Matteo 6

1 CAPO 6 - ANALISI

Il Sermone sul monte: continuazione. Nel capitolo precedente il nostro Signore aveva esposto la differenza fra gli insegnamenti degli Scribi e Farisei ed i suoi propri, mostrando l'estensione e la spiritualità della legge di Dio; in questo capitolo egli prosegue il medesimo tema, paragonando le pratiche degli Scribi e dei Farisei, quanto a certi doveri religiosi con quello che è accettevole a Dio.

1. L'elemosina. Il primo di questi doveri è l'elemosina, la quale, invece di essere fatta con ostentazione e per compiacere alla vanità, deve farsi senza rumore, senza apparato, e senza aspettarne o desiderarne ricompensa dagli uomini, ma unicamente allo scopo di glorificare Iddio Matteo 6:1-4.

2. La preghiera. Il secondo dovere qui specificato è la preghiera, la quale, invece di esser fatta ai canti delle strade, o nelle sinagoghe, con strane contorsioni di corpo, affinché i viandanti esclamino. Che santità meravigliosa! si deve praticare nel ritiro della propria camera, e col pensiero libero da ogni terreno oggetto. Il nostro Signore non allude qui alla preghiera pubblica che formava parte del culto nella sinagoga, ma alla preghiera individuale fatta pubblicamente, con un fine di vanagloria. Dalla maniera di pregare, il nostro Signore passa naturalmente alla forma nella quale la preghiera deve essere presentata a Dio; e dopo aver condannato come un insulto all'onnisciente Jehova la vana ripetizione delle stesse parole, tanto comune fra i pagani, egli pronunzia, in presenza dei suoi ascoltatori come forma da usare, e come modello da imitare, avvicinandosi al trono della grazia, le parole famigliari a tutti i cristiani, e conosciute sotto il nome di Orazione Domenicale. Dopo di che, il Salvatore inculca immediatamente, e come strettamente connesso colla preghiera accettevole a Dio, il dovere del perdono ai nostri simili. Imperocché egli è chiaro che l'uomo, il quale ricusa di perdonare offese comparativamente leggere, e al tempo medesimo chiede perdono a Dio per offese infinitamente più gravi, insulta Iddio colla sua slealtà; poiché egli viene a chiedergli cosa che non desidera, ed alla quale non mira Matteo 6:5-15.

3. Il digiuno. Il nostro Signore in questo capitolo non lo comanda, né lo proibisce; ma, pur riconoscendolo come un dovere religioso, condanna coloro che ne facevan pompa, trascurando di lavarsi il corpo e di ungersi la barba ed i capelli: cose che miravano a far colpo sugli altri, e ad eccitare in loro l'ammirazione, per persone di pietà e zelo sì grande Matteo 6:16-18.

4. Il tesoro in cielo. Siccome le pratiche religiose indicate nei precedenti versetti a nulla valgono se non sono adempite per dar gloria a Dio, il Signore conferma questa importante verità, questa regola necessaria di tutta la nostra vita, colla figura dell'ammassare tesori. Se il tesoro verrà ammassato sulla terra, il cuore rimarrà attaccato allo cose terrene; se nel cielo, il cuore sarà dato a Dio, poiché il cuore ed il tesoro sono inseparabili. Il rimanente del capitolo si occupa principalmente della importante dottrina contenuta in questi versetti. Il Signore previene l'obbiezione che probabilmente sorgerà contro questa dottrina: «Io accumulerò per me un tesoro e in terra e in cielo, per la vita presente e per l'avvenire», con due paragoni illustrativi. L'uno è tratto dalla vista, la quale è tanto utile e piacevole all'uomo, quando è sana e pura; mentre viziata è una vera infermità e tribolazione per il corpo tutto. L'altro paragone è preso dall'assoluta impossibilità di servire con uguale amore e fedeltà due padroni di carattere e di mire opposti fra loro Matteo 6:19-29.

5. Motivi per cui dobbiamo dedicarci intieramente a Dio. Il Signore trae quindi una conclusione pratica dalle istruzioni contenute nei vers. Matteo 6:19-29, mostrando ai suoi discepoli che mediante siffatta indivisa dedicazione al servizio di Dio, essi, anzi che perdere, guadagnerebbero, poiché così sarebbero liberati dall'ansietà, che agita coloro che confidano in se stessi, anziché nella provvidenza di Dio. Ciò viene messo in sodo da due argomenti diversi: l'uno dal maggiore al minore, ed è questo: Colui che diede a noi la vita e il corpo, non mancherà di somministrarci il vitto necessario e il vestire, il secondo dal meno al più: Chi provvede alla creazione inferiore, animale e vegetale, tanto più provvederà all'uomo, che è la creatura sua più nobile. L'eccessivo affannarsi per le cose terrene non è solo inutile ma irreligioso, pagano, e disonorante verso Dio; mentre, cercando prima di tutto di fare la volontà di Dio e di promuovere la sua gloria, queste grazie inferiori ci saranno costantemente assicurate. Siccome tali considerazioni dovrebbero sbandire dall'anima dei discepoli di Cristo ogni cura eccessiva intorno al presente, così dovrebbero pure impedirla quanto al futuro, poiché qualunque sieno le prove che ci aspettano, l'affannarsene troppo in antecedenza, invece di scemare, crescerebbe, accumulandolo il male Matteo 6:30-34.

Matteo 6:1-8. CONTRO L'OSTENTARE LE OPERE BUONE

1. Guardatevi dal praticar la vostra giustizia

Il testo emendato legge qui non già elemosina, ma bensì giustizia; e che questo sia il vero testo non è dubbio. Il versetto pone come principio generale che si debba fuggire l'ostentazione nel compiere le opere della giustizia. Il guardatevi, indica ad un tempo l'importanza dell'esortazione, e la difficoltà di osservarla. La parola giustizia ha qui lo stesso significato che in Matteo 5:20. «Fare la giustizia» era una espressione generalmente adoprata nei tempi antichi, come a cagione d'esempio nei Salmo 106:3: «Beati coloro che fanno ciò che è giusto, in ogni, tempo». Quell'espressione si riferisce alla giustizia manifestata negli atti dei fedeli, dei quali il nostro Signore dice altrove ai suoi discepoli: «In questo è glorificato il Padre mio che voi portiate molto frutto, e così sarete miei discepoli» Giovanni 15:8.

nel cospetto degli uomini, per esser da loro osservati;

Gesù Cristo non intende con ciò vietare ai fedeli di far risplendere la loro luce davanti agli uomini, poiché egli anzi lo comanda Matteo 5:16; non intende che essi temano di onorare la dottrina di Dio loro Salvatore colla loro condotta esemplare Tito 2:10, ciò che equivarrebbe a vergognarsi di Cristo. Egli proibisce quelle così dette buone azioni, che non sono fatte alla gloria di Dio, o per beneficare l'umanità sofferente, ma unicamente per attirare l'osservazione e la lode degli uomini, e gli onori del mondo. Le buone opere fatte in tal modo, non sono che un culto ipocrita, col quale si vuole alla fine onorare se stessi invece di Dio.

altrimenti, non ne avrete premio presso il Padre vostro che è ne' cieli.

Se ricerchiamo l'approvazione degli uomini soltanto, non avremo quella di Dio. Se adempiamo i nostri doveri per riguardo al Signore che ce li ha imposti, e che deve giudicarci, egli avrà cura che sia riconosciuta la nostra rettitudine.

PASSI PARALLELI

Matteo 16:6; Marco 8:15; Luca 11:35; 12:1,15; Ebrei 2:1

Deuteronomio 24:13; Salmo 112:9; Daniele 4:27; 2Corinzi 9:9-10

Matteo 6:5,16; 5:16; 23:5,14,28-30; 2Re 10:16,31; Ezechiele 33:31; Zaccaria 7:5; 13:4

Luca 16:15; Giovanni 5:44; 12:43; Galati 6:12

Matteo 6:4,6; 5:46; 10:41-42; 16:27; 25:40; 1Corinzi 9:17-18; Ebrei 6:10; 11:26

2Giovanni 8

Matteo 6:9; 5:48

2 Gesù passa quindi dal precetto generale ad alcuni esempi pratici.

Primo esempio: L'elemosina Matteo 6:2-4.

