Nuova Riveduta:

Giobbe 9

Giobbe riconosce il peccato dell'uomo
1 Allora Giobbe rispose e disse: 2 «Sì, certo, io so che è così; come potrebbe il mortale essere giusto davanti a Dio?
3 Se all'uomo piacesse disputare con Dio, non potrebbe rispondergli su un punto fra mille.
4 Dio è saggio, è grande in potenza; chi gli ha tenuto fronte e se n'è trovato bene?
5 Egli trasporta le montagne senza che se ne accorgano, nel suo furore le sconvolge.
6 Egli scuote la terra dalle sue fondamenta, e le sue colonne tremano.
7 Comanda al sole, ed esso non sorge; mette un sigillo sulle stelle.
8 Da solo spiega i cieli, cammina sulle più alte onde del mare.
9 È il creatore dell'Orsa, di Orione, delle Pleiadi e delle misteriose regioni del cielo australe.
10 Egli fa cose grandi e imperscrutabili, meraviglie innumerevoli.
11 Ecco, egli mi passa vicino e io non lo vedo; mi scivola accanto e non me ne accorgo.
12 Ecco, afferra la preda, e chi si opporrà? Chi oserà dirgli: "Che fai?"
13 Dio non ritira la sua collera; sotto di lui si curvano i campioni della superbia.
14 Io come farei a rispondergli, a scegliere le mie parole per discutere con lui?
15 Avessi anche ragione, non gli replicherei, ma implorerei misericordia al mio giudice.
16 Se io lo invocassi ed egli mi rispondesse, non per questo crederei che avesse dato ascolto alla mia voce; 17 egli mi piomba addosso dal seno della tempesta, moltiplica senza motivo le mie piaghe, 18 non mi lascia riprendere fiato e mi sazia d'amarezza.
19 Se si tratta di forza, ecco, egli è potente; se di diritto, egli dice: "Chi mi convocherà?"
20 Se io fossi senza colpa, la mia bocca mi condannerebbe; se fossi innocente, mi dichiarerebbe colpevole.

Giobbe accusa Dio
21 «Sono innocente? Sì, lo sono! Di me non mi preme, io disprezzo la mia vita!
22 Per me è la stessa cosa! Perciò dico: "Egli distrugge ugualmente l'integro e il malvagio".
23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti.
24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque?
25 I miei giorni se ne vanno più veloci di un corriere; fuggono via senz'aver visto il bene; 26 passano rapidi come navicelle di giunchi, come l'aquila che piomba sulla preda.
27 Io dico: "Voglio dimenticare il mio lamento, abbandonare questa faccia triste e stare allegro".
28 Ma mi spavento per tutti i miei dolori. Sono certo che non mi considererai innocente.
29 Io sarò condannato; perché dunque affaticarmi invano?
30 Anche se mi lavassi con la neve e mi pulissi le mani con il sapone, 31 tu mi tufferesti nel fango di una fossa, le mie vesti mi avrebbero in orrore.
32 Dio non è un uomo come me, perché io gli risponda e perché possiamo comparire in giudizio assieme.
33 Non c'è fra noi un arbitro che posi la mano su tutti e due!
34 Dio allontani da me la sua verga; smetta di spaventarmi con il suo terrore; 35 allora io parlerò senza temerlo, perché sento di non essere quel colpevole che sembro».

C.E.I.:

Giobbe 9

1 Giobbe rispose dicendo:
2 In verità io so che è così:
e come può un uomo aver ragione innanzi a Dio?
3 Se uno volesse disputare con lui,
non gli risponderebbe una volta su mille.
4 Saggio di mente, potente per la forza,
chi s'è opposto a lui ed è rimasto salvo?
5 Sposta le montagne e non lo sanno,
egli nella sua ira le sconvolge.
6 Scuote la terra dal suo posto
e le sue colonne tremano.
7 Comanda al sole ed esso non sorge
e alle stelle pone il suo sigillo.
8 Egli da solo stende i cieli
e cammina sulle onde del mare.
9 Crea l'Orsa e l'Orione,
le Pleiadi e i penetrali del cielo australe.
10 Fa cose tanto grandi da non potersi indagare,
meraviglie da non potersi contare.
11 Ecco, mi passa vicino e non lo vedo,
se ne va e di lui non m'accorgo.
12 Se rapisce qualcosa, chi lo può impedire?
Chi gli può dire: «Che fai?».
13 Dio non ritira la sua collera:
sotto di lui sono fiaccati i sostenitori di Raab.
14 Tanto meno io potrei rispondergli,
trovare parole da dirgli!
15 Se avessi anche ragione, non risponderei,
al mio giudice dovrei domandare pietà.
16 Se io lo invocassi e mi rispondesse,
non crederei che voglia ascoltare la mia voce.
17 Egli con una tempesta mi schiaccia,
moltiplica le mie piaghe senza ragione,
18 non mi lascia riprendere il fiato,
anzi mi sazia di amarezze.
19 Se si tratta di forza, è lui che dà il vigore;
se di giustizia, chi potrà citarlo?
20 Se avessi ragione, il mio parlare mi
condannerebbe;
se fossi innocente, egli proverebbe che io sono reo.
21 Sono innocente? Non lo so neppure io,
detesto la mia vita!
22 Per questo io dico: «È la stessa cosa»:
egli fa perire l'innocente e il reo!
23 Se un flagello uccide all'improvviso,
della sciagura degli innocenti egli ride.
24 La terra è lasciata in balìa del malfattore:
egli vela il volto dei suoi giudici;
se non lui, chi dunque sarà?
25 I miei giorni passano più veloci d'un corriere,
fuggono senza godere alcun bene,
26 volano come barche di giunchi,
come aquila che piomba sulla preda.
27 Se dico: «Voglio dimenticare il mio gemito,
cambiare il mio volto ed essere lieto»,
28 mi spavento per tutti i miei dolori;
so bene che non mi dichiarerai innocente.
29 Se sono colpevole,
perché affaticarmi invano?
30 Anche se mi lavassi con la neve
e pulissi con la soda le mie mani,
31 allora tu mi tufferesti in un pantano
e in orrore mi avrebbero le mie vesti.
32 Poiché non è uomo come me, che io possa
rispondergli:
«Presentiamoci alla pari in giudizio».
33 Non c'è fra noi due un arbitro
che ponga la mano su noi due.
34 Allontani da me la sua verga
sì che non mi spaventi il suo terrore:
35 allora io potrò parlare senza temerlo,
perché così non sono in me stesso.

Nuova Diodati:

Giobbe 9

Seconda risposta di Giobbe: è inutile discutere con Dio
1 Allora Giobbe rispose e disse: 2 «Sì, io so che è così, ma come può un uomo essere giusto davanti a Dio? 3 Se uno volesse disputare con lui, non potrebbe rispondergli una volta su mille. 4 Dio è saggio di cuore e potente per la forza; chi mai si è indurito contro di lui e ha prosperato? 5 Egli sposta le montagne senza che se ne avvedano, quando nella sua ira le sconvolge. 6 Egli scuote la terra dal suo posto, e le sue colonne tremano. 7 Comanda al sole, ed esso non sorge, e mette un sigillo alle stelle. 8 Da solo dispiega i cieli e cammina sulle alte onde del mare. 9 Ha fatto l'Orsa e l'Orione, le Pleiadi e le regioni del sud. 10 Egli fa cose grandi e imperscrutabili, sì, meraviglie senza numero 11 Ecco, mi passa vicino e non lo vedo, passa oltre e non me ne accorgo. 12 Ecco, afferra la preda, e chi gliela può riprendere? Chi può dirgli: "Che cosa fai?". 13 Dio non ritira la sua collera; sotto di lui si curvano gli aiutanti di Rahab. 14 Come dunque potrei io rispondergli e scegliere le mie parole per discutere con lui? 15 Anche se avessi ragione, non potrei rispondergli, ma chiederei grazia al mio giudice. 16 Se io lo invocassi ed egli mi rispondesse, non potrei ancora credere che ha ascoltato la mia voce, 17 lui, che mi colpisce con la tempesta, e moltiplica le mie ferite senza motivo. 18 Non mi lascia riprendere fiato, anzi mi sazia di amarezze. 19 Se si tratta di forza, ecco, egli è potente; se di giudizio, chi mi fisserà un giorno per comparire? 20 Anche se fossi giusto, il mio stesso parlare mi condannerebbe; anche se fossi integro, egli proverebbe che sono perverso. 21 Sono integro, ma non ho alcuna stima di me stesso e disprezzo la mia vita. 22 È la stessa cosa; perciò dico: "Egli distrugge l'integro e il malvagio". 23 Se un flagello semina improvvisamente la morte, egli ride della sofferenza degli innocenti. 24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi potrebbe dunque essere? 25 Ora i miei giorni passano più veloci di un corridore, fuggono via senza vedere alcun bene. 26 Passano rapidi come navi di giunchi, come l'aquila che piomba sulla preda. 27 Se dico: "Voglio dimenticare il mio lamento, deporre il mio aspetto triste e mostrarmi contento", 28 mi spavento per tutti i miei dolori; so bene che non mi riterrai innocente. 29 Se sono già stato condannato, perché affaticarmi invano? 30 Anche se mi lavassi con la neve e pulissi le mie mani con la soda, 31 tu mi getteresti nel fango di una fossa, le mie stesse vesti mi avrebbero in orrore. 32 Egli infatti non è un uomo come me, a cui possa rispondere e che possiamo comparire in giudizio assieme. 33 Non c'è alcun arbitro fra noi, che ponga la mano su tutti e due. 34 Allontani da me la sua verga, e il suo terrore non mi spaventi. 35 Allora potrò parlare senza temerlo, perché non sono così con me stesso».

Riveduta 2020:

Giobbe 9

Seconda replica di Giobbe
1 Allora Giobbe rispose e disse: 2 “Sì, certo, io so che è così; e come potrebbe il mortale essere giusto davanti a Dio? 3 Se all'uomo piacesse disputare con Dio, non potrebbe rispondergli su un punto fra mille. 4 Dio è saggio di cuore, è grande in potenza; chi gli ha tenuto fronte e se n'è trovato bene? 5 Egli trasporta le montagne senza che se ne accorgano, nel suo furore le sconvolge. 6 Egli scuote la terra dalle sue fondamenta, e le sue colonne tremano. 7 Comanda al sole, ed esso non sorge; mette un sigillo sulle stelle. 8 Da solo spiega i cieli, e cammina sulle più alte onde del mare. 9 È il creatore dell'Orsa, di Orione, delle Pleiadi, e delle misteriose regioni del cielo australe. 10 Egli fa cose grandi e imperscrutabili, meraviglie innumerevoli. 11 Ecco, egli mi passa vicino, e io non lo vedo; mi scivola accanto e non me ne accorgo. 12 Ecco afferra la preda, e chi si opporrà? Chi oserà dirgli: 'Che fai?'. 13 Iddio non ritira la sua collera; sotto di lui si curvano i campioni della superbia. 14 E io, come farei a rispondergli, a scegliere le mie parole per discutere con lui? 15 Avessi anche ragione, non gli replicherei, ma chiederei misericordia al mio giudice. 16 Se io lo invocassi ed egli mi rispondesse, non per questo crederei che avesse dato ascolto alla mia voce; 17 egli mi piomba addosso dal seno della tempesta, moltiplica senza motivo le mie piaghe, 18 non mi lascia riprendere fiato, e mi sazia di amarezza. 19 Se si tratta di forza, ecco, egli è potente; se di diritto, egli dice: 'Chi mi fisserà un giorno per comparire?'. 20 Anche se fossi giusto, la mia stessa bocca mi condannerebbe; anche se fossi innocente, mi dichiarerebbe colpevole. 21 Innocente! Sì, lo sono! di me non mi interessa, io disprezzo la mia vita! 22 Per me è la stessa cosa! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'innocente e il colpevole'. 23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello spavento degli innocenti. 24 La terra è data in balìa dei malvagi; egli vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque? 25 E i miei giorni se ne vanno più veloci di un corriere; fuggono via senza avere visto il bene; 26 passano rapidi come navi di giunchi, come l'aquila che piomba sulla preda. 27 Se dico: 'Voglio dimenticare il mio lamento, abbandonare questa aria triste e rasserenarmi', 28 ma sono spaventato per tutti i miei dolori, so che non mi considererai innocente. 29 Io sarò condannato; perché dunque affaticarmi invano? 30 Anche se mi lavassi con la neve e mi pulissi le mani con il sapone, 31 tu mi immergeresti nel fango di una fossa, le mie stesse vesti mi avrebbero in orrore. 32 Dio non è un uomo come me, perché io gli risponda e che possiamo comparire in giudizio assieme. 33 Non c'è fra noi un arbitro che posi la mano su tutti e due! 34 Iddio allontani da me la sua verga; smetta di spaventarmi con il suo terrore; 35 allora io parlerò senza temerlo, poiché sento di non essere quel colpevole che sembro.

Riveduta:

Giobbe 9

Seconda replica di Giobbe
1 Allora Giobbe rispose e disse: 2 «Sì, certo, io so ch'egli è così; e come sarebbe il mortale giusto davanti a Dio? 3 Se all'uomo piacesse di piatir con Dio, non potrebbe rispondergli sovra un punto fra mille. 4 Dio è savio di cuore, è grande in potenza; chi gli ha tenuto fronte e se n'è trovato bene? 5 Egli trasporta le montagne senza che se ne avvedano, nel suo furore le sconvolge. 6 Egli scuote la terra dalle sue basi, e le sue colonne tremano. 7 Comanda al sole, ed esso non si leva; mette un sigillo sulle stelle. 8 Da solo spiega i cieli, e cammina sulle più alte onde del mare. 9 È il creatore dell'Orsa, d'Orione, delle Pleiadi, e delle misteriose regioni del cielo australe. 10 Egli fa cose grandi e imperscrutabili, maraviglie senza numero. 11 Ecco, ei mi passa vicino, ed io nol veggo; mi scivola daccanto e non me n'accorgo. 12 Ecco afferra la preda, e chi si opporrà? Chi oserà dirgli: 'Che fai?' 13 Iddio non ritira la sua collera; sotto di lui si curvano i campioni della superbia. 14 E io, come farei a rispondergli, a sceglier le mie parole per discuter con lui? 15 Avessi anche ragione, non gli replicherei, ma chiederei mercé al mio giudice. 16 S'io lo invocassi ed egli mi rispondesse, non però crederei che avesse dato ascolto alla mia voce; 17 egli che mi piomba addosso dal seno della tempesta, che moltiplica senza motivo le mie piaghe, 18 che non mi lascia riprender fiato, e mi sazia d'amarezza. 19 Se si tratta di forza, ecco, egli è potente; se di diritto, ei dice: 'Chi mi fisserà un giorno per comparire'? 20 Fossi pur giusto, la mia bocca stessa mi condannerebbe; fossi pure integro, essa mi farebbe dichiarar perverso. 21 Integro! Sì, lo sono! di me non mi preme, io disprezzo la vita! 22 Per me è tutt'uno! perciò dico: 'Egli distrugge ugualmente l'integro ed il malvagio. 23 Se un flagello, a un tratto, semina la morte, egli ride dello sgomento degli innocenti. 24 La terra è data in balìa dei malvagi; ei vela gli occhi ai giudici di essa; se non è lui, chi è dunque'? 25 E i miei giorni se ne vanno più veloci d'un corriere; fuggono via senz'aver visto il bene; 26 passan rapidi come navicelle di giunchi, come l'aquila che piomba sulla preda. 27 Se dico: 'Voglio dimenticare il mio lamento, deporre quest'aria triste e rasserenarmi', 28 sono spaventato di tutti i miei dolori, so che non mi terrai per innocente. 29 Io sarò condannato; perché dunque affaticarmi invano? 30 Quand'anche mi lavassi con la neve e mi nettassi le mani col sapone, 31 tu mi tufferesti nel fango d'una fossa, le mie vesti stesse m'avrebbero in orrore. 32 Dio non è un uomo come me, perch'io gli risponda e che possiam comparire in giudizio assieme. 33 Non c'è fra noi un arbitro, che posi la mano su tutti e due! 34 Ritiri Iddio d'addosso a me la sua verga; cessi dallo spaventarmi il suo terrore; 35 allora io parlerò senza temerlo, giacché sento di non essere quel colpevole che sembro.

Ricciotti:

Giobbe 9

Prima risposta di Giobbe a Baldad.
1 Ma Giobbe rispose e disse: 2 «Veramente io so che è così, e che l'uomo non può giustificarsi in confronto con Dio; 3 se egli volesse contender con lui, non potrebbe rispondergli una volta su mille. 4 Sapiente di cuore e gagliardo di forza, chi mai resistè contro lui e rimase tranquillo? 5 Sposta egli i monti e non se n'avvedono, e li sconvolge nel furore suo: 6 fa traballar la terra dal suo sito, e le colonne di lei ne sono scosse: 7 dà un comando al sole ed esso non spunta, e tien racchiuse le stelle quasi sotto un suggello: 8 i cieli egli stende da solo, incede sopra i flutti del mare: 9 egli ha creato Arturo ed Orione le Pleiadi e le Costellazioni dell'Austro: 10 opera egli cose grandi ed incomprensibili, cose mirabili che non hanno numero. 11 Se egli a me viene, io non lo scorgo, se s'allontana, io non me ne avvedo; 12 se di repente interroga, chi potrà rispondergli, ovver chi potrà dirgli: - Perchè fai così? - 13 Dio, alla cui ira nessuno può resistere, e sotto cui si curvano coloro che sostengono l'orbe, 14 a costui, che grandezza ho io perchè possa rispondergli, e pronunciar le mie parole avanti a lui? 15 Al quale, ancor che io avessi qualche ragione, non risponderei, ma come a mio giudice chiederei pietà. 16 E pur se mi rispondesse quand'io lo chiamassi [a giudizio], non avrei fiducia che ascolterebbe la mia voce: 17 egli invero nella procella mi sfracellerebbe, moltiplicherebbe le mie ferite pur senza ragione. 18 Egli non concede al mio spirito di riposarsi, e mi riempie d'amarezze. 19 Se si tratta di vigoria, - egli è il fortissimo, se dell'equità di giudizio - nessuno ardirà testimoniare per me. 20 Se mi vorrò giustificare, la mia stessa bocca mi condannerà, se mostrarmi innocente, mi convincerà perverso. 21 Quand'anche io sia perfetto, ciò stesso l'anima mia l'ignorerà, e avrò a disdegno la mia vita. 22 Questo solo è ciò ch'io ho detto: Sia l'innocente che l'empio è Lui che li distrugge. 23 Se egli flagella, dia la morte all'istante, e delle pene degli innocenti non s'allieti. 24 La terra è consegnata in mano al malvagio, il volto dei giudici d'essa egli benda; se non è Lui [che fa ciò], chi è dunque? 25 E i miei dì furon veloci più che un corriere, fuggiron via e non videro il bene; 26 trascorsero oltre come vascelli di canna, come l'aquila che piomba sulla preda! 27 Se io esclamo: - Non voglio parlar più così! -mi stravolge il viso e mi strazia il dolore. 28 Io temevo di tutte le mie azioni, sapendo che tu non perdoni a chi manca; 29 chè se pur in tal modo io risulto empio, perchè dovrei travagliarmi senza vantaggio? 30 Se io mi lavassi con acqua di neve, e le mie mani risplendessero per mondezza, 31 nella lordura tu m'intingeresti, sì che m'avessero a schifo i miei stessi abiti. 32 Egli invero non è un uomo al pari di me, perchè io gli risponda, nè è tale che in giudizio come me possa ascoltarsi; 33 non c'è chi possa far da arbitro fra me e lui, e stender la mano su ambedue. 34 Ritiri egli da sopra a me il suo flagello, e il suo timore non mi sbigottisca: 35 [a tal condizione] parlerei, senza temerlo, poichè intimorito io non posso rispondere.

Tintori:

Giobbe 9

Giobbe afferma che Dio è giusto, ma non tribola solo i cattivi
1 Giobbe rispose, dicendo: 2 «Lo so bene che l'è così, e anche che l'uomo, messo a confronto con Dio, non può aver ragione. 3 Se volesse contendere con lui, non potrebbe rispondergli una volta su mille. 4 Egli è saggio di cuore, è ricco di potenza, e chi ebbe pace dopo avergli resistito? 5 Egli trasporta le montagne, nel suo furore le rovescia, senza che se ne avvedano; 6 Scuote la terra dal suo posto, e ne tremano le colonne. 7 Comanda al sole ed ei non sorge, e chiude le stelle come sotto sigillo. 8 Egli solo stende i cieli, e cammina sui flutti del mare. 9 Ha creato l'Orsa, Orione, le Pleiadi e i recessi del cielo australe. 10 Fa cose grandi e in comprensibili, e maraviglie senza numero. 11 Se mi vien vicino, non lo vedo; se parte, non me ne accorgo. 12 Se all'improvviso interroga, chi gli potrà rispondere? Chi può dirgli: Perchè fai così? 13 Dio! Nessuno può resistere alla sua ira; sotto di lui si curvano quelli che portano il mondo. 14 E chi son io, da rispondergli? Con quali mie parole potrei discutere con lui? 15 Anche se avessi qualche ragione, non oserei replicare; ma implorerei la clemenza del mio giudice. 16 Ed anche se esaudisse le mie suppliche, non crederei che Egli abbia avuto riguardo alla mia voce. 17 Chè Egli mi potrebbe schiacciare in un turbine, e moltiplicare le mie piaghe anche senza ragione. 18 Non lascerebbe riposare il mio spirito, mi sazierebbe di amarezze. 19 Se si ricorre alla forza, Egli è potentissimo; se alla giustizia, nessuno ardirà testimoniare in mio favore. 20 Se vorrò giustificarmi, la mia stessa bocca mi condannerà; se dimostrerò di essere innocente, Egli mi proverebbe reo. 21 Anche se fossi giusto, non lo saprebbe l'anima mia, e mi sarà di tedio la vita. 22 Questo solo io dico: Egli fa perire l'innocente e il reo. 23 Or se Egli flagella, uccida subito, e non rida delle pene degli innocenti. 24 La terra è in mano dell'empio. Egli mette una benda agli occhi dei suoi giudici. E chi è se non lui? 25 I miei giorni passarono più veloci d'un corriere, son fuggiti senza vedere la felicità; 26 Son passati come navi che portan frutta, come aquila che piomba sulla preda. 27 Anche se dico: Non parlerò più così, si altera la mia faccia tra gli strazi del dolore, 28 Torno a temere per ogni mia azione, sapendo che non la risparmi al peccatore. 29 E se anche così son reo, a che affaticarmi invano? 30 Quand'anche mi lavassi con acqua di neve e splendessero per la gran mondezza le mie mani, 31 tu mi tingeresti di sozzura e le mie vesti m'avrebbero in orrore. 32 Infatti non avrò da rispondere a un uomo come me che possa con me e al par di me andar al giudizio: 33 non c'è chi possa riprendere l'uno e l'altro e metter la sua mano su tutti e due. 34 Ritiri Egli da me la sua verga, cessi di spaventarmi il suo terrore, 35 e allora gli parlerò senza averne paura; ma col timore non posso rispondere».

Martini:

Giobbe 9

Giobbe confessa, che Dio è giusto in tutte le cose, e che l'uomo non può convincere Dio di ingiustizia: l'uomo (dice Giobbe) paragonato con Dio non può giustificarsi: si dimostra la gran possanza, e sapienza di Dio, onde nissuno può resistere a lui, e riconvenirlo: ma Dio affligge l'empio, e l'innocente. Giobbe difende ancora la sua innocenza contro gli amici, rammemorando le sue afflizioni.
1 Giobbe rispose, e disse: 2 Veramente io so, che così va la bisogna, e che l'uomo paragonato con Dio non ha più giustizia. 3 Se ci vorrà venire a contesa con lui non potrà rendergli conto d'una cosa ogni mille. 4 Egli il saggio di mente, il forte in possanza; chi mai a lui contradisse, e potè aver pace? 5 Egli trasporta le montagne, ed elle non se v'avveggono quand'ei nel suo furore le spiana. 6 Egli dal suo sito scuote la terra, e le sue fondamenta sono sommosse. 7 Egli comanda al sole, e non nasce, e le stelle tiene egli chiuse come sotto sigillo. 8 Egli solo distese i cicli, e cammina sui flutti del mare. 9 Egli creò e Arturo, e Orione, e le Hiadi, e le ascose parti del mezzodì. 10 Egli fa cose grandi, e incomprensibili, e miracolose, che non possono numerarsi. 11 S'ei viene a me io noi veggo, e s'egli si parte io non me n'accorgo. 12 Se egli repentinamente vuoi far disamina, chi rispondere a lui potrà? ovvero chi potrà dirgli: Perché fai così? 13 Egli è Dio, e all'ira di lui nessun può resistere, e sotto di lui si incurvano quei, che reggono il mondo. 14 Son io qualche cosa di grande, che possa rispondere a lui, e stare a tu per tu con lui? 15 Io che sebbene avessi qualche ragione non risponderò, ma implorerò la clemenza del mio Giudice. 16 E quando esaudisse egli le mie suppliche, non crederò che egli abbia avuto riguardo alle mie voci. 17 Perocché egli mi ruoterà in un turbine, e moltiplicherà le mie piaghe anche senza cagione. 18 Ei non lascia riposo alcuno al mio spirito, e mi inebria di amarezze. 19 Se si ricorre alla possanza, egli è potentissimo, se all'equità nel giudicare, nissuno ardisce di rendere testimonianza in favor mio. 20 Se io vorrò giustificarmi, mi condannerà la mia propria bocca, se io mi dimostrerò innocente egli mi convincerà di reato. 21 Quand'anche io fossi perfetto, questo stesso sarà ignoto all'anima mia, e mi sarà noiosa la vita. 22 Questa sola cosa ho detto io: Egli consuma e l'innocente, e l'iniquo. 23 Se egli flagella, uccida a un tratto, e non rida delle pene degli innocenti. 24 La terra è data in balìa dell'empio, il quale mette una benda agli occhi de' giudici di essa. E se egli noi fa, chi è adunque, che lo faccia? 25 I giorni miei sono stati più veloci di uom corridore; sono fuggiti, e nulla hanno veduto di bene. 26 Sono passati di fuga come nave carica di pomi, come aquila, che vola alla preda. 27 Allorché io dico: Non parlerò più così; si altera la mia faccia, e mi strazia il dolore. 28 Io temeva di tutte le mie azioni, sapendo, che non mi avresti perdonato se io peccava. 29 Ma se anche così facendo io son empio, perché mi son io travagliato inutilmente? 30 Quand'io fossi lavato con acqua di neve, e le mani mie luccicassero per mondezza, 31 Nulladimeno mi immergerai nella lordura, e avranno di me orrore le stesse: mie vesti. 32 Perocché non avrò io a difendermi da un uomo simile a me, né da uno, che possa essere com'io convenuto in giudizio. 33 Non v'ha chi possa entrar dì mezzo tra l'uno, e l'altro ad essere arbitro tra noi due. 34 Ritiri egli da me la sua verga, e non mi agghiadi co' suoi terrori. 35 Parlerò, e nol temerò; perocché nel timore non poss'io dar risposta.

Diodati:

Giobbe 9

1 E GIOBBE rispose e disse: 2 Veramente io so ch'egli è così; E come si giustificherebbe l'uomo appo Iddio? 3 Se Iddio vuol litigar con lui, Egli non gli potrà rispondere d'infra mille articoli ad un solo. 4 Egli è savio di cuore, e potente di forza; Chi si è mai indurato contro a lui, ed è prosperato? 5 Contro a lui, che spianta i monti, Senza che si possa sapere come egli li abbia rivolti sottosopra nella sua ira; 6 Che crolla la terra, e la smuove dal luogo suo; E da cui le colonne di essa sono scosse; 7 Che parla al sole, ed esso non si leva; Che tiene suggellate le stelle; 8 Che distende tutto solo i cieli, E calca le sommità del mare; 9 Che ha fatto i segni del Carro, dell'Orione, delle Gallinelle, E quelli che sono in fondo all'Austro; 10 Che fa cose tanto grandi, che non si possono investigare; E tante cose maravigliose che non si possono annoverare. 11 Ecco, egli passerà davanti a me, ed io nol vedrò; Ripasserà, ed io non lo scorgerò. 12 Ecco, egli rapirà, e chi gli farà far restituzione? Chi gli dirà: Che fai? 13 Iddio non raffrena l'ira sua; Sotto lui sono atterrati i bravi campioni.
14 Quanto meno gli risponderei io, Ed userei parole scelte contro a lui? 15 Io, che quantunque fossi giusto, non risponderei, Anzi chiederei grazia al mio Giudice. 16 Se io grido, ed egli mi risponde, Pur non potrò credere ch'egli abbia ascoltata la mia voce; 17 Conciossiachè egli mi abbia conquiso con un turbo, E mi abbia date di molte battiture senza cagione. 18 Egli non mi permette pur di respirare; Perciocchè egli mi sazia di amaritudini. 19 Se si tratta di forza, ecco, egli è potente; Se di giudicio, chi mi citerà? 20 Benchè io sia giusto, la mia bocca mi condannerà; Quantunque io sia intiero, ella mi dichiarerà perverso. 21 Benchè io sia intiero, io non riconoscerò me stesso; Io avrò a sdegno la vita mia.
22 Egli è tutt'uno; perciò ho detto: Egli distrugge ugualmente l'uomo intiero e l'empio. 23 Se è un flagello, egli uccide in un momento; Ma egli si beffa della prova degl'innocenti. 24 La terra è data in mano all'empio, Il qual copre la faccia de' giudici di essa. Ora, se Iddio non fa questo, chi è egli dunque?
25 Ma i miei giorni sono stati più leggieri che un corriero; Son fuggiti via, non hanno goduto il bene; 26 Son trascorsi come saette, Come un'aquila che vola frettolosa al pasto. 27 Se io dico: Io dimenticherò il mio lamento, Io lascerò il mio cruccio, e mi rinforzerò; 28 Io sono spaventato di tutti i miei tormenti, Io so che tu non mi reputerai innocente. 29 Io sarò reo; Perchè adunque mi affaticherei in vano? 30 Quando io mi fossi lavato con acque di neve, E nettatomi le mani col sapone; 31 Allora pure tu mi tufferesti in una fossa, E i miei vestimenti mi avrebbero in abbominio. 32 Perciocchè egli non è un uomo, come son io, perchè io gli risponda, E perchè noi veniamo insieme a giudicio. 33 Ei non v'è niuno che possa dar sentenza fra noi, Che possa metter la mano sopra amendue noi. 34 Ma rimuova egli pur la sua verga d'addosso a me, E non mi conturbi il suo spavento. 35 Allora io parlerò, e non avrò paura di lui; Perciocchè in questo stato io non sono in me stesso.

Commentario completo di Matthew Henry:

Giobbe 9

1 INTRODUZIONE A GIOBBE CAPITOLO 9

In questo capitolo e nel seguente abbiamo la risposta di Giobbe al discorso di Bildad, in cui egli parla onorevolmente di Dio, umilmente di se stesso e con sentimento dei suoi problemi; ma non una parola per riflettere sui suoi amici, o sulla loro scortesia nei suoi confronti, né in risposta diretta a ciò che Bildad aveva detto. Si attiene saggiamente ai meriti della causa e non fa commenti sulla persona che l'ha gestita, né cerca occasioni contro di lui. In questo capitolo abbiamo,

I. La dottrina della giustizia di Dio è stata stabilita, Giobbe 9:2.

II. La prova di ciò, dalla sua sapienza, dalla sua potenza e dal suo dominio sovrano, Giobbe 9:3-13.

III. La sua applicazione, in cui,

1. Condanna se stesso, come incapace di contendere con Dio né nella legge né in battaglia, Giobbe 9:14-21.

2. Sostiene il suo punto, che non possiamo giudicare il carattere degli uomini dalla loro condizione esteriore, Giobbe 9:22-24.

3. Si lamenta della grandezza dei suoi problemi, della confusione in cui si trovava e della perdita che aveva su cosa dire o fare, Giobbe 9:25-35.

Ver. 1-13

Bildad iniziò con un rimprovero a Giobbe per aver parlato così tanto, Giobbe 8:2. Giobbe non risponde a questa domanda, anche se sarebbe stato abbastanza facile ritorcersi addosso; ma in quello che poi stabilisce come suo principio, che Dio non perverte mai il giudizio, Giobbe è d'accordo con lui: So che è così di una verità, == Giobbe 9:2. Nota: Dovremmo essere pronti ad ammettere fino a che punto siamo d'accordo con coloro con cui discutiamo, e non dovremmo disprezzare, e tanto meno resistere, a una verità, anche se prodotta da un avversario e sollecitata contro di noi, ma riceverla alla luce e all'amore di essa, anche se può essere stata applicata in modo errato.

"È così vero che la malvagità porta gli uomini alla rovina e

i pii sono presi sotto la speciale protezione di Dio. Questi sono

verità che sottoscrivo; ma come può un uomo rimediare

la sua parte presso Dio?"

Davanti a lui nessuna carne vivente sarà giustificata, == Salmi 143:2 == In che modo l'uomo dovrebbe essere giusto con Dio? Alcuni interpretano questo come un'appassionata lamentela della severità e della severità di Dio, che egli è un Dio con cui non si ha a che fare; e non si può negare che ci siano, in questo capitolo, alcune espressioni irritanti, che sembrano parlare un linguaggio come questo. Ma io prendo questo piuttosto come una pia confessione della peccaminosità dell'uomo, e della sua in particolare, che, se Dio trattasse qualcuno di noi secondo il deserto delle nostre iniquità, saremmo certamente distrutti.

I. Egli afferma che l'uomo è un avversario impari per il suo Creatore, sia nella disputa che nel combattimento.

1. In disputa (Giobbe 9:3): Se contenderà con lui, sia in giudizio che in una discussione, non può rispondergli uno di mille.

(1.) Dio può porre mille domande sconcertanti alle quali coloro che litigano con lui e accusano il suo procedimento non possono dare una risposta. Quando Dio parlò a Giobbe dal turbine, gli fece molte domande (Lo sai tu ? Puoi fare questo ?) a nessuna delle quali Giobbe poteva dare una risposta, Giobbe 38-39. Dio può facilmente manifestare la follia dei più grandi pretendenti alla saggezza.

(2.) Dio può imputarci mille reati, può redigere contro di noi mille articoli di accusa, e noi non possiamo rispondergli in modo da assolverci dall'imputazione di nessuno di essi, ma dobbiamo, con il silenzio, dare il consenso che siano tutti veri. Non possiamo mettere da parte uno come estraneo, un altro come frivolo e un altro come falso. Non possiamo, come per uno, negare il fatto, e dichiararci non colpevoli, e, per quanto riguarda un altro, negare la colpa, confessare e giustificare. No, non siamo in grado di rispondergli, ma dobbiamo mettere la mano sulla nostra bocca, come fece Giobbe (Giobbe 40:4-5), e gridare: Colpevole, colpevole.

2. In combattimento (Giobbe 9:4):

"Chi si è indurito contro di lui e ha prosperato?"

La risposta è molto semplice. Non si può citare alcun esempio, dall'inizio del mondo fino ad oggi, di un qualsiasi audace peccatore che si sia indurito contro Dio, che si sia ostinatamente ostinato nella ribellione contro di lui, che non abbia trovato Dio troppo duro per lui e che non abbia pagato a caro prezzo la sua follia. Tali trasgressori non hanno prosperato né avuto pace; Non hanno avuto alcun conforto sulla loro strada né alcun successo. Che cosa ha mai ottenuto l'uomo con prove di abilità, o prove di titoli, con il suo Fattore? Tutta l'opposizione data a Dio non è altro che porre rovi e spine davanti a un fuoco consumante; così stolto, così infruttuoso, così distruttivo, è il tentativo, Isaia 27:4; Ezechiele 28:24; 1Corinzi 10:22. Gli angeli apostati si indurirono contro Dio, ma non prosperarono, 2Pietro 2:4. Il drago combatte, ma viene scacciato, Apocalisse 12:9. Gli uomini malvagi si induriscono contro Dio, contestano la sua sapienza, disobbediscono alle sue leggi, sono impenitenti per i loro peccati e incorreggibili sotto le loro afflizioni; rifiutano le offerte della sua grazia e resistono agli sforzi del suo Spirito; non danno nulla alle sue minacce e si scontrano con il suo interesse per il mondo. Ma hanno prosperato? Riusciranno a prosperare? No; non fanno altro che fare tesoro per se stessi dell'ira contro il giorno dell'ira. Coloro che lo tireranno troveranno ritorcersi addosso.

II. Egli lo dimostra mostrando che Dio è colui con cui abbiamo a che fare: Egli è saggio di cuore, e perciò non possiamo rispondergli per legge; egli è potente in forza, e quindi non possiamo combattere con lui. È la più grande follia che si possa avere pensando di lottare con un Dio di infinita saggezza e potenza, che sa ogni cosa e può fare ogni cosa, che non può essere né sopraffatto né sopraffatto. Il diavolo promise a se stesso che Giobbe, nel giorno della sua afflizione, avrebbe maledetto Dio e avrebbe parlato male di lui, ma, invece di farlo, si prefigge di onorare Dio e di parlare bene di lui. Per quanto sia addolorato e assorbito dalle proprie miserie, quando ha occasione di menzionare la saggezza e la potenza di Dio, dimentica le sue lamentele, si sofferma con gioia e si dilunga con un fiume di eloquenza su quel nobile e utile argomento. Va a prendere le prove della sapienza e della potenza di Dio,

1. Dal regno della natura, in cui il Dio della natura agisce con una potenza incontrollabile e fa ciò che vuole; poiché tutti gli ordini e tutte le potenze della natura derivano da lui e dipendono da lui.

(1.) Quando gli piace, altera il corso della natura e ne fa tornare indietro le correnti, Giobbe 9:5-7. Secondo la legge comune della natura le montagne sono stabilizzate e sono quindi chiamate montagne eterne, la terra è stabilita e non può essere rimossa (Salmi 93:1) e le colonne di essa sono fissate inamovibili, il sole sorge nella sua stagione e le stelle spargono la loro influenza su questo mondo inferiore; ma quando Dio lo desidera, non solo può scacciare dal sentiero comune, Ma invertire l'ordine e cambiare la legge della natura.

[1.] Nulla di più solido delle montagne. Quando parliamo di spianare le montagne intendiamo ciò che è impossibile; eppure la potenza divina può farli cambiare sede: li rimuove e non lo sanno, li rimuove che lo vogliano o no; può farli abbassare la testa, può livellarli e rovesciarli nella sua ira; può allargare le montagne con la stessa facilità con cui l'agricoltore stende le colline di talpe, anche se così in alto, e grande e roccioso. Gli uomini hanno molto da fare per passare sopra di loro, ma Dio, quando vuole, può farli passare. Ha fatto tremare il Sinai, Salmi 68:8 == Le colline saltellarono, == Salmi 114:4 == I monti eterni furono dispersi, == Abacuc 3:6.

[2.] Nulla di più fisso della terra sul suo asse; eppure Dio può, quando vuole, scuotere la terra dal suo posto, sollevarla dal suo centro e far tremare anche le sue colonne; ciò che sembrava sostenerlo avrà bisogno di sostegno quando Dio gli darà una scossa. Vedete quanto siamo debitori alla pazienza di Dio. Dio ha abbastanza potere da scuotere la terra da sotto quella razza colpevole dell'umanità che la fa gemere sotto il peso del peccato, e così da scuotere i malvagi da essa == (Giobbe 38:13); eppure egli continua la terra, e l'uomo su di essa, e non ce la fa, come una volta, a inghiottire i ribelli.

[3.] Nulla di più costante del sole che sorge, non manca mai al suo tempo stabilito; eppure Dio, quando vuole, può sospenderlo. Colui che in un primo momento gli ha comandato di alzarsi può contrastarlo. Una volta fu detto al sole di fermarsi, e un'altra volta di ritirarsi, per mostrare che è ancora sotto il controllo del suo grande Creatore. Così grande è la potenza di Dio; E quanto è grande dunque la sua bontà, che fa risplendere il suo sole anche sui malvagi e sugli ingrati, anche se potrebbe trattenerlo! Colui che ha fatto anche le stelle, può, se vuole, sigillarle e nasconderle ai nostri occhi. A causa di terremoti e incendi sotterranei le montagne sono state talvolta rimosse e la terra è stata scossa: nei giorni e nelle notti molto buie e nuvolose ci sembra che al sole sia proibito sorgere e le stelle siano sigillate, Atti 27:20. Basti dire che qui Giobbe parla di ciò che Dio può fare; ma, se dobbiamo capire ciò che ha fatto di fatto, tutti questi versetti possono forse essere applicati al diluvio di Noè, quando i monti della terra furono scossi e il sole e le stelle si oscurarono; e il mondo che è ora crediamo sia riservato a quel fuoco che consumerà le montagne, e scioglierà la terra, con il suo calore fervente, e che trasformerà il sole in tenebre.

(2.) Finché gli piace, conserva il corso e l'ordine stabiliti della natura; e questa è una creazione continua. Egli stesso da solo, con le sue forze e senza l' assistenza di nessun altro,

[1.] Stende il cielo == (Giobbe 9:8), non solo li ha distesi all'inizio, ma li distende ancora (cioè, li tiene distesi), perché altrimenti si arrotolerebbero da soli insieme come un rotolo di pergamena.

[2.] Egli calpesta le onde del mare; cioè, li sopprime e li tiene sottomessi, affinché non tornino a diluviare la terra (Salmi 104:9), che è dato come motivo per cui tutti dovremmo temere Dio e avere timore di lui, Geremia 5:22. Egli è più potente delle onde orgogliose Salmi 93:4; 65:7.

[3.] Egli fa le costellazioni; tre sono nominate per tutte le altre (Giobbe 9:9), Arturo, Orione e Pleiadi, e in generale le camere del sud. Le stelle di cui questi sono composti egli le ha fatte all'inizio, e le ha messe in quell'ordine, e le fa ancora, le conserva in essere, e ne guida i movimenti; le fa essere ciò che sono per l'uomo, e inclina i cuori dell'uomo ad osservarle, cosa che le bestie non sono in grado di fare. Non solo quelle stelle che vediamo e a cui diamo un nome, ma anche quelle nell'altro emisfero, intorno al polo antartico, che non vengono mai alla nostra vista, chiamate qui le camere del sud, sono sotto la direzione e il dominio divino. Quanto è saggio allora, e quanto è potente!

2. Dal regno della Provvidenza, quella speciale Provvidenza che conosce gli affari dei figli degli uomini. Considerate ciò che Dio fa nel governo del mondo, e direte: Egli è saggio di cuore e potente in forza.

(1.) Fa molte cose e grandi, molte e grandi per ammirazione, Giobbe 9:10. Giobbe qui dice la stessa cosa che Elifaz aveva detto (Giobbe 5:9), e nell'originale con le stesse parole, non rifiutando di parlare dopo di lui, sebbene ora sia il suo antagonista. Dio è un Dio grande, e fa grandi cose, un Dio prodigio che opera; le sue opere di prodigio sono così tante che non possiamo contarle e così misteriose che non possiamo scoprirle. Oh profondità dei suoi consigli!

(2.) Agisce in modo invisibile e senza discernimento, Giobbe 9:11.

"Mi passa accanto nelle sue operazioni, e io non lo vedo, non lo vedo. La sua via è nel mare",

Salmi 77:19. Le operazioni delle cause seconde sono comunemente ovvie da percepire, ma Dio fa tutto su di noi eppure non lo vediamo, == Atti 17:23. Le nostre intelligenze limitate non possono scandagliare i suoi consigli, comprendere i suoi moti o comprendere le misure che prende; siamo quindi giudici incompetenti del comportamento di Dio, perché non sappiamo ciò che egli fa o ciò che progetta. Gli arcani imperii, i segreti del governo, sono cose al di sopra di noi, che quindi non dobbiamo pretendere di esporre o commentare.

(3.) Egli agisce con una sovranità incontestabile, Giobbe 9:12. Egli ci toglie le comodità e le confidenze delle creature quando e come vuole, ci toglie la salute, la proprietà, i parenti, gli amici, ci toglie la vita stessa; Qualunque cosa vada, è Lui che la prende; Da qualunque parte venga tolta, la sua mano deve essere riconosciuta nella sua rimozione. Il Signore gli toglie, e chi glielo può impedire? Chi può respingerlo? (Margine, Chi lo farà restaurare?) Chi può dissuaderlo o modificare i suoi consigli? Chi può resistergli o opporsi alle sue operazioni? Chi può controllarlo o chiamarlo a un account? Quali azioni possono essere intentate nei suoi confronti? O chi gli dirà: Che fai? Oppure: Perché fai così? Daniele 4:35. Dio non è obbligato a darci ragione di quello che fa. Non conosciamo ora il significato dei suoi procedimenti; Ci sarà tempo sufficiente per sapere in seguito, quando apparirà che ciò che ora sembrava essere fatto per prerogativa è stato fatto con infinita saggezza e per il meglio.

(4.) Egli agisce con una potenza irresistibile, a cui nessuna creatura può resistere, Giobbe 9:13 == Se Dio non ritira la sua ira (cosa che può fare quando vuole, poiché è il Signore della sua ira, la sfoga o la chiama secondo la sua volontà), i superbi aiutanti si chinano sotto di lui; cioè, certamente Egli spezza e schiaccia coloro che si aiutano orgogliosamente l'un l'altro contro di Lui. Uomini orgogliosi si ribellarono a Dio e alle sue azioni. In questa opposizione si uniscono mano nella mano. I re della terra si riuniscono, e i governanti si consultano per liberarsi dal suo giogo, per abbattere le sue verità e per perseguitare il suo popolo. Uomini d'Israele, aiuto, == Atti 21:28; Salmi 83:8. Se un nemico del regno di Dio cade sotto il suo giudizio, gli altri vengono orgogliosamente in suo aiuto, e pensano di liberarlo dalle sue mani: ma invano; A meno che non gli piaccia ritirare la sua ira (cosa che fa spesso, perché è il giorno della sua pazienza) i superbi aiutanti si chinano sotto di lui e si gettano con coloro che hanno progettato di aiutare. Chi conosce il potere dell'ira di Dio? Coloro che pensano di avere abbastanza forza per aiutare gli altri non saranno in grado di aiutare se stessi contro di esso.

14 Ver. 14. fino alla Ver. 21.

Ciò che Giobbe aveva detto della totale incapacità dell'uomo di lottare con Dio, lo applica qui a se stesso, e in effetti dispera di ottenere il suo favore, che (alcuni pensano) nasce dai duri pensieri che aveva di Dio, come uno che, essendosi messo contro di lui, a torto o a ragione, sarebbe troppo duro per lui. Penso piuttosto che derivi dal senso che aveva dell'imperfezione della sua giustizia, e dalle oscure e nebulose apprensioni che attualmente aveva del dispiacere di Dio contro di lui.

I. Egli non osò disputare con Dio (Giobbe 9:14):

"Se i superbi aiutanti si chinano sotto di lui, quanto meno io (una povera creatura debole, così lontana dall'essere un aiuto da essere molto impotente) gli risponderò? Che cosa posso dire contro ciò che Dio fa? Se mi accingo a ragionare con lui, sarà certamente troppo duro per me".

Se il vasaio fa dell'argilla un vaso di disonore, o frantuma il vaso che ha fatto, l'argilla o il vaso rotto ragioneranno forse con lui? Così è assurdo l'uomo che risponde contro Dio, o pensa di parlarne con lui. No, ogni carne taca davanti a lui.

II. Egli non osò insistere sulla propria giustificazione davanti a Dio. Benché egli rivendicasse la propria integrità verso i suoi amici, e non volesse cedere di essere un uomo ipocrita e malvagio, come essi suggerivano, tuttavia non lo avrebbe mai invocato come sua giustizia davanti a Dio.

«Non mi avventurerò mai nel patto di innocenza, né penserò di venirne fuori in virtù di ciò».

Giobbe conosceva così tanto di Dio, e sapeva così tanto di se stesso, che non osò insistere sulla propria giustificazione davanti a Dio.

1. Conosceva così tanto Dio che non osò affrontare un processo con lui, Giobbe 9:15-19. Sapeva come fare bene la sua parte con i suoi amici e si credeva in grado di trattare con loro; ma, sebbene la sua causa fosse stata migliore di quanto non fosse, sapeva che non serviva a nulla discuterne con Dio.

(1.) Dio lo conosceva meglio di quanto lui conoscesse se stesso e quindi (Giobbe 9:15),

"Quand'anche fossi giusto nella mia propria apprensione, e il mio cuore non mi condannasse, tuttavia Dio è più grande del mio cuore, e conosce quelle mie colpe e quei miei errori segreti che non capisco e non posso capire, ed è in grado di accusarmelo, e perciò non risponderei."

San Paolo parla dello stesso argomento: Non so nulla da me stesso, non sono cosciente di alcuna malvagità regnante, eppure non sono giustificato per questo, == 1Corinzi 4:4.

"Non oso mettermi su questa questione, per timore che Dio mi attribuisca ciò che non ho scoperto in me stesso".

Giobbe quindi ascolterà quella supplica e supplicherà il suo Giudice, cioè si affiderà alla misericordia di Dio e non penserà di uscirne per i suoi meriti.

(2.) Non aveva motivo di pensare che ci fosse qualcosa nelle sue preghiere per raccomandarle all'accettazione divina, o per ottenere in una risposta di pace, nessun valore o dignità a cui attribuire il loro successo, ma deve essere attribuito puramente alla grazia e alla compassione di Dio, che risponde prima che chiamiamo e non perché chiamiamo, e dà risposte gentili alle nostre preghiere, ma non per le nostre preghiere (Giobbe 9:16):

"Se io l'avessi chiamato, ed egli avesse risposto, se gli avessi dato ciò per cui gli avevo chiesto, tuttavia, le mie migliori preghiere sono così deboli e difettose, che non crederei che egli abbia dato ascolto alla mia voce; Non potevo dire che avesse salvato con la sua mano destra e mi ha risposto"

(Salmi 60:5),

«ma che l'ha fatto solo per amore del suo nome».

Il vescovo Patrick lo espone così:

"Se avessi fatto supplica ed egli avesse esaudito il mio desiderio, non penserei che la mia preghiera abbia fatto l'impresa".

Non per il vostro bene, che sappiate.

(3.) Le sue attuali miserie, in cui Dio lo aveva condotto nonostante la sua integrità, gli davano una convinzione troppo sensata che, nell'ordinare e disporre la condizione esteriore degli uomini in questo mondo, Dio agisce per sovranità, e, sebbene non faccia mai torto a nessuno, tuttavia non dà mai pieno diritto a tutti (cioè, I migliori non sempre se la passano meglio, né i peggiori se la passano peggio) in questa vita, perché Egli riserva la piena ed esatta distribuzione delle ricompense e delle punizioni per lo Stato futuro. Giobbe non era cosciente di alcuna colpa straordinaria, eppure cadde sotto afflizioni straordinarie, Giobbe 9:17-18. Ogni uomo deve aspettarsi che il vento soffi su di lui e lo scompigli, ma Giobbe fu sconvolto da una tempesta. Ogni uomo, in mezzo a queste spine e a quei rovi, deve aspettarsi di essere graffiato, ma Giobbe fu ferito e le sue piaghe si moltiplicarono. Ogni uomo deve aspettarsi una croce ogni giorno, e assaggiare qualche volta la coppa amara; ma i guai del povero Giobbe lo assalivano così fittamente che non aveva tempo di respirare ed era pieno di amarezza. E pretende di dire che tutto ciò è avvenuto senza motivo, senza che sia stata data alcuna grande provocazione. Abbiamo tratto il meglio da ciò che Giobbe ha detto finora, anche se contrariamente al giudizio di molti bravi interpreti; ma qui, senza dubbio, parlava sconsideratamente con le labbra; rifletteva sulla bontà di Dio dicendo che non gli era permesso di respirare (mentre tuttavia aveva un uso così buono della ragione e della parola da poter parlare così) e sulla sua giustizia dicendo che era senza motivo. Eppure è vero che, come, da una parte, ci sono molti che sono accusati di più peccato delle comuni infermità della natura umana, e tuttavia non provano più dolore di quello delle comuni calamità della vita umana, così, dall'altra parte, ci sono molti che sentono più delle comuni calamità della vita umana e tuttavia sono consapevoli di non più che delle comuni infermità della natura umana.

(4.) Non aveva alcuna capacità di rendere buona la sua parte davanti a Dio, Giobbe 9:19.

[1.] Non con la forza delle armi.

"Non oso entrare nelle liste con l'Onnipotente; perché se parlo di forza, e penso di uscirne da essa, ecco, egli è forte, più forte di me, e certamente mi vincerà".

Non c'è disputa (disse una volta a Cesare) con colui che comanda legioni. Tanto meno c'è in lui qualcuno che abbia legioni di angeli al comando. Può il tuo cuore resistere (il tuo coraggio e la tua presenza di spirito) o possono le tue mani essere forti per difenderti, nei giorni in cui ti tratterò? == Ezechiele 22:14.

[2.] Non con la forza degli argomenti.

«Non oso giudicare i meriti della causa. Se parlo di giudizio e insisto sul mio diritto, chi mi fisserà un tempo per difendermi? Non c'è potere superiore a cui io possa appellarmi, non c'è tribunale superiore che nomini un'udienza per la causa, perché egli è supremo e da lui procede il giudizio di ognuno, al quale egli deve attenersi.

2. Sapeva così tanto di se stesso che non osò affrontare un processo, Giobbe 9:20-21.

"Se vado in giro a giustificarmi e a perorare la mia giustizia, la mia difesa sarà la mia colpa, e la mia propria bocca mi condannerà anche quando sta per assolvermi".

Un uomo buono, che conosce l'inganno del proprio cuore, ed è geloso di esso con una gelosia divina, e ha spesso scoperto che c'era qualcosa di sbagliato che era rimasto a lungo non scoperto, è sospettoso di più male in se stesso di quanto non sia realmente consapevole, e quindi non penserà affatto di giustificarsi davanti a Dio. Se diciamo di non avere peccato, non solo inganniamo noi stessi, ma affrontiamo Dio, perché pecciamo dicendo così, e menziamo la Scrittura, che ha concluso tutto sotto il peccato.

"Se dico: Sono perfetto, sono senza peccato, Dio non ha nulla da imputarmi, il mio stesso dire così dimostrerà che sono perverso, orgoglioso, ignorante e presuntuoso. No, quand'anche fossi perfetto, quand'anche Dio mi dichiarasse giusto, se non conoscessi la mia anima, non mi preoccuperei del prolungamento della mia vita mentre è carica di tutte queste miserie". Oppure: "Quand'anche fossi libero da un grave peccato, quand'anche la mia coscienza non mi accusasse di alcun crimine enorme, tuttavia non crederei al mio cuore fino al punto di insistere sulla mia innocenza né di pensare che valga la pena lottare per la mia vita con Dio".

In breve, è follia contendere con Dio, e la nostra saggezza, oltre che il dovere, è sottometterci a lui e gettarci ai suoi piedi.

22 Ver. 22. fino alla Ver. 24.

Qui Giobbe tocca brevemente il punto principale ora in discussione tra lui e i suoi amici. Essi sostenevano che coloro che sono giusti e buoni prosperano sempre in questo mondo, e che nessuno, tranne i malvagi, è nella miseria e nell'angoscia; Affermò, al contrario, che è cosa comune che i malvagi prosperino e i giusti siano grandemente afflitti. Questa è l'unica cosa, la cosa principale, in cui lui e i suoi amici differivano; ed essi non avevano provato la loro asserzione, perciò egli si attiene al suo.

"L'ho detto, e il giorno stesso, che tutte le cose vengono uguali a tutti".

Ora

1. Bisogna ammettere che c'è molta verità in ciò che Giobbe qui intende, che i giudizi temporali, quando vengono inviati all'estero, cadono sia sul bene che sul male, e l'angelo distruttore raramente distingue (anche se una volta lo fece) tra le case degli Israeliti e le case degli Egiziani. Nel giudizio di Sodoma, infatti, che è chiamato la vendetta del fuoco eterno == (Giuda 1:7), lungi da Dio uccidere il giusto con l'empio, e che i giusti dovrebbero essere come gli empi == (Genesi 18:25); ma, nei giudizi meramente temporali, i giusti hanno la loro parte, e talvolta la parte più grande. La spada divora l'uno come l'altro, Giosia e Achab. Così Dio distrugge i perfetti e gli empi, li coinvolge entrambi nella stessa rovina comune; il bene e il male furono mandati insieme a Babilonia, Geremia 24:5,9 == Se il flagello ucciderà all'improvviso e spazzerà via tutto ciò che gli sta davanti, Dio si compiaglierà di vedere come lo stesso flagello che è la perdizione degli empi è la prova degli innocenti e della loro fede, che si troverà a lode, onore e gloria, == 1Pietro 1:7; Salmi 66:10.

Contro i giusti volano le frecce dell'Onnipotente, perché egli delizia gli innocenti a provare, a mostrare la loro costante e la loro mente divina, non con afflizioni spezzate, ma raffinate.

Che questo riconcili i figli di Dio con le loro afflizioni; esse non sono che prove, progettate per il loro onore e beneficio, e, se Dio si compiace di loro, non siano dispiaciuti; se egli ride della prova degli innocenti, sapendo quanto sarà gloriosa la sua uscita, della distruzione e della carestia, ridano anche loro (Giobbe 5:22), e trionfa su di loro, dicendo: O morte, dov'è il tuo pungiglione? D'altra parte, i malvagi sono così lontani dall'essere resi i segni dei giudizi di Dio che la terra è data nelle loro mani, == Giobbe 9:24 (godono di grandi possedimenti e grande potere, hanno ciò che vogliono e fanno ciò che vogliono), nelle mani del malvagio (nell'originale, la parola è singolare); il diavolo, quel malvagio, è chiamato il dio di questo mondo, e si vanta che nelle sue mani è stato consegnato, Luca 4:6. O nelle mani di un uomo malvagio, intendendo (come congetturano il vescovo Patrizio e le Annotazioni dell'Assemblea) un noto tiranno che viveva allora in quelle parti, la cui grande malvagità e grande prosperità erano ben note sia a Giobbe che ai suoi amici. Ai malvagi è data la terra, ma ai giusti è dato il cielo, e che cosa è meglio: il cielo senza terra o la terra senza cielo? Dio, nella sua provvidenza, promuove gli uomini malvagi, mentre copre il volto di coloro che sono adatti ad essere giudici, che sono saggi e buoni, e qualificati per il governo, e li seppellisce vivi nell'oscurità, forse permette che siano abbattuti e condannati, e che i loro volti siano coperti come criminali da quei malvagi nella cui mano è data la terra. Ogni giorno vediamo che questo viene fatto; se non è Dio che lo fa, dove e chi è colui che lo fa? A chi può essere attribuita se non a colui che governa nei regni degli uomini e li dà a chi vuole? Daniele 4:32. Ancora

2. Bisogna ammettere che c'è troppa passione in ciò che Giobbe qui dice. Il modo di esprimersi è irritante. Quando intendeva dire che Dio affligge, non avrebbe dovuto dire: Egli distrugge sia i perfetti che i malvagi; quando intendeva dire che Dio si compiace del processo degli innocenti, non avrebbe dovuto dire: Egli ride di ciò, perché non affligge volontariamente. Quando lo spirito è riscaldato, sia per la disputa che per il malcontento, abbiamo bisogno di mettere una guardia davanti alla porta delle nostre labbra, per poter osservare il dovuto decoro nel parlare delle cose divine.

25 Ver. 25. fino alla Ver. 35.

Giobbe qui diventa sempre più querulo, e non conclude questo capitolo con le espressioni riverenti della sapienza e della giustizia di Dio come aveva iniziato. Coloro che indulgono a un umorismo lamentoso non sanno a quali indecenze, anzi, a quali empietà, li spingerà. L'inizio di quella contesa con Dio è come l'uscita dell'acqua; perciò lasciatela andare prima che vi si immischi. Quando siamo nei guai ci è permesso di lamentarci con Dio, come spesso fa il Salmista, ma non dobbiamo in alcun modo lamentarci di Dio, come Giobbe qui.

I. La sua lamentela qui sulla scomparsa dei giorni della sua prosperità è abbastanza appropriata (Giobbe 9:25-26):

"I miei giorni (cioè, tutti i miei bei giorni) sono passati, per non tornare mai più, andati all'improvviso, andati prima che me ne rendessi conto. Mai fatto nessun corriere che è andato espresso"

(come Cushi e Ahimaaz)

"con la buona novella affrettatevi come tutte le mie comodità hanno fatto da me. Mai una nave salpò verso il suo porto, mai un'aquila volò sulla sua preda, con una rapidità così incredibile; né rimane traccia della mia prosperità, non più di quanto non ci sia un'aquila nell'aria o una nave nel mare",

Proverbi 30:19. Vedi qui,

1. Quanto è veloce il movimento del tempo. È sempre in volo, affrettandosi verso il suo periodo; non rimane per nessuno. Quanto poco bisogno abbiamo di passatempi, e quanto grande bisogno di riscattare il tempo, quando il tempo si esaurisce, corre così veloce verso l'eternità, che viene con il passare del tempo!

2. Quanto sono vani i godimenti del tempo, di cui possiamo essere del tutto privati mentre il tempo continua. La nostra giornata può essere più lunga del sole della nostra prosperità; e, quando questo non c'è più, è come se non lo fosse stato. Il ricordo di aver fatto il nostro dovere sarà gradito in seguito; Così non sarà il ricordo di aver ottenuto una grande quantità di ricchezze mondane quando sono tutte perdute e scomparse.

