Marco 9

1 CAPO 9 - ANALISI

1. Gesù annunzia il potente sviluppo che prenderebbe la dispensazione del vangelo per la distruzione di Gerusalemme. Questo fa parte del discorso riportato alla fine del capitolo precedente, da cui venne male a proposito separato per l'arbitraria divisione dei capitoli. "La venuta del regno di Dio con potenza", Cristo dichiara che avrebbe luogo mentre sarebbero ancora in vita alcuni degli uditori a cui rivolgevansi allora le sue parole. Non è dunque possibile, come vorrebbero alcuni, riferire questo passo alla seconda venuta del Signore in gloria, poiché quella venuta non si è verificata ancora, e già da lungo tempo tutti i suoi uditori sono ritornati in polvere. E nemmeno poteva nostro Signore riferirsi alla propria risurrezione e alla effusione dello Spirito nel giorno di Pentecoste, imperocché, siccome questi avvenimenti eran lontani pochi mesi al più, è certo che i suoi uditori, fatte poche eccezioni, sarebbero ancor tutti in vita, né già solo una minoranza di essi, come risulta dalla sue parole. Ma prima che fossero trascorsi 40 anni, è certo che un gran numero dei suoi ascoltatori, chi per l'età, chi per le persecuzioni, chi per gli eccidii della guerra, chi per altre cagioni, sarebbero stati calati nei loro sepolcri, e che soltanto una piccola minoranza di cui viverebbe ancora per esser testimone del tracollo finale della loro nazione e della distruzione della loro città santa e del tempio. Tra i dodici Apostoli ivi presenti, si crede che soltanto Giovanni sopravvive a quella catastrofe. Finché stavano in piedi il tempio di Gerusalemme, ed il culto levitico, essi erano un serio ostacolo alla diffusione del vangelo, poiché molti vedevano in essi il solo culto prescritto da Dio, e quindi nessun altro avvenimento poteva corrispondere così bene alla "venuta del regno, di Dio con potenza" come il crollo, finale perpetuo di quella dispensazione preparatoria Marco 9:1.

2. La trasfigurazione di Cristo Secondo il nostro Evangelista, questo notevole evento ebbe luogo sei giorni dopo il discorso ricordato precedentemente. Or siccome esso venne pronunciato nella vicinanze di Cesarea Filippi, e siccome è ricordato Marco 9:30, che dopo la trasfigurazione e il miracolo operato. Il mattino seguente, Gesù attraversò la Galilea per arrivare a Capernaum, sembra ovvia la conclusione, che la montagna prescelta da nostro Signore per questa manifestazione della sua gloria, dovesse trovarsi in qualche località vicina a Cesarea, e non già nella vicinanze di Capernaum, come si suppone generalmente. Su un monte solitario, durante l'oscurità della notte, in presenza dei tre discepoli ch'ei distingueva sopra gli altri, ammettendoli più stretta intimità, ed in presenza di Mosè ed Elia, quali rappresentanti della Chiesa dell'Antico Testamento, Gesù rivelò, in certa misura, la gloria essenziale della sua Divinità, la quale finora era rimasta nascosta sotto la sua veste umana. Colui che avea "annichilato sé stesso, e presa forma di servo, fatto alla somiglianza degli uomini", diede prova convincente ch'egli era "in forma di Dio e non riputò rapina l'essere uguale a Dio" Filippesi 2:6-7. La voce di Jehova, dalla densa nube che li adombrava, testimoniò, come al suo battesimo, esser esso il Figliuolo di Dio, e che il Padre prendeva in lui il suo compiacimento; e i ragionamenti che furon tenuti tra lui e i rappresentanti della Chiesa dell'Antico Testamento, furono intorno alla "fine, dipartenza, di esso, la quale egli dovea compiere in Gerusalemme" Luca 9:31. Il solo udir mentovare la sua morte, nel capitolo precedente, avea sbigottiti i discepoli al punto che Pietro cominciò a riprendere il suo Maestro perché parlava di ciò, e si fu appunto a prepararli e rinvigorirli per l'appressarsi di quella, che venne data loro questa dimostrazione della gloria della sua Divinità, e che fu concesso loro di udire con quale ansia di desiderio i santi dell'Antico Testamento aspettassero, quella morte del Messia che i suoi discepoli cotanto paventavano. È degno di rimarco che, siccome tali dimostrazioni della sua gloria erano state date dall'"Angelo della faccia di Jehova" a Mosè ed Elia Esodo 33:18-23; 1Re 19:9-18, per sostenerli quando erano in profondo scoraggiamento a cagione, di tribolazioni esteriori, così la concede ora ad una delegazione dei suoi Apostoli, affinché la loro fede non avesse a venir meno quando lo vedrebbero tradito, condannato e messo a morte, e perché confermassero i loro fratelli. La gloria della Divinità, benché manifestata soltanto in quel grado che potean comportare I loro sensi, produsse tuttavia nei discepoli quel timore e turbamento di cui si legge, nell'Antico Testamento, come solito risultato di tali manifestazioni soprannaturali Marco 9:2-8.

3. Interrogazioni intorno a Elia. Il mattino seguente, scendendo dal monte, il Signore divietò ai suoi discepoli di raccontare a chicchessia quel che avean visto in quella notte, se non dopo la sua risurrezione, per l'ovvia ragione che, se si fosse risaputo generalmente, gli uomini avrebbero temuto di porre in esecuzione il loro iniquo proponimento di metterlo a morte, mentre la morte sua, della quale essi dovean essere gli strumenti, era stata decretata ab antico nei consigli della Trinità Atti 2:23; 4:26-27. Vedendo che con tale divieto non ci sarebbe modo di chiedere spiegazioni in appresso, e con l'animo pieno della scena di cui erano stati testimoni, i discepoli colgono avidamente l'occasione di farsi sciogliere una difficoltà intorno alla vaticinata venuta di Elia qual precursore de Messia. Se Gesù era il Messia (e di ciò non poteva esserci più alcun dubbio dopo quello che avevano pure allora veduto e udito), come dunque Elia non era ancora apparso secondo le profezie? Ovvero questa breve apparizione, sulla cima di una montagna della Galilea, nel mezzo della notte, la presenza non d'altri testimoni che di essi tre discepoli, dovea considerarsi come l'adempimento della profezia di Malachia? Gesù spiega loro che di Giovanni Battista parlava il profeta, imperocché Giovanni dovea venire nello spirito e nella virtù d'Elia, onde por mano alla riforma morale d'Israele e preparare la via del Signore. Tutti i discepoli conoscevano già la sua storia qual Precursore Marco 9:9-13.

4. Guarigione di un fanciullo posseduto da uno spirito mutolo e sordo. La mattina per tempo, prima ancora che Gesù e i tre discepoli prescelti fosser discesi dal monte, il popolo cominciò a radunarsi intorno agli Apostoli che aspettavano il loro ritorno. Tra gli altri, un padre avea menato ad essi il suo figliuolo, ancora in tenera età, ma posseduto da uno spirito immondo, di malignità e forza più che uno spirito implorandone la guarigione. Essi si erano provati invano a cacciare lo spirito immondo, e ai Farisei ed agli Scribi non parea vero di trar partito della inutilità dei loro sforzi contro la causa di Cristo, quando questi comparì sul luogo cacciò il demonio con un comando a cui esso non ardì disubbidire, e rese il fanciullo sano di mente e di corpo, a suo padre. I nove discepoli che, ancora non molto tempo prima, si erano rallegrati davanti al loro Signore, di ciò che perfino i demoni fosser loro soggetti, durante la recente loro missione, mortificati ed attoniti pel loro insuccesso presente, supplicarono Gesù di svelarne loro la causa. In risposta a tale domanda, il Salvatore descrive loro qual fosse la fede necessaria ad operare tali miracoli, e come essa richiedesse molti digiuni e preghiere, specialmente in casi, come quello, di possessione demoniaca così ostinata e prolungata Marco 9:14-29.

5. Gesù annunzia per la seconda volta la sua morte e la sua risurrezione. Il primo annunzio lo avea dato mentre andavano a Cesarea Marco 8:31; questo, nel ritorno verso Capernaum. Oltre a ciò, Gesù avea pure parzialmente annunziato la sua risurrezione a Pietro, Giacomo e Giovanni mentre scendevano insieme dal monte: annunzio che aveali lasciati molto perplessi. Per prepararli a questo solenne avvenimento, il Signore svelò loro l'avvenire, "linea dopo linea", se non che con le loro idee carnali intorno alla invincibilità del Messia, essi erano veramente "insensati e tardi di cuore a credere" Marco 9:30-32.

6. In Capernaum Cristo fa confessare, dai suoi discepoli, il soggetto della loro disputa durante il viaggio, e ne li riprende. L'argomento su cui avean disputato, con tanto calore da attrarre l'attenzione del Signore, era, chi di loro avrebbe il primo rango nel regno temporale che, secondo le loro vedute carnali, il Messia non poteva tardare a stabilire. È possibile che l'onore così di recente conferito a Pietro, Giacomo e Giovanni eccitasse la gelosia degli altri, e li conducesse a discutere i rispettivi loro diritti. Ed ora si vergognavano di confessarlo. Ma Cristo leggeva loro nel cuore e li riprese, chiamando un fanciullo e ponendolo nel mezzo e dichiarando che per quanto a modestia, semplicità, innocenza ed umiltà di cuore, quel fanciullo avrebbe dovuto servir loro di modello, e che soltanto colui che abbracciava e pregiava tali qualità, ricevea veramente Cristo e il Padre suo che l'avea mandato Marco 9:33-37.

7. È ripresa l'intolleranza dei discepoli inverso altri insegnanti che non appartenevano ala loro comitiva. Giovanni allega un caso in cui la loro condotta non era stata conforme alle istruzioni che Cristo stava allora impartendo, cioè l'avere imposto silenzio ad un uomo, il quale cacciava i demoni nel nome di Cristo, perché non voleva unirsi alla loro società, e domandò intorno a ciò il giudizio del Signore. Questo giudizio fu completamente sfavorevole alla loro condotta e fu accompagnato da una ammonizione di non tornare a farlo, poiché l'operare un miracolo nel nome di Cristo era una prova indubitabile che quel tale era pel Cristo e pel Vangelo, e questo bastava. Questi cotali Cristo onorava al pari dei suoi stessi discepoli, a cui non conferì alcun monopolio sia dell'insegnamento sia dell'operare i miracoli Marco 9:38-40.

8. Gesù indirizza nuovi ammaestramenti ai discepoli. Gesù, ripigliando il suo discorso intorno alle disposizioni infantili che desidera scorgere nel cuore dei suoi, assicura i discepoli che la più piccola cortesia usata loro, non sarà senza ricompensa, ma che le offese fatte ad essi attirerebbero sugli offensori i più tremendi castighi. Infine, Gesù raccomanda loro di fare seriamente attenzione a tutte queste cose, parte con parole che avea già impiegate nel suo discorso sul monte, parte, con altro, gravi di misteriosa significanza Marco 9:41-60.

Marco 9:1. ANNUNZIO DEL TEMPO IN CUI IL REGNO DI CRISTO SAREBBE STABILITO CON POTENZA Matteo 16:28; Luca 9:27

Per la esposizione vedi Matteo 16:28.

1. oltre a ciò disse loro: Io vi dico in verità, che alcuni di coloro che son qui presenti non gusteranno la morte, che non abbian veduto il regno di Dio, venuto con potenza.

Questo versetto non avrebbe dovuto esser distaccato dal discorso della fine del capo 8 di cui forma evidentemente la conclusione. La distruzione di Gerusalemme è il solo avvenimento nel quale si riscontrino entrambe le cose indicate in questo versetto, cioè il potente sviluppo della dispensazione del vangelo, mentre vivevano tuttora taluni di quelli a cui nostro Signore stava allora parlando (Vedi sopra Analisi 1).