2. Quando dunque fai limosina, non far sonar la tromba dinanzi a te,

Bengel dice che un'ostentazione insolente come quella dei Farisei, i quali facevano suonare la tromba quando distribuivano le loro elemosine non era in quel tempo incompatibile cogli usi degli Ebrei. Non è però indispensabile, per comprendere questo passo, di ammettere che suonassero realmente la tromba, perché questa frase viene usata in molte lingue metaforicamente, per esprimere vanto ad ostentazione. Sono tanti i modi di far l'elemosina con altrettanta ostentazione quanta ne avrebbe chi suonasse la tromba per chiamar gli uomini ad essere spettatori della sua carità! Per esempio facendo conoscere le proprio elemosine per mezzo della stampa, o in un'adunanza pubblica o raccontandole a persone pronte a spargere le notizia. Sarà dunque proibito di apporre il suo nome ad una sottoscrizione di beneficenza, o di fare alcuna elemosina in pubblico, in chiesa o altrove? Certamente no. Infatti il Signore non condanna l'elemosina veduta, ma quella che è fatta per essere veduta

come fanno gl'ipocriti

La parola «ipocrita» che si trova spesso nelle sacre carte, significava dapprima, attore, poi nel senso morale, dissimulatore. Quest'ultimo significato è il solo che essa abbia conservato nelle lingue moderne. Il Signore l'applica qui indirettamente, ed altrove direttamente, agli Scribi ed ai Farisei Matteo 23:13-29,

nelle sinagoghe e nelle strade

cioè nei luoghi in cui si radunava il popolo sia per il culto, sia per gli affari,

per essere onorati dagli uomini;

ossia per essere ammirati, applauditi dalla moltitudine.

io vi dico in verità, che cotesto è il premio che ne hanno.

Il legislatore, il giudice, conoscendo appieno i segreti del consiglio divino, ci rivela il futuro, cominciando colla solita parola solenne Amen! In verità! Quei tali ricevono il loro premio nella fama che acquistano e nelle lodi dei loro simili, ma non ne otterranno alcuno da Colui che vede il cuore. Desiderano gli applausi degli uomini, non avranno altro. Purtroppo anche ai nostri giorni molti sono spinti a fare l'elemosina dal medesimi motivi. Lettore, sei tu uno di quelli? Fai il bene per la gloria di Dio, per l'amore del tuo prossimo che soffre, altrimenti tu perderai ogni ricompensa futura.

PASSI PARALLELI

Giobbe 31:16-20; Salmo 37:21; 112:9; Proverbi 19:17; Ecclesiaste 11:2; Isaia 58:7,10-12

Luca 11:41; 12:33; Giovanni 13:29; Atti 9:36; 10:2,4,31; 11:29; 24:17

Romani 12:8; 2Corinzi 9:6-15; Galati 2:10; Efesini 4:28; 1Timoteo 6:18; Filemone 7; Ebrei 13:16

Giacomo 2:15-16; 1Pietro 4:11; 1Giovanni 3:17-19

Proverbi 20:6; Osea 8:1

Matteo 6:5; 7:5; 15:7; 16:3; 22:18; 23:13-29; 24:51; Isaia 9:17; 10:6; Marco 7:6

Luca 6:42; 12:56; 13:15

Matteo 6:5; 23:6; Marco 12:39; Luca 11:43; 20:46

1Samuele 15:30; Giovanni 5:41,44; 7:18; 1Tessalonicesi 2:6

Matteo 6:5,16; 5:18

3 3. Ma, quando tu fai limosina, non sappia la tua sinistra quello che fa la destra;

Ecco la differenza che passa fra la elemosina dei Farisei e quella dei veri Cristiani. Gesù la esprime con un motto proverbiale, il quale non deve naturalmente esser preso alla lettera, come taluni vorrebbero, ma che indica semplicità nell'intenzione e negli atti, ed esclude il desiderio della pubblicità e degli applausi. invece di far pompa delle tue elemosine, non ti compiacere in esse, neppure nel cuor tuo, per timore che ti facciano insuperbire.

PASSI PARALLELI

Matteo 8:4; 9:30; 12:19; Marco 1:44; Giovanni 7:4

4 4. affinché la tua limosina si faccia in segreto;

il vocabolo acciocché, non si riferisce unicamente al modo dell'azione, cioè alla segretezza, ma anche allo scopo di essa, cioè alla retribuzione divina.

e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

testo emendato. La fine del versetto indica il motivo che deve indurci a non ricercare gli onori e gli applausi degli uomini, e questo è, che il Signore ci renderà lui la retribuzione. Il sentimento dell'onniscienza divina dovrebbe distruggere la vana ambizione dei Farisei. Non occorrono né il suono della tromba, né gli applausi degli uomini per attirar l'attenzione di Dio sulle nostre elemosine. Il suo sguardo ci segue nella dimora del povero, al letto dell'ammalato e del moribondo abbandonato forse da tutti, ed egli tiene conto anche del bicchier d'acqua dato per amor suo. Egli legge nel cuore, ne vede i motivi segreti e ci ricompenserà, talvolta in questa, e senza dubbio nel gran giorno in cui saranno svelati tutti i segreti dei cuori, innanzi all'universo. Il nostro Signore sviluppa chiaramente questa verità nella descrizione ch'egli ci dà del giudizio finale Matteo 25:1-46.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:6,18; Salmo 17:3; 44:21; 139:1-3,12; Geremia 17:10; 23:24; Ebrei 4:13

Apocalisse 2:23

Matteo 10:42; 25:34-40; 1Samuele 2:30; Luca 8:17; 14:14; 1Corinzi 4:5; Giuda 24

5 

Secondo esempio: La preghiera Matteo 6:5-15

5. E, quando pregate, non state come gl'ipocriti; poiché essi amano di fare orazione, stando in piè, nelle sinagoghe, e ai canti delle piazze, per, esser veduti dagli uomini. io vi dico in verità, che cotesto è il premio che ne hanno.

La regola stabilita per l'elemosina nei versetti precedenti si applica anche alla preghiera. La preghiera, per la sua natura stessa, è diretta a Dio e non agli uomini, e chi prega per ostentazione, o per cattivarsi la buona opinione dei suoi simili è un vero ipocrita. Le sinagoghe e le piazze sono i luoghi di pubblica riunione. Stare in piè pregando era costumanza degli antichi, tanto fra gli Ebrei quanto nella primitiva Chiesa cristiana; ciò sanno benissimo gli eruditi. Non merita dunque nessuna attenzione particolare l'atteggiamento indicato dal vocabolo stando in piè, quasi implicasse ostentazione, poiché era questa la posizione in cui stavano gli Ebrei pregando. E veramente chi consideri i due atteggiamenti che si possono prendere nella preghiera, troverà che, a quell'epoca, l'inginocchiarsi sarebbe stato più singolare e avrebbe saputo assai più di ostentazione. Pur nonostante, nelle sinagoghe, pregare stando in piedi, mentre gli altri ascoltavano, seduti, la lettura della legge, o prendere qualunque positura singolare che attirasse l'attenzione altrui, non era una ostentazione minore di quella del pregare a voce alta, dondolandosi innanzi e indietro come solevano fare i Farisei, ai canti delle piazze più affollate della città. Lo stesso scegliere il canto di una piazza per fare le sue devozioni mostrava mancanza di spirito religioso, e inclinazione a preoccuparsi dell'uomo più che di Dio. L'uso del vocabolo paiano, è inteso a suggerire questa idea: essi fanno le viste di pregare mentre realmente sono commedianti. Questo versetto finisce come il secondo col solenne amen del Giudice supremo, affermante che l'unica loro ricompensa consiste nella lode ch'essi ricercano con ardore e, ricevono dagli uomini.

PASSI PARALLELI

Matteo 7:7-8; 9:38; 21:22; Salmo 5:2; 55:17; Proverbi 15:8; Isaia 55:6-7; Geremia 29:12

Daniele 6:10; 9:4-19

Luca 18:1; Giovanni 16:24; Efesini 6:18; Colossesi 4:2-3; 1Tessalonicesi 5:17; Giacomo 5:15-16

Matteo 6:2; 23:14; Giobbe 27:8-10; Isaia 1:15; Luca 18:10-11; 20:47

Matteo 23:6; Marco 12:38; Luca 11:43

Matteo 6:2; Proverbi 16:5; Luca 14:12-14; Giacomo 4:6

6 6. Ma tu, quando preghi entra nella tua cameretta, e serratone l'uscio, fa' orazione al Padre tuo, che è nel segreto, e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

Barnes ci dice che in ogni casa ebraica vi era al disopra del portico una stanza per le devozioni segrete nella quale i pii adoratori potevano offrire le loro preghiere non visti da alcuno, fuorché da Colui che investiga il cuore. La parola cameretta, ha un significato molto esteso; essa racchiude tanto l'idea di magazzino, di dispensa, di granaio, nel quale sono radunate le cose più pregevoli tenute sotto chiave, quanto quella di gabinetto o di camera privata. Perciò alcuni hanno creduto che il nostro Signore usasse una parola di senso si esteso, perché nessuno si dispensasse dal pregare in segreto, sotto il pretesto che gli mancava un posto conveniente per farlo. Le parole «entra nella tua cameretta e serra», ecc., sì riferiscono soltanto alla preghiera privata o individuale, e non condannano il culto di famiglia ed il culto pubblico, i quali sono espressamente, comandati da Dio. La promessa contenuta nell'ultima clausola «ed il tuo Padre che riguarda», ecc., è esattamente simile a quella del versetto quarto.