"Fuggono via, oltre il ricordo; non vedono nulla di buono e non lasciano dietro di sé nulla".

II. La sua lamentela per il suo attuale disagio è scusabile, Giobbe 9:27-28.

1. Dovrebbe sembrare che abbia fatto il suo sforzo per calmarsi e ricomporsi come gli consigliavano i suoi amici. Questo era il bene che avrebbe fatto: avrebbe dimenticato volentieri le sue lamentele e lodato Dio, avrebbe abbandonato la sua tristezza e si sarebbe consolato, per poter essere adatto a conversare sia con Dio che con gli uomini; ma,

2. Ha scoperto che non poteva farlo:

"Ho paura di tutti i miei dolori. Quando mi sforzo di più contro i miei problemi, essi prevalgono maggiormente su di me e si rivelano troppo duri per me!"

È più facile, in tal caso, sapere cosa dovremmo fare piuttosto che farlo, sapere in quale stato d'animo dovremmo essere piuttosto che entrare in quello stato d'animo e mantenerlo. È facile predicare pazienza a coloro che sono in difficoltà, e dire loro che devono dimenticare le loro lamentele e consolarsi; ma non è fatto così presto come detto. La paura e il dolore sono cose tiranneggianti, non facilmente portate alla soggezione in cui dovrebbero essere tenute alla religione e alla retta ragione. Ma

III. La sua lamentela nei confronti di Dio come implacabile e inesorabile non era affatto da scusare. Era il linguaggio della sua corruzione. Sapeva di più, e, in un altro momento, sarebbe stato ben lungi dal nutrire pensieri di Dio così duri come quelli che ora irrompevano nel suo spirito e scoppiavano in quelle appassionate lamentele. Gli uomini buoni non sempre parlano come se stessi; ma Dio, che considera la loro struttura e la forza delle loro tentazioni, dà loro il permesso di non dire ciò che è sbagliato con il pentimento e non lo imputerà a loro.

1. Giobbe sembra parlare qui,

(1.) Come se disperasse di ottenere da Dio alcun sollievo o riparazione delle sue lamentele, anche se dovesse produrre prove così buone della sua integrità:

"So che non mi riterrai innocente. Le mie afflizioni sono continuate così a lungo su di me, e sono aumentate così rapidamente, che non mi aspetto che tu possa mai chiarire la mia innocenza liberandomi da esse e ricondomi a una condizione di prosperità. Giusto o sbagliato che sia, devo essere trattato come un uomo malvagio; i miei amici continueranno a pensare così di me, e Dio continuerà su di me le afflizioni che danno loro occasione di pensarlo. Perché allora mi sforzo invano per purificarmi e mantenere la mia integrità?"

Giobbe 9:29. Non serve a nulla parlare di una causa che è già prevenuta. Con gli uomini è spesso fatica vana per i più innocenti andare in giro a discolparsi; Devono essere giudicati colpevoli, anche se le prove sono sempre così evidenti per loro. Ma non è così nei nostri rapporti con Dio, che è il patrono dell'innocenza oppressa e al quale non è mai stato vano affidare una giusta causa. Anzi, egli non solo dispera del sollievo, ma si aspetta che il suo sforzo di purificarsi lo renda ancora più odioso (Giobbe 9:30-31):

"Se mi lavo con l'acqua della neve e rendo sempre così evidente la mia integrità, sarà tutto inutile; Il giudizio deve andare contro di me. Mi getterai nel fosso"

(la fossa della distruzione, così alcuni, o piuttosto la sudicia cuccia, o fogna),

"il che mi renderà così offensivo nelle narici di tutti coloro che mi circondano che i miei stessi vestiti mi aborriranno e detesterò persino toccarmi".

Vide le sue afflizioni venire da Dio. Quelle erano le cose che lo annerivano agli occhi dei suoi amici; e, a questo proposito, si lamentava di loro, e della loro continuazione, come la rovina, non solo del suo benessere, ma della sua reputazione. Eppure queste parole sono capaci di una buona costruzione. Se siamo così industriosi a giustificarci davanti agli uomini e a conservare il nostro credito presso di loro, se manteniamo le nostre mani così pulite dalle contaminazioni del peccato grave, che cadono sotto l'occhio del mondo, tuttavia Dio, che conosce i nostri cuori, può accusarci di tanto peccato segreto da toglierci per sempre tutte le nostre pretese di purezza e innocenza, e farci vedere odiosi agli occhi del Dio santo. Paolo, mentre era fariseo, si rese le mani molto pulite; ma quando venne il comandamento e gli scoprì i peccati del suo cuore, gli fece conoscere la concupiscenza, che lo gettò nel fosso.

(2.) Come se disperasse di avere un udito equo con Dio, e questo era davvero difficile.

[1.] Si lamenta di non essere alla pari con Dio (Giobbe 9:32):

«Non è un uomo, come lo sono io. Potrei arrischiarmi a discutere con un uomo come me (i cocci di ceramica possono lottare con i cocci di terra), ma lui è infinitamente superiore a me, e quindi non oso entrare nelle liste con lui; Sarò certamente sconfitto se contenderò con lui".

Notate, in primo luogo, Dio non è un uomo come lo siamo noi. Dei più grandi principi possiamo dire:

"Sono uomini come noi",

ma non del grande Dio. I suoi pensieri e le sue vie sono infinitamente superiori ai nostri, e noi non dobbiamo misurarlo da noi stessi. L'uomo è stolto e debole, fragile e volubile, ma Dio non lo è. Dipendiamo da creature morenti; egli è il Creatore indipendente e immortale. In secondo luogo, la considerazione di questo dovrebbe mantenerci molto umili e molto silenziosi davanti a Dio. Non facciamoci uguali a Dio, ma guardiamolo sempre come infinitamente al di sopra di noi.

[2.] Che non c'era un arbitro o un arbitro per regolare le divergenze tra lui e Dio e per risolvere la controversia (Giobbe 9:33): Né c'è alcun uomo di giorni tra noi. Questa lamentela che non c'era è in effetti un desiderio che ci fosse, e così la LXX la legge: Oh se ci fosse un mediatore tra noi! Giobbe avrebbe volentieri riferito la questione, ma nessuna creatura era in grado di essere un arbitro, e quindi doveva anche riferire la questione a Dio stesso e decidere di acconsentire al suo giudizio. Il nostro Signore Gesù è il giorno benedetto: l'uomo, che ha mediato tra il cielo e la terra, ha imposto la sua mano su entrambi; a lui il Padre ha affidato ogni giudizio, e noi dobbiamo farlo. Ma questa questione non fu allora portata a una luce così chiara come lo è ora dal vangelo, che non lascia spazio a una lamentela come questa.

[3.] Che i terrori di Dio, che si schierarono contro di lui, lo misero in una tale confusione che non sapeva come rivolgersi a Dio con la sicurezza con cui era solito avvicinarsi a lui, Giobbe 9:34-35.

"Oltre alla distanza in cui sono tenuto dalla sua infinita trascendenza, i suoi attuali rapporti con me sono molto scoraggianti: lascia che mi tolga la sua verga".

Egli non si riferisce tanto alle sue afflizioni esteriori, quanto al peso che gravava sul suo spirito a causa delle apprensioni dell'ira di Dio; quella era la sua paura che lo terrorizzava.

"Che questo sia rimosso; fa' che io recuperi la vista della sua misericordia, e non mi meraviglio alla vista di nient'altro che dei suoi terrori, e allora parlerei e ordinerei la mia causa davanti a lui. Ma non è così per me; la nube non si è affatto dissipata, l'ira di Dio si è ancora posata su di me e preda il mio spirito più che mai, e non so cosa fare".

2. Da tutto questo prendiamo l'occasione,

(1.) Avere timore di Dio e temere la potenza della sua ira. Se gli uomini buoni sono stati messi in tale costernazione da ciò, dove appariranno gli empi e i peccatori?

(2.) Compatire coloro che sono feriti nello spirito e pregare intensamente per loro, perché in quella condizione non sanno come pregare per se stessi.

(3.) Teniamo attentamente a tenere presenti nella nostra mente i buoni pensieri di Dio, poiché i pensieri duri su di lui sono l'insenatura di molti mali.

(4.) Per benedire Dio che non siamo in una condizione così sconsolata come quella in cui si trovava qui il povero Giobbe, ma che camminiamo nella luce del Signore; rallegriamoci in questo, ma rallegriamoci con tremore.

Commentario abbreviato di Matthew Henry:

Giobbe 9

1 Capitolo 9

Giobbe riconosce la giustizia di Dio Giob 9:1-13

Non è in grado di competere con Dio Giob 9:14-21

Gli uomini non devono essere giudicati in base alle condizioni esteriori Giob 9:22-24

Giobbe si lamenta dei problemi Giob 9:25-35

Versetti 1-13

In questa risposta Giobbe dichiarò di non dubitare della giustizia di Dio, quando negò di essere un ipocrita; perché come potrebbe l'uomo essere giusto con Dio? Davanti a lui si dichiarava colpevole di più peccati di quanti se ne potessero contare; e se Dio avesse dovuto contendere con lui nel giudizio, non avrebbe potuto giustificare uno su mille di tutti i pensieri, le parole e le azioni della sua vita; perciò meritava di più di tutte le sue attuali sofferenze. Quando Giobbe menziona la saggezza e la potenza di Dio, dimentica le sue lamentele. Non siamo in grado di giudicare le azioni di Dio, perché non sappiamo cosa fa o cosa progetta. Dio agisce con una potenza alla quale nessuna creatura può resistere. Coloro che pensano di avere forza sufficiente per aiutare gli altri, non saranno in grado di aiutarsi contro di lui.

14 Versetti 14-21

Giobbe è ancora giusto ai suoi stessi occhi, Giob 32:1, e questa risposta, pur esponendo la potenza e la maestà di Dio, implica che la questione tra l'afflitto e il Signore della provvidenza è una questione di potere e non di diritto; e cominciamo a scoprire i frutti malvagi dell'orgoglio e di uno spirito presuntuoso. Giobbe inizia a manifestare una disposizione a condannare Dio per giustificare se stesso, cosa per la quale viene poi rimproverato. Eppure Giobbe sapeva così tanto di se stesso che non osava sostenere un processo. Se diciamo: "Non abbiamo peccato", non solo inganniamo noi stessi, ma facciamo un affronto a Dio, perché pecchiamo dicendo questo, e diamo la colpa alla Scrittura. Ma Giobbe rifletteva sulla bontà e sulla giustizia di Dio dicendo che la sua afflizione era senza motivo.

22 Versetti 22-24

Giobbe tocca brevemente il punto principale ora in discussione. I suoi amici sostenevano che i giusti e i buoni prosperano sempre in questo mondo e che solo i malvagi sono in miseria e afflizione; egli diceva, al contrario, che è cosa comune che i malvagi prosperino e i giusti siano molto afflitti. Tuttavia c'è troppa passione in quello che dice Giobbe, perché Dio non affligge volentieri. Quando lo spirito si accende per la disputa o per il malcontento, abbiamo bisogno di mettere una guardia davanti alle nostre labbra.

25 Versetti 25-35

Quanto poco abbiamo bisogno di passatempi e quanto di riscattare il tempo, quando corre così veloce verso l'eternità! Quanto sono vani i piaceri del tempo, che potremmo perdere mentre il tempo continua! Il ricordo di aver fatto il nostro dovere sarà piacevole in seguito; così non lo sarà il ricordo di aver ottenuto le ricchezze del mondo, quando saranno tutte perse e scomparse. La lamentela di Giobbe nei confronti di Dio, come uno che non può essere placato e non cede, è il linguaggio della sua corruzione. Per noi c'è un mediatore, un giustiziere o un arbitro, il Figlio prediletto di Dio, che ha acquistato la pace per noi con il sangue della sua croce e che è in grado di salvare fino all'estremo tutti coloro che vengono a Dio per mezzo di lui. Se confidiamo nel suo nome, i nostri peccati saranno sepolti nelle profondità del mare, saremo lavati da tutte le nostre sporcizie e resi più bianchi della neve, in modo che nessuno possa imputarci nulla. Saremo rivestiti degli abiti della giustizia e della salvezza, adornati con le grazie dello Spirito Santo e presentati impeccabili alla presenza della sua gloria con grande gioia. Impariamo la differenza tra il giustificare noi stessi e l'essere giustificati da Dio stesso. L'anima in preda alla tempesta consideri Giobbe e noti che altri hanno superato questo abisso spaventoso e, sebbene fosse difficile credere che Dio li avrebbe ascoltati o liberati, egli ha respinto la tempesta e li ha portati al porto desiderato. Resistete al diavolo; non date spazio a pensieri duri su Dio o a conclusioni disperate su voi stessi. Venite a Colui che invita gli stanchi e i carichi pesanti; che non promette affatto di scacciarli.

Note di Albert Barnes sulla Bibbia:

Giobbe 9

 

2 So che è così vero - Giobbe qui si riferisce, senza dubbio, a qualcosa che era stato detto prima; ma si può dubitare che sia per la tensione generale dell'osservazione, o per qualche espressione particolare. Rosenmuller suppone che si riferisca a quanto detto da Elifaz in Giobbe 4:17; ma sembra più probabile che sia per la posizione generale che era stata stabilita e difesa, che Dio fosse giusto e santo, e che i suoi procedimenti fossero contrassegnati con equità.

Giobbe lo ammette e continua a mostrare che era una verità tanto familiare a lui quanto lo era a loro. Lo scopo del suo soffermarsi sembra essere quello di mostrare loro che non era una cosa nuova per lui, e che aveva alcune opinioni su quell'importante argomento che erano ben degne di attenzione.

Ma come dovrebbe essere l'uomo giusto con Dio? - Margine, "prima". Il significato è che non poteva essere considerato perfettamente santo agli occhi di Dio; o che un essere così santo e puro come Dio deve vedere che l'uomo era un peccatore, e considerarlo come tale; vedi il sentimento spiegato nelle note a Giobbe 4:17. La domanda qui posta è, di per sé, la più importante mai proposta dall'uomo: "Come potrà l'uomo peccatore essere considerato e trattato come giusto dal suo Creatore?" Questa è stata la grande indagine che è sempre stata davanti alla mente umana.

L'uomo è consapevole di essere un peccatore. Sente di dover essere considerato tale da Dio. Eppure la sua felicità qui e nell'aldilà, la sua pace e tutta la sua speranza dipendono dal fatto che sia trattato come se fosse giusto, o considerato giusto davanti a Dio. Questa indagine ha portato a tutte le forme di religione tra le persone; a tutte le penitenze e sacrifici dei diversi sistemi; a tutti gli sforzi che sono stati fatti per escogitare un sistema che renda appropriato che Dio tratti le persone come giuste.

Alla domanda non è mai stata data una risposta soddisfacente se non nella rivelazione cristiana, dove viene svelato un piano per cui Dio "può essere giusto, e tuttavia il giustificatore di chi crede". Per gli infiniti meriti del Redentore, l'uomo, pur consapevole di essere personalmente peccatore, può essere trattato come se non avesse mai peccato; pur sentendosi colpevole, può essere trattato per sempre come se fosse giusto.

La domanda posta da Giobbe implica che tale è l'evidenza e l'estensione della colpa umana, che l'uomo non potrà mai giustificarsi. Questo è chiaro e indiscutibile. L'uomo non può giustificarsi con gli atti della legge. La giustificazione, come opera di legge, è questa: un uomo è accusato, ad esempio, del reato di omicidio. Si mette in difesa del fatto che non ha ucciso, o che se usa la vita è stato per legittima difesa, e che aveva il diritto di farlo.

A meno che non si dimostri il fatto dell'uccisione, e si dimostri che non aveva il diritto di fare nel caso come ha fatto, non può essere condannato, e la legge lo assolve. Non ha alcuna accusa contro di lui, ed è giusto o giustificato agli occhi della legge. Ma in questo senso l'uomo non può mai essere giusto davanti a Dio. Non può né mostrare che le cose che gli sono state addebitate dal suo Creatore non sono state fatte, o che essendo state fatte, aveva il diritto di farle; e non potendo farlo, dev'essere ritenuto colpevole.

Egli non può mai essere quindi giustificato dalla legge, ed è solo per quel sistema che Dio ha rivelato nel Vangelo, dove un peccatore cosciente può essere trattato come se fosse giusto per i meriti di un altro, che un uomo può sempre essere considerato come appena davanti a Dio; vedi Romani 1:17 , nota; Romani 3:24 , nota.

3 Se si contenderà con lui - Cioè, se Dio entra in controversia con l'uomo. Se sceglie di accusarlo di un crimine e di ritenerlo responsabile delle sue azioni. Il linguaggio qui è preso dai tribunali di giustizia e significa che se fosse istituito un processo, dove Dio dovesse presentare accuse, e la questione fosse lasciata al giudizio, l'uomo non potrebbe rispondere alle accuse contro di lui; confronta le note di Isaia 41:1.

Non può rispondergli uno dei mille - Per uno dei mille peccati a lui imputati. La parola "mille" qui è usata per indicare il numero più grande, o tutto. Un uomo che non poteva rispondere di una sola accusa mossa contro di lui su mille, deve essere ritenuto colpevole; e l'espressione qui equivale a dire che non poteva rispondergli affatto. Può anche essere implicito che Dio abbia molte accuse contro l'uomo.

I suoi peccati devono essere contati da migliaia. Sono numerosi come i suoi anni, i suoi mesi, le sue settimane, i suoi giorni, le sue ore, i suoi momenti; numerosi come i suoi privilegi, le sue opere e i suoi pensieri. Perché nessuno di quei peccati può rispondere. Egli non può rendere conto in modo soddisfacente dinanzi a un tribunale imparziale per nessuno di essi. Se è così, quanto è profondamente colpevole l'uomo davanti a Dio! Com'è glorioso quel piano di giustificazione con cui può essere liberato da questo lungo elenco di offese, e trattato come se non avesse peccato.

4 È saggio di cuore - Herder rende questo,

Anche il saggio e il potente,

Chi gli ha resistito e ha prosperato?

Ma l'interpretazione più comune è riferirla a Dio. Il significato di Giobbe sembra essere che Dio fosse un sagace avversario; che era in grado di gestire la sua causa; che poteva rispondere e confutare tutte le obiezioni che potevano essere mosse; e che sarebbe stato vano impegnarsi in una causa davanti a lui. Comprendeva così bene l'intero terreno del dibattito, ed era così perfettamente abile nel merito della controversia, e poteva affrontare con tale successo tutto ciò che si poteva sostenere, che era inutile tentare di sostenere una discussione con lui.

E potente in forza - È in grado di eseguire tutti i suoi progetti e di portare a termine tutti i suoi scopi. L'uomo è debole e debole, ed è senza speranza per lui tentare di lottare con l'Onnipotente.

Chi si è indurito contro di lui e ha prosperato? - Indurire se stessi, qui significa resistergli o resistergli. Si riferisce alla fermezza o risoluzione che è obbligato ad adottare chi si oppone all'altro. Qui significa l'opposizione che l'uomo fa alla legge e al governo dell'Altissimo; e l'affermazione è che nessuno può opporre tale opposizione se alla fine non sarà superato.

Dio è così grande, così potente e così giusto che non è possibile opporre resistenza. Le disposizioni di Dio seguiranno il loro corso e l'uomo dovrà cedere alle sue pretese e al suo governo, o sarà prostrato. Nessuno può resistere con successo a Dio; e la vera politica dell'uomo, oltre al suo dovere, è di arrendersi a lui ed essere in pace con lui.

E ha prosperato - O ha avuto successo. Ha fallito nella sua opposizione ed è stato costretto a cedere. La prosperità non si trova nell'opporsi a Dio. È solo cadendo nei suoi arrangiamenti e seguendo i suoi disegni. Un viaggio prospero si fa cedendo ai venti e alle correnti, e non opponendosi ad essi; l'agricoltura prospera si svolge coincidendo con le stagioni favorevoli dell'anno, e approfittando delle rugiade, e delle piogge, e dei raggi di sole che Dio manda, e non opponendosi ad esse; la prosperità riguardo alla salute si trova nell'avvantaggiarsi dei mezzi che Dio dà per assicurarsela, e non nell'opporvisi.

E il peccatore nel suo corso non ha più possibilità di successo e prosperità, di quante ne avrebbe un uomo che dovrebbe fare un punto o un principio di vita per navigare sempre contro maree, e correnti e venti contrari; o colui che dovrebbe sfidare tutte le leggi dell'agricoltura, e piantare su una roccia, o nel cuore dell'inverno; o colui che dovrebbe nutrirsi di veleno piuttosto che di cibo nutriente, e coltivare la belladonna piuttosto che il grano.

Il grande principio è che se un uomo desidera la prosperità, deve adeguarsi alle disposizioni di Dio nella sua provvidenza e grazia; e la saggezza si vede nello studio di queste disposizioni e nel cedere ad esse.

5 Che toglie le montagne - Per mostrare quanto fosse vano contendere con Dio, Giobbe fa riferimento ad alcune manifestazioni della sua potenza e grandezza. La “rimozione delle montagne” qui denota i cambiamenti che si verificano nei terremoti e in altre violente convulsioni della natura. Questa illustrazione della potenza di Dio è spesso menzionata nelle Scritture; confronta Gdc 5:5 ; 1 Re 19:11; Salmi 65:6; Salmi 114:4; Salmi 144:5; Isaia 40:12; Geremia 4:24.

E loro non sanno - Questo è evidentemente un ebraismo, che significa improvvisamente, o inaspettatamente. Lo fa, per così dire, prima che se ne accorgano. Un'espressione simile si trova nel Corano, "Dio li capovolge, ed essi non lo sanno"; cioè, lo fa senza che loro sospettino una cosa del genere; confronta Salmi 35:8. "Lascia che la distruzione venga su di lui inconsapevolmente", o, come è nell'ebraico e a margine, "che egli non conosce". Tindal lo rende: "Egli traduce i montanari o mai ne siano consapevoli".

Che li rovescia nella sua ira - Come se fosse in collera. Non ci potrebbe essere esibizione più terrificante dell'ira di Dio dell'improvvisa e tremenda violenza di un terremoto.

6 Che scuote la terra dal suo posto - Ciò si riferisce evidentemente a violente convulsioni della natura, come se la terra dovesse essere portata via. Gli oggetti sulla superficie terrestre si spostano e la convulsione sembra impadronirsi del mondo. La Settanta rende questo, "che scuote ciò che è sotto i cieli dalle sue fondamenta" - ἐκ Θεμελίων ek themeliōn. Il cambiamento nell'ebraico sarebbe molto lieve per autorizzare questa traduzione.

E i suoi pilastri tremano - In questo luogo la terra è rappresentata come sostenuta come un edificio da pilastri o colonne. Se questa sia una mera rappresentazione poetica, o se descriva l'effettiva credenza del parlante riguardo alla struttura della terra, non è facile da determinare. Sono propenso a pensare che sia il primo, perché in un altro luogo dove parla della terra, presenta le sue opinioni in un'altra forma, e più in accordo con la verità (vedi le note a Giobbe 26:7 ): e perché qui l'illustrazione è evidentemente tratta dagli effetti evidenti e percepiti di un terremoto. Avrebbe convulso e agitato i pilastri dell'edificio più consistente, e così sembrava scuotere la terra, come se i suoi stessi sostegni cadessero.

7 Che comanda il sole, e non sorge - Schultens suppone che tutto questo sia una descrizione del diluvio - quando le montagne furono rimosse, quando le fontane dell'abisso furono infrante, e quando il sole fu oscurato e sembrava non sorgere. Altri hanno supposto che si riferisse al fatto che il sole è oscurato da nuvole e tempeste e sembra non sorgere e risplendere sulla terra. Altri suppongono che l'allusione sia a un'eclissi; e altri, che è alla potenza di Dio, e significa che il sorgere del sole dipende da lui, e che se avesse scelto di dare il comando, i corpi celesti si alzerebbero e non darebbero più luce.

Sembra probabile che il significato sia che Dio ha il potere di farlo; che il sorgere del sole dipende da lui; e che poteva ritardarlo, o impedirlo, a suo piacimento. Il suo potere sul sole fu mostrato al tempo di Giosuè, quando, al suo comando, si fermò; ma non è necessario supporre che qui vi sia alcun riferimento a questo fatto. L'intero significato del linguaggio è soddisfatto dalla supposizione che si riferisce alla potenza di Dio, e afferma ciò che poteva fare, o se si riferisce a un fatto che era stato osservato, che l'allusione è all'oscuramento del sole da parte un'eclissi o una tempesta. Nessun argomento può essere derivato, quindi, dall'espressione, riguardo all'età del libro.

E sigilla le stelle - La parola “sigillo” nelle Scritture ( חתם châtham ) è usata con notevole latitudine di significati. È impiegato nel senso di chiudere, chiudere, fare veloce - come quando qualcosa è stato sigillato, è stato chiuso o reso veloce. Gli ebrei usavano spesso un sigillo, dove usavamo una serratura, e dipendevano dalla protezione derivata dalla convinzione che non si sarebbe rotto ciò che era sigillato, dove siamo obbligati a fare affidamento sulla sicurezza della serratura contro la forza.

Se ci fosse onore e onestà tra le persone di tutto il mondo, un sigillo sarebbe sicuro come un lucchetto, come in una comunità virtuosa una lettera sigillata è sicura come la "cassaforte" di un mercante. “sigillare le stelle”, significa rinchiuderle in modo tale nei cieli, da impedire che risplendano; per nasconderli alla vista. Sono nascosti, nascosti, chiusi, come il contenuto di una lettera, di un pacco o di una stanza tramite un sigillo, che indica che nessuno deve esaminarli e li nasconde alla vista. Così Dio nasconde alla nostra vista le stelle con l'interposizione di nuvole.

8 Che solo distende i cieli - Come una distesa, o un sipario; vedere le note in Isaia 40:22.

E calpesta le onde del mare - Margine, "Altezze". Così è in ebraico. Significa "onde alte"; cioè, cammina sulle onde dell'oceano quando viene sollevato da una tempesta. Se ne parla qui come prova della grandezza di Dio; e il significato di tutto è che è visto nella tempesta, nell'oceano in tempesta, quando i cieli sono neri per la tempesta e quando la terra è sconvolta.

Si può aggiungere qui, che il Signore Gesù camminò tra i venti ululanti sul lago, e così diede prova di essere Dio; Matteo 14:25. "Il geroglifico egiziano per ciò che non era possibile fare, era un uomo che camminava sull'acqua". Burrone. Il dottor Good, e alcuni altri, lo rendono "sulle montagne". Ma la resa più corretta è data nella versione comune.

La parola ebraica resa “onde” ( במה bâmâh ) significa infatti propriamente un'altezza, un luogo elevato, una montagna; ma il confronto delle onde con una montagna, è comune in tutte le lingue. Quindi si parla di onde “alte come montagne”, o alte come montagne. Così Virgilio, Eneide i. 105,

Insequitur cumulo praeruptus aquae mons.

Simile a questa, è l'espressione che si verificano in Homer, κυματα ἰσα ὀρεσσιν Kumata isa oressin ; e così Apollonio, i. 521 - ἄκρον c halos akron. La Settanta lo rende, "che cammina sul mare come su un marciapiede".

9 Che fa Arturo - Questo versetto, con altri della stessa descrizione nel libro di Giobbe, è di particolare importanza, poiché forniscono un'illustrazione delle opinioni prevalenti tra i patriarchi in materia di astronomia. Ci sono frequenti riferimenti alle scienze in questo libro (vedi l'Introduzione), e non c'è alcuna fonte di illustrazione delle opinioni che prevalevano nei primi tempi riguardo allo stato delle scienze, così copiose come si possono trovare in questa poesia .

I pensieri delle persone furono presto rivolti alla scienza dell'astronomia. Non solo furono guidati a questo dalla bellezza dei cieli, e dai suggerimenti istintivi della mente umana a sapere qualcosa su di loro, ma l'attenzione dei caldei e delle altre nazioni orientali fu presto attirata su di loro dal fatto che erano pastori, e di notte trascorrevano molto del loro tempo all'aria aperta, osservando le loro greggi.

Non avendo altro da fare, ed essendo molto svegli, si adoperavano naturalmente ad alleviare la noia della notte osservando i movimenti delle stelle; e presto diedero impiego ai loro talenti, sforzandosi di accertare l'influenza che le stelle esercitavano sui destini delle persone e sulla loro immaginazione, dividendo i cieli in parti, avendo una somiglianza immaginaria con certi animali, e dando loro un'adeguata nomi.

Da qui nacque la disposizione delle stelle in costellazioni e i nomi che ancora portano. La parola ebraica resa Arcturus, è עשׁ ayı̂sh. La Settanta lo rende, Πλειάδα Pleiada - le Pleiadi. Girolamo, Arturo. La parola ebraica di solito significa falena, Giobbe 4:19; Giobbe 13:28; Giobbe 27:18. Denota anche la splendida costellazione nell'emisfero settentrionale, che chiamiamo Orsa Maggiore, Orsa Maggiore, Arturo o Carro; confrontare Niebuhr, Des. d'Arabia, p. 114.

La parola עשׁ ayı̂sh non significa letteralmente orso, ma è composta per aferesi dall'arabo nas, per escissione dell'iniziale n - come è comune in arabo; vedi Bochart, Hieroz. P.II. Lib. Circuito integrato. xvi. P. 113, 114. La parola in arabo significa una bara, ed è il nome dato alla costellazione che chiamiamo Orsa Maggiore, "perché", dice Bochart, "le quattro stelle, che sono un quadrato, sono considerate come una bara, su quale viene portato un cadavere.

Le tre che seguono (la coda dell'orso) sono le figlie o i figli che partecipano al funerale in lutto”. Questo nome è spesso dato a questa costellazione in arabo. Il nome arabo è Elna'sch, la bara. "L'espressione", dice Ideler, "denota particolarmente il feretro su cui sono portati i morti, e presa in questo senso, ciascuno dei due feretri dell'Orsa Maggiore e dell'Orsa Minore è accompagnato da tre donne in lutto. Le bara e le donne in lutto insieme, sono chiamate Benâtna'sch, letteralmente, figlie della bara; cioè quelli che appartengono alla bara».

Untersuchungen uber den Ursprung und die Bedeutung der Sternnamen, S. 419; confronta Giobbe 38:32 : “Puoi tu guidare Arturo con i suoi figli?” Schultens considera la parola עשׁ ayı̂sh come sinonimo dell'arabo asson, veglia notturna, da assa andare in giro di notte, e suppone che questa costellazione sia così chiamata, perché gira sempre intorno al polo, e non tramonta mai.

La situazione e la figura di questa costellazione sono ben note. Si vede in ogni momento nella parte settentrionale dei cieli, ruotando perennemente intorno alla Stella Polare, e due delle sue stelle principali puntano sempre verso la Stella Polare. La sua somiglianza con un orso è piuttosto fantasiosa, come si potrebbe anche immaginare che assomigli a qualsiasi altro oggetto. Il disegno di questa fantasia era semplicemente quello di aiutare la memoria. L'unica cosa che sembra aver suggerito era la sua leggera somiglianza con un animale seguito dai suoi piccoli. Quindi, le stelle, ora conosciute come la "coda", avrebbero dovuto assomigliare ai cuccioli di un orso che seguono la loro diga.

Molto più poetico e bello è il paragone della costellazione con una bara, e il passaggio a un corteo funebre, con i figli o le figlie del defunto che seguono nel corteo del lutto. Questa costellazione è così appariscente, che è stata oggetto di interesse in tutte le epoche, ed è stata uno dei gruppi di stelle più attentamente osservati dai navigatori, come guida nella navigazione. Il motivo era, probabilmente, che poiché ruotava costantemente attorno al Polo Nord, poteva sempre essere visto con il bel tempo, e quindi la direzione in cui stavano navigando, poteva sempre essere detta.

Ha avuto una grande varietà di nomi. Il nome Orsa Maggiore, o Orsa Maggiore, è quello che le viene comunemente dato. È un fatto notevole, inoltre, che mentre in Oriente gli fu dato questo nome una tribù degli indiani d'America - gli Irochesi, gli diede anche lo stesso nome dell'Orsa Maggiore. Ciò è notevole, perché, per quanto si sa, non avevano alcuna comunicazione tra loro, e perché il nome è perfettamente arbitrario.

È questa una prova che i nativi del nostro paese, il Nord America, hanno tratto la loro origine da alcune nazioni dell'Est? In alcune parti dell'Inghilterra la costellazione è chiamata "Carro di Carlo", o Carro, per la sua fantasiosa somiglianza con un carro trainato da tre cavalli in fila. Altri lo chiamano l'aratro. L'intero numero di stelle visibili in questa costellazione è ottantasette, di cui una della prima, tre della seconda, sette della terza e circa il doppio della quarta magnitudine.

Le costellazioni dell'Orsa Maggiore e dell'Orsa Minore erano rappresentate dagli antichi, sotto l'immagine di un carro trainato da una squadra di cavalli. A ciò allude il poeta greco Arato in un discorso agli Ateniesi:

Quello chiamato Helix, non appena il giorno si ritira.

Osservato con disinvoltura accende i suoi fuochi radianti;

L'altro più piccolo e con raggi più deboli,

In un cerchio meno guida le sue squadre pigre:

Ma più adatto per la guida del marinaio,

Ogni volta che di notte tenta la marea salmastra.

Presso gli egizi queste due costellazioni sono rappresentate da figure di orsi, invece che di carri. Da dove derivi il nome ebraico non è del tutto certo; ma se proviene dall'arabo, probabilmente significa lo stesso: una bara. Non sembra esserci motivo di dubitare, tuttavia, che l'Orsa Maggiore sia destinata; e che l'idea qui è, che la grandezza di Dio è mostrata dall'aver fatto questa bella costellazione.

Orione - La Vulgata rende questo Orione, la Settanta, “ Εσπερον Hesperon, Hesperus - cioè la stella della sera, Venere. La parola כסיל k e sıyl, è da כסל Kasal, essere grassi o carnosa; essere forte, vigoroso, fermo; e poi essere ottusi, pigri, stupidi, come di solito sono le persone grasse.

Quindi, la parola כסיל k e sı̂yl significa stolto, Salmi 49:11; Proverbi 1:32; Proverbi 10:1 , è usato qui, tuttavia, per indicare una costellazione, e dalla maggior parte degli interpreti si suppone che indichi la costellazione di Orione, che gli orientali chiamano un gigante.

"Sembra che abbiano concepito questa costellazione sotto la figura di un gigante empio legato al cielo". Gesenio. Da qui l'espressione, Giobbe 38:31; "Puoi sciogliere i legami di Orione?" Secondo la tradizione orientale, questo gigante era Nimrod, il fondatore di Babilonia, poi traslato nei cieli; vedere le note in Isaia 13:10 , dove è reso costellazione. Virgilio ne parla come il Tempestoso Orione:

Cam subito aseurgons fluctu nimbosus Orion.

Eneide i. 535.

E di nuovo:

Dum pelago desaevit heims, et aquosus Orion.

Eneide iv. 52.

In un'altra descrizione di Orione da parte di Virgilio, è rappresentato armato d'oro, o circondato da una luce gialla:

Arturo, Hyadas pluviasco, Trione geminosco,

Armatumque auro circumspicit Oriona.

Eneide III. 516, 517.

Secondo la fantasia degli antichi, Orione era un potente cacciatore, l'accompagnatore di Diana, che avendole offerto violenza fu punto a morte da uno scorpione che lei aveva provveduto a tale scopo. Dopo la sua morte fu traslato in cielo e fece una costellazione. Altri dicono che fosse figlio di Nettuno e della regina Euriale, famosa cacciatrice amazzonica; e possedendo l'indole di sua madre, divenne il più grande cacciatore del mondo e si vantò che non c'era animale sulla terra che non potesse sottomettere.

Per punire questa vanità, si dice che uno scorpione saltò fuori dalla terra, e gli morse un piede, così che morì, ma che su richiesta di Diana fu posto tra le stelle, e proprio di fronte allo scorpione che causò la sua Morte. Sui nomi dati a questa costellazione in arabo, e sull'origine del nome Orione presso i greci, vedi Ideler, Unter. uber den Urs. tu. muori Bedeut. der Stern. S.

212-227, 331-336. Il nome El - dscebbâr, il gigante, o eroe, è quello che gli viene comunemente dato in arabo. La costellazione di Orione è solitamente menzionata dagli antichi come collegata alle tempeste, e quindi è chiamata nimbosus Orion da Virgilio e tristis Orion da Orazio. La ragione di ciò era che il suo sorgere di solito avveniva in quelle stagioni dell'anno in cui prevalevano le tempeste, e quindi, si supponeva che fosse la loro causa, poiché colleghiamo il sorgere della stella canina con l'idea di calore intenso.

La situazione di Orione è sull'equatore, a metà strada tra i poli dei cieli. Arriva alla meridiana verso il 23 gennaio. L'intero numero di stelle visibili in esso è settantotto, di cui due di prima grandezza, quattro di seconda, tre di terza e quindici di quarta. È considerata la più bella delle costellazioni, e quando è sul meridiano c'è allora sopra l'orizzonte la più magnifica vista degli astri che il firmamento esibisce.

Nelle mappe celesti è rappresentato dalla figura di un uomo in atteggiamento di assalire il Toro, con una spada alla cintura, un enorme bastone nella mano destra, e una pelle di leone nella sinistra per servirgli da scudo . Le stelle principali sono quattro, a forma di lungo quadrato o parallelogramma, intersecate dalle “Tre Stelle” al centro chiamate “The Ell and the Yard”. I due superiori sono rappresentati uno su ciascuna spalla, e dei due inferiori uno è nel piede sinistro, e l'altro sul ginocchio destro.

La posizione della costellazione può essere vista da chiunque osservando che le "Tre Stelle" nella cintura sono quelle che puntano alle Pleiadi o sette stelle da un lato, e alla stella del cane dall'altro. Questa costellazione è menzionata da Omero, come lo è in effetti dalla maggior parte degli scrittori classici:

Πληΐάδας θ ̓, Ὑάδος τε, τό τε σθένος Ὠρίωνος.

Plēiadas th', Huadas te, a te sthenos Ōriōnos.

- Iliad, σ s .

Può fornire un'illustrazione della vastità dei cieli stellati osservare che nella spada della costellazione di Orione c'è una nebulosa che è quasi visibile ad occhio nudo, che è calcolata essere 2.200, 000.000, 000.000, 000, o due trilioni, duecentomila miliardi di volte più grande del sole! Il dottor Dick, Chr. Ricordo per il 1840, p. 184. Se dunque Giobbe, con le sue limitate vedute astronomiche, vedesse in questa costellazione una prova impressionante della grandezza dell'Onnipotente, quanto più sublime dovrebbe essere la nostra visione di Dio! Vediamo questa costellazione non solo come un bell'oggetto nel cielo - una collezione di gemme luminose e belle - ma la vediamo così vasta da superare la nostra comprensione, e vediamo in essa una singola nebulosa, o puntino - non del tutto visibile a l'occhio nudo - che si fa beffe di tutte le nostre facoltà di concepimento! Si può aggiungere,

E Pleiadi - Le sette stelle. La parola ebraica è כימה kı̂ymâh, un mucchio o grappolo. Il nome è dato all'ammasso di stelle nel collo della costellazione del Toro, di cui sette sono le principali. Di solito si possono vedere sei o sette se l'occhio è diretto verso di esso; ma se l'occhio viene distolto con noncuranza mentre l'attenzione è fissata sul gruppo, se ne possono vedere molti di più.

Perché, "è un fatto davvero notevole", dice Sir John Herschell, "che il centro dell'organo visivo è di gran lunga meno sensibile alle deboli impressioni della luce rispetto alla parte esterna della retina". Ast. P. 398. I telescopi mostrano cinquanta o sessanta grandi stelle ammassate insieme in un piccolo spazio. Rheita afferma di aver contato duecento stelle in questo piccolo ammasso. Riguardo alle Pleiadi, Ideler fa le seguenti osservazioni.

“Queste stelle erano dagli antichi talvolta indicati con il singolare, Πλειας Pleias, e talvolta dal plurale, Πλειαδες Pleiadi (in composizione metrica, Πληιαδες pleiades ), Pleiades.

Essi sono citati da Omero, Iliade, σ s. 486, Odissea ε e. 272, e da Esiodo, Ἐργ Erg. 383, 615. Esiodo menziona l'ammasso come figlia di Atlante - Ἀτλαγενεῖς Atlageneis.

Il nome Atlantide, che ricorre così spesso tra i romani, significa la stessa cosa. I loro nomi mitologici sono Alcione, Merope, Celaeno, Elettra, Sterope o Asterope, Taigete e Maia. C'è qualche incertezza tra gli antichi scrittori da dove deriva il nome Pleiadi. Tra la maggior parte degli etimologi, il nome ha rispetto alla navigazione, e la derivazione è da ἀπὸ τοῦ πλεῖν apo tou plein - perché il tempo della navigazione iniziava con il sorgere delle Pleiadi nella prima parte di maggio, e terminava con il loro tramontare nel primo parte di novembre.

Ma forse il nome deriva semplicemente da πλέος pleos, πλεῖος pleios, pieno, così che denota semplicemente un assemblaggio condensato di stelle, che Manilio, iv. 523, esprime con glomerabile sidus. Arato, v. 257, dice che le Pleiadi erano chiamate ἑπτάποροι heptaporoi - quelle che percorrevano sette sentieri, sebbene si possano vedere solo sei stelle. In un senso simile Ovidio, parlando delle Pleiadi, dice,

Quae septem dici, sex tamen esse solent.

Veloce. IV. 170.

Ipparco, al contrario, afferma che in una notte limpida, quando non c'è la luna, si possono vedere sette stelle. La differenza di questi punti di vista è facilmente spiegabile. Il gruppo è composto da una stella di terza magnitudine, tre di quinta, due di sesta e molte stelle più piccole. Richiede una visione molto acuta per poter distinguere nel gruppo più di sei stelle. Poiché dunque, tra gli antichi, si credeva comunemente che non fossero più di sei, eppure tra loro.

come a noi, fu dato loro il nome delle sette stelle, sorse l'opinione che una delle sette stelle fosse andata perduta. Alcuni supponevano che fosse stato colpito da un fulmine, altri che si fosse unito alla stella di mezzo nella coda dell'Orsa Maggiore, altri ancora davano alla credenza un significato mitico, come ricorda Ovidio nel luogo sopra citato. I Romani chiamavano le Pleiadi Vergiliae, perché sorsero in primavera.

Gli Arabi chiamavano quelle stelle El - thoreja - che significa abbondante, copiosa, e rispondente al greco Πλειὰς Pleias, Pleias. I poeti asiatici Sadi, Hafiz e altri menzionano sempre queste stelle come una bella rosetta, con un brillante. Sadi, nella descrizione di un bel giardino, dice: “Il terreno era cosparso di pezzi di smalto, e ai rami degli alberi sembravano pendere strisce di Pleiadi.

Hafiz dice: "I cieli sostengono le tue poesie - la rosetta perlacea delle Pleiadi come sigillo dell'immortalità. Beigel, che ha tradotto questi poeti, aggiunge: “In questo genuino spirito orientale dobbiamo comprendere le parole di Giobbe: 'Puoi legare le brillanti rosette delle Pleiadi? cioè, chi può dire che abbia posto questa collezione di brillanti come una rosetta nel cielo? Ideler, Untersuchungen u. den Urs. tu. muori Bedeut. der Sternnamen, s. 143-147.

E le camere del sud - Qual è l'idea esatta da attribuire a questa espressione, non è facile dirlo. Probabilmente significa le regioni remote del sud, o la parte del cielo che non è visibile agli abitanti dell'emisfero settentrionale. La parola resa camere significa nelle Scritture un appartamento privato di un'abitazione; una parte separata dal resto da una tenda; un harem, ecc.

Quindi, può significare le dimore delle stelle nel sud - confrontando i cieli con un'immensa tenda e considerandola divisa in appartamenti separati. Può significare qui le stelle che sono nascoste, per così dire, nei recessi dell'emisfero australe, come gli appartamenti privati ​​di una casa, in cui non tutti potevano entrare. Ci sono alcune indicazioni nel libro di Giobbe che la vera struttura della terra non era sconosciuta in quel remoto periodo del mondo (confronta le note a Giobbe 26:7 ); e se è così, allora questo può riferirsi alle costellazioni del sud che sono invisibili a un abitante dell'emisfero settentrionale.

Non è inopportuno, in ogni caso, supporre che coloro che avevano viaggiato nel sud avessero riportato notizie di stelle e costellazioni viste lì che sono invisibili a un abitante dell'Arabia settentrionale.

10 Che fa grandi cose - Questo è quasi il sentimento che era stato espresso da Elifaz; vedi le note, Giobbe 5:9. Era evidentemente un proverbio, e come tale fu usato sia da Elifaz che da Giobbe.

11 Ecco, mi passa accanto - Cioè passa - come nei movimenti silenziosi dei corpi celesti. “Vedo le prove della sua esistenza. Vedo che Dio deve essere lì, che si muove al mio fianco nei globi della notte e nella marcia delle costellazioni, ma non riesco a vedere Dio stesso. Passa, o meglio passa sopra di me ( עלי ālay ), come nel movimento maestoso dei corpi celesti sopra la mia testa.

” Questa è, credo, l'idea, e l'immagine è estremamente poetica e bella. Si vedono i cieli muoversi in silenziosa grandezza. La costellazione settentrionale ruota intorno al polo. Gli altri vanno avanti come un esercito schierato. Vanno in ordine silenzioso e solenne, e Dio deve essere lì. Ma, dice Giobbe, non posso vederlo. Sento che deve essere lì, e guardo il cielo per vederlo, ma i miei occhi falliscono e non riesco a vederlo.

Lui passa e io non lo vedo. Chi ha mai guardato il cielo nella quiete notte, e ha visto la silenziosa grandezza di tali movimenti dell'esercito celeste, senza un tale sentimento - un'emozione di inesprimibile soggezione - come se lui, se così posso esprimermi, POTREBBE QUASI VEDERE DIO?

12 Ecco, porta via - Proprietà, amici o vita.

Chi può ostacolarlo? - Margine, allontanalo. O meglio, “chi lo farà risanare?” cioè, chi può riportare ciò che toglie? È così potente che ciò che rimuove è impossibile per noi recuperarlo.

Chi gli dirà: Che fai? - Un'espressione simile ricorre in Daniele 4:35. Il significato è chiaro. Dio ha il diritto di rimuovere qualsiasi cosa che possediamo. I nostri amici, la proprietà, la salute e le vite sono il suo dono e ha diritto a tutti loro. Quando li toglie, non fa che prendere quello che è suo, e che ci è stato prestato per poco tempo, e che ha il diritto di togliere quando gli pare bene.

Questa verità Giobbe ammette pienamente, e nella serena contemplazione di tutte le sue perdite e dei suoi dolori, riconosce che Dio aveva il diritto di fare ciò che aveva fatto; vedi nota, Giobbe 1:21.

13 Se Dio non ritirerà la sua ira - Cioè, se persevera nell'infliggere punizioni. Non respingerà il suo dispiacere da alcuna opposizione o resistenza fattagli.

Gli orgogliosi aiutanti - Margine, Aiutanti dell'orgoglio o, forza. Girolamo lo rende: "sotto il quale si inchinano coloro che portano il mondo". La Settanta, non meno singolarmente, "da lui le balene (o mostri - κήτος ketos ) che sono sotto il cielo, si prostrano ". Codurcus lo rende “aiuti dell'orgoglio”, e con esso intende tutte le cose su cui contano gli uomini orgogliosi, come ricchezza, salute, rango, talento.

Così il dottor Good lo rende "i supporti degli orgogliosi". Il significato è, probabilmente, che tutte quelle cose che contribuiscono al sostegno dell'orgoglio, o tutte quelle persone che sono alleate insieme per mantenere il dominio dell'orgoglio sulla terra, devono affondare sotto l'ira di Dio. Oppure può riferirsi a coloro che sostengono l'orgoglio dello stato e dell'impero - gli uomini che stanno intorno ai troni dei monarchi e che contribuiscono, con il loro talento e potere, a sostenere lo sfarzo e la magnificenza delle corti.

Sul significato della parola qui resa orgoglio ( רהב rahab ), vedere le note in Isaia 30:7.

14 Quanto meno gli devo rispondere? - Io, che sono così debole, come posso lottare con lui? Se gli oggetti più potenti dell'universo sono sotto il suo controllo; se le costellazioni sono dirette da lui; se la terra è scossa, e le montagne si sono spostate dai loro luoghi, per la sua potenza, e se gli uomini di rango più elevato sono prostrati da lui, come posso presumere di contendere con Dio? Questa è la visione comune che viene data del passaggio, ed è evidentemente quella che i nostri traduttori hanno intrattenuto.

Ma ho dato nella traduzione quella che mi sembra una versione più letterale, e per esprimere un senso migliore - anche se, lo confesso, la traduzione è diversa da tutto ciò che ho visto. Secondo questo, il senso è semplicemente che tale era la venerazione che Giobbe aveva per il carattere di Dio, che se avesse tentato di rispondergli, avrebbe scelto le sue parole con la massima cura e attenzione.

15 Al quale, sebbene fossi giusto - Cioè, se sentissi la massima fiducia di essere giusto, tuttavia, se Dio giudicasse diversamente e mi considerasse un peccatore, non gli risponderei, ma lo supplicherei come un peccatore. Avrei tanta fiducia in lui, e sentirei che era molto più qualificato di me per giudicare, e che sono così soggetto a essere ingannato, che verrei da lui come un peccatore, se giudicasse e dichiarasse di esserlo, e chiederei perdono.

Il significato è che Dio è un giudice del nostro carattere molto migliore di quanto possiamo essere, e che il suo considerarci peccatori è la prova più alta che siamo tali, qualunque siano le nostre opinioni contrarie. Ciò mostra l'estensione della fiducia che Giobbe aveva in Dio ed è indice di vera pietà. Ed è fondata nella ragione come nella pietà. Gli uomini spesso suppongono di essere giusti, eppure sanno che Dio giudica diversamente e li considera peccatori.

Offre loro il perdono come peccatori. Minaccia di punirli come peccatori. La domanda è: se agiranno in base ai propri sentimenti e al proprio giudizio nel caso, o in base al suo? Aderiranno ostinatamente alle loro opinioni e rifiuteranno di cedere a Dio, o agiranno sulla verità delle sue dichiarazioni? Ora che Giobbe aveva ragione nelle sue opinioni sul caso, può apparire dalle seguenti considerazioni.

(1) Dio conosce il cuore. Non può essere ingannato; potremmo essere. In niente siamo più suscettibili di essere ingannati che riguardo al nostro carattere. Dovremmo, quindi, diffidare del nostro giudizio in questo caso, ma non dovremmo mai diffidare di Dio.

(2) Dio è infinitamente benevolo e non giudicherà scortesemente. Non desidera trovarci peccatori; non avrà alcun piacere nel farci passare per trasgressori. Un cuore di infinita benevolenza preferirebbe trovare tutte le persone sante, e guarderebbe ad ogni circostanza favorevole nel caso con tutta la gentilezza che meriterebbe. Nessun essere sarebbe così propenso a prendere una decisione favorevole nel nostro caso come il Dio infinitamente benevolo; nessuno sarebbe così felice di scoprire che eravamo liberi dall'accusa di colpa.

(3) Dio agirà in base alle sue opinioni sul nostro carattere, e non sulla nostra; ed è prudente e saggio, quindi, per noi agire secondo le sue opinioni ora. Ci giudicherà nell'ultimo giorno secondo la sua stima del nostro carattere, e non secondo la stima che possiamo formare.

(4) Allo stesso tempo, non possiamo che essere d'accordo con le sue opinioni sul nostro carattere. La nostra ragione e coscienza ci dicono che abbiamo violato le sue leggi e che non abbiamo diritto alla sua misericordia. Nessun uomo può persuadersi di essere del tutto giusto; ed essendo cosciente della colpa, sebbene nel minimo grado, dovrebbe supplicare il suo giudice.

16 Se avessi chiamato, e lui mi avesse risposto - È rimarcato da Schultens, che le espressioni in questi versi sono tutte prese dai tribunali. Se è così, il significato è che anche se Giobbe chiamasse l'Onnipotente a un'azione giudiziaria, e gli rispondesse, e consentisse di sottoporre la grande domanda sulla sua innocenza e sulla giustizia dei rapporti divini con lui, a prova, ma tale era la distanza tra Dio e lui, che non poteva sperare di contendere con successo con lui nella discussione. Si prostrerebbe quindi in modo supplichevole e implorerebbe la sua misericordia e compassione, sottomettendosi a lui come avente ogni potere e come un giusto e giusto Sovrano.

Non ci crederei - non posso credere che entrerebbe nella mia denuncia. Mi tratta in modo così severo; agisce verso di me tanto da sovrano, che non ho motivo di supporre che non continuerebbe ad agire ancora con me allo stesso modo.

17 Poiché mi spezza, mi travolge con una tempesta; cioè con le tempeste d'ira. Non mi mostra pietà. L'idea sembra essere che Dio abbia agito nei suoi confronti non come un giudice che determina le questioni in base allo stato di diritto, ma come un sovrano, determinandole per sua propria volontà. Se fosse una questione di diritto; se potesse presentarsi davanti a lui come giudice e mantenere la sua causa lì; se il caso potesse essere giudicato equamente se meritasse le calamità che gli sono venute addosso, sarebbe disposto ad entrare in tale processo.

Ma dove la cosa fosse determinata unicamente dalla volontà, e Dio agisse da sovrano, facendo ciò che gli piaceva, e non dando conto a nessuno delle sue cose, allora sarebbe inutile discuterne la causa. Non avrebbe saputo cosa aspettarsi, né capire i principi su cui si sarebbe pronunciata una sentenza. È vero che Dio agisce da sovrano, ma non agisce senza riferimento alla legge. Dispensa i suoi favori ei suoi giudizi a suo piacimento, ma non viola nessuna delle regole del diritto.

L'errore di Giobbe era l'errore comune che le persone commettono, che se Dio agisce come un sovrano, deve ovviamente agire indipendentemente dalla legge, e che è vano supplicarlo o cercare di piacergli. Ma la sovranità non è necessariamente incompatibile con il rispetto della legge; e Colui che presiede con il potere più assoluto sull'universo, è Colui che è più diretto dalla regola del diritto. In Lui sovranità e legge coincidono; e venire a Lui come un sovrano, è venire con la certezza che sarà fatta la suprema rettitudine.

E moltiplica le mie ferite senza causa - Cioè senza ragione sufficiente. Ciò è in accordo con le opinioni che Giobbe aveva ripetutamente espresso. Il motivo principale della sua lamentela era che le sue sofferenze erano sproporzionate rispetto alle sue colpe.

18 Non permetterà che mi tolga il respiro; - vedi le note a Giobbe 7:19.

19 Se parlo di forza, ecco, lui è forte - C'è stata una notevole varietà nell'interpretazione di questo passaggio. Il significato sembra essere questo. Si riferisce a un concorso giudiziario, e Giobbe sta parlando dell'effetto se lui e Dio dovessero venire a un processo, e la causa dovesse essere risolta davanti ai giudici. Sta sollecitando ragioni per cui non avrebbe alcuna speranza di successo in un caso del genere. Dice perciò: “Se la cosa riguardasse solo la forza, o se fosse determinata dalla forza, ecco, egli è più potente di me, e non potrei avere speranza di successo in una tale controversia: e se il la controversia era di giudizio, cioè di giustizia o di diritto, non ho nessuno che si occupi della mia causa - nessuno che possa affrontarlo nelle memorie - nessuno che possa eguagliarlo nell'esporre le mie argomentazioni o nel presentare la mia parte del caso.

Sarebbe dunque una gara del tutto impari, nella quale non potrei avere speranza di successo; e non sono disposto a impegnarmi in una tale controversia o prova con Dio. Il mio interesse, il mio dovere e la necessità del caso mi impongono di presentare il caso senza discussioni, e non tenterò di perorare il mio Creatore". Che ci fosse una mancanza di giusto sentimento in questo, deve essere evidente a tutti.

C'era evidentemente la segreta credenza che Dio lo avesse trattato severamente; che era andato oltre i suoi meriti nell'incriminare il dolore su di lui, e che aveva la necessità di sottomettersi non tanto alla giustizia e al diritto quanto al mero potere e sovranità. Ma chi non ha provato qualcosa di questo sentimento quando è profondamente afflitto? Eppure chi, quando l'ha avuto, non ha sentito che era lontano dall'essere ciò che dovrebbe essere? La nostra sensazione dovrebbe essere: "meritiamo tutto ciò che soffriamo e più di quanto abbiamo ancora sopportato.

Dio è un sovrano; ma ha ragione. Sebbene ci affligga molto e altri poco, tuttavia non è perché è ingiusto, ma perché vede che c'è qualche buona ragione per cui dovremmo soffrire. Questa ragione può essere ancora vista da noi, ma se così non fosse, non dovremmo mai dubitare che esista”.

Chi mi darà un tempo per supplicare? - Noyes rende questo, "Chi mi convocherà in giudizio?" Dr. Good, "Chi dovrebbe diventare un testimone per me?" Il senso è: “Chi chiamerebbe testimoni per me? Se fosse una semplice prova di forza, Dio è troppo potente per me; se fosse una questione di giustizia, chi costringerebbe i testimoni a venire dalla mia parte? Chi potrebbe renderli disposti a comparire contro Dio e a rendere testimonianza per me in una controversia con l'Onnipotente?"

20 Se mi giustifico, la mia stessa bocca mi condannerà - Cioè, riferendomi ancora alla forma di un processo giudiziario, se dovessi impegnarmi a gestire la mia causa, mi esporrei alla condanna anche nel mio argomento sull'argomento, e dovrebbe mostrare che ero lontano dalla perfezione che mi ero impegnato a mantenere. Con espressioni appassionate; dal linguaggio del lamento e del mormorio; per mancanza di riverenza adeguata; mostrando la mia ignoranza dei principi del governo divino; da argomenti infondati e basati su false posizioni; o con contraddizioni e autoconfutazioni, avrei dovuto dimostrare che la mia posizione era insostenibile e che Dio aveva ragione ad accusarmi di colpa.

In alcuni o in tutti questi modi Giobbe sentiva, probabilmente, che in una discussione davanti a Dio si sarebbe autocondannato, e che anche un tentativo di giustificarsi, o di dimostrare che era innocente, avrebbe dimostrato che era colpevole. E non è sempre così? Si è mai impegnato un uomo a respingere le accuse di colpa mosse contro di lui dal suo Creatore e a provare che era innocente, in cui non mostrava lui stesso la verità di ciò che stava negando? Non le sue false opinioni su Dio e sulla sua legge; la sua passione, lamento e irriverenza; la sua riluttanza ad ammettere la forza delle considerazioni palpabili sollecitate a provare che era colpevole, dimostrare che era in fondo peccatore, e che era insottomesso e ribelle? Lo stesso tentativo di entrare in un tale argomento contro Dio, mostra che il cuore non è retto;

Se dico, sono perfetto - Se dovessi tentare di sostenere un tale argomento, il solo tentativo dimostrerebbe che il mio cuore è perverso e malvagio. Lo farebbe perché Dio aveva stabilito il contrario, e perché un tale sforzo avrebbe mostrato un cuore insubordinato e orgoglioso. Questo passaggio mostra che Giobbe non si considerava un uomo assolutamente libero dal peccato. Fu infatti detto che Giobbe 1:1 fosse "perfetto e retto"; ma questo versetto prova che quella testimonianza su di lui non era in contrasto con la sua coscienza di colpa.

Vedi le note a quel versetto. E la pretesa di perfezione assoluta in questo mondo non è sempre una prova che il cuore è perverso? L'affermazione stessa di una tale pretesa non indica infatti un orgoglio di cuore, una soddisfazione di sé e un'ignoranza del vero stato dell'anima, che è la piena dimostrazione che il cuore è lontano dall'essere perfetto? Dio giudica l'uomo estremamente peccatore; e se non sbaglio il senso delle Scritture, questa è la sua testimonianza di ogni cuore umano - totalmente fino al rinnovamento - in parte sempre in avanti fino alla morte.

Se questo è il racconto nelle Scritture, allora la pretesa di perfezione assoluta è prima facie, se non prova completa, che il cuore è in qualche modo perverso. È giunto a una conclusione diversa da quella di Dio. Crea un argomento contro di lui - e non ci può essere prova più certa di una mancanza di perfezione di un tale tentativo. C'è in questo verso un'energia nell'originale che è molto debolmente trasmessa dalla nostra traduzione.

È il linguaggio dell'indignazione forte e decisa all'idea stessa di affermare che era perfetto. תם אני tâm 'ănı̂y - “perfetto io!” oppure: "Perfetto! Il pensiero è assurdo! Può solo dimostrare che sono perverso tentare di fare una simile affermazione!” Stuhlman rende questo,

“Per quanto buono possa essere, devo condannare me stesso;

Per quanto libero dalla colpa, devo chiamarmi malvagio:”

E lo spiega nel senso: "Dio può, attraverso le punizioni che infligge, costringermi a confessare, contro la chiara coscienza della mia innocenza, che sono colpevole".

21 Sebbene fossi perfetto - La stessa modalità di espressione si verifica di nuovo qui. “Io perfetto! Non lo saprei, né lo riconoscerei. Se questo fosse il mio punto di vista, e Dio giudicasse diversamente, sembrerei ignorarlo. Non lo citerei».

Eppure non conoscerei la mia anima - Oppure, “Non potrei conoscere la mia anima. Se dovessi avanzare una simile pretesa, dev'essere per la mia ignoranza di me stesso». Non è questo vero per tutte le pretese di perfezione che siano mai state poste dall'uomo? Non dimostrano che ignora la propria natura e il proprio carattere? Questo mi sembra così chiaro, che non ho dubbi che Giobbe abbia espresso più di tremila anni fa ciò che sarà trovato vero fino alla fine dei tempi - che se un uomo avanza la pretesa di perfezione assoluta, è una prova conclusiva che egli non conosce il proprio cuore.

