Marco 14

1 CAPO 14 - ANALISI

1. Congiura contro a Cristo. Feriti al cuore da quanto il Salvatore avea detto contro di essi, in presenza del popolo, in quel giorno, i Farisei e gli Scribi, in un privato convegno, risolsero di sbarazzarsi tosto di un nemico così pericoloso, e senza indugio si misero all'opera per combinare il piano più sicuro di impossessarsi della sua persona. La popolarità che Gesù godeva tra il popolo fece tosto deporre ai congiurati ogni pensiero d'impadronirsi di lui durante la continuazione della festa, per timore che avesse a seguirne un tumulto popolare. Pare dal tenore della narrazione che fosser venuti nella determinazione di differire l'esecuzione del loro progetto fino alla conclusione della festa, dopo la quale, le moltitudini, venute ad adorare, si sarebbero rapidamente disperse per far ritorno alle case loro; allorché il loro piano venne improvvisamente cangiato e risolvettero di agire immediatamente, in seguito ad una comunicazione fatta loro da Giuda Iscariota, uno dei discepoli di Cristo, il quale disse loro ch'egli era pronto a tradire il suo Maestro, pur che essi facessero ch'ei vi trovasse il suo tornaconto. Il mercato fu tostamente concluso, e Giuda lasciolli ad escogitare il tempo e il luogo più acconcio alla consumazione del suo vile delitto Marco 14:1-2,10-11.

2. L'unzione del Salvatore per la sua sepoltura. Questo incidente avvenne nel villaggio di Betania nella casa di Simone il lebbroso, ove Gesù era stato invitato a cena. La ragione per cui Marco e Matteo l'inseriscono nel mezzo della narrazione della congiura non appare evidente. Il lettore, a tutta prima, potrebbe arguirne che la cena avesse luogo la sera dello stesso giorno in cui i rettori teocratici avean presa la loro micidiale risoluzione, e che Giuda, approfittando di trovarsi il Maestro così impegnato, fosse ritornato in Gerusalemme per intendersi coi congiurati, se non fosse che Giovanni, nel racconto che ci da dello stesso avvenimento, nomina Giuda tra i discepoli presenti a quella cena. Né Matteo né Marco notano il tempo dell'avvenimento, mentre invece Giovanni precisa che si fu all'arrivo di Gesù in Betania, sei giorni prima della Pasqua, che fu fatta questa cena in onore di Gesù. È probabile che avesse luogo dopo il tramonto del sabato che Gesù passò in quel villaggio, nella sera quando era già incominciato il primo giorno della settimana. Lazzaro, Marta e Maria eran tutti presenti e, nel corso della cena, quest'ultima unse sì la testa che i piedi del Signore d'unguento prezioso. La qual cosa avendo occasionata un'ipocrita rimostranza da parte di Giuda, il Signore rispose, lodando la condotta di Maria, e dichiarando che, senza saperlo, ella lo aveva unto per la sua sepoltura, compiendo così l'uffizio di persona cara ed amica, la cui memoria non sarebbe mai stata dimenticata Marco 14:3-9.

3. Celebrazione della Pasqua ed istituzione della Santa Cena. La mattina del Giovedì della settimana santa, mentre alcuni dei discepoli stavano per lasciar Betania per fare i necessarii preparativi per la celebrazione della cena pasquale in Gerusalemme, Gesù diede una prova della sua onniscienza, ordinando loro di seguire un certo uomo che incontrerebbero sulla strada, il quale portava un vaso d'acqua, ed entrati nella casa ov'egli serviva, di chiedere al padrone di essa nel nome di Gesù per sé e pei discepoli l'uso della stanza destinata agli ospiti. Attenendosi fedelmente alle sue istruzioni, i discepoli trovarono agevolissimo l'eseguire il loro mandato, e provvidero tutto quanto era comandato per la Pasqua, secondo la legge di Mosè. Nel pomeriggio, il Signore, accompagnato dagli altri discepoli, lasciò Betania e si condusse alla casa ove erano stati fatti i preparativi e sedette a cena. Nel corso di essa, dichiarò, udendolo tutti, che l'un d'essi lo tradirebbe, e diè loro un segno da cui potesser conoscere il traditore e pronunziò contro di lui un terribile annunzio di guai, quasi volesse salvarlo ancora, se fosse possibile, dal suo scellerato proposito e dalla condanna pendente su di lui. È questo il solo, tra gl'incidenti occorsi durante la cena, che sia menzionato da Marco. Finita la cena, ma prima di alzarsi da tavola, il Signore prese di bel nuovo del pane che gli stava dinanzi e tornò ad empir di vino il calice e, avendo rese grazie, li porse ai discepoli perché ne partecipassero, istituendo così "la Cena del Signore", ordinanza che dovea surrogare in perpetuo "la Cena pasquale", e continuare ad essere (come l'altra era stata per l'addietro) un regno visibile del patto di grazia, fino alla fine dei tempi Marco 14:12-26.

4. Il giardino di Ghetsemane. Alla fine di questa notevole funzione, Gesù, accompagnato da undici dei suoi discepoli, uscì dalla città, passò il ruscello Kidron ed entrò nel giardino di Ghetsemane, situato in qualche posto alla base occidentale del monte degli Ulivi. Egli annunziò, cammin facendo, ai discepoli, che sarebbero tra poco dispersi a guisa di pecore senza pastore, ma che dopo la sua risurrezione ei li raccoglierebbe di nuovo in Galilea; e in risposta ai vanti di Pietro, che protestava gli sarebbe rimasto fedele sino alla morte, predisse che nel breve spazio di tempo tra quell'ora e il cantar del gallo innanzi l'alba, l'avrebbe rinnegato tre volte. Entrando nel giardino, Gesù, tra gli altri discepoli, ne scelse Pietro, Giacomo e Giovanni e ritirossi con loro in un angolo distante a pregare. Ivi soffrì l'agonia e il sudore di sangue che furono il preludio della sua passione. Per tre volte in quello spazio di tempo cercò simpatia dai prescelti discepoli e ciascuna volta trovolli vinti, dal sonno; dalla qual cosa prende occasione di risvegliare Pietro al sentimento della sua debolezza, prima che sia giunta la prova maggiore Marco 14:27-42.

5. Il Salvatore tradito e catturato. Gesù era ancora con essi quando, tra gli alberi, fu visto il bagliore di lanterne e torce che si andavan appressando, portato da uno stuolo d'armati, guidati dal traditore Giuda al luogo ove sapeva che si sarebbe trovato il suo Signore. Il bacio con cui salutò il Maestro era il segno concertato coi soldati, i quali tosto catturarono Gesù. Pietro mostrò di voler opporsi, snudando la spada e tagliando l'orecchio del servo del sommo sacerdote, ma Gesù proibì ogni resistenza, e allora tutti i suoi discepoli fuggirono, lasciandolo nelle mani dei suoi nemici Marco 14:43-52.

6. Cristo tratto in giudizio davanti al Sinedrio. La scena seguente ci presenta l'accusazione di Cristo davanti al sommo sacerdote e al Sinedrio, la falsa accusa portata contro di lui e sostenuta da falsa testimonianza, il suo rifiuto di difendersi o di rispondere ad alcuna delle loro allegazioni, sinché, alfine, gli si presentò l'occasione non solo di dichiarare, ma di giurare solennemente, ch'egli è il vero Messia, il Figliuol di Dio; laonde è condannato a morte come bestemmiatore e abbandonato ai dileggi e ai maltrattamenti Marco 14:53-65.

7. Pietro rinnega il suo Signore. Invece d'essere introdotto nella precedente narrazione di quel che avvenne al Signore nella casa di Caiafa, Marco introduce il fallo di Pietro come un incidente a parte, dopo aver riferita la condanna di Cristo pronunziata dal Sinedrio. Brevemente ma distintamente sono esposti i particolari relativi di ciascuno dei tre dinieghi. II primo e il secondo furono provocati da due ancelle della casa di Caiafa, le quali dissero che Pietro appartenesse alla comitiva di Cristo; il terzo, da un appello direttogli da una turba d'oziosi che, al pari di lui, stavano aspettando l'esito del giudizio, accalcandosi intorno al fuoco ch'era acceso nell'atrio, scoperto. Subito dopo, il gallo cantò per la seconda volta, e Pietro, ricordandosi della predizione del Maestro, uscì fuori e pianse ripensandoci Marco 14:66-72.

Marco 14:1-2. IL SINEDRIO COSPIRA CONTRO GESÙ Matteo 26:1-2; Luca 22:1-2

Per l'esposizione vedi Matteo 26:1-2.

3 Marco 14:3-12. LA CENA A BETANIA. MARIA UNGE IL CAPO DI GESÙ. GIUDA PATTUISCE CO' PRINCIPALI SACERDOTI DI TRADIRE IL SUO SIGNORE Matteo 26:6-16; Luca 22:3-5; Giovanni 12:1-7

3. Or essendo egli in Betania.

Il nome di Betania è ignoto tra gli odierni abitanti Arabi della Palestina, i quali chiamano quel luogo el Aziriyeh (il villaggio di Lazaro), da el Azir, che è la forma arabica del suo nome. La sua distanza da Gerusalemme e l'esser situato sulla strada che mena a Gerico, sono prove decisive della sua identità. Giace sul versante orientale del monte degli Ulivi, a un pò meno di due miglia romane dal muro orientale di Gerusalemme, misura che corrisponde bene con "l'intorno di quindici stadi" di Giovanni 11:18. È ora uno squallido villaggio, consistente in una ventina circa di bassi abituri col tetto di fango, e sebbene presenti indizii d'essere stato una volta alquanto più grande, probabilmente non eccedette mai le proporzioni d'un villaggio. Non ci sono avanzi d'antichi edifizi, eccettoché una torre diroccata la quale apparteneva ad un convento Benedettino fondato nel 1182 da Melisinda moglie di Folco re di Gerusalemme. Una delle solite tradizioni monastiche ne ha fatto la casa di Lazaro e delle sue sorelle. C'è anche un sotterraneo che consiste in due camere, ove si discende per una sdrucciolevole gradinata di 26 scalini, il quale mostrano come il sepolcro di Lazaro; ma lo scrittore di questo commentario, dopo un minutissimo esame, rimase fermamente convinto che queste camere non sono altro che i sotterranei o le cantine di una casa antica, costrutti nel modo ordinario con pietra e calce, per nulla corrispondente a una tomba scavata nel sasso. Inoltre, è situato proprio nel centro del villaggio, mentre, invece, la tomba di Lazaro era posta fuori di esso (Vedi Giovanni 11:30).

in casa di Simone Lebbroso

Nel Vangelo di Giovanni è fatta menzione della cena imbandita a Gesù, non della casa ove fu servita, ma Matteo e Marco ricordano entrambi che fu in casa di Simone il lebbroso. Di costui null'altro si sa oltre a quanto ce ne dicono queste parole. Di congetture se, n'è fatto un profluvio, come sarebbero ch'ei fosse il padre di Lazaro, il marito di Marta, ecc.; ma non c'è bricciolo di prova a sostegno d'alcuna di esse; ed anzi, in quanto alla prima di queste congetture, c'è prova contraria, poiché Lazaro n on potea certo esser descritto quale convitato in casa del proprio padre Giovanni 12:2. Altri spiegano la circostanza che Marta servisse a tavola nella casa di Simone, supponendo che fossero stretti parenti, il che non è improbabile, sebbene in un piccolo villaggio ove tutti usavano probabilissimamente rendersi socievoli servigi a vicenda, come richiedessero le circostanze, quest'atto di cortesia poteva prestarsi in modo assai naturale anche laddove non ci fosse altro vincolo che di amicizia; più specialmente poi se, come è probabile, la cena era un comune tributo d'onoranza e di affetto offerto a Gesù da tutti i suoi amici e discepoli del villaggio. Simone non poteva essere afflitto di lebbra nello stato acuto di tale malattia, in quel tempo, poiché allora sarebbe stato escluso dal villaggio, a termini della legge Mosaica Levitico 13:45-46, ammenoché la lebbra non lo avesse coperto interamente da capo a piedi, nel qual caso sarebbe stato dichiarato mondo e restituito alla società, come fu Gehazi, il servitore di Eliseo 2Re 8:4. La spiegazione adottata dal maggior numero dei critici è che in qualche occasione precedente il Signore l'avesse sanato della sua lebbra (sebbene in tal caso ci saremmo aspettati di trovarne un cenno, tra parentesi, come usano fare gli Evangelisti, Vedi Marco 16:9, Giovanni 11:2), ma che continuassero a chiamarlo il lebbroso, per distinguerlo da altri portanti lo stesso nome. Tale soprannome tuttavia gli sarebbe stato dato ancor più naturalmente se, come fu supposto più sopra, la lebbra si fosse esaurita in esso, imperocché in tal caso, il colore della pelle avrebbe continuato ad esser in lui, fino alla morte, bianco come il latte, "un lebbroso bianco come neve". Sia l'una che l'altra congettura può essere la vera.

mentre era a tavola,

Giovanni: "Gesù adunque sei giorni avanti la pasqua venne in Betania... e quivi gli fecero un convito". Lightfoot, Macknight, Whitby ed alcuni altri negano che la cena menzionata da Matteo e da Marco fosse quella identica menzionata da Giovanni; ma il lettore non ha che da paragonare le tre narrazioni per convincersi che tutte si riferiscono ad una stessa occasione, essendo impossibile concepire che fosser date due cene, a quattro notti d'intervallo, e che l'ultima di esse riuscisse in ogni particolare la ripetizione esatta della precedente. Il dubbio intorno alla loro identità nasce da ciò che Giovanni ne assegna la data sei giorni prima della Pasqua, mentre i due sinottici sembrano connetterla direttamente col convegno dei, principali sacerdoti, due giorni prima della Pasqua. Anche tra quelli che son convinti trattarsi di una sola cena, c'è diversità di opinione intorno alla circostanza se avesse luogo due o sei giorni prima della festa. Se i sinottici avessero connessa la cena colla riunione del Sinedrio in modo così distinto come Giovanni l'ha connessa con l'arrivo di Cristo in Betania, dal suo viaggio per la Perea, avrebbe potuto farsi questione; ma siccome introducono tale incidente, senza precisarne in guisa alcuna il tempo, e siccome le loro narrazioni non pretendono d'essere rigorosamente cronologiche, non può rimaner dubbio intorno all'essere la data esatta quella che ne assegna Giovanni. Nostro Signore giunse in Betania il Venerdì, probabilmente verso il tramonto, si riposò quivi il Sabato, il quale terminava al tramonto di quel giorno, e partecipò a questa cena, più tardi in quella stessa sera, dopo che era cominciato il primo giorno della settimana. Vedremo fra poco che c'era un'associazione morale anziché cronologica nella mente dei sinottici, la quale li fece introdurre quella cena laddove si trova, tra il convegno dei cospiratori e l'azione del traditore.

venne una donna,

Luca non ricorda punto questa cena in Betania; gli altri sinottici non fanno menzione dei nomi dei convitatori, e parlano di colei, per riguardo all'atto della quale lo Spirito d'ispirazione principalmente li mosse a ricordare quell'incidente, chiamandola semplicemente una donna. Giovanni scrivendo in un tempo assai posteriore, quando, senza dubbio, tutti gli attori di quella scena erano scomparsi per la morte, non osserva una tale reticenza. Egli ci dice: "Marta ministrava, e Lazaro era uno di coloro ch'eran con lui a tavola, e Maria prese una libbra d'olio odorifero" ecc. Giovanni 12:2-3. Alcuni della brigata son così identificati con la famiglia mentovata in Luca 10:38-42; Giovanni 11: l. Ma siccome ciascuno dei quattro Evangelisti ricorda un'unzione (Marco in questo passo; Matteo 26:7; Luca 7:37; Giovanni 12:2), sorsero due quistioni: Riferiscono tutti lo stesso avvenimento? e tutte le unzioni furono fatte dalla stessa donna? Nella Chiesa d'Occidente, dai giorni del Papa Gregorio Magno fino a tempi comparativamente recenti, fu risposto affermativamente, e "la donna che era stata peccatrice" Luca 7:37, Maria Maddalena, e Maria di Betania furon considerate come un'unica e medesima persona. Gli antichi Padri e la Chiesa d'Oriente non si associarono punto a così vile insulto verso fine eccellenti e sante donne. L'unico passo che siasi addotto a sostegno, della teoria che tutti que' racconti si riferiscono alla stessa unzione è Giovanni 11:2, le cui parole parentetiche intorno a Maria, a detto di Maldonato e di Agostino, non potrebbero riferirsi anticipatamente ad un incidente assai posteriore alla risurrezione di Lazaro, ma dovrebbero necessariamente presupporre un qualche fatto noto alla Chiesa per mezzo degli altri Vangeli, e tale fatto, com'argomentano, si troverebbe nella storia di Luca 7. Senonché tutta la forza di quest'argomentazione è distrutta dal fatto che quest'azione di Maria nell'ungere il suo Signore, era già stata pubblicata dappertutto, ovunque si era predicato l'Evangelo, per più di un mezzo secolo, prima che Giovanni scrivesse il suo Vangelo, cosicché la sua nota Giovanni 11:2 poteva essere intesa perfettamente, sebbene anticipasse quanto segue nel capitolo successivo. Paragonando tra loro attentamente le narrazioni dei quattro Evangelisti si convincerà ogni lettore spregiudicato che vi furono due unzioni del Signore, l'una, ricordata da Luca, in un borgo o villaggio della Galilea, e l'altra, da Matteo, Marco e Giovanni, in Betania. Che la donna mentovata nel Vangelo di Luca fosse una prostituta, prima della di lei conversione, non è motivo ragionevole di dubitarne, stante i termini in cui ne è parlato sì dall'Evangelista, che da Simone il Fariseo. Ma, dice Gregorio Magno, Maria Maddalena era stata posseduta da sette demoni, cioè dal demonio dell'incontinenza, e quindi dev'essere quella che vien chiamata altrove "donna che era stata peccatrice"; e inoltre, siccome non è fatta menzione di Maria di Betania tra le donne presso la croce, al sepolcro, o alla risurrezione, e tuttavia ella non, avrebbe potuto essere assente, è evidente che essa non può esser altro che la Maria Maddalena, di già identificata con la donna che era stata una peccatrice. Un esempio più rimarchevole di quel che in logica si chiama petizione di principio difficilmente potrebbe trovarsi (Vedi Nota Matteo 26:61). La sostanza della leggenda romana intorno a Maria di Betania è la seguente. Prima del cominciamento del ministero di nostro Signore, un gran dolore colpì la famiglia di Lazaro, per esser la minore delle sue sorelle caduta nell'abisso più vergognoso. La sua vita era quella di una ossessa dal "sette demoni" dell'incontinenza. Dalla città ove allora dimorava, ovvero dai suoi ornamenti da meretrice, ebbe il nome pel quale era conosciuta di "Maddalena". Quand'ecco ode parlare del Salvatore, si pente, gli dimostra in casa di Simone il Fariseo il suo amore ugendogli i piedi, è perdonata, e viene accolta subito nella compagnia delle sante donne. La risurrezione di suo fratello Lazaro risveglia, in essa novella gratitudine ed amore verso Gesù, ed ella di nuovo lo dimostra ungendogli il capo e i piedi nella casa di Simone lebbroso. La si ritrova appiè della sua croce, alla sua deposizione nel sepolcro, e alla tomba dopo la sua risurrezione. Dopo di che, lasciata la Palestina con Lazaro, Marta e Massimino (uno dei settanta discepoli), va a Marsiglia, indi ad Arles dove visse in una caverna per lo spazio di 80 anni. Quando ella morì, fu eretta una chiesa in suo onore, e alla sua tomba furono operati miracoli! In opposizione di questa leggenda che identifica Maria Maddalena con "la donna che era stata peccatrice", si noti,

1. Che quando è menzionata per la prima volta il nome della Maddalena Luca 8:3, non c'è nemmeno una parola che la connetta con la storia che immediatamente la precede;

2. Che quantunque non impossibile, è però assai improbabile che, se era stata conosciuta come "peccatrice" fosse ricevuta così tostamente quale eletta compagna di Giovanna, Susanna e delle altre sante donne, e che andando per le castella e i borghi con esse e coi discepoli;

3. Che la descrizione data di lei, cioè: "dalla quale erano usciti sette demoni", implica una forma di sofferenza poco meno che incompatibile con la vita designata dalla parola peccatrice, ed una potente operazione sanatrice ben diversa da quella del perdono divino contenuto nelle parole: "I tuoi peccati ti sono rimessi".

Si noti ancora la opposizione al confondere Maria di Betania con Maria Maddalena, che gli evangelisti non hanno ricordato una sola circostanza comune ad esse, eccetto l'amore e la riverenza che nutrivano ambedue per il loro Signore e Maestro; e si noti più specialmente che Giovanni, il quale le conosceva bene entrambe, e dà il ragguaglio più completo di tutto e due, ne indica spiccatamente la distinta individualità.

avendo un alberello

Greco: un alabastro. La parola "alberello" denota correttamente la forma, delle piccole fiali dal collo lungo, suggellato in cima, così familiari a quanti abbiano visitato musei contenenti antichità etrusche, greche o romane, ma non dà la minima idea della sostanza onde eran fatte coteste fiale. Queste fiali o ampolle furono fatte, per la prima volta, nel luogo detto Alabastron in Egitto, non già con gesso o solfato di calce, che in Italia ed in altri paesi è conosciuto principalmente sotto il nome di alabastro, ma con una stalattite più dura e lucente assai, ossia con carbonato di calce, depositato, dall'acqua, che abbondava nelle sue vicinanze. Da questa località adunque presero il nome sia il minerale che le anforelle che se ne intagliavano. Sappiamo da scrittori classici che quest'ultima anche quando eran costrutte d'oro ed argento, pur continuavano a portare il nome di alabastro. Quella che era in possesso di Maria doveva essere piuttosto, grande, poiché, a detta di Giovanni, conteneva una libbra d'unguento profumato.

d'olio odorifero di nardo schietto, di gran prezzo.

