Marco 12

1 CAPO 12 - ANALISI

1. Parabola dei vignaiuoli scellerati. In continuazione alla risposta irrefutabile che avea data alla domanda dei rappresentanti del Sinedrio di mostrar loro le sue credenziali, Gesù dice questa parabola, in cui, sotto la figura dei vignaiuoli, espone la condotta dei Giudei, durante la loro esistenza come Chiesa, verso i profeti e i messaggieri dell'Altissimo e per ultimo, verso lui stesso, tra tutti il maggiore, intimando la distruzione che ben presto li coglierebbe e il trasferimento ai gentili di quei privilegi di cui essi avevano abusato. Con la citazione d'uno dei loro Salmi messianici Salmi 118:22, intima inoltre, che quantunque lo avessero rigettato, egli sarebbe, all'ultimo giorno, il loro giudice e il loro distruttore; la qual cosa eccitò tale una rabbia nei loro cuori che se non fosse stato il timore del popolo, che riveriva Gesù qual profeta, gli avrebber messe violentemente le mani addosso, in sull'istante e nel cortili stessi del tempio Marco 12:1-12.

2. Tentativi per avviluppare Cristo con questioni controverse. Costretti ad astenersi dalla violenza, i nemici di Cristo tentano ora di riuscire nel loro intento con l'astuzia, e, sotto colore di voler chiarirsi dei loro dubbi, si fanno innanzi successivamente in drappelli diversi per accalappiar Gesù con le loro domande. Per primi i Farisei e gli Erodiani, in altri tempi nemici giurati, si uniscono per domandargli se è lecito o no l'ubbidire ad n potere straniero e gentile e pagar tributo a Cesare, al che Cristo risponde con tanta sapienza da destare l'ammirazione degli stessi tentatori. Poi vengono i Sadducei e con animo schernitore cercano di mettere in dileggio la dottrina della risurrezione, chiedendogli di porla d'accordo con un caso immaginario che avean pescato nella legge del Levirato Deuteronomio 25:5; ma non riescono nel bieco intento meglio dei loro predecessori. Gesù rimprovera la loro ignoranza intorno agli insegnamenti della Scrittura sulla risurrezione dei morti, e coglie quell'occasione per fare un'importantissima e vittoriosa dimostrazione di quella dottrina stessa. La terza questione fu proposta da uno Scriba o Dottore della legge, appartenente al partito farisaico, e si riferiva all'importanza relativa dei precetti di Dio, se cioè alcuno dei comandamenti di Dio fosse più sacro o più obbligatorio degli altri, e si ebbe tale risposta che non solo presentò il sommario e la sostanza di tutta la legge, ma riscosse eziandio l'ammirazione e l'assentimento dell'interrogante. "Il suo intendimento è infinito". "Egli parlò come niun uomo parlò mai!"

3. Gesù sfida i suoi nemici. Avendo così sventati i tentativi dei suoi nemici col rispondere a tutte le loro domande, Gesù passa ora dalla difesa all'attacco, proponendo alla sua volta una questione riguardante il significato d'una profezia messianica pronunziata da Davide, il vero senso della quale era stato corrotto o si era perduto di vista. La loro ignoranza della doppia relazione del Messia inverso Davide, come figliuolo secondo la carne, e come Signore per ragione della sua Divinità, fu messa così bene in chiaro che niuno degli astanti fu in caso di rispondere. Non è maraviglia quindi che il Signore, concludendo il suo discorso, ponesse in guardia il popolo contro gl'insegnamenti degli Scribi, ai quali, pel costante loro studio delle Scritture, dovea riuscir facilissima la soluzione di un tal quesito, ma che per la loro falsa dottrina e per la lor cupidigia e ipocrisia si erano resi siffattamente indegni di fiducia Marco 12:35-40.

4. I due piccioli della vedova. Fu questo non solo l'ultimo incidente di quella giornata memorabile, ma le parole pronunziate in lode della povera vedova furono, per quanto sappiamo dal racconto evangelico, le ultime che Gesù mai profferisse nel tempio. Il tesoro o la cassa delle offerte, in cui gli adoratori gettavano appunto le loro offerte pel mantenimento del servizio del tempio, era nell'ultimo cortile esterno o cortile delle donne; e siccome Gesù erasi seduto colà, proprio dirimpetto al tesoro, nel mentre si riposava alquanto, prima di rimettersi in cammino verso Betania, è naturale che ponesse mente alle diverse persone che gittavano là dentro le loro offerte. Ce n'eran molti, a quel che pare, che davano generosamente; ma ciò era del loro superfluo, e quindi non costava loro alcun sacrifizio. La povera vedova, al contrario, si privò di tutto quanto avea, per farne offerta a Dio, e tenuto conto del grado d'amore, di devozione, e sacrifizio di lei, piuttostoché della somma da essa contribuita, il Signore ci dà la regola secondo la quale si deve giudicare il valore di ogni offerta pel servigio di Dio Marco 12:41-44.

Marco 12:1-12. PARABOLA DEI VIGNAIUOLI SCELLERATI Matteo 21:33-46; Luca 20:9-19

Per l'esposizione vedi Matteo 21:33-46.

13 Marco 12:13-34. TENTATIVI PER AVVILUPPARE CRISTO CON QUESTIONI CONTROVERSE Matteo 22:15-40; Luca 20:20-40

Tributo a Cesare, Marco 12:13-17

13. Poi gli mandarono alcuni dei Farisei, e degli Erodiani, acciocché lo cogliessero in parole.

La deputazione del Sinedrio ("principali Sacerdoti, Scribi e Anziani" Marco 11:27), pare si ritirasse, dopo aver udita la parabola dei vignaiuoli scellerati, per fare il suo rapporto, e quel corpo avendo risoluto di cambiare di tattica, si procedette subito all'esecuzione, convenendo le sette ostili di dimenticare pel momento le loro differenze e unirsi tutti per avviluppare Gesù con una serie di quesiti casuistici che gli avrebbero proposti. Che tale fosse il loro intento lo attestano gli altri due sinottici così chiaramente come il nostro Evangelista in questo versetto. Matteo: "I Farisei andarono e tennero consiglio come l'irreterebbero in parole". Luca: "E spiandolo, gli mandarono degli insidiatori che simulassero d'esser giusti, per soprapprenderlo in parole, per darlo in man della signoria, e alla podestà del governatore", letteralmente consegnarlo all'autorità e al potere del governatore. Di queste spie che vennero simulando un vivo desiderio di veder dissipati i loro scrupoli religiosi, la prima squadra consisteva di Farisei ed Erodiani: quelli i bigotti oppositori d'ogni dominio pagano e forestiero, questi gli avvocati della Sottomissione al dominio di Roma di cui era strumento e vassallo il loro patrono Erode. (Vedi Introduzione, Sette Giudaiche.) Era un'empia alleanza, opera di Satana, e solo un odio ancor più fiero, più profondo, più diabolico di quello che si portavano l'uno all'altro quei due partiti, poteva renderla fattibile, anche per un'ora. Non è maraviglia che in tale faccenda, così degradante, ed ipocrita, il Sinedrio non volesse immischiarsi direttamente, ma sì ne commettesse l'esecuzione a strumenti subalterni.

PASSI PARALLELI

Salmi 38:12; 56:5-6; 140:5; Isaia 29:21; Geremia 18:18; Matteo 22:15-16; Luca 11:54

Luca 20:20-26

Marco 3:6; 8:15; Matteo 16:6

14 14. Ed essi, venuti, gli dissero: Maestro, noi sappiamo che tu sei verace, e che non ti curi di alcuno; perciocché tu non hai riguardo alla qualità delle persone degli uomini, ma insegni la via Dio in verità.

Luca, nel passo citato più sopra, li chiama "insidiatori che simulassero di essere giusti". Marco ce ne dà piena conferma, ricordando il tenore del loro linguaggio quando si accostarono a Gesù. Era un parlar lusinghiero, diretto a sopire i sospetti e a nascondere il loro vero intento onde disarmarlo e render più facile la sua caduta nelle loro insidie. La vile ipocrisia sia pur tutta di quelli che osarono rivolgere tali parole ad uno che stigmatizzavano come in lega con Satana e che, sebbene innocente, perseguitavano a morte; ma le parole che essi usarono, prendendola ad imprestito dalla moltitudine illetterata, esprimono una grande verità e si applicano perfettamente al Salvatore. Gesù era davvero verace e indipendente nei suoi discorsi dall'influenza o dall'autorità degli altri; il rango, le ricchezze e il potere non potean farlo deviare da giusto giudizio, né ottenere da lui falsa lode, né imporre silenzio a meritati rimproveri; nella schiettezza del suo cuore egli insegnava la via di Dio in verità.

È egli lecito di dare il censo a Cesare, o no? glielo dobbiamo noi dare, o no?

censo = tributo Luca 20:22, era il testatico che si era sempre esatto dacché la Giudea era divenuta provincia dell'impero romano. È totalmente diverso dalla didramma, tassa di mezzo siclo pel servigio del tempio Matteo 17:24. I Farisei si opponevano a questa tassa, perché non intendevano il vero significato di un passo della legge levitica, riguardante la scelta volontaria di un sovrano, per parte dei Giudei medesimi Deuteronomio 17:15; ma il loro movente vero era la gelosia che sentivano per le loro proprie istituzioni, e l'altero orgoglio nato in essi dal supporsi tuttora il popolo prediletto di Dio. (Vedi Introduzione, Sette Giudaiche. Art. ERODIANI, ZELOTI.) Il regnante imperatore (A. D. 14-37) era Tiberio, figliastro e successore di Augusto, il quale aveva adottato il titolo di Cesare qual distintivo dei fregiati della porpora imperiale, nello stesso modo che in Egitto il titolo di Faraone avea servito a designare, i re nazionali, e quello di Tolomeo, quelli di origine greca, sicché qui equivale semplicemente ad imperatore. Gli assalitori formularono la loro domanda con la categorica brevità di un sì o no? artifiziosa maniera di presentarla, poiché esigeva una risposta breve ed esplicita, senza qualificazioni o spiegazioni.

