Matteo 10

1 CAPO 10 - ANALISI

1. Nomi dei discepoli che Cristo scelse per suoi Apostoli, i quali furono investiti di poteri miracolosi, prima di cominciare la loro missione Matteo 10:1-4.

2. Le Condizioni loro imposte. L'opera loro per ora doveva restringersi esclusivamente al popolo d'Israele, non essendo ancora permesso ai Samaritani ad ai Gentili di profittarne Matteo 10:5,6. L'oggetto della loro predicazione doveva essere la prossima venuta del Regno dei cieli, cioè la fondazione della economia, evangelica Matteo 10:7. Il potere di guarire le malattie e di scacciare i demoni era loro accordato, per dimostrare la divina origine della loro dottrina Matteo 10:8. Gesù li accertò che la divina provvidenza penserebbe ai loro bisogni, e perciò fu loro proibito di caricarsi di roba da viaggio, e di darsi pensiero degli alloggi in qualunque casa o città entrassero, dovevano salutarne gli abitanti, augurando loro pace; ma se questi non li volevano ricevere, dovevano scuotersi la polvere dai piedi, in segno dei giudizi che piomberebbero su questi disprezzatori del Vangelo Matteo 10:9-15.

3. Annunzio di future prove. La dichiarazione profetica contenuta nei vers. Matteo 10:16-36 si riferisce meno a questa prima missione dei discepoli, che non alla grande impresa alla quale essi dovevano accingersi più tardi. Nell'adempiere a quella, essi incontrerebbero l'odio del mondo, alla persecuzione dei suoi reggitori Matteo 10:16-18. Il risultato della predicazione doveva essere, non già pace universale, bensì lotta; e ciò non solo nei consorzi pubblici, ma ancora in quelli privati. Ma guai a coloro che, a cagione di queste persecuzioni, abbandonerebbero il servizio di Cristo! Matteo 10:21-22,34-39.

4. Conforti nell'afflizione. Quando venissero citati davanti ai tribunali umani Gesù prometteva loro l'assistenza della diretta ispirazione dello Spirito Santo Matteo 10:19,20. Egli ordinava loro, al primo sorgere della persecuzione, di provvedere alla propria salvezza colla fuga, e di non andare in cerca della morte; poiché altrimenti la loro missione non si sarebbe potuta compiere Matteo 10:23. Quali che fossero le loro persecuzioni e i loro cimenti, dovevano rammentarsi che il loro Signore e Maestro aveva patito molto più per amor loro, ed essi non dovevano quindi lamentarsi qualora fossero chiamati a soffrire per amor di lui Matteo 10:24-27. Si ricordava loro che Iddio, il quale prende cura dei passeri, e numera i capelli del nostro capo, li farebbe oggetto della sua cura particolare Matteo 10:28-31. Gesù dava loro assicurazione infine che chiunque li riceverebbe cortesemente per amore del loro messaggio, non rimarrebbe senza ricompensa Matteo 10:40-42.

Matteo 10:1-5. MISSIONE DEI DODICI APOSTOLI Marco 6:7-13; Luca 9:16

Gli ultimi tra versetti del cap. 9, formano la vera introduzione alla missione dei dodici Apostoli, come lo prova il fatto che la missione dei settanta è preceduta da un preambolo espresso con le stesse parole Luca 10:2.

1. Poi, chiamati a se i suoi dodici discepoli,

Matteo non ci dà alcun ragguaglio sulla elezione che il Signore fece dei dodici Apostoli, ma riferisce i loro nomi nei seguenti versetti, insieme con la missione alla quale venivano destinati. Marco 3:13-19; Luca 6:12-16, hanno entrambi ricordato il modo con cui gli Apostoli furono scelti, e dai loro racconti, confrontati l'uno coll'altro, ricaviamo che il Signore, dipartendosi dalla moltitudine che gli si affollava attorno, si ritirò sopra una montagna, ove passò la notte pregando il suo divino Padre; poi, il giorno seguente, chiamati a se tutti i suoi discepoli, scelse fra loro quei dodici dei quali ci sono familiari i nomi, e ordinò loro, come ai suoi Apostoli, di rimanere in sua compagnia, acciocché potessero profittare dei suoi insegnamenti, ed abilitarsi all'impresa cui li destinava.

diede loro podestà

Le parole corrispondenti in Luca sono podestà ed autorità, ossia li abilitò ed insieme li autorizzò ad operare miracoli di due specie, cioè,

di cacciare gli spiriti immondi, e di sanare qualunque malattia, e qualunque infermità. 2. Ora i nomi dei dodici Apostoli sono questi:

La parola «Apostolo» da mando fuori significa letteralmente un messaggere; e, senza dubbio, Cristo diede questo titolo ai dodici; perché esso indicava ciò che essi dovevano essere. Il loro ufficio di messaggeri è chiaramente espresso in Matteo 10:5-7, e specialmente in Matteo 28:19-20, quando Gesù disse loro: «Andate ed ammaestrate tutti i popoli», ecc. Si sono sparse molte idee assurde relativamente alla successione apostolica. La Chiesa di Roma pretende averne il monopolio, perché, secondo i suoi dottori, Pietro fu il primo Papa. Il sacerdotalismo è fondato, in, gran parte, sopra l'idea bizzarra che una virtù divina, senza la quale l'amministrazione dei Sacramenti non sarebbe valida, venga trasmessa dai vescovi a quelli che ricevono la loro consacrazione al ministero. Quest'idea non ha nessun fondamento nella Parola di Dio. L'apostolato fu un'istituzione straordinaria, stabilita da Cristo per rispondere ai bisogni della Chiesa cristiana quando essa fu fondata; ma il Signore non intendeva farne un istituto permanente. Ciò è chiaramente provato:

1. dal fatto che gli Apostoli eccettuato Giuda, Atti 1:16-26, non ebbero mai dei successori nel loro ufficio. Era d'altronde impossibile trovare altri uomini che potessero coprire questa carica; poiché era indispensabile che quelli che ne erano rivestiti avessero accompagnato Cristo durante tutto il suo ministero, ed avessero veduto i suoi miracoli, ed udito i suoi insegnamenti. Colla morte dei contemporanei di Cristo cessò adunque la possibilità dell'apostolato.

2. Era necessario che gli Apostoli fossero eletti e chiamati direttamente da Cristo.

3. Essi dovevano essere ispirati in un modo infallibile, e questa ispirazione cessò alla morte dei dodici.

4. Essi avevano il potere di operare miracoli per confermare la divinità della loro missione. Nessun uomo imparziale può pretendere che i caratteri sopraccennati si trovano negli uomini della seconda generazione dopo l'ascensione di Cristo. Così tutte le pretensioni ad una successione apostolica, la quale conferisca una santità ed un potere straordinari, sono false e contrarie alle Sacre Scritture. La sola successione apostolica è quella che consiste nel predicare le dottrine degli Apostoli, e nell'imitare la loro umiltà ed il loro zelo. Noi abbiamo nel Nuovo Testamento quattro completi cataloghi degli Apostoli: cioè, oltre questo, uno di Marco 3:16, e due di Luca 6:14; Atti 1:13. C'è ancora una enumerazione parziale degli Apostoli, fatta da Giovanni nel principio del cap. 21. del suo Vangelo Giovanni 21. Nel seguente prospetto, i quattro ultimi cataloghi sono stati compilati secondo l'ordine seguito da Matteo, affinché si possa conoscere, a colpo d'occhio, l'accordo generale, e vedere subito i nomi dati ad alcune delle persone indicate; ma i numeri annessi a ciascun catalogo indicano l'ordine nel quale sono stati redatti dagli autori.

MATTEO

1. Simon Pietro 2. Andrea 3. Giacomo 4. Giovanni 5. Filippo 6. Bartolomeo 7. Tommaso 8. Matteo il Pubblicano 9. Giacomo di Alfeo 10. Lebbeo o Taddeo 11. Simone il Cananita 12. Giuda Iscariot.

MARCO

1. Simon Pietro 2. Andrea 3. Giacomo di Zebedeo 4. Giovanni di Zebedeo 5. Filippo 6. Bartolomeo 7. Tommaso 8. Matteo 9. Giacomo di Alfeo 10. Taddeo 11. Simone il Cananita 12. Giuda Iscariot.

LUCA

1. Simon Pietro 2. Andrea 3. Giacomo di Zebedeo 4. Giovanni di Zebedeo 5. Filippo 6. Bartolomeo 7. Tommaso 8. Matteo 9. Giacomo di Alfeo 10. Giuda di Giacomo 11. Simone Zelote 12. Giuda Iscariot

ATTI

1. Pietro 2. Andrea 3. Giacomo 4. Giovanni 5. Filippo 6. Bartolomeo 7. Tommaso 8. Matteo 9. Giacomo di Alfeo 10.Giuda di Giacomo 11. Simone Zelote vacante.

GIOVANNI

1. Simon Pietro 4. Giacomo 5. Giovanni 3. Natanael 2. Tommaso detto Didimo ed altri due non nominati.

Non abbiamo nessun indizio, nella storia evangelica, che Cristo facesse qualsiasi distinzione fra i dodici Apostoli, salvo che scelse Pietro, Giacomo e Giovanni per suoi compagni in varie occasioni speciali; ciò nonostante, dal fatto che tre degli Apostoli tengono lo stesso posto in tutte queste liste, sembra fondata la congettura, messa innanzi da alcuni, che questa piccola comitiva fosse divisa in tre gruppi, alla testa dei quali stessero rispettivamente Pietro, invariabilmente primo, Filippo invariabilmente quinto, e Giacomo di Alfeo invariabilmente nono nell'ordine. Detto ciò, ci affrettiamo a soggiungere che un tal fatto non ha importanza alcuna, né teorica, né pratica.

2 Il primo Simone, detto Pietro,

Simone contrazione di Simeone era figlio di Giona, pescatore di Betsaida, e il soprannome Cefa o Pietro datogli dal Signore, quando esso, per la prima volta, credette in lui e divenne uno dei suoi discepoli Giovanni 1:42, fu confermato probabilmente in questa occasione, e certamente in un'altra menzionata in Matteo 16:18.

L'aggettivo il primo, che Matteo unisce al nome del suo compagno d'apostolato, suggerisce la domanda: Perché mai Pietro è designato così? Si rispondo:

1. non perché avesse, primo fra gli Apostoli, ricevuto Gesù come Messia, poiché Andrea suo fratello aveva creduto prima di lui Giovanni 1:41, e lo aveva condotto lui stesso a Gesù.

2. non perché, come afferma la Chiesa di Roma, egli fosse il Principe degli Apostoli; poiché, la sua successiva caduta dall'apostolato col rinnegare il proprio Signore; la subordinazione di lui a Giacomo nel sinodo di Gerusalemme Atti 15; l'aspro rabbuffo che dovette subire da Paolo, per la sua condotta equivoca in Antiochia Galati 2:11; ed il suo stesso esplicito rifiuto di qualunque supremazia sopra i suoi confratelli 1Pietro 5:3, provano nel modo più lampante che egli non esercitò mai autorità qualsiasi sui suoi colleghi, e fanno crollare la base sulla quale Roma fonda il primato di Pietro, e tutti gli usurpati poteri ed onori che essa fa derivare da questa finzione.