Una visione superficiale di noi stessi, mescolata con orgoglio e vanità, può portarci a pensare che siamo completamente liberi dal peccato. Ma chi può dire cosa sarebbe se collocato in altre circostanze? Chi sa quale depravazione latente si svilupperebbe se fosse gettato in tentazione?

disprezzerei la mia vita - Il Dr. Good, credo, ha ben espresso il senso di questo. Secondo la sua interpretazione, significa che la pretesa di perfezione sarebbe di fatto rinnegare tutta la coscienza che aveva della peccaminosità; tutti gli argomenti e le convinzioni impostegli dalla ragione e dalla coscienza, che era un uomo colpevole. Schultens, tuttavia, ha dato un'interpretazione leggermente diversa da questa, e quella che Rosenmuller preferisce. “Anche se dovessi essere completamente cosciente dell'innocenza, tuttavia quella chiara coscienza non potrebbe sostenermi contro l'infinito splendore della gloria e della maestà divina; ma sarei costretto a sembrare ignorante della mia stessa anima e a riprovare, condannare e disprezzare la mia vita trascorsa con integrità e virtù”. Questa interpretazione è in accordo con la connessione, e può essere sostenuta dall'ebraico.

22 Questa è una cosa, quindi l'ho detto - Questo può significare: "è la stessa cosa. Non fa differenza se un uomo è giusto o malvagio. Dio li tratta sostanzialmente allo stesso modo; ha una e la stessa regola sull'argomento. Nulla può essere discusso con certezza sul carattere di un uomo dai rapporti divini con lui qui". Questo era il punto in discussione, questa la posizione che Giobbe sosteneva - che Dio non trattava le persone qui in stretta conformità con il loro carattere, ma che i giusti ei malvagi in questo mondo erano afflitti allo stesso modo.

Distrugge il perfetto e il malvagio - Non fa distinzione tra loro. Che Giobbe avesse ragione in questa sua posizione principale non c'è dubbio; e la meraviglia è che i suoi amici non l'hanno visto tutti. Ma ci volle molto tempo nel corso degli eventi, e molta osservazione e discussione, prima che questo importante punto fosse chiarito. Con la nostra visione completa dello stato di retribuzione nel mondo futuro, non possiamo avere dubbi sull'argomento.

I giudizi pesanti e improvvisi non provano necessariamente che coloro che vengono tagliati fuori siano particolarmente colpevoli, e la lunga prosperità non è una prova che un uomo sia santo. La calamità, per incendio e alluvione, su un piroscafo, o nella pestilenza, non dimostra l'insolita ed eminente malvagità di coloro che soffrono (cfr. Luca 13:1 ), né coloro che sfuggono a tali calamità devono dedurre che necessariamente sono gli oggetti del favore divino.

23 Se il flagello uccide improvvisamente - Se la calamità arriva in modo improvviso e inaspettato. Il dottor Good, seguendo Reiske, traduce questo "se uccide improvvisamente l'oppressore", intendendo la parola flagello שׁוט shôṭ come un oppressore, o uno che Dio impiega come flagello delle nazioni. Ma questo è contrario a tutte le versioni antiche. La parola שׁוט shôṭ significa propriamente frusta, flagello (confronta le note a Giobbe 5:21 ), e poi calamità o afflizione mandata da Dio sugli uomini. Questo è chiaramente il caso qui.

Riderà del processo degli innocenti - Cioè, sembra ignorare o essere soddisfatto delle loro prove. Non si interpone per salvarli. Sembra guardare con calma e sopporta che siano sopraffatti dagli altri. Questa è un'espressione poetica e non può significare che Dio deride le prove degli innocenti o si burli delle loro sofferenze. Significa che sembra disattento a loro; sopporta che giusti e malvagi siano spazzati via insieme come se fosse indifferente al carattere.

24 La terra è data nelle mani degli empi - Questo è evidentemente concepito come un'illustrazione del sentimento che Giobbe nutriva - che non ci fosse una distribuzione di ricompense e punizioni in questa vita secondo il carattere. A dimostrazione di ciò, dice che i malvagi sono elevati a luoghi di fiducia e potere. Esercitano un ampio dominio sulla terra e il mondo è sotto il loro controllo.

Sulla verità di ciò non ci possono essere dubbi. I governanti sono stati, in generale, eminenti per malvagità, e gli affari delle nazioni sono stati finora quasi sempre sotto il controllo di coloro che sono estranei a Dio. Al momento non c'è quasi un uomo pio su un trono del mondo, e i governanti anche delle nazioni cristiane sono generalmente eminenti per qualcosa piuttosto che per la religione personale.

Ne copre i volti dei giudici - C'è stata una notevole varietà nell'esposizione di questa espressione. Alcuni suppongono che si riferisca ai malvagi, nel senso che coprono i volti dei giudici sotto di loro in modo che conniventino e tollerino il crimine. Altri, che significa che Dio acceca gli occhi dei governanti malvagi, in modo che conniventino nel crimine e siano parziali e ingiusti nelle loro decisioni.

Altri, che significa che Dio copre i volti dei giudici della terra con vergogna e confusione, che sebbene li ammetta alla prosperità e all'onore per un tempo, tuttavia li sommerge a lungo con calamità e dolori. Il dottor Good suppone che significhi che la terra è consegnata nelle mani dell'ingiustizia, e che questo inganna i volti dei giudici. La frase significa propriamente, ingannare, accecare, nascondere il volto.

Mi sembra che il vero senso non sia espresso da nessuna delle opinioni di cui sopra. Il parallelismo ci impone di comprenderlo nel senso che mentre i malvagi avevano il dominio sulla terra, i giusti erano nell'oscurità, o non erano avanzati all'onore e al potere. La parola “giudici”, quindi, credo, è da intendersi dei giudici giusti, di coloro che sono qualificati per amministrare la giustizia.

Il loro volto è coperto. Sono tenuti nascosti. I malvagi hanno il dominio e sono condannati alla vergogna, all'oscurità e al disonore. Questa interpretazione concorda con il tenore dell'argomento, e può essere sostenuta dall'ebraico, sebbene non l'abbia trovata in nessuno dei commentari che ho consultato.

Se no, dove, e chi è - Se questa non è una visione giusta, chi è Dio? Quali sono i suoi affari? Dove deve essere visto e come deve essere conosciuto? Oppure, può significare: "se non è Dio che fa queste cose strane, chi è che le fa?" Rosenmuller. Ma preferisco la prima interpretazione. “Dimmi chi e cosa è Dio, se questo non è un resoconto giusto e giusto di lui. Queste cose infatti vengono fatte, e se l'agenzia di Dio non è impiegata in esse, chi è Dio? E dove si vede la sua agenzia?

25 Ora i miei giorni sono più veloci di un post - di un corriere, corridore, o corridore, רוּץ solchi. Vulgata, cursore ; Settanta, δρομέως dromeōs, un corridore. La parola non è di rado applicata ai corridori o corrieri, che portavano i comandi reali nei tempi antichi. Si applica ai corrieri a cavallo dei Persiani che portavano gli editti reali nelle province lontane, Ester 3:13 , Ester 3:15; Ester 8:14 , e alla guardia del corpo e ai messaggeri reali di Saul e di Davide, 1Sa 22:17 ; 2 Re 10:25.

Il tasso comune di viaggiare in Oriente è estremamente lento. Le carovane si muovono a poco più di due miglia all'ora. Sono però impiegati corrieri che vanno o su dromedari, a cavallo, o a piedi, e che viaggiano con grande rapidità. Lady Montague dice che “dopo la sconfitta; a Peterwaradin, essi (i corrieri sui dromedari) superarono di gran lunga i cavalli più veloci e portarono le prime notizie della battaglia di Belgrado.

I messaggeri in Barbary che portano dispacci, si dice, percorreranno centocinquanta miglia in ventiquattro ore (Harmer's Observa. ii. 200, ed. 1808), ed è stato detto che i messaggeri tra i selvaggi americani avrebbe corso centoventi miglia nelle ventiquattro ore. In Egitto è cosa comune che un arabo a piedi accompagni un cavaliere, e tenga il passo del cavallo quando è al galoppo, e lo faccia a lungo senza apparente fatica.

Il significato di Giobbe qui è che la sua vita era breve e che i suoi giorni stavano passando rapidamente, non come la lenta carovana, ma come il messaggero più veloce confronta la nota a Giobbe 7:6.

Non vedono nulla di buono - non mi è permesso di godere della felicità. La mia vita è una vita di miseria.

26 Sono passati come le navi veloci - Margine, Navi del desiderio; o navi di Ebeh. Ebraico אבה אניה 'onı̂yâh 'êbeh. Vulgata, Naves poma portantes. Settanta, "C'è qualche traccia lasciata dalle navi nel loro passaggio?" Il Caldeo lo rende come la Vulgata, "Navi che portano buoni frutti"; cioè, poiché tale frutto era deperibile, era necessaria la fretta per raggiungere il luogo di destinazione.

I nostri traduttori erano evidentemente perplessi dalla parola אבה 'êbeh, come appare dal mettere due diverse frasi a margine. "Navi del desiderio", denota il valore o la desiderabilità di tali navi; e la frase, "Navi di Ebeh", denota la loro confessione di ignoranza riguardo al significato della parola. Gesenius spiega che la parola significa canna, giunco ​​o papiro - da un uso arabo della parola, e suppone che il riferimento sia ai vasi leggeri fatti di papiro, che erano usati sul Nilo; vedi la nota in Isaia 18:2.

Tali navi si sarebbero distinte per la facilità con cui potevano essere remate e per la rapidità del loro movimento. Chardin suppone che il riferimento sia a navi che furono fatte per andare sull'Eufrate o sul Tigri, e che furono portate insieme alla rapida corrente. La supposizione di un'allusione a qualsiasi barca o nave a vele spiegate, sarà conforme al linguaggio qui, sebbene sia probabile che il riferimento sia ai vasi leggeri, fatti di canne, che potrebbero essere spinti con tanta rapidità. Le vele erano spesso usate anche per tali navi.

Come l'aquila che si affretta alla preda - Un sorprendente emblema di rapidità. Poche cose possono essere più rapide del movimento dell'aquila, mentre si lancia sulla sua vittima.

27 Se dico, dimenticherò la mia lamentela - Se risolvo che smetterò di lamentarmi e sarò più allegro, trovo tutto vano. Le mie paure e i miei dolori ritornano, e tutti i miei sforzi per essere allegri sono inutili

Lascerò fuori la mia pesantezza - La parola resa qui "la mia pesantezza" ( פני pânam ) denota letteralmente "la mia faccia"; e il riferimento è al volto triste e addolorato che aveva. "Se dovessi metterlo da parte e cercare di essere allegro."

E consolarmi - La parola resa qui conforto ( בלג bâlag ) in arabo significa essere luminoso, risplendere; e qui sarebbe meglio tradotto con "ravvivare". Abbiamo ancora la stessa espressione quando diciamo a chi è triste e malinconico: “Illuminati; Sii allegro." Il significato è che Giobbe si sforzò di apparire piacevole e allegro, ma fu invano. I suoi dolori lo incalzavano pesantemente e, suo malgrado, appesantivano il suo umore e lo rattristavano.

28 Ho paura di tutti i miei dolori - Le mie paure ritornano. Temo la continuazione dei miei dolori e non posso chiudere gli occhi davanti a loro.

Non mi riterrai innocente - Dio non rimuoverà i miei dolori in modo da fornire la prova che sono innocente. Le mie sofferenze continuano, e con esse continuano tutte le prove su cui i miei amici contano che io sono un uomo colpevole. In un tale stato di cose, come posso essere se non triste? Era ritenuto colpevole; soffriva in modo tale da dar loro la prova che lo era, e come poteva essere allegro?

29 Se sono malvagio, perché mi affatico invano? - La parola “se”, qui introdotta dai nostri traduttori, ne oscura molto il senso. Il significato evidentemente è: "Sono ritenuto colpevole e non posso rispondere a quell'accusa. Dio mi considera tale, e se tentassi di incontrarlo con l'accusa, sarebbe un tentativo vano; e devo ammettere la sua verità. Sarebbe fatica vana negarlo contro uno così potente come lui.

Questa interpretazione è in accordo con l'argomento dell'intero capitolo. Giobbe sostiene che sarebbe vano contendere con Dio, e abbandona disperato l'argomento. È del tutto evidente, però, che non lo fa tanto perché è convinto di sé, quanto perché sa che Dio è grande, e che sarebbe inutile lottare con lui. Evidentemente è sempre implicita la sensazione che se fosse stato in grado di affrontare Dio nella discussione, il risultato sarebbe stato diverso.

Così com'è, si sottomette - non perché è convinto, ma perché è debole; non perché vede che Dio ha ragione, ma perché vede che è potente. Quanta sottomissione di questo tipo c'è nel mondo - sottomissione, non al diritto, ma al potere; sottomissione a Dio, non perché sia ​​visto saggio e buono, ma perché è visto onnipotente, ed è vano tentare di opporsi a lui! È inutile dire che tali sentimenti non manifestano una vera sottomissione.

30 Se mi lavo con l'acqua della neve - Se dovessi rendermi il più puro possibile, e dovessi diventare, a mio avviso, perfettamente santo. L'acqua della neve, a quanto pare, era considerata particolarmente pura. Il candore stesso della neve forse suggeriva l'idea che l'acqua della neve sciolta fosse migliore di altre per la purificazione. Lavarsi le mani in passato era un emblema della purificazione dal senso di colpa. Perciò Pilato, quando diede alla morte il Salvatore, prese dell'acqua e si lavò le mani davanti alla moltitudine, e disse che era innocente del suo sangue; Matteo 27:24. L'espressione usata qui da Giobbe, è imitata anche dal Salmista, per denotare la sua innocenza:

mi laverò le mani nell'innocenza:

Così circonderò il tuo altare, o Signore. Salmi 26:6.

In verità ho mondato il mio cuore,

E mi sono lavato le mani nell'innocenza.

Salmi 73:13.

Quindi in Shakespeare, Riccardo III:

Quanto mi laverei le mani come Pilato?

Di questo gravissimo, colpevole omicidio compiuto!

E rendi le mie mani mai così pulite - O, piuttosto, dovrei pulirmi le mani con liscivia o alcali. La parola בור bôr, significa propriamente purezza, pulizia, purezza; e poi è usato per indicare ciò che pulisce, alcali, liscivia o sale vegetale. Gli antichi ne facevano uso, mescolato con olio, in luogo del sapone, a scopo di lavaggio, ed anche nella fusione dei metalli, per farli sciogliere più facilmente; vedere la nota in Isaia 1:25.

Il Caldeo lo rende accuratamente, באהלא - in sapone. Non ho dubbi che questo sia il senso, e che Giobbe intende dire che se per pulirsi si servisse dell'acqua purissima e del sapone, sarebbe comunque considerato impuro. Dio lo getterebbe subito nel fosso, e ai suoi occhi sarebbe di nuovo ricoperto di sozzura morale e contaminazioni.

31 Eppure tu mi tufferai nel fosso - Dio mi tratterebbe come se dovesse gettarmi nella fogna, e come se fossi completamente contaminato e contaminato. Il significato è che Dio non ammetterebbe le prove che dovrei addurre della mia innocenza, ma mi sommergerebbe con le dimostrazioni della mia colpa. Non dubito che Giobbe lo sollecitasse con un certo grado di impazienza e con sentimenti sconvenienti. Sentiva, evidentemente, che Dio era così grande e potente, che era vano contendere con lui.

Ma è vero in un senso più alto e più importante di quanto sembra averlo capito. Dopo tutti gli sforzi che possiamo fare per giustificarci, rivendicarci o purificarci, è nel potere di Dio sopraffarci con la coscienza della colpa. Ha accesso al cuore. Può mostrarci i nostri peccati passati. Può ricordare ciò che abbiamo dimenticato e sopraffarci con il ricordo della nostra profonda depravazione.

È vano, quindi, che un uomo cerchi di giustificarsi davanti a Dio. Dopo l'argomento più laborioso per dimostrare la propria innocenza, dopo tutta la fiducia che può riporre nella propria moralità e nella propria giustizia, Dio può ancora con infinita facilità sopraffarlo con la coscienza della colpa. Quante persone che una volta facevano affidamento sulla propria moralità per la propria salvezza, si sono inchinate con una coscienza di colpa in un risveglio della religione! Quanti che hanno confidato a metà nella propria giustizia sono stati sopraffatti da una convinzione profonda e terribile, quando sono stati portati a giacere su un letto di morte! Nessuno, dunque, confidi nella propria giustizia, quando Dio lo accusa di essere un peccatore.

Nessuno confidi nella propria moralità per la salvezza, poiché presto tutto sarà visto come insufficiente e l'anima deve apparire coperta dalla coscienza della colpa alla terribile sbarra di Dio.

E i miei vestiti mi aborriranno - Margine, fammi essere aborrito. Cioè, saranno sporchi e offensivi - come uno che è stato rotolato nel fango. Dio ha il potere di farmi sembrare contaminato e ripugnante, nonostante tutti i miei sforzi per purificarmi.

32 Perché non è un uomo come lo sono io: è infinitamente superiore a me in maestà e potenza. L'idea è che la competizione sarebbe impari, e che lui potrebbe anche arrendersi senza portare la questione su una questione. È evidente che la disposizione di Giobbe a cedere era piuttosto perché vedeva che Dio era superiore in potenza che perché vedeva che aveva ragione, e che sentiva che se avesse avuto la capacità di gestire la causa come Dio poteva, la faccenda non sarebbe stata tanto contro di lui quanto lo era allora.

Nessuno può dubitare che ci fosse non poca sconvenienza di sentimento in questo; ma non abbiamo mai provato sentimenti del genere quando siamo stati afflitti? Non ci siamo mai sottomessi a Dio perché sentivamo che era Onnipotente e che era vano contendere con lui, piuttosto che perché si vedeva che aveva ragione? La vera sottomissione è sempre accompagnata dalla convinzione che Dio ha RAGIONE - indipendentemente dal fatto che possiamo vederlo avere ragione o no.

E dovremmo unirci per giudicare - Per il processo, per giudicare il caso. Cioè, che dovremmo incontrarci faccia a faccia e far processare la causa davanti a un giudice superiore. No sì.

33 Né c'è alcun dayman - Margin, One che dovrebbe discutere, o, arbitro. La parola daysman in inglese significa ""un arbitro o arbitro, un mediatore". Webster. Perché un uomo del genere si chiami uomo diurno non lo so. La parola ebraica resa “daysman” מוכיח môkı̂yach è da יכח yâkach, non usata nel Qal, essere davanti, davanti a; e poi apparire, essere chiaro o manifestarsi; e nell'Hiphil, far manifestare, argomentare, provare, convincere; e poi contestare, confutare, rimproverare; vedi la parola usata in Giobbe 6:25 : "Che cosa rimprovera la tua argomentazione?" Significa quindi chiarire una causa, giudicare, determinare, decidere, come arbitro, arbitro, giudice, Isaia 11:3; Genesi 31:37.

Jerome lo rende: "Non est qui utrumque valeat argumentre". La versione dei Settanta, “se ci fosse, o, o che ci sono stati un mediatore ¼ μεσιτης Ho mesitēs, e un censore ( και ἐλεγχων kai elengchōn ), e uno per ascoltare tutti e due” ( και διακουων ἀναμετον ἀυφοτερων kai diakouōn anameton amphoterōn ).

La parola usata da Giobbe non significa mediatore, ma arbitro, arbitro o giudice; uno davanti al quale si potesse provare la causa, che potesse imporre la mano della moderazione a entrambe le parti. chi poteva confinare gli atti processuali entro i limiti propri, chi poteva preservare le parti nei limiti dell'ordine e della correttezza, e chi aveva il potere di determinare la questione controversa. Giobbe si lamenta che non potrebbe esserci un tribunale del genere.

Sente che Dio era così grande che la causa non poteva essere riferita ad altro, e che non aveva alcuna prospettiva di successo nella competizione impari. Non sembra, quindi, che desiderasse un mediatore, nel senso in cui intendiamo questa parola, uno che si metterà tra noi e Dio, e gestirà la nostra causa davanti a lui, e sarà il nostro avvocato al suo bar. Dice piuttosto che non c'era nessuno al di sopra di Dio, o nessun arbitro disinteressato alla controversia, davanti al quale la causa potesse essere discussa e che sarebbe stata competente a decidere la questione in questione tra lui e il suo Creatore. Non aveva dunque speranza in una causa dove una delle parti dovesse essere giudice, e dove quella parte fosse onnipotente; e deve rinunciare alla causa nella disperazione.

Non è con rigorosa correttezza che questo linguaggio è mai applicato al Signore Gesù, il grande Mediatore tra Dio e l'uomo. Non è un arbitro per dirimere una disputa, nel senso in cui la intendeva Giobbe; non è un arbitro, al quale deve essere riferita la causa in contesa tra l'uomo e il suo Creatore; non è un giudice per ascoltare le argomentazioni delle rispettive parti, e per decidere la controversia.

È mediatore tra noi e Dio, per rendere opportuno o possibile che Dio si riconcilia con i colpevoli, e per proporre all'uomo i termini della riconciliazione; perorare la nostra causa davanti a Dio e comunicarci i favori che si propone di concedere all'uomo.

Ciò potrebbe imporre la sua mano su entrambi - Non è improbabile che questo possa riferirsi a qualche antica cerimonia nei tribunali dove, per qualche motivo, l'arbitro o l'arbitro ha imposto la mano su entrambe le parti. Oppure, può significare semplicemente che l'arbitro aveva il potere di controllo su entrambe le parti; che era suo compito contenerli entro i limiti appropriati, controllare ogni espressione impropria e controllare che l'argomento fosse condotto equamente da entrambe le parti.

Il significato di tutto qui è che se ci fosse un tale arbitro, Giobbe sarebbe disposto a discutere la causa. Così com'era, era una cosa senza speranza, e non poteva fare altro che tacere. Bisogna ammettere che c'era irriverenza in questa lingua; ma è un linguaggio preso dai tribunali, e la sostanza è che Giobbe non poteva sperare di sostenere la sua causa davanti a uno così grande e potente come Dio.

34 Tolga da me la sua verga - Sospenda le mie sofferenze, e uniamoci alla pari. Il suo terrore ora è su di me e non posso fare nulla. Sono oppresso, abbattuto e schiacciato sotto la sua mano, e non potevo sperare di sostenere la mia causa con alcun grado di successo. Se le mie sofferenze fossero alleviate, e potessi affrontare la questione con il rigore della salute e il potere del ragionamento non indebolito dalla calamità, allora potrei rendere giustizia alle opinioni che nutro. Ora ci sarebbe un'evidente disparità, mentre una delle parti ha schiacciato e snervato l'altra con il mero esercizio del potere.

35 Allora parlerei, e non lo temerei, potrei allora sostenere la mia causa ad eguali condizioni e con eguali vantaggi.

Ma non è così con me - Margin, non sono così con me stesso. Noyes, "Non sono così nel cuore". Bene, "ma non così potrei nel mio stato attuale". Letteralmente, "per non così io con me stesso". Il siriaco lo rende "perché nemmeno io sono suo avversario". Di questa frase sono state date interpretazioni molto varie. Gli ebrei, con Aben Ezra, suppongono che significhi: "poiché non sono come tu supponi che io sia.

Mi prendi per un uomo colpevole; ma io sono innocente, e se avessi la giusta opportunità di essere processato, potrei dimostrare di esserlo». Altri suppongono che significhi: "Sono ritenuto colpevole dall'Altissimo e sono trattato di conseguenza. Ma non sono così. Sono consapevole di essere innocente". Mi sembra che il Dr. Good si sia avvicinato al vero senso più di qualsiasi altro interprete, e certamente la sua esposizione concorda con la connessione.

Secondo questo il significato è: “Non sono in grado di vendicarmi così nelle mie circostanze attuali. Sono oppresso e schiacciato sotto il piombo delle calamità. Ma se questi venissero rimossi, e se avessi un'equa opportunità di processo, allora potrei dichiarare la mia causa in modo tale da farla sembrare giusta".

In tutto questo capitolo c'è evidentemente molta sottomissione e sentimento improprio. Giobbe si sottomette al potere, non alla verità e al diritto. Vede e ammette che Dio è in grado di sopraffarlo, ma non sembra disposto ad ammettere di aver ragione nel farlo. Suppone che se avesse una giusta e piena opportunità di giudizio, potrebbe rendere buona la sua causa, e che si vedrà che non merita le sue gravi calamità.

C'è molto di questo tipo di sottomissione a Dio anche tra le brave persone. È sottomissione perché non possono farne a meno, non perché vedono che i rapporti divini sono giusti. Non c'è niente di allegro o confidenziale in questo. C'è spesso un sentimento segreto nel cuore che le sofferenze sono al di là dei deserti, e che se il caso potesse essere giustamente provato, i rapporti di Dio sarebbero risultati aspri e severi.

Non diamo la colpa a Giobbe per la sua impazienza e il suo linguaggio irriverente, finché non avremo esaminato attentamente i nostri cuori nei momenti di prova come quelli che ha sopportato. Non deduciamo che fosse peggio degli altri uomini, finché non siamo posti in circostanze simili e siamo in grado di manifestare sentimenti migliori di lui.

Esposizione della Bibbia di John Gill:

Giobbe 9

1 INTRODUZIONE AL LAVORO 9

Questo e il seguente capitolo contengono la risposta di Giobbe a Bildad, e in questo egli afferma la rigorosa giustizia di Dio; che è tale, che nessun uomo può essere giusto ai suoi occhi, non potendo rispondere di un'accusa, o di un solo peccato, di mille di cui è colpevole, Giobbe 9:1-3 ; e che tali sono la sua sapienza e potenza, che l'uomo più audace non può aspettarsi di riuscire a opporsi a lui, Giobbe 9:4 ; sono dati esempi della sua potenza nelle opere della natura e della provvidenza, Giobbe 9:5-10 ; si prende atto dell'impercettibilità delle sue azioni e dei suoi movimenti, e della sua sovranità in tutte le sue vie, Giobbe 9:11,12 ; e della sua ira feroce e della sua rabbia, che è tale da costringere il più orgoglioso degli uomini a chinarsi sotto di lui; e quindi Giobbe scelse di non contendere in modo giudiziario con lui, ma in modo supplicante lo supplicherebbe, poiché la sua mano era così pesante su di lui, Giobbe 9:13-21 ; afferma, in diretta opposizione a Bildad e ai suoi amici, e insiste su questo, che Dio affligge sia i giusti che i malvagi; sì, dà la terra a quest'ultimo quando uccide il primo, Giobbe 9:22-24 ; allora osserva la brevità dei suoi giorni e si lamenta delle sue gravi afflizioni, Giobbe 9:25-28 ; e conclude che era vano per lui aspettarsi che la sua causa fosse ascoltata davanti a Dio, non essendoci giorno tra loro; e desidera che il terrore della Divina Maestà gli sia tolto, e allora gli parlerebbe liberamente e senza paura, Giobbe 9:29-35

Versetto 1. Allora Giobbe rispose e disse.] Senza badare alle dure espressioni e alle severe censure di Bildad, o alla sua ostilità nei suoi confronti; Entra direttamente nell'argomento, concede alcune cose, ne confuta altre, difende se stesso e la sua condotta

2 Versetto 2. So che è così di una verità,

Cioè, che Dio è giusto, e non perverte la giustizia e il giudizio, come aveva osservato Bildad, Giobbe 8:3 ; Giobbe era un uomo di grandi caratteristiche naturali e capacità; aveva una grande parte di conoscenza delle cose, naturali, civili e morali; ed era un uomo buono, in cui risplendeva la vera luce della grazia; ed essendo, illuminato dallo spirito della sapienza e della rivelazione, nella conoscenza delle cose divine, conosceva molto di Dio, del suo essere e delle sue perfezioni, e dei metodi della sua grazia, specialmente nella giustificazione degli uomini, come appare da vari passi in questo capitolo; sapeva che Dio era giusto e santo in tutte le sue vie e opere, sia per provvidenza che per grazia; e questo lo teneva in vista in mezzo a tutte le sue afflizioni, ed era pronto a riconoscerlo: lo sapeva "di una verità"; cioè, certamente; poiché ci sono alcune verità che sono così chiare ed evidenti che un uomo può esserne sicuro, e questa era tale con Giobbe; Non aveva bisogno di essere istruito in questo articolo; era esperto in questo punto, così come in altri, come Bildad o uno qualsiasi dei suoi amici; né aveva bisogno di essere mandato dagli antichi per informarsi su di loro, o per prepararsi alla ricerca dei padri, al fine di acquisire la conoscenza di ciò, a cui Bildad aveva consigliato; eppure, sebbene questo fosse un punto così chiaro, sul quale non c'era spazio per ulteriori controversie; ma allora il problema è,

In che modo l'uomo dovrebbe essere giusto con Dio? se non gli angeli, se non l'uomo nella sua migliore condizione, in cui era vanità in confronto a Dio; allora molto meno gli uomini fragili, deboli, mortali, peccatori, anche i migliori degli uomini, considerati in se stessi, e rispetto alla loro giustizia: perché, "essere giusti" non significa esserlo attraverso un'infusione di giustizia e santità negli uomini, che nel migliore degli uomini è la loro santificazione e non la loro giustificazione; ma questo è un termine legale, e si oppone alla condanna, e significa che un uomo è condannato e dichiarato giusto in modo giudiziario; così un uomo non può essere giudicato, annoverato o considerato da Dio sulla base delle opere di giustizia da lui compiute; poiché le sue opere migliori sono imperfette, non rispondono alla legge, ma molto difettose, e quindi non giustificano; sono opposti alla grazia di Dio, per la quale, in senso evangelico, gli uomini sono giustificati; questi incoraggerebbero il vanto, che è escluso dal modo in cui Dio giustifica i peccatori; e se la giustificazione fosse stata per mezzo loro, la morte di Cristo sarebbe stata vana, e non ci sarebbe stato bisogno di lui e della sua giustizia giustificante: specialmente, è una cosa certa, che un uomo non può mai essere "giusto", o "giustificato con Dio", in questo modo, o attraverso qualsiasi giustizia operata da lui; cioè, o non è e non può essere giusto in confronto a Dio; poiché, se gli abitanti dei cieli non sono puri ai suoi occhi, i santi angeli; E se l'uomo, nella sua migliore condizione, era del tutto vanità in confronto a lui, che cosa dovevano essere i mortali peccatori? o non essere solo al suo bar; se egli dovesse segnare le loro iniquità, entrare in giudizio con loro, o intentare un'azione contro di loro, convocarli davanti a sé per rispondere delle accuse che deve esibire; non potevano presentarsi davanti a lui, o andarsene assolti o assolti: o per suo conto; poiché il suo giudizio è secondo verità; egli non può mai considerare che una giustizia perfetta che è imperfetta: o ai suoi occhi; poiché, sebbene gli uomini possano essere giusti in confronto agli altri, o in un tribunale umano, e nel conto degli uomini, e ai loro occhi, ai quali possono apparire esteriormente giusti, così come ai loro stessi occhi; ma non agli occhi di Dio, che vede tutte le cose, il cuore e tutto ciò che è in esso, ogni azione e la sua sorgente; vedi Salmi 143:2; Romani 3:20 ; in questo senso, un uomo può essere giusto con Dio solo attraverso l'imputazione della giustizia di Cristo, rendendogliela conto, mettendola su di lui e rivestendolo di essa, e così considerandolo e dichiarandolo giusto per mezzo di essa; e che è del tutto coerente con la giustizia di Dio, poiché per mezzo di essa la legge è adempiuta, magnificata e resa onorevole, e la giustizia soddisfatta; affinché Dio sia giusto, mentre egli è il giustificatore di colui che crede in Gesù, Romani 3:26

3 Versetto 3. Se contenderà con lui,

Se Dio contenderà con l'uomo, così Sephorno; entrare in polemica con lui, litigare e contestare il punto di diritto, che sia giusto o meno, l'uomo non può rispondere alle accuse che produrrà; o se l'uomo contendesse con Dio, un coccio di petrolio lottasse con il suo creatore, a quale scopo sarebbe? non avrebbe mai potuto avvalersi di una simile procedura; la partita è impari, non c'è lotta o competizione con Dio in modo giudiziario:

non può rispondergli uno su mille; che alcuni capiscono, che Dio non risponderà agli uomini; Egli non si degnerà di dare una risposta a coloro che lo supplicheranno, o parleranno con lui dei suoi giudizi nella provvidenza, o pretenderanno di vendicare se stessi, le loro vie e le loro opere, davanti a lui; ma questo senso sembra contrario a Geremia 12:1,5 Ezechiele 18:25 ; ma il significato è che l'uomo non può rispondere a Dio; o non un uomo su mille, cioè nessuno; a meno che, per uno su mille, non si intenda l'interprete, uno tra mille, sì, il Messia, il più importante tra diecimila; l'unico dei mille che Salomone trovò durante la perquisizione; vedi Giobbe 33:23; Cantici 5:10; Ecclesiaste 7:28 ; Egli si è infatti reso responsabile del suo popolo, come suo garante, ed è stato in grado di risponderne; e ha risposto per loro, e ha fatto soddisfazione per i loro peccati; era richiesto, o richiesto, cioè un pagamento completo dei loro debiti, o una soddisfazione plenaria per i loro peccati, "ed egli rispose", secondo Isaia 53:7 ; ma piuttosto il senso è che un uomo non può rispondere, né una volta su mille, né un argomento a un articolo esposto, o a un'obiezione o accusa di mille mossa contro di lui dalla legge o dalla giustizia di Dio; cioè, per un peccato di mille che ha commesso; così il signor Broughton lo rende: "a una cosa sola su mille"; ciò suggerisce che i peccati degli uomini sono numerosi; i loro debiti sono molti, sono più di diecimila talenti, ai quali non sono in grado di rispondere, o di pagare, no, nessuno di essi; le loro iniquità sono più dei capelli del loro capo, non possono essere comprese o contate; e ora un uomo non può rispondere di uno dei mille, o dei milioni di peccati di cui è colpevole; non può negarli, non può scusarli, non può dare soddisfazione a nessuno di loro; sono commesse contro un Essere infinito, e richiedono una soddisfazione infinita, che l'uomo non può dare; sono violazioni di una legge, e ingiurie alla giustizia divina, che nessun uomo è in grado di espiare; qualunque obbedienza egli sia in grado di fare, o che egli compia, Dio ha un diritto prioritario su di essa, e quindi non può mai rispondere delle trasgressioni passate; stando così le cose, l'uomo peccatore non può essere giusto con Dio ai piedi delle sue opere, che è la cosa che questa osservazione è fatta per illustrare: l'obbedienza dell'uomo è così breve, e il comandamento o la legge di Dio così ampia, che questi due non possono mai essere portati a incontrarsi, a mettersi d'accordo o a rispondere l'uno all'altro; e quindi si può concludere con forza che un uomo è giustificato, se mai lo è affatto, agli occhi di Dio, per la fede in Cristo e la sua giustizia, senza le opere della legge, Romani 3:28

4 Versetto 4. [Egli è] saggio di cuore,

Originariamente, essenzialmente, veramente, realmente e perfettamente; egli è l'unico e il Dio più saggio; la sua comprensione è infinita; è in grado di attraversare tutti gli schemi degli uomini, in cose civili o religiose, e di deludere tutti i loro stratagemmi; poiché, quand'anche ce ne fossero così tanti, o fossero così profondamente radicati, il consiglio del Signore, che rimarrà; poiché non c'è sapienza, né intelligenza, né consiglio contro di lui; e quindi è vano contendere con lui: egli è così saggio e sapiente, che vede e conosce tutto ciò che è nell'uomo, o è fatto da lui, sia in pubblico che in privato; Non c'è un pensiero nel suo cuore, né una parola sulla sua lingua, né un'azione nella sua vita e nella sua conversazione, che non sia completamente familiare; e ognuno di questi li condurrà in giudizio: come è dunque possibile che gli uomini peccatori siano giusti agli occhi di un Essere così saggio e santo, a causa della sua giustizia?

e potente in forza; Egli è il più potente; egli è l'Onnipotente; ha un braccio potente e una mano forte; e a meno che un uomo non avesse un braccio forte come lui, la sua stessa mano destra non potrà mai salvarlo, né la sua stessa giustizia lo giustificherà; A che serve dunque che un uomo debole contenda e lotti con lui? E poiché egli non è un uomo, come lo è, come dovrebbero unirsi in giudizio? E quale vana cosa deve egli fissare un tempo per questo, dal momento che, se parliamo di forza, ecco, egli è forte? vedi Giobbe 9:19,32; 40:9-14 ;

chi si è indurito contro di lui e ha prosperato? o comportandosi con orgoglio e insolenza verso di lui, come Faraone, Sennacherib e altri, pronunciando parole dure contro di lui, come gli ebrei ai tempi di Malachia; e tali duri discorsi che gli empi peccatori pronunciano contro Dio, Cristo, il suo Vangelo, le ordinanze, il popolo, le vie e l'adorazione, di cui saranno convinti e per i quali saranno condannati al giudizio finale; e con atti di peccato audaci e audaci, correndo sulle spesse sporgenze del suo scudo, consegnandosi a commettere ogni impurità con avidità, e facendo un patto con l'inferno e un patto con la morte, e così si credono sicuri e protetti in ogni caso; ma costoro non hanno mai prosperato e avuto successo come si erano promessi, ma sono venuti alla rovina e alla distruzione: o "hanno avuto pace", o "hanno trovato la quiete", come il signor Broughton: non c'è pace per gli uomini malvagi, pace vera, solida, né qui né nell'aldilà; quando gridano "Pace", o si promettono molto, arriva la distruzione; e se Dio mette la colpa del peccato sulle loro coscienze, la guida di essa è intollerabile; Li fa sprofondare nella disperazione, e che cosa sarà allora il verme che non muore?

5 Versetto 5. che rimuove i monti,

Questo e ciò che segue sono esempi della potenza di Dio, e sono prove complete del fatto che egli è potente in forza; e possono essere compresi, sia letteralmente, non solo di ciò che Dio è in grado di fare se vuole, ma di ciò che ha fatto; e la storia ci fornisce esempi di montagne che sono state spostate da un luogo all'altro; e Scheuchzer fa menzione di un villaggio dell'Helvetia, chiamato Plurium, che, nel 1618, fu coperto dall'improvviso crollo di una montagna, e inghiottito nella terra, con 1800 abitanti, e non se ne vedeva più la minima traccia; e nelle Sacre Scritture c'è una predizione del monte degli Ulivi che viene rimosso dal suo posto, una metà a nord e l'altra a sud, Zaccaria 14:4 ; e Giuseppe Flavio dà una relazione molto simile, come in effetti; inoltre, Giobbe può avere rispetto a ciò che era stato fatto ai suoi tempi, o prima di loro, e in particolare al diluvio universale, che coprì le cime dei monti e delle colline più alte, e molto probabilmente spazzò via alcuni dai loro luoghi: oppure potrebbe essere inteso proverbialmente, del Signore che fa cose meravigliose e sorprendenti, e che sono impossibili e impraticabili con gli uomini; vedi Matteo 17:20; 1Corinzi 13:2 ; o piuttosto figurativamente, di regni e re potenti, come il Targum, paragonabili ai monti per la loro altezza e forza, che tuttavia vengono rimossi da Dio a suo piacimento; vedi Zaccaria 4:7; Apocalisse 16:20 ;

e non lo sanno; quando vengono rimossi e come si fa; è impercettibile; o le montagne non ne sono sensibili, o gli abitanti delle montagne, come Bar Tzemach; o gli uomini, il tipo comune di uomini, la moltitudine, come Gersom: R. Saadiah Gaon lo interpreta di rimuovere gli uomini delle montagne, ed essi non lo sanno:

che li rovescia nella sua ira; per i peccati o gli uomini, che era il caso del vecchio mondo: il signor Broughton lo rende "che gli uomini non possono notare come egli li abbia rimossi dal loro posto nella sua ira"

6 Versetto 6. che scuote la terra dal suo posto,

Può farlo, e lo farà nell'ultimo giorno, quando sarà completamente distrutto, dissolto puro, e barcolla avanti e indietro come un ubriaco, e sarà rimosso come una casetta, e che Giovanni in una visione vide fuggire dalla presenza di colui che sedeva sul trono, Isaia 24:19,20; Apocalisse 20:11 ; perché questo non si può capire dei terremoti in comune, che sono solo parziali, e non tolgono la terra dal suo posto, ma ne scuotono solo alcune parti; e questo può anche riferirsi al tempo del diluvio, quando la terra ricevette qualche cambiamento e alterazione nella sua situazione, come osserva il signor Burnet nella sua Teoria della Terra; e l'apostolo Pietro suggerisce qualcosa di questo genere, quando distingue la terra attuale dalla prima, che dice stava fuori dall'acqua e in essa, ma la terra attuale non lo è, ma è riservata al fuoco, 2Pietro 3:5-7 ;

e le sue colonne tremano; al centro o nella parte inferiore di esso, vedi Salmi 75:3

7 Versetto 7. che comanda al sole e non sorge,

O poteva farlo se voleva, con una parola pronunciata, come ordinò che si fermasse ai tempi di Giosuè, Giosuè 10:13, e fece tornare l'ombra di dieci gradi come era tornata indietro nel quadrante di Acaz, ai tempi di Ezechia, 2Re 20:11; Isaia 38:8 ; oppure il senso è: sorge non in nessun altro tempo e luogo, ma quando e dove Egli lo comanda; oppure gli ordina di non sorgere nello stesso luogo in un periodo dell'anno come in un altro, e non sorge; o questo si può intendere delle eclissi, o del fatto che è stato coperto di nuvole in tempo tempestoso per un tempo considerevole insieme, quando sembra che non sia risorto: alcuni pensano che questo rispetti i tre giorni di oscurità in Egitto, quando c'erano gli Israeliti, Esodo 10:22, che era un po' prima, o all'incirca al tempo di Giobbe; o piuttosto si riferisce al diluvio generale, ai tempi di Noè, quando piovve quaranta giorni e quaranta notti, Genesi 7:12, durante il quale il sole non apparve, e quindi sembrava che non fosse sorto; vedi Amos 8:9 ; Erodoto racconta , dalle memorie degli Egiziani, che il sole sorse quattro volte fuori dal suo corso abituale; due volte sorse dove ora tramonta, e due volte tramontò dove ora sorge:

e sigilla le stelle, sia con la luce del sole di giorno, che le nasconde in modo che non siano visibili, sia con nuvole oscure e con tempo tempestoso nella notte, una stagione come quella in cui si trovavano l'apostolo Paolo e i marinai con lui, quando per molti giorni non apparvero né sole né stelle, Atti 27:20, e così il Targum lo parafrasa, e

"sigilla le stelle con le nuvole";

questo può anche riferirsi al tempo del diluvio, durante la pioggia di quaranta giorni e quaranta notti, Genesi 7:4-12 ; o al movimento annuale del sole attraverso l'eclittica, che fa variare il punto del sorgere e del tramontare del sole, ed è la ragione per cui alcune stelle appaiono in estate e sono sigillate in inverno, e altre che si vedono in inverno non sono visibili in estate; e così Cocceio lo interpreta

8 Versetto 8. Che solo distende i cieli,

La distesa, o quello che comunemente chiamiamo "firmamento", ma ha il suo nome in lingua ebraica per il fatto di essere stata espansa, diffusa e distesa sulla terra e tutt'intorno ad essa; e sembra principalmente progettare l'etere o atmosfera, che è una materia sottile e una sostanza sparsa intorno a noi, e che a volte è cosparsa di nuvole; si dice che questa sia tesa come una tenda e una tenda in cui dimorare, essendo le tende fatte di tende spiegate, Isaia 40:21 ; e l'allusione potrebbe essere a una tenda militare, al padiglione di un generale di un esercito, come osserva Pineda, da cui Geova gioca la sua artiglieria sui suoi nemici, tuoni, fulmini, chicchi di grandine e carboni ardenti; vedi Salmi 18:11-14 ; Ciò riguarda non tanto la prima creazione, o diffusione dell'aria o dei cieli, quanto la loro continuazione; Dio continua a diffonderli, o a mantenerli sparsi, affinché non siano arrotolati come un rotolo; o piegati come un mantello, come saranno, Ebrei 1:12 ; e questo lo fa da solo, senza l'aiuto di alcuna creatura, angeli o uomini; Qualsiasi pezzo di arazzo o tappeto, che sia grande, non si stende facilmente da solo; Ma quale potenza deve richiedere l'immensa distesa dei cieli, per diffondersi da sola e continuare così? niente di meno che infinito; vedi Isaia 44:24 ; alcuni lo rendono "che piega i cieli", come la stessa parola è resa in Salmi 18:9 ; cosa che egli fa quando li riempie di nuvole, in modo che sembrino penzolare bassi e inclinati verso la terra:

e calpesta le onde del mare, cosa che fece alla prima creazione, quando le acque che coprivano la faccia della terra furono, per suo ordine, raccolte in un solo luogo, e lì chiuse e trattenute dal traboccare la terra; e che trattengono, come è un atto di potere su di loro, è progettato calpestandoli, e un atto continuato può essere il più inteso qui; vedi Genesi 1:8,9 Giobbe 38:10,11 Geremia 5:22 ; e quando le sue onde sono sollevate così in alto, come a volte sono, da venti forti e tempestosi, il Signore in alto è più potente di loro, le calpesta e le reprime; governa la loro rabbia, placa il loro rumore e li rende lisci, calmi e quieti, Salmi 65:7 89:9 Salmi 93:3,4 ; questo nessuno può fare se non Dio: il geroglifico egiziano di fare una cosa impossibile era il camminare di un uomo sull'acqua; i pagani scelsero di non descrivere nemmeno il loro dio del mare, Nettuno, camminandoci sopra, come troppo grande per lui, ma nuotando; del camminare di Cristo sul mare, vedi Matteo 14:25 ; potrebbe essere tradotto, "gli alti luoghi del mare": le sue onde, quando vengono sollevate a grande altezza dal vento; così Mr. Broughton, "le alte onde del mare", vedi Salmi 107:25,26 ; c'è una copia, come osserva il Massorah minore, che dice: "sugli alti luoghi della nuvola", vedi Isaia 14:14 ; e Gersom interpreta questi alti luoghi, dei cieli, e della pioggia che Dio dà da lì

9 Versetto 9. Che fa Arturo,

Con ciò si intende non una singola stella, ma un insieme di stelle, come Bar Tzemach e Ben Melech, una costellazione; quindi leggiamo di Arturo e dei suoi figli, Giobbe 38:32. Aben Esdra lo capisce delle sette stelle, ma si pensa che queste siano riferite alle Pleiadi, menzionate in seguito; questa costellazione si trova intorno al polo artico o nord, nella coda dell'Orso, appare all'inizio di settembre, e porta tempo tempestoso, quando l'inverno è a portata di mano:

Orione e Pleiadi; Anche la prima di queste non è una stella singola, ma una costellazione; con l'aiuto di un telescopio se ne contano non meno di duemila, e in ebraico si chiama "Cesil"; da qui il nome del mese "Cisleu", che corrisponde a una parte di novembre e a una parte di dicembre, momento in cui si vede questa costellazione, ed è accompagnata da tempo tempestoso; per questo Virgilio lo chiama Nimbosus Orion: e questi ultimi sono ciò che noi chiamiamo le Sette Stelle, talvolta dagli scrittori chiamati Vergiliae, perché appaiono in primavera; e hanno il loro nome di Pleiadi dalla navigazione, perché in questo periodo dell'anno i marinai escono con le loro navi; sebbene alcuni dicano che questa costellazione non è favorevole a loro, causando piogge e tempeste; questi tre si dividono tutto l'anno:

e le camere del sud: le stelle nell'emisfero australe, intorno all'Antartide, o polo sud; e chiamate "camere", come osserva Aben Esdra, perché nascoste, e non sono viste da coloro che si trovano nell'altro emisfero, come se fossero in una camera: ora la creazione di queste è giustamente attribuita a Dio, che ha fatto tutte le stelle, Genesi 1:16 ; anche se questo può piuttosto riguardare la loro permanenza nel loro essere, che li chiama per nome, fa emergere il loro esercito per numero, dirige il loro corso, li mantiene nei loro globi e preserva la loro influenza

10 Versetto 10. Che fa grandi cose oltre a scoprire,

In cielo e in terra; grandi quanto a quantità e qualità, da non essere accuratamente ricercati per raccontarne il numero, né da spiegarne ed esprimerne appieno la natura; anche ciò che ha fatto e fa nella creazione, nella provvidenza e nella grazia:

sì, e prodigi innumerevoli; tali sono stupefacenti per gli uomini, che non sanno spiegarli, e così tanti da non poterli contare. Le stesse cose sono dette da Elifaz, vedi Gill su "Giobbe 5:9" ; e che Giobbe qui ripete, per mostrare che era d'accordo con lui, ed era pronto ad ammettere ciò che era la verità, ogni volta che veniva espressa da lui o dai suoi amici, e specialmente ciò che era fatto per la gloria dell'Essere Divino

11 Versetto 11. Ecco, egli passa accanto a me, e io non lo vedo,

Questo è espressivo dell'invisibilità di Dio; poiché sebbene gli angeli in cielo vedano sempre il suo volto, e gli uomini, nelle opere della creazione, vedano la sua eterna potenza e divinità, e altre perfezioni di essa mostrate in essa; e i santi per fede hanno una visione confortevole e piacevole di lui, del suo volto, del suo amore, della sua grazia e della sua misericordia nella sua parola e nelle sue ordinanze, e specialmente nel volto e nella persona di Cristo, l'immagine del Dio invisibile, e lo vedranno più chiaramente in cielo così com'è, nella più grande manifestazione della sua gloria e della sua grazia; eppure la sua essenza è invisibile, non solo non può essere vista con gli occhi corporei, ma non può essere compresa nella mente:

passa anche lui, ma io non lo vedo; questo "andare [e] passare", come attribuito a Dio, deve essere inteso in coerenza con la sua onnipresenza; Non si può pensare che si muova da un luogo all'altro colui che è dappertutto, che riempie il cielo e la terra della sua presenza, e non c'è via d'uscita: non si può dire di lui il movimento locale; ma questo rispetta le operazioni della sua provvidenza; Egli lavora continuamente intorno a noi, sostenendoci nell'essere e fornendoci ciò che vogliamo, e così è vicino a noi, eppure non lo vediamo: Giobbe ha sperimentato i doni della sua provvidenza, così come le benedizioni della sua grazia, nel tempo della sua prosperità, e ora sentiva su di sé il peso della sua mano afflittrice; eppure, quanto alla sua essenza, non riusciva a vederlo; era consapevole di essere vicino a lui, e trovava una preoccupazione in tutto ciò che gli accadeva, ma non riusciva né a vederlo, né a comprenderlo, né a spiegare i suoi rapporti con lui: gli era "passato accanto" nel suo stato di natura, e lo aveva guardato con benevolenza, e gli aveva detto: Vivi; egli era "passato oltre" da lui, e aveva nascosto il suo volto in modo che non potesse vederlo, né trovarlo né indietro né avanti, né a destra, né a sinistra, dove lavorava, vedi Giobbe 23:3,8,9

12 Versetto 12. Ecco, egli porta via,

Ci sono alcune cose che Dio non toglie mai al suo popolo; non toglie mai loro il suo amore, riposa sempre in quello verso di loro, che siano in quello che vogliono; non toglie mai loro la sua grazia, quando una volta è stata loro concessa o operata in loro; non toglie mai i suoi speciali doni di grazia, in particolare il dono ineffabile di suo figlio Cristo Gesù, che è quella parte buona, quando è stata eletta, che non sarà tolta; né alcuna delle benedizioni spirituali con le quali sono benedetti in Cristo; queste sono irreversibili e irrevocabili: ma le benedizioni temporali le toglie a piacere; così aveva portato via i figli, i servi di Giobbe, i suoi beni, le sue ricchezze e le sue ricchezze, e anche la sua salute fisica, per la quale può avere un particolare rispetto; Sì, quando gli piace, toglie un uomo dal mondo, come lo interpretano il Targum e il Gersom:

Chi può ostacolarlo? fa ciò che vuole in cielo e in terra; la sua volontà è irresistibile, il suo potere è incontrollabile; non c'è modo di volgere la sua mente, né di fermare la sua mano, né di volgerla indietro; Quando lavora, nessuno può permetterglielo o ostacolarlo. Il signor Broughton lo traduce: "chi lo farà restaurare?" Se un uomo toglie ciò a cui non ha diritto, può essere obbligato dalla legge a restituirlo; ma tutto ciò che Dio gli toglie, ha diritto, sia che si tratti di parenti e amici, salute o ricchezza; se gli piace, può restituire, e lo fa; e come fece a Giobbe, al quale in seguito diede il doppio di quanto aveva prima; ma allora non è obbligato a farlo, nessuno può costringerlo a farlo:

Chi gli dirà: Che fai? non uno che sappia che cosa sia Dio, o che sappia se stesso una sua creatura; nessuno sceglierà o oserà chiedere cosa fa Dio, o perché fa questo e non un'altra cosa, o perché questo nel modo in cui lo fa; poiché non rende conto delle sue cose ai figli degli uomini, né è obbligato a farlo, e sarebbe insolente da parte loro richiederlo, vedi Giobbe 33:13 Daniele 4:35 ; Questo esprime la sua sovranità

13 Versetto 13. [Se] Dio non ritirerà la sua ira,

O "Dio non ritirerà la sua ira"; è adirato o almeno sembra essere adirato con il suo popolo, nella loro apprensione, quando li affligge e nasconde loro il suo volto, o non appare immediatamente al loro sollievo e aiuto; ma questo non dura sempre, non trattiene o trattiene l'ira per sempre; ma mostra loro grande misericordia, e con eterna benignità ha misericordia di loro, scoprendo il suo amore per loro, applicando la sua grazia e misericordia perdonatrice, e confortandoli con le consolazioni del suo spirito; ma poi si arrabbia ogni giorno con gli empi, per le loro continue trasgressioni; e non ritira mai la sua ira da loro, né qui né nell'aldilà, ma li punisce con la distruzione eterna e li getta nel fuoco eterno, al quale la sua ira e la sua ira sono paragonate, la cui conseguenza è:

i superbi aiutanti si chinano sotto di lui; o "gli aiutanti dell'orgoglio", o aiutanti degli uomini superbi; uomini orgogliosi, malvagi ed empi, che si uniscono e si aiutano l'un l'altro contro Dio, il suo popolo, la causa e l'interesse; uomini di potere, di governo e di governo, come spiega Aben Esdra; magistrati civili, uomini in autorità, che, invece di terrorizzare i malvagi, li incoraggiano, e aiutali ad avanzare nella loro malvagità; ma anche se sia coloro che aiutano, sia coloro che sono aiutati, possono continuare per un po' ed essere sostenuti, tuttavia prima o poi cadranno sotto la potente mano di Dio, la sua potenza e la sua ira, e saranno schiacciati da essa. Si può avere un certo riguardo sia per i giganti, gli uomini del vecchio mondo, che riempirono la terra di violenza, e furono spazzati via dal diluvio, Genesi 6:13 ; o piuttosto ai costruttori di Babele, che si aiutarono l'un l'altro a costruire una torre per farsi un nome, e assicurarsi se stessi, e in opposizione a Dio; ma egli, adirato contro di loro, li fece desistere, ed essi si inchinarono sotto di lui, Genesi 11:4,8. Alcuni lo rendono "gli aiutanti di Raab"; cioè, dell'Egitto, essendo Raab un nome dell'Egitto, Salmi 87:4 Isaia 51:9. Si intendono i diavoli, il cui peccato era l'orgoglio, e per il quale sono caduti, e che si sono sforzati di promuovere e amare tra gli uomini; ma questi spiriti superbi sono cacciati dal cielo e nell'inferno, dove sono riservati in catene di tenebre per il grande giudizio, Giuda 1:6 ; e sono obbligati, che lo vogliano o no, a chinarsi al Signore, e anche al figlio di Dio nella natura umana, che i loro stomaci orgogliosi non possono ben sopportare; ma vi sono costretti, l'ira di Dio giace su di loro e la sua ira, che non sarà mai ritirata da loro

14 Versetto 14. Quanto meno gli risponderò,

Colui che è saggio di cuore e potente in forza, e ha fatto e fa le molte cose già raccolte; chi è invisibile, passa oltre, e avanti insensibilmente; così che non si sa dove parlargli, o come guardarsi da lui, dal momento che può avanzare da ogni parte, inconsapevolmente e invisibile; e che è un Essere sovrano, che può fare, e fa, tutto ciò che vuole; e quindi non c'è nulla che possa disputare con lui, o chiamarlo a rendere conto di qualsiasi cosa da lui fatta: e se i grandi uomini della terra, i tiranni superbi e superbi, e quegli spiriti più orgogliosi, se possibile, i principati e le potenze infernali, sono obbligati a piegarsi e chinarsi su di lui; come avrebbe potuto una creatura così povera, debole e debole come Giobbe, entrare nelle liste con lui, contendere con Dio e discutere con lui sulle sue dispense, o rispondere a qualsiasi argomento, obiezione, accusa o articolo esposto contro di lui? qui Giobbe parla umilmente e meschinamente di sé, come in tutto il contesto precedente parla molto bene di Dio, tra i quali non c'era paragone:

[e] scegliere le mie parole [per ragionare] con lui? suggerendo che se avesse scelto le parole più adatte e appropriate per essere usate, e le avesse messe insieme nell'ordine più esatto, e che avessero in sé la massima forza di persuasione e forza di ragionamento, tuttavia non sarebbero state di alcuna utilità presso Dio; questi non potevano avere alcuna influenza su di lui per volgere la sua mente, o alterare i suoi propositi o le sue provvidenze; e quindi concluse che era meglio per lui tacere e non rispondere; ma se ha detto qualcosa, di farlo in modo supplicante, come segue

15 Versetto 15. Al quale, quand'anche fossi giusto, non risponderei,

Questo non si deve intendere della giustezza della sua causa, di cui Giobbe non fece alcuna supposizione, ma affermò con forza e determinò di tenerla salda finché fosse vissuto; né della sua giustizia evangelica, della giustizia della fede che conosceva, persino della giustizia del suo Redentore vivente, per la quale sapeva di essere, e di dover essere, giustificato; e con la quale giustizia egli poté rispondere e rispose a Dio, come può fare ogni credente, il quale, facendo menzione di questa giustizia, e di questa soltanto, egli può invocare la giustizia di Cristo presso Dio come suo giustificatore, e sostenerla contro tutte le accuse mosse contro di lui; sì, presentando questo a Dio per fede, egli risponde a tutte le esigenze della legge di Dio, sia per quanto riguarda i precetti che la pena di essa, essendo così magnificata e resa onorevole, e tutto ciò che la giustizia di Dio può richiedere, e con il quale è interamente soddisfatta; sì, questa giustizia risponderà a Dio per lui in un tempo a venire, nel giudizio finale: ma Giobbe parla della sua giustizia legale e civile, come di un uomo buono e di un buon magistrato; come quest'ultimo, si rivestì della giustizia, ed essa lo rivestì; come il primo, avendo la grazia, la radice della questione, in lui, come la chiama lui, gli ha insegnato a vivere sobriamente, rettamente e piamente; era un uomo che temeva Dio e fuggiva il male; e la sua sensazione è che, sebbene si comportasse così bene sotto ogni aspetto, e ordinasse la sua conversazione in modo così retto davanti agli uomini che non potessero avere nulla da imputare a lui, tuttavia non porterebbe una tale giustizia davanti a Dio, e pretenderebbe di rispondergli con essa; poiché sapeva che una tale giustizia non è giustizia agli occhi di Dio, agli occhi della sua legge e a causa della giustizia divina, essendo non solo imperfetta, ma impura; non solo stracci, ma anche sporchi, accompagnati da molti peccati, oltre che da imperfezioni; pertanto nessun uomo buono esporrà la sua causa davanti a Dio su una tale questione, per quanto possa davanti agli uomini; anzi, Giobbe sembra portare questo punto ancora più in là, che sebbene avesse una giustizia propria senza peccato, e fosse giusto come Adamo prima della sua caduta, o i santi angeli in cielo, tuttavia non insisterebbe su una tale giustizia davanti a Dio, né pretenderebbe di rispondergli con essa; poiché egli sapeva che gli abitanti dei cieli, e quindi l'uomo nel suo paradiso sulla terra, nella sua migliore condizione, non erano puri ai suoi occhi, ma accusabili di stoltezza e imperfezione, in confronto a lui: e quando dice che non poteva "rispondergli", il suo significato non è che non avrebbe risposto a una domanda che gli era stata posta, ma che non gli avrebbe risposto in modo giudiziario; che, se avesse preferito un atto di accusa contro di lui, non avrebbe risposto ad esso, sebbene non sapesse nulla da solo, e non potesse accusarsi di nulla di sbagliato in pensieri, parole o azioni; eppure, se Dio glielo avesse accusato, non avrebbe risposto contro di lui, non lo avrebbe contraddetto, non avrebbe risposto di nuovo, né avrebbe litigato con lui, ma vi avrebbe rinunciato; perché, sebbene egli non sapesse di aver fatto alcuna cosa di male, o che ci fosse in lui dell'imperfezione, tuttavia Dio, che era più grande del suo cuore, e conosce ogni cosa, è il cuore che scruta e prova Dio, egli sapeva meglio di lui, e perciò era determinato a sottomettersi a lui, e ad essere da lui stabilito ciò che era.