PASSI PARALLELI

Matteo 14:23; 26:36-39; Genesi 32:24-29; 2Re 4:33; Isaia 26:20; Giovanni 1:48

Atti 9:40; 10:9,30

Salmo 34:15; Isaia 65:24; Giovanni 20:17; Romani 8:5; Efesini 3:14

7 7. E nel pregare non usate soverchie dicerie, come fanno i pagani;

Il verbo usare soverchie dicerie, proviene da uno sciocco poeta ciarliero, chiamato Battos, e significa essere verbosi o prolissi, usare ripetizioni vane. Non chiacchierate sarebbe una miglior traduzione, siccome quella che indica non solamente la frequente ripetizione delle parole medesime, ma eziandio una moltitudine di parole senza senso. Era questo un mal uso pagano del quale abbiamo un esempio in 1Re 18:26; ed era imitato fino ad un certo punto dai Farisei. Infatti si legge negli scritti rabbinici «omnis qui multiplicat orationem audetur» chiunque ripete spesso la sua preghiera sarà esaudito.

I quali pensano di essere esauditi per la moltitudine delle loro parole.

Questa clausola contiene la ragione o il motivo di quest'uso pagano. Pensano costoro che molte parole si richiedono per informare di ciò che essi desiderano dalle loro divinità. La quale idea altro non è che una forma dell'errore dei gentili che si è fatto strada, anche del mondo cristiano, che la religione, e specialmente il culto, anziché un «razional servigio» Romani 12:1, sia piuttosto un'arte di incantesimo o di magia; e che siccome l'opus operatum ha un'efficacia intrinseca, l'effetto della preghiera sarà proporzionato alla sua lunghezza. In questo versetto non è tanto proibito il motto pregare, poiché il nostro Signore stesso passava le notti intere pregando, né il pregare colle medesime parole, poiché ciò pure egli fece nella intensità dell'agonia in Getsemane; ma sì il fare del numero, della ripetizione e della lunghezza della preghiera un obbligo, e all'immaginarsi che essa sarà esaudita, non perché genuina espressione del desiderio della fede, ma perché ella è d'una tale lunghezza, o fu ripetuta un tal numero di volte. Le ripetizioni del «Pater noster», e dell'«Ave Maria» usate nella Chiesa roniekna sono una diretta violazione di questo precetto, poiché s'ingiunge il numero delle ripetizioni stesse, e si fa a dipendere da quello l'efficacia delle orazioni. Parlando delle pratiche di quella Chiesa, Tholuck osserva con ragione, che quella preghiera appunto data dal Signore come antidoto alle vane ripetizioni, è quella di cui più viene abusato per questo superstizioso fine, poiché secondo i preti il numero delle volte che il «Pater noster» si ripete ne accresce il merito. Or non è questo il preciso carattere della divozione pagana che qui condanna il nostro Signore?

PASSI PARALLELI

1Re 18:26-29; Ecclesiaste 5:2-3,7; Atti 19:34

Matteo 26:39,42,44; 1Re 8:26-54; Daniele 9:18-19

Matteo 6:32; 18:17

8 8. Non li rassomigliate dunque;

Abbiam qui una proibizione positiva di praticare tali vane ripetizioni;

poiché il Padre vostro sa le cose di cui avete bisogno, prima che gliele chiediate.

L'uso dei pagani riposa sopra una bassa, e gretta idea delle perfezioni divine; l'idea, cioè, che per far conoscere a Dio i bisogni degli uomini, sia d'uopo esporglieli con molte e ripetute parole; ma in questa clausola Gesù confuta siffatta idea, e dà una ragione validissima per cui i cristiani non dovrebbero mai fare uso di tali ripetizioni: «il vostro Padre sa», ecc. Cosicché se la preghiera avesse l'unico scopo d'informare Iddio dei bisogni nostri, essa sarebbe inutile affatto ed assurda; e tanto più inutile ed assurda sarebbe la frequente ripetizione delle parole medesime, come se Iddio, non solo avesse bisogno d'essere da noi informato delle nostre necessità, ma anche di sentirsi ripetere, diecine e centinaia di volte, le medesime cose. Noi dobbiamo pregare», dice Bengel, «non per informare il Padre, ma per adorarlo». Quanto è consolante per un cuore sincero il sapere che Dio conosce i suoi veri desideri al di là di quello che noi possiamo esprimere con parole! Ma benché Iddio sappia, quello di cui abbiamo bisogno, anche prima della nostra preghiera, questo non ci esonera dal dovere di pregare, perché Iddio ha dichiarato che la preghiera è condizione indispensabile per ottenere l'adempimento delle sue promesse Ezechiele 36:37. Le grazie non richieste, probabilmente non muoverebbero il cuor nostro a riconoscenza. Le parole «chiedete e riceverete» non contengono soltanto una promessa, ma racchiudono anche un ordine.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:32; Salmo 38:9; 69:17-19; Luca 12:30; Giovanni 16:23-27; Filippesi 4:6

9 

La preghiera modello Matteo 6:9-13

9. Voi dunque pregate così:

Alla proibizione che precede, il nostro Signore aggiunge un esempio di preghiera breve, semplice, e che esprime in succinto tutti i nostri bisogni, collo scopo di preservare per sempre i suoi seguaci dalle vane ripetizioni dei pagani. Essa è comunemente chiamata «l'Orazione Domenicale», ossia la Preghiera del Signore, perché Cristo ne fu l'autore. Essa doveva servirci di guida, e di modello nelle nostre orazioni. Infatti Gesù c'indica in essa piuttosto le cose che dobbiamo chiedere, che le parole che dobbiamo pronunziare. In Luca 11:1, ecc., leggiamo che il Signore insegnò questa preghiera ai suoi discepoli, in risposta alla loro domanda: «Signore, insegnaci ad orare». Perciò alcuni hanno supposto che Matteo l'abbia copiata da Luca, per completare i pensieri espressi nei versetti precedenti, e che il Signore non l'abbia in realtà pronunziata nel suo Sermone in sul monte. A noi pare invece naturalissimo che il Signore, dopo aver insegnato come non si debba pregare, insegni subito dopo come convenga farlo. E d'altra parte non è punto improbabile che, rispondendo ai discepoli, i quali gli avevan domandato d'insegnar loro a pregare, egli abbia dato loro, una seconda volta, in Luca 11:1-4, il modello di preghiera contenuto nei versetti che commentiamo. Le varianti che rinvengonsi, confrontando questa preghiera, qual essa è data qui col capo 11 di Luca, tolgono affatto di mezzo la supposizione ch'essa fosse dettata dal nostro Signore come una forma per uso liturgico; o che come tale fosse usata nel tempo in cui furono scritti gli Evangeli. Tholuck osserva che «essa non, è mentovata nei nel Atti degli Apostoli, né in alcuno scrittore anteriore al secolo terzo». Ma mentre è Vero che il nostro Signore non l'impone e che i cristiani non sono tenuti ad usarla con, rituale in ciascuna occasione, è cosa assai strana che altri abbia potuto dubitare se fosse adatta alla Chiesa cristiana, e se fosse lecito di usarla! Le precise parole, colle quali ella incomincia la seconda volta, in Luca 11:2, e le variazioni che essa contiene distruggono ogni dubbio: «Quando pregate dite: Padre nostro, ecc. ». Ciò nondimeno dobbiamo guardarci dal farne uso in modo superstizioso. Quando l'uso superstizioso abbia incominciato a manifestarsi negli uffizi della Chiesa, e fin dove sia giunto in seguito, ognuno che sia versato nella storia ecclesiastica lo sa bene.

Secondo i Padri latini e la Chiesa luterana, le domande della preghiera del Signore sono in numero di sette; secondo i Padri greci, la Chiesa riformata ed i Teologi di Westminster, solamente di sei; le due ultime essendo considerate come una sola. Quest'ultima opinione pare preferibile. Le prime tre domande si riferiscono esclusivamente a Dio: «sia santificato il tuo nome, il tuo regno venga, la tua volontà sia fatta». Ed esse seguono un ordine discendente, principiando da Lui medesimo il nome sta per l'essenza e per gli attributi divini, sino alla sua manifestazione nel suo regno; e dal suo regno, alla intiera sottomissione dei suoi sudditi, ossia al completo adempimento della sua volontà. Le altre tre domande si riferiscono a noi medesimi: «Dacci il nostro pane; rimettici i nostri debiti; e non indurci in tentazione, ma liberaci dal maligno». Queste ultime domande, all'opposto delle prime, vengono in un ordine ascendente, dai bisogni giornalieri della vita, fino alla liberazione finale da ogni male.