3. Pietro è chiamato «il primo» perché probabilmente era il più anziano d'età fra gli Apostoli; ovvero,

4. perché Gesù, quando fece l'ordinazione dei suoi Apostoli, aveva chiamato Simone primo fra quelli che erano accorsi a lui sul monte;

5. ma più probabilmente perché egli era il più ardito, il più energico, il più acuto per discernimento, il più pronto a parlare fra essi tutti, ed a cagione di queste sue qualità, gli altri apostoli lo riconobbero, in varie occasioni, come il loro rappresentante. D'altronde, secondo l'interpretazione più naturale del Tu es Petrus, Gesù gli aveva conferito il privilegio d'essere il primo a fondare la sua Chiesa così fra i Giudei, alla Pentecoste, come fra i Gentili quando battezzò in Cesarea i primi credenti etnici. Vedi Matteo 16:18. Si tratta di un semplice primato d'onore che non implica nessuna supremazia.

e Andrea, suo fratello;

Anche questo, era in origine pescatore, poi discepolo di Giovanni ed uno dei due, i quali, grandemente colpiti dalle parole: «Ecco l'Agnello di Dio», ecc., applicate a Gesù dal loro maestro, seguirono Gesù e divennero suoi discepoli Giovanni 1:36-40.

Giacomo di Zebedeo,

Questo Apostolo e suo fratello Giovanni erano pescatori come il loro padre Zebedeo. Egli è generalmente conosciuto sotto il nome di Giacomo il maggiore per distinguerlo da un altro Apostolo del medesimo nome; e fu il primo dei dodici che ottenne la corona del martirio, essendo stato decapitato da Erode Agrippa in Gerusalemme Atti 12:2.

e Giovanni, suo fratello;

Si crede comunemente che questi fosse quell'altro discepolo del Battista che seguì Gesù Giovanni 1:35-40. Egli ci è meglio noto come «il discepolo che Gesù amava» e, dopo Paolo, è l'autore più fecondo del Nuovo Testamento. Si suppone che fosse il più giovane di tutti gli Apostoli, e sappiamo infatti che sopravvisse a tutti i suoi colleghi.

PASSI PARALLELI

Matteo 19:28; 26:20,47; Marco 3:13-14; 6:7-13; Luca 6:13; Giovanni 6:70; Apocalisse 12:1

Apocalisse 21:12-14

Matteo 6:13; 28:18-19; Marco 3:15; 16:17-18; Luca 9:1-6; 10:19; 21:15; 24:49

Giovanni 3:27,35; 17:2; 20:21-23; Atti 1:8; 3:15-16; 19:15

Luca 6:13; 9:10; 11:49; 22:14; Atti 1:26; Efesini 4:11; Ebrei 3:1; Apocalisse 18:20

Matteo 4:18; 16:16-18; Marco 1:16-17; 3:16; Luca 6:14; Giovanni 1:40-42; Atti 1:13

1Pietro 1:1; 2Pietro 1:1

Marco 1:29; 3:18; 13:3; Giovanni 6:8; 12:22

Matteo 4:21; 17:1; 20:20; 26:37; Marco 3:17; Luca 5:10; Giovanni 21:2; Atti 12:2

1Corinzi 15:7

Luca 22:8; Giovanni 13:23; 20:2; 21:20,24; Atti 3:1; 1Giovanni 1:3-4; 2Giovanni 1

3Giovanni 1

Apocalisse 1:1,9; 22:8

3 3. Filippo,

era di Betsaida, come i quattro Apostoli sopraccennati, e probabilmente era pescatore come essi, benché non sia mai menzionato come tale. Egli, fu chiamato ad esser discepolo, dallo stesso Signore Gesù, il giorno dopo che Andrea, Giovanni e Pietro ebbero creduto in lui Giovanni 1:43.

e Bartolomeo;

cioè «figlio di Tolomeo», perché Bar in siriaco significa figlio Vedi Bartimeo, Marco 10:46; Bargiona, Matteo 16:17; Barsaba, Atti 1:23; Bargesù, Atti 13:6. Che questo personaggio sia lo stesso che Natanaele di Cana di Galilea, si argomenta giustamente dalle seguenti tre ragioni:

1. Bartolomeo non è tanto un nome quanto un soprannome di famiglia;

2. non solo in questa lista, ma sì ancora in quelle di Marco e di Luca, il suo nome viene dopo quello di Filippo che servì di strumento per condurre Natanaele a Gesù Giovanni 1:45;

3. quando il Signore, dopo la sua risurrezione, apparve ai discepoli, sul lido del mare di Tiberiade, viene menzionato, insieme agli altri sei, ivi presenti, che erano tutti Apostoli. "Natanaele di Cana in Galilea" Giovanni 21:2.

Toma,

era anche chiamato Didimo, la prima parola significando gemello in lingua aramea, e la seconda pure gemello in lingua greca. Non abbiamo notizia nella Scrittura, né della sua famiglia, né del suo paese natio, né della sua professione,

e Matteo il pubblicano;

Con tale appellativo questi è chiaramente identificato col Matteo del cap. 9. Egli era figlio d'un certo Alfeo, ma evidentemente non dell'Alfeo nominato più sotto, altrimenti l'Evangelista, seguendo lo stile già adottato rispetto ai figli di Giona e di Zebedeo, avrebbe scritto: Matteo il pubblicano, figlio di Alfeo e Giacomo suo fratello. In nessuna delle quattro liste dei dodici, questo apostolo viene stigmatizzato col nome di pubblicano, fuorché nella sua propria, come se egli intendesse di far sapere a tutti quanto grande fosse il debito che aveva col suo Signore.

Giacomo di Alfeo;

ossia figlio di Alfeo. Questo era il metodo comune presso gli Ebrei, per distinguere una persona da altre del medesimo nome, ed è tuttora praticato in Italia; per esempio Giovanni di Luigi, ecc. Il Nuovo Testamento ci parla di tre personaggi chiamati Giacomo; cioè del figlio di Zebedeo soprannominato il maggiore, del figlio di Alfeo soprannominato il minore, e di Giacomo il fratello del Signore Galati 1:19.

È stata agitata per secoli e non è ancora risoluta la questione, se questi due ultimi "Giacomo" debbano ritenersi come due persone distinte, o come una sola e medesima persona. Quelli che considerano come una sola persona, suppongono che Alfeo e Cleopa sieno due forme diverse del medesimo nome; che la madre di Giacomo e di Jose Marco 15:40 fosse moglie di lui come pure sorella di Maria madre del Signore; e che, nella sua qualità di cugino primo di Gesù, gli fosse applicato da Paolo il titolo di "fratello del Signore". Secondo questa supposizione, egli, sarebbe l'autore dell'Epistola di Giacomo, e quello stesso che è nominato, negli Atti come Preside o Angelo della chiesa cristiana primitiva di Gerusalemme, e che portò il soprannome di Giusto. In prova di questa identità si cita Paolo, Galati 1:19, come quello che riconosce l'apostolato di Giacomo, il fratello del Signore; ma è stato osservato da Neander e da altri che le parole se non Giacomo, di quel versetto, non includono necessariamente, secondo l'uso greco, Giacomo fra gli Apostoli e che inoltre Paolo potrebbe avere applicato quel titolo, in un senso generico, anche a Giacomo, come fa Luca a Barnaba Atti 14:4, il quale non era dei dodici. Quelli che riguardano come due distinte persone Giacomo di Alfeo e Giacomo il fratello del Signore, ritengono la parentela accennata di sopra, su cui gli altri si fondano, come per lo meno incerta; e dalla inverosimiglianza di due sorelle portanti il medesimo nome, come pure dal fatto che i fratelli del Signore rifiutarono di credere in lui, anche molto tempo dopo che Giacomo figliuolo di Alfeo era stato eletto all'apostolato, concludono che il Giacomo menzionato negli Atti e nei Galati, come soprintendente della Chiesa di Gerusalemme, era una persona diversa da questo Giacomo figlio di Alfeo. Vedi la nota Matteo 13:55, ove trattasi più distesamente questo punto. È stato obiettato che, secondo questo modo di vedere, Giacomo il minore, figlio di Alfeo, sparirebbe affatto dalla scena, dopo la dispersione che tenne dietro alla morte di Stefano; ma questo è precisamente, quello che accadde di fatto per la maggior parte degli Apostoli, e sta in perfetta armonia col comando del Signore: "Andate adunque, e ammaestrate tutti i popoli", ecc. Matteo 28:19; mentre il rimanere stazionario in Gerusalemme, per esser conduttore di una singola Chiesa, ne sarebbe stata, secondo noi, una evidente infrazione. Ora, che la Chiesa di Gerusalemme, dopo che gli Apostoli furono partiti per la loro missione, scegliesse per suo pastore e presidente uno che era, non solamente rispettato ed amato per la sua integrità di vita e devozione alla legge levitica, di cui era zelante sostenitore Atti 21:20, ma eziandio vincolato per parentela a nostro Signore, ciò è sommamente naturale; e l'Epistola di Giacomo l'autore della quale non pretende al titolo d'Apostolo ci offre, nel suo stesso testo, la prova che fu scritta da uno, il quale, pur essendo fedele cristiano, era anche zelante della legge di Mosè. Se adottiamo questo modo di vedere, noi troviamo in Giuda autore di una breve epistola, in cui si dichiara «fratello di Giacomo un altro dei fratelli di Gesù, figlio di Giuseppe e di Maria, e non il Giuda detto «Taddeo» o «Giuda di Giacomo», benché l'ellissi, in Luca 6:16, contrariamente all'uso comune, ma per sostegno della dottrina della perpetua verginità di Maria, sia stata riempita dalla tradizione, con la parola fratello invece di figlio. Per tutta l'erudizione spettante a questa materia, il lettore può ricorrere all'introduzione al N. Test. di Hug, all'introduzione di Michaelis, alla Storia della Chiesa di Neander, e alla Credibilità della Storia del Vangelo, di Lardner.

