Marco 10

1 CAPO 10 - ANALISI

1. Viaggio di Gesù Cristo in Perea. Questa visita alla Perea, o regione oltre il Giordano, abitate un tempo dalle tribù di Ruben, di Oad e dalla mezza tribù di Manasse, Gesù la fece dopo aver condotto a termine il suo ministerio in Galilea e mentre era in viaggio, per l'ultima volta, verso Gerusalemme. È probabile che durano per alcune settimane, fors'anco per qualche mese. (Vedi Analisi, I., Matteo 19:1).

2. Capziose domande dei Farisei sulla legge del divorzio. La legge cristiana intorno al divorzio. In risposta alla domanda se fosse lecito ad un uomo di mandar via la moglie, Gesù dapprima rimanda gli interrogatori suoi alla legge di Mosè; e quando essi ebbero specificati i passi da farsi in tali casi secondo la legge, dichiara che per la durezza dei loro cuori, Mosè era stato costretto a riconoscere e circondare di cautele legislative una pratica già esistente ed anteriore alla legge; ma che quel divorzio che essi praticavano, era al tutto contrario alla legge che Dio diede originariamente all'uomo subito dopo la creazione, e che deve sempre essere in vigore nella razza umana: "Ciò adunque che Iddio ha congiunto l'uomo nol separi". Poi quando si fu ritirato coi discepoli nella casa ove alloggiavano, egli spiegò loro la legge del suo regno su tale argomento, cioè che il divorato com'era praticato tra i Giudei, per mero capriccio, era proibito assolutamente; poiché, nel caso di successivo matrimonio, implicherebbe adulterio per tutte le parti interessate. Marco par che si contenti di attestare come il Salvatore condannasse con forza l'uso licenzioso e crudele che i Giudei facevano della legge del divorzio; ma, secondo Matteo Gesù stabilì espressamente questa legge pel suo popolo che cioè non è lecito al marito o alla moglie di far divorzio per altra causa o pretesto che l'infedeltà coniugale Marco 10:2-12.

3. Gesù riceve i piccoli fanciulli e li benedice. Durante, quel viaggio attraverso alla Perea, furono condotti a Gesù, dai loro genitori od altri parenti, dei piccoli fanciulli perché li benedicesse, dando con questo evidentemente a conoscere che lo riverivano qual profeta se non qual Messia, e che erano convinti che "molto può l'orazione del giusto fatta con efficacia" Giacomo 5:16. I discepoli mossi da falsi riguardi alla comodità del Maestro ne mossero rimprovero a quelle persone; ma non ci deve sorprendere che quel Gesù che avea così spesso preso i piccoli fanciulli, come esempio, affine descrivere le interne disposizioni dei veri suoi seguaci, ora riprenda il falso zelo dei suoi discepoli, e si rechi i fanciulli in braccio e li benedica. Benigno incoraggiamento è questo per tutti i genitori, perché sempre presentino i loro figliuoli a Cristo nella preghiera! Marco 10:13-16.

4. Visita del giovane ricco a Gesù. Tutto quanto è narrato in questo capitolo, eccetto l'ultimo incidente Marco 10:46-52, ebbe luogo in Perea; ma sembrerebbe dal modo in cui è introdotta la visita di questo giovine rettore, che non avvenisse contemporaneamente alla benedizione dei piccoli fanciulli, né nello stesso luogo. Questo giovane, conscio della sua costante e rigorosa osservanza dei precetti della legge di Mosè e orgoglioso della propria giustizia, pregò Cristo di assegnargli una qualche opera, facendo la quale ei potesse dimostrare ancor più manifestamente come e quanto ei meritasse la vita eterna. Egli avea bisogno d'imparare che non era così perfetto come si credeva di essere; e Gesù dopo avere enumerati i comandamenti della seconda tavola della legge (come quelli di più facile applicazione, siccome riferentisi all'uomo), e aver avuto in risposta, ch'ei li aveva tutti osservati fin dalla sua giovinezza, comandogli di compiere la somma di questi comandamenti; vendendo tutto quel che aveva e dandolo ai poveri. Un tal sacrifizio avrebbe provato davvero "ch'egli amava il prossimo come sé stesso"; ma la cupidigia del suo cuore non sostenne tale prova, ed ei "se ne andò dolente, perciocché avea di gran beni". Seguì da ciò una conversazione tra Cristo e i discepoli intorno ai pericoli che accompagnano le ricchezza e agli impedimenti alla salute provenienti dalle medesime; ed anche, in risposta ad una domanda di Pietro, intorno alla ricompensa che avrebbero ricevuto essi per tutto quello a cui avean rinunciato per amor suo Marco 10:17-31.

5. Terzo, e più completo annunzio della sua passione, morte risurrezione. Fino a qual punto i discepoli cominciassero ad intendere che il loro Signore dovea morire fra pochi giorni a Gerusalemme, non si vede chiaro; ma una cosa li colpì di profondo stupore, cioè il risoluto proposito con cui, dopo tale annunzio, Gesù rivolse francamente il viso a Gerusalemme, e la fretta con cui moveva incontro al proprio fato, come se provasse impazienza pel lento camminare dei suoi discepoli Marco 10:32-34.

6. Ambiziosa richiesta dei figliuoli di Zebedeo e risposta alla medesima. La riprensione fatta ai discepoli per la loro ambizione a Capernaum pare andasse perduta per Giacomo e Giovanni, i quali non cessavano di ambire gli impieghi ed onori più alti in quel regno temporale che le loro immaginazioni assegnavano al Messia, ed alle proprie modeste domande aggiunsero le sollecitazioni della madre perché nel regno suo l'un d'essi sedesse alla sua destra e l'altro alla sua sinistra. Il Signore dichiarò che avrebbero parte bensì nel suoi patimenti, né in guisa alcuna sarebbero defraudati della loro ricompensa; ma in quanto a quell'onore particolare, che essi ambivano, non stare a lui il darlo, ma esser serbato a coloro che il Padre suo aveva a ciò prescelti. Più non ci voleva ad eccitar tosto la gelosia degli altri discepoli; ma Gesù rimproverò di nuovo e condannò questa ambizione carnale, prevalente sì nelle corti dei re, ma del tutto estranea al suo regno spirituale, e pose davanti a loro il suo stesso esempio qual modello d'umiltà Marco 10:35-45.

7. Il cieco Bartimeo guarito a Gerico. Gesù e i suoi discepoli avean passato di nuovo il Giordano laddove è guadabile sotto Gerico, ed entravano in quella città, quando questo cieco che stava seduto sulla via, chiedendo l'elemosina, udendo chi era colui che passava, lo supplicò di restituirgli la vista; e sebbene la moltitudine gl'intimasse di tacere, continuò a gridare, supplicando Gesù, finché questi comandò che gli fosse menato e lo fece lieto concedendogli la grazia, dopo di che ei tenne dietro a Gesù Marco 10:46-53.

Marco 10:1-12. PARTENZA DEFINITIVA DALLA GALILEA. MINISTERO IN PEREA. DOMANDA INTORNO AL DIVORZIO Matteo 19:1-12; Luca 9:51

Per l'esposizione Vedi Matteo 19:1-12.

13 Marco 10:13-16. GESÙ RICEVE I PICCOLI FANCIULLI E LI BENEDICE Matteo 19:13-15; Luca 18:15-17

Per l'esposizione Vedi Luca 18:15-17.

17 Marco 10:17-31. RICORSO DEL RICCO GIOVANE A CRISTO. DISCORSO SUGGERITO DALLA DI LUI CONDOTTA E DALLA DOMANDA DI PIETRO INTORNO ALLA RICOMPENSA CHE SAREBBE DATA A COLORO CHE L'AVEANO SEGUITO Matteo 19:16-50; Luca 18:18-30

Il Ricco Rettore Marco 10:17-22

17. Or, come egli usciva fuori, per mettersi in cammino, un tale corse a lui;

Luca lo chiama un certo dei rettoti il che può significare un rettore della sinagoga, un membro del Sinedrio, un magistrato civile, o semplicemente un uomo distintissimo per censo e per rango. Non abbiamo quì più chiari indizi ad intendere chi fosse costui o qual fosse la sua condizione che non ce ne dia l'aggettivo eccellentissimo, ad intendere il rango e la posizione sociale di Teofilo Luca 1:8. Egli non viene più ricordato nei racconti evangelici, né altro sappiamo di lui se non che era ricchissimo. Probabilmente era uno dei capi o rettori di una sinagoga in Perea.

e, inginocchiatosi davanti a lui, lo domandò. maestro buono, che farò per ereditare la vita eterna?

Matteo "che bene farò io per aver la vita eterna?" Relativamente a quest'uomo son menzionate in questo versetto parecchie circostanze che sembrano promettere assai bene di lui, e che (se non fosse quel che viene in seguito) ci farebbero concludere ch'ei, non era lontano dal regno di Dio. Ei corse incontro a Gesù come se temesse di perdere l'occasione di consultarlo durante la sua visita da quelle parti. Giunto che fu a Gesù, tosto s'inginocchiò; non già, è vero, che lo riconoscesse per quel Messia, davanti a cui era predetto doversi "piegare ogni ginocchio" Isaia 45:23, ma in segno di ossequio, riverenza e umiltà verso il rinomato profeta di Nazaret. Arrogi che quest'omaggio lo offerse a Gesù non già in un segreto convegno, ma apertamente, davanti alla moltitudine. Egli s'inginocchiò sulla strada maestra, mostrando così di non avere né timore né vergogna di andare a lui. Il titolo che egli diede a Gesù, Maestro buono, se non era soddisfacente sotto il punto di vista dottrinale, pur non mancava di certa cortesia; mentre l'argomento sul quale procedette a consultare Cristo era il più importante che possa occupare i pensieri dell'uomo, cioè "la vita eterna", e provava esser egli dei credenti nelle grandi realtà di una gloriosa futura esistenza, e non già un incredulo come i Sadducei, che dicevano "che non vi è risurrezione, né angelo, né spirito" Atti 23:8. Ma per quanto bene promettano questi preliminari, il modo in cui è formulata la domanda (specialmente secondo l'esposto di Matteo), prendendolo in connessione con la susseguente sua dichiarazione di stima di sé stesso, dimostra chiaramente che questo ricorso fu fatto in uno spirito mondano, di fiducia nella propria giustizia e d'attaccamento al proprio volere. Il senso della domanda era questo: "Io finora ho prestato e continuerò a prestare una così minuta obbedienza alla legge in ogni cosa, che, secondo la mia intima persuasione, non potrei proprio far nulla di più per assicurare la mia eredità della vita eterna; ma se tu sai suggerirmi un qualche altro straordinario, splendido atto di virtù, non più udita, che possa esercitarsi da un mortale, ti sarò tenuto se mel dirai perché io possa compierlo tostamente".

PASSI PARALLELI

Matteo 19:16-30; Luca 18:18-30

Marco 9:25; Matteo 28:8; Giovanni 20:2-4

Marco 1:40; Daniele 6:10; Matteo 17:14

Marco 12:14; Giovanni 3:2

Giovanni 6:28; Atti 2:37; 9:6; 16:30; Romani 10:2-4

Giovanni 5:39; 6:27,40; Romani 2:7; 6:23; 1Giovanni 2:25

18 18. E Gesù gli disse: Perché mi chiami buono? niuno è buono ne non un solo cioè Iddio.