Questo profumo aromatico (chiamato in Ebraico nerde, e in Greco nardos) era tenuto in gran conto fino dal tempi antichi. Salomone lo menziona nei suoi Cantici 1:12, e classifica la pianta ond'era fatta tra le piante aromatiche. Essi venivano dall'Arabia, dall'India e dal remoto Oriente Cantici 4:14. Quanto fosse costoso al tempo di nostro Signore apparisce dal prezzo attribuitogli da Giuda Iscariota (800 denari L. it. 240), nonché dalla sua indignazione e da quella di altri per ciò che essi consideravano, un puro scialacquo; come pure dalla seguente allusione di Orazio: "Sì gestis, juvenum Nardo vina merebere. Nardi parvus onyx eliciet cadum" 4Car 12:15-17.

L'aggettivo pistiche aggiunto sia da Marco che da Giovanni a questo nardo, è stato tradotto generalmente, come lo traduce il Diodati "schietto", cioè senza mistura o adulterazione, supponendolo derivato dalla parola fede; altri l'hanno fatto derivare da liquido o potabile, significato notevole per la sua coincidenza con un passo di Atanasio, intorno agli unguenti potabili, tra i quali è fatta particolar menzione del nardo; mentre una terza opinione è che pistiche sia aggiunto quale distintivo di qualche specie particolare di nardo. Era noto che la pianta chiamata dagli Arabi sunbul era Identica col greco nardo, ma si fu soltanto in questi ultimi anni che l'ora defunto Dott. Royle (direttore del Giardino Botanico a Saharunpora), identificò il Sunbul hindoe con una pianta detta Jatamansee (Petrinia jatamensi), che cresce appiè dei monti dell'Imalaia, località esattamente corrispondente a quella che ne dà Dioscoride (lo Smith, Dizionario Biblico).

e, rotto l'alberello, glielo e versò sopra il capo.

Giovanni: "E ne unse i piedi di Gesù e gli asciugò coi suoi capelli, e la casa fu ripiena dell'odore dell'olio". Non c'è vera discrepanza tra questi enunziati, sebbene coloro che stanno sempre sull'avviso onde trovare, se fosse possibile, un qualche argomento per metter da un canto l'ispirazione e l'autorità della parola di Dio, abbian cercato con ogni sforzo di introdurvela. Matteo e Marco non limitano l'unzione al capo del Signore, né Giovanni mette in forse l'accuratezza del loro detto, quando, scrivendo mezzo secolo più tardi, dichiara a supplemento, che Maria, gli unse anche i piedi. Il Prof. Alexander sembra ritenere che l'enfasi rimarchevole messa da Marco sulla discesa dell'unguento, con la ripetizione della preposizione, letteralmente versò giù su di lui, giù sul suo capo, fu intesa a indicare che l'olio profumato colasse dal capo sui vestimenti e insino ai piedi.

PASSI PARALLELI

Matteo 26:6-7; Giovanni 11:2; 12:1-3

Cantici 4:13-14; 5:5; Luca 7:37-38

4 4. Ed alcuni indegnarono tra se stesi, e dissero: Perché si è fatta questa perdita di quest'olio? 5. Conciossiaché quelle si fosse potuto vendere più di trecento denari, e quelli darsi ai poveri.

Matteo: "E i suoi discepoli avendo ciò veduto furono indegnati dicendo: A che pro questa perdita?" Giovanni: "Laonde uno dei discepoli di esso, cioè Giuda Iscariot, figliuol di Simone, il quale era per tradirlo, disse: Perché non si è venduto ecc.". Marco menziona che alcuni degli astanti, rimasero indignati per quello che ad essi pareva un grande scialacquo, senza specificare chi essi fossero. Matteo ci dice che questi mormoratori erano dei dodici discepoli mentre Giovanni indica più specialmente che si fu nell'anima avara del futuro traditore che sorse dapprima questa indignazione perciò che egli considerava una perdita, la quale indignazione comunicandosi ai suoi compagni, ne indusse taluni, se non tutti, ad approvare la sua apparente prudenza e premura pei poveri. Stier osserva assai a proposito. "La censura è attaccaticcia come la peste". È secondo carità il supporre che per la massa dei discepoli si fu la gran quantità d'olio profuso in questa unzione che li fece indignare, e non l'onore reso dalla pia Maria al loro Signore e Maestro. Non era tuttavia amore disinteressato pei poveri quel che eccitò l'indignazione di Giuda, sebbene accortamente ei lo desse a pensare ai discepoli suoi compagni; fa il vedersi deluso per non esser stata data quest'ampolla di unguento prezioso ad impinguare il fondo comune, di cui egli era il tesoriere, nel qual caso non piccola parte se l'avrebbe appropriata per suo uso personale. Lo Spirito d'ispirazione ha posto a nudo, davanti al mondo, il vero suo movente nel Vangelo di Giovanni: "Or egli diceva questo, non perché si curasse dei poveri, ma perciocché era ladro e avea la borsa e portava ciò che vi si metteva dentro". Che notevole disposizione! che una persona avara e disonesta non solo fosse ricevuta nel numero dei dodici, ma gli venisse affidata l'amministrazione del loro scarso peculio! I fini a cui ciò servì sono ovvii abbastanza, è da notarsi però che mai non fu dato agli undici il più lontano cenno del vero carattere di Giuda, né di lui mai sospettarono nemmeno i discepoli più favoriti della intimità di Gesù, fino a pochi minuti prima che volontariamente si separasse egli stesso per sempre dalla loro compagnia. Fu il desiderio di riparare alla perdita che l'avarizia sua ebbe a sostenere per questo avvenimento che gli fece accogliere l'idea di far guadagno del suo Maestro; ci ripensò spesso nei giorni che seguirono, e quando seppe com'era ardente il desiderio del Sinedrio d'impadronirsi della persona di Cristo, il suo pensiero maturò in azione, ed egli si vendette qual loro strumento, precisamente allora che erano stati costretti a rinunziare ad ogni speranza di metter le mani addosso a Gesù durante la festa. È questo fatto, che cioè l'idea di tradire il suo Maestro nacque nell'animo dì Giuda dal colpo che ricevette la sua avarizia nella perdita di quel prezioso unguento, che indusse Matteo e Marco ad inserire le notizie loro della cena in connessione immediata con le trattative di Giuda col Sinedrio.

E fremevano contro a lei.

Non contenti di esprimere la loro disapprovazione parlando sottovoce gli uni agli altri, presero ad assalire la stessa Maria coi loro rimproveri.

PASSI PARALLELI

Ecclesiaste 4:4; Matteo 26:8-9; Giovanni 12:4-5

Ecclesiaste 5:4-8; Malachia 1:12-13

Matteo 18:28

Giovanni 6:7

Giovanni 12:5-6; 13:29; Efesini 4:28

Esodo 16:7-8; Deuteronomio 1:27; Salmi 106:25; Matteo 20:11; Luca 15:2; Giovanni 6:43

1Corinzi 10:10; Filippesi 2:14; Giudici 1:16

6 6. Ma Gesù disse: Lanciatela fare; perché le date voi noia? ella ha fatta una buona opera inverso me.

All'infuori di queste parole, Giovanni tace tutto ciò che, secondo i sinottici, il Signore disse in questa circostanza, il che è una prova di più che egli ha voluto semplicemente fare un supplemento a quanto essi ci han lasciato scritto. Con quella semplice espressione cessate, Gesù pronunzia la sua decisione calma e dignitosa, quasiché dicesse: "Questi pensieri e queste parole non mi piacciono". Come avea presa la parte dei suoi discepoli contro i Farisei Matteo 9:11-12; Marco 9:16, così ora prende la parte di Maria contro di loro. Egli è ferito nella ferita che le viene inflitta, e fa propria la causa di lei. Essi stigmatizzato come uno spreco l'atto ch'ella avea compiuto allora, e Gesù, giudicandone il valore morale, dalla fede e dall'amore onde scaturiva, lo pronunzia "un'opera buona".

PASSI PARALLELI

Giobbe 42:7-8; Isaia 54:17; 2Corinzi 10:18

Matteo 26:10; Giovanni 10:32-33; Atti 9:36; 2Corinzi 9:8; Efesini 2:10; Colossesi 1:10

2Tessalonicesi 2:17; 1Timoteo 5:10; 6:18; 2Timoteo 2:21; 3:17; Tito 2:7,14; 3:8,14

Ebrei 10:24; 13:21; 1Pietro 2:12

7 7. Perciocché, sempre avrete (avete) i poveri con, voi; e, quando verrete, potrete far loro del bene;

Colla prima parte di questo vers. Gesù qual Signore e Capo della Chiesa cristiana conferma l'obbligo già da gran tempo imposto alla Chiesa del Vecchio Testamento, di provvedere a poveri Deuteronomio 15:7-11. Tuttavia questo passo non può invocarsi a sostegno degli ordini mendicanti della Chiesa di Roma, i quali han degradato l'uomo togliendogli la indipendenza, e han dato l'esempio dell'infingardaggine alle popolazioni di tutti i paesi ove è dominante. la religione del Papa; né dei luridi, licenziosi e abusivi accattoni che abbondano in ogni nostra città, in ogni nostro villaggio. La povertà decente, modesta, longanime nelle sofferenze, merita la simpatia e l'aiuto efficace di ogni Cristiano, ma la mendicità di professione dovrebbe essere abolita con le pene più severe.

ma me non mi avrete (avete) sempre.

Le ragioni per le quali il Signore giustificò quel che sembrava ai discepoli una "perdita" od un riprovevole impiego di una somma, agli occhi loro così considerevole, sono due, cioè: la straordinaria occasione, e il motivo segreto della donatrice. Sovvenire ai bisogni di molti è intrinsecamente meglio che non ungere il capo e i piedi di uno. Ma se quell'uno è il Figliuol di Dio incarnato, che è presso a morire per gli uomini; se una tale occasione di attestargli l'amore non può più ripetersi; se non c'è altro modo in cui possa manifestarsi la profondità dell'amore di una credente che questo di ungere il capo e i piedi del Signore col profumo più prezioso che essa possiede, allora è giusto di spenderlo in tal guisa, quand'anche i poveri abbiano a soffrirne per breve stagione. Ma non c'era ragione che i poveri avessero a soffrirne, imperocché quest'unguento non era stato comprato con denari destinati al loro mantenimento, e le occasioni di fare ad essi del bene si sarebbero presentate in abbondanza, quando Colui a cui Maria così rendeva onore non avrebbe potuto esser mai più l'oggetto di tali dimostrazioni. Gesù aveva già avvertiti distintamente i discepoli che non sarebbe rimasto a lungo con essi, quantunque essi non si fossero presi a cuore tale avvertimento Giovanni 7:33-34; ma ora il tempo della sua dipartenza era imminente, ed egli difende per tale motivo l'atto di Maria.

PASSI PARALLELI

Deuteronomio 15:11; Matteo 25:35-45; 26:11; Giovanni 12:7-8; 2Corinzi 9:13-14; Filemone 7

Giacomo 2:14-16; 1Giovanni 3:16-19

Giovanni 13:33; 16:5,28; 17:11; Atti 3:21

8 8. Ella ha fatto ciò che per lei si poteva;

Che alto encomio è mai questo! Era ben poca cosa quella che era in poter suo di dare, ma nel dare quel poco il suo cuore era intensamente felice, e "Iddio ama un donatore allegro" 2Corinzi 9:7. Le parole del Signore intorno a Maria esprimono un importantissimo principio. Come redenti da lui, siamo in obbligo di fare per Cristo quanto sta in poter nostro. Iddio non domanda di più da ciascun di noi. L'affetto verso di lui non si vede meno chiaramente nei piccioli della vedova che nel tempio magnifico costrutto da Salomone! "Perciocché", dice Paolo, "ne vi è la prontezza dell'animo, altri è accettevole mondo ciò ch'egli ha, e non secondo ciò ch'egli non ha" 2Corinzi 8:12.

ella ha anticipato d'ugnere il mio corpo, per una imbalsamatura

Letteralmente, per la imbalsimatura. Questa parola greca non indica il seppellimento stesso, ma tutta quanta la preparazione del corpo per la tumulazione, la qual preparazione consisteva nel lavarlo, nell'ungerlo, nel profumarlo, e quindi involgerlo nel sudario Giovanni 19:40. Alcuni intendono queste parole come se semplicemente significassero essersi il Signore degnato di considerare l'atto di Maria quale preparazione per la tomba, sebbene ella non pensasse punto alla sua sepoltura. Altri suppongono che essa avesse il presentimento di quanto stava per avvenire; ma è poco men che impossibile che nostro Signore avesse parlato così, se nella mente di Maria non ci fosse stata una chiara previsione della sua sepoltura. Ella sapeva bene ch'egli avea predetto, a più riprese, l'avvicinarsi della sua morte; e come può immaginarsi che una persona la quale osservava così premurosamente le parole di Cristo non fosse preoccupata del pensiero di ciò che stava per avvenire? Non le erano ignoti i pericoli ch'egli correva in Gerusalemme, ed è possibilissimo che colta all'improvviso dal pensiero che la malizia dei suoi nemici potesse negare ai suoi discepoli la triste consolazione di rendergli i funebri onori, dicesse fra sé e sé: Adesso che ancora lo posso, io voglio onorarlo. Secondo noi, Gesù, in queste parole, attribuì a Maria una più piena intelligenza e una fede più semplice nelle sue profetiche predizioni che non l'avessero, in qualunque tempo, gli Apostoli scelti da lui medesimo, e si fu nell'intendimento di onorare in modo speciale, la forza della sua fede, non meno che la profondità dell'amor suo, ch'ei dichiarò che questo atto di lei sarebbe pubblicato dovunque si predicherebbe l'evangelo.

PASSI PARALLELI

1Cronache 28:2-3; 29:1-17; 2Cronache 31:20-21; 34:19-33; Salmi 110:3; 2Corinzi 8:1-3,12

Marco 15:42-47; 16:1; Luca 23:53-56; 24:1-3; Giovanni 12:7; 19:32-42

9 9. Io vi dico la verità, che per tutto il mondo, dovunque questo evangelo sarà predicato, sarà eziandio raccontato ciò che costei ha fatto, in memoria di lei.

Queste parole contengono incidentalmente la predizione che il vangelo di Gesù Cristo, cioè la storia del suo soggiorno in terra, dei principali avvenimenti della sua vita quaggiù, e della salute ch'egli assicurò, morendo, ai figliuoli degli uomini, sarà certamente pubblicato per tutto il mondo. Una tale assicurazione deve incoraggiare grandemente tutti coloro che si affaticano per la diffusione della vera conoscenza di Cristo tra gli Ebrei, i Maomettani, i Pagani e i seguaci di quelle Chiese che si sono allontanate dal puro Cristianesimo; per la circolazione delle Scritture Sante, in cui è esposto mediante l'evangelo. Tre cose sono da osservarsi in questo annunzio:

1. che esso contiene un chiaro riconoscimento profetico per parte di nostro Signore della esistenza, nell'avvenire, di ricordi scritti, in cui si avesse a raccontare quell'atto, perché in niun'altra guisa è concepibile che esso potesse venire universalmente conosciuto;

2. che abbiam quì (se per verità ne avessimo bisogno) un argomento convincente contro quella opinione che suppone i tre primi Vangeli essere stati compilati da un solo documento originale; imperocché se ci fosse stato un tale documento, avrebbe dovuto contenere questa narrazione e nessuno che ne facesse uso avrebbe potuto mancare di inserire nella sua opera questo racconto, accompagnato da tale promessa, mentre Luca ha mancato d'inserirlo;

3. che la stessa considerazione è egualmente decisiva contro il supposto che Luca abbia usato o anche sol veduto i nostri presenti Vangeli di Matteo e Marco. Questo è il solo caso in cui Gesù abbia promesso gloria terrena per un servizio a lui reso. È una delle più gloriose distinzioni che fossero mai conferite a mortale, distinzione la quale, invece di andar scemando col tempo, va crescendo ogni giorno, e alla quale, come fu giustamente osservato, contribuiscono perfino i critici e gli interpreti avversarii, nell'atto stesso che muovono dubbiezze e censure.

PASSI PARALLELI

Marco 16:15; Matteo 26:12-13

Numeri 31:54; Salmi 112:6-9; Zaccaria 6:14

10 10. Allora Giuda Iscariot, l'un dei dodici, andò ai principali sacerdoti,

I sommi sacerdoti son quelli che avean già tenuto cotale uffizio, e i capi delle varie mute pel servigio del tempio. Luca 22:4 aggiunge "i capitani", ponendoli tra i cospiratori. Erano questi i comandanti della guardia stazionata al tempio per la difesa di esso ed a tutela delle ricchezze ivi contenute. Si prendevano comunemente dalla tribù di Levi, ed erano in relazione intima coi sacerdoti e con gli uomini più influenti. La coorte che uscì a catturare Gesù nel giardino di Ghetsemane apparteneva a questa guardia del tempio. Forse già al tempo di Pilato, ma certissimamente a quello dei suoi successori Felice e Festo, i Romani avevano anch'essi destinata una guardia per la sicurezza e custodia del tempio e per la repressione delle risse e contese che nascean spesso tra gli Ebrei medesimi durante le feste Atti 21:30-35; 23:27.

per darlo lor nelle mani.

Fu già detto (Note Marco 14:3) che la cena in casa di Simone, in Betania, ebbe luogo, secondo Giovanni, nella sera del Sabato ossia al principio del primo giorno della settimana, e che la ragione per cui sì Matteo che Marco l'introducono, a mo' di parentesi, in mezzo al racconto della congiura onde impadronirsi di Gesù, fu perché in quella cena l'avarizia e la collera di Giuda erano state entrambe eccitate potentemente e nel cuor suo era stata concepita l'idea di appagarle entrambe ad un colpo, vendendo il Maestro ai suoi nemici. La visita di Giuda ai sacerdoti e agli altri rettori d'Israele, ricordata in questo vers. deve avere avuto luogo la sera in cui finiva il Martedì e incominciava il Mercoledì santo. Non potè aver luogo prima perciò che è detto al vers. 1,2; non potè avvenire più tardi, poiché allora non avrebbero più avuto il tempo di combinare i loro piani.

PASSI PARALLELI

Matteo 26:14-16; Luca 22:3-6; Giovanni 13:2,30

Salmi 41:9; 55:12-14; Matteo 10:4; Giovanni 6:70

Giovanni 13:2

11 11. Ed essi, udito ciò, si rallegrarono,

La ragione della loro gioia s'intende subito, paragonando la "speranza prolungata", descritta nel vers. 2, col il desiderio adempiuto per la proposta di Giuda.

e promisero di dargli denari.

Secondo Matteo: "Giuda disse loro: Che mi volete dare, ed io ve lo darò nelle mani? Ed essi gli pesarono trenta sicli d'argento" (L. it. 93). Era questo il prezzo di uno schiavo Esodo 21:32. Non è improbabile che questa somma venisse così fissata da essi per mostrare il loro disprezzo di Gesù e il poco conto che facevano di lui. Senza dubbio si accorsero anche esser Giuda così ansioso di ottener denaro che avrebbe tradito il suo Signore per qualunque somma gli offerissero. Matteo fa menzione della somma precisa per attirare la nostra attenzione sopra una profezia di Zaccaria 11:12, in cui 30 sicli sono specificati come il prezzo del Messia (Vedi nota Matteo 27:9).

Ed egli cercava Il modo di tradirlo opportunamente.

Luca: "E cercava opportunità di farlo senza tumulto". Che si avesse ad evitare una "sollevazione" o un "tumulto" tra la moltitudine era probabilmente una condizione stipulata dalle autorità giudaiche e consentita dal traditore, imperocché è evidente che temevano potesse scoppiare un tumulto se Gesù venisse catturato pubblicamente (vers. 2).

PASSI PARALLELI

Osea 7:3; Luca 22:5

1Re 21:20; 2Re 5:26; Proverbi 1:10-16; 28:21-22; Matteo 26:15; 1Timoteo 6:10

2Pietro 2:14-15; Giudici 1:11

Luca 22:5-6

RIFLESSIONI

1. Tra le coincidenze impremeditate che si riscontrano nei racconti dei quattro Evangelisti e che ne confermano con tanta forza la verità, non sono tra le meno notevoli i tratti che ci forniscono Luca e Giovanni intorno ai rispettivi caratteri di Marta e di Maria. Mentre in Luca 10:38-42 abbiamo una scena, omessa da Giovanni, in cui spiccano l'attività di Marta e la placida affezione e docilità passiva di Maria, abbiamo in Giovanni 12:1, ecc., un'altra assai diversa, omessa da Luca, in cui tuttavia appariscono gli stessi caratteristici. Marta ministra a tavola, mentre Maria sparge sul suo Signore l'olezzo dell'amor suo, figurato dall'unguento prezioso di cui lo unge.