e Taddeo;

un antico msc. lo chiama pure Lebbeo che vale coraggioso; Taddeo vale caro, diletto, da Tad mammella Nella lista di Marco, questo Apostolo è chiamato soltanto Taddeo, e nelle due liste di Luca non si trova né l'uno né l'altro di questi nomi, ma, in loro vece, si legge quello di Giuda di Giacomo, l'Apostolo senza dubbio che Giovanni menziona Matteo 14:22 come «Giuda non l'Iscariot». Ma, sebbene nella maggior parte delle traduzioni, del Nuovo Testamento si trovi inserita la parola fratello, dopo il nome di Giuda, essa non esiste nell'originale greco. La stessa ellissi che abbiamo vista nel caso di Giacomo e di altri, accennati di sopra, si trova anche qui, e doveva, secondo l'uso, essere completata, come lo è difatti nella versione siriaca, ove si legge Giuda figlio di Giacomo. La ragione per inserire la parola fratello deve, senza dubbio, attribuirsi al fatto che lo scrittore della breve epistola di Giuda, si dà per fratello di Giacomo; e da ciò si concluse subito che egli non poteva essere altri elle l'Apostolo di quel nome, il quale, da Girolamo, viene chiamato felicemente il trinominato Apostolo. Non vi è motivo di dubitare che gli autori delle epistole di Giacomo e di Giuda fossero fratelli. Coloro che ritengono essere la prima stata scritta da Giacomo figlio di Alfeo, attribuiscono la seconda all'Apostolo «Giuda non l'Iscariot», il quale anche, secondo la loro teoria, sarebbe figlio di Alfeo; mentre quelli che la attribuiscono prima a Giacomo, il fratello del Signore, e figlio di Giuseppe e Maria, pastore e preside della Chiesa di Gerusalemme, attribuiscono la seconda a Giuda, altro fratello di Gesù, e figlio più giovane di Giuseppe e Maria Matteo 13:55. Questa opinione è preferibile:

1. perché il titolo servo, che lo scrittore assume, non si trova mai nelle altre epistole apostoliche, eccettuato in quella di Giacomo, come unico qualificativo, fuorché quando un Apostolo nello scrivere si associava uno di grado inferiore, come fa per esempio Paolo con Timoteo;

2. perché è sommamente inverosimile, che se Giuda, l'apostolo è l'autore d'una epistola in cui trovansi solenni ammonimenti ed esortazioni, egli abbia lasciato nell'ombra il suo augusto mandato di Apostolo, e si sia fatto conoscere soltanto come fratello di Giacomo. D'altra parte, se lo scrittore non fosse un Apostolo, un siffatto procedere diverrebbe naturalissimo. Essendo relativamente poco conosciuto di persona, e rifuggendo per modestia dal vantare relazioni con Gesù, Giuda cercava di attirare l'attenzione sopra la sua epistola menzionando la propria parentela con Giacomo, il quale, come soprintendente della Chiesa di Gerusalemme, era più conosciuto di lui. Supponendo dunque che l'Apostolo Lebbeo-Taddeo-Giuda fosse figlio di un certo Giacomo, e non d'Alfeo, la Scrittura non ci offrirebbe traccia di lui, eccetto la domanda da lui fatta a Gesù Giovanni 14:22.

PASSI PARALLELI

Marco 3:18; Luca 6:14; Giovanni 1:43-46; 6:5-7; 12:21-22; 14:9

Luca 6:15; Giovanni 11:16; 20:24-29; 21:2

Matteo 9:9; Marco 2:14; Luca 5:27

Luca 6:15; Atti 1:13

Matteo 27:56; Marco 3:18; Luca 6:15-16; Atti 1:13; 12:17; 15:13; 21:18

Galati 1:19; 2:9; Giacomo 1:1

Marco 3:18; Luca 6:16

Giovanni 14:22

4 4. Simone Cananeo;

Quelli che considerano come figli d'Alfeo i fratelli di Gesù Matteo 13:55, trovano un altro fratello in questo Apostolo, ma il fatto sopra indicato, che essi credettero in Gesù molto tempo dopo la elezione di Simone, e che di essi si parla nel Nuovo Testamento come di persone distinte affatto dai dodici, dovrebbe bastare per far respingere questa supposizione. In nessuna lista viene fatta menzione del padre di questo Apostolo. Il soprannome di Cananeo ha condotto alcuni a congetturare che egli discendesse dalla stirpe degli antichi abitanti di Canaan; mentre altri han fatto derivare quel soprannome dal villaggio di Cana in Galilea, del quale lo considerano come nativo. Ma Luca, nella sua lista, ci dà il bandolo per scoprire il significato di questo soprannome, col tradurlo in greco lo Zelote. Egli aveva fatto parte della setta così denominata dalla parola aramaica kannan, perché composta di fanatici aderenti delle istituzioni giudaiche, e avversari d'ogni transazione col paganesimo, i quali si arrogavano il diritto di fare sommaria giustizia sull'esempio di Fineas Numeri 25:11; Salmo 106:30, e coi loro sanguinari eccessi affrettarono la distruzione di Gerusalemme.

e Giuda l'Iscariota, quello stesso che poi lo tradì.

Sappiamo da Giovanni 6:71 che quest'uomo era figlio di un tale che portava il nome comunissimo di Simone. Il soprannome Iscariot gli fu dato per distinguerlo dall'altro Apostolo che portava lo stesso nome. Il soprannome si compone delle due parole ebraiche isch Keriot, l'uomo da Cheriot. probabilmente da Cheriot in Giuda Giosuè 15:25 o, secondo altri, da un villaggio di quel nome all'oriente, del Giordano. L'atto che lo ha fatto condannare alla universale infamia è qui rammentato, come pure da Marco e da Luca, come quello che gli darebbe la sua triste notorietà.

PASSI PARALLELI

Marco 3:18; Luca 6:15

Atti 1:13

Matteo 26:14,47; 27:3; Marco 3:19; 14:10,43; Luca 6:16; 22:3,47; Giovanni 6:71

Giovanni 13:2,26-30; 18:2-5; Atti 1:16-20,25

5 Matteo 10:5-42. ISTRUZIONI DATE AI DODICI Marco 6:7-13; Luca 9:1-6

Le istruzioni date dal vers. 5 al 15, si riferiscono specialmente alla breve missione che Gesù confidava allora ai suoi Apostoli; quelle dal 16 al 23, si riferiscono al ministerio evangelico in tutti i tempi; e nel resto del capitolo, sono relative al servigio di Cristo in generale. È stato osservato, come una valida conferma di questa triplice divisione, che il nostro Signore conchiude ciascuna parte con le parole: «Io vi dico in verità».

Direzioni per la presente missione Matteo 10:5-15

5. Questi dodici mandò Gesù, dando loro queste istruzioni:

Le solenni ingiunzioni che, qui si dànno, furono in gran parte ripetute, quando Gesù affidò una missione analoga ai settanta discepoli Luca 10:2, ecc., e probabilmente anche in altre occasioni.

Non andate tra i Gentili,

gr. nella via dei Gentili. Così ad essi era vietato, non solo di andare oltre i confini della Palestina, ma forse anche di entrare in alcuna delle città greche, situate entro le sue frontiere, a ponente e a levante del Giordano, e conosciute sotto il nome collettivo di Decapoli Vedi Matteo 4:25. Questa proibizione doveva essere di breve durata; ma fu necessaria, sia per formare gli apostoli, sia per compiere il divino disegno di fondare la Chiesa cristiana sulla base di quella giudaica, e di preparare, nella nazione israelitica, un focolare per ricevere il fuoco sacro,

e non entrate in alcuna città dei Samaritani.

I Samaritani erano una razza mista, un anello di congiunzione fra gli Ebrei ed i Gentili. In origine, pagani, introdotti nel regno d'Israele dagli Assiri, per riempire il vuoto lasciato dalle dieci tribù menate in cattività oltre l'Eufrate, essi s'imparentarono con matrimoni col rimanente degli Israeliti lasciati in patria, e si assimilarono, fino ad un certo segno, agli Ebrei, adottando la legge di Mosè, e facendo professione di adorare Jehova insieme ai loro idoli 2Re 17:26-41. Dopo che i Giudei, al loro ritorno da Babilonia, ebbero rifiutato di accettare la loro cooperazione nella costruzione del tempio di Gerusalemme, essi si eressero un tempio proprio sul monte Gherizim. In un periodo posteriore del suo ministero, nostro Signore non ebbe scrupolo di bandire la sua missione salvatrice in una delle loro città, e di raccogliere i primi frutti di una Chiesa extragiudaica Giovanni 4; e, dopo la effusione dello Spirito Santo, nel dì della Pentecoste la terra di Samaria fu la prima visitata dagli Apostoli, secondo l'ordine stesso di Cristo Atti 1:8. Ma, frattanto, gli Apostoli non dovevano entrare nelle sue città

PASSI PARALLELI

Matteo 22:3; Luca 9:2; 10:1; Giovanni 20:21

Matteo 4:15; Giovanni 7:35; Atti 10:45-48; 11:1-18; 22:21-23; Romani 15:8-9

1Tessalonicesi 2:16

2Re 17:24-41; Luca 9:52-54; Giovanni 4:5,9,20,22-24; Atti 1:8; 8:1,5-25

6 6. Ma andate piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele.

La loro missione temporanea era diretta ai discendenti d'Israele, rappresentati allora dalle tribù di Giuda e di Levi, e da tutti quei membri delle altre tribù che erano stati in esse incorporati chiamati «pecore perdute», peccatori e perché Isaia 53:6; 1Pietro 2:25, abbandonati e lasciati a vagare fuori della retta strada da infedeli pastori Geremia 50:6,17; Ezechiele 34:2-6.

PASSI PARALLELI

Matteo 15:24-26; Luca 24:47; Atti 3:26; 13:46; 18:6; 26:20; 28:25-28

Romani 11:11-15

Matteo 18:11; Salmo 119:176; Isaia 53:6; Geremia 50:6,17; Ezechiele 34:6,8,16

Luca 15:3-10; 1Pietro 2:25

7 7. E andando, predicate e dite: il regno dei cieli è vicino.

Letteralmente, strada facendo, predicate. Il soggetto della loro predicazione è lo stesso che, quello della predicazione di Cristo, cioè l'avvicinarsi del regno del Messia. La missione prima dei dodici fu una missione preparatoria ristretta agli Ebrei, ed intesa a destare l'attenzione, e preparare la via ad un più largo ed esplicito insegnamento.

PASSI PARALLELI

Matteo 4:17; 11:1; Isaia 61:1; Giovanni 3:2; Marco 6:12; Luca 9:60; 16:16; Atti 4:2

Matteo 3:2; 11:11-12; 21:31,43; 23:13; Luca 9:2,6; 10:9-11; Atti 10:25; 28:31

8 8. Sanate gl'infermi, risuscitate i morti, mondate i lebbrosi, cacciate i demoni;

Sono queste le credenziali miracolose con le quali il mandato degli Apostoli doveva essere autenticato. Le opere qui comandate erano esattamente le stesse che quelle compiute da Cristo medesimo Vedi Matteo 4:23;8:16;9:36. Noi abbiamo perciò un formale conferimento dei poteri straordinari di Gesù ai dodici, per un tempo limitato e per uno scopo speciale.

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

Gr. gratis. Ammirabile sentenza divina! È questa una necessaria cautela contro ogni uso mercenario ed egoistico dei poteri straordinari che non appartenevano loro in proprio, ma erano solo ad essi affidati per il bene degli altri Vedi Atti 8:18. La Chiesa di Roma, che vende tutte le grazie spirituali, è in diretta contraddizione con quest'ordine del nostro Signore.

PASSI PARALLELI

Matteo 10:1; Marco 16:18; Luca 10:9; Atti 4:9-10,30; 5:12-15

2Re 5:15-16,20-27; Atti 3:6; 8:18-23; 20:33-35

9 9. Non fate provvistone né di oro, né di argento, né di rame nelle vostre cinture; 10. né di sacca da viaggio.