Basta un'occhiata a ciascuno dei sinottici per vedere che la risposta interrogativa fatta dal nostro Salvatore è identica in tutti. Sennonché alcuni dei critici moderni hanno sostituito al textus receptus in Matteo, le parole seguenti: Perché mi chiedi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Questo cangiamento non può tacciarsi d'arbitrario, perché è sostenuto dall'autorità del Codice Vaticano, del Sinaitico e d'altri due MSS. unciali (D e L), nonché di tre MSS. corsivi, come pure dall'antica versione Italica, dalla Volgata, e dalla Menfitica. Ma anche ammesso il peso di queste autorità, la prova esterna in favore del testo di Matteo, così come sta, e come corrisponde col testo indubbiamente genuino di Marco e di Luca, è più che contrabbilanciata da altre prove; poiché quantunque l'unico altro MS. di data antichissima (A) manchi di questo passo, lo hanno il Codex Ephraemi rescriptus (C), e tutti gli altri MSS. noti degli Evangeli, come pure lo hanno le traduzioni Pesheita, Filossenica, e Tebana, le quali risalgono ad una grande antichità. La prova interna in suo favore poi è affatto decisiva, imperocché l'altra lezione: "Perché mi chiedi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono", evidentemente non risponde punto alla domanda: "Che bene qual cosa buona, farò?" o se risponde, rispondo esser inutile il domandare quali cose buone possano fare gli uomini, imperocché un solo è buono, cioè Iddio; eppure Gesù si fa tosto ad enumerare quali siano queste cose buone! Di più non c'è mai stato dubbio alcuno intorno alla genuinità del testo di Marco e Luca. Qual fu lo scopo del Signore in questa sua domanda: "Perché mi chiami buono?" ecc. Intendeva egli forse mettere in dubbio il diritto suo di esser chiamato buono? Giovanni 10:11, ovvero insegnare che in nessun senso una tal parola può applicarsi ad altri che a Dio? Certissimamente no Matteo 12:35; 25:21; Atti 11:24. Questo giovane, benché s'inginocchiasse davanti a Gesù, non avea nemmen la più lontana idea ch'egli fosse il Messia, e si fu nell'intento di risvegliare l'attenzione di lui su questo punto, che, prima di rispondere alla sua domanda, Gesù gli chiese in qual senso egli lo chiamasse buono, poiché niuno è assolutamente buono eccetto solo Iddio. Come un semplice complimento egli la rifiutava; il giovine rettore la usava ei dunque nel senso in cui veramente era appropriata per Gesù? Lungi dal prestare alcun appoggio all'errore sociniano, nostro Signore, con tale domanda, segnatamente lo riprova, come riprova qualunque altro sistema che neghi la sua Divinità. Viene a dire insomma a quel giovine che egli ricusa d'esser meno a pari con gli altri maestri terreni e con gli altri tutti a cui il mondo dà il titolo di buoni; e siccome non resta altra specie di bontà che la bontà suprema la quale appartiene a Dio, Gesù evidentemente dichiara di possedere anche questa poiché non respinge un tale epiteto. Avendogli porto così il filo che riflettendovi sopra potea condurlo a riconoscere il vero suo carattere, Gesù passa tosto a rispondere alla domanda del giovane. (Il Professore Alexander però suppone che nostro Signore abbia di mira la doppia applicazione della parola buono che trovasi nelle parole a lui rivolte dal giovane, e dice: "Il senso della risposta può esser allora quel che segue. 'Voi chiedete che bene abbiate a fare, e venite a me come ad uno che insegna che cosa è bene, ed è in grado d'informarvene; ma in tal caso, perché non andate a dirittura a Dio? Egli solo è assolutamente buono, la volontà sua è la regola del bene per tutte le sue creature, e tale volontà è espressa nei suoi comandamenti'. Su questi comandamenti Gesù richiama più espressamente l'attenzione del rettore nel versetto che segue. La bontà di nostro Signore medesimo e la sua divinità non entrano per nulla, in quella risposta, la quale per conseguenza non le afferma né le nega").

PASSI PARALLELI

Matteo 19:17; Luca 18:19; Giovanni 5:41-44; Romani 3:12

1Samuele 2:2; Salmi 36:7-8; 86:5; 119:68; Giacomo 1:17; 1Giovanni 4:8,16

19 19. Tu sai i comandamenti:

Matteo: "Ora, se tu vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti. Colui gli disse: Quali? E Gesù disse: Questi. Non uccidere", ecc.

Non commettere adulterio. Non uccidere. Non furare. Non dir falsa testimonianza. Non far danno ad alcuno.

non defraudare 1Corinzi 6:8; 7:5. Alcuni han creduto trovare in quell'ultimo inciso una citazione del Levitico 19:13; ma il fatto stesso, che Gesù stava enumerando i dieci comandamenti (o almeno quelli contenuti in una delle tavole di pietra), basta a confutare una tale teoria. Le parole: Non defraudare, dànno in compendio il decimo comandamento, imperocché il concupire sta alla radice del defraudare, e seguendo immediatamente l'ottavo e il nono comandamento, completano il contenuto della seconda tavola. Luca non comprende il decimo comadamento nella sua enumerazione, e Matteo l'esprime nella sua forma positiva e universale con le parole "Ama il tuo prossimo come te stesso" cioè "tu non sentirai o agirai inverso il tuo prossimo egoisticamente o in guisa alcuna in cui non vorresti che il tuo prossimo agisse e sentisse inverso te".

Onora tuo padre, e tua madre.

L'ordine del Decalogo non è osservato da Cristo nel citare questi comandamenti, altrimenti qualcuno dei sinottici l'avrebbe certamente conservato, laddove invece nemmeno si accordano l'uno con l'altro nell'ordine che seguono. Merita attenzione il fatto che Gesù non si riferisce punto alla prima tavola della legge, e che non cita nemmen uno dei quattro primi comandamenti che trattano dei doveri e del culto che dobbiamo rendere a Dio, ma solo a quelli che riguardano i nostri doveri verso il prossimo. E la ragione facilmente s'intende. I primi non si sarebbero prestati all'esame di coscienza in modo così decisivo come questi ultimi, poiché uno può facilmente illudersi immaginandosi di temere e amare Iddio; ma non può immaginarsi di amare il prossimo, se gli ruba, o l'uccide, o dice falsa testimonianza contro di lui. Inoltre, nostro Signore, con questa scelta, usò il metodo più sicuro e adatto al caso di quel giovane, in quanto che questi par che fondasse in modo speciale la propria speranza di salvazione sulla cura che metteva ad osservare i comandamenti della seconda tavola della legge; sicché quando fosse stato convinto di deficienza anche in questi, non ci voleva meno della più strana illusione per continuare a lusingarsi di adempiere perfettamente ai più alti doveri inverso Dio.

PASSI PARALLELI

Marco 12:28-34; Isaia 8:20; Matteo 5:17-20; 19:17-19; Luca 10:26-28; 18:20

Romani 3:20; Galati 4:21

Esodo 20:12-17; Deuteronomio 5:16-24; Romani 13:9; Galati 5:14; Giacomo 2:11

1Corinzi 6:7-9; 1Tessalonicesi 4:6

20 20. Ed egli, rispondendo, gli disse: maestro, tutte queste cose ho osservato fin dalla mia giovinezza.

Il giovane rettore era perfettamente sincero in questa dichiarazione. L'osservanza esteriore di questi comandamenti che inculcavano i dottori farisaici ei l'avea certamente praticata, e nulla meno abbiamo in lui un esempio notevolissimo d'inganno di se stesso e una conferma della dichiarazione di Paolo: "Or l'uomo animale non comprende le cose dello Spirito di Dio, perciocché gli sono pazzia, e non le può conoscere, conciossiaché si giudichino spiritualmente" 1Corinzi 2:14. Ei mostrò così di conoscer della legge nulla più della lettera di quella, e di non sapere che la perfetta e perpetua ubbidienza, da essa richiesta, si estende ai pensieri, alle disposizioni e agli affetti, non meno che alle azioni esterne. Purtroppo, anche ai nostri giorni, non v'è penuria di sedicenti Cristiani che, al pari di questo giovane rettore, ignorano l'estensione e la spiritualità della legge morale! Secondo Matteo, egli aggiunse: "Che mi manca egli ancora?" le quali parole sembrano tradire un sospetto, latente nel segreto dell'animo suo, che cioè questa sua osservanza della legge fosse un modo troppo facile di arrivare al cielo, e che per ciò si richiedesse qualche opera di più, la quale Gesù fosse in grado di suggerirgli.

PASSI PARALLELI

Isaia 58:2; Ezechiele 5:14; 33:31-32; Malachia 3:8; Matteo 19:20; Luca 10:29; 18:11-12

Romani 7:9; Filippesi 3:6; 2Timoteo 3:5

21 21. E Gesù, riguardatolo in viso, l'amò;

Che senso dobbiamo noi dare a questa notevolissima dichiarazione? C'è un amore d'approvazione e di compiacimento con cui Gesù riguarda i suoi redenti, i suoi rigenerati; c'è un amore di benevolenza ch'egli porta, anche prima che si convertano, a quelli che gli son dati dal Padre per esser salvati a suo tempo; e c'è un amore di compassione che porta ai miseri e a quelli che sono perduti. L'amore che Gesù sentì per questo giovane fu senza dubbio di quest'ultima specie, misto anche a quell'amor naturale, umano, che dovea destare la di lui sincerità e franchezza, la ma moralità, e l'interessamento sincero (così diverso dalla ipocrisia dei Farisei), che manifesta per le cose divine, sebbene infine si ritraesse dal Redentore. "È questa una lezione", dice Brown, "per coloro che non sanno veder nulla di amabile fuorché nei rigenerati!" "Si può supporre", dice Scott, "che Gesù sentisse per lui quel tenero riguardo che provano i pii ministri, del vangelo inverso taluni delle loro congregazioni i quali si dimostrano d'indole amabile, morale e benevola, e tuttavia destituiti della vera religione".

e gli disse: Una cosa ti manca;

Gesù non intese già dichiarare che gli mancava una sola cosa per essere perfetto, ma parla secondo le idee del suo interlocutore. Un meno savio maestro avrebbe cercato di mostrargli l'error suo, sviluppando la spiritualità della legge e accusandolo di non averla veramente osservata; ma il Salvatore ebbe ricorso ad un metodo del tutto diverso e infinitamente più saggio, per fargli conoscere lo stato suo colpevole e la sua debolezza. L'insegnamento, migliore e più abile (sia morale o spirituale che intellettuale), è quello che non dice espressamente al discepolo quanto questi ha bisogno di sapere, ma sì lo aiuta a trovarlo da sé. Matteo ci ricorda un'altra parola di Cristo che si adatta esattamente a quelle che precedono: "Se tu vuoi esser perfetto". Non si deve intendere qui una perfezione assoluta, che fa sì che l'uomo sia senza peccato. Paolo usa costantemente la medesima parola per denotare una pietà progredita, maturata, in contrasto con quella dei "bambini in Cristo" Ebrei 6:1; vedi pure Nota Matteo 5:48.

va, vendi tutto ciò che tu hai, e dallo ai poveri; e tu avrai un tesoro nel cielo; poi vieni, e, tolta la tua croce, seguitami.

Il comando in questo vers. si divide in due parti, che si possono considerare separatamente, ma che sono inseparabili quando si tratta della salute d'un peccatore. Il "vendere tutto quanto uno possiede e darlo al poveri", è prova sufficiente di sincerità; ma è soltanto col venire a Gesù e prender la croce e seguirlo, che l'uomo può esser salvato. Il rinunziare a tutto per amor di Cristo e al comando di Cristo, non era che la condizione e il primo passo per essere ammesso tra i suoi discepoli Matteo 10:38; Luca 14:26-27. Gli uomini sono generalmente troppo proclivi a non badare a questo, a dar soverchia importanza alla prima parte del comandamento e troppo poca alla seconda. L'unica via che, in quei tempi, fosse aperta ad un pio Ebreo di dedicare i suoi beni al servigio di Dio, oltre la proporzione richiesta pel servigio del tempio e pei Leviti, era il distribuirli ai poveri. La Chiesa cristiana e le Missioni cristiane non avean per anco aperti quei vasti e profondi canali in cui possono ora versarsi i nostri doni al Signore. Non siamo d'accordo con lo Stier, secondo il quale, nostro Signore, affin di mettere a più dura prova il giovane rettore, passerebbe con queste parole ad esaminarlo sull'osservanza della prima tavola della legge (che si riassume nel primo e gran comandamento: "Amerai il Signor Iddio tuo con tutto il tuo cuore, ecc." Matteo 22:37-38), comandandogli di sacrificare i suoi idoli, cioè le sue ricchezze, e di dimostrare che non le amava più di Dio. Quando uno è pronto a fare un tal sacrifizio ad un semplice cenno di Cristo, è prova evidente che, per la grazia divina, è stato già impiantato nel suo onore l'amor supremo di Dio. Ciò è incontrastabile. Ma chi consideri questo comando semplicemente come destinato ad aprire gli occhi del rettore e fargli, conoscere come miseramente egli ingannasse se medesimo, non saprebbe vedere perché nostro Signore dovesse passare dalla seconda tavola della legge, alla prima; al contrario, secondo noi, un tal cangiamento parrebbe indicare che nostro Signore confermasse in certa guisa l'orgogliosa stima che quel giovane facea di se stesso riguardo all'osservanza dei comandamenti ch'erano stati citati da Cristo; mentre invece il rifiuto di "vendere tutto quanto possedeva e darlo al poveri" dovea convincerlo di mancamento in ciò stesso intorno a che più si confidava imperocché il sommario della seconda tavola della legge è questo: "Ama il tuo prossimo come te stesso" Matteo 22:39. La promessa: "Tu avrai un tesoro in cielo", annessa al comando: "Va e vendi tutto ciò che tu hai", fu da alcuni interpretata in scusa favorevole alla dottrina che l'uomo si salvi pei propri meriti; ma erroneamente, poiché equivale al dire: "Va e vendi tutto ciò che hai, non aspettando nulla in contraccambio o in compenso, nella vita presente, ma solo nella futura", cosa che invece di diminuire, accresce il rigore del comando. L'ultima parte di esso: "Poi vieni, e tolta la tua croce, seguitami", è la continuazione della prova a cui Cristo mette il giovine rettore, e ne differisce solo in quanto alla forma. Nel primo inciso la prova è presentata come un rinunziare alle ricchezze e agli agi della terra, onde far del bene agli altri; in questo, la prova consiste nel soffrire gli stenti e le persecuzioni che incontra il discepolo di Cristo, per la sua causa. Questo soffrire ci è presentato sotto la figura del portare la sua croce, figura che ci è divenuta cotanto familiare negli scritti degli Apostoli, come quella che significa patimenti, abnegazione e sacrifizio per amore di Cristo. In una parola, il Signore mettendo, per dir così, la mano sulle sue ricchezze e dicendogli: "Ridalle a me", rivelò a quel giovane la cupidità del suo cuore.