2 Marco 9:2-8. LA TRASFIGURAZIONE DI CRISTO Matteo 17:1-8; Luca 9:28-36

Per l'esposizione vedi Luca 9:28-36.

PASSI PARALLELI

Matteo 16:28; Luca 9:27

Luca 2:26; Giovanni 8:51-52; Ebrei 2:9

Matteo 24:30; 25:31; Luca 22:18,30; Giovanni 21:23; Atti 1:6-7

9 Marco 9:9-18. DIALOGO INTORNO AD ELIA FRA GESÙ E PIETRO, GIACOMO E GIOVANNI Matteo 17:9-13

9. Ora, come scendevano dal monte, Gesù divietò loro che non raccontassero ad alcuno le cose che avean vedute, se non quando il Figliuol dell'uomo sarebbe risuscitato da' morti.

Luca specifica "il giorno seguente" come il tempo in cui nostro Signore ed i suoi discepoli discesero dal monte, con ciò non lasciando luogo a dubitare che la trasfigurazione avvenisse durante il silenzio e l'oscurità della notte. Il rigoroso divieto fatto dal Signore a questi eletti tra i discepoli, di non rivelare ad alcuno ciò che avean veduto sul monte, può darsi che nascesse, per quanto riguardava gli altri discepoli, dal desiderio d'impedire che tra essi scoppiassero sentimenti di gelosia, di malvolere o di aperta incredulità (come nel caso di Tommaso Giovanni 20:24-25); e per quanto concerneva il popolo, perché quando quest'ultimo gli chiese un segno dal cielo (com'era senza dubbio la trasfigurazione), egli avea dichiarato espressamente che non sarebbe stato dato segno alcuno a quella malvagia generazione, da quello infuori del profeta Giona, il quale prefigurava la di lui risurrezione. Se i discepoli avessero fatto motto ai loro compagni della gloria che avean veduta, Giuda non avrebbe potuto rimanerne ignaro, e chi può dire come ciò avrebbe potuto influire sulla sua condotta posteriore? Se essi l'avessero pubblicata tra il popolo, avrebbero accresciuta a dismisura la rabbia persecutrice dei falsi divoti, ed avrebbe provocato, da parte della moltitudine, insani tentativi di proclamarlo loro sovrano terreno Giovanni 6:15, la qual cosa avrebbe ostato all'adempimento del consiglio dell'Altissimo intorno alla morte del Messia, e non avrebbe fatto che affrettare la distruzione della loro nazione per opera dei Romani. Quando invece la gloria del Messia si sarebbe manifestata per la sua risurrezione dai morti, allora svanirebbe ogni difficoltà a credere alla sua trasfigurazione, che anzi si avrebbe in questa una potente conferma della sua dichiarazione: "Io metto la mia vita per ripigliarla poi, io ho potestà di deporla, ed ho altresì potestà di ripigliarla" Giovanni 10:17-18, laddove, infino a quel tempo, questa storia sarebbe apparsa loro come un vano sogno o come un racconto incredibile.

PASSI PARALLELI

Marco 5:43; 8:29-30; Matteo 12:19; 17:9

Marco 9:30-31; 8:31; 10:32-34; Matteo 12:40; 16:21; 27:63; Luca 24:46

10 10. Ed essi ritennero quella parola in loro stessi,

la parola può riferirsi o a tutto quanto Gesù aveva loro ingiunto in quel momento, od anche soltanto alla sua risurrezione dai morti. Alcuni riferiscono questa parola alla risurrezione, traducono con il verbo per appigliaronsi a invece di ritennero, e il senso in tal caso è che appigliaronsi con la maggiore avidità alla dichiarazione di Cristo concernente la sua risurrezione dai morti, e si misero a discutere tra loro qual ne potesse essere il significato. Ma il passo parallelo in Luca 9:36 sembra che determini il senso della "parola" in favore del significato più comprensivo.

domandando fra loro che cosa fosse quel risuscitar dai morti.

I Farisei credevano ed insegnavano la dottrina della risurrezione dei morti nell'ultimo giorno, e, ad eccezione dei Sadducei, tutta quanta la nazione ebraica riteneva quella dottrina per vera. Oltracciò questi discepoli eran stati testimoni d'una risurrezione nei casi della figlia di Iairo e del figliuolo della vedova di Nain; per conseguenza, la difficoltà non doveva consistere per loro nella dottrina, presa in generale, ma sì in questa risurrezione che Cristo prediceva di sé stesso. L'idea che il gran Messia, sospirato dalla nazione, dovesse morire, era così ripugnante all'animo loro, che si ricusarono di accoglierla, quando fu esposta ad essi chiarissimamente da Gesù: e siccome noi non possiamo collocarci esattamente nelle loro circostanze, ci riesce impossibile l'approfondire quali ipotesi o congetture cui facessero intorno alla sua risurrezione. Evidentemente non era intenzione di Cristo che il divieto che vien loro imposto in questo momento dovesse durare lungo tempo, e nondimeno, dopo che il Signore fu deposto nella tomba di Giuseppe d'Arimatea, non pare che questa conversazione destasse in alcuno di essi la più lontana aspettazione d'un suo prossimo risorgimento!

PASSI PARALLELI

Genesi 37:11; Luca 2:50-51; 24:7-8; Giovanni 16:17-19

Marco 9:32; Matteo 16:22; Luca 18:33-34; 24:25-27; Giovanni 2:19-22; 12:16,33-34

Giovanni 16:29-30; Atti 17:18

11 11. Poi lo domandarono, dicendo: Perché dicono gli Scribi, che convien che prima venga Elia?

Sapendo, che una volta raggiunti gli altri discepoli, non sarà loro più lecito di parlare del notevole evento di quella notte, essi colgono l'occasione per chiedere spiegazioni intorno ad una difficoltà che la vista di Elia avea fatta lor venire in mente. Gli Scribi, citando le Scritture, insegnavano che prima che fosse apparso "l'Angelo dei Patto" (il Messia), Elia dovea apparire. Or come potea ciò conciliarsi con l'avvenuta apparizione di Elia in quella notte stessa? Essi credevano che Gesù il Messia; ma perché dunque non l'avea Elia preceduto? Era forse quella breve apparizione di Elia sulla scena della trasfigurazione l'adempimento della profezia e né devono essi tre soli, fra tutto il popolo, essere i testimoni? E perché Elia non era egli rimasto con loro? Ovvero doveva egli apparire ancora e, in tal caso, perché questa inversione nell'ordine degli eventi?

PASSI PARALLELI

Marco 9:4; Malachia 3:1; 4:5; Matteo 11:14; 17:10-11

12 12. Ed egli, rispondendo, disse loro: Elia veramente dee venir prima,

Letteralmente, venendo prima, ristabilisce ogni cosa. In Matteo le parole sono al futuro (come in Malachia 4:6), ma in entrambi i Vangeli il senso è lo stesso: Gesù dichiara che quanto gli Scribi avean loro insegnato intorno ad Elia, era esattamente vero.

e ristabilire ogni cosa;

Questo non si ha da intendere come identico al "i tempi del ristoramento di tutte le cose" Atti 3:21. Non vuol dire che sarà tolta la maledizione dalla terra, e che gli abitatori di essa saranno ripristinati nello stato anteriore al fallo mediante una seconda visita di Elia nella carne, prima che il Signore venga a stabilire sulla terra, come alcuni suppongono, un regno materiale. Il significato delle parole è definito chiaramente nella profezia di Malachia, e nella predizione dell'angelo Gabriele a Zaccaria, intorno al figlio che dovea nascergli Luca 1:17. Il "ristabilimento" ai giorni d'Elia, consistette nel ricondurre i figliuoli dalla loro idolatria alla fede e al culto dei padri, e nel far cessare i rancori reciproci nei cuori dei padri e dei figli e le divisioni nelle famiglie; e seguendo le orme di lui, è precisamente questo che fece, Giovanni, nel suo ministero Luca 3:7-14. Egli arrestò la corrente disordinata del peccato, ed iniziò un risorgimento morale.

e, siccome egli è scritto del Figliuol dell'uomo, conviene che patisca molte cose, e sia annichilato.

Questo inciso è oscuro sì in quanto a costruzione grammaticale che in quanto alla connessione sua col precedente. Diodati, per farne comprendere meglio il senso, ha inserta la parola conviene, la quale non si trova nel testo Greco, e ha tradotto annichilato, invece di sprezzato, trattato con disprezzo. Il testo Greco dice (letteralmente, e come è stato scritto intorno al Figliuol dell'uomo, ch'egli soffra molte cose e sia disprezzato). La difficoltà consiste nel significato della particella la quale è propriamente, e comunemente particella d'interrogazione diretta, come in Marco 3:23; 4:13,40; 8:21, ma pure talvolta è costruita indirettamente, come in Marco 2:26; 5:16. Qualora la si prenda qui nel primo senso, questo inciso sarebbe una nuova domanda dei tre discepoli, intromessa tra le due parti della risposta fatta da nostro Signore alla loro interrogazione intorno ad Elia. Ma siccome, secondo noi, una tale domanda sarebbe fuor di luogo, anzi non avrebbe alcun senso laddove si trova, sembra preferibile l'altra interpretazione, la quale fa dipendere tutto l'inciso dal verbo "disse" al principio del versetto: "Disse loro: Elia veramente dee venire ecc., e disse loro, come egli è scritto del Figliuol dell'uomo" ecc. Questa costruzione se è alquanto dura non lo è però più dell'altra, ed almeno ha un senso chiaro, rappresentandoci il Salvatore che li assicurra della verità di quanto dicevano le Scrittura intorno ad Elia ed intorno alle sofferenze e alla reiezione del Figliuol dell'uomo, del quale Elia doveva essere il precursore.

PASSI PARALLELI

Marco 1:2-8; Isaia 40:3-5; Malachia 4:6; Matteo 3:1-12; 11:2-18; Luca 1:16-17,76; 3:2-6

Giovanni 1:6-36; 3:27-30

Salmi 22:1-31; 69:1-36; Isaia 53:1-12; Daniele 9:24-26; Zaccaria 13:7

Salmi 22:6-7; 69:12; 74:22; Isaia 49:7; 50:6; 52:14; 53:1-3; Zaccaria 11:13

Luca 23:11,39; Filippesi 2:7-8

13 13. ma io vi dico ch'Elia è venuto,

Nostro Signore vuol dire evidentemente: "La vostra obiezione nasce dall'erronea conclusione che sia stato invertito l'ordine dell'adempimento della profezia, e che il Messia sia venuto prima del suo precursore, conciossiaché Elia non sia comparso prima d'ora; ma io vi dico che quell'Elia, di cui Malachia profetizzò, è già venuto, secondoché sta scritto, e l'apparizione del profeta nella scorsa notte, in compagnia di Mosè, non ha a che far con tale profezia". Sebbene Marco non l'abbia ricordato, Matteo ci dice che con queste parole, Gesù indicava Giovanni Battista, e che i discepoli così le intesero.

e gli han fatto tutto ciò che han voluto;

Matteo: "Ed essi non l'hanno riconosciuto, anzi hanno fatto inverso lui ciò che han voluto". Gli Scribi invece di riconoscere in Giovanni il precursore del Messia, e di accettare la testimonianza ch'ei rese a Gesù, come "all'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo", lo trattarono secondo il loro capriccio, mentre Erode il Tetrarca (Giudeo e d'origine e di professione religiose, quantunque di lignaggio Idumeo) lo mise a morte.

siccome era scritto di lui.