«Sacca» fatta per lo più di pelle ed in cui il viaggiatore poteva riporre pane ed altre provviste per il viaggio. L'Arabo, non si mette mai in viaggio senza questa sacca.

10 né di due tuniche, né di calzari, né di bastone;

Il «non fate provvisione» di questi versetti, è reso più chiara dalla espressione corrispondente in Marco 6:8 e in Luca 11:3, ove si ordina loro «di non prendere nulla per lo viaggio»: dovevano andare così come erano, fidando in Colui che li inviava. Queste, provvisioni vietate erano di tre specie: danaro, cibo, e vestì, compreso in quest'ultime il bastone del viaggiatore.

perché l'operaio è degno del suo nutrimento.

nutrimento = mercede, Luca 10:7. È questo un principio, che, universalmente riconosciuto negli affari secolari, è qui autorevolmente applicato agli operai del Signore, e viene da Paolo ricordato ripetutamente nei suoi appelli alle Chiese Romani 15:27; 1Corinzi 9:11; Galati 6:6; 1Timoteo 5:18. Il Signore poneva così i suoi discepoli in uno stato che richiedeva una fede semplice quanto salda. Essi dovevano contare necessariamente sopra di lui, per la soddisfazione di tutti i loro materiali bisogni; ma queste ultime parole davano loro la certezza che nulla sarebbe loro mancato. Questo viaggio apostolico doveva esser breve; il suo scopo era quello di iniziare gli Apostoli all'opera loro assegnata, e quindi il Signore benignamente li esonerava da tutte le cure temperali ad esso connesse; ma appena ebbero ricevuta questa prima lezione, relativa all'evangelizzazione ed alla fiducia in lui, questi divieti furono tutti aboliti; ed ognuno ebbe ordine di provvedersi tutto quanto il necessario per il sostentamento e per la difesa della vita Luca 22:35-36. Questo per i preparativi della prima missione.

PASSI PARALLELI

Marco 6:8; Luca 9:3; 10:4; 22:35; 1Corinzi 9:7-27

1Samuele 9:7; 17:40

Luca 3:11; 2Timoteo 4:13

Luca 10:7-12; 1Corinzi 9:4-14; Galati 6:6-7; 1Timoteo 5:17-18

11 11. Or in qualunque città o villaggio sarete entrati, informatevi con cura chi sia ivi degno;

non per grado o ricchezze, ma per disposizione di spirito consentanea alla loro; uomini benemeriti e di buona fama fra i loro vicini per pietà ed ospitalità.

e dimorate da lui finché partiate.

Luca dice: «Non passate di casa in casa». Siccome la loro permanenza in ogni città o villaggio non doveva essere che breve, il mutare casa avrebbe, prodotto uno spreco di tempo, e sparso discredito sulla ospitalità del loro albergatore; avrebbe suggerito l'idea che essi non fossero rimasti contenti, mentre che dovevano essere d'animo cortese e accomodante e in qualsiasi luogo fossero accolti per l'amor del loro messaggio dovevano evitare di dare incomodo più del necessario.

PASSI PARALLELI

Genesi 19:1-3; Giudici 19:16-21; 1Re 17:9-24; Giobbe 31:32; Luca 10:38-42

Luca 19:7; Atti 16:15; 18:1-3; 3Giovanni 7-8

Marco 6:10; Luca 9:4; 10:7-8

12 12. E quando entrerete nella casa, salutatela.

testo em. Il saluto era: Pace sia su questa cosa! La casa s'intende qui di coloro che vi abitano, come pure nel versetto elle segue. Essi dovevano fare questo saluto ad ogni casa in cui entrerebbero, onde provare se n'era degna o no. Non doveva esservi nulla da parte loro che potesse dare un pretesto agli inquilini di far loro una villana accoglienza.

PASSI PARALLELI

Luca 10:5-6; Atti 10:36; 2Corinzi 5:20; 3Giovanni 14

13 13. E, se quella casa n'è degna, venga la pace vostra su lei; se poi non n'è degna, la vostra pace torni a voi.

In bocca a Cristo ed ai suoi Apostoli, questa pace, così nella sua essenza come nel modo di augurarla, significava qualche cosa di ben più elevato che non la formula abituale del saluto quotidiano. Cristo dichiara anticipatamente che egli ratificherà le benedizioni da loro invocate sulle famiglie che li riceverebbero. Per quanto accurate potessero essere le loro indagini, era probabile che il loro augurio cadrebbe talvolta su gente opposta al loro messaggio. In questo caso la loro preghiera doveva ritornare a loro: certamente essi non avrebbero nulla perduto per averla pronunziata. Stier osserva che lo spirito di questi ordini obbliga i ministri di Cristo a tutte le cortesie della buona creanza, usate nei paesi e nei tempi in cui la loro missione può esercitarsi; e lo stesso spirito vieta loro quell'orgoglio, che spesso deriva dal loro ufficio e per cui tanti ministri perdono l'affezione del loro gregge.

PASSI PARALLELI

Salmo 35:13; Luca 10:6; 2Corinzi 2:16

14 14. E, se alcuno non vi riceve, né ascolta le vostre parole, uscendo da quella casa, o da quella città, scotete la polvere dai vostri piedi.

Nel caso qui indicato, gli Apostoli dovevano partirsi, lasciando una pubblica e solenne protesta con lo scuotersi la polvere dai piedi. Marco 6:1; Luca 9:5 aggiungono le parole «in testimonianza contro a loro», le quali spiegano il senso di questo atto simbolico. Questa usanza particolare ebbe la sua origine tra i Farisei, i quali, ritornando in Giudea da un paese pagano, scuotevano alla frontiera la polvere dai sandali, in segno della loro rinunzia ad ogni relazione coi Gentili. Da parte degli Apostoli, questo atto poteva aver due significati:

1. «Non prendiamo con noi nulla di vostro, ci sciogliamo da ogni contatto o comunione con voi». Si veda questo più esplicitamente espresso in Luca 10:11.

2. «Noi ci liberiamo da ogni responsabilità relativamente alla vostra condanna; voi rigettaste il messaggio di salvazione che vi portammo; noi siamo innocenti del vostro sangue». Siccome la loro missione era breve, e il loro tempo prezioso, il dovere degli Apostoli era di protestare e poi partire; ma il loro esempio non sarebbe imitabile dai ministri dei nostri tempi, perché il numero degli operai spirituali è grandemente aumentato; e sebbene molti possano volontariamente indurire i loro cuori, tuttavia le moltitudini rigettano il vangelo piuttosto per ignoranza, la quale può superarsi colla benedizione dello Spirito Santo. Perciò è dovere dei predicatori di perdurare laddove cominciarono e di insistere «in tempo e fuor di tempo».

PASSI PARALLELI

Matteo 10:40-41; 18:5; Marco 6:11; 9:37; Luca 9:5,48; 10:10-11; Giovanni 13:20

1Tessalonicesi 4:8

Nehemia 5:13; Atti 13:51; 18:6; 20:26-27

15 15. Io vi dico, in verità, che il paese di Sodoma, e di Gomorra, nel giorno del giudizio sarà trattato con meno rigore di quella città.

Si tratta qui del giorno del giudizio e della condanna finale:

1. perché non cadde giammai sulle città giudaiche, neanche alla distruzione di Gerusalemme, un giudizio divino che si possa dire più severo di quello che colpì Sodoma e Gomorra;

2. perché il Signore parla pure del giudizio futuro degli abitanti di queste città, e non del giudizio temporale dal quale erano stati colpiti. La miscredenza è considerata dal Nuovo Testamento come il più grave dei peccati, perché è il rifiuto ad un tempo della verità, del perdono, e della vita Romani 2:8. Ci viene qui insegnato che le città della pianura del Giordano, date alle fiamme per le loro schifose oscenità, saranno considerate e trattate, all'ultimo giorno, come meno colpevoli, perché meno favorite, di quelle popolazioni, le quali, sebbene meno corrotte, rigettano il messaggio del vangelo, e disprezzano coloro che lo predicano. Gesù chiude questa prima parte della sua allocuzione agli Apostoli colla solenne affermazione: «in verità io vi dico».

PASSI PARALLELI

Matteo 5:18; 24:34-35

Matteo 11:22-24; Ezechiele 16:48-56; Marco 6:11; Luca 10:11-12; Giovanni 15:22-24

Matteo 12:36; 2Pietro 2:9; 3:7; 1Giovanni 4:17

16 

Istruzioni per il futuro e permanente esercizio dei ministero evangelico Matteo 10:16-23

16. Ecco, io vi mando come pecore in mezzo dei lupi;

Qui comincia la seconda parte di questo discorso, la quale si riferisce non tanto al primo giro di predicazione degli Apostoli, quanto alle loro future fatiche, così fra gli Ebrei come fra i Gentili; essa abbraccia quindi il ministero cristiano permanente. La parola IO è molto espressiva; essa richiama l'attenzione a Cristo in persona, al buon Pastore che certamente aveva la volontà ed il potere di proteggere le sue pecore dai lupi. La inimicizia del mondo verso i discepoli di Cristo, la incapacità di questi a resistervi, e le speciali qualità di cui hanno bisogno nel loro quotidiano contatto col mondo, sono illustrate in questo versetto con esempi tratti dal regno animale. La «pecora», che è incapace di difendersi, è l'illustrazione che dà il Signore di ciò che i suoi Apostoli, i suoi ministri, ed i suoi veri discepoli dovranno essere in ogni secolo. Il loro modello è Cristo, «il quale, oltraggiato, non oltraggiava all'incontro: patendo, non minacciava; ma si rimetteva in mano di Colui che giudica giustamente» 1Pietro 2:23, le loro armi non sono carnali, ma spirituali; essi non possono, in buona coscienza, combattere il mondo con le sue stesse armi, sebbene troppi pretesi discepoli di Cristo lo facciano. Il «lupo» rapace, crudele, implacabile ed insaziabile nella sua sete di sangue, è l'emblema col quale Gesù designa il mondo non convertito, a cui gli Apostoli venivano mandati per illuminarlo, e da cui dovevano soffrire la morte insieme con molti altri credenti. Vedi Matteo 7:15. Stier fa la seguente osservazione: «Mandare il lupo fra le pecore, è già una cosa molto pericolosa, ma qui le deboli pecore sono mandate in mezzo ai lupi, non semplicemente per dimorare fra mezzo a loro, ma per combattere una guerra di conquista contro di loro». Le qualità necessarie per ottenere gradatamente la vittoria sopra i nemici vengono poi simboleggiate con la principale caratteristica di due altri animali: il servente e la colomba.

siate dunque prudenti come serpenti,

La parola prudente, è la traduzione greca della parola ebraica arum astuto, Genesi 3:1. Nei geroglifici dell'Egitto il serpente è il simbolo della sapienza e dell'astuzia; e tale emblema è passato in uso in tutte le nazioni. Il serpente, è perspicace nello scorgere il pericolo e pronto nell'evitarlo.

e semplici come colombe.

