Marco 7

1 CAPO 7 - ANALISI

1. I Farisei e gli Scribi accusano i discepoli di trasgredire le tradizioni. L'accusa è fondata sul fatto che i suoi discepoli erano stati visti a mangiare con mani non lavate. Matteo scrivendo per gli Ebrei, che per propria grave sperienza conoscevano tutte queste usanze, non ne dà che un cenno passando; ma Marco, scrivendo per l'istruzione dei gentili, sente la necessità di entrare nella spiegazione di quegli usi, della cui trascuranza, per parte dei suoi discepoli, i Farisei muovono accusa a Gesù Marco 7:1-5.

2. Cristo convince i Farisei di colpa ben più seria di pervertire cioè ed annullare la legge di Dio con le loro tradizioni Egli dimostra quanto appieno si verificasse nuovamente, nel loro caso, la solenne riprovazione pronunciata da Isaia contro la ipocrisia dei loro padri, mercè la loro minuziosa osservanza di inezie, e la loro trascuratezza dei grandi doveri morali. E in esempio di ciò, cita il modo in cui il quinto comandamento, che ingiunge al figli di onorare i loro genitori, e ben s'intende di sostentarli nella povertà o nella malattia, era annullato, dagli Scribi e dai Farisei, con la legge tradizionale, che permetteva a colui che avesse da compiere questo dovere filiale, di esimersene, dedicando la propria sostanza al servizio di Dio, la qual dedica era detta Corban. La tradizione Farisaica dichiarava che chi avesse fatto ciò, era interamente esonerato dalla obbligazione imposta dal quinto comandamento della legge morale Marco 7:6-13.

3. Discorso sulla contaminazione morale. Dopo aver risposto alle accuse mosse dai Farisei ai suoi discepoli, convincendoli di essere essi invece i veri trasgressori della legge, Gesù si rivolse al popolo, ripigliando il filo del suo discorso su ciò che costituisce la contaminazione, dice loro di osservar bene che il cibo che riceviamo con rendimento di grazie non diventa già contaminato, e per conseguenza non può divenire strumento di contaminazione a tutto l'uomo, col semplice passare per mani non lavate prima di toccarlo; ma che ciò che veramente contamina l'anima e il corpo è la depravazione che procede dal cuore. I suoi discepoli non intesero questo discorso, sebbene per noi chiarissimo; ad essi sembrò "una parabola" un detto oscuro, e, tornando alla loro abitazione, pregarono Gesù di volerne chiarir meglio per essi il significato. L'argomento era veramente importantissimo, siccome Cristo prevedeva che questa dottrina inspecie dell'astenersi da certe vivande, e generalmente la dottrina dei meriti proveniente dal culto legale esteriore, sarebbe sorta di frequente nella storia della sua Chiesa, e perciò egli acconsente a darne una piena spiegazione. Egli dice: "I cibi non possono contaminare la parte immortale dell'uomo, cioè il suo spirito, perché non possono giungervi; essi vanno nello stomaco, la cui azione chimica ne estrae quanto è richiesto alla vita, mentre il soverchio è evacuato dal corpo. Ma i malvagi principii e le ree passioni che hanno sede nel cuore, e lo contaminano ne escono fuori in malvagi discorsi e in malvagie azioni, e così tutto quanto l'uomo, corpo ed anima, è contaminato" Marco 7:14-23.

4. Gesù visita i confini di Tiro e Sidone. I confini di Tiro e Sidone quì menzionati son quelle parti del territorio fenicio che confinavano con il settentrione della Galilea, lungo i gioghi orientali del Libano meridionale. È questa la sola occasione in cui sia ricordato che Gesù passasse il confine d'Israele e visitasse i gentili. Apparentemente il fine che si propose in ciò era di concedere un po' di riposo a sé e ai discepoli. Anche colà v'era un'anima pronta ad abbracciarlo qual suo Salvatore, e questo era, di per sé, motivo sufficiente pel suo viaggio, tanto più che il ricevimento della donna sirofenice, a motivo della sua fede, dovea prefigurare la libera ammissione che un giorno si farebbe dei gentili nella sua Chiesa. Questa donna gentile supplicò istantemente Gesù di guarire la sua figlia, liberandola da uno spirito immondo, che avea presa la sua dimora in lei, e dopo molte difficoltà, mossele nell'intendimento di provarne la fede, la sua domanda le fu accordata con calde parole di elogio Marco 7:24-30.