La vera connessione di queste parole si deve indubitatamente cercare nel primo inciso; quello che si riferisce al trattamento di Elia essendo introdotto a mo' di parentesi: "Ma io vi dico ch'Elia è venuto, siccome era scritto di lui, e gli han fatto tutto ciò che han voluto". La maggior parte dei Padri primitivi, gli scrittori Cattolici Romani in genere, e molti scrittori moderni che hanno tendenze premillenarie, ritengono che questa venuta di Ella debba ancora avverarsi letteralmente e servire d'introduzione alla seconda venuta del Signore. Costoro son d'avviso che la profezia di Malachia, non sia stata per anco adempiuta, imperocché il Battista non andò davanti al Signore, se non che "nello spirito e virtù d'Elia" Luca 1:17. Ma le parole del Signore, in questo versetto, affermano distintamente che la profezia di Malachia intorno all'avvento d'Elia, trovò il suo pieno adempimento nella apparizione del Battista. E ciò è confermato,

1. dalla sua dichiarazione anteriore ed ancor più decisiva intorno a Giovanni in Matteo 11:14, Vedi Nota Matteo 11:14;

2. dalla considerazione che nessun altro Elia può venire nello stesso senso, ora che l'antico patto, rappresentato sì da Elia che dal Battista, venne abrogato dal vangelo; e

3. perché il Signore dichiara che la sua seconda venuta sarà inaspettata, come era stato il diluvio, od il fuoco che cadde dal cielo sopra Sodoma e Gomorra, senza lasciar tempo di ammonizione o di pentimento.

PASSI PARALLELI

Matteo 11:14; 17:12-13; Luca 1:17

Marco 6:14-28; Matteo 14:3-11; Luca 3:19-20; Atti 7:52

14 Marco 9:14-19. GUARIGIONE DEL FANCIULLO INDEMONIATO. CONVERSAZIONE CUI ESSA DIEDE LUOGO Matteo 17:14-21; Luca 9:37-42

14. Poi, venuto a' discepoli, vide una gran moltitudine d'intorno a loro, e degli scribi, che quistionavan con loro.

La moltitudine si era radunata per ascoltare una disputa sorta tra certi Scribi e i discepoli rimasti a piè del monte, in conseguenza d'un vano tentativo che questi avean fatto di liberare un fanciullo indemoniato. Dal modo in cui Gesù s'intromise tra loro, pare che gli Scribi, menando trionfo dell'insuccesso dei discepoli, non solamente li trattassero d'impostori, ma anche insinuassero dei dubbi intorno alla potenza miracolosa del loro Maestro, e che essi lo difendessero, quando egli comparve improvvisamente sul luogo. Marco è il solo Evangelista che abbia ricordata tale circostanza, stanza, la quale è importante per quel che segue.

PASSI PARALLELI

Matteo 17:14-21; Luca 9:37

Marco 2:6; 11:28; 12:14; Luca 11:53-54; Ebrei 12:3

15 15. E subito tutta la moltitudine, vedutelo, sbigottì; ed accorrendo, lo salutò.

Tosto che ebbe riconosciuto il Salvatore, la moltitudine gli corse incontro e salutollo, ma, osservandolo, rimase attonita. La ragione del loro sbigottimento non poteva essere il suo ritorno presso ai nove discepoli che avea lasciati indietro, poiché questo lo si aspettava, e nemmeno alcun cambiamento nell'aspetto suo corporeo, poiché lo riconobbero quando era ancora assai lontano; laonde non si sa come spiegare in modo soddisfacente una tal cosa, se non supponendo, che, come nel caso di Mosè Esodo 34:29-30, rimanesse ancor visibile nel suo volto, dopo la sua trasfigurazione, un certo fulgore di maestà e di gloria (così Bengel, De Wette, Mayer, Trenck, A l ford, Brown, Foote). Si obietta essere al disotto della dignità di Cristo quel che si conveniva a Mosè, e che quel resto di fulgore, se pur ne rimase, non era inteso, come nel caso di Mosè, a fare impressione sopra il popolo; ma oltreché tale obiezione non è di gran peso, coloro che la fanno non offrono alcuna soluzione che valga a spiegare questo sbigottimento della moltitudine nel mirare Gesù. Trench pone a contrasto la gloria minacciosa che appariva sul volto di Mosè e facea fuggire da lui il popolo d'Israele, con la gloria di Dio che splendeva in volto a Gesù Cristo, e, quantunque sbigottito, attraeva il popolo, sicché accorrendo lo salutò.

PASSI PARALLELI

Marco 9:2-3; Esodo 34:30

16 16. Ed egli domandò gli scribi a Che quistinate fra voi?

O piuttosto con loro. Questa seconda lezione sembra più consentanea alle circostanze del racconto ed è confermata dall'autorità di antichi MSS. e generalmente dai critici moderni. Nostro Signore non si preoccupa di quel che gli Scribi stessero quistionando fra loro, ma sì delle dispute che avean sollevate contro i suoi poveri e deboli discepoli: "Che quistionate con loro? La contesa non è più con essi, ma con me: orsù ripetete, se l'osate, in presenza mia, quel che stavate dicendo ad essi!" Gesù fece, in questa occasione, come un gran capitano che giunge sul campo di battaglia nel momento che i suoi luogotenenti hanno ormai perduta la giornata, e con la sua energia volge l'imminente rotta in vittoria. I suoi nemici, presi da sgomento alla sua vista, ammutolirono, e ricusarono di accettare la sfida.

PASSI PARALLELI

Marco 8:11; Luca 5:30-32

17 17. Ed uno della moltitudine rispondendo,

Matteo: "Un uomo gli si accostò inginocchiandosi davanti a lui. La parola "rispondendo" implica che il loro quistionare si riferiva a quel caso di possesso demoniaco, imperocché, fatto silenzio dagli Scribi, la persona che più ci avea interesse (cioè il padre del giovinetto), si fa innanzi, esponendo il caso onde erano nate quelle quistioni.

disse: Maestro,

Ei non credeva ancora in Gesù qual Messia; la misura della fede, per cui potè indirizzarsi a lui, chiamandolo Signore, non l'ebbe acquistata, se non dopo aver conversato più oltre con Cristo. Il racconto che di questo fatto ci dà Matteo può parere in contraddizione con quello di Marco: osserviamo però che mentre Matteo, nella rapida sua narrazione, unisce in un solo i due discorsi che il padre rivolse a Gesù, Marco entra in tutti i particolari.

Io ti avea, menato il mio figliuolo,

Luca: "Egli mi è unico". Cioè egli era venuto con l'intenzione di presentarlo a Gesù, non sapendo della di lui assenza.

che ha uno spirito mutolo.

Matteo: "Perché è lunatico". Alcuni suppongono che la descrizione data qui si riferisca al demonio, come costituente il tratto caratteristico che lo distingueva da altri, i quali gridavano del continuo; ma evidentemente si riferisce all'effetto prodotto sul giovinetto dal demone, che lo rendeva mutolo e sordo ad un tempo.

PASSI PARALLELI

Marco 5:23; 7:26; 10:13; Matteo 17:15; Luca 9:38; Giovanni 4:47

Marco 9:25; Matteo 12:22; Luca 11:14

18 18. E, dovunque esso lo prende, lo dirompe; ed allora egli schiuma, e stride dei denti, e divien secco;

Luca: "Uno spirito lo prende ed egli di subito grida" ecc. Quest'ultime parole di Luca non contraddicono al mutismo del giovinetto, il quale riferivasi soltanto ai suoni articolati, i quali ei non poteva in guisa alcuna profferire. Accadeva a questo fanciullo come agli animali mutoli, ai quali il dolore strappa talvolta grida strazianti d'angoscia. Le piccole divergenze che passano fra i tre sinottici, nel racconto che ognuno di essi ci dà di questo lagrimevole caso, si spiegano dal fatto che ciascuno ci trasmise quelle circostanze speciali che avean più vivamente colpito la mente di coloro da cui derivarono le loro informazioni. Matteo ne fu testimone oculare; ma Marco lo ricevette da Pietro, mentre Luca ebbe altre sorgenti d'informazioni, le quali erano, per quanto ci assicura, ineccepibili Luca 1:2-3. Il caso, come è qui descritto, presenta nei sintomi generali una notevole rassomiglianza alla epilessia, e non è improbabile, come osserva il Trench, che questa malattia stava alla base del malore spirituale più profondo, sotto il quale gemeva il giovinetto. Il demone mentre lo privava della favella e dell'udito, si serviva poi di quella. malattia naturale per aggravarne i patimenti. Tale ipotesi, come è evidente, non elimina punto l'azione soprannaturale. Ma, dall'altro canto, convien ricordarsi che questa poteva produrre tutti i sintomi quì indicati in una persona, la di cui condizione normale fosse perfettamente sana. Le parole al principio di questo versetto: "dovunque lo prende", unite a quelle di Luca: "quello appena si parte da lui", si riferiscono ai sintomi più violenti. La sordità ed il mutismo non cessano. Se non siamo disposti ad ammettere che il demone potesse esercitare, anche a distanza, un'influenza sugli organi della favella e dell'udito, ovvero produrre su di essi, prima di partire, un effetto che durasse fino al suo ritorno, altro non resterebbe se non ammettere un possesso continuo, con dei parossismi di furore di tempo in tempo. Secondo noi, la continuazione non interrotta del possesso demoniaco formava una delle ragioni per cui Gesù ebbe poscia a dichiarare ai discepoli (ver. 28), che questo caso era, fuor dell'ordinario, ostinato e difficile. Il verbo divien secco è quello stesso che è usato generalmente a denotare le membra attratte e avvizzito d'un'altra classe di miseri che venivano a Gesù, ma non sembra potersi applicare al giovinetto in questo senso, poiché il padre lo descrive come un sintomo che ricorreva, simile allo schiumare ed allo strider dei denti, ad ogni novello accesso dei male, e poscia scompariva col cessare di questo. Trench suggerisce che siccome quel che diventa secco e raggrinzato, perde la flessibilità, così questo verbo sia usato quì probabilmente per esprimere quella rigidità delle membra che naturalmente si riscontra in tutti questi casi.

or io avea detto ai tuoi discepoli che lo cacciassero ma non han potuto.

Quantunque il cuore del padre sia troppo pieno della miseria del suo figliuolo per poter rispondere categoricamente alla domanda fatta dal Salvatore agli Scribi: "Che quistionate con loro?" da queste parole, veniamo a sapere assai chiaramente che fu l'impotenza dei discepoli a cacciare il demonio che forniva pretesto agli Scribi di menarne trionfo. Nello stesso tempo il padre raccomanda il suo caso a Gesù, adducendo la doppia circostanza che egli, fin da principio, intendeva rivolgersi a Lui, supplicandolo della guarigione del suo figlio, e che i discepoli suoi l'aveano tentata inutilmente.

PASSI PARALLELI

Marco 9:26 Matteo 15:22; Luca 9:39

Marco 9:20; Giudici 1:13

Giobbe 16:9; Salmi 112:10; Matteo 8:12; Atti 7:54

Marco 9:28-29; 11:23; 2Re 4:29-31; Matteo 17:16,19-21; Luca 9:40

19 19. ad egli, rispondendogli, disse: o generazione incredula,

Matteo e Luca aggiungon l'epiteto "perversa".

in fino a quando vi comporterò?

Queste parole includono i discepoli, gli Scribi, il padre e la generale quella generazione tra cui il Signore stava adempiendo il suo ministero, ed implicano una santa impazienza della lor durezza di cuore ed incredulità. Non sembra ci sia maggior ragione per limitare il rimprovero ai discepoli, come vorrebbe il Prof. D. Brown, che per restringerlo agli Scribi come vorrebbero il Crisostomo e Calvino. La parola generazione ne determina l'applicazione generale.

mematemelo.

L'enfasi è sul pronome me: "menatelo a me". "Il potere esercitato dai miei discepoli, in mio nome, fallì alla prova, per la loro mancanza di fede, ma menatelo ora a me e vedrete se i demoni posson resistere al mio comando".