PASSI PARALLELI

Marco 14:45; Salmi 12:2-4; 55:21; 120:2; Proverbi 26:23-26; Geremia 42:2-3,20

Giovanni 7:18; 2Corinzi 2:2,17; 4:1; 5:11; 1Tessalonicesi 2:4

Deuteronomio 33:9-10; 2Cronache 18:13; Isaia 50:7-9; Geremia 15:19-21; Ezechiele 2:6-7; Michea 3:8

2Corinzi 5:16; Galati 1:10; 2:6,11-14

Esodo 23:2-6; Deuteronomio 16:19; 2Cronache 19:7

Esdra 4:12-13; Nehemia 9:37; Matteo 17:25-27; 22:17; Luca 20:22; 23:2; Romani 13:6

15 15. Ma egli, conosciuta la loro ipocrisia

Ciascuno dei sinottici usa una parola diversa per esprimere quel che Gesù ebbe a discernere nei cuori dei suoi assalitori. L'epiteto usato da Marco, ipocrisia, è il più mite; l'astuzia di Luca aggiunge più fosca tinta al loro carattere; mentre la malizia di Matteo, l'odio mortale che nutrivano nei loro cuori contro di Cristo, ne completa il tetro ritratto.

disse loro: Perché mi tentate?

Matteo aggiunge: "O ipocriti". Con la sua risposta il Signore mostrò loro immediatamente ch'ei sapeva benissimo che, con siffatta domanda, essi lo tentavano, cioè cercavano accalappiarlo per perderlo. Le parole: "Perché mi tentate?" non son già una rimostranza o un lamento, ma un'intimazione della futilità completa di qualunque tentativo di tal genere.

portatemi un denaro,

È questa una delle molto occasioni in cui Marco introduce una delle parole latine che la occupazione romana aveva introdotto nella Giudea. Un denarius (= 80 centesimi), era l'ammontare di quel tributo, e si chiama così in Matteo 22:19.

ch'io lo vegga.

Gesù non chiese di vedere la moneta, come s'ei non l'avesse, mai avuta in mano prima; ma perché sapeva che quando la moneta fosse lì visibile a tutti, la risposta ch'egli era per dare sarebbe senza replica.

PASSI PARALLELI

Matteo 22:18; Luca 20:23; Giovanni 2:24-25; 21:17; Ebrei 4:13; Apocalisse 2:23

Marco 10:2; Ezechiele 17:2; Atti 5:9; 1Corinzi 10:9

16 16. Ed essi gliel portarono.

Furono obbligati ad andare a procurarsene uno, e naturalmente ciò dovette risvegliar l'attenzione e la curiosità dell'uditorio che stava aspettando che cosa Gesù avrebbe fatto poi.

Ed egli disse loro: Di chi è questa figura, e questa soprascritta? Ed essi gli dissero: Di Cesare.

Era un dogma rabbinico notissimo che colui che coniava la moneta d'un paese ne era il dominatore. Così Maimonide (Gezelah 5:18), scrive: "Ubicunque numisma regis alicujus obtinet, illic incolae regem istum pro domino agnoscunt". Secondo questa teoria, null'altro occorreva che di accertare qual fosse la moneta corrente in Giudea a quel tempo, onde ottenere una risposta concludente alla domanda che gli era stata fatta, ed è perciò che Gesù vuole che gli assalitori medesimi proclamino apertamente di chi portasse l'immagine quella moneta, e quale epigrafe vi fosse impressa. Essi non si accorsero ove egli andasse a parare, inoltre era impossibile, sotto gli occhi di lui, dare una falsa descrizione di quel ch'era impresso sulla moneta, per quanta voglia ne avessero, laonde risposero: "Di Cesare". Con ciò la cosa era decisa. La moneta romana circolava liberamente nel paese; essi stessi non esitavano ad usarla in ogni affare e contrattazione ordinaria. Se, come nazione, avessero resistito quando la si volle introdurre tra essi e si fossero sempre astenuti dallo usarla, ci sarebbe potuto essere almeno un pretesto per mettere in forse la legittimità del tributo che pagavasi al governo romano; ma, vivendo come facevano, sotto la protezione delle leggi dell'imperatore, e facendo ogni giorno uso della moneta di Roma, riconoscevano ch'esso era de facto il sovrano del paese, ed eran tenuti ad ubbidire alle domande legittime del suo governo.

PASSI PARALLELI

Matteo 22:19-22; Luca 20:24-26; 2Timoteo 2:19; Apocalisse 3:12

17 17. E Gesù, rispondendo, disse loro: Rendete a Cesare le cose di Cesare,

Se avesse risposto di no alla loro domanda, avean sperato denunziarlo a Pilato qual ribelle contro Cesare; se avesse risposto di , speravano denunziarlo al popolo qual traditore inverso la legge e la libertà giudaica; ma dando alla sua risposta questa forma generale, Gesù rese impossibile l'oppugnarla, mentre al tempo stesso sventava la insidia. Questa non era la prima volta nella storia giudaica che, a cagione dei suoi peccati, il popolo teocratico era stato costretto a pagar tributo a re pagani. L'avean pagato ai Babilonesi, ai Persiani, agli Egizi e ad altri ancora, nei tempi antichi, ed ora che i loro peccati li avean di nuovo sottoposti al dominio dei Romani, perché trovarci a ridire in questo caso solamente? La spiegazione di ciò si trova nel fatto che il fanatismo giudaico ora andato sempre crescendo di generazione in generazione, e che ora s'avvicinava rapidamente al suo punto culminante, che raggiunse nella guerra coi Romani. Il Comando di rendere a Cesare "le cose" che appartengono a Cesare, dichiarava non solamente esser lecito ai Giudei il pagare il testatico, che, dalla costituzione dell'impero romano, ora imposto ad ogni cittadino, ma indicava inoltre manifestamente esservi altri doveri (come per esempio l'ubbidienza alla legge civile, la difesa dell'ordine e della moralità, in una parola tutte le obbligazioni del cittadino di uno stato), i quali essi eran pur tenuti di rendere a Cesare, siccome cose che gli appartenevano.

e a Dio le cose di Dio.

Con le parole: "le cose di Dio" il Signore vuole evidentemente parlare prima di tutto della tassa di mezzo siclo pel mantenimento del servigio del tempio, comandata da Jehova medesimo Esodo 30:13. Il governo romano non si era per anco immischiato per nulla in questa tassa; fa solo più tardi che l'imperatore Vespasiano comandò che fosse pagata al Campidoglio invece che al Tempio. Nel mentre adunque che Gesù insegnò, con soddisfazione degli Erodiani, esser lecito ai vinti il pagare le tasse (necessarie alla continuazione del governo), di una potenza straniera e pagana, insegnò pur anche e non meno distintamente, con soddisfazione dei Farisei, non potersi addurre a pretesto alcuna tassa riscossa da una potenza terrena, onde esonerarsi da quel tributo che doveano a Dio; dimodoché nessuno dei due partiti poteva vantarsi del trionfo. In fondo alla risposta del Signore, v'era infatti un ben meritato rimprovero ad entrambi gli interrogatori. Se non fossero stati i loro peccati, per cui trascurarono di rendere a Dio il servigio, l'obbedienza e l'amore a lui dovuti, soldati romani non avrebber giammai invase le loro frontiere, né governatore romano alcuno si sarebbe mai seduto nell'aula del giudizio; essi non avrebbero avuto a pagare altro che il consueto tributo al tempio, ma ora invece, avevano da pagare due tasse, egualmente obbligatorie entrambe. Ma siccome "le cose di Cesare" implicavano di più che non il semplice testatico, "le cose di Dio", nella bocca del Salvatore, significano di più che non semplicemente il tributo del tempio; esse includono il cuore con le sue affezioni, la coscienza, la volontà, l'influenza, le ricchezze degli individui, tutte le obbligazioni e i doveri religiosi, in una parola la consacrazione a Dio di tutto intero l'uomo, del corpo non meno che dello spirito. Questa risposta del Salvatore non separa, ma invece unisce i doveri politici e quelli religiosi dei Cristiani Geremia 27:4-18; Romani 13:12; 1Pietro 2:13-14. I secondi comprendono i primi, e dànno ad essi il loro vero fondamento. L'obbedienza a Cesare non è che l'applicazione del principio generale di ubbidienza a Dio, da cui proviene ogni potestà. A un corollario evidente di questa risposta che la Chiesa e lo Stato, il sacro e il civile, hanno ciascuno la propria sfera d'azione, che l'uno non dovrebbe intromettersi nella giurisdizione dell'altro, e che un vero Cristiano non solamente può, ma deve rendere onesto e imparziale servigio ad entrambi (Vedi sotto, Marco 12:34, Riflessione 2).

Ed essi si maravigliarono di lui.

Luca aggiunge: "si tacquero"; Matteo: "e lasciatolo, se ne andarono". La sua risposta era così saggia e mise così bene a nudo la loro malvagità, che rese vano il loro intento e lasciolli impotenti a fare alcuna replica, dimodoché si ritirarono confusi e coperti di vergogna.

PASSI PARALLELI

Proverbi 24:21; Matteo 17:25-27; Romani 13:7; 1Pietro 2:17

Marco 12:30; Proverbi 23:26; Ecclesiaste 5:4-5 Malachia 1:6; Atti 4:19-20; Romani 6:13; 12:1

1Corinzi 6:19-20; 2Corinzi 5:14-15

Giobbe 5:12-13; Matteo 22:22,33,46; 1Corinzi 14:24-25

18 

Domanda intorno alla risurrezione dei morti Marco 12:18-27

18. Poi vennero a lui dei Sadducei, i quali dicono che non vi è risurrezione; e lo domandarono, dicendo

(Vedi Sette Giudaiche, Art. SADDUCEI). Ritiratisi i Farisei, sottentrò loro tostamente un secondo drappello di nemici, i quali, non lasciandosi sgomentare dal fato dei loro predecessori, si spingono avanti fiduciosi di potere accalappiare Gesù. I Sadducei non aveano, insino allora, sostenuta una parte cospicua nelle file dell'opposizione, e ciò in conseguenza del poco interesse che prendevano nelle cose religiose; ciò nondimeno, formavano un partito influente nel Sinedrio, ove si era inaugurata questa astuta politica di collegarsi, sebben nemici, contro un pericolo comune, e perciò non potevano, quand'anche l'avesser voluto, dispensarsi dal contribuire, per la parte loro, alla esecuzione di quella politica. Negando essi la dottrina della risurrezione dei morti, risolvettero di metterla in ridicolo col proporre a Gesù una questione, la quale, eran convinti, l'avrebbe impigliato in un dilemma senza risposta, ma che in realtà non fece che dimostrare la loro ignoranza.

