue mani, non gli fu permesso di togliergli la vita; ma oltre a lui si possono intendere tutte le sue afflizioni, calamità e angosce, in cui giaceva incatenato e legato, in cui era rinchiuso come in una prigione, e da cui era sorvegliato e custodito; e da cui non poteva sfuggire, né ottenere una liberazione

13 Versetto 13. Quando dico: il mio letto mi conforterà,

Quando pensò dentro di sé che si sarebbe sdraiato sul letto e avrebbe cercato di dormire un po', che potesse confortarlo e ristorarlo, e che si ripromise di ottenere in questo modo, come aveva già avuto esperienza in precedenza:

il mio giaciglio allevierà il mio lamento; Concluse che, sdraiandosi sul suo divano e addormentandosi, avrebbe dato un po' di sollievo al corpo e alla mente; che il suo corpo sarebbe stato, almeno, per un po' di tempo libero dal dolore, e la sua mente composta, e avrebbe cessato di lamentarsi per un po'; il quale intervallo sarebbe stato per lui un sollievo e di notevole utilità. Alcuni lo rendono "il mio giaciglio brucerà"; sia tutto in fiamme, e mi torturi invece di darmi sollievo; e così può avere rispetto per le sue ulcere ardenti

14 Versetto 14. Allora mi spaventerai con i sogni,

Non con sogni e visioni che gli venivano raccontati, come lo furono da Elifaz, Giobbe 4:13 ; ma con i sogni egli stesso sognava; e che poteva derivare dalla forza del suo cimurro e dal dolore del suo corpo, per cui il suo sonno era rotto, la sua immaginazione turbata e la sua fantasia vagabonda, che lo portava a oggetti che gli sembravano molto terribili e spaventosi; o per un'indole malinconica che le sue afflizioni gli avevano procurato; e quindi nei suoi sogni aveva tristi apprensioni per cose molto angoscianti e terrificanti; o da Satana, nelle cui mani si trovava, e a cui era permesso di affliggerlo e disturbarlo in tali momenti; tutto ciò che egli attribuisce a Dio, perché ha permesso che fosse così: e ora questi sogni non solo impedivano un sonno profondo, e di ottenere da lì quel sollievo e quel ristoro che sperava, ma erano anche spaventosi e spaventosi per lui, così che invece di essere il migliore per il suo letto e il suo giaciglio, era il peggiore; questi sogni si aggiunsero alle sue afflizioni, e in essi soffrì molto, come si dice che abbia fatto la moglie di Pilato, Matteo 27:19 ;

e mi terrorizza con le visioni; spettri, apparizioni e cose simili, che si presentavano alla sua fantasia, mentre dormiva e sognava, il che lo riempiva di terrore e lo angosciava dolorosamente, così che non poteva riceverne alcun beneficio, ma piuttosto era più affaticato e indebolito

15 Versetto 15. così che l'anima mia sceglie di strangolare,

Non per strangolarsi, come fece Ahitofel, o per essere strangolato da altri, essendo questa una specie di morte inflitta ai trasgressori capitali; ma piuttosto, come dice il signor Broughton, "essere soffocato a morte" da qualsiasi cimurro e malattia, poiché alcuni sono di natura soffocante, come un catarro, un quinsy, ecc. e uccidere in quel modo; e in verità la morte, in qualsiasi modo, è l'arresto del respiro di un uomo; ed è stata la morte che Giobbe ha scelto, sia in che modo sia così, naturale o violenta che fosse; tanto era stanco della vita a causa delle sue dolorose e pesanti afflizioni:

[e] la morte piuttosto che la mia vita; o, delle mie ossa [i]; che sono le parti più solide del corpo, e il sostegno di esso, e sono messe per tutto e per la sua vita; o di queste sue ossa, che erano piene di forte dolore, e che non avevano altro che pelle su di loro, e che erano rotte e coperte di vermi, marciume e polvere; la versione latina della Vulgata lo rende, e le mie ossa morte; cioè, ha desiderato e scelto la morte, essendo così pieno di dolore, vedi Salmi 35:10

16 Versetto 16. Lo detesto,

O "loro", o la sua vita, che era una stanchezza per lui, o le sue ossa, che erano così dolorose e nauseanti; o piuttosto, "Sono diventato ripugnante" per lui, per i suoi servi e per i suoi amici, e persino il suo respiro era strano per sua moglie; o "essendo ulcerato, mi struggo e mi deperisco", e naturalmente deve scomparire rapidamente:

Non vivrei per sempre; nessun uomo può o vuole; non c'è uomo che viva se non quello che vedrà la morte, Salmi 89:48 ; Giobbe lo sapeva, né se lo aspettava né lo desiderava; e questo non era il suo significato, ma che desiderava di non poter vivere a lungo, o fino al termine della vita dell'uomo, sì, di poter morire rapidamente; e in verità per un uomo buono morire è un guadagno; e andarsene dal mondo, ed essere con Cristo, è molto meglio che continuare in esso. E se Giobbe si fosse espresso senza passione e con sottomissione alla volontà divina, ciò che dice non sarebbe stato male:

lasciami stare; o "cessare da me"; di affliggerlo più, avendo su di lui un peso tanto grande quanto poteva sopportare, o più grande di quanto potesse ben sopportare; o di sostenerlo nella vita, desidera che Dio ritiri da lui la sua mano afflittrice, o la sua mano che preserva; o diminuisca l'afflizione, o cacciarlo dal mondo:

perché i miei giorni [sono] vanità; un "soffio" o sbuffo di vento; un "vapore", come lo rende il signor Broughton, che presto svanisce; giorni vuoti di tutto ciò che è buono, piacevole e piacevole, e pieni di male, di afflizione e di dolore, così come fugaci, transitori e presto scomparsi, sono come nulla, sì, meno di niente, e vanità

17 Versetto 17. Che cos'è l'uomo, perché tu lo magnifichi?

L'uomo nella sua condizione migliore, nel suo stato originario, non era che della terra, terreno, una creatura mutevole e del tutto vana, così che era meraviglioso che Dio lo magnificasse come fece, lo elevasse a tale onore e dignità, da porlo al di sopra di tutte le opere delle sue mani e da conferirgli segni particolari del suo favore nel giardino dell'Eden, ma l'uomo nella sua condizione bassa e decaduta, essendo, come si osserva generalmente che la parola qui usata significa, una creatura fragile, debole, debole e mortale; sì, peccaminosa; è molto più meraviglioso che Dio lo magnifichi, o lo renda grande, cioè qualsiasi membro della razza umana, come ne ha alcuni, in modo da "porre il suo cuore su di loro", poiché Jarchi collega questo con la seguente frase; di pensare a loro e di provvedere a loro nei suoi propositi e decreti, nel suo consiglio e patto, di scegliere qualcuno di loro per la grazia qui, e la gloria nell'aldilà: egli li ha magnificati, sposandoli a suo Figlio, per mezzo del quale essi condividono con lui la sua gloria e tutte le benedizioni della sua bontà; attraverso l'incarnazione di Cristo, per mezzo della quale la natura umana è grandemente avanzata e onorata; e mediante la loro redenzione per mezzo di Cristo, per mezzo della quale sono elevati a una dignità più alta e restituiti a una condizione più grande di quella che hanno perduto con la caduta; rivestendoli con la ricca veste della giustizia di Cristo, paragonabile all'oro di Ofir, e con vesti di ricamo; e adornandoli con le grazie dello Spirito benedetto; e, in una parola, accogliendoli nella sua famiglia, rendendoli suoi figli e suoi eredi, ricchi di grazia, ed eredi del regno dei cieli, e re e sacerdoti per lui; prenderli come mendicanti dal letamaio, per sedersi tra i principi ed ereditare il trono della gloria. Le parole possono essere intese in un senso diverso, e più in accordo con il contesto e con l'ambito del discorso di Giobbe, come lo sono da alcuni, di Dio che magnifica gli uomini affliggendoli; secondo il quale, l'uomo è rappresentato come una creatura povera, debole, senza forza, un verme e una zolla della terra; e il Signore come il Dio potente, come di grande e infinita potenza e forza, tra le quali non c'è alcun modo di proporzione; Dio non è un uomo, perché si uniscano o come se fossero su un piede di parità; né l'uomo può competere con Dio; lottare con principati e potestà, che non sono carne e sangue, è troppo per gli uomini stessi, e quanto meno sono capaci di contendere con Dio? Ora Giobbe con ciò suggerisce che il suo pensiero e sentimento della questione erano, e in cui ha una particolare veduta di se stesso, e del suo caso; che da una parte era un umiliare la potenza e la maestà di Dio, facendosi combattente con l'uomo; d'altra parte si faceva troppo onore all'uomo, come se fosse uno di maggiore importanza e importanza, e più potente e potente di quello che è; mentre egli è indegno dell'avviso divino sotto qualsiasi aspetto, sia per elargire i suoi favori, sia per imporre su di lui la sua mano afflittrice; confronta con questo 1Samuele 24:14. Perciò uno scrittore erudito tardivo, in accordo con l'uso della parola nella lingua araba, lo rende così: "Che cos'è l'uomo mortale, perché tu debba lottare con lui?" lottare e contendere con lui come se fosse il tuo pari, quando potresti con un solo colpo, e anche con un tocco, eliminarlo immediatamente?

e che tu volgi il tuo cuore su di lui? avere affetto per lui, amarlo, dilettarsi in lui, stimarlo e stimarlo molto; è meraviglioso che Dio abbia un tale riguardo per uno qualsiasi dei figli degli uomini; eppure è certo che egli l'ha fatto, come appare dalle buone cose che ha provveduto e accumulato per loro in patto, mandando suo Figlio a morire per loro, chiamandoli e vivificandoli mediante il suo Spirito e la sua grazia, e attirandoli a sé con amorevole benignità; prendendosi continuamente cura di loro, e conservandoli come la pupilla dei suoi occhi: sebbene queste parole possano essere interpretate piacevolmente nell'altro senso, "che tu debba rivolgere il tuo cuore su di lui?" o verso di lui, per affliggerlo e castigarlo con afflizioni, così Bar Tzemach; o per incitare se stesso contro di lui, come Sephorno: e il suddetto scrittore sceglie di renderli, "affinché tu volga il tuo cuore contro di lui?" e così la particella ebraica è usata in molti altri luoghi; vedi Ezechiele 13:2 21:3 ; confronta con questo Giobbe 34:14,15, dove R. Simeon Bar Tzemach pensa che Elihu abbia rispetto per questo passaggio di Giobbe, e lo rimprovera per questo

18 Versetto 18. e [che] tu lo visiti ogni mattina,

Cioè, "ogni giorno", continuamente, come lo interpreta Aben Esdra; o in un modo di amore, grazia e misericordia; così Dio ha visitato gli uomini, suscitando e mandando suo Figlio per essere un Redentore di loro; il Figlio di Dio li ha visitati, come l'aurora dall'alto, con la sua incarnazione e apparizione in questo mondo; vedi Luca 1:68,78 ; e il Signore li visita, chiamandoli per la sua grazia, vedi Atti 15:14 ; comunicando e conversando con loro in modo libero e amichevole; aiutando di buon'ora, e rinnovando le sue misericordie verso di loro ogni mattina, tutto ciò è motivo di ammirazione: oppure la parola può essere presa in un senso diverso, come a volte è, sia per punire l'uomo per il peccato, come in Esodo 20:5; Geremia 5:9 ; o per castigare il popolo del Signore, che è una visita, anche se in modo paterno, e nell'amore, e che viene fatto spesso e frequentemente, anche ogni mattina, vedi Salmi 89:32,33; 73:14 ; e così il senso concorda con il primo, sebbene da alcuni dato con questa differenza così: "Che cos'è l'uomo, perché tu lo magnifichi?" o lo renda grande sia nelle cose temporali che in quelle spirituali, come aveva fatto Giobbe nel tempo della sua prosperità, a cui può avere rispetto; essendo stato l'uomo più grande di tutto l'oriente, rispetto a entrambi i caratteri, per cui era chiaro che aveva interesse per l'amore e gli affetti del cuore di Dio; e "tuttavia, ciò nonostante, tu lo visiti", con afflizioni e castighi continuamente; il che può sembrare strano, e sembrare una contraddizione, che tu dovresti:

[e] provarlo in ogni momento? da provvidenze afflittive; in questo modo il Signore mette spesso alla prova la fede e la pazienza, il timore e l'amore, la speranza e l'umiltà del suo popolo, e tutte le altre grazie, per mezzo delle quali appaiono e risplendono più intensamente, come nel caso di Giobbe, vedi Giobbe 23:10 ; e che senza dubbio aveva in mente in tutto ciò che aveva detto, e che più particolarmente espone nei versi seguenti

19 Versetto 19. Fino a quando non ti allontanerai da me,

Dal lottare e contendere con lui, e affliggerlo; il Signore era un combattente troppo duro per il lavoro, e quindi scelse di sbarazzarsi di lui, e ne era impaziente; o "distogliersi da me"; così il signor Broughton lo rende, "fino a quando non guarderai da me?" questo non deve essere inteso come uno sguardo d'amore, che Giobbe non avrebbe mai desiderato di allontanarsi da lui; ma uno sguardo accigliato e arrabbiato, come quello che il Signore assunse in questa dispensazione della sua provvidenza verso di lui; L'allusione potrebbe essere a quello sguardo acuto e costante, che gli antagonisti nel wrestling hanno l'uno contro l'altro mentre sono in conflitto tra loro, e così la metafora usata prima è ancora in corso:

né lasciarmi in pace finché non ho ingoiato la mia saliva? alcuni pensano che Giobbe si riferisca alla sua malattia che gli colpiva la gola, che essendo così secca, o avendo una mela cotogna in essa, che non poteva ingoiare la saliva, o era con grande difficoltà che lo faceva; o piuttosto è un'espressione proverbiale, che significa che le sue afflizioni erano incessanti, che non aveva tregua né interruzione, non gli era stato dato abbastanza spazio per ingoiare la saliva, o prendere fiato, come in Giobbe 9:18 ; così Schultens osserva che presso gli Arabi questo era un modo proverbiale di parlare, quando avevano bisogno di tempo per qualsiasi cosa, "dammi il tempo di ingoiare la mia saliva"; o quando non avevano tempo o interruzione, dicevano: "Non mi darete il tempo di ingoiare la mia saliva"; e a uno di loro fu posta una moltitudine di domande, rispose: "Permettimi di ingoiare la mia saliva", cioè dammi il tempo di rispondere: o il senso è che il suo antagonista lottando con lui lo teneva così stretto, e lo teneva così vicino a sé, e così lo girava, e lo faceva cadere su caduta, così che non ebbe il tempo di ingoiare la saliva; o lo metteva così al collare, e lo afferrava, e quasi lo strozzava, che non riusciva a ingoiarlo; tutto ciò che significa quanto da vicino e incessantemente Giobbe fosse seguito da un'afflizione all'altra, e quanto fossero severe e angoscianti per lui

20 Versetto 20. Ho peccato,

Alcuni lo rendono così: "Se ho peccato"; sia così che l'ho fatto, come dicono i miei amici, ma dal momento che c'è il perdono presso di te, perché dovrei essere così afflitto come sono? ma non c'è bisogno di un tale supplemento, le parole sono un'affermazione, ho peccato, o sono un peccatore; non che egli ammettesse di essere stato colpevole di qualche peccato notorio, o aveva vissuto una condotta peccaminosa, a causa della quale le sue afflizioni si abbattevano su di lui, come suggerivano i suoi amici; ma che non era senza peccato, ne era colpevole ogni giorno, come lo sono ordinariamente gli uomini, anche i migliori degli uomini; ed essere un peccatore non era all'altezza di un Dio santo; non poteva contendere con lui, né rispondergli di un solo peccato dei mille da lui commesso in pensieri, parole o azioni; e perciò desidera che desista e si allontani da lui, vedi Luca 5:8 ;

che cosa ti farò? Disse questo, non come uno che ha la mente angosciata a causa del peccato, e sotto il peso della colpa di esso, chiedendo che cosa deve fare per soddisfarlo, come e in che modo potrebbe esserne salvato; perché sapeva che nulla di ciò che faceva da lui in modo cerimoniale con sacrifici, né in modo morale con l'adempimento dei doveri, poteva togliere il peccato, o espiarlo per esso, o salvarlo da esso; sapeva che questo era solo per il suo Redentore vivente, e che sapeva e determinava che sarebbe stata la sua salvezza, e lui solo; vedi Giobbe 9:30,31; 13:15,16; 19:25 ; ma piuttosto come può essere tradotto: "Che cosa posso o devo farti io?" Cioè , più di quanto io abbia fatto, cioè confessare il mio peccato a te; che cosa mi chiedi di più? o che cosa posso fare di più da me, se non pentirmi del mio peccato, riconoscerlo e chiedere perdono per esso? come fa in Giobbe 7:21 : o "Che cosa posso farti io?" tu sei tutto per me, Io non posso lottare e contendere con te, un uomo peccatore con un Dio santo.

O preservatore degli uomini? poiché è, in modo provvidenziale, il sostenitore degli uomini nella loro vita e nel loro essere; o, "O tu che guardi gli uomini", come egli è, non solo di Israele, ma di tutti gli altri, e quella notte e quel giorno; forse Giobbe può riferirsi al fatto che lo pose e lo vegliò, Giobbe 7:12 ; e lo circondò e lo coprì tutt'intorno con le afflizioni, in modo che non potesse uscire dal mondo come desiderava; o, "O osservatore degli uomini", delle loro parole, vie, opere e azioni, e che lo osservava così severamente mentre lottava con lui, e quindi che cosa poteva fare? o, "O Salvatore degli uomini", per mezzo del quale solo io posso essere salvato dai peccati di cui sono stato e sono quotidianamente colpevole:

Perché mi hai posto come marchio contro di te? come un calcio contro cui scagliare le tue frecce, un'afflizione dopo l'altra, fitta e veloce, vedi Giobbe 16:12 Lamentazioni 3:12 ; penso che le parole possano essere tradotte: "perché mi hai incaricato di incontrarti" o "per un incontro con te?" Come un uomo sfida, un altro a incontrarlo in un luogo simile e a combatterlo: ahimè! Io non sono uguale a te, sono un semplice verme, incapace di contendere con te l'Iddio potente, né di incontrarti sulla via dei tuoi giudizi, e di sopportare i pesanti colpi della tua mano adirativa; e così Bar Tzemach lo parafrasa,

"Tu mi hai odiato e non mi hai amato; che tu hai posto o mi hai stabilito per incontrarti, come un uomo incontra il suo nemico nel tempo della sua ira, ed egli suscita contro di lui tutto il suo furore".

e nello stesso senso, e più o meno con le stesse parole, Jarchi lo interpreta:

così che io sia un peso per me stesso? stanco della sua vita, a causa delle molte afflizioni pressanti e pesanti su di lui, come Rebecca lo era della sua, a causa delle figlie di Heth, Genesi 27:46. La lettura che seguiamo, ed è seguita dal Targum, e dalla maggior parte degli interpreti, ebrei e cristiani, è una correzione degli scribi, e uno dei diciotto luoghi corretti da loro; che non è un argomento della corruzione del testo ebraico, ma del contrario; poiché questo era posto solo a margine della Bibbia, come fecero in seguito i Masoriti con le loro varie letture, mostrando solo quale fosse il loro senso di questo, e di passaggi simili; e come istruzione su come a loro parere comprenderli, conservando ancora l'altra lettura o scrittura; e che, secondo Aben Esdra, può essere interpretato correttamente, ed è, "così che io sono un peso per te"; e che è seguito da alcuni, a significare, almeno come pensava Giobbe, che era così offensivo per lui che non poteva sopportarlo, ma lo trattava come un nemico; era stanco di lui, poiché si dice che Dio sia dei peccatori e dei loro peccati, e dei servizi e dei doveri dei professori carnali, vedi Isaia 1:14; 43:24 ; così lo interpreta Abendana,

"Tu mi hai posto come segno per te, come se fossi un peso per te."

21 Versetto 21. E perché non perdoni la mia trasgressione,

O "innalzarla"; ogni peccato è una trasgressione della legge di Dio, e la colpa che ne ricade sulla coscienza è un peso troppo pesante da portare, e la punizione che ne deriva è intollerabile; il perdono innalza e toglie ogni sorta di peccato, e tutto ciò che è nel peccato; toglie il peso del peccato dalla coscienza, e lo allevia, e lo scioglie dall'obbligo alla punizione per esso, il che avviene in questo modo: Geova ha tolto il peccato innalzato dal suo popolo, e lo ha posto e deposto, o lo ha fatto ricadere su suo Figlio, imputandolo; e l'ha volontariamente preso su di sé, e l'ha portato, e l'ha tolto con il suo sangue e il suo sacrificio, il quale, applicato alla coscienza del peccatore, lo solleva e lo prende di là, e gli dice pace e perdono; lo rimuove completamente e interamente da lui, proprio come l'oriente è lontano dall'occidente; e per tale applicazione Giobbe postula con Dio, presso il quale c'era il perdono, e che si era proclamato un Dio che perdonava l'iniquità, la trasgressione e il peccato; e ciò che fa quando rimuove la colpa di essa dalla coscienza e ne toglie tutti gli effetti, come afflizioni e simili; in quest'ultimo senso Giobbe può ben essere inteso, come d'accordo con il suo caso e le circostanze:

e togliere la mia iniquità? o "farlo passare" [e] da lui, applicando la sua grazia e misericordia perdonanti alla sua coscienza, e togliendo da lui la sua mano afflittrice:

perché ora dormirò nella polvere; avendo perdonato il peccato e tolta la mano di Dio; Me ne andrò dal mondo in pace, mi sdraierò nella tomba e riposerò tranquillamente fino alla risurrezione; Non c'è nel letto di polvere che si agita qua e là come ora, né un essere spaventato dai sogni e terrorizzato dalle visioni notturne. Il signor Broughton lo rende "mentre ora giaccio nella polvere"; come se si riferisse al suo caso presente, seduto come un lutto nella polvere e nella cenere, e la sua carne rivestita di zolle di polvere; o, in senso figurato, sdraiato nella polvere dell'auto-aborrimento; Ma il primo senso sembra il migliore:

e tu mi cercherai domattina, ma io non [sarò]; non intendendo al mattino della risurrezione, perché allora egli sarà trovato; ma è un modo di parlare figurato, come osserva Bar Tzemach, proprio come si va a visitare un malato al mattino, e lo si trova morto, e non si è più nella terra dei vivi: molti interpreti interpretano questo come il senso di Giobbe, che dovrebbe morire presto; non poteva stare molto tempo nelle circostanze in cui si trovava; e perciò se il Signore avesse intenzione di concedergli qualche cosa buona nella vita presente, doveva affrettarsi a farlo, poiché in breve tempo se ne sarebbe andato, e allora, se lo avesse cercato, sarebbe stato troppo tardi, non sarebbe stato più; ma il senso è questo, che quando giaceva nella polvere, nella tomba, non sarebbe più stato visto sulla terra da nessuno, anzi, nemmeno dall'occhio di Dio stesso, se fosse stata fatta la più presto e la più diligente ricerca di lui. Il signor Broughton la prende come una petizione e una richiesta di morire, rendendo le parole:

"Perché non mi cerchi subito, perché io non sia più?"

e su cui altri sono d'accordo

Commentario del Pulpito:

Giobbe 7

1 Versetti In questo capitolo Giobbe prima lamenta il suo miserabile destino, dal quale non si aspetta alcun sollievo (Versetti. 1-10); poi rivendica un diritto illimitato di lamentarsi (Versetti. 11); e infine entra in diretta esposizione con Dio, un'esposizione che continua dal versetto 12 alla fine del capitolo. Alla fine, ammette la sua peccaminosità (versetto 20), ma chiede con impazienza perché Dio non lo perdoni invece di visitarlo con una vendetta così estrema (versetto 21). Non c'è un tempo fissato per l'uomo sulla terra? piuttosto, non c'è una guerra (o un tempo di servizio) per l'uomo sulla terra? Non è forse che ogni uomo ha un certo lavoro da compiere, e un certo tempo limitato gli è stato assegnato per compierlo? E così: I suoi giorni non sono forse come i giorni di un mercenario? Dal momento che il mercenario è impegnato a fare un certo lavoro in un certo tempo

Versetti 1-10. - Giobbe a Dio:1. Il soliloquio del dolore

UNA PATETICA RAPPRESENTAZIONE DELLA VITA UMANA. In contrasto con l'affascinante quadro delineato da Elifaz,Giobbe 5:17-27 Giobbe descrive la vita umana in generale, e la sua stessa esistenza dolorosa in particolare, come:

1. Un periodo di duro servizio. "Non c'è un tempo fissato [letteralmente, 'una guerra, un termine di duro servizio'] sulla terra?' come quello di un soldato mercenario assunto per scopi militari a un despota straniero; e "i suoi giorni non sono forse come i giorni di un mercenario?" cioè uno schiavo salariato che è stato dato in affitto a qualche spietato padrone; entrambi, il soldato e lo schiavo, "ansimano per l'ombra" sul quadrante, e "bramano il loro salario", per liberarli dalle loro pesanti fatiche. Il linguaggio suggerisce:

(1) Che il periodo della vita umana è in ogni caso fissato, l'Onnipotente non solo ha determinato i confini della nostra dimora,Atti 17:26 ma il numero dei nostri mesi,Giobbe 14:5 mantenendo nella sua mano la nostra,Salmi 31:15 e misurando i nostri giorni.Salmi 39:4

(2) Che lo spazio assegnato alla vita umana è in ogni caso destinato ad essere un periodo di servizio, non di agio, godimento o indulgenza, ma di lavoro, resistenza e fatica; non sempre duro nel senso a cui allude Giobbe, cioè esigente, opprimente, estenuante, spietato, ma sempre duro nel senso di essere serio, arduo, e continuo. La vita non è mai stata fatta per l'ozio. Se Dio promette forza per la giornata, prima assegna il lavoro alla giornata.Deuteronomio 33:25 Cristo riconobbe che il giorno della vita era stato progettato per la fatica.Giovanni 9:4

(3) Quell'opera fedele compiuta in tempo incontrerà in ogni caso una giusta ricompensa. Come il soldato salariato riceveva la sua paga e lo schiavo riceveva il suo salario, così chiunque sulla terra sarà infine ricompensato secondo le sue opere.Proverbi 24:12; Matteo 16:27; 2Tm 4:14 In particolare, ogni fedele lavoratore nella vigna di Cristo riceverà il suo "denaro". La dottrina delle ricompense celesti non è in contraddizione con l'idea della grazia gratuita.Ebrei 11:26 12:2

(4) Che gli uomini buoni possano talvolta desiderare di essere liberati dalle loro fatiche, non, tuttavia, come il servo o il soldato mercenario, perché servono un sorvegliante esigente ed estraneo, che li riduce in polvere con l'oppressione, ma perché, sebbene non stanchi delle loro fatiche, sono stanchi in esse, e vorrebbero riposare confrontaFilippesi 1:2:3; 2Tm 4:6

2. Un'eredità di miseria incessante. Come si rese conto nell'esperienza di Giobbe, questa miseria era:

(1) Imposto dal cielo nella sua origine; egli è stato fatto per possederlo (letteralmente, "fatto ereditare") per forza, attraverso la severa volontà di un sorvegliante invisibile ma implacabile, senza aver fatto egli stesso nulla per originarlo o meritarlo. Un modo di rappresentare la vita umana che ha una veridicità superficiale in quanto afferma che l'afflizione è l'esperienza quasi uniforme dell'uomo sulla terra, che nulla entra nella composizione della storia umana, né collettivamente né individualmente, senza l'espressa sanzione data da Dio, e che nessuna quantità di saggezza o di sforzo da parte dell'uomo gli permetterà di sfuggire a quella particolare esperienza terrena che, per mezzo di essa, è in grado di La sapienza e l'amore divini gli sono stati assegnati come sua eredità, ma è radicalmente falso nell'insinuare che Dio agisca in modo capriccioso e tirannico, e nell'affermare che l'uomo non modella né merita la sua sorte particolare, poiché nessun fatto è più evidente del fatto che l'uomo, in quanto essere peccatore, merita più afflizione di quanta ne riceve, e che, almeno in larga misura, Ogni individuo è padrone del proprio destino

(2) Noioso nella sua continuazione; Giobbe caratterizza i suoi giorni di afflizione come mesi di vanità; cioè mesi che vengono senza portare sollievo al sofferente, e se ne vanno senza lasciare nulla sulla loro scia se non speranze deluse, ogni giorno che sembra un mese di durata, e le sue notti insonni come "notti di stanchezza", misurate a lui una ad una con lenta e solenne regolarità, ognuna delle quali sembra allungarsi interminabilmente come se non dovesse mai finire. Osservate la sottile alchimia del dolore, che può cambiare il ritmo del tempo, e farlo andare con i piedi di piombo che volano per lo più con ali di fulmini

(3) Doloroso nel suo carattere; derivante da una combinazione di problemi che non si incontrano spesso nello stesso individuo

(a) L'estinzione della speranza di giorno; la scadenza assoluta di ogni cosa, come l'aspettativa di miglioramento, che deve essere stata un peso maggiore per il cuore di Giobbe di quanto l'elefantiasi sia mai stata per il suo corpo: "Siamo tenuti in vita dalla speranza";Romani 8:24 ma nell'anima di Giobbe il principio della vita era scomparso

(b) Mancanza di sonno notturno. Come il sonno è uno dei migliori doni di Dio all'uomo,Salmi 127:2 che ripristina le forze esaurite della natura, ristorando sia la mente che il corpo,Ecclesiaste 5:12 Geremia 31:26 - ; confronta Shakespeare, 'Enrico IV,' Parte 2 - Atti 3 - : Così 1 così la sua mancanza è una delle afflizioni più gravi che possano capitare a chi ne soffre, derivante a volte da un lavoro eccessivo, come con Giacobbe;Genesi 31:40 a volte per intensi dolori corporali, come nel caso di Giobbe (Versetto 5); a volte per pensieri turbati, come nel caso di Nabucodonosor,Daniele 2:1 Assuero,

Est 6:1 e degli uomini malvagi;Proverbi 4:16 l'irrequieto agitarsi avanti e indietro del corpo, tenendo il tempo con le agitazioni interiori della mente

(c) Dolore fisico sia di giorno che di notte, derivante da una malattia ripugnante, descritto (Versetto 5) come vermi riproduttori nella sua carne, che coprono la sua pelle con squame color terra, causandone l'irrigidimento e l'emissione di una secrezione purulenta, e comunemente creduto essere elefantiasi.

vedi omiletica su - Giobbe 2:7

3. Un periodo di estrema brevità. "I miei giorni sono più veloci della spola di un tessitore e svaniscono senza speranza" (Versetti. 8); Essi fuggono più rapidamente di quanto la navetta passi avanti e indietro nell'ordito della tela del tessitore, e svaniscono senza speranza che qualcuno possa succedere a loro, cioè di qualsiasi giorno di felicità sulla Terra, emblema della vanità e della brevità della vita

II UNA PIETOSA SUPPLICA DAL DOLORE UMANO

1. L'Essere a cui ci si rivolge. «Oh, ricorda!» Anche se non viene nominato, si intende Dio. È bene, anche se non sempre necessario, invocare Dio per nome nelle nostre preghiere; ma certamente è meglio omettere del tutto il nome di Dio piuttosto che introdurlo troppo spesso nelle nostre devozioni. Il fatto che Giobbe invocò Dio nella sua calamità era un segno che la sua fede non si era ancora spenta, e che conservava ancora la sua presa sull'Iddio che in precedenza aveva professato di servire. Era anche un modo più speranzoso per ottenere sollievo o sostegno dai suoi problemi, poiché è sempre meglio nelle nostre angosce "gridare a Dio che lamentarsi con le creature" (Caryl)

2. La preghiera presentata. «Oh, ricorda!» Applicata a Dio, la parola significa

a. prendere nota, osservare, tenere presente;Salmi 78:39 quindi

b. a guardare con pietà;Salmi 132:1 e

c. interporsi con aiuto.Genesi 8:1

Dio ricorda quando, per così dire, permette che un oggetto rimanga nella contemplazione della sua mente infinita per esserne opportunamente influenzato

Giobbe desidera che Dio

(1) considerare il suo caso;

(2) commiserare la sua persona; e

(3) commutare il suo dolore

Questo, tuttavia, non implica che Dio dimentichi mai il suo popolo,Isaia 49:15 anche se a volte può sembrare che lo faccia;Salmi 13:1 o non riesce a simpatizzare con loro nelle difficoltà, sebbeneSalmi 103:13 Isaia 66:13 i santi afflitti possano talvolta immaginarlo;Salmi 44:24 Isaia 49:14 o è indisposto a soccorrerli,1Samuele 2:9 Salmi 31:23 91:1 sebbene spesso, per ragioni sagge e buone, ritardi il suo intervento.Ester 14:13; Matteo 14:25; 15:23

3. L'appello offerto. L'irrevocabilità della vita che Giobbe raffigura attraverso due immagini impressionanti, paragonando la sua dolorosa esistenza a:

(1) Un vento di passaggio. "Oh, ricordati che la mia vita è vento!" un soffio, uno sbuffo d'ariaSalmi 78:39 103:16 -- un emblema che suggerisce la fragilità, la rapidità e (più specialmente qui) l'irrevocabilità della vita. Giobbe interpreta la metafora nei confronti di se stesso dicendo che una volta che ebbe lasciato questa vita:

(a) Il suo occhio non dovrebbe mai più vedere il bene (Versetto 7); cioè non dovrebbe mai più tornare a godere delle cose che costituiscono (o si suppone costituiscano) la felicità terrena.

confronta il linguaggio di Ezechia, - Isaia 38:11 I piaceri, le opportunità, i privilegi della vita, possono essere goduti solo una volta. Ma il bene, nel senso più alto, non termina con la morte. Quando un santo si allontana da questa scena mortale, entra nel bene principale, l'esperienza di piaceri più nobili e di privilegi più elevati di quelli che ha mai posseduto sulla terra.Filippesi 1:21

(b) Gli occhi degli uomini non dovrebbero mai vederlo (Versetto 8); Cioè non dovrebbe mai più mescolarsi nella società dei viventi, non partecipare mai più alle amicizie e alle associazioni del tempo, avendo detto addio a tutti i compagni e a tutti i propri cari

cfr - Ecclesiaste 9:9.10 -- un argomento per vivere pacificamente e amorevolmente tra amici, compagni e vicini, poiché presto dobbiamo separarci da loro e loro da noi

(c) Anche l'occhio di Dio dovrebbe non vederlo (Versetto 8); cioè Dio non sarebbe in grado di fargli del bene dopo la sua morte, essendo la vita presente l'unica stagione in cui l'uomo ha l'opportunità di ricevere una visita "misericordiosa" da Dio. È troppo tardi per dare un cordiale a un uomo quando è nella tomba; E molto di più è dopo l'horam cercare la salvezza quando la vita è finita.2Corinzi 6:2

(2) Una nuvola che svanisce. "La nuvola si dissolve e scompare" (Versetto 9). La metafora è appropriata, in quanto espone il carattere inconsistente, transitorio e irrevocabile della vita umana. Come la nuvola che si disperde rapidamente (spesso per un leggero soffio di vento), svanendo in un regno dove la vista umana non può seguirla, così l'uomo scende nello Sceol, la dimora invisibile degli spiriti defunti. E come la nube sparsa non si addensa mai più sulla faccia del cielo, così mai più l'uomo rivisita l'aria superiore una volta disceso in "quel paese sconosciuto dal cui paese non ritorna nessun viaggiatore". In particolare, non tornerà mai più a casa sua, né lo riconoscerà più il suo posto nella cerchia familiare, al banchetto sociale, al cambiamento e nell'assemblea pubblica (Versetto 10). Sebbene qui non si insista sulla dottrina dell'immortalità e sulla speranza di una risurrezione, non ne consegue che fossero sconosciute né a Elifaz né a Giobbe.Giobbe 19:26

Imparare:

1. Poiché la vita, e specialmente la vita cristiana, è un servizio di guerra,

1Tm 6:12 diventa santo non immischiarsi inutilmente negli affari di questo mondo,

2Tm 2:4 ma sopportare la durezza come buoni soldati di Gesù Cristo.