Supplicherei il mio giudice, cioè Dio, il giudice di tutta la terra, e il quale è particolarmente il giudice del suo popolo, il suo patrono e difensore, il suo giudice e legislatore, che lo salverà, perché, sebbene egli sia un Dio giusto e un giudice giusto, tuttavia un salvatore, ed è uno dei privilegi del suo popolo che possa venire a lui, non solo come il Dio di ogni grazia, e come il loro Dio e Padre in Cristo, ma a lui come a Dio il Giudice di tutti, Ebrei 12:23 ; e gli espongano il loro caso e implorino la sua protezione; e questo Giobbe scelse di fare piuttosto che contendere con lui; poiché per "supplica" si intende la preghiera, come spesso accade in entrambi i Testamenti; e significa tale preghiera che consiste in richieste di grazia e misericordia, o di cose da elargire in modo di grazia e misericordia; non secondo il merito, ma la misericordia; non per opere di giustizia compiute, ma per il favore e la buona volontà di Dio; e la cui preghiera è innalzata in modo umile e supplicante, riconoscendo l'indegnità di un uomo, che non merita la minima misericordia, né se ne aspetta alcuna a causa di alcun valore o dignità in lui, o dei suoi servizi; e in tal modo un uomo prevale di più su Dio, ed è più probabile che abbia successo, piuttosto che contendere con lui in modo giudiziario. Giacobbe aveva potere presso Dio e prevalse, ma fu con il pianto e la supplica, vedi Osea 12:4 ; così il signor Broughton legge le parole:

"implorerei pietà del mio giudice."

Alcuni lo rendono "il mio avversario", la parte opposta in un tribunale giudiziario, con la quale egli non avrebbe contestato, ma supplicato, e nel modo avrebbe risolto le questioni con lui. Giobbe sembra deciso ad adottare un tale metodo che Cristo consiglia nelle cause civili, Matteo 5:24,25

16 Versetto 16. Se l'avessi chiamato e lui mi avesse risposto,

Il signor Broughton legge le parole: "Se piango, mi risponderà?" come se Giobbe avesse qualche dubbio nella sua mente se Dio si sarebbe degnato di rispondergli, anche se gli avesse fatto la sua supplica, come aveva proposto, visto che lo aveva così duramente afflitto, e continuava ancora la sua mano su di lui; o le parole possono essere tradotte: "benché io abbia chiamato, ed egli ha risposto", in tempi passati. Giobbe era una persona che pregava spesso, aveva pregato Dio nella sua cameretta, e nella sua famiglia, per se stesso, per i suoi figli e per i suoi amici, e aveva scoperto che Dio era un Dio che ascoltava e rispondeva alle preghiere, ma sembra chiedersi se gli risponderebbe ora, se lo pregasse:

Non crederei che egli abbia ascoltato la mia voce, o che "avrebbe ascoltato", in questo tempo, e nelle circostanze attuali; o se lo avesse fatto, la misericordia sarebbe stata così grande, che egli avrebbe potuto a malapena crederci; così a volte per la gioia gli uomini non possono credere a ciò che sentono e vedono, come gli apostoli, quando Cristo apparve loro dopo la sua risurrezione; o come fu con i Giudei tornati da Babilonia, erano come quelli che sognano, riuscivano a malapena a capire se la loro liberazione fosse un fatto reale, o se l'avessero solo sognata, vedi Luca 24:41 Salmi 126:1 ; così Giobbe lascia intendere che, se pregasse Dio, e fosse esaudito e liberato, sarebbe così stupefacente e commovente, che in un primo momento non sarebbe in grado di dargli credito; o, tuttavia, non dovrebbe credere che fosse per le sue preghiere e suppliche, per qualsiasi valore e valore, virtù ed efficacia, che fosse in esse, che fosse esaudito; ma deve essere puramente per amore della sua misericordia, per amore della mediazione di Cristo, e perché queste preghiere erano i soffi del suo stesso spirito: oppure il senso è che, sebbene lo avesse ascoltato e risposto in precedenza, quando pregava in modo supplicante, tuttavia se dovesse contendere con lui in modo giudiziario, e insistere sulla propria giustizia, e presentare la sua supplica a Dio per questo motivo, non potrebbe mai aspettarsi di essere esaudito; e, in verità, non poteva credere di essere ascoltato per nessun motivo, finché duravano le sue attuali sofferenze; che sembra essere il senso di ciò che segue, dove egli dà le sue ragioni per tale credenza, o piuttosto incredulità

17 Versetto 17. perché mi spezza con una tempesta,

Che sorge all'improvviso, viene potentemente e trascina tutto davanti a sé irresistibilmente; significando così la natura delle sue attuali dolorose afflizioni, che si abbatterono su di lui immediatamente, lo premevano e lo distrussero completamente, contro le quali non c'era resistenza: forse può avere qualche riferimento alla tempesta di vento che abbatté la casa, dalla quale furono distrutti i suoi figli. Schultens lo rende "una tempesta ardente", come è comune nei paesi orientali, di cui Thevenot fa spesso menzione, che uccide un uomo all'istante, e la sua carne diventa nera come un carbone, e si stacca dalle sue ossa, e viene strappata via dalla mano che lo solleverà; con la quale un uomo viene fatto a pezzi davvero, a cui Giobbe può alludere:

e moltiplica le mie piaghe senza motivo; riferendosi, forse, ai molti foruncoli e ulcere sul suo corpo; sebbene possa anche rispettare la molteplicità dei modi in cui lo aveva ferito o afflitto, nella sua persona, nella sua famiglia e nelle sue sostanze, e che egli dice essere stato fatto "senza motivo"; non senza una causa o una ragione in Dio, che non fa nulla senza di essa, anche se non può essere conosciuta dagli uomini; in particolare nell'affliggere gli uomini, non è senza causa o ragione; se punisce gli uomini, è per il peccato; se rimprovera e castiga il suo popolo, è per le sue trasgressioni; per portarli alla loro intelligenza, per umiliarli per loro, per allontanarli da loro, o per impedirglielo, o purificarli, e per mettere alla prova le loro grazie, svezzarli dal mondo e adattarli a sé: ma le afflizioni di Giobbe erano senza alcuna causa del genere suggerita dai suoi amici; Non era ipocrisia, né alcun peccato o peccati noti di cui si era reso colpevole, e in cui aveva vissuto e si era concesso in segreto, come immaginavano. Giobbe qui suggerisce la sua innocenza, sulla quale ha sempre insistito, e riferisce le sue afflizioni alla volontà sovrana di Dio, e a qualche causa nascosta nel suo petto, sconosciuta a se stesso e agli altri: tuttavia, finché lo trattava in questo modo, non poteva credere che le sue preghiere fossero ascoltate da lui

18 Versetto 18. Non permetterà che io prenda fiato,

Il che alcuni pensano si riferisca al morbo di Giobbe, che era o un'asma, o un quinsy in gola, che causava grandi difficoltà a respirare: dovrei piuttosto pensare che l'allusione sia ai venti caldi e ardenti in quei paesi prima menzionati, che a volte soffiavano così forte da togliere quasi il respiro a un uomo; così il viaggiatore di cui sopra si dice che tra Suez e il Cairo (in Egitto) avessero per un giorno di tempo e per di più un vento caldo, che furono costretti a voltargli le spalle, per prendere un po' di fiato. Il disegno di Giobbe è di mostrare che le sue afflizioni continuarono e furono senza intervalli; si ripetevano così velocemente, e gli venivano addosso così fitte, una dopo l'altra, che non aveva tempo di respirare; il significato della frase è lo stesso di quello in Giobbe 7:19 ;

ma mi riempie di amarezza; fino alla pienezza, alla sazietà, al disgusto, come può esserlo un uomo con una pozione amara, con una bevanda di assenzio e acqua di fiele, con afflizioni amare paragonabili a queste, per cui la vita di Giobbe fu amareggiata per lui, vedi Geremia 9:15 Lamentazioni 3:15,19

19 Versetto 19. Se [parlo] di forza, ecco, [è] forte,

O pensateci, o mi dedico a questo, e mi propongo di portare avanti il mio punto con la sola forza, come fanno alcuni uomini a forza di potere e di autorità di cui sono in possesso; ahimè, non c'è nulla da fare in questo modo; Sono una creatura povera, debole, debole nel corpo, nella mente e nell'eredità; Non sono in grado di contendere con un antagonista così potente per nessun motivo, in nessun modo: Dio è forte, è il "più forte", come alcuni lo dicono; è potente, è l'Onnipotente; la debolezza di Dio è più forte degli uomini; non c'è disputa con Dio sul piede della forza.

E se è di giudizio, chi mi fisserà un termine [per difendere]? Se penso e mi propongo di mettere le cose sul piede della giustizia, di far sì che la causa tra noi sia emessa in questo modo, non posso aspettarmi di avere successo per diritto, non più che per forza; Egli è così rigorosamente giusto e santo, che nessuna giustizia e santità della mia può stare davanti a lui; egli è Dio, e io un uomo, e quindi non sono degno di riunirsi in giudizio; ed egli un Essere puro e santo, giusto e verace, e senza iniquità, e io una creatura sporca peccatrice; e inoltre, non c'è nessuno superiore a lui, a cui io possa appellarmi, nessuno che possa fissare un luogo, o fissare un tempo, per l'udienza della causa tra noi, o che possa presiedere al giudizio e decidere la questione in controversia; anzi, non c'è una tra le creature che possa essere un uomo di giornata, un arbitro o un arbitro; sì, non uno che possa essere impiegato come consiglio, che possa prendere in mano la causa, e perorarla, ed essere un mio patrono e un mio difensore; affinché, lasciami seguire la condotta che voglio, sono sicuro di essere inadatto e pettinato, vedi Geremia 49:19

20 Versetto 20. Se mi giustifico,

Cercare la giustificazione mediante la propria giustizia, confidare in se stesso di essere giusto, dire che lo era e dichiararsi un uomo giusto, che cosa significherebbe?

la mia bocca mi condannerà; le parole di esso sono peccaminose, vane, oziose e spumeggianti; e se un uomo deve essere giustificato e condannato con le sue parole, può essere sicuro di queste ultime: infatti, "se uno non offende con le parole, costui è un uomo perfetto", Giacomo 3:2 ; ma che l'uomo stia il più attento possibile, e mantenga sempre una tale guardia sulle sue labbra, tale è l'imperfezione della natura umana, che, sebbene sia un Mosè, parlerà sconsideratamente con le sue labbra, in un momento o nell'altro, e in molte cose offenderà; il che sarebbe la sua condanna, se non ci fosse altro modo per salvarsene; anzi, perché un uomo peccatore si giustifichi, o dica di essere un uomo giusto per la sua giustizia, e insista su questo davanti a Dio, se viene processato su questo deve essere condannato; sì, dire che è così è una falsità, abominevole a Dio, e sufficiente per condannarlo; e inoltre, un uomo che conosce se stesso, come Giobbe, deve essere cosciente di molti peccati dentro di sé, per quanto esteriormente giusto possa essere davanti agli uomini; affinché, se egli dicesse che era giusto, la sua coscienza parlasse, o facesse parlare la sua bocca e lo contraddiesse e lo condannasse.

[se dico], [sono] perfetto; non in senso evangelico, come lo era lui; ma in senso giuridico, in modo da essere libero dal peccato, cosa che non lo è nessun uomo che sia perfetto in senso evangelico; come Noè, Giacobbe, Davide e altri, che erano così, ma non senza peccato; Se dunque un uomo affermasse questo, non direbbe ciò che è giusto, ma ciò che è perverso, come potrebbe essere dimostrato:

mi dimostrerà anche perverso; essere un uomo malvagio; o lui, Dio, proverà, o la sua bocca, come nella clausola precedente; poiché dire questo è dire una menzogna, il che è perverso, vedi 1Giovanni 1:8

21 Versetto 21. [Sebbene] fossi perfetto,

Realmente e veramente, non consciamente di alcun peccato nel pensiero, nella parola o nell'azione; Questo è solo un caso che suppone:

[eppure] non conoscerei l'anima mia; Non mi sarei ammesso di esserlo davanti a Dio; Non insisterei su una tale perfezione in sua presenza, come ciò che mi giustificherebbe davanti a lui; poiché sono sensibile, la più alta perfezione di una creatura è l'imperfezione in confronto a lui: o il senso può essere, se dicessi che fossi "perfetto, non conoscerei la mia anima"; Sembrerei chiaramente ignorante di me stesso, come lo sono tutti i perfezionisti; non conoscono la propria anima, la piaga del loro cuore, la malvagità dei loro pensieri, la vanità della loro mente; non si accorgono di queste cose, o non le considerano peccaminose; essi non conoscono la natura del peccato e la sua estrema peccaminosità.

Disprezzerei la mia vita; anche se mai così innocente, perfetto e giusto; il suo significato è che non avrebbe insistito per la continuazione di esso per questo motivo; non ne aveva un tale valore, un tale amore per la vita da contendere con Dio sul piede della giustizia su di essa; né pensava che valesse la pena chiederlo, tanto meschina ne aveva avuto un'opinione, vedi Giobbe 7:16

22 Versetto 22. Questa [è] una [cosa],

O "una sola cosa [c'è] nel mondo, come aggiunge Jachi; o "una sola misura", come il Targum, per gli uomini buoni e cattivi; un evento uguale per i giusti e per i malvagi, Ecclesiaste 9:2 ; cosicché, come altri lo rendono, "è tutto uno", sia che un uomo sia giusto e perfetto, sia che non lo sia, egli è ugualmente soggetto ad essere afflitto e angosciato: e "questa è una cosa, [molto] singolare", stupefacente e stupefacente, e molto inspiegabile; ma così è, e su cui differiva dai suoi tre amici; quanto alla giustizia di Dio, era d'accordo con loro in questo; sì, credeva di essere giusto in tutto ciò che faceva, e anche in questo, che era così strano e sorprendente, anche se non riusciva a spiegarlo: e "questo è uniforme", come lo traduce il signor Broughton; o Dio agisce in modo uniforme in ciò che fa, trattando tutti gli uomini allo stesso modo, buoni e cattivi; o Giobbe era uniforme nei suoi sentimenti, era tutto d'un pezzo, fermo e costante, conservando lo stesso senso delle cose, dal quale non si era allontanato, né poteva allontanarsi;

perciò l'ho detto; con la massima fiducia e sicurezza, perché ci credeva, e lo avrebbe ripetuto, non vedendo alcun motivo per cambiare il suo giudizio; La cosa gli era abbastanza chiara, di cui aveva, almeno come pensava, prove indiscutibili; e la cosa a cui ha rispetto è la seguente:

egli distrugge i perfetti e gli empi; questa è considerata da alcuni un'espressione molto cattiva, al limite della bestemmia, e contraria alla natura e alle perfezioni di Dio, e ai metodi della sua provvidenza, Genesi 18:23-25 ; e che Giobbe parla nella persona di uno privo della grazia di Dio: ma nulla è più certo che che questo era il vero sentimento della sua mente, la sua ferma convinzione, né poteva essere persuaso al contrario; anzi può essere inteso in senso buono: per uomo "perfetto" dobbiamo intendere un uomo veramente buono, uno che ha ricevuto la grazia di Dio in verità, ed è perfettamente giustificato e perdonato attraverso il sangue e la giustizia di Cristo; e da un uomo "malvagio" uno che è sotto l'influenza delle sue concupiscenze, è abbandonato a loro, e non è mai facile se non mentre li serve, cosa che fa continuamente. Ora, la distruzione di questi non deve essere interpretata come distruzione eterna; Questo sarà il caso degli uomini malvagi, ma non degli uomini perfetti e buoni: Dio con la sua grazia ha fatto la differenza tra loro in questo mondo, e così farà nell'altro; l'uno andrà incontro al castigo eterno, l'altro alla vita eterna e non si riunirà mai nello stesso luogo o stato; né l'uomo perfetto sarà affatto distrutto in questo senso; la grazia di Dio in lui, e la giustizia di Cristo su di lui, lo proteggeranno eternamente dall'ira e dalla rovina eterne: ma è inteso per la distruzione temporale; a volte infatti viene fatta una notevole distinzione tra l'uno e l'altro in un tempo di calamità generale, come Noè, un uomo perfetto, fu salvato, quando il mondo degli empi fu distrutto dall'acqua, Genesi 7:23 2Pietro 2:5 ; e Lot, un uomo giusto, quando Sodoma e Gomorra furono consumate dal fuoco, Genesi 19:29 ; ma spesso cadono insieme nella stessa comune angoscia; uomini buoni e cattivi, tra i Giudei furono ugualmente portati prigionieri in Babilonia, simboleggiati dai fichi buoni e cattivi di Geremia, Geremia 24:2 ; di uomini buoni, Ezechiele, Daniele, Sadrac, Mescec e Abednego, sono esempi; sebbene in realtà sia per motivi diversi, e con opinioni diverse, che l'uno e l'altro vengono distrutti con una distruzione temporale, nelle loro persone, nella loro salute, nelle loro famiglie o nei loro beni; Tali calamità sugli uomini buoni non sono come punizioni per i loro peccati, come sui malvagi; ma come castighi paterni, e per la prova delle loro grazie, per il loro bene spirituale ed eterno, e affinché non fossero condannati con il mondo. Il punto di vista di Giobbe, dicendo questo, è quello di osservare che lo stato di un uomo verso Dio non deve essere giudicato dalle sue circostanze esteriori, sia che sia un uomo buono o un uomo cattivo, poiché entrambi possono essere nelle stesse afflizioni e angosce, e che egli oppone ai sentimenti e alle parole di Elifaz e Bildad, Giobbe 4:7 8:20

23 Versetto 23. Se il flagello uccide all'improvviso,

Non Satana, come Jarchi e Bar Tzemach; ma ogni dolorosa calamità che circonda un uomo, lo frusta, lo ferisce e lo angoscia, come una frusta o un flagello; come uno qualsiasi dei dolorosi giudizi di Dio, la spada, la carestia, la pestilenza o le bestie malvagie, che a volte arrivano all'improvviso, inconsapevolmente, impensate e inaspettate; e a volte sono solo castighi in amore, le flagellazioni di un padre, sebbene generalmente in collera e caldo dispiacere, e sono un flagello traboccante, che trascina tutto davanti a sé; e quindi alcuni lo limitano agli uomini malvagi, come la versione dei Settanta; e alcuni lo intendono come se fossero stati trattati con più mitezza e gentilezza, essendo improvvisamente e subito uccisi da un tale flagello, nelle loro persone, nelle loro famiglie e nelle loro sostanze, mentre altri hanno le loro afflizioni prolungate e permangono a lungo sotto di loro, come nella frase successiva:

riderà del processo degli innocenti; non che siano completamente liberi dal peccato; perché non ce ne sono, no, nemmeno i neonati; Sebbene possano esserlo in senso comparativo, tuttavia non lo sono in senso assoluto, essendo concepiti nel peccato e formati nell'iniquità: inoltre, qui significa persone adulte, uomini buoni, che sono veramente graziosi, sinceri, retti, innocui nella loro vita e nelle loro conversazioni, le cui afflizioni sono "prove" della loro fede e pazienza, e altre grazie; e quando si dice che Dio "ride" di loro, che sembra essere stato progettato qui, questo deve essere inteso coerentemente con la sua pietà per il suo popolo, la sua simpatia per loro in tutte le loro afflizioni, non affliggendo o rattristando volontariamente i figli degli uomini; né si può pensare che li abbia in derisione e disprezzo, o che rida delle loro calamità, o in realtà, come fa degli uomini malvagi; ma che lo porta così spesso, nelle dispense della sua provvidenza, come se non facesse alcuna differenza tra loro, ma si facesse beffe dell'uno così come dell'altro; apparentemente non prestando attenzione alle loro grida; non affrettandosi al loro aiuto e alla loro liberazione, ma prolungando le loro tribolazioni per la prova delle loro grazie; e così in verità è molto contento dell'esercizio di essi sotto di loro, e di vederli sopportarli con tanta pazienza, coraggio, grandezza d'animo e sottomissione alla sua volontà. Alcuni interpretano questo come un uomo malvagio che ride delle calamità dei giusti, come gli Ammoniti e gli Edomiti si rallegrarono della distruzione degli Ebrei; il nemico della chiesa alla sua caduta, e come i papisti faranno ai testimoni uccisi; ma il primo senso sembra il migliore; piuttosto il flagello stesso ride del processo degli innocenti; così Schultens

24 Versetto 24. La terra è data nelle mani degli empi,

O il malvagio, Satana, come Jarchi e Bar Tzemach, che è il dio di questo mondo; o qualche tiranno malvagio, come Nimrod, o qualche altro conosciuto da Giobbe ai suoi tempi, per il quale possa avere rispetto; o gli uomini malvagi in generale, che per la maggior parte hanno la maggior parte della terra, e delle cose terrene, e del potere, del dominio e dell'autorità in essa; e questo hanno da Dio, i poteri che sono ordinati da lui, e quindi devono essere obbediti; e ciò che uno ha della terra, e la pienezza di esso, lo hanno da colui di cui si tratta, e che ha il diritto di disporne, e perciò essendo dato da lui, hanno un diritto proprio su di esso; ma allora sono solo le cose di questo mondo che sono date loro; hanno la loro parte qui, e questo è tutto il loro tutto; pertanto, come il dare queste cose non è una prova della bontà di un uomo, così il toglierle non è una prova della sua malvagità; L'amore o l'odio non si possono conoscere da queste cose; questa è la portata e la deriva di Giobbe in questo e in Giobbe 9:23 :

egli copre il volto dei suoi giudici; non Satana, che acceca le menti di costoro, perché non comprendano la giustizia, e la facciano, come la interpretano i suddetti scrittori ebrei; né l'uomo malvagio che possiede ricchezze e ricchezze, potenza e autorità, che con la sua sostanza corrompe i giudici e acceca i loro occhi, o con la sua potenza e autorità li spaventa, impedisce loro di eseguire il vero giudizio, o scoraggia le persone adatte a tale ufficio, e non le promuove, ma le lascia giacere dentro, e li copre con l'oscurità; o coloro che sono onesti e fedeli, e non devono essere corrotti e maltrattati, o li rimuove dal loro posto, e copre i loro volti di vergogna, o li porta via con la morte, li condanna e li uccide come malfattori; essendo consuetudine nei tempi passati, così come nei nostri, coprire il volto di coloro che vengono giustiziati: ma piuttosto questo si deve intendere di Dio, che consegna la terra nelle mani degli empi, permette loro di avere il dominio su di essa, e permette che tali cose siano fatte, come già osservato; e inoltre, consegna i giudici della terra alla cecità giudiziaria, in modo che non possano discernere ciò che è giusto e giusto, e farlo, vedi Isaia 29:10 ;

Se no, dove [e] chi [è] lui? se non è così, come dico, dov'è l'uomo, e chi è, che può confutarmi e rendermi bugiardo? nel ruolo di Aben Esdra; venga fuori e appaia, e mi confuterà, e mi insegni il contrario, se può; o dite il luogo della sua dimora e dite chi egli è; o, se Dio non fa questo, dia la terra nelle mani degli uomini malvagi, e copra i volti dei suoi giudici, e permetta agli uomini malvagi di prevalere, e le cause degli uomini buoni siano sovvertite, l'una fiorisca e l'altra sia schiacciata; Chi lo fa? Dov'è l'uomo che l'ha fatto o può farlo? certo è, che è fatto; e chi, se non quel Dio che sovrintende a tutte le cose, siede nei cieli e fa tutto ciò che vuole, può fare cose come queste? O potevano essere fatti senza la sua volontà e il suo permesso? con tali medium Giobbe dimostra la sua asserzione, che Dio distrugge i perfetti e i malvagi; e quindi, a giudicare dalle cose della provvidenza, non si deve avere alcun giudizio sul carattere di un uomo, buono o cattivo, e poi si esprime in se stesso nei versetti seguenti

25 Versetto 25. Ora i miei giorni sono più veloci di un palo,

O "di un corridore" in una corsa, per ottenere il premio; o di uno che cavalca la posta, o corre a piedi per portare un messaggio, come lo erano Cushi e Ahimaaz; e quelli che sono generalmente veloci di piede, o cavalcano cavalli veloci, che sono così impiegati; eppure Giobbe dice che i suoi giorni sono più veloci, o è passato più rapidamente spine tali; intendendo o i suoi giorni in generale; o piuttosto in particolare i suoi giorni prosperi, come li interpreta il signor Broughton; Questi non appena arrivarono, ma se ne andarono:

fuggono via; come un'ombra, o un sogno, o una favola che si racconta:

non vedono nulla di buono; o vedeva, percepiva o non godeva di nulla di buono in essi; non che egli vide e godette molto bene, anche molto bene temporale, che è ciò che si intende; ma questo non appena fu tolto, fu come se non fosse mai esistito; I giorni malvagi di afflizione e dolore, nei quali non provava piacere, si abbattevano su di lui così rapidamente

26 Versetto 26. Sono passati come le navi veloci,

Quelli che sono costruiti più leggeri e corrono più veloci. Bar Tzemach pensa che si intendano quei vascelli che remano con i remi, che possono essere chiamati "navi della volontà o del desiderio", come possono essere rese le parole, perché possono essere remate a piacere, ed essere trasportate in qualsiasi luogo dove e quando un uomo lo ritiene opportuno; mentre quelle che non lo sono dipendono dal vento, e questo deve essere aspettato; o progettano navi così rapide nel loro movimento, che arrivano al porto non appena gli uomini possono ben desiderare e desiderare. Alcuni lo rendono "navi pirata" o "navi dell'inimicizia"; tali che sono progettate per il bottino e il saccheggio, e che sono leggere, non cariche di merci, e quindi si muovono rapidamente: il Targum è,

"navi cariche di frutti preziosi";

e la versione latina della Vulgata è:

"Navi che trasportano mele":

Ora le navi cariche di questo tipo di merci, con merci in deperimento, sono obbligate a fare il loro porto il più presto possibile. Alcuni lasciano la parola non tradotta, e le chiamano "navi di Ebeh"; il che, secondo Jarchi, Aben Esdra e altri, è il nome di un luogo, o di un fiume in Arabia, che scorreva con una corrente rapida, e in cui le navi venivano trasportate con grande rapidità. Bolducio riferisce da un viaggiatore di sua conoscenza, che terminò i suoi viaggi nel 1584, di aver visto un fiume simile intorno a Damasco, non lontano dal sepolcro di Giobbe; ma quello deve essere il fiume Chrysorrhoas, ora chiamato Barrady; ma c'erano due fiumi con questo nome: Ebeh; uno vicino a Cufa, e un altro a Wasith, un paese di Babilonia, come osserva Golio. Altri prendono la parola per avere il significato di canna o papiro, che cresceva sulle rive del Nilo, e di cui erano fatte le navi, vedi Gill su "Isaia 18:1" ; e rendono le parole "navi di canne" o "di papiro", e che, essendo leggere, erano molto veloci:

come l'aquila [che] corre verso la preda; l'aquila è il più veloce degli uccelli, e quindi le persone e le cose eccedenti sono paragonate a loro, vedi Habacuc 1:8 Lamentazioni 4:19 ; e vola più rapidamente quando ha fame, e in vista della sua preda, ed è più vicino ad essa, e sbatte le ali su di essa, che è la cosa a cui ci si riferisce, e così può essere reso "che vola sulla preda". Giobbe usa queste metafore, che sono le più appropriate, per mostrare quanto fugaci fossero i suoi giorni di prosperità, e quanto presto se ne andassero: e un culmine può essere osservato nelle parole; un corridore, anche se corre veloce, una nave si muove più veloce di lui, e un'aquila, che sta per afferrare la sua preda, vola più veloce di così

27 Versetto 27. Se dico, dimenticherò il mio lamento,

La causa di ciò, la perdita dei suoi figli, dei suoi servitori, delle sue sostanze e della sua salute, e sforzarsi di non pensare più a queste cose, e smettere di lamentarsene e tentare di seppellirli nell'oblio, e cambiare la sua nota:

Lascerò la mia pesantezza; i suoi pensieri, le sue parole, le sue arie e i suoi sguardi malinconici; o "abbandona il mio volto", assume un altro volto, più piacevole e allegro; i commentatori ebrei generalmente lo interpretano, "la mia ira", sia contro le dispense della Provvidenza, sia verso i suoi amici:

e confortarmi; che le cose non andavano peggio per lui di quanto non fossero; o rafforzare se stesso, come la parola è resa in Amos 5:9 ; contro le sue paure, le sue tribolazioni e la sua avvilimento di mente, decidendo di farsi coraggio e di farsi coraggio, e di non affondare, soccombere e venire meno sotto i suoi pesi: nessuno se non Dio, Padre, Figlio e Spirito, può dare conforto agli afflitti, sia per motivi temporali che spirituali; ma gli uomini buoni possono fare uso dei mezzi per consolare, come ascoltare la parola, leggere le Scritture, pregare, meditare e conversare con uomini buoni

28 Versetto 28. Ho paura di tutti i miei dolori,

che tornassero su di lui, lo circondassero e lo travolgessero, così che non potesse resistere contro di loro o sotto di loro; affinché crescessero e rimanessero con lui, e così non fosse mai liberato da loro.

So che tu non mi riterrai innocente: un'apostrofe improvvisa a Dio come vicino a lui; il significato non è che egli fosse sicuro che Dio non lo avrebbe giustificato, ma lo avrebbe condannato in senso spirituale; Giobbe non disperava della sua salvezza eterna, conosceva e credeva nel suo Redentore vivente; sapeva che sarebbe stato assolto e giustificato per la sua giustizia, e non sarebbe stato condannato con il mondo; ma egli ne era certo, poiché pensava che Dio non lo avrebbe né "purificato" [k], come alcuni rendono la parola, dai vermi di cui era rivestita la sua carne, e dalle sporche ulcere di cui era coperto; né lo avrebbe liberato in modo che apparisse innocente agli occhi e al giudizio dei suoi amici; ma avrebbe continuato a trattarlo come se fosse una persona colpevole, continuando le sue afflizioni su di lui, fino alla morte; Non aveva alcuna speranza di essere liberato da loro, e così di essere scagionato dall'imputazione dei suoi amici, che lo giudicavano dalle sue circostanze esteriori

29 Versetto 29. [Se] sono malvagio, perché dunque mi affanno invano?] Se era lui quel malvagio, quell'ipocrita, che Bildad e gli altri suoi amici credevano che fosse, era invano per lui rivolgere le sue suppliche a Dio, come gli avevano consigliato; così Gersom dà il senso delle parole; poiché Dio non ascolta i peccatori, come quelli che vivono nel peccato, considerano l'iniquità nei loro cuori e la praticano nella loro vita, almeno segretamente, come è stato suggerito da Giobbe; se era uno di loro, doveva essere tutta fatica perduta pregare Dio di mostrargli favore e di liberarlo dai suoi guai, poiché poteva ragionevolmente aspettarsi che avrebbe chiuso gli occhi e tappato le orecchie a un uomo simile, e non avrebbe guardato le sue grida; cercarlo deve essere vano; la preghiera può essere espressa in modo abbastanza appropriato con il lavoro, è uno sforzo e una lotta con Dio, e specialmente quando è costante, importuna e fervente: ma piuttosto il senso è che se era un uomo malvagio nel conto di Dio, o è stato trattato come tale; se Dio non lo ritenesse innocente, come afferma nell'ultima parte di Giobbe 9:28 ; allora era una cosa vana sforzarsi di vendicare se stesso; poiché non avrebbe mai potuto pensare di avere successo contro Dio, così saggio e potente, così santo, giusto e puro. La parola "se" non è nel testo originale, e può essere tralasciata, e le parole possono essere tradotte: "Io sono malvagio"; non in un modo noto, come se avesse vissuto una vita scandalosa, o si fosse reso colpevole di alcune grossolane enormità, come insinuavano i suoi amici, ma in comune con altri uomini; egli era nato peccatore, era stato un trasgressore fin dal grembo materno, e sebbene fosse stato rinnovato e santificato dallo spirito di Dio, tuttavia il peccato dimorava in lui, e a causa dell'infermità della carne peccava ogni giorno in pensieri, parole o azioni; né si aspettava che sarebbe stato diversamente per lui mentre era in questo mondo; sì, era impossibile per lui essere senza peccato, come osserva Bar Tzemach essere il senso della frase; e quindi se Dio non lo avrebbe scagionato, o ritenuto innocente, a meno che non fosse completamente libero dal peccato, poiché si stava sforzando invano di raggiungere tale perfezione, così deve essere inutile, ed è ciò che egli intende principalmente, tentare di vendicarsi davanti a Dio: o "Sarò malvagio" o "empio"; Sarò trattato come tale non solo dai suoi amici, che lo considererebbero un uomo molto malvagio finché quelle afflizioni continueranno su di lui, lasciamo che dica quello che vuole; ma dal Signore stesso, che egli credeva non lo avrebbe mai liberato da loro finché fosse vissuto, il che agli occhi degli uomini sarebbe stata una tacita condanna nei suoi confronti; così il Targum,

"Sarò condannato,"

e perciò fu fatica invano, lottando contro corrente, andare in giro per vendicarsi; né era possibile che potesse distinguersi così chiaro, puro e perfetto, che un Essere santo come Dio non potesse trovare alcuna colpa in lui, ai cui occhi i cieli, e i loro abitanti, non erano puri; Ciò è ulteriormente evidenziato nelle seguenti parole

30 Versetto 30. Se mi lavo con l'acqua della neve,

Come veniva dal cielo, o scorreva dai monti coperti di neve, come il Libano, vedi Geremia 18:14 ; o era tenuto in vasi per tale uso, come se fosse giudicato il migliore per tale scopo; così era usato dagli antichi, come ciò che sbianca la pelle e rafforza le parti contraendo i pori, e ostacolare la traspirazione; significa, in senso figurato, che se prendesse i metodi che voleva per purificarsi dal peccato, erano tutti vani, la sua iniquità sarebbe stata vista e sarebbe rimasta segnata davanti a Dio; e in verità non c'è nulla che un uomo possa fare che lo renda puro e puro agli occhi di un Dio santo; ciò non deve essere fatto con abluzioni cerimoniali, come quelle che potevano essere in uso al tempo di Giobbe, prima che fosse data la legge di Mosè, e alle quali egli potrebbe avere qualche riferimento; questi solo santificavano per la purificazione della carne, o solo esternamente, ma non potevano purificare il cuore, in modo da non avere più coscienza del peccato; né per doveri morali, non per pentimento, come Sephorno; una fontana, un'inondazione, un oceano di lacrime di umiliazione e di pentimento, non avrebbero lavato via il peccato; Se, invece di diecimila fiumi d'olio, si potessero produrre tanti fiumi di lacrime salate, non servirebbero a nulla purificare il peccatore; né alcuna opera di giustizia compiuta dall'uomo, poiché queste stesse hanno bisogno di essere lavate nel sangue dell'Agnello; poiché nulla può farlo se non il sangue di Cristo e la grazia di Dio:

e rendere le mie mani mai così pulite; le mani sono ciò con cui gli uomini lavorano, Ecclesiaste 9:10 ; e così possono progettare buone opere, che a volte sono chiamate mani pulite; vedi Salmi 24:4 ; rispetto a Salmi 15:1,2 ; e si può dire che lo sono quando sono fatti bene, con un cuore puro, e una fede non finta, senza visioni egoistiche e sordide, con un solo occhio alla gloria di Dio; il che significa fare anche loro, e rendere le mani il più pulite, come possono essere; eppure questi non sono di alcuna utilità rispetto alla giustificazione davanti a Dio, e all'accettazione presso di lui, o riguardo alla salvezza, che è tutta per grazia, e non per opere, sia ciò che vogliono; alcuni rendono le parole: "E lavami le mani con sapone", che le purifica meglio di qualsiasi cosa, vedi Geremia 2:22

31 Versetto 31. Eppure mi immergerai nel fosso,

Nel sudicio fossato del peccato, nella fossa in cui non c'è acqua, nell'orribile fossa, nel fango e nell'argilla, in cui sono tutti gli uomini non rigenerati, e a cui gli ipocriti ritornano, come i porci a sguazzare nel fango; e in quale impurità le persone ipocrite sono, e prima o poi vengono fatte apparire, nonostante tutta la loro rettitudine, santità, purezza e perfezione esteriore di cui si vantano; e sebbene Giobbe non fosse né uno di questi, né un uomo non rigenerato, né un ipocrita, né una persona ipocrita; eppure sapeva che, in confronto alla perfetta purezza e santità di Dio, sarebbe apparso estremamente impuro; e che Dio lo avrebbe trattato come tale, e lo avrebbe esposto agli occhi degli altri come la sporcizia del mondo, e la spazzatura di tutte le cose, continuando le sue afflizioni, da cui si sarebbe concluso che era la persona più impura; e in verità per fossato si può intendere il fossato delle afflizioni, come Sephorno, o le sue attuali continuavano, le sue sporche ulcere e croste, di cui il suo corpo era coperto dappertutto, o nuove afflizioni in cui lo avrebbe portato, dove sarebbe sprofondato in un fango profondo, non essendoci alcuna resistenza, Salmi 69:2 ; Alcuni comprendono questo della tomba, del fosso o pozzo della corruzione, in cui dovrebbe essere gettato, e lì putrefatto e marcire, ma gli altri sensi sembrano i migliori:

e le mie vesti mi aborriranno; non i suoi vestiti in senso letterale; o mentre era in vita, essendo le sue sudicie ulcere tali, che se i suoi vestiti ne fossero sensibili, detesterebbero e aborrirebbero toccarlo e coprirlo; o quando era morto, le sue vesti sepolcrali, il suo sudario, o lenzuolo avvolgente, disdegnavano di coprire un corpo così sporco, cosparso di vermi e polvere; o, come parafrasa Vatablus, i vestiti non diventano un cadavere; o come il signor Broughton,

"quando vado nudo alla tomba, come se le mie vesti mi detestassero":

ma le parole devono essere intese piuttosto in senso figurato, sia di alcuni dei suoi amici che gli erano vicini e vicini quanto i suoi vestiti, o lo erano stati, ma ora si erano allontanati da lui, e lo detestavano e lo aborrivano, vedi Giobbe 19:13-19 ; o meglio, delle sue migliori opere di giustizia, che indossò come una veste, Giobbe 29:14 ; e che sono una copertura per i santi davanti agli uomini, e sono ornamentali per loro, sebbene non giustifichino agli occhi di Dio; e in verità in se stessi, e paragonati alla santa legge, e alla santa natura di Dio, sono imperfetti e impuri; e se Dio dovesse entrare in giudizio con gli uomini, essi sarebbero così lontani dal giustificarli ai suoi occhi, o dal renderli a lui accetti, che li farebbero aborrire da lui, come lo sono tutte le persone ipocrite e ipocrite, vedi Proverbi 21:27; Luca 16:14; 18:14 ; sì, anche le migliori opere degli uomini non sono che letame nel giudizio di un uomo buono stesso, che cosa devono essere dunque nel conto di Dio? Filippesi 3:8 ; Giobbe qui, e in Giobbe 9:30,32, ha le idee più elevate della purezza, della santità e della maestà di Dio, così che nessuna creatura, né la santità della creatura, per quanto perfette, possa stare davanti a lui, o essere pura ai suoi occhi

32 Versetto 32. Poiché non è un uomo come lo sono io,

Infatti, sebbene le parti e le membra di un corpo umano siano talvolta attribuite a lui, tuttavia queste devono essere comprese con un'antropopatia, che parla alla maniera degli uomini, essendoci in lui qualcosa che in senso figurato risponde a questi; altrimenti non dobbiamo concepire alcuna forma corporea in lui, o che ci sia alcuna somiglianza a cui debba essere paragonato: è uno spirito infinito, immortale, immenso, invisibile, puro e santo, giusto e vero, e senza iniquità; mentre Giobbe non era che un uomo, una creatura finita, debole, mortale e peccatrice; e quindi essendoci una così grande disparità tra loro, era vano litigare con lui, perorare la sua causa davanti a lui, o tentare di rivendicare la sua innocenza; i cocci possono lottare e contendere con i cocci della terra loro pari, ma non con Dio loro Creatore, che è più che all'altezza di loro; Egli vede l'impurità dove l'uomo non la vede, e può muovere un'accusa contro di lui, e sostenerla, dove pensava che non ce ne fosse, e quindi è una cosa vana entrare nelle liste con lui:

[che] io gli rispondessi; non alle domande da lui poste, ma in modo giudiziario alle accuse e alle accuse che avrebbe dovuto esibire; nessun uomo in questo senso può rispondergli, perché può portare uno dei mille, e gli uomini sono responsabili; pertanto Giobbe decide ancora una volta che non avrebbe preteso di rispondergli, poiché sapeva di non poterlo fare, vedi Giobbe 9:3,14,15 ;

[e] dovremmo unirci in giudizio; in qualsiasi tribunale di giustizia, davanti a qualsiasi giudice, per far sì che la causa tra di noi sia ascoltata, giudicata e determinata; poiché in quale tribunale può essere convocato? O quale giudice c'è sopra di lui, davanti al quale possa essere convocato? O è in grado di giudicare e determinare la causa tra di noi? c'è l'alta corte del cielo, dove tutti dobbiamo comparire, e il tribunale di Cristo, davanti al quale tutti dobbiamo stare; e Dio è il giudice di tutti, al quale dobbiamo venire e dalla cui sentenza dobbiamo essere determinati; ma non c'è tribunale, né giudice, né giudizio superiore a lui e ai suoi; non c'è l'annullamento della sua sentenza, o l'appello da lui a un altro; Non c'è alcun incontro, e tanto meno "simile", come alcuni lo rendono, o in termini di parità; la differenza tra lui e le sue creature è così enormemente grande

33 Versetto 33. Né c'è nessun uomo di giorno tra noi,

O "uno che riprende"; che, all'udire una causa, rimprovera colui che è stato trovato colpevole, o è colpevole, o ha fatto torto a un altro; ma non c'è una persona simile che si possa trovare, tra gli angeli o gli uomini, capace di questo, supponendo, come se Giobbe dicesse, che io sembri la persona offesa; o non ci sia "arbitro" o "arbitro", a cui può essere deferito il caso tra di noi; perché, come osserva Bar Tzemach, colui che si trova in un tale carattere tra due parti deve essere sia più saggio che più potente di loro; ma non c'è nessuno tra tutti gli esseri più saggio e più potente di Dio:

[che] potesse posare la sua mano su di noi; e trattenerli dall'usare qualsiasi violenza l'uno verso l'altro, come le persone contendenti sono inclini a fare; e le questioni di compromesso, sistemare e regolare le cose in contrasto tra loro, in modo da rendere giustizia a entrambi, e rendere facile entrambe le parti, e fare la pace tra di loro. Erodoto fa menzione di un'usanza tra gli Arabi,

"Quando stipulano patti e accordi l'uno con l'altro, un altro uomo sta in mezzo a entrambi, e con una pietra affilata taglia l'interno delle mani dei Covenanters vicino alle dita più grandi; e poi prende un pezzo da ciascuna delle loro vesti, e unge con il sangue sette pietre che giacciono fra loro; e mentre fa questo invoca una divinità, e quando ha finito il creatore del patto va con i suoi amici da un ospite o cittadino, se l'affare è trattato con un cittadino; e gli amici ritengono che sia cosa giusta osservare il patto".

Al quale, o a qualche usanza simile, si può pensare che Giobbe alluda. Ora, mentre Cristo è il giornalista, l'arbitro e il mediatore tra Dio e gli uomini, che si è interposto tra loro e si è impegnato a gestire gli affari relativi ad entrambi; nelle cose che appartengono a Dio, gloria della sua giustizia e onore della sua legge, e di fare la riconciliazione per i peccati degli uomini, e di fare la pace con Dio per mezzo del sangue della sua croce; cosa che ha completamente fatto, essendo in ogni modo qualificato per questo, in quanto partecipa di entrambe le nature, ed è Dio e uomo in una sola persona, e quindi potrebbe mettere la sua mano su entrambe, e fare di entrambe una cosa sola; o portare coloro che erano in disaccordo con un intero accordo tra loro, su un fondo tale che nemmeno la stretta giustizia di Dio può obiettare. Ora, dico, Giobbe non deve essere inteso come se lo ignorasse, perché conosceva Cristo come Redentore e Salvatore, e quindi come Mediatore e Pacificatore; la versione dei Settanta lo rende come un augurio: "Oh se ci fosse un mediatore tra noi!" e quindi può essere considerato come una preghiera per l'incarnazione di Cristo, e che egli apparisse e facesse l'opera di un mediatore a cui era stato nominato, di cui Giobbe vide chiaramente che c'era un grande bisogno; o, come altri, "non c'è ancora un uomo di giorni"; ce ne sarà uno, ma non è ancora venuto; a tempo debito lo farà, cosa in cui Giobbe aveva fede e piena certezza: ma non c'è bisogno di tali versioni e glosse: Giobbe qui non sta parlando dell'affare della salvezza, sulla quale non aveva dubbi, sapeva che il suo stato era al sicuro e aveva un interesse per il Redentore vivente e il benedetto Mediatore; ma dell'attuale dispensazione della Provvidenza, e del disboscamento di ciò fino alla soddisfazione dei suoi amici, in modo che potesse sembrare una persona innocente; e poiché Dio non ritenne opportuno cambiare la scena, non c'era nessuno che interponesse in suo favore, e fu inutile per lui contendere con Dio

34 Versetto 34. Lasci che mi tolga via il suo bastone,

Non il suo governo su di lui, di cui la verga o lo scettro è un vessillo, Giobbe non voleva esserne liberato; ma, la sua verga di afflizione, o colpo, come il Targum, il colpo della sua mano, che, sebbene fosse un castigo paterno, gravava su di lui e deprimeva il suo spirito; così che non poteva, mentre era su di lui, ragionare così liberamente sulle cose come pensava di poter fare se fosse stato rimosso, e per le quali qui prega:

e non lasciare che la sua paura mi terrorizzi; non il timore di lui come padre, che non è terrificante, ma il timore di lui come giudice; il terrore della sua maestà, il terrore della sua ira e della sua vendetta, le spaventose apprensioni che aveva di lui come Dio di stretta giustizia; ciò non avrebbe in alcun modo scagionato il colpevole, sì, non lo avrebbe ritenuto innocente, sebbene fosse rispettoso dell'accusa dei suoi amici; essendo ora senza quelle vedute di lui come di un Dio misericordioso e misericordioso; a queste parole Elihu cerca di avere rispetto, Giobbe 33:6,7

35 Versetto 35. [Allora] parlerei e non lo temerei,

Con un timore servile, sebbene con riverenza e timore di Dio; intendendo sia al trono della grazia, avendo libertà di accesso, audacia di spirito e libertà di parola attraverso Cristo il Mediatore, sia in vista del suo sangue, giustizia e sacrificio; poiché quando la verga della sua legge e il terrore della sua giustizia sono rimossi, e la sua grazia e il suo favore sono mostrati in Cristo, un credente può parlare con franchezza e liberamente a Dio, e non aver paura davanti a lui: ma piuttosto la sensazione di Giobbe è che, se la verga della sua ira fosse tolta e il terrore della sua maestà, il che lo intimoriva a tal punto che non poteva raccontare il suo caso come era, e usare gli argomenti che poteva a suo vantaggio; dovrebbe parlare senza paura, e in modo da difendersi, e far apparire la sua causa giusta; a questo il Signore sembra riferirsi in Giobbe 38:3; 40:7 ; essendo espressioni audaci e audaci, che Giobbe arrossì quando ne fu reso sensibile, Giobbe 42:5,6 ;

ma [non è] così per me; non c'era giorno tra il Signore e lui; la verga non gli fu tolta dalla schiena, né il terrore e il terrore dell'Onnipotente gli furono tolti; e così non poteva parlare in sua difesa, come altrimenti avrebbe potuto: o non era così per lui come i suoi amici pensavano di lui; egli non era l'uomo malvagio e ipocrita che essi pensavano che fosse, o come le afflittive dispensazioni di Dio lo fecero apparire, secondo il loro giudizio su di esse: o si possono pronunciare le parole: "Io non sono così con me stesso"; cioè, non era cosciente a se stesso di essere una persona tale che lo giudicavano; o tali erano le tribolazioni e le afflizioni che erano su di lui, che non era se stesso, non era "compos mentis", e quindi non era capace per questo, così come per gli altri, di perorare la propria causa: o "non sono giusto in" o "con me stesso"; non nella sua mente sana, essendo distratto dai terrori di Dio, e dalle frecce dell'Onnipotente che gli si conficcavano in lui; o non era giusto in se stesso; perché, sebbene fosse libero dall'ipocrisia, era accusato con, non pretendeva di essere senza peccato, o di avere una giustizia tale da giustificarlo davanti a Dio; e quindi desidera che le cose siano poste sul piede della grazia, e non della stretta giustizia

Commentario del Pulpito:

Giobbe 9

1 Versetti Giobbe, in risposta a Bildad, ammette la verità dei suoi argomenti, ma rifiuta di tentare la giustificazione che sola può dargli il diritto di accettare il lato favorevole dell'alternativa di Bildad. L'uomo non può assolutamente giustificarsi davanti a Dio. E' vano tentare di farlo. La competizione è troppo impari. Da una parte la perfetta sapienza e la forza assoluta (Versetto 4); dall'altro, la debolezza, l'imperfezione, l'ignoranza. la colpa (Versetti. 17-20). E nessun "giornario", o arbitro, tra di loro; nessun terzo che mantenga l'equilibrio in parità, e presieda autorevolmente la controversia, e controlli che sia fatta giustizia (Versetti. 33-35). Se così non fosse, Giobbe non si sottrarrebbe alla controversia; ma gli sembra sbagliato discutere con il potere onnipotente. "Ciò che sembra mancare a lui è l'assoluta convinzione espressa da Abramo nelle enfatiche parole: Il Giudice di tutta la terra non farà forse giustizia?"Genesi 18:25

Versetti 1, 2.-E Giobbe rispose e disse: Cantici che è così della verità. "Ammetto liberamente", cioè, "tutto ciò che è stato detto". Dio non avrebbe rigettato un uomo perfettamente giusto;Giobbe 8:20 e, naturalmente, punisce i malfattori. Ma, applicato praticamente, qual è il risultato? In che modo l'uomo dovrebbe essere giusto con Dio? o, davanti a Dio? A prescindere da qualsiasi conoscenza della dottrina del peccato originale o ereditato, ogni uomo sente, nel profondo del suo cuore, di essere peccatore, "un capo dei peccatori". Bradford guarda l'assassino mentre sale sul patibolo e dice: "Ma per grazia di Dio, ecco John Bradford!" Giobbe ha una convinzione simile, che agli occhi di Dio la giustizia, così com'è, si riduce all'insignificanza, ed è come nulla, non si può in alcun modo fare affidamento su di essa. Tale dev'essere l'atteggiamento davanti a Dio di ogni anima umana che non sia gonfia d'orgoglio o del tutto insensata e sprofondata nell'apatia

Versetti 1-4. - Giobbe a Bildad:1. La teologia di Bildad confutata

IO UNA CONCESSIONE IRONICA. « Cantici che è così vero». La dottrina proposta da Bildad,Giobbe 8:3 che nei rapporti di Dio con l'umanità una cosa come una perversione o un errore giudiziario era impossibile, Giobbe in un certo senso lo permette. Considerato in astratto, il sentimento era tale che Giobbe ammetteva allegramente. Come esposto da Bildad, che il governo divino del mondo era un governo di giustizia retributiva visibile, egli ne contestò espressamente la verità. Eppure, per smascherare il suo carattere fallace e per dimostrare la sua inutilità, egli è disposto a procedere partendo dal presupposto della sua verità:

II UN INTERROGATORIO PERTINENTE. "Come dovrebbe l'uomo [letteralmente, 'uomo fragile, corruttibile'] essere giusto", cioè mantenere la sua giustizia, stabilire la sua innocenza, "con Dio"? Supponiamo, per amor di discussione, che un tale sofferente possedesse l'intima e inestirpabile convinzione di essere innocente (cioè libero da notorie trasgressioni): con quale processo potrebbe rivendicare la sua integrità personale in modo da arrestare la mano punitiva dell'Onnipotente? Con nessuno che sarebbe servito, Giobbe procede a mostrare. In un senso più profondo di quello qui impiegato, la questione del patriarca possiede un significato importante per l'uomo. In che modo l'uomo, il fragile, il peccatore e l'uomo che perisce, stabilirà la sua giustizia dinanzi a Dio? Come nel caso di Giobbe, così in quello di ogni uomo, il tentativo di farlo è un'immaginazione selvaggia, e può solo portare al fallimento, non, tuttavia, a causa dell'impossibilità di stabilire ciò che esiste realmente, come nella visione di Giobbe, ma perché la cosa, la giustizia, non è lì per essere mantenuta; tutto il mondo è nella coscienza interiore, così come nei fatti esteriori, colpevoli davanti a Dio

III UNA SUPPOSIZIONE STRAORDINARIA. "Se contenderà con lui"; cioè se l'individuo accusato dalla Divina Provvidenza si proponesse di mettere in discussione l'equità divina, e anche di impegnarsi a dimostrare la propria innocenza; o, come altri interpretano i pronomi, se Dio volesse entrare in polemica con lui, cioè con l 'uomo debole e imperfetto. Secondo la prima spiegazione, il linguaggio suggerisce una presunzione peccaminosa; secondo quest'ultimo, di graziosa condiscendenza; Secondo entrambi, l'argomento del dibattito non è la questione della peccaminosità dell'uomo in generale, ma della colpevolezza dell'uomo rispetto a particolari reati

IV UNA CONTESA SENZA SPERANZA. Per due motivi Giobbe protesta che qualsiasi controversia con l'Onnipotente circa l'innocenza dell'uomo per le trasgressioni individuali (molto di più, quindi, riguardo alla questione della condizione peccaminosa dell'uomo) sarebbe inutile

1. L'ignoranza e la fragilità dell'uomo lo avrebbero squalificato dal rispondere alle accuse di Dio. Infinite in sottigliezza e infinite in successione, le accuse che un tale aggressore potrebbe essere mosso contro di lui lo confonderebbero e lo paralizzerebbero. Sopraffatto dal terrore per l'ineffabile maestà del suo divino avversario, avrebbe perso completamente il controllo delle sue povere facoltà, quali erano, e sarebbe stato del tutto incapace di respingere anche solo un'accusa su mille, anche se tutte fossero false.

Versetto 3; confronta - Salmi 130:3

2. La sapienza e la forza di Dio renderebbero impossibile a chiunque si impegnasse in una tale impresa di uscirne illeso. "Saggio di cuore e potente di forza, chi lo ha sfidato e ha avuto successo?" (Versetto 4). La saggezza dell'Onnipotente, che gli permette di scrutare il cuore,1Cronache 28:9; Salmi 7:9 di comprendere i pensieri,Salmi 139:2 di conoscere le opere,Giobbe 34:25 di considerare le vie,Giobbe 34:21 degli uomini; e il potere dell'Onnisciente, che assicura che il suo consiglio rimarrà validoIsaia 46:10 e che il suo proposito sarà adempiuto,Giobbe 23:13,14 presentano chiaramente una combinazione,Giobbe 36:5; 37:23; Daniele 2:20 contro la quale non solo è inutile, ma deve essere per sempre positivamente rovinoso, lottare

Imparare

1. Si addice agli uomini buoni riconoscere e confidare nella giustizia di Dio

2. Più le idee dell'uomo sono superiori e usano la santità e l'equità di Dio, più bassi sono i suoi pensieri riguardo alla sua impurità e iniquità

3. Come non ci può essere ingiustizia presso Dio, così non può esserci alcuna giustizia presso l'uomo

4. Sebbene sia senza speranza contendere con Dio in una discussione, non lo è lottare con lui in preghiera

5. L'atteggiamento migliore da assumere davanti a Dio per un uomo fragile e peccatore è quello dell'abbassamento di sé e della penitenza

6. L'ignoranza e la debolezza dell'uomo non possono competere con la saggezza e la potenza di Dio

7. La saggezza e la potenza di Dio, a vantaggio dell'uomo, sono state depositate in Cristo, che è la Potenza e la Sapienza di Dio

Versetti 1-4. - Cenni al Vangelo

IO UNA VERITÀ SUBLIME. Non c'è ingiustizia verso Dio (Versetto 1), in nessuno dei due:

1. Permettere il peccato. - Salmi 92:5

2. Affligge l'uomo. - Deuteronomio 8:5

3. Salvare il penitente. - Romani 3:26; 1Giovanni 1:9

4. Punire i malvagi. - Romani 3:5; 2Tessalonicesi 1:6

II UN FATTO MALINCONICO. È impossibile per l'uomo stabilire la sua giustizia davanti a Dio (Versetto 2), essendo la sua colpevolezza:

1. Dichiarato dalla Scrittura. - Salmi 143:2; Proverbi 20:9; Ecclesiaste 7:20; Isaia 53:6; Romani 3:19,23);

2. Attestato dalla coscienza. - Romani 2:15

3. Confermato dall 'esperienza. - Salmi 58:3 Efesini 4:17,18 Giudici 3:2

III UNA SCOPERTA UMILIANTE. Quell'uomo è assolutamente incapace di rispondere alle accuse di Dio contro di lui (Versetto 3), riguardo a:

(1) il loro numero, essendo i peccati dell'uomo numerosi quanto i capelli del suo capo;Salmi 40:12 o

(2) il loro carattere, essendo infinitamente atroci agli occhi di Dio;Proverbi 15:9; Isaia 43:24; Geremia 44:4);

o

(3) la loro prova, essendo le prove a sostegno delle accuse di Dio chiare e schiaccianti.Genesi 18:21; Geremia 17:10

IV UN EVANGELO FESTANTE. Che la salvezza possa essere trovata arrendendosi a Dio (versetto 4)

1. Nient' altro che il dolore può derivare dal coraggio e dall'opposizione a Dio.Isaia 27:4

2. La salvezza certa scaturisce dall'umile sottomissione a Dio.Salmi 76:9; Isaia 27:5

OMELIE DI E. JOHNSON versetto 1-10:22.- Seconda risposta di Giobbe. La paura della potenza di Dio

Ora, per la prima volta, Giobbe ammette il grande principio per il quale Elifaz e Bildad hanno combattuto, ma in senso amaro e sarcastico. È vero, egli dice, che non spetta all'uomo lottare contro Dio. Ma perché? Perché egli è il Potere assoluto, e quindi non c'è possibilità che un mortale mazzafrusto prevalga nella sua supplica. La sua forza è la sua lotta. È una concezione oscura di Dio quella a cui lo spinge ora la disperazione di Giobbe. Egli considera Dio semplicemente come una Forza onnipotente, una Volontà arbitraria e irresistibile. Prendiamo il pensiero del potere, e separalo da quello della giustizia e della compassione, e abbiamo l'idea di un Demone onnipotente piuttosto che di un Padre buono e misericordioso. Eppure la scintilla della vera fede vive ancora, come vedremo, nei recessi del suo cuore risvegliato

OMULIE di R. GREEN Versetti 1-4. - L'uomo non è in grado di rispondere a Dio

Curriculum di lavoro. Egli sa, con la stessa verità di Bildad, che Dio non perverte la giustizia. La Sua opera è sempre giusta, mentre l'uomo è errante, vano e peccatore. In che modo la creatura "risponderà" al Creatore? Se il Santo accondiscendesse ad entrare in polemica con la sua fragile creatura uomo, il povero peccatore sarebbe muto. Dalla bocca, anche dai colpevoli, Dio avrebbe estorto la confessione della sua propria giustizia, e con la sua gloria manifesta avrebbe costretto l'orgoglioso e presuntuoso a riconoscere la propria peccaminosità e il proprio errore. Questa confessione esce finalmente dalle labbra del suo fedele "servo Giobbe". Le presenti parole sono le prime note di quell'ultima trionfante confessione. Sorge l'incapacità dell'uomo di rispondere a Dio

Dal fatto dell'assoluta rettitudine delle vie divine, Giobbe lo riconosce; e questo rende la sua sorte sofferente, come servo di Dio, così inspiegabile sia per se stesso che per i suoi amici sbagliati, che sono decisi, a tutti i rischi, a trovare una risposta. È possibile per l'uomo pretendere una risposta a Dio; e, con malvagia audacia, entrare in contesa con lui. Ma, di fronte all'opera perfettamente santa dell'Altissimo, alla fine deve essere messo a tacere

II MA L'UOMO È UGUALMENTE INCAPACE DI RISPONDERE A DIO A CAUSA DELLA PECCAMINOSITÀ DELLE SUE AZIONI. Anche Giobbe, lodato da Dio, non nasconde la sua peccaminosità. Sul piano più basso, ci si deve lamentare del fatto che l'opera dell'uomo è imperfetta. Le sue migliori azioni, compiute con la massima forza e con un'intenzione quanto più pura egli possa evocare, non sono che compiute in modo imperfetto. La forza non è che debolezza; il motivo mancava delle più alte qualità e l'esecuzione era irregolare. L'instabilità della mano umana può essere rintracciata in tutto Perciò

III È IMPOSSIBILE PER L'UOMO MANTENERE LA PROPRIA GIUSTIZIA DAVANTI A DIO. La misura dell'apprensione morale lasciata anche nei più difettosi è sufficiente a convincere ognuno, in presenza della santità divina -- il vero criterio -- che egli è veramente colpevole. Anche Giobbe, quando vide Dio, aborriva se stesso, pentendosi "nella polvere e nella cenere". Con umiltà confessa: "Come dovrebbe l'uomo essere giusto con Dio?" Se l'uomo vanitoso, che a volte è abbastanza sciocco da tentare qualsiasi opera presuntuosa, osasse "contendere" con l'eterno Sovrano, ciò non dovrebbe che finire con la sua completa sconfitta; poiché "egli è saggio di cuore e potente in forza"

IV L'INDURIMENTO DEL CUORE PER APPARIRE IN CONTESA DEVE SOLO FINIRE NELLA VERGOGNA E NEL DISONORE PER LUI. Di ciò ogni esperienza è testimone; poiché chi ha fatto così "e ha prosperato"? L'uomo è gracile, ignorante, debole, vanitoso e peccatore. Come apparirà alla presenza dell'Onnipotente, del Più saggio, dell'Eterno? L'umiltà e la contrizione descrivono il vero atteggiamento che l'uomo deve assumere davanti a Dio. Allora egli avrà pietà di sé e innalzerà colui che è prostrato. Ma "se non ritira la sua ira, i superbi soccorritori si chinano sotto di lui". -R.G

2 Versetti 2-20. - Dio visto come Potenza assoluta e arbitraria

I L'IMPOTENZA DELL'UOMO DI FRONTE ALLA SUA ONNIPOTENZA. (Versetti 1-3) A che serve proprio dalla propria parte contro colui che ha tutta l'artiglieria del cielo ai suoi ordini? "È inutile discutere con il Maestro di trenta legioni." Delle mille domande con cui l'Onnipotente potrebbe sopraffare la mia mente, non ce n'è una a cui potrei rispondere con la possibilità di essere ascoltato in modo equo. In effetti, questo in un certo senso è vero, come mostrerà tra poco il trentottesimo capitolo. È inutile discutere con Dio riguardo alla costituzione delle cose. Ma non è mai inutile perorare la destra. A questo, Dio, per la natura stessa del suo Essere, per le sue promesse, è tenuto a prestare attenzione. Giobbe pensa a Dio come all'Onnipotente e al Più Saggio (versetto 4), e trova in questa combinazione di attributi solo motivo di disperazione. Lascia fuori la sua giustizia; La sua fede nel suo amore è sospesa per un po'. Quindi lo vede solo attraverso il sogno distorto della sofferenza, e le sue oscure deduzioni sono sbagliate

II DESCRIZIONI DEL POTERE ASSOLUTO DI DIO

1. Nelle forze distruttive della natura. Qui avrebbe rivaleggiato e superato Elifaz nella sublimità dei suoi dipinti. I fenomeni più terribili della natura sono prodotti come prove di una potenza cieca e tirannica: il terremoto (Versetto 5), che si abbatte sulle montagne giganti come un giocattolo per bambini, e scuote le solide fondamenta della terra (Versetto 6); l'eclissi di sole e le stelle' l'oscurità universale dei cieli (Versetto 7), Ecco l'origine, Secondo alcuni filosofi, della religione -- il terrore dell'uomo in presenza delle vaste forze distruttive della natura. Ma è l'origine solo di una parte del sentimento religioso, del timore e della riverenza. E quando l'uomo impara di più sulla natura nel suo insieme, e più sul suo cuore, si eleva a stati d'animo più elevati e più felici di quello della paura servile

2. Nello splendore e nell'effetto generale della natura. La vastità dei "cieli incommensurabili" e il grande mare di nuvole (Versetto 8), le splendide costellazioni del cielo settentrionale e meridionale (Versetto 9), conducono la mente in meraviglia, estendono l'immaginazione ai suoi limiti, riempiono l'anima con il senso dell'indicibile, dell'innumerevole, dell'infinito (Versetto 10). Questo stato d'animo è più felice del primo. È una questione di elevazione, di meraviglia, di gioia deliziata nella comunione della mente con la Mente. È impresso sui versi luminosi del salmo diciannovesimo. Ma Giobbe trae da questi sublimi spettacoli, al momento, solo la deduzione del terrore e dell'irresistibile potenza di Dio

III L'UMANITÀ STESSA IN RELAZIONE A QUESTO POTERE ASSOLUTO

1. È invisibile e veloce nella sua missione di terrore (Versetto 11). La morte improvvisa per fulmine, o per una malattia affrettata, produce naturalmente un effetto spaventoso. Da qui la preghiera delle Litanie

2. È irresistibile. (Versetti 12, 13) Nessuna mano umana può fermarsi, nessuna preghiera umana può scongiurare, il suo insorgere travolgente. I mostri, o Titani ("aiutanti di Raab"), furono sconfitti, secondo una leggenda ben nota; quanto meno, allora, posso resistere con successo (versetto 14)?