PASSI PARALLELI

Marco 6:20,26; Matteo 19:22; 27:3,24-26; Luca 18:23; 2Corinzi 7:10; 2Timoteo 4:10

Genesi 13:5-11; Deuteronomio 6:10-12; 8:11-14; Giobbe 21:7-15; Ezechiele 33:31; Matteo 13:22

Luca 12:15; Efesini 5:5; 1Timoteo 6:9-10; 1Giovanni 2:15-16

22 22. Ma egli, attristato di quella parola, ne andò dolente; perciocché avea di gran beni.

Si trattava per lui di decidere se era pronto ad accettare Cristo come sua "vita", sua "porzione", sua "smisuratamente grande ricompensa!" L'amor suo per Gesù, il suo desiderio della vita eterna eran talmente forti ch'ei fosse pronto a farsi povero come un mendico, al suo comando? E la risposta del suo cuore fu almeno sincera, sebbene purtroppo negativa. La parola del Salvatore gli avea trapassata come una freccia la coscienza. Si rannuvolò in volto, e, senza altre parole, si ritrasse afflitto, ma incapace di rinunziare alle sue ricchezze e si suoi beni, anche per salvare l'anima sua. Triste spettacolo, che troppo spesso si ripete, un uomo che scientemente fa naufragio in quanto all'anima, per amor delle fuggevoli ricchezze con cui lo tenta il mondo!

PASSI PARALLELI

Marco 6:20,26; Matteo 19:22; 27:3,24-26; Luca 18:23; 2Corinzi 7:10; 2Timoteo 4:10

Genesi 13:5-11; Deuteronomio 6:10-12; 8:11-14; Giobbe 21:7-15; Ezechiele 33:31; Matteo 13:22

Luca 12:15; Efesini 5:5; 1Timoteo 6:9-10; 1Giovanni 2:15-16

23 23. E Gesù, riguardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: Quanto malagevolmente, coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio! 24. E i discepoli sbigottirono per le sue parole. E Gesù da capo replicò, e disse loro: Figliuoli, quanto malagevole cosa è, che coloro che si confidano nelle ricchezze ne entrino nel regno di Dio.

Marco narra questo fatto più circostanziatamente di Matteo o Luca, sebbene entrambi questi due ci dian la sostanza di quanto disse il Signore. Rivolgendo gli occhi dal giovane che si allontanava, Gesù volse intorno lo sguardo ai discepoli, e vestì in parole il pensiero che avea in mente, esser cioè assai malagevole per coloro che son ricchi l'entrare nel regno di Dio. A questa dichiarazione, i discepoli furon compresi d'un sentimento di poco grata sorpresa e probabilmente lasciarono travedere sul loro viso il dubbio, lo sgomento e l'incredulità. Nostro Signore adunque si fece tosto a spiegare che questa difficoltà pei ricchi d'entrare in cielo, non nasceva già dal semplice possesso delle ricchezze, ma dal confidarsi in esse, cioè dal porvi compiacimento come valevoli a procurare ogni sorta di godimenti; o dall'esser fatto schiavo dall'amore di esse, come se costituissero il sommo bene dell'uomo. Il buon uso delle ricchezze, ben lungi dal mettere ostacolo all'entrata dei ricchi in cielo, può servire ad assicurar loro colassù una grande ricompensa Luca 16:9; ma l'amore disordinato delle ricchezze, e la cupidigia di esse è, pur anco nei più poveri, una insormontabile barriera all'entrare in cielo. Paolo fa la stessa distinzione che fa quì il suo Maestro tra il posseder denaro e l'idolatrarlo: "Ma coloro che vogliono arricchire, caggiono in tentazione, ed in laccio, ed in molte concupiscenze insensate, e nocive, le quali affondano gli uomini in distruzione, e perdizione. Perciocché la radice di tutti i mali è l'avarizia (letteralmente l'amore del denaro); alla quale alcuni datisi, si sono smarriti dalla fede, e si sono fitti in molte doglie" 1Timoteo 6:9-10. Ora le parole dei Signore: Coloro che confidano nelle ricchezze (ver. 24), considerate insieme con quelle di Paolo: "l'amore del denaro", e "cupidi di arricchire", indicano così chiaramente l'idolatria del cuore per le ricchezze, che non occorre far altro che additare un tale stato dell'animo or giustificare la dichiarazione di nostro Signore: "quanto malagevol cosa è che coloro entrino nel regno di Dio". Soltanto a conferma di quanto fa detto, si meditino le seguenti parole di Paolo: "L'avarizia che è idolatria" Colossesi 3:5; "Non v'ingannate; né i fornicatori, né gli idolatri non erederanno il regno di Dio" 1Corinzi 6:9-10. Ma anche laddove questo amore della ricchezze non assume la forma dell'idolatria, metto pur sempre molti ostacoli nella via della salute a quelli che le posseggono. Così, per esempio, anche solo a spenderle (se pur si spendono), l'animo rimane, troppo spesso con grave pregiudizio, occupato e distratto; anche solo ad accumularle (qualora si accumulino), il cuore si contrae ed indurisce: forniscono esse innumerevoli occasioni e tentazioni al lusso e ad ogni maniera di sensuali godimenti; circondano l'uomo di adulatori e non lo lasciano avvicinare liberamente da coloro che più potrebbero giovargli; tendono a renderlo contento di quaggiù e a fargli cercare il suo riposo e la sua porzione la questa vita; accrescon lusinghe ad un mondo già troppo lusinghiero addossano una gravissima responsabilità al loro possessore e aiutano a gonfiarlo d'orgoglio e di falsa fiducia in sé stesso, per cui più non sente vivo bisogno d'altra cosa per esser felice. Nostro Signore specifica "L'inganno delle ricchezze" tra "le spine" che soffocano la parola del vangelo quando essa è stata seminata nel cuore, Vedi Nota Marco 4:19.

PASSI PARALLELI

Marco 3:5; 5:32

Matteo 19:23-26; Luca 18:24; 1Corinzi 1:26; Giacomo 2:5; 4:4

Marco 10:15; Matteo 18:3; Giovanni 3:5; 2Pietro 1:11

Matteo 19:25; Luca 18:26-27; Giovanni 6:60

Giovanni 13:33; 21:5; Galati 4:19; 1Giovanni 2:1; 4:4; 5:21

Giobbe 31:24-25; Salmi 17:14; 49:6-7; 52:7; 62:10; Proverbi 11:28; 18:11; 23:5

Geremia 9:23; Ezechiele 28:4-5; Habacuc 2:9; Sofonia 1:18; Luca 12:16-21; 16:14

1Timoteo 6:17; Giacomo 5:1-3; Apocalisse 3:17

25 25. agli è più agevole che un cammello passi per la cruna d'un ago, che un ricco entri nel regno di Dio.

Un cammello che passa per la cruna d'un ago, era proverbio usitatissimo tra gli Ebrei, per significare una cosa assai difficile o totalmente impossibile. Ughtfoot (citato da Foote), Kitto, ecc. ne somministrano delle prove assai concludenti, come per esempio: "Niuno ha mai veduto fiorire una palma d'oro, o un cammello passar per la cruna di un ago" ed anche: "Tu sei forse uno della Pombeditha (scuola giudaica in Babilonia), che sai far passare un elefante per la cruna d'un ago". Quel proverbio si trova nelle stesse parole nel Corano (cap. 7:87), ed anche oggidì è comune in Oriente. Teofilatto, e dietro a lui alcuni commentatori greci, sostituiscono la parola funis nauticus, gomena di nave, a cammello, supponendo esser quest'ultima parola uno sbaglio; ma non si può addurre autorità alcuna a sostegno di tale sostituzione, la quale fu lasciata da lungo tempo in abbandono, Vedi Nota Matteo 7:13. Avendo spiegato ai suoi discepoli nel vers. precedente chi dovevano intendere per i "ricchi", Gesù dichiara loro, una seconda volta, con questo proverbio così espressivo, la difficoltà estrema, anzi la quasi impossibilità che tali persone entrino nel regno di Dio.

PASSI PARALLELI

Geremia 13:23; Matteo 7:3-5; 19:24-25; 23:24; Luca 18:25

26 26. Ed essi vie più stupivano, dicendo fra loro: Chi può adunque esser salvato?

Matteo "sbigottirono forte". Questa domanda i discepoli non la rivolsero a Cristo, ma, l'uno all'altro, mostrando così di riconoscersi personalmente interessati in quel che avea detto allora il Maestro. Non dicono: Qual ricco può esser salvato (che ciò non sarebbe altro che un insulso eco delle parole del loro Signore), ma bensì: qual uomo, ricco o povero, ch'egli sia? Forse sentivano (come suggerisce lo Stier) che l'amor del mondo e il desiderio di arricchire può trovarsi in fondo al cuore anche dei più poveri, e da questo proveniva forse la difficoltà che provavano ad accettare la dichiarazione di Cristo. Non è improbabile che la coscienza li accusasse di ambire i primi posti, le ricchezze e gli onori nell'immaginario regno temporale del Messia, e li spingesse a domandarsi gli uni agli altri, qual profitto ne verrebbe loro dal possedere tutte queste cose, se avean bene intese le parole del loro Maestro? Ma l'idea che diè origine a questa esclamazione è più probabilmente questa: "Se la salute eterna è affare così malagevole, impossibile pei ricchi, per chi dunque è possibile?" i discepoli con le loro idee giudaiche intorno al merito delle elemosine e dei sacrifizi, e al carattere terreno del regno messianico, dovean supporre naturalmente che fosse più facile al ricco, al sicuro dalle tentazioni della povertà e provvisto di tali mezzi di fare il bene, d'entrar nel regno, che non al povero.

PASSI PARALLELI

Marco 6:51; 7:37; 2Corinzi 11:23

Luca 13:23; 18:26; Atti 16:31; Romani 10:9-13

27 27. E Gesù, riguardatili, disse: Appo gli uomini è impossibile, ma non appo Dio; perciocché ogni cosa è possibile appo Dio.

Matteo "Questo è impossibile appo gli uomini" ecc. La risposta di nostro Signore si riferisce in modo speciale alla salute di cui avean pur dinanzi discorso gli apostoli. Son è in potere dell'uomo l'operare in sé stesso, o produrre in un altro, quel cangiamento del cuore che ci dispone ad accettare Cristo come nostro unico tesoro, e ad abbandonare ogni cosa per lui; quella "nuova creazione" è sublime e gloriosa prerogativa di Dio Giovanni 1:12,18; Efesini 2:8. Fra tutti i vizi, l'avarizia è quello che più fortemente si abbarbica al cuore, che più lo allontana da Dio e ne distrugge tutti i migliori sentimenti, assoggettandolo ad abbietta idolatria, e nondimeno, anche un tal cuore può esser rinnovato dalla grazia e dalla potenza di Dio, quando piaccia così a Colui che è "potente a salvare". "Ogni cosa è possibile appo Dio!" Giobbe 42:2; Geremia 32:17; Luca 1:37. Qual conforto in ogni tribolazione! Quale incoraggiamento a pregare per coloro la cui salvazione è il desiderio angoscioso dei nostri cuori!