5. Ritorno di Gesù al lago di Galilea. Questo ritorno non fu per la strada ordinaria, lungo le sponde del Giordano; ma dirigendosi ad oriente, attraverso parte dell'Iturea e della Gaulonitide, Gesù venne alla regione chiamata Decapoli, all'E. del lago di Galilea, in una regione, cioè, di cui avea visitato la sola Gherghesa Marco 5:1, ecc. Marco solo ricorda un miracolo, operato da nostro Signore, durante il suo viaggio attraverso la Decapoli, su di un uomo che era sordo e scilinguato Marco 7:31-37.

Marco 7:1-23 I FARISEI E GLI SCRIBI ACCUSANO I DISCEPOLI DI TRASGREDIRE LE TRADIZIONI DEGLI ANZIANI. GESÙ DENUNZIA QUESTE TRADIZIONI COME VIOLAZIONI DELLA LEGGE MORALE DISCORSO SULLA CONTAMINAZIONE LEVITICA E MORALE Matteo 15:1-20

1. Allora si raunarono appresso di lui i Farisei, ed alcuni degli Scribi, ch'eran venuti da Gerusalemme 2. E, veduti alcuni dei discepoli di esso prender cibo con le mani contaminate,

La parola greca contaminate significa letteralmente comuni in opposizione a consacrate. (Per altri esempi di questa parola, usata nello stesso senso, vedi Atti 10:14,16; Romani 14:14; Ebrei 10:29). L'antitesi tra santo e comune, è derivata dalla legge cerimoniale, per la quale i Giudei eran separati dalle altre nazioni.

2 cioè, non lavate, ne fecer querela.

Marco espone molto più minutamente di Matteo, l'occasione del discorso che segue. Parrebbe che oltre l'opposizione suscitata a Cristo in Galilea, il Sinedrio avesse già organizzato, per mezzo dei suoi fidati agenti, un sistema di spionaggio su tutto quanto era fatto da lui e da' suoi discepoli. Cotesti agenti avendo, scoperto che i discepoli non adempivano alla formalità del lavarsi le mani ogni volta che si ponevano a mangiare, e che quindi le loro mani erano cerimonialmente impure, vennero a domandare a Gesù come mai egli permettesse tale trasgressione delle loro leggi.

PASSI PARALLELI

Marco 3:22; Matteo 15:1; Luca 5:17; 11:53-54

Atti 10:14-15,28

Daniele 6:4-5; Matteo 7:3-5; 23:23-25

3 3. Perciocché i Farisei, anzi tutti i Giudei non mangiano, che non abbian lavate le mani fino al cubito,

Oltre la spiegazione della parola comune nel verso precedente, Marco aggiunge, tra parentesi, in questo versetto e nel seguente, una spiegazione delle pratiche osservate dai Giudei in relazione alle abluzioni cerimoniali, il che distrugge l'asserto di alcuni scrittori, che il nostro Evangelista non abbia fatto altro che trascrivere o compendiare il Vangelo di Matteo Queste spiegazioni dimostrano inoltre ch'egli scriveva per una classe diversa di lettori, cioè pei gentili, che avean bisogno d'essere illuminati su tali punti, laddove invece i Giudei, pei quali scriveva Matteo, li avean per dir così sulla punta delle dita. Questa superstizione cerimoniale non era ristretta ai Farisei, ma era invalsa generalmente nel popolo, ad eccezione forse di taluni dei Sadducei. pugmé, tradotto da Diodati, "fino al cubito", è una parola che i commentatori furono perplessi a tradurre. Alford dice che non significa "fino al gomito", e nemmeno "col pugno chiuso", ma che deve esser tradotta o "frequentemente" (Vulg. cebro), o "diligentemente", cioè col pugno, con forza. Lange e Olshausen, al contrario, dichiarano che tal parola non significa né frequentemente,diligentemente, bensì "col pugno stretto", cioè il lavar la palma aperta di una mano, col pugno stretto dell'altra. È vero che pugmé significa il pugno stretto (Vedi esempii, Parkhurst, Lessico Greco. Art) ma siccome pugmé equivale qui, senza dubbio, all'espressione rabbinica fino alla giuntura, e siccome sappiamo le citazioni degli scritti rabbinici fatte dall'erudito Gill, che v'erano occasioni in cui era obbligatorio di lavarsi soltanto fino ai polsi (che sono la prima giuntura al disopra del pugmé), ed altre, in cui si era obbligati di lavarsi fino al gomito o cubito, preferiamo qui la giuntura dei polsi come il significato della parola in questo passo, tanto più che tale significato ha per sé l'autorità di quel dotto Ebraista che è il Lightfoot.

temendo la tradizioni degli anziani.