PASSI PARALLELI

Matteo 22:23-33; Luca 20:27-40

Atti 4:1-2; 23:6-9; 1Corinzi 15:13-18; 2Timoteo 2:18

19 19. Maestro, Mosè ci ha scritto, che se il fratello di alcuno muore, e lascia moglie senza figliuoli, il suo fratello prenda la sua moglie, e susciti progenie al suo fratello. 20. Vi erano sette fratelli; e il primo prese moglie; e, morendo, non lanciò progenie. 21. E il secondo la prese, e morì; ecc. 22. E tutti e sette la presero, e non lasciarono progenie; ultimamente, dopo tutti, morì anche la donna. 23. Nella risurrezione adunque, quando saranno risuscitati,

Le parole tra parentesi sono omesse da Tregelles, ma conservate da Lachmann e Tischendorf.

di chi di loro sarà ella moglie? conciossiaché tutti e sette l'abbiamo avuta per moglie.

La legge di Mosè proibiva espressamente, in regola generale, che alcuno sposasse la vedova del proprio fratello Levitico 18:16. C'era tuttavia un caso speciale previsto dalla legge detta dei Levirato, in cui questo matrimonio era non solo legittimo ma obbligatorio. Il caso era che un fratello defunto non avesse lasciato famiglia, ed era scopo di quella legge l'impedire l'estinzione di alcuna delle famiglie appartenenti alle varie tribù, e l'alienazione d'alcuna parte de' suoi beni, il che sarebbe avvenuto quando la vedova si fosse rimaritata in un'altra tribù. Secondo la legge del Levirato, il più prossimo congiunto del defunto, quando fosse libero dai vincoli matrimoniali, era tenuto a sposare la vedova, a meno che non potesse addursi alcuna valida ragione in contrario, e il primogenito di tal matrimonio si aveva a considerare come figlio del primo marito, di cui doveva portare il nome ed ereditare i beni. Gli altri figli del secondo matrimonio ereditavano dai loro propri genitori Deuteronomio 25:5-10. Un esempio dell'operazione di questa legge è ricordato nella storia di Rut 4:3-11. Fondandosi su questa legge del Levirato, i Sadducei addussero un caso immaginario ed impossibile, in cui l'operazione sua si ripetesse nelle persone di sette fratelli, i quali tutti morissero senza prole, la vedova sopravvivendo all'ultimo marito, e poi gli domandano, con aria di trionfo: "Quando saranno risuscitati, di chi sarà ella la moglie?" come se così avessero ridotta la risurrezione ad absurdum. Nei Atti 23:8, è riportata così la credenza dei Sadducei: "I Sadducei dicono che non vi è risurrezione, né angeli, né spirito"; per conseguenza negavano l'immortalità dell'anima non meno che la risurrezione del corpo. Questo si ha da aver presente, essendo la risposta di nostro Signore diretta contro amendue questi errori.

PASSI PARALLELI

Genesi 38:8; Deuteronomio 25:5-10; Rut 4:5

Rut 1:11-13

Matteo 22:25-28; Luca 20:29-33

24 24. Ma Gesù, rispondendo, disse loro: Non errate voi (Matteo più precisamente: "Voi errate") per ciò che ignorate le scritture, e la potenza di Dio?

L'errore che Gesù imputa ai Sadducei era un duplice errore, e non consiste già semplicemente, come credono alcuni, nella loro ignoranza della potenza di Dio che accompagna le Scritture 1Tessalonicesi 1:5; ma, primieramente, ignoranza delle Scritture, prodotta e dallo scarso studio di esse, e dalla mancanza di giusto intendimento di quel tanto che ne sapevano; e poi anche ignoranza della onnipotenza di Dio, a cui non possono fare ostacolo la morte e il sepolcro. Essi negavano, come molti l'hanno negato in seguito, che Iddio potesse risuscitare la polvere dispersa dei morti e formarne un nuovo corpo. Partendo da siffatta negazione, essi affermano non poter esser vera la dottrina della risurrezione, così opponendo, come fanno, per la maggior parte gl'increduli, la ragione alla rivelazione, e negando alla potenza infinita la ripetizione della energia dimostrata originariamente nella creazione dell'uomo. Facendo appello alle "Scritture" (cioè al canone dell'Antico Testamento, "Mosè, i Profeti ed i Salmi" Luca 24:4), Gesù dimostrò essere ivi contenuta la dottrina di uno stato futuro, che i Sadducei avrebbero dovuto credere semplicemente come fu rivelata, invece di aggiungervi il loro gratuito ed assurdo concetto che gli uomini debbano vivere nel cielo per ogni riguardo come quaggiù. I nemici della verità di Dio, nei tempi moderni, imitano in questo i Sadducei, perché, cercando di porre in non cale, ovvero di abbattere una dottrina della Bibbia, prima vi aggiungono una qualche loro propria falsità o assurdità e poi la mettono in ridicolo!

PASSI PARALLELI

Isaia 8:20; Geremia 8:7-9; Osea 6:6; 8:12; Matteo 22:29; Giovanni 5:39; 20:9; Atti 17:11

Romani 15:4; 2Timoteo 3:15-17

Giobbe 19:25-27; Isaia 25:8; 26:19; Ezechiele 37:1-14; Daniele 12:2; Osea 6:2; 13:14

Marco 10:27; Genesi 18:14; Geremia 32:17; Luca 1:37; Efesini 1:19; Filippesi 3:21

25 25. Perciocché, quando gli uomini saranno risuscitati dai morti, non prenderanno, daran mogli;

Luca aggiunge: "Perciocché ancora non possono morire". Secondo tutti e tre i Vangeli sinottici Gesù usa quì non già il futuro ma il presente non prendono dànno moglie; di più la controversia coi Sadducei si riferiva non solo alla risurrezione del corpo dal sepolcro, ma alla vita futura tutta intera; la parola "risurrezione" adunque, qual viene usata in questo passo deve includere tutta la vita dopo morte, sia quella dell'anima "assente dal corpo" 2Corinzi 5:8, "sia quella del risorto, corpo spirituale" 1Corinzi 15:44. A ciò corrisponde la prova che Gesù ricava dalla Scrittura; poiché esso dichiara espressamente di Abrahamo e degli altri patriarchi che "tutti vivono a Dio" Luca 20:38, sebbene non siano ancora partecipi della risurrezione del corpo. L'asserzione che, nello stato futuro, la umanità glorificata non muore più mai, e che l'uno e l'altro sesso non più contraggono tra loro matrimonio era sufficiente risposta ai Sadducei. I bisogni per cui fu istituito il matrimonio non esistono in cielo, e quindi n'è ignota l'usanza. Nessun rimedio contro le sregolatezze peccaminose può esser necessario laddove tutto è santità perfetta. Il matrimonio è il mezzo ordinato da Dio per perpetuare l'umana famiglia, ma siccome è da questo mondo che sono forniti gli umani abitatori dello stato celeste, e siccome la morte non può diradarne le file, così naturalmente non c'è più bisogno di matrimonio per rinnovarle, e per conseguenza cesserà questa ordinanza.

ma saranno come gli angeli,

(Gr. come angeli). Luca: "Conciossiaché sieno pari agli angeli". Ci sono molti punti di somiglianza tra gli angeli e i santi glorificati, come sarebbero la loro spiritualità, la loro santità, le loro gioie, gli impieghi loro; ma che l'eguaglianza sia o non sia assoluta sotto ogni rapporto, non abbiamo alcun mezzo di conoscerlo, essendo muta la Scrittura su questo argomento. Nel caso presente però, non è necessario a spingere la somiglianza oltre i due punti allegati da nostro Signore per confutare l'obbiezione dei Sadducei, cioè la loro immortalità e l'assenza del rapporto matrimoniale. Luca aggiunge: "E son figliuoli di Dio, essendo figliuoli della risurrezione", cioè come risorti ad una esistenza imperitura, ed essendo così i figliuoli della immortalità del Padre loro Romani 8:21,23; 1Timoteo 6:16. "Le parole: 'Figliuoli di Dio'", dice Alford, "sono usate in senso metafisico, per denotare lo stato essenziale dei beati dopo la risurrezione, essi sono, per la loro risurrezione, essenzialmente partecipi della natura divina, e non possono quindi morire". Siccome adunque non c'è più matrimonio, né morte, né imperfezione nel cielo, ne segue che l'obbiezione allegata contro alla dottrina della risurrezione dai Sadducei, era un mero cavillo, e la loro difficoltà insormontabile, nel fatto, era priva di qualsiasi benché minimo fondamento.

PASSI PARALLELI

Matteo 22:30; Luca 20:35-36; 1Corinzi 15:42-54; Ebrei 12:22-23; 1Giovanni 3:2

26 26. Ora, quant'è a' morti, ch'essi risuscitino, non avete voi letto nel libro di Mosè,

Cioè il Pentateuco, che, benché diviso in cinque diverse sezioni, è realmente un libro solo, chiamato "il libro della legge" Deuteronomio 31:26; Galati 3:10. Nostro Signore, con ciò ch'egli aveva rivelato intorno allo stato della risurrezione nel vers. precedente, avea provata la loro ignoranza della "potenza di Dio"; ora egli procede a convincere i suoi oppositori d'ignoranza intorno alle Scritture. Egli avrebbe potuto scegliere altri passi del Vecchio Testamento in prova della risurrezione, passi in cui tale dottrina appare più chiaramente agli occhi di ogni lettore, come sarebbero Giobbe 19:25; Salmi 16:10-11; 17:15; Ezechiele 37:1-10; Daniele 12:2; ma prescelse questo passo dagli scritti di Mosè, in parte a cagione della speciale riverenza che avean per esso i Sadducei, e in parte perché avean fondata la loro obiezione sopra una delle leggi che Mosè aveva date ai loro padri, come volesse dire: "Voi citate Mosè per sostenere il vostro diniego della risurrezione, ma io vi confonderò per la stessa sua bocca". Dall'avere nostro Signore scelto questo passo preferibilmente ad alcuno degli altri succitati, Tertulliano e Girolamo concludono che i Sadducei riconoscevano solamente i cinque libri di Mosè; ma una tal idea, che prevalse per lungo tempo, fu trovata insussistente, in quantoché i Sadducei ammettevano la canonicità di tutti i libri dell'Antico Testamento, differendo dai Farisei solo nel rigettare la legge orale o tradizionale, ammessa da questi. Vedi le Sette Giudaiche. Art. SADDUCEI.

come Iddio gli parlò nel pruno,

La citazione è dall'Esodo 3:6, e nostro Signore testimonia così l'origine Mosaica e l'autorità divina dello scritto da cui è derivato. La persona che in tale occasione parlò a Mosè fu "l'Angelo del Signore", e tuttavia reclama per sé gli omaggi dovuti a Dio, dichiara espressamente di esser Jehova l'Iddio di Abrahamo, ecc. C'era uno soltanto che potesse far ciò legittimamente e senza bestemmia, e questi era Colui che parlava in quel punto ai Sadducei; il quale, nei tempi antichi, apparì ai patriarchi come l'Angelo di Jehova, e intorno al quale Malachia (l'ultimo dei profeti), profetizzò, "Subito il Signore il quale voi cercate e l'Angelo del Patto il quale voi desiderate verrà nel suo tempio" Malachia3:1.

dicendo: Io son l'Iddio d'Abrahamo, l'Iddio d'Isacco, e l'Iddio di Giacobbe? 27. Iddio non è Dio de' morti, ma Dio de' viventi. Voi adunque errate grandemente.