PASSI PARALLELI

Genesi 18:13-14; Numeri 11:21-23; 2Re 7:2; Zaccaria 8:6; Matteo 19:26; Luca 18:27

Giobbe 42:2; Geremia 32:17,27; Luca 1:37; Filippesi 3:21; Ebrei 7:25; 11:19

28 28. E Pietro prese a dirgli: Ecco, noi abbiamo lasciata ogni cosa, e ti abbiam seguitato.

Matteo ci dà la domanda con cui Pietro conclude questa osservazione: "Che ne avrem dunque?" Con quell'acume intellettuale per cui distinguevasi fra tutti gli altri apostoli, Pietro comprende tosto che se quelle grandi ricompense doveano ottenersi, non già coll'ambire ricchezze ed onori (come avean fatto sino allora), bensì col rinunziare a tutto e seguir Gesù, allora, tanto lui che gli altri discepoli, avean adempiuto alle condizioni richieste; epperciò con quella ruvida franchezza che gli è abituale, non esita punto a chiedere: "Che ne avrem mi dunque?". Altri, dal modo con cui il Signore rispose alla domanda, concludono che fosse fatta in tutta semplicità. Checché ne sia, la cosa enunciata era un fatto incontrovertibile; gli Apostoli, nella loro povertà, non avean molto da lasciare; i battelli, le reti, i salarii le case e le famiglie, eran "ogni cosa" per loro, e tutte queste avean lasciato per seguir Gesù. Se non era tutto amore per lui che li avea mossi da principio, se v'eran misti dei calcoli terreni, il Signore ebbe compassione della presente loro debolezza e di ciò non li riprese. Il "Consolatore", venuto che fosse, li avrebbe purificati d'ogni bassa lega terrena.

PASSI PARALLELI

Marco 1:16-20; Matteo 19:27-30; Luca 14:33; 18:28-30; Filippesi 3:7-9

29 29. E Gesù rispondendo, disse: Io vi dico in verità, che non vi è alcuno che abbia lasciata casa, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, e moglie, o figliuoli, e possessioni, per amor di me, e dell'evangelo; 30. Che ora, in questo tempo, non ne riceva cento cotanti, case, e fratelli, e sorelle e madre, e figliuoli, e possessioni, con persecuzioni; e, nel secolo a venire, la vita eterna.

Questi versetti meritano bene d'esser studiati seriamente. Si osservi che nostro Signore non redarguisce come impertinente la domanda di Pietro; egli è prontissimo a rispondere in modo tale che valga a consolare ed invigorire non solo i dodici, ma tutto il suo popolo fino alla fine dei tempi, in mezzo a tutti i sacrifizii che possono esser chiamati a fare per amor suo. "Non vi è alcuno che abbia lasciato" ecc. Si osservi che questo annunzio è preceduto dalla solita forma solenne asseverativa, che lo dichiara immutabile, come lo stesso Figliuol di Dio: "Io vi dico in verità!" Si osservi altresì che la specificazione è completa al punto da comprendere ogni maniera di sacrifizio che l'uomo possa esser chiamato a fare, come sarebbero case, terre, l'amore dei parenti più prossimi e più cari; e Gesù, nella sua bontà, dichiara che nessun tale sacrifizio sarà senza la sua ricompensa. Finalmente si osservi che non è promesso semplicemente un sostegno nelle afflizioni ed una liberazione finale nella vita eterna, ma è promesso un compenso di "cento cotanti, ora, in questo tempo", e "la vita eterna nel secolo a venire". In relazione a quanto potrebbero aver da lasciare i discepoli di Cristo, il Lange fa la seguente distinzione, la quale è più ingegnosa che solida: "La menzione dei gradi di parentela trovasi fra quella delle case e quella delle possessioni, e per conseguenza la parola casa non indica, in questo passo, possessione, ma discendenza genealogica, nazionalità, patria o fede avita. Abbiamo così nel testo tre classi di sacrifizi: il primo dei quali è il più difficile, cioè quello della casa, nel senso più esteso della parola; poi quello dei congiunti; e finalmente quello delle possessioni". Il miglior commento del lasciare i parenti, per amor del vangelo, si trova nella dichiarazione fatta da nostro Signore medesimo Matteo 10:21-23,34-37, intorno all'inimicizia che produrrebbero le dottrine del vangelo nei cuori sì dei Giudei che dei pagani, contro i loro più prossimi congiunti che le avessero abbracciate. La stessa inimicizia si manifesta sovente anche al giorno d'oggi, sciogliendo i più stretti legami di affetto e risvegliando nei cuori non convertiti lo sprezzo e l'odio contro i congiunti, non per altra cagione che Cristo e il vangelo! Ma anche laddove l'affetto è più sincero, si può esser costretto, dall'appello del dovere, a lasciare i parenti più prossimi, la patria, la professione, per andar missionario tra i gentili; ovvero, in paesi papisti si può essere imprigionati, o esiliati per aver osato circolare la Bibbia o predicare Cristo quale unica giustizia dei peccatori. Ma ogni qual volta si sian così lasciati i possedimenti o gli amici, semplicemente per amore del regno di Dio e non per capriccio, passione o spirito irrequieto; ogni qual volta si sia fatto il sacrifizio di siffatti beni solo perché non possono ritenersi in buona coscienza; ogni qual volta si rinunzi, non già all'adempimento dei doveri verso i parenti, ma alle gioie domestiche, per non tradire i nostri doveri inverso Cristo, è certo che sarà adempita la misericordiosa sua promessa del ver. 30. Tale promessa è chiaro che non può sempre esser presa alla lettera, come se promettesse cento case invece di una, o cento madri, sorelle ecc. per una a cui si è rinunciato (sebbene il caso di Giobbe 42:10-17 non sia un caso affatto eccezionale); ma si ha da intendere che, anche nel tempo presente e in mezzo alle persecuzioni da sopportarsi per Cristo, questi compenserà a cento doppi, con beni temporali o spirituali, i segnaci suoi, per quanto avranno perduto. Questo compenso può consistere nella restituzione di quello che era stato lor tolto con violenza, o nel ritrovare l'affetto dei congiunti e degli amici, divenuti anch'essi discepoli di Gesù, ed in conseguenza doppiamente cari, poiché alla parentela secondo la carne si è aggiunto il legame potente della fratellanza in Cristo; può consistere anche nel suscitar loro altri amici che li assistano e li confortino: in ogni caso, poi, la promessa è adempita nella pace che prova la coscienza nella comunione colla gloriosa Trinità; nella perfetta fiducia nella di lui provvidenza per riguardo a tutti i bisogni temporali; nella liberazione dalle ansiose cure, e nell'affetto e simpatia di tutti quelli che amano i servitori per amor del loro Signore. Nota il Conder che questa promessa del Signore "fu adempiuta dallo spirito d'amore che unì la Chiesa primitiva a guisa di una vasta famiglia, e ai miseri cristiani perseguitati diede e fratelli e sorelle e casa ovunque si trovavano altri cristiani; e dalla vigile provvidenza di Dio che non mancò mai di sopperire al loro bisogni", Confr. Atti 28:10; Romani 16:2,13; Filippesi 4:16,18; 1Timoteo 4:8. Secondo Marco, nostro Signore aggiunge "con persecuzioni"; il che non vuol dire che queste persecuzioni siano inevitabili risultanze dei benefizi resi a cento doppi, ma che, in mezzo alle persecuzioni ed alle perdite che ogni vero cristiano ha da soffrire in questo mondo per la causa di Cristo, questi benefizi son da lui largiti quali compensi ed equivalenti. Tutto poi queste promesse di benedizioni in questa vita, comunque preziose, sono ecclissate dalla gran promessa della "vita eterna", con tutte le ricchezze di gloria e felicità che comprende. Paolo fa un breve ma eccellente commento di questa dichiarazione di Cristo laddove dice: "La pietà è utile ad ogni cosa, avendo la promessa della vita presente e della futura" 1Timoteo 4:8. Marco e Luca han ricordata la promessa del Signore solo nella sua forma generale, com'è applicabile a tutti i suoi veri credenti fino alla fine dei secoli; ma Matteo, che era presente ed aveva un interesse personale nella domanda di Pietro, non ha tralasciato di ricordare, inoltre, la risposta del Signore in quanto riferivasi personalmente ai dodici: "Io vi dico in verità, che nella nuova creazione, quando il Figliuol dell'uomo sederà sopra il trono della sua gloria, voi ancora, che mi avete seguitato, sederete sopra dodici troni, giudicando le dodici tribù d'Israele". L'ordine delle parole nel testo Greco è: voi che mi avete seguitato nella nuova creazione quando il Figliuol, ecc. La parola palingenesia, nuova creazione si può applicare tanto a quel che precede quanto a quel che segue, ma la virgola collocata prima o dopo, porta una differenza notevole nel senso. Ilario tra i Padri, ed Erasmo e Calvino in tempi a noi più vicini, uniscono tale parola a quel che precede, e secondo quella lezione, il senso sarebbe questo: "Voi che foste con me durante il mio pubblico ministero, mentre che io introducevo sulla terra il mio regno spirituale o la nuova dispensazione (palingenesia), sederete sopra troni quando il Figliuol dell'uomo sederà" ecc. Ma la gran maggioranza degl'interpreti (e Diodati con loro) uniscono (a ragione secondo noi) la parola palingenesia a quel che segue, e allora il senso delle parole è questo: Nella rigenerazione, quando il Figliuol dell'uomo sederà sul trono della sua gloria, voi pure che mi avete ora seguito (come Pietro lo avea dichiarato), sederete, ecc. La parola palenginesia s'incontra solo un'altra volta nel Nuovo Testamento Tito 3:5, ed ivi si riferisce al gran cambiamento spirituale prodotto nel peccatore dallo Spirito Santo, il quale cambiamento si chiama "una nuova creazione" ossia "esser nato di nuovo"; ma qui sembra equivalente a i tempi del ristoramento Atti 3:21; a "la liberazione dalla servitù della corruzione nella libertà della gloria dei figliuoli di Dio" Romani 8:21, ed a nel secolo avvenire Marco 10:30. Non è difficile ritrovare il nesso tra questi due sensi della parola. Il rinnovamento interno non è che il principio d'un procedimento che deve estendersi dappertutto e diffondersi con potenza rigeneratrice, in tutti i rapporti della vita sociale; che ha da trasfigurare lo stesso frale corporeo in condegna abirazione d'uno spirito immortale; che deve anzi abbracciare tutto quanto il dominio della natura esteriore, e rivestirla della gloria incorruttibile di una nuova creazione. In connessione a questa palingenesia ossia "nuova creazione", la promessa del Signore ai suoi discepoli è che "sederanno sopra dodici troni" (mostrando così che non sarà lasciato vacante il posto di Giuda, sebbene questi abbia ad esser reietto), "giudicando (o governando), le dodici tribù d'Israele", per la quale denominazione, tolta in prestanza dal patto levitico, vuolsi intendere tutta la Chiesa cristiana. Ora per noi che crediamo questa nuova creazione esser cominciata con l'effusione dello Spirito Santo nel giorno della Pentecoste, è verità indubitata, che da quel tempo in poi, gli Apostoli, per mezzo dei loro scritti e delle loro istituzioni, hanno governata tutta la Chiesa di Cristo, e continueranno a governarla finché rimane militante sulla terra, e in questo senso fu avverata la promessa. Ma, oltre a ciò, nostro Signore parla d'un onore ancor più alto, che ad essi è serbato nel mondo glorioso dell'oltretomba, imperocché "la rigenerazione" di cui parla qui, corrisponde al tempo "quando Il Figliuol dell'uomo sederà sopra il trono della sua gloria", cioè al tempo del giudizio universale alla fine del mondo, ed alla dispensazione di gloria che verrà allora instaurata. Alcuni, appoggiandosi al 1Corinzi 6:2, suppongono che gli Apostoli saranno, nel giudizio finale, assunti ad assessori del gran Giudice di tutti; ma siccome Gesù non si degnò di darci una spiegazione intorno a ciò, così è presuntuoso non meno che inutile l'andar speculando in che abbia a consistere un tale onore. Ci basti sapere che dopo tutti gli onori che Cristo ha loro concessi dinanzi alla Chiesa sulla terra, onori ancor più grandi son loro apparecchiati nella Chiesa in cielo.