Cioè innocenti, senza frode per quanto quell'elemento può conciliarsi colla prudenza del serpente. Combinazione meravigliosa! La sapienza dei serpente è meramente astuzia, e l'innocenza della colomba poco meglio che debolezza; ma, una volta combinate ne' discepoli, la prudenza del serpente li salverebbe dall'esporsi inutilmente al pericolo, e l'innocenza della colomba da peccaminosi espedienti per scampare. Quanto queste qualità furono armoniosamente spiegate nell'età apostolica! Invece della sete fanatica del martirio, vi era una prudente combinazione di inflessibile zelo e di tranquilla moderazione, innanzi a cui niente doveva resistere. Il verbo vale diventate, principiate ad essere ciò che non siete né per natura, né per abito, e quello che non potete essere prima di aver provato un cambiamento nei vostri cuori. Essere prudente nello scegliere il tempo ed il modo più acconcio di «dichiarare tutto il consiglio di Dio» Atti 20:27, senza lasciarsi cogliere da timore codardo, è una delle maggiori difficoltà per un fedele ministro di Cristo, la quale sovente lo spinge ad esclamare con Paolo: «Chi è sufficienti a queste cose?».

PASSI PARALLELI

Luca 10:3; Atti 20:29

Genesi 3:1,13; Luca 21:15; Romani 16:19; 1Corinzi 14:20; 2Corinzi 11:3,14; Efesini 5:15-17

Colossesi 1:9; 4:5

Romani 16:18-19; 2Corinzi 1:12; 8:20; 11:3; Filippesi 2:15; 1Tessalonicesi 2:10; 5:22

17 17. E guardatevi dagli uomini;

Bisogna unire la cautela e la prudenza coll'illibatezza della vita, onde evitare i lacci e le persecuzioni dei mondani.

perché vi metteranno in man dei tribunali,

Non del Sinedrio o Gran Consiglio della nazione ebraica, perché la parola si trova qui al numero plurale, e si riferisce alle corti inferiori, dette le Corti dei sette, istituite in ogni città a giudicare le cause civili e criminali.

e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe.

La flagellazione inflitta dai giudici ebrei consisteva in trentanove frustate inflitte sul petto e sulle spalle del paziente che talvolta soccombeva. in altri casi si trattava di battiture inflitte con ira tumultuosa dai persecutori. Cfr. Atti 22:19.

PASSI PARALLELI

Michea 7:5; Marco 13:9,12; Atti 14:5-6; 17:14; 23:12-22; 2Corinzi 11:24-26

Filippesi 3:2; 2Timoteo 4:15

Matteo 24:9-10; Marco 13:9; Luca 12:11; 21:12-13; Giovanni 16:2; Atti 4:6-22; 5:26-42

Atti 23:1-11

Matteo 5:22; 26:59; Giovanni 11:47

Matteo 20:19; 23:34; Deuteronomio 25:2-3; Atti 5:40; 22:19; 26:11; 2Corinzi 11:24-25

Ebrei 11:36

18 18. E sarete menati davanti a governatori,

cioè davanti ai magistrati romani di vari gradi proconsoli, pretori e procuratori, come Ponzio Pilato. Felice, Pesto, Sergio Paolo, ecc.

e re,

La parola «re» si riferisce qui in primo luogo al principi tributari, come Erode Agrippa, poi ai sovrani di altri paesi ove essi dovevano predicare il vangelo, e finalmente agli imperatori romani, perché il titolo era sovente applicato ai Cesari. Questi titoli, in una parola, denotano la intera classe dei governanti dispotici, i quali esercitano il potere individualmente, in opposizione ai corpi collettivi come corti, consigli, ecc., che dividono il potere fra i loro membri. Esse si riferiscono alle persecuzioni mosse ai Cristiani dai Gentili.

per cagione mia; per servir di testimonianza dinanzi a loro, ed ai Gentili.

Le parole «a loro» si applicano, da alcuni, agli Ebrei, perché poi si nominano anche i Gentili; ma è più naturale riferirle ai «rettori e re» sopraccennati che esercitavano autorità sopra i Gentili. Per bocca dei perseguitati essi potevano udire la Buona Novella e costatare nella loro condotta la potenza della fede cristiana.

PASSI PARALLELI

Salmo 2:1-6; Atti 5:25-27; 12:1-4; 23:33-34; 24:1-26:32; 2Timoteo 4:16-17

Matteo 8:4; Marco 13:9; 2Timoteo 1:8; Apocalisse 1:9; 6:9; 11:7

19 19. Ma, quando vi metteranno nelle loro mani, non state in ansietà del come parlerete o di quel che avrete a dire; perché in quell'ora stessa, vi sarà dato ciò che avrete a dire. 20. Poiché non siete voi che parlate, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.

Gesù non proibisce qui ai suoi ministri di ordinare le loro idee, per difendere le loro persone e fare l'apologia del vangelo, per il quale sono incarcerati; ma proibisce loro di essere ansiosi, inquieti, come se tutto dipendesse dall'opera loro. Gesù li assicura che, quando verrà l'ora della prova, essi troveranno in abbondanza gli argomenti necessari alla loro difesa, perché lo Spirito Santo «verrà in aiuto alla loro debolezza» Luca 21:15. Il Signore non parla qui della preparazione necessaria per il ministero evangelico, ma soltanto della difesa da farsi da coloro che sono tratti dinanzi ai tribunali terreni, per amor suo. Egli stesso ha istruito i suoi discepoli, durante il suo ministerio. La promessa di Gesù si trova adempita, nel modo più evidente, ad ogni passo degli annali della persecuzione religiosa, dai tempi degli Apostoli fino al nostri giorni.

Questo passo ed i corrispondenti Marco 13:11; Luca 12:12; 21:15, ci mostrano che:

1. lo Spirito Santo darebbe ai testimoni non solo le idee e l'ardire, ma ancora la conveniente e calzante espressione.

2. questa ispirazione non doveva però far di loro degli automi. La ispirazione non paralizzava né sospendeva l'azione delle loro facoltà naturali, anzi la esaltava in sommo grado. Essi conservavano ciascuno il proprio carattere personale.

3. Possiamo congetturare che, se questa completa e piena ispirazione era necessaria in occasione del loro comparire dinanzi a magistrati persecutori, non era meno indispensabile quando si trattava di esporre la dottrina cristiana nei libri, che dovevano formare il permanente deposito della verità divina, per il genere umano. Cfr. 1Corinzi 2:9-16.

PASSI PARALLELI

Marco 13:11-13; Luca 12:11; 21:14-15

Matteo 6:25,31,34; Filippesi 4:6; Giacomo 1:5

Esodo 4:12,15; Geremia 1:7,9; Daniele 3:16-18; Atti 4:8-14; 5:29-33; 6:10

Atti 26:2-11; 2Timoteo 4:17

2Samuele 23:2; Marco 12:36; Luca 11:13; 21:15; Atti 2:4; 4:8; 6:10; 7:55-56

Atti 28:25; 1Pietro 1:12; 2Pietro 1:21

Matteo 6:32; Luca 12:30-32

21 21. Or il fratello darà il fratello a morte, e il padre il figliuolo; e i figliuoli si leveranno contro i genitori e li faranno morire.

Le persone dalle quali sarebbero tradotti davanti ai magistrati non dovevano essere soltanto pubblici ufficiali, od aperti nemici; anzi, il Signore avverte i suoi discepoli che il più acerbo dei loro patimenti sarebbe spesso l'esser traditi e deliberatamente consegnati ai loro nemici dai loro famigliari più prossimi e più diletti, i quali sacrificherebbero fratelli figli o genitori, non soltanto per, salvare le loro proprie vite, ma per odio alla verità. Il Signore avverte inoltre i suoi discepoli Luca 12:49,53, che a motivo dell'odio dei cuori carnali verso ogni cosa santa, la proclamazione del suo regno di pace sulla terra potrebbe essere il segnale di una guerra feroce, la quale agiterebbe tutte le classi della società, e dividerebbe le famiglie Cfr. Galati 4:29.

PASSI PARALLELI

Matteo 10:34-36; 24:10; Michea 7:5-6; Zaccaria 13:3; Marco 13:12-13; Luca 12:51-53

Luca 21:16-17

2Samuele 16:11; 17:1-4; Giobbe 19:19

22 22. E sarete odiati da tutti a cagione del mio nome;

Non solo nel cerchio della famiglia, ma generalmente da uomini appartenenti a tutte le classi ed a tutte le razze; perché la vita dei Cristiani, nonché le loro dottrine, verrebbero in urto colla corruzione naturale del cuore umano. Quest'odio sarebbe per loro onorevole, perché non suscitato dalle loro cattive azioni, ma dal loro amore e dal loro zelo per il Salvatore.

ma chi avrà sostenuto fino alla fine sarà salvato.

Il participio qui usato, indica, non una rassegnazione passiva, ma una perseveranza attiva nella fede e nella condotta, la quale provoca le persecuzioni. Il fino alla fine secondo Stier Alford ed altri, si riferisce in primo luogo alla distruzione di Gerusalemme, ed avrà il suo pieno adempimento quando il Signore verrà a giudicare il mondo. Ma un'obbiezione molto seria a tale spiegazione si è, che, a questo modo, si escluderebbero dalla salvazione quelle stesse persone a cui è rivolto il discorso, giacché tutti gli Apostoli, ad eccezione di Giovanni, morirono probabilmente prima della distruzione di Gerusalemme e si escluderebbero altresì tutti coloro che soffrirono persecuzioni per Gesù Cristo, dopo l'anno 70 dell'era volgare. Per ragioni analoghe, non può esser fatta allusione al giorno del giudizio, poiché, se così fosse, quelli soltanto che saranno vivi alla venuta di Cristo sarebbero salvi. «La fine» non indica qui un tempo fisso, ma accenna alla intensità ed alla durata delle prove, per le quali un cristiano è chiamato a passare per amore di Cristo. Non ci scosteremo dal vero scorgendo in questa fine la morte che segna il termine del periodo delle prove, delle lotte contro il demonio, il mondo e la carne. Alla Chiesa di Smirne il Signore dice: «Sii fedele fino alla morte, ed io ti darò, la corona della vita» Apocalisse 11:10. Queste mirabili parole furono ripetute dal Signore, nel cap. Matteo 24:13; e sono spesso citate nelle Epistole come avvertimento contro l'apostasia, e contro le ricadute nel peccato Ebrei 3:6,13;6:4-6;10:23,26,29,38-39.