PASSI PARALLELI

Marco 16:14; Numeri 14:11,22,27; 32:13-14; Deuteronomio 32:20; Salmi 78:6-8,22; 106:21-25

Matteo 17:17; Luca 9:41; 24:25; Giovanni 12:27; 20:27; Ebrei 3:10-12

20 20. Ed essi

cioè il padre, con alcuni parenti, o con taluni della moltitudine circostante che avean preso interesse nella cosa.

glielo menarono; e, quando egli l'ebbe veduto,

e l'ossesso vedendolo, cioè Gesù.

subito lo spirito agitolo con violenza; e il figliuolo cadde (cadendo) in terra, e si rotolava schiumando.

Non prima il demonio fu alla presenza di Colui "che venne a distruggere le opere del demonio", che fu preso da gran furore, e quasi fosse conscio che gli restava poco tempo, risolse di uccidere il giovinetto o almeno di fargli tutto il male possibile, mentre l'aveva ancora in poter suo. L'accesso è esattamente del genere di quelli che il padre avea descritti.

PASSI PARALLELI

Giobbe 1:10-12; 2:6-8; Luca 4:35; 8:29; 9:42; Giovanni 8:44

1Pietro 5:8

21 21. E Gesù domandò il padre di esso: Quanto tempo è che questo gli è avvenuto? Ed egli disse: Dalla sua fanciulla. 22. E spesse volte l'ha gittato nel fuoco, e nell'acqua, per farlo perire;

Gesù non caccia via il diavolo sul momento, ma domanda al padre da quanto tempo il suo figliuolo era afflitto da quel male, e ciò in parte perché gli spettatori potessero udire da colui che meglio di tutti lo sapeva, quanto quel caso fosse disperato; in parte per lasciare alla virulenza della malattia tutto il tempo di spiegarsi; in parte alfine per render ancor più vivaci i sentimenti di quel padre, per accrescere la sua fede, e prepararlo, insieme a tutta la moltitudine, a quanto stava per fare.

22 ma, se tu ci puoi nulla (se tu puoi), abbi pietà di noi, ed aiutaci

Dopo aver narrati partitamente altri sintomi del male, che tutti attribuisce alla operazione del demonio, par che perda la pazienza, ed invoca, di nuovo, l'aiuto di Gesù, in un linguaggio in cui l'incredulità predomina sulla speranza. "I tuoi discepoli non ci han potuto far niente, ma se tu puoi, deh! Aiutaci". Si osservi che, come nel caso della donna sirofenice, il povero padre si identifica col suo figlio che patisce, "abbi pietà di noi".

PASSI PARALLELI

Marco 5:25; Giobbe 5:7; 14:1; Salmi 51:5; Luca 8:43; 13:16; Giovanni 5:5-6; 9:1,20-21

Atti 3:2; 4:22; 9:33; 14:8

Marco 1:40-42; Matteo 8:2,8-9; 9:28; 14:31

Marco 5:19; Matteo 15:22-28; 20:34; Luca 7:13

23 23. E Gesù gli disse: Se tu puoi credere, ogni cosa è possibile a chi crede.

Il senso da darsi alla parola che si trova sola al principio della risposta del Signore, ha presentata qualche difficoltà ai critici. Diodati non la traduce. Essa equivale probabilmente alla frase: "La cosa è, se tu puoi" ecc. Senza offendersi per l'insinuazione contenuta in quest'appello, il Signore semplicemente lo ritorce a lui. "Non si tratta del mio potere o non potere, ma bensì di questo: Puoi tu credere? poiché tutte le cose son possibili a coloro che credono. La mancanza di fede nella mia potenza da parte tua è l'unico ostacolo alla guarigione del tuo figlio; puoi tu dunque riposarti con implicita fiducia sulla mia potenza?" Si confronti la differenza tra lo stato spirituale di costui e quello del lebbroso Marco 1:40. Questi non aveva il benché minimo dubbio intorno alla potenza sanatrice di Cristo, il suo unico dubbio era se avrebbe voluto sanarlo: "Se tu vuoi, tu puoi mondarmi" quegli al contrario sembra che fosse, almeno fino ad un certo punto, persuaso che Cristo lo avrebbe voluto, ma dubitava se avrebbe potuto. Quindi il modo di agire del Salvatore inverso di essi fu molto diverso; nell'un caso, operando immediatamente la guarigione, mostrò esser la sua compassione eguale alla sua potenza; nell'altro, dichiarò chiaramente che l'incredulità intorno al potere che avea, come Messia, di sanare ogni sorta di malattie, doveva esser bandita dal cuore del padre, prima che potesse compiersi il suo più caro desiderio. "Se tu puoi credere, ogni cosa è possibile a chi crede". Il Signore così aiuta, nel cuor di quell'uomo, la fede nascente che lottava con l'incredulità.

PASSI PARALLELI

Marco 11:23; 2Cronache 20:20; Matteo 17:20; 21:21-22; Luca 17:6; Giovanni 4:48-50; 11:40

Atti 14:9; Ebrei 11:6

24 24. E subito il padre del fanciullo, sclamando con lagrime, disse: Io credo, Signore; sovvieni alla mia incredulità.

Alcuni critici moderni omettono con lagrime, fondandosi su quattro dei più antichi MSS.; ma siccome quelle parole certamente non sono spurie, e descrivono una condizione, tra tutto le altre la più probabile, mentre il cuore di quel povero padre stava lottando con tali emozioni, così noi preferiamo lasciarle ove stanno. La risposta del padre è una delle più belle che sian ricordate nella Scrittura. "Io credo si, come tu richiedi, sebbene non in quel grado che or m'avveggo esser dovuto, e il quale da te solo posso ottenere, non altrimenti che il miracolo; sovvieni adunque prima alla mia incredulità e poscia al fanciullo, la cui guarigione da essa dipende". È bello il vedere ch'egli usa per domandar aiuto per la sua fede, lo stesso verbo, che già avea impiegato per domandare aiuto pel suo figlio. Udendo esser la fede il solo requisito e sentendo la propria esser troppo più debole di quella voluta, ritira, per dir così, un momento la prima sua istanza, per impetrare un'altra specie d'aiuto, senza cui non potea conseguirsi l'esaudimento di quella. "Due cose", dice Brown, "sono quì degnissime di rimarco:

1. Ei sentiva e confessava la sua incredulità, che la fede sola potea così rivelare alla sua coscienza.

2. Fa appello a Cristo, perché l'aiuti contro l'incredulità che così sente in sé, tratto questo senza parallelo, e che dimostra, meglio che non avran potuto farlo mille professioni di fede, ch'egli avea scorta in Cristo, una potenza più gloriosa di quella che aveva implorata pel suo povero figlio".

PASSI PARALLELI

2Samuele 16:12

2Re 20:5; Salmi 39:12; 126:5; Geremia 14:17; Luca 7:38,44; Atti 10:19,31

2Corinzi 2:4; 2Timoteo 1:4; Ebrei 5:7; 12:17

Luca 17:5; Efesini 2:8; Filippesi 1:29; 2Tessalonicesi 1:3,11; Ebrei 12:2

25 25. E Gesù, veggendo che la moltitudine concorreva a calca,

Non dobbiamo intendere che Gesù avesse tratti in disparte il padre e il figlio dalla folla che dapprima li circondava; ma solo che, vedendo come questa ad ogni momento andasse crescendo per nuovi sopravvenuti, procedette senz'altro, ad operare il miracolo.

sgridò lo spirito immondo, dicendogli: Spirito mutolo e sordo (Luca aggiunge "immondo"), esci fuori di lui (io tel comando), e giammai più non entrare in esso.

Si noti bene la maestà di quel: "Io tel comando!". Il verbo è lo stesso che si usa per un comando militare a cui è forza obbedire Marco 1:27; 6:27,39. "Tu ti sei arrischiato a disubbidire ad un comando dato nel nome mio dai miei discepoli, ma con me tu non osi scherzare un sol momento: Perciò esci da lui all'istante". Né questo è tutto; dallo stesso comando onnipotente gli è fatto divieto di rientrare mai più in esso! La guarigione doveva essere perfetta insieme e durevole. Qualunque impressione sfavorevole gli Scribi avesser tentato di produrre nella moltitudine, pel fatto che i discepoli non avean potuto operare quella guarigione, fu ora più che dissipata dalla manifestazione della potenza del Signore. Il modo in cui il Signore parlò al demonio diede una chiarissima conferma all'opinione comunemente ricevuta, che questo era realmente un possesso domoniaco, e non solamente una malattia. Se il popolo fosse stato in errore intorno a ciò, "il fedel Testimonio e verace" non si sarebbe mai espresso in un modo che tendeva necessariamente a confermarli nell'errore; non li avrebbe mai lasciati credere che ivi fosse azione di Satana ove non era, ma anzi si sarebbe dato premura di trarli d'inganno.

PASSI PARALLELI

Marco 1:25-27; 5:7-8; Zaccaria 3:2; Matteo 17:18; Luca 4:35,41; 9:42; Giudici 1:9

Isaia 35:5-6; Matteo 9:32-33; 12:22; Luca 11:14

Luca 8:29; Atti 16:18

26 26. E il demonio, gridando, e strappandolo forte, uscì fuori; e il fanciullo divenne come morto; talché molti dicevano egli è morto. 27. Ma Gesù, presolo per la mano, lo levò, ed egli si rizzò in piè.

La moltitudine, mirando la rigidezza e l'immobilità in cui il demonio avea lasciato il fanciullo, concluse tosto che la vita si fosse spenta in lui, ma l'espressione "come morto" prova decisivamente che non era, ma che si trattava soltanto di uno svenimento prodotto da grande prostrazione di forze, svenimento che avrebbe potuto bensì terminare con la morte, se fosse stato trascurato. Ma Gesù, prendendolo per la mano, lo fece rialzare e rizzarsi in piedi, infondendogli per così dire novella vita con quel tocco. Matteo aggiunge: "e da quell'ora il fanciullo fu guarito". Luca riferisce l'effetto prodotto sulla moltitudine dicendo: "Tutti sbigottivano della grandezza di Dio... e tutti si maravigliavano di tutte le cose che Gesù faceva", sebbene sia a temersi che tale impressione non fosse permanente.

PASSI PARALLELI

Marco 9:18,20; 1:26; Esodo 5:23; Apocalisse 12:12

Marco 1:31,41; 5:41; 8:23; Isaia 41:13; Atti 3:7; 9:41

28 28. E, quando Gesù fu entrato in casa,

Non c'è ragione di supporre che nostro Signore fosse partito dai dintorni di Cesarea di Filippo, ove erasi recato poco tempo prima, per avere un pò di quiete Marco 8:27. A noi sembra che la scena della trasfigurazione del Signore, la più probabile di gran lunga fra tutte le altre, dovesse essere il monte Hermon. Che non fosse il monte Tabor, come supposero pei primi gl'ignoranti e creduli crociati, e come insegna tuttora la tradizione fratesca, è quanto risulta dai più forti argomenti storici. (Vedi Nota Luca 9:28).

i suoi discepoli lo domandarono in disparte: Perché non abbiam noi potuto cacciarlo?

Da questa domanda dei discepoli veniamo a sapere che il potere di far miracoli in generale, e di cacciar demoni in particolare, non era stato loro ritirato quando tornarono dalla loro missione in Galilea; che non avevano tentato, per vanagloria, di far una cosa a cui non fossero autorizzati; ma che in questo caso toccò loro la mortificazione di non riuscire, mentre avrebbero dovuto venire a capo dell'impresa, se fossero stati in una retta disposizione d'animo. Non è quindi sorprendente che approfittassero della prima occasione per chiedere al Maestro la spiegazione di un così strano avvenimento.

PASSI PARALLELI

Marco 4:10,34; Matteo 13:10,36; 15:15

Matteo 17:19-20

29 29. Ed egli disse loro: Questa generazion di demoni non esce per alcun altro modo, che per orazione, e per digiuno.

Matteo "E Gesù disse loro: Per la vostra incredulità; perciocché io vi dico in verità, che, se avete di fede quant'è un granel di senape, voi direte a questo monte: Passa di qui a lì, ed esso vi passerà; e niente vi sarà impossibile". Prendendo a considerare questi due passi unitamente, troviamo assegnate dal Signore due ragioni del loro recente insuccesso.