Invocazione

Padre nostro che sei nei cieli,

In questa invocazione entrano in pari tempo le idee della prossimità e della distanza. Padre nostro esprime parentela con Dio non solamente come nostro Creatore, Conservatore, Governatore e Benefattore, ma come nostro Padre, secondo il patto di Cristo. Le parole nei cieli esprimono incommensurabile distanza tra noi e quell'Ente glorioso, che permette ai credenti di chiamarlo Padre; e sono atte ad innalzare gli animi nostri al cielo, ove egli dimora. «Questa è una protesta», dice Agostino, «contro le idee panteistiche, e contro tutti i sistemi filosofici! sull'identità del nostro spirito collo spirito di Dio». Noi non possiamo pregare di cuore, finché non abbiamo il sentimento della nostra adozione nella famiglia di Dio, per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, L'invocazione di Dio, come Padre, era quasi sconosciuta sotto l'antica alleanza. Si dava, è verso, di quando in quando, quel nome a Dio, per ricordare ai figliuoli la loro ribellione Isaia 1:2,4, Malachia 1:6, o per consolare gli orfani e gli afflitti Isaia 43:6; ma il significato di esso non era ancora pienamente rivelato, e doveva esserlo soltanto alla venuta di Colui, per mezzo del quale «abbiamo ricevuto l'adozione dei figli». I santi dell'Antico Testamento potevano solamente dire «Signore», ma in Cristo, noi possiamo dire «Abba, Padre». Si osservi inoltre che Gesù Cristo, adoprando le parole «Nostro Padre», c'insegna che non dobbiamo dimenticare i nostri fratelli nelle nostre preghiere.

Prima domanda

Sia santificato

cioè sia considerato come santo, riverito e glorificato da tutte le tue creature ragionevoli.

il tuo nome.

Primieramente, nome è da prendersi nel proprio senso come un titolo o appellativo, con speciale allusione al nome Iehova, con cui Dio era distinto da tutti i falsi dèi, e descritto non solamente come un Ente eterno, e che esiste di per se che è il senso del nome; ma anche come il Dio che aveva stabilito la sua alleanza con Israele, il Dio della rivelazione, e il Dio della grazia, o, nel linguaggio del N. T.: «il Dio e Padre del nostro Signore Gesù Cristo» 2Corinzi 11:31. Ma il nome di Dio indica pure, nella Scrittura, i suoi attributi, ordini, parole ed opere. Tale è il significato che esso ha in questo passo: in modo che in questa prima domanda si chiede che Iddio sia adorato da tutti gli uomini, e glorificato, da tutte le sue creature.

PASSI PARALLELI

Luca 11:1-2

Matteo 6:1,6,14; 5:16,48; 7:11; 10:29; 26:29,42; Isaia 63:16; 64:8

Luca 15:18,21; Giovanni 20:17; Romani 1:7; 8:15; Galati 1:1; 4:6; 1Pietro 1:17

Matteo 23:9; 2Cronache 20:6; Salmo 115:3; Isaia 57:15; 66:1

Levitico 10:3; 2Samuele 7:26; 1Re 8:43; 1Cronache 17:24; Nehemia 9:5; Salmo 72:18; 111:9

Isaia 6:3; 37:20; Ezechiele 36:23; 38:23; Habacuc 2:14; Zaccaria 14:9; Malachia 1:11

Luca 2:14; 11:2; 1Timoteo 6:16; Apocalisse 4:11; 5:12

10 

Seconda domanda

10. Venga il tuo regno.

Il regno di Dio è quel regno morale o spirituale che l'Iddio di grazia innalza sopra le rovine della caduta, per mezzo del suo unigenito e diletto Figliuolo, che n'è il glorioso capo, governatore e re. I redenti che hanno ascoltato l'appello del suo Spirito sono i suoi sudditi. Questo regno ora preordinato prima che fosse creato il mondo: le sue fondamenta furono stabilite sulla promessa fatta ai nostri primi padri: «La progenie della donna schiaccerà il capo del serpente» Genesi 3:15, e quel regno già annoverava fra i suoi sudditi i patriarchi, i profeti ed i santi dell'Antico Testamento; i quali, o colla fede di Abrahamo «videro il giorno di Cristo e se ne rallegrarono», o pieni di speranza «aspettarono la redenzione in Gerusalemme». Un tal regno fu quindi manifestato più chiaramente agli uomini dalla venuta di Gesù Cristo. Questa domanda si riferisce primieramente alla sua potente manifestazione, per mezzo dell'effusione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste; ma è un errore il supporre che fosse limitata a questo solo oggetto. Essa è una preghiera perché quel regno si avanzi, e proceda, e prosperi, finché non abbia abbracciato tutti i popoli, regioni e linguaggi della terra, ed abbia assunto, alla seconda venuta di Cristo, la finale ed immutabile forma gloriosa. Pronunziando le parole: «il tuo regno venga», chiediamo tre cose:

1 La distruzione del regno usurpato da Satana sulla terra, e la cessazione della superstizione, dell'idolatria, dell'eresia, dello scisma, e d'ogni cosa che si oppone al progresso del vero e spirituale culto di Dio.

2 L'avanzamento del regno di Cristo, mediante la predicazione dell'Evangelo, finché «il regno del mondo sia venuto ad essere del Signor nostro, e del suo Cristo» Apocalisse 11:15.

3 L'affrettamento del regno di gloria, che deve durare per tutta l'eternità. Ella è dunque una preghiera per tutti i tempi e finché rimarrà anche un solo suddito di Cristo da introdurre per il suo regno, noi non dobbiamo cessare dal pregare: «Il tuo regno venga».

Terza domanda

Sia fatta la tua volontà anche in terra com'è fatta nel cielo.

Non si domanda semplicemente, con queste parole che la volontà di Dio sia fatta nel cielo ed anche sulla terra; ma che lo zelo, la buona volontà, la gioia colla quale quella volontà è fatta in cielo, possa divenire modello ed esempio agli uomini per il suo adempimento sulla terra. Le nozioni che ci dà la Scrittura, intorno alla relazione che passa fra gli eserciti celesti e Dio ci descrivono gli angeli intenti al suo servizio, devoti al suo volere adempiendolo allegramente, costantemente e perfettamente Salmo 103:20-21; Ebrei 1:14. Così dobbiamo fare noi sulla terra, Questa domanda non esige che in, nostra volontà sia assorbita in quella di Dio, ma che essa le sia intieramente subordinata e conforme per mezzo del potere vivificante dello Spirito Santo. Questa bella domanda esprime lo spontaneo ed irresistibile desiderio dell'anima rinnovata di vedere il mondo intiero conformarsi pienamente, al volere di Dio. Né mancano nell'Antico Testamento preghiere che molto rassomigliano a questa Salmo 67:1-7;62:19, ecc.

PASSI PARALLELI

Matteo 3:2; 4:17; 16:28; Salmo 2:6; Isaia 2:2; Geremia 23:5; Daniele 2:44; 7:13,27

Zaccaria 9:9; Marco 11:10; Luca 19:11,38; Colossesi 1:13; Apocalisse 11:15; 12:10; 19:6

Apocalisse 20:4

Matteo 7:21; 12:50; 26:42; Salmo 40:8; Marco 3:35; Giovanni 4:34; 6:40; 7:17

Atti 13:22; 21:14; 22:14; Romani 12:2; Efesini 6:6; Colossesi 1:9; 1Tessalonicesi 4:3; 5:18