PASSI PARALLELI

Matteo 24:9; Isaia 66:5-6; Luca 6:22; Giovanni 7:7; 15:18-19; 17:14; 1Giovanni 3:13

Matteo 10:39; 5:11; Giovanni 15:21; Atti 9:16; 2Corinzi 4:11; Apocalisse 2:3

Matteo 24:13; Daniele 12:12-13; Marco 13:13; Luca 8:15; Romani 2:7; Galati 6:9; Ebrei 3:14

Ebrei 6:11; Giacomo 1:12; Giuda 20-21; Apocalisse 2:7,10,17,26; 3:21

23 23. E quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un'altra;

Nostro Signore non approva il fanatico zelo che ricerca il pericolo e spinge al martirio. È possibile che, sotto pretesto di zelo eccessivo per la causa di Cristo, s'infranga il sesto comandamento, «Non uccidere»; ma Gesù condanna ciò, nel tempo stesso che ci comanda di non far conto della nostra vita per amor suo. Quando in qualche città dove trovansi gli Apostoli, i contrasti e le persecuzioni divenivano più forti, da impedir loro di compiere la loro missione, essi non dovevano ostinarsi a restarvi e farvisi uccidere; ma dovevano scuotersi la polvere dai piedi e fuggire alla città vicina, e colà da capo predicare la salvazione, mediante la croce di Cristo.

perché io vi dico in verità, che non avrete finito di percorrere le città d'Israele, prima che il Figliuol dell'uomo sia venuto.

La raccolta era abbondante, i lavoratori pochi, il tempo breve, e tutto ciò che doveva esser fatto, si poteva appena fare prima che il Signore arrivasse. Questa è la ragione addotta da Gesù perché, sorgendo persecuzioni in una città, essi fuggissero in un'altra; e con la solenne affermazione «in verità io vi dico», egli conclude la seconda parte di questo capitolo. Il senso di questo versetto dipende necessariamente dal significato che si attribuisce alla venuta del Figliuol dell'uomo.

Nessun soggetto biblico ha aperto più largo campo alle speculazioni; ma noi lo consideriamo qui soltanto nella sua stretta relazione col testo. Oltre la prima venuta del Signore in carne, e la sua seconda venuta nella gloria per giudicare i vivi ed i morti, vi hanno molti passi in cui si discorre chiaramente della venuta spirituale di Cristo, che si manifesta ora con grazie sue speciali ed ora con grandi castighi. Vi sono due passi segnatamente Matteo 16:28; Marco 9:1, che restringono questa venuta al giudizio esercitato sulla nazione ebraica colla distruzione di Gerusalemme e coll'abolizione del suo culto, poiché Gesù dichiara, senza equivoco, che ciò sarebbe accaduto durante la vita di alcuni di coloro che allora gli stavano attorno. Tale è, in questo passo, il vero significato della venuta del Figliuolo dell'uomo. Essa si riferisce allo stabilimento del regno di Cristo sulle rovine dell'antica economia. È questo il significato primo delle espressioni «la venuta del Figliuolo dell'uomo». Cfr. Matteo 16:28;24:27,34. In altri passi esse si riferiscono alla sua seconda venuta nella gloria.

PASSI PARALLELI

Matteo 2:13; 4:12; 12:14-15; Luca 4:29-31; Giovanni 7:1; 10:39-42; 11:53-54

Atti 8:1; 9:24-25; 13:50-51; 14:6-7,19-20; 17:10,14; 20:1

Matteo 16:28; 24:27,30,48; 25:13; 26:64; Marco 13:26; Luca 18:8; 21:27

24 

Direzioni per il servizio di Cristo in generale Matteo 10:24-42

24. Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più dei suo signore. 25. Basti al discepolo di essere come ti suo maestro, e al servo di essere come il suo signore;

In questi, due versetti si accenna ad una triplice relazione in cui Gesù e i suoi discepoli si trovano l'uno verso gli altri, cioè discepolo e maestro, servo e signore, persona di casa e padrone di casa. Queste relazioni sono spesso mentovate separatamente, altrove. La massima contenuta in questi versetti è così conforme all'esperienza degli uomini che è passata in proverbio. Essa è usata in vari sensi, in Luca 6:40, e in Giovanni 13:16. Qui si vuol dire che i discepoli di Cristo non devono aspettarsi una sorte migliore di quella toccata al loro maestro, ma si chiamino contenti se peggio non avverrà a loro.

25 se han chiamato il padrone Beelzebub, quanto più chiameranno così quei di casa sua!

Cristo è il padrone di casa, i discepoli sono i membri della sua famiglia spirituale. In tutti i MSS. greci, il nome è «Beelzebul», e questa è indubitatamente la vera ortografia. Esso deriva da «Baalzebub», una delle principali divinità dei Filistei, il cui tempio era in Ecron. Il nome del dio filisteo è formato con le due parole Baal, signore o padrone, e zebub, mosca, e significa dio delle mosche. Ma, siccome era uso comune fra gli Ebrei, quando volevano significare scherno, di mutilare o alterare il nome della persona o della cosa da loro odiata, è probabile che il cambiamento di Baalzebub in Beelzebul si spieghi in questo modo. Però, in processo di tempo, la parola Zebul venne ad essere usata dagli scrittori rabbinici per significare prima letame, e quindi idoli, cioè oggetti ripugnanti ed abominevoli; cosicché il nome può significare o «re degli idoli», o «re delle immondizie». Gli Ebrei davan questo nome a Satana, come al re dei demoni Matteo 12:24; e in questo senso, Gesù assicura che i suoi nemici glielo applicarono. Ad ogni modo, non si può immaginare, per un uomo, un più obbrobrioso epiteto. Sta di fatto che le calunnie più atroci sono state lanciate nel corso dei secoli contro i discepoli del Signore e che sono stati dati ad essi i nomi più obbrobriosi.

PASSI PARALLELI

2Samuele 11:11; Luca 6:40; Giovanni 13:16; 15:20; Ebrei 12:2-4

Matteo 9:34; 12:24; Marco 3:22; Luca 11:15; Giovanni 7:20; 8:48,52; 10:20

26 26. Non li temete dunque; poiché non v'è niente di nascosto, che non abbia ad essere scoperto; né di occulto, che non abbia a venire a notizia.

Cristo non si commuoveva per i vituperi di cui il mondo lo copriva: questi né lo scoraggiavano, né gl'incutevano timore; e i discepoli suoi devono imitare il suo esempio. Le parole «Non v'è niente di nascosto, ecc. », furono proferite per loro incoraggiamento, e significano che la loro innocenza, la loro integrità, ed i loro principi, benché allora misconosciuti dal mondo, sarebbero stati a suo tempo rivelati.

PASSI PARALLELI

Matteo 10:28; Proverbi 28:1; 29:25; Isaia 41:10,14; 43:1-2 51:7-8,12-13

Geremia 1:8,17-18; Ezechiele 2:6; Atti 4:13,19; 1Pietro 3:14

Marco 4:22; Luca 8:17; 12:2-3; 24:47; Atti 1:8; 1Corinzi 4:5

27 27. Quello che io vi dico nelle tenebre ditelo voi nella luce; e quel che udite dettovi all'orecchio, predicatelo sui tetti.

Vi erano molte e buone ragioni per cui Gesù non poteva dichiararsi, alla primo, per il Messia, e perciò egli ammaestrava gli Apostoli privatamente; ma le sue dottrine non eran destinate a loro soli, né a pochi favoriti, anzi erano loro rivelate, affinché poi essi ed i loro successori le proclamassero da un capo all'altro della terra. I tetti piani delle case di Siria sono luoghi di ritrovo, e Thomson c'informa che usasi tuttora, nei villaggi di Palestina, di fare le proclamazioni ufficiali dal tetto di una delle case più alte, essendo questo il modo più spiccio di farle udire al popolo congregato sui tetti circostanti o nella strada.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:1-17,34-35; Luca 8:10; Giovanni 16:1,13,25,29; 2Corinzi 3:12

Proverbi 1:20-23; 8:1-5; Atti 5:20,28; 17:17

28 28. E non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccider l'anima;

Poteva muoversi l'obbiezione: «Se io proclamo altamente tutto ciò che il mio Signore mi ha insegnato, corro il rischio della vita». Questo versetto dà la risposta: Può essere così, ma che per ciò? Il potere dei vostri nemici finisce assolutamente qui, e più presto o più tardi, voi dovrete sottomettervi alla morte temporale; la parte spirituale della vostra natura però non ha nulla da temere dal furore dell'uomo. Ma vi è Uno, di cui voi siete servi, il quale, se gli disobbedite, ha la potenza di far perire l'anima non meno che il corpo; perciò cessate di temere il furor dell'uomo, ma temete d'incorrere nella collera di Dio. Tale è il concetto di questo versetto. L'avvertimento è formulato anche più solennemente in Luca 12:5: «Ma io vi mostrerò chi dovete temere».

temete piuttosto colui che può far perire e l'anima e il corpo nella geenna.

Stier sostiene, nel modo più riciso, che quel «colui», di cui parla Gesù in questo punto, è Satana: Ma non si trova nella Scrittura alcun passo in cui venga attribuita a Satana la potenza di far perire l'anima e il corpo nella geenna; Dio solo è sempre accennato come l'onnipotente dispensatore, sì dell'eterna vita che dell'eterna morte Vedi Romani 16:20; Efesini 6:16; Giacomo 4:7. Queste parole adunque si riferiscono a Dio, tanto qui che in Luca 12:5. Che cosa è «l'anima» ? Dai filosofi greci si faceva distinzione fra l'anima come sede dei sentimenti e desideri, e lo spirito, ossia la parte più alta della nostra natura. A questa distinzione si allude in alcuni passi del Nuovo Testamento Vedi Luca 1:46; 1Tessalonicesi 5:23; Ebrei 4:12; ma qui l'anima significa tutta la nostra natura spirituale in contrapposto alla vita del corpo. Sulla «Geenna», Vedi note Matteo 5:22. Prova decisiva è questa che c'è un inferno per il corpo non meno che per l'anima.

PASSI PARALLELI

Matteo 10:26; Isaia 8:12-13; 51:7,12; Daniele 3:10-18; Luca 12:4-5; Atti 20:23-24

Atti 21:13; Romani 8:35-39; 2Timoteo 4:6-8; Ebrei 11:35; 1Pietro 3:14; Apocalisse 2:10

Salmo 119:120; Ecclesiaste 5:7; 8:12-13; Isaia 66:2; Geremia 5:22; Ebrei 12:28-29

Matteo 25:46; Marco 9:43-48; Luca 16:22-26; Giovanni 5:29; 2Tessalonicesi 1:8-10

Apocalisse 20:10-15

29 29. Due passeri non si vendon essi per un soldo?

La moneta qui accennata è l'asse romano, di cui accorrevano 16 per formare il denaro d'argento, e di cui il quadranton Matteo 5:26 era la quarantesima parte Vedi Tavola delle Monete e Misure al principio del Vol. In Luca 12:6, si dice: «Cinque passeri non si vendono per due soldi?». Cosicché se un uomo comprava passeri per il valore di due soldi, invece di quattro, ne riceveva cinque, tanto era piccolo il loro valore.

Eppure non ne cade uno solo in terra senza del Padre vostro.

Secondo Luca: «E pur non uno di essi è dimenticato dinanzi a Dio». Che meravigliosa dimostrazione della sapienza, del potere, e della bontà di Dio nelle estesissime operazioni della sua provvidenza!