Il secondo "Dio" nel vers. 27, è escluso in generale dai critici come un'aggiunta al testo genuino. Tale omissione non altera menomamente il senso del vers. il quale dichiara che Jehova, il quale si rivela a Mosè come il "Vivente", deve essere l'Iddio dei viventi e non dei morti annichilati. L'anello di congiunzione tra le premesse del vers. 26 e questa conclusione sembra, a prima vista, tutt'altro che manifesto. Due obiezioni furono mosse contro il passo dell'Esodo come una prova della risurrezione,

1. Che le parole di esso, nel loro ovvio significato, indicano soltanto che quel che Iddio era stato inverso ai padri avrebbe continuato ad esserlo inverso ai loro figliuoli; e

2. Che quand'anche questo passo presupponga necessariamente la continuazione della esistenza dei patriarchi, esso prova soltanto l'immortalità dell'anima e non la, risurrezione del corpo.

A meno che possa dimostrarsi che il significato ovvio dell'Esodo 3:6, esclude la possibilità dell'insegnamento ancor più profondo che Gesù, quale gran Profeta della sua Chiesa, ne deduce, la prima obiezione è senza fondamento. La seconda è annichilata dal fatto che si è precisamente con la dottrina dell'immortalità delle anime che nostro Signore insegna qui la risurrezione del corpo. La risposta di Cristo ai Sadducei fu piuttosto generale che specifica; essa mirava alla radice della loro incredulità piuttostoché a quel ramo particolare di essa che gli era presentata in quel punto. Costoro non credevano la risurrezione del corpo perché non credevano l'immortalità dell'anima. Queste due cose erano talmente inseparabili nella mente loro che dovevano o ammettersi entrambe o entrambe negarsi. Se fosse dimostrata indubitabilmente la maggiore delle due proposizioni, cioè che l'anima soppravvive alla dissoluzione del corpo, veniva così a mancare la base medesima su cui si fondava la negazione della risurrezione dei corpi. E perciò è diretto a tal fine l'insegnamento del Signore in questi versetti. Quantunque fosse già più di un secolo che, nella caverna di Macpela, Giacobbe dormiva, e più di 300 anni che vi dormiva Abrahamo, pure Gesù li dichiara entrambi viventi allorquando Jehova parlò a Mosè dal cespuglio ardente, dicendo: "Io sono l'Iddio di Abrahamo, l'Iddio di Isacco e l'Iddio di Giacobbe". Il fondamento su cui è basata questa asserzione e incontrovertibile. L'Iddio eterno avea stretto con loro il patto di essere il loro Dio in perpetuo; se un tal patto era immutabile, essi dovevano necessariamente, perché ne fossero adempite le condizioni, vivere in perpetuo; ma se, giusta la dottrina dei Sadducei, venivano annichilati nell'ora della morte, quel patto, invece di essere lo statuto dei privilegi d'Israele, e insieme dei privilegi del mondo, per mezzo della progenie di Abramo, era invece una delusione, e il Dio della verità diveniva un bugiardo. I Sadducei, non erano empii al punto da accettare quest'ultima conclusione, ed erano quindi costretti ad ammettere la prima, essere cioè così peculiare, intimo e benigno il patto stretto tra Dio e quei patriarchi defunti, da precludere ogni possibilità che l'anima o il corpo avesse a perire, e da implicare, per necessaria conseguenza, l'immortalità dell'una e la risurrezione dell'altro. Se le anime dei patriarchi dovean vivere in perpetuo, dovea necessariamente conseguitarne la risurrezione dei corpi; imperocché senza di questi non sarebbe stata completa l'umanità glorificata di essi. Questa autorevole dichiarazione del significato delle parole di Jehova a Mosè fece ammutolire, se pure non convinse i Sadducei, e Luca ci dice che riscosse il plauso degli gli Scribi che eran lì presenti. "Ed alcuni degli Scribi gli fecero motto, e dissero: Maestro, bene hai detto".

PASSI PARALLELI

Marco 12:10; Matteo 22:31-32

Esodo 3:2-6,16; Luca 20:37; Atti 7:30-32

Genesi 17:7-8; 26:24; 28:13; 31:42; 32:9; 33:20

Isaia 41:8-10; Romani 4:17; 14:9; Ebrei 11:13-16

Marco 12:24; Proverbi 19:27; Ebrei 3:10

28 

Il gran Comandamento, Marco 12:28-34

28. Allora uno degli Scribi, avendoli uditi disputare, e riconoscendo ch'egli avea risposto bene, si accostò, e lo domandò: Quale è il primo comandamento di tutti?

Matteo: "E i Farisei, udito ch'egli avea chiusa la bocca a' Sadducei, si raunarono insieme. E un dottor della legge lo domandò tentandolo e dicendo: Maestro, quale è il maggior comandamento?" Questo è il terzo attacco che fu mosso a Gesù in quel giorno, e procede dai Farisei soli, o, parlando più esattamente, dagli Scribi che appartenevano a quel partito. Molti scrittori negano che questo Scriba fosse animato da alcun maligno sentimento inverso Gesù, ma in presenza della testimonianza di Matteo, che questa domanda, come la precedente, fu fatta espressamente tentandolo, è impossibile accettare una simile teoria; e ciò più specialmente in quantoché taluni di questi scrittori confessano candidamente che "se la risposta fosse stata erronea, senza alcun dubbio se ne sarebbero valsi a suo danno". La tentazione contenuta in questa domanda non era così pericolosa come quella che avean presentata congiuntamente i Farisei e gli Erodiani; ma, riferendosi ad argomento calorosamente controverso tra, gli Scribi medesimi, implicava la perdita della riputazione di savio espositore delle leggi agli occhi dell'uno o dell'altro dei partiti, se non pure il sospetto di grave errore nel preferire taluni precetti a tutti gli altri. Lo Scriba non domandava a Gesù di decidere fra la legge scritta e la legge orale, fra i comandamenti negativi ed i positivi, od anche fra i diversi precetti del Decalogo; ma voleva ch'ei decidesse quale comandamento, in tutto quanto il corpo della legge scritta da Mosè, sì morale che cerimoniale, fosse il più importante. "Se", dicean essi, "Mosè ci ha ingiunto 365 proibizioni e 248 comandamenti, in tutto 613 diversi precetti ed ordinanze, del sicuro non possono esser tutti d'eguale importanza, né la trasgressione dell'uno piuttosto che dell'altro essere della medesima gravità. C'è alcuno di questi comandamenti che abbia diritto alla preeminenza su tutti gli altri? E se è così, qual è questo comandamento?" Su tale questione i dottori erano divisi tra loro. Le leggi intorno ai sacrifizii, intorno al Sabbato, intorno alla confessione di Dio, come è contenuta nel Deuteronomio 6:4; intorno alla circoncisione; intorno alle lavande e purificazioni; intorno alle filatterie e molto altre cose, avean ciascuna i suoi caldi e arrabbiati partigiani e la tentazione stava precisamente nella impossibilità in cui volean porre Gesù di profferire una decisione qualsiasi, senza offendere agli uni o gli altri.

PASSI PARALLELI

Matteo 22:34-40

Matteo 5:19; 19:18; 23:23; Luca 11:42

29 29. E Gesù gli rispose: Il primo di tutti i comandamenti è: Ascolta, Israele: il Signore Iddio nostro è l'unico Signore;

Questo ogni Giudeo divoto lo ripeteva due volte al giorno, e i Giudei continuano a ripeterlo insino ad oggi; così perseverando nella grande lor protesta nazionale contro il politeismo e il panteismo del mondo gentile. A la gran confessione della loro fede nazionale nel Dio vivente e personale.

PASSI PARALLELI

Marco 12:32-33; Deuteronomio 6:4; 10:12; 30:6; Proverbi 23:26; Matteo 10:37; Luca 10:27; 1Timoteo 1:5

30 30. E ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore, e con tutta l'anima tua, e con tutta la mente tua, e con tutta la tua forza. Quest'è il primo comandamento.