Per dare un solo esempio di queste tradizioni, Rabbi Giosuè dice, nel Talmud: "Colui che mangia del pane con mani non lavate è reo non meno che se fornicasse con una prostituta!", Vedi la Nota Matteo 5:21.

PASSI PARALLELI

Marco 7:7-10,13; Matteo 15:2-6; Galati 1:14; Colossesi 2:8,21-23; 1Pietro 1:18

4 4. Ed anche, venendo d'in su la, piazza, non mangiano, che non abbian lavato tutto il corpo.

L'Evangelista riferisce, in passando, alle abluzioni cerimoniali distintivo della nazione giudaica. Agora denota sì il foro o luogo del pubblico concorso, che la piazza del mercato, e siccome i Giudei potean contrarre contaminazione legale pel contatto coi gentili nell'un luogo, e con le immondezze nell'altro, crediamo che la parola si riferisca qui ad entrambi. Le parole tutto il corpo, in fine al versetto, non si trovano nel greco, ed è meglio ometterlo, specialmente perché non consta punto che i Giudei si lavassero tutto il corpo, ogni volta che venivano dal mercato. È più probabile che anche qui si alluda al lavarsi le mani fino ai polsi; sebbene alcuni asseriscano che il verbo è usato nella forma media, e che il soggetto del lavamento è il cibo portato dal mercato.

vi son eziandio molte altre cose, che han ricevute da osservare, lavamenti di coppe,

nappi.

d'orcioli,

sestarii, parola derivata dal latino e significante vasi per fluidi contenenti la sesta parte di qualche misura più grande.

di vasellamenti di rame,

utensili di bronzo per cucinare.

e di lettiere.

letti su cui giacevano reclinando ai pasti. Nel caso dei letti, questo lavamento, battesimo, doveva eseguirsi per ispruzzamento, ovvero lavandoli con un panno inzuppato, poiché l'immersione di mobili così grandi e pesanti, dopo ogni pasto, è un'idea troppo assurda per essere accolta seriamente, quand'anche ci fosse stata all'uopo una piscina in ogni casa e capanna della Giudea. Una prova del carattere assurdo e irreligioso del Farisaismo non saprebbe trovasi più chiara di quella che ci è somministrata da questa meschina esagerazione dei doveri religiosi e da questo estendere, a cose che non hanno alcun senso o significato, quelle osservanze che Dio avea stabilite temporaneamente come simboliche di una gran verità.

PASSI PARALLELI

Giobbe 9:30-31; Salmi 26:6; Isaia 1:16; Geremia 4:14; Matteo 27:24; Luca 11:38-39

Giovanni 2:6; 3:25; Ebrei 9:10; Giacomo 4:8; 1Giovanni 1:7

5 Per la esposizione dei versetti 5-23, vedi Matteo 15:1-20.

24 Marco 7:24-30 LA DONNA SIROFENICE E LA SUA FIGLIA INDEMONIATA

Per l'esposizione, vedi Matteo 15:21-28.

31 Marco 7:31-37. GESÙ VISITA LA REGIONE DELLA DECAPOLI, E GUARISCE UN SORDOMUTO Matteo 15:29-31

31. Poi Gesù, partìtosi di nuovo dai confini di Tiro e di Sidone,

La maggior parte dei critici moderni leggono attraverso la contrada di Sidone, fondandosi su certi MSS. che essi considerano di maggiore autorità (sebbene assai meno numerosi di quelli che hanno e di Sidone, come nel testo), e su certe antiche versioni che concordano con quelli. Secondo questa lezione, nostro Signore avrebbe fatto un lungo viaggio attraverso ad un paese gentile, prima al N. poscia all'E. e finalmente al SE. per giungere alla Decapoli, senza scopo alcuno apparente, poiché sembra che non predicasse né operasse miracoli, fino a che non giunse colà. Noi preferiamo seguire, coi Diodati, la lezione della maggior parte dei MSS. essendo convinti che "i confini di Tiro e di Sidone", quì ed al vers. 24, non si vogliono intendere del littorale della Fenicia all'O., ma sì del confine orientale, che era contermine a quello della Galilea, Vedi Nota Matteo 15:21.

venne presso al mare della Galilea, per mezzo i confini di Decapoli.