2T 2:3

2. Poiché Dio ricompenserà fedelmente i suoi servitori,Proverbi 12:14; Romani 2:10; 1Corinzi 3:8 coloro che ha assunto dovrebbero essere fedeli nel rendergli servizio.Romani 12:11 Efesini 6:6,7

3. Poiché la vita naturale dell'uomo, anche se presa nel suo stato migliore, è del tutto vanità,Salmi 39:5,11 è parte della saggezza aspirare a quella vita che non deluderà mai,Giovanni 4:14 non conoscerà mai l'afflizione,

Ri 7:16,17 e non passerà mai.1Giovanni 2:17

4. Poiché è certo che tutti dobbiamo scendere nella tomba,Salmi 89:48; Giovanni 9:4; Ebrei 9:27 spetta a noi prepararci per quell'evento.Salmi 39:4; 2Re 20:1; 1Pietro 1:17

5. Poiché è altrettanto certo che tutti risorgeremo dalle nostre tombe,Giobbe 19:26; Daniele 12:2; Giovanni 11:23,24; Atti 24:15 è follia non cercare prima di morire la speranza sicura e certa di una gloriosa risurrezione.Filippesi 3:11

OMELIE DI E. JOHNSON Versetti 1-10. - La debolezza dell'appello dell'uomo alla clemenza di Dio

I VISIONE GENERALE DELLA MISERIA DELL'UOMO E DELLA PROPRIA. (Versetti 1-5) L'uomo è paragonato a un mercenario con un tempo di servizio stabilito, la cui fine è attesa stancamente e malinconicamente. Le idee suggerite sono

(1) fatica;

(2) affaticamento e spossatezza;

(3) intenso desiderio di riposo

Come lo schiavo anela alle ombre che si allungano della sera, il lavoratore salariato al tempo della paga, così il sofferente oppresso, che fatica sotto un carico di dolore, anela alla fine gradita della morte. "Sarebbe ora di andare a letto, e tutto bene". Il lavoro volontario e moderato è uno dei piaceri più acuti della vita; ma il pedaggio forzato e prolungato esaurisce le sorgenti stesse del godimento. Il riposo è la ricompensa di uno sforzo moderato, ma al lavoratore eccessivo o a chi ne soffre è negato. Abbiamo qui un'immagine dell'estrema miseria dell'insonnia, di cui nessuno può essere più acuto; il dimenarsi nelle ore di veglia dell'oscurità, la mente che percorre più e più volte lo stesso stanco sentiero delle sue malinconiche contemplazioni. Può essere appropriato pensare qui alla grande benedizione del sonno. Omero lo definì "ambrosiale". Era uno dei grandi doni del Cielo per i mortali sofferenti. È "la stagione di tutte le nature", come dice magnificamente Shakespeare. È la conservazione della sanità mentale. In connessione con ciò, la lezione di uno sforzo moderato è una di quelle di cui molti hanno bisogno in questi giorni indaffarati e di lotta; e non meno la colpa dell'eccessiva ansietà e il dovere di gettare cura su Dio, su cui il Vangelo insiste così fortemente. È la vita secondo la nostra vera natura, e secondo la semplice pietà, che porta un sonno profondo di notte e un sano pensiero di giorno

II RIFLESSIONE SULLA BREVITÀ DELLA VITA E PREGHIERA. (Versetti 6-10) Lo stato d'animo di autocommiserazione continua. Segue un lamento sulla brevità della vita. È paragonato alla spola di un tessitore, al fumo, allo svanire di una nuvola, come altrove è paragonato al passaggio frettoloso di un corriere, o, nella ben nota vecchia storia della storia inglese, al volo di un uccello attraverso una sala e di nuovo fuori nell'oscurità. Possiamo confrontare il seguente passo lamentoso del poeta greco Eschilo: "Ah, amico, guarda e vedi: Che cos'è tutta la bellezza dell'umanità? Può essere giusto? Qual è tutta la forza? può essere forte E quale speranza possono portare, questi fegati morenti, che vivono un giorno intero? Ah! Non vedi, amico mio, come va debole e lenta e come un sogno questa povera cieca virilità, alla deriva dalla sua fine?"(Traduzione della signora E. B. Browning.)

Possiamo trarre da questo passaggio le seguenti lezioni:

1. C'è un costante senso di infermità nella natura umana e dell'inesorabile legge della morte

2. La mente non può sottomettersi pazientemente a questo destino. I cari affetti terreni (versetto 8) gridano contro di essa e testimoniano inconsciamente l'immortalità dell'anima

3. Il pensiero dell'estinzione totale non può essere sopportato da uno spirito risvegliato ed elevato (versetto 10). Queste impotenze e riluttanze in presenza del decadimento e della morte sono in realtà segni di immortalità. Vediamo che lo sono in questo caso, in un'epoca in cui la vita e l'immortalità non sono state portate alla luce

4. Il sollievo naturale da tutti questi dolori e perplessità è nella preghiera (Versetto 7). Il grido: "Oh, ricordati!" non è inascoltato da colui che conosce la nostra struttura e ricorda che siamo polvere. Ci può essere la chiara coscienza di Dio dove non c'è la certezza definita dell'immortalità. Ma una salda fede in lui, quando è amato ed educato, conduce infine alla convinzione che l'anima non può perire

OMULIE di R. GREEN Versetti 1-6. - I giorni del mercenario

Giobbe parla dal profondo della sofferenza, e non ha ancora una chiara luce sul proposito divino che lo riguarda. Dio, che è il suo vero Rifugio, sembra essere il suo Nemico; e paragona i suoi giorni miserabili a quelli dello schiavo oppresso. Egli lo esorta come giustificazione del desiderio di riposo che ha espresso. Per lui non c'è prospettiva di quel riposo se non nella tomba. È il grido di un'amara sottomissione

I IL CONFRONTO DELLA VITA UMANA CON QUELLA DEL MERCENARIO. È un lotto nominato. C'è molta sottomissione. È una vita di fatiche e di stanchezza. Nel caso di Giobbe il paragone è più appropriato. Ma il suo pensiero è specialmente al desiderio del mercenario per la fine del giorno. Per questo la fatica, il caldo, la stanchezza, lo preparano. La condizione di Giobbe è quella di un duro lavoro. È stanco anche della sua vita. E il suo desiderio per il riposo che solo la morte può portare è il punto preciso del suo confronto. Quante volte la vita non presenta un aspetto più luminoso o più bello! Le sue molte preoccupazioni, le sue delusioni, i suoi dolori moltiplicati e i suoi dolori acuti e penetranti fanno sì che la vita sia per molti come la dura fatica del mercenario. Quanti anelano alla morte come il mercenario alla notte? In un vero senso la vita è la vita di un mercenario, e il buon Maestro che ci ha mandato nella sua vigna a faticare ricompenserà il lavoratore fedele con il suo salario sufficiente

II LE AGGRAVAMENTI DELLA SORTE DI GIOBBE. A suo avviso, egli è uno la cui fatica è dolorosa. È più che stanco; e il suo desiderio per le ombre della sera è giustificato da quella che gli sembra essere la durezza del suo padrone. Sinceramente egli "desidera l'ombra"; per lunghi "mesi di vanità" è "fatto possedere", e "gli sono assegnate notti noiose". Quando l'operaio stanco si sdraia per riposare in un sonno incosciente e per recuperare le forze per la fatica dell'indomani, Giobbe è "pieno di sbalzi qua e là". L'alba non gli porta ristoro. La notte febbrile lo lascia ad affrontare impreparato il nemico del giorno. Il suo povero corpo afflitto presenta l'immagine più triste; "vermi e zolle di polvere" lo rivestono, la sua "pelle è rotta", le sue piaghe gli rendono la sua carne "ripugnante" e i suoi "giorni sono trascorsi senza speranza". Da un tale sofferente arriva la parola della lamentela. C'è poco da meravigliarsi per chi ricorda la propria fragilità. L'immagine di Giobbe è una lezione per noi e, volgendo i nostri pensieri dalla nostra vita sana alle sofferenze degli afflitti, impariamo il nostro dovere e amiamo:

1. La pietà dello spirito che è dovuta a tutti coloro che soffrono

2. Il loro diritto al nostro aiuto e alla nostra simpatia

3. La pazienza con cui dovremmo ascoltare le loro lamentele

4. Anche noi, a nostra volta, possiamo diventare i sofferenti e aver bisogno del conforto che ora diamo agli altri

Così ogni uomo possa vedere se stesso in ogni sofferente, e imparare a dare quella consolazione di cui egli stesso potrebbe aver bisogno così presto

Versetti 1-6. - La stanchezza del dolore

Esprimendosi

IO NEL DESIDERIO DELLA FINE DELLA VITA. (versetto 2)

II Come UNA CONTINUA DELUSIONE. (versetto 3)

III Come UN'INCESSANTE IRREQUIETEZZA. (versetto 4)

IV COME UNA RIVOLTA CONTRO LA DOLOROSA SITUAZIONE DELLE SUE CIRCOSTANZE. (versetto 5)

V COME CONDIZIONE DI DISPERAZIONE. (versetto 6) -- R.G

OMULIE di w.f. adeney Versetti 1-3. - I giorni di un mercenario

Giobbe si paragona a un mercenario in guerra e a un servo al lavoro. Poiché questi uomini hanno poco interesse in quello che fanno, in parte perché i padroni che li assumono si interessano poco di loro, Giobbe sente la sua vita solo una stanchezza, e desidera ardentemente che il termine del suo servizio scada

LA VITA PUÒ SEMBRARE COME I GIORNI DI UN MERCENARIO

1. Comporta un duro lavoro. La sorte della maggior parte degli uomini non è facile, ma alcuni trovano la vita una servitù opprimente

2. Il suo lavoro è spesso faticoso e poco attraente. Molte persone devono svolgere compiti poco interessanti e considerano il loro lavoro solo come un lavoro faticoso. Non c'è né piacere nel lavoro né orgoglio nel risultato che ne deriva. Se tutti gli uomini potessero scegliere il loro destino, molte delle industrie più necessarie sarebbero completamente abbandonate

3. Viene intrapreso solo per il bene delle sue ricompense. Gli uomini lavorano per un salario e, avendo bisogno del salario, sopportano la fatica che detestano. Questo non è vero solo per quella che viene chiamata la parte salariata della comunità. Vale anche per molti che sembrano essere i padroni di se stessi, ma il cui lavoro è intrapreso esclusivamente per la remunerazione che ne deriva

4. L'Adunata Suprema non si interessa ai suoi servitori. Le leggi della vita sono inesorabili. Non c'è modo di sfuggire alle regole della grande fabbrica di Dio in cui siamo tutti messi a lavorare. Gli uomini cadono e muoiono nei loro compiti senza segni visibili di compassione da parte del loro Signore. Così la fede è messa a dura prova, e alcuni deboli sprofondano in basse vedute della vita e delle relazioni dell'uomo con Dio

II NON È NÉ UTILE NÉ GIUSTO CONSIDERARE LA VITA COME I GIORNI DI UN MERCENARIO

1. Non è utile. Il servizio di noleggio non è mai di grande valore. Il lavoro che viene fatto solo per essere pagato è suscettibile di essere fatto frettolosamente se a cottimo, e in modo dispendiosamente lento e sciatto se a ore. Finché un uomo non mette il cuore nel suo compito, non può metterci un buon lavoro. Nessuno può vivere una vita degna principalmente nella speranza delle sue ricompense. Il servizio di Dio, che si intraprende solo perché si ottengano da Dio cose buone, è degradante e di scarso valore. Il cristiano che vive solo della speranza del cielo sta trascorrendo una vita povera sulla terra. Dobbiamo scoprire motivi più alti e servire Dio con gioia e amore, perché il suo servizio è dilettevole, e perché lo amiamo

2. Non è giusto. L'idea mercenaria della vita ci viene suggerita in modo ingannevole da una visione superficiale dei fatti e da un tono basso nella nostra mente. Ma è completamente falso, perché Dio non ci tratta come mercenari. Conosce la nostra struttura e ricorda che siamo polvere. Egli è nostro Padre e ha pietà di noi come suoi figli. E perciò dobbiamo a lui più che un lavoro faticoso di servi salariati: dobbiamo obbedienza filiale e il ricco servizio dell'amore. Ora, quando abbiamo imparato ad avere una giusta veduta di Dio e del suo servizio, l'idea miserabile e degradante della sorte del mercenario scompare, e sorge in noi una concezione molto più nobile e felice della vita. Allora il compito più comune cessa di essere un lavoro faticoso e diventa un lavoro d'amore. Con una graziosa legge della provvidenza sembra che sia ordinato che qualsiasi dovere che viene svolto coscienziosamente e di cuore diventi interessante e persino fonte di piacere. Così, mentre il mercenario anela all'ombra che annuncia il declino del giorno e la fine del suo compito, il fedele cristiano sfrutta al massimo il suo giorno di servizio, sapendo "che viene la notte, nella quale nessuno può lavorare". -W.F.A

2 Come un servo (o uno schiavo) anela all'ombra; cioè desidera che le ombre della sera scendano e concludano la giornata. La schiavitù del tempo di Giobbe non era probabilmente dissimile da quella delle razze prigioniere in Egitto, così vividamente raffigurata nei primi capitoli dell'Esodo. Il prigioniero, che lavorava dalla mattina alla sera a un lavoro estenuante, desiderava intensamente che arrivasse la notte, quando la sua fatica sarebbe finita. La deduzione non è tratta, ma lo è chiaramente, quindi Giobbe può essere scusato se desidera ardentemente la morte, ora che ha raggiunto la vecchiaia e che l'opera della sua vita è manifestamente terminata. E come un mercenario cerca la ricompensa del suo lavoro, anzi il suo salario. La parola usata (lp) ha i due significati di "lavoro" e "il salario del lavoro".

vedi - Geremia 22:13 #Giobbe 7:3

Così sono fatto per possedere mesi di vanità. "Mesi di vanità" sono "mesi di cui non può fare uso", "mesi che non gli servono a nulla". Si è concluso che da questo furto era trascorso molto tempo da quando Giobbe era stato colpito dalla sua malattia. Ma forse guarda al futuro tanto quanto al passato, anticipando una lunga e persistente malattia. L'elefantiasi è una malattia che spesso dura per anni. E le notti noiose mi sono assegnate. Per chi è sdraiato su un letto di malattia, la notte è sempre più faticosa del giorno. Non ha cambiamenti, nulla che segni il suo volo. Sembra quasi interminabile. Nell'elefantiasi, tuttavia, è una caratteristica speciale della malattia che le sofferenze del paziente sono maggiori di notte. "Nell'elefantiasi ansestetica", dice il dottor Erasmus Wilson, "un senso di torpore e calore pervade la superficie, e ci sono sensazioni di formicolio e formicolio, e di calore bruciante. Mentre il tegumento è insensibile, ci sono dolori brucianti profondi, a volte di un osso o di un'articolazione, a volte della colonna vertebrale. Questi dolori sono maggiori di notte; impediscono il sonno e danno origine a irrequietezza e sogni spaventosi" (Dizionario di medicina di Quain, vol. 1. p. 817)

4 Quando mi corico, dico: Quando mi alzerò e la notte sarà passata? Così Gesenius, Rosenmuller e Delitzsch. Altri traducono, "la notte è lunga" (Dillmann, Renan), o "la notte sembra infinita" (Merx);Deuteronomio 28:67), "Alla sera dirai: Volesse Dio che fosse mattina!" E sono pieno di sballottamenti avanti e indietro. Il professor Lee intende "agitazioni della mente" o "pensieri che distraggono", ma è più probabile che si intendano sbalzi del corpo. Questi sono familiari a tutti coloro che dormono male. Fino all'alba del giorno. Un po' di riposo a volte visita le palpebre stanche dopo una lunga notte insonne. Giobbe può riferirsi a questo, o può semplicemente significare che rimase sdraiato sul letto per tutta la notte, fino al mattino, quando si alzò

5 La mia carne è rivestita di vermi. Il centro commerciale leas et origo in elefantiasi è un verme chiamato ominide filaria sanguinis. È una creatura lunga, fine, filiforme, di colore bianco, liscia e priva di macchie (Quain's 'Dictionary of Medicine,' vol. 1, pp. 512, 513). E zolle di polvere. Questo è piuttosto poetico che strettamente medico. La caratteristica speciale dell'elefantiasi, da cui deriva il suo nome, è che il tegumento, o pelle esterna, è "formato in grandi masse o pieghe, con una condizione rugosa della superficie, non dissimile dall'aspetto di una zampa di elefante" (Quain, vol. 1. p. 431). Ma i rigonfiamenti non contengono zolle di polvere. La mia pelle è spezzata ed è diventata ripugnante. Una caratteristica comune nell'elefantiasi è lo sviluppo e la crescita graduale di papule solide o tubercoli nella pelle. Questi si allargano man mano che la malattia progredisce e dopo un po' di tempo si ammorbidiscono e si disgregano; e allora si forma più bello, e ne segue una scarica di carattere virulento e ripugnante. Attualmente le fasi di scarico; l'ulcera guarisce; ma solo per scoppiare di nuovo in un altro luogo. Nella versione riveduta è reso il passaggio: La mia pelle si chiude e si spezza di nuovo #Giobbe 7:6

I miei giorni sono più veloci della spola di un tessitore. Sebbene ogni giorno sia una stanchezza, tuttavia, guardando indietro a tutta la mia vita, sembra che sia andata e venuta in un attimo. E sono sfiniti senza speranza. Giobbe non condivide le speranze che Elifaz ha nutrito.Giobbe 5:17-27 Egli non ha altra speranza che nella morte

Versetti 6-9. - Il volo veloce della vita

Nella moltitudine dei suoi pensieri, Giobbe getta uno sguardo su molti aspetti dolorosi della vita. La sua visione è influenzata dalla condizione del suo spirito. Con la nostalgia della tomba, tuttavia piange il rapido volo dei suoi pochi giorni sulla terra. Ognuno può fare saggiamente una simile riflessione. Considerate le espressive similitudini in cui Giobbe vede rappresentata la sua vita frettolosa

1. I suoi giorni sono più veloci della spola del tessitore (Versetto 6)

2. Sono come il vento (Versetto 7)

3. Sono come lo sguardo dell'occhio (Versetto 8)

4. Sono come la nuvola che si consuma e che svanisce (Versetto 9)

A quale condotta dovrebbe condurre tale riflessione? Se la vita passa così rapidamente, si può fare qualcosa per attenuare il suo apparente male? Che ne è di colui i cui giorni fuggono via in questo modo?

1. Un uso e una gestione diligente e attenta del tempo

2. Concentrare l'attenzione sul lavoro essenziale della vita, evitando tutte le frivole occupazioni del tempo che privano l'anima dei suoi giorni e non lasciano alcun residuo di benedizione o beneficio

3. Un'attenta guardia dal limitare le ricerche della vita a quelle cose che possono essere raggiunte solo in questo mondo attuale

4. Una giusta stima del valore dell'immortalità e una dovuta attenzione agli interessi che ad essa si riferiscono

5. Una paziente sopportazione dei dolori della vita, vedendo che presto finiranno; e un moderato assorbimento nei piaceri della vita, perché passano rapidamente. La vita è molto breve, ma è abbastanza lunga da permettere a tutti di afferrare la vita eterna, di prepararsi per quella vita eterna e di compiere un'opera su cui in seguito si potrà riflettere con piacere. - R.G

La navetta del tessitore

Questo è uno dei tanti emblemi della brevità della vita, che portano con sé una certa sottile suggestione di significati più profondi, nonostante il pessimismo minimizzante che sembra essere la loro unica causa di spinta. La navetta vola veloce attraverso la ragnatela. Cosa suggerisce questo fatto?

I LA MALINCONICA BREVITÀ DELLA VITA. "La velocità del tempo", dice Seneca, "è infinita, ed è più evidente a coloro che guardano indietro". Questo è uno degli argomenti più triti e ritriti dei moralisti convenzionali. Eppure è una sensazione che ogni singolo uomo prova con uno sbigottito shock di sorpresa quando gli viene direttamente in mente nell'esperienza. Diciamo che la vita è breve, ma non ci crediamo finché non ci viene ricordato da brutte sorprese. Allora sentiamo che la navetta volante, l'ombra che si scioglie, il racconto che si affretta a concludersi, non sono più transitori della vita. Noi non siamo che creature di un giorno alla luce dell'eternità di Dio

II LA VANITÀ DELLE AMBIZIONI TERRENE. Poniamo le nostre fondamenta, ma non abbiamo il tempo di porre la pietra angolare sul nostro caro progetto prima di essere chiamati qui. Gli strumenti ci cadono dalle mani prima che abbiamo raggiunto i nostri scopi. Il miraggio della vita svanisce prima che il suo paradiso sia stato raggiunto. Partiamo con grandi speranze, ma i nostri capelli sono grigi prima di aver iniziato a realizzarle, e siamo nelle nostre tombe prima che si realizzino

III LA FOLLIA DELL'IMPAZIENZA. Siamo onesti. Se le gioie della vita sono fugaci, lo sono anche le sue pene. Anche se la nostra sorte sarà dura, le difficoltà non saranno lunghe. Sembra che Giobbe si lamenti del fatto che, se la vita è così breve, è crudele rovinarla con guai. Sembra triste che un giorno così piccolo debba essere privato del suo breve sole. Ma, d'altra parte, se il giorno è di dolore e di amarezza, non possiamo essere grati che la sera si affretti?

IV IL DOVERE DELL'ALTRUISMO. Diamo troppo peso alla nostra vita individuale, come se il mondo esistesse per noi stessi. È come se la navetta immaginasse che il telaio le appartenesse, e che fosse stato fatto interamente per soddisfare la sua convenienza. Anzi, è peggio: è come se la navetta pensasse che il telaio fosse fatto per un solo lancio, un solo filo. Dobbiamo imparare a capire che esistiamo per uno scopo più grande. Abbastanza lentamente la grande rete del tempo si tesse, anche se ogni lancio della navetta è così rapido. Dio sta pensando al tutto

V IL MISTERO DI UN PROPOSITO DIVINO. La navetta non sa perché viene scagliata sui fili. Ma sta elaborando un disegno invisibile. Il lancio apparentemente senza scopo e sprecato è essenziale per la tessitura del modello dell'intero tessuto. Dio ha uno scopo con ciascuna delle nostre vite. Anche la vita più breve, vissuta in obbedienza a Dio, non può essere sprecata. Il grande telaio di Dio lo trasformerà nel suo disegno eterno

VI LA NECESSITÀ DI UNA VITA FUTURA. Gli animali sono soddisfatti della loro esistenza effimera. Non hanno riflessioni malinconiche sulla brevità della vita. È solo all'uomo che questa esistenza terrena sembra essere spregevolmente breve. Perché? Perché nel suo petto abita l'istinto dell'immortalità, un istinto la cui stessa esistenza è una muta profezia della sua futura soddisfazione, poiché colui che lo ha piantato non lo deluderà. La navetta non viene distrutta dopo il suo rapido volo. Questa breve vita ci porta nelle ere senza fine del futuro divino. - W.F.A

7 Oh, ricordati che la mia vita è vento!. Il vento è un'immagine di tutto ciò che è vano, mutevole, instabile, pronto a passare.Giobbe 6:3-6; Proverbi 11:29; Ecclesiaste 5:16; Isaia 26:18; 41:9; Geremia 5:13 - , ss. Il mio occhio non vedrà più il bene. Un'altra protesta contro le speranze che Eliphaz ha mantenuto.

vedi il commento al versetto 6; e - Giobbe 9:25 Giobbe sta ancora parlando solo di questa vita, e non tocca la questione di un'altra

8 L'occhio di chi mi ha visto non mi vedrà più; cioè, scenderò nella tomba e non sarò più visto sulla terra. Né amico né nemico mi vedranno dopo. I tuoi occhi. Gli occhi di Dio. Dio lo vede ancora e lo guarda; Questa è una consolazione certa; Ma durerà? Sono su di me, e io non lo sono. Sono sul punto di scomparire. Ancora adesso esisto a malapena

9 Come l'aloud si consuma e svanisce. Nei paesi montuosi si vedono nuvole aggrappate al fianco di una montagna, che non si allontanano, ma si restringono gradualmente e infine scompaiono completamente. Vengono "consumati" nel senso più stretto della parola: i caldi raggi del sole li bevono. Così chi scende alla tomba; piuttosto, allo Sceol; cioè al mondo inferiore, la dimora dei defunti. Quale fosse esattamente l'idea di Giobbe di questo mondo è impossibile dirlo, o se coinvolgesse la continua identità separata delle anime individuali e la loro continua coscienza. Sembra che entrambi siano stati certamente coinvolti nel concepimento di Isaia,Isaia 14:9-18 e forse in quello di Giacobbe;Genesi 37:35 ma il credo di Giobbe sull'argomento può essere solo congetturato. È certo, tuttavia, che sia gli Egiziani che i primi Babilonesi sostenevano la continuazione dopo la morte delle singole anime, la loro esistenza separata e la loro coscienza (vedi l'autore "History of Ancient Egypt", vol. 1, pp. 317-319; e "Religions of the Ancient World", pp. 62-65). Non salirà più. La credenza egiziana era che l'anima alla fine sarebbe tornata nel corpo da cui la morte l'aveva separata e l'avrebbe riabitata. Ma questa credenza non era certo generale tra le nazioni dell'antichità

Versetti 9, 10.- La nuvola che svanisce

Giobbe concepisce la vita come ancora più transitoria della spola del tessitore. Non solo passa rapidamente; Si scioglie nel nulla e cessa di essere come la nuvola che evapora nel calore del sole nascente. Il viaggio verso la tomba non conosce ritorno. Qui abbiamo la visione limitata e malinconica della morte che era prevalente ai tempi dell'Antico Testamento, ma che dovrebbe essere dissipata dalla gloriosa dottrina della risurrezione che Cristo ha portato alla luce

IL TEMPO PERSO È IRRECUPERABILE. Non potremo mai superare i giorni che ci siamo lasciati sfuggire nell'ozio incurante. Una gioventù sprecata è un disastro irrimediabile; La virilità non può assolutamente tornare indietro e compensare le deficienze della giovinezza. Nella migliore delle ipotesi non possiamo fare altro che fare i doveri di oggi; Sarebbe sciocco trascurarli nel tentativo di raccogliere quelli di ieri. Un'opportunità spregiudicata non tornerà mai più. I ricordi di un passato felice e perduto da tempo possono dimorare con noi come i sogni più dolci, ma non potranno mai riportare indietro i giorni antichi. Gioia, dolori, scene indaffarate, scene tranquille, tutto si è dissolto come le montagne e i palazzi della terra delle nuvole

II LA VITA TERRENA NON TORNERÀ MAI PIÙ. La dottrina pagana della metempsicosi non trova alcun sostegno nella Scrittura. Viviamo solo una volta sulla terra. Sfruttiamo, dunque, il meglio di questa unica vita terrena; È l'unico che abbiamo. Potremmo pensare che potremmo permetterci di sperperarlo un po' sconsideratamente se avessimo una dozzina di vite in più su cui contare. Ma non abbiamo riserve. Tutte le nostre forze sono in campo. Dobbiamo vincere subito la battaglia o saremo completamente distrutti. I doveri, le gioie, i dolori, della vita sono con noi questa volta. Usiamoli nel più alto servizio possibile, affinché la nostra unica vita possa essere una vita buona. I nostri cari sono con noi per una sola vita. Cerchiamo di essere pazienti con loro e gentili con loro. Quando li abbiamo perduti, non potremo mai più riaverli per espiare il nostro trattamento ingeneroso nei loro confronti