PASSI PARALLELI

Genesi 12:1-3; 45:20; Deuteronomio 33:9-11; Luca 22:28-30; Ebrei 11:24-26

Marco 8:35; Matteo 5:10-11; 10:18; 1Corinzi 9:23; Apocalisse 2:3

2Cronache 25:9; Salmi 84:11; Proverbi 3:9-10; 16:16; Malachia 3:10; Matteo 13:44-46

Luca 18:30; 2Corinzi 6:10; 9:8-11; Filippesi 3:8; 2Tessalonicesi 2:16; 1Timoteo 6:6; 1Giovanni 3:1

Apocalisse 2:9; 3:18

Matteo 5:11-12; Giovanni 16:22-23; Atti 5:41; 16:25; Romani 5:3; Giacomo 1:2-4,12; 5:11

1Pietro 4:12-16

Giovanni 10:23; Romani 6:23; 1Giovanni 2:25

31 31. Ma molti primi saranno ultimi, e molti ultimi saranno primi.

Può darsi che nel concludere questa conversazione nostro Signore avesse in vista il caso del giovane rettore da cui era cominciata, il quale, sebbene paresse così vicino al regno, di Dio, si era ritratto, tornando indietro alle lusinghe del mondo. Ma, in ogni caso questo versetto contiene un'ammonizione a tutti i discepoli di Cristo che, non già secondo l'estensione o l'ostentazione dei loro sacrifizi per Cristo, ma bensì secondo l'intensità di essi, saranno da lui retribuiti i compensi e i premii, Vedi Nota Matteo 19:30.

PASSI PARALLELI

Matteo 8:11-12; 19:30; 20:16; 21:31; Luca 7:29-30,40-47; 13:30; 18:11-14

Atti 13:46-48; Romani 9:30-33

RIFLESSIONI

1. Il caso del giovane rettore contiene per noi un importante ammaestramento, che possono cioè esistere naturali attrattive ed eccellenze senza che il cuore abbia subito verun cangiamento salutare. È cosa dolorosa il pensare che le grazie naturali e la grazia che è soprannaturale non vanno sempre di conserva. È rattristante il trovare la grazia di Dio associata in alcuni ad un carattere scortese, acerbo, severo e burbero. Vi è in tale congiunzione una grande incongruità, ed è, per usar le parole di Salomone, come "un monile d'oro nel grifo d'un porco" Proverbi 11:22. D'altra parte, è triste il veder completamente stranieri alla grazia di Dio coloro che si raccomandano per grazie naturali. La nostra natura, sebbene non santificata, presenta bei saggi dell'umanità in genitori affettuosi, dolci figliuoli, amorosi fratelli, ed amici fedeli nell'ora del pericolo. Non dobbiamo far poco conto di tali grazie naturali in coloro che non sono convertiti, e tanto meno disprezzarlo; ma le grazie naturali non si devono confondere con la nuova nascita, né possono, per quanto grandi, compensarne la mancanza Giovanni 3:8.

2. La cecità di spirito e l'orgoglio del cuor carnale si dimostrano in ogni età col voler l'uomo guadagnarsi il cielo coi suoi proprii meriti. Questo rettore conosceva, per familiare usanza, i sacrifizi simbolici propiziatorii coi quali Jehova insegnava alla antica Chiesa che "senza spargimento di sangue non si fa remissione dei peccati" Ebrei 9:22, e non può aversi l'accesso al cielo; pur nondimeno, quasiché ignorane completamente tutte queste cose, cerca ottenere la vita eterna con la propria ubbidienza al comandamenti di Dio, e financo col fare opere supererogatorie. L'insegnamento della Chiesa di Roma conduce naturalmente tutti i suoi seguaci in questo stesso errore. Ma che dire, di coloro che fin dalla fanciullezza hanno avuto per le mani la Parola di Dio; ai quali Cristo fu sempre presentato quale unica propiziazione pel peccato; che hanno intima cognizione intellettuale di quella solenne dichiarazione di Paolo: "Perciocché niuna carne sarà giustificata dinanzi a lui per l'opera della legge; conciossiaché per la legge sia data conoscenza del peccato" Romani 3:20; eppure, mettendo da parte tutto queste cose, si confidano nella loro propria giustizia per eredare la vita eterna?

3. Quale sia la benevolenza del cuore naturale verso, il prossimo si vede pure spiccatamente dalla stima che questo rettore faceva delle obbligazioni della legge morale. Secondo la cognizione che avea della legge, egli potea dire con tutta sincerità: "Tutte queste cose ho osservate fin dalla mia giovinezza", essendogli stato insegnato a considerare l'ubbidienza alla legge come ristretta alla mera osservanza della lettera dei comandamenti. Egli non aveva alcuna idea che si estendesse ai pensieri e agli intenti del cuore; che la legge contro l'omicidio includesse gl'irosi sentimenti del cuore; che la legge contro l'adulterio comprendesse gli sguardi lascivi Matteo 5:28; che la legge contro il furto vietasse anche la cupida brama delle cose altrui Romani 7:7. Paolo confessa tale essere stato il concetto, che anch'egli faceasi della legge, infino a che lo Spirito di Dio gli aperse gli occhi dell'anima: "E tempo fu, che io senza la legge, era vivente; ma essendo venuto il comandamento, il peccato rivisse ed io morii" Romani 7:9. Si è perché gli uomini non guardano anche in oggi che alla lettera della legge, e ignorano completamente come essa si estenda ai pensieri dell'animo e ai sentimenti del cuore, che si illudono nell'idea che, pur che si mettano seriamente a volerla osservare, son sicuri di meritare il cielo. Si provino coloro che son sinceri, anche per un solo giorno, ad applicare lealmente e senza alcuna eccezione i dieci comandamenti a tutti i lor pensieri e sentimenti, non meno che a tutte le loro azioni, e svanirà in essi completamente ogni speranza di giustizia per l'osservanza della legge.

4. Iddio mette alla prova gli uomini così nel dar loro le ricchezze, come assegnando loro in sorte un'estrema povertà. Del sicuro nelle ricchezze non mancano lacci insidiosi come pur non ne mancano in tutte le altre condizioni della vita; pur vi furono e vi sono moltissimi che per la grazia di Dio hanno imparato, ad usarle senza abusarne, amministrandolo quali fattori che sanno di doverne render conto a Dio, per la sua gloria e pel bene dei loro simili. Non si deve concludere dal comando che Cristo diede a questo giovane che il cristianesimo miri a togliere ogni distinzione di stati e condizioni della vita, come vorrebbero darci a credere taluni, imperocché il Nuovo Testamento contiene molte esortazioni ai ricchi come ai poveri intorno ai loro doveri nei loro stati rispettivi 1Timoteo 6:17-19. Si è l'amore delle ricchezze, l'idolatrarle nel cuore, che costituisce il loro vero pericolo, esponendoci ad essere esclusi dal cielo; e i poveri che agognano avidamente le ricchezze che non hanno, sono esposti a questo pericolo non meno di quelli che nacquero in seno all'opulenza. Facciam nostra la preghiera di Agur: "Allontana da me vanità e parole di bugia; non mandarmi povertà né ricchezze; cibami, del mio pane quotidiano, che talora io non mi satolli e ti rinneghi e dica: Chi è il Signore? che talora altresì io non impoverisca e rubi, e usi indegnamente il nome dell'Iddio mio" Proverbi 30:8-9.

5. Impariamo dal giovane rettore che anche un solo idolo che si serbi in cuore può rovinare un'anima per sempre. Nostro Signore, che sa quel che è nell'intimo dell'uomo, mostra alfine al suo interrogatore il peccato di cui è schiavo. Quella stessa voce scrutatrice che disse alla donna samaritana. "Va e chiama tuo marito" Giovanni 4:16, dice al giovane rettore, "Va e vendi tutto ciò che tu hai e dallo ai poveri". Tal comando scuopre il punto debole del suo carattere, ed è manifesto che, con tutto le sue brame di vita eterna, c'era una cosa ch'egli amava più dell'anima sua, e quella era il suo denaro. Ecco una prova di più della verità che "l'amor del denaro è la radice d'ogni male!" 1Timoteo 6:10. Questo giovane dobbiamo rammemorarlo, ponendolo allato a Giuda, Anania, Saffira e Dema, ed imparare a guardarci dalla cupidità. Oimè! è uno scoglio su cui migliaia e migliaia fanno naufragio continuamente. Proviamo adunque noi stessi, meditando questo passo. Siamo noi onesti e sinceri nel professare di voler essere veri Cristiani? Abbiamo noi rinunziato a tutti i nostri idoli? Non c'è alcun peccato occulto a cui ci teniamo stretti in segreto e a cui ricusiamo di rinunziare? Non c'è cosa o persona alcuna che in cuor nostro amiamo più di Cristo e delle anime nostre? La vera spiegazione dello stato così poco soddisfacente di molti uditori del vangelo è nella loro spirituale idolatria. Quanto è necessaria l'ammonizione di Giovanni: "Guardatevi dagl'idoli!" 1Giovanni 5:21.

6. C'è qualche cosa di molto incoraggiante nella promessa che Cristo fa d'una piena ricompensa a tutti quelli che fanno dei sacrifizi per amor suo. Da pochi è richiesto, al giorno d'oggi, se si eccettuino quelli che si convertono tra i pagani, di abbandonare case, congiunti e possessioni a motivo della loro religione. Eppure son pochi i veri Cristiani che non abbiano a passare per molte prove, più o meno dolorose, se sono veramente fedeli al loro Signore. Lo scandalo della Croce non è cessato ancora. Le derisioni, il ridicolo, le beffe, e le persecuzioni in famiglia sono bene spesso quel che tocca ai credenti. Chi voglia attenersi coscienziosamente ai precetti del vangelo di Cristo si vede spesso venir meno il favore del mondo, e pericolare il posto o l'impiego. Quanti sono esposti a prove di tal fatta si confortino nella promessa contenuta in questi versetti. Gesù previde il loro bisogno e volle che in queste parola trovassero consolazione. Egli può suscitarci degli amici i quali ci siano più che compenso per quelli che perdiamo. Cristo può aprirci dei cuori assai più caldi e delle case assai più ospitali di quelli che chiudonsi a noi. Soprattutto Cristo può dare pace alla coscienza, interna gioia, fulgide speranze e contentezze tali che sopravanzino di gran lunga a qualunque gradito oggetto terreno di cui abbiamo fatto getto per amore di lui. Egli ha impegnata la sua parola reale che così sarà e niuno mai trovò in fallo quella parola. Fidiamo adunque in essa, e sgombriamo ogni timore.

32 Marco 10:32-34. TERZO ANNUNZIO DEI PATIMENTI, DELLA MORTE E DELLA RISURREZIONE DI CRISTO Matteo 20:17-19; Luca 18:31-34

32. Or essi erano per cammino, salendo in Gerusalemme; e Gesù andava innanzi a loro, ed essi erano spaventati, e le seguitavano con timore.

Questo annunzio ebbe luogo in Perea poco prima che passarono il Giordano. Gli altri sinottici lo ricordano, ma Marco è il solo che ci riveli in queste parole lo zelo e la fermezza di proposito con cui Gesù, apprestandosi la Pasqua, si rimise in cammino verso Gerusalemme. Salivano con loro a Gerusalemme le turbe Matteo 20:31, e probabilmente i discepoli camminavano di conserva colla carovana che progrediva lentamente verso la santa città; ma Gesù andava innanzi ad essi, come se fosse impaziente di tale indugio. C'era in quel suo camminare e nel suo aspetto, qualche cosa che mostrava aver egli la mente preoccupata dei prossimi eventi e indicava con quanto ardore anelasse di giungere sulla scena della sua passione. Quella preoccupazione e quell'ardore li esprime Luca 12:50, con queste parole: "Ora io ho ad essere battezzato d'un battesimo; e come sono lo distretto finché sia compiuto!" Sapendo che il Sinedrio era risoluto di torgli la vita, e fors'anche ricordandosi delle precedenti dichiarazioni del loro Maestro medesimo, che egli doveva essere arrestato dagli stessi suoi concittadini e messo a morte, i suoi discepoli furon prima compresi di "stupore" per quella sua impazienza d'andare a Gerusalemme e poscia di "timore" o penosa apprensione di pericolo sia per lui che per loro medesimi. C'è qualche cosa di sublime nel quadro che abbiamo qui del Salvatore che si affretta verso la morte mentre gli Apostoli osano appena seguirlo.