3. La coscienza dell'innocenza non è quindi di alcuna utilità. Solo la supplica è in atto davanti a un Disputante che non conosce altra legge che la sua volontà (versetto 15). Non posso credere che egli, dalla sua altezza, avrebbe prestato attenzione al mio grido (versetto 16). Egli è la Forza, la sola Forza che schiaccia, guidata solo da un capriccio senza causa (Versetto 17); soffocando il grido dell'arringa nella sua bocca e riempiendolo di amarezza (versetto 18)

4. Il dilemma umano. L'uomo, in presenza di un Tiranno assoluto, deve sempre essere nel torto. Se si regge sulla forza, è uno sciocco; se si appella al diritto, non ha un tribunale di ogni appello, perché chi può sfidare il Giudice del cielo e della terra? Il bene sarà stabilito come torto, l'innocenza sarà dichiarata colpevole (versetti 19, 20). Da questa immagine dello stato d'animo di Giobbe vediamo che non c'è dubbio estremo così debole come quando l'uomo è tentato di non credere nel principio di giustizia come legge dell'universo, che non può essere infranto. Il pensiero di Dio si trasforma allora solo in un pensiero di orrore e disperazione assoluti

OMELIE DI W.F. ADENEY versetto 2.- Il problema della giustificazione

È molto dubbio fino a che punto Giobbe concepisse questo grande problema così come si è presentato a noi dai tempi di San Paolo. L'intera questione era confusa con sua apprensione dall'inesplicabile perplessità della sua situazione e dalle insinuazioni grossolanamente ingiuste dei suoi amici. Sembrava che Dio fosse il suo Avversario, e sembrava senza speranza tentare di mettersi a posto con Colui il cui potere era così grandemente più grande del suo. Non abbiamo le difficoltà peculiari di Giobbe riguardo alla Divina provvidenza. Eppure per noi il problema della giustificazione non è meno serio perché ci è stato fatto vedere più da vicino le difficoltà morali. Consideriamo, quindi, la visione cristiana del problema della giustificazione e della sua soluzione

I IL PROBLEMA. La domanda che Giobbe propone è di carattere universale. Non si chiede come egli, come individuo in circostanze speciali, possa essere giustificato; ma il suo caso lo porta a pensare all'uomo in generale. Sente che la sua difficoltà è la sua parte di una difficoltà generale della gara. Cosa e' questo?

1. Essere giusti con Dio significa stare proprio con Dio. L'espressione implica una certa relazione. Va oltre la rettitudine soggettiva; è più della santità interiore. È una posizione nei giusti rapporti con Dio, in tali rapporti che ammettono che Egli ci tratti come uomini giusti

2. Il carattere delle relazioni dipende dalla visione che Dio ha di noi. Possiamo apparire giusti agli occhi degli uomini e tuttavia non essere giusti con Dio. Egli ci conosce come siamo, e non può essere ingannato da nessun mantello di ipocrisia. Perciò dobbiamo mettere da parte tutte le falsità e le apparenze quando arriviamo a considerare la questione della nostra giustificazione davanti a Dio

3. Il peccato ci mette tutti in relazioni sbagliate con Dio. Cominciamo con il fatto che dobbiamo essere giustificati. La giustificazione non può essere una purificazione del nostro carattere dalle false imputazioni, come lo fu in gran parte quello di Giobbe; perché molte accuse sono vere: noi siamo colpevoli. Da qui l'enorme difficoltà del problema

4. È indicibilmente importante che siamo in giusti rapporti con Dio. Non si tratta di una questione di dogmatica astratta, ma di esperienza personale. Non si limita a toccare i nostri sentimenti e si preoccupa della nostra pace mentale; È vitale per la salvezza della nostra anima

II LA SUA SOLUZIONE. Giobbe pone la domanda come se non si potesse dare una risposta. Con lui è un caso di disperazione. Ma Cristo ha portato una risposta, che San Paolo ha esposto nella Lettera ai Romani

1. Non possiamo giustificarci con Dio. È necessario vedere questo: prima di tutto, gli ebrei hanno fatto l'esperimento con la loro Legge, e hanno fallito. Molti ora ce la fanno, cercando di scusarsi o cercando di migliorarsi. Ma falliscono sempre

2. Dio ha creato un metodo di giustificazione. Questa è la grande meraviglia della redenzione, che il nostro Giudice fornisce al nostro Avvocato, che colui che potrebbe condannarci trovi un modo per cui possiamo essere perdonati

3. Questa giustificazione è in Cristo. - Romani 3:22 Cristo porta a Dio il perdono dei peccati passati e la guarigione. Così ci mette in giusti rapporti con il Padre nostro

4. Si realizza per mezzo della fede. - Romani 3:28 Quando riponiamo la nostra fiducia in Cristo, riceviamo da Lui la grazia del perdono e del rinnovamento. La condizione della fede è assolutamente necessaria. Dobbiamo evitare l'errore di supporre che questa sia la fede nel nostro stato di giustificazione, cioè il credere di essere giustificati. Non è quello; ma è una fiducia personale e una lealtà nei confronti di Cristo stesso

5. Questa condizione si traduce in un vero stato di giusti rapporti con Dio. La giustificazione non è un giudizio legale, una mera finzione, che afferma che siamo ciò che non siamo. Sarebbe una bugia. È un fatto reale; a mettere come in giusti rapporti con Dio. Perciò è la radice e la promessa della giustizia. - W.F.A

3 Se contenderà con lui; piuttosto, se desiderasse contendere con lui; cioè se, nonostante la sua conoscenza della propria debolezza e colpa, dovesse comunque essere abbastanza pazzo da desiderare di contendere con Dio, allora scoprirà di non potergli rispondere uno dei mille. Delle accuse che Dio potrebbe muovere contro di lui nella sua onniscienza, non poteva dare una risposta soddisfacente a una su mille. Non è che Giobbe ammetta in sé una colpa speciale; ma tale egli sente essere la condizione universale dell'umanità. "Tutti hanno peccato in diecimila modi e sono privi della gloria di Dio".Romani 3:23 #Giobbe 9:4

Egli è saggio di cuore e potente in forza. Il senso si rafforza se omettiamo "egli è" e rendiamo "saggio di cuore e potente in forza", chi ha indurito, ss.)? La combinazione di Dio di perfetta sapienza con forza infinita rende senza speranza per qualsiasi uomo contendere con lui. Chi si è indurito contro di lui e ha prosperato? Giobbe ammette pienamente la saggezza di tutto ciò che ElifazGiobbe 4:17 e BildadGiobbe 8:3-6 hanno detto, o accennato, riguardo alla sua incapacità di giustificarsi completamente. Nessuno ha mai seguito questa linea di autogiustificazione assoluta, e ha prosperato

5 Versetti 5-13. - Una magnifica descrizione della potenza e della maestà di Dio, che trascende qualsiasi cosa nei Salmi, e paragonabile ai più grandi passi di Isaia.

vedi specialmente - Isaia 40:21-24; 43:15-20

che sposta i monti e che essi non sanno, che li rovescia nella sua ira. I terremoti sono comuni in tutti i paesi confinanti con la Siria e la Palestina, e devono essere sempre stati tra le manifestazioni più eclatanti della potenza di Dio. Ci sono diverse allusioni a loro nei Salmi.Salmi 8:8,104:32 e menzione storica di loro inNumeri 16:32; 1Re 19:1; Amos 1:1; Zaccaria 14:4,5; Matteo 24:7). Giuseppe Flavio parla di quella che desolò la Giudea durante il regno di Erode il Grande e distrusse diecimila persone. Ce n 'era un altro nel 1181, che si fece sentire su tutto l'Hauran, e fece grandi danni. Una convulsione ancora più violenta si verificò nel 1837, quando l'area interessata si estendeva per cinquecento miglia da nord a sud, e da ottanta a cento miglia a est e a ovest. Tiberiade e Safed furono rovesciate. La terra si spalancò in vari punti e si richiuse. Si avvertivano oscillazioni spaventose. Le sorgenti termali di Tiberiade raggiunsero una temperatura che i normali termometri non potevano segnare, e la perdita di vite umane fu considerevole (vedi il resoconto dato dal Dr. Cunningham Geikie, in "The Holy Land and the Bible", vol. 2. pp. 317, 318). Le frasi usate da Giobbe sono, ovviamente, poetiche. I terremoti non "rimuovono" letteralmente le montagne, né le "ribaltano". Producono fessure, rilievi, depressioni e simili; ma raramente alterano molto le caratteristiche locali o la configurazione generale di un distretto

Versetti 5-10. - Giobbe a Bildad:2. La maestà di Dio raffigurata

I NEI FENOMENI TERRESTRI

1. Ribaltare le montagne. "Colui che allontana", cioè sradica o rovescia, "i monti, ed essi non li conoscono, che li rovescia nella sua ira" (Versetto 5). Qualunque sia l'allusione intesa, sia alle convulsioni della natura che si verificarono durante il Diluvio, sia a quelle solitamente associate ai terremoti, il linguaggio suggerisce l'assolutezza del controllo di Dio sulla natura, e in particolare:

(1) La grandezza della sua potenza, che, essendo in grado di sradicare e rovesciare possenti colline con la sua forza irresistibile, deve essere in grado di compiere le opere più stupende, deve, infatti, essere un agente al quale non ci possono essere impossibilità. L'unico potere simile ad esso sulla terra è quello della fede,Marco 9:23 a cui si attribuisce anche la capacità di spostare le montagne.Marco 11:23

(2) La subitaneità del suo potere, le montagne rappresentate come rovesciate inaspettatamente, in un momento, "a loro insaputa", che riflette di nuovo sulla vastità di quel potere che può compiere un'impresa così gigantesca senza sforzo e senza fatica, così facilmente e naturalmente ("Tocca i colli, ed essi fumanoSalmi 104:32" che è fatto istantaneamente

(3) La ferocia della sua potenza, specialmente quando viene messa in giudizio, lo sradicamento delle montagne è dipinto come una terribile manifestazione dell'ira dell'Onnipotente, riguardo alla quale le colline rovesciate sembrano dire: "Chi può resistere alla sua indignazione? E chi può resistere all'ardore della sua ira? Il suo furore si riversa come fuoco e le pietre vengono da lui gettate".Naum 1:6 - ; Confronta Aba 3:6

2. Sconvolgere la terra. "Che scuote la terra dal suo luogo, e le colonne", cioè le fondamenta interne, "tremano" (Versetto 6). Nulla è apparentemente più stabile del globo solido.Salmi 119:90 La sua istituzione originale fu una sublime testimonianza della potenza e della saggezza del suo Creatore.1Samuele 2:8; Salmi 24:1,2; Salmi 136:6; Geremia 51:15 Eppure, per mezzo delle forze misteriose custodite nei suoi oscuri rifugi, l'Onnipotente può farlo tremare come se stesse per essere dissolto,Salmi 104:32 114:7 come fece al Sinai,Ester 19:18 Salmi 68:8 e come farà ancora una volta alla fine dei tempi.Ebrei 1:10; 2Pietro3:10 Lo scuotimento della terra è un emblema dei giudizi divini.Isaia 13:13

II NELLE MERAVIGLIE DEL CIELO

1. Oscurando il sole. "Egli comanda al sole, ed esso sorge [o, 'non risplende']" (versetto 7). Alludendo sia alle oscurazioni naturali che a quelle soprannaturali della luce solare, delle prime si possono prendere come illustrazioni le eclissi ordinarie, mentre le tenebre egiziane costituiranno un esempio delle seconde

(1) Il sole è l'oggetto più splendente del cielo. Qui chiamato cherem, probabilmente per il suo aspetto brillante (Delitzsch), o forse per le sue proprietà termogenie (Gesenius). Come tale è una testimonianza silenziosa della grande potenza di Dio.Genesi 1:16; Salmi 74:16; 136:7,8; Geremia 31:35);

(2) Il sole è sempre obbediente alla volontà del suo Creatore. Non c'è parte dell'universo di Dio che non sia sotto la legge. I soli più grandi, così come gli atomi più piccoli, riconoscono continuamente la sua autorità. Il globo del giorno è ugualmente obbediente nel sorgere e nel tramontare. Come tale, è un eloquente insegnante di obbedienza all'uomo.Salmi 148:8

(3) Il sole non si stanca mai della sua benefica missione di brillare. E risplende sempre, tranne quando non viene comandato. Come tale, è un predicatore di diligenza per il cristiano, al quale è comandato di far risplendere la sua luce.Matteo 5:16

(4) Quando il sole è oscurato o gli viene comandato di non splendere, è in giudizio sui peccati dell'uomo,

Gle 2:31 - Amos 8:9; Luca 21:25; Atti 2:20 come durante le tenebre egizianeEsodo 10:22 e al tempo della Crocifissione.Matteo 27:45 Il sole oscurato è un emblema impressionante e istruttivo dei giudizi che Dio manda sugli uomini e sulle nazioni che non apprezzano né migliorano la luce della verità e della salvezza che possiedono

2. Nascondendo le stelle. "E sigilla le stelle" (Versetto 7). Anche le stelle sono creature di Dio,Genesi 1:16 e come tali ubbidiscono al suo controllo. Il gran numero, l'immensa grandezza e l'incredibile velocità dei corpi celesti, quali sono stati rivelati dall'astronomia moderna, ci impartiscono concezioni del potere del Creatore più elevate di quelle possedute dai devoti Ebrei. La saggezza divina si manifesta in modo significativo anche nella regolarità dei loro movimenti, che assicura che non manchino mai di nuotare nel mare blu del firmamento celeste quando la luce del giorno è scomparsa. Eppure la facilità con cui lo splendore del cielo di mezzanotte può essere estinto, riversando su di esso lo splendore del giorno, o attirando intorno ad esso la densa oscurità delle nuvole, non è meno sorprendente come una dimostrazione visibile di saggezza e potenza onnipotente, e una che deve essere apparsa a un orientale, guardando in alto in un cielo siriano, infinitamente più solenne di quanto non lo sia per un occidentale, che vede solo le stelle brillare con una lucentezza più fioca

3. Abbattendo le nuvole. "Che solo distende i cieli" (Versetto 8). Probabilmente non ci si riferisce alla creazione originale del firmamento,Genesi 1:6, ma alla visibile discesa delle nuvole tempestose sul mare.Salmi 18:9-11 Il poeta rappresenta i fenomeni sorprendenti della terra delle nuvole come un'altra dimostrazione di potenza onnipotente. Lo scienziato moderno immagina, quando ha predetto l'avvento e misurato la velocità della tempesta, di aver efficacemente eliminato la nozione di soprannaturalismo del poeta ebreo in relazione alle meraviglie del cielo. Ma le leggi per mezzo delle quali le nuvole della tempesta vengono costruite e abbassate, spazzate via e infine disperse, non sono state sviluppate spontaneamente, o intrinsecamente possedute, ma imposte esternamente alla natura da colui la cui forza è nelle nuvole,Salmi 68:34 che le impiega come suo carro,Salmi 104:3 e che, quando vuole, le trascina sulla faccia del cielo.Salmi 147:8

4. Camminando sui flutti. "E calpesta le onde [letteralmente, 'le altezze'] del mare" (Versetto 8); cioè sui feroci flutti montuosi. Le due clausole sono descrittive di una tempesta in mare, in cui mare e cielo sembrano mescolarsi.Salmi 107:25,26 Come il vento, così l'acqua, come il cielo, così il mare, come la nuvola, così l'onda, riconosce l'autorità di Dio. Il potere divino si manifesta di solito come calmante per le onde agitate.Salmi 65:7 89:9,13 Qui Geova è raffigurato come una tempesta che scatena le sue nuvole, manda giù le sue nuvole, manda i suoi uragani, solleva le acque tranquille in gigantesche onde, sferza il mare quieto in un tumulto selvaggio e tumultuoso, e poi avanza in sublime sovranità in mezzo all'uragano che ha prodotto, camminando tranquillamente sulle alture crestate dell'oceano, facendo udire la sua voce al di sopra del più forte fragore della tempesta, e alla fine dicendo: "Pace, taci!" Così Cristo camminò visibilmente sul Mar di Galilea.Matteo 14:26 Un'altra immagine della sovranità di Dio sulla creazione, un'altra lezione della capacità di Dio di essere la fiducia di coloro che sono lontani sul mare.Salmi 65:8

III NELLA CREAZIONE DEL MONDO STELLARE

1. Le costellazioni dell'emisfero boreale. "Il che fa Arturo, Orione e le Pleiadi [letteralmente, 'chi ha fatto']"

(1) 'Cenere; identificato con l'Orsa Maggiore, il Carro, l'Orso, una costellazione estremamente luminosa nel cielo settentrionale, il termine ebraico che significa (secondo alcuni) "il Guardiano notturno" a causa del suo non tramontare mai (Schultens), o forse con maggiore probabilità essendo contratto da una radice araba n' ash' che significa "bara", le tre stelle nella coda sono designate come "Figlie della bara" (Gesenius); confrontaGiobbe 38:32

(2) Chesil; letteralmente, "Sciocco", considerato dagli Assiri come il famoso cacciatore Nimrod, chiamato dagli Arabi "l'Eroe", e dai Caldei, "il Gigante"; comunemente riconosciuto come la splendida costellazione di Orione, che "si erge come un grande gigante nei cieli a sud del Toro e dei Gemelli" (Carey)

(3) Chima; letteralmente, "Mucchio"; il ben noto ammasso di stelle chiamato "le Pleiadi", un gruppo scintillante paragonato dai poeti persiani a un bouquet formato da gioielli (Delitzsch)

2. Le costellazioni dell'emisfero australe. "E le camere del sud"; cioè le regioni del cielo australe, che sono completamente velate alla nostra vista, e solo occasionalmente scoperte agli spettatori arabi

IV NEL GOVERNO PROVVIDENZIALE DELL'UNIVERSO. Il sentimento del versetto 10, che quasi alla lettera ripete l'espressione di Elifaz,Giobbe 5:10 può essere visto come una descrizione generale della potente potenza di Dio nel sostenere, così come nel creare, la stupenda struttura che ha chiamato in essere. Considerato in questa luce, descrive le operazioni dell'energia divina come:

1. Ottimo. Egli "fa grandi cose" (Versetto 10). Tutto ciò che Dio fa (nella creazione e nella provvidenza) può essere caratterizzato come grande,Salmi 92:5 111:2 come la produzione di una potenza infinita. La distinzione tra grande e piccolo, quando applicata agli atti divini, esiste solo nell'intelletto umano. La creazione di un sistema solare è facile per l'Onnipotenza come la costruzione di un atomo, e la formazione di quest'ultimo dipende tanto dal potere divino quanto dalla produzione del primo

2. Meraviglioso. "Egli fa cose meravigliose". La saggezza mostrata nelle opere divine è evidente a ogni osservatore intelligente.Salmi 104:24 Le meraviglie della creazione sono pienamente eguagliate dalle meraviglie della provvidenza. La formazione di un cristallo, la struttura di un fiore, l'organizzazione di un animale, sono esempi dei primi; il Diluvio, l'Esodo dall'Egitto, l'esilio babilonese, l'incarnazione e la morte di Cristo, illustrazioni di quest'ultimo

3. Non ricercabile. Egli fa cose "oltre la possibilità di scoprire". Per quanto la scienza moderna abbia scoperto i segreti della Natura, ci sono vasti regni che giacciono inesplorati intorno e al di là di essa, in alcuni dei quali è dubbio se sarà mai in grado di penetrare. I suoi risultati accertati rendono anche probabile che ci siano opere di Dio in cui non può affondare il piombino della sua comprensione finita; come, ad esempio, la natura dell'elettricità e del magnetismo, il mistero della vita in tutte le sue forme e gradazioni, il modo in cui la materia e la mente agiscono e reagiscono l'una sull'altra

4. Numeroso. Egli compie "prodigi innumerevoli". La squisita varietà e il numero apparentemente illimitato delle opere di Dio sono testimonianze impressionanti dell'infinita potenza e dell'incomparabile sapienza del Creatore

Imparare:

1. Non c'è Dio simile al Dio del cristiano.Esodo 15:11 Deuteronomio 33:26

2. Nulla può trascendere il potere di Dio.Genesi 18:14; Geremia 32:17

3. Dio è infinitamente degno della riverenza, della fiducia, dell'affetto e dell'obbedienza delle sue creature intelligenti.Salmi 89:7; Apocalisse 4:11

4. Non può che essere pericoloso resistere alla volontà di Dio.Naum 1:6 Isaia 40:24 Ebrei 12:29

5. "Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?".Salmi 27:1; Romani 8:31 #Giobbe 9:6

che scuote la terra dal suo posto. Questa è una figura retorica ancora più sorprendente; ma comp.Salmi 46:2; 68:16; 114:4,6). e le sue colonne tremano. La terra è concepita, poeticamente, come un enorme edificio, sostenuto da pilastri,

comp. - Salmi 75:3 che in un terremoto vengono scossi, e impartiscono il loro movimento all'intero edificio. La citazione di Rosenmüller di Seneca, "Nat. Quaest.", 6:20 -- "Fortasse ex aliqua parle terra veluti columnis quibusdam et pills sustinetur, quibus vitiatis et recedentibus tremit pondus impositum" -- è appropriata

7 che comanda al sole e non sorge. Un'idea magnifica della potenza di Dio e, naturalmente, del tutto vera. Tutti i movimenti della terra e dei corpi celesti sono movimenti che Dio provoca e che potrebbero in qualsiasi momento sospendere. Il sole sorge sulla terra ogni giorno solo perché Dio lo fa sorgere. Se egli dovesse interrompere una volta la mano, l'intero universo cadrebbe nella confusione. e sigilla le stelle. O li copre con una fitta oscurità, che i loro raggi non possono penetrare, o li rende altrimenti invisibili. L'idea è che Dio, se vuole, può allontanare le stelle dalla vista dell'uomo, nasconderle, sigillarle

8 Che solo distende i cieli. I cieli sono considerati sparsi su tutta la terra, come una tenda o una tenda sopra una tenda, che la copre e la promuove dappertutto. Questo "allungamento" o "allargamento" è sentito come una delle opere più potenti e meravigliose del Creatore, ed è costantemente presentato nella Scrittura come una prova speciale della sua onnipotenza.

vedi, oltre ai passi sopra citati, - Isaia 42:5; 44:24; 45:12; Geremia 10:12 Aggiunge alla meraviglia che Dio ha fatto tutto "da solo", o "da se stesso".

comp. - Isaia 44:24 e calpesta le onde del mare; letteralmente, le altezze del mare; cioè le onde, che corrono alte come montagne. Dio pianta i suoi piedi su di loro, per schiacciarli nella loro orgogliosa potenza.

comp. - Salmi 93:5 #Giobbe 9:9

che fa Arturo, Orione e Pleiadi; letteralmente, che rende 'Ash' Kesil' e Kimah. La traduzione dei LXX (ο ποιων Πλειαδα και Εσπερον και Αρκτουρον), sostenuta, com'è, dalla maggior parte delle altre versioni antiche e dai Targumim, ha fatto sì che il carattere stellare di questi nomi fosse generalmente riconosciuto; ma il significato esatto di ciascun termine è, in una certa misura, ancora oggetto di controversia. Nel complesso, sembra molto probabile che 'Ash' o 'Aish, - Giobbe 38:32 designi "l'Orsa Maggiore", chiamato dagli Arabi Nahsh' mentre Kesil è il nome della costellazione di Orione, e Kimah di quella delle Pleiadi. La parola 'Ash significa "una lettiga", e può essere paragonata al greco αμαξα e al nostro "Charles's Wain", entrambi nomi dati all'Orsa Maggiore, da una somiglianza immaginaria della sua forma con quella di un veicolo. Kesil significa "un uomo ricco e insolente" (Lee); ed è spesso tradotto con "stolto" nel Libro diProverbi 14:16, 15:20, 19:1, 21:20), ss. Sembra che sia stato un epitheton usitatum di Nimrod, che, secondo la tradizione orientale, fece guerra agli dèi, e fu legato in cielo per la sua empietà: la costellazione fu da allora in poi chiamata "il Gigante" (Gibbor) o "l'insolente" (Kesil), e più tardi dai Greci "Orione".

comp. - Amos 5:8 - ; e infra' - Giobbe 38:31 Kimah designa senza dubbio "le Pleiadi". Ricorre di nuovo, in connessione con Kesil' inGiobbe 38:31), eAmos 5:8 Il significato è probabilmente "un mucchio", "un grappolo" (Lee); che era anche l'idea greca: Πλειαδες, οτι πλειους ομοου κατα μιαν συναγωγην (Eustath., 'Comment. in Hom. II, 18:488); e che è stato anche espresso in modo inimitabile da Tennyson nel verso, "Come uno sciame di lucciole abbaglianti aggrovigliate in una treccia d'argento". E le camere del sud. I Caldei chiamavano le costellazioni zodiacali "dimore del sole" e "della luna" ('Ancient Monarchies', vol. it. p. 575); ma questi non sembrano essere qui intesi. Piuttosto, Giobbe ha in mente quegli immensi spazi di cielo che si trovano dietro il suo orizzonte meridionale; fino a che punto si estende, non lo sa. Sebbene la circumnavigazione dell'Africa non sia stata effettuata fino al 600 a.C. circa, tuttavia non è improbabile che egli possa aver ricavato dai viaggiatori o dai mercanti una certa conoscenza dell'emisfero australe

10 Egli fa grandi cose che non si possono immaginare, e si meraviglia innumerevolmente. Una ripetizione quasi esatta delle parole di Elifaz inGiobbe 5:9). La ripetizione può essere stata conscia o inconscia. Giobbe potrebbe aver voluto dire: "La mia visione di Dio abbraccia tutto ciò che puoi dirmi di lui, e va oltre", oppure potrebbe aver semplicemente usato parole riguardanti l'imperscrutabilità divina che erano comuni sulla bocca degli uomini religiosi del suo tempo.

comp. Sl. 72:18; e infra, - Giobbe 11:7 #Giobbe 9:11

Ecco, egli passa accanto a me, e io non lo vedo. Per quanto Dio sia vicino a noi, per quanto vicino venga a noi, non possiamo vederlo direttamente, o sentirlo, o percepire la sua presenza. Lo conosciamo per fede, possiamo sentirlo nel profondo del nostro spirito; ma non c'è alcuna manifestazione di esso ai nostri sensi. Una linea netta divide il mondo visibile da quello invisibile; e questa linea, se mai viene superata, viene attraversata molto raramente. Giobbe forse riflette sulla pretesa di Elifaz di aver avuto una coscienza fisica della visita di uno spirito,Giobbe 4:15,16 e afferma, con una punta di sarcasmo, che per lui è diverso: il verme spirituale gli passa accanto, ed egli non riceve da esso alcuna luce, nessuna illuminazione, nessuna direzione miracolosa. Anche lui trapassa. Lo stesso verbo è usato da ElifazGiobbe 4:15 per parlare della sua visita spirituale. Ma io non lo vedo. Elifaz percepì la presenza dello spiritoGiobbe 4:15,16 e udì la sua voce.Giobbe 4:16-21 Sembra che Giobbe significhi che non è così favorito

Versetti 11-20. - Giobbe a Bildad:3. Creatore e creatura in conflitto

IO L'ASSALITORE DIVINO

1. I suoi misteriosi movimenti. "Ecco! egli passa accanto a me, e io non lo vedo: passa anch'egli oltre, ma io non lo vedo" (Versetto 11). Il linguaggio, che ricorda la descrizione di Elifaz dello spettro oscuro,Giobbe 4:15 riconosce:

(1) La personalità di Dio. L'Essere Divino non è un'astrazione impalpabile o una forza morta e priva di intelligenza, ma un'Intelligenza vivente, pensante, autocosciente. Una tale Deità è tanto una necessità della ragione quanto un postulato di rivelazione

(2) L'attività di Dio. Non confondendo il Creatore e la creatura come fa il panteismo moderno, ma mantenendo sempre una separazione tra l'Onnipotente Artefice dell'universo e le sue opere, la teologia biblica (sia ebraica che cristiana) è anche attenta ad evitare l'errore del deismo, che, pur credendo in una Divinità, lo allontana dalla sua creazione, mettendolo da parte nel freddo, agghiacciante isolamento, tra gli splendori radiosi di una perfezione metafisica, e in particolare interponendosi tra lui e il regno di questa sfera sublunare, un abisso invalicabile né per lui né per l'uomo. Al contrario di ciò, il teismo scritturale concepisce Dio come un'Intelligenza onnipotente, onnisciente e onnipresente, che sovrintende continuamente all'universo che ha creato, come sempre presente e sempre attivo in tutte le parti e i luoghi del suo dominio.Salmi 130 Geremia 23:23,24 Efesini 1:23Giovanni 5:17

(3) La vicinanza di Dio. In un senso che è molto reale, Dio non è mai lontano da nessuno di noi. Dietro il velo che nasconde le Eternità invisibili alla visione mortale, egli siede continuamente, contemplando tutto ciò che traspare sulla terra; vedendo tutte le cose e tutte le persone, ma rimanendo sempre se stesso invisibile. Il Dio che affligge il salmista ebreoSalmi 139:5 è il Dio di tutti gli uomini. Se il velo fosse sollevato, si vedrebbe subito che Dio è sempre vicino. A volte viene sollevato; come ad esempio ad Abraamo,Genesi 15:1 ad Agar,Genesi 16:13 a Giacobbe.Genesi 28:13 E a volte viene innalzato all'anima quando rimane chiuso all'occhio del corpo. La vicinanza di Dio all'uomo ha ricevuto la sua espressione più alta e più vera quando il Verbo eterno si è incarnato e ha abitato in mezzo a noi

(4) L'invisibilità di Dio. Assolutamente, cioè nella sua essenza increata, la Divinità suprema deve rimanere sempre invisibile e incomprensibile daGiobbe 23:8; Giovanni 1:18 6:46 1Tm 6:16 1Giovanni 4:12 se non anche da tutti gli esseri finiti.Giobbe 11:7; 37:23; Isaia 14:15 Relativamente, si può dire che è visibile quando lo spirito può riconoscere l'opera del suo dito onnipotente, e invisibile quando quell'opera o la ragione di essa è nascosta. Giobbe si lamenta del fatto che, mentre può distintamente comprendere che Dio gli passa accanto negli eventi della provvidenza e nei fenomeni della sua esperienza individuale, è del tutto incapace di discernere Dio stesso, cioè di comprendere il modo o lo scopo dei suoi misteriosi movimenti.Giobbe 11:7-9; 37:5,23; Salmi 77:19; Naum 1:3; Matteo 11:25);

2. Il suo potere irresistibile

(1) Invincibile. "Ecco, egli porta via [o', egli assale'], chi può impedirglielo [o, 'chi lo respingerà']?" (Versetto 12). Impossibile per l'animo umano non sentirsi sopraffatto da un senso di debolezza e di totale impotenza quando Dio, per mano della provvidenza, o per il colpo interiore del suo Spirito, si scontra con esso. È, tuttavia, una mitigazione all'angoscia dell'anima, quando è in grado di riconoscere che la mano che la colpisce è veramente di Dio.1Samuele 3:18; Salmi 39:9

(2) Incontestabile. Chi gli dirà: Che fai? (Versetto 12). La sovranità di Dio nel rimuovere, così come nel dare, le comodità delle creature, come i beni, i figli, ss.), è chiaramente dimostrata dall'esperienza, come enfaticamente asserito nella Scrittura; e dovrebbe essere ammesso allegramente da tutti come lo fu da GiobbeGiobbe 1:21; 2:10 e da NabucodonosorDaniele 4:35 La sovranità di Dio, tuttavia, non significa mero comportamento arbitrario e imperioso. Quando Dio rastrella (come anche quando dà), non solo fa ciò che ha il pieno diritto di fare, ma le ragioni presenti nella sua mente per farlo sono tali che non possono essere messe in discussione. La potenza di Dio agisce sempre per il meglio, essendo alleata con la sapienza infinita; solo Dio non spiega i suoi motivi alle creature; ma i santi sono sempre soddisfatti che egli fa bene ogni cosa.Salmi 119:65; Marco 7:37; Romani 8:28

(3) Implacabile. "Eloah non trattiene la sua ira" (Versetto 13); cioè non lo ricorda mai, non lo trattiene mai o lo fa tornare indietro finché non ha raggiunto il suo scopo; ma gli permette, come una marea crescente o un uragano travolgente, di portare tutto davanti a sé, così che "gli orgogliosi aiutanti" (letteralmente, gli aiutanti di Raab, cioè "gli aiutanti dell'orgoglio", intendendo probabilmente o combinazioni di orgogliosi ribelli, come gli antidiluviani, o "associati del superbo", cioè il diavolo, o forse semplicemente uomini malvagi che sono ispirati dall'orgoglio, pensano di interporsi tra l'Onnipotente e gli oggetti del suo dispiacere; tali persone come sono descritte inSalmi 73:6-9); ma vedi Esposizione) "si chinano sotto di lui". Le più potenti combinazioni e confederazioni di uomini malvagi e diavoli sono completamente impotenti contro Dio.Salmi 2:1-3 83:5,8 Giuda 1:6 La loro fonte, l'orgoglio;Salmi 10:2 4 il loro proposito, l'opposizione a Dio;Salmi 12:3,4 la loro fine, la distruzione.Proverbi 17:19; Isaia 2:11, 13:11

3. Le sue accuse inconfutabili

(1) A causa della debolezza dell'uomo. "Quanto meno gli risponderò e sceglierò le mie parole per ragionare con lui?" (versetto 14). Un pensiero benedetto che all'uomo è permesso di ragionare con Dio,Isaia 1:16; 43:26 se non sulla sua innocenza, almeno sul suo perdono e salvezza. Le persone che si avvalgono di tale permesso dovrebbero studiare per trovare un linguaggio appropriato in cui esporre il loro caso. Parole ben scelte, se necessarie per rivolgersi all'uomo,Ecclesiaste 12:10 sono molto più indispensabili nella lotta con Dio. Tuttavia, coloro che si fanno avanti per supplicare Dio dovrebbero essere profondamente colpiti dal senso della propria indegnità e insufficienza,Genesi 32:10; Isaia 6:5 e di conseguenza dovrebbero essere rivestiti di umiltà.2Samuele 7:18

(2) A causa della grandezza di Dio. "Al quale, benché fossi giusto, non risponderei, ma supplicherei il mio giudice" (Versetto 15). Uno sguardo alla natura migliore di Giobbe. Pur ripudiando le calunnie dei suoi amici, e talvolta difendendo la propria innocenza con un linguaggio che indica un approccio almeno alla presunzione ipocrita, qui appare sopraffatto da un tale senso della maestà divina da metterlo prostrato in silenzio e umiliato davanti a lui. Si noti la solenne relazione in cui Dio si trova con tutti gli uomini: quella del Giudice; il carattere che il migliore degli uomini ha agli occhi: ingiusto; l'appello che un giorno sarà rivolto a tutti: a farsi avanti e a rispondere dei loro peccati; l'atteggiamento che tutti gli uomini dovrebbero assumere verso Dio in vista di quell'evento: l'atteggiamento di supplica

II IL DENUNCIANTE UMANO

1. Diffidare della condiscendenza divina. Ponendo l'ipotesi di aver convocato Dio in tribunale e che Dio era apparso, sembra che Giobbe concepisca che un Essere così infinitamente esaltato da non ascoltare il lamento di un fragile mortale o, se per un momento lo facesse, si interromperebbe immediatamente in preda all'impazienza e rifiuterebbe di ascoltare ulteriormente (versetto 16). Un travisamento totale del carattere divino, contraddetto allo stesso modo dalle descrizioni che Dio fa di se stesso,Isaia 57:15,16 Salmi 91:15 e dall'esperienza dei santi della sua grazia.Salmi 34:6 40:17 86:13

2. Mettere in stato d'accusa la bontà divina. Descrivendo il trattamento che avrebbe ricevuto per mano di Dio, Giobbe insinua che sarebbe stato l'opposto del genere; che Dio lo avrebbe "spezzato con una tempesta", "moltiplicato le sue ferite senza motivo", "non permettergli di respirare senza motivo", "riempirlo di amarezza" (versetti 17, 18). In realtà, le parole presentano un resoconto letterale delle sofferenze di Giobbe e dell'aspetto in cui cominciavano a guardare a se stesso. Consapevole che le sue calamità erano senza causa per quanto riguardava la malvagità da parte sua, cosa che Dio testimoniò ancheGiobbe 2:3 e incapace di discernere lo scopo segreto per cui era sottoposto a tali torture atroci, può solo ripiegare sull'ipotesi che Dio si sia trasformato in suo nemico. La fede lo avrebbe tenuto a posto; ma la fede di Giobbe, benché non spenta, stava in quel momento subendo un'eclissi. Il senso e la ragione interpretano sempre male Dio. Dio non tratta mai né il santo né il peccatore come descrive Giobbe, senza scopo o con malizia, ma sempre con tenero amore e per i fini più alti.Ebrei 12:6,10

3. Sfidare l'equità divina. In pratica egli rappresenta Dio che soffoca il tentativo della creatura di mantenere la sua integrità, sopraffacendolo con l'abbagliante magnificenza della sua Divinità, precipitandosi, per così dire, nella corte di giustizia aperta e gridando al povero e sconcertato ricorrente: "È una questione di forza? Eccomi qui, è una questione di diritto? Chi mi sfiderà?" (versetto 19). Ma questa, ancora una volta, era una visione distorta del carattere divino. Dio non ha bisogno di aver paura di alcuna indagine sulla sua condotta, e altrettanto poco da capire che l'uomo gracile potrebbe curare, è la sua infinita saggezza o oltrepassare la sua onnipotenza

4. Disperazione dell'accettazione divina. A Giobbe sembra così disperata la lotta tra una povera creatura sofferente come lui e un Essere di infinita maestà come Dio, che egli confessa la terribile impossibilità di poter stabilire la sua innocenza davanti al tribunale dei cieli. L'insopportabile gloria di Dio lo avrebbe talmente confuso e stordito, che anche se fosse stato innocente, la sua stessa bocca lo avrebbe condannato; se fosse innocente, lo tradirebbe (Versetto 20); cioè, per puro terrore e stupore,1Pietro 3:6 inciamperebbe nella sua stessa condanna e, consapevole della sua integrità, confesserebbe ancora se stesso colpevole. Ciò che Giobbe qui afferma riguardo alla sua integrità o libertà da tali trasgressioni come quelle che Elifaz e Bildad gli imputarono è certamente corretto nel caso di chiunque osasse mantenere la propria purezza morale agli occhi di Dio. La chiara rivelazione della maestà e della santità di Dio impartita all'anima risvegliata, quando appare come se si trovasse faccia a faccia con Dio, rende difficile per l'uomo sostenere la sua assenza di peccato. Se ci avesse provato, avrebbe solo stordito e condannato se stesso. No, non dovrebbe conoscere la propria anima (Versetto 21), ma solo in tal modo dimostrare la sua ignoranza di se stesso.

Confronta - 1Giovanni 1:8

Imparare:

1. È impossibile avere una concezione troppo esaltata del Dio grande e santo con cui abbiamo a che fare

2. È del tutto possibile, anche per il migliore degli uomini, fraintendere il modo in cui Dio tratta l'anima, e considerarlo come un avversario che è veramente un Amico

3. È bene ricordare, in ogni apparenza di conflitto tra il Creatore e la creatura, che tutto il diritto sta dalla parte del primo

4. Più i santi si avvicinano alla perfezione, più sono pronti a riconoscere la loro imperfezione

5. Uno spirito umile e umiliato davanti a Dio è del tutto compatibile con il mantenimento della propria irreprensibilità davanti agli uomini

12 Ecco, egli toglie; piuttosto, afferra la preda (vedi la versione riveduta). L'espressione è molto più forte di quella usata inGiobbe 1:21). Giobbe sembra bruciare al ricordo di tutto ciò che ha perduto, e assume un tono addolorato. Chi può ostacolarlo?.

comp. - Isaia 45:9; Geremia 18:6; Apocalisse 19:20 Chi gli dirà: Che fai? Avere a che fare con un Essere così irresistibile, solo nella sua potenza, sarebbe davvero terribile se, pur essendo assolutamente potente, incontrollato e incontrollato dall'esterno, non fosse anche assolutamente buono, e quindi controllato e controllato da una legge dall'interno. Questo, tuttavia, Giobbe, nel suo stato d'animo attuale, non sembra vederlo chiaramente

13 Se Dio non ritirerà la sua ira, gli orgogliosi soccorritori si chineranno sotto di lui. Non c'è un "se" nell'originale; e il passaggio è meglio preso categoricamente: "Dio non ritira la sua ira"; cioè la rabbia che prova contro coloro che gli resistono. "Gli aiutanti di Raab in effetti si chinano [o, 'si prostrano'] sotto di lui". Raab in questo passo, e anche inGiobbe 26:12), così come noi inIsaia 51:9), sembra essere usato come il nome proprio di una grande potenza del male. Tale potenza era riconosciuta nella mitologia dell'Egitto, sotto i nomi di Set (o Tifone) e di Apophia, il grande serpente, continuamente rappresentato come trafitto da Horus (Erodoto di Rawlinson, Vol. 2. p. 257; "Storia dell'antico Egitto", vol. 1. p. 395). Nei primi miti ariani c'è una simile personificazione del male in Vitre, chiamato Dasiya, "il Distruttore", e in perpetua inimicizia con Indra e Agni ("Religioni del Mondo Antico", p. 114). I Babilonesi e gli Assiri avevano una tradizione di una grande "guerra in cielo" ('Records of the Past', vol. 5. pp. 133-136). portata avanti da sette spiriti, che alla fine furono ridotti in soggezione. Tutte queste sembrano reminiscenze distorte di quel grande conflitto, di cui l'unico racconto degno di fiducia è quello contenuto nell'Apocalisse di San Giovanni: "Ci fu guerra in cielo: Michele e i suoi angeli combatterono contro il dragone; e il drago combatté e i suoi angeli" -- gli "aiutanti" del presente passaggio -- "e non prevalsero; né si trovò più il loro posto in cielo".

Ri 12:7,8; Sembra che Giobbe avesse ereditato una di queste tradizioni, una in cui il potere del male era conosciuto come Raab, "il Superbo"; e qui intende dire che Dio non solo tiene gli uomini in soggezione, ma anche esseri molto più potenti dell'uomo, come Raab e i suoi aiutanti, che si erano ribellati e avevano fatto guerra a Dio, e scesero a est dal cielo, e ora erano prostrati sotto i piedi di Dio

14 Quanto meno gli risponderò? Se egli è il Signore della terra e del cielo, se governa il sole e le stelle, se calpesta il mare, se è impalpabile e irresistibile, se tiene a freno il potere del male e i suoi aiutanti, come oserei rispondergli? Come dovrebbe farlo un semplice uomo? E scegliere le mie parole per ragionare con lui? Giobbe pensa che sarebbe troppo sopraffatto per scegliere con cura le sue condizioni, eppure una parola incauta potrebbe essere un'offesa imperdonabile

15 Al quale, quand'anche fossi giusto, non risponderei. Anche la perfetta giustizia, per quanto possibile in una creatura, non permetterebbe a un non di litigare con colui che "accusa i suoi angeli di stoltezza";Giobbe 4:18 e, inoltre, a tale giustizia Giobbe non pretende.

vedi - Giobbe 7:20,21 Ma io vorrei supplicare il mio Giudice, anzi, il mio avversario (vedi la Versione Riveduta). La preghiera è l'unico atteggiamento giusto, anche dell'uomo migliore davanti al suo Creatore: preghiera per la misericordia, preghiera per il perdono, preghiera per la grazia, preghiera per avanzare nella santità

Versetti 15, 16.- Il vero atteggiamento degli afflitti

Giobbe fa un'appropriata riflessione sull'onnipotenza di Geova, che si manifesta nel suo controllo sul mondo visibile. Egli "rimuove" le montagne alte e profonde, i tipi stessi di potenza e stabilità, a loro insaputa e "rovescia nella sua ira". Egli "scuote" l'intera "terra dal suo luogo" e fa "tremare le sue colonne". Nell'alto dei cieli "egli comanda al sole, ed esso non sorge", e "le stelle" egli "sigilla" nelle tenebre. La terra e i cieli gli obbediscono; ed egli "calpesta le onde del mare". Egli fa cose nascoste e innumerevoli, e nessuno può impedirglielo. Giobbe, in vista di ciò, e con un umile riconoscimento della propria impotenza davanti al Signore di tutti, si inchina nell'atteggiamento più adatto al figlio debole, afflitto e peccatore dell'uomo. È

HO UN ATTEGGIAMENTO DI UMILE UMILTÀ. Com'è divenire! Com'è giusto! Lasciate che la creatura si inchini profondamente davanti al Creatore. Che la cosa debole di un giorno si umili davanti all'Eterno e all'Onnipotente. Colui che è impotente davanti ai monti e al mare, che non può toccare le stelle, prenda posto nella polvere donde egli è, davanti a colui che con la sua potenza stabilisce i monti; il quale con la sua parola ha creato i cieli e la terra e sostiene tutti con le sue sole forze. L'umiltà sarà seguita da

II UN ATTEGGIAMENTO DI SFIDUCIA IN SE STESSI. Conoscendo se stesso come solo colui che riflette sulla grandezza dell'Altissimo, il saggio, l'afflitto non si fiderà di un braccio forte; ma, nella dolorosa coscienza della propria debolezza, si affiderà al Signore forte che è al di sopra di tutto. Giobbe sa, come ogni afflitto, che la sua sofferenza lo tiene come in una rete, dalla quale non può liberarsi. Non ha potere. È incatenato, trattenuto. La sua stessa carne trionfa su di lui. È prigioniero della malattia. Nella sua impotenza, con diffidenza in se stesso si getta tra le braccia di Dio. Non pretendeva di rispondere, né di "scegliere le parole per ragionare con lui". La sua sfiducia in se stesso è seguita da

III PENITENZA: l'unico atteggiamento di tutti i più convenienti verso l'uomo. Nella penitenza egli riconosce la sua ingiustizia. E questa penitenza è così profonda, che egli dichiara: "Quand'anche potessi stabilire la mia giustizia, non potrei pretendere di rispondere". La penitenza è la via per la porta del cielo. Chi cammina umilmente, cammina sicuro. E Dio innalza quelli che si prostrano così. Ma lui si rialza

IV ALL'ATTEGGIAMENTO DI PREGHIERA. Egli eleva la sua voce a Dio. Egli fa la sua "supplica". Chi è portato a pregare è condotto ai piedi di colui che non getta via nessun supplicante bisognoso. È sua alta prerogativa ascoltare la preghiera. Perciò ogni carne, nel suo bisogno, nel suo dolore, nel suo peccato, o con i suoi canti di lode, viene a lui. La sicurezza dell'uomo è qui. L'umile, diffidente e umile penitente non può alzare la sua voce in alto senza che la risposta benevola della misericordia divina lo raggiunga. A questo gli uomini sono spinti

(1) dal loro senso di impotenza;

(2) dalla coscienza del peccato;

(3) con l'assicurazione della misericordia divina

Felice chi impara così! - R.G

16 Se l'avessi chiamato, e lui mi avesse risposto. "Esso", cioè, "avevo sfidato Dio a una controversia, ed egli l'aveva concessa, e mi aveva ordinato di perorare la mia causa alla sua sbarra, ma non potevo supporre che mi avesse veramente ascoltato, e mi avrebbe permesso coraggiosamente di alzarmi davanti a lui e di sfidare liberamente le sue azioni. Una tale condiscendenza da parte sua, una tale abnegazione della sua supremazia, è inconcepibile, e! non avrebbe potuto agire di conseguenza". Eppure non avrei creduto che egli avesse dato ascolto alla mia voce; piuttosto, ma non potevo credere. Non è che non avrebbe voluto, ma che non avrebbe potuto credere

17 Perché egli mi spezza con una tempesta. "Dio", cioè "non sarebbe propenso a udire pazientemente la mia giustificazione, e a soppesarla con calma, quando già mi travolge con la sua ira, spezzandomi e schiacciandomiGenesi 3:15 - , dove è usata la stessa parola pWv con una medesima tempesta di calamità". Il sentimento non può essere giustificato, poiché emana qualcosa di uno spirito contumace. Ma questo dimostra solo che Giobbe non era ancora "reso perfetto dalle sofferenze".Ebrei 2:10 E moltiplica le mie piaghe senza motivo. Un'ulteriore affermazione, non di assoluta assenza di peccato, ma di relativa innocenza, della convinzione di non aver fatto nulla per meritare una punizione così terribile come quella che sta subendo.

comp. - Giobbe 6:24,29 #Giobbe 9:18

Non permetterà che io prenda fiato. "Non mi dà respiro", cioè "non mi dà tempo per rilassarmi o ristorarmi. La mia esistenza è continua. miseria."

comp. - Giobbe 7:3-6,13-19 Ma riempimi di amarezza, letteralmente, di cose amare o amarezza (ebraico, μyriwO rMm)

19 Se parlo di forza, ecco, lui è forte. Ancora l'idea è: "Come posso contendere con Dio? Se deve essere una prova di forza, è lui che è forte, non io; Se deve essere una causa, o una supplica per la giustizia, chi mi nominerà un giorno?" E se è di giudizio, chi mi fisserà un termine per difendermi? (comp. sotto, ver 33)

20 Se mi giustifico, la mia stessa bocca mi condannerà. Dal momento che non poteva giustificarsi del tutto. "Tutti gli uomini hanno peccato e sono privi della gloria di Dio".Romani 3:23 Giobbe ha già ammesso di aver pronunciato "parole avventate",Giobbe 6:3 e, almeno ipoteticamente, di "aver peccato",Giobbe 7:20 e di aver bisogno di "perdono" per la sua "trasgressione". Giobbe, se cercasse di "giustificarsi", dovrebbe riconoscere tali mancanze, tali imperfezioni, tali peccati -- in ogni caso, di infermità -- da rendere il suo tentativo di giustificazione una vera autocondanna. Se dico: Sono perfetto, mi dimostrerò perverso; piuttosto, anche se fossi perfetto, esso (cioè la mia bocca) mi dimostrerebbe perverso; cioè, supponendo che io sia effettivamente perfetto, e cerchi di dimostrarlo, il mio discorso sarebbe così esitante e confuso, che sembrerei solo perverso

Autogiustificazione

HO BISOGNO DI ESSERE GIUSTIFICATO. L'ardente necessità della giustificazione è alla radice della terribile agonia di Giobbe. Eppure nemmeno lui la sente nel suo profondo significato morale e spirituale, come lo sarebbe stata sentita da chi fosse consapevole del peccato piuttosto che delle sofferenze immeritate e delle accuse ingiuste. Non possiamo sopportare di essere fuori dalle giuste relazioni con Dio. Anche se il nostro stato perduto non ci turba ancora, verrà il momento in cui vedremo il suo carattere terribile e fatale

II SIAMO TENTATI DI GIUSTIFICARCI. Il bisogno stesso causa la tentazione. Inoltre, una vanità auto-lusinghiera ci spinge nella stessa direzione. È molto doloroso e umiliante dover ammettere che siamo peccatori, che non meritiamo altro che ira e condanna. Quando ci sentiamo in pericolo, siamo subito spinti dall'istinto stesso a metterci in un atteggiamento di autodifesa

III POTREMMO ESSERE ILLUSI NELL'ERRATA CONVINZIONE DI ESSERE GIUSTIFICATI. Nessuna illusione è così potente come quelle che ci lusingano. È così facile mettere le cose in una luce favorevole a noi stessi. Mentre siamo i giudici di noi stessi, ogni motivo di autostima ci spinge a un giudizio favorevole. Poi c'è il terribile errore di determinare secondo i nostri sentimenti piuttosto che secondo la realtà oggettiva, cosicché quando abbiamo discusso o ci siamo tranquillizzati in una comoda certezza che tutto va bene, quella stessa certezza è considerata come una prova del fatto su cui si suppone che sia fondata. Ma questa potrebbe essere una pura allucinazione. È possibile essere giustificati davanti a Dio e tuttavia essere tormentati da inutili timori di condanna, ed è altrettanto possibile essere ancora sotto condanna mentre ci immaginiamo in uno stato di giustificazione

IV L 'AUTOGIUSTIFICAZIONE DEVE FALLIRE. Non possiamo uscire da noi stessi o trascendere la nostra esperienza. Non è mai stata inventata alcuna leva con la quale un uomo possa sollevarsi. Possiamo fare bella mostra di noi nella carne, ma non possiamo cambiare il nostro cuore. Abbiamo peccato contro Dio; È inutile per noi perdonare semplicemente noi stessi; abbiamo bisogno del perdono di Dio. Se il peccato non fosse reale, potremmo trovare una difesa che ripulirebbe la nostra reputazione. Ma è reale, terribilmente e indiscutibilmente reale. Questo fatto rende impossibile l'autogiustificazione

V LA NOSTRA CONDOTTA DIMOSTRA L'ILLUSIONE DELL'AUTOGIUSTIFICAZIONE, sembra che Giobbe pensi di essere trattato così duramente, e Dio molto più grande di lui, che qualsiasi cosa dica nell'autogiustificazione si rivolterà contro di lui. Questo è un errore, perché Dio è giusto e misericordioso. Ma in un senso più profondo le parole di Dio sono vere. Possiamo dire di essere giusti, ma le nostre azioni smentiscono le nostre parole. No, la nostra stessa bocca, che proclama la nostra giustizia, la nega; perché le nostre parole sono spesso peccaminose, ingenerose quando non sono false

VI IL FALLIMENTO DELL'AUTO-GIUSTIFICAZIONE DOVREBBE SPINGERCI ALLA GIUSTIFICAZIONE DI DIO IN CRISTO. Non dobbiamo disperare, come Giobbe, perché abbiamo un vangelo per gli ingiusti. Cristo ha portato una giustificazione perfetta, nel perdono e nel rinnovamento, per tutti coloro che riconoscono il loro peccato e confidano nella sua grazia

21 Quand'anche fossi perfetto, non conoscerei la mia anima, disprezzerei la mia vita. L'originale è molto ellittico e molto oscuro. Le parole corrono, io perfeziono - non conosco me stesso - aborro la mia vita' che alcuni spiegano nel significato: "Se fossi perfetto, non lo saprei io stesso; Disprezzo la mia vita in tali condizioni" (Stanley Loathes); altri, "Sono perfetto" (cioè innocente di qualsiasi offesa evidente), "ma non mi capisco, e non mi preoccupo di ciò che diventa di me" (Can. Cook); altri ancora: "Se fossi perfetto, non dovrei conoscere me stesso, e, conoscendomi, disprezzare la mia stessa vita?" (Il professor Lee). La Settanta non ci dà alcun aiuto, poiché segue chiaramente una lettura diversa. Probabilmente il nostro testo attuale è corrotto

Versetti 21-35. - Giobbe a Bildad:4. Le grida di un'anima disperata

SOSTENGO LA SUA INNOCENZA

1. Attestato dalla sua coscienza. "Benché fossi perfetto; " o, meglio, "sono senza colpa" (Versetto 21). Davanti a Dio Giobbe non pretendeva di essere assolutamente immacolato, ma semplicemente di essere libero da tali trasgressioni della legge morale che, secondo i suoi amici, doveva aver commesso per renderlo odioso a quei segni palpabili del dispiacere divino che lo avevano raggiunto. Contro ciò, tuttavia, protestò come una calunnia del tutto infondata del suo carattere, dichiarando la sua determinazione a mantenere la sua integrità a tutti i rischi, sì, anche se ciò gli costasse la vita. Eppure non saprei [letteralmente: 'Non so, cioè non apprezzo, non mi curo] della mia anima. Disprezzerei [o, disprezzorei] la mia vita" (Versetti 21). Un'asseverazione veemente come questa sarebbe stata, naturalmente, fuori luogo e del tutto ingiustificabile, se Giobbe non avesse avuto dietro di sé la prova più chiara e inconfutabile della propria innocenza. Ma Giobbe professava di avere questo nell'intima testimonianza della sua coscienza, che dichiarava di essere ciò che Geova stesso aveva già affermato che fosse: "un uomo perfetto e retto, che temeva Dio e fuggiva il male".Giobbe 1:8 Non è affatto impossibile per un uomo buono avere una coscienza priva di offesa sia verso Dio che verso gli uomini.Atti 23:1; 24:16 Le decisioni prese davanti al tribunale di coscienza sono sempre conformi alla verità. La coscienza può essere stordita dal peccato e impedita di dare la sua testimonianza.Efesini 4:19 Potrebbe anche essere pervertito e costretto a chiamare male. Ma quando è illuminato e libero, non manca mai di indicare la posizione morale dell'anima. La Scrittura riconosce chiaramente la validità della testimonianza interiore della coscienza.Romani 8:16 E non di rado questa testimonianza è tutto ciò su cui un uomo buono può contare nei momenti di avversità.

ad es. Giuseppe,Genesi 39:21; Daniele, 1:8); S. Pietro e Giovanni,Atti 4:19); S. Paolo,Tito 2:1-7); confronta Shakespeare, 'Enrico VIII',Atti 3). sc. 2

Quando è così, essendo l'evidenza delle circostanze e dell'apparenza tutte contro di lui, egli è pienamente autorizzato a riposare su di essa. Se si fida, lo sosterrà

2. Non smentito dalle sue sofferenze. L'unico motivo che Elifaz e Bildad possedevano per le loro calunnie era che Giobbe era stato sopraffatto da cattive fortune. Ma, oltre a respingere le accuse stesse come contraddette dal chiaro verdetto della sua coscienza, egli ripudia anche il fondamento su cui si basavano come diametralmente opposto ai semplici fatti della storia. Lungi dall'essere apparenze contro Giobbe, giustamente interrogate, erano piuttosto a suo favore. Lungi dall'essere i rapporti di Dio con gli uomini strettamente retributivi, in modo che la colpa di Giobbe potesse essere dedotta dalla sua miseria, erano il più vicino possibile all'opposto. Tutte le esperienze mostrate:

(1) Che Dio ha spesso confuso i giusti e i malvagi in un unico rovesciamento indiscriminato. "Questa è una cosa sola [letteralmente, 'è tutto uno'], perciò ho detto [o, 'dirò'], egli distrugge i perfetti e gli empi' (Versetto 22). Un fatto incontrovertibile, che guerre, carestie, pestilenze, terremoti, tempeste e altri eventi disastrosi, attestano a sufficienza, che osservatori riflessivi in tutte le epoche hanno notato,Ecclesiaste 9:2-3 e che ha spesso lasciato perplessi i buoni;Genesi 18:24 ma che, sebbene non sia un'ingiustizia per la creatura, anche se i giusti stessi sono peccatori, è altrettanto piccola disuguaglianza da parte del Creatore, il quale, sebbene non sia tenuto a giustificare le sue vie all'uomo peccatore, può tuttavia aver adottato questo metodo di governo divino come il più adatto a soddisfare il miglioramento morale e spirituale dell'umanità in generale, esercitare la fede e sviluppare le grazie dei giusti, e risvegliare nell'anima la convinzione della necessità e della certezza di uno stato futuro.