III ABBIAMO QUESTA UNICA OPPORTUNITÀ DI PREPARARCI PER IL FUTURO. Ora sappiamo che la morte non pone fine a tutto. Ma finisce il tempo della semina, dopo la morte c'è il raccolto. Ciò che è seminato nella vita presente deve essere raccolto nella grande età futura. Se questa vita è sprecata, andrà avanti per sempre, e non avremo l'opportunità di tornare nel mondo e prepararci meglio per il grande giorno della resa dei conti. Non possiamo comprare l'olio per i nostri vasi quando il grido della venuta dello sposo sveglia la notte

IV POSSIAMO GUARDARE AVANTI PER UNA VITA MIGLIORE. È sciocco prendere i testi dell'Antico Testamento come se ci diano una finalità di verità. Nella loro limitazione a volte ci mostrano solo l'imperfezione delle conoscenze precedenti. Giobbe non conosceva la rivelazione cristiana della redenzione, anche se a volte sembra che l'abbia intravista. Ma noi, sapendo di più, dovremmo avere speranze più luminose. La nostra guida non è Giobbe nella sua disperazione, ma Cristo nella sua vittoria. Non risorgeremo sulla terra. Ma possiamo sperare in una vita di risurrezione in cielo, quando incontreremo coloro che sono perduti da tempo, ma che non incontreremo mai. amici dimenticati che sono andati avanti prima di noi. - W.F.A

10 Non tornerà più a casa sua. Questo è meglio prenderlo alla lettera. Gli uomini, dopo la morte, non tornano alle loro case e riprendono le loro vecchie occupazioni. Dalla vita in questo mondo scompaiono per sempre. Né il suo luogo lo conoscerà affatto.

comp. - Salmi 103:16 #Giobbe 7:11

Perciò non tratterrò la mia bocca; piuttosto, io non tratterrò le mie labbra; cioè: "Puoi fare come ti piace nell'afflizione, io rivendico il diritto di lamentarti". Giobbe ha già sottolineato che la natura insegna agli animali a lamentarsi quando soffrono.Giobbe 6:5 Perché, allora, non dovrebbe? La lamentela non è necessariamente un mormorio; a volte è solo una denuncia, che Dio permette.

comp. Sl. 4:2, 77:3, 142:2, ss. Parlerò nell'angoscia del mio spirito; Mi lamenterò nell'amarezza della mia anima. L'estrema "angoscia" e la sofferenza "amara" giustificano lamentele che altrimenti sarebbero squillanti.

comp. - Giobbe 6:2-4

Versetti 11-16. - Giobbe a Dio:2. L'apertura della terza controversia

HO UNA RISOLUZIONE PERICOLOSA

1. Il suo significato. Lamentarsi, non solo per lamentarsi della miseria della sua sorte, ma per esprimere il suo senso della crudeltà di Geova che prima lo affliggeva e poi non gli dava risposta al suo solenne e patetico appello. Se i mormorii contro la propria condizione esteriore sono a volte naturali e persino scusabili, sono sempre pericolosi, anche quando non sono effettivamente peccaminosi. Coloro che cominciano col trovare da ridire sulla loro parte, generalmente finiscono col riflettere su colui da cui è stata conferita la loro parte. Che Giobbe non maledisse Dio in faccia, come aveva predetto il diavolo, era un prodigio, e lo si doveva più alla grazia che a se stesso. Quando l'anima è in angoscia è meglio tacere che parlare, imitare DavideSalmi 39:9 che imitare Giobbe

2. Lo spirito di esso. Con veemenza: "Parlerò", il tempo che esprime l'energia del linguaggio con la passione: "Nell'angoscia del mio spirito", con l'amarezza: "Mi lamenterò nell'amarezza della mia anima"; -- tutte aggravanti ingiustificabili della sua offesa originale, sebbene Giobbe, cominciando "anch'io", "io da parte mia", sembrasse pensare di non trasgredire i limiti del diritto. E certamente un linguaggio veemente, straordinario e audace può essere citato da altre labbra che da quelle di Giobbe, linguaggio che di solito non viene biasimato come peccaminoso; ad esempio quello di Geremia. Eppure, gli uomini sono inclini a dimenticare che, nel contendere con Dio, non hanno assolutamente alcun "diritto", per così dire, e certamente nessuno di rivolgersi a lui con irriverente presunzione o insinuare qualcosa contro la sua amorevole benignità o giustizia

3. Il motivo. "Perciò; " cioè in parte perché le sue sofferenze erano grandi, e in parte perché la sua vita era vanità, ma soprattutto perché Dio taceva e non si accontentava di ascoltare la sua preghiera; non una delle quali ragioni, e nemmeno tutte insieme, erano sufficienti a giustificare la sua proposta violenta. Le grandi sofferenze non sono una scusa per grandi lamentele, poiché in se stesse non sono più di quanto l'uomo meriti, sono sempre inviate nell'amore e sono capaci, se accolte con mite sottomissione, di rendere il sommo bene. Così lontano dal carattere transitorio e irrevocabile della vita che induce un comportamento querulo, dovrebbe spingere l'uomo a volgere i suoi momenti d'oro nel miglior modo possibile; mentre il silenzio di Dio non può dare all'uomo il diritto di mormorare, poiché Dio conosce sempre il momento migliore per parlare, sia per rivendicare se stesso che per rispondere al suo popolo.Salmi 1:3

II UN INTERROGATORIO IRONICO

1. Il confronto fatto. Quasi impertinentemente, sicuramente in modo sconveniente, Giobbe chiede se Dio lo considerasse un mare o una balena; cioè come un potente conflusso di acque, un oceano feroce che assalì il cielo, o come un enorme mostro acquatico, un grande e terribile drago del primo secolo, di cui aveva paura e sul quale di conseguenza aveva bisogno di mettere una guardia. L'intenzione di Giobbe era quella di dire che sicuramente Dio aveva una tale nozione del povero scheletro emaciato su cui stava accumulando calamità così gigantesche. Era stranamente irriverente, da parte di Giobbe, per così dire, e per di più del tutto falso. Dio non stimava né lui né alcuna delle sue creature intelligenti come un mare o un mostro. Dio non parla mai in modo sprezzante dell'uomo, e l'uomo non dovrebbe mai farlo di se stesso. Né Dio tratta mai l'uomo come un mare o una balena, ma sempre con il dovuto riguardo per la sua natura intelligente e morale, sotto il quale l'uomo dovrebbe imitare Dio nei suoi rapporti. Meno di tutto può essere una razzia il fatto che Dio abbia sempre paura dell'uomo; L'unico essere che l'uomo può veramente ferire con la sua insubordinazione e malvagità è se stesso. Eppure, anche se non è corretto nel senso inteso da Giobbe, a volte è tristemente vero che il cuore dell'uomo è altrettanto inquieto, insaziabile, violento, distruttivo, rumoroso, feroce e ingovernabile come i grandi mostri che contiene

2. La prova fornita. Come l'oceano turbolento richiede di essere delimitato e trattenuto, e il leviatano deve essere tenuto in catene, così, dice il patriarca, con cupa ironia, "tu hai posto una guardia su di me". Giobbe aveva ragione a riconoscere ancora la mano di Dio nelle sue afflizioni. Quali che siano le cause seconde, la causa prima di tutte le calamità che si abbattono su un santo, come del resto in tutto ciò che accade, è Dio.Giobbe 2:10; Isaia 45:7 Amos 3:6 Eppure egli si sbagliava nell'interpretazione del proposito di Dio in queste afflizioni. Dio veglia sui mari e sulle balene, e sugli uomini sofferenti e sui santi allo stesso tempo, cioè sempre, e con lo stesso diritto, il diritto della sua sovranità divina; e allo stesso modo, mandando il suo sguardo onnisciente in ogni angolo dell'universo; ma non con lo stesso spirito, vegliando sempre contro i mari e le balene, ma sempre sugli uomini e sui santi; o per lo stesso scopo, nella facilità dei mari e delle balene per trattenerli dal fare danno nel suo mondo, nel caso degli uomini e dei santi per rallegrarsi di loro per fare loro del bene

III UN'ACCUSA INGIUSTA

1. L'accusa. "Tu mi spaventerai con sogni e mi terrorizzerai con visioni" (versetto 14). Questi sogni e visioni, orribili ombre proiettate sullo sfondo della sua immaginazione sveglia ed eccitata dalla terribile malattia di cui soffriva, erano di un carattere completamente diverso dai sogni e dalle visioni descritte da ElifazGiobbe 4:13 mentre visitava l'uomo buono da Dio. Nell'intemperanza del suo spirito, Giobbe li imputa a Dio, mentre avrebbero dovuto essere giustamente attribuiti a Satana. Se avesse semplicemente voluto riconoscere la mano divina nelle sue sofferenze, il suo linguaggio sarebbe stato degno di essere imitato; ma se, come è più probabile, intendesse effettivamente incaricare Dio di essere. l'Autore immediato di quei pallidi fantasmi e di quelle oscure apparizioni che scacciavano il sonno dal suo cuscino e lo facevano rabbrividire di paura spettrale, era sicuramente al limite della bestemmia. Se non è un'offesa così odiosa come attribuire l'opera di Dio al diavolo, imputare l 'opera di Satana a Dio è del tutto ingiustificato

2. Il tempo. "Quando dico: Il mio letto mi conforterà, il mio giaciglio allevierà il mio lamento; allora mi sollevi di sogni". Le aspettative più fondate dell'uomo sono non di rado deluse. Anche i divani, formati per comodità e comodità, spesso non riescono a trasmetterli. Coloro che desiderano di più il ristoro del sonno hanno talvolta la massima difficoltà a ottenerlo. È vano cercare conforto nell'afflizione, o sollievo in mezzo al dolore, sia nei letti che nei divani, o in qualsiasi altro strumento che non sia la benedizione divina. La vera Fonte di consolazione per i corpi malati, le menti angosciate e gli spiriti disturbati è Dio.Salmi 42:5; 147:3; Isaia 25:4; 51:3; 66:5; 2Corinzi 1:3,4; 7:6 E come Dio si compiace di visitare il suo popolo sofferente sui loro letti,Giobbe 35:10; Salmi 41:3; 42:8; 77:6, così il diavolo raramente manca di scoccare le sue frecce più affilate e di radunare i suoi terrori più feroci durante la notte

3. Il risultato

(1) Un desiderio di morte immediata. "Così che la mia anima sceglie lo strangolamento", cioè il soffocamento, una sensazione di soffocamento che si verifica frequentemente nell'elefantiasi; "e la morte piuttosto che la mia vita", letteralmente, "che le mie ossa", cioè lo scheletro emaciato che sono diventato. La vita in sé non è necessariamente gioiosa e desiderabile. La quantità di piacere che deriva dall'esistenza dipende in larga misura dalle sue circostanze e condizioni; e questi possono essere modificati in modo da rendere l'esistenza un peso. Eppure i sofferenti dovrebbero piuttosto portare i loro fardelli piuttosto che desiderare eccessivamente la liberazione, poiché è "meglio portare i mali che abbiamo che fuggire verso altri che non conosciamo"; poiché qualunque sia il peso della nostra afflizione, è volontà di Dio che noi la portiamo; e poiché Dio è in grado di riportare indietro anche uno scheletro emaciato dall'orlo della tomba

(2) La tentazione del suicidio, come alcuni pensano. "Così che l'anima mia sceglie di strangolare" con la violenza esterna,

Confronta - Naum 2:12 sì, con un atto suicida;2Samuele 17:23 a cui si suppone alludano le parole successive, "e la morte per mezzo di queste ossa". Anche se questa fosse l'interpretazione corretta (il che è dubbio), è soddisfacente che coloro che la adottano comprendano la tentazione suicida di essere stati respinti dal patriarca, il quale esclama: "La detesto"; cioè detesto e ripudio con orrore l'idea di togliermi la vita. Il suicidio è un atto di suprema vigliaccheria, che scaturisce, tranne quando la ragione è rovesciata, dall'incapacità di sopportare la sofferenza o la vergogna; un atto di suprema follia, poiché può solo far precipitare il suo colpevole illuso in una sofferenza più profonda e in una vergogna più pubblica; un atto di suprema empietà, in quanto arroga all'uomo un potere che appartiene solo a Dio

(3) Una preghiera per una tregua almeno temporanea. "Lasciami stare; perché i miei giorni sono vanità", che significa: "La mia vita deve finire presto; cessa dunque di tormentarmi con sogni e visioni; ma concedimi un periodo di agio e di conforto prima che io parta".

confronta - Giobbe 10:20 - , e vide omiletica

Imparare:

1. Il pericolo di una meditazione troppo esclusiva sulla vanità della vita. È adatto, come nel caso di Giobbe, a promuovere pensieri peccaminosi riguardo a Dio

2. La correttezza di tenere sempre le briglie sulle labbra. Quando Giobbe tolse il ritegno dalla sua bocca, parlò con angoscia, si lamentò con amarezza, interrogò con irriverenza, accusò con temerarietà, congettò con veemenza, supplicò con impazienza

3. La tendenza del cuore umano, specialmente quando è accecato dal dolore e agitato dalla passione, a fraintendere il modo provvidenziale di Dio verso se stesso

4. La certezza che gli uomini buoni possano avere in sé gran parte della vecchia natura non rinnovata, che giace insospettata fino a quando l'occasione non la richiami. Difficilmente ci si sarebbe aspettati l'esplosione di collera che Giobbe mostra qui

5. Il dovere di ringraziare Dio per tali misericordie comuni come i letti su cui dormire e la capacità di usarli. Molti hanno letti che non riescono a dormire, e alcuni dormirebbero se non riuscissero a trovare i letti

6. La malvagità di, in qualsiasi circostanza, sottovalutare il grande dono della vita di Dio. La vita in mezzo alla sofferenza può spesso glorificare Dio più dell'esistenza in mezzo all'agio

7. L'inopportunità di concludere avventatamente che i propri giorni sono vanità, poiché un uomo può essere più utile quando meno lo sospetta. Probabilmente Giobbe non ha mai servito così bene la sua epoca e la sua generazione come quando passò attraverso questo terribile battesimo di dolore, tristezza e tentazione

Versetti 11-16. - Nuovo ricorso al sollievo delle parole

La preghiera sembra, in questo oscuro stato di sconforto, vana; e la disperazione di Giobbe trabocca da ogni limite e si riversa in un oscuro flusso di pensieri e di parole

LE SOFFERENZE SONO STATE FRAINTESE. Si potrebbe supporre, egli sostiene, da queste intense oppressioni, che egli fosse una creatura pericolosa, che non poteva essere incatenata troppo da vicino né essere sorvegliata troppo da vicino (Versetto 12), una a cui non doveva essere concesso un momento di riposo, per non commettere nella sua libertà qualche terribile danno. Ma è lui un tale essere? è egli un mare, o un mostro vivente degli abissi, per essere così aspramente tormentato e custodito da Dio? Proprio così, egli dice,Giobbe 13:20 "Tu metti i miei piedi nei ceppi e osservi attentamente tutti i miei sentieri; tu hai lasciato un'impronta sui piedi dei miei piedi". Nemmeno nel sonno può trovare riposo, per quanto sia la più debole e la meno pericolosa delle creature (Versetti. 13, 14)

II RISOLUZIONI AVVENTATE DELLA DISPERAZIONE. (Versetti 15, 16) Preferirà essere soffocato, o in qualche modo corteggiare la morte, piuttosto che portare più a lungo in giro questo scheletro vivente, questo miserabile corpo che consiste solo di ossa.Giobbe 19:20 - Egli ha un disgusto per la vita, non vivrà per sempre, perché ha già vissuto troppo a lungo

III APPELLO ALLA GIUSTIZIA DI DIO (Versetti 17-21) Dopo una rinnovata e appassionata richiesta (Versetti. 16) che Dio gli conceda almeno un momento di riposo, poiché la sua vita è già quasi svanita e non può rimanere, il suo linguaggio diventa un po' più tranquillo e contemplativo

1. Interrogativi: l'insignificanza dell'uomo come oggetto della considerazione divina. (Versetti 17-19) Possiamo paragonare la questione del salmista. Lì è suggerito dalla magnificenza dei potenti cieli: che cos'è l'uomo in confronto a quel vasto e brillante aggregato di costellazioni? Qui la domanda è suggerita dalla grandezza della miseria di chi soffre. Che valore può avere egli per il bene o per il male, per essere fatto oggetto di questa incessante attenzione divina? La risposta a queste ostinate domande si trova nel Vangelo. Lì l'uomo impara che è la grandezza e il valore dell'anima che lo rende l'oggetto della ricerca divina; e allora impara, soprattutto, che quella ricerca non è ispirata dalla vendetta di un avversario irritato, o dal capriccio di un aguzzino ingiusto, ma dall'amore di un Padre eterno, che castiga gli uomini per il loro profitto, affinché siano partecipi della sua santità

2. Consapevolezza della colpa. (Versetti 20, 21) Per la prima volta c'è un riferimento da parte di Giobbe alla causa nascosta della sofferenza: il peccato. Ma è solo una consapevolezza generale dell'infermità, e un'ammissione che forse ci può essere stato un errore involontario da parte sua. Non può confessare un peccato speciale di cui i suoi amici lo suppongono colpevole, ma di cui la sua coscienza è libera. Alcune parole sono tradotte: "Se ho fallito in quello che ti ho fatto, Preservatore degli uomini, perché", ss.)? Così, più profondo del senso del peccato, la convinzione più profonda di tutte nel suo cuore, è:

3. Fiducia istintiva nella bontà di Dio. Il suo ragionamento è il seguente: può essere necessario che Dio punisca l'uomo per la sua colpa; ma è questo a valere in modo così rigoroso che ogni minima omissione sia severamente esaminata e severamente punita da Dio? Sicuramente l'uomo non è né così forte da resistere all'errore, né così pericoloso, da dover essere trattato così duramente e gelosamente? Perché, se c'è stato qualche difetto nella condotta di Giobbe, come si vede da quegli occhi onnipenetranti, Dio scaglia tutte le sue frecce contro di lui come un cacciatore che mira a un bersaglio fisso,

comp. - Giobbe 6:4; 16:12 scagliandogli addosso i dardi velenosi della malattia e della sofferenza finché non può più sopportare se stesso? Perché Dio non lo perdona piuttosto prima che sia troppo tardi, come, ahimè! secondo tutte le apparenze, lo è ora, poiché Giobbe non vede davanti a sé altro che la tomba? Questo non è il conflitto di uno spirito infedele o ribelle contro il suo Creatore. È la supplica di un vero figlio presso il suo Padre celeste. È la lotta dell'anima contro la pressione ferrea di ciò che abbiamo imparato a chiamare legge naturale. L'individuo soffre, a volte è schiacciato dalla legge naturale, mentre la massa ne trae beneficio. Ma al di sopra della legge c'è Dio. E da questo lungo quadro di pensieri turbati lampeggerà presto la verità, che in quella amorevole e santa volontà di un Padre l'anima, emancipata dalle afflizioni del tempo, troverà il suo eterno riposo

Versetti 11-16. - Il grido della disperazione

Giobbe è nel profondo della sua sofferenza. Il suo cuore è dolorante, spezzato. Scoppia con il suo forte lamento, che non riesce più a trattenere. Il suo spirito cerca sollievo nel suo grido. Ogni pianto dovrebbe dare sollievo. Ma l'amaro grido di disperazione, che sale dal profondo di un dolore lancinante, segna spesso il punto di svolta nella storia della sofferenza. Essendo la sua vanità e inutilità rese evidenti, l'anima ritorna a uno stato più calmo e raccolto

IL GRIDO DELLA DISPERAZIONE È STRAPPATO DAL CUORE SOLO NELLE SUE SOFFERENZE PIÙ ESTREME. Per quanto lo spirito umano possa essere coraggioso e forte nella sofferenza, arriva un momento in cui la sua forza viene meno. Raggiunge un climax di dolore e angoscia. Non può più resistere; e, nella fretta appassionata del sollievo, lo cerca nel suo selvaggio grido di disperazione. "Parlerò nell'angoscia del mio spirito"

II IL GRIDO DI DISPERAZIONE È VANO. Non riesce a dare sollievo alla carne sofferente; e, sebbene sia un'espressione dell'angoscia dell'anima, di per sé è impotente ad alleviare quell'angoscia. È suscettibile di eccitare ma di ribellarsi. È come la lotta di chi è chiuso in una rete forte; o come la follia di un bambino, in preda a una passione selvaggia, che scalcia a piedi nudi contro la roccia rocciosa

III IL GRIDO DI DISPERAZIONE, ESSENDO SPESSO, COME QUI, UN GRIDO DI LAMENTELA DI SFIDA, TENDE A RISVEGLIARE L'ANIMA A UNA MALVAGIA RIBELLIONE. Non c'è freno all'anima agitata. È liberato nella libertà illimitata di dichiarare, non il suo giudizio calmo, ma il suo lamento più assoluto, pungolato dalla gravità di un'acuta sofferenza. "Non tratterrò la mia bocca"

IL GRIDO DI DISPERAZIONE SCATURISCE E, ALLO STESSO TEMPO, PROMUOVE VISIONI ERRATE DELLA VITA E DEI SUOI PROBLEMI. Giobbe è così sviato che sceglie "lo strangolamento e la morte piuttosto che la vita": il suo giudizio è così completamente in sospeso che non conosce altra alternativa. Forse lo scopo del poeta è quello di dimostrare che la conoscenza del futuro di Giobbe è insufficiente a contrastare i dolori e i mali del presente

V IL GRIDO DI DISPERAZIONE MERITA PIETÀ. Quando l'anima è spinta da una feroce afflizione a un tale estremo, è un oggetto adatto per la più tenera compassione e paziente sopportazione. Come gli uomini sono pazienti con il demente, così hanno bisogno di stare con colui che, per disperazione, è allontanato dal giudizio equilibrato e calmo e dal giusto pensiero

NON BISOGNA DIMENTICARE CHE IL GRIDO DELLA DISPERAZIONE UMANA GIUNGE ALL'ORECCHIO DELL'ONNIPOTENTE, DEL SOCCORRIENTISSIMO. Si ode anche il sospiro di un cuore contrito; così anche il lamento della disperazione. L'estremità umana è l'opportunità divina. Alla fine Giobbe dimostrerà che Dio non lo ha dimenticato. - R.G

12 Giobbe inizia ora la sua lamentela, che è tutta rivolta a Dio. I suoi capi sono:

(1) che è confinato e limitato, non gli è concessa alcuna libertà (Versetto 12);

(2) che è terrorizzato da visioni notturne (Versetti. 13, 14);

(3) che non è "lasciato solo" (Versetto 16);

(4) che gli si presta tanta attenzione (Versetti. 17-19);

(5) che egli è fatto un calcio per le frecce di Dio (Versetto 20); e

(6) che non è perdonato, ma perseguitato senza sosta (Versetto 21)

Sono un mare o una balena? piuttosto, sono un mare o un mostro marino? Sono selvaggio e incontrollabile come l'oceano, feroce e selvaggio come un coccodrillo o un altro mostro degli abissi? Non possiedo forse la ragione e la coscienza, per mezzo delle quali potrei essere guidato e guidato? Perché, allora, vengo trattato come se fossi senza di loro? Il mare deve essere sorvegliato, per timore che irrompa sulla terra; in Egitto c'erano state molte brecce di questo tipo, come dimostra la configurazione della costa, con le sue strette cinture di sabbia e le sue vaste lagune; e i coccodrilli devono essere sorvegliati, per timore che distruggano la vita umana; ma c'è bisogno che io sia sorvegliato, trattenuto, costretto, circondato da ogni parte?Giobbe 3:23 Sono così pericoloso? Sicuramente no. Perciò un po' di libertà mi avrebbe potuto essere data in modo sicuro, invece di questa fastidiosa restrizione. che tu metta la guardia su di me; o, una guardia, cioè un insieme di impedimenti fisici, che non mi lasciano libertà di azione

13 Versetti 13, 14.Quando dico: Il mio letto mi conforterà, il mio giaciglio allevierà il mio lamento. A volte, nonostante le sue molte "notti faticose" (Versetto 5), Giobbe nutriva la speranza di qualche ora di riposo e tranquillità, mentre, stanco ed esausto, cercava il suo giaciglio e vi si sdraiava, ma solo per essere deluso. Allora tu mi spaventerai con sogni e mi terrorizzerai con visioni. Si dice che i sogni spiacevoli siano un sintomo, o comunque un frequente concomitante, di elefantiasi; ma sembra che Giobbe parli di qualcosa di peggio di questi. Gli giunsero orribili visioni, che credeva fossero state inviate direttamente dall'Onnipotente, e che disturbarono efficacemente il suo riposo, rendendo la notte orribile. Probabilmente questo era uno dei modi in cui a Satana fu permesso di provare a metterlo alla prova

14 Spaventato dai sogni

Questo sembra essere uno dei sintomi della terribile malattia di Giobbe, l'elefantiasi. Il sonno non gli dà nemmeno riposo dalle sue sofferenze. I tormenti corporali del giorno lasciano il posto solo a sogni orribili e visioni allarmanti di notte

I TERRORI DEI SOGNI SONO REALI NELL'ESPERIENZA. Guardate l'uomo in un incubo, come geme e grida! Sorridiamo ai suoi guai immaginari. Eppure per lui, mentre li sopporta, sono molto reali. Sentiamo secondo il nostro stato soggettivo, non secondo le nostre circostanze oggettive. Le anime sono torturate da sogni ad occhi aperti che non hanno un fondamento migliore di quelli notturni, ma le loro angosce non sono forse meno acute. La superstizione popola i cieli con fantasie oniriche di orrore. Non ci sono realtà corrispondenti. Eppure le vittime della superstizione sono in vera agonia. Sembra che un'enorme quantità di terribili sofferenze mentali siano sperimentate dai pagani nei loro terrori superstiziosi delle divinità maligne. Un felice risultato dell'opera missionaria cristiana è quello di spazzare via quei cupi sogni e portare la pace e la fiducia della luce cristiana del giorno nelle regioni arretrate del mondo

II ALCUNE DELLE NOSTRE PEGGIORI ANGOSCE NON HANNO FONDAMENTO MIGLIORE DEI SOGNI OZIOSI. Sono terribili finché siamo sotto il loro incantesimo; ma se solo sapessimo che non sono altro che fantasie della mente malata, saremmo sollevati dal loro incubo. Nota alcuni di questi

1. L'idea che Dio si opponga a noi. Questo era il pensiero di Giobbe. Pensava che anche i suoi sogni malvagi venissero da Dio, e che fosse Dio a spaventarlo. L'idea troppo comune nella religione era ed è che Dio ci avverte e che dobbiamo fare qualcosa per ottenere il suo favore, mentre le Scritture ci dicono che ci ama e cerca che ci riconciliamo con lui, e che, invece di dover fare qualcosa per renderlo misericordioso, ha dato il suo Figlio per redimerci a sé

2. L'idea che i nostri peccati siano incurabili. La gente non crederà che la santità sia possibile, quindi naturalmente non ce l'ha, perché non ha il cuore della speranza per cercarla. Ci spaventiamo con brutti sogni della nostra condizione irrimediabilmente rovinata. Il nostro peccato non è un sogno, ma la nostra disperazione lo è

3. Il terrore della morte. Per il cristiano questo non è che un sogno ozioso. La morte non è un orribile mostro di Miltonico, ma la serva di Cristo, la morte è l'avvento di Cristo all'anima che vive al servizio di Cristo

III CRISTO È VENUTO A DISSIPARE I SOGNI OZIOSI. Siamo turbati dal modo in cui Dio ci comporta perché non lo conosciamo. Non ci resta che familiarizzarci con lui per essere in pace.Giobbe 22:21 Cristo rivela Dio nella sua Paternità. Ci sono paure ragionevoli che non sono sogni, ma che scaturiscono dalla nostra coscienza di colpa. Spesso il sogno si trova nell'illusione che ignora o scusa il peccato. Cristo dissipa quel sogno rivelando una terribile realtà, ma solo per poterci guidare attraverso il pentimento al perdono. Allora tutti i terrori della notte svaniscono nella lieta luce del giorno dell'amore di Dio. - W.F.A

15 Così che l'anima mia sceglie di strangolare; cioè "così che preferirei strangolarmi a questi sogni orribili", che sono peggiori di qualsiasi sofferenza fisica. Alcuni vedono qui un riferimento al suicidio: ma questa è una spiegazione molto forzata. Il suicidio, come già osservato, sembra non essere mai venuto in mente ai pensieri di Giobbe.

vedi il commento su - Giobbe 6:8 E la morte piuttosto che la mia vita; letteralmente, piuttosto che le mie ossa. La morte, cioè, sarebbe preferibile a una vita come quella che conduce, che è quella di uno scheletro vivente

16 Lo detesto; piuttosto, sono deperito -- "ulceratus tabesco" (Schultens). Non vivrei per sempre; piuttosto, non vivrò per sempre. Lasciami stare, perché i miei giorni sono vanità; letteralmente, cessate da me; cioè "cessa di disturbarmi" -- con, forse, l'ulteriore significato. "Smetti di preoccuparti di me", perché sono sufficientemente ridotto al nulla: la mia vita è pura vanità

"Non vivrei per sempre"

IL GRIDO DI AMARA DELUSIONE. Esemplificato nel caso di Elia1Re 19:4 e di Giona.