2. E da osservarsi che in ambo le volte in cui Cristo venne unto da donne, quell'atto provocasse commenti ingiuriosi dagli astanti. In quello ricordato in Luca 7:39, Simone il Fariseo, evidentemente presuppose che la povera donna fosse spinta da motivi men che puri, e irrise quel ch'ei suppose essere in Gesù ignoranza del vero carattere di lei. Nell'esempio attuale sono gli stessi suoi discepoli che mostransi indignati di quel ch'essi considerano uno spreco inutile, sebbene il profumo fosse proprietà di Maria che essa avea pieno diritto di usare nell'ungere l'amato suo Maestro, piuttostoché se stessa. In entrambi i casi, il Signore riprende lo spirito di censura e la mancanza di carità dei disapprovanti e giustifica l'amore che facea cotali sacrifizi. Nel primo caso mette a contrasto la premura dimostratagli dalla donna con la studiata trascuranza del Fariseo verso di lui, sebbene ospitato in casa sua; nel secondo, mette, per dir così, il suo imprimatur alla di lei opera in opposizione all'accusa di "perdita" o spreco inutile, e per soprappiù dichiara che quell'opera buona sarebbe ricordata in perpetuo. Badiamo, dalla nostra parte, che la gloria di Cristo sia il vero movente delle opere nostre, e allora le giudichino pure e le condannino a lor talento gli uomini, che non avremo nulla da temere, imperocché il Signore ci giustificherà nel tempo e nel modo che e li crederà migliore.

3. Alcuni vi sono che applaudiscono solo alle opere di utilità e condannano quelle che scaturiscono da un amore che sacrifica sé stesso, ma la sincerità di coloro che così la mettono in opposizione è ben giusto che inspiri dei sospetti. I cuori freddi di Giuda e di quelli che dividevano la sua opinione non poteano comprendere la generosa liberalità di Maria. "Mormoravano contro di essa". Purtroppo è tutt'altro che raro lo spirito gretto di cotesti censori, i cui seguaci e successori si ritrovano in ogni parte della Chiesa visibile di Cristo. Non vien mai meno la g enerazione di quelli che gridano contro quel ch'essi chiamano estremi in religione, e non rifiniscono di raccomandare la moderazione nel servigio di Cristo. Se qualcuno dedica il tempo, il denaro e gli affetti suoi esclusivamente al conseguimento di fini mondani, non hanno per lui una parola di biasimo, se si dà tutto al far quattrini, ai piaceri o alla politica non trovan nulla a ridire. Ma se alcuno consacra tutto se stesso e tutto quanto egli possiede a Cristo, non sanno trovar parole che valgano ad esprimere quanto grande sembra loro la sua follia. È religioso fino all'eccesso! È un fanatico! È un entusiasta! Ha perso il ben dell'intelletto! ecco in che modo esso vien giudicato. Non ci lasciamo commuovere da censure, se ci vengano dirette perché ci sforziamo di servire Cristo; sopportiamole pazientemente ricordandoci che sono antiche quanto il Cristianesimo. Chi ha fatto l'esperienza del grande amor di Cristo per lui non può più stimar cosa alcuna troppo buona o preziosa per esser dedicata al suo servizio; ma piuttosto chiederà a sé stesso: "Che renderò io al Signore per tutti i suoi benefizi?" Salmi 116:12.

4. Per quelli che si sentono presi dallo scoraggiamento pensando quanto è poco quello che possono fare per Cristo, quale ineffabile consolazione si contiene in quella testimonianza resa a Maria: "Ella ha fatto ciò che per lei si poteva!" Il più povero, e il più umile dei seguaci di Cristo può, in base a questo principio, non rimanere inferiore, nella stima di Cristo, all'altezza medesima dei più doviziosi e di quelli a cui è dato esercitare la più ampia influenza cristiana 2Corinzi 8:12.

5. In questo incidente possiamo intravvedere quel che avverrà nel giorno del giudizio. In quel gran giorno, si troverà non esser stata dimenticata veruna onoranza che sia stata resa a Cristo. In quel giorno, non sarà fatta menzione dei discorsi degli oratori in parlamento, né delle gesta dei guerrieri, né delle opere dei poeti e dei pittori; ma l'azione più insignificante che la più debole donna cristiana avrà fatta per Cristo o pei membri suoi, si troverà registrata in un libro d'eterna ricordanza.

6. Per mostrare ancor meglio l'adempimento della predizione del Signore intorno a quest'azione di Maria, possono riuscire interessanti in questo luogo una o due citazioni di scrittori eminenti. "Mentre le vittorie di molti re e generali", dice il Crisostomo, andarono perdute nel silenzio dell'obblivione, e molti che fondarono stati e ridussero nazioni in servitù non sono conosciuti di riputazione o di nome, l'unzione fatta da questa donna col suo unguento è celebrata per tutto il mondo, e per trascorrer di tempo non dileguossi la memoria dell'atto da lei compito; e i Persi, gl'Indi, gli Sciti, i Traci, la razza de' Mauritanii, e gli abitatori delle isola Britanniche divulgano un'azione fatta privatamente in una casa di Giudea da una donna! "Il Salvatore", dice Olshausen, "coronò la soavità e tenerezza sua rimarcando che, nell'atto di amore tributato a lui, Maria avea eretto a sé stessa un monumento perenne e duraturo quanto l'Evangelo che è la parola eterna di Dio. Di generazione in generazione andò compiendosi questa notevole profezia del Signore, ed ancor noi, nello spiegar questo detto del Redentore, contribuiamo necessariamente al suo compimento". "I nomi di molti derisori e bestemmiatori", dice Stier, "rimasero cancellati, ma di quel che Maria fece in segreto a Betania si è parlato insino ad ora e si parlerà fino, alla fine dei tempi, perché il Signore così l'ha decretato, con una di quelle parole che non passeranno".

7. Il delitto di Giuda troppo facilmente lo si considera come qualcosa di eccezionale per carattere e per atrocità; ma lo studio di esso nei suoi stadii diversi è atto a dissipare siffatta delusione. E imprima, essendo l'avarizia la sua passione predominante, il Signore lasciò che si rivelasse, e acquistasse forza con lo affidargli la borsa comune della loro piccola brigata Giovanni 12:8. Nel discarico, di quel dovere affidatogli, ci divenne un ladro, e cominciò ad involare qualche cosuccia per suo proprio conto. Allora Satana, trovando il cuore di lui aperto a riceverla, cominciò a sussurrargli cautamente la tentazione di tradire il Maestro, insinuandogli che in tal modo potrebbe arricchir sé medesimo, senza far correre alcun pericolo a Cristo; poiché Colui che avea già operato tanti miracoli, ben saprebbe liberarsi da qualsiasi più estremo pericolo. Quindi quel pensiero si convertì i n fermo proposito, per mezzo di un incidente che avvenne in casa di Simone in Betania, e da lì al metterlo in esecuzione coll'entrare in accordo col Sinedrio, era breve il passo. Finalmente il delitto fu consumato quando "Satana entrò in lui" Giovanni 13:27, alla cena pasquale, e la voce della coscienza restò soffocata interamente, per risvegliarsi e trascinarlo alla disperazione solo quando fu compiuto il tradimento. Quale notevole commentario delle parole di Giacomo 1:15: "Poi appresso, la concupiscenza, avendo concepito, partorisce il peccato, e il peccato, essendo compiuto, genera la morte!".

12 Marco 16:12-26. PREPARAZIONE PER LA PASQUA ED ULTIMA SUA CELEBRAZIONE. GESÙ INDICA GIUDA COME IL TRADITORE. ISTITUZIONE DELLA SANTA CENA Matteo 26:17-30; Luca 22:7,23; Giovanni 13:18-19,21-30; 1Corinzi 11:23-29

Per la esposizione vedi Luca 22:7-23; Giovanni 13:18-30.

27 Marco 14:27-31. GESÙ PREDICE L'ABBANDONO DEI DISCEPOLI E LA CADUTA DI PIETRO Matteo 26:31-35; Luca 22:31-38; Giovanni 13:36-38

Per l'esposizione vedi Luca 22:31-46.

32 Marco 16:32-42. L'AGONIA NEL GHETSEMANE Matteo 26:36-46; Luca 22:37-46; Giovanni 18:1

Il trovarsi nella storia evangelica una scena come quella che stiamo per considerare è non solamente una prova della sua realtà, ma anche della severa fedeltà della narrazione in cui è contenuta. Se i tre Evangelisti che ricordano questa scena, fossero stati guidati, nella scelta dei materiali che avean dinnanzi, dal solo desiderio di glorificare il loro Maestro agli occhi dei lettori, possiamo esser certi che avrebbero omesso questo fatto, il quale non potea mancare di esser d'intoppo a molti lettori bene disposti. Egli è certo che nel secolo che seguì immediatamente quello degli Apostoli, certi apologisti stimarono necessario di giustificare, in qualche modo l'agonia di Cristo in Ghetsemane agli occhi anche dei bene affetti inverso il Cristianesimo; mentre i suoi nemici come per esempio Celso al principio del secondo secolo, e Giuliano nel quarto, se ne beffavano, dicendo che Cristo si era mostrato pusillanime di faccia alla morte, mentre i pagani, dicevano essi, muoiono coraggiosamente. Per bene in tendere tutta questa importante narrazione, fa d'uopo aver sempre presente la realtà dell'umanità di nostro Signore in tutto il suo abbassamento e la sua debolezza. Si troveranno allora in lui tutti i segni caratteristici dell'umano patire, vale a dire la forza dell'animo risoluto e la calma della volontà sopraffatte, di continuo, dall'umana debolezza e limitate dalla pochezza della sua potenza di soffrire. Tuttavia, nel caso del Signore Gesù, tale conflitto differisce dal nostro in questo, che in noi la volontà non è se non umana; laddove in lui congiuntamente alla sua volontà umana c'era pure la sua volontà divina, la quale teneva sempre in vista lo scopo del patto eterno di grazia, e lottava con la debole carne umana.

32. Poi vennero in una villa,

horion è una parola di esteso significato, che abbraccia qualsiasi terreno recinto, da un piccolo giardino ad un vasto podere, ma definita in questo caso" Giovanni 18:1, per chepos "un orto". Secondo Flavio, i sobborghi di Gerusalemme abbondavano di giardini e ville (Guer. Giudici 6:1).

detta Ghetsemane,

Da gath un tino, e shemen, olio. Quest'orto era situato sul versante occidentale del monte degli Ulivi, il quale non è separato dal monte Moria che da un burrone stretto e profondo, chiamato negli antichi tempi il torrente del Chedron, ed ora la valle di Giosafat. Molti s'immaginano erroneamente che il Chedron sia una corrente perenne, ma la parola (heimarros), applicatagli da Giovanni 18:1, significa precisamente quel che egli è ai dì d'oggi, cioè un torrente che scorre soltanto durante la stagione delle pioggie, e non presenta, nelle altre stagioni, che un arido letto; e così spiegato, corrisponde esattamente al significato del nome ebraico nahal 2Samuele 15:23; 1Re 2:37, e con quel o di wadi che gli è ora applicato dagli Arabi. Il sito che i monaci Latini indicano ora pel Ghetsemane è posto precisamente laddove il sentiero che conduce a Betania per la cima dell'Oliveto, s'incontra con la strada più frequentata di Bethfage (Vedi nota Marco 14:2). Siccome la direzione di queste pubbliche vie non ha subito cangiamento alcuno dai giorni di Davide a questa parte 2Samuele 15:23,30, così ci troviamo costretti ad ammettere o l'una o l'altra di queste due conclusioni, o che la situazione del giardino che è indicata da quei monaci sia falsa, o che nostro Signore, cercando un luogo appartato per pregare, scegliesse appunto il più rumoroso e il più in vista del pubblico che sia in quella località il luogo che quei monaci hanno di recente cinto di mura, pare che fosse scelto per la prima volta per quello identico del Ghetsemane nel quarto secolo, sotto gli auspici dell'Imperatrice Elena, madre di Costantino, archeologa indefessa bensì ma estremamente credula e ignorantissima! Il probabilissimo che quell'orto appartenesse a un qualche discepolo o almeno, a persona amica di Gesù, e che il Signore usasse condurvisi coi discepoli; poiché vediamo Giuda guidar colà la masnada come a luogo che gli era ben noto e in cui sapeva certamente di trovar Gesù.

ed egli disse ai suoi discepoli: Sedete qui, finché io abbia orato.

Benché, dal posto che occupa nelle narrazioni di Matteo e di Marco (conf. Matteo 26:30-31; Marco 14:26-52), si potesse concliudere che la predicazione della, caduta di Pietro e della dispersione degli altri Apostoli sia stata pronunziata da Cristo, nell'andare da Gerusalemme in Ghetsemane sembra realmente che fosse pronunziata (come si trova in Luca) più a buon'ora nella ocra, poco dopo annunziato il tradimento di Giuda. Ivi l'avvertimento è a suo posto secondo la legge della associazione delle idee, ed è corroborato dal fatto che sarebbe stato impossibile agli undici di radunarsi intorno al loro Maestro in guisa da potere udire tutte le sue parole, mentre attraversavano le affollate vie di Gerusalemme. Dopo entrati nell'orto, il primo avvenimento nell'ordine cronologico fu una esortazione indirizzata da Gesù all'intiera compagnia dei suoi discepoli: "Orate che non entriate in tentazione". Essi ne avean bisogno, imperocché era or venuto il tempo che il loro Maestro doveva essere tentato nel modo più estremo dalla "podestà delle tenebre", e perciò i discepoli doveano aspettarsi essi pure gli assalti del tentatore. Comandando loro di rimanere laddove trovavansi, cioè presso l'entrata, ei si preparava ad andar più oltre verso i recessi dell'orto. Matteo: "finché io sia andato là"; Luca: "quasi per una gittata di pietra".

PASSI PARALLELI

Matteo 26:36-46; Luca 22:39; Giovanni 18:1-11

Marco 14:36,39; Salmi 18:5-6; 22:1-2; 88:1-3; 109:4

33 33. e prese seco Pietro, e Giacomo, e Giovanni;

In questa memorabile occasione come nella risuscitazione della figlia di Iario e nella sua trasfigurazione, il Signore ammise questi tre discepoli a maggiore intimità che non gli altri, scegliendoli ad esser testimoni d'una scena che non ha riscontro nella storia del mondo.

e cominciò ad essere spaventato, e gravemente angosciato (essere oppresso o abbattuto); 34. e disse loro: L'anima mia è occupata di tristizia (gravemente angosciata), infino alla morte

Memorabilissime parole queste, procedenti dalle labbra di Colui che in tutto il tempo della sua vita terrestre era stato l'uomo di dolori ed esperto in languori Isaia 53:3. Esse sembrano indicare che tutto il passato era come un nulla, che ora per la prima volta avea scandagliato le profondità maggiori del dolore ed era spaventato nel vederle così grandi. "Sebbene in tutta la sua vita ei fosse stato uomo di dolori", dice il Prof. Brown, "non c'è ragione di pensare che il circolo medesimo dei suoi più fidati ne fosse messo a parte mai, fuorché in un'occasione precedente, quando il desiderio espresso da taluni dei Greci che eran venuti alla festa" di veder Gesù, "sembra avergli richiamato alla mente oppressa l'ora in cui egli doveva essere levato in su dalla terra", e fattolo esclamare in pubblico: "Ora è turbata l'anima mia; e che dirò? ecc." Giovanni 12:20,27. Or tuttavia apre liberamente il cuore agli amici suoi fidati e parla della tristezza della sua anima come di cosa che lo abbatte e consuma "infino alla morte". Il senso di queste ultime parole è: "Io sento come se la natura cedesse sotto il peso dell'angoscia, e ch'io non potessi sopravviverle; a tanto strazio sta per venir meno questa vita mortale". Il riferirsi che fa quì nostro Signore, come pure in Giovanni 12:27, all'anima sua razionale, confuta, per incidenza, ma fu modo convincente, l'eresia Apollinaria, che cioè il Signore Gesù non avesse l'anima umana, ma invece di essa la sola natura divina. Che se tale fosse stato il caso, ei non sarebbe stato un uomo completo, e Paolo non avrebbe potuto affermare di lui: "Siccome i fanciulli parteciparon la carne ed il sangue, egli simigliantemente ha partecipato le medesime cose", e ancora "è convenuto ch'egli fosse in ogni caso simile a' fratelli" Ebrei 2:14,17.

34 dimorate qui, e vegliate.

Nella scelta dei tre discepoli ch'egli amava di più, e nel comando dato ad essi di vegliare con lui, si rivela il cuore umano di Gesù. Fin d'allora avea cominciato a ritirarsi da lui la faccia di suo Padre, e le tentazioni dei "principati e delle potestà delle tenebre" gli moveano assalti più fieri che nel deserto; il peso del peccato, che era venuto a toglier per sempre dal suo popolo, si presentava con forza opprimente alla sua conoscenza umana; egli provava intenso bisogno di simpatia, e la cercava da questi discepoli che lo avean conosciuto così intimamente. Egli aveva una vera umanità, tanto più tenera e suscettibile della nostra, in quantoché non era ammorzata e ottusa dal peccato, e l'animo suo, oppresso da tristezza, avrebbe trovato sollievo nella loro simpatia, per quanto necessariamente angusta e contratta, sicché forse non sarebbe stato bisogno della visita degli angeli. Ma anche questa poca simpatia gli fece difetto; i discepoli erano come "canne rotte", e invece di vegliare e pregare si addormentarono. Ed anche in questo caso dovevano compiersi le parole dette intorno a lui dagli antichi profeti (Vedi Salmi 69:21; 88:19; Isaia 63:3,5).

PASSI PARALLELI

Marco 1:16-19; 5:37; 9:2

Salmi 38:11; 69:1-3; 88:14-16; Isaia 53:10; Matteo 26:37-38; Luca 22:44

Ebrei 5:7

Isaia 53:3-4,12; Lamentazione 1:12; Giovanni 12:27

Marco 14:37-38; 13:35-37; Efesini 6:18-19; 1Pietro 4:7; 5:8

35 35. E, andato un poco innanzi,

Si fu al fine di preparare questi discepoli ad esser testimoni della sua agonia che il Signore li prescelse a testimoni della sua gloria sul monte della trasfigurazione. Senza tale preparazione, la fede loro avrebbe potuto venir meno quando videro il loro Maestro "angosciato", "spaventato", "triste infino alla morte". "Gli è pur sempre vero che son meglio preparati a soffrire con Cristo coloro che hanno contemplata per fede la sua gloria e han conversato co' suoi santi glorificati sul monte suo santo" (Henry). Si osservi tuttavia che Cristo non volle nemmen cotesti accanto a sé quando sofferse la sua misteriosa agonia, poiché sapeva, sì per la natura che per la profondità di quel soffrire, non potere essi comprenderlo. Ei sente il bisogno d'esser solo col Padre. Stier suppone che i discepoli udissero le parole del Salvatore e vedessero il suo sudore di sangue mentre giacea bocconi in terra. Ma, considerando la distanza, il lume incerto della luna a gran fatica penetrante tra il tetro fogliame degli ulivi, ed il fatto che i discepoli erano allora addormentati, la supposizione sua è altamente improbabile. Questa scena, come quella della tentazione nel deserto, in tutti i suoi punti più importanti, non poteva esser nota agli Evangelisti se non per ispirazione dello Spirito Santo, a meno che, Gesù non la raccontasse egli stesso ai suoi discepoli dopo la risurrezione.

si gittò in terra,

Si confrontino la parole degli Evangelisti. Quelle di Luca sono le più generali: essendosi inginocchiato; Matteo: si gittò, o cadde sopra la sua faccia; Marco: cadde sulla terra, cioè si prostrò disteso in terra. Le ginocchia piegate, e il volto boccone in terra, è questa l'attitudine consueta di un orientale assorto nella preghiera, e così il Signore continuò per alcun tempo, poi non potendo più sostenere l'angoscia dello spirito oppresso, per la quale si sentiva venir meno la vita, si prostrò disteso con tutta la persona sulla polvere, la quale posizione bene esprime l'estremo di un'angoscia straordinaria.

e pregava che, se era possibile, quell'ora passasse oltre di lui,

C'è questa peculiarità in Marco, che prima egli ci dà, con le sue proprie parole, un epilogo della preghiera del Signore e poi subito aggiunge le parole medesime da lui usate. La parola "ora" non si ha quì da prendere alla lettera. Nella Scrittura è usata sovente a denotare una stagione, uno spazio di tempo, o un avvenimento; e nostro Signore le applica qui, a tutto il tempo della sua passione che stava per incominciare. Egli bramava, se ciò fosse stato compatibile coi disegni e con le perfezioni di Dio, che quel tempo passasse oltre senza ch'egli avesse a soffrire quel che era omai imminente. Tutti i tentativi che si facessero per conciliare questa preghiera col supposto che Gesù non bramasse realmente ciò che così chiedeva, sarebbero ripugnanti al senso evidente delle parole e contraddirebbero alla lettera della Scrittura. La chiave di questo misterioso enimma, fin dove almeno può essere aperto ai nostri finiti intendimenti, è riposta nell'ovvia considerazione che nostro Signore sofferse precisamente i patimenti medesimi che avrebbe provati qualsiasi altro uomo nella stessa posizione, ma senza alcun suo peccato. Gli è perciò che rifuggiva dalla morte e si sentiva oppresso sotto il peso dell'ira di Dio non meno realmente di noi. Oltracciò, le sue sofferenze, anche nel giardino, eran vicario; e quantunque fosse egli stesso senza peccato, pure partecipava ai dolori cagionati dal peccato, come essendo egli stesso il gran sacrifizio espiatorio, "colui per i cui lividori noi fummo sanati" Isaia 53:5. Il desiderio dunque ch'egli espresse di poter sottrarsi al patire, ha da intendersi né più né meno che come un incidente inseparabile dalla sua umanità, ed anche come parte de' suoi patimenti vicarii.