Ebrei 10:7,36; 13:21; 1Pietro 2:15; 4:2

Nehemia 9:6; Salmo 103:19-21; Daniele 4:35; Ebrei 1:14

11 

Quarta domanda

11. Dacci oggi il nostro pane cotidiano.

Siccome dipendiamo da Dio per la vita e per quanto è necessario a sostenerla, noi dobbiamo domandargli che Egli continui a darci quei beni, e con questo cotidiano riconoscimento della nostra dipendenza da lui, noi lo glorifichiamo. Il vocabolo composto cotidiano, non si trova altrove negli scrittori greci, sia classici sia sacri, e così dove essere interpretato secondo il senso delle parti che lo compongono. Fra le molte interpretazioni che furono date di esso, ve ne sono due soltanto che meritino menzione, ambedue molto antiche e basate sulla sua etimologia. L'una fa, derivare il Vocabolo dal participio fem. veniente, avvicinantesi, e lo considera come una espressione ellittica per dire il giorno veniente o susseguente. Si può obiettare a questa interpretazione l'apparente incongruità di domandare oggi il pane di domani, e la sua positiva contraddizione coll'ingiunzione contenuta nel vers. 34 Matteo 6:34. L'altra spiegazione fa derivare il vocabolo dalla preposizione e da un nome denotante l'essenza o sostanza, e gli attribuisce il senso di necessario per il nostro sostentamento. Questa interpretazione è eccellente regge col contesto, e la parola significa veramente sostanza. Confr. Luca 15:12-13. Questa domanda si deve dunque intendere dell'alimento necessario a sostenere la nostra vita Giacomo 2:16; e Gesù ci insegna a pregare Iddio, nella sua bontà infinita, di concedercelo ogni giorno. La Volgata elude la difficoltà, traducendo letteralmente dal greco le parole panem supersubstantialem, senza definirne il senso. Resta ora da decidere se si tratti di sovvenire ai bisogni spirituali o materiali. I commentatori presto si mostrarono inclinati a considerare questa preghiera come relativa al nutrimento spirituale; e furono seguiti da molti interpreti autorevoli, sino ai nostri tempi. Ma questo senso non è naturale, e toglie al cristiano uno dei suoi più dolci privilegi, cioè quello di potersi rimettere intieramente con questa domanda, nelle mani del suo Padre celeste, per la soddisfazione dei suoi bisogni materiali. Non c'è dubbio che l'uomo spirituale, chiedendo «il cibo che perisce», s'innalzerà col pensiero a «quello che dimora in vita eterna» Giovanni 6:27; ma ci basti che la domanda per il corpo ne suggerisca una per l'anima, e non ci lascia indurre, da uno spiritualismo morboso, a privarci di questa unica domanda per i bisogni di questa vita. Limitando per altro la domanda al cibo di cui abbiamo bisogno per oggi, quale sottomissione, qual fiducia infantile richiede e produce in noi il Signore! Cristo c'insegna, inoltre, con questa domanda, a pregare in comune giorno per giorno; e fa allusione al culto di famiglia, nel quale il padre domanda giornalmente quei beni che sono necessari a lui ed ai suoi.

PASSI PARALLELI

Matteo 4:4; Esodo 16:16-35; Giobbe 23:12; Salmo 33:18-19; 34:10; Proverbi 30:8

Isaia 33:16; Luca 11:3; Giovanni 6:31-59; 2Tessalonicesi 3:12; 1Timoteo 6:8

12 

Quinta domanda

12. E rimettici i nostri debiti,

Questa domanda è relativa al maggiore e più urgente dei nostri bisogni, cioè al perdono dei peccati. In Luca 11:4, il vocabolo adoprato in questa domanda, significa propriamente peccati, e il termine debiti, usato qui, ha in realtà il medesimo significato; solamente esso ci presenta il peccato sotto l'aspetto importantissimo d'un debito verso Dio, di una offesa alla sua sovranità. Come il debitore è nelle mani del creditore, così il peccatore è nelle mani di Dio. Non domandiamo in questa preghiera a Dio ch'egli ci liberi dalla corruzione dei nostri cuori, dal doloroso sentimento della sua ira, e dal dubbio relativamente al suo amore le sole cose secondo taluni, di cui ci dobbiamo curare; ma lo supplichiamo di dimenticare le offese che gli abbiamo recate coi nostri peccati e di cancellare dal suo libro i nostri debiti.

come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori.

Non ci facciamo illusione sul senso di queste parole. Non il perdono che concediamo ad altri ci salva, bensì il sangue prezioso di Cristo: e noi non abbiamo in noi stessi alcuna virtù che possa cancellare il nostro debito verso Iddio. Ma chi serba rancore, o non è disposto a concedere il perdono ai suoi simili, prova in tal modo, che egli non ne ha veramente sentito il bisogno per se stesso, ed in tal caso, chiedendo perdono a Dio, lo schernisce. nessun'uomo che rifletta, s'immaginerà d'avere ottenuto perdono dal Signore, se, per abitudine e deliberatamente, egli lo ricusa al suo prossimo. Non possiamo adunque domandare con fede il perdono dei nostri peccati, e l'ammissione nel regno di Dio, se non siamo disposti a perdonare ai nostri simili le loro offese, e se non possiamo dichiarare davanti a Colui che investiga i cuori, che lo facciamo sinceramente. Questa domanda si riferisce al perdono giornaliero, come la precedente si riferisce al pane cotidiano. Agostino se ne serve per combattere gli orgogliosi Pelagiani, i quali protendevano d'essere assolutamente senza peccato. La stessa lezione si potrebbe dare a coloro che si figurano che il credente, perdonato in una sola volta, per l'efficacia del sangue espiatorio di Cristo, non abbia più bisogno di domandare il perdono dei suoi peccati cotidiani, poiché egli non può più peccare Vedi 1Giovanni 2:1. Essi pretendono che questa preghiera fosse destinata unicamente ai Giudei ed agli increduli benché Gesù l'abbia insegnata ai suoi discepoli; dicono che i fedeli non possono assolutamente servirsene; e così dimostrano un orgoglio spirituale eccessivo, ed un'ignoranza incredibile della corruzione dei loro propri cuori e dell'evidente scopo di Cristo, che volle lasciare un modello di preghiera al fedeli di tutti i tempi. Siccome dobbiamo ogni giorno ricorrere a Cristo, che è la nostra «santificazione», così dobbiamo giornalmente andare a lui, poiché egli è la nostra «redenzione», onde essere rivestiti col manto della sua giustizia, poiché le Scritture asseriscono che «tutti falliamo in molte cose», e non glorifichiamo perfettamente Iddio. Ora, il non glorificare Iddio perfettamente è un peccato, del quale i più santi devono ogni giorno confessarsi colpevoli. Più un uomo è santificato dallo Spirito di Dio, più egli sente il bisogno di confessare ogni giorno i suoi peccati, e di domandargli perdono. Questa preghiera fu evidentemente dettata per il credenti, poiché le parole: «come noi ancora li rimettiamo ai nostri debitori». esprimono una disposizione dell'anima, non naturale all'uomo caduto, ma operata dalla grazia.

PASSI PARALLELI

Esodo 34:7; 1Re 8:30,34,39,50; Salmo 32:1; 130:4; Isaia 1:18; Daniele 9:19

Atti 13:38; Efesini 1:7; 1Giovanni 1:7-9

Mt18:21-27,34; Luca 7:40-48; 11:4

Matteo 6:14-15; 18:21-22,28-35; Nehemia 5:12-13; Marco 11:25-26; Luca 6:37; 17:3-5

Efesini 4:32; Colossesi 3:13

13 

Sesta domanda

13. E non ci esporre alla tentazione,

Questa domanda segue naturalmente quella che precede; infatti il cristiano perdonato, sa che la lotta col male non è finita, e conscio della propria debolezza sente profondamente il bisogno di essere liberato dalla tentazione. Sebbene da molti si voglia vedere nelle parole dei vers. 13 due domande diverse, è facile riconoscervi il medesimo soggetto, presentato sotto forma di antitesi, di cui la seconda parte è necessaria per completare e spiegare la prima.

2. prova, tentazione. In origine significa prova, e specialmente prova morale, che serve a manifestare il carattere dell'uomo, mettendolo in una posizione tale, che egli sia costretto di scegliere fra il Peccato e l'ubbidienza a Dio. Ma la parola è anche adoperata nel senso più energico di tentazione, di diretta sollecitazione al peccato. In questo senso è scritto Giacomo 1:13, che «Dio non tenta alcuno», non induce in tentazione; ma nell'altro senso, è positivo che Iddio mette apposita, mente quelli che gli appartengono - come mise il nostro Signore Gesù Cristo, stesso, - in circostanze atte a provare la loro fede. Nella prima parte di questa domanda crediamo che il fedele chiegga di non essere messo in una posizione in cui egli possa essere adescato e attirato dalla sua propria volontà e per opera di Satana in tentazione, e le parole non introdurci, confortano questa interpretazione, la quale indica un soggetto di preghiera perfettamente definito, e necessario sopra tutti gli altri. Era precisamente questa la preghiera che Pietro avrebbe dovuto fare, ma che egli trascurò, quando arbitrariamente, e ad onta di molte difficoltà, entrò nel palazzo del sommo sacerdote, e fu tratto nella voragine della tentazione, in modo che rinnegò il suo Signore Vedi Matteo 26:58,69-75; ed i PASSI PARALLELI. Il peccato di molti sta nel non temere le tentazioni, e nell'affrontarle senza necessità. Se pregassero, come ci ha insegnato Cristo Matteo 26:41, non cadrebbero tanto facilmente nel peccato. I giovani specialmente vi sono esposti; i divertimenti, i compagni vani o leggeri li circondano. Credendosi forti, essi disprezzano il pericolo, si gettano nelle tentazioni, e si lasciano adescare dalle attrattive del mondo. L'unica regola sicura è quella di temere ogni sorte di tentazione, di pregare Iddio di liberarcene, e di rinunziare a quei compagni, a quei divertimenti, o a qualunque altra cosa che sappiamo essere un laccio teso all'anima nostra.

ma liberaci dal maligno;

in greco può essere maschile il maligno o neutro il male. Satana è il grande tentatore, il nemico che mira alla rovina del credente 2Corinzi 11:3; Efesini 6:11-12. In Matteo 13:19 è lui, il maligno, che porta via dal cuore la buona semenza. Chiedendo d'essere liberati da lui, chiediamo implicitamente d'esser liberati dal male nel quale egli ci vuol far cadere per perderci.

poiché a te appartengono il regno, la potenza, e la gloria, in sempiterno.

in questa dossologia viene indicata la ragione per cui noi domandiamo queste cose a Dio, cioè, che a lui appartengono il regno, vale a dire l'attuale dominio e l'assoluta signoria su tutte le cose; la potenza, cioè il potere di rispondere a queste domande, e d'accordare le grazie e le benedizioni richieste; la gloria, non solo quella inerente alla sua essenza, ma anche quella proclamata nel cuore e nella vita dei fedeli riconoscenti. Amen. Questa parola è derivata dal verbo ebraico aman essere fermo, sicuro, fedele; significa: così sia veramente; ed è aggiunta alla fine, per esprimere il vivo desiderio che la preghiera sia esaudita. La parola amen, benché spesso pronunziata leggermente, è propriamente una formula solenne di preghiera indirizzata a Dio, il quale solo può rendere certa una cosa.