Gione 4:8

II IL LAMENTO DI GRANDE DOLORE. Illustrato dall'esperienza di Giobbe

III LA VOCE DELLA DISPERAZIONE PIENA DI RIMORSO. Come nel caso di Ahitofel2Samuele 17:23 e Giuda.Matteo 27:5

IV IL LINGUAGGIO DI UNA COSCIENZA RISVEGLIATA. Testimone il carceriere di Filippi.Atti 16:27

V L'ESPRESSIONE DELLA FEDE. Come impiegato da San Paolo.Filippesi 1:23

Imparare:

1. La necessità di partire da questa vita.Ebrei 9:27

2. L'importanza di prepararsi per un altro.1Cronache 11:10 #Giobbe 7:17

Che cos'è l'uomo, perché tu lo magnifichi? o, farne così tanto uso, considerarlo di così grande importanza. Sembra che, a prima vista, un'idea elevata di Dio sia quella di considerarlo troppo elevato, troppo grande, per preoccuparsi veramente di una creatura così meschina, di un essere così povero come l'uomo. Quindi, tra i Greci, gli epicurei sostenevano che Dio non prestava alcuna attenzione a questo mondo, né a nulla di ciò che accadeva in esso, ma abitava sicuro e tranquillo nell'empireo, senza nulla che lo disturbasse, lo scontentasse o lo tormentasse. E gli uomini santi dell'antichità a volte cadevano in questa stessa fase di pensiero, ed esprimevano sorpresa e meraviglia che Dio, che abitava in alto, dovesse "umiliarsi per considerare le cose in cielo e in terra". «Signore», dice Davide, o chiunque sia stato l'autore del salmo centoquarantaquattraente, «che cos'è l'uomo, perché tu lo conosca? o il Figlio dell'uomo, perché tu ne tenga conto? All'uomo piace la vanità; i suoi giorni sono come un'ombra che passa". Ma tutti, tranne gli epicurei, sono d'accordo che Dio, in effetti, si preoccupa così tanto, e una piccola riflessione è sufficiente per mostrarci che la visione opposta, invece di esaltare, degrada realmente Dio. Mettere al mondo esseri coscienti e senzienti, esseri capaci della felicità o della miseria più intensa, e poi lasciarli completamente a se stessi, senza più prendersi cura di loro o pensarci, sarebbe la parte non di un Essere grande, glorioso e adorabile, ma di uno privo di qualsiasi diritto alla nostra ammirazione. E che tu volgi il tuo cuore su di lui? Questa forte espressione non è usata altrove per Dio. Ma ben esprime l'estrema tenerezza e considerazione che Dio nutre per l'uomo, e l'amore profondo da cui scaturiscono quella tenerezza e quella considerazione

Versetti 17-21. - Giobbe a Dio:1. Una rimostranza al Cielo

I LA CONDOTTA DIVINA RAFFIGURATA. Come quello di:

1. Un osservatore di uomini. (versetto 20; confronta versetto 12) Riguardo a questo Spionaggio Divino si può notare:

(1) L'oggetto di esso. L'uomo (Versetto 17). Non un formidabile avversario o un potente avversario, dei cui movimenti l'Onnipotente potrebbe ragionevolmente essere in apprensione, non un oceano che tutto divora, o un feroce mostro marino ingovernabile (Versetto 12), ma una povera, debole, insignificante creatura (enosh)', un mercenario ottuso e senza spirito (soldato o schiavo), che si trascina per un periodo di duro servizio sulla terra (Versetto 1), gravato da miserie intollerabili (Versetto 3), i cui giorni sono più veloci della spola di un tessitore (Versetti. 6), sono persino la vanità (Versetti. 16), e il cui intero periodo di esistenza in questa sfera sublunare è come un vento che passa o una nuvola che svanisce (Versetti. 7-9), che si scioglie e non ritorna mai più

(2) Il suo carattere. Giobbe suppone che questo grande osservatore dell'uomo che descrive per primo attribuisca un'importanza stravagante alla creatura debole e insignificante di cui è stato appena abbozzato il ritratto: "Che cos'è l'uomo, perché tu lo magnifichi?"

confronta il linguaggio di Davide a Saul, - 1Samuele 24:14 lo costituisce quindi oggetto di speciale, attenta, seria e vigilante osservazione: "E che tu volgi il tuo cuore su di lui?";Salmi 8:4; 144:3; Ebrei 2:6 poi lo tratta come un prigioniero sottoposto a regolari ispezioni, nel caso in cui dovesse fuggire dalla prigionia o essere colpevole di tramare complotti contro il suo guardiano: "E che tu lo visiti ogni mattina; " e infine lo mette severamente alla prova, cioè con le viti a testa zigrinata e i ceppi dell'afflizione: "E mettilo alla prova in ogni momento"

(3) La costanza di esso. Giobbe rappresenta questa terribile ispezione, non come occasionale o eccezionale, che avrebbe potuto essere tollerabile, ma come perpetua, senza interruzione e senza cessazione, "ogni mattina" e "ogni momento", e l'occhio divino non lo lasciava mai così a lungo da appuntare la lendini, da ingoiare la sua saliva

(4) Lo scopo di esso. Non per benedire l'uomo, come a Davide piaceva pensare della tutela divina, ma per maledirlo, per scoprire i suoi difetti, per scoprire le sue mancanze, per scoprire i suoi peccati. Questa orribile immagine dell'occhio dell'Eterno che tutto vede, silenzioso e non dorme mai, sempre fisso sull'uomo con il suo sguardo freddo, chiaro, crudele, calcolatore, che sembra non muoversi mai, ma sempre lì, di giorno e di notte, a perseguitarlo ad ogni angolo, non è fortunatamente vera per il santo, anche se, ahimè, offre una rappresentazione spaventosamente vivida della miseria dei perduti.

Ri 6:16,17

2. Un tiratore di uomini. "Perché mi hai posto come marchio contro di te?" cioè come bersaglio a cui sparare.

Confronta - Giobbe 6:4 Un altro oltraggioso accusamento della Divinità, implicando che Dio, nell'affliggere Giobbe, si era reso colpevole di:

(1) Manifesto favoritismo, nel passare accanto agli altri e sceglierlo come oggetto dei suoi attacchi

(2) Crudeltà deliberata, non semplicemente lanciando un attacco casuale o occasionale contro Giobbe, ma, per così dire, ergendolo come un bersaglio, e prendendo di mira il suo petto con calma e deliberata

(3) Profonda malevolenza, come se Dio provasse lo stesso piacere nel dirigere le sue frecce contro di lui, Giobbe, che un arciere potrebbe fare esercitandosi a colpire un sedere, o un soldato a scagliare un'asta contro un nemico

(4) Ostilità ingiustificabile, dal momento che Giobbe almeno non era in grado di discernere alcuna causa per tale procedura straordinaria

3. Un oppressore dell'uomo. "Perché mi hai reso un ostacolo sul tuo cammino?" (secondo un'altra e forse più esatta traduzione); l'idea era che Giobbe fosse perennemente sulla strada di Dio, e che Dio, odiandolo e sentendolo un peso (secondo un'altra lettura della frase successiva), si precipitasse contro di lui come se volesse distruggerlo, e quindi sbarazzarsi di lui. Ma Dio non prova mai sentimenti simili verso nessun uomo. Egli può odiare il peccato dell'uomo, ma l'uomo stesso non lo odia mai. Egli può spesso trovare nell'uomo, a causa del peccato, un ostacolo sul suo cammino, ma non pone mai l'uomo davanti a sé come oggetto di un assalto ostile

II LA CONDOTTA DIVINA CARATTERIZZATA. COME:

1. Indegno. Giobbe intende suggerire che l'insignificanza dell'uomo rende del tutto sconveniente, se non meschino, da parte di Dio visitarlo con afflizione; che l'incessante vigilanza che Dio esercita sull'uomo significa attribuirgli troppa importanza, che l'uomo, essendo così completamente fragile e di breve vita, sarebbe più nobile in Dio permettergli di godere del suo breve periodo di vita nell'agio e nell'agio. Un argomento fallace, poiché:

(1) Nessun essere che Dio ha creato è troppo insignificante perché Dio se ne prenda cura. Egli si prende cura dei passeri,Matteo 10:29 e dei buoi,1Corinzi 9:9 e perché non dell'uomo?Matteo 10:31

(2) Se l'uomo non è troppo insignificante per peccare, non può essere troppo insignificante perché Dio lo tenga d'occhio. La capacità di peccare dà all'uomo nell'universo di Dio un'importanza che altrimenti non avrebbe avuto

(3) Anche se la vita dell'uomo sulla terra è breve, le conseguenze delle sue azioni malvagie possono vivere dietro di lui; da qui l'impossibilità per Dio di ritirare il suo controllo sulle cose mondane

(4) L'accusa cade completamente a terra, poiché Dio veglia sull'uomo, non in senso cattivo, ma in senso buono

2. Scortese. Il linguaggio di Giobbe espone la condotta divina in una luce molto offensiva, come se non distogliesse mai per un istante lo sguardo dall'uomo, o gli concedesse un momento di riposo; ma lo tormentava così incessantemente che la vita diventava un peso, lo perseguitava così spietatamente che, per quanto volesse, non potrà mai togliersi di mezzo dal Creatore. Grazie a Dio, un'immagine del genere è vera solo per gli impenitenti. "La faccia del Signore è contro quelli che fanno il male, per cancellare dalla terra il loro ricordo".Salmi 34:16

3. Scortese. Ammettendo che avesse commesso delle colpe e che il grande Osservatore degli Uomini avesse scoperto il peccato nella sua vita passata. «Perché non perdoni la mia trasgressione?», chiede Giobbe, «e non togli la mia iniquità?» Una questione estremamente naturale, tuttavia, non perché l'uomo sia una creatura così insignificante, e la vita umana così evanescente, e il peccato così relativamente insignificante, ma perché

(1) Dio è essenzialmente misericordioso e misericordioso;Ester 34:6

(2) nell'esercizio della misericordia Dio si compiace particolarmente;Geremia 9:24; Isaia 43:25; Ezechiele 33:11; Michea 7:18);

(3) l'esercizio della misericordia è perfettamente coerente con gli altri attributi della sua natura divina;Romani 3:25,26

(4) la misericordia più della giustizia ridonda alla gloria di Dio;2Corinzi 4:15; Efesini 1:6; Giudici 2:13

(5) la misericordia è più calcolata per ammorbidire e soggiogare l'uomo della punizione;

(6) nessuno all'infuori di Dio può perdonare la trasgressione o togliere il peccato;Salmi 32:5; 103:3; Isaia 43:25; Luca 5:21);

e

(7) Dio ha chiaramente promesso di perdonare coloro che si affidano alla sua misericordia.Romani 10:12,13; 1Giovanni 1:9);

Eppure, in perfetta armonia con tutto ciò, al peccatore risvegliato può, come Giobbe, essere negato il senso o il segno esteriore del perdono (nel caso di Giobbe la rimozione dei problemi), perché

(1) non chiede lo spirito giusto, con umiltà e umiliazione di sé,Salmi 32:5; 51:4,11 chiedendo che, per una questione di diritto che può essere ottenuta solo come dono di grazia, gli uomini che pensano di avere un diritto su Dio non possono essere perdonati;Luca 18:14

(2) non chiede con la giusta supplica, cioè nel Nome di DioIsaia 43:25 o di Cristo,Giovanni 14:13 ma viene aspettandosi di trovare favore a motivo della sua giustizia;Romani 9:32

(3) non chiede il giusto proposito, il suo obiettivo è la fuga dalla punizione del peccato piuttosto che dal peccato stesso;Giudici 4:3

(4) non chiede con fede sincera, ma barcolla davanti alla promessa per incredulità, sempre una barriera insormontabile al perdono;Giudici 1:6 e talvolta

(5) sebbene lo chieda, Dio può avere ragioni per ritardare nell'esaudire la richiesta dell'anima, come ad esempio per mettere alla prova la sincerità o la serietà dell'anima, per completare la sottomissione penitenziale dell'anima, per ravvivare e intensificare la fede dell'anima, per aumentare l'apprezzamento dell'anima per la misericordia divina quando arriva

4. Imprudente. "Per ora dormirò nella polvere", ss. Giobbe intendeva dire che, se Dio aveva dei pensieri di misericordia verso di lui, non era saggio ritardare la loro esecuzione. Oppresso dalla miseria e dal peccato non perdonato com'era, se ne sarebbe presto andato. La pressione delle calamità che egli sopportò doveva presto schiacciarlo nella tomba; e poi, se Dio, cedendo, lo cercasse per estendergli la sua benignità, ecco! non dovrebbe esserlo. Un bel quadro, quello della Divinità che si piega verso l'uomo;

confronta - Isaia 54:6-10; Geremia 31:18-20 un sermone impressionante, che la semina è il giorno di grazia sia per Dio che per l'uomo, per l'uomo da cercare,2Corinzi 6:2 e per Dio per concedere la salvezza.Giovanni 9:4

Imparare:

1. Che l'Essere più calunniato nell'universo è Dio, anche il suo stesso popolo non sempre lo parla bene

2. Che, per quanto meschino e insignificante in se stesso, il manoscritto, è stato più magnificato da Dio di qualsiasi altra delle sue creature

3. Che anche le afflizioni sono un segno del desiderio di Dio di esaltare l'uomo, poiché solo attraverso di esse egli può raggiungere la purezza

4. Che se le miserie dell'uomo sono un pesante fardello per se stesso, i peccati dell'uomo sono più pesanti per Dio

5. Che se le iniquità dell'uomo non vengono rimosse, la ragione risiede nell'uomo e non in Dio

6. Che l'amore di Dio per il suo popolo è immutabile; poiché, per quanto possa sembrare che sia arrabbiato con loro, alla fine è certo che cederà

7. Che Dio è addolorato quando gli uomini muoiono dalla terra senza sperimentare il suo favore

"Signore, che cos'è l'uomo?"

I L'INSIGNIFICANZA DELL'UOMO

1. In origine, alleato alla polvere

2. Nel carattere' contaminato dal peccato

3. Nell 'esperienza' pesato con la miseria

4. In durata, di breve durata ed evanescente

5. Nel destino' condannato alla dissoluzione

II LA GRANDEZZA DELL'UOMO

1. Creato a immagine divina

2. Preservato dalla cura divina

3. Redenti dall'amore divino

4. Rinnovato (o può essere) dalla grazia divina

5. Immortalato (o potrebbe essere) dalla vita divina

6. Coronati della gloria divina, già in Cristo Gesù, e poi in quelli che sono suoi

Lezioni

1. Poiché l'uomo è così insignificante, sii umile

2. Poiché l'uomo è così grande, sii buono

"Che cos'è l'uomo?"

La risposta a questa domanda deve venire da lontano. Non si devono trarre conclusioni improvvise o affrettate. Devono essere considerate tutte le condizioni in cui si svolge la vita, l'influenza che la vita esercita, la questione finale della vita con tutte le altre considerazioni. Qui l'uomo fragile e perito è visto magnificato da Dio, che pone il suo cuore su di lui e lo visita in ogni momento. Perché si fa così tanto di vita? "Che cosa deve essere l'uomo perché tu prenda tanta conoscenza di lui?" La risposta si trova solo in una giusta visione della vera grandezza della vita umana. La grandezza umana si vede

IO NELLE CAPACITÀ DELLA MENTE UMANA. Tutta la verità può essere conservata in esso. È esaltato dalle sue grandi capacità di conoscenza, memoria, ragione, giudizio, ecc

II NELLA CAPACITÀ DELLO SPIRITO UMANO PER LA RETTITUDINE. Ogni sacra emozione può trovare dimora nell'animo umano. Ogni sentimento elevato lo attraversa come ogni tensione su una lira. Tutti gli affetti sacri possono essere amati. L'uomo può conoscere e amare gli oggetti più elevati della conoscenza e dell'affetto. Egli può illustrare la nobiltà, la pazienza, la carità, la fede, la speranza, la gentilezza, ogni grazia

LA GRANDEZZA UMANA SI MANIFESTA ULTERIORMENTE NELL'INFLUENZA DIFFUSA DELL'AZIONE UMANA. Oggi il mondo vive alla luce delle opere della vita di Giobbe. Gli impulsi delle azioni dei millenni passati si fanno sentire oggi. Un'ampia illustrazione possibile

IV NELL'ABILITÀ DELLA MANO UMANA

V NELLA SUPREMAZIA DELL'UOMO SULLA TERRA

VI NEL DESTINO DELL'UOMO, E SPECIALMENTE NELLA SUA DOTAZIONE DI IMMORTALITÀ. Benché della terra, egli aspira al cielo; sebbene figlio del tempo, egli risorge all'eternità; Pur essendo peccatore, può illustrare tutta la santità

VII LA PIÙ ALTA PROVA DELLA GRANDEZZA DELLA VITA UMANA VISTA NELL'INCARNAZIONE, in cui la vita divina poteva manifestarsi per mezzo dell'umano. Quando la vita è così debitamente valutata, e quando si sa che i dolori della vita sono usati per il suo castigo e il suo perfezionamento, allora si trova la risposta alla domanda: Perché lo metti alla prova in ogni momento? È perché la vita è così preziosa e così capace di cultura e la merita, che egli cerca di disciplinarla, raffinarla, istruirla e perfezionarla

Versetti 17, 18.- La piccolezza dell'uomo

Questi versetti sono stati caratterizzati come una parodia diSalmi 8:5). Pur seguendo la forma del linguaggio del salmista, e procedendo sulla stessa tesi generale, suggeriscono una deduzione molto diversa. Il salmista era stupito dalla condiscendenza di Dio nel notare l'uomo, e pieno di meraviglia per l'onore che viene reso a una creatura così gracile. Ma qui è rappresentato Giobbe mentre esprime il suo sgomento per il fatto che Dio si sia abbassato a cercare di disturbare un essere così piccolo. Non c'è uguaglianza nella contesa, e a Giobbe sembra che Dio stia approfittando della debolezza della sua vittima. Nonostante la perplessità e le lamentele miopi di Giobbe, dietro a ciò che dice ci sono delle verità. Dobbiamo sforzarci di districare queste verità e separarle dalle illusioni indegne della bontà di Dio con le quali sono confuse

IO DIO È INGIUSTAMENTE ACCUSATO DI CIÒ CHE NON FA. Sappiamo dal prologo che non è Dio, ma Satana, che è il "guardiano degli uomini", nel senso della spia che si compiace di avventarsi su un difetto e di preoccupare i miserabili nella loro impotenza. La maggior parte delle sofferenze della vita non provengono direttamente dalla volontà divina, ma derivano dall'ingiustizia di altri uomini, dalle nostre colpe e dai nostri errori, e dalla "malvagità spirituale nei luoghi celesti". Dobbiamo stare attenti al dualismo che darebbe a questo male un potere indipendente contro Dio. Satana può arrivare solo fino a dove Dio glielo permette. Tuttavia, il male viene da Satana, non da Dio. È il peccato, non la provvidenza, che porta i problemi più grandi della vita, eppure la provvidenza annulla quei problemi per il bene ultimo

II IL SOFFERENTE È TENTATO DI MAGNIFICARE LA PROPRIA IMPORTANZA. I problemi di Giobbe erano unici. Ma ogni sofferente è tentato di pensare che nessuno è mai stato turbato come lui. Sentendo il proprio dolore più intensamente, è incline a fare di questa l'esperienza centrale dell'universo, e a immaginare di essere scelto per particolari attacchi di avversità. Giobbe, tuttavia, generalizza, e si considera un esemplare dell'umanità. L'uomo stesso sembra indebitamente destinato all'afflizione. Ma nessuno è giustificato a giungere a questa conclusione finché non sa come vengono trattati gli altri esseri. Può darsi che le difficoltà dell'uomo non siano che una parte, e una buona parte, delle difficoltà dell'universo

III ESSERE PARTICOLARMENTE TURBATI SIGNIFICA ESSERE INGRANDITI IN IMPORTANZA. Se è vero che l'uomo è particolarmente scelto per l'afflizione, senza dubbio gli viene attribuita un'importanza particolare, anche se molto dolorosa. Giobbe diventa una grande figura nella Scrittura attraverso i suoi problemi. Cristo, coronato di spine, è molto significativo sulla sua croce. La sublimità del dolore supremo è l'ispirazione della tragedia. A volte l'uomo è chiamato fuori dalla sua piccolezza perché è fatto soffrire molto. Se Dio ha una mano in tutte le sofferenze umane -- come Dio ha avuto in quelle di Giobbe, dietro Satana -- sta onorando l'uomo accondiscendendo a permettergli di ricevere prove eccezionali

IV UNA GRANDE SOFFERENZA È PERMESSA PER AMORE DI UN GRANDE BENE. Questo si vede nell'esito finale delle sofferenze di Giobbe. Gettano luce sulla vita superiore e dimostrano l'esistenza di una devozione disinteressata. La parodia di Giobbe non è così lontana dall'originale del salmo. È meraviglioso che Dio permetta che la vita umana sia onorata come il teatro in cui si manifesta la grande tragedia del conflitto tra il male e il bene. Dio non si china a tormentare gli uomini - come un gigante che tortura un insetto - come sembra fare a Giobbe con uno sforzo sorprendente. Egli è condiscendente nel condurre l'uomo alla grandezza attraverso la sofferenza. - W.F.A

18 E che tu debba andare a trovarlo ogni mattina, e metterlo alla prova in ogni momento? Tutta la nostra vita è una prova, non solo parti particolari di essa. Dio "ci mette alla prova in ogni momento", se non con le afflizioni, almeno con le benedizioni; se non con i dolori, allora con i piaceri. Egli è con noi tutto il giorno, e tutta la nostra vita, ugualmente nelle sue misericordie e nei suoi castighi. Ma probabilmente Giobbe pensava solo a quest'ultimo

19 Fino a quando non ti allontanerai da me? Piuttosto, non distoglierai lo sguardo da me? (vedi la versione riveduta). Giobbe non arriva a chiedere che Dio si "allontani" da lui. Sa senza dubbio che quello sarebbe l'estremo della calamità. Ma a volte voleva che Dio distogliesse gli occhi da lui, e non sempre lo guardasse così intensamente. C'è qualcosa dello stesso tono di lamentela nell'espressione del salmista: "Tu sei intorno al mio sentiero e al mio letto, e spia tutte le mie vie".Salmi 139:3 - , Libro di preghiere Versione E non lasciarmi solo finché non abbia ingoiato il mio sputo? Pari, cioè per il più breve spazio di tempo passibile. Un'espressione proverbiale

20 Ho peccato. Questa non è tanto una confessione quanto una concessione, equivalente a "Ammettere che ho peccato" o, "Supponiamo che io abbia peccato". In tal caso, che cosa ti farò? oppure: Che cosa posso fare per te? Com'è in mio potere fare qualsiasi cosa? Posso annullare il passato? O posso risarcire in futuro? Né l'uno né l'altro sembra possibile a Giobbe. O Tu Preservatore degli uomini, o Osservatore degli uomini. Una continuazione della lamentela che l'occhio di Dio è sempre su di lui. Perché mi hai posto come marchio contro di te? "Un segno" (gpm) è o "un calcio", "un bersaglio per le frecce", oppure "un ostacolo", "una pietra d'inciampo", che Dio, con colpi ripetuti, sta rimuovendo dalla sua strada. Quest'ultimo significato è preferito da Schultens e dal professor Lee; il primo da Rosenmuller e dai nostri revisori. In modo da essere un peso per me stesso.

comp. - Salmi 38:4 #Giobbe 7:21

E perché non perdoni la mia trasgressione e non togli la mia iniquità? Giobbe sente che, se ha peccato, cosa che è pronto ad ammettere come possibile, anche se certamente non ha una profonda convinzione di peccato,Giobbe 6:24,29,30 7:19 in ogni caso non ha peccato molto, atrocemente; e quindi non può capire perché non è stato perdonato. L'idea che l'Onnipotente non possa perdonare il peccato se non a determinate condizioni, gli è sconosciuta. Credendo che Dio sia un Dio di misericordia, lo considera anche, proprio come Neemia, come un "Dio dei perdoni"Neemia 9:17), una credenza che sembra essere stata istintiva negli uomini di tutte le nazioni. E gli sembra inspiegabile che il perdono non sia stato esteso a se stesso. Come i suoi "consolatori", commette l'errore di supporre che tutte le sue afflizioni siano state penali, siano segni del dispiacere di Dio e intendano schiacciarlo e distruggerlo. Non si è reso conto della differenza tra le punizioni di Dio e i suoi castighi. A quanto pare, egli non sa che "il Signore corregge colui che ama", o che gli uomini sono "resi perfetti mediante le sofferenze".Ebrei 2:10 Poiché ora dormirò nella polvere. Ora è troppo tardi perché la grazia serva a qualcosa. La morte è vicina. Il colpo finale deve essere presto sferrato. Tu mi cercherai domattina, ma io non sarò. L'idea sembra essere: Dio alla fine cederà; cercherà di alleviare le mie sofferenze; egli mi cercherà diligentemente, ma io avrò cessato di esistere

L'indagine di un peccatore

I UNA CONFESSIONE. La mia trasgressione, la mia iniquità

II UN RICONOSCIMENTO. Di:

1. La possibilità di grazia

2. Il significato del perdono: togliere il peccato

III UN INTERROGATORIO. "Perché non togli la mia iniquità?"

1. Una domanda naturale da porre

2. Una domanda a cui è facile rispondere (vedi omiletica precedente)

Limiti al perdono

Se ha fatto del male e merita di soffrire, eppure Giobbe si chiede perché Dio non lo perdoni. Il suo Padrone è del tutto implacabile? Riuscirà a esigere l'ultimo centesimo? Prendendo la domanda di Giobbe in un senso più ampio, potremmo chiederci: Perché il perdono di Dio non è illimitato e immediato?

L 'ATTESA DI UN PERDONO ILLIMITATO. Questo si basa sulla potenza e sulla bontà di Dio

1. Il suo potere. Il lebbroso pregò: «Se vuoi, puoi purificarmi»Marco 1:40). Il detto non si applica forse alla purificazione dal peccato? Dio non è in grado di eliminare completamente il peccato dall'universo? Infatti, se non può farlo, non dobbiamo dire che Dio è limitato, e quindi non onnipotente, cioè non Dio?

2. La sua bontà. Non può desiderare di vedere il male continuare. Il suo nome è Amore, e perciò deve desiderare la salvezza di tutti. Egli è nostro Padre, e deve essere un dolore per lui essere separato dai suoi figli. Certamente la sua bontà deve inclinarlo al perdono universale. Il suo potere sembrerebbe renderlo possibile. Quindi non sembra ragionevole aspettarselo?

II L'ESPERIENZA DEL PERDONO LIMITATO. L'aspettativa non si è realizzata

1. Il perdono è limitato in estensione. Il perdono di Dio non è concesso gratuitamente a ogni peccatore. Ci sono moltitudini che sono ancora "nel fiele dell'amarezza e nel vincolo dell'iniquità". Mentre il vangelo è offerto a tutti, molte persone periscono ancora nei loro peccati. L'universalismo che sembrerebbe scaturire da un potere e da un amore infiniti non è testimoniato nella vita reale

2. Il perdono è limitato intensamente; Cioè coloro che non sono perdonati non sono liberati da ogni affanno, né scoprono che il peccato non appartiene più a loro. Il primo senso del perdono divino è come uno scorcio di cielo; ma in poco tempo. La gioia lascia il posto alla delusione, poiché si scopre che le conseguenze negative dei vecchi peccati ci seguono ancora, e anche quei peccati stessi non sembrano essere completamente uccisi

III LA SPIEGAZIONE DEI LIMITI DEL PERDONO. Dio ci tratta come agenti morali. Il perdono non è semplicemente l'allentamento delle pene; è la riconciliazione personale. La punizione non è vendetta, ma castigo richiesto dall'amore tanto quanto dalla giustizia. Da qui possiamo dedurre la spiegazione:

1. Gli uomini hanno il libero arbitrio. Dio desidera salvare tutti, e può salvare tutti, eppure alcuni non desiderano essere salvati. Allora Dio rispetta la libertà che gli ha conferito. Bisogna osservare che, poiché il perdono è riconciliazione personale con Dio, molti che sarebbero lieti di essere liberati dalle sofferenze, che non desiderano la riconciliazione, non desiderano realmente il perdono

2. Il pentimento è essenziale per il perdono. Sarebbe stato necessario in ogni modo - dannoso per il peccatore, oltre che ingiusto - perdonare un uomo che non si fosse pentito del suo peccato. In effetti, la grazia sarebbe una contraddizione morale

3. Il perdono non comporta la rimozione di tutte le conseguenze del peccato. L'uomo che ha distrutto la salute e la fortuna nel peccato non diventa forte e ricco con il perdono. Le conseguenze naturali continuano. I castighi di guarigione continuano. Forse il penitente soffre perché gli viene perdonato. Dio non lo ha abbandonato. Lo ha visitato innamorato. Perciò è un errore supporre, con Giobbe, che una grande tribolazione sia una prova che Dio non perdona la trasgressione

4. Il peccato ha bisogno di un'espiazione. Non può essere perdonato senza un sacrificio che abbiamo in Cristo. - W.F.A.Ebrei 10:12

Illustratore biblico:

Giobbe 7

1 CAPITOLO 7

Giobbe 7:1

Non c'è un tempo fissato per l'uomo sulla terra?-

Un tempo stabilito:

(I.) La natura del fatto qui affermato

1.) Che l'esistenza dell'uomo sarà terminata dalla morte. Quando il peccato fu commesso, l'ordine e l'armonia dell'universo furono turbati, e allora fu pronunciata la sentenza solenne e terribile. Che cos'è il mondo stesso, se non un vasto ossario, da riempire con le ceneri di innumerevoli morti?

2.) L'esistenza dell'uomo è confinata in un ambito ristretto. C'è stata una grave riduzione della durata media della vita. Tutte le rappresentazioni della Scrittura descrivono l'estrema brevità della vita umana. Siamo spinti dalla mano del tempo, dai vari oggetti che incontriamo sul nostro cammino, meravigliati della rapidità con cui vengono tolti dalla nostra vista, e stupiti dal destino che chiude la scena e ratifica il nostro destino

3.) L'esistenza dell'uomo è, per quanto riguarda la sua durata precisa, incerta e sconosciuta. Non sappiamo il giorno della nostra partenza. C'è un'oscurità impervia sulla nostra partenza finale che nessun uomo può penetrare. Ma tutto è ben noto alla sapienza di Dio. Con Lui tutto è fisso, per noi tutto è incerto

4.) La nostra partenza da questo mondo ha lo scopo di mescolarci a scene che sono oltre la tomba. Non ce ne andiamo e non sprofondiamo nell'ottusità dell'annientamento. Questa vita non è che la soglia dell'eternità; Siamo posti qui come probatori per l'eternità

(II.) I sentimenti che sorgono dalla contemplazione di esso. C'è un'inclinazione universale ad evitare queste verità; sono considerati in generale come meramente professionali; e c'è molto nel mondo per contrastare la loro influenza. Tutto questo può essere rimosso solo dallo Spirito di Dio

1.) Dovremmo fare della nostra partenza finale l'oggetto di una contentazione abituale

2.) Dovremmo essere indotti a moderare il nostro attaccamento al mondo, dal quale saremo così presto separati

3.) Dovreste essere indotti a cercare un interesse in quel sistema di redenzione mediante il quale potete andarvene in pace, con la prospettiva della felicità eterna

4.) Dovremmo essere indotti a perseguire con diligenza cristiana quelle grandi occupazioni che il Vangelo ha proposto. (James Parsons.)

La vita come un orologio:

I nostri cervelli sono orologi di settant'anni. L'angelo della vita li avvolge subito per tutti, poi chiude gli astucci e dà la chiave nelle mani dell'angelo della risurrezione. "Tic-tac, tic-tac!" vanno le ruote del pensiero. La nostra volontà non può fermarli, la follia li fa solo andare più veloci. Solo la morte può irrompere nella cassa e, afferrando il pendolo sempre oscillante che chiamiamo cuore, alla fine tacere il ticchettio del terribile scappamento che abbiamo portato così a lungo sotto le nostre fronti doloranti. Se solo potessimo raggiungerli mentre siamo sdraiati sui nostri cuscini, e contiamo i battiti morti di un pensiero dopo l'altro, e di un'immagine dopo l'altra, che stridono attraverso l'organo troppo stanco. Nessuno bloccherà quelle ruote, sgancerà il pignone, taglierà la corda che regge quei pesi? Quanta passione ci assale a volte per il silenzio e il riposo, perché questo terribile meccanismo, che srotola l'infinito arazzo del tempo, ricamato con figure spettrali della vita e della morte, non abbia che una breve vacanza! (J. Holmes.)

La mano di Dio nella storia di un uomo:

(I.) C'è una nomina divina che governa tutta la vita umana. Non che io individui l'esistenza dell'uomo come l'unico oggetto della preveggenza divina, piuttosto credo che non sia che un piccolo angolo di provvidenza illimitata. Un appuntamento divino organizza ogni evento, minuto o magnifico. Mentre guardiamo il mondo dalla nostra stanza tranquilla, sembra che ci sia una massa di confusione. Accadono eventi che deploriamo profondamente, incidenti che sembrano portare il male, e solo il male, e ci chiediamo perché siano permessi. L'immagine che abbiamo davanti, allo sguardo della ragione, sembra un miscuglio di colori. Ma le cose di questo mondo non sono né aggrovigliate, né confuse, né sconcertanti per Colui che vede la fine fin dal principio. Dio è in tutti e tutto governa. Nel più piccolo come nel più grande, la potenza di Geova si manifesta. È notte, ma la sentinella non dorme mai e Israele può riposare in pace. La tempesta infuria, ma è un bene, perché il nostro Capitano è il governatore delle tempeste. Il nostro punto principale è che Dio governa la vita mortale; e lo fa, in primo luogo, per quanto riguarda il suo termine: "Non c'è forse un tempo fissato per l'uomo sulla terra?" Egli la governa, in secondo luogo, per quanto riguarda la sua guerra, poiché così il testo potrebbe essere letto più appropriatamente: "Non c'è forse una guerra stabilita per l'uomo sulla terra?" E, in terzo luogo, Egli lo governa per quanto riguarda il suo servizio, poiché la seconda frase del testo è: "I suoi giorni non sono forse come i giorni di un mercenario?"