PASSI PARALLELI

Genesi 17:3; Deuteronomio 9:18; 1Cronache 21:15-16; 2Cronache 7:3; Matteo 26:39; Luca 17:15-16

Atti 10:25-26; Ebrei 5:7; Apocalisse 4:10; 5:14

36 36. E disse: Abba, Padre,

La prima di queste parole significa Padre nella lingua aramaica, nella qual lingua nostro Signore probabilissimamente s'indirizzava al Padre suo celeste; la seconda è l'equivalente suo in greco, e fu aggiunta da Marco a vantaggio di coloro che non intendessero la lingua ebraica. L'aver così conservata l'espressione del vernacolo è in perfetto accordo con l'usanza di Marco (Vedi Marco 5:41; 7:11; 9:5; 11:21). Tale spiegazione del congiungimento di queste due parole ci sembra più naturale che il supporre, come fanno alcuni scrittori, che ai tempi di Cristo esse si fossero combinate in guisa che gli Ebrei le usassero come un solo appellativo; a sostegno della quale opinione non sanno addurre altro se non che Paolo le usò congiuntamente nell'Epistole ai Romani 8:15, e ai Galati 4:6, dimenticando che queste epistole furono scritte per gentili.

ogni cosa ti è possibile; trasporta via da me questo calice; ma pure, non ciò che io voglio, ma ciò che tu vuoi.

Sono degne d'attenzione le varianti nella sostanza della preghiera, come son date dai sinottici. In Matteo, abbiamo: se egli è possibile; secondo Marco: ogni cosa ti è possibile; e secondo Luca: se vuoi, ma tutte trovano il loro punto d'unione nel volere o nel consiglio divino. Se ciò fosse stato compatibile con tale volere, Gesù supplicava il Padre di toglier via da lui il calice della passione; ma nemmeno per schivarne la feccia amara, consentiva la sua volontà umana a porsi in opposizione con la volontà di Dio. La completa sottomissione al volere del Padre, senza riguardo ai propri desiderii umani, è un glorioso trionfo dell'obbedienza di nostro Signore sulla prova più tremenda che possa concepirsi. Come uomo, egli desiderava di esser liberato dall'ira di Dio, pur come uomo, finalmente acconsentì a sostenerla, siccome l'unico mezzo di "salvare il suo popolo dai loro peccati". Le parole precise usate da nostro Signore, lo Spirito Santo non ha giudicato conveniente il darcele, mostrandoci anche in questo caso, che l'identità delle parole non importa purché la sostanza del pensiero divino venga espresso. Che nostro Signore debba aver profferite tutte e tre queste forme di preghiera, non si ha da pensarlo nemmeno per un momento. Il calice di questo vers., e l'ora del precedente, si riferiscono allo stesso soggetto, cioè alla offerta dell'anima sua Isaia 53:10, incominciata nell'orto e consumata sulla croce; e questi termini si identificarono per modo nelle menti degli Evangelisti, che si trovano usati indifferentemente l'uno per l'altro nel racconto della Passione. Nel passare per quell'ora, nel bere quel calice amaro, Gesù fece l'espiazione delle nostre trasgressioni.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:9; Romani 8:15-16; Galati 4:6

Marco 10:27; Genesi 18:14; Geremia 32:27; 2Timoteo 2:13; Tito 1:2; Ebrei 5:7; 6:18

Luca 22:41-42

Salmi 40:8; Giovanni 4:34; 5:30; 6:38-39; 12:27; 18:11; Filippesi 2:8; Ebrei 5:7-8

37 37. Poi venne, e trovò i discepoli che dormivano;

In conseguenza dell'avere effuso il cuor suo nella preghiera al suo Padre celeste, sembra che il Redentore si sentisse sollevato pel momento e ritornasse ai tre discepoli per trovar refrigerio nella loro simpatia e testimoniare loro, al tempo stesso, quanto li amasse; ma li trovò addormentati. Luca ci dice esser ciò accaduto per cagion "di tristizia". Accade spesso infatti che un grave e prolungato dolore renda spossati gli spiriti e induca negli uomini un senso di torpore, specialmente quando sia, come in questo caso, accompagnato dall'inazione. "La legge semplicissima", dice il Lange, "che una tensione straordinaria eleva la vita spirituale ove questa sia sviluppata altamente, mentre invece la stupidisce ove sia sviluppata meno, trova quì la sua più forte illustrazione nel contrasto assoluto della vigilanza spirituale e del sonno".

e disse a Pietro: Simone, dormi tu? non hai tu potuto vegliar pure un'ora?

Il rimprovero li colpisce tutti, ma la ragione per cui è indirizzato specialmente a Pietro è ovvia a chi rammenti il superbo millantarsi che pur dianzi avea fatto della sua devozione: "Benché mi convenisse morir teco non però ti rinnegherò" Matteo 26:35; "Avvegnaché tutti sieno scandalizzati di te, io però non lo sarò" Marco 14:29; "Il Signore, io sono presto ad andar teco e in prigione e alla morte" Luca 22:33. Gesù nol chiama ora Pietro, ma Simone, come in altre occasioni in cui si fece in lui penosamente manifesta la debolezza della carne, Vedi Luca 22:31; Giovanni 21:15, ecc. "Di grandi cose ti sei vantato, e a questo siam ridotti, che alla prima prova sei venuto meno, e non hai potuto vegliare pur lo spazio d'un'ora?" "Se, correndo co' pedoni, essi ti hanno stanco; come ti rimescolerai co' cavalli? e, se hai sol fidanza in terra di pace, come farai quando il Giordano sarà gonfio?" Geremia 12:5. Era un'ammonizione significante, e se Pietro ne avesse approfittato, essa avrebbe potuto salvarlo da una terribile vergogna. "Un'ora" può esser stato benissimo il tempo passato nell'orto di Ghetsemane, ma non certamente il tempo che Gesù era stato assente da loro, ed è quì un'espressione proverbiale per indicare un tempo brevissimo.

PASSI PARALLELI

Marco 14:40-41; Luca 9:31-32; 22:45-46

Marco 14:29-31; 2Samuele 16:17; Giona 1:6; Matteo 25:5; 26:40; 1Tessalonicesi 5:6-8

Geremia 12:5; Ebrei 12:3

38 38. Vegliate, ed orate; che non entriate in tentazione;

L'esortazione data agli otto, nel lasciarli presso l'ingresso dell'orto, è data ora di nuovo ai tre; se a farli vegliare non valse la simpatia per lui, or deve valere la loro propria salvezza, che talora non capitasse loro una qualche prova della lor fede e pazienza oltre quanto potessero sostenere.

bene è lo spirito pronto, ma la carne è debole.

Le ultime parole di questo inciso sono generalmente considerate come benigna scusa della loro fralezza, ma l'antitesi che fanno colla prima parte di esso è intesa in diversi modi, supponendo alcuni che la carne e lo spirito significhino semplicemente il corpo e l'anima; mentre la maggior parte degli interpreti intendono (più conformemente all'uso delle parole) per la carne, la natura peccaminosa con le sue colpevoli infermità, e per lo spirito, le disposizioni e i principii più elevati prodotti dalla grazia. Il senso adunque è questo, che, sebbene la loro natura spirituale fosse inclinata a fare quel ch'ei richiedeva, i resti della corruzione naturale ne li impedivano. Anche nel caso di provetti Cristiani l'opposizione della carne non è tolta e abolita assolutamente fino alla morte, anzi il conflitto tra il principio della vita divina impiantato dallo Spirito Santo in noi, e la vecchia natura, aliena da Dio, fa parte del discepolato del Cristiano, ed un elemento essenziale della vita che va maturando in lui.

PASSI PARALLELI

Marco 14:34; Matteo 24:42; 25:13; 26:41; Luca 21:36; 22:40,46; 1Corinzi 16:13; 1Pietro 5:8

Apocalisse 3:2-3,10

Romani 7:18-25; Galati 5:17; Filippesi 2:12

39 39. di nuovo andò, ed orò (di nuovo allontanatosi pregò), dicendo le medesime parole.

Matteo aggiunge "la seconda volta", e dà le espressioni usate dal Signore. Luca ci somministra alcuni particolari interessanti non dati dagli altri Evangelisti; ma siccome, nella sua narrazione, egli compendia le tre preghiere in una, è difficile decidere il posto cronologico che si ha da assegnare a ciascuna di esse nel racconto. Egli dice per esempio: "E un angelo gli apparve dal cielo, confortandolo". Alcuni argomentano che questa visita dell'angelo deve essere accaduta immediatamente dopo la prima preghiera, siccome il linguaggio della seconda (come è dato da Matteo), sembra respirare maggior acquiescenza e rassegnazione. Su ciò non possono avventurasi che delle congetture; pure, secondo noi, la visita dell'angelo sembra corrisponder meglio col tempo della seconda preghiera, e il sudor di sangue con quello della tersa. Pare che l'agitazione dello spirito del Salvatore ritornasse a certi intervalli con più terribile intensità, a guisa di quel marosi che tratto si rompono con maggior forza degli altri; e, durante la sua seconda assenza dai discepoli, pare che prorompesse su di lui tempestosa e minacciando di sommergere la sua umanità, allorquando comparve un angelo per rinvigorirlo fisicamente e corroborare la sua umanità (presso ormai a soccombere), per la lotta più fiera e terribile che ancor gli restava a sostenere. Olahausen erra quando suppone "non doversi quì intendere per lei parola angelo alcuna apparizione esterna, come di personalità visibile"; ed erra ancor maggiormente nella conclusione che ne trae, che il rinforzo consistesse esclusivamente in un interno e spirituale accrescimento di potenza dall'alto. Si fu anzi una forza esteriore che esso impartì alla macchina corporea, che fece od ch'egli sentisse in sé un vigore soprannaturale sì del corpo che dello spirito per poter sostenere il conflitto. Da tutto quanto ci insegnano le Scritture intorno alla ministrazione degli angeli siamo indotti a negare fermissimamente ch'essi abbiano potere o mandato alcuno d'intervenire tra l'anima di un uomo e Dio, nelle cose spirituali, o di produrre verun effetto sulla sua vita spirituale, eccetto che per via di ministrazione esteriore. La dottrina della Chiesa di Roma intorno alle ministrazioni angeliche inverso i santi di Dio sulla terra, è in molti punti in opposizione diretta con gl'insegnamenti della Scrittura.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:7; 26:42-44; Luca 18:1; 2Corinzi 12:8

40 40. E, tornato, trovò I discepoli, che di nuovo dormivamo; perciocché i loro occhi erano aggravati; e non sapevano che rispondergli.

La parola aggravati è la medesima usata a significare lo stato fisico di questi discepoli sul monte della Trasfigurazione Luca 9:32. Vuol dire sonnolenza che aggrava le palpebre, non già sonno profondo. Della sconvenienza di dormire in un tempo come quello, erano conscii siffattamente che non seppero addurre veruna scusa in risposta ai giusti rimproveri del loro Maestro.

PASSI PARALLELI

Marco 9:33-34; Genesi 44:16; Romani 3:19

41 41. Poi venne la terza volta,

Marco implica evidentemente una terza dipartita di Cristo dai discepoli, sebbene per amore di brevità non siane fatta menzione; ma Matteo ci dà quel che manca: "E, lasciatili, andò di nuovo e orò la terza volta, dicendo le medesime parole. Allora egli venne", ecc. Durante questo terzo periodo di assenza dai discepoli assonnati, siam disposti a collocare un altro incidente di questa scena misteriosa dell'orto, il quale è ricordato solamente da Luca: "Ed egli, essendo in agonia, orava vieppiù intentamente; e il suo sudore divenne simile a grumoli di sangue, che cadevano in terra" Luca 22:44. In questo vers. si presentano spiccatamente due cose:

1. L'agonia che sofferse il Signore. Fu questo l'ultimo e più fier attacco di quell'amara distretta, di quel cordoglio mortale ch'ei dovea soffrire finché fosse inchiodato al legno. Se non fosse stato il rinforzo che la sua natura umana avea provato così di recente pel ministero angelico, questa nuova prova avrebbe dovuto arrestare per sempre i moti del suo cuore; ma anche stando così le cose, l'angoscia veemente prodotta nell'anima sua dal conflitto con Satana e dall'esperienza, sempre più profonda, della "maledizione" a cui si era sottomesso per amor nostro, produsse un tale tremore, una tal lotta e così ardui sforzi nel corpo, da costringere il sangue ad uscir fuori dei canali suoi naturali, finché formò come goccie di sudore sulla sua pelle e cadde raggrumato in terra. Di questo sudore di sangue, conosciuto nella scienza medica sotto il nome di diapedesi, son ricordati degli esempi sì nei tempi antichi che nei moderni. E la cagione, che generalmente ne assegnano i medici, è una violenta emozione mentale. "È probabile che questo strano disordine nasca da una violenta commozione del sistema nervoso, la quale faccia deviare dal loro corso naturale le correnti dei sangue e ne spinga i globuli rosei per entro agli escretorii cutanei. Un mero rilassamento delle fibre non potrebbe produrre una revulsione così potente" (Millingen "Curiosità dell'esperienza medica", citate nel Dizionario Biblico di Smith). Kitto, Foote ed altri portano numerosi esempi, che non è necessario il citar qui, ma che son degni di tenersi a mente, quali risposte a qualunque obbiezione che l'incredulità potesse muovere contro a questo sudore di sangue. Alford dice: "L'intenzione dell'Evangelista sembra chiaramente esser quella di comunicar l'idea che il sudore somigliane a goccie di sangue, colorato cioè di sangue; giacché intendo la parola come usata appunto a distinguere tra il vero sangue e le goccie colorate o cariche di sangue".

2. Impariamo da questo vers. che da questa agonia fu prodotta un'intensità maggiore nella preghiera. "Orava vieppiù intentamente". Perché noi, creature imperfette, siamo talora meno di altre volte intenti nelle nostre preghiere, e tale difetto d'ardore da parte nostra è peccato, taluni muovono eccezione a queste parole, quasiché presentassero un'idea d'imperfezione in Cristo, e dicono esser impossibile figurarselo che preghi più intentamente in una occasione, senza ammettere che pregasse meno intentamente in altre. Concedendo questo senza difficoltà, neghiamo la conclusione che si cerca dedurne; imperocché Cristo pregava con tutto il cuore e con tutta l'anima e con tutta la mente anche quando pregava meno intentamente che in questa occasione, e nessun difetto può ammettersi nel pregare, per riguardo a colui che è il santo, innocente, immacolato e separato dai peccatori" Ebrei 7:26. Il suo corpo benedetto era perfetto fin da principio, eppure crebbe in istatura; l'anima sua santa non conobbe mai alcuna macchia, eppure crebbe in grazia; e siccome gli era data grazia in proporzione alle sue facoltà mentali, così in proporzione alla grazia conceduta egli amò sempre più il suo Dio e Padre. Niuna freddezza si accompagnò mai alle sue divozioni, dappoiché in ogni occasione mantenne viva la grazia che era in lui, e tuttavia, essendogliene comunicato un grado maggiore, potè usarne altresì maggiore in grado maggiore. Ed ora che i suoi patimenti crescevano in grado tale che mai n'avea provati di così intensi, e che lottavano tra loro la natura rabbrividita e l'indomito volere, gli furono altresì impartiti più alti gradi di forza, e quindi "orava vieppiù intentamente". Fu messa in dubbio la genuinità di questi versetti Luca 22:43-44, per ciò che non si riscontrano in taluni degli antichi codici; ma della mancanza di essi è facile render ragione, essendo stati tolti di proposito deliberato non già da primitivi eretici, ma dagli ortodossi medesimi, sotto l'impressione che potessero essere usati dagli Ariani ed altri, come un argomento contro la divinità di nostro Signore Gesù Cristo. Epifanio ricorda e il fatto e la ragione di esso. Alford osserva benissimo: "Abbiamo motivo di ringraziare Iddio che la ortodossia fu compresa meglio da allora in poi". Questi versetti si trovano nel Codice sinaitico, nel Codice di Beza ed in altri, come pure nella versione Peshito, nella Filossena, ecc., e la loro genuinità è ora pienamente comprovata. Sebbene l'Evangelista non faccia menzione delle lacrime del Salvatore nell'orto, tuttavia, non devono passare inosservate le parole dell'Epistola agli Ebrei 5:7, le quali si riferiscono principalmente a questa parte della storia di nostro Signore e ben si accordano col prostramento in terra, col sudor di sangue e con l'intensità della preghiera nell'agonia: "Il quale, ai giorni della sua carne, avendo, con gran grido e lagrime, offerte orazioni e supplicazioni a colui che lo poteva salvare da morte, ed essendo esaudito dal timore" ecc. Il senso di queste tre ultime parole è evidentemente questo, che "fu liberato da quel che temeva" cioè, che la sua natura umana avesse a cedere sotto il peso del peccato che egli allora assumevasi come nostro sostituto. Per la risposta del Padre alla sua preghiera nell'orto, l'animo suo fu fortificato contro il terrore e lo sgomento della natura, sicché acquetossi interamente alla volontà di Dio. Tale acquiescenza può riscontrarsi nel cangiamento di forma in cui fu presentata la preghiera la seconda e la terza volta: "Padre mio, se egli non è possibile che questo calice trapassi da me, che io nol bea, la tua volontà sia fatta" Matteo 26:42.

e disse loro: Dormite pur da ora innanzi, e riposatevi; basta, l'ora è venuta;

Al suo ritorno la terza volta, il Signore trovò di nuovo addormentati i suoi discepoli prediletti. In questa sonnolenza par che vi sia qualche cosa più che il solo effetto prodotto dall'eccesso del dolore. "C'era ad assalirli qualche cosa più di ciò", dice Stier, "come l'aveva accennato il Signore medesimo; c'era la tentazione 'della potenza delle tenebre', il vagliamento di Satana, senza di che la loro simpatia per le sofferenze di Gesù li avrebbe tenuti desti". Alcuni scrittori prendono la prima parte di questo vers. come indirizzata interrogativamente ai discepoli, ma il senso non ci guadagna, mentre le parole d'ora innanzi, si riferiscono solamente al futuro, e quando si applicano al tempo corrispondono sempre non già a tuttora o ancora, ma a quindinnanzi (Vedi Atti 37:20; Ebrei 10:13; ecc.). I migliori filologi interpretano i verbi all'imperativo, come ha fatto Diodati, "Dormite", "Riposatevi". Sembra troppo in disaccordo col sentire di nostro Signore e con la circostanza ch'egli sapeva essere il loro sonno cagionato da infermità, non da indifferenza, il vedere in queste parole, come molti ci veggono, un'ironia; noi preferiamo considerarle come esprimenti ad un tempo la sua compassione per la loro debolezza, e l'annunzio che, per quanto concerneva lui stesso, l'oggetto per cui avea desiderato la loro vigilanza e simpatia era stato raggiunto per altro modo, laonde essi rimanevano sciolti dall'obbligazione ad essi imposta. La parola basta, significa "Non occorre vegliare o pregare più oltre per me, non c'è più tempo; adesso l'ora è venuta, per allontanare la quale, se ciò fosse stato compatibile con la volontà del Padre mio, lo pregai e volli che ancor voi pregaste". Intendendo tali parole in questo senso, sparisce l'apparente contraddizione tra il comando "Dormite pure" e l'altro che segue immediatamente, "Levatevi, andiamo". Il cangiamento operatosi in Gesù dappoi che si alzò da terra, dopo aver pregato la terza volta, non può descriversi più giustamente di quel che lo descrisse Krummacker. "Ogni cosa nel suo contegno, l'aspetto, la voce, il portamento, tutto è or cangiato essenzialmente, e indica coraggio, maschio vigore e conscia certezza di vittoria. Noi lo vediamo uscir trionfante dal conflitto, armato, e preparato per quanto ha da seguire". Dormite d'ora innanzi e riposatevi, "dice egli ai suoi discepoli". Basta! "Per riguardo mio non occorre vegliate più oltre, io non ho d'uopo più della vostra assistenza. Il mio conflitto è finito" (Il Salvatore sofferente) ecc.

ecco, il Figliuol dell'uomo è dato nelle mani dei peccatori.

Queste parole che concludono il vers. spiegano ancor meglio come il Signore Gesù sciogliesse i suoi discepoli dall'obbligazione di vegliare con lui, imperocché il tempo di vegliare era passato, ed era venuto il tempo di agire; quantunque la masnada che doveva catturarlo non fosse per anco arrivata, pur sapeva non essere a grande distanza, e così parla del Figliuol dell'uomo come dato diggià nelle mani dei peccatori, cioè degli iniqui che esser dovevano suoi giudici ingiusti e crudeli suoi carnefici. In queste parole Gesù non accenna solo al tradimento di Giuda e dei rettori d'Israele, i quali consegnarono il loro Messia nelle mani dei gentili, ma anche al divino decreto per cui il Cristo era abbandonato in potere dei suoi nemici Atti 2:23.