La dossologia posta tra uncini manca nei più antichi manoscritti ed è ritenuta non autentica dai critici ed esclusa dalle versioni moderne. L'uso di essa nel culto è però molto antico, giacché la si trova di già nella Didachè, sul principio del secondo secolo. Essa è dovuta all'uso ebraico di chiudere le preghiere con una dossologia.

14 14. Perché, se voi perdonate agli uomini i loro falli, il vostro Padre celeste perdonerà anche a voi; 15. Ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà i vostri falli.

Questi due versetti si riconnettono alla quinta domanda, e indicano il motivo della condizione annessavi: «come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Ciò dimostra che, se il perdono è il grande oggetto del messaggio evangelico, esso è pure il dovere principale fra peccatore e peccatore Vedi Matteo 6:12. Lungi da noi la supposizione che l'esercizio d'una virtù possa meritarci il perdono dei peccati; esso è unicamente una prova della nostra rigenerazione. Non dimentichiamo mai che Gesù dà questo modello di preghiera non per il, mondo, ma per i credenti. Dio manifesta il suo amore verso gli uomini che non sono ancora rigenerati, chiamandoli efficacemente a Cristo, per mezzo dello Spirito Santo, quando essi nutrono tuttavia in cuore l'odio contro Dio e contro gli uomini. Questa perdono delle offese del prossimo, non è richiesto come condizione del perdono dei peccati di colui che è «morto nei falli e nei peccati» Efesini 2:1, perché il suo cuore carnale «non riceve le cose dello Spirito di Dio», sino al giorno in cui è chiamato e perdonato in Cristo Gesù, per l'amor di Dio, gratuitamente concesso. Ma per coloro, i quali sono già stati l'oggetto di un amorevole perdono, per mezzo del sangue di Gesù, e sono stati ammessi nella famiglia di Dio, amare i nemici e perdonare loro, è una condizione essenziale della remissione giornaliera dei loro peccati.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:15

Matteo 9:14-15; 2Samuele 12:16,21; Nehemia 1:4; Ester 4:16; Salmo 35:13; 69:10; 109:24

Daniele 9:3; Luca 2:37; Atti 10:30; 13:2-3; 14:23; 1Corinzi 7:5; 2Corinzi 6:5; 11:27

Matteo 6:2,5; 1Re 21:27; Isaia 58:3-5; Zaccaria 7:3-5; Malachia 3:14; Marco 2:18

Luca 18:12

16 

Terzo esempio: il digiuno Matteo 6:16-18

16. E quando digiunate, non state mesti di aspetto, come gli ipocriti; poiché essi si sfigurano la faccia, per far vedere agli uomini che digiunano; io vi dico in verità, che cotesto è il premio che ne hanno.17. Ma tu, quando digiuni, ungiti il capo, e lavati la faccia;

Questi versetti indicano un terzo contrasto fra l'adempimento farisaico d'un dovere religioso e lo spirito nel quale il Signore vuole che i suoi lo compiano. I due primi, relativi all'elemosina ed alla preghiera privata, trovansi nei vers. 2 e 5; e questo sì riferisce al digiuno. Il dovere di digiunare come quello di essere caritatevole o di pregare, è qui ammesso, senza distinzione fra il vero ed il falso metodo di praticarlo Quest'ultimo soggetto è trattato altrove dal nostro signore Vedi Matteo 9:14-15. Lo spargimento d'olio sul capo, sulla barba e sul corpo, e le abluzioni erano osservate giornalmente e con profusione, sia fra gli Ebrei che fra le altre nazioni orientali. Per Mezzo degl'insegnamenti dei Farisei però, la cui religione consisteva in atti esteriori, era nato l'uso di fare cordoglio per la morte dei parenti, o per pubbliche calamità, e dei digiuni nazionali e privati, coll'astenersi non solo dalle abluzioni ed unzioni necessarie alla nettezza del corpo, ma coll'imbrattarsi la testa e la faccia di ceneri, onde attirare l'attenzione degli altri. Mancare di pulizia, vivere nel sudiciume non è parte del servizio dovuto a Dio, sebbene i Farisei e gli Esseni fra gli Ebrei, e gli anacoreti ed i monaci che hanno disonorato la Chiesa cristiana col loro ozio e la loro immoralità, abbiano cercato di combinare quelle due cose. V'è molta verità racchiusa nel detto: «La pulizia sta vicino alla pietà». Nostro Signore, in conseguenza, proibisce ai suoi discepoli l'ostentazione del dolore per il peccato e siffatti segni esteriori del digiuno, perché non hanno alcun valore innanzi a Dio; e coloro che ne fanno mostra, ricevono la ricompensa che desiderano, cioè l'ammirazione degli uomini, ricompensa che non basta ad un vero discepolo di Cristo. Un uomo può digiunare colla faccia pulita, col corpo lavato, colla barba rasa o pettinata, non meno che trascurando queste cure materiali; e così facendo, prova che il suo scopo, digiunando, non è di attirare l'attenzione e l'approvazione degli uomini, ma di umiliare l'anima sua innanzi a Dio.

PASSI PARALLELI

Matteo 9:14-15; 2Samuele 12:16,21; Nehemia 1:4; Ester 4:16; Salmo 35:13; 69:10; 109:24

Daniele 9:3; Luca 2:37; Atti 10:30; 13:2-3; 14:23; 1Corinzi 7:5; 2Corinzi 6:5; 11:27

Matteo 6:2,5; 1Re 21:27; Isaia 58:3-5; Zaccaria 7:3-5; Malachia 3:14; Marco 2:18

Luca 18:12; Ruth 3:3; 2Samuele 14:2; Ecclesiaste 9:8; Daniele 10:2-3

18 18. Affinché non apparisca agli uomini che tu digiuni, ma al Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa.

Gesù dichiara in questo versetto che coloro i quali digiunano col cuore contrito e senza ostentazione, riceveranno una ricompensa da Colui che vede il cuore, e giudica dei suoi più intimi motivi. I rabbini narrano che alcuni dei loro più celebri dottori avevano costantemente il viso nero a cagione dei loro digiuni! Questa asserzione allude non solo alle ceneri di cui si aspergevano quei dottori, ma all'aspetto abbattuto ed apparentemente contrito ch'essi credevano necessario di assumere in simili occasioni, e che Cristo indica, in Matteo 6:16, colle parole: «mesti d'aspetto».

PASSI PARALLELI

2Corinzi 5:9; 10:18; Colossesi 3:22-24; 1Pietro 2:13

Matteo 6:4,6; Romani 2:6; 1Pietro 1:7

RIFLESSIONI

1. Gesù ci mette in guardia non solo contro la vanità che ci spinge ad adempiere il nostro dovere per riscuotere gli applausi degli uomini, ma c'indica inoltre un motivo che deve indurci a perseverare in esso, anche allorquando gli applausi si cambiano in maledizioni, e quando la gioia prodotta dalla novità della vita cristiana è svanita. Questo motivo consiste nel fare ogni cosa col pensiero volto a Dio, piuttosto che agli uomini. Il che non significa che dobbiamo essere indifferenti alle osservazioni degli altri intorno alla nostra condotta, poiché ci è stato comandato di «non dare intoppo alcuno in cosa veruna, acciocché il Vangelo non sia vituperato»; ma siccome l'autorità di Dio è la sorgente di ogni dovere, ed egli è il giudice supremo che giudica il modo in cui l'adempiamo, così dobbiamo adempiere il nostro dovere, ubbidendo semplicemente alla sua volontà, e ricercando anzitutto la sua approvazione. Paolo c'indica chiaramente questo dovere, quando parla del doppio obbligo che incombe al servitore di ubbidire al suo padrone terrestre, ed a quello che è nei cieli Colossesi 3:22. Quelli che fanno lunghe orazioni, prodigano le elemosine, o adempiono qualche altro dovere cristiano, soltanto «per esser osservati dagli uomini», saranno «mandati via a vuoto» nel giorno del giudizio, perché «hanno ricevuto il loro premio» in questo mondo, ma Iddio «onorerà quelli che lo onorano», rendendo loro la retribuzione in palese.