1.) In primo luogo, quindi, la determinazione di Dio governa il tempo della vita umana

(1) Prenderemo tutti atto di ciò per quanto riguarda il suo inizio. Non senza infinita saggezza la vita di un bambino è cominciata lì per lì, perché nessun uomo è figlio del caso. Chi avrebbe voluto vedere per la prima volta la luce nell'epoca in cui i nostri antenati nudi sacrificavano agli idoli 1 La nostra presenza sulla terra in questo giorno di grazia era una questione del tutto al di fuori del nostro controllo, eppure comporta infinite questioni; benediciamo dunque con la più profonda gratitudine il Signore, che ha gettato la nostra sorte in esso. Una stagione così propizia

(2) La continuazione della vita è ugualmente determinata da Dio. Colui che ha fissato la nostra nascita ha misurato l'intervallo tra la culla e la tomba, e non sarà né un giorno né un giorno più corto del decreto divino

(3) Così ha anche fissato la fine della vita. "Non c'è un tempo fissato per l'uomo sulla terra?", un tempo in cui il polso deve cessare, il sangue ristagnare e l'occhio chiuso. Inoltre, quanto è consolante questa verità; perché, se il Padre del nostro Signore Gesù dispone tutto, allora i nostri amici non muoiono prematuramente. Gli amati del Signore non sono stroncati prima del tempo; entrano nel seno di Gesù quando sono pronti per essere ricevuti

2.) Ma ora dobbiamo considerare l'altra traduzione del nostro testo. È generalmente riportato a margine delle Bibbie. "Non c'è forse una guerra stabilita per l'uomo sulla terra?" che ci insegna che Dio ha stabilito che la vita sia una guerra. Sarà così per tutti gli uomini, sia nel male che nel bene. Ogni uomo si troverà soldato sotto un capitano o un altro. Guai a quegli uomini che stanno combattendo contro Dio e la Sua verità, alla fine saranno rivestiti di disonore e di sconfitta. Nessun cristiano è libero di seguire i propri espedienti; siamo tutti sotto la legge di Cristo. Un soldato cede la propria volontà a quella del suo comandante. Questa è la vita del cristiano: una vita di volontaria sottomissione alla volontà del Signore Gesù Cristo. In conseguenza di ciò abbiamo il nostro posto fisso e il nostro ordine organizzato per noi, e le posizioni relative della nostra vita sono tutte prescritte. Un soldato deve mantenere il grado e il passo con il resto della linea. Poiché abbiamo una guerra da compiere, dobbiamo aspettarci difficoltà. Un soldato non deve fare i conti con l'agio. Se la vita è una guerra, dobbiamo cercare contese e lotte. L'uomo cristiano non deve aspettarsi di andare in cielo senza opposizione. È una guerra, per tutte queste ragioni, e ancora di più perché dobbiamo stare sempre in guardia contro il pericolo. In una battaglia nessun uomo è al sicuro. Sia benedetto Dio che il testo dice: "Non c'è forse una guerra 'stabilita'?" Allora, non è la nostra guerra, ma quella che Dio ha stabilito per noi, in cui Egli non si aspetta che indossiamo la nostra armatura, o che portiamo i nostri stessi carichi, o che troviamo le nostre razioni, o che forniamo le nostre munizioni. L'armatura che indossiamo non dobbiamo costruirla, e la spada che brandiamo non dobbiamo fabbricarla

3.) Il Signore ha determinato anche il servizio della nostra vita. Tutti gli uomini sono servi di un padrone o di un altro, né nessuno di noi può evitare la servitù. Gli uomini più grandi sono tanto più servi degli altri. Se ora siamo i servi del Signore Gesù, questa vita è un tempo stabilito di lavoro e di apprendistato da realizzare. Sono vincolato da solenni contratti con il mio Signore e Maestro fino allo scadere del mio periodo di vita, e sono ben lieto di averlo fatto. Ora, un servo che si è lasciato andare per un periodo di anni non ha un momento che possa chiamare suo, né ha nessuno di noi, se siamo il popolo di Dio. Non abbiamo un momento, no, non un respiro, né una facoltà, né un soldo da poter onestamente riservare. Devi aspettarti di lavorare duramente nel Suo servizio fino a quando non sarai pronto a svenire, e allora la Sua grazia rinnoverà la tua forza. Un servo sa che il suo tempo è limitato. Se si tratta di un servizio settimanale, sa che il suo impegno potrebbe essere chiuso il sabato; se viene assunto al mese, sa quanti giorni ci sono in un mese, e si aspetta che finisca; Se è assunto entro l'anno, sa il giorno dell'anno in cui il suo servizio sarà esaurito. Per quanto ci riguarda, non sappiamo quando il nostro mandato sarà completo. Il mercenario si aspetta il suo salario; Questa è una delle ragioni della sua industria. Anche noi ci aspettiamo il nostro, non dal debito in verità, ma dalla grazia, ma pur sempre una graziosa ricompensa. Dio non impiega servi senza pagarli un salario, come fanno ora molti dei nostri mercanti

(II.) In secondo luogo, le deduzioni che si possono trarre da questo fatto

1.) In primo luogo, c'è l'inferenza di Giobbe. La deduzione di Giobbe era che, poiché c'era solo un tempo fissato, ed egli era come un servo impiegato all'anno, gli si poteva permettere di desiderare la rapida fine della vita, e perciò disse: "Come un servo desidera ardentemente l'ombra, e come un mercenario attende la ricompensa del suo lavoro". Giobbe aveva ragione in una certa misura, ma non del tutto. C'è un senso in cui ogni cristiano può guardare alla fine della vita con gioia e aspettativa, e può pregare per essa. Agisce nello stesso tempo, ci sono le modifiche necessarie a questo desiderio di partire, e molte di esse; perché, in primo luogo, sarebbe una cosa molto pigra per un servo essere sempre alla ricerca del sabato sera, e sospirare e gemere sempre perché le giornate sono così lunghe. L'uomo che vuole andare in cielo prima che il lavoro della sua vita sia finito non mi sembra proprio l'uomo che probabilmente ci andrà. Inoltre, mentre i nostri giorni sono come quelli di un mercenario, serviamo un padrone migliore di quanto facciano gli altri servi

2.) Ti dirò la deduzione del diavolo. La deduzione del diavolo è che se il nostro tempo, la nostra guerra e il nostro servizio sono stabiliti, non c'è bisogno di preoccuparsi, e possiamo gettarci giù dal pinnacolo del tempio, o fare qualsiasi altra cosa avventata, perché realizzeremo solo il nostro destino. "Oh", dicono, "non abbiamo bisogno di volgerci a Cristo, perché se siamo ordinati alla vita eterna saremo salvati". Sì, signori, ma perché oggi mangerete all'ora dei pasti? Ebbene, signori, nulla al mondo mi innervosisce di più per il lavoro della convinzione che i propositi di Dio mi hanno destinato a questo servizio. Essendo convinto che le forze eterne della saggezza immutabile e dell'inesauribile potenza sono alle mie spalle, ho messo in campo tutta la mia forza come si conviene a un "lavoratore insieme a Dio".

3.) Ora ti darò la deduzione del malato. "Non c'è forse un tempo fissato per gli uomini sulla terra? Non sono forse i suoi giorni come quelli di un mercenario?" Il malato, dunque, conclude che le sue pene non dureranno per sempre, e che ogni sofferenza è misurata dall'amore divino. Perciò, sia paziente, e la sua forza sarà nella fiducia e nella tranquillità

4.) Poi viene la deduzione di chi è in lutto, una deduzione che non sempre traiamo così prontamente come dovremmo. È questo: "Mio figlio è morto, ma non troppo presto. Mio marito se n'è andato; ah, Dio, che cosa devo fare? Dove troverà simpatia il mio cuore vedovo? Eppure è stato portato via al momento giusto. Il Signore ha fatto ciò che gli è piaciuto, e ha agito saggiamente".

5.) Inoltre, traiamo la deduzione dell'uomo sano. Non ho un numero infinito di affari, troppo, molto; e decisi: "Sarò tutto quadrato e snellito come se dovessi andarmene, perché forse lo sono". Sei un uomo sano, ma preparati a morire

6.) Infine, c'è l'inferenza del peccatore. "Il mio tempo, la mia guerra e il mio servizio sono stati stabiliti, ma che cosa ho fatto in essi? Ho combattuto una guerra contro Dio e ho servito al soldo del diavolo; Quale sarà la fine?" Peccatore, correrai per tutta la tua lunghezza, completerai la tua giornata per il tuo padrone nero; Combatterai la sua battaglia e guadagnerai la tua paga, ma quale sarà il salario? (C. H. Spurgeon.)

2 CAPITOLO 7

Giobbe 7:2-3

Come un servo desidera ardentemente l'ombra.

Nostalgia del tramonto:

Il titolo di questo sermone è il soggetto di un'immagine. L'artista mostra uno schiavo oberato di lavoro e stanco, che guarda seriamente il cielo occidentale e desidera ardentemente l'ombra della sera che dirà che il suo lavoro è finito

(I.) Le diverse forme di quell'esperienza in cui l'anima "desidera ardentemente l'ombra", o l'arrivo della notte della morte. L'istinto naturale dell'uomo è quello di desiderare di vivere. Eppure c'è uno stato d'animo o un'abitudine stabile dell'anima in cui c'è nostalgia del tramonto

1.) Una forma di questa esperienza nasce da una malattia dolorosa ed estenuante. Mesi di amarezza e di notti estenuanti avevano, per Giobbe, logorato l'istinto della vita. La tomba gli sembrava un rifugio desiderabile dalle sue angosce

2.) Quando le infermità della vecchiaia si insinuano, e la vita continua dopo la perdita di quasi tutti gli amici tra i quali è stata trasmessa

3.) Coloro che sono all'ombra di un grande dolore da parte di Dio spesso anelano al tramonto. Le delusioni mondane a volte quasi fanno impazzire lo spirito agonizzante

4.) L'eroe sconcertato della Chiesa, dopo un lungo conflitto con la malvagità, spesso anela alla fine del suo corso. (Illustrazione tratta da Lutero).

5.) L'alta esperienza cristiana che trova piacere nel lavorare per Dio sulla terra, anela anche a una piena comunione con Lui in cielo

(II.) Una tale esperienza è salutare e desiderabile in una delle sue forme? Quando è ispirato da una chiara realizzazione delle glorie celesti, è certamente sano e desiderabile. Il vero cristiano ha spesso bisogno di questo desiderio di Dio come conforto e speranza della sua opera. Ma ogni forma di questa esperienza, che nasce dal disgusto della vita, è sia malsana che indesiderabile. Non è una condizione normale dell'anima dell'uomo desiderare di morire, semplicemente come sollievo dalle preoccupazioni e dalle fatiche di questo mondo. Gli uomini amano l'attività. È un segno sicuro di cattiva salute quando il vigore virile dell'anima soccombe ai suoi dolori e anela al riposo della tomba. Il sistema fisico stesso è in panne. Un tale stato d'animo è anche indesiderabile. Opprime l'anima con un pesante fardello, così che non può sopportare alcun peso del dovere. Avvolge la vita in una nuvola di oscurità, così che non può vedere la luce. Deve essere pregato contro, lavorato contro e vissuto contro, con la massima tenacia di volontà

(III.) Fino a che punto è giusto o sbagliato nutrire questo disgusto per la vita? Non possiamo condannare questo desiderio di morte nelle anime di coloro che sono logorati dalla malattia, ma non possiamo sanzionare l'idea molto comune che essa sia in qualche misura la prova della grazia nel cuore. Per quanto riguarda il desiderio della tomba, si tratta semplicemente della rottura della natura, e non dell'arrivo della grazia. È giusto anche che l'uomo anziano guardi con gioia verso la fine. E se per gli anziani, perché non per gli oppressi? Nessuno che sia chiamato a vivere ha il diritto di voler morire. Ogni cristiano pecca contro Dio, quando si permette di detestare o di trascurare l'opera concreta alla quale è chiaramente chiamato. Osservate, dunque, la suprema dignità di una vita gioiosa, seria e operosa in Dio. Questo è di gran lunga meglio di un costante desiderio del tramonto. Dio dà un'importanza maggiore al nostro vivere che al nostro morire. Eppure, anche se una vita lavorativa è di per sé desiderabile, non è vero che un cristiano è sempre meglio addestrato alla luce del sole. Alcune delle grazie più preziose crescono meglio nell'oscurità, e i discepoli più scelti molto spesso passano la loro vita sotto una nuvola. Ma non dobbiamo dimenticare che l'ombra cadrà presto, né trascurare di prepararci alla morte. Ed è bene tenere a mente le benedizioni che il tramonto porterà al santo stanco. (W. H. Corning.)

3 CAPITOLO 7

Giobbe 7:3-5

Sono fatto per possedere mesi di vanità.

Le settimane sprecate di malattia:

"Mesi di vanità" indicano un tempo prolungato di inutilità, in cui nessuna buona causa è promossa da noi, e noi stessi sembriamo piuttosto venir meno alla pietà che crescere nella grazia; un tempo di sofferenza senza la consolazione divina; mesi che non sembrano nemmeno mesi di disciplina, perché l'afflizione non sembra servire a nulla di buono. I modi di disagio spirituale sono quasi altrettanto vari quanto i modi di progresso spirituale

(I.) L'esperienza dei "mesi di vanità". Dobbiamo distinguere attentamente tra questi e i mesi di peccato, o di punizione per il peccato

1.) I "mesi di vanità" di Giobbe furono il risultato di circostanze disastrose

2.) La malattia era un altro fattore di angoscia per Giobbe

3.) Giobbe soffriva per l'incauta simpatia dei suoi amici. La tenerezza non mancava in questi uomini. Erano, tuttavia, completamente sbagliati in quell'uomo; essi fraintendevano completamente il significato della sua afflizione e il proposito di Dio

4.) Giobbe era nelle mani di Satana. Non ci sono forse momenti in cui ogni dolore si aggrava, e tutto il coraggio del sofferente viene fiaccato dalla consapevolezza che non viene concesso alcun aiuto? Ci sono potenze del male che si fanno sentire, pensieri che si caricano di dubbio, disperazione e morte. Queste sono le cose che mettono alla prova un uomo, che sembrano rendere la sua vita priva di valore e la sua pietà un sogno

(II.) Il significato divino in questi "mesi di vanità". Tutto questo avviene nella provvidenza di Dio. La coscienza del sofferente non è un vero esponente, poiché la sua esperienza passata non è una misura del proposito divino

1.) Questi "mesi di vanità" rivelarono l'energia della perseveranza di Giobbe. Ci sono cristiani la cui semplice perseveranza è un trionfo della grazia più grande delle fatiche e dei successi degli altri

2.) Vedi la vittoria manifesta della fede di Giobbe. I suoi discorsi diventano sempre più discorsi di fede. La vittoria manifesta della fede diventa un allargamento della fede

3.) Un pensiero allargato di Dio fu un altro dei frutti dei "mesi di vanità" di Giobbe. (Vedi l'ultimo capitolo.)

4.) La profonda compassione e il timore reverenziale risvegliati negli altri dalla vista delle sofferenze dell'uomo buono. Abbiamo sempre bisogno di avere un nuovo flusso di simpatia, di essere disturbati nel nostro autocompiacimento; la tragedia della vita si dispiega a noi; siamo sbalorditi nel notare il modo in cui Dio tratta le anime umane. Impariamo in che cosa consiste la vita di un uomo; Attendiamo con pazienza la sicura vittoria dello spirito umano. La vita diventa più nobile e più grande; La pietà domestica acquista una nuova dignità man mano che si manifestano le infinite possibilità dell'animo paziente. (A. Mackennal, D.D.)

La progettazione e il miglioramento dei giorni inutili e delle notti noiose:

(I.) I giorni inutili e le notti noiose possono essere la parte del migliore degli uomini. Per coloro che, come Giobbe, sono giusti e retti agli occhi di Dio, e sono stati, come lui, sani, vigorosi e utili, i "mesi di vanità" sono mesi privi di salute, attività e utilità. Ma questo per un cristiano anziano non è così grave come il fatto che ci siano mesi di vanità in cui è capace di fare poco per la gloria di Dio e il bene dei suoi simili. Uno scrittore antico definisce la vecchiaia "uno stato intermedio tra la salute e la malattia".

(II.) I mesi di vanità e le notti faticose devono essere considerati come l'appuntamento di Dio, e devono essere migliorati di conseguenza. Dio intende:

1.) Frenare uno spirito terreno e portare il Suo popolo a una seria considerazione e pietà. Per frenare l'amore smodato del mondo, Dio si compiace di visitare gli uomini con dolore e malattia. Dà loro il tempo di pensare e considerare

2.) Esercitare e rafforzare le loro grazie, specialmente la loro umiltà, pazienza, mansuetudine e contentezza. È molto difficile praticare abitualmente queste virtù, specialmente se abbiamo goduto a lungo della salute e dell'agio. Ma quando Dio tocca le nostre ossa e la nostra carne, ci chiama e ci dispone per il loro esercizio

3.) Promuovere il bene e il vantaggio degli altri. È l'osservazione di un vivace scrittore "che Dio fa di una metà della specie umana una lezione morale per l'altra metà". Così pose Giobbe come esempio di sopportazione dell'afflizione e di pazienza

4.) Per confermare le loro speranze ed eccitare i loro desideri di una beata immortalità. Tendono a confermare le loro speranze in esso. Riflessioni-

(1) Coloro i cui giorni sono utili e le loro notti confortevoli, hanno grandi ragioni per essere continuamente grati

(2) Impara ad aspettarti e a prepararti per i giorni dell'afflizione

(3) Permettetemi di esortare e confortare coloro che sono afflitti come lo fu Giobbe. (Giobbe Orton.)

Sulla malattia:

Quando una malattia ci attacca gravemente, siamo pronti a immaginare che il nostro problema sia quasi peculiare a noi stessi; assistito da circostanze che non sono mai state sperimentate prima. Così pensiamo, ma siamo ingannati. La stessa denuncia è stata fatta in precedenza; Altri ci hanno superato nelle sofferenze, tanto quanto ci hanno superato in pazienza e pietà. Ci sono disturbi che rendono i nostri letti incomodi. Alcune circostanze rendono la notte particolarmente noiosa per coloro che sono malati

1.) La sua oscurità. La luce è dolce

2.) La sua solitudine. Durante il giorno la compagnia e la conversazione degli amici aiutano a ingannare il tempo. Atti di notte siamo lasciati soli

3.) Il suo confinamento. Durante il giorno il cambiamento di luogo e di postura offre un sollievo temporaneo. Atti notte siamo rinchiusi, per così dire, in una prigione

4.) La sua veglia. Se potessimo dormire, lo accoglieremmo come una benedizione molto desiderabile. Ci renderebbe insensibili, per un po' di tempo, al dolore. A volte non riusciamo a dormire. Suggerisci alcune riflessioni utili:

(1) Sii grato per le misericordie di un tempo

(2) Siate umiliati per i peccati passati. Osserva l'ultima parte del testo. I nostri disturbi possono essere non solo dolorosi per noi stessi, ma offensivi per coloro che ci sono vicini. Allora non siate orgogliosi del vostro corpo. Non vantatevi mai della loro forza o della loro carnagione; poiché entrambi possono essere distrutti da un breve attacco di malattia. Impara l'avversione molto più grande del peccato. E rallegratevi nella prospettiva di avere corpi migliori in futuro. (S. Lavington.)

6 CAPITOLO 7

Giobbe 7:6

I miei giorni sono più veloci della spola di un tessitore.

La rete della vita:

Queste parole descrivono in modo appropriato la rapidità con cui i giorni della nostra vita scivolano via. Il tessitore al suo telaio lancia rapidamente la spola da una parte all'altra, avanti e indietro, e ogni lancio lascia dietro di sé un filo, che viene intrecciato nel pezzo di stoffa che sta realizzando. E Giobbe paragona la vita umana ai movimenti della navetta

(I.) La rapidità delle nostre giornate. Quando qualcosa è andato, e sparito per sempre, cominciamo a pensare di più al suo valore. "L'uomo è come una cosa da nulla: il suo tempo passa come un'ombra".

(II.) Ogni giorno ha aggiunto un altro filo alla rete della vita. Che cos'è la nostra vita se non un insieme di giorni? Ogni giorno aggiunge qualcosa al colore e alla carnagione di tutta la vita, qualcosa per il bene o per il male. Così ogni giorno è, per così dire, un rappresentante di tutta la vita. Quanto è importante allora ogni giorno!

(III.) Tessiamo ora ciò che indossiamo nell'eternità. "Tutto quello che l'uomo semina, quello pure mieterà". Le Scritture dichiarano che la nostra vita sarà messa in evidenza per dimostrare se eravamo credenti in Cristo o no. Allora poniamoci queste domande:

1.) Su che cosa riponiamo la nostra speranza di salvezza?

2.) È il nostro sincero desiderio di essere conformi alla somiglianza di Gesù Cristo?

3.) Viviamo nello spirito della preghiera?

4.) Come è stato trascorso il giorno della nostra vita? Che cosa abbiamo fatto per la gloria di Dio? (E. Blencowe, M.A.)

La rete della vita:

(I.) La rapidità delle nostre giornate. Siamo inclini a non apprezzarli finché non se ne sono andati. Ognuno era pieno di misericordie: li abbiamo apprezzati? Ognuno era pieno di opportunità: le abbiamo usate con saggezza o ne abbiamo abusato?

(II.) Ogni giorno aggiunge un filo alla rete della vita. Ogni giorno ha la sua influenza per il bene o per il male, per il peccato o per la santità, per Dio o per Satana

(III.) Ciò che ora tessiamo lo indosseremo nell'eternità. Qual è la ragnatela che la tua vita sta tessendo ? Applicazione-

1.) Su che cosa riponete le vostre speranze di salvezza?

2.) È il tuo sincero desiderio di conformarti alla somiglianza di Gesù?

3.) Vivi nello spirito di preghiera?

4.) Considera alla fine di ogni giornata come è stato trascorso

5.) Qual è, nel complesso, la consistenza e il colore della rete della tua vita mentre la guardi alla luce di un altro anno che sta morendo o che si sta aprendo? (Recensione omiletica.)

La rete della vita:

La vita di un cristiano è posta nel telaio del tempo secondo un modello che lui non vede, ma Dio sì: e il suo cuore è una navetta. Da una parte del telaio c'è il dolore e dall'altra la gioia; e la navetta, colpita alternativamente da ciascuno, vola avanti e indietro, portando il filo, che è bianco o nero a seconda delle necessità. E alla fine, quando Dio solleverà l'abito finito e tutte le sue tonalità cangianti guarderanno fuori, allora sembrerà che i colori profondi e scuri fossero necessari alla bellezza quanto i colori brillanti e alti. (H. W. Beecher.)

La brevità della vita:

Com'è breve! Chi stava di sentinella alla porta di Susa quando i corrieri reali, portando speranza agli ebrei, si precipitavano oltre, seppellendo gli speroni nei fianchi dei loro cavalli, chi stava sulla piattaforma vicino alle ringhiere di ferro che si estendono da Holyhead a Londra, quando i segnali lampeggiavano lungo la linea per fermare il traffico e tenere tutto sgombro, una locomotiva e una carrozza sfrecciate con notizie di pace o di guerra dall'America - videro un'immagine della vita. L'aquila si posò un momento sull'ala e poi si precipitò verso la sua preda; la nave che, lanciando gli spruzzi dalla prua, sbarca davanti alla burrasca; la navetta che sfreccia attraverso il telaio; l'ombra di una nuvola che spazzava il fianco della collina, e poi scomparve per sempre; i fiori estivi che, scomparendo, hanno lasciato i nostri giardini spogli, e dove erano sparsi i colori dell'arcobaleno, solo la terra nera e opaca, o il relitto putrefatto della bellezza: questi, insieme a molte altre cose fugaci, sono emblemi con cui Dio, attraverso la natura, ci insegna quanto siamo fragili, al massimo quanto brevi sono i nostri giorni. (T. Guthrie.)

12 CAPITOLO 7

Giobbe 7:12

Io sono un mare, o una balena, perché tu metta una guardia su di me?-

Veglia e sorveglia:

Queste parole fanno parte di quel primo grande grido al cielo che proruppe dall'anima affranta di Giobbe. Sembra che si esponga con l'Onnipotente per averlo trattato così duramente. Lui, un povero, debole, fragile mortale, veniva trattato con la stessa fermezza e severità come se fosse tumultuoso e invadente come un mare in tempesta; selvaggio e pericoloso come un mostro del fiume o degli abissi. Il suo cuore e la sua carne gridano contro questo. Non ho intenzione di rimproverare Giobbe per questo. È molto più il gemito della carne che l'insurrezione dell'anima. Dio conosce la nostra corporatura, si ricorda che siamo polvere. Ciononostante, ci sono grandi lezioni qui. Dio esercita un controllo diretto sull'universo che la Sua mano ha creato, e tutte le cose sono soggette a una legge di restrizione. Lo stesso Giobbe era consapevole di questa legge restrittiva. "Tu hai posto una guardia su di me." Ogni individuo deve piegarsi a questa volontà superiore; è tenuto a freno da questa mano invisibile. Nessun uomo può realizzare la piena gratificazione dei suoi desideri, può realizzare la piena esecuzione dei suoi piani. È trattenuto dalla forza del sentimento pubblico; con il potere della coscienza; per mancanza di capacità; per la forza delle circostanze; e per l'interposizione diretta della volontà di Dio. Le parole di Giobbe implicano perplessità, dubbio, domanda e angoscia a causa di questa restrizione. Tu ed io conosciamo molto bene la sua linea di sentimenti e di pensiero, ci affanniamo e mormoriamo all'interno della catena che ci lega, delle catene che ci trattengono, delle corde che ci trattengono. Ci sono buone ragioni per cui l'uomo dovrebbe essere osservato ancora più da vicino, tenuto a freno più fermamente, di qualsiasi altra cosa nell'universo materiale al di qualsiasi. L'uomo possiede una natura superiore e mantiene una relazione più stretta con Dio. Egli è la progenie di Dio. L'uomo è l'unico essere che ha la capacità di sfondare i confini e i limiti legali del suo luogo e della sua sfera. Può oltrepassare le leggi dell'essere morale e diventare una maledizione per se stesso e per i suoi simili. Ha persino la tendenza a deviare e a superare la vera linea del suo essere, i limiti giusti e retti della sua natura. Nulla, tranne l'uomo in tutta la natura, ha la tendenza a uscire dal suo posto. E l'uomo è anche l'unica creatura capace di un miglioramento definitivo sotto il controllo e la sovrintendenza di Dio. È quindi una cosa grandiosa, un nobile privilegio, una misericordiosa misericordia che Dio ponga una guardia su di noi, ci metta sotto una protezione speciale e faccia la Sua provvidenza in modo che tutte le cose cooperino per il bene. E la nostra vera saggezza sta in questo, che cerchiamo, soffriamo e ci arrendiamo al controllo saggio e buono di Dio. Se lo vogliamo, il Suo governo su di noi sarà la legge dell'amore, la legge della vita. L'ostinazione è il nostro pericolo. Prendere la nostra strada è, nel senso più serio, prendere la nostra stessa vita. "Sia fatta la tua volontà". Questa è la via della saggezza. L'amore tiene le redini del governo e Dio è Guardiano, Controllore, Governatore e Guida. (Buona compagnia.)

L'uomo ha segnato e osservato:

Certi uomini non solo sono afflitti dalla coscienza e perseguitati dalla paura, ma la provvidenza di Dio sembra essersi rivolta contro di loro. Proprio quando l'uomo aveva deciso di bere, si ammalò di febbre e dovette andare all'ospedale. Stava andando a un ballo; ma divenne così debole che non aveva una gamba su cui stare in piedi. Era costretto a rigirarsi avanti e indietro sul letto, con una melodia completamente diversa da quella che piace alla sala da ballo. Aveva la febbre gialla e tardava a tirarsi intorno. Dio lo guardò, e gli mise addosso il pattino proprio come se volesse fare una corsa a rotta di collo in discesa. L'uomo sta meglio e dice a se stesso: "Adesso mi divertirò". Ma poi non ha più ormeggio, e forse non può prendere una nave per mesi, ed è ridotto in povertà. "Povero me", dice, "tutto va contro di me. Sono un uomo segnato"; E così è. Proprio quando pensa che ci sarà un buon vento, arriva una tempesta e lo spinge fuori rotta, e vede delle rocce davanti a sé. Dopo un po' pensa: "Ora sto bene. Jack è di nuovo se stesso, e il tempo delle cornamuse è arrivato". Una tempesta si affretta; La nave affonda e lui perde tutto tranne i vestiti che ha addosso. Si trova in una situazione miserabile: un marinaio naufragato, lontano da casa. Sembra che Dio lo persegua, proprio come fece con Giona. Porta con sé la sventura per gli altri, e potrebbe benissimo gridare: "Amos sono un mare, o una balena, perché tu metta una guardia su di me?" Niente prospera. I suoi placcaggi sono sciolti; non può ben rafforzare il suo albero; la sua nave perde; le sue vele sono strappate; i suoi cortili sono spezzati; e non riesce a capirlo. Sembra che gli altri vadano d'accordo, anche se sono peggio di lui. C'era un tempo in cui anche lui era fortunato; ma ora si è separato con successo e porta la bandiera nera dell'angoscia. È spinto avanti e indietro da venti contrari; non fa progressi; È un uomo infelice, e vorrebbe che tutto andasse a fondo, solo che teme un luogo che non ha fondo, da cui non c'è via di scampo, se una volta ci si sprofonda dentro. La provvidenza di Dio si scaglia contro di lui, e così egli si vede come un uomo osservato. (C. H. Spurgeon).

L'uomo magnificato in vista della provvidenza di Dio:

Questa è un'espressione di meraviglia, petulanza e di esposizione per la stranezza del modo di agire di Dio. Sembravano a Giobbe inadatti e sproporzionati. Considerandosi l'oggetto di essi, era stupito e disaffezionato al loro carattere e alla loro portata. Considerava un tale sforzo di forza, un tale sforzo di osservazione, un tale dispendio di cura e di azione, insoddisfatti, e sprecati per un obiettivo così insignificante e impotente. Certo è inutile e indegna condiscendenza in Te abbassarti a una tale spesa di cura e di sforzo, per reprimere i suoi disegni e castigare i suoi difetti! Il disprezzo e la derisione sono gli unici adatti al caso di una creatura così gracile. L'uomo è trattato da Dio come se fosse una cosa di grandezza, di conseguenza, di potenza e di valore. La provvidenza di Dio magnifica l'uomo, dimostra che è oggetto di meraviglioso interesse, preoccupazione e sollecitudine per il suo Creatore. Qui c'è un mistero. Perché sono così? In cosa consiste il valore? Nessuna delle Sue stupende e potenti creature Gli è costata molto, eppure Gli costa tanto quanto il povero, debole, effimero Io, che, se cancellato dalla creazione, creerebbe un vuoto troppo piccolo per essere sentito o visto. Ma Dio misura i valori non in base al volume materiale, o all'efficienza fisica, ma in base alla somiglianza con se stesso, all'arredamento spirituale, alla lunghezza dell'essere. Allora, poiché Tu mi hai fatto così, non mi meraviglio che Tu abbia cura di me in questo modo. Non mi meraviglio che con tante precauzioni e con così frequenti controlli e correzioni Tu mi trattenga dal rovinare una sostanza così preziosa e dal riempire di miseria un essere così durevole. La scoperta di questo valore invisibile può servire a spiegare il fatto della vigilanza e della gelosia di Dio sull'uomo, ma non spiega i metodi con cui vengono manifestate. Il carattere della provvidenza di Dio sull'uomo è ben descritto nella frase di Giobbe: "Tu hai posto una guardia su di me", che denota una costante diffidenza, osservazione e vigilanza, un atteggiamento di sospetto e di allarme. Può essere questa un'immagine veritiera del modo in cui il grande Dio tratta l'uomo debole? Dovrei aspettarmi misure più sommarie e decisive. Eppure Dio salva l'uomo, per così dire, con uno stratagemma, con molti sforzi scrupolosi e moltiplicati. Qui si presenta una nuova fase della grandezza umana. L'uomo non è solo una creatura spirituale e immortale, ma un essere di volontà, un agente volontario, l'arbitro del proprio destino. La libertà è una cosa pericolosa, che comporta pericoli spaventosi. Il controllo di un despota saggio e buono potrebbe essere molto più sicuro. Dio può solo "vegliare su di me" e guardarmi con affettuosa sollecitudine. E certamente Egli non bada a spese per persuadermi a scegliere nel modo giusto, e impressionarmi con il senso della mia importanza, e della vastità del palo che dipende dalla mia scelta. Allora, fratelli, stimatevi e trattatevi come il vostro Dio vi stima e vi tratta. Quindi, rispettati e curati da Dio, cominciate a rispettare e a prendervi cura di voi stessi. (R. A. Hallam, D.D.)