PASSI PARALLELI

Luca 12:6-7

Salmo 104:27-30

30 30. Ma, quant'è a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. 31. Non temete dunque; voi siete da più di molti passeri.

Avendo esortato i suoi uditori a santificare il Signore Iddio nei loro cuori, a temere lui solo Isaia 8:13, ed a bandire ogni paura di nemici terreni, Gesù avvalora le sue parole col dichiarare che Dio, il quale sta con essi in relazione di Padre, è il Dio della provvidenza, e che niente di piccolo o di grande può accadere nel nostro mondo senza che egli lo sappia e lo permetta; che sebbene i passeri sieno merce di scarso valore, «non uno di essi, è dimenticato da Iddio»; per innumerabili che sieno i capelli del nostro capo, Dio li ha contati fino ad uno; e se la sua provvidenza si abbassa ad oggetti così minuti, e di sì poco valore nella stima dell'uomo, quanto più guiderà egli ogni passo dei suoi figli redenti? Sarebbe impossibile descrivere meglio, con linguaggio umano le cure costanti della sempre vigile provvidenza di Dio.

PASSI PARALLELI

1Samuele 14:45; 2Samuele 14:11; 1Re 1:52; Luca 12:7; 21:18; Atti 27:34

Matteo 6:26; 12:11-12; Salmo 8:5; Luca 12:24; 1Corinzi 9:9-10

32 32. Chiunque adunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io riconoscerò lui davanti al Padre mio, che è ne' cieli. 33. Ma chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io rinnegherò lui davanti al Padre mio che è ne' cieli.

Chiunque adunque, senza temere gli uomini e fidente nella protezione del Padre Celeste, proclamerà l'evangelo sia col pubblico insegnamento, sia con una vita consacrata al servizio di Cristo chiunque lo confesserà così davanti al mondo, riceverà per ricompensa il pubblico attestato dell'approvazione e dell'amore, di Cristo all'ultimo giorno. Questo riconoscimento Cristo attesta che egli stesso lo farà come Giudice universale, davanti al Padre suo, davanti agli angeli di Dio Luca 12:8, e davanti a tutte le generazioni degli uomini. Per contro, egli dichiara che rinnegherà davanti a Dio ed agli angeli, nel giorno del giudizio finale, coloro che si vergognano di lui davanti al mondo e lo rinnegano con un contegno contrario a quello testè descritto. Non è impossibile che questo pubblico riconoscimento di chi lo avrà confessato in terra, possa ripetersi in varie occasioni nel mondo futuro. O voi che vi professate Cristiani, qualunque sieno i vostri talenti, il vostro stato sociale, i vostri mezzi d'azione, imparate da ciò che il vostro dovere è di confessare Cristo davanti al mondo, con le vostre parole e con una vita conforme al suo vangelo. Il trascurare questo comando vi coprirà di eterna confusione nel gran giorno, quando il Signore vi rigetterà lungi da sé; mentre l'osservarlo di cuore, per quanto è in vostro potere, vi assicurerà il più alto, onore in eterno. Il contesto mostra chiaramente che si tratta qui d'una confessione di Cristo costante e pratica, come pure d'un rinnegamento sistematico e durevole. Il Signore non confesserà davanti al Padre suo Giuda l'Iscariot che lo ha confessato qualche volta; né rinnegherà Pietro che lo ha rinnegato anche tre volte; ma il traditore che, coi fatti, lo rinnegava, sarà rinnegato, e l'apostolo che poi lo confessò fino alla morte sarà riconosciuto.

PASSI PARALLELI

Salmo 119:46; Luca 12:8-9; Giovanni 9:22; Romani 10:9-10; 1Timoteo 6:12-13

2Timoteo 1:8; 1Giovanni 4:15; Apocalisse 2:13

Matteo 25:34; 1Samuele 2:30; Apocalisse 3:5

Matteo 26:70-75; Marco 14:30,72; Luca 9:26; 12:9; 2Timoteo 2:12; 2Pietro 2:1; 1Giovanni 2:23

34 34. Non pensato ch'io sia venuto a metter pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. 35. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, e la figlia da sua madre, e la nuora dalla suocera. 36. E i nemici dell'uomo saranno quelli stessi di casa sua.

Queste parole, apparentemente paradossali, sono strane in bocca di colui che è «il Principe della pace». Conf. Luca 2:14; Salmo 72:7; Isaia 9:6-7; Aggeo 2:9; Efesini 2:14. Eppure sono eminentemente vere, non perché Cristo si diletti a suscitare odio e guerra fra uomo e uomo, non perché la tendenza naturale delle sue dottrine sia di generare invidie, odii e stragi, anziché sensi di pace ed amore; ma perché l'inimicizia verso Iddio, che sempre cova nel cuore naturale benché non si faccia sentire quando nulla ne eccita l'attività, fu, dal soffio di Satana, fatta divampare in fiamma sterminatrice, alla venuta del Figlio di Dio, e a cagione delle dottrine che i suoi discepoli divulgarono nel mondo. «La spada», cioè la discordia, era già sulla terra, nei cuori corrotti degli uomini. Essa aspettava soltanto un pretesto per agire, e la venuta di Cristo lo porse. Come Paolo Romani 7:11 ci insegna che «il peccato, presa occasione dal comandamento, l'ingannò, e per mezzo d'esso l'uccise», così l'odio nostro naturale verso la santità di Dio prese occasione dalla venuta di Cristo, proclamante pace in terra, per suscitare una guerra universale! «Cristo», dice Calvino, «il quale è propriamente l'autore della pace, è, a cagione della malvagità degli uomini, l'occasione della discordia». Gesù predice qui che «la inimicizia fra il seme della donna, e il seme del serpente» Genesi 3:15, penetrerebbe anche nelle famiglie, e la storia della Chiesa conferma ampiamente questa profezia. Sia il marito o la moglie, sia il padre o il figlio, ecc., che in seno a una famiglia mondana passi dalle tenebre alla luce, i contrasti, le lotte, e spesso le acerbe persecuzioni e gli odii mortali divampano ad un tratto in quella casa contro il discepolo di Gesù. Le espressioni dei vers. 35,36, sono tolte da Michea 7:6. Per piccoli che sieno stati finora i progressi della religione evangelica in Italia, molti che l'hanno abbracciata, hanno sofferto cotali persecuzioni; ma, per intender ciò che i primi discepoli ebbero a soffrire, noi dobbiamo cercare nei campi missionari odierni gli esempi dei mortali conflitti che i nuovi convertiti dal paganesimo hanno a sostenere.

PASSI PARALLELI

Geremia 15:10; Luca 12:49-53; Giovanni 7:40-52; Atti 13:45-50; 14:2,4

Matteo 6:21; 24:10; Michea 7:5; Marco 13:12; Luca 21:16

Genesi 3:15; 4:8-10; 37:17-28; 1Samuele 17:28; 2Samuele 16:11; Giobbe 19:13-19

Salmo 41:9; 55:13; Geremia 12:6; 20:10; Michea 7:6; Giovanni 13:8

37 37. Chi ama padre, o madre, più di me, non è degno di me; e chi ama figliuolo, o figliuola più di me,

Questa inimicizia verso la causa di Cristo nelle famiglie dovea rendere necessaria la scelta fra i più cari parenti terreni e Cristo; ma Gesù, conscio della propria dignità, afferma qui il suo diritto al più alto affetto dei nostri cuori; ogni altro oggetto di amore, anche il più puro, il più naturale, deve essergli subordinato. Le parole riferite da Luca 14:26: «Se alcuno... non odia suo padre e sua madre... non può essere mio discepolo», sono anche più espressive, ma hanno il medesimo significato. Non ci viene qui comandato di odiare i nostri congiunti, bensì di subordinare tutti gli affetti umani all'amore e al servizio di Cristo. «Solo chi è con Dio una sola essenza, poteva così, al pari di Dio, mettersi al disopra del padre e della madre, ed esigere un amore esclusivo e superiore a quello dei figli per i genitori» Stier. Il comandamento di onorare il padre e la madre non è per questo abrogato, ma solo messo al suo vero posto.

non è degno di me.

Nessuno è per se stesso degno di Cristo; ma si divien tale, mediante la fede, la rettitudine e la forza che Gesù ci dà. Sotto queste parole sta l'idea d'una ricompensa oltremodo grande, che fa contrappeso alla loro apparente severità.

PASSI PARALLELI

Matteo 22:37; Deuteronomio 33:9; Luca 14:26; Giovanni 5:23; 21:15-17; 2Corinzi 5:14-15

Filippesi 3:7-9

Matteo 22:8; Luca 20:35; 21:36; 2Tessalonicesi 1:5-7; Apocalisse 3:4

38 38. E chi non prende la sua croce, e non viene dietro a me, non è degno di me.

Più e più volte nostro Signore ripete enfaticamente questo detto Matteo 16:24; Luca 9:23; 14:27. Siamo così avvezzi a dare all'espressione: «prendere la sua croce», il senso generale di esser pronti a subire delle prove per amore di Cristo, che quasi quasi perdiamo di vista il significato primitivo e proprio che ha qui, vale a dire quello di esser disposti a sottometterci perfino alla crocifissione per la causa di Cristo. Gesù allude qui alla sua propria morte, e sebbene i discepoli non abbiano inteso allora il senso di queste parole, essi lo compresero in seguito. Essendo il mondo così contrario alla causa di Cristo, ogni credente dovrà sopportare prove e dolori per amore del suo Maestro. Colui che non accetta spontaneamente il carico del vituperio e dei dolori che il mondo infligge ai cristiani, a cagione di Cristo; colui che rifugge dal dovere perché gli costa dei sacrifici; colui che serve Cristo soltanto fin dove lo consigliano le sue convenienze ed i suoi comodi, non è degno di Cristo, il quale sopportò la croce dei peccatori senza curare il vituperio Ebrei 12:2. Sono relativamente pochi i discepoli di Cristo i quali sono stati chiamati a soffrire il vero e proprio martirio, ed anche sono in minor numero quelli che furono letteralmente crocifissi; ma tutti devono avere lo spirito dei martiri, i quali, per amor di Cristo, tengono in conto di onore l'ignominia, di gioie i dolori, di vantaggio proprio l'abnegazione di se Atti 5:41; Filippesi 1:29; 3:8, Ebrei 10:34.

PASSI PARALLELI

Matteo 16:24; 27:32; Marco 8:34; 10:21; Luca 9:23-24; 14:27; Giovanni 19:17

39 39. Chi avrà trovata la vita sua la perderà; e chi avrà perduta la sua vita per cagione mia, la troverà.