1. L'incredulità che era in loro. Si erano invaniti per la potenza conferita loro dal Signore sopra gli spiriti immondi, e si riposavano sui propri allori, credendo, che ogni volta che se ne fosse presentato il caso, non avessero a far altro che profferire il comando e il demonio dovesse ubbidire. La mala prova di quel mattino avea tolta loro quella compiacenza di sé medesimi; e Gesù dice loro adesso non esservi grazia alcuna, da Dio conferita all'uomo, la quale non abbia bisogno di essere custodita, coltivata e fortificata, e che essi avean trascurato di fare tutto questo per riguardo alla fede che opera i miracoli.

2. L'essere il male inveterato. Il Signore dichiarò che questo caso di possesso demoniaco apparteneva ad una classe particolarmente inveterata e difficile a curarsi, e che per conseguenza richiedevansi molta perseveranza nella preghiera e molta abnegazione, quali mezzi di rinforzar la fede in coloro che si accingevano ad esorcizzarli. Che ci siano specie più o meno maliziose di spiriti maligni lo vediamo in Matteo 12:45; e la pertinacia e crudeltà di cotesto ben dimostravano che apparteneva alla classe peggiore. Varie spiegazioni furono date di quella espressione: "se avete di fede quanto è un granel di senapa", nel passo di Matteo citato più sopra, alcuni suppongono che la fede viva sia ivi paragonata al granello di senapa a motivo del sapore piccante e delle qualità aromatiche di quella pianta; altri che con tale paragone si voglia significare che la più piccola particella di fede vera può vincere i più grandi ostacoli, essendo messi in contrasto il granello e la montagna. Ma avendo riguardo a quel che dice Gesù Matteo 13:32, intorno al granello di senapa che produce "la maggiore di tutte le erbe", preferiamo intendere che Gesù dica ai discepoli e a noi, con quel paragone: "Se avete quella fede che, sorgendo e rinvigorendosi da piccoli cominciamenti, diviene ogni giorno più robusta, voi potrete compiere le più difficili imprese. C'è nel granello di senape un principio di vita che produce immensi risultati. Tale dovrebbe esser pure la vostra fede".

PASSI PARALLELI

Matteo 12:45; Luca 11:26

1Re 17:20-22; 2Re 4:33-34; Matteo 17:21; Atti 9:40-41; 2Corinzi 12:8; Efesini 6:18

Giacomo 5:15

Daniele 9:3; Atti 14:23; 1Corinzi 9:27; 2Corinzi 6:5; 11:27

RIFLESSIONI

1. Si osservi bene che le parole che Gesù rivolge ai suoi uditori, nel vers. 19, son pressoché identiche a quelle usate da Jehova verso Israele, in una occasione in cui l'avevano grandemente provocato Numeri 14:11-27, parole che su altre labbra che quelle del Figliuolo di Dio sarebbero presuntuose e fuori di luogo. Ed a questo proposito gioverà ricordarsi, che nostro Signore non fece mai rimprovero ad alcuno, per aver concepito di lui troppo alte idee, ma al contrario sempre le accettò. Quando è accusato dì "farsi eguale a Dio", ben lungi dal respingere tale accusa, l'accetta e pienamente la giustifica, il che sarebbe stato bestemmia se fosse stato semplicemente un uomo. Nel caso attuale, non solamente è scontento della moltitudine per l'incredulità di essa, nonostante tutti i miracoli onde era stata testimone, ma è dispiacente coi suoi discepoli, perché avevano dimenticato che, sebben lontano, avrebbe potuto aiutarli e dimostrare in loro la sua potenza.

2. Tutti i genitori dovrebbero imitare l'esempio di questo padre che conduce il suo figliuolo a Cristo per farlo liberare dalla potenza del diavolo. I nostri figli sono eredi di una natura corrotta fin dalla nascita e sebbene il possesso demoniaco, nella forma che presentava ai giorni del soggiorno di Cristo sulla terra, non sia comune ai giorni nostri, pur tuttavia, spiritualmente parlando, Satana, li guida prigioni a suo talento. Ci sono molti padri e madri che, anche al giorno d'oggi, han motivo di piangere sui loro figliuoli, non meno di colui del quale si legge in questo passo del Vangelo. Or che dovrebbero fare un padre e una madre in un caso simile? Precisamente quel che fece costui. Dovrebbero andare a Gesù, implorando aiuto pel loro figliuolo. Dovrebbero esporre al pietoso Salvatore tutta la storia dei loro dolori e supplicarlo di venir loro in aiuto. Grande è la potenza della preghiera! il figliuolo di molto preghiere di rado andrà perduto per sempre. Per quanto estremo possa parere il caso nostro, pur non dobbiamo disperare, il tempo della conversione appartiene a Dio; può darsi che egli giudichi bene di far prova della nostra fede col farsi aspettare lungamente; ma la preghiera della fede, offerta con perseveranza, trionferà certamente alla fine.

3. Quante volte accade che la disgrazia e l'afflizione fanno più, esse sole, per risvegliare in un cuore onesto, un giusto senso della gloriosa potenza di Cristo, che non fanno, senza di esse, tutti gli insegnamenti. Nella profonda sua angoscia, il padre di questo giovane ossesso si esprime con un linguaggio che dà gloria a Cristo più di qualunque altro che mai gli fosse indirizzato, "a' giorni della sua carne". Egli protesta di credere nel Signore Gesù e tuttavia, con l'istesso fiato, lo supplica di aiutarlo contro la propria incredulità. Esser conscio ad un tempo e di fede e d'incredulità; sentire l'incredulità, e nel tempo stesso ripudiarla e combatterla: sentirla forte ed ostinata, mentre la fede è debole e presso, a venir meno: confessar tutto ciò e gridare al Signore con lacrime: "Aiuto!" è tal condizione che doveva ispirare le parole di questa breve, ma rimarchevole preghiera.. Ogni vero Cristiano sentirà che d'essa conviene esattamente al caso suo, poiché insieme con vera fede, ci è sempre molta incredulità nel suo cuore.

4. I trionfi segnalati nel regno della grazia non si ottengono per mezzo di una fede facile, ovvero dai credenti stazionarii, infingardi e indulgenti verso sé stessi, bensì coll'accostarci abitualmente a Dio e col rinunziare giornalmente a noi stessi.

5. Il digiuno è ingiunto tanto da nostro Signore che dai suoi discepoli, come un dovere evangelico; ma se n'è fatto grande abuso. Sebbene Gesù digiunasse miracolosamente nel deserto 40 giorni e 40 notti, non raccomandò mai ai suoi discepoli di tentare di imitarlo in questo; nondimeno, nella Chiesa dei primi secoli, una delle prime esplosioni di fanatismo prese appunto questa direzione, moltitudini d'uomini. ritirandosi al deserto della Giudea e ai deserti dell'Arabia e dell'Africa, a digiunarvi per 40 giorni, in imitazione di Cristo, cosa impossibile per semplici uomini. Collo stesso scopo venne introdotta nella rubrica della Chiesa Romana e della Chiese Orientali, la Quaresima, durante la quale si suppone che gli uomini digiunino, benché altro non facciano che mutar di cibo! Ora chi si faccia a considerare fino a qual punto il digiuno sia un dovere evangelico, ha da stabilire per prima cosa: Qual n'è il vero scopo? Evidentemente "la mortificazione, della carne", e generalmente il soggiogamento di tutte le tendenze basse, terrene, e sensuali, che infiacchiscono e distruggono la nostra spiritualità. Laonde segue, che ogni qualvolta si pratichi il digiuno, senza aver specialmente in vista questo scopo, è servigio corporale e nulla più 1Timoteo 4:8; ed ovunque si pratichi al punto da indebolire il corpo e produrre sullo spirito l'effetto d'istupidirlo, diventa un male, poiché agisce contrariamente al suo scopo. Il vero digiuno è l'opposto "dell'ingordigia ed ebbrezza" Luca 21:34; e mentre tutti i Cristiani che abitualmente si guardano da questi eccessi, adempiono all'ingiunzione scritturale del digiuno, ci sono dei tempi, in cui si hanno ad eseguir doveri o riportar vittorie che esigono un esercizio di preghiera e abnegazione ancor maggiore del solito; ma per tali casi non può fissarsi alcuna regola generale, e ciascuno ha da giudicare da sé qual sia quello stato del corpo che meglio aiuti lo spirito a comunicare intimamente con Dio.

30 Marco 9:30-32. GESÙ ANNUNZIA PER LA SECONDA VOLTA AI DISCEPOLI LA SUA MORTE E LA SUA RISURREZIONE Matteo 17:22-23; Luca 9:45

Per l'esposizione Vedi Matteo 17:22-23.

33 Marco 9:33-50. DISPUTA TRA I DISCEPOLI QUAL DI ESSI SAREBBE IL PIÙ ESALTATO NEL REGNO DEL MESSIA. RISPOSTA PRATICA DEL SIGNORE. GESÙ RIMPROVERA GIOVANNI, QUAL RAPPRESENTANTE GLI ALTRI DISCEPOLI, PER INTOLLERANZA RELIGIOSA, ED AMMONISCE CONTRO L'OFFENDERE I FIGLIUOLI DEL REGNO Matteo 18:1-10; Luca 9:46-50

Disputa dei discepoli qual di essi dovesse esser maggiore. Risposta pratica di Cristo, Marco 9:33-37

33. Poi venne in Capernaum

Si confronti il "cammino" menzionato in questo versetto col ver. 30 e vedrassi confermata la probabilità che la scena della trasfigurazione dovesse essere il Monte Hermon o qualche altro monte all'estremità N. della Galilea.

e, quando egli fu in casa, domandò loro: Di che disputavate tra voi per lo cammino? 34. Ed essi tacquero; perciocché per lo cammino avean tra loro disputato chi di loro dovesse essere il maggiore.

Relativamente ai racconti, dei sinottici della seguente conversazione fra Cristo, ed i suoi discepoli, Alford dice: "I ragguagli dati dai tre sinottici sono indipendenti e differiscono in alcuni particolari, senza importanza in sé stessi, ma mai istruttivi per un giusto raffronto dei tre Vangeli". Questa "catechizzazione" (che tale è il significato del verbo), ebbe luogo dopo la conversazione avuta da nostro Signore con Pietro, intorno alle didramme del tributo, poiché questi, dopo esser stato richiesto della tassa, sulla pubblica via, dai riscuotitori, seguì tosto il Maestro nella casa e gli riferì la cosa. I discepoli tacevano per un doppio motivo, la vergogna di confessare, quale fosse, stato il tema del loro iroso conversare, cammin facendo, e la sorpresa che il Signore l'avesse scoperto, malgrado tutta la premura che si erano dati di tenerglielo nascosto. Era una disputa in cui la vanità, l'orgoglio e l'interesse rivale eran le armi con le quali ciascuno sforzavasi di sostenere le proprie pretese ad onoranza e dignità maggiore di quelle dei suoi compagni. "Il cuor sedotto li traviava" Isaia 44:20. Il regno del loro Maestro, il Messia, se lo eran dipinto all'immaginazione come più esteso, e la corte di lui come più brillante, ed i ministri suoi come più potenti di quel della stessa Roma, ed erano andati discutendo ciascuno i propri e gli altrui diritti alle più alte dignità sotto il di lui governo. Può darsi che la gelosia nel vedere i tre prescelti sempre ad essere compagni del Signore nelle occasioni speciali, insieme all'aspettazione, che lo stabilimento del suo regno sarebbe il risultato di quella morte e, risurrezione, intorno a cui avea tornato a parlare ad essi la quel giorno, fornisse l'occasione alla loro contesa.