"Amos sono un mare, o una balena?"-

Giobbe era in grande dolore quando si lamentò così amaramente

(I.) Devo dire, innanzitutto, che alcuni uomini sembrano essere particolarmente seguiti e osservati da Dio. Sentiamo parlare di persone che vengono "pedinate" dalla polizia, e certe persone si sentono come se fossero pedinate da Dio; sono misteriosamente rintracciati dal grande Spirito, lo sanno e lo sentono. Tutti gli uomini sono realmente circondati da Dio. Non è lontano da ognuno di noi. "In lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo". Alcuni sono singolarmente consapevoli della presenza di Dio. Alcuni di noi non sono mai stati privi del senso di Dio. Presso gli altri l'orologio di Dio è visto in modo diverso

1.) Sentono di essere osservati da Dio, perché la loro coscienza non cessa mai di rimproverarli

2.) In alcuni questa vigilanza è andata oltre, perché sono sotto solenne convinzione di peccato

3.) Alcuni uomini non solo sono afflitti dalla coscienza e perseguitati dalla paura, ma la provvidenza di Dio sembra essere uscita contro di loro. Sì, e Dio veglia anche su molti in quanto all'ammonizione. Ovunque vadano, i sacri avvertimenti li seguono

(II.) In secondo luogo, notiamo che sono molto inclini a non gradire questo osservare. Giobbe non ne è contento. Sai cosa vorrebbero?

1.) Vogliono la libertà di peccare. Vorrebbero essere lasciati liberi e poter fare proprio ciò che la loro volontà selvaggia suggerirebbe loro

2.) Desiderano anche poter essere duri di cuore come lo sono molti altri

3.) Agli uomini non piace questo essere circondati da Dio - questo indossare il morso e la cinghia - perché vorrebbero eliminare Dio dai loro pensieri

4.) Ancora una volta, ci sono alcuni a cui non piace essere seguiti in questo modo, perché vogliono avere la loro volontà con gli altri. Ci sono uomini - e marinai tra loro - che non si accontentano di essere rovinati a loro volta, ma hanno sete di rovinare gli altri

(III.) La terza parte è questa: che questo argomento contro le azioni del Signore è molto cattivo. Giobbe dice: "Amos io un mare, o una balena, perché tu metta una guardia su di me?"

1.) Argomentare dalla nostra insignificanza è una povera arringa; perché le piccole cose sono proprio quelle da cui c'è più bisogno di guardarsi. Se tu fossi un mare, o una balena, Dio potrebbe lasciarti in pace; ma poiché sei una creatura debole e peccatrice, che può fare più male di un mare o di una balena, hai bisogno di una costante osservazione

2.) Dopo tutto, non c'è un uomo qui che non sia molto simile a un mare, o a un mostro marino sotto questo aspetto, da aver bisogno di una guardia che gli venga messa addosso. Il cuore di un uomo è mutevole e ingannevole come il mare

3.) Andrò ora oltre e mostrerò che, a causa della nostra natura malvagia, siamo diventati come il mare

(1) Questo è vero in diversi modi, perché, in primo luogo, il mare è irrequieto, e così è la nostra natura

(2) Diciamo, poi, che il mare può essere furioso e terribile, e così possono essere gli uomini empi. Quando un uomo è furioso, che bestia selvaggia può essere!

(3) Pensate, ancora, a quanto sia insoddisfatto il mare. Scende e inghiotte distese di terra e migliaia di tonnellate di scogliera, ma non si riempie

(4) La natura umana è come il mare per il male. Com'è distruttivo l'oceano e quanto è insensibile! Fa vedove e orfani a migliaia, e poi sorride come se non avesse fatto nulla!

(5) Non dobbiamo dimenticare che siamo meno obbedienti a Dio di quanto non lo sia il mare. Nulla trattiene il mare da molte coste se non una cintura di sabbia; e sebbene infuria nella tempesta e nella tempesta, il mare torna indietro a tempo debito e lascia la sabbia perché i bambini ci giochino sopra. Conosce i suoi limiti e li mantiene. Un uomo andrà contro vento e marea nella sua determinazione di perdersi. O mare! O mare! Tu non sei che un figlio con tuo padre, in confronto al cuore malvagio e ribelle dell'uomo! È un cattivo argomento, quindi. Abbiamo bisogno di essere curati

(IV.) Infine, vorrei sottolineare che tutto ciò di cui si lamentavano era stato inviato per amore. Dissero: "Amo un mare o una balena, perché tu metta la guardia su di me?", ma se avessero conosciuto la verità, avrebbero benedetto Dio con tutto il loro cuore per aver vegliato su di loro come ha fatto

1.) Primo, la moderazione di Dio su alcuni di noi ci ha impedito di rovinarci da soli. Se il Signore non ci avesse trattenuti, saremmo stati in prigione; Avremmo potuto essere nella tomba; Avremmo potuto essere all'inferno! Chissà cosa ne sarebbe stato di noi?

2.) Dio non ti tratterà sempre in modo rude. Forse stasera dirà la Sua ultima parola tagliente. Cederai a mezzi più morbidi? (C. H. Spurgeon.)

16 CAPITOLO 7

Giobbe 7:16

Non vivrei per sempre.

Vivere sempre:

Siamo portati a dire con Giobbe: "Non vivrei per sempre".

(I.) Dallo stato delle cose che ci circondano. Sono soggetti a dissoluzione, e in realtà si stanno dissolvendo. Ogni anno ne vediamo prove e sintomi. Gli anni che passano ci parlano del compimento di tutte le cose. È una cosa desiderabile vivere sempre nella scena della dissoluzione?

(II.) Dalla condizione dell'umanità. "Una generazione va e un'altra viene". "I padri, dove sono?"

(III.) Dalla natura dei godimenti umani. I piaceri umani ci sono, ma sono fluttuanti, e il ricordo delle nostre gioie iniziali è tutto ciò che rimane. I piaceri umani non solo svaniscono e decadono; Vengono spesso fatti esplodere sul bocciolo o in fiore. Oltre alle delusioni e ai mali reali della vita, ci sono mali immaginari. Alcuni hanno ore di profonda e terribile malinconia. C'è un momento della vita in ogni persona pensante, in cui non guarda più avanti agli oggetti mondani del desiderio, in cui si lascia alle spalle queste cose e medita la sera della sua giornata. Poi pensa alle misericordie di una vita passata e inizia a cantare canti di lode

(IV.) Dalla difficoltà nei doveri della vita. Circostanze favorevoli accompagnano spesso il nostro ingresso nel mondo. A poco a poco sorgono difficoltà. A volte è difficile soddisfare le esigenze della giustizia. Anche in una posizione elevata gli onori tendono a svanire, e le preoccupazioni si moltiplicano

(V.) Dai resti del peccato. Atti per primi il cristiano dice: "Osserverò tutti i tuoi comandamenti". Allora la tentazione prevale. L'esperienza lo convince che la risoluzione umana è debole, che il cuore è ingannevole, che il peccato è legato alla mortalità

(VI.) La morte degli amici ci fa dire con Giobbe: "Non vivrei per sempre". L'amicizia addolcisce la vita; ma il corso dell'affetto umano è spesso interrotto, è spesso variato, è spesso inasprito. L'unione più felice della terra deve essere dissolta, e l'amore per la vita si dissolve con essa. Si apre una bellissima vista sulla provvidenza. Ciò che costituisce la nostra più grande felicità sulla terra ci rende più disposti a partire. Gli amici della nostra gioventù hanno fallito. L'ora della partenza sorge sull'anima, perché stiamo andando in una terra popolata dai nostri padri, dai nostri parenti e dagli amici della nostra gioventù. Già i nostri spiriti si mescolano con i loro. (S. Carte.)

La morte è meglio della vita:

"Non vivrei per sempre". La preferenza della morte alla vita è l'espressione non di uno spirito devoto e speranzoso, ma di uno spirito disperato e rimpianto. Con un tale carico di miseria che preme su di lui, e senza alcun conforto terreno per alleviare la sua angoscia, non c'è da stupirsi che quest'uomo pio dia sfogo ai suoi dolori in un modo che non può essere del tutto giustificato, e per il quale lo troviamo in seguito esprimere la sua contrizione. È giusto che un uomo scelga la morte piuttosto che il peccato, ma non può mai essere giusto che un uomo scelga la morte piuttosto che la vita, quando è volontà di Dio che egli viva. Un desiderio irrequieto e ribelle di dissoluzione deve sempre avere la natura del peccato: ma la deliberata preferenza del cielo alla terra può essere caratteristica del cristiano. La morte è un cambiamento desiderabile per il credente

(I.) Perché è la fine di tutti i mali e le tentazioni da cui è circondato qui sulla terra. Il male, anche nella vita più felice, supera il bene. Non ci sono che due cose veramente utili e desiderabili sulla terra: la pietà e la contentezza; e anche questi, sebbene rendano tollerabile il dolore terreno, non possono né rimuoverlo completamente, né privarlo del tutto del suo potere di inquietarci. La grande opera di santificazione non è mai completamente completata in questa vita. L'uomo più santo è esposto ogni giorno a molteplici tentazioni e cade sotto di esse ogni giorno. Tale è il potere della corruzione che persiste, che l'uomo migliore che vive sulla terra è colpevole di frequenti deviazioni dalle richieste di Dio e ne viene costantemente meno. È questo dunque uno stato in cui un essere ragionevole vorrebbe rimanere per sempre? C'è, in ogni figlio di Dio, una necessità morale di morire, affinché possa essere adatto per la vita eterna

(II.) Perché è l'ingresso designato in uno stato di perfetta santità e di gioia inalienabile. Il passaggio dalla terra al cielo non è infatti completamente completato fino alla risurrezione. Un cristiano non può morire. La morte per il credente non è che un'ombra della morte. È sbagliato pensare alla vita eterna e alla felicità che è assicurata dopo la morte ai fedeli in Cristo, come nient'altro che un'espansione a tutta l'eternità della vita che abbiamo ora, esentati da ogni dolore e tristezza, e nutriti con una continua provvista di quei piaceri di cui ora siamo in grado di godere. Questa è una visione molto bassa e molto antiscritturale dell'eccellenza della gloria che deve essere rivelata. La vita che viene promessa al credente non è altro che una partecipazione, attraverso il Figlio incarnato, a quella pienezza di vita che fa l'essere eterno e la beatitudine infinita di Dio stesso. Essendo questo il premio della nostra alta chiamata, diamo ogni diligenza per rendere sicura la nostra chiamata, per timore che, avendo questa grande speranza offerta a noi, non ne venissimo meno. (W. Ramsay.)

"Non vivrei per sempre":

Queste parole possono significare una preferenza per la morte immediata, ma sono capaci di un senso modificato e cristiano: che questa vita sarebbe indesiderabile se fosse perpetua; che sarebbe meglio morire che vivere qui per sempre. Non abbiamo alcuna simpatia per quello stato d'animo aspro, lamentoso, autotorturante, che seleziona e combina tutto ciò che è oscuro, triste e scoraggiante nell'esistenza presente, e lo chiama un quadro della vita umana. Questo è uno stato d'animo non cristiano. È una visione falsa. Questo mondo è pieno di beneficenza per tutte le creature che lo abitano. L'uomo non può muoversi o pensare, ma sperimenta le disposizioni dell'amore divino. È vero che incontriamo molte cose che ci scoraggiano e ci rattristano. Se le nostre ansietà e i nostri dolori fossero riuniti in un unico sguardo, e si dimenticasse quante alleviationi e tregue ci fossero, quante misericordie mescolate ai dolori, quale forza ci fosse stata data per l'occasione, quale gentile ricordo delle nostre cornici, e quale temperamento del vento all'agnello tosato, l'immagine sarebbe davvero nera. Ma quando riflettiamo ulteriormente sul fine di questi castighi, sui saggi scopi che servono nella nostra educazione morale, sui benedetti risultati che realizzano per la nostra mente e il nostro cuore, allora possiamo inchinarci contenti agli appuntamenti dell'amore di Dio. Se il bene non fosse dedotto dal male, il male sarebbe un problema che va oltre la nostra capacità di risolverlo. Benché afflitti dai mali terreni, non estingueranno il nostro amore per la vita, né ci faranno mormorare sotto le sue salutari correzioni, i suoi benedetti ministeri e insegnamenti. Anche se non vivremmo per sempre, non è perché il calice della vita non abbia dolcezza che ci diletti, né perché contenga amarezza e lacrime. Le speranze, le amicizie e i privilegi dell'esistenza sono cose grandi, sostanziali e nobili. Producono godimenti puri, elevati e incantevoli. Vivremmo per quel che di buono, giusto, affettuoso e vero c'è nella sorte presente. E, d'altra parte, vivremmo anche per le sue afflizioni purificatrici, i suoi umilianti rovesci, i suoi lutti spiritualizzanti e la sua sana, anche se severa disciplina. Ma anche se volessimo vivere, e vivere contenti e gioiosi, tuttavia non vivremmo sempre qui. L'intera disposizione delle cose e l'intera costituzione dell'uomo mostrano che questo mondo non poteva essere per noi la dimora finale, che non potevamo sopportare di essere immortali quaggiù. Anche i più mondani si stancherebbero del mondo, se credessero di dovervi rimanere sempre. Anche il corpo, squisito nella sua costruzione, ma fragile, debole, affaticato, non poteva essere immortale qui. Non vivremmo per sempre, perché gli amici ci hanno lasciato e se ne sono andati di qui. Dalle scene luminose e sacre del mondo superiore, dalle dimore di riposo e di gloria, dai pergolati di bellezza e beatitudine, si chinano per invitarci a salire e a dimorare con loro. Che lo Stato futuro sarà uno Stato sociale, non ci può essere dubbio. Inoltre, la nostra natura intellettuale richiede una cultura più raffinata, una gamma più ampia, e meno lasciti e ostacoli di quanti ne abbia qui. Nella maggior parte di noi le possibilità intellettuali rimangono in gran parte incolte. Desideriamo, per noi stessi e per la razza, nel momento opportuno della volontà di nostro Padre, un passaggio a una condizione più adatta di questa per raffinare, dispiegare ed esaltare le nostre facoltà mentali, in conformità con il disegno manifesto del loro Autore e le loro incessanti aspirazioni. D'altra parte, cerchiamo una comunione più stretta con Gesù e con Dio, un'eccellenza e una virtù più elevate, una maggiore espansione della parte morale e spirituale della nostra natura. Molto può essere fatto, in verità, in questo stato. La nostra natura superiore, con tutte le sue forze e aspirazioni, sarà chiamata a un nuovo e felice esercizio, di cui i momenti più benedetti sulla terra non ci hanno dato quasi nessuna idea. C'è una fede che strappa il pungiglione della morte, una risurrezione che porta alla luce la vita e l'immortalità. (A. A. Livermore.)

La permanenza sulla terra non è desiderata dal credente:

L'amore per la vita è naturale per tutti gli uomini. Per gli scopi più saggi è stato impiantato dentro di noi. Ma il Vangelo ha portato alla luce la vita e l'immortalità, e ci ha mostrato che la valle dell'ombra della morte forma per il credente un passaggio verso un mondo di luce e gloria eterna. La ricezione di questo Vangelo nel cuore cambia sia la scena della mortalità che lo stato d'animo, in modo da regolare l'amore per la vita, produrre una sottomissione alla volontà di Dio e condurre a una certa e allegra prospettiva di felicità oltre la tomba

(I.) Le ragioni che portano il cristiano a desiderare una continuazione nella vita. Ci sono alcuni che, per paura della morte, sono soggetti alla schiavitù per tutta la vita. Ciò può essere dovuto al carattere naturale e all'abitudine della mente, all'indisposizione corporea o al potere della tentazione; oppure può sorgere dalla consapevolezza di essere privi dell'incontro necessario per il cielo. Alcuni desiderano la vita per potersi arrendere a Satana come servi. Il desiderio del cristiano di continuare può sorgere...

1.) Dalla nostra connessione relativa con gli altri. Siamo tutti legati da legami forti e teneri

2.) Può derivare da un senso di precedente pigrizia, o di allontanamento dalle vie di Dio. Poi, quando la morte sembra avvicinarsi, la paura si eccita

3.) Può nascere dall'amore per la causa del Redentore

(II.) Le ragioni che spingono gli uomini buoni, nonostante il loro naturale amore per la vita, a desiderare un allontanamento dallo stato presente. Essi sanno che c'è uno stato di immortalità e di gloria che esiste effettivamente oltre la tomba

1.) La prospettiva di una perfetta libertà dalla sofferenza porta i credenti a nutrire questo desiderio

2.) Così fa il senso del male del peccato

3.) Il credente desidera ardentemente abbandonare questo stato mortale, perché la morte lo introdurrà a un sabato migliore e a una società perfetta

4.) Il godimento anticipato di Dio e dell'Agnello è una forte ragione per cui i giusti non vivrebbero per sempre. Scopri quale gratitudine è dovuta a Dio per il Suo Vangelo. Da qui sorgono tutte le nostre speranze; e con la sua cordiale accoglienza il credente è liberato dall'amore della vita e dalla paura della morte. (Ricordo dell'Essex.)

Perché il credente non desidera vivere per sempre:

A volte una verità può essere pronunciata con uno spirito cattivo. Questo è. Ma può essere espressa con un'intelligente sottomissione alla volontà divina, ed essere amata in armonia con i principi cristiani. Ci sono ragioni che inducono il credente a esprimere questo sentimento

1.) Sa che non è volontà di Dio che egli debba vivere sempre. "È stabilito che tutti gli uomini muoiano una sola volta".

2.) Perché qui l'opera della grazia è sviluppata solo in modo imperfetto. Gli atti presentano la sua pietà è solo elementare. "Ora lo sappiamo in parte".

3.) Qui non si può godere della piena benedizione della giustizia giustificante. Questa benedizione è ora goduta dalla fede, e la fede è fluttuante

4.) Qui Dio è adorato nel migliore dei casi, ma in modo imperfetto. L'anima santa desidera adorare Dio con pensiero e affetto indivisi. Questo culto della corte esterna è troppo spesso interrotto dal frastuono e dal trambusto dei trafficanti mondani. I pensieri e gli affetti sono spesso intrusi quando la mente sarebbe impegnata nell'adorazione di Dio

5.) Il cambiamento è assolutamente necessario per il completamento della nostra beatitudine e la perfezione della gloria divina. Dobbiamo tornare a casa per essere felici. Nelle consolazioni, nelle speranze e nelle gioie che il credente realizza nella morte, Dio è glorificato. (Predicatore evangelico.)

Ragioni per cui gli uomini buoni possono attendere con desiderio la fine della vita:

Non di rado il sentimento del testo è il respiro di un'anima colpevole, tormentata dal rimorso, colpita da una coscienza accusatrice, perseguitata dal ricordo di atti di colpa e spinta dalla speranza, se non dalla sobria convinzione, che la morte sarà la fine di tutto. Le parole del testo, tuttavia, non implicano necessariamente né empietà né impazienza. Anche gli uomini buoni possono essere stanchi della vita e desiderare la sua fine

1.) Gli uomini buoni possono essere così riconciliati con la morte, dalla loro esperienza dei mali della vita e della natura insoddisfacente di tutti i piaceri terreni. Nell'infanzia, ci rallegriamo delle cure parentali: nella giovinezza, la nostra immaginazione è allietata dalla bellezza e dalla novità della scena che ci circonda; viviamo nella speranza e ignoriamo il male che verrà; Nella maturità della vita, esercitiamo, con particolare soddisfazione, le nostre facoltà maturate, e attingiamo generosamente alle riserve dell'amicizia e dell'affetto. Eppure questo mondo è definito una valle di lacrime; e coloro che hanno vissuto più a lungo e hanno goduto della maggior parte del bene del mondo, hanno dichiarato con una sola voce che i loro giorni sono stati pochi e cattivi

2.) Gli uomini buoni possono essere portati a guardare avanti con desiderio alla fine della vita, dai cambiamenti che avvengono intorno a loro, e in particolare dalla morte di compagni e amici

3.) Gli uomini buoni possono essere riconciliati con la morte, e possono essere portati persino a desiderarla, dai resti del peccato e dal loro crescente desiderio di perfezione. (James Grant.)

Un desiderio ragionevole:

(I.) Dove un figlio di Dio non vivrebbe per sempre. Sulla terra. Il massimo che si possa godere o aspettarsi da questa parte del cielo, non può fargli desiderare che sia sempre con lui come ora, che questa possa essere la sua eterna dimora

1.) Voi che siete uomini di mondo, vivreste per sempre?

2.) Tu che possiedi gran parte dei beni di questo mondo, vivresti per sempre?

(II.) Perché un figlio di Dio non vivrebbe sempre in questo stato presente. È comune per gli uomini in difficoltà desiderare la morte, come se non avessero altra nozione di essa che quella di essere una libertà dal loro dolore e dalla loro miseria presenti

1.) Perché è volontà di Dio che il figlio di Dio non viva per sempre

2.) I santi non vivrebbero per sempre, a causa della preoccupazione e dello zelo che hanno per la gloria di Dio

3.) Dall'amore a Cristo il santo è disposto ad andarsene

4.) Un figlio di Dio si comporterebbe secondo l'esempio di Cristo

5.) Come sentire i mali dello stato attuale, e avere la prospettiva credente di un migliore

(1) Coloro che sulla terra si sono avvicinati al cielo in preparazione per esso, sono imperfetti per quanto riguarda la grazia, e hanno in sé gran parte dei resti della corruzione

(2) I santi, mentre sono sulla terra, sono in uno stato di dolore così come di peccato

(3) I santi sono in uno stato di guerra

(4) Essi sono qui in giudizio come probatori per l'eternità, e quindi devono essere pieni di cura e sollecitudine, come andrà con loro, e per timore che abortiscano

(5) Nello stato attuale, i santi sono lontani da Cristo

(6) Un figlio di Dio ha pregustato una vita migliore

(III.) Cosa implica questo detto?

1.) Che il santo crede di essere uno che è già, attraverso la grazia, preparato per una vita migliore

2.) Mentre è in questo mondo, un figlio di Dio dovrebbe pensare e parlare, non come un abitante di esso, ma come un viaggiatore attraverso di esso; non come uno fissato qui, ma come uno in movimento verso un paese migliore, cioè un cielo

(IV.) In che modo un figlio di Dio dovrebbe parlare così?

1.) Con un profondo senso del male del peccato, che ha reso questo mondo così indesiderabile

2.) Con grande serietà, dopo aver considerato, quanto sia terribile morire

3.) Non fissando perentoriamente il tempo fino a quale data avrebbe avuto la sua vita prolungata, o quando sarebbe stato stroncata, ma con totale rassegnazione, riferendo la questione a Dio

(V.) A chi può parlare così un santo?

1.) A Dio a titolo di appello

2.) Agli altri possiamo dire questo, quando parliamo delle preoccupazioni della nostra anima e dell'eternità, per indurli a considerarci come coloro che stanno morendo, e ben soddisfatti nella scelta che abbiamo fatto, di Dio per la nostra parte, e del cielo come nostra casa

3.) A se stesso. Applicazione-

(1) Quanto è ammirevole la grazia di Dio nel cambiamento che opera nel Suo popolo!

(2) Che motivo abbiamo di benedire Dio per le scoperte del Vangelo

(3) Assicurati di avere un titolo per una vita e uno stato migliori. (D. Wilcox.)

Il vantaggio di non vivere sempre:

La faretra contiene un articolo su "Farfalle", del defunto Apocalisse Dr. Hugh Macmillan. Questo deve essere stato uno degli ultimi scritti da quell'affascinante scrittore, e il più colto degli uomini, ed è una curiosa coincidenza che proprio prima che il grande cambiamento avvenisse per lui avrebbe scritto così: "La morte è 'l'ombra temuta dall'uomo', come apparente distruzione; Ma se dovessimo vivere sempre come viviamo ora sulla terra, se non dovessimo mai passare attraverso l'esperienza della morte, rimarremmo per sempre semplici embrioni umani, esseri non sviluppati. È solo attraverso la morte che il mortale può rivestire l'immortalità. È solo subendo una metamorfosi tanto completa quanto e attualmente più inspiegabile di quella che subisce il bruco quando passa attraverso lo stato apparentemente senza vita della crisalide e diventa una farfalla, che possiamo passare dall'apparente condizione senza speranza della tomba alla condizione alata dell'angelo, acquisire la piena potenza del nostro essere, e vola dalla terra al cielo". (Tempi di impegno cristiano.)

Alla morte:

Non c'è nulla a cui la natura umana sia più avversa della dissoluzione. La morte si presenta all'immaginazione di ogni uomo, vestita di terrore

1.) Un dovuto rispetto per la volontà divina ci dissuaderebbe dal desiderare di "vivere sempre". La nostra vita non è resa transitoria da alcun potere maligno. Perché dovremmo volgerci con rammarico da qualsiasi appezzamento a cui dobbiamo sottometterci alla volontà di Dio? C'è, nella sottomissione alle leggi a cui il Creatore onnisciente ha sottoposto la nostra natura, sia la sicurezza che la virtù

2.) Possiamo riconciliarci con la necessità di morire considerando chi ha attraversato la porta della morte

3.) La condizione di questo stato attuale è tale che nessun cristiano può desiderare di viverci sempre. Non che si addice a noi trovare difetti nelle circostanze della nostra esistenza attuale. È problematico se la nostra virtù o le nostre prove prevarrebbero, se la nostra prova fosse prolungata; Ma la discrezione sembrerebbe invocare la più breve esposizione al male. La morte ci libera dalle tentazioni, dall'ignoranza e dai dolori di questa esistenza probatoria

4.) Una giusta considerazione della vita futura ci riconcilierà completamente con la transitorietà di essa. Se la morte cessasse di esistere, potremmo con una tenacia disperata aggrapparci a questa esistenza presente, a scacchi e insoddisfacente com'è

5.) Con la Sua morte, il "Capitano della nostra salvezza" ha vinto la morte, e ha fatto del passaggio attraverso la tomba l'ingresso ordinario alla ricompensa della nostra eredità. Che insieme di motivi c'è qui per indurvi, quando il vostro Creatore vi chiamerà fuori da questa vita, ad andarvene volontariamente! Mettili nei tuoi ricordi. (Vescovo Dehon.)

La morte preferibile alla vita:

Ci sono pochi principi più forti nel petto umano dell'amore per la vita. Il desiderio di autoconservazione è istintivo e opera molto prima che sorga la ragione, o che l'esperienza ci colleghi ai piaceri dell'esistenza. Né gli uomini sono attaccati alla vita solo dal principio dell'istinto. "Potrei morire volentieri", disse un cristiano in declino, "se non ci fossero amici ai quali è difficile dire addio". La vita è resa piacevole e l'attaccamento ad essa è rafforzato dall'amicizia e dalle relazioni sociali. E allora le nostre paure hanno mostrato la morte con un aspetto terrificante, e l'hanno circondata di orribili drappeggi. La bara, il sudario, l'oscurità e l'umidità, il silenzio e il freddo della tomba, il verme e la corruzione, e lo stato inesplorato ed eterno in cui la morte introduce l'anima, sono circostanze calcolate per far indietreggiare il cuore più forte e aggrapparsi con la più stretta alla sua presa di vita. Ma questi attaccamenti e queste apprensioni sono incidenti con la nostra fragilità. Attraverso la grazia di Dio, possono essere superati e rinunciati. Il credente in Cristo può dire: "Non vorrei vivere per sempre".