Ed egli, tratti di nuovo da parte i dodici, prese a dir loro le cose che gli avverrebbero,

Le parole "da parte" si riferiscono alla moltitudine, dalla quale voleva per un certo tempo appartare i suoi discepoli; mentre le parole "di nuovo" riferisconsi alle occasioni precedenti in cui Cristo, qual profeta, avea già predetta la sua morte ai suoi Apostoli Marco 8:31; 9:31.

PASSI PARALLELI

Matteo 20:17-19; Luca 18:31-34

Zaccaria 3:8; Luca 9:51; Giovanni 11:8,16

Marco 4:34; Matteo 11:25; 13:11; Luca 10:23

33 33. Dicendo: Ecco, noi sagliamo in Gerusalemme

Luca: "e tutte le cose scritte dai profeti intorno al Figliuol dell'uomo saranno adempiute".

e il Figliuol dell'uomo sarà dato nelle mani dei principali sacerdoti, e degli Scribi; ed essi lo condanneranno a morte, e la metteranno nelle mani dei Gentili;

Questa predizione esprime, più distintamente delle precedenti, che Gesù sarebbe fatto morire in seguito ad una condanna giudiziale, e contiene, per la prima volta, la circostanza espressa che i gentili si sarebbero alleati coi Giudei contro di lui; in altre parole, che le due gran divisioni della razza umana che egli veniva a salvare con la sua morte, avrebber parte ciascuna nello effettuarla. Dal racconto degli Evangelisti noi sappiamo che questa predizione fu compita alla lettera.

PASSI PARALLELI

Atti 20:22

Marco 8:31; 9:31; Matteo 16:21; 17:22-23; 20:17-19; Luca 9:22; 18:31-33

Luca 24:6-7

Marco 14:64; Matteo 26:66; Atti 13:27; Giacomo 5:6

Marco 15:1; Matteo 27:2; Luca 23:1-2,21; Giovanni 18:28; 19:11; Atti 3:13-14

34 34. I quali lo scherniranno, e lo flagelleranno, e gli sputeranno addosso, e l'uccideranno; ma nel terzo giorno egli risusciterà;

Vedi Marco 15:15-20,23; 16:6,9. Sembra impossibile che gli Apostoli non dovessero intendere queste parole, eppure Luca 18:34 dichiara: "Essi non compresero nulla di queste cose, anzi questo ragionamento era loro occulto, e non intendevano le cose ch'eran loro dette". Questa mancanza d'intendimento non nasceva da difficoltà alcuna che presentasse il senso letterale delle parole, ma dalla interpretazione che essi ne facevano. Se essi davano a queste parole un senso puramente mistico o figurato, la loro perfetta chiarezza non giovava a niente; e questa è probabilmente la vera spiegazione, imperocché, tenendo per certo che Gesù dovesse avere un regno terreno, come mai avrebbero potuto accettarle nel senso letterale? Che essi fossero così tenacemente attaccati all'idea popolare di un Messia, esente dal patire può sorprenderci, ma cresce oltre ogni dire il peso della testimonianza che resero poscia a colui che qual Salvatore morì in croce per noi.

PASSI PARALLELI

Marco 14:65; 15:17-20,29-31; Salmi 22:6-8,13; Isaia 53:3; Matteo 27:27-44

Luca 22:63-65; 23:11,35-39; Giovanni 19:2-3

Marco 14:63; Giobbe 30:10; Isaia 50:6; Matteo 26:67

Salmi 16:10; Osea 6:2; Giovanni 1:17; 2:10; Matteo 12:39-40; 1Corinzi 15:4

RIFLESSIONI

1. Notiamo che Gesù ebbe fin dal principio chiara prescienza della sua passione. Egli ne descrisse ai discepoli le principali circostanze, fin da quando era in Perea, e se fossero stati in grado di sostenere l'annunzio, avrebbe potuto farlo, con precisione eguale, anche quando parlò loro, per la prima volta in Galilea, di quel che avrebbe a patire. Non ci fa nulla d'involontario e d'impreveduto nella morte di nostro Signore, la quale fu il risultato della sua scelta libera, determinata e ponderata; e la forza dell'amor suo che ci redense, si mostrò in questo, che mai non rifuggì da essa né cercò dilazionarla, quantunque sapesse la maledizione che aveva a subire. Fin dal principio del suo ministero terreno, si vide davanti la croce e le andò incontro volenteroso. Sapeva la sua morte dover essere il prezzo del riscatto dell'uomo. Tale pagamento egli avea pattuito e s'era impegnato ad eseguire al prezzo del proprio sangue. E così, quando venne il tempo stabilito, come fedele mallevadore mantenne la sua parola e morì pei nostri peccati sul Calvario. Sia sempre da noi benedetto Iddio che nel vangelo ci offre un Salvatore così fedele ai termini del patto, così pronto a patire, così volenteroso d'esser "fatto peccato e maledizione in vece nostra" 2Corinzi 5:21; Galati 3:13. Non dubitiamo che quegli che adempì all'impegno suo di patire, adempirà anche al suo impegno di salvare tutti quelli che vengono a lui. Accettiamolo dunque lietamente per nostro Redentore ed Avvocato, e doniamo noi stessi e tutto quanto abbiamo pel servigio suo. Del sicuro, se Gesù fu contento di morire per noi, non è troppo pretendere da un Cristiano che egli viva per lui!

35 Marco 10:35-45. RICHIESTA AMBIZIOSA DEI FIGLIUOLI DI ZEBEDEO. RISPOSTA DI CRISTO Matteo 20:20-28

35. E Giacomo, e Giovanni, figliuoli di Zebedeo, si accostarono a lui, dicendo: Maestro, noi desideriamo che tu ci faccia ciò che chiederemo. 36. Ed egli disse loro: Che volete che io vi faccia?

Matteo: "Allora la madre dei figliuoli di Zebedeo si accostò a lui coi suoi figliuoli, adorandolo e chiedendogli qualche cosa". Non c'è difficoltà alcuna a porre d'accordo i due Evangelisti su questo punto. La presenza di Salome si spiega naturalmente, sia con l'ipotesi ch'ella fosse con le turbe che venivano dalla Galilea per celebrare la Pasqua in Gerusalemme, le quali aveano ora raggiunta la piccola compagnia di Gesù e dei suoi Apostoli sulla strada all'E. del Giordano; ovverosia con l'altra, ancor più probabile, che quella eletta di pie donne che ministravano alle necessità del Salvatore in Galilea (del numero delle quali era anch'ella) l'avesse, a tale oggetto, seguito anche in Perea. Salome era il nome della moglie di Zebedeo (Confr. Marco 15:40; 16:l; Matteo 27:56); ella era, secondo noi sorella di Maria, la madre di nostro Signore (Vedi Nota Matteo 13:55); e la prossima parentela, secondo la carne, in cui così si trovava con Gesù, toglie all'incidente che vien quì narrato, quella apparenza di presunzione e indelicatezza, che, ignorando questo, il più dei lettori son disposti ad attribuire a Salome. Credendo che il di lei nipote, secondo la carne, fosse il Messia, quel re potentissimo che dovea far risorgere dalle sue ruine il trono di Davide, e innalzarlo a gloria ancor maggiore dell'antica, ben s'intende come l'affetto materno dovesse farle concludere che, per ragione di consanguineità col sovrano, i posti primarii nel suo regno appartenessero di diritto ai di lei figliuoli; laonde, senza veruna esitanza, acconsentisse ad accompagnarli alla presenza di Cristo, e lo richiedesse di voler dare ascolto alla domanda che i suoi figliuoli bramavano di fargli, ma ch'essi, dopo il rimprovero che Gesù avea mosso, non molto prima, ai discepoli perché disputavano intorno a terrene preminenze, non avrebbero osato proporre essi stessi. Uno studio attento dei racconti di Matteo e di Marco lascia supporre che Salome si limitasse a schiudere la via ai figliuoli suoi, dichiarando che aveano una domanda da fare; quantunque Marco, con la sua solita brevità, metta in bocca a lei tutto il discorso. Che se anche non voglia menarsi buona questa ragione, pur sempre, la differenza tra i due racconti non è maggiore di quelle che perpetuamente si riscontrano nelle narrazioni di uno stesso evento, riferendosi, bene spesso, come fatto da taluno per se, ciò che invece, parlando accuratamente, egli fece per alterum. In ogni caso, entrambi gli Evangelisti ci dicono che la risposta del Signore fu diretta non già alla madre ma ai figli. Giacomo e Giovanni, temendo un rifiuto, cercano di legare anticipatamente Gesù per mezzo di una promessa, ma più cauto che non fossero Salomone 1Re 2:20, ed Erode Marco 6:23, in analoga circostanza, e sapendo perfettamente qual sarebbe l'oggetto della loro domanda, il Signore insistè perché l'esponessero chiaramente, prima di dar loro alcuna risposta, e ciò per loro convincimento e correzione.

PASSI PARALLELI

Marco 1:19-20; 5:37; 9:2; 14:33

Matteo 20:20-28

2Samuele 14:4-11; 1Re 2:16,20; 1Re 3:5-15; Giovanni 15:7

37 37. Ed essi gli dissero: Concedici che, nella tua gloria,

Matteo "nel tuo regno", evidentemente quel glorioso regno temporale del Messia, che essi pur sempre sognavano.

noi seggiamo, l'uno alla tua destra, l'altro alla tua sinistra.

Può darsi che la promessa data poco prima da nostro Signore, in risposta a Pietro Matteo 19:28, suggerisse loro di fare questa domanda; tuttavia sembra inesplicabile che la facessero subito dopo l'ultimo annunzio, così circostanziato, dei suoi patimenti e della sua morte, a meno che non si ammetta, come più sopra fu accennato, che intendessero un tale annunzio in senso figurato, e non già letteralmente. Alcuni cercano la ragione di questa richiesta nell'onore che Gesù conferì a Giacomo ed a Giovanni, collocando questi a tavola, il più vicino alla sua persona Giovanni 13:23,25; 21:20, e trattando quelli come uno dei tre discepoli prediletti; ma, secondo il nostro modo di vedere, c'era una ragione assai più probabile nella loro consanguineità con Cristo. Quel che ambivano così ardentemente, pensando avervi diritto più degli altri discepoli, erano le cariche le più alte nel regno temporale del Messia, affinché su di essi cadesse un riflesso della sua gloria. Era l'espressione per parte di questi discepoli di ambizione baldanzosa e di egoismo presuntuoso.

PASSI PARALLELI

Marco 16:19; 1Re 22:19; Salmi 45:9; 110:1

Marco 8:38; Matteo 25:31; Luca 24:26; 1Pietro 1:11

38 38. E Gesù disse loro: voi non sapete ciò che vi chieggiate;

Dopo una risposta così mansueta e misericordiosa, i due apostoli avrebbero potuto dire con Paolo: "Ma misericordia mi è stata fatta, perciocché io lo feci ignorantemente, non avendo fede!" 1Timoteo 1:13. "Invece delle distinzioni e degli onori che ambite, voi chiedete in realtà dolori e martirii, che tali cose s'aspettano maggiormente a chi m'è più vicino".

potete voi bere il calice il quale io berrò, ed esser battezzati del battesimo del quale io sarò battezzato?