Matteo cita dal Deuteronomio 6:5, soltanto il comandamento, ma Marco cita tutto quanto il passo; solo che invece di mantenere l'ordine esatto del testo ebraico: la mente, l'anima, la forza, introduce il cuore, in aggiunta a per mettere sempre più in evidenza quel che esprime nel Deuteronomio e sostituisce la parola la forza. Secondo l'Olshausen "la parola, nell'originale, si riferisce all'energia della volontà a cui si riferisce pur anche mentre denota il principio riflessivo e il principio sensitivo nell'uomo". Senonché non occorre che ci proviamo qui a distinguere esattamente tra il cuore, l'anima e la mente, essendo ovvio che questi sinonimi son quì accumulati per esaurire l'idea dell'uomo intiero, tutte le sue potenze e i suoi affetti. Gesù, in questa risposta, dichiara distintamente esservi un comandamento d'importanza più profonda, d'obbligo più stringente degli altri tutti, sui quali deve avere più manifestamente la precedenza, e quell'uno esser l'amare Iddio con tutta la forza e l'energia del nostro essere. Ma quando segnala l'amare Iddio come il primo e il più grande dei comandamenti, non lo fa come se fosse un comandamento isolato, contraddistinto dagli altri e più alto di essi solamente nel grado. Per lo contrario, l'amare Iddio è il comandamento che abbraccia e comprende tutti gli altri; e tutta quanta la legge non è che l'espansione delle parole: "Ama il Signore Iddio tuo!" È il primo e il maggiore dei comandamenti, perché abbraccia tutti quanti i doveri dell'uomo, e perché, ove sia impiantato nel cuore, produrrà l'ubbidienza a tutti gli altri comandamenti di Dio. Si osservi che mentre Iddio c'impone l'obbligo di amarlo, l'uomo porta in sé la capacità di dedicare tutto il proprio essere e le proprie facoltà a questo oggetto sublime. Una tale consecrazione però si fa effettivamente solo quando la grazia divina opera efficacemente nel cuore, cosicché, mentre il non amare Iddio è una colpa, l'amarlo non è merito alcuno.

31 31. Ed il secondo, simile, è questo:

E il secondo è simile ad esso: Come l'amor supremo ed intenso verso Dio è il sommario e la sostanza della prima tavola della legge, così l'amore è anche il compimento della seconda tavola che ha per oggetto i nostri simili. È in tal guisa che il secondo comandamento è simile al primo. Il primo amore include, sostiene e modula il secondo. Il primo comandamento non si può osservare quando si trasgredisca il secondo, né si può osservare il secondo, nel suo vero senso, quando il primo sia trasgredito. "Se alcuno dice: io amo Iddio, ed odia il suo fratello è bugiardo" 1Giovanni 4:20.

Ama il tuo prossimo come te stesso.

Si osservi che nostro Signore non aggiunge per riguardo all'amore del nostro prossimo o di noi stessi, "con tutto il cuore e con tutta l'anima e con tutte le forze e con tutta la mente", e con ciò è virtualmente condannato ogni amore idolatra di sé, ogni culto della creatura ed ogni eccessivo amore mondano. La norma che ci è posta dinanzi per l'amore del nostro prossimo è quella che è prescritta per l'amore di noi stessi. L'amare noi stessi supremamente ci è proibito, imperocché non è compatibile con l'amor supremo dovuto a Dio; tuttavia l'amor di sé, in quanto è principio originario nelle nostre nature Efesini 5:29, e quindi non soggetto ai capricci della volontà, è fatto saviamente la norma dell'amor degli uomini l'un verso l'altro, altrimenti questi rimarrebbe sempre assai inferiore a quell'interessamento che ognuno sente pel suo proprio benessere. La "regola aurea" Matteo 7:12, è fatta qui il nostro migliore interprete della natura e dell'estensione dei diritti del nostro prossimo sopra di noi. Noi dobbiamo amare tutto l'uman genere così sinceramente come noi stessi, e con quella stessa prontezza d'agire e soffrire per loro che potremmo ragionevolmente aspettarci da loro. Ohimè! quale abisso tra il nostro dovere come è qui esposto dall'Interprete infallibile della legge di Dio, e la nostra pratica giornaliera.

Non vi è altro comandamento maggior di questi.

Matteo: "Da questi due comandamenti dipendono tutta a legge e i profeti". Paolo esprime la stessa verità con queste parole: "L'adempimento adunque della legge è la carità" Romani 13:10. In questa risposta del Salvatore abbiamo, in compendio, tutta la legge dei doveri umani. Ella è così semplice che può intenderla un fanciullo, così breve che ognuno può ricordarla, così comprensiva da abbracciare tutti i casi possibili, ed è per sua natura immutabile. È impossibile che Iddio richiegga dalle sue creature ragionevoli meno di questo o in sostanza altro che questo, sotto qualunque dispensazione, in qualsiasi mondo e in qualsivoglia periodo del tempo presente o della eternità. Eppure questo sommario incomparabile della legge divina apparteneva alla religione ebraica e ci fornisce una prova incontrovertibile della divina origine di questa.

PASSI PARALLELI

Levitico 19:13; Matteo 7:12; 19:18-19; 22:39; Luca 10:27,36-37; Romani 13:8-9

1Corinzi 13:4-8; Galati 5:14; Giacomo 2:8-13; 1Giovanni 3:17-19; 4:7-8,21

32 32. E lo Scriba gli disse: Maestro, bene hai detto secondo verità, che vi è un solo Iddio, e che fuor di lui non ve n'è alcun altro;

La parola "bene" non è mero pleonasmo, o parola di collegamento in principio di frase, ma è avverbio enfatico, che equivale in questo luogo ad eccellentemente o mirabilmente. I critici scettici rappresentano Matteo e Marco come se differissero l'un dall'altro nell'apprezzamento di questo Scriba, quegli trattandolo dal principio alla fine come un nemico e questi come un amico. Ma in questo notevolissimo incidente uno dei tratti più rimarchevoli è per l'appunto l'effetto prodotto sullo Scriba medesimo dalla risposta del Salvatore, il cangiamento del suo sentire quando trovò com'ella coincidesse completamente con le vedute a cui egli medesimo era pervenuto in seguito a lunghi e penosi studi. Nulla potrebbe essere più fedelmente conforme alla natura umana che l'aspetto che ci presentano di quest'uomo i due Evangelisti. Sebbene dapprima fosse stato un tentatore, pur rimase così incantato all'udire espresse con tanta chiarezza quelle vedute medesime ch'ei s'era formate, con tanto travaglio, in mezzo alle tenebre di un culto meramente cerimoniale, che non potè ristarsi dallo esprimere altamente la propria ammirazione.

PASSI PARALLELI

Deuteronomio 4:39; 5:7; 6:4; Isaia 44:8; 45:5-6,14,18,21-22; 46:9; Geremia 10:10-12

33 33. E che amarlo con tutto il cuore, e con tutta la mente, e con tutta l'anima e con tutta la forza; ed amare il suo prossimo come se stesso, è più che tutti gli olocausti, e sacrificii.

Gli olocausti ed i sacrifizii sono menzionati quì come le parti più importanti del rituale levitico, quelle a cui gli osservatori della mera lettera della legge davano tutta la loro attenzione. Lo Scriba adunque dichiara che l'amare Iddio supremamente e il prossimo nostro come noi stessi è di maggiore importanza intrinseca e più accetto a Dio che non tutte le istituzioni positive, e mostra in tal modo d'aver compresa la differenza essenziale tra ciò che è morale e per sua natura immutabile, e ciò che è obbligatorio soltanto perché è ingiunto, e rimane soltanto finché continua l'ingiunzione. La alacrità, il calore, il vigore di questa risposta dicono abbastanza quanto fosse intenso il convincimento di cui era l'espressione. Nato e cresciuto in un paese ove prevalevano altri e ben diversi sentimenti, egli era giunto, ciò nonpertanto, a vedere l'inutilità delle pratiche meramente cerimoniali se erano disgiunte da quel sentimento interno del cuore che solo poteva vivificarle, e ben possiamo meravigliarci del concetto chiaro e giusto dell'importanza relativa del morale e del cerimoniale a cui era pervenuto. Quanta rassomiglianza nell'effetto prodotto, rispettivamente sui loro seguaci, dal cerimonialismo ebraico e dal papista, culminanti l'uno e l'altro in grossolana superstizione materiale, ovvero nelle crude, ignare, antifilosofiche conclusioni del libero pensatore! Come pochi son quelli che, nei paesi papali, hanno imparato come questo Scriba, "che l'amare Iddio con tutto il cuore e con tutta la mente, e con tutta l'anima e con tutta la forza, e l'amare il suo prossimo come sé stesso è più che tutti gli olocausti e sacrifizii!"

34 34. E Gesù, veggendo ch'egli avea avvedutamente

intelligentemente, con intendimento.

risposto, gli disse: Tu non sei lontano dal regno di Dio.

Sebbene quest'uomo fosse progredito tanto più avanti della maggioranza dei suoi compatrioti, e era una cosa di cui mancava tuttora. Egli sentiva quanto fosse vuota un'ubbidienza meramente cerimoniale della legge, ma non era ancor giunto a vedere tutto quello che richiedeva il primo e grande comandamento, né a sentire quanto ei fosse lontano dall'osservarlo, od anche, se osservato l'avesse (come si proponeva di fare), quanto l'osservanza di esso fosse impotente a giustificare il peccatore davanti al tribunale di Dio. Gli mancava "il cuor rotto e contrito" e la cognizione di Colui che è "il fin della legge in giustizia ad ogni credente" Romani 10:4. È per questo riguardo che Gesù non dice altro che questo: "Tu non sei lontano dal regno di Dio". La sua professione di fede era giusta per quel che diceva, ma non diceva abbastanza; sicché quelle parole di Gesù contengono un avvertimento di accostarsi ancor più dappresso se voleva esser certo di entrare nel regno, anziché una commendazione di uno che certamente entrerebbe. Egli era ormai così vicino all'ubbidienza della fede, che afferrava il principio e lo spirito del comandamento divino, un sol passo di più ed avrebbe scoperto con Paolo che "il comandamento è santo e giusto e buono", ma che egli stesso era il carnale, venduto sotto al peccato, e si sarebbe unito a lui nello esclamare: "Misero me uomo! chi mi trarrà di questo corpo di morte? Io rendo grazie a Dio per Gesù Cristo nostro Salvatore" Romani 7:24-25. Intorno alla sorte di quest'uomo, siamo lasciati incerti se fosse poi annoverato tra i "nati dall'alto" nel giorno della Pentecoste, ovvero se, nonostante l'esser così vicino, non entrasse giammai nel regno.

E niuno ardiva più fargli alcuna domanda.

cioè dello stesso carattere della precedente, con l'animo di tentarlo, essendo ormai convinti che siffatti tentativi erano tutti inutili. "Niun uomo parlò giammai come costui" Giovanni 7:46.