2. Non è certo a caso che le tre prime domande della preghiera modello ci riferiscono a Dio, e non a caso Gesù c'insegna a non chiedere nulla per noi stessi, prima d'aver espresso gli ardenti desideri dei nostri cuori relativamente alla sua gloria. Questo fatto è stato spesso osservato, e c'importa moltissimo non solo di conoscerlo, ma d'imitare nelle nostre preghiere il modello che il Signore ci ha dato. Da ciò che precede noi possiamo dedurre che a Dio appartiene il primo posto, tanto nei nostri affetti, quanto nelle nostre preghiere. Colui che dice con sincerità: «Sia santificato il tuo nome», non riprenderà egli «quelli che lo bestemmiano continuamente»? Colui che esclama con fede: «il tuo regno venga», potrà egli darsi in preda alla pigrizia, mentre che la maggior parte degli uomini sono tuttora sotto il giogo di Satana?

3. Qual consolazione ci recano le parole della quarta domanda, le quali ci indicano che Iddio ha riguardo anche ai nostri corpi, quantunque essi sieno deboli e perituri; e che egli ci provvederà ogni giorno il cibo necessario alla loro sussistenza! Qual coraggio non destano quelle parole nel cuore dei fedeli poveri e bisognosi! Esse insegnano loro ad alzare gli occhi a Colui che dice: «il mondo, e tutto quello che è in esso è mio» Salmo 50:12. Qual rossore devono esse produrre in quelli che si preoccupano esclusivamente della questione che faceva a se stesso il ricco insensato: «Che farò, giacché io non ho ove riporre i miei frutti?» in quelli «che fanno tesori per se stessi e non sono ricchi in vista di Dio»? Luca 12:17,21.

4. Quando il nostro Signore comanda ai figli di Dio di rivolgersi ogni giorno a lui, dicendogli: «Rimettici i nostri debiti», egli riprende non soltanto quei perfezionisti i quali asseriscono che, essendo credenti, non possono più peccare 1Giovanni 1:8, ma quanto anche quei cristiani i quali, ripudiando questa dottrina, considerano però il perdono dei loro peccati come tanto sicuro che sarebbe un atto peccaminoso il domandarlo ancora. Questa domanda ci mostra chiaramente la falsità di simili idee. Vero è, che «chi è lavato tutto non ha bisogno che d'aver lavati i piedi». Giovanni 13:10; ma è precisamente il sentito bisogno di questa lavatura giornaliera dei piedi, che rende così prezioso il privilegio di accostarci a Dio colla preghiera: «Rimettici i nostri debiti».

5. Ohimè! quanta ipocrisia si manifesta in molti, al cospetto dell'indagatore dei cuori, quando essi gli dicono: «Come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Se noi riceviamo soltanto da Dio un perdono uguale a quello che concediamo noi stessi ad altri, non troveremo forse in questo fatto la spiegazione dell'incapacità in cui trovansi molti sinceri cristiani di godere «l'allegrezza della salvezza di Dio?».

6. Quanto, è strano che, dopo aver pronunziato la preghiera: «Non ci esporre alla tentazione, ma liberarci dal maligno», un figlio di Dio possa deliberatamente recarsi là dove non soltanto egli sa che i suoi principi religiosi saranno messi alla prova, ma dove egli è già altre volte caduto nella tentazione? Non basta per scusarsi il dire che le cose che succedono in quei luoghi non sono peccaminose in se stesse. Ogni cosa che l'esperienza dimostra essere nociva alla coscienza, o atta a mettere la sua purezza in pericolo, dove esser evitata da chiunque presenta questa domanda al Signore; altrimenti egli si fa beffe d'Iddio Galati 6:7.

19 Matteo 6:19-34. PREOCCUPAZIONE DELLE COSE CELESTI E CONFIDANZA FILIALE

A prima vista può sembrare al lettore non esservi alcuna relazione fra l'argomento trattato in Matteo 6:19 e quelli dell'elemosina, della preghiera e del digiuno che lo precedono. Non è così peraltro. La piena consacrazione del cuore a Dio è l'anello di congiunzione fra il vers. 18, ed i seguenti. Infatti, come il nostro Signore ha dimostrato nei vers. precedenti che quella consacrazione sola dà qualche valore all'elemosina, alla preghiera ed al digiuno, così, col mezzo delle espressioni: «non vi fate tesori in terra, anzi fatevi tesori in cielo» egli dimostra che quella consacrazione è obbligatoria per tutti gli uomini, e che in essa consiste la vera felicità.

19. Non vi fate tesori sulla terra,

L'uomo ha bisogno di avere uno scopo per il quale egli viva e lavori, un oggetto in cui egli ponga i suoi affetti altrimenti la sua vita diviene insipida e molesta. Quell'oggetto, qualunque esso sia, è il suo tesoro. Due sono i grandi oggetti che si contendono il cuore umano: gli interessi del tempo, e quelli dell'eternità. I primi comprendono i piaceri terreni e i doveri legittimi, nonché gli atti peccaminosi e gli affetti disordinati per le cose di questo mondo. Queste "cose periscono per l'uso», e non possono assicurarci una gioia duratura, o saziare la fame di felicità che divora ogni anima immortale, per cui Gesù dice ch'esse vanno soggette ad essere guastate dalla tignuola e dalla ruggine.

ove la tignola

Nell'Oriente, in antico, i tesori d'un uomo ricco comprendevano un gran numero di mute di vesti Genesi 45:22; Giudici 14:12-13, conservato tanto per far doni, quanto per l'uso degli ospiti. In quei climi caldi, quelle vesti costose erano particolarmente soggette ad intignare e guastarsi, e ciò fornì un esempio al nostro Signore per dimostrare la pazzia di coloro che mettono il cuore in tesori che vanno distrutti.

e la ruggine consumano; e dove i ladri sconficcano e rubano.

brosis accenna a qualsiasi agente che corroda, consumi o guasti i metalli preziosi. La «ruggine», rigorosamente parlando, non attacca l'argento o l'oro bensì le monete di bronzo molto in uso a quell'epoca, e nelle quali consistevano, senza dubbio, i piccoli tesori ammassati dagli uditori del Signore. La popolazione della Galilea, ai tempi di Gesù Cristo, poco conosceva l'uso delle banche rese necessarie dal commercio moderno, nelle quali il danaro si mettesse a frutto, invece di nasconderlo sotterra, o in qualche cantuccio segreto della casa; e il deterioramento di quella rozza moneta, per via della ruggine, o per altre cagioni, doveva dare a quella gente un'idea esattissima e familiare della natura transitoria dei tesori terreni mentre la poca sicurezza in cui erano contro le aggressioni dei briganti e contro l'astuzia ed i raggiri dei ladri, davano maggior forza all'idea medesima.

PASSI PARALLELI

Giobbe 31:24; Salmo 39:6; 62:10; Proverbi 11:4; 16:16; 23:5; Ecclesiaste 2:26; 5:10-14

Sofonia 1:18; Luca 12:21; 18:24; 1Timoteo 6:8-10,17; Ebrei 13:5; Giacomo 5:1-3

1Giovanni 2:15-16

20 20. Ma fatevi tesori in cielo, ove né tignola, né ruggine consumano ed ove i ladri non sconficcano né rubano.