PASSI PARALLELI

Marco 7:9; Giudici 10:14; 1Re 18:27; 22:15; 2Re 3:13; Ecclesiaste 11:9; Ezechiele 20:39

Matteo 26:45-46

Giovanni 7:30; 8:20; 12:23,27; 13:1; 17:1

Marco 14:10,18; 9:31; 10:33-34; Matteo 26:2; Giovanni 13:2; Atti 7:52

42 42. Levatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce è vicino.

Il "dormite d'or innanzi" del vers. precedente esprimeva in linguaggio figurato la loro incapacità a prestargli alcuna ulteriore assistenza; ma il "levatevi" di questo vers. è un invito a scuotere il sonno per amore della loro propria salvezza. "Andiamo" non implica alcun timore in Cristo, o, come fu stranamente supposto da alcuni, che si proponesse di tentar la fuga, ma al contrario è un comando di raggiungere gli altri discepoli all'ingresso dell'orto, onde Gesù potesse proteggerli contro il nemico che già si appressava e di cui già discerneva tra gli alberi le lanterne e le torce. In conferma di ciò, si notino le parole del Signore ai conduttori della banda tosto che entrarono nell'orto: "Io vi ho detto ch'io son desso; se adunque cercate me, lasciate andare costoro" Giovanni 18:8.

PASSI PARALLELI

Matteo 26:46; Giovanni 18:1-2

RIFLESSIONI

1. Come dobbiamo spiegare questa agonia del nostro Signore e Maestro in Ghetsemane? Celso, Giuliano Apostata, e tutta la genia degli increduli beffardi che loro succedettero non hanno esitato a paragonar questa scena nell'orto con le ultime ore di Socrate e d'altri filosofi gentili, empiamente e senza ambagi accusando Gesù di viltà e di codardia. In presenza di tutta la sua storia antecedente, la quale non presenta alcun indizio di mancanza di coraggio e prontezza al soffrire; in presenza delle migliaia e decine di migliaia d'uomini peccatori i quali, per amor del suo nome, passarono per sofferenze fisiche ancor più acute e per morti ancor più ignominiose e tormentose, con la massima calma, anzi con fortezza eroica e con estatici canti di laudi, vi sentite voi disposti ad adottare una simile soluzione dell'agonia e del sudor di sangue, nell'orto di Ghetsemane? Dobbiam noi far scendere il Salvatore al disotto del livello comune dei martiri, e chiedere che un peso che altri portarono così agevolmente lo prostrasse siffattamente nell'orto, gli strappasse quelle preghiere, e l'immergesse in quel sudore di sangue? È assolutamente inconcepibile e inammissibile che la semplice prospettiva delle sofferenze corporee potesse produrre tali effetti in lui che era "santo, innocente, immacolato, separato da' peccatori", e per conseguenza non avea ragione alcuna di temer la morte. Gli Ariani e i Sociniani che negano la divinità del Signore Gesù, negano anche la sua espiazione pel peccato, e insegnano ch'egli morì semplicemente per dare l'esempio ai suoi discepoli del come essi pure dovrebbero morire. Altri vi sono nella Chiesa cristiana, ai nostri tempi, i quali nel mentre riconoscono la divinità di Cristo, rigettano la natura vicaria delle sue sofferenze e della sua morte, e considerano queste sotto l'aspetto medesimo che i summenzionati eretici, cioè come presentante un sublime modello di sacrifizio di . Secondo questo modo di vedere, Cristo non sofferse assolutamente nulla invece dei colpevoli, ossia affinché questi non avessero a soffrire; ma patì solo perché gli uomini imparassero da lui come si ha da soffrire! Egli inaugurò semplicemente nella propria persona, una nuova umanità da essere "resa perfetta per le sofferenze", e "ci lasciò l'esempio perché noi camminiamo dietro le sue pedate". Che uno dei fini che Cristo ebbe in vista nei suoi patimenti fosse quello di lasciarci un esempio, è insegnato troppo chiaramente nelle Scritture per metterlo in dubbio un sol momento; ma è questo tutto quello a cui miravano i suoi patimenti? Ed in tal caso, può chiedersi ragionevolmente s'egli riuscisse nel suo intento? Non sarebbe facile trovarci esempi più chiari di pazienza e coraggio eroico nei patimenti tra i seguaci e i martiri suoi, e perfino tra i gentili? E s'egli è così, allora per certo gli Ariani, i Sociniani e i moderni Neologi recano grande disdoro al Salvatore, insegnando esser stato quello l'unico scopo dei suoi patimenti. Né fu semplicemente il presentimento dei tormenti che avrebbe indi a poco a soffrire sulla croce che lo fece agonizzare nell'orto. Il sudore di sangue non fu che il segno esterno dell'angoscia mentale e spirituale che già, fin d'allora, si era impossessato di lui, ed ebbe la stessa sorgente, gli stessi elementi, lo stesso disegno, e lo stesso effetto delle sofferenze spirituali di nostro Signore sulla croce. Fu parte integrante della passione a cui egli s'assoggettò come il nostro capo spirituale e rappresentante, quando il Signore ebbe fatta avvenire in lui l'iniquità di tutti noi in guisa e maniera tale che noi non potremo mai comprendere pienamente. Per intendere donde sorgesse questa angoscia dello spirito, dobbiamo ben ponderare il significato dei passi come il Seguente: "Perciocché egli (Iddio), ha fatto esser peccato per noi colui che non ha conosciuto peccato, acciocché noi fossimo fatti giustizia di Dio in lui" 2Corinzi 5:21; "Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo per noi fatto maledizione" Galati 3:13; "Il quale ha portato egli stesso i nostri peccati nel suo corpo, in sul legno; acciocché, morti al peccato, viviamo a giustizia" 1Pietro 2:24. I critici più abili e più recenti della scuola nazionalista di Germania ammettono candidamente che siffatti passi altro non possono significare se non questo, che quell'essere perfettamente puro da ogni peccato venne considerato e trattato come il colpevole, affinché i colpevoli potessero essere considerati in lui come giusti. Ora adunque se il carattere penale dei patimenti e della morte che dovea subire il Cristo, lo sentì, nell'orto, pesargli in tutta la sua forza sullo spirito, abbiamo in ciò una spiegazione ampia e soddisfacente dell'orrore e dell'abbattimento d'animo che allora sperimentò. Il sacrifizio della vita, in circostanze dolorose e ignomininiose, l'avrebbe potuto sopportare senza un mormorio od un lamento, ma il sacrifizio della vita sotto la condanna del peccato, il rassegnarla alla vendetta della legge violata, che consideravalo come il rappresentante dei colpevoli, non poteva essere che puramente rivoltante. Né ci è possibile comprendere altrimenti l'orrore della sua posizione come quegli che, essendo assolutamente senza peccato, era fatto ora enfaticamente peccato per noi. Ma se così l'intendiamo, possiamo comprendere come egli potesse trovare in sé la forza di vuotare il calice sino alla feccia più amara solo perché tale era il, volere del Padre suo. Così facendo, ha presentato il più glorioso esempio di ubbidienza perfetta alla volontà di Dio che mai si desse nella natura umana, e ci ha lasciato certissimamente "un esempio, acciocché noi seguitiamo le sue pedate" 1Pietro 2:21.

2. Quale esempio non ci porge questo passo dell'importanza della preghiera nel tempo della tribolazione! Nell'ora della sua angoscia, il Signore fece uso di questo gran rimedio! "Egli orava". Migliore ricetta di questa per sopportare l'afflizione con pazienza non potremo mai trovarla. La prima persona a cui dovremmo rivolgerei nella nostra tribolazione è Dio. Il primo nostro lamento dovrebbe essere in forma di preghiera. Può darsi che la risposta non ci sia data immediatamente; può stare che il soccorso da noi domandato non ci sia concesso subito; può anzi succedere perfino che la nostra prova, come "lo stecco nella carne" a Paolo, non venga meno e non ci sia mai tolta quaggiù. Ma l'atto stesso dell'aprire i nostri cuori davanti al trono di grazia ci farà sicuramente del bene, ed è poi certo che verrà la risposta, come venne a Paolo: "La mia grazia ti basta, perciocché la mia virtù si adempie in debolezza" 2Corinzi 12:8-9. Saggio e importante è il consiglio di Giacomo 5:13: "Evvi alcun di voi a f flitto? Ori".

3. Nell'ora della sua dolorosa prova, l'uomo Cristo Gesù cercò conforto nella simpatia dei suoi deboli sì ma fedeli amici, ed ha così suggellata con la sua sanzione e approvazione la simpatia, e commiserazione sincera che gli uomini offrono ai loro simili in tempo di angustie dolorose e di fiere prove. Non ci rifiutiamo adunque il conforto dell'umana simpatia, la quale certamente ci farà del bene. Non permettiamo che il più grave lutto che possa colpirci chiuda i nostri cuori in faccia alla pietà gentil e; e chiunque siano coloro che vengono a simpatizzare con noi e ad aiutarci, teniamoli in conto di angeli mandati dal cielo e si abbian da noi il benvenuto che ad angeli si conviene.

50 60. Allora il sommo sacerdote, levatosi in piè quivi in mezzo, domandò a Gesù, dicendo: Non rispondi tu nulla? che testimoniano costoro contro a te? 61. Ma egli tacque, e non rispose nulla.

Perfettamente convinto dell'impossibilità di condannar Gesù dietro a quelle testimonianze se pur non volevano violare apertamente ogni forma di giustizia, il sommo sacerdote, con arte finissima, tentò di ottenere dal Signore medesimo una qualche spiegazione o confutazione delle precedenti testimonianze, la quale potesse dar loro appiglio a condannarlo. Espose adunque la sua profonda sorpresa pel suo silenzio e gli chiese se non avesse a dir nulla in risposta ai suoi accusatori. Ma Gesù si mantenne in silenzio. Non stava a lui di aiutarli ad uscire dal loro imbarazzo, soprattutto non piacendogli entrare, davanti un tale uditorio, in alcuna spiegazione delle misteriose parole che erano state interpretate così stranamente. D'altra parte, era prossimo il tempo in cui il loro significato sarebbe chiaro come la luce del giorno. Era notorio a tutti che Gesù non potevasi condannare dietro a prove testimoniali. L'unico metodo che rimanesse era quello di estorcere, se fosse possibile dal Signore medesimo, ammissioni tali intorno alle sue pretese che potessero offrire appiglio a condannarlo, e Caiafa, qual Presidente del Sinedrio, si accinse all'impresa. Lo spirito che lo animava traspare da quel suo detto ricordato in Giovanni 11:49,51. Qui adunque incomincia la seconda parte del dibattimento.

PASSI PARALLELI

Marco 15:3-5; Matteo 26:62-63; Giovanni 19:9-10

Salmi 39:1-2,9; Isaia 53:7; Matteo 27:12-14; Atti 8:32; 1Pietro 2:23

Marco 15:2; Matteo 11:3-5; 16:16; 26:63-64; Luca 22:67-70; Giovanni 10:24; 18:37

Salmi 2:7; 119:12; Isaia 9:6-7; Matteo 3:17; 8:29; Giovanni 1:34,49-51; 5:18-25

Giovanni 10:30-31,36; 19:7; 1Timoteo 1:11; 6:15

52 Marco 14:52. GESÙ È TRADITO ED ARRESTATO. I DISCEPOLI SI DISPERDONO Matteo 26:47-56; Luca 22:47-53; Giovanni 18:1-12

Per la esposizione, vedi Giovanni 18:1-12.

53 Marco 14:53-72. GESÙ COMPARISCE DINANZI AL SINEDRIO. VIENE CONDANNATO A MORTE ED È TRATTATO CON IGNOMINIA. PIETRO RINNEGA IL SUO SIGNORE Matteo 26:57-75; Luca 22:54-71; Giovanni 18:13-27

53. Ed essi ne menarono Gesù al sommo sacerdote;

Stando alla narrazione dei sinottici, si potrebbe concludere che la masnada, la quale catturò Gesù, lo menasse direttamente al palazzo di Caiafa sommo sacerdote; ma Giovanni ci fornisce una circostanza importante ch'essi hanno omessa per amor di brevità, in queste parole: "E prima lo menarono ad Anna; perciocché egli era suocero di Caiafa, il quale era sommo sacerdote di quell'anno; ed Anna lo rimandò legato a Caifa sommo sacerdote". Questo Anna fu nominato sommo sacerdote da Quirino (A. D. 12), e, dopo aver tenuto tale ufficio per parecchi anni, fu deposto da Valerio Grato, Procuratore della Giudea che precedette immediatamente Pilato (Flavio Antich. 18:2,1), che nominò in vece di lui un certo Ismaele. Il sommo sacerdozio, uffìzio tenuto insino a quel tempo per tutta la vita, pare che da allora in poi fosse tenuto a talento del potere romano, e può darsi che richiedesse conferma ogni anno. Pare che Anna possedesse una vasta influenza, avendo ottenuto il sommo sacerdozio non solo per suo figlio Eleazaro e pel suo genero Caiafa, ma posteriormente per altri quattro figli, sotto l'ultimo dei quali fu messo a morte Giacomo fratello di nostro Signore (Flavio Antich. 20,9,1). Alla casa di costui fu prima condotto nostro Signore dalla gente che lo aveva arrestato, e di questo se n'è cercata la ragione da alcuni scrittori nella circostanza ch'egli era, secondo loro (Sagan), vice sommo sacerdote; ovvero, secondo altri (Nasi), presidente del Sinedrio. Non è per nulla improbabile che un uomo così ambizioso abbia potuto afferrare e tenere entrambi questi uffizi: ma considerando che quelli che arrestarono Gesù appartenevano al partito farisaico ultra-fanatico e anti-romano, l'averlo condotto dapprima ad Anna ha da considerarsi eziandio come una protesta che, per loro, egli era tuttora de jure divino il sommo sacerdote legittimo della nazione.

appresso il quale si raunarono insieme tutti i principali sacerdoti, e gli Anziani, e gli Scribi.

Erano questi i tre grandi ordini o stati componenti il Sinedrio, il quale rappresentava tutta quanta la chiesa e la nazione. Si radunarono alla residenza di Caiafa sul far del giorno Luca 22:66; ma prima ci sono alcuni incidenti di quella notte mai sempre memorabile, che richiedono la nostra attenzione. Esame privato di Cristo davanti al Sommo Sacerdote Giovanni 18:19-20. Paragonando fra loro i Vangeli, si scorge evidentemente che nostro Signore fu assoggettato a due esami, l'uno pubblico in presenza del Sinedrio riunito, l'altro privato e preliminare davanti al sommo sacerdote. Giovanni soltanto ci dà un ragguaglio di quel che avvenne all'esame privato di cui fu testimonio oculare e auricolare. Dopo aver narrato che, Anna lo rimandò legato a Caiafa, sommo sacerdote (vers. 13), aggiunge "or il sommo sacerdote domandò Gesù intorno ai suoi discepoli e alla ma dottrina" (vers. 19). Sebbene scrittori di vaglia, come il Crisostomo ed Agostino tra gli antichi, Olahausen, Stier, Lange, Alford, Ellicot, Brown ed altri tra i moderni, sostengano che l'esame ricordato da Giovanni avesse luogo davanti ad Anna, nella casa di quest'ultimo, non possiamo dubitare che ebbe luogo invece nella residenza uffiziale di Caiafa, per le seguenti ragioni:

1. Giovanni, in tutto quanto il suo Vangelo, non dà mai il titolo di sommo sacerdote ad Anna, sebbene Luca abbia ciò fatto in due occasioni Luca 3:2; Atti 4:6, presumibilmente onde distinguere tra il sommo sacerdote legittimo, secondo le prescrizioni del Levitico, e quello di fatto nominato dai Romani.

2. Perché Matteo nomina espressamente Caiafa come il sommo sacerdote davanti al quale fu menato Gesù.

3. Perché se così non fosse, il sommo sacerdote di fatto dovrebbe aver parlato a Gesù per la prima volta nel Sinedrio riunito.

4. Perché, se ci facciamo a considerare l'esame medesimo, tutto le circostanze indicano che fu condotto da Caiafa, cioè la menzione del suo palazzo, ossia residenza uffiziale, la natura delle sue domande, il fatto che il Signore gli risponde, e la condotta del suo uffiziale.

5. Perché il luogo dove Pietro rinnegò il suo Signore fu, secondo Luca 12:55-56, nel cortile, del palazzo del sommo sacerdote, ove era acceso un fuoco di carboni. Marco 14:54,67 e Giovanni 18:18,25, menzionano entrambi lo stesso cortile e lo steso fuoco, identificando così la località; mentre nel Matteo 24:57,69-75, dice espressamente, che il palazzo in cui ebbe luogo il diniego fu quello di Caiafa. Nessuno che abbia senso comune vorrà credere che Pietro sia stato ammesso per favore nella casa di Anna prima e in quella di Caiafa dopo, e che in tutte e due abbia rinnegato il suo Signore. Potrebbe stare che, cedendo al timore, lo rinnegasse nella cosa di Anna; ma in tal caso avrebbe pensato a scansare il pericolo la seconda volta, e non avrebbe accompagnato la scorta alla casa di Caiafa.

6. Perché si possono addurre numerosi esempi per corroborare l'applicazione del senso del trapassato all'aoristo (avea mandato Giovanni 18:24), sia che si consideri quel vers. come posto ad introdurre nella narrazione quel che l'Evangelista non avea ricordato che per incidenza al vera. 13, o più probabilmente, come meno tra parentesi per indicare la crudeltà di Caiafa e l'evidente suo giudizio preconcetto, avendo permesso ad un suo uffiziale di percuotere Gesù legato com'era con corde e assolutamente incapace di difendersi.

Concludiamo adunque che Gesù fu menato prima ad Anna; che per ordine di lui fu legato e tosto tradotto al palazzo del sommo sacerdote; che l'esame privato, menzionato da Giovanni, fu davanti a Caiafa; che Pietro lo seguì al palazzo di questo, e che tutti e tre i dinieghi avvennero ivi. Così si fanno armonizzare gli Evangelisti. La teoria che tutti e due gli esami sì il privato che il pubblico davanti al Sinedrio ebbero luogo nel palazzo di Caiafa e alla presenza di lui è sostenuta da Lutero, Bengel, Lampe, Whitby, Tholuck, Audrews e molti altri. Fra l'ora in cui Gesù fu menato al palazzo di Caiafa (probabilmente tra le 10. p. m. e la mezzanotte), e il far del giorno Luca 22:66, quando fu convocato il Sinedrio, dev'essere intervenuto un tempo considerevole, una parte di cui fu impiegata da Caiafa nell'esaminare privatamente Gesù intorno "alla sua dottrina e ai suoi discepoli". Su quest'ultimo argomento, nostro Signore mantenne un perfetto silenzio, imperocché indovinò tosto il malvagio intento di Caiafa, che era di scuoprire il numero e i nomi dei suoi discepoli, onde valersi in seguito, a loro danno, di tale informazione. Anche intorno alla sua dottrina Gesù ricusò di dire alcuna cosa che il suo giudice potesse torcere in un capo d'accusa contro di lui. Perciò si contenta della dichiarazione di aver sempre proclamate apertamente le sue dottrine nelle sinagoghe e nel tempio, udendolo tutto il popolo, da cui il sommo sacerdote poteva ottenere le informazioni che bramava. Giovanni 18:20-23 "Gesù gli rispose: Io ho apertamente parlato al mondo; io ho sempre insegnato nella sinagoga, e nel tempio, ove i Giudei si raunano d'ogni luogo; e non ho detto niente in occulto. 21. Perché mi domandi tu? domanda coloro che hanno udito ciò ch'io ho lor detto; ecco, essi sanno le cose ch'io ho dette. 22. Ora, quando Gesù ebbe dette queste cose, un de' sergenti ch'era quivi presente, gli diede una bacchettata, dicendo: Così rispondi tu al sommo sacerdote? 23. Gesù gli rispose: Se io ho mai parlato, testimonia del male; ma, se ho parlato bene, perché mi percuoti?" 1Pietro 1:23 ben disse con verità del suo Maestro che quando era "oltraggiato, non oltraggiava all'incontro", e nondimeno non rimase muto a tale ingiusto trattamento. Sembrerebbe da Atti 23:2, che questo sommario e vigliacco modo di castigare quel che si stimava insolenza nell'accusato, fosse approvato perfino dagli stessi principali sacerdoti. Le parole "parlato bene" indicano che questa risposta al sommo sacerdote era adatta e conveniente, e che ben lo sapevano sia lui che il suo servo. La condotta del Signore in questa circostanza ci fornisce il miglior commento del suo precetto: "Se alcuno ti percuote in su la guancia destra, rivolgigli ancor l'altra" Matteo 5:39, e ci dà la chiave per intendere tutti i consimili precetti scritturali, insegnandoci, che la vera osservanza di cui è riposta non già nell'eseguirli alla lettera, ma nel possedere e dimostrare lo spirito che essi prescrivono. Sarebbe più facile quando si è percossi in su una guancia il porgere ancor l'altra, che il conservare interamente la calma e lo spirito di mansuetudine di nostro Signore sotto una tal ingiuria. Più difficile del silenzio sarebbe l'imitare quella mansueta risposta. Egli parlò dalle profondità di una pazienza e mitezza, perfetta, che nulla valeva ad irritare.