Possiamo presumere che il nostro Signore in questa occasione passò le sorgenti del Giordano a Tell el Kady (l'antico Daniele), lasciò a N. E. il Monte Hermon, e si avanzò attraverso la Gaulonitide. La regione, detta Decapoli, era situata principalmente all'E. del lago di Tiberiade e del Giordano, sebbene comprendesse anche alcune città poste al S. della Galilea, Vedi Nota Matteo 4:25.

PASSI PARALLELI

Marco 7:24; Matteo 15:29-31

Marco 5:20; Matteo 4:25

32 32. E gli fu menato un sordo scilinguato; e fu pregato che mettesse la mano sopra lui.

Questo miracolo è ricordato soltanto da Marco, il quale lo scelse fra una serie di miracoli fatti da Cristo durante la sua visita alla Decapoli (da Matteo ricordati in un solo versetto Matteo 15:30), forse perché esso presenta una novità nel metodo tenuto dal Signore nell'operare le guarigioni. La parola greca, scilinguato, applicata a costui, segna evidentemente, una differenza tra il caso suo e quello comune del sordo mutolo, benché Lange li consideri identici, perché i 70. Isaia 35:6, traducono la parola Ebraica muto. È fuor di dubbio che varii sono i gradi nella sordità, come, ad esempio, tra un sordo-nato, il quale, non avendo mai udito il suono della propria voce, è totalmente incapace di modificarla o di usarne, ed uno che sia divenuto sordo, dopo avere alcun tempo avuto la favella e l'udito. In quest'ultimo caso, quanto più cresce la sordità tanto più la favella si fa esitante e balbuziente, non perché se ne sia perduta la facoltà, ma perché si è perduto per sempre il potere della modulazione. Sembra chiaro che il caso di quest'uomo appartenesse all'ultima di queste categorie, quantunque possa darsi benissimo che avesse anche qualche impedimento dello scilinguagnolo (ver. 35). La richiesta che Gesù "mettesse la mano sopra lui", può essere stata fatta dagli amici dell'infermo, nel convincimento che in ogni caso di guarigione miracolosa fosse necessario un qualche contatto tra il sanatore e l'infermo, poiché così era stato quasi sempre nel caso dei profeti dell'Antico Testamento; ovvero può essere semplicemente il modo con cui l'Evangelista esprime la guarigione che desideravano i congiunti, come Matteo lo rappresenta con le parole: "li gittarono a' piedi di Gesù".

PASSI PARALLELI

Matteo 9:32-33; Luca 11:14

33 33. Ed egli, trattolo da parte d'infra la moltitudine,

In un'altra occasione Marco 8:23, Gesù agì similmente col cieco, sul punto di guarirlo, e furono fatte vane congetture dai commentatori intorno alle ragioni che egli potè avere di dipartirsi dalla sua abitudine di guarire gli infermi, immediatamente, in presenza di tutto il popolo. "V'è, senza dubbio, un significato profondo", dice il Trench, "in tutte le variazioni che contraddistinguono le diverse guarigioni dei diversi infermi ed afflitti, una sapienza divina che ordina tutto le circostanze di ciascuna guarigione particolare". Se, come a Colui che "conosceva ciò che era in ciascun uomo", fosse ad ognuno di noi patente la condizione spirituale di quelli che eran condotti entro la cerchia della sua grazia, intenderemmo allora perfettamente perché uno fosse sanato in mezzo alla moltitudine, ed un altro venisse condotto fuori della città prima che fosse incominciata l'opera di ristaurazione; perché per l'uno bastava una parola ad operare la guarigione, per l'altro un tocco, mentre un terzo era mandato alla piscina di Siloam prima che ricuperasse la vista; perché per l'uno fosse istantaneo la guarigione, laddove invece un altro vedea dapprima "gli uomini come alberi che camminano".