Malachia3:18; confronta Analogia, cap. 3

(2) Che Dio era indifferente alle miserie dei giusti. "Se il flagello uccide all'improvviso, egli riderà del processo dei giusti" (Versetto 23); Prima per le loro sofferenze, e poi per le tentazioni interiori all'incredulità e alla disperazione che queste sofferenze provocano. Questo, tuttavia, è inconcepibile. Dio mette in guardia gli uomini dal giudicarsi l'un l'altro solo in base alle apparenze. Molto di più è necessario evitare questo errore nel giudicare Dio. "Dio non affligge i figlioli degli uomini", tanto meno i suoi propri figli, "volontariamente"Lamentazioni 3:33 "Dietro una provvidenza accigliata nasconde un volto sorridente." Dio ride dei malvagi e delle loro macchinazioni; mai al suo popolo e ai suoi dolori.Esodo 3:7; Matteo 23:37; Giovanni 11:35

(3) Che Dio apparentemente estendeva favore ai malvagi; primo, in generale, promuovendo uomini malvagi a posizioni di influenza e potere mondano: "La terra è data in mano ai malvagi" (Versetto 24); e secondo, in particolare, affidando l'amministrazione della giustizia agli empi: "Egli copre i volti dei suoi giudici" (Versetto 24); cioè in modo che, per ignoranza e corruzione, non essendo in grado di discernere tra il bene e il male, legalizzino l'oppressione e la rapina, "frapponendo il male con una legge". Che tali anomalie esistano è innegabile.Salmi 12:8 E Giobbe intende dire che ritiene Dio responsabile per loro. "Se non è lui l'Autore di essi, allora chi è?" Dio è il Governatore morale dell'universo.Ester 9:29; Salmi 47:2,7; 83:18 La magistratura civile è un'istituzione divina.Proverbi 8:15,16 - Dio solo ha il potere di impedire la perversione della sua stessa ordinanza.Salmi 75:7; Daniele 2:21 Dio non ignora che il suo popolo è oppresso. E Dio ha chiaramente promesso di esercitare giustizia e giudizio per tutti coloro che sono oppressi. Quindi nessuno è da biasimare se non Dio, dice Giobbe. La logica è buona, ma la teologia è cattiva

II LAMENTANDOSI DELLA SUA SORTE

1. L'impossibilità di raggiungere la felicità

(1) La rapidità dei suoi giorni aveva reso questo al di là delle sue capacità. La sua vita passata era svanita con una velocità incredibile:

(a) come un corriere veloce: "I miei giorni sono [letteralmente, 'erano'] più veloci di una posta" (Versetti. 25), o un corriere di stato che trasporta lettere e dispacci, a volte in grado, quando montato su dromedari, di percorrere centocinquanta miglia al giorno;

(b) come una nave a vela veloce, letteralmente, "navi di canna", skiff costruiti con il papyros Nilotica' e celebrati per la loro velocità, "un piccolo pinnacolo che può servire a fare sport e passatempo sull'acqua, che gira agilmente qua e là, e se ne va rapidamente" (Calvino); e

(c) come un'aquila che vola veloce: "Come l'aquila che si affretta verso la preda" (Versetto 26); -tre immagini che trasmettono un'immagine impressionante della brevità dell'esistenza dell'uomo sulla terra

(2) La vanità della sua vita era un'altra causa di fallimento nel raggiungere la felicità mondana. I suoi giorni erano trascorsi "senza vedere il bene" (versetto 25), o, "non avendo visto nulla di buono", il che nel caso di Giobbe non era corretto, poiché prima della sua afflizione aveva raggiunto un alto grado di prosperità sia temporale che spirituale. Gli uomini sono inclini a dimenticare le misericordie passate. "Lontano dagli occhi, lontano dal cuore", è spesso esemplificato tra i santi. Forse non esiste una vita che non veda mai il bene. Eppure la cosa più nobile nel mondo di Dio non è vedere, ma fare il bene. Una vita che fa del bene può essere breve; non può mai essere del tutto vano

2. L'impossibilità di superare il suo dolore. Anche questo ha avuto una doppia causa

(1) L'inamovibilità della sua miseria. Per quanto spesso potesse decidere di rallegrarsi, il ricordo dei suoi dolori lo faceva rabbrividire (versetto 28). Nulla è più certo del fatto che il peso del dolore non può essere rimosso con la semplice risoluzione. Nessun uomo può veramente risplendere in mezzo all'afflizione a meno che non getti il suo fardello sul Signore. Ma a ciò che si poteva fare con disinvoltura Giobbe sembrava una barriera insormontabile, cioè:

(2) L'immutabile determinazione di Dio di considerarlo colpevole. Ragionando dal punto di vista del buon senso, Giobbe considerava questa come la deduzione naturale dalle sue continue sofferenze. Da qui la disperazione di cercare di apparire luminosi. Se Giobbe avesse adottato la risoluzione di Davide,Salmi 42:5,11; 43:5 avrebbe potuto superare questo tremendo sconforto di cui era consapevole. Com'è immensamente più vantaggiosa la posizione dei cristiani di quella di Giobbe o anche di Davide! Non solo hanno la chiara consapevolezza di essere accettati da Dio per amore di Cristo per sostenerli, ma hanno le più chiare dichiarazioni scritturali che l'afflizione è una prova di amore e amicizia piuttosto che di odio e inimicizia e le più sincere esortazioni a rallegrarsi nella tribolazione; sì, per gioire sempre nel Signore.Filippesi 4:4 Giudici 1:2

3. L' impossibilità di stabilire la sua innocenza. A causa di:

(1) La determinazione di Dio a renderlo colpevole: "Devo essere colpevole" (Versetto 29). Stesso pensiero di cui sopra. È certo che Dio è rinchiuso dalle necessità della sua Divinità, della Sua immacolata purezza e della Sua incorruttibile giustizia, per ritenere colpevole ogni uomo sulla terra, anche il santo più puro e retto che vive, ma non nel senso qui inteso da Giobbe. Non è gradito a Dio trovare gli uomini colpevoli. Certo, non rende mai colpevole un uomo innocente; anche se, grazie alla sua misericordia, spesso tratta un uomo colpevole come innocente

(2) L'incapacità di Giobbe di superare questa determinazione. Le lamentele erano inutili: "Perché lavoro invano" (versetto 29), per protestare la mia innocenza, o per cercare di rimediare? "Se mi lavo con acqua di neve", che si suppone sia più pura dell'acqua comune, "e non mi pulisco mai le mani [letteralmente, 'pulite con liscivia o potassa'], tuttavia mi immergerai nel fosso, e le mie stesse vesti mi aborrirebbero" (Versetti. 30, 31); cioè i migliori tentativi di autogiustificazione sarebbero inutili

III DESIDERIO DI UN UOMO A GIORNATA

1. La necessità di un tale uomo di giornata. Giobbe desiderava ardentemente un arbitro o un arbitro tra sé e Dio, a causa delle disuguaglianze in cui si trovavano. "Egli non è un uomo, come lo sono io, perché io gli risponda, e noi ci riuniamo in giudizio" (Versetto 32). Per la stessa ragione l'uomo ha bisogno di un Mediatore tra se stesso, la creatura debole e peccatrice, e Geova, il Creatore infinitamente potente e immacolatamente puro. E questo bisogno, che Giobbe sentiva così fortemente, è stato supplito da Cristo, l'unico Mediatore tra Dio e l'uomo.

1T 2:5

2. Il lavoro di un tale uomo di giornata. Descritto come duplice:

(1) Agire autorevolmente per entrambe le parti in gara. "Non c'è un uomo di giorno", o arbitro tra noi, "che possa imporre la sua mano su entrambi" (Versetto 33); cioè che potrebbe imporre condizioni ad entrambi con l'imposizione delle mani. Cristo è in grado di fare questo in virtù della sua duplice natura, essendo il Compagno dell'Altissimo e il Figlio dell'uomo. Così, rappresentando entrambe le parti, può mettere le mani su entrambe. Può parlare e agire con autorità per entrambi

(2) Per rimuovere gli ostacoli che impediscono all'uomo di entrare in conversazione con Dio. Questi erano, nel caso di Giobbe, due: il terrore della verga di Dio e il terrore del volto di Dio: "Mi tolga via la sua verga e non mi spaventi il suo timore [cioè la sua terribile maestà]" (Versetto 34). Le stesse cose impediscono il libero accesso dell'uomo peccatore a Dio, cioè. la verga di Dio, non le sue afflizioni provvidenziali, ma le sue condanne legali; e la maestà di Dio, o l'ineffabile gloria della sua santa Divinità. E questi sono stati rimossi da Cristo; il secondo con la grande incarnazione, il primo con il suo sacrificio

3. Il vantaggio di un tale uomo di giornata

(1) L'uomo è in grado di avvicinarsi a Dio, forse non come Giobbe, con consapevole integrità: "Allora parlerei e non lo temerei; poiché non sto così con me stesso", cioè non sono consapevole di nulla che mi faccia paura (Versetto 35); ma certamente, senza allarme e con fiduciosa speranza; e

(2) Dio è in grado di stipulare un trattato con l'uomo. Impara:

1. C'è una chiara differenza tra mantenere la propria irreprensibilità davanti agli uomini e affermare la propria giustizia davanti a Dio

2. Il carattere del cuore di Dio non deve sempre essere dedotto dal modo in cui agisce la mano di Dio

3. Nell'universo di Dio sono permesse molte cose che egli non approva

4. La scienza del conteggio dei nostri giorni è quella che tutti i mortali dovrebbero imparare

5. Il vero valore della vita non deve essere stimato dalla sua lunghezza

6. La migliore consolazione nel dolore umano è il godimento del favore divino

7. La morale più bella e più pura non permetterà a un uomo di fare a meno di un mediatore

8. Nessun uomo può venire a Dio se non per mezzo di Gesù Cristo

9. Ma in lui e per mezzo di lui abbiamo accesso al Padre per mezzo di un solo Spirito

Versetti 21-24. - Ribellione della coscienza contro questa immagine di terrore

Arriva una reazione; poiché la chiara testimonianza della coscienza può essere oscurata per un po' di tempo, ma non può essere negata. In questa chiara consapevolezza, sembra che Giobbe si rivolterà contro l'ingiustizia (come pensa) di Dio, e la denuncerà coraggiosamente

UNA BUONA COSCIENZA ELEVA LA MENTE AL DI SOPRA DELLA PAURA ABIETTA. (Prendiamo il versetto 21 come una dichiarazione di innocenza rinnovata.)

II IMPARTISCE DISPREZZO ALLA MORTE. (versetto 21)

III STIMOLA ALL'AUDACIA NEL PERORARE LA PROPRIA CAUSA. Dobbiamo pensare a Giobbe, secondo una concezione dominante del libro, come a un suo diritto di perorare contro il suo (presunto) avversario come in un tribunale. Egli sostiene, dimostrando ancora una volta che Dio è semplicemente un tiranno assoluto, che gli innocenti sono puniti insieme ai colpevoli (Versetto 22). Ci sono due esempi di questo:

1. Il flagello, o peste, che spazza via rapidamente intere popolazioni, senza fare distinzione tra il bene e il male, il peccatore canuto e il bambino indifeso (Versetto 23)

2. Il dominio dei malvagi nel mondo. I loro volti sono coperti; Non distinguono tra giusto e sbagliato. E chi altro può essere la Causa di ciò se non Dio (Versetti. 24)? - J

22 Questa è una cosa; piuttosto, la questione è una' o è tutta una. Non c'è differenza, cioè, tra il caso dei giusti e dei malvagi; tutti sono ugualmente peccatori agli occhi di Dio, tutti ugualmente "condannati sotto il peccato"

Gal 3:22 e tutti di conseguenza odiosi alla punizione per mano sua. In un certo senso l'affermazione è vera, e corrisponde all'argomento diRomani 1-3); ma qui non si tiene conto del misericordioso perdono dei peccati da parte di Dio, tanto meno del piano generale di redenzione, o della compensazione per le sofferenze terrene in un'eternità di felicità, su cui poggia la speranza del cristiano. Perciò l'ho detto; piuttosto, quindi dico con la Versione Riveduta. Egli distrugge i perfetti e gli empi. Per quanto riguarda questo mondo, è indubbiamente vero che le calamità si abbattono allo stesso modo sui giusti e sugli ingiusti. La morte è la sorte di tutti; guai, sofferenze, dolore, la sorte di tutti. Né si può nemmeno dire che i malvagi in questo mondo soffrano più dei buoni (comp. 1 ottobre 1529). Le loro sofferenze sono più la conseguenza naturale delle loro azioni, ma non sembrano superare in quantità o gravità le sofferenze dei buoni. Ma questo dimostra solo che ci deve essere una vita futura per rimediare all'apparente ingiustizia di quella presente e ristabilire l'equilibrio

L'ingiustizia dell'uguaglianza

Giobbe si lamenta del fatto che la stessa condanna viene inflitta ai perfetti e ai malvagi; Questo sembra essere ingiusto. Le nostre moderne lamentele riguardano l'ingiustizia delle terribili disuguaglianze della vita. Ma la posizione di Giobbe ci suggerisce che la giustizia non è semplice uguaglianza. La parità di trattamento può essere ingiusta. Per essere giusti con tutti, non dobbiamo trattare tutti allo stesso modo. Eppure l'ingiustizia dell'uguaglianza è apparentemente una cosa comune nell'esperienza della vita, e anche nelle dispensazioni della Provvidenza. Così la provvidenza speciale sembra essere andata perduta, e un trattamento ampio e rude sembra servire alla più grande varietà di persone

SAREBBE INGIUSTO TRATTARE TUTTI ALLO STESSO MODO. Questo si può ammettere se si pensa a tutta la vita, non alla sola esperienza esterna, né solo a questa sfera temporale e limitata dell'esistenza. Cercare l'uguaglianza assoluta significa ignorare le variazioni dei requisiti e le distinzioni di carattere. Ma se è così, che cosa dobbiamo intendere con l'apparente disprezzo di queste differenze? Il mondo è governato da leggi generali. Gli eventi hanno un'influenza diffusa. Le calamità arrivano con una marea impetuosa, non con un torrente serpeggiante, e quando spazzano la terra, le erbacce e le piante fruttifere subiscono la stessa devastazione

II TUTTAVIA, DIO NON È COSÌ INGIUSTO. Giobbe si sbaglia

1. Vediamo solo l'esterno della vita. Gli eventi che sono comuni a tutti sono esterni. Sono oggetti visibili di osservazione superficiale. Ma questi eventi non costituiscono l'intera esperienza. Il colpo che spezza la pietra non fa altro che indurire il ferro. La calamità che è un giudizio schiacciante per un uomo è un tonico curativo per un altro. Quando un'alluvione si abbatte su un distretto, lascia dietro di sé effetti molto diversi; Infatti, mentre porta solo rovina alle case, porta fertilità ai campi. Quindi il problema è uguale solo esternamente. Se solo potessimo seguirlo nell'esperienza di uomini diversi, scopriremmo che la disuguaglianza è cessata e che si produce un effetto diverso a seconda del carattere e della condizione. Mentre è una maledizione per una vita, è una benedizione per un'altra

2. Vediamo solo l'esperienza presente. Ora, e sulla terra, sembra che ci sia un trattamento rude e indiscriminato degli uomini. Qui l'ingiustizia dell'uguaglianza si vede troppo spesso. Ma dobbiamo aspettare la fine. Nel caso di Giobbe la fine portò a un completo capovolgimento dell'intero corso degli eventi. Ora Dio fa risplendere il suo sole e fa cadere la sua pioggia sui buoni e sui cattivi allo stesso modo, favorendo in egual misura, come a volte castiga in egual misura. Ma questa uguaglianza non continuerà dopo la morte. Il grano e la zizzania crescono insieme, ma solo fino al raccolto. Ci sarà una grande disparità di trattamento, quando l'uno sarà raccolto nei granai e l'altro sarà bruciato. Certo gli uomini dovrebbero imparare a sopportare pazientemente i problemi comuni della vita, se sanno che al di là di tutto c'è più che una compensazione: c'è un aumento fruttuoso, con le più ricche benedizioni, per i veri servitori di Dio che perseverano pazientemente. - W.F.A

23 Se il flagello uccide all'improvviso. Probabilmente si intende un "flagello" come la guerra, la pestilenza o la carestia. Se uno di questi viene sguinzagliato su una terra e uccide, come fa sempre, indifferentemente i buoni e i cattivi, gli innocenti e i colpevoli, qual è l'atteggiamento di Dio? Si interpone per salvare i giusti? In nessun modo. Lui guarda passivo, indifferente. Giobbe va anche oltre, e dice, con un'audacia che rasenta l'irriverenza, se non oltrepassa nemmeno il confine, riderà del processo degli innocenti. San Girolamo dice: "Non c'è nulla di più duro in tutto il libro di questo". Può, forse, essere scusato, in parte come retorica, in parte come necessaria per la piena espansione dell'argomento di Giobbe. Ma è un'espressione spaventosa. (Il tentativo del professor Lee di spiegare l'intero passaggio in modo diverso non ha scarso successo.)

24 La terra è data nelle mani degli empi. Come ulteriore prova dell'indifferenza di Dio verso le sofferenze degli innocenti, Giobbe adduce il fatto che, negli alti luoghi della terra, sono per lo più posti i malvagi, che opprimono e perseguitano i giusti. Questo è stato probabilmente vero, in Oriente in ogni caso, in ogni momento. Egli copre il volto dei suoi giudici. Dio copre gli occhi di coloro che devono giudicare tra gli oppressori e gli oppressi, in modo che pervertano il giudizio e si schierino con gli oppressori. Egli fa questo, poiché permette che sia fatto. I giudici corrotti sono tra le maledizioni perenni dell'Oriente. Se no, dove e chi è? piuttosto, se non è lui' chi è? (vedi la versione riveduta). Giobbe sostiene che la condizione stabilita delle cose nella società umana deve essere attribuita a Dio, poiché (almeno) Egli lo permette. Non c'è nessun altro a cui possa essere attribuito

25 Ora le mie giornate sono più veloci di un post. La vita scivola via così velocemente che prima di essere ben iniziata, è finita. Giobbe lo paragona al rapido passaggio del corridore addestrato, o messaggero, che nei tempi antichi portava dispacci per i re e altri grandi personaggi.

vedi - Ester 3:13; 8:10,14 Erodoto dice dei corridori addestrati impiegati dai Persiani: "Nulla di mortale viaggia così velocemente come questi messaggeri persiani" (Erode, 8:98). Ci sono abbondanti prove dell'impiego di tali persone nell'antico Egitto. Fuggono via, non vedono nulla di buono. A Giobbe sembra che la sua prosperità sia stata solo per un momento. Riuscì a malapena a guardarlo che scomparve

Versetti 25-35. - Riflessioni malinconiche

MI AUTO-CONTEMPLAZIONE IN RIFERIMENTO AL PASSATO. La sua vita è trascorsa rapidamente, come un corriere, o la veloce barca dell'Eufrate o del Nilo, o l'aquila in picchiata (versetti 25, 26), e senza apparente prosperità. Qui perverte la storia del passato; ma la memoria, tanto quanto la ragione, è avvelenata

II IN RIFERIMENTO AL FUTURO. (Versetti 27, 28) La speranza ha spezzato la sua ala. Lo sforzo di rimuovere l'oscurità dalla sua fronte è inutile, a meno che non riesca a rimuovere il peso che gli aggrottava le sopracciglia. Questo, il senso del disfavore di Dio, ritorna a galla dopo ogni sforzo, come la pietra di Sisifo

III LA VANITÀ DELLO SFORZO MORALE. (Versetti 29-31) Si sente come sotto un decreto assoluto di colpa che nessun potere terreno può rimuovere. Se egli usasse l'acqua della neve e la liscivia, cioè impiegasse tutti i mezzi per giustificarsi, il suo Giudice assoluto lo farebbe precipitare di nuovo in uno stato di orribile inquinamento

IV LA DISUGUAGLIANZA DELLA LOTTA TRA L'UOMO E DIO. Fosse tra uomo e uomo, egli non ha alcun dubbio sul successo della sua causa

V LA MANCANZA DI UN CONTEGGIO DI APPELLO. (Versetti 32, 33) Non c'è "uomo della giornata", o arbitro, che possa posare la mano dell'autorità su entrambi e, determinando la causa, porre fine alla contesa

VI APPELLO APPASSIONATO E RISOLUTEZZA. L'appello è per la libertà di parola. Versetti. 34,35 - Giobbe 10:1,2 L'ultimo, o uno degli ultimi, benefici che gli uomini onesti possono essere disposti a negare agli oppressi, uno che Dio non negherà mai alle sue creature intelligenti. Eppure Giobbe, sopraffatto dal dogmatismo dei suoi amici, sembra pensare che ora gli sia negato. La decisione è che, poiché la vita è ormai diventata una stanchezza e un disgusto, egli darà libero sfogo alle parole, indipendentemente dalle conseguenze. Nell'esaminare questa selvaggia lamentela di un'intelligenza squilibrata, possiamo imparare le seguenti lezioni:

1. Dio non deve essere pensato come Potere assoluto, ma piuttosto come Giustizia e Amore assoluti. Il primo è il concepimento di un demone, il secondo quello del Padre degli spiriti

2. Tutti i lati e gli aspetti della natura devono essere visti come ugualmente rivelazioni di Dio

3. L'uomo non è mai debole quando ha il diritto dalla sua parte e, sebbene sembri schiacciato, sarà esaltato per sempre

4. L'oscurità nella ragione non è la prova del ritiro del favore di Dio. La nostra sottomissione e le nostre sofferenze personali non influiscono sulle eterne realtà oggettive. Le nuvole possono nascondere, ma non cancellare, il sole

5. Dio è misericordioso nei confronti delle nostre incomprensioni e scopre la scintilla della fede nel cuore di coloro che ne soffrono e che potrebbero non esserne consapevoli

Versetti 25, 26.- I giorni veloci

Giobbe paragona i suoi giorni a ciò che è più veloce sulla terra, il messaggero che corre; nel mare, la barca delle canne; nell'aria, l'aquila che sfreccia sulla sua preda. Non dobbiamo cercare una differenza nella suggestività di queste diverse illustrazioni. Raccolti da ogni regione dell'esistenza, essi danno grande enfasi all'unico fatto significativo della brevità della vita

I NOSTRI GIORNI SONO VELOCI IN CONFRONTO ALLA NATURA. Il corso della natura procede lentamente. La geologia racconta di innumerevoli e vaste ere dell'antichità. L'evoluzione presuppone un periodo di tempo ancora più lungo. Accanto ai movimenti graduali della natura, le nostre piccole giornate sono rapide e brevi. La vita di ogni uomo non registra che un momento sul grande quadrante del tempo. Il vecchio mondo va avanti, mentre noi figli di un giorno andiamo e veniamo in una rapida marcia delle generazioni successive

II I NOSTRI GIORNI SONO VELOCI IN RELAZIONE AI NOSTRI DESIDERI. Desideriamo ardentemente una lunga esperienza. L'estinzione dell'essere è un orrore per noi. Ci sono dentro di noi grandi istinti di immortalità. Così, mentre viviamo il nostro piccolo giorno terreno, ci protediamo verso la grande eternità di Dio. Non possiamo accontentarci di un'esistenza effimera

I NOSTRI GIORNI SONO RAPIDI PER QUANTO RIGUARDA I NOSTRI POTERI. Ci vuole molto tempo per addestrare questi poteri. Mezza vita non è sufficiente per perfezionarli. Ma prima che siano perfezionate, le ombre cominciano ad allungarsi e il pomeriggio malinconico è alle porte. Certo, se Dio ci ha dato facoltà che richiedono così tanto tempo per svilupparsi, e che sembrano capaci di grandi realizzazioni se solo avessero pieno spazio, è triste che comincino ad appassire non appena hanno raggiunto la maturità

I NOSTRI GIORNI SONO RAPIDI IN RELAZIONE AI NOSTRI DOVERI. C'è così tanto da fare e così poco tempo per farlo. I nostri compiti crescono su di noi e le nostre opportunità sono anguste e interrotte. Non pianifichiamo tutti più lavoro di quanto potremo mai compiere? Così lavoriamo con la triste consapevolezza che non potremo mai superare le nostre intenzioni

V LE NOSTRE GIORNATE SONO VELOCI AL DI LÀ DELLE NOSTRE ASPETTATIVE. Un bambino vede l'eternità davanti a sé. A suo avviso, un anno, un anno intero, è un'epoca vasta. Anche nella tarda giovinezza il tempo sembra essere una merce abbondante. C'è poco bisogno di economizzarlo, perché non ne abbiamo abbastanza e in abbondanza? Al momento siamo sorpresi di vedere quanto velocemente i suoi momenti inascoltati ci stiano scivolando via. Ogni anno va più veloce, finché il ruscello silenzioso è diventato un torrente precipitoso, e i giorni volano davanti a noi con una velocità terribile

I NOSTRI GIORNI SONO RAPIDI NELLA LUCE DELL'ETERNITÀ. Ecco la spiegazione di tutto il mistero. Non siamo creature di un giorno, anche se la nostra vita terrena è così breve. Dio ci ha dato una scintilla della sua immortalità. In vista di ciò, la più grande vita terrena è un'ombra fugace. Tuttavia, l'ampio svago dell'eternità non deve farci trascurare il lavoro della giornata, perché questo giorno non tornerà mai più. Quanto è prezioso il tempo nel mondo esterno! Il messaggero corre a passo svelto, la piccola barca sfreccia sulle acque, l'aquila feroce piomba sulla sua preda come un fulmine. Benché l'eternità sia lunga, affrettiamoci a usare le nostre gloriose prospettive come ispirazione per un simile desiderio di sfruttare al meglio i nostri brevi giorni terreni. - W.F.A

26 Vengono spacciati come le navi veloci; letteralmente, come le navi di canna. L'allusione è probabilmente ai fragili vasi di canna degli Egiziani, di cui parlano molti scrittori antichi (vedi Teofrasto, 'Hist. Plant.,' 4:9; Pithy, 'Hist. Nat.,' 6:56; 13:11; Luean, 'Pharsalis', 4:36, ss.). Erano canoe lunghe e leggere, formate generalmente dalla pianta del papiro, e spinte da una sola pagaia o da un palo. Erano a fondo piatto e larghi, come barchini, con una prua e una poppa che si alzavano considerevolmente al di sopra del livello dell'acqua (vedi gli autori "History of Ancient Egypt", vol. 1. pp. 507, 508). Isaia ne parla come di "vasi di giunchi", con i quali le nazioni che popolavano le rive del Nilo mandavano "rapidi messaggeri".Isaia 18:1,2 Le barche dell'Eufrate descritte da Erodoto (1:194) erano di una costruzione completamente diversa, e non possono essere qui intese. Consistevano in un'intelaiatura di legno, che veniva ricoperta di pelli e poi rivestita di bitume, e assomigliava alle "coracles" gallesi. Come l'aquila che si affretta verso la preda, o, come l'aquila che piomba sulla preda (Versione riveduta). L'osservazione di Giobbe gli presenta tre tipi di rapidità: il corridore addestrato sulla terra, le navi veloci sulle acque e l'aquila affamata nell'aria. Gli sembra che la sua vita passi con la stessa rapidità di tutte queste

27 Se lo dico, dimenticherò la mia lamentela. Giobbe rappresenta se stesso come a volte, per un momento, immaginando di poter mettere da parte il suo carico di dolore non pensandoci. Ci prova, e dice a se stesso: "Dimenticherò", ss.); ma invano. Tutta la massa delle sue sofferenze sembra sollevarsi contro di lui, e rendere impossibile anche l'oblio momentaneo. Lascerò fuori la mia pesantezza, o i miei sguardi neri. E consolarmi.Giobbe 10:20 eSalmi 39:13 - , dove lo stesso verbo è reso "recuperare le forze" #Giobbe 9:28

Ho paura di tutti i miei dolori (vedi il commento al versetto 27). Cantici che non mi riterrai innocente. Il peggiore di tutti i dolori di Giobbe è il senso di alienazione da Dio, che le sue sofferenze ineguagliabili hanno prodotto in lui. Benché inconsapevole di averli meritati, egli li considera ancora, non innaturalmente, come segni del dispiacere di Dio, prove che Dio non lo considera innocente

29 Se sono malvagio; piuttosto, sono malvagio, cioè sono considerato tale, sono già condannato. Le estreme afflizioni che soffro indicano che Dio ha emesso la sentenza su di me e mi ha assegnato la mia punizione. Perché dunque mi affanno invano? cioè perché discutere? Perché cercare di giustificarmi, dal momento che è probabile che non segua alcun risultato? Nulla di ciò che posso dire cambierà la conclusione scontata di Dio

30 Se mi lavo con l'acqua della neve. Se dovessi riuscire a purificarmi da ogni colpa e a stabilire, per quanto le parole possono farlo, la mia immacolata innocenza, anche allora, quale vantaggio ne guadagnerei? L'acqua della neve non purifica realmente ciò che è contaminato meglio di qualsiasi altra acqua, ma una vivace fantasia potrebbe supporre che lo faccia. Giobbe si abbandona a questa fantasia, ma poi si controlla e aggiunge un'alternativa prosaica. E rendi le mie mani mai così pulite; piuttosto, e purifichi le mie mani con la liscivia. La liscivia, o potassa, è l'ingrediente principale e più essenziale del sapone. e il detersivo più pronto e migliore. Se Giobbe si purifica fino al massimo, "Taglia l'osso?", chiede

Versetti 30, 31.- Disperazione della purificazione

Giobbe è posseduto da un pensiero terribile. Immagina che Dio sia così determinato ad averlo come oggetto di condanna che nulla che possa fare può rimetterlo a posto; anche se si rende così puro, Dio lo rigetterà nel fango, Dio lo sommergerà di colpa. Questa è, naturalmente, una visione completamente falsa di Dio, anche se non è del tutto imperdonabile per Giobbe nella sua ignoranza e nella sua terribile angoscia

IO, DIO DESIDERA SOLO LA NOSTRA PURIFICAZIONE. Forse non siamo tentati di cadere nell'errore di Giobbe, perché abbiamo più luce e le nostre circostanze sono molto più promettenti di quanto non lo fossero le sue. Tuttavia, è difficile per noi concepire quanto Dio sia completamente contrario a rendere il peggio di noi. Non può ignorare il peccato, perché il suo sguardo indagatore glielo rivela sempre, e il suo giusto giudizio lo valuta sempre correttamente. Egli deve portare il nostro peccato a casa nostra; poiché questo è per il nostro bene, oltre che necessario per quanto riguarda le pretese del giusto-pulito. Così sembra che stia scacciando la nostra colpa. Ma così facendo non ci sta facendo precipitare nel fango, ma sta solo rendendo evidente il male nascosto del nostro cuore. Il processo è come quello di un fotografo che sviluppa un'immagine, come quello di un medico che porta in superficie una malattia. Il risultato rende evidente ciò che esisteva prima, invisibile ma pericolosamente potente

II È SENZA SPERANZA TENTARE LA NOSTRA PURIFICAZIONE. Qui Giobbe aveva ragione. Possiamo lavarci, ma non saremo puri. Il peccato è più di una contaminazione; È una macchia, una tintura, un male radicato. È come la pelle dell'etiope e le macchie del leopardo; Il peccato è diventato parte della costituzione stessa del peccatore. Le lacrime di pentimento non lo laveranno via. Il sangue delle vittime sacrificate non lo purificherà. La penitenza e le buone azioni non lo rimuoveranno. Non possiamo cancellare il passato, non possiamo eliminare il fatto che il peccato è stato commesso. Perciò non possiamo rimuovere dalla nostra coscienza la colpa del nostro peccato, né la sua influenza contaminante e corruttrice

III DIO PROVVEDE ALLA PURIFICAZIONE DAL PECCATO. Non dobbiamo disperare. Giobbe non solo si sbaglia; La verità è l'esatto opposto di ciò che lui immagina che sia. Dio stesso, invece di aggravare la colpa, ha provveduto l'unico mezzo efficace per la sua rimozione. Questo fu promesso nell'Antico Testamento: "Venite ora, e discutiamo insieme, dice il Signore", ss.Isaia 1:18 Si compie nel Nuovo Testamento. Cristo ha offerto il perdono dei peccati.Matteo 9:2 - Con la sua morte sulla croce egli ci ha assicurato quel perdono. Ciò che nessuna nostra lacrima o opera può fare, è operato dal sangue di Cristo, che "ci purifica da ogni peccato". Vale a dire, la morte di Cristo è il grande sacrificio purificatore. Quando confidiamo in Lui, la purificazione della colpa che ci viene data, a condizione del sacrificio perfetto, è nostra. La nostra disperazione di purificarci al di fuori di Cristo dovrebbe solo spingerci a Cristo per poterla ricevere. - W.F.A

31 Eppure mi getterai nella fossa. Eppure Dio avrebbe con facilità disfatto la sua opera, avrebbe mostrato che la sua purezza era impura, la sua giustizia come stracci sporchi, e così, per così dire, lo avrebbe rigettato nel fango e nell'argilla da cui aveva cercato di liberarsi, e lo avrebbe presentato come un miserabile più ripugnante che mai. E le mie vesti mi aborriranno. Sarebbe stato così ripugnante che le sue stesse vesti, macchiate e sporche dalla sua malattia, si sarebbero allontanate da lui e avrebbero odiato toccarlo

32 Egli infatti non è un uomo come lo sono io perché io gli risponda, e noi ci riuniamo in giudizio confronta Versetti. 2-14). A una delle due sole condizioni, pensa Giobbe, la contesa potrebbe essere equilibrata tra lui e Dio

(1) Se Dio, spogliandosi di tutti i suoi attributi divini, si è fatto uomo;

(2) se si potesse trovare un terzo, un arbitro o un arbitro, per presiedere la gara e deciderla. Nessuna delle due condizioni, tuttavia, era (egli pensava) possibile; e quindi non poteva aver luogo un giudizio soddisfacente

Commentatori recenti osservano che lo schema cristiano, che Giobbe non poteva prevedere, fornisce un adempimento quasi letterale di entrambe le condizioni, poiché il Dio che deve giudicarci è il "vero Uomo", ed è anche un Mediatore, o "Terzo-uomo", tra noi e il Padre offeso, con l'autorità di prendere la decisione finale, 'il Padre avendo affidato ogni giudizio al Figlio,Giovanni 5:22 e "gli diede l'autorità di eseguire anche il giudizio'" proprio perché è "il Figlio dell'uomo".Giovanni 5:27 #Giobbe 9:33

Né c'è nessun uomo di giorno tra noi; Letteralmente 'giudice' o arbitro chiamato "dayman", poiché nomina il giorno in cui l'arbitrato deve concludersi. La LXX rende con μεσιτης, "mediatore". Che avrebbe potuto posare la sua mano su di noi. Moderato tra noi, cioè; teneteci entrambi a guancia; affermare un'autorità alla quale entrambi dobbiamo sottometterci

Il Mediatore

'L'obiettivo desiderato da Giobbe - e qui egli parla per tutti i peccatori - è quello di ottenere la riconciliazione con Geova, contro il quale egli riconosce di aver peccato. Chiede a gran voce un mediatore, un arbitro, un arbitro; uno in grado di "porre la sua mano su di noi due", di riunirci, di mediare tra di noi

NE NASCE LA NECESSITÀ:

1. Dalla coscienza del peccato di Giobbe. Nella sua preghiera (versetto 28) confessa a Dio: " Cantici che non mi riterrai innocente". "Non sono innocente", è la prima confessione di colpa. "Se mi giustifico, la mia propria bocca mi condannerà"

2. Dall'incapacità di Giobbe di "rispondere" a Dio. Di questo ha fatto sia lamentele che confessioni. "Al quale, quand'anche fossi giusto, non risponderei" (versetto 15). La paura e la giusta umiltà si impadroniscono di lui. «Quanto meno gli risponderò?» (versetto 14). L'uomo non può ordinare la propria causa davanti al Giudice eterno. "Non può rispondergli uno su mille" (Versetto 3)

3. Dalla loro totale disuguaglianza. "Egli non è un uomo, come lo sono io" (Versetto 32). Perciò non potevano 'unirsi in giudizio'. Com'è vano l'uomo povero, ignorante, debole, peccatore supporre di poter rispondere a Dio, di poter "comparire davanti a lui!" Com'è vano anche solo immaginarsi giustificato e puro davanti a lui! Eppure molti "appaiono davanti" a Dio nei pensieri presuntuosi, che si giustificano e che si giustificano da soli. Tutte queste autogiustificazioni sono condannate dalle sagge parole e dalle giuste vedute delle cose di Giobbe

IL GRIDO DI GIOBBE È IL GRIDO INCONSCIO DEL CUORE UNIVERSALE DELL'UOMO PER UN MEDIATORE. Visto in tutti i sistemi religiosi -- la fede nel prete -- l'ignoranza cosciente delle verità spirituali nascoste. L'apprensione non interpretata di un mondo spirituale, di un governo e di un futuro, e tuttavia l'incapacità di affrontarli e di porsi in un atteggiamento giusto rispetto ad essi. Questo grido si sente in tutti i paesi, in tutte le lingue e in tutti i tempi. "Oh, se ci fosse un giornario!" Questo grido prepara e anticipa il vero Mediatore

III LA RISPOSTA AL BISOGNO UNIVERSALE NELL'"UNICO MEDIATORE TRA DIO E GLI UOMINI". Felicemente "se stesso Uomo". Dio "ha parlato a noi nel suo Figlio", non più per mezzo di profeti, ma per mezzo di un Figlio, che è allo stesso tempo "lo splendore della sua gloria e l'immagine stessa della sua sostanza", e tuttavia "l'uomo", "osso delle nostre ossa". "Dio si manifestò nella carne", eppure "in ogni cosa" "reso simile ai suoi fratelli". Parlando con autorità divina a noi nella nostra lingua, e delle cose celesti al nostro livello, e rivelando nell'ambito di una vita umana, e per mezzo di atti e sentimenti umani, il pensiero, l'amore e la pietosa misericordia di Dio. E rappresentarci, facendo ciò che Giobbe sentiva (e tutti coloro che avevano opinioni giuste) che non poteva fare, "comparire davanti alla faccia di Dio per noi". Ora noi "abbiamo accesso al Padre per mezzo di lui, in un solo Spirito". Se non possiamo ordinare la nostra parola o la nostra causa, può farlo lui. Se noi non possiamo rispondere a uno dei mille, lui può farlo. Poiché egli è in grado, in realtà, di 'porre la mano su entrambi'. -R.G

L'uomo dei giorni

Giobbe considerava ingiusto che il suo giudice e il suo accusatore fossero la stessa persona, e desiderava ardentemente che un arbitro si frapponesse. In realtà, si sbagliava. Il suo accusatore non era il suo giudice. Satana era il suo accusatore, e Dio era il grande e giusto Arbitro della contesa. Eppure, gli uomini hanno sempre sentito il bisogno di qualcuno che si mettesse tra loro e Dio, e li aiutasse a giungere a una giusta intesa con Dio. La sensazione è nata in parte da un errore simile a quello di Giobbe, ma anche in parte da un istinto spirituale. Lasciando l'idea sbagliata di Giobbe, quale possiamo considerare come la verità su questa idea del Daysman?

IO SIAMO IN LOTTA CON DIO NEL NOSTRO PECCATO. C'è un'antica disputa tra la razza e il suo Creatore. Il peccato è più che una malattia; è una ribellione. È più di una macchia sul nostro carattere; è un'offesa contro Dio. È peggio di un disordine dei rapporti terreni; è un atteggiamento sbagliato nei confronti del Cielo. Queste caratteristiche ultraterrene del peccato gli conferiscono un orrore particolare e lo rendono un pericolo mortale. Finché viviamo nel peccato, siamo nemici di Dio

II È TEMPO CHE QUESTA FAIDA FINISCA. Si allarga solo quando non è selezionato. Più a lungo pecchiamo, più profondo diventa il nostro antagonismo con Dio. Così "facciamo tesoro dell'ira contro il giorno dell'ira". Non si tratta di mera indecorosità e scorrettezza. È un terribile torto che il figlio combatta contro suo Padre. Deve portare rovina al bambino e dolore al Padre

III ABBIAMO BISOGNO DI UN UOMO CHE CI METTA A POSTO CON DIO. Il Daysman è il nostro Mediatore. Ora, la dottrina della mediazione non è più così popolare come una volta. La gente dice: "Vogliamo andare direttamente a Dio. Lui è nostro Padre, noi siamo suoi figli. Vogliamo che nessuno si metta in mezzo a noi. Vogliamo semplicemente tornare direttamente a casa da Dio". C'è molta verità e giustezza di sentimento in questo desiderio. Se qualcosa si frapponesse tra noi e Dio in modo da ostacolarci, sarebbe una pietra d'inciampo, un idolo, e sarebbe nostro dovere rimuoverlo dalla nostra strada. Qualsiasi abuso dei sacramenti, qualsiasi tirannia del pretito, qualsiasi persona più eccelsa, se non un angelo dal cielo, che si intromettesse per ostacolare la via verso Dio, sarebbe un male da deplorare ed evitare. Se anche Cristo si trovasse in questa posizione, sarebbe nostro dovere abbandonarlo. Se il cristianesimo significasse una via più difficile e tortuosa verso Dio, sarebbe giusto rinunciare al cristianesimo e tornare a un teismo più semplice. Ma la domanda è: qual è la via più vicina per tornare a Dio? L'esule desidera tornare subito a casa. Ti offri di mostrargli sul percorso belle montagne, antiche città, rovine pittoresche, cravatta non avrà nessuno di loro. Vuole solo tornare a casa nel modo più diretto. Ma, ahimè! È lontano da casa, e tra lui e la sua casa c'è l'ampio oceano. Come lo attraverserà ? Non il Mediatore è quello di aiutarci al di là dell'oceano che ci separa da Dio. Egli è tra noi e Dio, non come un muro che divide, ma come una porta nel pianto già esistente, o come il ponte che attraversa un abisso, non per separare, ma per unire. Abbiamo un Daysman: Cristo. La nostra Via più vicina a Dio, la nostra unica Via, è attraverso di lui. - W.F.A.Giovanni 14:6 #Giobbe 9:34

Lasci che mi tolga via il suo bastone; piuttosto, chi toglierebbe da me la sua verga. Giobbe significa che sarebbe parte del dovere del "giornato" fare in modo che la verga di Dio fosse rimossa da lui prima che fosse chiamato a supplicare, in modo che non potesse lavorare in uno svantaggio così eretto come le sue sofferenze lo avrebbero posto. E non lasciare che la sua paura mi terrorizzi; o, e non avrebbe permesso che la sua paura mi terrorizzasse; cioè non avrebbe permesso che Giobbe fosse posto in una situazione di svantaggio, né di dolore né di paura, né di sofferenza attuale né futura

35 Allora avrei parlato, e non l'avrei temuto. Giobbe ha immaginato condizioni che sono impossibili (anche se possono, in una certa misura, essere compensate nel piano effettivo della redenzione dell'uomo); e dice che, nelle circostanze che ha immaginato, non avrebbe paura di giustificarsi davanti a Dio. L'affermazione è troppo audace e, come dice Schultens, mostra che il patriarca non è più padrone di se stesso, ma trascinato dalla forza del sentimento esasperato. Ma non è così per me; cioè: "Non sono in una posizione tale da entrare nella mia giustificazione". Sono appesantito dalle mie sofferenze e anche dalle mie paure. Pertanto declino il concorso

Illustratore biblico:

Giobbe 9

1 CAPITOLO 9

Giobbe 9:1-4

Allora Giobbe rispose e disse:

La risposta di Giobbe a Bildad:

Giobbe era completamente all'oscuro delle circostanze in cui stava soffrendo. Se Giobbe avesse saputo che doveva essere d'esempio, che si combatteva una grande battaglia per lui, che i mondi si erano radunati intorno a lui per vedere come avrebbe accettato la perdita dei suoi figli, dei suoi beni e della sua salute, le circostanze sarebbero state viziate e il processo sarebbe stato un semplice aborto. In tali circostanze, Giobbe avrebbe potuto impegnarsi in uno sforzo eroico. Se tutto da noi fosse chiaro e diretto, tutto sarebbe proporzionalmente facile e proporzionalmente inutile. Le prove, le persecuzioni e le prove servono alla cultura della vostra forza, al perfezionamento della vostra pazienza, al consolidamento della vostra speranza e del vostro amore. Dio non ci spiegherà le cause della nostra afflizione, non più di quanto abbia spiegato le cause dell'afflizione di Giobbe al patriarca. Ma la storia viene a fare ciò che Dio stesso si astiene dal fare. Quale corso dice Giobbe che farà? Un punto di partenza è segnato nel decimo capitolo. Ora parla al Cielo. Parlerà nell'amarezza della sua anima. E' vero. Sentiamo cosa ha da dire l'anima di Giobbe. Non siate duri con gli uomini che parlano con una certa indignazione nel momento del dolore. Siamo irritati e contrariati dalle cose che accadono alla nostra vita. Eppure, anche nella nostra stessa franchezza, dovremmo sforzarci almeno di parlare con toni castigati. Giobbe dice che chiederà una ragione. "Mi hai ucciso, perché contendi con me?" Giobbe si appellierà anche alla coscienza divina, se l'espressione è consentita (CAPITOLO 10:3). Dobbiamo avere fiducia nella bontà di Dio. Giobbe allora difende se stesso, la sua stessa fisiologia, la sua costituzione (CAPITOLO 10:8-11). Ciò che gravava così pesantemente su Adamo e su Giobbe, era la limitazione della loro esistenza. Questa vita come la vediamo non è tutto; È un alfabeto che deve essere plasmato in una letteratura, e una letteratura che deve finire in musica. L'immortalità cosciente dell'anima, così come quell'anima è stata modellata secondo il proposito di Dio, ha preservato la razza dalla disperazione. Giobbe disse, se questo fosse tutto ciò che vediamo, vorrebbe essere estinto. Preferirebbe uscire dall'essere piuttosto che vivere sotto un senso di ingiustizia. Questa può essere la nostra convinzione, dalle agonie e dagli spasmi dell'esperienza individuale e dalle convulsioni nazionali, verrà una creazione bella come il mezzogiorno, tranquilla come le stelle silenziose ma radiose! (J. Parker, D.D.)

L'idea di Dio di Giobbe:

(I.) Lo considerava giusto. "So che è così di una verità: ma come dovrebbe l'uomo essere giusto con Dio?" Il Suo linguaggio implica la convinzione che Dio era così giusto da richiedere all'uomo di essere giusto ai Suoi occhi. La ragione lo afferma; l'Infinito non può avere alcun motivo di ingiustizia, nessuna circostanza esteriore che Lo tenti a fare del male. La coscienza lo afferma; Nel profondo del centro del nostro essere morale, c'è la convinzione che il Creatore è giusto. La Bibbia lo dichiara. Giobbe potrebbe chiedersi come può l'uomo essere giusto davanti a Lui? Egli dice, non erigendo una difesa, e supplicando Lui; "se vuole contendere con lui, non può rispondergli uno su mille". Che cosa può implorare un peccatore davanti a Lui?

1.) Può negare il fatto della sua peccaminosità?

2.) Può egli provare di aver peccato per una necessità della sua natura?

3.) Può egli comprendere in modo soddisfacente che, sebbene abbia peccato, il peccato è stato un'eccezione nella sua vita, e che l'intero periodo della sua esistenza è stato buono e di servizio all'universo? Nulla in questo modo può fare; Nessuna supplica risponderà. Deve diventare giusto prima di poter comparire proprio davanti a Dio

(II.) Lo considerava saggio. "Egli è saggio di cuore". Chi dubita della saggezza di Dio? L'intero sistema della natura, le disposizioni della Provvidenza e la mediazione di Cristo, tutto rivela la Sua "multiforme sapienza". Egli è saggio, così che...

1.) Non puoi ingannarlo con le tue falsità; Lui sa tutto di te, vede le profondità più profonde del tuo essere

2.) Non puoi contrastarlo con i tuoi stratagemmi. I suoi propositi devono rimanere

(III.) Come forte. "Potente in forza." Il suo potere si vede nella creazione, nel sostentamento e nel governo dell'universo. La forza di Dio è assoluta, indipendente, illimitata, indeducibile, e sempre dalla parte del diritto e della felicità

(IV.) Lo considerava un retributore. C'è un elemento retributivo nella natura divina: un istinto di giustizia. La punizione nei governanti umani è politica. L'Eterno ripaga il torto a causa della Sua ripugnanza istintiva al torto. Quindi chi sbaglia non può avere successo. Il grande principio è che se un uomo desidera la prosperità, deve conformarsi alle disposizioni di Dio nella Sua provvidenza e grazia; e la saggezza si vede nello studiare queste disposizioni e nel cedere ad esse. (Omilestico.)

Ma come dovrebbe l'uomo essere giusto con Dio?

Sulla giustificazione:

Rispetto al rapporto in cui l'uomo si pone con Dio, due considerazioni sono essenziali: l'una riguardo a noi stessi, l'altra riguardo al nostro Creatore. Noi siamo le Sue creature, e quindi interamente e indistintamente Suoi, e Gli dobbiamo il nostro pieno servizio. Il nostro impiegare qualsiasi parte di noi stessi in qualcosa di contrario al Suo desiderio, è un'ingiustizia verso di Lui; e quindi nessuno che lo fa può essere giusto con Lui in questo. Ma poiché la nostra volontà e i nostri pensieri non sono in nostro potere, qualunque cosa facciamo, è inutile cercare di portare tutto l'uomo al servizio di Dio. Un'obbedienza così perfetta, come confessiamo di dover come creature al nostro Creatore, è assolutamente irraggiungibile. Dobbiamo allora abbassare non i nostri sforzi, ma il nostro standard? Dio si accontenterà di qualcosa di meno della perfezione assoluta? Poiché siamo creature di Dio, Gli dobbiamo un'obbedienza perfetta e senza peccato nei pensieri, nelle parole e nelle azioni. E Dio non può accontentarsi di meno. Se la Sua santità e la Sua giustizia non fossero perfette come la Sua misericordia e il Suo amore, Egli non sarebbe perfetto, o in altre parole non sarebbe Dio

1.) Che l'uomo non possa essere giustificato dalla legge, cioè dalla sua obbedienza alla legge, o dall'adempimento dei suoi doveri, è chiaro dalla sua condizione: "Fa' questo e vivrai". Non fa diminuire la sincerità; non tiene conto dell'infermità. La misericordia è qui inammissibile; chiede solo ciò che gli è dovuto, e offre la ricompensa al momento del pagamento

2.) Né può essere giustificato da una legge attenuata; cioè, essendo abbassato fino a quando non è a portata di mano

3.) Né può ancora essere assolto dal passaggio delle sue trasgressioni attraverso l'oblio (per così dire) di Dio; come se non volesse essere estremo nel notare ciò che è stato fatto di sbagliato

4.) Come dunque l'uomo sarà giusto con Dio? Deve essere in un modo che onori la legge. Cristo ha "magnificato la legge e l'ha resa onorevole" -

(1) mantenendolo integro e ininterrotto; e

(2) Sopportando la sua maledizione, come se l'avesse spezzata, diventando "peccato per noi che non abbiamo conosciuto peccato, affinché fossimo fatti giustizia di Dio in Lui". (George Jeans, M.A.)

Il modo della giustificazione del peccatore davanti a Dio:

In che modo l'uomo è giustificato davanti a Dio? Parliamo dell'uomo come si trova ora nel mondo: caduto, colpevole e contaminato. L'uomo è stato fatto retto all'inizio. La prima azione della sua natura, nelle sue diverse parti, era in armonia con le leggi che si riferiscono a ciascuna, e così per un breve periodo continuò. Quando parlo delle leggi che appartengono a ciascuna parte, intendo quelle della materia e della mente, del corpo, dei sensi e dell'intelletto. Dio gli aveva posto una proibizione, e all'osservanza di ciò aveva promesso il Suo continuo favore, e alla non osservanza attribuiva la perdita di quel favore. La prova qui non era se l'uomo avrebbe ottenuto il favore divino, ma se dovesse mantenerlo. Il pericolo da temere, perché il pericolo è implicato nella nozione stessa di prova, era che Adamo potesse cadere, non che non potesse risorgere, come nel caso di noi, suoi discendenti. Come fu tenuto Adamo, finché rimase in uno stato di accettazione davanti a Dio; cioè, in che modo Adamo fu giustificato, nella misura in cui il termine giustificazione può essere predicato di lui? Continuò nel favore divino finché obbedì alla legge. Era giustificato dalle opere. Non c'è necessariamente nulla di male nell'idea della giustificazione per opere. La coscienza naturalmente non conosce altri modi di giustificazione, e dove ciò è impossibile, abbandona l'offensore alla condanna e alla disperazione. La coscienza non conosce giustificazione se non quella delle opere. Quando è possibile, il primo, l'ovvio e il legittimo, il modo naturale di assicurarsi il favore divino è attraverso una perfetta obbedienza, nella propria persona, ai comandi divini contenuti nella legge morale. Come sono giustificati i posteri di Adamo? Non nello stesso modo in cui lo era lui. Le loro circostanze sono così diverse. Lui era innocente, loro sono colpevoli; Lui era puro, loro sono impuri; Lui era forte, loro sono deboli. Il modo evangelico di giustificazione non può essere per opere. Ma qual è il punto di vista positivo? La conoscenza di questo argomento deve comprendere due cose, vale a dire, ciò che Dio ha fatto a questo fine: rendere possibile la giustificazione; e ciò che l'uomo fa quando è diventato reale. A Dio è piaciuto di salvarci, non arbitrariamente, ma vicariamente. Egli non ha cancellato il nostro peccato, come un uomo potrebbe cancellare l'obbligo di un vicino indebitato, semplicemente disegnando la sua penna sul registro del suo libro mastro. Questo può valere per una creatura in relazione ai suoi simili. Ci viene detto nelle Sacre Scritture che Dio Padre ha dato Suo Figlio perché sia un "riscatto" per noi, un "sacrificio per i nostri peccati", un "mediatore tra Lui e noi", il "solo nome sotto il cielo fra gli uomini per mezzo del quale possiamo essere salvati". Il Padre ha posto nella Sua morte espiatoria il fondamento delle nostre speranze, la «pietra angolare eletta» della nostra salvezza. Per mezzo dello Spirito Santo e per mezzo di quel Figlio, Egli ha anche concesso all'umanità, oltre a un'offerta di perdono, un'offerta di assistenza, sì, assistenza nell'offerta stessa. La mediazione dello Spirito iniziò nel momento in cui il Vangelo fu predicato per la prima volta ad Adamo caduto. Così in verità fece la Mediazione di Cristo, cioè Dio cominciò immediatamente ad avere una prospettiva riguardo alla scena che un giorno sarebbe stata rappresentata sul Calvario. Ma la mediazione dello Spirito non poteva essere differita di un solo momento. Per rendere soggettivamente possibile la salvezza degli uomini, lo Spirito deve essere dato effettivamente e immediatamente. Che cosa è necessario dunque da parte dell'uomo? Questo può sembrare ad alcuni un modo pericoloso di vedere l'argomento. Non sto per stabilire una pretesa di merito da parte dell'uomo. Quando un uomo è giustificato, poiché la giustificazione ha luogo da parte di Dio, ci deve essere qualcosa di correlativo in essa da parte dell'uomo: anche l'uomo deve fare qualcosa. Questo grande atto di Dio deve trovare una qualche risposta nel cuore dell'uomo. Ci devono essere, in una creatura caduta, colpevole e inquinata, emozioni che all'inizio erano sconosciute in Paradiso. A lui si addice una profonda penitenza, un dolore pungente, un amaro rimprovero a se stesso e un totale disprezzo di sé. Se guardiamo all'onore di Dio, o alle esigenze del Suo governo morale, arriviamo alla stessa conclusione. Come il Suo onore esige che l'obbediente continui ad obbedire, così esige che, avendo disobbedito, si pentano e cessino di essere disubbidienti: in verità, è lo stesso spirito in entrambi i casi, adattato solo all'avversità delle circostanze. Se Dio dovrebbe, con misericordia, giustificare gli empi, deve essere in modo tale da non essere in contrasto con questi primi e manifesti princìpi; e il Vangelo, quindi, deve avere qualche espediente con cui gli uomini possano raggiungere la giustificazione senza indebolire il governo divino, o degradare il carattere divino, o avere un'alta opinione di se stessi. Che cos'è allora questo espediente? Non è il modo di lavorare. Ciò che si addice ad Adamo in Paradiso non può andare bene a noi, spinti nel deserto del peccato e della colpa. Noi ci chiediamo: come il correlativo alla giustizia e alla legge da parte di Dio è l'obbedienza da parte dell'uomo, qual è il correlativo alla misericordia e all'espiazione? Non può essere quel sentimento di autocompiacimento che appartiene a colui che ha adempiuto la legge. La sua ubbidienza attuale, per quanto perfetta, non poteva annullare la disubbidienza passata. Il correlativo agli atti divini di giustificazione non può essere l'atto umano in obbedienza alla legge. "Per le opere della legge nessuna carne sarà giustificata." Ma l'uomo non può essere giustificato dall'obbedienza a una legge attenuata? Il Vangelo, dopo tutto, non è forse solo la legge morale, con alcune attenuazioni, destinata a ridurla al livello della nostra infermità? Questa è la supposizione più plausibile e ingannevole che si possa fare. Si adatta perfettamente all'orgoglio naturale dell'uomo, alla sua predilezione per i suoi idoli, e ha insieme un'aria di misto di misericordia e giustizia. Ma, per quanto specioso, è del tutto infondato nella ragione o nella Scrittura. Suppone che la legge, che noi consideriamo come una trascrizione del carattere divino, sia trovata difettosa, e che le sue esigenze siano di conseguenza ridotte al vero livello. Né la violazione della legge, né la sua osservanza nella sua forma originale o attenuata, può essere il fondamento della nostra giustificazione davanti a Dio, nel nostro stato attuale, quale via rimane allora a questo oggetto infinitamente desiderabile? Non siamo forse chiusi alla via della fede? "Essere giustificati mediante la fede". Nulla di ciò che è moralmente buono precede la giustificazione, o ne è contemporaneamente strumentale; tutto il vero bene lo segue. Per fede intendiamo la fiducia in Cristo come nostro sacrificio espiatorio e nel Signore la nostra giustizia, per essere accettati dinanzi a Dio. È la dipendenza da un altro. Qui non c'è fiducia in se stessi o autocompiacimento. Questo principio consulta e provvede a tutti gli interessi coinvolti in una dispensazione di misericordia alle creature cadute tramite un Divino Redentore. Umilia il peccatore. Esalta il Salvatore. La santità è promossa. Se dunque questa è la natura e la tendenza della fede, se essa è l'unico strumento della giustificazione, e se è solo in uno stato di giustificazione che l'uomo può rendere un'obbedienza reale e accettevole, quanto seria e incessante dovrebbe essere la nostra preghiera: "Signore, accresci la nostra fede!" (W. Sparrow, D.D.)