PASSI PARALLELI

Osea 6:6; Amos 5:21-24; Michea 6:6-8; Matteo 9:13; 12:7; 1Corinzi 13:1-3

RIFLESSIONI

1. Guardiamoci dal lasciarci ingannare e sedurre dall'adulazione. Parole più dolci e melate di quelle con cui i Farisei e gli Erodiani si accostarono a Cristo, non avrebber potuto trovarsi, nondimeno costoro proponevansi la sua rovina: "Maestro, noi sappiamo che tu sei verace, e che insegni la via di Dio in verità, e che non ti curi d'alcuno: perciocché tu non riguardi alla qualità delle persone degli uomini" (Matteo). Per la conoscenza che avevano della natura umana, essi calcolavano, con quelle blandizie e con quei bei discorsi; insinuarsi per modo nell'animo di Gesù che questi, smesso ogni sospetto, più non si tenesse in guardia, e speravano che riuscirebbe loro tanto più agevole d'averne vittoria. A loro si potrebbero applicare a puntino quelle parole di Davide: "Le lor bocche son più dolci che burro, ma ne' cuori loro vi è guerra; le loro parole sono più morbide che l'olio, ma sono tante coltellate" Salmi 55:22. Ma Gesù leggeva nei pensieri più riposti del loro cuore, e non fu tratto in inganno. A quanti si professano Cristiani si conviene stare in guardia contro l'adulazione. Siamo in grande errore se supponiamo che la persecuzione e i maltrattamenti siano le sole armi dell'arsenale di Satana. L'astuto avversario ha altre macchine a nostro danno e ben s'intende a maneggiarle. Ei sa come far prigioni le anime, seducendole con le blandizie del mondo, quando non riesce ad atterrirle col dardo infocato e con la spada. Non lasciamoci adunque sorprendere dalle sue arti. Satana non è mai tanto pericoloso come quando appare sotto l'aspetto d'angelo di luce. Il mondo non è mai così pericoloso pel Cristiano come quando gli sorride. Ben fa il credente che rimane fermo contro il cipiglio del mondo, ma fa ancor meglio colui che è sordo alle sue lusinghe.

2. La risposta data da Cristo ai Farisei e agli Erodiani è un aforisma d'infinita sapienza che è divenuto proverbiale. Vi sono cose che appartengono esclusivamente a Dio, e vi sono cose che appartengono a Cesare, cioè al magistrato civile; né le une dovrebbero intromettersi nelle altre, come purtroppo accade non di rado. Alle une si può provvedere e soddisfare pienamente senza menomare le altre o invaderne il campo. Nelle cose di Dio, ossia della coscienza, non è lecito subir la legge dell'uomo Daniele 3:13-18; 6:7-16; Atti 4:19; 5:29; nel mentre che, obbedendo e onorando Cesare nella sua propria sfera, rendiamo ubbidienza a Dio medesimo. La formola tanto in voga ai nostri giorni ed in Italia più che altrove: "Libera Chiesa in libero Stato" è l'espressione del desiderio di separare le cose di Dio e quelle di Cesare; ma sì gli uomini di Stato che il popolo hanno ancor da imparare il principio primordiale su cui Chiesa e Stato devono poggiare se vogliono cooperare armonicamente. Fino a tanto che la Chiesa papale rimane un sistema politico, che s'intromette, sotto pretesto di religione, tra il magistrato civile ed i suoi sudditi, lo Stato non può giammai esser libero; e fino a tanto che lo Stato esercita un controllo sulla Chiesa (come è naturale che l'eserciti, finché paga il pontefice e il clero), la libertà della Chiesa ne resta menomata.

3. In quegli argomenti che superano le attuali nostre cognizioni, come la risurrezione dei morti l'autorità delle Scritture deve decidere ogni cosa e per tutto le difficoltà che sorgono dagli insegnamenti di esse su questa ed altre materie somiglianti, conviene, come qui, rimettersene alla "potenza di Dio". Norma questa opportunissima a' nostri giorni, in cui le difficoltà fisiche che incontra qualunque risurrezione corporea dei morti, ne hanno pressoché annichilata la fede nelle menti di molti cultori della scienza. Mentre le Scritture devono essere l'unica regola di fede pel Cristiani su questo argomento, impariamo a rimettercene per qualunque difficoltà si trovi nel creder la loro testimonianza alla "potenza di Dio", che compie tutto quello ch'egli promette. In quanto poi alla difficoltà con cui i Sadducei tentarono nostro Signore, la difficoltà cioè di conciliare lo stato che segue la risurrezione coi vincoli di parentela contratti nella vita presente, la sua risposta non solo la scioglie interamente, ma solleva pur un canto del velo che ci nasconde l'avvenire e ci permette di gettare uno sguardo sullo stato dei redenti nel cielo. La difficoltà dei Sadducei proveniva dal supporre che, ammessa la risurrezione, si dovesse ammettere la ricomparsa delle relazioni matrimoniali della vita presente. Era questo uno di quei grossolani concetti della vita futura a cui sembrano proclivi, anche oggidì alcune menti. La vita futura dei figliuoli di Dio, come sarà senza peccato così sarà esente da morte. Siccome il matrimonio è destinato a riempire qui le lacune fatte nella umanità dalla morte, non è più necessario in uno stato in cui morte non è. Questo suppone che nuove e più alte leggi governeranno il loro sistema fisico, alle quali sarà adatto l'elemento più puro in cui si moveranno. Per riguardo a questa vita indefettibile, saranno allo stesso livello degli angeli; saranno un riflesso, per quanto debole e smorto, dell'immortalità medesima del Padre loro. Tuttavia sì ha da por mente che, il corpo spirituale o risorto è pur sempre sostanzialmente l'identico corpo che portiamo ora, e dobbiamo guardarci bene dallo etearizzarlo così da far consistere lo stato della risurrezione in poco più che l'immortalità dell'anima.

4. In questo passo abbiamo una prova notevole della verità storica e della ispirazione del Pentateuco. Se non fosse stato ispirato divinamente, nostro Signore non avrebbe mai scelto da esso la sua prova della risurrezione, mentre avrebbe potuto trarne delle altre più dirette dagli scritti dei profeti. E questo s'imprima profondamente nella nostra memoria, in questi giorni in cui il Pentateuco è così fieramente assalito dagli scettici e dagli increduli. La ragione per cui nostro Signore prescelse di trarre da esso la sua prova della risurrezione non fu già soltanto la venerazione degli Ebrei pei patriarchi e per gli scritti di Mosè; ma fu, senza dubbio, ch'ei volle eziandio incoraggiarci a penetrar più addentro nella Scrittura, e a prendere le parole stesse di Dio nel loro significato più comprensivo. E non potrebbe darsi ancora ch'egli volesse somministrare a noi, che viviamo sotto la dispensazione del Nuovo Testamento, una prova che gli Ebrei avevano più estesa conoscenza delle verità essenziali della religione che noi non sogliamo attribuirla ad essi? Quando Il Signore disse a Mosè: "Io sono l'Iddio di Abrahamo, e l'Iddio d'Isacco, e l'Iddio di Giacobbe", potrebbe sembrare che volesse dire semplicemente di non aver dimenticato le promesse ch'egli avea fatte, secoli prima, a quei patriarchi, di cui Dio egli era mentre essi vivevano. Ma dal modo in cui il nostro Signore leggeva e vuol che noi pure leggiamo queste parole, è evidente che il loro scopo era di accertare Mosè che egli ed i patriarchi, quantunque questi ultimi fossero morti, stavano sempre nella stessa relazione gli uni coll'altro e che siccome "essi tutti vivono a Lui", così Egli si tiene vincolato dal suo patto con loro.

5. Il lettore intelligente del Nuovo Testamento non mancherà di osservare che nelle descrizioni del mondo futuro, la "vita" fosse pure una vita di miseria, non è mai ascritta ai malvagi, qual porzione loro. Che esistano per sempre non è che troppo chiaro. Che risorgeranno al pari dei giusti, è dichiarato esplicitamente, ma non mai "dai morti", come se risorgessero per vivere. Essi "usciranno in risurrezione di condannazione" Giovanni 5:29, appunto come nell'Antico Testamento è detto che "si risveglieranno a vituperii e ad infamia eterna" Daniele 12:2. Ma la parola "vita" come esprimente lo stato futuro, è riservata invariabilmente per descrivere la condizione dei santi. Perciò, quando nostro Signore dice quì: "conciossiaché tutti vivano a Lui", potremmo concludere, quand'anche non fosse chiaro dal contesto, ch'egli volea dire "tutti i suoi santi", tutti "i morti che muoiono nel Signore", e soltanto essi.

6. Quanti errori in religione non sono da attribuirsi alla ignoranza della Bibbia! Nostro Signore ne mosse accusa ai Sadducei: "Voi errate non intendendo le Scritture". La verità di questo principio è provata dai fatti in quasi ogni età della storia della Chiesa. Le false dottrine degli Ebrei al tempo di nostro Signore erano il risultato del porre in non cale le Scritture. I secoli tenebrosi del Medio Evo furon tempi in cui la Bibbia fu tenuta nascosta al popolo. La riforma protestante si effettuò principalmente col tradurre e porre in circolazione la Bibbia. Le Chiese che son più fiorenti al giorno d'oggi son quelle in cui maggiormente si onora la Bibbia. Che queste considerazioni c'imprimano nelle nostre menti e portino frutto nelle nostre vite!

7. Alla luce del "gran comandamento" che penserem noi di quelli che parlano del Pentateuco come non fosse composto che di frammenti dell'antica letteratura ebraica, e come se questa non contenesse altro che idee ristrette e rozze intorno alla religione, adatte ad un'età incolta del mondo, ma indegne di dar leggi al pensiero religioso di tutti i tempi? Sia che paragoniamo le vedute religiose ed etiche dischiuse in tale comandamento con quanto di meglio offre il pensiero religioso all'infuori del Giudaismo durante qualsivoglia periodo storico innanzi Cristo; o che lo paragoniamo con la luce diffusa dall'insegnamento di Cristo intorno alla religione e con le idee più avanzate del tempo presente, la perfezione senza pari di questo monumento della religione mosaica attesta evidentemente agli animi imparziali e riflessivi l'origine sua soprannaturale e il suo carattere rivelato. Questo grande comandamento adempie all'uffizio di "pedagogo per guidarci a Cristo, acciocché siamo giustificati per fede" Galati 3:24, poiché ci dimostra che non possiamo osservarlo perfettamente coi nostri più strenui sforzi, e ci costringe a cercar rifugio in Colui "che ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo per noi fatto maledizione" Galati 3:13: e la vita che otteniamo dalla morte di Cristo è una vita di vera, amorevole, accettevole ubbidienza a quel gran comandamento.