La parola vita è usata in questo versetto in due sensi differenti: l'uno più elevato e l'altro inferiore. Nel senso più basso, significa la vita del corpo; in quello più elevato, la vita dell'anima. Si tratta qui della vita naturale e della spirituale, della vita temporale e della eterna. Il Signore dunque dichiara che chi è tanto affezionato alla vita presente da, fuggire, per conservarla, patimenti o martiri per amor del Vangelo, perderà la vita eterna che è accordata soltanto al fedeli seguaci di Cristo; mentre, per contrario, l'uomo che fa getto della sua vita naturale per amor di Cristo, od è sempre pronto a farlo, troverà una vita infinitamente migliore, cioè quella che la morte non potrà distruggere. Le parole, «per cagione mia», mostrano in quali circostanze sia legittimo il sacrificare la vita. Le parole di questo versetto reggono, anche in un senso spirituale, in quanto, si applicano alla «crocifissione del nostro vecchio uomo», alla «morte al peccato», e alla «vita in Dio», di cui ci parla Paolo, in Romani 6:2,6,11.

PASSI PARALLELI

Matteo 16:25-26; Marco 8:35-36; Luca 17:33; Giovanni 12:25; Filippesi 1:20-21

2Timoteo 4:6-8; Apocalisse 2:10

40 40. Chi riceve voi, riceve me; e chi riceve me, riceve colui che mi ha mandato.

Qui comincia la conclusione del discorso. Siccome Gesù aveva predetto patimenti da sopportarsi dai suoi servi, nel predicare il suo vangelo, così ora egli amorevolmente porge loro incoraggiamenti. Si crede comunemente che i vers. 40-42 contengano una gradazione retorica discendente, che si riferisce a tutte le classi dei credenti. Siccome Gesù si indirizza, al principio del suo discorso, specialmente agli apostoli, così anche questi incoraggiamenti sono diretti primieramente a loro, quindi a tutti i predicatori della croce di Cristo. Egli annunzia che, la loro missione non sarebbe vana fra quelli che li accoglierebbero. Siccome il trattamento che riceve un ambasciatore indica quali sono, verso il suo sovrano, i sentimenti della nazione alla quale egli è inviato, così dice il Signore: La vostra autorità è la mia, come la mia è quella del Padre mio: chiunque «vi riceve, riceve me e colui che mi ha mandato». «Riceve» non significa semplicemente trattare le loro persone in casa con ospitalità, ma accogliere il loro messaggio con fede Confr. Galati 4:14 con 2Giovanni 10; 3Giovanni 9. Molti possono in quest'ultima maniera ricevere Cristo, i quali sono così poveri da non avere dove posare il capo.

PASSI PARALLELI

Matteo 18:5; 25:40,45; Luca 9:48; 10:16; Giovanni 13:20; 20:21; 2Corinzi 5:20

Galati 4:14; 1Tessalonicesi 4:8

Giovanni 5:23; 12:44-49; Filippesi 2:10-11; 1Giovanni 2:22-23; 2Giovanni 9

41 41. Chi riceve un profeta, come profeta, riceverà premio di profeta;

«Profeta» significa qui un messaggere di Dio divinamente ispirato. Nel Nuovo Testamento questo ufficio non implicava più necessariamente la predizione di eventi futuri, ma piuttosto la facoltà di esporre la verità, per virtù d'ispirazione. Quegli che riceve uno di questi profeti «come profeta», cioè non semplicemente per usargli ospitalità, ma per amore del suo ufficio e del suo Maestro, non resterà senza ricompensa. «Premio di profeta», vuol dire ricompensa che Dio dà al profeta stesso,

e chi riceve un giusto, come giusto, riceverà premio di giusto.

«Un giusto» qui non vuol dire semplicemente chiunque è giustificato mediante la fede per il sangue di Cristo, il che è vero di tutti i veri discepoli di Cristo; ma uno che si distingue eminentemente per santità e devozione alla causa di Cristo Confr. Marco 6:20; Luca 1:6; Tito 1:8. Coloro che accolgono tali giusti per cagione del loro Maestro, mostrano con ciò d'interessarsi alla di lui causa, e ne avranno un'adeguata ricompensa. Con far buon viso alla causa di Cristo, gli uomini manifestano sovente, quando non possono fare nulla di più, la loro vera pietà, e la parte che hanno «alla sorte dei santi nella luce» Colossesi 1:12.

PASSI PARALLELI

Genesi 20:7; 1Re 17:9-15,20-24; 18:3-4; 2Re 4:8-10,16-17,32-37

Atti 16:15; Romani 16:1-4,23; 2Timoteo 1:16-18; Ebrei 6:10; 3Giovanni 5-8

Matteo 6:1,4,6,18; 16:27; 25:34-40; Isaia 3:10; Luca 14:13-14; 1Corinzi 9:17

2Tessalonicesi 1:6-7; 2Giovanni 8

42 42. E chi avrà dato da bere solo un bicchier d'acqua fresca ad uno di questi piccoli, perché è un mio discepolo, io vi dico in verità, che non perderà punto il suo premio.

«Piccoli» si riferisce qui ai discepoli di Cristo in generale. Si suppone che questa parola sia stata tolta da Zaccaria 13:7, ed è probabile che equivalga all'espressione: «questi miei minimi fratelli» Matteo 25:40. Era facile che egli apostoli chiamassero «piccoli» i discepoli, perché i maestri erano chiamati Rabbi, cioè grandi, da rab, grande. Qui non si fa allusione all'età, ma alla povertà di spirito, ed all'umiltà della condizione secondo il mondo. Un bicchier d'acqua fresca, nel clima ardente di Palestina, dato al viaggiatore dalle donne che hanno tirato su le loro brocche dal pozzo, benché non costi nulla, è spesso un dono di un valore inapprezzabile. Non al valore del dono però, ma alla intenzione del donatore Cristo ha riguardo, e se il bicchiere d'acqua fresca viene dato ad un discepolo per amore del di lui Maestro, e perché è suo discepolo, il Signore ci assicura che il donatore non resterà senza il suo premio; e con la terza ripetizione delle sue solenni parole «in verità io vi dico», conchiude il suo discorso. Gesù non dice che il donatore riceverà un premio convenevole ad un «piccolo», poiché, per piccolo che sia il servizio, se esprime amore vero a Cristo, la ricompensa di Dio sarà grande. Per contro, dove manca questo sentimento, dove l'ostentazione o l'ambizione ne pigliano il posto, i grandi donativi, benché offerti per la causa di Cristo, se ne vanno senza ricompensa Matteo 6:2; Luca 21:2-3. La dottrina del merito legale, si osservi bene, non si contiene in questo versetto più che nei molti passi che insegnano che gli uomini hanno da essere trattati secondo le loro opere, sebbene la salvazione sia interamente gratuita.

PASSI PARALLELI

Matteo 8:5-6; 18:3-6,10,14; 25:40; Zaccaria 13:7; Marco 9:42; Luca 17:2; 1Corinzi 8:10-13

Marco 9:41; 12:42-43; 14:7-8; 2Corinzi 8:12

Proverbi 24:14; Luca 6:35; 2Corinzi 9:6-15; Filippesi 4:15-19; Ebrei 6:10

RIFLESSIONI

1. Non tutti i ministri del vangelo sono necessariamente uomini buoni. Vi era un Giuda fra gli apostoli, e nostro Signore, che conosce il cuore di tutti, permise questo per un utile scopo. Noi ne dobbiamo trarre l'ammaestramento che chiunque è consacrato al santo ministero non è necessariamente convertito, perché l'ordinazione, conferita dai vescovi o dai presbiteri, non può comunicare il divino Spirito, come si crede in certe Chiese. Perciò, mentre noi accordiamo il nostro rispetto e la nostra affezione a coloro il cui insegnamento è sano e scritturale, e la cui vita corrisponde alla loro dottrina, noi dobbiamo guardarci bene dal crederli infallibili, sia nella dottrina sia nella pratica 1Giovanni 4:1.

2. Le regole prescritte dal nostro Signore per questa prima breve missione degli apostoli, non possono considerarsi come una norma generale per i missionari di Cristo, in tutti i tempi e in tutte le circostanze. La cessazione di quelle miracolose credenziali che Gesù accordava agli apostoli ed ai primi missionari, ce ne fornisce la più chiara prova; ma, per non lasciare alcun dubbio su questo punto, nel tempo stesso che confermava loro il potere di operare miracoli, il Signore, avanti la sua crocifissione, revocava formalmente tutte le regole che vietavano loro di fare provvisioni per i loro bisogni quotidiani. Si ponderi attentamente Luca 22:35-37, ove si trova una modificazione importante e permanente delle regole qui prescritte.

3. A cagione della freddezza, timidezza e poca fede dei Cristiani dei giorni nostri, da un lato; e, dall'altro, di quella insaziabile sete di ricchezze che non lascia tempo agli uomini del mondo di pensare ad altre cose, potrebbe credersi che le persecuzioni e le ostilità predette dal Signore, non si estendessero ai tempi nostri; ma non bisogna mai dimenticare che l'ostilità di cui egli parla è quella che deriva da immutabili principi, sicché, quando che sia e dovunque sieno messi a fronte la luce e le tenebre, Cristo e Belial, apparirà l'eterna ed irreconciliabile opposizione dell'uno contro l'altra.

4. Per elevarci fino al modello che nostro Signore ci ha posto dinanzi, noi dobbiamo sforzarci di unire la prudenza del serpente alla semplicità della colomba. Noi vediamo in molti discepoli di Cristo e in molti dei suoi ministri queste qualità disgiunte, e l'effetto ne è sgradevole. Il mondo sa vedere la sagacità nelle cose mondane che non è temperata dall'innocenza della colomba, e disprezza coloro che, secondo ogni apparenza, non sono migliori degli altri, e pur pretendono di superarli. Ma, per contro, quei Cristiani, ministri o no, che hanno soltanto la innocenza della colomba, non temperata dalla sagacità del serpente, non esercitano alcuna benefica influenza sugli altri, anzi espongono se stessi e la loro causa al disprezzo del mondo.

5. Quale incoraggiamento il Signore ci porge a soffrire con inflessibile perseveranza per la sua causa! Il potere dell'uomo arriva soltanto ad infliggere al corpo la morte, alla quale tutti, tosto o tardi, dobbiamo soggiacere; ma la fedeltà otterrà l'approvazione di Colui nelle cui mani stanno i destini così dell'anima come del corpo. Egli veglia su coloro che soffrono per amor di Cristo, con quella stessa minuta attenzione con cui conta i passeri e gli stessi capelli del nostro capo.

6. Cristo ci accorda le grandi e pure gioie che nascono dai vincoli e dagli affetti di famiglia, ma a patto che noi li teniamo sempre subordinati all'amore per lui; e quegli che, nel suo cuore, si fa un idolo della persona più cara della sua famiglia, fino a darlo il posto di Cristo, non è degno di essere suo discepolo. Il chiedere un amore superiore ai più teneri affetti della vita, sarebbe stata una cosa malvagia e intollerabile in una semplice creatura; ma ciò chiaramente dimostra come Colui che a tanto amore pretendeva, era Dio.

7. Il condannare ogni preoccupazione relativa al premio promesso ai fedeli, come motivo di azione, è un'esagerazione, poiché, quale è la conclusione di questo notabile discorso, se non un incoraggiamento a porgere uffizi di cortesia, benché piccoli, al più umile dei discepoli di Cristo, colla promessa che neppure l'infimo di tali servizi rimarrà senza premio?

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