Il calice, col suo contenuto, è una figura d'uso frequentissimo nella Sacra Scrittura per denotare talvolta la sorte felice, ma più frequentemente l'avvenire doloroso che aspetta, per volere di Dio, gli individui, le nazioni o chiese (Vedi Salmi 11:6; 16:5; 73:10; 75:9; 116:13; Isaia 51:17; Geremia 25:15; Ezechiele 23:31; Apocalisse 14:20). Altrove, nostro Signore usa questa figura a denotare i patimenti e l'angoscia a cui stava per sottoporsi egli stesso, in ubbidienza al suo Padre celeste, qual propiziazione per noi Marco 14:36; Luca 22:42, e nella presente occasione i fratelli intendessero benissimo che, servendosene, alludeva ai patimenti che egli tra breve avrebbe incontrati, sebbene non avessero la più lontana idea della vera natura di essi. La medesima idea di patimenti è contenuta pure nell'altra figura di un battesimo od immersione che il Signore congiunse alla prima, e che altrove egli applica espressamente alla propria passione Luca 12:50. Quantunque la parola battesimo non sia impiegata nell'Ant. Test. per denotare afflizioni o dolori, è in stretta relazione con la figura usitatissima d'esser "inondati", "sommersi dalle acque", "immersi in gorghi profondi" Salmi 42:8; 69:2; 124:4-5; Isaia 43:2; Lamentazioni 3:54, ond'è puerile lo asserire, come alcuni fanno, che allorquando, senza esitanza alcuna, risposero di sì, questi discepoli intendessero quelle parole del Maestro nel senso di bere alla stessa tazza del re e usare del bagno o bacino regio. Né par maggiormente fondata la teoria di alcuni teologi ritualisti, che cioè le parole del Signore accennino misteriosamente alla Santa Cena e al Battesimo. Non sembra necessario definire specificamente che sorta di patimenti sian rappresentati dal calice e quali dal battesimo, ma se vi fosse chi n'avesse vaghezza, la spiegazione suggerita da Alford sembra la migliore. "Il calice par che qui significhi più propriamente l'amarezza interiore e spirituale, somigliante all'agonia del Signore medesimo; il battesimo invece le persecuzioni e le prove che vengono dal di fuori, per mezzo delle quali ci convien passare, per giungere al regno di Dio".

Ed essi gli dissero: Sì, lo possiamo.

Ben avrebbe potuto il Signore ripeter loro con compassione: "Voi non sapete ciò che promettete". Erano ignoranti e temerarii, ma perfettamente sinceri. Fa certamente onore alla loro fedeltà ed al loro coraggio il fatto che non si tirano indietro a tal domanda, né cercano di andare esenti dai patimenti che aspettavano il loro Maestro, quantunque non sapessero bene figurarsi in che dovessero consistere. Non è impossibile che si aspettassero di dover combattere per la causa che aveano sposata. Quanto amaramente dovette Giovanni ricordarsi della sua ambiziosa richiesta, e della promessa temeraria che la seguì allorquando mirava il suo Signore crocifisso, fra due ladroni!

PASSI PARALLELI

1Re 2:22; Geremia 45:5; Matteo 20:21-22; Romani 8:26; Giacomo 4:3

Marco 14:36; Salmi 75:8; Isaia 51:22; Geremia 25:15; Matteo 26:39; Luca 22:42; Giovanni 18:11

Luca 12:50

39 39. E Gesù disse loro: Voi certo berrete il calice che io berrò, e sarete battezzati del battesimo del quale io sarà battezzato;

Il Signore accetta l'ardente lor desiderio di seguirlo, ovunque chiamati li avesse, riservandosi d'insegnar loro in seguito, come dovessero riporre in lui solo ogni speranza di soccorso, e promette loro che, per quanto si riferisce al partecipare dei suoi patimenti, tutti e due gli sarebbero vicini ed occuperebbero un posto eminente nel suo regno spirituale. Questa promessa fu compiuta. Giacomo fu il primo martire tra gli Apostoli, essendo stato ucciso con la spada da Erode Agrippa Atti 12:1; e Giovanni, dopo esser passato per tutte le persecuzioni a cui fu esposta la Chiesa nascente da parte dei Giudei e dei pagani, visse tanto, da esser vittima, sotto l'imperatore Domiziano (cioè nella sua vecchiezza, quando tutti i suoi compagni erano già in gloria), di un'acerba persecuzione "per la parola di Dio e per la testimonianza di Gesù Cristo" Apocalisse 1:9. Non è a dubitarsi che quando sopravvennero loro i patimenti, questa dichiarazione del Salvatore dovette incoraggiarli nella certezza che beveano il suo calice ed eran battezzati del suo battesimo, e che se "con lui pativano, con lui eziandio regnerebbero" Romani 8:17; 1Timoteo 2:12.

PASSI PARALLELI

Marco 14:31; Giovanni 13:37

Marco 14:36; Matteo 10:25; Giovanni 15:20; 17:14; Atti 12:2; Colossesi 1:24; Apocalisse 1:9

40 40. Ma, quant'è al sedermi a destra, ed a sinistra, non istà a me il darle; ma sarà dato a coloro a cui è preparato.

Matteo: "dal Padre mio". Le parole tra parentesi non si trovano nel testo Greco, il quale dice: ma a cui è preparato, e critici di vaglia sono divisi d'opinione se abbia ad adottarsi tale supplemento, come vogliono il Diodati, Osterwald, e le versioni Inglese e Tedesca ecc., ovvero s'abbia ad assegnare ad, il senso di eccetto invece di ma. Com'era da aspettarsi, i Sociniani sostengono l'accuratezza del supplemento, come sta in Diodati, perché credono di poterne trarre un argomento convincente contro la divinità di Gesù Cristo, poiché egli sembra riconoscere che non possiede l'attributo divino della onniscienza. D'altra parte, si obiettò fortemente contro l'adozione delle parole supplementari sarà dato, che sembrano contraddire a quello che è distintamente insegnato altrove, cioè che Cristo è quei che largisce i premii e gli onori nel suo proprio regno di gloria Matteo 25:35-46; Luca 22:29. La risposta che suol farsi a questa obiezione da coloro che, senza cuore propensi al Socinianismo, reputano esser contenuto in queste parole supplementari il senso vero, si è che Gesù in questo verso, allude semplicemente alla sua missione in terra, nella quale non entrava la distribuzione di premii ed onori; ovvero ch'egli parla qui esclusivamente come il servitore del Padre che nell'amministrare il regno "non può far nulla da sé stesso" Giovanni 5:19. L'altra lezione, che dà ad alla il significato di eccetto, nisi, se non, invece di ma, è antichissima, è la più generalmente adottata, o non dà luogo ad obiezioni e spiegazioni del genere delle precedenti, ed è perciò da preferirsi. Ad essa non fu fatta obiezione più seria di questa, che eccetto è un significato insolito di ma a ciò si risponde con esempi tratti dai Vangeli in cui questa congiunzione è usata certamente in questo senso (Matteo 19:11, ove parole e significato sono identici; Marco 9:8; Giovanni 5:22-30). L'ultima parte del vers. direbbe dunque "non ista a me il darlo, se non a cui è preparato", il che significa: "Non posso darlo qual semplice favore, o per spirito di favoritismo, imperocché appartiene esclusivamente a coloro per cui fu preparato". Tutto quanto appartiene al piano della salute fu preordinato ab eterno nei consigli di Dio. Il regno della gloria, ove ogni credente ha da godere la sua eterna ricompensa fu così "preparato", noi lo sappiamo, fuor d'ogni dubbio, per la testimonianza del Signore medesimo Matteo 25:34; e dalla stessa autorità infallibile veniam quì a sapere essere pur anche stati designati, con inerrante precisione, coloro cui son destinati i più alti gradi di onore nel regno preparato sin davanti alla fondazione del mondo. La sola obiezione a tale spiegazione dei vers. sembra essere che non dà ragione alcuna del rifiuto che nostro Signore oppose alla lor domanda, rifiuto presupposto da tutte le spiegazioni. Ma non potrebbe stare invece, che quella loro domanda venisse non già rifiutata ma solo lasciata da parte per distogliere la loro attenzione dagli onori e riportarla sulle sofferenze, che doveano incontrare nel suo servigio? Non ci è punto detto qui che Giacomo e Giovanni non possano essere precisamente le persone per cui furon preparati quei posti, quantunque non fosse la volontà sua che essi venissero sin d'allora informati di un tal fatto; e in tal caso, come poteva la cosa esser trattata più saviamente che nol sia in questo versetto? Tutto quel che sappiam di certo è questo, che spiacque al loro Maestro che essi cercassero siffatti onori, e che alla loro ambizione mondana fu decisamente posto un freno.

PASSI PARALLELI

Matteo 20:23; 25:34; Giovanni 17:2,24; Ebrei 11:16

41 41. E, gli altri dieci, udito ciò, presero ad isdegnarsi di Giacomo, e di Giovanni.

Ciascuno di essi ardeva del desiderio di ottenere per sé uno di quei posti d'onore; sentivano che Giacomo e Giovanni li avean precorsi, cercando accaparrarseli, e la loro indignazione era il frutto della loro frustrata ambizione. L'incidente avrebbe potuto condurre ad una seria disputa, ma Gesù la represse sul primo erompere.

PASSI PARALLELI

Marco 9:33-36; Proverbi 13:10; Matteo 20:24; Luca 22:24; Romani 12:10; Filippesi 2:3; Giacomo 4:5

42 42. Ma Gesù, chiamatili a sé, disse loro: Voi sapete che coloro che si riputano principi (cioè, che sono riconosciuti quali rettori), delle genti le signoreggiano, e che i lor grandi usano podestà sopra esse.

Diodati ha tradotto correttamente il secondo con la parola esse, riferendolo come il primo, ad genti. Grozio, Stier ed altri lo riferiscono invece a coloro che son riconosciuti quali rettori, quasiché nostro Signore intendesse insegnare che come i re delle genti esercitano dominio sul loro popolo, così essi sono, alla lor volta, signoreggiati da altri più potenti di loro. Gesù parla quì del modo in che sono costituiti i governi secolari, ma colle parole "signoreggiare" ed "usar podestà" egli non pronunzia giudizio alcuno intorno ad essi e del sicuro non li condanna, imperocché, non per altro ne fa menzione se non per dichiarare che nel suo regno spirituale, cioè nella sua Chiesa, non ci ha da essere alcuna superiorità di gradi tra i fratelli, siano questi Apostoli od altri; che nessuno ha da pretendere di esercitare, nella propria persona, autorità alcuna sul corpo di Cristo in parte o in tutto. Pietro chiarissimamente intese tale insegnamento del suo Signore, poiché troviamo che lo ripete nella sua prima Epistola 1Pietro 5:8; e così pure l'intese Paolo 1Corinzi 3:9; 2Corinzi 1:24, benché, appena scomparsi gli Apostoli, la Chiesa ben presto dimenticasse l'ingiunzione del suo Capo e modellane il suo governo sui governi secolari.

PASSI PARALLELI

Matteo 20:25; Luca 22:25; 1Pietro 5:3

43 43. Ma non sarà così fra voi;

Il voi di questo vers. è messo a contrasto con le genti del vers. precedente, e indica la Chiesa di Cristo. Nostro Signore, in questo inciso, non si riferisce ai governi civili, come l'han supposto alcuni fanatici, imperocché i governi civili son riconosciuti espressamente nel vangelo come ordinati da Dio stesso Romani 13:1-6; e quindi non si hanno da interpretare tali parole come se vietassero ai Cristiani di partecipare, quali cittadini, a tali governi. Quel che proibiscono si è l'arrogarsi, nella Chiesa, alcuna autorità analoga alla sovranità politica o alla tirannia secolare 1Pietro 5:8; 2Corinzi 1:24. Cristo ha bensì istituito sì l'autorità che l'uffizio nella sua Chiesa e nelle congregazioni particolari Efesini 4:11-12; Ebrei 13:17, poiché, senza una qualche autorità, niuna società può rimanere ordinata, unita e potente, e senza il freno e la responsabilità dell'uffizio, l'autorità più facilmente trascorre ad abusi. Ma questa autorità è interamente differente da quella dei regni terreni, essendo solo quella della verità e dell'amore.

anzi, chiunque vorrà divenir grande fra voi, sia vostro ministro (diacono); 44. E chiunque fra voi vorrà essere il primo, sia servitor di tutti.

La prima di queste parole non ha qui alcun senso ufficiale, e solo significa uno che serve o ministra agli altri, sacrificandosi per essi; ma venne in seguito ad essere applicata uffizialmente (forse in conseguenza di questo passo medesimo) a quelli che ministravano ai poveri e agli infermi, ed attendevano alle necessità secolari della chiesa o congregazione, a cui appartenevano, Vedi Atti 6:1-6; 1Timoteo 3:8-13. La seconda parola greca, è molto più forte della prima, e significa letteralmente uno schiavo. L'ammaestramento che ci dà nostro Signore in questi due versetti si è che non son già le arie di superiorità, gli onori mondani o i ricchi e emolumenti che fanno di alcuni dei membri, primarii e più distinti del suo regno, ma sì, la loro profonda umiltà nel "preferire gli altri a se medesimi", e la misura del loro zelo; e della loro abnegazione nel render servigio ai loro fratelli per amore del Signore. "Conciossiaché non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù il Signore, e che noi siamo vostri servitori per Gesù" 2Corinzi 4:5. Egli è vero che coloro i quali volontariamente si umiliano ad esser diaconi e servitori nella chiesa di quaggiù, per amor di Cristo, saranno primi e grandi in cielo; ma questo non è che una metà del vero, perciocché quelli che seguono più da vicino le orme di Cristo, come sono descritte nel verso che segue, saranno sempre riguardati anch'essi, da tutti i veri Cristiani, siccome i maggiori e i più nobili nella chiesa terrestre.