PASSI PARALLELI

Matteo 17:24

Marco 2:8; Salmi 139:1-4; Giovanni 2:25; 21:17; Ebrei 4:13; Apocalisse 2:23

Matteo 18:1-5; 20:21-24; Luca 9:46-48; 22:24-30; Romani 12:10; Filippesi 2:3-7

1Pietro 5:3; 3Giovanni 1:9

35 35. Ed egli, postosi a sedere, chiamò i dodici, e disse loro: Se alcuno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti ed il servitor di tutti.

In queste parole il Signore dichiara qual sia la regola del suo regno, e quali essere debbano le disposizioni di coloro e aspirano ad essere in esso i maggiori. Nei regni della terra, anticamente (e purtroppo sovente anche oggi), quanto era più alto il rango degli uffiziali tanto maggiore era in loro l'orgoglio, la prepotenza e l'ozio, tanto più spietata la fatica che imponevano ai loro subordinati; ma nel regno di Cristo, avviene il contrario. Quelli che nono umili e si stiman dappoco e son contenti d'esser così stimati dagli altri, quelli che mortificano l'orgoglio carnale e l'ambizione, che ricusano rango superiore nella Chiesa di Cristo, e che più volentieri si sacrificano nel servire a pro di coloro che hanno bisogno, del loro aiuto, ricchi o poveri, semplicemente per amore e gratitudine a Cristo, sono ivi, i più grandi. La proeminenza di costoro nella Chiesa di Cristo è riconosciuta talvolta anche sulla terra, ma, senza alcun dubbio, saranno proclamati i maggiori di tutti, dal gran Giudice, nel giorno in cui "renderà a ciascuno secondo le sue opere", e tali saranno riconosciuti dal Padre e dai suoi angeli Matteo 25:34-40. La parola greca quì tradotta servitore, non è schiavo, ma diacono, che vuol dire propriamente uno che serve a tavola e ministra al padrone e agli ospiti suoi. Questa parola fu adottata per tempo nella Chiesa per distinguere quelli tra i fedeli che erano eletti dalle congregazioni o chiese a vegliare sopra i poveri, e ministrare al loro bisogno, e a provvedere alle spese del pubblico culto, e d'allora in poi ha sempre dato il nome ad uno dei due uffizi permanenti nella Chiesa di Cristo. Coloro che tengono l'uno di questi uffizi son chiamati nel Nuovo Testamento indifferentemente Vescovi, Presbiteri, od Anziani; quelli che tengono l'altro son detti costantemente Diaconi. Se fosse stata intenzione del Signore d'avere una gerarchia nella sua Chiesa e di far di Pietro il Principe degli Apostoli; o se fosse vera la dottrina papale che ci avesse ad essere sulla terra un capo infallibile della Chiesa, dapprima nella persona di Pietro, e poi in quella dei papi suoi successori, perché Cristo non lo dichiarò egli in questa occasione, onde toglier per sempre la possibilità di ogni dubbio? Nessun momento avrebbe potuto sere più opportuno! Quando essi "disputavano fra loro, chi di loro dovesse essere il maggiore", ed egli chiamolli a rendergli conto delle loro disputazioni, del sicuro avrebbe proclamato allora il primato di Pietro, e così avrebbe posto fine, ad ogni controversia, se fosse stata sua intenzione d'insegnare una tale dottrina. Ma le parole sue in questo versetto dànno la più solenne smentita alla favola papale. È vero che il Vescovo di Roma, nel suo conflitto col Patriarca di Costantinopoli, intorno alla supremazia, sullo scorcio del sesto secolo, adottò il titolo di servus servorum Dei, ma la data recente e la notissima origine di questa arrogante umiltà non consentono di fondare, sopra questo titolo, alcun serio argomento in favore della supremazia di Pietro; oltrediché la parole del Salvatore in questo versetto, ben lungi dall'essere ristrette a Pietro od a qualche altro individuo, si applicano ai Cristiani di tutti i secoli.

PASSI PARALLELI

Marco 10:42-45; Proverbi 13:10; Geremia 45:5; Matteo 20:25-28; Luca 14:10-11; 18:14

Giacomo 4:6

36 36. E, preso un piccolo fanciullo, lo pose in mezzo di loro; poi, recatoselo in braccio, disse loro:

Questo, incidente è menzionato da tutti i sinottici. Gesù cerca di imprimere la gran verità, che aveva allora esposta in modo dogmatico, vieppiù profondamente nel cuore loro per mezzo, ancora dell'insegnamento emblematico. La casa ove allora si trovavano, era probabilmente quella di Andrea e di Pietro Marco 1:29, sicché non è punto impossibile che questo pargoletto che il Signore si prese in braccio, fosse il figlio di uno dei discepoli. Marco solo fa menzione del fatto che Gesù si recò in braccio il fanciullo; la quale circostanza è una prova di più del benigno amor suo pei fanciulli, espresso qui come altrove coll'atto che accompagna le parole Matteo 13:14.

PASSI PARALLELI

Marco 10:42-45; Proverbi 13:10; Geremia 45:5; Matteo 20:25-28; Luca 14:10-11; 18:14

Giacomo 4:6

37 37. Chiunque riceve uno di tali piccoli fanciulli, nel mio nome, riceve me; e chiunque mi riceve, non riceve me, ma colui che mi ha mandato.

In Matteo troviamo alcune parole di Gesù che vengon prima di quelle di questo versetto, e sono troppo importanti perché le possiamo tralasciare: "Io vi dico in verità, che se non siete mutati e non divenite come i piccoli fanciulli, voi non entrerete punto nel regno dei cieli"; Vedi note Matteo 18:3-4. Il mutamento dell'animo o il cambiamento di condotta non si deve quì intendere della prima conversione dei peccatori, da Satana a Dio, bensì d'un cangiamento posteriore, che deve aver luogo in coloro che già sono discepoli di Cristo, ma nei cuori dei quali c'è ancora molto orgoglio, egoismo e carnalità, e le cui percezioni della verità divina sono purtroppo spesso erronee e poco spirituali. Un notevole esempio della conversione di cui Gesù parla quì lo abbiamo in Luca 22:22. Le parole che abbiam citato dal Vangelo di S. Matteo c'insegnano che la conversione deve essere intera ed agire su tutto l'uomo. "Non solamente il cuore vostro deve convertirsi a Dio, rivolgendosi dalle cose terrene alle celesti, ma in particolare, a meno che non siate convertiti da quell'ambizione carnale che arde ancora entro di voi; a quella perfetta indifferenza verso tali cose che voi vedete in questo fanciullo, non avrete parte o sorte alcuna nel regno dei cieli". Gesù non intende limitare l'applicazione di questo detto al fanciullo che teneva allora in braccio, ovvero a' fanciulli in generale, nel senso letterale; le parole: Uno di tali piccoli si riferiscono principalmente ai piccoli fanciulli nel senso spirituale, cioè a quei sudditi del suo regno che sono veramente semplici ed umili di cuore, e dichiara che chiunque li riceverà amorevolmente e li ospiterà, e (se evangelizzatori), li ascolterà, per amore del suo nome, sarà trattato come se avesse ricevuto Gesù stesso nel suo uffizio glorioso di Mediatore, poiché tale amorevolezza egli l'avrà come se usatagli personalmente. Quale condiscendenza in Cristo; qual consolazione pei suoi discepoli e ministri in tutti i secoli; qual ricompensa per quelli che li accolgono amorevolmente! Essi ricevono il Signore! Né questo è tutto. "Iddio ha riconciliato il mondo a sé, in Cristo" 2Corinzi 5:18, ognuno adunque che accoglie e ascolta questi umili discepoli, per l'amore di Cristo, riceve anche il Padre che ha mandato il suo Figliuolo "a cercare e salvare ciò che era perduto"; Vedi nota Matteo 10:40. Il nesso tra la dichiarazione che abbiamo riportata di Matteo e questo versetto non pare a prima vista molto ovvio, ma un pò di riflessione basta a convincere il lettore, che in questo versetto nostro Signore previene all'obiezione che naturalmente dovea sorgere nell'animo dei discepoli: "si ci facciamo umili come vuole il nostro Maestro, tutti ci respingeranno e ci sprezzeranno"; e dissipa i loro timori, assicurandoli che molti li avrebbero accolti bene per quanto umili si fossero, e che egli avrebbe ricompensato tale accoglienza, come fatta virtualmente a lui medesimo. Questo modo di vedere trova conferma nel castigo che Cristo dichiara Marco 9:42, colpirebbe coloro che offendessero o respingessero uno di questi piccioli.

PASSI PARALLELI

Matteo 10:40-42; 18:3-5,10; 25:40; Luca 9:48

Luca 10:16; Giovanni 5:23; 10:30; 12:44-45; 14:21-23; 1Tessalonicesi 4:8

38 

È ripresa l'intolleranza verso quelli che insegnavano nel nome di Cristo, sebbene non si unissero alla compagnia dei dodici, Marco 9:38-41

38. Allora Giovanni gli fece motto, dicendo: Maestro, noi abbiam veduto uno che cacciava i demoni nel nome tuo, il quale non ci seguita; e, perciocché egli non ci seguita, glielo abbiam divietato.

Non è difficile mostrare la connessione tra questo versetto e i precedenti. l'insegnamento di Gesù fece nascer dei dubbi nell'anima di Giovanni, che talora esso e i suoi condiscepoli, in una certa occasione, non avessero agito contrariamente allo spirito di esso; perciò interrompe il discorso del Maestro narrandogli, brevemente il fatto, e domandandogli, al tempo stesso, la sua opinione ed esplicite istruzioni per loro norma in casi somiglianti. "Se il ricevere chiunque, perfino un piccolo fanciullo, nel tuo nome è un ricevere te, abbiam noi fatto bene, con quel tale che cacciava i demoni nel tuo nome, a divietarglielo perché non si era unito alla nostra società?" Noi non possiamo vedere motivo alcuno di attribuire questo divieto, come fanno alcuni scrittori, soltanto a Giovanni, il quale non fa che riferire ciò che avean fatto gli Apostoli collettivamente. Oltre la menzione fatta qui incidentalmente di quest'uomo, non è più parola di lui nei Vangeli, per cui ignoriamo completamente la sua storia e quali occasioni avesse avute d'istruirsi nell'evangelo. Può darsi che fosse uno dei discepoli del Battista, e che, in aggiunta alla testimonianza resa a Gesù qual Messia, dal suo Maestro, egli udisse Cristo predicare, e fosse così indotto a credere in lui; e la ragione per cui non si unì agli Apostoli può esser questa, ch'egli non era stato a ciò chiamato formalmente, o che non fosse ancor preparato a lasciare ogni cosa per amore di Cristo. I miracoli che egli operava erano miracoli reali, non già come quelli dei figliuoli di Sceva Atti 19:13-16, e nulla vi era d'incompatibile con la gloria di Dio o con gl'interessi del vangelo, nel conferire il potere di operarli ad uno che avea fede da Gesù come Figliuol di Dio. Non ci sono ragioni sufficienti per omettere, come fanno alcuni critici recenti, la ripetizione: "egli non ci seguita", nell'ultimo inciso; stando anche alle regole poste da essi stessi, i copisti sarebbero stati assai più proclivi ad omettere queste parole, che non ad inserirle, se non ci fossero state nell'originale.