PASSI PARALLELI

Isaia 53:7; Matteo 26:57-68; Luca 22:54-62; Giovanni 18:13-14,24

Marco 15:1; Matteo 26:3; Atti 4:5-6

54 

Cristo giudicato e condannato dal Sinedrio e trattato obbrobriosamente, Marco 14:54-65

54. E Pietro lo seguitava da lungi, ma dentro alla corte del sommo sacerdote; ove si pose a sedere a sedere coi sergenti, e si scaldava al fuoco.

La esposizione di questo versetto troverà luogo più naturalmente coi dinieghi di Pietro (Marco 14:66 ecc.).

PASSI PARALLELI

Marco 14:29-31,38; 1Samuele 13:7; Matteo 26:58

Giovanni 18:15-16

1Re 19:9,13; Luca 22:55-56; Giovanni 18:18,25

Luca 22:44

55 55. Or i principali sacerdoti, e tutto il concistoro (il Sinedrio) cercavan testimonianza contro a Gesù, per farlo morire; e non ne trovavano alcuna,

Marco ci condensa nelle brevi parole del vers. 68 (già esaminate più sopra) tutti gli eventi di quella notte memorabile, da quando la schiera armata menò Gesù al palazzo del sommo sacerdote, fino a che fu tradotto, sul far del giorno, davanti al Sinedrio, salvo solo la notizia che Pietro riuscì a penetrare nel cortile interno, la quale è ricordata nel vers. 64. Siccome veniamo a sapere dal versetto 53 che questa riunione del Sinedrio, casa del giudizio, come chiamavasi orgogliosamente, non fu tenuta nel luogo consueto delle sedute, cioè nell'aula Gassit, posta entro i cortili del tempio, ma nella residenza uffiziale del sommo sacerdote; così Luca ci informa essere stata anche tenuta in un'ora insolita, cioè sul far del giorno, sapendo che la cattura di Cristo si dovea tentare durante la notte, pur tuttavia incerti dell'ora, i membri del Sinedrio aveano, senza dubbio, stabilita già prima quell'ora e quel luogo pel convegno. In quanto alla competenza della corte di iniziare un tal processo, non può sollevarsi alcun dubbio ragionevole, avendo essa legittima ed esclusiva giurisdizione in tutti i casi in cui potesse infliggersi la pena di morte (tra i quali erano la bestemmia, e le false pretese d'ispirazione profetica), quantunque l'esecuzione della sentenza sui condannati le fosse stata sottratta dai Romani. Si osservi in ciò un'altra prova dell'adempimento della profezia di Giacobbe, intorno Silo Genesi 49:10. La illegalità della condanna del Messia non proviene adunque dalla incompetenza della corte, ma dalla spudorata inosservanza dei requisiti voluti dalla legge per l'amministrazione della giustizia. Pei più fanatici e pei meno scrupolosi dei suoi membri, quella notte era stata piena d'eccitazione e di fatica intensi, avendola essi passata prima a cercar di scoprire onesti testimoni, le cui testimonianze assicurassero la condanna di Gesù, e quando questi non si trovarono, a comprare dei miserabili, senza coscienza al par di loro, pronti a rendere falsa testimonianza contro di lui. Matteo dice che "cercavano qualche falsa testimonianza contro a Gesù per farlo morire"; ma questo fu soltanto perché, come attesta Marco, non avean trovato onesti testimonii di cui valersi, cioè non avean trovato due persone che potessero accordarsi nel testimoniare intorno ad un singolo capo d'accusa imperocché la legge richiedeva che per qualsiasi delitto capitale l'accusa dovesse essere comprovata almeno da due testimoni Deuteronomio 17:6.

PASSI PARALLELI

1Re 21:10,13; Salmi 27:12; 35:11; Matteo 26:59-60; Atti 6:11-13; 24:1-13

Daniele 6:4; 1Pietro 3:16-18

56 56. Perciocché molti dicevan falsa testimonianza contro a lui; ma le loro testimonianze non erano conformi

Perfino i falsi testimoni, i quali probabilmente eran stati ammaestrati a recitare le loro parti, deludevano le aspettazioni riposte in essi, sia che l'accusa che si eran proposti di porre in sodo contro il Cristo non raggiungesse il grado criminoso richiesto per la condanna; sia che i rozzi testimoni, raccolti in fretta e in furia, rimanessero impacciati nelle loro deposizioni e non riuscissero a confermarle vicendevolmente. La mala riuscita di tanti sforzi dovette esser proprio evidente, poiché ai giudici non sarebbe parso vero di avere anche il più tenue pretesto per giustificare la già stabilita loro sentenza di condannazione. Non si può a meno di non ammirare la Provvidenza; la quale assicurò questo risultato, imperocché, da una parte, sembra sorprendente che quei persecutori senza scrupoli e senza pietà e i loro docili strumenti dovessero procedere così impacciatamente in un affare di sì grave interesse per loro; mentre, d'altra parte, se fossero riusciti a giustificare, con ragioni anche solo plausibili, la loro condanna, l'effetto avrebbe potuto essere, per un certo tempo, pregiudizievole al progresso del vangelo. Ma nel tempo stesso che i suoi nemici dicevano: "Iddio l'ha abbandonato; perseguitatelo e prendetelo; perciocché non vi è alcuno che lo riscuota" Salmi 71:11. Colui, di cui Gesù era il testimonio, lo custodiva come la pupilla del suo occhio e facea sì che "l'ira degli uomini gli acquistasse lode" Salmi 76:11. Applicatissime al Salvatore in quelle circostanze sono le parole del Salmi 35:11: "Falsi testimoni si levano; mi accusano di cose delle quali io non so nulla".

57 57. Allora alcuni, levatisi, disser falsa testimonianza contro a lui, dicendo:

Matteo specifica maggiormente: "Alla fine vennero due falsi testimoni, i quali dissero", ecc. L'accusa che producono è strana, e non è probabile che l'avrebbero punto prodotta, se altra più grave avesse potuto essere sostenuta con le prove richieste dalla legge.

PASSI PARALLELI

Marco 15:29; Geremia 26:8-9,18; Matteo 26:60-61; 27:40; Giovanni 2:18-21; Atti 6:13-14

58 58. Noi l'abbiamo udito che dicea: Io disfarò questo tempio, fatto d'opera di mano, e in tre giorni ne riedificherò un altro, che non sarà fatto d'opera di mano.

In relazione alla estrema difficoltà pel Sinedrio di procurarsi delle prove onde poter condannarlo, è importante aver presenti le parole, rivolte, poche ore prima, da nostro Signore al sommo sacerdote: "Io ho apertamente parlato al mondo; io ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio ove i Giudei si raunano d'ogni luogo, e non ho detto niente in occulto... domanda coloro che hanno udito ciò ch'io ho lor detto". Da parte sua non c'era alcuna voglia d'impedire le testimonianze; al contrario, egli desiderava la luce e li sfidava di addurre cosa alcuna ch'egli avesse fatta contrariamente alla legge divina, ed ecco il misero risultato dei loro sforzi! Furono prodotti due uomini i quali testimoniarono intorno ad un singolo detto pronunziato da Cristo nel tempio, tre anni prima, precisamente al principio del suo ministero. L'Evangelista li chiama falsi testimoni!, non perché non sieno mai state pronunziate da Cristo parole a quelle loro somiglianti, poiché le troviamo registrate in Giovanni 2:19; ma perché era interamente falsa l'interpretazione che davano ad esse, come se contenessero un insulto al tempio di Gerusalemme. Nell'occasione in cui Cristo pronunziò quelle parole, gli era stato domandato per quale autorità scacciasse i cambiamonete dal tempio; ma, per sola risposta, egli additò il proprio corpo come un tempio nel quale abitava corporalmente la Divinità, dicendo: "Disfate questo tempio" ecc.; come in altra circostanza, allorquando gli fu chiesto un segno dal cielo, egli ricusò di darlo, rimandando i suoi avversarii al miracolo di Giona. Inoltre gli Evangelisti possono averli designati quali falsi testimoni, perché le parole che essi misero in bocca a Gesù differivano in modo considerevole da quelle ch'egli profferì realmente, come son ricordate da Giovanni. "Nelle espressioni poste a contrasto: 'fatto con opera di mano', 'non fatto con opera di mano'", dice Lange, "abbiamo probabilmente una delle dichiarazioni più falsa". Ne abbiamo un'altra nel descrivere che fanno Cristo come se avesse minacciato di distruggere egli stesso il tempio, mentre invece annunziava quel che essi stessi farebbero a lui e vi fondava sopra una promessa. Se i testimoni stessi non erano consapevoli del senso vero delle parole del Signore: "Disfate questo tempio ed in tre giorni io lo ridirizzerò", il Sinedrio lo era senza dubbio, imperocché non più di 24 ore dopo, andarono da Pilato dicendo: "Signore, ei ci ricorda che quel seduttore, mentre viveva ancora, disse: 'io risusciterò infra tre giorni'" Matteo 27:63, e non c'era altro detto pubblico di Cristo noto ai suoi nemici, sul quale essi potessero basarsi, all'infuori di questo. S'egli è così, rimane fuor di dubbio che essi sapevano benissimo che le parole di nostro Signore si riferivano alla sua morte per mano di esso e alla sua risurrezione per la sua propria potenza.

PASSI PARALLELI

Daniele 2:34,45; Atti 7:48; 2Corinzi 5:1; Ebrei 9:11,24

59 59. Ma, non pur così la loro testimonianza era conforme.

In che consistesse la discrepanza tra le deposizioni di questi due testimoni non è stato ricordato. C'è una piccola differenza tra le loro parole quali sono date da Matteo e da Marco, ma non più di quanto era da aspettarsi in due storici indipendenti che ricordano lo stesso fatto. È più ragionevole considerarla sotto questo aspetto che non di adottare la strana e insostenibile teoria che Matteo ricordi le parole di un testimonio e Marco quelle dell'altro. Basti questo, che né l'uno testimonio né l'altro riportarono esattamente il detto di Gesù, né giustamente ne esposero il significato, né andarono d'accordo intorno alle parole da lui usate, per modo che la loro testimonianza riuscì inutile all'intento per cui fu assunta.

PASSI PARALLELI

Marco 14:56

61 Da capo il sommo sacerdote lo domandò, e gli disse: Sei tu il Cristo, il Figliuol del Benedetto? 62. E Gesù disse: Io lo sono;

Sì Matteo che Marco, per amore di brevità, dànno, riunite in una sola, le due interrogazioni del sommo sacerdote, e similmente fanno per la risposta di Cristo; onde ne avvenne l'erronea conclusione che i Giudei del tempo di Cristo, o almeno il Sinedrio, riguardassero come eguale bestemmia appropriarsi Gesù il titolo di "Messia" e quello di "Figliuolo del Benedetto". Ma questo è contraddetto dai passi dei Vangeli in cui vien ricordata l'opinione del popolo, quando Cristo prendeva per sé l'uno o l'altro di quegli appellativi; (argomento questo che raccomandiamo specialmente alla privata investigazione del lettore). E, come per togliere ogni dubbio a questo riguardo, troviamo il medesimo Santo Spirito che ispirava i due primi Evangelisti, guidare Luca, nel suo racconto, benché più breve, a separare distintamente le interrogazioni fatte dal sommo sacerdote, ed esporre più chiaramente i termini in cui il Signore rispose a ciascuna. Per quanto consta a noi, 99 commentatori su 100 pare che non pongano mente a tale distinzione. Prendendo il racconto di Luca 22:67 ecc. come base del nostro commento su questa parte del giudizio, e combinando con esso quello degli altri Evangelisti, troviamo che la prima domanda fatta da Caiafa fu: "Sei tu il Cristo? diccelo". Matteo riferisce che la domanda fu posta sotto la forma d'un solenne giuramento che costringeva la persona a cui era indirizzata a dire la verità, come alla presenza di Dio: "io ti scongiuro per l'Iddio vivente che tu ci dica se tu sei il Cristo" ecc.; ma avuto riguardo a quanto fu detto precedentemente dello avere Matteo riunite in una sola le due interrogazioni del sommo sacerdote, questo giuramento, deferito a Gesù, è da riferirsi non già alla prima, bensì alla seconda domanda, a cui Gesù rispose categoricamente. Comunque tuttavia ciò si intenda, notino ben questo i Quacqueri, i Plimuttisti e tutti quegli altri che si fanno scrupolo di prestare, davanti ai tribunali, solenne giuramento di dire la verità come alla presenza di Dio (scusandosene con le parole del Salvatore Matteo 5:36-37), notino bene, dicevamo, questo fatto indubitabile, che il Signore stesso, davanti al supremo tribunale del suo paese, essendo richiesto con giuramento di dire la verità, invece di eccepire contro il giuramento come contrario alla sua coscienza, vi si sottomise prontamente, e così c'insegnò che nel Sermone della montagna egli intese parlare delle bestemmie e dei giuramenti inutili e profani, non già dell'atto solenne del chiamar Dio in testimonio della verità della nostra deposizione intorno a noi stessi od agli altri, in una corte di giustizia. Quando il sommo sacerdote ebbe fatta la domanda se egli era il Cristo, la sua risposta prese dapprima la forma di una protesta intorno alla inutilità della domanda; imperocché essi erano determinati di non lasciarsi convincere, quantunque la testimonianza di Giovanni Battista, i suoi propri miracoli, le sue dottrine, e il consenso generale del popolo non lasciassero luogo a dubitare ch'ei fosse il Cristo. "Ed egli disse loro: Benché io vel dica, voi nol crederete", vale a dire: "Poiché avete resistito al cumulo di prove che vi fu posto davanti negli ultimi tre anni, il mio semplice asserto del fatto non varrà a convincervi". "E se altresì io vi fò qualche domanda, voi non mi risponderete, e non mi lascerete andare", cioè: "Se entro con voi in argomento per provare che sono il Messia, e vi faccio delle interrogazioni intorno al significato dei passi della legge e dei profeti che hanno in me il loro adempimento, né mi risponderete né mi lascerete in libertà. Io so che avete fermo nell'animo di uccidermi". Ma dopo aver fatta questa protesta, risponde alla domanda col dichiarare che verrebbe giorno in cui i suoi più fieri nemici e i giudici che eran assetati del suo sangue si sarebbero convinti ch'egli era il Messia.

62 e voi vedrete il Figliuol dell'uomo

Matteo introduce questo detto con la parola ma, nondimeno, la quale si adatta assai appropriatamente alla protesta che Gesù avea pur dianzi espressa: "Sebbene non vogliate credere a me, né rispondermi in modo da lasciar che trionfi la giustizia; sebbene mi disprezziate e mi trattiate come un delinquente, pur nondimeno vi dico", ecc. "Il figliuol dell'uomo" è il titolo con cui Gesù parlava quasi invariabilmente di sé durante il suo soggiorno sulla terra. Una volta soltanto (Giovanni 17:3), applica a sé stesso i nomi Gesù e Cristo, e ben di rado e in modo obliquo, il titolo di "Figliuol di Dio" Matteo 11:27; Giovanni 5:25; 9:35; 11:4. Nel chiamarsi "Figliuol dell'uomo", non è già ch'ei non reclamasse per sé nient'altro che la semplice umanità; che, anzi, additava enfaticamente l'unione della natura divina con la umana, la quale unione era fatta spiccare nelle profezie del Vecchio Testamento in cui quel nome s'incontra per la prima volta. Paragonando, in Daniele 8, i quattro primi regni, rappresentati da belve feroci, sorte dal mare, col quinto di cui "l'Antico dei giorni" investiva "uno simile ad un figliuol d'uomo", che scendeva dal trono di Dio sulle nuvole del cielo, è facile accorgersi che quel titolo indica assai più che la semplice umanità. Gesù si applica dunque questo appellativo davanti al Sinedrio per indicare esser desso la personificazione di quel figliuol d'uomo a cui in visione eran commessi l'impero e i destini di quel regno che veniva da Dio, in altre parole esser desso realmente il Messia. Al lume della profezia di Daniele, il lettore vedrà tosto chiarito il senso di alcuni passi scritturali, come sarebbero Giovanni 1:51; 3:13, e questo che ora stiamo commentando.

sedere alla destra della Potenza,

l'Onnipotente. Iddio è qui descritto a bello studio con quell'attributo che incute maggiore sgomento nei cuori degli uomini colpevoli.

e venire con le nuvole del cielo.

Quando Gesù s'intitola il Figliuol dell'uomo, e dichiara che i suoi giudici lo vedranno sedere alla destra di Dio e venire con le nuvole del cielo, è ovvio che si riferisce alla profezia di Daniele e designa sé come il Messia a cui fu dato il regno eterno. Queste sue parole sembrano inoltre riferirsi in parte alla sua esaltazione, in parte al progresso del suo regno, in parte al suo venire, provvidenzialmente, a punire la nazione giudaica; ma ultimamente e principalmente al suo venire a giudicare il mondo nell'ultimo giorno. I suoi giudici potevano ricusar di credere alla sua missione divina, respingerlo, metterlo a morte; ma egli persisteva a reclamare i titoli suoi, e sebbene stesse ora deriso e insultato davanti al loro tribunale, verrebbe il giorno in cui essi starebbero davanti al suo, e che giusta punizione colpirebbe tutti i suoi più fieri nemici.

PASSI PARALLELI

Marco 15:2; Matteo 26:64; 27:11; Luca 23:3

Marco 13:26; 16:19; Salmi 110:1; Daniele 7:13-14; Matteo 24:30; Luca 22:69; Atti 1:9-11

2Tessalonicesi 1:7-10; Ebrei 1:3; 8:1,10,12-13; 12:2; Apocalisse 1:7; 20:11

63 63. E il sommo sacerdote, straccatesi le vesti, disse:

Era costume tra i Giudei in tempo di cordoglio, sì pei morti che per qualunque altra grande calamità, di stracciarsi le vesti, del che troviamo frequente menzione nel Vecchio Testamento. Ma nella legge levitica, al sommo sacerdote era solennissimamente proibito di osservare questa pratica Levitico 10:6; 21:10. Parrebbe tuttavia dal Targum di Gionata e dal Mishna che, coll'andar del tempo, avessero trovato modo di "annullare" anche questa legge, permettendo, al sommo sacerdote dì stracciarsi le vesti soltanto dalla cintola in giù, mentre gli altri sacerdoti le stracciavano dalla cintola in È possibile tuttavia che questo stracciarsi le vesti fosse permesso al sommo sacerdote, solo quando fosse stato commesso in sua presenza il peccato di bestemmia o altro enormissimo, onde esprimere uffizialmente la sua detestazione non meno che il suo gran dolore.

Che abbiam noi più bisogno di testimoni?