Espiazione e pensiero moderno:

Ciò che estorse a Giobbe questo grido fu la schiacciante coscienza dell'onnipotenza di Dio. Come potrei io, la creatura impotente che sono, alzarmi e affermare la mia innocenza davanti a Lui? Ciò che spinge l'esclamazione ora è qualcosa di molto diverso. Abbiamo perso anche il senso di Giobbe di una relazione personale con Dio. L'idea di un'immediata responsabilità individuale verso di Lui sembra in questa generazione soffrire di eclissi. L'insegnamento moderno prevalente al di fuori del cristianesimo fa dell'uomo il suo centro e lo spinge per motivi di interesse personale a cercare il proprio benessere e il bene del tutto come contributo al proprio. In ultima istanza, egli è una legge a sé stante. Le regole morali che egli trova correnti nel mondo sono solo esperienze registrate delle linee lungo le quali la felicità può essere assicurata. Hanno un certo peso, come i fatti meteorologici accertati hanno peso con i marinai, ma questo è tutto. Egli non ha alcun obbligo in senso strettamente morale. L'insieme è una questione di interesse. Ora riteniamo che tutto questo non sia vero nei fatti. L'obbligo che ci preme dall'esterno stabilisce un'autorità su di noi; e la coscienza, che riconosce l'obbligo, sì, imprimendo all'anima un istintivo autogiudizio, mentre adempie o rifiuta di adempiere agli obblighi: tutto questo ci accompagna ovunque andiamo, a scuola, all'università, agli affari, alle relazioni sociali, al dovere pubblico. Se riconosciamo i nostri obblighi e li rispettiamo coscienziosamente, assicuriamo i nostri interessi più alti. Ma questo non risolve in alcun modo l'obbligo in interesse. Le due posizioni si escludono a vicenda. Se un uomo per mero interesse personale facesse tutte le cose che un altro uomo ha fatto per un senso di obbligo, non sarebbe sua un'ombra della pace e della giusta approvazione di quest'ultimo. L'obiettivo egoistico svuoterebbe gli atti di tutte le loro qualità nobilitanti. Mentre l'uomo coscienzioso troverebbe se stesso a perdere se stesso, l'uomo egoista sarebbe rinchiuso in un freddo isolamento, perdendo se stesso - non avendo alcuna presa reale su nessun'altra anima - perché il suo scopo è sempre stato quello di salvare e servire se stesso. Ma se questa è la vera visione della vita, dobbiamo accettare tutto ciò che ne deriva. Fidiamoci della nostra natura morale come di quella parte della nostra natura che guarda al mondo dei sensi. Se sono veramente sotto obbligo, allora sono libero. L'obbligo non ha il significato che noi attribuiamo ad esso, a meno che non presupponiamo la libertà. Se la morale è più alta in me, se ogni facoltà e interesse di diritto è soggetto al suo dominio, allora per semplice fedeltà ai fatti devo dedurre che l'ordine più alto di questo mondo è un ordine morale. Ma una volta concesso questo, sei subito nella regione della personalità. Nel momento in cui ti senti in dovere ti riconosci come una persona, libera, morale, impacciata. Ti trovi faccia a faccia con un Governatore Morale Divino, nel quale tutti i tuoi obblighi morali inferiori trovano il loro ultimo riposo, da quando Egli li ha istituiti; e che, come tuo autore e sostenitore, ha diritto alla resa totale di tutto il tuo essere. Il significato supremo della vita per te è adempiere ai tuoi obblighi verso il tuo Dio. Essendo stati creati da un Dio di santità, dobbiamo supporre di essere stati chiamati all'esistenza come mezzo per esemplificare e glorificare il diritto. Il diritto è supremo su ogni nostro interesse meramente personale. Esistiamo per il giusto. L'uomo può essere giustificato con se stesso solo se piace a Dio. Con la coscienza della disobbedienza arriva il senso di colpa, la paura, l'estraniamento. Quando si verifica questo sfortunato caso, come è accaduto a tutti, il primo punto è quello di risolvere la questione del diritto tra l'uomo e Dio. Prima di ogni altra cosa nella religione, prima della santificazione, prima ancora di considerare in dettaglio come la nostra vita debba essere portata in unione con Dio, viene la grande questione del nostro incontro e del soddisfacimento delle richieste della legge di Dio. L'espiazione è la nostra prima e più urgente preoccupazione. La Bibbia si impegna in tre affermazioni su di te. Prendi prima l'ultimo. Per le opere della legge, o per le tue azioni, non puoi essere considerato un uomo perfettamente giusto agli occhi di Dio. In secondo luogo, non puoi liberarti dalla colpa per questo risultato. In terzo luogo, vedete che la Bibbia occupa un terreno tutto suo, e dovete giudicarla sul suo stesso terreno. Considerate ora la principale difficoltà di esercitare la mente degli uomini a quest'ora. Viviamo in un'epoca pratica piuttosto che in un'epoca teorica. Noi diciamo: Come può una semplice disposizione, come l'espiazione, rettificare i miei rapporti con Dio, separarmi dal peccato e garantire la mia effettiva conformità alla volontà di Dio? Prendendo la via del Vangelo così com'è, proseguo mostrando quale vera redenzione e restaurazione a tutto tondo conferisce. Dove gli uomini sbagliano è che lasciano fuori dalla vista la grande personalità di Cristo. Dimenticano che la redenzione è in Lui. (Giovanni Smith, M.A.)

La richiesta della natura umana per l'espiazione:

1.) Il nostro argomento è l'espiazione, e i fatti della natura umana che la richiedono. La religione può spiegare tutti i suoi principi e le sue dottrine facendo appello ai fatti del nostro essere. La dottrina della riconciliazione con Dio attraverso la morte espiatoria di Gesù è confessatamente la dottrina principale e, per certi aspetti, la più oscura della religione cristiana. Ciononostante, la fede nelle sue caratteristiche generali è essenziale per qualsiasi onesta accettazione del Vangelo. Senza discutere le oscurità, desidero, in aiuto della fede, semplicemente sottolineare quanto essa sia vera per tutti i fatti della natura umana

2.) "In che modo l'uomo dovrebbe essere giusto con Dio?" Non è una questione che viene sollevata dalla recente cultura etica o dal progresso dell'uomo nello sviluppo morale, come alcuni hanno pensato. È antico quanto l'anima umana, antico come il senso del peccato, universale come l'umanità, e si sente in tutte le religioni. Sotto i cieli infuocati dell'Arabia primordiale, questo potente problema è dibattuto da uno sceicco arabo e dai suoi tre amici. Primo-

(1) Bildad, lo Shuhita, enuncia la premessa incontrovertibile da cui parte la discussione, una premessa fondata sulla coscienza universale e assiomatica nella sua verità: "Ecco, Dio non rigetterà l'uomo perfetto, né aiuterà il malfattore". Vale a dire, Dio fa una distinzione eterna tra il Suo trattamento degli uomini giusti e quelli ingiusti e la Sua differenza nel Suo trattamento

(2) Allora Giobbe parla su: "So che è vero. Ma in che modo l'uomo dovrebbe essere giusto con Dio? Se vuole contendere con Lui, non può rispondergli uno su mille!" "Non c'è nessuno che faccia il bene; No, nemmeno uno".

(3) Scoraggiato, Giobbe continua: "Se Dio non ritirerà la Sua ira, i superbi soccorritori si chineranno sotto di Lui. Quanto meno gli risponderò e sceglierò le mie parole per ragionare con lui?" Vale a dire, tutti i nostri pentimenti e le nostre rettitudini, su cui facciamo tanto affidamento, sono, per la nudità del nostro bisogno, solo stracci sporchi. Il grido di misericordia, invece che di giustizia, deve essere la nostra unica supplica

(4) Allora Giobbe continua di nuovo: "Ho paura di tutti i miei dolori. So che non mi riterrai innocente". "Tutti i miei dolori." C'è il rimorso, l'inferno che c'è in me, il senso di giustizia insoddisfatto, "Ho paura di loro!"

(5) Allora Giobbe riprende ancora una volta: "Non c'è tra noi alcun giorno, che possa posare la mano su entrambi!" Ah, il benedetto Cristo, il Mediatore, il nostro Uomo dei Giorni, che pose una mano sulla Giustizia e l'altra sul nostro capo colpevole, la nostra Espiazione, facendo sì che Dio e l'uomo fossero uniti in pace, Egli non era venuto! "E non c'è alcun giorno tra noi, che Egli possa posare la Sua mano su entrambi!" Capite ora perché Abramo e Giobbe e tutti gli antichi re e profeti desideravano vedere il giorno di Cristo, e quanto fosse difficile per loro morire senza la vista? "Non abbiamo un giornario!" Oh, l'abissale profondità del desiderio in quella parola: "Non abbiamo giorni" e "Come dovrebbe l'uomo essere giusto con Dio?" E poi, per quanto ci è stato detto, quel colloquio nel deserto si fermò lì, nella più totale tristezza e tristezza. Oh, se solo qualcuno di noi fosse stato lì, e avesse potuto colpire e gettare nell'abisso gli anni che intercorsero tra i giorni di Giobbe e quelli di Cristo! Oppure, se avessimo potuto condurre Giovanni Apostolo fino a quella compagnia di Giobbe e dei suoi tre amici, e avremmo potuto ordinare a Giovanni di parlare, con tono chiaro, del loro dibattito, e fargli dire a quegli antichi arabi, come disse a noi: "Se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo il Giusto. Ed Egli è la propiziazione per i nostri peccati, e non solo per i nostri, ma anche per il mondo intero!" Ma Paolo lo dice di nuovo, nel suo modo esatto e positivo, e insiste su di esso. "Per proclamare, dico, in questo tempo la Sua giustizia, affinché Egli sia giusto e giustifichi colui che crede in Gesù!" E poi sono soddisfatti. Ed ora Giobbe, Bildad, Zofar ed Eliu balzano in piedi sulle sabbie del deserto, e con Giovanni e Paolo alzano gli occhi e le mani al cielo, e gridano con una sola voce: "A Colui che ci ha amati e ci ha lavati dai nostri peccati nel suo sangue, a lui sia gloria, dominio e onore, e il potere, per sempre e per sempre. Amen".

3.) Affermo che, in base all'esperienza cristiana, tutte le caratteristiche e le implicazioni necessarie della dottrina ortodossa dell'espiazione sono vere ai fatti della natura umana. Quando dico il punto di vista ortodosso, intendo quel punto di vista nella forma più alta della sua affermazione, il punto di vista sostitutivo, vale a dire, che la morte di Cristo diventa una soddisfazione effettiva per la giustizia, per quel senso di giustizia che esiste nel nostro seno e nel seno di tutte le creature intelligenti, e che, nella natura delle cose, deve essere una duplicazione del senso di giustizia nel seno di Dio Stesso; che le sofferenze e la morte di Cristo diventino una soddisfazione effettiva per la giustizia per i nostri peccati che sono passati, quando la accettiamo come tale per fede. E la prova che si tratta di una soddisfazione, la prova che ci toglie il senso di demerito, la sensazione di dovere qualcosa alla giustizia, è che ne siamo consapevoli. I filosofi hanno talvolta votato la coscienza contro e fuori a larga maggioranza, ma essa si rifiuta di rimanere in basso e fuori. Ritorna e si afferma. «Un uomo lo sa e basta, signore», disse il dottor Johnson, «e questo è tutto ciò che c'è da sapere sulla questione». Tutto ciò che noi cristiani possiamo fare, tutto ciò che dobbiamo fare, è averne l'esperienza, e poi stare fermi, e magnificamente e imperiosamente dichiarare che lo fa, perché sentiamo che è così. Gli uomini possono dirci che non dovrebbe essere così; Risponderemo che è così. Potrebbero dire che il nostro senso del bene e del male è sviluppato in modo molto imperfetto, oppure non potremmo trarre pace dal pensiero che un Essere innocente ha sofferto al nostro posto. Contro la nostra esperienza, il mondo non può dare alcuna risposta. Affermiamo che l'uomo sente che il suo peccato ha bisogno di propiziazione e che, se vuole, può scoprire che la morte di Cristo soddisfa quel bisogno

4.) Andiamo al di fuori dell'esperienza tipicamente cristiana, e notiamo alcuni fatti nella natura umana che mostrano la sua tendenza verso l'espiazione in Gesù

(1) Affermiamo che il pentimento e la riforma da soli non soddisferanno il senso del diritto nell'uomo. Venticinque anni fa un mio amico, un ragazzo, in circostanze di grande tentazione, rubò, e poi dovette mentire per nascondere il furto. In seguito non ebbe il coraggio di confessarsi e di ristabilirsi. L'opportunità di ammettere il suo peccato e di riparare presto svanì per sempre. Nel giro di pochi anni, mi ha assicurato che il ricordo di quel primo, unico furto, grava ancora pesantemente sulla sua anima, e che non potrà mai sentirsi a suo agio fino a quando la faccenda non sarà in qualche modo sistemata. Sostenendomi a questo fatto sfolgorante nell'esperienza, affermo che il senso morale esige soddisfazione. Il pentimento non è sufficiente: egli si è pentito. La riforma non è abbastanza, da allora non ha mai rubato. Ancora non può rispondere a Dio né a se stesso. Egli non è innocente, e i "superbi soccorritori in effetti si chinano sotto di lui". Era necessaria la propiziazione del suo senso del diritto. Lui e il mio amico vanno a stare accanto a Giobbe nel deserto laggiù, e dicono con lui: "Ho paura dei miei dolori. So che Tu non mi riterrai innocente". Non si ritengono innocenti. Permettetemi di aggiungere qualche altro esemplare dei sentimenti più intimi degli uomini rappresentativi che guardano nella stessa direzione. Byron non era un uomo dedito alla superstizione o alla volubilità. Nel suo "Manfred", è noto per aver detto i fatti del suo cuore colpevole. Lì dice:

"Non c'è potere negli uomini santi,

né incantesimi nella preghiera, né forma purificatrice

di penitenza, né di sguardo esteriore, né di digiuno,

né agonia, né, più grande di tutti,

Le torture innate di quella profonda disperazione

Che è il rimorso senza la paura dell'inferno,

Ma tutto sommato sufficiente di per sé

Renderebbe un inferno del paradiso, potrebbe esorcizzare

Dall'esterno lo spirito illimitato, il senso veloce

Dei propri peccati, sofferenze e vendette

Su se stesso".

Ora, ricordate che questa è poesia. Nella poesia c'è la filosofia più profonda: lì parla il cuore. Non ha voce se non la voce della natura. Byron parla fedelmente alla natura quando dichiara che né la preghiera, né il digiuno, né l'agonia, né il rimorso possono espiare il peccato o soddisfare l'anima. Non c'è forse nella confessione di quello spirito vulcanico un fatto che guarda al bisogno dell'uomo del Calvario? Prendo il mio Shakespeare e lo apro al "Macbeth", la più terribile tragedia della nostra lingua, ineguagliabile in letteratura per la sua descrizione del funzionamento di una coscienza colpevole, da studiare sempre. Lady Macbeth, che è stato assassinato re Duncan, cammina nel sonno attraverso il castello di suo marito di notte portando un cero tra le mani. «Medico: Come è venuta da quella luce? Servo: Ebbene, le stava accanto; ha sempre la luce accanto a sé; è il suo ordine." Mentre cammina, si strofina le mani. Un servitore spiega: "È un'abitudine in lei dare l'impressione di lavarsi così le mani; L'ho conosciuta per continuare in questo un quarto d'ora. Poi Lady Macbeth parla: "Eppure ecco un posto. Che cosa! Queste mani non saranno mai pulite?... Ecco ancora l'odore del sangue; tutti i profumi dell'Arabia non addolciranno questa piccola mano!" Non c'è forse qualcosa che suona come l'eco delle parole di Giobbe nel deserto: "Ho paura di tutti i miei dolori"? Lady Macbeth, che cammina di notte e si pente del suo crimine e si lava le mani in sogno dal sangue di Duncan, non sembra forse che una coscienza accusatrice e il senso di giustizia insoddisfatti possano creare il proprio inferno?

(2) Inoltre, affermo che il senso morale non è mai placato fino a quando non viene in qualche modo fatta l'espiazione. Il colpo espiatorio deve cadere da qualche parte, anche se su di lui, prima che un uomo possa essere in pace con se stesso. Questa è una serie di passaggi profondamente istruttivi, perché profondamente veri, della tragedia di Coleridge del "Rimorso", che espone questo fatto. Il colpevole e colpevole Ordonio viene accoltellato da Alhadra, la moglie dell'assassinato Isadore. Mentre l'acciaio beve il sangue del suo cuore, egli pronuncia una sola parola: 'Espiazione!' Il suo spirito autoaccusatore, che è straziato dai suoi ricordi pieni di rimorso e che il caloroso e cordiale perdono del fratello ferito non è stato in grado di lenire minimamente, in realtà sente il suo primo slancio di sollievo solo quando entra il coltello vendicatore e il crimine incontra la punizione. Ordonio, morendo di lì a poco, spira dicendo:

"Rimasi in silenzio, come uno schiavo davanti a lei,

Che io possa assaggiare l'assenzio e il fiele,

E saziare questo cuore autoaccusatore

Con agonie più amare di quelle che la morte può dare".

Questo sembra dirmi che nulla darà pace all'anima se non l'espiazione di qualche tipo

5.) Penso, quindi, che se poteste portare qui oggi Giobbe e i suoi tre amici, e il mio conoscente che ha rubato in gioventù, e Byron, e Shakespeare, e Coleridge, essi la vedrebbero allo stesso modo, e si metterebbero d'accordo su alcune cose in nome dei fatti della natura umana

(1) Sarebbero d'accordo che il pentimento da solo non rende un uomo in pace. Tutta questa compagnia si era amaramente pentita

(2) Sarebbero d'accordo sul fatto che la riforma non è sufficiente

(3) Sarebbero d'accordo sul fatto che il rimorso dell'anima colpevole, il suo "mordere" su se stessa, era il suo stesso inferno, sufficiente per la sua punizione

(4) Sarebbero d'accordo sul fatto che la mente esige così fermamente che l'espiazione sia fatta, da qualche parte e in qualche modo, che offrirà prima il proprio seno, come fece Ordonio, piuttosto che il proprio senso di giustizia rimanga insoddisfatto

(5) Probabilmente sarebbero d'accordo con Socrate, quando dice a Platone, come alcuni di voi potrebbero aver detto oggi: "Forse Dio può perdonare il peccato, ma non vedo come possa farlo, perché non vedo come dovrebbe". Vale a dire: "Non vedo come l'uomo che ha peccato possa mai essere in pace".

(6) E poi affermo che, se gli anni intermedi potessero essere abbandonati e Paolo potesse unirsi a quella compagnia e dire: "Ecco l'Agnello di Dio, che Dio ha stabilito per essere una propiziazione mediante il Suo sangue, per mostrare la Sua giustizia a causa del passaggio dei peccati commessi anteriormente, affinché Egli stesso possa essere giusto e giustificatore di colui che ha fede in Gesù" - se Paolo potesse dire loro, e che quella schiera potesse accettare Cristo come loro Daysman, trasferendo con sincero pentimento e fede la loro colpa a Lui, e acconsentendo nelle loro menti che Egli avrebbe adempiuto la sua pena con il Suo corpo e il Suo sangue, allora io assero, nel nome di milioni di cristiani, che avrebbero trovato la pace. E affermo che questo sentimento di debito verso la giustizia, che è egualmente nel seno di Dio e nel seno dell'uomo, essendo soddisfatto, Giobbe e i suoi amici, e Byron, e Shakespeare, e Coleridge, e tutti gli uomini peccatori balzerebbero in piedi e direbbero, con Giovanni e Paolo e tutta quell'altra compagnia di salvati in cielo: "A Colui che ci ha amati e lavati dai nostri peccati nel suo sangue, a lui sia gloria, dominio, onore e potenza, nei secoli dei secoli. Amen!" Questi sono alcuni dei fatti nella coscienza degli uomini che una breve rassegna ci permette di notare. La logica della natura umana è Cristo. Nessun Humboldt, né Cuvier, né Darwin, con acuto occhio scientifico, ha mai notato una tale serie di fatti fisici, tutti orientati verso un unico fine nel mondo fisico, come troviamo nel regno morale, tutti tendenti a Gesù. Tertulliano sosteneva che la testimonianza della mente era naturalmente cristiana. La sua affermazione è giusta. Gli uomini possono inveire contro questi fatti con coscienza; possono dichiarare di fare di Dio un Moloch, e che la dottrina dell'espiazione è l'invenzione sanguinaria di uomini dalla mente grossolana, ma i fatti rimangono fermi, e la loro tendenza scientifica e la loro deriva è interamente verso il Beato Uomo del Calvario. Se qualcuno non si sente così ora, è drogato dal peccato; ha assunto oppiacei; non è se stesso. (J. G. Jackson, D.D.)

4 CAPITOLO 9

Giobbe 9:4

Chi si è indurito contro Dio e ha prosperato?-

Indurito contro Dio:

Questo passaggio suggerisce:

(I.) Che gli appelli siano rivolti da Dio agli uomini per portarli alla fedeltà a Lui. La condotta che viene imputata agli uomini è suscettibile di spiegazione solo se si presume l'esistenza di tali appelli

1.) Dio ci ha fatto appello per mezzo della coscienza. La coscienza è la testimonianza del giudizio segreto nella mente di un uomo riguardo alla qualità morale dei suoi pensieri e delle sue azioni. I veri dettami della coscienza sono conformi al principio estensivo della legge divina; e i giudizi dell'uno sono sostanzialmente i giudizi dell'altro

2.) Per lo strumento della provvidenza. Gli eventi che accadono sotto la sovrintendenza di Dio nella sfera temporale, e che influenzano gli interessi temporali dell'uomo, sono destinati a parlare sempre potentemente in suo favore. Questo fatto fu riconosciuto da Giobbe, quando pronunciò la lingua che ci stava davanti

3.) Per lo strumento della verità rivelata. Tutta la Scrittura è utile "per insegnare, per riprendere, per correggere, per istruire" e per ciò che appartiene alla giustizia

(II.) Gli uomini trattano gli appelli di Dio con ostinata resistenza. Il testo prende il caso di uomini che "si induriscono contro Dio", indicando un'abitudine che è odiosa nella sua natura, e che è progressiva nella sua influenza. È enfaticamente la resistenza, l'abbandono del cuore e della vita agli oggetti contro i quali Dio ha perorato, e il mantenimento del cuore e della vita in mezzo alle indulgenze contro le quali Dio ha protestato e che ha condannato. Questa resistenza è introdotta come volontaria. Viene anche introdotto come continuato. Questa continuazione aumenta il senso di colpa. Tale resistenza diventa tanto più odiosa e aggravata quanto più solenni e pesanti sono gli appelli rivolti da Dio. La resistenza è anche progressiva nella sua influenza. Nella misura in cui continua nell'indulgenza, esercita un potere e un'autorità crescenti sull'anima. Diventa più stabile, più stabile, più confermata, in accordo con ciò che sappiamo delle tendenze di tutte le abitudini a rafforzarsi e ad affermarsi

(III.) L'ostinata resistenza agli appelli fatti da Dio espone a conseguenze spaventose e fatali. Nessun essere umano che si ponga in opposizione volontaria e continua contro Dio può sfuggire alla punizione finale e alla rovina. Dio infliggerà a coloro che si induriscono contro di Lui una tristezza temporale; e se la loro resistenza continua fino all'ultimo, la perdita irrimediabile delle loro anime. Ci sarà una proporzione tra la punizione e la colpa. (James Parsons.)

Esito fatale dell'impenitenza finale:

Queste parole implicano che esiste una cosa come l'uomo che si indurisca in modo tale da contendere con Dio

(I.) Indaga in che cosa consiste questa durezza di cuore

1.) La parola significa uno spirito ostinato e incorreggibile

2.) È descrittivo di uno spirito ribelle, che si scopre sotto le varie dispensazioni di Dio, sia in una via di misericordia che di giudizio

3.) C'è anche una durezza giudiziaria a cui sono soggetti i peccatori, in un modo di giusto giudizio per le loro iniquità. Questo non è dovuto a qualche difetto nel Vangelo, o nelle dispensazioni di Dio verso di noi; ma alla depravazione del cuore umano, che perverte i mezzi di salvezza in quelli di distruzione

(II.) Notate alcuni dei casi in cui questo peccato è ancora commesso

1.) Appare nell'indulgere a pensieri duri di Dio, del Suo governo e della Sua santa legge; nello stimarlo come un padrone severo, e nel considerare le propensioni peccaminose come una scusa per azioni peccaminose, sebbene nessuno pensi di scusare l'offesa degli altri contro se stesso sulla base di una tale giustificazione. L'indulgenza di tali pensieri conduce all'impenitenza finale

2.) Si manifesta in un rifiuto o in un'avversione per la via di salvezza di Dio

3.) Persistere in una condotta malvagia, in mezzo a molte convinzioni e paure, è un altro esempio di questo tipo di depravazione. Il faraone sapeva di avere torto, eppure osò insistere

4.) Questa durezza di cuore appare nella resistenza che viene offerta alla mano di Dio nella provvidenza invece di essere umiliati sotto di essa

5.) La presuntuosa tentazione di Dio, tra i mezzi più efficaci di salvezza, è un altro esempio di questa durezza di cuore. Fu così con Israele nel deserto

(III.) La questione fatale dell'impenitenza finale. "Chi si è indurito contro di lui e ha prosperato?"

1.) Più a lungo rimani in questo stato, più diventerai indurito, finché alla fine avrai perso la sensibilità Efesini 4:19

2.) Questo è anche il modo in cui Dio punisce gli uomini per la loro impenitenza ( Isaia 6:8)

3.) La fine di questa impenitenza e durezza di cuore è descritta con timore da un apostolo, e dovrebbe avvertirci del nostro pericolo Romani 2:5-9. (T. Hannam.)

L'uomo si indurisce contro Dio:

Ogni atto di peccato indurisce il cuore dell'uomo, ma il calore della bestemmia si manifesta subito e lo getta all'estremo della durezza. L'uomo si indurisce contro Dio in quattro modi in particolare

1.) Sulla presunzione di misericordia. Molti fanno il male perché sentono che Dio è buono. Essi trasformano la Sua grazia in dissolutezza e sono senza alcun timore del Signore, perché c'è tanta misericordia presso il Signore

2.) La pazienza di Dio, o i Suoi ritardi nel giudizio, induriscono gli altri. Poiché Dio è lento a colpire, essi sono pronti a peccare

3.) La grossolana ignoranza indurisce molti

(1) Ignoranza di se stessi

(2) Ignoranza di Dio. Chi non sa quello che deve fare, non si preoccupa molto di quello che fa. Nessuno è così avventuroso come coloro che non conoscono il pericolo

4.) La durezza del cuore nel peccare è contratta dalla moltitudine di coloro che peccano. Pensano che nessuno soffrirà per quello che fanno in tanti. L'uomo non si indurisce subito, tanto meno nel modo più duro; ma quando una volta comincia a indurirsi, dove finirà, non lo sa. Il primo passo è prendersi del tempo e del lasciare meditare sul peccato, e arrotolarlo su e giù nei pensieri. Un cuore duro lascia che in esso dimorino pensieri vani. Un cuore santo non permetterebbe loro di alloggiare con esso. Un secondo passo è il gusto del piacere e del piacere nel peccato. Si rivela un boccone dolce sotto la sua lingua. Il terzo passo è l'usanza nel peccare. Argomenta spesso è una grande audacia. Con il quarto gradino di durezza egli arriva a difendere e mantenere il suo peccato

5.) Il cuore duro si arrabbia e si appassiona con coloro che danno consigli contro il peccato; è risoluto; e l'uomo che è risoluto sulla sua via si arrabbia se gli si vuole toglierlo di mezzo. Chi è deciso a dormire, ama non essere svegliato

6.) I cuori duri diventano troppo duri per la Parola. Sono a prova di sermone; Possono sedersi sotto il predicatore e ascoltare di giorno in giorno, ma nulla li tocca

7.) Il cuore è così duro che la spada dell'afflizione non lo trafigge; L'uomo è a prova di giudizio. Che Dio lo colpisca nella sua persona o nel suo stato, che Dio dia fuoco al mondo intorno ai suoi orecchi, eppure va avanti. È come l'uomo di cui parla Salomone Proverbi 23:34, che giace addormentato in una tempesta sulla cima dell'albero maestro

8.) Il cuore duro si siede sulla sedia dello schernitore. Egli deride la Parola e si fa beffe dei giudizi di Dio. (J. Caryl.)

Contendenti con Dio:

Alcuni anni fa, per le strade di Liverpool, un signore venne da me e mi raccontò di un incidente avvenuto nel ministero di mio padre, di cui era stato testimone oculare, molti anni prima. «Tuo padre», disse, «predicava in un terreno allora vuoto, vicino a dove ora si trova la St. George's Hall. Proprio di fronte al luogo in cui si trovava, un pubblicano empio, vedendo che i suoi affari erano ostacolati, uscì e cercò di interrompere il procedimento, imitando i modi e i gesti del predicatore e usando un linguaggio molto orribile. "Ricordo," disse il gentiluomo, "con quanta solennità tuo padre si voltò verso di lui e disse: 'Bada bene, amico mio, non sono io, ma il mio padrone che ti prendi gioco di me, e ricordati che non puoi prendere in giro Dio impunemente; bada di non attirare sul tuo capo la Sua giusta vendetta". In seguito annunciò che avrebbe predicato nello stesso luogo la domenica pomeriggio successiva, cosa che fece; e mentre pronunciava il suo testo, potete immaginare il sentimento di timore reverenziale che si abbatté sulla folla quando videro un carro funebre accostarsi alla porta del pub, per portare via il cadavere di quello stesso uomo che una settimana prima aveva sfidato Dio e insultato il Suo messaggero. (W. Hay, M. H. Aitken, M.A.)

5 CAPITOLO 9

Giobbe 9:5-9

Che rimuove le montagne.

Dio nella natura:

(I.) La sua onnipotenza è straordinariamente grandiosa nelle sue manifestazioni. "Rimuove le montagne", ecc. L'intero passaggio impressiona con l'energia illimitata di Dio

1.) La Sua onnipotenza dovrebbe impressionare tutti con il senso della loro totale insignificanza

2.) La sua onnipotenza dovrebbe impressionare il peccatore con la sua empia audacia

(II.) La sua onnipotenza è co-estensiva con l'universo. Giobbe qui tocca ogni parte della natura materiale - la terra, il mare, il cielo - e vede Dio all'opera in tutto

1.) Il Suo agente universale spiega tutti i fenomeni materiali

2.) Il suo agente universale obbliga gli uomini praticamente a riconoscerlo in ogni parte della natura. Egli è la Forza di tutte le forze, il Battito di tutta la vita, lo Spirito di tutte le forme. (Omilestico.)

Interesse religioso per la natura:

Ci sono alcuni che non provano alcun interesse per la natura, altri provano un mero interesse commerciale per essa, altri ancora provano un interesse artistico o scientifico per essa, ma quanti pochi provano un interesse religioso per essa, la considerano come il prodotto, lo specchio, l'organo della Mente Infinita. Se ho paura di un artista, non mi importa dei suoi quadri; se ho paura di un autore, non provo alcun interesse per la sua opera. Se gli uomini amassero, invece di temere Dio, come apparirebbe loro bella la natura. Il dipinto e la poesia di un padre, quanto è interessante per suo figlio! (R. Sfogo.)

10 CAPITOLO 9

Giobbe 9:10-24

Che fa grandi cose oltre a essere scoperto.

L'idea di Giobbe di ciò che Dio è per l'umanità:

Egli considera l'Eterno come...

(I.) Inscrutabile

1.) Nelle Sue opere. "Che fa grandi cose oltre la scoperta." Quanto sono grandi le Sue opere! grandi nella loro natura, minuzia, grandezza, varietà, numero. Chiedete al chimico, all'astronomo, all'entomologo, al fisiologo e all'anatomista; e quanto più accurata e completa è la loro conoscenza dell'opera divina, tanto più saranno pronti a riconoscere che "le sue opere sono inesplorabili e prodigi innumerevoli".

2.) Egli è imperscrutabile nella Sua essenza. "Egli passa accanto a me, e io non lo vedo; Anche lui passa oltre, e io non lo vedo". Vedo le Sue opere, ma non riesco a percepire l'essenza del Lavoratore

(II.) Come irresponsabile. "Ecco, Egli toglie, e chi può impedirglielo? Chi gli dirà: Che fai?"

(III.) Come irresistibile. "Se Dio non ritirerà la Sua ira, gli orgogliosi aiutanti si chineranno sotto di Lui".

1.) Dio è un Essere offensivo. Egli non è un esistente impassibile, seduto a capo dell'universo, del tutto indifferente al carattere morale delle Sue creature

2.) I superbi hanno "aiutanti" e favoreggiatori. Se l'intero universo si armasse contro di Lui, la sua opposizione sarebbe infinitamente inferiore all'opposizione del più piccolo insetto all'aquila o al leone

(IV.) Come inesorabile

1.) Come non influenzato dall'uomo

(1) Non influenzato dai suoi appelli. L'appello alla vendetta non ha alcun potere presso di Lui. "Quanto meno gli risponderò e sceglierò le parole per ragionare con lui? Al quale, quand'anche fossi giusto, non risponderei". Il fascino della preghiera. "Ma io vorrei supplicare il mio giudice. Se l'avessi chiamato e Lui mi avesse risposto, eppure non crederei che Egli abbia dato ascolto alla mia voce". Uno stato d'animo mentale molto malinconico è questo! Il patriaroh lo rappresenta come...

(2) Non influenzato dalle sue sofferenze. "Poiché egli mi infrange con una tempesta e moltiplica le mie piaghe senza motivo. Egli non permetterà che io respiri, ma mi riempirà di amarezza".

2.) Come non avvicinato dall'argomentazione umana

3.) Come troppo santo per incoraggiare qualcuno ad avere fiducia nelle proprie virtù. Se il patriarca fosse anche un uomo "perfetto", egli ritiene che invocare le sue virtù davanti a un Dio così santo non solo sarebbe del tutto inutile, ma empio e pernicioso

(1) Implicherebbe l'autocondanna. Nessuna condanna è così terribile come la condanna dell'io morale di un uomo

(2) Dimostrerebbe l'ignoranza di sé. "Eppure non conoscerei la mia anima." In verità, un uomo che osasse dimostrare i suoi meriti davanti a Dio dimostrerebbe con ciò una totale ignoranza della propria insignificanza e del proprio carattere morale

(3) Garantirebbe il disprezzo di sé. "Disprezzerei la mia vita". Questo sarebbe il problema di tale condotta. L'Onnipotente è qui rappresentato...

4.) Come completamente indipendentemente dalle distinzioni morali della società. "Questa è una cosa, quindi l'ho detta. Egli distrugge i perfetti e gli empi", ecc. (vers. 22-24). Qui Giobbe tocca il punto principale ora in discussione tra lui e i suoi amici. La loro posizione era che Dio trattava gli uomini qui secondo il loro carattere morale, e che Giobbe soffriva perché era malvagio. Il patriarca lo confuta di nuovo, e afferma il fatto generale che i perfetti e i malvagi sono trattati allo stesso modo. Questa non è la scena della punizione, è il dominio della disciplina. (Omilestico.)

11 CAPITOLO 9

Giobbe 9:11

Così Egli passa accanto a me.

Dio che passa:

Questi possenti santi dell'antichità possono aver avuto meno libri da leggere di quanti ne abbiamo noi ai nostri giorni, ma avevano un libro glorioso, il volume della natura, le cui pagine sempre aperte, scritte dentro e fuori dal dito di Dio, erano sparse davanti ai loro occhi meravigliati. E leggevano attentamente e devotamente le grandi verità su Dio che queste pagine insegnavano loro. Dio passava accanto a loro nel grandioso panorama delle Sue opere che i loro occhi vedevano. Abitavano principalmente in tende. Vivevano molto all'aria aperta, sotto il cielo azzurro di quelle belle terre orientali. Vivevano una vita semplice, primitiva, con pochi bisogni e poche preoccupazioni. Avevano molto più tempo di noi per il pensiero santo e la meditazione celeste sulle cose spirituali ed eterne. Molte tradizioni sacre possono aver fluttuato lungo il tranquillo corso del tempo: della rivelazione di Dio fatta all'uomo, della Sua volontà e del Suo proposito riguardo alla razza che si era così tristemente allontanata da Lui. Sapevano che Dio non aveva infine abbandonato il mondo e lo aveva consegnato alla distruzione totale. Seguivano le loro greggi e le loro mandrie tutto il giorno nel deserto selvaggio e senza tracce, o nella fertile pianura. Vivevano per la maggior parte del tempo da soli, e gli uomini che sono molto soli con Dio diventano terribilmente seri. Sono lontani dall'uomo e da tutte le sue piccole vie, e mantengono la comunione con Dio attraverso le Sue opere. Uomini come Mosè, Elia e Giovanni Battista possono essere separati dai loro simili; ma essi sono vicini e godono di meravigliose comunioni con il Dio infinito ed eterno. Dio sta passando accanto a loro in mille modi. Osservano con occhio ansioso ogni variazione delle nuvole e delle stelle. Potevano vedere il glorioso gioco del fulmine biforcuto che brillava, in mille forme fantastiche, sul seno della nuvola temporalesca, posandosi sulle lontane cime delle montagne. Nella tempesta passava Dio, quello stesso Dio le cui origini sono state antiche, dall'eternità. Sapevano, forse, poco delle leggi dell'elettricità o del suono; ma potevano udire nel tuono, che rotolava da una roccia all'altra, o scuoteva la terra da un palo all'altro, la stessa voce di Dio Salmi 29:3-8. Questi potenti santi possono non aver avuto un sistema teologico formulato, in cui Dio era mappato con tutte le Sue perfezioni, con tutta la finezza e la precisione di una figura matematica; ma per loro era il Dio onnipresente. Videro alcuni raggi della Sua gloriosa presenza riflessi da ogni nuvola. Udivano la Sua voce in ogni brezza che passava. Dio stava passando allora. Dio, lo stesso Dio, sta passando accanto a noi ora. Quali che siano i cambiamenti avvenuti o possano ancora avvenire nel Suo universo, Egli Stesso è immutabile. Nel panorama glorioso dei cieli Dio passa accanto a noi. Nel passo silenzioso delle stagioni Dio passa. La primavera e l'estate, il tempo della semina e del raccolto, l'autunno e l'inverno, mentre vanno e vengono silenziosamente, raccontano tutti la stessa storia: "Dio sta passando". Nella successione regolare del giorno e della notte, in ogni sole che sorge e tramonta, in ogni luna crescente e calante, Dio è vicino a noi e ci passa accanto. In ogni benedizione nazionale e in ogni castigo nazionale, Dio sta passando. Quando i ruscelli delle comodità terrene scorrono pieni e forti intorno alla nostra vita, e allo stesso modo quando questi ruscelli si esauriscono o si prosciugano, Dio ci sta passando. Quando la guerra, con tutte le desolazioni che l'accompagnano, la sua miseria, la sua agonia e il suo dolore, sta travolgendo un paese, Dio sta passando. E non meno sicuramente passa per noi nei nostri giorni di pace e nelle nostre notti di quiete. Dio è sempre vicino a noi, anche se non lo vediamo. In ogni battito del nostro polso, in ogni palpito del nostro cuore, in ogni movimento del nostro cervello, Dio è lì. Lui è intorno al nostro letto e intorno al nostro sentiero. Sopra di noi, dietro e davanti, siamo inondati dall'onnipresenza della Divinità come dal sole di mezzogiorno. Ma poiché non lo vediamo con l'occhio del corpo, dimentichiamo che Lui è lì. Anche lui passa oltre, ma noi non lo percepiamo. (James Carmichael, D.D.)

L'ignoranza di Dio da parte dell'uomo:

1.) Che Dio è invisibile nella Sua essenza e incomprensibile in molte delle Sue azioni. L'occhio dell'uomo non può vederLo. L'intelletto dell'uomo non può comprendere ciò che Egli fa

2.) Poiché il Signore nella Sua natura non può essere visto affatto; così (tale è la debolezza dell'uomo, che) non possiamo vederlo pienamente nella Sua Parola o nelle Sue opere. Così vediamo gli uomini, ma raramente vediamo Dio nelle grandi operazioni e nei movimenti dei regni. E noi Lo vediamo meno di tutti nel corso delle cose spirituali, nella Sua opera nei nostri cuori. Dio opera prodigi in noi, e noi non lo percepiamo

3.) L'uomo non è degno di sedere come giudice sulle opere e sulle azioni di Dio. Giudicheremo Dio in base a ciò che fa, quando non possiamo comprendere ciò che fa? Un giudice deve avere piena cognizione della questione che ha davanti, in quale altro modo può emettere una sentenza al riguardo?

4.) Dovrebbe essere motivo di grande umiliazione per noi, che vediamo così poco di Dio. (J. Caryl.)

Presente anche se invisibile:

Ci viene ricordata questa profonda verità spirituale leggendo il seguente resoconto di un avvenimento che illustra un fatto scientifico impressionante che tocca l'invisibile. Fotografie dell'invisibile sono quelle che M. Zenger chiama due immagini che egli scattò verso la mezzanotte del 17 agosto da una finestra che si affaccia sul lago di Ginevra. Essi davano immagini deboli ma distinte del lago e del Monte Bianco, che non si vedevano nell'oscurità. Bertrand osserva che l'invisibilità è un termine relativo, il cui significato dipende dalla potenza dell'occhio dell'osservatore. Le fotografie sono state scattate con una luce di intensità molto piccola, e non rappresentavano un oggetto invisibile. Così le fotografie del cielo, scattate negli osservatori, mostrano stelle che non possono essere distinte dalla visione più penetrante. (Recensione omiletica.)

12 CAPITOLO 9

Giobbe 9:12

Ecco, Egli toglie.

La condotta a cui dovrebbero condurre le dispense avverse:

Giobbe ne soffriva. Dei suoi beni fu privato; dei suoi figli fu in lutto; nella sua stessa persona era gravemente afflitto. Non sarebbe stato strano se Giobbe avesse ceduto ai mormorii e ai lamenti. Non sostenuto e non confortato dall'alto, che altro ci si può aspettare dall'uomo quando si trova in profonda angoscia, se non l'espressione di disagio e di inquietudine? Alcuni, infatti, tentano di resistere alle avversità con l'insensibilità del cuore duro, e altri con un'orgogliosa avversione a lamentarsi. Giobbe sentì ciò che aveva sopportato, e riconobbe ciò che aveva sopportato, ma il suo sentimento e il suo riconoscimento indicavano una calma sottomissione

(I.) La dottrina insegnata: il libero arbitrio di Dio. La sua agenzia nella provvidenza. Da non classificare come caso o incidente. Sarebbe un errore rappresentare Dio come se non esercitasse alcuna provvidenziale sovrintendenza, nessun controllo, nessuna gestione, nessuna regola. Alcuni sostengono che l'arbitrio di Dio sia generale, non particolare, non si preoccupi dei particolari. Ma grandi e piccoli non sono per Dio quello che sono per noi. Ciò che non è stato degradato da Dio creare, non può essere degradato da Dio sovrintendere. Un particolare agente da parte Sua è l'unica nozione intelligibile dell'intervento di Dio nella provvidenza. Il modo in cui l'azione di Dio, nelle varie dispensazioni della provvidenza, è considerata rispettivamente dal credente e dal non credente, costituisce una delle distinzioni più marcate tra i caratteri di queste due classi di persone

(II.) Le lezioni che questa dottrina insegna

1.) La privazione e la perdita sono opera di Colui che non ci fa né può farci alcun torto. Dio non è mai arbitrario, mai capriccioso, mai ingiusto. Egli è essenzialmente giusto. In nessun senso Egli può fare ciò che è ingiusto. Non può farlo per ignoranza, o per disegno

2.) La privazione e la perdita sono opera di Lui, tutte le cui azioni in riferimento a noi sono in accordo con ciò che Egli Stesso è: saggio e misericordioso. Non solo è saggio, ma onnisciente; In realtà, assolutamente, sì, necessariamente in modo onnisciente. La sua comprensione è infinita. È gentile. La sua natura è l'amore. Quale prova di ciò ha fornito nell'ideare un piano mediante il quale i peccatori potessero essere liberati dalle conseguenze penali del peccato

3.) La privazione e la perdita sono opera di Colui che è in grado, e tanto disposto quanto può, di dedurre, nella nostra esperienza, il bene dal male. Fuori dallo stretto in cui siamo coinvolti potrebbe non esserci alcuna via di fuga apparente. Ma è forse irrimediabile per Colui il cui braccio è pieno di potenza, che è all'altezza del nostro sostegno e della nostra liberazione, qualunque sia la nostra condizione? Questo argomento richiede gratitudine; dovrebbe produrre dimissioni; Dovrebbe portarci a prepararci ai cambiamenti. (A. Jack, D.D.)

Chi gli dirà: Che fai?-

Le dispensazioni divine da non mettere in discussione:

Nella tazza della vita ci sono molti ingredienti amari. Dal giorno in cui nasciamo, fino al giorno in cui moriamo, c'è un miscuglio invariabile di gioia e dolore. Il mondo è pieno di incertezze. Le sue migliori soddisfazioni non sono né sostanziali né permanenti. La religione non si accontenta di rivolgere la nostra attenzione alle cause seconde. Ci conduce al di sopra di loro alla Causa Prima di tutte le cose. Ci conduce a Dio; e ce lo presenta sotto l'aspetto mite di un Padre, sempre attento alla nostra felicità; e che ci ha dato tante prove di ciò nella natura, nella provvidenza e nella grazia, da meritare tutta la nostra fiducia e la nostra sottomissione senza riserve. C'è molto nello stato attuale delle cose che rende perplesso l'intelletto, così come che ferisce il cuore. Trovo nella rivelazione che la religione mi ha fatto un altro mondo migliore, dove le mie perplessità saranno risolte e i miei problemi cesseranno. Nei momenti di dolore, la filosofia non ha alcun aiuto efficace per noi. Varie e contraddittorie massime possono essere esortate su di noi, e a tutte dobbiamo rispondere, con l'antico sofferente: "Miserabili consolatori siete tutti voi". Ma non è vano rivolgere i nostri pensieri a Dio; per fare un'oblazione della nostra volontà a Lui. C'è troppa disposizione nell'umanità per ignorare la provvidenza di Dio; di trascurare il Suo libero arbitrio negli avvenimenti della vita. Che ne sarebbe di noi se la nostra vita fosse una porzione non mescolata di bene; Se il nostro giorno non fosse mai stato oscurato dalle nuvole dell'avversità? Le afflizioni sono intese come strumenti di bene per noi. Le afflizioni, giustamente migliorate, sono vere benedizioni. (C. Lowell.)

Sottomissione alla sovranità divina:

Giobbe fu afflitto non più per il proprio beneficio che per il beneficio degli altri. I suoi discorsi con i suoi amici gli diedero una buona opportunità di giustificare la sovranità di Dio, nelle dispensazioni della Sua provvidenza. Gli amici insistevano che Dio trattava ogni uomo secondo il suo vero carattere, nella sua condotta provvidenziale verso di lui; ma Giobbe sosteneva che Dio agiva come un sovrano, senza alcun disegno di distinguere i suoi amici dai suoi nemici, con le sue misericordie e afflizioni esteriori. Nei versetti precedenti, egli dà una descrizione sorprendente della sovranità divina

(I.) È la tendenza naturale delle afflizioni a far sì che gli amici di Dio si rendano conto e si sottomettano alla Sua sovranità. Le afflizioni mostrano sempre la sovranità di Dio. Ogni volta che Dio affligge i Suoi figli, Egli dà una prova pratica e sensata che ha il diritto di disporre di loro contrariamente alle loro opinioni, ai loro desideri e ai loro sentimenti più teneri. Di tutte le afflizioni, quelle che sono chiamate lutti, danno la più chiara dimostrazione della sovranità divina

(II.) Un tale senso di realizzazione della sovranità di Dio nelle afflizioni, ha una tendenza naturale a suscitare la vera sottomissione in ogni cuore pio

1.) Mentre si rendono conto della natura della Sua sovranità, non possono fare a meno di vedere il vero motivo o la ragione della sottomissione

2.) Dio progetta così di portare i Suoi figli alla sottomissione

3.) Ha prodotto così spesso questo effetto desiderabile nei loro cuori. Applicare l'argomento

(1) Se tutte le afflizioni sono progettate e adattate per portare gli uomini a una cordiale sottomissione alla sovranità divina, allora ogni vera sottomissione deve essere per sua natura assoluta e senza riserve

(2) Possiamo supporre che dovremo sottometterci alla sovranità divina nel mondo a venire

(3) La dottrina della sottomissione incondizionata a Dio dovrebbe essere chiaramente insegnata e inculcata

(4) Se le afflizioni sono progettate e adatte a far realizzare agli uomini la sovranità divina, allora essi mettono sempre alla prova i loro cuori, sia che siano amichevoli o ostili a Dio

(5) Le affiliazioni che portano gli uomini alla sottomissione devono fare loro bene. (N. Emmons, D.D.)

Divina provvidenza:

Queste parole parlano di tre verità solenni e pesanti

(I.) Il libero arbitrio sovrano del Signore. Lo vediamo nelle famiglie, lo vediamo nelle province, lo vediamo in intere nazioni. Percepiamo la prosperità o l'avversità - la pace o la discordia - che arrivano sia agli individui che alle comunità a loro insaputa, e spesso senza il loro concorso. La razza umana è soggetta ad altre influenze oltre alla propria. Dalla Bibbia apprendiamo che le cose più piccole, così come le più importanti, sono sotto la supervisione e il controllo di Cristo. Nulla nasce in questo nostro mondo per caso o per caso. La stessa azione sovrana si vede nelle questioni della vita. Le chiavi del mondo invisibile sono affidate alla sola custodia di Cristo. Tutte le cause seconde attuano la volontà sovrana della Grande Causa Prima. È Lui che fissa il momento preciso per la rimozione degli uomini con la morte dalle loro occupazioni occupate

(II.) La sua irresistibile potenza. Questo è il fondamento dell'argomentazione del patriarca nel passaggio che abbiamo davanti. Chi può ostacolarLo? Sarà l'uomo di saggezza? L'amore di un genitore eviterà il colpo minaccioso? Saranno le lacrime di una moglie? Saranno i rimpianti di una nazione ammirata?

(III.) La sua imperscrutabile saggezza. L'Onnipotente fa bene ogni cosa. Da tutta l'eternità il Signore ha avuto certi propositi da realizzare. In alcune questioni la saggezza del modo in cui il Signore agisce è così palpabile che siamo costretti ad acconsentire. Atti altre stagioni siamo tutti al buio. Allora avremo il privilegio di esercitare la fede nella cura paterna e nell'amore inesauribile del nostro Onnipotente Redentore. (C. Clayton, M.A.)

16 CAPITOLO 9

Giobbe 9:16

Eppure non crederei che Egli abbia dato ascolto alla mia voce.

Prerequisiti per credere:

È difficile crederci, una qualche debole serietà di cui non troviamo nell'anima. Un uomo non può credere a fatti che sono in contrasto con le sue affinità e disposizioni istintive. I cacciatori di teste del Borneo tratterebbero necessariamente come favole le mille e una istituzioni umane che sono il prodotto della civiltà cristiana. Una razza di barbari daltonici, se una tale razza esistesse, ridicolizzerebbe l'idea di scoprire gli elementi di cui sono fatte le stelle lontane osservando le bande e le linee di colore rivelate dallo spettroscopio. Ci deve essere l'inizio della visione in noi se vogliamo ricevere le favole del microscopista e dell'astronomo. Dio può essere fatto conoscere a noi solo in questi aspetti in cui desideriamo, per quanto debolmente, essere come Lui. (T. G. Selby.)

20 CAPITOLO 9

Giobbe 9:21

Se mi giustifico...

La follia dell'autogiustificazione:

Uno degli anziani di Apocalisse Murray M'Cheyne rimase nell'oscurità profonda e nell'angoscia per alcune settimane, ma una domenica, dopo la fedele predicazione del pastore, trovò la strada verso il Signore. Atti alla fine del servizio, disse al signor M'Cheyne, che conosceva la sua preoccupazione spirituale, che aveva trovato il Signore. Quando gli fu chiesto di spiegare come fosse avvenuto questo felice cambiamento, disse: "Ho commesso un grande errore. Sono sempre venuto al Signore come qualcosa di migliore di quello che ero, e sono andato alla porta sbagliata per chiedere di essere ammesso; ma questo pomeriggio sono andato alla porta del peccatore, e per la prima volta ho gridato, come il pubblicano: "Signore, abbi pietà di me peccatore"; e, oh, signore, ho ricevuto un tale benvenuto dal Salvatore!" Qualcuno dei nostri lettori è come il fariseo ipocrita? Costoro non hanno posto per il Salvatore; poiché il Signore "non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a ravvedimento".

Se dico che sono perfetto.

Il nostro valore esatto:

Sulla bilancia c'era un ometto sveglio e, ansioso di superare il suo compagno di giochi, gonfiò le guance e si gonfiò come una piccola rana. Ma il compagno di giochi era il ragazzo più saggio. «Oho!» esclamò con disprezzo, «non serve a nulla; Puoi solo pesare quello che sei!" Com'è vero questo per noi figli più grandi, che cerchiamo di imprimerci sul nostro prossimo e sui nostri amici, e anche su noi stessi, e... sì, a volte su Dio Onnipotente, con le virtù che vorremmo avere! Non serve a nulla. Puoi imporre il giudizio del tuo prossimo e fargli dire che sei un bravo ragazzo: nobile, generoso, coraggioso, fedele, amorevole; Ma se non è vero, sei una farsa. "Puoi solo pesare quello che sei".

Non proprio perfetto:

Una volta un editore londinese decise di pubblicare un libro senza un solo errore tipografico. Faceva correggere le bozze dai suoi stessi lettori fino a quando non gli assicuravano che erano impeccabili. Poi inviò bozze alle università e a molte altre case editrici, offrendo un premio di diverse sterline per ogni errore tipografico riscontrato. Alcuni sono stati scoperti e il libro è stato pubblicato. Era considerato un perfetto esemplare dell'arte dello stampatore. Sei o otto mesi dopo la pubblicazione, l'editore riceveva una lettera che richiamava la sua attenzione su un errore in una certa riga di una certa pagina. Poi ne arrivò un'altra e un'altra ancora, finché prima della fine dell'anno furono trovati una mezza dozzina di errori. San Paolo dice che i cristiani sono epistole lette e conosciute da tutti gli uomini; E certamente non è necessario un esame approfondito come questo per scoprire che non siamo esenti da difetti. Dobbiamo attendere con ansia la nuova edizione di noi che uscirà in un altro mondo, rivista e modificata dall'Autore. (Fremo.)

Un colpo all'ipocrisia:

Da quando l'uomo è diventato un peccatore è stato presuntuoso. Quando aveva una giustizia propria non se ne gloriava mai, ma da quando l'ha perduta, ha finto di esserne il possessore

(I.) L'appello all'ipocrisia si contraddice. "Se mi giustifico, la mia propria bocca mi condannerà". Perché la stessa giustificazione è un pezzo di alta e arrogante presunzione. Dio ha detto: Giudeo e Gentile chiuda la sua bocca, e tutto il mondo sia colpevole davanti a Dio. Noi abbiamo l'autorità ispirata, che "non c'è nessun giusto, no, nemmeno uno". D'altronde, non vedi, creatura vana e stolta, che ti sei resa colpevole di orgoglio proprio per la lingua che hai usato? Chi, se non un uomo orgoglioso, si alzerebbe in piedi e loderebbe se stesso? Ma inoltre, l'appello all'ipocrisia è contraddittorio su un altro terreno; poiché tutto ciò per cui un uomo ipocrita supplica, è una rettitudine relativa. "Ebbene", disse, "non sono peggiore dei miei vicini, anzi molto meglio; Non bevo". Proprio così, ma poi tutto ciò che affermi è che sei giusto in confronto agli altri. Non vedi che questa è una supplica molto vana e fatale, perché in realtà ammetti di non essere perfettamente giusto, che c'è qualche peccato in te, solo che affermi che non ce n'è tanto in te quanto in un altro? Supponiamo ora per un momento che venga dato un comando alle bestie della foresta affinché diventino pecore. È del tutto inutile che l'orso si faccia avanti e dichiari di non essere una creatura così velenosa come il serpente; Sarebbe altrettanto assurdo per il lupo dire che, sebbene furtivo, astuto, magro e cupo, tuttavia non era una creatura così grande e brontolone né così brutta come l'orso; e il leone avrebbe potuto sostenere di non avere l'astuzia della volpe. Un Dio santo non può guardare nemmeno al minimo grado di iniquità. Ma inoltre, la supplica dell'uomo presuntuoso è che ha fatto del suo meglio e può rivendicare una giustizia parziale. È vero, se lo tocchi in un luogo tenero, egli riconosce che la sua infanzia e la sua giovinezza sono state macchiate di peccato. Devi avere una giustizia perfetta, altrimenti non sarai mai ammesso a quel banchetto di nozze

(II.) L'uomo che usa questa supplica condanna lui stesso la supplica. Non solo la supplica si taglia la gola, ma l'uomo stesso è consapevole, quando la usa, che è un rifugio malvagio, falso e vano. Ora, questa è una questione di coscienza, e se non dico quello che avete provato voi, allora potete dire che mi sbaglio. Gli uomini sanno di essere colpevoli. La coscienza dell'uomo più orgoglioso, quando le è permesso di parlare, gli dice che merita l'ira di Dio

(III.) Il motivo è di per sé una prova contro il difensore. C'è un uomo non rigenerato qui, che dice: "Amos anch'io sono cieco?" Rispondo con le parole di Gesù: "Ma ora voi dite che vediamo, perciò il vostro peccato rimane". Con la vostra supplica, avete dimostrato in primo luogo di non essere mai stati illuminati dallo Spirito Santo, ma di rimanere in uno stato di ignoranza. Un uomo sordo può dichiarare che la musica non esiste. Un uomo che non ha mai visto le stelle, è molto probabile che dica che non ci sono stelle. Ma cosa dimostra? Dimostra che non ci sono stelle? Egli dimostra solo la sua follia e la sua ignoranza. Quell'uomo che può dire mezza parola sulla propria giustizia non è mai stato illuminato da Dio, lo Spirito Santo. Ma d'altra parte, nella misura in cui dici di non essere colpevole, ciò dimostra che sei impenitente. Ora l'impenitente non può mai venire dove c'è Dio. Oltre a questo, l'uomo ipocrita, nel momento in cui dice di aver fatto qualcosa che può raccomandarlo a Dio, dimostra di non essere un credente. Ora, la salvezza è per i credenti, e solo per i credenti. Gli assetati sono i benvenuti; ma chi si crede buono, non è il benvenuto né al Sinai né al Calvario. Ah! anima, non so chi sei; ma se hai qualche giustizia da parte tua, sei un'anima sgraziata

(IV.) Rovinerà l'arringa per sempre. Lasciate che vi mostri due suicidi. C'è un uomo che ha affilato un pugnale e, cercando la sua occasione, si pugnala al cuore. Chi biasimerà un uomo per la sua morte? Si uccise; il suo sangue ricada sul suo capo. Eccone un altro: è molto malato e malato; riesce a malapena a strisciare per le strade. Un medico lo attende; gli dice: "Signore, la tua malattia è mortale; devi morire; ma conosco un rimedio che certamente ti guarirà. Eccolo; Te lo do gratuitamente. Tutto quello che ti chiedo è che tu lo prenda liberamente". "Signore", dice l'uomo, "mi insultate; Sto bene come non lo sono mai stato in vita mia; Non sono malato". Chi ha ucciso quest'uomo? Il suo sangue ricada sul suo capo; è un suicida vile come l'altro. (C. H. Spurgeon.)

25 CAPITOLO 9

Giobbe 9:26

Ora le mie giornate sono più veloci di un post... come le navi veloci.

Illustrazioni di vita:

(I.) Il testo ci insegna la brevità della vita umana. "I miei giorni sono più veloci di una posta." Sono messaggeri veloci, come corrieri, come mezzi di comunicazione da una provincia all'altra. Sono "più veloci delle navi veloci"; che "l'aquila che si affretta verso la sua preda". Ci sono illustrazioni dalla terra, dal mare e dal cielo. Si parla spesso della brevità della vita; È solo di tanto in tanto che siamo davvero impressionati dal fatto. Le nostre giornate sono brevi come la prefazione di una vita nuova e immortale. Le nostre giornate sono brevi come il periodo per la cultura di tutta la nostra natura. Quanto grande sia la parte della vita presente come introduzione al resto. La nostra natura fisica richiede crescita e sviluppo. Quanto lentamente si aprono le nostre facoltà mentali. La cultura della nostra natura spirituale sembra esigere un periodo più lungo della vita presente, perché è l'educazione di una natura che non muore; che porterà con sé tutto l'addestramento della terra. Le nostre giornate sono brevi, se pensiamo alle realtà solenni con cui hanno a che fare. Le nostre giornate sono brevi, perché da esse dipende il nostro destino. In questi giorni che passano così in fretta, tutto il futuro è sospeso; Questi giorni danno un colore a un'intera eternità

(II.) Il testo ci insegna la natura insoddisfacente della vita. "Non vedono nulla di buono". "Quali ombre siamo e quali ombre inseguiamo".

1.) Le nostre giornate portano con sé la freschezza e la gioia della vita. I nostri giorni ci derubano della freschezza e della bellezza della giovinezza, e quando passano portano con sé tutto ciò che ritenevamo più prezioso: amici, parenti, gioie, speranze

2.) La vita è insoddisfacente, a causa del carattere frammentario e incompiuto della sua opera. La provvidenza di Dio è in forte contrasto con quella dell'uomo

3.) Se il presente è tutto, la vita deve essere molto insoddisfacente, perché non possiamo vedere nulla di buono

(III.) Il nostro testo ci suggerisce l'importanza della vita. Le nostre giornate sono come un post

1.) Portano con sé le registrazioni e le impressioni della nostra mente. I pensieri per il bene o per il male devono vivere, devono vivere per essere una benedizione o una maledizione

2.) Le nostre giornate portano con sé i tesori del nostro cuore. Quali tesori le veloci navi trasportano da una terra all'altra; come arricchiscono un paese con la ricchezza degli altri. I nostri giorni portano con sé la ricchezza, gli affetti inestimabili della nostra natura. (H. J. Bevis.)

La fugacità della vita:

(I.) Come un fatto profetico. Può essere che questa breve vita sia la fine della nostra esistenza?