PASSI PARALLELI

Numeri 11:26-29; Luca 9:49-50; 11:19

39 39. Ma Gesù disse: Non glielo divietate;

Lo scopo della domanda di Giovanni era: "Abbiam fatto bene?" e la risposta del Signore è: "No, avete fatto male; poiché io non ho dato a voi il diritto esclusivo di predicare o di operar miracoli: lasciatelo fare adunque e non vi opponete". Nella condotta tenuta dai discepoli in questo caso, abbiamo un esempio d'un errore naturale, ma assai pernicioso, il quale ha recato terribili danni alla Chiesa di Cristo, il credere cioè che quelli soli che dividono le nostre vedute intorno alla disciplina ed al governo della Chiesa fanno parte della istituzione fondata da Dio, e che Iddio non voglia e non possa permettere che si faccia alcuna cosa, per la gloria sua o per la salute delle anime, indipendentemente di tale istituzione. Un esempio più antico dello stesso errore lo abbiamo nella gelosia di Giosuè per l'onore di Mosè suo maestro, quando udì che due degli anziani scelti di recente, Eldad e Medad, profetizzavano nel campo, invece di profetizzare intorno al tabernacolo, quando Mosè avea convocata la raunanza Numeri 11:24-29. Mosè riprese l'intolleranza e l'esclusivismo del suo servitore in quella occasione, e il Signore fa ora il simigliante nel caso dei suoi discepoli, non per la loro istruzione solamente, ma per provvedere un correttivo da applicarsi poscia a tutti i casi consimili. La storia dell'apostasia romana, dal suo nascere fino al giorno presente, con le sue bolle di scomunica contro le altre Chiese, col suo Sant'ufficio, con le sue pretese all'infallibilità; e la storia d'altre Chiese altresì, le quali sono le sue umili imitatrici nell'intolleranza e nello spirito di esclusione, ben dimostrano quanto fosse necessaria la lezione che nostro Signore ci insegna in questo luogo, e quanto apertamente e audacemente i suoi sedicenti seguaci l'abbiano trasgredita. Si osservi che quest'uomo facea propriamente quello che era stato commesso specialmente agli Apostoli stessi di fare, e nostro Signore, ben lungi dal proibirglielo, lo incoraggia. Il grido favorito del sacerdozio romano, per tutto il mondo è che "fuori del grembo della Chiesa di Roma non c'è salute", ma secondo l'insegnamento del Signore in questo versetto, sarebbe quella una dottrina falsa quand'anche quella Chiesa avesse conservata la fede del vangelo in tutta la sua purezza, mentre invece l'ha adulterata siffattamente che i pochi che, nel suo seno, trovano Cristo, a dispetto di tutti i suoi riti pagani, son per così dire, salvati come per lo fuoco 2Corinzi 3:12-15. Le Chiese decadute d'Oriente sono egualmente esclusive e quasi egualmente destituite dell'evangelo. Badino le Chiese della Riforma di non deviare su questo punto dall'insegnamento del Signore. "Che coloro", dice Bengel, "che vincolano i doni spirituali ad una successione canonica, pongano ben mente a queste parole".

conciossiaché niuno possa far potenti operazioni nel nome mio, e tosto appresso dir male di me. 40. Perciocché chi non è contro a noi è per noi.

Gesù non disapprova seccamente e severamente i suoi discepoli, senza una parola di spiegazione; egli assegna due ragioni per cui non doveano riprendere o ridurre al silenzio quest'uomo od altri in simili circostanze. La prima ricordata soltanto da Marco, è nell'ultima parte dei ver. 39: "Niuno può aver la fede da operare un miracolo nel mio nome e tosto appresso dir male di me". Paolo usa un linguaggio assai somigliante a questo in 1Corinzi 12:8. Quantunque il potere di operar miracoli non fosse una prova certa che chi lo possedeva fosse un vero credente Matteo 7:22. Tuttavia l'operare miracoli nel nome di Cristo implicava sempre la fede in lui come in una persona divina, ed una professione aperta di siffatta fede, ed era umanamente inconciliabile con l'opposizione aperta all'evangelo e col vituperare il Cristo medesimo quale impostore e bestemmiatore. Non c'era adunque da temere che alcun danno potesse venire alla sua causa dai miracoli di quest'uomo o di altri come lui, che anzi cotali miracoli tendevano a promuoverla. La seconda ragione è contenuta nel versetto 40, e in Luca 9:50. "Chi non è apertamente contro noi deve ritenersi esser per noi". C'è un'altra dichiarazione di nostro Signore Luca 11:23, che dice per converso: "Chi non è meco è contro a me, e chi non raccoglie meco, sparge", ma la contraddizione è soltanto in apparenza, imperocché entrambe queste dichiarazioni sono vere ed importanti in relazione al loro contesto. Il passo in Luca 11 si riferisce alla differenza tra gli amici di Cristo e gli amici di Belzebub, tra i propugnatori e gli oppugnatori del vangelo. Ivi non ci può essere neutralità; quelli che ivi non si schierano tra gli amici del Salvatore vanno annoverati tra i suoi nemici. Ma qui si tratta di una differenza tra gli amici di Cristo che sono più illuminati e coerenti e quelli che lo sono meno. Questi sebbene inferiori a quelli, pur sempre sostengono la sua causa e sono ben lungi dall'agire in opposizione ad esso, e perciò, invece di rinunziare alla comunione con essi e scoraggiarli, si deve anzi riconoscerli, incoraggiarli ed assisterli onde raggiungano maggiore coerenza di dottrina e di condotta cristiana. C'è una singolare varietà nel testo del vere. 40, molte copie leggendo contro voi, e per voi ed alcune, contro coi, e per noi; ed alcune contro noi, e per voi. Le due ultime lezioni, che hanno i pronomi di prima e seconda persona, tolgono al versetto ogni senso e significato. La prima che abbiam menzionata (voi e voi) è sostenuta dal maggior numero di MSS. unciali, ma la lezione ne adottata da Diodati, come pure dalla versione inglese autorizzata, da Osterwald e da Lutero (contro noi, e per noi) ha per sé l'autorità dei MSS. più antichi e più stimati, tra, cui i codici Vaticano e Parigino.

PASSI PARALLELI

Marco 10:13-14; Matteo 13:28-29; Filippesi 1:18

Matteo 7:22-23; Atti 19:13-16; 1Corinzi 9:27; 13:1-2

1Corinzi 12:3

Matteo 12:30; Luca 11:23

41 

Gesù ripiglia il suo discorso intorno ai Discepoli, e conclude con solenni esortazioni intorno alla mortificazione di noi stessi, Marco 9:41-51

41. Imperocché, chiunque vi avrà dato a ber pare un bicchier d'acqua, nel nome mio, perciocché siete di Cristo; io vi dico in verità, che egli non perderà punto il suo premio.

Nostro Signore, avendo risposto alla domanda con cui Giovanni avea interrotto il suo discorso intorno all'accoglienza fatta a quelli che venivano con l'umiltà di piccoli fanciulli nel nome suo, ritorna al suo argomento. Con la consueta sua forma solenne di assicurazione, in verità vi dico, Cristo dichiara che il più piccolo servigio reso, ai suoi non sarà da lui dimenticato né andrà senza premio. Sono pochissimi quelli, che non si affrettino, per mera umanità, a porgere un bicchier d'acqua ad un viaggiatore stanco e presso a venir meno sotto un grave carico; ma la promessa, del premio non è fatta a questi, bensì a coloro che l'avranno fatto per I'amor di Cristo perché colui che soffre è suo discepolo, Vedi Nota Matteo 10:42.

PASSI PARALLELI

Matteo 10:42; 25:40

Giovanni 19:25-27; Romani 8:9; 14:15; 1Corinzi 3:23; 15:23; 2Corinzi 10:7; Galati 3:29; 5:24

42 42. E chiunque avrà scandalezzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse messa intorno al collo una pietra da macina, e ch'egli fosse gittato in mare.

Gesù usa parole quasi identiche a quelle in Luca 17:2. Nel versetto precedente, il Signore promette un premio a coloro che, per amor suo, useranno la più piccola cortesia agli umili e fedeli suoi discepoli; e quì abbiamo per converso una minaccia di terribile castigo a quelli che li offendono o li maltrattano, o, con le tentazioni che a bello studio presentano loro, li fanno venir meno alla fermezza cristiana. Le parole uno di questi piccoli che credono in me comprendono tutti i credenti, anche i più deboli e più disprezzati. L'esser gettato nel mare con una pietra da macina intorno al collo, è un'impressione proverbiale che significa irrimediabile rovina. Il senso delle parole è che il mettere, scientemente, delle pietre d'inciampo davanti ai suoi "piccoli" è peccato così enormemente grave e sarà seguito da un castigo così tremendo, che la stessa morte, in questa forma violenta e repentina, sarebbe misericordia verso il colpevole, in quanto che lo salverebbe dalla perdizione a mille doppi più tremenda, che è serbata a chi commetta peccato. Quand'anche l'anima sua avesse a perire per tale improvvisa distruzione, ci sono gradazioni di castigo all'inferno, come di felicità in cielo, e la sua pena eterna sarebbe minore nel grado, se la sua carriera terrestre fosse troncata prima che, per sua cagione, dei discepoli di Cristo si fossero rivolti indietro o avessero di nuovo crocifisso a se stessi, ed esposto ad infamia il Figliuol di Dio Ebrei 6:6. O benedetto Gesù, quanto è ammirabile la cura amorosa che ti prendi perfino del più meschino del tuo popolo! Il Katapontismo. ovvero la sommersione in mare, sia con una macina da mulino intorno al collo, sia col corpo rivestito d'una cappa di piombo, era uno dei modi d'esecuzione di sentenza capitale che praticavasi dai Greci, dai Siri, o dai Romani. Diodoro Siculo (libro 16), dice: "Filippo mandò Onomarco alla forca; ma gli altri come sacrileghi li fece sommergere nel mare".

PASSI PARALLELI

Matteo 18:6,10; Luca 17:1-2; Romani 14:13; 15:21; 16:17; 1Corinzi 8:10-13

1Corinzi 10:32-33; 2Corinzi 6:3; Filippesi 1:10; 1Timoteo 5:14; 2Pietro 2:2

Matteo 25:45-46; Atti 9:4; 26:11-14; 2Tessalonicesi 1:6-9; Apocalisse 6:9-10; 16:6-7

43 43. Ora, se la tua mano ti fa intoppare, mozzala, meglio è per te entrar monco nella vita, che, avendo due mani, andar nella geenna, nel fuoco inestinguibile... 47. Parimente, se l'occhio tuo ti fa intoppare, cavalo; meglio è per te entrar con un'occhio solo nella vita, che, avendone due, esser gittato nella geenna del fuoco;

(Per l'esposizione vedi Matteo 5:29-30). Dal pericolo soprastante a coloro che scandalizzassero fosse pure il più umile dei suoi discepoli o lo facessero, cadere, Gesù, con una naturalissima transizione passa ai discepoli stessi, e li avverte di badare di non esser essi stessi l'occasione della propria caduta, con le loro inclinazioni, peccaminose, con la loro avarizia e ambizione, col temperamento focoso, con l'orgoglio e la mancanza di carità. In una parola, doveano stare in guardia che talora non fosse in essi alcuna cosa che, per quanto altamente pregiata e diletta, potesse tentarli e farli cadere in peccato. L'esortazione contenuta in questi versetti è equivalente a quella di Paolo Ebrei 12:15: «Prendendo guardia che niuno scada dalla grazia di Dio; che radice alcuna d'amaritudine, germogliando in su, non vi turbi; e che per essa molti non sieno infetti. Questi allettamenti al peccato nel credente, Cristo li descrive figuratamente sotto l'imagine delle diverse membra del corpo, per dimostrare a dirittura che sono inerenti alla persona o parti di essa stessa, e che possono anche, taluni almeno, essergli cari ed utili come un piede o una mano od un occhio. Per quanto sia difficile e doloroso l'abbandonare quelle abitudini che ci sono occasioni di peccato, val meglio assai sradicarle che non esporci, perseverando in esse, a vederle uccidere la grazia nei cuori nostri e precipitarci negli eterni tormenti dell'inferno.

PASSI PARALLELI

Deuteronomio 13:6-8 Matteo 5:29-30; 18:8-9; Romani 8:13; 1Corinzi 9:27; Galati 5:24; Colossesi 3:5

Tito 2:12; Ebrei 12:1; 1Pietro 2:1

Marco 9:45,47

Matteo 15:30-31; Luca 14:13,21

Genesi 3:6; Giobbe 31:1; Salmi 119:37; Matteo 5:28-29; 10:37-39; Luca 14:26; Galati 4:15

Filippesi 3:7-8

48 48. Ove il verme loro non muore, e il fuoco non mi spegne.