Non fu immediatamente dopo che nostro Signore ebbe pronunziato le parole dei vers. 62, implicando ch'egli era il Messia che Caiafa procedette a stracciarsi le vesti. Riferendoci di bel nuovo a Luca 22:70, è evidente che il Sinedrio aveva inteso, per la risposta di nostro Signore, ch'egli asseriva competergli qualche cosa di più alto ancora di ciò ch'essi intendevano per la dignità di Messia, e quindi la seconda domanda che il presidente gli fece, sotto l'obbligazione solenne d'un giuramento, ed alla quale sì associò, come ad una voce, tutta quanta l'assemblea. "E tutti dissero: Sei tu adunque il Figliuol di Dio?" Fu in seguito della risposta di Gesù a questa seconda domanda che Caiafa stracciò le sue vesti. È della più alta importanza l'aver presente che da quegli scritti giudaici che ci rimangono dei più prossimamente contemporanei al soggiorno di nostro Signore sulla terra (come sarebbero gli Apocrifi, Filone, Onkelos, gli altri Targumisti e Tritone, contemporaneo di Giustino Martire), non può rimanere alcun dubbio che i dotti Giudei, se non la massa del popolo, riguardavano il Logos, o la Parola del Signore come una persona divina; e che facevano una evidentissima distinzione tra la Parola e l'aspettato Messia, considerando quest'ultimo come un semplice uomo e non una persona divina. In prova di questo basteranno le seguenti citazioni, dopo aver premesso che i Targumisti solitamente distinguono tra i diversi sensi in cui s'ha da intendere la parola Logos, usando per essa Memra quando significa la Parola Divina, e Pitgama quando vuol dire un discorso o una parola nel senso in cui gli uomini l'usano comunemente. E come prova che i Giudei riconoscevano "la parola del Signore" per una persona Divina, leggiamo negli Apocrifi, intorno alla strage dei primogeniti d'Egitto; "La tua onnipotente parola s'avventò dal cielo, da' troni reali, a guisa di rigido guerriero, in mezzo del paese dello sterminio, portando il suo non finto comandamento a guisa di spada acuta e, stando in piè, riempiè ogni casa di morte" Sapienza 18:16,16. C'è qui spiccata la distinzione tra il Logos e il comandamento del Signore, in conferma di che, sappiamo dai Targum che la parola personale ora considerata dai Giudei come l'agente della liberazione dall'Egitto e della distruzione dei primogeniti. Onkelos fa la stessa distinzione nella sua traduzione del Deuteronomio 5:5: "Stavo io in quel tempo fra la PAROLA (Memra) del Signore e voi, e riportava a voi la parola (pitgama) del Signore". Riguardo poi alla distinzione che i Giudei facevano tra il LOGOS e il Messia Onkelos traduce Deuteronomio 18:15 (che i Giudei ammettono doversi riferire al Messia, e che Pietro applica direttamente a Gesù Atti 3:22): "Se alcuno non ascolterà le mie parole pitgama, che quel profeta dirà a mio nome, la mia PAROLA (Memra), gliene ridomanderà conto". E il Targum di Gerusalemme, descrivendo la consumazione finale delle parole dell'Esodo 12:42, dice: "Mosè uscirà fuori del deserto e il re Messia fuori di Roma, l'uno andrà avanti in una nuvola, e la PAROLA del Signore sarà luce tra essi due". Finalmente in prova che i Giudei credevano il Messia essere un mero uomo e non un ente divino, Tritone, in risposta all'argomento di Giustino Martire diretto a provare che Gesù era non solo il Messia ma ancora il vero Figliuolo di Dio, replica: "Che questo Cristo esistesse al pari di Dio prima del mondo, e che poi si sottomettesse a divenire e nascere uomo, e che egli non fosse semplicemente un uomo generato dall'uomo, mi sembra non solo incredibile ma assurdo. A me pare molto più credibile la dottrina di coloro che dicono che egli (Gesù) nascesse uomo e per elezione fosse unto e fatto Cristo, che non ciò che voi affermate. Imperocché noi tutti ancora crediamo che il Cristo deve essere un uomo nato da umani genitori". Questo soggetto è trattato assai completamente da Treffry nella sua, dottissima opera: "Ricerche intorno alla dottrina dell'eterna figliazione di nostro Signore Gesù Cristo", dove si trovano prove ancora più ampie. Nelle narrazioni degli Evangelisti vi è molto a conferma dell'opinione che al tempo di nostro Signore sia il popolo giudaico che i suoi rettori si aspettavano che il loro Messia sarebbe semplicemente un uomo e non una persona divina. Quando Gesù richiese i Farisei intorno al Cristo, dicendo: "Di chi è egli figliuolo?" Matteo 22:42-45, essi risposero senza esitare: "Di Davide"; ma quando procedette a domandarli intorno alla sua più alta natura aggiungendo: "Come adunque Davide lo chiama egli in ispirito Signore?" essi non sapevano capacitarsi come i caratteri apparentemente contraddittori di figlio e di Signore di Davide, dovessero riscontrarsi nel medesimo individuo. Inoltre, sebbene i rettori rifiutassero di riconoscere Gesù per Messia a ragione della sua povertà ed umile condizione, il popolo era generalmente disposto ad ammettere il suo diritto a tale dignità, e nessuna accusa di bestemmia fu mossa giammai sia contro di lui che contro qualsiasi altro a tale riguardo. Il popolo avrebbe, voluto impadronirsene e farlo suo re dopo il miracolo operato presso Betsaida, dacché essi dicevano (in riferenza a Deuteronomio 18:18): "Certo costui è il profeta che deve venire al mondo" Giovanni 6:14-15. Bartimeo la donna sirofenice, il popolo radunato in Gerusalemme all'ultima, pasqua celebrata da Gesù, tutti insomma lo salutarono col nome di "Figliuolo di Davide", pel quale notoriamente si designava il Messia. Gli stessi suoi nemici riconobbero l'influenza che egli avea sopra il popolo, ed eran atterriti all'idea che il riconoscimento del preteso suo diritto avrebbe menato ad una lotta coi Romani, la quale avrebbe distrutta la nazione Giovanni 11:47-48; 12:19; ma essi non pretendevano di trattare quella pretesa come una bestemmia. Il più che essi potessero fare onde comprimere la ognor crescente ammirazione del popolo per lui, era di scomunicare temporaneamente coloro che lo riconoscevano per Messia Giovanni 9:22. Ma notisi la differenza rimarchevole nel trattamento che Gesù ebbe dal popolo stesso che credeva in lui come Messia o lo ammirava, come profeta, ogni qual volta l'intese pretendere di essere "Il Figliuol di Dio" e quindi una divina persona, uguale a Dio. Essi presero tosto delle pietre per lapidarlo, supplizio dovuto al bestemmiatore, secondo la loro legge. Giovanni ricorda quattro differenti occasioni in cui questo, accadde (Vedi Note Giovanni 5:9; Giovanni 5:17-18; Giovanni 8:30-31; Giovanni 8:56-59; Giovanni 10:24-31; Giovanni 10:33; Giovanni 10:39). Citeremo solo il primo a mo' d'esempio. Avendo Gesù, all'accusa di violare il sabato, affermato la sua suprema autorità col dire: "Il mio padre opera infino ad ora ed io ancora opero", il suo uditorio intese perfettamente il significato delle sue parole e ne rimase offeso. "Perciò adunque i Giudei cercavano vieppiù d'ucciderlo perciocché non solo violava il sabato ma anco diceva Iddio esser suo padre, suo proprio padre, FACENDOSI UGUALE A Dio". Le suddette considerazioni riguardanti la distinzione fatta dal Giudei fra Messia e la "Parola di Dio" spiegano la ragione della seconda interrogazione fatta a nostro Signore dal sommo sacerdote sotto il vincolo del giuramento. Solo Luca ci dà la sua risposta: "Ed egli disse loro: Voi lo dite (cioè la vostra supposizione è vera); perciocché io lo sono". Vi è un forte contrasto fra la maniera in cui Gesù rispose alla prima interrogazione e la risposta apertissima e senza ombra di reticenza che diede a quest'altra, contrasto che non si spiega semplicemente col dire che ora Gesù era vincolato dal giuramento e prima non l'era. La prima interrogazione era affatto superflua, imperocché il Sinedrio aveva mezzi amplissimi di conoscere che egli pretendeva essere il Messia; ma siccome credevano che il Messia fosse per essere semplicemente un uomo, gli fecero questa seconda domanda alla quale Gesù soltanto poteva rispondere, e sebbene egli sapesse che così facendo poneva li suggello alla propria condanna, ei non esitò a dire pienamente la verità. L'ora era giunta quando, per la gloria di suo Padre, e per la fede e consolazione della sua Chiesa infino alla fine del tempo, era richiesto che egli dovesse pubblicamente dichiarare se stesso tanto Figliuolo di Dio, come figliuol dell'uomo. Questa, non il semplice riconoscimento fatto davanti al governatore che egli fosse un Re, era "la buona confessione testimoniata davanti a Ponzio Pilato" (sotto, durante il governo di), della quale Paolo parla in 1Timoteo 6:13.

PASSI PARALLELI

Isaia 36:22; 37:1; Geremia 36:23-24; Atti 14:13-14

64 64. voi avete udita la bestemmia; che ve ne pare? E tutti lo condannarono, pronunziando ch'egli era reo di morte.

Cioè colpevole di un crimine che lo faceva reo di morte. Noi sappiamo di certo che uno dei membri di questo consiglio, Giuseppe d'Arimatea, non consentì a questa condanna Luca 23:50-51, né probabilmente vi acconsentì Nicodemo; ma "pell'egoistico loro timore dei Giudei", sembra che in questa occasione si assentassero, imperocché tutti coloro che erano presenti pare che fossero unanimi. Lo scopo pel quale avevano lavorato sì a lungo, pel qual Satana pure aveva faticato con ogni sua possa e con tutto il suo ingegno, era alfine raggiunto; tuttavia ricordiamoci sempre che fu solo perché Cristo medesimo asserì d'essere Figliuolo di Dio ch'ei venne condannato a morte come e bestemmiatore! Che altrimenti i suoi avversari non avrebber potuto riuscire nel loro intento. Si osservi in questo il compimento della sua dichiarazione Giovanni 10:17-18, che il deporre la vita era, da parte sua, un atto volontario.

PASSI PARALLELI

Levitico 24:16; 1Re 21:9-13; Matteo 26:65-66; Luca 22:71; Giovanni 5:18; 8:58-59

Giovanni 10:31-33; 19:7

65 65. Ed alcuni presero a sputargli addosso (Vedi Isaia 50:6), ed a velargli la faccia,

Questo costume originò nell'Oriente ne' tempi antichissimi, e fu poscia adottato dai Greci e dai Romani verso i rei che erano stati condannati a morte. Ne troviamo un esempio nel caso di Haman! Esodo 7:8.

ed a dargli delle guanciate (percuoter col pugno), ed a dirgli e indovina.

Matteo: "O Cristo, indovinaci chi ti ha percosso"; mettendolo così in ridicolo perché si annunziava qual profeta.

E i sergenti gli davan delle bacchettate,

Luca aggiunge: "Molte altre cose ancora dicevano contro di lui bestemmiando". Questa attestazione generale è importante, dimostrando che per quanto maligni e variati sian gli affronti a lui fatti di cui ci pervenne il ricordo, non sono che un piccolo cenno di ciò che egli soffrì in quell'occasione. Nella narrazione di Luca, questi insulti offerti a Gesù vengono immediatamente dopo il rinnegamento di Pietro e prima di far menzione delle procedure del Sinedrio, dal che, diversi scrittori argomentano risultare indubbiamente che nostro Signore fu trattato in tal guisa tanto prima come dopo il suo processo e la sua condanna. Vi sono altri che sostengono esservi state due distinte riunioni del Sinedrio, una quasi subito dopo che Cristo fu condotto al palazzo di Caiafa, l'altra sul far del giorno, e che dopo ciascuna di queste riunioni nostro Signore fu così vergognosamente trattato. Ma siccome nessuno degli evangelisti riporta due riunioni del Sinedrio, né due occasioni separate nelle quali fosse sputato in volto a Gesù, tali teorie sono destituite di qualsiasi fondamento;

1. Perché nessuno degli Evangelisti pretende presentare la sequela dei fatti che racconta con esattezza cronologica;

2. Perché due riunioni del Sinedrio in sì breve tempo sarebbero altrettanto incredibili, quanto inutili, se si considera che la maggior parte dei suoi membri passarono quella notte andando in traccia di testimoni;

3. Perché prima che fosse intervenuta una dichiarazione uffiziale della corte suprema che Gesù non avea diritto d'essere riguardato come Messia o Profeta, le guardie che lo custodivano non avrebbero osato insultare e maltrattare uno che alla fin fine poteva provare il suo diritto in modo da farne persuaso il Sinedrio.

Dopo che la corte lo ebbe condannato, il caso era affatto diverso: nessun maltrattamento fu allora considerato come troppo ingiurioso per uno ch'era giudicato reo di bestemmia, e, nelle indegnità ed ingiurie che gli usarono, le guardie non fecero che seguir l'esempio dei giudici, i quali, dando libero sfogo alla loro mortale animosità, furono i primi a porgli le mani addosso come fecero dappoi col martire suo Stefano. Le narrazioni di Matteo e Marco non lascian luogo a dubitare che a questo trattamento codardo e crudele fu dato principio dagli stessi senatori. La condanna di Gesù come bestemmiatore non solo spiega la licenza delle guardie, ma similmente l'improvviso e notevolissimo cambiamento del sentire della plebaglia a suo riguardo, il quale cambiamento resterebbe altrimenti quasi inesplicabile. Poche ore prima, egli era sì popolare che l'autorità giudaica temeva d'arrestarlo per paura che ciò avesse a cagionare un tumulto; pochi quarti d'ora dopo ch'ei fu condannato, quella stessa moltitudine vociferava in faccia alla residenza di Pilato. "Crocifiggilo, crocifiggilo". Il fatto ch'ei s'era affermato Figliuol di Dio aveva, come in altre occasioni precedenti (Vedi più sopra), cangiato i loro benevoli sentimenti in zelo furibondo e fanatico.

PASSI PARALLELI

Marco 15:19; Numeri 12:14; Giobbe 30:10; Isaia 50:6; 52:14; 53:3; Michea 5:1

Matteo 26:67-68; Luca 22:63-64; Giovanni 18:22; 19:3; Atti 23:2; Ebrei 12:2

66 

Pietro rinnega tre volte il suo Signore. Suo pentimento, Marco 14:66-72

Tostoché Gesù fu arrestato, i discepoli tutti, lasciatolo, se ne fuggirono. D'indole impetuosa ed animoso, Pietro non tardò a riaversi dal primo spavento, e in compagnia di un altro discepolo seguì Gesù da lungi al palazzo del sommo sacerdote. "Or Simon Pietro ed un altro discepolo seguitavano Gesù, e quel discepolo era noto al sommo sacerdote" Giovanni 18:15. Discordano le opinioni intorno a chi potesse essere questo altro discepolo; alcuni scrittori suppongono fosse Giuda (come se Pietro non avrebbe inorridito di accompagnarsi col traditore!), altri, la persona nella cui casa Gesù aveva cenato, o alcun altro residente in Gerusalemme, di più alta condizione di quella dei discepoli, essendo conoscente del sommo sacerdote. Tuttavia la maggior parte dei commentatori convengono in questo che fosse lo stesso Evangelista Giovanni, e l'omissione del suo nome è in perfetto accordo colla sua modestia, ogni qualvolta egli deve ricordare qualche cosa concernente sé stesso (Vedi Giovanni 13:23; 19:26; 20:2; 21:7).

Vano sarebbe il voler congetturare a quali circostanze si debba attribuire questa sua conoscenza con Caiafa. Approfittando di questa conoscenza, sembra che egli sia entrato nel palazzo con la gente che aveva Gesù in custodia, e subito dopo, avendo parlato alla portinaia, egli uscì di nuovo e condusse dentro Pietro. Una volta entrato nel palazzo, non si fa ulteriore menzione di Giovanni, ma è in armonia col suo carattere il supporre che, invece di mischiarsi coi servi ed i soldati, egli, che poscia sfidò tutti i pericoli per stare appiè della croce, se ne stesse quì pure vicino al suo divin Maestro per quanto gliel consentissero le circostanze. Per Pietro la cosa andò ben differentemente.

66. ora, essendo Pietro nella corte di sotto,

Matteo di fuori. Questi avverbi sono usati in relazione alla sala in cui fu condotto Cristo, la quale metteva nella corte da una parte ed era alzata di uno o due gradini sul suo livello. "Le case orientali", dice Robinson, "sono ordinariamente fabbricate intorno ad una corte quadrangolare, a cui si accede dalla strada per un ingresso ad arco, posto nella facciata della casa, chiamato il portico, che è chiuso da un portone a due battenti (con un piccolo sportello per una sola persona), e guardato da un portinaio. La corte interna, spesso ammatonata o lastricata di marmo, ed a cielo aperto, è chiamata corte". Il luogo dove Gesù stava davanti al sommo sacerdote può essere stata una sala d'udienza (quasi sempre aperta), posta a pian terreno, in fondo a quel cortile o ad uno dei suoi lati. Lo scrittore ha avuto occasione nel Cairo ed in Damasco di verificare l'esattezza di questa descrizione. Robinson avrebbe potuto aggiungere che in molti casi questa sala (chiamata nel Cairo mak-ad), si eleva di uno o due gradini sopra la corte. Giovanni 18:18 ci informa che "i servitori ed i sergenti stavano quivi ritti, avendo accesi de' carboni e si scaldavano perciocché faceva freddo, e Pietro stava in piè con loro e si scaldava".

venne una delle fanti del sommo sacerdote;

I diversi rinnegamenti di Pietro, sebbene protratti lungo la notte e paralleli ai due esami cui fu sottoposto nostro Signore, sono quì posti insieme per formare una connessa narrazione. Havvi qualche apparente discrepanza fra le narrazioni dei quattro Evangelisti, ma non più di quanto si poteva aspettare dalla confusione che dovette regnare in questa occasione e dalla varietà delle forme nelle quali la storia poteva, per conseguenza, essere narrata, con egual verità. Mentre tutti convengono intorno a tre distinti rinnegamenti da parte di Pietro, nessuno asserisce che solo tre interrogazioni gli fossero fatte e siccome qualsiasi discrepanza apparente è soltanto in questo senso, è rimossa in modo soddisfacente dall'evidenza che gli Evangeli ci forniscono, cioè che Pietro fu assalito con simili domande od accuse in varie occasioni o da molte parti al tempo stesso. Per averli meglio sott'occhio, i rinnegamenti di, Pietro si possono presentare in una tabella o specchietto.

PRIMO RINNEGAMENTO

MATTEO

Interrogante: Una fanciulla

Tempo: Indefinito

Luogo: La corte

Interrogazione: Anche tu eri con Gesù il Galileo

Rinnegamento: Io non so che tu dici

MARCO

Interrogante: Una delle fanti

Tempo: Indefinito

Luogo: Vicino al fuoco nella corte

Interrogazione: Ancora tu eri con Gesù il Nazareno

Rinnegamento: Io non lo conosco e non so ciò che tu ti dica

LUCA

Interrogante: Una certa fanticella

Tempo: Indefinito

Luogo: Vicino al fuoco nella corte

Interrogazione: Ancor costui era con lui

Rinnegamento: Donna, io nol conosco

GIOVANNI

Interrogante: La fante portinaia

Tempo: Indefinito

Luogo: La corte

Interrogazione: Non sei ancor tu discepolo di quest'uomo?

Rinnegamento: Nol conosco

SECONDO RINNEGAMENTO

MATTEO

Interrogante: Un'altra fanciulla

Tempo: Indefinito

Luogo: L'antiporto

Interrogazione: Anche costui era con Gesù il Nazareno

Rinnegamento: Egli di nuovo lo negò dicendo: io non conosco quell'uomo.

MARCO

Interrogante: La fante

Tempo: Indefinito

Luogo: L'antiporto

Interrogazione: Costui è di quelli

Rinnegamento: Egli da capo lo negò

LUCA

Interrogante: Un altro

Tempo: Poco appresso

Luogo: Indefinito

Interrogazione: Anche tu sei di quelli

Rinnegamento: O uomo nol sono

GIOVANNI

Interrogante: Essi

Tempo: Indefinito

Luogo: Al fuoco

Interrogazione: Non sei ancor tu dei suoi discepoli?

Rinnegamento: Nol sono

TERZO RINNEGAMENTO

MATTEO

Interrogante: Quelli che erano presenti

Tempo: Poco appresso

Luogo: Indefinito

Interrogazione: Davvero anche tu sei di quelli, perciocché la tua favella ti fa manifesto

Rinnegamento: Cominciò a maledire ed a giurare dicendo: io non conosco quest'uomo

MARCO

Interrogante: Quelli ch'erano quivi

Tempo: Poco stante

Luogo: Indefinito

Interrogazione: Tu sei di quelli, perciocché tu sei Galileo e la tua favella ne ha la simiglianza.

Rinnegamento: Egli prese a maledirsi ed a giurare: Io non conosco quest'uomo che mi dite.

LUCA

Interrogante: Un certo altro

Tempo: Per lo spazio quasi d'un'ora

Luogo: Indefinito

Interrogazione: In verità anche costui era con lui perciocché è galileo

Rinnegamento: O uomo, io non so quel che tu dica

GIOVANNI

Interrogante: Servitore del sommo sacerdote, parente di Malco

Tempo: Indefinito

Luogo: Indefinito

Interrogazione: Non ti vidi lo nell'orto con lui?

Rinnegamento: Ma egli da capo lo negò

PASSI PARALLELI

Marco 14:54; Matteo 26:58,69-70; Luca 22:55-57

Giovanni 18:15-18

67 67. E, veduto Pietro che si scaldava

Luca: vedutolo sedere presso il fuoco (la luce), che, risplendendo appieno sopra di lui, ne facea risaltare i lineamenti,

lo riguardò in viso, e disse: Ancora tu eri con Gesù Nazareno.

Primo rinnegamento. Per riguardo a questo non vi cono speciali difficoltà. La parola ancora, si riferisce al compagno per la cui influenza, gli era stato permesso di entrare, come si argomenta ancor più chiaramente dalla parole di Giovanni: "Non sei ancor tu dei discepoli di quest'uomo?" L'interrogante in questa prima occasione fu la portinaia, la cui attenzione essendo stata specialmente richiamata sopra di lui quando entrò, o seppe o indovinò ch'egli era un discepolo di Gesù. Per curiosità, ovvero anche per ragione dell'uffizio suo, essa naturalmente tenne d'occhio tutti i suoi movimenti. Se, come noi congetturammo, Giovanni si ritrasse dalla folla per essere vicino il più possibile al luogo dove stava il suo Maestro, il contrasto presentato dall'indifferenza di Pietro, che stava oziando vicino al fuoco, insieme a quelli che avevano arrestato Gesù, dovette colpirla sfavorevolmente, e forse anche le suggerì l'idea ch'egli potesse essere una spia e la indusse a far quella domanda per liberare se stessa da ogni responsabilità. L'attenzione di tutti coloro che stavano intorno al fuoco dovette rivolgersi a Pietro, ma, presi per sorpresa, non sembra che alcuno di essi si unisse nell'accusa.

PASSI PARALLELI

Marco 10:47; Matteo 2:23; 21:11; Giovanni 1:45-49; 19:19; Atti 10:38

68 68. Ma egli lo negò, dicendo: Io non le conosco, e non so ciò che tu ti dica.