35 Marco 12:35-37. CRISTO CONFONDE I FARISEI INTORNO AL CONCETTO DI DAVID SUL MESSIA Matteo 22:41-46; Luca 20:41-44

35. E Gesù, insegnando nel tempio, prese a dire: Come dicono gli Scribi, che il Cristo è Figliuolo di Davide?

Secondo Matteo, Gesù si rivolse ai Farisei, al qual corpo appartenevano gli Scribi, e la sua narrazione è più completa, siccome egli ci dà non soltanto la domanda con cui Gesù presentò, l'argomento all'attenzione dei suoi uditori: "Che vi par egli del Cristo? di chi è egli figliuolo?" ma pure la loro risposta: "Di Davide"; però, paragonando tra loro le narrazioni dei tre sinottici, si vede che il senso è lo stesso in tutte. Il Cristo è il sinonimo greco del nome ebraico il Messia, entrambe significando l'unto, ed entrambi sono usati come il titolo uffiziale di colui che i profeti predissero e che il popolo aspettava come il Profeta, il Sacerdote e il Re d'Israele. Il "Figliuolo di Davide" era il titolo familiare e favorito che davasi al Messia. La donna sirofenice, i due mendicanti ciechi di Capernaum, Bartimeo a Gerico, le turbe che, due giorni prima, eran presenti al suo ingresso trionfale in Gerusalemme, e i fanciulli nel tempio, volendo esprimere la loro fede e allegrezza nel riconoscere in Gesù il Messia, lo chiamano tutti "il Figliuol di Davide". I Farisei adunque non aveano difficoltà alcuna a rispondere alla prima domanda.

PASSI PARALLELI

Marco 11:27; Luca 19:47; 20:1; 21:37; Giovanni 18:20

Matteo 22:41-42; Luca 20:41-44; Giovanni 7:42

36 36. Conciossiaché Davide istesso, per lo Spirito Santo, abbia detto: Il Signore ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io abbia posti i tuoi nemici per iscannello dei tuoi piedi. 37. Davide istesso adunque lo chiama Signore; come adunque è egli suo figliuolo?

La credenza nazionale intorno al Messia, al tempo del Salvatore e dopo, era che egli dovesse essere semplicemente un uomo. Trifone, nel suo dialogo con Giustino Martire, dichiara distintissimamente tale credenza: "Noi tutti pensiamo che il Cristo sarà un uomo nato da genitori umani". E fu questa credenza che li fece respingere, come un insulto, la pretesa a tale uffizio da parte di uno di natali così umili come Gesù di Nazaret. "Non è questi il figliuolo del falegname?" Matteo 13:55. Alla seconda domanda (secondo Matteo): "Come adunque Davide lo chiama egli in ispirito Signore?" era assai più difficile il rispondere. Che Davide, ispirato dallo Spirito di Dio (nel Salmo 110, che si riteneva e citava universalmente come un Salmo messianico), riconoscesse come suo Signore colui che i profeti chiamavan suo figliuolo, era un fatto inesplicabile pei Farisei, ed è tuttora inesplicabile per gli Ariani, Sociniani e per tutte le gradazioni di Antitrinitari, i quali o lo rigettano come inconciliabile con la loro filosofia o tentano poco lealmente di spiegare la parola mio Signore, in un senso inferiore. Non c'è che una soluzione di questa difficoltà. Il Messia è nel tempo stesso inferiore a Davide come suo figliuolo secondo la carne, e superiore a lui come Signore di un regno del quale Davide è suddito egli stesso e non sovrano. La natura umana di Cristo e la sua Divinità ed il suo regno spirituale (nel quale sarà un grande onore per i più potenti sovrani della terra l'essere ricevuti come umilissimi sudditi), ci danno l'unica spiegazione possibile di questo passo. Da questi versetti ricaviamo una nuova prova, indiretta e quindi soddisfacentissima, dell'autenticità ed ispirazione del libro dei Salmi, e in particolare della ispirazione di Davide che è lo scrittore del Salmo 110. Matteo dice: "Davide lo chiama in ispirito Signore". Marco: "Davide istesso, per lo Spirito Santo, abbia detto". Luca: "E pur Davide stesso nel libro dei Salmi dice ecc.".

37 E la maggior parte della moltitudine,

il popolo minuto, in opposizione ai sacerdoti, Farisei e Sadducei.

l'udiva volentieri.

In quanto all'effetto prodotto sopra coloro che avean provocato Gesù, Marco ha già ricordato nel vers. 34 (sebbene cada assai più in acconcio quì, secondo il piano di Matteo) che "niuno ardiva più fargli alcuna domanda". La ragione per cui rinunziarono a questo vessatorio tentativo di accalappiare il Cristo non fu già alcuna severa proibizione e o allarmante minaccia per parte sua; ma perché si erano convinti esser egli di tanto superiore ad essi in dottrina, in sapienza, e perizia d'argomentazione, che qualunque disputa ulteriore non avrebbe fatto altro che porre in chiaro la loro ignoranza e coprirli di vergogna.

PASSI PARALLELI

2Samuele 23:2; Nehemia 9:30; Matteo 22:43-45; Atti 1:16; 28:25; 2Timoteo 3:16; Ebrei 3:7-8

Ebrei 4:7; 1Pietro 1:11; 2Pietro 1:21

Salmi 110:1; Atti 2:34-36; 1Corinzi 15:25; Ebrei 1:13; 10:12-13

Matteo 1:23; Romani 1:3-4; 9:5; 1Timoteo 3:16; Apocalisse 22:16

Matteo 11:5,25; 21:46; Luca 19:48; 21:38; Giovanni 7:46-49; Giacomo 2:5

RIFLESSIONI

1. Si noti accuratamente che il Signore appellossi, come ad autorità decisiva, alle parole di Davide, perché questi era guidato dallo Spirito Unto. Quindi si ha da inferire l'ispirazione piena dei Salmi, e non solo di essi, ma di tutto quanto l'Antico Testamento, e per parità di ragione, di tutto quanto il Nuovo, essendo che così l'uno come l'altro furono scritti sotto la suggestione, e la soprintendenza divina, da uomini che avean ricevuto il dono dello Spirito Santo. Davide parla così di sé steso: "Lo Spirito del Signore ha parlato per me, e la sua parola è stata sopra la mia lingua" 2Samuele 23:2. Pietro rende una simile testimonianza, sebbene più generale: "La profezia non fu già recata per volontà umana; ma i santi uomini di Dio hanno parlato essendo sospinti dallo Spirito Santo" 2Pietro 1:21; e Paolo insegna nel modo più positivo l'ispirazione di tutto quanto l'Antico Testamento, allorché ci dice: "Tutta la Scrittura è divinamente ispirata" 2Timoteo 3:16. Portiamo adunque riverenza alle Sante Scritture come dettate dallo Spirito eterno, consultiamole accuratamente, e sottomettiamo alla loro decisione tutte le nostre opinioni.

2. Possiamo dall'Antico Testamento imparare moltissime cose intorno a Cristo. Non pochi fra quelli che professano di essere Cristiani, pongono in non cale il Vecchio Testamento, perché lo riguardano come se si riferisse, soltanto alla nazione ebraica. È questo un gravissimo sbaglio, e il fatto che nostro Signore si riferì ad esso, in questa occasione, è un esempio concludentissimo. Volendo porre in evidenza l'ignoranza dei dottori giudei intorno alla vera natura, del Messia, Gesù cita un passo del libro dei Salmi, dimostrandoci in tal modo che Davide fu ispirato dallo Spirito Santo a scrivere di Cristo. Altrove pure egli cita passi dell'Antico Testamento relativi al Messia, specificando le tre parti in cui dividevasi allora quel sacro volume, cioè la Legge di Mosè, i Profeti ed i Salmi Luca 24:27,44; Giovanni 5:39; sui quali richiamiamo specialmente l'attenzione del lettore. Ma dove più vien parlato di Cristo è nei Salmi: le sue prove ed i suoi patimenti durante la sua prima venuta su questa terra, il suo glorioso ritorno ed il suo finale trionfo, quando scenderà una seconda volta quaggiù, ecco i principali argomenti di molti passi di quella maravigliosa porzione della Parola di Dio. Nel Salmo 110 (citato in questa circostanza dal Nostro Signore, e riconosciuto dagli, antichi Ebrei come profezia messianica), egli è precisamente dell'alta posizione del Messia, del suo complesso carattere e dei gloriosi destini che lo aspettano, che parla il padre celeste, indirizzandosi a lui medesimo. Ma quanto spesso e con quanta forza le antiche Scritture ci presentino la doppia natura di Cristo lo si rileverà dai passi seguenti: Isaia 11:10; Geremia 23:5-6; Zaccaria 6:12-13.

3. Non lasciamo questo passo senza fare un'applicazione pratica della solenne domanda del Signore: "Che vi par egli del Cristo?" Che ci par egli della sua persona e de' suoi uffizii? Che ci par egli della sua vita, e che della morte sua per noi sulla croce? Siamo noi uniti a Lui nella sua morte nella sua risurrezione, nella sua ascensione ed intercessione alla destra di Dio? Abbiam noi provato per propria esperienza ch'egli è prezioso alle anime nostre? Possiam noi dire veramente: Egli è il mio Redentore, il mio Salvatore, il mio Pastore e il mio Amico?

38 Marco 12:38-40. CRISTO SMASCHERA GLI SCRIBI Matteo 23:1-23; Luca 20:45-47

Per la esposizione vedi Matteo 23:1-23.