Queste terribili parole il Signore le cita da Isaia 66:24; e loro di questo versetto si riferisce agli uomini "che saranno proceduti dislealmente meco", o piuttosto che saranno rei di trasgressione contro di me, di cui parla Iddio in quel passo. Le parole del ver. 48, dice il prof. D. Brown trovansi tre volte ripetute Marco 9:44,46,48, nel testo ricevuto, con effetto palpitante, e profondamente ritmico, e ci dispiace di essere in disaccordo col Tischendorf, il quale le esclude dal ver. 44 e 46, ritenendole genuine solo nel ver. 48. Tregelles pure le segna nel ver. 44,46, come di dubbia genuinità. I MSS. dalla cui autorità son guidati, in questo caso, quei due sommi critici, son di peso formidabile; ma quelli in favore del testo ricevuto. sono assai più numerosi, ed uno (A, cioè il Codice Alessandrino), di pregio forse eguale ai più antichi; mentre l'autorità delle versioni più antiche e migliori è decisamente in favore del testo ricevuto.. A noi non riesce inconcepibile come la ripetizione, sebbene genuina, abbia potuto venire omessa dai copisti per iscansare una apparente tautologia o per uniformarsi al testo di Matteo; ma riesce invece assai difficile a concepirsi come mai, se non fosse genuina, avrebbe potuto introdursi in tanti antichi manoscritti. Oltre alle autorità già mentovate, Lachmann, Fritzsche, Stier, Lange, Alexander, tutti sostengono esser genuino il testo ricevuto, mentre Alford così si esprime intorno ad esso: "Questa triplice ripetizione dà un carattere di sublimità e mette fuor d'ogni dubbio che il discorso è quì riportato, parola per parola, come fu pronunziato". Il linguaggio di questo versetto doveva riuscire ai Giudei facilmente intelligibile e assai espressivo. La Gehenna, ossia la Valle di Hinnom, con tutti i suoi cadaveri ivi gittati ad esser rosi dai vermi, ed arsi dal fuoco, era la figura famigliare della pena eterna. Né in tutta la terra potea trovarsi paragone alcuno più terribile di questo. Un verme che mai non muore, roditore di quanto rimane d'un uomo e il fuoco inestinguibile come l'eternità, esprimeranno sempre, con tutta la forza del linguaggio, l'infinito tormento dei perduti. Pene eterne, per sempre "inestinguibile", con questo le espressioni usate, e se, in consimili espressioni non è insegnata la pena interminabile dei malvagi, in tal caso non è nemmeno insegnata nella Bibbia l'interminabile felicità dei giusti, né l'interminabile esistenza di Dio.

PASSI PARALLELI

Marco 9:44,46

49 49. Perciocché ognuno dee esser salato con fuoco, ed ogni sacrificio dee esser salato con sale.

La spiegazione di questo versetto ha costato gran travaglio ai commentatori, ed anzi il Ryle giunge fino ad astenersi deliberatamente da qualsiasi commento di esso, essendo convinto essere di quelle "cose profonde di Dio" che non saranno mai intese fino all'apparizione del Signore! Una breve esposizione del senso che gli è attribuito da alcuni dei più abili scrittori, confermerà ampiamente la sentita difficoltà dell'interpretarlo.

1. Alcuni pensano che nostro Signore continui qui a parlare dei malvagi e del loro eterno castigo, di cui si tratta nel versetto precedente, e che le parole sue significhino: "Ogni anima perduta sarà salata col fuoco dell'inferno, appunto come ogni sacrifizio sotto la legge di Mosè è salato con sale".

2. Altri pensano che Gesù parli di tutti i membri della sua Chiesa sì buoni, che cattivi nel primo inciso, e che il senso delle sue parole fila quello stesso di Paolo in 1Corinzi 3:18; ma che, nel secondo inciso, parli dell'effetto preservativo della grazia nel cuore dei veri credenti: "Ognuno sarà salato o provato dal fuoco nell'ultimo giorno, e allora quelli che sono stati salati con la grazia, saranno preservati dalla eterna perdizione".

3. Alcuni pensano che il primo inciso ai riferisca per intero ai malvagi e il secondo per intero ai giusti: "Ogni uomo malvagio sarà salato col fuoco e perirà in sempiterno; ogni uomo di Dio sarà salato con la grazia e salvato per sempre".

4. Ci sono altri i quali pensano che nostro Signore parli soltanto dei suoi veri discepoli e delle loro prove in questa vita, per le quali sono purificati, come per lo foco, e preservati dalla corruzione: "Ogni mio vero discepolo sarà salato col fuoco della tribolazione, in quella guisa appunto che ogni sacrifizio è salato con sale".

Secondo noi, quest'ultima esposizione è la vera. La difficoltà della esposizione consiste quì nel precisare la connessione di questo versetto con quanto lo precede e lo segue. Quelli che interpretano questo versetto come riferentesi, in tutto o in parte, alle pene eterne, lo considerano in connessione diretta col ver. 48, per mezzo della particella perciocché; ma noi siamo costretti a rifiutare tale interpretazione per le seguenti ragioni. In primo luogo, perché le pene eterne non sono l'argomento principale del discorso del Signore nel contesto, ma se ne parla solamente in via di schiarimento. In secondo luogo, perché le parole "state in pace gli uni con gli altri" (ver. 50), dimostrano che Gesù ha tuttora in vista la condizione spirituale dei suoi eletti discepoli, e le ammonizioni intorno all'abnegazione e all'umiltà, incominciate al ver. 35, alle quali sarebbe al tutto estranea una digressione sulla condizione dei perduti mentre subiscono le pene eterne. In terzo luogo, perché il sale non impediva punto che il sacrifizio levitico, sul quale era stato fregato, venisse consunto completamente dal fuoco, cosicché la virtù conservativa, del sale non può quì simboleggiare il fuoco eterno. La particella perciocché connette questo versetto evidentemente: con le parole "meglio è per te" dei ver. 48,45,47, in cui il Signore parla ai suoi del mortificare le concupiscenze della carne; e la congiunzione e, che connette i due incisi, dovrebbe intendersi probabilmente nel senso di appunto come, facendo così questi due incisi paralleli l'uno all'altro nel senso, invece di farli contenere due dogmi indipendenti: "Perciocché ognuno deve esser salato con fuoco appunto come ogni sacrifizio ecc.". L'Iddio comandò in modo specialissimo che tutti i sacrifizi a lui offerti, sotto la dispensazione levitica, fossero salati con sale, sì le vittime che gli olocausti Levitico 2:13; Ezechiele 43:24, e c'è evidente riferenza a questo comando nell'ultimo inciso di questo versetto. Ma l'errore commesso dalla maggior parte degli annotatori nella spiegazione di questo versetto, consiste nello scegliere la virtù antisettica o preservativa del sale siccome quella a cui allude il Signore, invece che le qualità sue acre - pungenti, purificanti, e saporite, per cui le carni del sacrifizio eran rese salubri, di buon sapore ed accettevoli come una "offerta d'odor soave a Dio". Quella purità, quell'accettabilità al cospetto di Dio, la quale era simboleggiata dal sale usato nei quotidiani sacrifizi levitici, Gesù la simboleggia qui, nel caso dei suoi credenti, col fuoco. Essi tutti han d'uopo d'esser salati con fuoco! Che cosa s'intende qui adunque pel fuoco? Non certamente il fuoco dell'inferno, né unicamente le sofferenze corporali, i dispiaceri e la prove di questa vita, ma quella continua mortificazione della carne, quella guerra all'orgoglio del cuore, all'ambizione, alla cupidigia, all'odio, alla malignità, all'infingardaggine, "all'impurità della carne e dello spirito", di cui nostro Signore avea appunto presentata l'idea nel mozzar della mano o del piede o nel cavar dell'occhio. Pietro parla di un "cimento per lo fuoco" 1Pietro 4:12, che ogni credente ha da sopportare, e consiste nel "crocifiggere la carne", ed ottener la vittoria sul corpo del peccato che è nelle nostre membra. In questo cimento per lo fuoco, il credente è sostenuto dal suo Signore e Maestro, il quale siede a guisa di raffinatore d'argento, struggendo e purgando l'argento Malachia 3:3; ed è aiutato in tutti i suoi sforzi, dalla grazia e dalla potenza dello Spirito Santo, il quale purifica, non solo a guisa d'acqua, ma anche a guisa di fuoco Matteo 3:11; Giovanni 3:5. Per i giusti, questa purificazione per il fuoco si prosegue durante la vita presente onde renderli "degni di partecipare la sorte dei santi nella luce" Colossesi 1:12; c'è un'operazione del fuoco pei malvagi, dopo questa vita, non già per purificarli, ma sì per punirli. Il vero Cristiano è rappresentato nella Scrittura come un'«ostia vivente» dedicata a Dio fin dal momento della sua conversione, e questo l'esser "salato col fuoco" significa il suo crescere in santificazione e parità, finché sia presentato santo ed accettevole a Dio Romani 12:1. Il versetto può dunque esser così parafrasato; "Non rifuggite per infingardaggine o codardia, dal recidere quelle concupiscenze o cattive abitudini che ancor rimangono in voi, imperocché, come il sale (che è un tipo della purità) rendeva anticamente accettevole il sacrifizio, così questo cimento ardente, diretto a struggere ogni, peccato rimasto su voi, sostenuto e completato con l'aiuto dello Spirito Santo, renderà ancor voi accettevoli al cospetto di Dio nell'ultimo giorno". Nulla potrebbe dirsi di meglio dell'esposizione, fatta da Diodati, di questo versetto (Note appiè di pagina nella sua Bibbia, Ediz. 1641): "Perciocché rendo ragione delle precedenti esortazioni di recidere ogni esca di peccato, perciocché, come ogni offerta sotto la legge dovea esser salata Levitico 2:18, così ogni Cristiano, per presentarsi a Dio in sacrifizio vivente, deve esser purgato d'ogni corruzione per lo Spirito Santo, il quale ha la virtù del fuoco Matteo 3:11; 1Corinzi 3:13, e per quello stesso dee essere impresso di vera santità, come il sale preserva di putrefazione e condisce i cibi".

PASSI PARALLELI

Levitico 2:13; Ezechiele 43:24

50 50. Il sale è buono; ma, se il sale diviene insipido, con che lo condirete?

Per l'esposizione vedi Matteo 5:13. Secondo noi, è più difficile mostrare la connessione di questo versetto e del seguente coi ver. Marco 9:43-48, che quella del ver. 49. Il senso generale di questo versetto lo si raccoglie da Matteo 5:13, dove Gesù, indirizzandosi ai suoi discepoli, dice: "Voi siete il sale della terra"; e la sua connessione con quanto procede pare che sia questa: "Essendo così salati con fuoco e resi sacrifizi accettevoli a Dio, voi dovete divenire il sale della terra, col vostro esempio, con la vostra influenza e coi vostri insegnamenti; badate adunque che per la vostra infingardaggine o trascuranza dello stato vostro spirituale, ti sale non abbia a perdere il suo sapore, in altri termini, che le vostre grazie non abbiano a svanire ed appassirsi, poiché ciò proverebbe purtroppo che non furono mai vere ma soltanto apparenti, e in tal caso come potrebbero venir restaurate?"

PASSI PARALLELI

Giobbe 6:6; Matteo 5:13; Luca 14:34-35

Efesini 4:29; Colossesi 4:6

Salmi 34:14; 133:1; Giovanni 13:34-35; 15:17-18; Romani 12:18; 14:17-19

2Corinzi 13:11; Galati 5:14-15,22; Efesini 4:2-6,31-32; Filippesi 1:27; 2:1-3

Colossesi 3:12; 2Timoteo 2:22; Ebrei 12:14; Giacomo 1:20; 3:14-18; 1Pietro 3:8

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