(I.) C'è la saggezza più grande in questa scelta, poiché se vivesse sempre, i mali della vita presente potrebbero essere prolungati e perpetuati

1.) Non vivrei per sempre, esposto ai mali che affliggono questo corpo mortale, sotto la continua inflizione della maledizione originale di Dio sull'uomo: "Mangerai il pane con il sudore del tuo volto"; o perpetuamente esposto alle devastazioni della "pestilenza che cammina nelle tenebre" e alla violenza della "malattia che devasta a mezzogiorno"; - essere per sempre partecipe di quella natura la cui bellezza è un "fiore appassito", la cui "forza" è "fatica e dolore", i cui occhi vengono meno per l'oscurità e le cui orecchie si intorpidiscono per l'udito, e la cui testa vacilla per l'infermità, e imbianca per il gelo dell'età, le cui membra sono bruciate dalla febbre, e tormentate dal dolore, e poi raggelate dall'angoscia, e scosse dall'angoscia, per essere congelate dal rigore dell'inverno e bruciate dal fervore dell'estate

2.) Non vivrei per sempre, soggetto di infermità mentale. Quale ignoranza offusca la mente di un uomo sventurato! Quanta cura e quanta scrupolosità devono essere spese prima che gli si possano insegnare le cose più necessarie per essere conosciute! Quante volte il suo giudizio, anche nel suo esercizio più vigoroso, è errato e imperfetto! Frequenti sono i suoi errori, ed erronee le sue conclusioni, anche in affari della massima importanza, e che riguardano intimamente il suo benessere

3.) Non vivrei per sempre, in mezzo a un mondo egoista e maligno, dove la mia condotta è travisata, i miei motivi fraintesi, il mio carattere attaccato e i miei migliori interessi feriti e ostacolati; dove l'invidia mostra i suoi lineamenti maligni e la detrazione impiega la sua lingua avvelenata per distruggere la mia reputazione; dove la gelosia inventa, e la malizia escogita, i loro crudeli propositi per turbare la mia pace

4.) Non vivrei per sempre, il testimone, così come il soggetto delle miserie umane. È doloroso per il cuore benevolo assistere alle disgrazie e alle follie degli uomini. È doloroso "discernere, tra i giovani, un giovane privo di intelligenza", che spreca il suo patrimonio nella stravaganza e nella dissipazione; degradare le nobili facoltà del corpo e della mente, di cui Dio lo ha dotato; e scendendo prematuramente nella tomba, e nelle ombre della morte eterna, vittima di maledetta intemperanza. È doloroso vedere il peccatore impenitente e senza preghiera, incurante della sua ribellione e incurante del suo pericolo, che si diverte con le minacce di Jahvè e si fa beffe delle minacce dell'Onnipotente, e tuttavia sapere che tra lui e le fiamme eterne interviene solo, ciò che è suscettibile di essere spezzato in qualsiasi momento, il sottile e fragile velo di carne

5.) Ben possa il cristiano, testimone di tali spettacoli, e lui stesso servo di passioni empie, dichiarare, non vivrei per sempre. Quando la sua fede è salda, a volte sorgono dubbi e oscurità che la indeboliscono. Quando le sue speranze sono luminose, il peccato e l'impenitenza le oscureranno e le oscureranno. Quando il suo amore verso Dio e gli uomini è fervente, sentimenti empi sorgeranno e lo smorzeranno e lo placheranno. Quando il Sole di Giustizia risplende su di lui, le sue iniquità spesso si alzano come una densa nuvola, lo avvolgono nelle tenebre spirituali e lo lasciano nella miseria mentale

6.) Non vivrei per sempre, esposto alle tentazioni e alle lusinghe del peccato. L'esempio seducente di uomini che, per alcune buone qualità, il cristiano è stato educato a rispettare, offrirà le sue persuasioni per distoglierlo dal sentiero della vita. L'erudizione, l'intelligenza, l'ingegno e la persuasione saranno impiegati da coloro che in apparenza sono angeli di luce, per indebolire la sua fedeltà al suo Maestro crocifisso

7.) Essendo lui stesso soggetto e testimone della miseria e del peccato, il cristiano dirà: "Non vivrei per sempre, specialmente perché Dio ha stabilito diversamente". La sua preghiera quotidiana sarà: "Padre mio, sia fatta la tua volontà"; e l'acquiescenza alla volontà di Dio costituirà la perfezione del suo carattere religioso. Desidererà quindi andarsene da questa vita miserabile, sapendo che Dio ha preparato per lui qualcosa di migliore

(II.) C'è saggezza nella scelta del cristiano, perché, se la sua vita non finisse, non sarebbe ammesso nelle gioie del cielo

1.) Il suo corpo corruttibile non avrebbe allora rivestito l'incorruttibilità, né la sua immortalità mortale. "I giusti risplenderanno come il sole; risplenderanno come lo splendore del firmamento e come le stelle nei secoli dei secoli". Il Salvatore ha detto che i figli della risurrezione saranno uguali agli angeli, e quindi assomiglieranno agli angeli nella loro gloria e bellezza

2.) In cielo, le facoltà della mente, così come quelle del corpo, saranno in misura meravigliosa rafforzate e perfezionate. La memoria, perfezionata e resa ritentiva, conserverà tutto ciò che è affidato al suo deposito. L'intelletto, così aiutato dalle altre facoltà mentali, redente e rinvigorita, farà progressi perpetui nella conoscenza. Perché non solo le facoltà della mente saranno migliorate, ma il campo di indagine sarà proporzionalmente ampliato. La scena dell'osservazione e del miglioramento non sarà questa piccola terra, e le sue limitate produzioni, ma le meraviglie e le glorie delle regioni celesti. Non vivrei per sempre, nella prospettiva di un tale aumento di conoscenza e intelligenza, il soggetto perpetuo dell'imperfezione mentale, dell'ignoranza e della debolezza

3.) Non vivrei per sempre, lontano da casa mia. Quante piacevoli associazioni e teneri ricordi suscitano la menzione di casa! Intorno a quale luogo indugiano gli affetti con un attaccamento così forte, o quale luogo appare luminoso e felice, quando il resto del mondo appare buio e triste, ma quello caratterizzato dalla parola espressiva casa? Dove i cieli hanno una luminosità particolare, e la natura presenta un'allegria e una bellezza particolari, ma a casa propria? Ma il cielo è la casa del cristiano. Qui è uno straniero e un viaggiatore; ma è in viaggio verso una città che ha fondamenta, dimora di amicizia e di pace. L'amore divino è il principio sacro che anima tutti i cuori nelle regioni della beatitudine, dal "serafino rapito" a colui che ha "lavato le sue vesti nel sangue dell'Agnello". Essa unisce gli abitanti del cielo in un vincolo indissolubile di armonia e li lega a Dio stesso. C'è anche la sicurezza. Sicurezza dall'influenza di affetti empi, dalle tentazioni e dall'ostilità degli uomini malvagi, e dall'inimicizia e dalla malizia del grande nemico spirituale. Con il Principe della Pace, la pace regnerà sempre, e dalla destra di Dio sgorgherà per sempre il fiume dei Suoi piaceri

4.) Non vivrei sempre separato dai miei pii amici, nella cui sacra società e santa amicizia ho trovato tanta gioia e profitto, ma che mi hanno preceduto nel loro ingresso nella gloria. Perché in cielo le pie amicizie di questo mondo saranno rinnovate e perpetuate

5.) Non vorrei vivere per sempre, perché in mezzo a quella santa fratellanza c'è Gesù Cristo, il loro fratello maggiore, il testimone fedele e verace; che Gesù, il desiderio e il Salvatore di tutte le nazioni; e che desidero vedere; mio Salvatore! al quale ho pregato così spesso e in cui ho confidato così a lungo; Colui che è stato per anni il mio maestro e la mia difesa invisibile, e che, pur non vedendo, ho ancora amato! (S. Fuller.)

17 CAPITOLO 7

Giobbe 7:17

Che cos'è l'uomo, perché tu lo magnifichi?-

Condiscendenza divina:

Ecco una domanda che ha una risposta e una domanda a cui non si può rispondere

(I.) Una soluzione scritturale della questione

1.) Che cos'è l'uomo come creatura? Un pezzo di polvere modificata, ravvivato dal soffio di Dio Genesi 2:7. Un vaso di terracotta 2Corinzi 4:7. Egli è erba ( Isaia 11:6, 8) , Una goccia di secchio, o polvere che non farà girare la bilancia ( Isaia 11:15) . Vanità Giobbe 7:16; Isaia 40:17

2.) Che cos'è l'uomo come creatura caduta? Una creatura ignorante ( Isaia 1:3) . Un colpevole Romani 3:23. Un condannato Giovanni 3:18, 19. A contaminato Giobbe 15:16; Isaia 1:16. Un malato ( Isaia 1:6) . Impotente Ezechiele 16:4, 6. Ribelle Numeri 20:10; Isaia 1:2

(II.) Sotto quali aspetti si può dire che il Signore magnificò l'uomo. Egli magnificò l'uomo alla creazione. Con la cura che mostra verso di lui nel corso della sua provvidenza. Assumendo la natura umana. Dandoci promesse così grandi e preziose. Rendendo l'uomo partecipe del Suo trono. Osservare-

1.) Com'è sorprendente che il Signore si accorga così dell'uomo peccatore! Colui che è l'Alto e l'Eccelso

2.) La vile ingratitudine dei peccatori che si ribellano a un benefattore così gentile

3.) Se Dio magnifica l'uomo in questo modo, l'uomo non dovrebbe sforzarsi di magnificare Dio, cioè di lodarlo ed esaltarlo? (T. Hannam.)

La dignità e la possibilità della virilità:

La dottrina di questo testo sembra essere che l'uomo è una creatura di tale insignificanza, così peccaminosa, fragile e insignificante, che è del tutto indegno della cura e dell'attenzione che Dio gli presta. Che questo sia vero, nessuno di noi lo dubita. Gli infedeli hanno spesso usato questa verità nei loro tentativi di dimostrare che Dio non può prestare all'uomo il riguardo che la Bibbia dichiara che Egli fa. Eppure queste parole del testo insegnano in modo chiaro e distinto altre verità: la grandezza dell'uomo, perché Dio lo ha magnificato; il dovere dell'uomo, perché Dio lo ha benedetto; le possibilità dell'uomo, perché Dio ha posto il Suo cuore su di lui. Guardando l'uomo alla luce dei suoi privilegi, alla luce delle sue possibilità, alla luce del Calvario, diventa allora una creatura di valore infinito; e il servizio più alto in cui un servo di Dio può essere impegnato, è quello di cercare l'elevazione, la conversione degli uomini. È l'aspetto più nobile dell'uomo che dobbiamo studiare. Io vorrei condurre voi giovani al rispetto di voi stessi. Distingui tra rispetto di sé e presunzione. Una è figlia dell'ignoranza, l'altra bella figlia della conoscenza

(I.) La dignità dell'uomo

1.) Siamo dignitosi perché magnificati da Dio. Per quanto ne sappiamo, l'uomo è il compimento dell'abilità creativa. L'uomo è sia materiale che spirituale, presentando una meravigliosa combinazione dei due. Egli è un anello intermedio nella catena dell'essere, che tiene insieme entrambe le estremità. Egli partecipa molto della grossolanità della terra, ma molto della raffinatezza del cielo. Senza l'uomo, tra l'atomo e l'angelo ci sarebbe una voragine. L'uomo è la catena d'oro tra i due. È un piccolo mondo in miniatura, perché nella sua struttura c'è un'epitome dell'universo. In verità, nel carattere del suo essere egli è magnificato. Nessuno che pensi alle sue capacità può contestarlo. Le capacità di alcuni uomini devono essere enormi. La dignità dell'uomo è ulteriormente accresciuta, se si considera che egli possiede un'anima immortale. Egli ha una vita che deve correre parallela alla vita dell'Eterno; una vita che né il peccato, né la morte, né l'inferno possono spegnere. Quanto è terribile questo l'importanza anche di un solo uomo! Notate anche l'elevata posizione dell'uomo in questo mondo. Egli è il signore della creazione. Questo mondo è stato costruito come una casa, di cui l'uomo è l'inquilino

2.) Siamo dignitosi, perché amati da Dio. Il nostro testo dice che Dio ha posto il Suo cuore sull'uomo. Questa gloriosa verità è scritta sulla pagina dell'ispirazione con la chiarezza di un raggio di sole Giovanni 3:16. Sicuramente tale amore deve rendere l'uomo l'invidia degli angeli. Sembra che l'uomo abbia ricevuto più cura, attenzione e amore di tutte le altre parti del Suo dominio messe insieme. Per il nostro bene la Divinità si è spesa, ci ha comunicato in Cristo Gesù tutto ciò che era comunicativo nel Suo essere e nel Suo carattere

(II.) Quale condotta è degna della dignità dell'uomo? Prendo un alto livello di appello e vi chiedo, alla luce delle vostre nobili facoltà, alla luce di tutte le misericordie che vi sono state concesse nella creazione e nella provvidenza, alla luce dell'infinito amore di Dio, quale condotta vi consegue? Quale deve essere il vostro atteggiamento verso voi stessi, vostro Salvatore, vostro Dio? Lei è unanime nel suo verdetto che una vita peccaminosa e sensuale è completamente al di sotto della dignità della virilità. Prendi un altro tipo di vita. Una vita di mera autogratificazione. Forse i giovani più promettenti sono rovinati da questo tipo di vita rispetto a qualsiasi altro. Ma è indegno di un uomo. Il fine di una vita che è vera non è la felicità in qualsiasi forma, ma il carattere che ci accompagnerà per l'eternità. In ogni uomo che non ha questo come suo desiderio supremo, il suo unico scopo, si risveglia solo una frazione della virilità. Le parti della sua natura che rendono degno di esistere sono dormienti. L'ansia tremante per i nostri privilegi, il nostro benessere, il nostro debito verso Dio - che ci porta a confidare in Lui - questo rende vera una vita

(III.) Quali sono le possibilità di un tale essere ingrandito?

1.) C'è la possibilità che il rispetto di sé perduto venga ripristinato. Alcuni di voi potrebbero aver iniziato male. Questo ha distrutto il rispetto di sé. Questo è uno dei mali più potenti che si verificano in una vita peccaminosa. Ricordate che il carattere è soggetto a una legge perpetua. Ha un elemento in esso che lo renderà quasi immutabile. "Il male tende alla permanenza del male". Lasciate che vi dica la lieta novella del Vangelo. C'è la possibilità di auto-conquista. L'autocontrollo, per una reale utilità, è necessario quanto il rispetto di sé. Come possiamo esercitarlo? La risoluzione, la determinazione andranno bene? La mia unica speranza è in Dio Spirito Santo; nella ricerca della grazia e del potere divini. Per tutti noi c'è la gioiosa possibilità di una vita sublime. Allora, non parlare del destino, ma credi nel tuo, e lavorando come gli uomini, confidando come i bambini, realizzalo. (C. H. Spurgeon.)

La filosofia del valore umano:

Dall'Oriente proveniva prima la luce della conoscenza divina, dell'arte e della scienza, quella triplice corda di cui sono cinti i lombi della nostra civiltà. In quale vantato filosofo del paganesimo troviamo un solo sentimento, sull'argomento in questione, uguale a quello contenuto nel nostro testo? A un Padre il patriarca Giobbe guardava fiducioso, sia nella sua prosperità che nelle sue avversità; non era a un Dio lontano che riversava i sentimenti del suo cuore. È vero che egli era profondamente intimorito dall'infinità e dalla conseguente misteriosità del suo Divino Padre; ma mentre, da una parte, era sopraffatto dalla maestà e dall'incomprensibilità, dall'altra era rasserenato e rallegrato con condiscendenza e amore. Il carattere divino e le vie della provvidenza sembrano aver occupato i pensieri di quest'uomo santo e di larghe vedute, con l'esclusione di quasi tutto il resto. Non era una cosa, era una persona verso la quale i suoi pensieri e i suoi affetti si rivolgevano razionalmente e istintivamente. La legge che influenzò questo brav'uomo fu morale. Il grande centro di attrazione, e fonte di tutta la vita spirituale e la gloria, era Dio stesso, "il Padre delle luci". Ora, perché Giobbe cercò Dio in questo modo, e considerò la giustizia, o l'eccellenza morale, come la principale preoccupazione della sua esistenza? Perché qualcosa dentro di lui lo ha spinto a farlo. Ci sono due grandi modi generici in cui Dio si rivela all'uomo. Oggettivamente, o attraverso qualsiasi mezzo fisico come le Sue opere, o esperienze presunte, e soggettivamente, o nello spirito cosciente. C'era qualcosa di più di una semplice figura in queste parole del nostro benedetto Salvatore: "Chi ha visto me ha visto il Padre". "Che cos'è l'uomo perché tu lo magnifichi?" Sembra che il patriarca fosse stupito che una creatura così vile, impotente e di breve durata come l'uomo, fosse particolarmente notata e favorita dal suo Creatore. Quali che siano state le sue idee sulla dignità e sul valore umano, è abbastanza ovvio che esse erano associate a una forte convinzione del degrado e della vanità umana. E non è questa una stima vera, la giusta via di mezzo tra due estremi, uno dei quali esalta l'uomo troppo in alto, mentre l'altro lo degrada troppo in basso? Se non guardassimo oltre la natura e la condizione esteriore dell'uomo, potremmo considerarlo solo come un tipo unico di animale, inferiore sotto certi aspetti, sebbene superiore in altri, ai suoi simili abitanti della terra. Se la sua natura animale fosse l'intero uomo, in che cosa consisterebbe la sua preminenza sulle "bestie che periscono"? Eppure questa natura animale è tutto ciò di cui i nostri sensi possono prendere atto. Considerandolo, tuttavia, alla luce dell'analogia, è chiaro che ci possono essere facoltà e destini non sviluppati, di un ordine elevato e inconcepibile, addormentati nel suo petto, ma nascosti a ogni esame. Questo era il piacevole tema del canto poetico e della speculazione filosofica. Queste non sono affatto sufficienti a contrastare efficacemente le conclusioni scettiche del senso riguardo alla natura e ai destini dell'uomo. Di qui l'incertezza del più saggio e del migliore degli antichi filosofi pagani. La pura verità è che il mondo, per mezzo della saggezza, non sapeva nulla in modo conclusivo su queste cose. Il terreno privilegiato su cui la Bibbia pone i nostri piedi, ci ha innalzato incommensurabilmente più in alto di quanto i pagani più saggi, in quanto tali, siano mai stati. Guidati dalla fiaccola del cielo, vediamo perché si può dire che Dio "magnifica l'uomo e pone il suo cuore su di lui".

1.) L'uomo è magnificato dal dono di una natura intellettuale

2.) In possesso di una natura morale

3.) Nell'essere l'oggetto di una redenzione divina

4.) Nell'onnipresente e onniattiva sovrintendenza della Divina Provvidenza sulle vicende umane

5.) L'immortalità e la beatitudine futura illustrano in modo sorprendente il testo. Se credi a queste cose, che sorta di persone dovresti essere? (Jabez Cole.)

L'uomo magnificato dalla considerazione divina:

È il carattere di quasi tutti i sistemi speculativi di incredulità che, mentre attenuano o giustificano la pravità morale della nostra natura, svalutano e sottovalutano quella natura stessa. Alcuni negano che ci sia uno "spirito nell'uomo". Altri negano all'uomo l'immortalità. Alcuni ci persuaderebbero che non siamo altro che atomi nella massa degli esseri; e supporre di essere notati dal Grande Supremo, sia in giudizio che in misericordia, è una presunzione infondata e presuntuosa. La Parola di Dio si pone in illustre e incoraggiante contrasto con tutte queste speculazioni agghiaccianti e viziose. Quanto alla nostra condizione morale, essa ci getta nella polvere e abbatte ogni alta immaginazione. Ma non svilisce mai la nostra natura stessa. L'uomo è il capo e il capo del sistema in cui abita e l'immagine di Dio. Egli è rivestito di immortalità e investito di alte e terribili capacità sia di bene che di male

(I.) Alcune considerazioni illustrative della dottrina del testo

1.) Dio ha "magnificato" l'uomo con il dono di una natura intellettuale. Vediamo la materia disorganizzata senza vita; materia organizzata, come nei vegetali, con la vita, ma senza sensazione; e, negli animali inferiori, con la vita, il senso e una parte di conoscenza, ma senza ragione. Ma, nell'uomo, la bilancia sale indicibilmente più in alto. Le sue doti vanno oltre la vita e la sensazione animale, e oltre l'istinto. L'uomo è l'unica creatura visibile che Dio, nel senso proprio della parola, possa "amare". Nessuna creatura è capace di essere amata, ma è anche capace di conoscenza reciproca, di rispetto e di rapporto

2.) Per la varietà e la natura superiore dei piaceri di cui lo ha reso capace. Suoi sono i piaceri della contemplazione. Questi gli animali inferiori non hanno. I piaceri della contemplazione sono inesauribili, e i poteri che possiamo applicare ad essi sono suscettibili di un ampliamento incommensurabile. Suoi sono i piaceri della devozione. Si può razionalmente negare che la devozione sia la fonte di un piacere ancora più alto della conoscenza? Suoi sono i piaceri della simpatia e della benevolenza. Suoi sono i piaceri della speranza

3.) Il testo riceve la sua illustrazione più sorprendente dalla condotta di Dio verso l'uomo considerato peccatore. Se sotto questo carattere siamo stati ancora amati; se ancora, nonostante l'ingratitudine e la ribellione, siamo amati; allora, in un senso molto enfatico, in un senso che non possiamo concepire o esprimere adeguatamente, Dio ha "posto il Suo cuore" su di noi. Marco 49 mezzo della nostra riconciliazione con Dio, e segna il risultato

4.) Considerate i mezzi con cui il misericordioso proposito di Dio di "magnificare l'uomo", sollevandolo dalla sua condizione decaduta, viene perseguito e realizzato

(1) Egli, con il più gentile riguardo per i nostri interessi superiori, ha attribuito la vacuità al bene mondano e la miseria al vizio

(2) Egli si è compiaciuto di stabilire una connessione costante tra la nostra disciplina e la correzione, tra le Sue dispensazioni provvidenziali e i fini morali

(3) Egli ha aperto le sue orecchie alle nostre preghiere e le invita sia con il comando che con la promessa

(4) Per far sentire agli uomini i propri bisogni, Egli manda il Suo Vangelo, accompagnato dal Suo Spirito vivificante, per renderlo così, ciò che nella semplice lettera non potrebbe essere, "la Parola della vita", il "Vangelo della salvezza".

(II) Il miglioramento pratico che deriva dai fatti così accertati

1.) Ci viene insegnata la follia e la degradazione volontaria della maggior parte dell'infelice razza umana

2.) L'argomento offre una prova istruttiva delle nostre pretese religiose

3.) Formare una giusta stima dei nostri simili e dei nostri obblighi di promuovere il loro beneficio spirituale ed eterno. (R. Watson.)

Sulla natura e il carattere dell'uomo:

Il saggio pagano, che ci ha ordinato di conoscere noi stessi, poteva dare il precetto, ma era fuori dal suo potere metterci in condizione di ottenere la giusta informazione. Lo stato attuale dell'uomo può essere compreso solo dalla storia dell'uomo, poiché la migliore filosofia naturale deve essere costruita sulla storia della natura. Quando l'uomo uscì per la prima volta dalle mani del suo Creatore, non era né peccatore né mortale; Ma poiché la felicità di un essere razionale deve essere l'oggetto della sua libera scelta, e non può essere altrimenti, la vita e la felicità sono state proposte all'uomo a condizioni tali da metterlo alla prova. Non ci può essere ricompensa se non l'obbedienza, e non ci può essere obbedienza senza libertà, cioè senza la libertà di cadere nella disobbedienza e nella ribellione. Poiché l'uomo è costituito di anima e corpo, ed è alleato del mondo visibile e invisibile, non passa alcuna transazione tra Dio e l'uomo senza una figura visibile intermedia; perciò la vita e la morte furono proposte ad Adamo, sotto i due simboli dell'albero della vita e dell'albero della conoscenza del bene e del male. Quest'ultimo era lo strumento della tentazione. Partecipando all'albero della vita, la natura dell'uomo sarebbe stata raffinata e spiritualizzata sulla terra. Al nemico della gloria di Dio e della felicità dell'uomo fu permesso di entrare in paradiso sotto forma di un serpente, il quale, avendo prevalso per primo sul sesso debole, ingannò Adamo per mezzo di lei. Così la vita del paradiso fu perduta. Sembra quindi che l'uomo sia ora in uno stato di esilio dal suo paradiso natale, e cacciato nel vasto mondo. Il tentatore che per primo lo sedusse nel peccato, sta portando avanti lo stesso piano di inimicizia e opposizione fino ad oggi. Troviamo nella natura dell'uomo tali contrarietà che non possono mai essere spiegate se non dalla storia della sua caduta. Nella caduta dell'uomo ci sono due cose da considerare, il peccato e la punizione. L'atto di disobbedienza procedeva da un desiderio peccaminoso, suggerito dal diavolo, di elevarsi con mezzi proibiti, e senza alcuna dipendenza da Dio, a uno stato di saggezza e grandezza superiori. Esaminate attentamente questo atto originale di disobbedienza dell'uomo e scoprirete che ogni concupiscenza e passione di cui l'uomo è capace ha prevalso in quell'occasione. La "concupiscenza della carne" era indulgente nel mangiare; la "concupiscenza dell'occhio" nel desiderare ciò che era proibito; e l'"orgoglio della vita" nell'affettazione di una condizione superiore, alla quale non c'era titolo. L'uomo non può ora peccare con lo stesso atto di Adamo; ma tutto il suo peccato è secondo questo modello. I suoi tre vizi sono: l'intemperanza, la cupidigia e l'orgoglio. C'è un conflitto irregolare nella natura umana che non possiamo spiegare, se non in base al principio del peccato originale. L'effetto del peccato originale è evidente da quel deplorevole sintomo di esso, un'alienazione della mente da Dio: perché c'è certamente nell'uomo, così com'è ora, un'avversione per Dio e per tutto ciò che si riferisce a Lui. Questa non può essere la natura, deve essere una depravazione della natura. Le altre prove della caduta dell'uomo si trovano nella sua punizione, che comprende i diversi particolari del lavoro, della povertà, della malattia e della morte. Sembra quindi che l'uomo sia in uno stato decaduto, soggetto al potere del peccato e alla punizione della disobbedienza. In conseguenza di questa natura malvagia, è bene che l'uomo ne sia afflitto, poiché è necessario che le sue scorie siano separate da una prova ardente nella fornace. (W. Jones, M.A.)

I rapporti di Dio con l'uomo insignificante:

L'orgoglio è il grande peccato che affligge la nostra natura corrotta. È questo che dispiega l'ipocrisia, l'egoismo, l'autodipendenza e l'autocompiacimento dell'uomo, in tutte le loro varie forme. Si manifesterà come orgoglio familiare, orgoglio professionale, orgoglio intellettuale, sì, e in quella sua bassa e spregevole esibizione, anche l'amore per l'attrazione personale

(I.) La piccolezza dell'uomo. Come creatura. Come una creatura caduta. È troppo dire che è inferiore alle bestie? È un'espressione forte. È troppo dire che il peccato ha fatto sprofondare l'uomo tanto in basso quanto Satana? L'uomo è una creatura peccatrice, colpevole e condannata. La legge lo condanna. Tutto ciò che è in Dio condanna il peccatore impenitente e incredulo. L'uomo è un peccatore orgoglioso e presuntuoso. Non c'è uomo che non abbia alcune qualità apparentemente buone - almeno, egli pensa di averle - e queste lo rendono cieco a tutte le sue cattive qualità, ed egli pensa di poter accecare Dio con esse

(II.) I più meravigliosi rapporti di Dio con l'uomo. Da questi materiali Dio sceglie un popolo ed erige un tempio alla Sua gloria. Com'è meravigliosa l'esibizione della grazia di Dio nella conversione di un peccatore! Guardate la meravigliosa dimostrazione di grazia nella redenzione e nel portare tutti i redenti al sicuro nella gloria. Vedete in questo argomento la grandezza di Dio: notate quanto è spregevole il nostro orgoglio quando possiamo guardare gli altri dall'alto in basso. Anche se il Signore ci mostra la nostra piccolezza, tuttavia non dobbiamo dimenticare che Egli ci ha magnificati. (J. H. Evans, M.A.)

La perpetua provvidenza di Dio nella vita, il suo mistero e il suo significato:

La domanda deve essere stata posta da Giobbe con la massima serietà. Le improvvise scosse di dolore lo avevano messo faccia a faccia con i terribili misteri dell'eterna provvidenza, e gli avevano fatto sentire la loro potenza come non l'aveva mai sentita prima. La domanda esprime uno dei primi di quei grandi misteri che la dura realtà dei guai aveva imposto ai suoi pensieri. Non era una domanda curiosa da parte sua; era una di quelle che l'agonia della sua vita lo aveva costretto ad affrontare. Lo percepirete considerando l'esperienza che ha vissuto di recente. Aveva raggiunto quel desiderio di morte che a volte nasce dalla forte pressione di un pensiero profondo e doloroso. Allora sorse la misteriosa domanda: Perché Dio ha prolungato la sua vita? Vivere in mezzo alla desolazione del suo grande dolore, e lottare con terribili dubbi, era una prova costante, e perché Dio lo "metteva alla prova in ogni momento" mantenendolo in vita? Ricordate, inoltre, che Giobbe era rimasto per giorni e notti in silenzio sotto il cielo aperto. Guardare la natura nel suo dolore, la possente marcia delle stelle, nel lontano deserto dello spazio, e la solenne gloria del giorno che sorgeva e svaniva, e le voci dei venti che andavano e venivano attraverso la terra, tutto gli avrebbe fatto sentire la maestà di Dio e l'insignificanza dell'uomo. Prendendo le parole nel loro significato più ampio, l'argomento da esse presentato è la perpetua provvidenza di Dio nella vita

(I.) Il suo mistero. Non la sentiremo come la sentì Giobbe se non accetteremo la sua fede nell'azione incessante della provvidenza di Dio nella storia umana. Di solito non considerava la vita governata da leggi generali, e solo occasionalmente dal Dio vivente. Ha detto che Dio "visitava l'uomo ogni mattina". La visione di Giobbe della vita umana era che le anime degli uomini erano circondate e influenzate dal Dio sempre presente e sempre attivo. Quanto è comune la credenza che "in principio" Dio abbia creato certe leggi generali, e che si sia ritirato nella Sua eternità, lasciandole a governare l'universo, interferendo Lui stesso di tanto in tanto, quando una grande crisi richiede la Sua azione. Parliamo della provvidenza generale e speciale come se ci fosse una vera distinzione tra le due, e come se tutta la provvidenza non fosse l'attività del Dio vivente, ugualmente presente ovunque. Ora, questa distinzione è antiscritturale e irragionevole. Se Dio dirige i grandi eventi, dirige anche ogni evento, perché tutti sono legati insieme. Inoltre, come facciamo a sapere quali sono grandi e quali sono piccoli? Dobbiamo tornare alla fede forte e semplice di uomini come Giobbe e David prima di poter realizzare il mistero che hanno sentito nella vita. Accettando, quindi, questa visione di una provvidenza incessante, la difficoltà che Giobbe sentiva doveva essere sorta da due fonti: la grandezza di Dio, "Che cos'è l'uomo, perché tu lo magnifichi?" e la natura della disciplina attraverso la quale conduceva la vita, "Tu lo mettessi alla prova in ogni momento?"

1.) Prendete la prima fonte del mistero che Giobbe sentiva nell'incessante provvidenza di Dio: la grandezza di Dio di fronte all'insignificanza dell'uomo. Sentiva che Dio era così grande, che per Lui visitare l'uomo nel dolore significava magnificare il fragile figlio del tempo, esaltandolo fino a un solo istante di attenzione all'Infinito. Noi non sentiamo il mistero del rapporto di Dio con l'uomo con la stessa intensità con cui devono averlo sentito Giobbe e gli uomini dell'antichità

2.) Guardate l'altro aspetto della provvidenza perpetua di Dio: la natura della disciplina attraverso la quale Dio conduce la vita. Questa era evidentemente l'altra fonte della difficoltà che lasciava perplesso il patriarca. La vita era diventata per lui una prova schiacciante, eppure credeva che ogni elemento di quella prova fosse stato mandato o permesso da Dio. Perché? Alcuni uomini devono imparare il mistero della disciplina nella più severa scuola di sofferenza. Ora, accettando la fede biblica che Dio ordina per tutta la nostra vita, non è evidente che Egli ci mette alla prova in ogni momento? Perché si china dal Suo vasto impero per visitare così le creature di un giorno? Il cristianesimo ha rivelato due cose, che corrispondono al duplice carattere di questo mistero

(1) Le illimitate capacità dell'uomo. Il cristianesimo magnifica l'uomo in tutto il mondo, rappresentandolo come è presente, ma nell'infanzia della sua eterna crescita. È vero che gli uomini dell'antichità sentivano la dignità dell'umanità, ma Cristo, assumendola su di sé, l'ha rivestita di una nuova grandezza. Fino al Suo arrivo, gli uomini, in larga misura, guardavano la vita dal lato del tempo. Cristo ha sminuito il temporale rivelando gli Atti immortali nello stesso tempo, ha fatto sentire agli uomini l'orrore della vita, mostrando come essa potesse essere l'inizio di un progresso infinito verso il più sacro. L'occhio infinito di Dio vede in ogni uomo il germe di ciò che può e diventerà. Può essere fragile, debole, appassito come l'erba, ma in lui c'è il germe di una natura che si dispiegherà e si moltiplicherà in un angelo di Dio; e all'interno del corpo sofferente e segnato dal peccato dell'umanità, l'Occhio Divino vede spiriti le cui capacità possono dispiegare solo la vita dell'eternità

(2) L'educazione dell'uomo attraverso la prova. Il cristianesimo lo mette in evidenza con una forza particolare. I nostri caratteri devono essere messi alla prova. Immaginiamo di tenere le redini della nostra natura. Pensiamo di essere forti e ci rallegriamo della forza che abbiamo immaginato. E allora Dio ci manda prove, delusioni, amare lezioni di dolore, e sotto la loro luce sorprendente scopriamo la nostra debolezza e il nostro male. Cresciamo legati alla terra, ci avvolgiamo negli interessi transitori della vita: Dio ci manda la sofferenza, e nelle lunghe e solitarie veglie del dolore, cogliamo barlumi di realtà eterne. Questo, dunque, è il senso della perpetua provvidenza di Dio nella vita. Vedere l'uomo come deve essere; vedendo che le sue infermità dovevano essere rimosse con la prova, "Egli lo visita ogni mattina e lo prova in ogni momento". (E. L. Hull, B.A.)