41 Marco 12:41-44. LA VEDOVA CHE GETTA DUE PICCIOLI NEL TESORO DEL TEMPIO Luca 21:1-4

41. E Gesù, postosi a sedere,

per prendere un pò di riposo dopo aver insegnato, e prima di mettersi in cammino per ritornare in Betania.

di rincontro alla cassa dell'offerte,

Il nome di Tesoro era dato dai Rabbini a 18 cassette, chiamate, dalla loro forma, shofarot, trombe, che erano immurate in qualche parte della corte delle donne. Due di queste cassette erano destinate a ricevere la tassa del mezzo siclo detta testatico, la quale non era un'offerta volontaria, ma un pagamento espressamente ordinato dalla legge mosaica. Nelle altre si mettevano le offerte degli adoratori pei sacrifizii, l'olio, il sale, le legna ed altri oggetti richiesti per il servizio giornaliero del tempio. La prima menzione di questo modo di raccogliere le offerte, trovasi in 2Re 12:9; 2Cronache 24:8. Un Ebreo che entrane nei recinti del tempio, passava prima nel cortile esteriore o "corte dei Gentili", e di là nella "corte delle donne", la quale così chiamavasi non già perché fosse destinata esclusivamente alle donne che venivano ad adorare, ma semplicemente perché ad esse non era permesso di accostarsi più da presso al luogo santo. Di lì, per una scalinata, si giungeva al cortile interno chiamato "la corte d'Israele", nel mezzo di cui sorgeva il grande altare di bronzo.

riguardava come il popolo gittava denari nella cassa; e motti ricchi vi gittavano assai.

Queste offerte non si, limitavano alle classi più ricche dei Giudei, ma contribuivansi da tutte le classi, sebbene è presumibile che la maggior parte delle offerte fosse di poco valore, dalla parola rame, applicata ad esse nell'originale. Molti dei ricchi tuttavia offerivano ricchi doni, che (quantunque utilissimi per i bisogni del culto) erano accettevoli a Dio se solamente fatti con rette intenzioni.

PASSI PARALLELI

Matteo 27:6; Luca 21:2-4; Giovanni 8:20

2Re 12:9

42 42. Ed una povera vedeva venne,

Molti commentatori credono che il Signore chiamasse l'attenzione dei suoi discepoli sull'offerta di questa povera vedova come per dir loro: "Mirate là il contrasto tra i Farisei, che nel nome della religione 'divorano le case della vedove' per arricchirsi, e questa povera vedova la quale offre, per amore spontaneo, a Dio tutto quanto essa possiede". Non c'è nelle sacre narrazioni nessun segno esteriore di tale connessione tra il discorso precedente a questo, salvo che cronologicamente sono consecutivi, tuttavia la è un'idea assai probabile. "Evidentemente sì voleva", dice l'Olshausen, "che il contrasto risultante da questo confronto dei due caratteri facesse meglio spiccare la natura malvagia dei Farisei. Non d'altro curandosi che di fini mondani, essi agognavano ricchezze terrene che spesse volte si appropriavano in modi illeciti, e poi di queste davano a Dio una magra elemosina; la vedova invece amava Iddio con tutto il cuore e con tutta la mente e gli offerse tutto quanto aveva".

e vi gittò due piccioli, che sono un quattrino.

lepta, tradotto picciolo, era la più piccola moneta greca che fosse allora in circolazione, e Marco aggiunge a spiegazione, che due di esse valevano, in moneta romana, un quadrans o quattrino, la quarantesima parte di un Denarius, che valeva 80 centesimi. Tutta quanta l'offerta della vedova ammontava adunque a un po' meno di 2 centesimi. (Vedi Tavola delle Monete e Misure ecc.) Quì il valore acquista importanza solo perché dimostra su qual piccolissimo dono il Signore pronunziasse il seguente elogio.

43 43. E Gesù chiamata a i suoi discepoli, disse loro: Io vi dico in verità, che questa povera vedova ha gettato più di tutti quanti han gettato nella cassa dell'offerte.

Modestamente, timidamente la vedova gittò dentro il suo dono e affrettossi a mescolarsi con la folla; ma gli occhi di Gesù eran rivolti su di lei fin dal principio, ed ei non vuole che si ritiri, prima che su di lei abbia rivolti anche gli occhi dei suoi discepoli, e a questi impartito un. prezioso insegnamento. Letteralmente il quattrino della vedova, sì pel peso che pel valore, era nella proporzione di un pulviscolo appetto di una manata di monete, in paragone delle offerte di molti degli altri donatori e quindi non poteva essere effettivamente più di tutte l'altre offerte; ma il senso di questo detto paradossale è che il dono di lei era per essa e in proporzione dei suoi mezzi, più di quello di qualunque altro dei donanti o di tutti questi insieme, e quindi maggiore in quanto a liberalità e al cospetto di Dio.

PASSI PARALLELI

Esodo 35:21-29; Matteo 10:42; Atti 11:29; 2Corinzi 8:2,12; 9:6-8

44 44. Conciossiaché tutti gli altri vi abbian gittato di ciò che soprabbonda loro;

del loro superfluo. In questo versetto, nostro Signore dà la ragione del giudizio da lui dianzi pronunziato. Coloro che avean dato largamente avean dato di quanto sopravanzava ad essi oltre il richiesto non solo per le necessità della vita, ma anche pei comodi e il lusso, cosicché, nelle loro offerte pel servigio di Dio, non c'era stato nemmeno campo di esercitare l'abnegazione.

ma essa, della sua inopia (difetto) vi ha si gittato tutto ciò ch'ella avea, tutta la sostanza.

Questa povera donna, al contrario, sebbene non avesse abbastanza pei suoi bisogni giornalieri, aveva esercitato abnegazione, fino al punto di rinunziare e tutto quel che aveva per procurarsi Il nutrimento in quel giorno, onde poterlo offrire poi servigio del Signore. Le parole: tutto il suo vitto, devono necessariamente intendersi di quel che aveva in quel momento a sua disposizione per la propria sussistenza; poteva adunque esser ridotta a patir la fame in quel giorno; ma essa dava con allegrezza, confidando che Dio benedirebbe i suoi sforzi per procurarsi il pane dell'indomani. Così sotto l'impulso della vera pietà ella manifestava una gran fede e un grande disinteresse. La gran lezione che nostro Signore trae da questo incidente è che il valore dei doni, fatti pel servigio di Dio o pel sollievo dei poveri e dei bisognosi, ha da stimarsi non solo dal motivo (ch'è questo è di per sé evidente), ma anche da quel che costano al donante o dal sacrifizio che esigono.

PASSI PARALLELI

Marco 14:8; 1Cronache 29:2-17; 2Cronache 24:10-14; 31:5-10; 35:7-8; Esdra 2:68-69

Nehemia 7:70-72; 2Corinzi 8:2-3; Filippesi 4:10-17

Deuteronomio 24:6; Luca 8:43; 15:12,30; 21:2-4; 1Giovanni 3:17

RIFLESSIONI

1. Anche sotto l'antica economia, elaborata e dispendiosa, Iddio faceva appello sistematicamente alla volontaria liberalità del suo popolo, per molti oggetti del suo culto e servigio e qui ne abbiamo un esempio nella quantità di cassette esposte in vista, espressamente per ricevere le offerte volontarie del popolo. Molto più dipende la Chiesa Cristiana dalle volontarie liberalità de' suoi membri pel mantenimento, l'efficienza e l'estensione del suo culto, si nell'interno che al di fuori.

2. Col chiamare il mondo tutto a conoscenza dell'atto di quella povera vedova, e del di lui giudizio intorno ad esso, nostro Signore volle estendere egualmente la cognizione di questa verità, che al suo cospetto e al cospetto del Padre suo, è il motivo che dà all'atto il suo vero carattere; che egli stima la vera grandezza consistere non già nel fare degli atti stupendi che ognuno debba vedere e che ogni lingua possa esser pronta a lodare; ma si nel fare anche piccole cose, così piccole che sfuggano ad ogni attenzione umana, e così insignificanti che non vi sia chi le stimi degne d'alcuna lode, in uno spirito di munificenza, per un gran motivo, e per un fine grande, nobile e santo. Non è il donatore più grande colui che dà, della sua abbondanza, a questa o a quella carità, per varii e misti motivi; ma sì colui che, mosso da puro amor di Dio e dal desiderio di aiutare i suoi prossimi, restringa sino all'ultimo limite del possibile i proprii bisogni, affine di poter dare in maggior proporzione ad ogni buona opera.

3. Nell'apprezzamento di Cristo, la lode non è ragguagliata a quello che diamo per la sua causa della nostra abbondanza, ma sì a quel che diamo della nostra inopia; non già a quello di cui non sarà mai sentita la privazione per molto che sia, ma sì a quel che ci costa un qualche sacrifizio reale, a quel che diamo delle nostre strettezze, e appunto in proporzione della grandezza relativa di tale sacrifizio è, agli occhi suoi, la misura della nostra liberalità cristiana. La maggior parte dei veri Cristiani agiscono forse secondo questo principio? E quel che lo fanno non sono eccezioni piuttosto che la regola? Può dubitarsi che se questo principio fosse fedelmente praticato da quelli che amano il Signore Gesù Cristo, sarebbe provveduto abbondantemente, o almeno in misura sino ad ora sconosciuta, ai bisogni di tutto le nostre Chiese, all'opera delle Missioni, al sostentamento delle istituzioni filantropiche, e a tutto quanto si appartiene al mantenimento e alla propagazione del regno di Cristo? Per la stessa ragione che indusse Cristo a lodare questa vedova, Paolo loda la Chiesa di Corinto, in un passo che merita la più seria nostra considerazione, siccome quello che ci porge una norma di quanto dovremmo dare 2Corinzi 8:1,6.

4. La grettezza di coloro che pur si professano Cristiani in tutto quanto si riferisce a Dio e alla religione è uno dei peccati più lampanti dei nostri tempi. La gran maggioranza spende per sé gli scudi e non dà a Cristo nemmeno i soldi. Preghiamo Dio che volga in meglio questo stato infelicissimo delle cose, apra gli occhi degli uomini, risvegli i loro cuori e susciti tra essi uno spirito di liberalità. Soprattutto facciamo ognuno il nostro dovere e doniamo liberalmente e con animo volenteroso per ogni oggetto appartenente al regno di Cristo, finché possiamo. Diamo come coloro che sanno esser rivolti ad essi gli occhi di Cristo. Anche adesso egli vede esattamente quel che dà ciascuno, e sa esattamente quanto gli è rimasto. Diamo soprattutto come i discepoli di un Salvatore che diede sé stesso per noi, corpo ed anima, sulla croce. "In dono l'avete ricevuto, in dono datelo" Matteo 10:8. La massima contenuta in 2Corinzi 8:12, è ben degna d'essere scolpita nei nostri cuori: "Perciocché se vi è la prontezza dell'animo, altri è accettevole secondo ciò ch'egli ha, e non secondo ciò ch'egli non ha".

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