gli e mise le dita nelle orecchie; e avendo sputato, gli toccò la lingua;

In due altri casi soltanto vediamo il Signore impiegar la saliva in una guarigione miracolosa Marco 8:23; Giovanni 9:6. Gesù si sputò sul dito e toccò la lingua come per umettarla e restituirla il libero movimento. Siccome l'indistinta articolazione di quell'infermo proveniva dalla sordità, a questa, per prima cosa, si rivolge nostro Signore. All'infermo disse: "Vuoi tu esser sanato?"; al cieco: "Che vuoi tu ch'io faccia?" e "Credete voi ch'io possa far cotesto?" Giovanni 5:6; Marco 10:51; Matteo 9:28, ma siccome costui non poteva udir nulla, né si poteva accostarlo altrimenti che per l'organo della vista, nostro Signore, sostituisce azioni simboliche su ciascuno degli organi affetti, per accertarlo della sua guarigione.

PASSI PARALLELI

Marco 5:40; 8:23; 1Re 17:19-22; 2Re 4:4-6,33-34; Giovanni 9:6-7

34 34. Poi, levati gli occhi al cielo,

cioè pregando a Dio. Niuna preghiera simile a questa precedette il risuscitare ch'egli fece dai morti la figlia di Iairo, ma nel distretto semipagano in cui allora si trovava, ove prevaleva la credenza nella magia e nel semi-pagano in cui allora si trovava, ove prevaleva la credenza nella magia e nei semi-dei, può darsi che la sua preghiera mirasse ad insegnare al popolo che dal cielo solo venivano cotali doni miracolosi, onde così condurli a dar gloria al vero Dio vivente.

sospirò,

gemè; profferire espressioni d'angoscia Romani 8:23; 2Corinzi 5:2,4; Ebrei 13:17. Come nostro fratello e nostro Redentore, che, "ha portati i nostri, languori, e si è caricato delle nostre doglie", Gesù gemè, non solo per compassione di quell'afflitto, e nemmeno soltanto per le infermità e le miserie dell'uman genere, ma principalmente a cagione di quel peccato in cui queste avean tutte la loro origine, e la cui maledizione egli era destinato a portare.

egli disse Effata,

Siro-caldaico Isaia 35:5.

che vuol dire: Apriti.

Che la Chiesa di Roma abbia, dall'azione simbolica del Signore in questo miracolo, tolto in prestanza alcune di quelle sciocchezze, con le quali ha degradato il sacramento del Battesimo è evidente dal fatto, che quando il sacerdote tocca le orecchie e le nari del battezzando con lo sputo della propria bocca, egli profferisce precisamente questa parola Ephpheta. Come nella risuscitazione della figlia, di Jairo, così anche quì, Marco ci ha conservata la parola stessa che fu pronunciata dal Signore.

PASSI PARALLELI

Marco 6:41; Giovanni 11:41; 17:1

Marco 8:12; Isaia 53:3; Ezechiele 21:6-7; Luca 19:41; Giovanni 11:33,35,38; Ebrei 4:15

Marco 5:41; 15:34

Marco 1:41; Luca 7:14; 18:42; Giovanni 11:43; Atti 9:34,40

35 35. E subito l'orecchie di colui furono aperte, e gli ne sciolse lo scilonguagnolo

il legame, o l'impedimento.

e parlava bene.

correttamente, distintamente.

36 36. Ma Gesù ordinò loro che nol dicessero ad alcuno;

La ragione di quest'ordine, così diverso da, quello che diede all'indemoniato Marco 5:19, nello stesso distretto del paese non molto tempo innanzi, non è dato a noi se non di congetturarla. In quel caso, non c'era pericolo di mettere ostacolo al suo ministerio "divulgando grandemente la cosa" Marco 1:45, siccome egli stesso erasi immediatamente dipartito da quella regione; laddove ora invece vi facea soggiorno. È probabile che generalmente un tale ordine fosse dato soltanto quando veniva operato un miracolo fra gente o in luoghi dove tali prodigi non fossero famigliari, e che, per conseguenza, potessero, di leggieri, lasciarsi trasportare da inconsulto zelo nel divulgarli.

ma più lo divietava loro, più la predicavano; 37. E stupivano sopramodo,

Gesù non avea tratto l'infermo in disparte dalla moltitudine più di quanto fosse necessario per evitare d'essere interrotto, ma non prima fu operato il miracolo, e lo scillinguato fu udito parlare facilmente e chiaramente, che i suoi congiunti e la moltitudine li circondarono, presi da tale meraviglia insieme e sbigottimento che non d'altro potevan parlare, ed anzi il divieto, pronunziato, dal Signore, pareva solo averne stuzzicata la voglia.