La tragedia della vita:

Questo è un grido strappato dal cuore di un uomo che stava attraversando un periodo di terribile tribolazione. La sua vita, che prima era tranquilla e prospera, ora era diventata, all'improvviso, una vera tragedia di dolore. Non c'era un barlume di speranza in tutta la gamma delle sue circostanze terrene. Le sue disgrazie erano davvero arrivate in battaglioni. Che meraviglia se Giobbe, così ridotto in polvere dalle sue calamità e dai suoi amici, abbandonato, come sembrava, sia da Dio che dagli uomini, e lasciato a lottare tutto solo con il suo dolore, dovesse, per la sua debolezza, lanciare questo grido di rimostranza all'Onnipotente? Qui Giobbe, sentendosi sopraffatto dalle sue calamità, rimprovera a Dio di aver preso tanta cura dell'uomo fino a visitarlo con la prova. Perché l'Onnipotente non può "lasciare" "solo" un povero verme? Sicuramente è "magnificare" l'uomo indebitamente - è rendere troppo fragile una creatura - che Dio "volga i Suoi pensieri verso l'uomo" e lo "visiti" con tali "prove" incessanti e schiaccianti! Quando noi stessi abbiamo vissuto un'amara esperienza, non siamo stati tentati di pensare che la prova fosse stata esagerata? Non siamo stati tentati di pensare: Sicuramente l'Onnipotente avrebbe potuto realizzare il Suo proposito con meno sofferenze? Pensando ai guai dell'umanità, ci chiediamo: perché non c'è più economia di tutto questo dolore? Perché rompere una farfalla sulla ruota? È il vecchio pensiero di Giobbe, nato dal vecchio e sempre ricorrente mistero che accompagna tanta parte del dolore della terra. Dobbiamo affrontare il mistero con la fede. Dobbiamo credere che Colui che può tenere al loro posto Orione e le Pleiadi, non può commettere errori nel guidare e dominare i destini umani. Dobbiamo credere che il Padre di tutti è tanto amorevole quanto saggio, e che, nonostante tutte le apparenze, c'è in tutto il Suo universo una vera economia della sofferenza. Ciò che Dio stesso è, rimane la nostra migliore ragione per confidare in Lui in tutto ciò che fa. Consideriamo alcuni dei fini che sono serviti da quello che potremmo chiamare l'elemento tragico nella nostra vita umana

1.) Tende a liberarci da concezioni superficiali e frivole della nostra stessa natura. Ci sono molte influenze all'opera che tendono a dare alla natura umana e alla vita un aspetto di piccolezza. Il nostro stesso essere è esso stesso animale e spirituale. Abbiamo molti bisogni e voglie in comune con i bruti. La nostra natura, inoltre, tocca il mondo circostante in innumerevoli punti, molti dei quali sono come "pin-point". Le cose che in se stesse non sono altro che sciocchezze, hanno spesso un potere meraviglioso su di noi. Senza dubbio anche la commedia della vita ha i suoi usi. Dio non ci ha dotato del senso dell'umorismo per niente. La risata è una sorta di valvola di sicurezza. Ma c'è il pericolo che la nostra vita si trasformi in meschinità e che perdiamo un vero senso della dignità intrinseca della nostra natura. Proprio qui entra in gioco l'elemento tragico della vita per contrastare questa tendenza. Proprio come le montagne più alte gettano le ombre più grandi e più profonde, così queste ombre oscure dell'esperienza umana testimoniano la grandezza originale del nostro essere. Non si può avere una tragedia senza una certa grandezza. Anche quelle tragedie della vita che sono direttamente dovute ai peccati umani, testimoniano la grandezza della natura che è stata così tristemente e vergognosamente pervertita. Riguardo a quelle terribili calamità che talvolta si abbattono sull'esperienza degli uomini senza alcuna colpa da parte loro, quante volte accade che queste prove di prova mettano in luce i tratti più nobili del carattere. La Croce del Calvario non è forse la stessa illustrazione suprema di come la più alta grandezza dell'umanità possa rivelarsi sullo sfondo oscuro del dolore più profondo? Guardate anche l'afflizione come mezzo di disciplina e di educazione, e non possiamo fare a meno di essere impressionati dalla grandezza di quella natura che Dio sottopone a prove così grandi. Questo è il pensiero che giace latente anche nelle rimostranze del povero Giobbe. Qualunque cosa possiamo fare della nostra vita, Dio evidentemente non la prende in giro; qualunque cosa possiamo pensare della nostra natura, Dio evidentemente non la considera con leggerezza. Così, dunque, l'elemento tragico della nostra vita tende a riscattarla dalla meschinità, a liberarci allo stesso modo dalla stolidezza prosaica e dal sentimentalismo superficiale, e a ispirarci il senso della sacralità del nostro essere

2.) Questo stesso elemento nella vita pone gli uomini direttamente di fronte al pensiero di Dio. Gli uomini, nella loro peccaminosità, bandiscono Dio dai loro cuori e cercano di dimenticarLo nella loro vita. Ma Dio rifiuta di essere dimenticato. Per il nostro bene, se necessario, ci costringerà semplicemente a riconoscere la Sua presenza. Egli farà sentire agli uomini che è all'opera una volontà più alta della loro. Quando arriva una visita improvvisa e straordinaria, gli uomini sono stimolati alla riflessione. La spaventosa grandezza della calamità li spaventa. Il fatto stesso che un evento presenti un mistero imperscrutabile, li risveglia al senso di una saggezza infinita che domina i progetti e le azioni dell'umanità

3.) Questo stesso elemento tragico della vita tende ad approfondire la nostra riverenza e tenerezza verso i nostri simili. La nostra stessa esperienza del mondo tende a volte a renderci duri, freddi e censori. Anche i nostri problemi non sempre approfondiscono le sorgenti della nostra carità. Possiamo chiuderci nei nostri dolori ed esagerare morbosamente le nostre prove fino a diventare cupi e irritabili, invece che comprensivi e gentili. Ma anche qui entra in gioco la tragedia della vita per contrastare questa tendenza egoistica. Di tanto in tanto si verifica un evento terribile che coinvolge gli altri in un dolore che fa impallidire i nostri dolori. E una grande calamità investe di interessi anche il più meschino. Tende a tirarci fuori da noi stessi e ad aprire le porte della simpatia e della benevolenza. Pensate, infine, a come stiamo vivendo insieme all'ombra della tragedia finale di tutti. Principe e contadino, padrone e servo, tutti sono in viaggio verso di esso. La morte dà un tocco tragico anche alla personalità del mendicante. Coltiviamo la riverenza e la tenerezza gli uni verso gli altri; Perché tutti noi viviamo in un mondo che ha le sue terribili possibilità di esperienza. (T. Campbell Finlayson.)

Misurato dall'ombra:

Così Giobbe parla per profonda afflizione; è perplesso nel sapere perché Dio riversa dispiaceri sull'uomo e fa della sua vita una lunga prova. Com'è possibile che l'Onnipotente consideri un mortale debole sufficientemente importante da essere reso oggetto di tanto interesse e soggetto di una correzione così severa? Proviamo a rispondere a questa domanda

(I.) L'uomo è una creatura di conseguenza, altrimenti Dio non lo visiterebbe in questo modo. Il Salmista pone la stessa domanda, ma da un punto di vista molto diverso Salmi 8,3.4. È qui che di solito cerchiamo i segni della grandezza e della regalità umana, nella direzione del potere, dell'azione, del governo e del successo dell'uomo. Giobbe si preoccupa della debolezza, della perplessità, della sofferenza, dell'umiliazione e del fallimento dell'uomo. Che cos'è l'uomo, perché tu lo magnifichi con le miserie? Giobbe sente la grandezza dell'uomo nella grandezza della sua sofferenza. Il conflitto e il dolore della vita umana sono segni inequivocabili di dignità. Spesso sembriamo poveri, ci sentiamo poveri, ma non possiamo essere poveri. C'è una singolare grandezza in noi da qualche parte, altrimenti non dovremmo essere distinti da dolori infiniti e senza fine. La nostra importanza è dimostrata dalla lunghezza e dalla profondità delle ombre che creiamo. Le grida dei conquistatori, gli scettri dei principi, i trionfi degli scienziati, i capolavori degli artisti e lo scarlatto dei mercanti sono altrettanti segni del nostro status; Eppure il senso di angoscia, i problemi che tormentano l'intelletto, i nostri affetti feriti, l'intelligenza di coscienza, il nostro doloroso senso di limitazione e di incapacità, il gemito degli afflitti, il peso di vivere e il terrore di morire non sono segni minori della nostra grandezza fondamentale. Non è forse vero e proprio che spesso siamo più colpiti dalla dignità degli uomini quando soffrono che quando sono forti? che nella sventura scorgiamo un'altezza e una sacralità mai scoperte in loro nella loro prosperità? E se non abbiamo mai sentito la loro maestà in vita, non ci svegliamo ad essa quando muoiono, e la scopriamo sulla loro tomba? È anche vero che nell'afflizione profonda ci rendiamo conto nel modo più vivido della grandezza della nostra natura. Spogliato della grandezza esteriore, meretricia, Giobbe comincia a sentirsi grande; i suoi dolori gli mostrano le sue conseguenze davanti a Dio. La stessa umiltà che nasce dai guai è un segno di grandezza

(II.) L'uomo è una creatura colpevole, altrimenti Dio non lo visiterebbe in questo modo

1.) Non c'è crudeltà in Dio. Nerone condannava gli uomini alla prigione e poi li trattava come malfattori condannati semplicemente per rifarsi gli occhi con le loro agonie, liberandoli e liberandoli. Questo mondo non è un laboratorio di vivisezione senza scopo. "Poiché Egli non affligge volontariamente né rattrista i figlioli degli uomini".

2.) Non c'è ingiustizia in Dio. "Il diritto dell'uomo davanti al volto dell'Altissimo". In nessun luogo il diritto di un uomo è più sacro che davanti al volto dell'Altissimo

3.) Non c'è leggerezza in Dio. Alcuni parlano come se questo mondo fosse un mero spettacolo, un grande teatro di ombre dove Dio osserva la lunga tragedia con occhio estetico. Ma non c'è leggerezza nel Sovrano dell'universo. Tutta la rivelazione insegna quanto sia reale la tristezza umana per Dio. Che cos'è, dunque, l'uomo, perché Dio lo visiti con una correzione senza fine? Perché riempie la sua anima di angoscia? La risposta è una sola: l'uomo è un trasgressore, il suo peccato è il segreto della sua miseria. Nel vendicarsi contro i suoi amici, Giobbe negò di essere colpevole di qualsiasi trasgressione consapevole, specifica, segreta; ma sapeva di essere un peccatore davanti a Dio. Subito dopo il testo confessa: "Ho peccato". C'era tutto: la sua sofferenza gli faceva capire il senso di colpa. La legge infranta crea l'ombra della morte

(III.) L'uomo è una creatura di speranza, altrimenti Dio non lo visiterebbe in questo modo. "Che cos'è l'uomo, perché tu lo magnifichi?" Per quanto possa essere peccatore e afflitto, è ancora una creatura di speranza, altrimenti Dio non gli prodigherebbe così disciplina. Per quanto terribile possa essere questo mondo, non è l'inferno, né la regione della disperazione. La speranza è scritta con i raggi del sole sulla fronte del mattino; la primavera scrive la bella parola sull'erba con i fiori; È decorato con i colori dell'arcobaleno. Dio ci visita, dunque, per risvegliare in noi la coscienza del peccato e disciplinarci dal nostro peccato per portarci alla salute dello spirito. Ancora e ancora Giobbe dice: "Lasciami stare". E questo fascino è spesso sulle nostre labbra. "Lasciami stare", grida uno, affinché io possa esaminare questo mondo curioso e non disturbarmi con pensieri di infinito ed eternità. "Lasciami stare", supplica un altro, così che io possa godermi la vita e non tormentarmi riguardo alla giustizia, alla colpa e al giudizio. "Lasciami stare", supplica un terzo, e smetti di interrompere il mio guadagno con la malattia e la sfortuna. "Lasciatemi stare", gridano coloro i cui focolari sono minacciati; Lascia i miei amici e risparmiami amari lutti. Ma questo è esattamente ciò che Dio non farà. Egli ci visita ogni mattina e ci mette alla prova in ogni momento, per risvegliarci al nostro vero stato, al nostro grande bisogno e al nostro terribile pericolo. Avendo risvegliato in noi il senso del peccato, attraverso la disciplina della sofferenza Dio ci perfeziona. Sì, questo... questo è il gran fine. "Ecco, io li scioglierò e li metterò alla prova" Geremia 9:7. "L'Eterno ti ha messo alla prova e ti ha umiliato, per farti del bene alla tua fine". (W. L. Watkinson.)

E mettilo alla prova in ogni momento.

Prova continua:

Perché Dio ci mette alla prova in ogni momento? Perché un momento siamo in un momento in un temperamento, e il momento dopo in un altro. La struttura che agisce del cuore di un uomo in quest'ora non può essere raccolta dalla cornice in cui si trovava un'ora prima; Perciò c'è una prova continua. Alcune cose, se vengono provate una volta, vengono provate per sempre; Se proviamo l'oro, sarà sempre buono come l'abbiamo trovato, a meno che non lo modifichiamo: come proviamo ad essere, così continua ad essere. Ma prova il cuore dell'uomo oggi, e torna il giorno dopo e potresti trovarlo in una condizione diversa; oggi credendo, domani incredulo; oggi umile, domani orgoglioso; oggi mite, domani appassionato; oggi vivace e ingrandita, domani morta e raddrizzata; Oro puro oggi, e domani in eccesso di scorie. Come avviene per il polso di un uomo malato, varia ogni quarto d'ora, quindi il medico prova il suo polso ogni volta che viene, perché la sua malattia altera lo stato del suo corpo. Lo stesso vale per la condizione di temperamento dello spirito dell'uomo. Dio ha messo alla prova il nostro polso, lo stato del nostro spirito, con croci o con misericordie oggi, il giorno dopo ci mette alla prova anche noi, e il terzo giorno ci mette alla prova di nuovo, e così ci tiene in continue prove, perché siamo in continue variazioni. Quella malattia e quella malattia dentro di noi alterano lo stato e la condizione dell'anima in ogni momento. Il nostro conforto è che Dio ha un tempo in cui metterà le nostre anime in una cornice tale da averci bisogno per metterci alla prova, ma quella volta. Dopo averci posti in una cornice di gloria, Egli non avrà più bisogno di mettere alla prova i nostri cuori per noi, né di metterci alla prova di noi stessi, noi staremo come Egli ci stabilisce per tutta l'eternità. (J. Caryl.)

20 CAPITOLO 7

Giobbe 7:20

Ho peccato; che cosa ti farò, o Preservatore degli uomini!-

L'abbandono del peccatore al suo Preservatore:

(I.) Una confessione. "Ho peccato". A parole questo non è altro che un ipocrita, anzi, un Giuda, potrebbe dire. Non si definiscono forse molti "miserabili peccatori" che sono davvero spregevoli beffardi? Eppure, vedendo che il cuore di Giobbe aveva ragione, la sua confessione fu accettata

1.) È stato molto breve, ma comunque molto pieno. Era più pieno nella sua generalità che se fosse sceso ai particolari. Possiamo usarlo come un riassunto della nostra vita. "Ho peccato". Cos'altro c'è di certo in tutta la mia carriera? Questo è molto sicuro e innegabile

2.) Era personale. Ho peccato, qualunque cosa abbiano fatto gli altri

3.) Era per il Signore. Egli rivolge la confessione non ai suoi simili, ma al Preservatore degli uomini

4.) Era una confessione operata dallo Spirito. Vedere il versetto 18, dove attribuisce il suo dolore alla visita di Dio

5.) Era sincero. Nessun discorso di complimento, o questione di forma ritualistica, o riconoscimento passeggero. Il suo cuore gridava: "Ho peccato", e lo diceva sul serio

6.) Era una sensazione. Ne fu colpito sul vivo. Leggi l'intero capitolo. Questo fatto, "Ho peccato", è sufficiente per marchiare l'anima con il marchio di Caino, e bruciarla con le fiamme dell'inferno

7.) Era una confessione credente. Mescolato a molta incredulità, Giobbe aveva ancora fede nel potere di Dio di perdonare. Una confessione non credente può aumentare il peccato

(II.) Un'indagine. "Che cosa ti farò?" In questa domanda vediamo...

1.) La sua disponibilità a fare qualsiasi cosa, qualunque cosa il Signore possa richiedere, dimostrando così la sua serietà

2.) Il suo smarrimento: non sapeva dire cosa offrire, o a chi rivolgersi; Eppure qualcosa deve essere fatto

3.) La sua resa a discrezione. Non pone condizioni, implora solo di conoscere le condizioni del Signore

4.) La domanda può ricevere una risposta negativa. Che cosa posso fare per sfuggire a Te? Tu sei tutto intorno a me. L'obbedienza passata può espiare? Ahimé! quando guardo indietro non riesco a trovare nulla nella mia vita se non il peccato. Posso portare un sacrificio? Sarebbero serviti il dolore, il digiuno, le lunghe preghiere, le cerimonie o l'abnegazione? So che non lo farebbero

5.) Si può rispondere evangelicamente. Confessa il peccato. Rinunciateci. Obbedisci al messaggio di pace: credi nel Signore Gesù e vivi

(III.) Un titolo. "O Tu Preservatore degli uomini!" Osservatore degli uomini, quindi consapevole del mio caso, della mia miseria, della mia confessione, del mio desiderio di perdono, della mia totale impotenza. Preservatore degli uomini. Con la Sua infinita longanimità che si astiene dal castigo. Con doni quotidiani di provviste che mantengono in vita gli ingrati. Mediante il piano di salvezza che libera gli uomini dallo scendere nella fossa. Con la grazia quotidiana che impedisce l'apostasia e l'apostasia dei credenti. Indirizzo sul punto in questione...

1.) L'impenitente, esortandolo a confessarsi

2.) Gli indifferenti, spingendoli a chiedere: "Che cosa devo fare per essere salvato?"

3.) Gli ingrati, che esibiscono la bontà preservatrice di Dio come motivo per amare Lui. (C. H. Spurgeon.)

Cosa fare in caso di peccato:

1.) Cosa fare in caso di peccato è un punto della massima considerazione

2.) La sincera confessione del peccato rende l'anima molto attiva e curiosa riguardo ai rimedi del peccato

3.) Un'anima veramente sensibile al peccato è pronta a sottomettersi a qualsiasi condizione che Dio le imporrà

4.) Dio deve essere consultato e indagato in tutti i casi dubbi, specialmente nei nostri casi di peccato. (J. Caryl.)

Lamentandosi con Dio:

È il suo Dio che il pio Giobbe sta così apostrofando. "Io, il povero pismire nella polvere, il mio errore o la mia cattiva condotta influenzeranno l'Onnipotenza? Ah! Perdona la mia trasgressione, qualunque essa sia, prima che sia troppo tardi! Ancora un po' e giacerò nella polvere, e anche il tuo occhio acuto mi cercherà invano". Che cosa dobbiamo dire a tale linguaggio? È un tono monotono che difficilmente troverai monotono. Dov'è la pazienza, la sottomissione, così calma, così doverosa, così bella del Giobbe che abbiamo conosciuto prima? Ne è rimasta traccia? Certo, dal primo all'ultimo, non abbiamo ancora un solo tocco di tale mite acquiescenza alla sofferenza, come abbiamo visto, alcuni di noi, su letti di dolore, tali che pregheremmo ardentemente di raggiungere, in una certa misura, nell'ora della nostra prova. Non vediamo nulla dello stato d'animo in cui un musulmano, il cui stesso nome implica sottomissione, o uno stoico, un Marco Aurelio, per non parlare di un cristiano, vorrebbero incontrare il dolore più acuto. Sentiamo - non è vero? - che lo scopo stesso di queste grida selvagge è in parte quello di intensificare il nostro senso dei guai che si abbatterono su Giobbe, ma soprattutto di farci sentire quanto sia sconfinato il suo smarrimento nel vedere questa terribile quantità di sofferenza inflitta come l'apparente ricompensa per una vita di innocenza. Eppure siamo destinati a sentirci con lui. Per quanto ammirevoli, pie, ben intenzionate siano le parole di Elifaz, sembrano appartenere a un altro mondo spirituale rispetto a quello delle grida di Giobbe. Non possiamo fare a meno di sentire il netto contrasto tra loro, e voi sentirete con me che deve essere in gioco una grande questione, qualche problema vitale che si agita nell'aria, o non dovremmo essere chiamati ad ascoltare, da un lato, l'insegnamento calmo, completo e irreprensibile di Elifaz, e, dall'altro, l'amaro, le lamentele appassionate, le grida quasi ribelli di chi è lodato in tutte le Chiese. Questa, dunque, è l'unica domanda che ci verrà posta sempre di più mentre leggiamo il libro: Com'è possibile che il santo, il santo eroe, che sta in prima linea nel dramma, usi un linguaggio che noi non osiamo usare, che pregheremmo di non usare nella nostra ora più amara di sofferenza? Com'è possibile che, almeno fino a quel momento, il primo dei suoi oppositori non dica nulla che non si trovi sulle labbra del salmista o del profeta, poco che non sia degno di labbra che sono state toccate da un insegnamento ancora più alto? Com'è possibile che, nonostante tutto ciò, come sappiamo, a tempo debito avremo la più alta di tutte le autorità per ritenere che lui ed essi, nella loro comprensione delle verità più alte, cadano al di sotto del Giobbe che essi rimproverano e che noi stessi non possiamo fare a meno di rimproverare? Certo, fin qui, il grande Giudice di questo dibattito deve ascoltare con piena approvazione il buon Elifaz; con severo, anche se pietoso, dispiacere per le grida selvagge di Giobbe. (Dean Bradley.)

21 CAPITOLO 7

Giobbe 7:21

E perché non perdoni la mia trasgressione e non togli la mia iniquità?-

Perché alcuni peccatori non vengono perdonati:

Nessun uomo dovrebbe riposare finché non è sicuro che il suo peccato è perdonato

(I.) Considererò anzitutto il nostro testo come una domanda che può essere posta, come nel caso di Giobbe, da un vero figlio di Dio. "Perché non perdoni la mia trasgressione e non togli la mia iniquità?" A volte questa domanda viene posta per un malinteso. Giobbe fu un grande sofferente; e sebbene sapesse di non essere così colpevole come i suoi amici fastidiosi cercavano di far credere, tuttavia temeva che, forse, le sue grandi afflizioni fossero il risultato di qualche peccato. "Se è causato dal peccato, perché non perdoni prima il peccato e poi rimuovi i suoi effetti?"

1.) Ora suppongo che sarebbe stato un malinteso da parte di Giobbe supporre che le sue afflizioni fossero il risultato del suo peccato. Marco tu, noi siamo, per natura, così pieni di peccato che possiamo sempre credere che ci sia abbastanza male dentro di noi da farci soffrire una grave afflizione se Dio ci trattasse secondo giustizia; ma ricordate che, nel caso di Giobbe, l'obiettivo del Signore, nelle sue afflizioni e prove, non era quello di punire Giobbe per il suo peccato, ma di mostrare nel patriarca, a suo onore e gloria, le meraviglie della sua grazia. Può succedere a te di pensare che la tua attuale afflizione sia il risultato di qualche peccato in te, ma potrebbe non essere nulla del genere. Può darsi che il Signore ti ami in un modo molto speciale perché sei un tralcio fruttifero, e ti sta potando affinché tu possa portare più frutto. Ci sono certi tipi di afflizione che colpiscono solo i membri più eminenti della famiglia di Dio; e se sei uno di quelli che sono così onorati, invece di dire al tuo Padre Celeste: "Quando perdonerai il mio peccato?" potresti dire più correttamente: "Padre mio, poiché hai perdonato la mia iniquità e mi hai adottato nella Tua famiglia, accetto di buon grado la mia parte di sofferenza, poiché in tutto questo, Tu non mi stai ricordando alcun peccato non perdonato, perché so che tutte le mie trasgressioni erano contate sulla testa del capro espiatorio di un tempo".

2.) A volte, inoltre, un figlio di Dio usa questa preghiera con un senso di peccato molto insolito. Sapete che, guardando un paesaggio, potete fissare il vostro sguardo su un oggetto in modo tale da non osservare il resto del paesaggio. Se fissi il tuo occhio sulla tua peccaminosità, come puoi ben fare, può darsi che non dimenticherai del tutto la grandezza dell'amore Onnipotente e la grandezza del sacrificio espiatorio; eppure, se non li dimentichi, non pensi a loro tanto quanto dovresti, perché sembra che tu faccia del tuo peccato, in tutta la sua efferatezza e aggravamento, l'oggetto centrale della tua considerazione. Ci sono certi momenti in cui non puoi fare a meno di farlo; mi vengono addosso, così posso parlare della mia esperienza personale

3.) C'è un altro momento in cui il credente può, forse, pronunciare la domanda sul nostro testo; cioè, ogni volta che si mette nei guai con il suo Dio. Temo che alcuni di voi abbiano saputo a volte cosa significa questa esperienza; poiché tra te e il tuo Padre Celeste - anche se sei abbastanza al sicuro, ed Egli non ti allontanerà mai da Lui - c'è una nuvola. Non stai camminando nella luce, il tuo cuore non è retto agli occhi di Dio

(II.) La domanda nel nostro testo può essere posta da alcuni che non sono consapevolmente figli di Dio. "Perché non perdoni la mia trasgressione e non togli la mia iniquità?"

1.) E, in primo luogo, penso di sentire qualcuno fare questo tipo di domanda: "Perché Dio non perdona il mio peccato, e non ha finito con esso? Quando vengo in questo luogo, sento molto parlare dell'espiazione mediante il sangue e della riconciliazione attraverso la morte di Cristo; ma perché Dio non mi dice semplicemente: 'È vero che hai fatto del male, ma io ti perdono, e la questione è finita'?" Con la massima riverenza per il nome e il carattere di Dio, devo dire che una tale linea di condotta è impossibile. Dio è infinitamente giusto e santo, è il Giudice di tutta la terra e deve punire il peccato. Dio non permetterà l'anarchia per poter assecondare i tuoi capricci, o lasciare il trono del cielo per salvarti secondo la tua fantasia

2.) Forse qualcun altro dice: "Bene, allora, se questa è la via di salvezza di Dio, crediamo in Gesù Cristo, e perdoniamoci subito. Ma tu parli della necessità di una nuova nascita, e di abbandonare il peccato, e di perseguire la santità, e dici che senza santità nessun uomo può vedere il Signore". Sì, lo dico in effetti, poiché lo dice la Parola di Dio. La maledizione del peccato è nel male stesso piuttosto che nella sua punizione; e se potesse diventare una cosa felice per un uomo essere un peccatore, allora gli uomini peccherebbero, e peccherebbero ancora, e peccherebbero ancora più profondamente; e questo Dio non lo avrà

3.) "Beh", dice un altro amico, "non è un mio problema. Io sono disposto ad essere salvato mediante l'espiazione di Cristo, e sono perfettamente disposto ad essere fatto cessare dal peccato e a ricevere da Dio un cuore nuovo e uno spirito retto; perché, dunque, non mi perdona e non cancella le mie trasgressioni?" Beh, può essere, in primo luogo, perché non hai confessato la tua cattiva azione. Non è possibile, anche tu, che non puoi ottenere il perdono e la pace, che tu stia ancora praticando qualche peccato conosciuto?

4.) "Ebbene", dite, "io non so affatto se questo sia il mio caso, perché in realtà, dal mio cuore, mi sforzo di abbandonare ogni peccato, e sto sinceramente cercando la pace con Dio". Ebbene, forse non l'avete trovato perché non siete stati del tutto seri nel cercarlo

5.) C'è ancora un'altra cosa che menzionerò come motivo per cui alcuni uomini non trovano il Salvatore e non ottengono il perdono dei loro peccati; E questo perché non partono dal terreno sbagliato sul terreno giusto. Se mai si vuole essere perdonati, lo si deve fare interamente con un atto di favore divino e immeritato. Ora forse stai cercando di fare qualcosa per raccomandarti a Dio. (C. H. Spurgeon.)

Riferimenti incrociati:

Giobbe 7

1 Giob 14:5,13,14; Sal 39:4; Is 38:5; Giov 11:9,10
Ec 8:8
Giob 14:6; Lev 25:50; De 15:18; Is 21:16; Mat 20:1-15

2 Sal 119:131; 143:6
Ger 6:4
Lev 19:13; De 24:15; Mal 3:5; Giac 5:4

3 Giob 29:2; Sal 6:6; 39:5; Ec 1:14

4 Giob 7:13,14; 17:12; 30:17; De 28:67; Sal 6:6; 77:4; 130:6
Sal 109:23; Is 54:11

5 Giob 2:7,8; 17:14; 19:26; 24:20; 30:18,19; Sal 38:5-7; Is 1:6; 14:11; At 12:23
Giob 9:31; Is 66:24; Ez 20:43

6 Giob 9:25; 16:22; 17:11; Sal 90:5,6; 102:11; 103:15,16; 144:4; Is 38:12,13; 40:6,7; Giac 1:11; 4:14; 1P 1:24
Giob 6:11; 17:15; Prov 14:32; Ger 2:25; Ef 2:12; 1P 1:13

7 Giob 10:9; Ge 42:36; Ne 1:8; Sal 74:18,22; 89:47,50; Ger 15:15
Sal 78:39; Giac 4:14
Giob 10:21,22

8 Giob 20:9; Sal 37:36
Giob 13:27; 14:3; Sal 39:11; 90:8,9
Giob 7:21

9 Giob 37:11
Giob 10:21; 14:10-14; 16:22; 2Sa 12:23; 14:14; Sal 39:13; Is 38:11

10 Giob 8:18; 20:9; Sal 103:16

11 Giob 6:26; 10:1; 13:13; 16:6; 21:3; Sal 39:3; 40:9
Ge 42:21; 2Re 4:27,28; Mat 26:37,38; Lu 22:44; 2Co 2:4
Giob 10:15; 21:25; 1Sa 1:10; Is 38:15,17

12 Giob 7:17; 38:6-11; Lam 3:7
Giob 41:1-34

13 Giob 7:3,4; 9:27,28; Sal 6:6; 77:4

14 Ge 40:5-7; 41:8; Giudic 7:13,14; Dan 2:1; Mat 27:19

15 2Sa 17:23; Mat 27:5

16 Giob 3:20-22; 6:9; 10:1; Ge 27:46; 1Re 19:4; Gion 4:3,8
Giob 10:20; 14:6; Sal 39:10,13
Sal 62:9; 78:33; 144:4; Ec 6:11,12

17 Sal 8:4; 144:3; Eb 2:6
Giob 7:12; 1Sa 24:14
Giob 34:14,15

18 Eso 20:5; 32:34; Is 26:14; 38:12,13
Ge 22:1; De 8:16; Ger 9:7; Dan 12:10; Zac 13:9; 1P 1:7

19 Giob 9:18; Sal 6:3; 13:1-3; 94:3; Ap 6:10

20 Giob 9:29-31; 13:26; 14:16; 22:5; 31:33; 33:9,27; Sal 80:4
Ne 9:6; Sal 36:6
Giob 7:12; 6:4; 16:12-14; Sal 21:12; Lam 3:12
Giob 7:11; 3:24

21 Giob 10:14; 13:23,24; Is 64:9; Lam 3:42-44; 5:20-22
2Sa 24:10; Mic 7:18,19; Os 14:2; Giov 1:29; Tit 2:14; 1G 1:9; 3:5
Giob 3:13; 17:14; 21:32,33; Ec 12:7; Is 26:19; Dan 12:2
Giob 7:18
Sal 37:36; 103:15

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