Questa interpellanza subitanea, inaspettata e perentoria prese per sorpresa anche Pietro; e se egli voleva sostenere il carattere che si era assunto di estraneo a Gesù, ci voleva una risposta pronta e positiva, e così la prima avventata menzogna sfuggì dalle sue labbra: "Io non lo conosco"; e subito aggiunge: "e non so ciò che tu ti dica". Ciò è da molti riguardato come una reiterazione del suo rinnegamento, reiterazione cagionata dall'avere la portinaia ripetuto tanto a lui come ai circostanti la sua asserzione; sebbene noi preferiamo riguardarlo come un tentativo di palliare dinanzi alla propria coscienza il già commesso rinnegamento col diminuirne la forza. In ogni altra supposizione, fu una grande aggravazione del suo peccato, imperocché Gesù era allora così generalmente conosciuto, che la sicurezza di Pietro non poteva richiedere ch'egli affermasse di non aver nemmanco inteso ciò a cui la donna alludeva.

E uscì fuori all'antiporto, e il gallo cantò.

Turbato, per l'accusa inaspettata, inquieto nella coscienza, paventando che l'affare non si facesse sempre più serio, Pietro lasciò subito dopo il suo posto e se ne venne verso il portico forse col progetto di svignarsela. Frattanto il gallo cantò. È impossibile determinare il tempo preciso della notte in cui ciò accadde se non che dovette al certo essere stato dopo mezzanotte, poiché il gallo non comincia a cantare prima di quest'ora, sebbene dopo quel tempo, secondo Thomson, in Palestina, "essi sembrano cantare tutta la notte". Al solito però, gli è sempre sul far del giorno che tutti si mettono insieme a cantare ed a questo periodo della notte si deve riferire il secondo cantare del gallo ricordato dal nostro evangelista. La vigilia della notte che era conosciuta sotto il nome di canto del gallo, cominciava alle tre a.m. e continuava fino alla sei. È degno di rimarco che questo primo cantare del gallo è menzionato solamente da Marco, che, secondo un'antica tradizione, fu per lungo tempo il fido compagno ed amanuense di Pietro, dalle cui labbra egli lo seppe senza dubbio; e ciò dimostra che tale circostanza avea fatto allora impressione sulla memoria dell'apostolo quantunque rimanesse sordo a tale avvertimento.

PASSI PARALLELI

Marco 14:29-31; Giovanni 13:36-38; 2Timoteo 2:12-13

Matteo 26:71-72

Marco 14:30

69 

Secondo rinnegamento

69. E la fante, vedutolo di nuovo, cominciò a dire a quelli ch'erano quivi presenti: Costui è di quelli. Ma egli da capo le negò.

Havvi qualche verbale differenza fra le narrazioni, intorno alle persone ed al luogo, ma nessuna che non possa essere facilissimamente conciliata. È chiaro che nessuno degli Evangelisti ritenne importante di specificare chi interpellasse Pietro; l'importante si è il suo rinnegamento. Le diverse circostanze possono assai naturalmente combinarsi così: Mentre era nel portico, la portinaia non solo lo accusò di nuovo, ma comunicò pure i suoi sospetti ad un'altra fanciulla e ad uno degli uomini che stavano con loro, e questi lo seguirono quando ritornò presso il fuoco e reiterarono le loro asserzioni finché non fu più possibile il silenzio, ed egli di nuovo, alla presenza di tutti, negò l'accusa in un modo ancor più tremendo ed offensivo. Matteo: "Egli di nuovo lo negò con giuramento, dicendo: Io non conosco quell'uomo". Non solo egli negò, ma chiamò Dio a testimoniare che egli non conosceva Gesù. Ohimè! per l'infallibilità di coloro che si dicono successori di Pietro; essi si fondano sul più fallibile e più soggetto ad errare di tutti i discepoli di Cristo! Qualunque novizio può applicare al loro caso il ben noto assioma: "L'acqua non può innalzarsi al disopra della sua sorgente". I profani giuramenti con cui alcuni attestano talvolta le loro parole, non provano punto che essi dicano il vero, imperocché coloro che violano il terzo comandamento non possono avere alcun rispetto pel nono.

70 

Terzo rinnegamento

70. E, poco stante (Luca: "Infra lo spazio quasi d'un'ora"), quelli ch'eran quivi dissero di nuovo a Pietro: Veramente tu sei di quelli; perciocché tu sei Galileo, e la tua favella ne ha la simiglianza.

Matteo: "La tua favella si fa manifesta". Il giuramento di cui Pietro si valse, sembra avere, per un momento, posto fine alle accuse, ed il dibattimento che stava per incominciare innanzi al Sinedrio può aversi attirata l'attenzione dei circostanti. Pietro avea ripresa fino, ad un certo segno la perduta calma e fiducia di se stesso, e procurava di rimuovere tutti i sospetti, affettando le maniere di coloro che lo circondavano e prendendo parte alla loro conversazione, forse perfino ai loro scherzi volgari e fuori di tempo. E non si avvedeva di andar così appunto egli stesso tessendo una nuova rete, nella quale doveva rimanere avviluppato ancor più inestricabilmente, poiché il suo parlare non poteva mancare di tradirlo. Non era ancora scorsa un'ora, che i suoi tormentatori lo assalirono di nuovo. "In verità anche costui era con lui", irruppe dalle labbra di uno. "Tu sei Galileo e la tua favella ne ha la simiglianza", fu l'accusa degli altri, mentre ora un'accusa ancor più seria è posta in campo da taluno che, fino allora non aveva parlato: "Non ti vidi io nell'orto con lui?" Questi era un congiunto di Malco, il servo del sommo sacerdote a cui Pietro aveva tagliato l'orecchio colla spada, ed egli stesso era stato testimonio del fatto. Allora Pietro, sommamente spaventato al pensiero del pericolo al quale sarebbe stato esposto, se fosse stato provato chiaramente ch'egli era stato l'autore di quella aggressione negò la terza volta più veementemente di prima.

PASSI PARALLELI

Giovanni 18:17

Luca 22:58; Giovanni 18:25; Galati 6:1

Matteo 26:73-74; Luca 22:59-60; Giovanni 18:26-27

Giudici 12:6; Atti 2:7

71 71. Ma egli prese a maledirsi, ed a giurare: io non conosco quell'uomo che voi dite.

Luca: "O uomo, io non so quel che tu dici". Le parole ricordate da Luca sembrano essere state dette in risposta alla interrogazione del congiunto di Malco. Con ciò asseriva, che ben lungi dall'essere uno di coloro che erano nel giardino di Ghetsemane, egli neppure intendeva il significato dell'accusa! Al che seguì immediatamente il suo ripudiar qualsiasi conoscenza con Gesù. E questo fu fatto non solo come nel caso precedente appellandosene solennemente a Dio, ma ancor più terribilmente coll'invocare sul suo capo le più tremende maledizioni, ove le sue asserzioni non fossero vere. Ohimè per Pietro! Ei venne ove il dovere non lo aveva chiamato, e trovò la via della tentazione; venne con aria di sfida fidando troppo nella sua forza, e trovò la debolezza; venne coll'orgoglio di mostrare al suo Signore che gli era rimasto almeno un seguace intrepido mentre gli altri lo avevano abbandonato, e lo disonorò più lui colla sua presenza che gli altri colla loro fuga!

PASSI PARALLELI

2Re 8:12-15; 10:32; Geremia 17:9; 1Corinzi 10:12

72 72. E il gallo cantò la seconda volta; e Pietro si ricordò della parola che Gesù gli avea detta: Avanti che il gallo canti due volte, tu mi rinnegherai tre volte.

Questo secondo cantare del gallo fu sul principio della quarta vigilia detta del mattino, quando appena il Sinedrio si era radunato Luca 22:66. Nel ricordare l'avvertimento contenuto in quella predizione del Signore a Pietro, gli altri evangelisti hanno espresso in via generale il fatto che prima di quel momento della notte, conosciuto sotto il nome di electrofonia ossia cantar del gallo, il discepolo avrebbe rinnegato tre volte il suo maestro Matteo 24:34; Luca 22:34; Giovanni 13:38; ma Pietro avea rimarcato più precisamente le parole del suo Signore, ed in conseguenza noi troviamo nella narrazione del suo amico Marco, una speciale menzione del cantare due volte del gallo, provvidenziali ed amorevoli interposizioni per renderlo avvertito del suo pericolo. Il primo passò, ohimè, inavvertito; ma il secondo, come una freccia, lo colpì immediatamente nel cuore, richiamò al vivo alla sua memoria le parole che gli aveva detto il suo Signore, e gli rivelò la sua vera posizione d'ingrato, spregievole, profano e miserabile. Per la misericordia di Dio, tale risveglio al pentimento è certo che sarà accordato a tutti i suoi che son divenuti infedeli, sebbene non si effettui nello stesso modo in ognuno. A Davide avvenne per le parole di Nattan: "Tu sei quell'uomo" 2Samuele 12:7; al profeta disobbediente che ritornava da Giuda, venne dalle labbra del medesimo suo tentatore: "Perciocché tu sei stato ribelle alle parole del Signore... il tuo corpo non entrerà nella sepoltura dei tuoi padri" 1Re 13:21-22; ad Elia venne per le parole di Jehova stesso: "Che hai tu a far quì Elia?" 1Re 19:9; ed a Pietro, dal canto del gallo, accompagnato da quello sguardo sì pieno di rimprovero, di compassione, di amore, che Gesù gettò sopra di lui e che gli andò dritto al cuore. Di questo interessantissimo ed importante incidente andiamo debitori al solo Luca 22:61: "Ed il Signore, rivoltosi, riguardò Pietro". Noi non abbiamo alcun mezzo per determinare il luogo dove trovavasi in quel preciso momento il nostro Signore; se, come è probabile, Gesù stava allora davanti agli iniqui suoi giudici accusato di delitto capitale, quale meravigliosa rivelazione non ci porge questo sguardo della sua dimenticanza di sé stesso e della sua amorevole premura per tutti i suoi, già sì commoventemente espressa nella sua preghiera interceditrice: "Io ho guardati tutti coloro che tu mi hai dati e niuno di loro è perito, se non il figliuol della perdizione" Giovanni 17:12! Se questo sguardo non avesse espresso altro che il rimprovero, avrebbe forse potuto condurre Pietro ad appiccarsi al pari di Giuda; ma, mentre esprimeva il rimprovero per tutta la sua ingratitudine, parlava pure d'infinita pietà, e di compassione, e dichiarava all'Apostolo caduto quanto bene quegli, la cui stessa conoscenza egli aveva sì profanamente sdegnata, lo avesse conosciuto, allorché lo aveva preammonito del suo fallo. Gli diceva pure che se ora riconosceva la grandezza del suo errore e del suo peccato, egli era prontissimo a riceverlo nuovamente nel suo favore, a perdonare, a dimenticare tutto ciò che aveva fatto, e ad esser per lui quello stesso sempre che era stato.

E si mise a piagnere.

Luca: "E Pietro uscì e pianse amaramente". Quel compassionevole ed amoroso sguardo di Gesù lo salvò. Egli si precipitò ad un tratto fuori della scena della sua tentazione e della sua caduta, col cuore ripieno di dolore e di pentimento, costretto a piangere amare lacrime alla rimembranza della sua vile ingratitudine. Così avea pur fatto Giuda, ma le sue erano lagrime di orribile e disperato rimorso, non raddolcito da alcuna conoscenza della misericordia di Dio in Cristo (Vedi Nota Matteo 27:8). Quelle di Pietro, al contrario, erano le lacrime del peccatore perdonato, di uno che ha letto, nello sguardo del suo Signore, il perdono del suo peccato, e che si è rallegrato nella rimembranza delle benigne parole, sì poco avvertite allorché furono pronunziate: "Io ho pregato per te, acciocché la tua fede non venga meno" Luca 22:32. Avea imparata una lezione mortifificante e penosa, ma necessaria. Il vecchio Adamo, presuntuoso ed egoista, morì in lui, e dalla sue ceneri sorse un uomo pieno d'umiltà e di figliale rassegnazione, sinceramente desideroso della gloria del suo Signore!

PASSI PARALLELI

Marco 14:30,68: Matteo 26:34,74

2Samuele 24:10; Salmi 119:59-60; Geremia 31:18-20; Ezechiele 16:63; 36:31

Luca 15:17-19; 22:60

Ezechiele 7:16; Matteo 26:75; Luca 22:62; 2Corinzi 7:10

RIFLESSIONI

1. La tranquilla sottomissione di nostro Signore alla falsa testimonianza portata contro di lui e agli insulti che gli prodigarono poscia il Sinedrio e i suoi servitori dimostra la profondità del suo amore verso i peccatori. Che, s'egli avesse voluto, avrebbe potuto fermare in un istante l'insolenza dei suoi nemici. Colui che aveva scacciato i demoni, con una sola parola, avrebbe potuto chiamare legioni di angeli intorno a sé, e dispergere al vento questi miseri strumenti di Satana. Ma il cuore di nostro Signore era riposto nella grande opera la quale egli era venuto a fare sulla terra. Ei s'era assunto di comprare la nostra redenzione con l'umiliazione propria, e non si ritrasse dal pagare il prezzo fino all'ultimo quattrino. Ei s'era incaricato di bere l'amaro calice del dolore in vece nostra, pella salvezza di noi peccatori, e "per la gioia postagli davanti, disprezzò la vergogna" e bevette il calice fino alla feccia Ebrei 12:2. Noi dobbiamo riguardare nostro Signore nel patimento di questi dolori come a noi unito nella stretta ed importantissima relazione del nostro sostituto. Non come una persona privata fu egli così trattato, bensì come nostro garante e il capo della nostra alleanza. S'ei fu beffeggiato, schiaffeggiato, sputacchiato, tentato e condannato, si fu per noi. Quale amore fu mai questo per noi derelitti peccatori

2. Coll'esempio di nostro Signore davanti agli occhi, non ci lasciamo sorprendere se dobbiamo sopportare beffe, ridicolo e false imputazioni perché apparteniamo a Cristo. "Il discepolo non è maggiore del suo maestro, né il servo, del suo signore". Se menzogne ed insulti furono prodigati al nostro Salvatore, non dobbiamo meravigliarci se le stesse armi sono costantemente dirette contro il suo popolo. È una delle invenzioni di Satana, il diffamare il carattere degli uomini di Dio per renderli oggetti di scherno. Le vite di Savonarola, Lutero, Calvino, Cranmer e di tanti altri ce ne forniscono abbondanti esempi. Se mai siamo chiamati a soffrire in questo modo, sopportiamolo pazientemente, poiché noi allora beviamo allo stesso calice al quale bevette nostro Signore. Havvi però una gran differenza fra noi e lui. A peggio andare, noi beviamo solamente poche gocciole amare, ei bevette il calice fino alla feccia.

3. Cristo dichiarò davanti ai suoi giudici che un giorno lo avrebbero visto in gloria, adempiendo la profezia di Daniele 7:9-10, con ogni giudizio affidata alle sue mani. Ricordiamoci che la futura gloria di Cristo forma una parte del nostro credo al pari della sua passione, e della sua croce. Noi non veggiamo che mezza verità se non scorgiamo che la croce e la sua prima venuta: è essenziale per la nostra consolazione lo scorgere pure la seconda venuta e la corona. Quello stesso Gesù che stava davanti alla sbarra del sommo sacerdote e di Pilato, siederà un giorno sopra un trono di gloria e citerà tutti i suoi nemici ad apparirgli dinanzi. Felice il Cristiano che sa tener gli occhi sempre rivolti al cielo. Quaggiù ei dovrà soffrire col suo Signore ed esser debole con lui; lassù parteciperà alla sua gloria e con lui sarà forte. Non deve perdersi d'animo se quaggiù vien disprezzato, beffeggiato, non creduto; lassù egli siederà con lui alla destra di Dio.

4. Impariamo dalla condotta di Pietro quanto follemente i Cristiani si cacciano talvolta nella via della tentazione. Egli non aveva niente che fare nel palazzo di Caiafa, né era in rapporti famigliari co' suoi servi. Il suo Maestro aveva provveduto a che la schiera, che lo aveva arrestato, lasciasse andar liberi tutti i suoi discepoli, ed essi se ne erano approfittati per scomparire ad un tratto. Una volta che aveva abbandonato il suo maestro ed era fuggito, Pietro avrebbe dovuto ricordarsi la sua debolezza, e non esporsi di bel nuovo al pericolo. Fu questo un atto di temerità e di presunzione che gli opportò novelle prove della sua fede, alle quali non era affatto preparato, lo gettò in una cattiva compagnia, donde non era probabile dovesse venirgli del bene, ma bensì del male, e spianò la via alla sua ultima e più grande trasgressione cioè al rinnegamento, per tre volte ripetuto, del Maestro. Ma è una verità confermata dall'esperienza e che non si dovrebbe perder mai di vista, che quando un credente ha incominciato una volta a intiepidirsi e ad allontanarsi dalla sua fede primiera, ben di rado si ferma al primo errore, alla prima colpa. Come Davide, può darsi che incominci oziando e finisca commettendo qualunque più orribile delitto. Come Pietro, può darsi che incominci con la codardia, continui pazzamente scherzando con la tentazione, e poi finisca rinnegando Cristo. Guardiamoci dal primo passo in addietro; è come lo spandersi dell'acqua, prima a goccia a goccia, e poscia a torrenti. Una volta usciti dalla via della santità, niuno sa quanto in basso possiamo precipitare. Teniamoci adunque lontani dall'orlo del precipizio! Nessuna petizione è più importante di quella che ci venne insegnata da nostro Signore medesimo, nell'orazione Domenicale: "Non indurci in tentazione".

5. Notate bene con che piccoli passi l'uomo si avvia gradatamente a sprofondare nei grandi peccati. Nel caso di Pietro, cotali passi sono marcati chiaramente. Il primo fu l'orgoglio e la fiducia in sé medesimo; il secondo, l'indolente trascuranza della preghiera; il terzo, il vacillare nella decisione; il quarto, l'accompagnarsi ai cattivi, correndo così volontariamente incontro alla tentazione; e il quinto (che fu il risultato di tutti i precedenti), l'essere sopraffatto, dal timore, quando d'improvviso fu accusato di essere uno dei discepoli, e, in conseguenza, il rinnegare il proprio Maestro. Abbiamo in questo un profondo insegnamento per tutti coloro che si chiamano Cristiani. Le gravi malattie ben di rado attaccano il corpo senza il preannunzio di sintomi allarmanti. Le grandi cadute avvengono raramente in un credente, se prima egli non ha fatti, in segreto, molti passi indietro. La chiesa e il mondo sono talvolta scandalizzati per l'improvviso delitto di qualcuno che godeva una grandissima reputazione religiosa; i credenti ne restano scoraggiti; i nemici di Dio si rallegrano e bestemmiano; ma se potesse conoscersi la verità, la spiegazione di questi casi troverebbesi generalmente in questo, che un tale già si era prima segretamente allontanato da Dio. Prima di cadere, in pubblico, gli uomini cadono in privato. L'albero cade con gran fracasso, ma il decadimento segreto, che ne spiega la caduta, spesse volte non si avverte se non quando egli è caduto in terra.

6. Com'è infinita la compassione e l'amore del Salvatore pei suoi. Circondato da nemici assetati del suo sangue, nell'atto che subiva un ingiusto giudizio, con davanti a sé la prospettiva di una morte crudele, il Signore trovò tempo di rivolgersi e riguardare a Pietro, nell'ora che l'anima sua ne avea bisogno maggiormente. Quello sguardo parea parlare il linguaggio medesimo che Osea 14:2 rivolge allo sviato Israele: "Prendete con voi delle parole, e convertitevi al Signore; ditegli: Togli tutta l'iniquità, e ricevi il bene; e noi ti renderemo de' giovenchi, con le nostre labbra". Impariamo, dalla condotta di Cristo inverso Pietro, che l'amore che porta il Salvatore ai suoi di tanto sopravvanza ogni altro amore di quanto il sole vince la fioca luce d'un semispento lucignolo. Se dunque abbiam creduto in lui, non esitiamo a dargli tutta intera la nostra fiducia. Per quanto in basso un uomo sia caduto, non disperi, sol che voglia pentirsi e rivolgersi a Cristo. "Appo il Signore vi è benignità e molta redenzione, ed egli riscatterà Israele da tutte le sue iniquità" Salmi 130:7-8.

7. Finalmente, ricordiamoci che il dolore, com'ebbe a provarlo Pietro, è compagno inseparabile del vero pentimento. È quì la gran distinzione tra, il pentimento a salute e il rimorso che a nulla giova. Il rimorso può render l'uomo disperato, come nel caso di Giuda Iscariot, ma altro non può fare; non può mai guidarlo a Dio. Il "pentimento a salute", d'altro canto, ammollisce il cuore, intenerisce la coscienza, e si dimostra col rivolgersi veracemente al Padre che è ne' cieli. Le cadute di chi faceva professione di religione, senza esser stato realmente rigenerato dalla grazia, son cadute da cui più non si risorge, ma la caduta d'un vero convertito finisce sempre in profonda contrizione, in umiliazione di sé, ed emendamento di vita. Badiamo adunque di far sempre una salutare applicazione a noi stessi della caduta di Pietro. Ch'ella non serva mai di scusa al peccato. Impariamo dalla sua triste esperienza a vegliare e pregare per non cadere in tentazione; se cadiamo, ricordiamoci che per noi, come per lui, c'è ancora speranza per il sangue di Cristo; ma soprattutto, ricordiamoci che se cadiamo come cadde Pietro, dobbiam pentirci come egli si pentì, altrimenti non possiamo essere salvati.

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