37 dicendo: Egli ha fatto ogni cosa bene; egli fa udire i sordi, e parlare i mutoli.

Questa esclamazione è piuttosto il risultato di uno stupore comune, che di una fede viva e individuale, ma è una preziosissima testimonianza resa involontariamente da molti testimoni, alla realtà del miracolo che era stato operato, come pure un ricordo della soddisfazione intensa di tutti quelli che ne furono spettatori. "I sordi" ed "i mutoli" in questo inciso, indicano quella grande varietà di miracoli a cui accenna Matteo come operati in quel tempo, e a proposito dei quali, dichiara che le turbe glorificarono l'Iddio d'Israele.

PASSI PARALLELI

Marco 2:12; Salmi 33:9; Isaia 32:3-4; 35:5-6; Matteo 11:5

RIFLESSIONI

1. Quanto siamo facili a dimenticare il gran benefizio che Dio ci usa largendoci quei sensi, per mezzo dei quali, abbiamo comunicazione col mondo esteriore. Tale benefizio è stato sempre così costante, e così regolare il godimento di esso, che troppo generalmente non è riconosciuto né ammesso, finché non sia tolto in parte, con la perdita della vista, della favella, dell'udito, o del tatto. Impariamo da questo passo a render grazie a Dio, perché ci conserva l'udito, più specialmente perché possiamo udire la sua parola ed approfittarne. Impariamo a ringraziare Iddio per la facoltà della favella, e cerchiamo di usarne per le sue lodi, ricordando sempre la sua ingiunzione: "Guarda la tua lingua dal male e le tue labbra da parlar frode". Impariamo anche, dall'esempio del nostro Salvatore a mostrarci compassionevoli verso i ciechi e verso i sordi-mutoli nelle loro privazioni.

2. Noi non raccoglieremo che la metà soltanto della istruzione che ci offre questo passo, se non vediamo in esso altro che un esempio della potenza divina del nostro Signore. Spingendo lo sguardo oltre la superficie, troveremo in questo passo preziose verità spirituali. Esso ci adombra il potere che Cristo possiede di sanare la sordità spirituale! Egli può dare "un orecchio intendente" al più grande fra peccatori, e può far sì che prenda diletto nell'ascoltare quel vangelo stesso che già soleva disprezzare! "Il Signore Iddio mi ha aperto l'orecchio, ed io non sono stato ribelle, non mi son tratto indietro" Isaia 50:5. Esso raffigura la potenza di Cristo nel sanare quelli che sono spiritualmente mutoli. Egli può insegnare ai più indurati trasgressori ad invocare Iddio. Egli può mettere un nuovo cantico nella bocca dell'uomo che non soleva parlare che di cose mondane, e può far parlare di cose spirituali e testimoniare al vangelo della grazia di Dio, i più vili degli uomini. Quando Gesù spande il suo Spirito nulla e impossibile!

3. Ci può essere qualche cosa di misterioso, agli occhi nostri, nel modo usato dal Signore per guarire questo cieco, ma esso racchiude per noi una lezione importantissima, ed è che Cristo non è vincolato ad un solo mezzo per compiere l'opera sua tra gli uomini. Quando era sulla terra, credè opportuno il sanare, talvolta in un modo, e talvolta in un altro. I suoi nemici non poterono mai muovergli l'accusa ch'ei non potesse operare se non in un modo dato ed invariabile. E così è ancora nella sua Chiesa. Abbiamo continuamente delle prove ch'egli non è vincolato ad alcun mezzo particolare per trasmettere alle anime la grazia; talvolta ciò avviene per mezzo della lettura privata della sua Parola, tal altra per mezzo della pubblica predicazione di essa; talora per la via delle afflizioni o dei rimproveri degli amici. Egli non vuole che disprezziamo alcun mezzo siccome inutile; essi son tutti nelle sue mani, e noi non sappiamo quale possa piacergli di scegliere per la conversione delle anime nostre.

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