PASSI PARALLELI

Giovanni 18:36; Romani 12:2

Marco 9:35; Matteo 20:26-27; 23:8-12; Luca 9:48; 14:11; 18:14; Giovanni 13:13-18

1Corinzi 9:19-23; Galati 5:13; 1Pietro 5:5-6

45 45. Conciossiaché,

Matteo, colla parola come appunto, in quella guisa, appunto che; mette innanzi più pienamente Cristo come esempio al suo popolo, nelle parole che seguono.

anche il Figliuol dell'uomo non sia venuto per esser servito; anzi per servire,

La somiglianza tra il modello e coloro che hanno da imitarlo è duplice:

1. nello spirito d'umiltà, di sacrifizio e d'amore in cui dobbiamo render servigio; e

2. nella gloria derivante da questa umiliazione e rinunzia a se stesso.

"Essendo Dio benedetto in eterno" Romani 9:5; "essendo in forma di Dio e non riputando rapina l'essere uguale a Dio" Filippesi 2:6; "essendo lo splendore della gloria, ed il carattere della sussistenza di Dio" Ebrei 1:8; ed "avendo manifestata la sua gloria, gloria come dell'unigenito del Padre" Giovanni 1:14, egli avea diritto al miglior servigio degli uomini, degli angeli, e di tutte le cose create; ma, invece di esigerlo, "egli annichilò sé stesso e prese la forma di servo", onde poter servire e salvare peccatori perduti della terra, e nella prestazione di questo servigio si abbassò fino alla morte maledetta della croce. Paolo fa a queste parole del suo Maestro, un bellissimo commentario Filippesi 2:5-10, su cui si richiama particolarmente l'attenzione del lettore. Gli è soltanto col seguire le orme di Cristo in questo amore, in questa umiltà e in questo sacrifizio di se medesimo per gli uomini avviati a perdizione, che si dee raggiungere vera grandezza nella chiesa di Cristo, sì nella presente dispensazione che in quella della gloria eterna.

e per dar l'anima sua per prezzo di riscatto per molti.

Queste parole indicano il punto estremo a cui il nostro benedetto Salvatore spinse il suo servigio, - ei diede l'anima sua, la vita sua preziosa qual prezzo di riscatto di molti; e indicano anche, nel modo il più chiaro, che l'opera sua su questa terra non si restrinse, in veruna guisa, solo al "lasciarci un esempio, acciocché seguitiamo le sue pedate" 1Pietro 2:21. Con le parole "dar l'anima sua per prezzo di riscatto per molti", il Signore rivelò distintamente che come l'Agnello di Dio, egli era per morire qual sacrifizio vicario ed espiatorio pel peccato, checché possano dire coloro che impugnano questa dottrina benedetta. "Gli usi principali della parola riscatto", dice Alford, "sono i seguenti.

1. Un pagamento quale equivalente per una vita tolta Esodo 21:30;

2. Il prezzo della redenzione di uno schiavo Levitico 25:51;

3. Propiziazione Proverbi 13:8; dove Aquila, Simmaco e Teodoreto usano la parola pacificazione".

Si usa anche in senso di prezzo di redenzione per un condannato a morte Esodo 21:30. Quindi è usata figuratamente per liberazione da morte, da calamità o da peccato Salmi 49:7-8; Isaia 35:10. Questa espressione adunque, come quasi tutte le altre che nella Scrittura indicano realtà spirituali, è figurata; ma non si può dare più manifesta dichiarazione del fatto che Cristo morì per la redenzione e saluto degli uomini. Questa figura implica che gli uomini non prigionieri e schiavi della legge trasgredita, di Satana e della morte, in pena del peccato; e che il loro riscatto consiste nella ubbidienza di Cristo alla legge, nella sua vittoria sopra Satana, e nella sua sottomissione alla morte, in vece di quelli che venne a salvare. Con le sue ultime parole sulla croce: "Ogni cosa è compiuta", Gesù proclamò, che questo riscatto era stato pagato. A lui sia gloria in sempiterno! Calvino, Olshausen, Lange, Alford e Brown considerano la parola "molti" come non già usata in contrasto con pochi o con tutti, ma in opposizione ad uno, il Figliuol dell'uomo solo invece di molti peccatori; ma noi preferiamo, con Alexander, di considerarla come distinta egualmente da uno e da tutti, e applicata qui ai veri credenti o agli eletti di Dio, pei quali Cristo venne a morire.

PASSI PARALLELI

Matteo 20:28; Luca 22:26-27; Giovanni 13:14; Filippesi 2:5-8; Ebrei 5:8

Isaia 53:10-12; Daniele 9:24,26; 2Corinzi 5:21; Galati 3:13; 1Timoteo 3:4-6; Tito 2:14

1Pietro 1:19

RIFLESSIONI

1. La decisa risoluzione con cui Cristo s'inoltrava verso Gerusalemme, nell'ultimo viaggio alla metropoli, empì i discepoli suoi di stupore e sbigottimento. Il prezzo dell'opera ricercare le sorgenti ascose di questa straordinaria enerzia col lume che ci è somministrato dalla magnifica predizione messianica in Isaia 50:4-7. Il Messia parla, in questo passo, come se ogni mattina si presentasse al cospetto del Padre suo per riceverne le istruzioni per l'opera della giornata; cosicché, sia che dicesse una parola opportuna a un'anima stanca, o che dimostrasse, come in questo caso, indomito coraggio nell'andare incontro alle opposizioni, o che si avviasse ai rozzi insulti e ai crudeli patimenti che l'aspettavano, "rendendo in faccia ad essi il suo viso simile ad un macigno", non era già soltanto la Divinità impassibile che il facesse, ma sì il Figliuol dell'uomo (acutissimamente sensibile alla vergogna e ai patimenti), che si innalzava al disopra di essi, soltanto per la potenza di una sempre invitta devozione allo scopo sublime della missione sua nel mondo, devozione nutrita ogni giorno dalla costante comunione col Padre suo in cielo. In questa guisa egli è ai suoi seguaci il modello perfetto dell'intera consecrazione all'opera ad essi assegnata.

2. La richiesta dei figli di Zebedeo ci insegna che ci può essere orgoglio, ambizione, amore di preeminenza e gelosia, perfino tra i veri discepoli di Cristo. Questi sentimenti si manifestarono altrettanto nella indignazione dei dieci che nella richiesta dei due; imperocché non c'era nemmeno uno in quella piccola compagnia il quale non ambisse per sé, uno di quei posti d'onore nel prossimo regno. Senza l'opportuna intromissione di Gesù, il loro orgoglio irritato avrebbe prodotta probabilmente una seria contesa. Nella sua esortazione Gesù riprende non meno l'orgoglio dei dieci che la presunzione degli altri. Impariamo a guardarci dall'orgoglio, che è uno dei peccati più antichi e più dannosi. "È un vizio che si apprende così tenacemente ai cuori degli uomini", dice il teologo Hooker, "che se avessimo a spogliarci ad uno ad uno di tutti i nostri difetti, senza alcun dubbio, lo troveremmo l'ultimo e il più duro a strappare".

3. Questo passo ci offre un argomento non premeditato, ma perciò appunto formidabilissimo, contro la pretesa supremazia di Pietro su tutti i suoi fratelli, la qual supremazia, a detta della Chiesa romana, gli sarebbe stata trasmessa nelle parole: "Tu es Petrus ecc.". Giacomo e Giovanni non sapevano nulla d'una tal supremazia, altrimenti non si sarebbero avventurati a far quella domanda; gli altri discepoli non ne sapevan verbo, altrimenti non avrebbero avuto diritto (ad eccezione di Pietro) d'indegnarsi e sentirsi offesi individualmente da quella domanda; Pietro ne era affatto ignaro di certo, poiché, indirizzandosi agli anziani, egli espressamente ricusa ogni uffizio o titolo più elevato del loro 1Pietro 5:1. Nostro Signore infine non ne sapeva nulla, altrimenti egli avrebbe subito rammentato ai postulanti ch'egli aveva già conferito a Pietro la più alta dignità nel suo regno. All'opposto egli dichiara che, diversamente dall'uso che prevale fra le nazioni, della terra, nella sua Chiesa non ci sarebbe altra supremazia, all'infuori della sua propria, e che egli non permetterebbe ad alcuno di signoreggiare sopra i suoi fratelli, perché in essa non v'è alcun altro principe o potente fuori che Lui solo. I titoli e le pretensioni dei papi, dei cardinali, legati, arcivescovi, abati ecc. non sono adunque altro se non empie frodi introdotte, nonostante l'ordine espresso di Cristo, per ingannare e rendere schiavo il suo popolo. Ciò nonostante, l'essere proibito di tiranneggiare "le eredità di Dio" non trae seco, di conseguenza, un comunismo spirituale, in forza del quale ciascuno, a suo piacimento, assume l'uffizio di dottore o di diacono; poiché è espressamente dichiarato nella Sacra Scrittura che i diversi gradi del ministerio cristiano sono stati istituiti da Cristo medesimo, per mezzo dello Spirito Santo, e che essi sono necessarii al mantenimento della disciplina nella Chiesa Efesini 4:11-13; Atti 13:2-4; 14:23; Tito. 1:6.

4. Sarebbe grande errore il supporre, come lo fecero gli Anabattisti del secolo 16mo, che Gesù, con questa esortazione, proibisca l'esercizio del potere civile, e d'ogni magistratura sociale; che questo equivarrebbe ad abolire l'ordine sociale, lasciar gli onesti senza protezione, e i malfattori senza castigo. "Le podestà che sono, son da Dio ordinate; il magistrato è ministro di Dio" Romani 13:1,4, pel bene della società, e conseguentemente Cristo non può aver biasimato l'opera di suo Padre. Né dalle sue parole si deduca che sia, proibito al cristiano, in qualità di cittadino, di disimpegnare l'uffizio di magistrato, o di esercitare diritti politici.

5. Il carattere espiatorio e vicario della morte di Cristo, è da lui stesso espresso al ver. 45, non meno chiaramente che, poco prima, le circostanze stesse di quella morte. Il dire che Gesù cercava di acconciarsi alle idee giudaiche, quando diceva di esser venuto "per dar l'anima sua per prezzo di riscatto per molti", è un disonorare il suo insegnamento, ed è provato falso dall'impiego che gli apostoli facevano di questo stesso linguaggio, indirizzandosi ad ogni nazione ed ogni classe d'uomini sulla terra. Quella morte fu il pubblico pagamento del gran debito del genere umano, pagamento fatto all'Iddio santissimo da un onnipossente rappresentante; quella morte fu il riscatto provveduto da un mallevadore divino onde procurare libertà all'uomo prigioniero e schiavo a motivo del peccato; per quella morte Gesù pagò a prezzo le anime nostre, col proprio sangue, e soddisfece pienamente alla giustizia divina. "Egli stesso ha portato i nostri peccati nel suo corpo, in sul legno" 1Pietro 2:24. Chi confida in Cristo trovi conforto nella certezza che fabbrica sopra un fondamento sicuro. Siam peccatori è vero, ma "il Signore ha fatta avvenirsi in lui l'iniquità di tutti noi"; siamo incapaci di pagare il nostro debito, ma Gesù, lo ha saldato per noi; meritiamo d'essere in eterno prigioni di Satana, ma Cristo ha spezzato le nostre catene. Egli ci ha aperto le porte del cielo, e possiamo entrarvi liberamente. Dio sia lodato! Ci sia concesso di sperimentare giornalmente la "beata libertà dei figliuoli di Dio!".

46 Marco 10:46-52. GUARIGIONE DEL CIECO BARTIMEO Matteo 20:29-34; Luca 18:35-43

Per l'esposizione vedi Luca 18:35-43.

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