1.) Lasciamo questa vita con poteri inutilizzati. L'albero cresce fino a quando non esaurisce i suoi poteri latenti, e gli animali non muoiono (a meno che non vengano distrutti) fino a quando non sono esausti. Ma l'uomo deve lasciare questa vita proprio quando alcune delle sue forze cominciano a germogliare, e altre sono senza misura non sviluppate e non vivificate

2.) Lasciamo questa vita con piani non realizzati

(II.) Come un fatto formidabile. Per chi è terribile? A tutti coloro i cui cuori sono centrati in questo mondo

1.) Che la loro ricchezza diventa relativamente meno preziosa per loro ogni giorno

2.) Che l'eternità diventa relativamente più terribile per loro ogni giorno

(III.) Come un fatto incoraggiante. A chi fa il tifo? A coloro che, pur essendo nel mondo, non sono del mondo, coloro che sono nati nel regno divino delle virtù cristiche e delle speranze imperiture. (Omilestico.)

27 CAPITOLO 9

Giobbe 9:35

Se lo dico, dimenticherò il mio lamento.

Riguardo alle sofferenze di Giobbe:

(I.) Come troppo grande per rendere efficace qualsiasi sforzo di autoconsolazione. Vengono suggerite tre cose

1.) Un prezioso potere della mente. Il potere di alleviare le sofferenze. "Se lo dico, dimenticherò la mia lamentela". Qui sta il potere implicito. Tutti ce l'hanno. È una forza riparatrice che il cielo ha messo dentro di noi. Se non riesce a spegnere la fiamma, può raffreddarla; Se non può rotolare via dal carico, con i suoi pensieri può renderlo relativamente leggero. Può entrare in un circolo di idee così avvincente e delizioso da sperimentare trasporti di estasi nel dungeon o tra le fiamme. Che cos'è il dolore se non una sensazione mentale? E dovunque quella sensazione mentale possa ardere, i suoi fuochi possono essere spenti nel fiume dei nobili pensieri e delle alte aspirazioni

2.) Una tendenza naturale della mente. Cos'è? L'esercizio di questo potere mitigante dentro di noi nella sofferenza; uno sforzo per "dimenticare" il "lamento", per "lasciar andare" la "pesantezza", per "confortare". Chi nella sofferenza non tenta questo?

3.) Un triste difetto in mente. "Ho paura di tutti i miei dolori; So che Tu non mi riterrai innocente". Perché i suoi sforzi mentali per consolarsi fallirono? Semplicemente perché non aveva il senso interiore dell'innocenza. Sebbene avesse sempre sostenuto di essere innocente del peccato di ipocrisia di cui i suoi amici lo accusavano, sentiva sempre di essere colpevole davanti al Santo, e in questo stava l'incapacità della sua mente di mitigare il suo dolore. Considera le sue sofferenze...

(II.) Come troppo meritato per giustificare qualsiasi speranza di sollievo

1.) Sente che nessuna purificazione di sé lo servirebbe davanti a Dio. "Se sono malvagio", o, come è giusto che sia, sono malvagio, "perché allora lavoro invano? Se mi lavo con l'acqua della neve e non mi pulisco mai le mani; eppure mi getterai nel fosso, e le mie vesti mi aborriranno".

2.) Sente che non c'è nessuno che faccia da arbitro tra lui e il suo Creatore. "E non c'è tra noi nessun uomo che possa mettere la mano su di noi."

3.) Sente che le sue afflizioni provenivano direttamente da Dio, e fino a quando non sono state rimosse non c'era speranza per lui. "Che mi tolga via la sua verga, e che il suo timore non mi spaventi; allora parlerei e non lo temerei, ma non è così per me". (Omilestico.)

30 CAPITOLO 9

Giobbe 9:32

Se mi lavo con l'acqua della neve.

Una stima della moralità che è priva di pietà:

Agli occhi del puro Dio, l'uomo che ha fatto la più copiosa applicazione del suo potere di acqua di neve alla condotta visibile, può ancora essere oggetto di orrore; e che se Dio entra in giudizio con lui, lo farà apparire come uno immerso nel fosso, la sua giustizia come stracci sporchi, e se stesso come una cosa impura. Ci sono mille cose che, nel linguaggio popolare e compreso, l'uomo può fare. E' opinione generale che egli possa astenersi dal rubare, dalla menzogna e dalla calunnia, che possa dare le sue sostanze ai poveri, e andare in chiesa, e pregare, e leggere la sua Bibbia, e mantenere l'adorazione di Dio nella sua famiglia. Ma, come esempio di distinzione tra ciò che può fare e ciò che non può fare, facciamo l'indubbia affermazione che può mangiare l'assenzio, e poniamo semplicemente la domanda, se può anche gustare l'assenzio. Questa è un'altra faccenda. Posso comandare l'esecuzione; ma non ho una tale padronanza dei miei organi di senso, da imporre una simpatia o un gusto per l'esecuzione. L'illustrazione è familiare; ma è sufficiente per il nostro scopo se è efficace. Posso compiere ciò che Dio comanda; ma non si compiace di Dio stesso. La costrizione forzata della mano può far apparire molti atti visibili di obbedienza; ma il gusto del cuore può rifiutarsi di assecondarlo. L'uomo esteriore può essere tutto in subbuglio riguardo ai comandamenti di Dio; mentre per l'uomo interiore Dio è un'offesa e una stanchezza. I suoi vicini possono guardarlo; e tutto ciò che il loro occhio può raggiungere può essere pulito come l'acqua della neve. Ma l'occhio di Dio va molto più lontano. Egli è colui che discerne i pensieri e gli intenti del cuore; e può vedere la sporcizia dell'idolatria spirituale in ognuno dei suoi ricettacoli. Il povero non ha vinto i suoi affetti ribelli più di quanto non abbia vinto il suo disgusto per l'assenzio. Può temere Dio; può ascoltare Dio; e, nell'azione esteriore, può obbedire a Dio. Ma Dio non ama e non amerà; e mentre si trascina dietro un pesante carico di compiti, doveri e osservanze, vive nella violazione ogni ora del primo e del più grande dei comandamenti. Qualche genitore tra voi conterebbe abbastanza da aver ottenuto un servizio come questo da uno dei vostri figli? Sareste soddisfatti dell'obbedienza della sua mano, mentre sapeste che gli affetti del suo cuore sono totalmente lontani da voi? Il servizio può essere effettuato; ma tutto ciò che può servire la soddisfazione nel principio del servizio, può essergli negato; e sebbene venga reso l'ultimo elemento dell'esecuzione richiesta, ciò non riparerà la deformità del bambino innaturale, né placherà i sentimenti del padre afflitto e mortificato. Dio è il Padre degli spiriti; e la sottomissione volontaria dello spirito è ciò che Egli richiede da noi: "Figlio mio, dammi il tuo cuore"; e se il cuore è trattenuto, Dio dice di tutte le nostre prestazioni visibili: "A che serve la moltitudine dei tuoi sacrifici per Me?" Il cuore è la Sua richiesta; e pieno è davvero il titolo che Egli preferisce ad esso. Ha messo la vita in noi; ed è Lui che ha tracciato intorno a noi un cerchio di piaceri, amicizie e interessi. Tutto ciò di cui proviamo diletto, ci viene amministrato dalla Sua mano. Egli ci riempie ogni momento della Sua gentilezza; e quando alla fine il dono rubò il cuore dell'uomo al Donatore, così che egli divenne un amante del proprio piacere piuttosto che un amante di Dio, anche allora non ci lasciò perire nella colpa della nostra ribellione. L'uomo si è fatto un alieno, ma Dio non ha voluto abbandonarlo; e, piuttosto che perderlo per sempre, escogitò una via d'accesso per corteggiarlo e accoglierlo di nuovo. La via della nostra guarigione è davvero una via su cui si è posto il Suo cuore; e per provarlo, mandò il Suo Figlio Eterno nel mondo, che Lo spogliò di tutte le Sue glorie e si rese privo di reputazione. Se, dopo tutto questo, l'antipatia della natura verso Dio si attacca ancora a noi, se, sotto il potere di questa antipatia, il servizio che rendiamo è il servizio freddo e involontario della costrizione, se, con molte delle visibili opere dell'obbedienza, ci sono anche le lotte di un cuore riluttante a togliere a questa obbedienza tutta la sua allegria, Dio non è forse defraudato della Sua offerta? (T. Chalmers, D.D.)

Lavato fino a una maggiore sporcizia:

Le similitudini del dolore sono qui ammucchiate in mucchi, con quella che un vecchio autore ha definito la "retorica del dolore". Le sofferenze fisiche avevano prodotto una macchia nella mente di Giobbe, che cercò sollievo esprimendo la sua angoscia. Come un prigioniero solitario nel tetro torrione di un vecchio castello, scolpisce sui muri le immagini degli abietti sconforti che lo perseguitano

(I.) Atti all'inizio osserviamo che le anime vivificate sono consapevoli della colpa. Loro lo sanno; lo sentono; e arrossiscono nello scoprire che non hanno scuse per questo. Tutti gli uomini sono peccatori: alla maggior parte degli uomini, tuttavia, il peccato sembra essere una moda dei tempi, una necessità della natura, una follia della giovinezza o un'infermità dell'età, che una piccola scusa basterà a rimuovere. Fino a quando gli uomini non sono vivificati dalla grazia divina sanno veramente di essere peccatori. Com'è possibile? Alcune malattie sono così insidiose che chi ne soffre crede di stare meglio, mentre in realtà si affretta verso la tomba. In questo modo il peccato seduce i figli degli uomini: essi credono di essere salvati quando non sono ancora rinnovati. Com'è possibile, vi chiederete di nuovo? Pochi si prendono la briga di pensare a queste questioni. La nostra è un'epoca in cui il pensiero degli uomini è appassionato di politica e di merci, di scienza pratica e di invenzioni economiche. All'ignoranza naturale possiamo attribuire gran parte dell'ordinaria indifferenza degli uomini alla loro peccaminosità. Vivono in un'epoca ottenebrata. Invano vi vantate dell'illuminismo di questo diciannovesimo secolo: il diciannovesimo secolo non è nemmeno un po' più illuminato del primo secolo sulla depravazione della natura umana. Gli uomini sono ignoranti della piaga dei loro cuori oggi come lo erano quando Paolo si rivolse a loro. Appena un barlume dell'umiliante verità della nostra naturale depravazione sorge nell'ottusa apprensione dei sapienti del mondo, sebbene le anime istruite dall'alto lo sappiano e ne siano inorridite. In diversi modi la scoperta giunge a coloro che il Signore ordina di salvare. A volte un predicatore inviato da Dio lascia entrare la luce terribile. Molti uomini, come il falso profeta Mokanna, nascondono la loro deformità. Si può camminare attraverso una cantina buia senza discernere a occhio nudo che qualcosa di rumoroso è nascosto. Che le persiane siano spalancate! Fai entrare la luce del giorno! Ben presto si percepiscono rane sul freddo e umido selciato, ragnatele sudicie appese alle pareti in lunghi festoni, parassiti ripugnanti che strisciano dappertutto. Sorpreso, allarmato, inorridito, chi non vorrebbe fuggire e trovare un'atmosfera più sana? I raggi del sole non sono, tuttavia, che una debole immagine di quella luce divina sparsa dallo Spirito Santo, che penetra le ombre più spesse della follia e dell'infatuazione umana, e smaschera il tradimento del cuore più profondo

(II.) Passiamo a notare che accade spesso che le anime risvegliate usino molti mezzi inefficaci per ottenere la purificazione. Giobbe descrive se stesso come colui che si lava nell'acqua della neve e non si rende mai le mani così pulite. Le sue espressioni mi ricordano il mio lavoro invano. Con quanti esperimenti ho cercato di purificare la mia anima! Vedere uno scoiattolo in gabbia; Il poveretto sta lavorando, cercando di montare, eppure non si alza mai di un centimetro. Lo stesso vale per il peccatore che cerca di salvarsi con le sue buone opere o con qualsiasi altro mezzo: lavora senza risultato. È stupefacente la pena che gli uomini si prodigano per questa inutile fatica. Nel cercare di ottenere l'assoluzione dei loro peccati, di stabilire una giustizia propria e di assicurarsi la pace della mente, gli uomini mettono a dura prova la loro ingegnosità. Giobbe parla di lavarsi "con l'acqua della neve". Le immagini sono, senza dubbio, pensate per essere istruttive. Perché si sceglie neve-acqua?

1.) Il motivo probabilmente era, in primo luogo, perché era difficile da ottenere. Molto più facile, in genere, procurarsi l'acqua dai ruscelli che scorrono che dalla neve sciolta. Gli uomini attribuiscono un valore elevato a ciò che è difficile da procurare. Le forme di culto che sono costose e difficili sono molto influenzate da molti, come ai tempi di Giobbe si pensava che l'acqua della neve fosse un bagno per i re; ma, dopo tutto, è una moda oziosa, suscettibile di trarre in inganno

2.) Inoltre, l'acqua della neve godeva di una reputazione di purezza. Se si desidera un'acqua filtrata naturale, raccogliere la neve appena caduta e scioglierla. Rimangono ancora tra noi esemplari di pietà più che possibile verso gli uomini, di religiosità al di sopra della portata dei mortali; la quale pietà non è, tuttavia, della grazia di Dio, e di conseguenza è una vana ostentazione. Anche se dovessimo usare le cerimonie più pure, moltiplicare le migliori opere buone e aggiungervi i doni più costosi, tuttavia non saremmo in grado di purificarci davanti a Dio. Puoi lavarti fino a negare l'esistenza di una macchia, eppure puoi essere impuro

3.) Ancora una volta, quest'acqua-neve è probabilmente esaltata perché scende dalle nuvole del cielo, invece di ribollire dalle zolle della terra. La religiosità che può colorarsi di un'apparenza soprannaturale è molto apprezzata da molti. Se "non mi faccio mai pulire le mani", è un'espressione particolarmente audace nell'originale. La parola ebraica ha un'allusione al sapone o al nitrato. Questo era il metodo ordinario e ovvio che chiunque avrebbe adottato per sbiancarsi le mani quando erano sporche. La tradizione narra che certe macchie di sangue si attaccano al pavimento. L'idea è che il sangue umano, versato con l'omicidio, non può mai essere cancellato o raschiato via dalle tavole. Così è certamente con la tintura del peccato. Il sangue delle anime è nei tuoi lembi, è il terribile linguaggio di Geremia (cap. 2:34). Questi inutili esperimenti di purificazione sarebbero finiti una volta per tutte se aveste riguardo alla grande verità del Vangelo: "Senza spargimento di sangue non c'è remissione". "Il sangue di Gesù Cristo, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato".

(III.) Ma per quanto le anime vivificate cerchino di ottenere la purezza nel modo sbagliato, Dio le getterà giù nel fosso. Questa è una situazione terribile. Osservando attentamente il passaggio, scopro che significa "testa sopra le orecchie nel fosso". Spesso accade a coloro che cercano di migliorare con le proprie buone opere, che la loro coscienza si risvegli per lo sforzo, e siano più consapevoli che mai del peccato. La parola qui tradotta "fossato" è altrove tradotta "corruzione". Così nel sedicesimo Salmo: "Non permetterai che il tuo Santo veda la corruzione". Il linguaggio non può dipingere l'umiliazione, il rimprovero o l'ignominia in termini più forti. "Mi getterai nel fosso." Non è come se Dio stesso si assumesse l'impresa di far sapere al Suo popolo che con le sue vane abluzioni si rendeva ancora più vile ai Suoi occhi? Non possiamo considerare questa come la disciplina dell'amore del nostro Padre Celeste, anche se quando attraversiamo la prova non la percepiamo come tale? "Io rimprovero e castigo tutti quelli che amo: siate dunque zelanti e pentitevi". Forse l'esperienza che sto cercando di descrivere vi arriverà attraverso la predicazione della Parola. Spesso il nostro grande Signore lascia una povera anima ribelle a mangiare i frutti delle sue vie, e questa è la forma più grave di precipitare nel fosso. Mentre si sforza di perseguire la giustizia in modo errato, l'uomo inciampa nello stesso peccato contro cui ha lottato. La sua vuota presunzione non avrebbe potuto essere rimossa dal suo nascondiglio segreto nella sua natura depravata senza una simile pericolosa caduta. Così, nelle nostre diverse sfere, voliamo da questo a quello, e da quello all'altro. Alcuni sperano di purificare il peccato con un supremo sforzo di abnegazione, o di fede miracolosa. Non giochiamo alla purificazione, né speriamo invano di soddisfare la coscienza con ciò che non dà soddisfazione a Dio. Le persone di indole sensibile e di abitudini sedentarie sono inclini a cercare la rettitudine dei sentimenti interiori. Oh, se potesse passare dal sentimento alla fede; e guarda con fermezza, fuori dalla sua interiorità, all'opera compiuta una volta per tutte dal Signore Gesù!

(IV.) Da un addestramento così severo il risvegliato è portato a guardare solo a Dio per la salvezza, e a trovare la salvezza che cerca. (C. H. Spurgeon.)

33 CAPITOLO 9

Giobbe 9:33

Né c'è nessun giorno a giornata.

Il giornato:

A questo punto della poesia vediamo Giobbe al suo peggio. È diventato disperato sotto le miserie accumulate. In questo capitolo Giobbe risponde a Bildad. Egli ammette che Dio è giusto; ma dalla Sua infinita giustizia, santità e potenza, egli conclude che l'uomo migliore non ha alcuna speranza di essere approvato da Lui. La sua protesta la veste sotto forma di un processo legale. Dio viene in tribunale, prima come querelante, poi come imputato; prima affermando i Suoi diritti, strappando via ciò che ha in mente di rivendicare, poi rispondendo alla citazione dell'uomo che sfida la Sua giustizia. In entrambi i casi la causa dell'uomo è senza speranza. Se l'argomento del Suo potere lo chiama a rendere conto, Egli si presenta alla sbarra, solo per schiacciare il ricorrente e, con la Sua infinita saggezza, per trovare difetti nella sua supplica. Mentre studiamo, certi istinti profondi cominciano a prendere forma in brame di qualcosa che la teologia del giorno non fornisce. Il sofferente comincia a sentire, piuttosto che a vedere, che il problema della sua afflizione ha bisogno per la sua soluzione del fattore aggiuntivo che fu fornito molto tempo dopo nella persona e nell'opera di Gesù Cristo: un mediatore tra Dio e l'uomo. A suo avviso, l'attore e l'imputato non hanno un terreno comune. Dio è un essere diverso per natura e condizione da se stesso. Se ora ci fosse un lato umano di Dio. Se ci fosse solo un uomo di giornata, un arbitro o un mediatore, che potesse mettere la mano su entrambi, comprendere entrambe le nature e entrambe le circostanze, allora tutto andrebbe bene. Questo desiderio di Giobbe è da studiare, non come un mero individuo, ma come un'esperienza umana. Il desiderio di Giobbe di un mediatore è il desiderio dell'umanità. L'anima è stata creata per Dio. Cristo soddisfa un bisogno esistente. La virilità è stata creata per Cristo. Con Cristo se ne va questo fatto della mediazione. C'è un posto per la mediazione nelle relazioni dell'uomo con Dio. C'è un desiderio di mediazione nel cuore umano a cui Giobbe qui dà voce. Basta una moderata conoscenza della storia della religione per vedere come questo istintivo desiderio che qualcuno o qualcosa si frapponga tra l'uomo e Dio si sia affermato nelle istituzioni del culto. Questa richiesta di un mediatore è sostenuta e sollecitata da due grandi fatti interconnessi: il peccato e la sofferenza. La domanda di Giobbe qui è: In che modo l'uomo sarà giusto con Dio? Egli esorta l'uomo così com'è a non poter essere giusto con Dio così com'è. Sia buono quanto può, la sua bontà è l'impurità stessa di fronte all'infinita perfezione dell'Onnipotente. Dio non può ascoltare alcuna supplica dell'uomo basata sulla sua giustizia. Ancora una volta, questo desiderio di un mediatore è risvegliato dall'esperienza umana della sofferenza; un fatto che si intreccia con il fatto del peccato. Abbiamo bisogno, la nostra povera umanità ha bisogno, di un tale uomo di giorni, partecipe di entrambe le nature, quella divina e quella umana, per mostrarci la sofferenza sia dal lato celeste che da quello terreno, e per inondare il suo lato terreno di luce celeste con la rivelazione. In Cristo abbiamo l'esperienza umana del dolore e la sua interpretazione divina. Il desiderio di Giobbe quindi è letteralmente e pienamente soddisfatto. Non disprezzare questo Mediatore. Cercate il Suo intervento. (Marvin R. Vincent, D.D.)

Il giornato:

Questo passaggio è un passaggio la cui difficoltà non nasce dalla rozzezza della traduzione, ma piuttosto dalle sottili sequenze del pensiero mosso dalla passione. Consiste in un lamento per l'assenza di un arbitro, o di un uomo di giornata, tra Dio e l'anima colpita dal peccato, e in un veemente desiderio di un tale arbitro. Nella nozione di arbitro, ci sono tre pensieri generali evidenti all'inizio. C'è un'opposizione profondamente radicata tra le due parti interessate: questa può essere rimossa solo rivendicando il diritto; E il risultato a cui si mira è la riconciliazione. In che misura tale arbitrato differisce dalla mediazione? Si tratta di una mediazione, con l'elemento aggiuntivo di un accordo stipulato tra le parti avverse. Un dayman è un mediatore che è stato nominato o concordato da entrambi. Vediamo come questi pensieri generali si applicano a questo grido di Giobbe

(I.) Sta lavorando sotto un senso di peccato senza speranza. Questo non è meno vero perché non è persistente in tutto il Libro di Giobbe, ma intermittente; a volte leggermente avvertito, altre volte schiacciante. Per questo motivo è solo una dimostrazione più vera del carattere umano. Qui il senso febbrile di esso è al suo massimo

1.) È "immerso nel fosso", nel fango, nella "fogna"; così che le sue "vesti lo aborriscono". Il fango è la sua copertura: è tutto peccato!

2.) In questo stato egli è autocondannato. Non può "rispondere a Dio", non può entrare in giudizio con Lui! Questo è probabilmente il vero significato di queste parole, e non la spiegazione comune, che egli ha paura di rispondere a Dio. Dio non è un uomo; Non gli si deve rispondere. Egli stesso è il giudice; Deve avere ragione. Questo non è sempre stato lo spirito di Giobbe, è vero; ma questo è il suo spirito nel presente passaggio

3.) D'altra parte, non può mettere via il suo inquinamento. Non può rendersi puro. "Se mi lavo nell'acqua della neve e non pulisco mai le mie mani ('puliscile con la liscivia'), tuttavia Tu mi immergerai nel fosso". Lottare per liberarsi mostra solo la propria totale impotenza

4.) E perché si sente così impotente? Che cos'è che gli rivela il suo peccato? È il carattere di Dio! La santità di Dio! La legge di Dio! Non aveva conosciuto il peccato se non per quella legge. L'esigenza di Dio, l'ispezione di Dio sull'anima dopo che ha fatto del suo meglio, sembra "gettarla nel fosso".

(II.) È questo senso di peccato senza speranza che ha insegnato a Giobbe la necessità di un Mediatore

1.) Finora non riesce a trovarne nessuno. Le sue parole non si spingono fino ad affermare che non c'è un uomo a giorni tra Dio e nessun uomo; sono confinati al suo bisogno in questo momento: "Betwixt us!" Per lui non ce n'è, e questo è il suo problema schiacciante

2.) Ma c'è bisogno. Egli desidera ardentemente (più di una delle parole ebraiche fa emergere il desiderio) di un arbitro che dovrebbe mediare tra lui e Dio

3.) Questo mediatore deve essere in grado di "imporre la sua mano su entrambi". Non certo nel senso povero e irriverente (perché è entrambe le cose), affinché con una mano di potere restrittiva potesse controllare l'azione dell'Onnipotente. Il significato è sicuramente quello semplice, che l'arbitro deve essere uno che può raggiungere entrambe le parti

4.) Da una parte dobbiamo rendere giustizia alla santità di Dio. Nella mediazione questo deve essere sacro. Deve uscire dalla prova non meno gloriosa di prima

5.) E d'altra parte, il mediatore deve confessare e affrontare il peccato dell'uomo. Non deve né nasconderlo né scusarlo; ma, ammettendo e misurando correttamente il fatto, deve essere in grado di affrontarlo in modo da soddisfare Dio e salvare l'uomo

(III.) Sono indicati i risultati di tale mediazione. Generalmente c'è la riconciliazione, la rimozione di quello stato di inimicizia esistente tra il peccatore e il suo Dio

1.) In particolare, c'è il perdono. "Che Dio tolga da me la sua verga!" La punizione di Dio, qualunque forma possa assumere, passerà completamente. "Ti siano perdonati i tuoi peccati!" Questo verrebbe da un tale "uomo di giornata".

2.) Poi c'è la pace. "Non lasciare che la Sua paura mi terrorizzi!" Possa io alzare lo sguardo a Dio, l'Onnipotente e il Dio santo, e dire: Non ho paura; poiché io sono stato riconciliato con Lui! Il mediatore ha messo la mano su entrambi, ha raggiunto la santità di Dio e ha raggiunto il mio peccato

3.) Poi la paura passa e arriva la fiducia. "Allora parlerei e non lo temerei". Non ci può essere comunione con Dio fino a quando l'uomo non avrà scacciato la paura che ha tormento. Fino ad allora non posso né parlargli né sentirlo

(IV.) Abbiamo nel Nuovo Testamento l'antitesi di questo grido bramoso di Giobbe. "La legge (dice Paolo, Galati 3:19, 20 fu ordinata per mano di un mediatore. Ora, un mediatore non è un mediatore di uno; ma Dio è uno". E chi è l'altra parte? È l'uomo peccatore. E "Gesù è il Mediatore della nuova alleanza" Ebrei 12:24, "mettendo la mano su entrambi", mediando tra due che sono stati a lungo e dolorosamente in disaccordo; il "giorno tra noi" e Dio, che "intercede come un uomo davanti a Dio, come uno supplica per il suo prossimo" Giobbe 16:21. Il bisogno dunque di un mediatore, come necessità spirituale del peccatore che è venuto a guardare nel proprio cuore e a confrontarlo con la santità di Dio, è uno degli strani insegnamenti del Libro di Giobbe. (J. Elder Cumming, D.D.)

Il bisogno di un giornalista:

Ci sono due attributi di Dio: la Sua potenza e la Sua giustizia. L'uno è un attributo naturale e l'altro un attributo morale. L'uno si è manifestato nella creazione, l'altro è vagamente discernibile nella natura morale, cioè nella coscienza dell'uomo, e tuttavia ha un grande bisogno di una rivelazione per portarla a casa nel cuore dell'uomo con una realtà e un potere terribili. I pensieri di Giobbe erano evidentemente occupati in questo capitolo da entrambi questi attributi. Ma se ci viene chiesto di che cosa si occupa di più, dobbiamo rispondere non con l'altissimo, non tanto con la giustizia, quanto con la potenza di Dio. Questi versetti sembrano mostrare un duplice sentimento nella mente di Giobbe, corrispondente ai due attributi: la giustizia e la potenza di Dio; ma il sentimento predominante era quello dell'irresistibile potenza di Dio. Giobbe desiderava qualcosa che colmasse il terribile abisso tra il Creatore e lui stesso, e non solo per una cosa , ma per una persona vivente, un "uomo di giorni, che avrebbe imposto la sua mano su entrambi". Presa criticamente e storicamente, la parola "dayman" sembra significare un "arbitro". Se Giobbe sentisse "la potenza di Dio" più della Sua giustizia, e la sua debolezza più della Sua colpa, questo è esattamente ciò che vorrebbe. Non poteva, sentiva, contendere con Dio stesso; non poteva stare allo stesso livello del Creatore in questa grande controversia. Sentì, quindi, il bisogno di un arbitro. Ma qual è la differenza tra un "uomo a giornata" così spiegato e un mediatore? La differenza non è grande, ma così com'è, corrisponde alla differenza tra sentire la "potenza" e la "giustizia" di Dio. La sensazione di volere un mediatore è la più alta. La coscienza della colpa e della corruzione interiore è un sentimento più elevato di quello della debolezza; e il desiderio di un "Mediatore" un desiderio più grande di quello di un "uomo a giorni". (George Wagner.)

Un mediatore tra Dio e l'uomo:

Quando nessun uomo poteva redimere il suo prossimo dalla tomba, Dio stesso trovò un riscatto. Quando nessuno degli esseri che Egli aveva formato poteva offrire un'espiazione adeguata, il Signore degli eserciti risvegliò la spada della vendetta contro il Suo prossimo. Quando non c'era nessun messaggero tra gli angeli che circondavano il Suo trono, che potesse proclamare e acquistare la pace per un mondo colpevole, Dio si è manifestato nella carne, è disceso in velata maestà tra i nostri tabernacoli terreni, e ha versato la Sua anima alla morte per noi, e ha acquistato la Chiesa con il Suo stesso sangue, e si è allontanato dalla tomba che non poteva contenerLo, salire al trono del Suo Mediatore nominato; e ora Egli, il primo e l'ultimo, che era morto ed è vivo, e intercede per i trasgressori, "può salvare fino all'ultimo tutti coloro che vengono a Dio per mezzo di Lui"; e, stando sulla breccia tra un Dio santo e i peccatori che lo hanno offeso, Egli si riconcilia e impone la Sua mano su entrambi. Ma non è sufficiente che il Mediatore sia nominato da Dio: deve essere accettato dall'uomo. E per incitare la nostra accettazione Egli sostiene ogni argomento gentile e limitante. Egli getta su tutta la faccia del mondo un'ampia e universale assicurazione di accoglienza. "Chiunque viene a me non sarà gettato fuori". "Venite a me, voi tutti che siete affaticati ed aggravati, e io vi darò riposo". "Dove è abbondato il peccato, molto più è abbondata la grazia". "Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la riceverete". La via di accesso a Cristo è aperta e libera da ogni ostacolo, che teneva l'uomo timoroso e colpevole a una distanza impraticabile dal Legislatore geloso e non pacificato. Egli ha messo da parte l'ostacolo e ora sta al suo posto. Andiamo solo sulla via del Vangelo, e non troveremo nulla tra noi e Dio se non l'Autore e il Compitore del Vangelo, il quale, da una parte, invita a Lui l'approccio dell'uomo con ogni segno di verità e di tenerezza; e dall'altra parte difende la nostra causa presso Dio, e riempie la Sua bocca di argomenti, e perora quella stessa espiazione che è stata ideata nell'amore dal Padre, e con l'incenso di cui si è compiaciuto, e reclama, come frutto del travaglio della Sua anima, tutti coloro che hanno riposto la loro fiducia in Lui; e così, ponendo la mano su Dio, lo distoglie completamente dalla ferocia della sua indignazione. Ma Gesù Cristo è qualcosa di più che l'agente della nostra giustificazione: è anche l'agente della nostra santificazione. Stando tra noi e Dio, Egli riceve da Lui quello Spirito che è chiamato "la promessa del Padre"; e la riversa in dispensa libera e generosa su coloro che credono in Lui. Senza questo Spirito ci può essere, in alcuni degli esemplari più buoni della nostra razza, il gioco di ciò che è benevolo nel sentimento costituzionale, e su di noi l'esibizione di ciò che è conveniente in una virtù costituzionale; e l'uomo che sta così sopra di noi in giudizio, può emettere il suo verdetto di approvazione; e tutto ciò che è visibile nelle nostre azioni può essere puro come per l'azione dell'acqua della neve. Ma l'assoluta irreligiosità della nostra natura rimarrà integra e ostinata come sempre. L'alienazione dei nostri desideri da Dio persisterà con vigore indomabile nei nostri petti; e il peccato, nell'essenza stessa del suo principio elementare, continuerà a dominare sull'uomo interiore con tutta la potenza della sua ascendenza originale, fino a quando l'abisso, la ricerca e l'influenza prevalente dell'amore di Dio saranno sparsi nei nostri cuori dallo Spirito Santo. Questa è l'opera del grande Mediatore. Questa è la potenza e il mistero di quella rigenerazione, senza la quale non vedremo mai il regno di Dio. Questo è l'ufficio di Colui al quale è affidato tutto il potere, sia in cielo che in terra, il quale, regnando in cielo e unendo la sua misericordia alla sua giustizia, fa sì che fluiscano sulla terra in un unico flusso di influenza celeste; e regnando sulla terra, e operando potentemente nei cuori del suo popolo, lo rende adatto alla società del cielo, completando così la meravigliosa opera della nostra redenzione, con la quale da una parte Egli porta l'occhio di un Dio santo a guardare con approvazione il peccatore, e dall'altra rende il peccatore adatto alla comunione, e del tutto preparati per il godimento di Dio. Questi sono i grandi elementi della religione di un peccatore. Ma se ti converti dall'uso che ne è prescritto, l'ira di Dio dimora su di te. Se non baci il Figlio mentre è sulla sua strada, provochi la Sua ira; e quando una volta che comincia a bruciare, sono benedetti solo coloro che hanno riposto la loro fiducia in Lui. Se, sulla base della presunta sufficienza di una giustizia priva di pietà, trascuri la grande salvezza, non sfuggirai alle severità di quel giorno in cui l'Essere con cui hai a che fare entrerà con te in giudizio; ed è solo fuggendo verso il Mediatore, come fareste da una tempesta imminente, che si fa la pace tra voi e Dio, e che, santificati dalla fede che è in Gesù, siete fatti abbondare in quei frutti di giustizia che saranno da lodare e gloriare alla fine e alla solenne resa dei conti. (T. Chalmers, D.D.)

Il giornato:

Come è costituito questo uomo di giorni, Gesù Cristo, per ricoprire questo incarico? Giobbe sapeva quali erano i suoi veri bisogni; Egli non sapeva come questi bisogni dovessero essere soddisfatti, eppure ci dà nel contesto l'intera costituzione dell'ufficio di un Giornaliero. Nel profondo del suo dolore, nella valle della sua degradazione, mentre sedeva nella polvere e nella cenere, sospirava: "Se mi lavo con l'acqua della neve e non mi pulisco mai le mani; eppure mi getterai nella fossa, e le mie vesti mi aborriranno. Poiché egli non è un uomo, come lo sono io, perché io gli risponda e noi ci riuniamo in giudizio. E non c'è tra noi nessun giorno che possa mettere la mano su di noi." Marco questo contesto. Qui il patriarca dà voce a un pieno riconoscimento della sua colpa, della sua coscienza dell'ira che era scesa dal cielo su di lui, dell'impossibilità di farsi giusto con Dio. Dimora nel fosso della corruzione ed è aborrito da se stesso; e Dio, che ha offeso, "non è un uomo" perché gli risponda, perché si facciano a faccia, perché ragionino insieme. "Non è un uomo come me". Guardava Dio come lo guardavano i pagani, come un Dio di Maestà, un Dio di santità, un Dio di sublimità e di gloria, inaccessibile all'uomo. Dio non è un uomo perché io mi avvicini a Lui, disse Giobbe, e io non ho nessuno che mi presenti a Lui. Quella era la sua infelicità: "Dio non è un uomo", perché io gli parlassi, e non ho nessuno che si frapponga tra me e Dio per presentarGli la mia preghiera. Patriarca senza speranza, sventurato, miserabile! Ciò che voleva era un uomo di giorno tra i due che posasse la mano su entrambi. Sono venuto qui per dirvi che quell'uomo dei giorni è Cristo, "l'uomo Cristo Gesù". E che cosa dice? "Ecco, io sono secondo il tuo desiderio in luogo di Dio; Anch'io sono formato dall'argilla". Questa è la mia supplica, e questa è la mia gloria, che Dio si sia fatto uomo come me, e io ora posso rispondergli. Ora posso venire a Lui faccia a faccia; Ora posso riempirmi la bocca di argomenti; Ora posso venire, e con il Suo invito ragionare con Lui. Egli è "formato dall'argilla"; così Egli è l'uno tra Dio e l'uomo; e impone la sua mano su di noi due. Questo è Gesù; perciò Egli è costituito Mediatore tra Dio e l'uomo; e questo Egli lo ha ottenuto mediante il Suo sacrificio espiatorio. Espiazione!: Qual è il significato di questa parola? Lo pronunciamo come una sola parola; Ma in realtà sono tre parole, "un'unica cosa", e questo è il suo significato. A causa del nostro peccato, ci sono due parti che si oppongono l'una all'altra; Non c'è alcun elemento di unione, ma ogni elemento di antagonismo che ci separi e ci tenga separati. Cristo è il sacrificio espiatorio e la Sua espiazione è una soddisfazione completa. Questo perché Cristo, il nostro uomo di giorni, è sia Dio che uomo, entrambe le nature in una sola persona. Per essere un mediatore è necessario avere potere e influenza con entrambe le parti. Cristo, come nostro uomo di giorni, ha potere presso Dio, perché Egli stesso è Dio; e per ottenere influenza sull'uomo si è fatto uomo, e si è caricato dei nostri dolori e ha sopportato le nostre pene: è diventato come uno di noi, "solo il peccato eccettuato". Guardate la simpatia di Gesù, partecipe delle nostre sofferenze, partecipe dei nostri dolori e conoscente del nostro dolore. È vero che la maestà di Dio era inavvicinabile; nessuno poteva avvicinarsi ad essa; la gloria immacolata di quella Presenza era troppo abbagliante per essere contemplata da una vista mortale; La sua santità era troppo pura per entrare in contatto con il peccato; L'altezza di quella gloria era al di là di ciò che l'uomo aveva il potere di raggiungere. Poi Dio in Cristo è disceso fino a noi. Oh, che grazia! E poiché la Maestà della Divinità era troppo augusta, la lasciò lì sul trono di Suo Padre, e si avvolse per un po' di tempo nel mantello familiare della nostra umanità; Si è fatto uomo come noi. Poiché l'uomo non poteva avvicinarsi a Dio, Cristo portò la Divinità al livello della nostra umanità, per poter elevare la razza umana dalla morte e dal peccato al godimento della vita di giustizia. Questa è la vera dignità dell'uomo, che Cristo lo ha nobilitato e lo ha elevato alla gloria del Padre suo. "A chi vince concederò di sedere con me sul mio trono, come anch'io ho vinto e mi sono seduto sul trono del Padre mio". Questo è l'Uomo dei Giorni che impone la Sua mano su entrambi. Non si estende questo sull'abisso? Sapete che un ponte, per essere utile e utile, deve poggiare il suo arco molleggiante su una sponda e sull'altra. Fermarsi a metà strada rovina il ponte. La scala che viene sollevata deve toccare il punto in cui ti trovi e il luogo in cui ti troveresti. Così è Cristo l'uomo dei giorni. Egli impone la Sua mano su entrambe le parti. Con una mano Egli afferra Dio, perché Egli Stesso è Dio, e con l'altra si china fino ad afferrare l'uomo peccatore, perché Egli Stesso è uomo; e così ponendo la Sua mano su entrambe le parti, le porta entrambe a uno: Egli effettua un'unificazione, e "Dio è in Cristo che riconcilia a Sé il mondo". Oh, benedetto incontro! Buona riconciliazione! dove la misericordia e la verità si incontravano, e la giustizia e la pace si baciavano! Ancora: un mediatore per il peccato deve soffrire, e con le sue sofferenze deve saziare. Qui, di nuovo, la necessità per questo uomo di oggi di essere sia Dio che uomo. Se fosse stato solo Dio, non avrebbe potuto soffrire, e se fosse stato solo uomo, con tutte le sue sofferenze non avrebbe potuto soddisfare. Egli è Dio ed è l'uomo. Come uomo soffre, e come Dio sazia. Fratelli, che ne pensate di questo? Egli è l'uomo del giorno tra noi. E ora siamo in grado di contemplare Dio, non solo come il legislatore adirato ma, attraverso Cristo, come "misericordioso e clemente, lento all'ira e di grande benignità". Ora siamo nella nostra libertà cristiana, e nell'adozione di figli capaci di guardare Dio, non come vestito di tuono, non come se fosse cinto d'indignazione, non come rivestito di luce abbagliante, a cui nessuno può avvicinarsi, ma io posso guardarlo come un uomo come lo sono io, toccato dal sentimento delle mie infermità - "tentato in ogni cosa come siamo, ma senza peccato". Vedo in Lui non un padrone, ma un fratello; non un nemico, ma un amico; Non un giudice arrabbiato, ma un avvocato comprensivo, che mi difende. E qual è la Sua supplica? La nostra innocenza? No, no, Egli sa che siamo peccatori; Egli ammette il nostro peccato, lo ammette tutto; Non offre una sola parola di scusa o attenuante per la nostra colpa; ma Egli invoca la Sua giustizia, supplica le Sue sofferenze al posto nostro e la Sua morte in nostro favore. Egli è il sostituto, e come tale è l'uomo della giornata tra Dio e l'uomo. Egli impone la Sua mano su entrambi. (Robert Maguire, M.A.)

Il giorniere del peccatore:

Tutto ciò di cui un peccatore ha bisogno lo può trovare nel Salvatore

(I.) Il peccatore ha bisogno di un "uomo della giornata". Nulla, se non un senso di peccato, porterà mai un uomo in realtà a cercare un Salvatore

1.) Marco, la situazione in cui il peccatore si trova davanti al suo Dio: un criminale condannato

2.) Il peccatore non può perorare la propria causa

3.) Non c'è nessuno in giro che faccia amicizia con la sua causa

(II.) Viene fornito un "dayman". Il Vangelo è chiamato il "ministero della riconciliazione". Porta questo nome perché indica Gesù come il "giornato" del peccatore. Egli è adatto al carattere che sostiene, e adempie efficacemente l'ufficio

(III.) L'importanza del nostro interesse per questo "uomo della giornata". Egli non è il nostro "uomo della giornata" a meno che non lo abbiamo cercato. Dobbiamo venire a Lui, e deve essere per fede. L'interesse per Lui dovrebbe sicuramente essere cercato immediatamente. (G. Hadley.)

Il grande caso di arbitrato:

Il patriarca Giobbe, mentre ragionava con il Signore riguardo alla sua grande afflizione, si sentì in svantaggio e declinò la polemica, dicendo: "Non è un uomo, come lo sono io, perché io gli risponda e noi ci riuniamo in giudizio". Eppure, sentendo che i suoi amici stavano crudelmente travisando il suo caso, desiderava ancora diffonderlo davanti al Signore, ma desiderava un mediatore, un intermediario, che fungesse da arbitro e decidesse il caso. Ma ciò che Giobbe desiderava avere, il Signore lo ha provveduto per noi nella persona del suo caro Figlio, Gesù Cristo. C'è una vecchia disputa tra il Dio tre volte santo e i Suoi sudditi peccatori, i figli di Adamo

(I.) Prima di tutto, lasciatemi descrivere quali sono gli elementi essenziali di un arbitro, di un arbitro o di un dayman

1.) Il primo essenziale è che entrambe le parti siano d'accordo nell'accettarlo. Lascia che io venga a te, peccatore, contro il quale Dio ha posto la sua causa, e sottoponga la questione a te. Dio ha accettato Cristo Gesù come Suo arbitro nella Sua disputa. Lo nominò all'ufficio e lo scelse per questo prima di gettare le fondamenta del mondo. Egli è un compagno di Dio, uguale all'Altissimo, e può porre la Sua mano sul Padre Eterno senza timore perché Egli è teneramente amato dal cuore di quel Padre. Ma è anche un uomo come te, peccatore. Un tempo ha sofferto, ha avuto fame, sete e ha conosciuto il significato della povertà e del dolore. Ora, che ne pensi? Dio lo ha accettato; puoi essere d'accordo con Dio in questa faccenda, e accettare di prendere Cristo come tuo uomo di giorni? Vuoi che Egli prenda questo caso nelle Sue mani e faccia da arbitro tra te e Dio? perché se Dio lo accetta, e anche tu lo accetti, allora Egli ha una delle prime qualifiche per essere un uomo di giorni

2.) Ma, in secondo luogo, entrambe le parti devono essere pienamente d'accordo nel lasciare il caso interamente nelle mani dell'arbitro. Se l'arbitro non possiede il potere di risolvere il caso, allora l'arringa davanti a lui è solo un'opportunità per litigare, senza alcuna possibilità di giungere a una soluzione pacifica. Ora Dio ha affidato "ogni potenza" nelle mani di Suo Figlio. Gesù Cristo è il plenipotenziario di Dio ed è stato investito di pieni poteri di ambasciatore. Se il caso è risolto da Lui, il Padre è d'accordo. Ora, peccatore, la grazia muove il tuo cuore a fare lo stesso? Accetterai di mettere il tuo caso nelle mani di Gesù Cristo, il Figlio di Dio e il Figlio dell'Uomo? Ti atterrai alla Sua decisione?

3.) Inoltre, diciamo che per fare un buon arbitro o arbitro, è essenziale che sia una persona adatta. Se il caso fosse tra un re e un mendicante, non sembrerebbe esattamente giusto che un altro re debba essere l'arbitro, né un altro mendicante; Ma se si riusciva a trovare una persona che combinasse le due cose, che fosse sia principe che mendicante, allora un tale uomo poteva essere scelto da entrambi. Il nostro Signore Gesù Cristo soddisfa esattamente il caso. C'è una grandissima disparità tra l'attore e l'imputato, perché quanto è grande l'abisso che esiste tra l'eterno Dio e il povero uomo caduto? Come si può colmare questo problema? Ebbene, da nessuno, se non da uno che è Dio e che allo stesso tempo può diventare uomo. Ora, l'unico essere che può fare questo è Gesù Cristo. Egli può porre la Sua mano su di te, chinandosi su tutta la tua infermità e il tuo dolore, e può porre l'altra mano sull'Eterna Maestà, e pretendere di essere co-uguale con Dio e co-eterno con il Padre. Non vedi, dunque, la Sua idoneità? Non ci può certo essere un uomo di giornata più abile o più giudizioso del nostro benedetto Redentore

4.) Eppure c'è un altro elemento essenziale di un arbitro, e cioè che egli sia una persona desiderosa di portare il caso a una felice risoluzione. Nel grande caso che è pendente tra Dio e il peccatore, il Signore Gesù Cristo ha una sincera preoccupazione sia per la gloria di Suo Padre che per il benessere del peccatore, e che ci sia pace tra le due parti contendenti. La vita e lo scopo di Gesù Cristo sono fare la pace. Egli non si compiace della morte dei peccatori, e non conosce gioia più grande di quella di ricevere i prodighi nel Suo seno e di riportare le pecore perdute all'ovile. Tu vedi dunque, peccatore, come stanno le cose. Evidentemente Dio ha scelto l'arbitro più adatto. Quell'arbitro è disposto ad affrontare il caso, e tu puoi ben riporre tutta la fiducia in Lui: ma se vivrai e morirai senza accettarlo come tuo arbitro, allora, il caso andrà contro di te, non avrai nessuno da incolpare se non te stesso

(II.) E ora vorrò, con il tuo permesso, condurti nel tribunale dove si sta svolgendo il processo, e mostrarti il procedimento legale davanti al grande Daysman. "L'uomo, Cristo Gesù", che è "Dio sopra ogni cosa, benedetto in eterno", apre la Sua corte stabilendo i principi in base ai quali intende emettere il giudizio, e quei principi che ora cercherò di spiegare ed esporre. Esse sono duplici: in primo luogo, la giustizia rigorosa; e in secondo luogo, l'amore fervente. L'arbitro ha stabilito che, qualunque cosa accada, ci sarà piena giustizia, giustizia fino all'estremo, sia a favore che contro l'imputato. Intende prendere la legge nel suo aspetto più severo e severo, e giudicare secondo la sua lettera più severa. Non sarà colpevole di parzialità da nessuna delle due parti. Ma l'arbitro dice anche che giudicherà secondo la seconda regola, quella dell'amore fervente. Egli ama Suo Padre, e perciò non deciderà nulla che possa ottenere il Suo onore o disonorare la Sua corona. Egli ama così tanto Dio, l'Eterno, che permetterà che il cielo e la terra passino prima che ci sia una sola macchia sul carattere dell'Altissimo. D'altra parte, Egli ama così tanto il povero imputato, l'uomo, che sarà disposto a fare qualsiasi cosa piuttosto che infliggergli una punizione a meno che la giustizia non lo richieda assolutamente. Egli ama l'uomo con un amore così grande che nulla lo delizierà di più che decidere in suo favore, e sarà troppo contento se potrà essere il mezzo per stabilire felicemente la pace tra i due. Lasciate che la giustizia e l'amore si uniscano, se possono. Avendo così stabilito i principi del giudizio, l'arbitro invita poi l'attore a esporre il suo caso. Ascoltiamo mentre il grande Creatore parla. "Ascoltate, o cieli, e porgete l'orecchio, o terra, perché il Signore ha parlato, io ho nutrito e allevato figli." L'Eterno Dio ci accusa, e lasciatemi confessare subito, nel modo più giusto e più vero, di aver infranto tutti i Suoi comandamenti, alcuni di essi in azione, alcuni di essi in parole, tutti nel cuore, nel pensiero e nell'immaginazione. Egli ci accusa di aver scelto il male contro la luce e la conoscenza e di aver abbandonato il bene. Tutto questo, con calma e spassionatezza, secondo il grande Libro della legge, è posto sotto la nostra responsabilità davanti al Daysman. Nessuna esagerazione del peccato è portata contro di noi. Essendo stato così esposto il caso dell'attore, il convenuto è chiamato dal Daysman per il suo; e mi sembra di sentirlo mentre inizia. Prima di tutto, l'imputato peccatore tremante supplica: "Confesso l'accusa, ma dico che non potevo farci niente. Ho peccato, è vero, ma la mia natura era tale che non potevo fare altrimenti; Devo addossare tutta la colpa al mio cuore; Il mio cuore era ingannevole e la mia natura malvagia". L'Uomo dei Giorni stabilisce subito che questa non è una scusa qualsiasi, ma un'esasperazione, perché nella misura in cui si ammette che il cuore stesso dell'uomo è inimicizia contro Dio, questa è un'ammissione di malizia ancora più grande e di una ribellione ancora più nera. Poi l'imputato sostiene che, sebbene riconosca i fatti che gli vengono addebitati, tuttavia non è peggiore di altri trasgressori, e che ci sono molti nel mondo che hanno peccato più gravemente di lui. Il peccatore insiste inoltre che, sebbene abbia offeso, e offeso molto grandemente e gravemente, tuttavia ha fatto molte cose buone. È vero che non amava Dio, ma andava sempre in cappella. L'imputato non ha fine alle suppliche, perché il peccatore ha mille scuse; e vedendo che nient'altro va bene, comincia a fare appello alla misericordia del querelante, e dice che per l'avvenire farà meglio. Confessa di essere in debito, ma non farà più pagare le bollette in quel negozio. Che cosa deve fare ora il povero imputato? Questa volta è abbastanza battuto. Cade in ginocchio e con molte lacrime e lamenti grida: "Vedo come stanno le cose; Non ho nulla da eccepire, ma mi appello alla misericordia del querelante; Confesso di aver infranto i Suoi comandamenti; Riconosco di meritare la Sua ira; ma ho udito che Egli è misericordioso, e imploro il perdono libero e pieno". E ora arriva un'altra scena. Il querelante vedendo il peccatore in ginocchio, con gli occhi pieni di lacrime, risponde così: "Sono disposto in ogni momento a trattare con gentilezza e secondo amorevole gentilezza tutte le Mie creature; ma l'arbitro suggerirà per un momento che dovrei danneggiare e rovinare le Mie perfezioni di verità e santità; affinché io smentisca la mia stessa parola; che io metta in pericolo il mio trono; che io faccia sospettare della purezza della giustizia immacolata e faccia scendere la gloria della mia santità immacolata, perché questa creatura Mi ha offeso e ora brama misericordia? Non posso, non risparmierò i colpevoli; Ha offeso e deve morire! 'Com'è vero ch'io vivo, non provo piacere nella morte dell'empio, ma preferirei che egli si convertisse dalla sua malvagità e vivesse.' Tuttavia, questo "preferirei" non deve essere supremo. Io sono misericordioso e risparmierei il peccatore, ma sono giusto e non devo disdire le Mie parole. Ho giurato con un giuramento: 'L'anima che pecca morirà'. L'ho stabilito come una questione di fermo decreto: 'Maledetto chiunque non persevera in tutte le cose che sono scritte nel libro della legge per metterle in pratica'. Questo peccatore è giustamente maledetto, e deve inevitabilmente morire; eppure lo amo". L'arbitro si inchina e dice: "Sì; la giustizia esige che l'offensore muoia, e io non vorrei che Tu fossi ingiusto". L'arbitro, quindi, dopo una pausa per un po', si esprime così: "Sono ansioso che questi due siano riuniti; Io li amo entrambi: non posso, da una parte, raccomandare che mio Padre macchi il suo onore; D'altra parte, non posso sopportare che questo peccatore sia gettato eternamente all'inferno; Io deciderò il caso, e sarà così: pagherò alla giustizia di mio Padre tutto ciò che brama; Mi impegno che nella pienezza dei tempi soffrirò nella mia persona tutto ciò che il peccatore piangente e tremante avrebbe dovuto soffrire. Padre mio, vuoi tu resistere a questo?" L'Eterno Dio accetta l'orribile sacrificio! Sì, peccatore, e fece più che dirlo, perché quando venne la pienezza del tempo, tu conosci la storia. Ecco, quindi, l'arbitrato. Cristo stesso soffre; e ora devo porre la domanda: "Hai accettato Cristo?"

(III.) Diamo ora un'occhiata al successo del Daysman

1.) Per ogni anima che ha ricevuto Cristo, Cristo ha fatto una piena espiazione che Dio Padre ha accettato; e il Suo successo in questa faccenda è da rallegrarsi, prima di tutto, perché la causa è stata risolta in modo definitivo. Abbiamo conosciuto casi che vanno all'arbitrato, eppure le parti hanno litigato in seguito; Hanno detto che l'arbitro non ha deciso in modo giusto, o qualcosa del genere, e quindi l'intera questione è stata sollevata di nuovo. Ma, o diletto, la controversia tra un'anima salvata e Dio è risolta una volta per tutte. Non c'è più coscienza del peccato nel credente

2.) Ancora una volta, il caso è stato risolto secondo i migliori principi, perché, vedete, nessuna delle due parti può assolutamente contestare la decisione. Il peccatore non può, perché è tutta misericordia verso di lui: anche la giustizia eterna non può, perché ha avuto il suo dovuto

3.) Ancora una volta, il caso è stato risolto in modo tale che entrambe le parti sono ben soddisfatte. Non si sente mai un'anima salvata mormorare alla sostituzione del Signore Gesù

4.) E attraverso questo Daysman entrambe le parti sono arrivate ad essere unite nel più forte, più stretto, più caro e più caro vincolo di unione. Questa causa si è conclusa in modo tale che l'attore e l'imputato sono amici per la vita, anzi, amici attraverso la morte e amici per l'eternità. Che cosa meravigliosa è quell'unione tra Dio e il peccatore! Ultimamente abbiamo tutti riflettuto molto sul cavo atlantico. È un tentativo molto interessante di unire due mondi insieme. Quel povero cavo, si sa, ha dovuto essere affondato nelle profondità del mare, nella speranza di stabilire un'unione tra i due mondi, e ora siamo di nuovo delusi. Ma oh! quale meraviglia infinitamente più grande è stata compiuta. Cristo Gesù vide i due mondi divisi e il grande Atlantico della colpa umana che si muoveva in mezzo. Egli sprofondò profondamente nei guai dell'uomo finché tutte le onde e i flutti di Dio furono passati sopra di Lui, affinché Egli potesse essere, per così dire, la grande comunicazione telegrafica tra Dio e la razza apostata, tra il Santissimo e i poveri peccatori. Lascia che ti dica, peccatore, che non c'è stato alcun fallimento nella posa di quel cavo benedetto. (C. H. Spurgeon.)

Riferimenti incrociati:

Giobbe 9

 

2 Giob 4:17; 14:3,4; 25:4; 32:2; 33:9; 34:5; 1Re 8:46; Sal 130:3; 143:2; Rom 3:20

3 Giob 9:20,32,33; 10:2; 23:3-7; 31:35-37; 33:13; 34:14,15; 40:2; Is 57:15,16; Rom 9:20
Sal 19:12; 40:12; 1G 1:8; 3:20

4 Giob 9:19; 36:5; Sal 104:24; 136:5; Dan 2:20; 4:34-37; Rom 11:33; Ef 1:8,19; 3:10,20; Giuda 1:24,25
Giob 6:10; 15:23-27; 40:9; Eso 9:14-17; 14:17,18; Prov 28:14; 29:1; Dan 5:20-30; 1Co 10:22

5 Giob 28:9; Sal 46:2; 68:8; 114:6; Is 40:12; Abac 3:6,10; Zac 4:7; Mat 21:21; 1Co 13:2; Ap 6:14; 11:13
Nu 1:5,6; Zac 14:4,5; Mat 27:51; Lu 21:11; Ap 16:18-20

6 Is 2:19,21; 13:13,14; 24:1,19,20; Ag 2:6,21; Eb 12:26; Ap 20:11
Giob 26:11; 38:4-7; 1Sa 2:8; Sal 75:3; 114:7; Ger 4:24; Gioe 2:10

7 Eso 10:21,22; Gios 10:12; Dan 4:35; Am 4:13; 8:9; Mat 24:29
Giob 37:7; 38:12-15,19,20; Is 13:10; Ez 32:7; Lu 21:25,26

8 Giob 37:18; Ge 1:6,7; Sal 33:6; 104:2,3; Is 40:22; 42:5; 44:24; Ger 10:11; Zac 12:1
Giob 38:11; Sal 93:3,4; Mat 14:25-30; Giov 6:19

9 Giob 38:31,32-41; Ge 1:16; Sal 147:4; Am 5:8
Sal 104:3,13; At 28:13

10 Giob 5:9; 26:12-14; 37:23; Sal 71:15; 72:18; Ec 3:11; Is 40:26-28; Rom 11:33; Ef 3:20
Eso 15:11; Sal 136:4; Dan 4:2,3

11 Giob 23:8,9; 35:14; Sal 77:19; 1Ti 6:16

12 Giob 23:13; 34:29; Dan 4:35; Ef 1:11
Giob 11:10
Giob 33:13; Is 45:9; Ger 18:6; Mat 11:26; 20:15; Rom 9:18-20; 11:34

13 Giob 26:12; 40:9-11; Is 30:7; 31:2,3; Giac 4:6,7

14 Giob 4:19; 25:6; 1Re 8:27
Giob 11:4,5
Giob 23:4,7; 33:5

15 Giob 10:15; 1Co 4:4
Giob 5:8; 8:5; 10:2; 22:27; 34:31,32; 1Re 8:38,39; 2Cron 33:13; Ger 31:9; Dan 9:3,18
Giob 23:7; 1P 2:23

16 Sal 18:6; 66:18-20; 116:1,2
Giob 29:24; Eso 6:9; Giudic 6:13; Sal 126:1; Lu 24:41; At 12:14-16

17 Giob 16:14; Sal 29:5; 42:7; 83:15; Is 28:17; Ger 23:19; Ez 13:13; Mat 7:27; 12:20
Giob 1:14-19; 2:7,13
Giob 2:3; 16:17; 34:6; Sal 25:3; Giov 9:3; 15:25

18 Giob 7:19; Sal 39:13; 88:7,15-18; Lam 3:3,18
Giob 3:20; Lam 3:15,19; Eb 12:11

19 Giob 9:4; 36:17-19; 40:9,10; Sal 62:11; Mat 6:13; 1Co 1:25; 10:22
Giob 9:32,33; 31:35; 33:5-7

20 Giob 9:2; 4:17; 32:1,2; Sal 130:3; 143:2; Lu 10:29; 16:15
Giob 15:5,6; 34:35; 35:16; Prov 10:19; Is 6:5; Mat 12:36,37; Giac 3:2
Giob 1:1; Fili 3:12-15
Giob 33:8-13; Prov 17:20; 1Ti 6:5

21 Sal 139:23,24; Prov 28:26; Ger 17:9,10; 1Co 4:4; 1G 3:20
Giob 7:15,16,21

22 Ec 9:1-3; Ez 21:3,4; Lu 13:2-4

23 Giob 1:13-19; 2:7
Giob 4:7; 8:20; 2Sa 14:15,17; Sal 44:22; Ez 14:19-21; 21:13; Eb 11:36,37

24 Giob 12:6-10; 21:7-15; Sal 17:14; 73:3-7; Ger 12:1,2; Dan 4:17; 5:18-21; 7:7-28; Abac 1:14-17
2Sa 15:30; 19:4; Est 6:12; 7:8; Ger 14:4
Giob 24:25; 32:2

25 Giob 7:6,7; Est 8:14
Sal 39:5,11; 89:47; 90:9,10; Giac 4:14

26 Giob 39:27-30; 2Sa 1:23; Prov 23:5; Ger 4:13; Lam 4:19; Abac 1:8

27 Giob 7:13; Sal 77:2,3; Ger 8:18

28 Giob 21:6; Sal 88:15,16; 119:120
Giob 9:2,20,21; 14:16; Eso 20:7; Sal 130:3

29 Giob 9:22; 10:7,14-17; 21:16,17,27; 22:5-30; Sal 73:13; Ger 2:35

30 Sal 26:6; Prov 28:13; Is 1:16-18; Ger 2:22; 4:14; Rom 10:3; 1G 1:8

31 Giob 9:20; 15:6
Is 59:6; 64:6; Fili 3:8,9

32 Giob 33:12; 35:5-7; Nu 23:19; 1Sa 16:7; Ec 6:10; Is 45:9; Ger 49:19; Rom 9:20; 1G 3:20
Giob 13:18-23; 23:3-7; Sal 143:2

33 Giob 9:19; 1Sa 2:25; Sal 106:23; 1G 2:1,2
1Re 3:16-28

34 Giob 13:11,20-22; 23:15; 31:23; 33:7; 37:1; Sal 39:10; 90:11
Giob 29:2-25

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