Il Signore non proibisce in modo assoluto di provvedere all'avvenire, anzi egli l'ordina nel vers. 20; ma biasima coloro, il di cui più alto scopo è di ammucchiare tesori terreni. Per «tesoro in terra», non dobbiamo intendere il frutto del lavoro, il guadagno col quale l'operaio provvede alle proprie necessità, né i beni, né il denaro che una persona più agiata possiede, bensì i beni terreni oggetto della cupidigia e dell'amore del cuore. Ma appunto perché il mettere da parte non è in se stesso peccaminoso anzi, in alcuni casi viene espressamente comandato, come in 2Corinzi 12:14; 1Timoteo 5:8, e perché l'industria onesta e le imprese dirette con intelligenza sono generalmente coronate dal successo, molti si figurano, di trovarsi in regola con Dio, mentre che tutta la loro attenzione, la loro ansietà, il loro zelo ed il loro tempo sono dedicati a raggiungere questo scopo puramente terreno. Vana illusione! Gesù Cristo esorta al contrario il suo popolo a farsi «tesori in cielo» ove nulla v'è di corruttibile, ove nulla ci può essere rapita. Pietro descrive il cielo come «una eredità incorruttibile, immacolata e immarscescibile» 1Pietro 1:4; e questa eredità è costituita da Jehova Padre Figlio e Spirito Santo, unico bene che possa soddisfare l'anima nostra, e sorgente di gioia perenne. Essere con Dio, simile a Dio, parlar con Lui, come figliuoli al padre, possedere quella gloria ineffabile del cielo che niuno può immaginare, e tutto ciò perché il Padre ci ha redenti col sangue del suo diletto Figliuolo, e ci ha santificati per lo suo Spirito: ecco l'eredità incorruttibile, il gran tesoro dei santi! «Farsi tesori in cielo» è l'opera del tempo, presente, poiché presto «la notte della morte viene, in cui niuno può operare» Giovanni 9:4. Mentre la Chiesa romana vuol far credere all'esistenza di un Purgatorio, nelle cui fiamme gli uomini potrebbero farsi un qualche tesoro, dopo morti, la Santa Scrittura ci esorta ad operare in questa vita con diligenza, poiché, dopo la nostra morte, sarà troppo tardi. «Farsi un tesoro in cielo» consiste nel cercar la riconciliazione con Dio, e l'adozione nella sua famiglia, per mezzo della giustizia di Cristo; nel procacciare una comunione vie più intima con Dio, ed una somiglianza sempre maggiore con Lui, nel mettere in pratica l'amore cristiano fecondo di opere che il Signore ricompenserà gloriosamente nella sua grazia.

PASSI PARALLELI

Matteo 19:21; Isaia 33:6; Luca 12:33; 18:22; 1Timoteo 6:17; Ebrei 10:34; 11:26

Giacomo 2:5; 1Pietro 1:4; 5:4; Apocalisse 2:9

21 21. Perché, dove è il tuo tesoro, quivi sarà anche il tuo cuore.

Colui che ha creato il cuore umano lo conosce appieno; e ben lo dimostra in questo versetto. La parola «tesoro», a qualsiasi oggetto venga applicata, indica l'oggetto che ha soggiogato gli affetti d'un uomo; ora siccome il cuore è la sede degli affetti, la verità qui proclamata è chiara come il sole; a quel tesoro, qualunque sia, il cuore sta attaccato sopra ogni altra cosa. Ah! purtroppo, il peccato ha diviso gli affetti del cuore dal solo tesoro che non perisce mai! ed è appunto per staccare i nostri affetti dai tesori terreni che il Signore ci esorta a farci un tesoro in cielo. Un nuovo affetto soltanto ha il potere di scacciare l'antico. Alcuni si sono immaginati che in questo versetto il discorso del nostro Signore sia interrotto, e che fra quello che precede e quello che segue non esista nessuna relazione. Opinione affatto gratuita e senza fondamento: il filo di connessione, fra le idee contenute in questo e quelle dei precedenti versetti è chiaro, per chiunque considera il rimanente del capitolo come un'ampia illustrazione ed un corroboramento della verità insegnata nei tre precedenti versetti. Matteo 6:22-24, che stiamo ora per considerare, sono strettamente connessi, nel pensiero di Cristo, coi vers. Matteo 6:19-21, contenendo, a parer nostro, la risposta ad una obbiezione che il Signore avrebbe preveduta, benché non espressa da chi lo ascoltava. È naturale, infatti che alcuni fra i suoi uditori dicessero allora, come dicono oggi molti fra noi: Non potrei io possedere tesori in cielo ad al tempo stesso sulla terra? La risposta del nostro Signore, per quanto non espressa, è certamente negativa, come si ricava dagli esempi che ci presenta.

PASSI PARALLELI

Isaia 33:6; Luca 12:34; 2Corinzi 4:18

Matteo 12:34; Proverbi 4:23; Geremia 4:14; 22:17; Atti 8:21; Romani 7:5-7; Filemone 3,19

Colossesi 3:1-3; Ebrei 3:12

22 22. La lampada del corpo è l'occhio;

Il primo esempio è tratto dalla miseria e dall'infelicità che derivano da una vista difettosa. Il leggere, il muoversi, ogni faccenda, ogni piacere della vita che dipenda dall'occhio, vengano guastati da quella infermità, per cui nell'occhio si confondono gli oggetti. Lo stesso accade ad un cuore diviso. Gli affetti non possono essere efficaci se guardano al tempo medesimo verso il cielo e verso la terra. L'occhio è il solo membro del corpo per lo quale noi possiamo godere la luce che ci guida nei nostri movimenti, e ci fa conoscere gli oggetti esteriori. Quel che una lanterna è per il viandante in mezzo al buio della notte. l'occhio è, nel viaggio della vita, per il corpo, che, senza di esso, è tenebroso.

se dunque l'occhio tuo è sano

Letteralmente semplice. Applicata all'occhio, quella parola significa, in genere, sano, limpido.

tutto il tuo corpo sarà illuminato

Come l'uomo, di cui gli occhi sono sani, cammina nella luce e vede chiaramente ogni oggetto, un proponimento semplice e costante di servire e piacere a Dio in ogni cosa rende il carattere coerente e schietto.

PASSI PARALLELI

Luca 11:34-36

Atti 2:46; 2Corinzi 11:3; Efesini 6:5; Colossesi 3:22

23 23. Ma, se l'occhio tuo è viziato,

il senso dei vocabolo viziato, viene determinato da quello di puro, sano, al quale esso fa contrasto. Se l'occhio tuo guarda in una falsa direzione, non discerne bene gli oggetti e la loro natura,

tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre;

non intieramente privi di luce o della facoltà di vedere, ma ridotto a percezioni confuse ed oscure. Quando l'intiera macchina umana soffre per l'oscurità dell'occhio, l'uomo può chiamarsi veramente tenebroso. Come un occhio viziato non vede nessun oggetto quale è, così uno spirito ed un cuore divisi tra Cristo ed il mondo, sono nelle tenebre. «intenebrati nell'intelletto, alieni dalla vita di Dio, per l'ignoranza che è in loro, per l'induramento del cuor loro» Efesini 4:18; Vedi anche Matteo 20:15, Deuteronomio 15:9; Proverbi 28:14. Un fermo proponimento di servire Iddio, la direzione chiara e costante dei pensieri, della fede, e degli affetti verso il cielo, sono indispensabili ad una vita santa.

se dunque la luce ch'è in te è tenebre, esse tenebre quanto grandi saranno!

Queste parole contengono un solenne appello ad ogni uomo quanto allo stato dell'anima sua, prendendo esempio dalla rovina materiale cagionata dall'occhio viziato. Invece di lume dice qui luce, e l'oggetto indicato non è l'occhio, ma sebbene l'intendimento e la coscienza. L'occhio dell'anima è la coscienza, la quale ha l'incarico di avvertirci non meno che di rimproverarci; e quando è illuminata dallo Spirito Santo, non è altro che la voce di Dio parlante dentro di noi. Se dunque quello, che è occhio e luce dell'anima è tenebre, quanto grandi debbono essere le tenebre dell'uomo! Siccome la coscienza è la facoltà regolatrice dell'uomo, se essa è falsata che sarà l'uomo tutta intiero, se non una massa di tenebre? Argomento prediletto dei forti e degli scettici è questo: Basta che un uomo sia sincero, poco importa poi qual religione professi; Iddio accetta ogni uomo secondo la luce ch'egli ha. La dichiarazione del nostro Signore in questo versetto sradica affatto questa opinione. È vero che Iddio giudica ogni uomo secondo la luce che egli ha; non però dalla piccola porzione di luce divina ch'egli ha lasciato penetrare nel proprio intelletto, e nella coscienza, ma da quella luce perfetta che gli splende intorno, e l'avrebbe illuminato, se la sua volontà e le sue affezioni non le avessero fatto barriera. In quel caso la luce ch'egli possiede altro non è che tenebre, e, lungi dal salvarlo, aggraverà la sua condanna. Egli perirà, perché, quantunque la luce sia venuta nel mondo, egli non volle riceverla, ma preferì le tenebre.

PASSI PARALLELI

Matteo 20:15; Isaia 44:18-20; Marco 7:22; Efesini 4:18; 5:8; 1Giovanni 2:11

Matteo 23:16-28; Proverbi 26:12; Isaia 5:20-21; 8:20; Geremia 4:22; 8:8-9; Luca 8:10

Giovanni 9:39-41; Romani 1:22; 2:17-23; 1Corinzi 1:18-20; 2:14; 3:18-19

Apocalisse 3:17-18

24 24. Niuno può servire a due padroni; perché, o odierà l'uno, ed amerà l'altro; o si atterrà all'uno, e sprezzerà l'altro;

Questo è il secondo esempio che serve di risposta all'obbiezione di coloro che dicono: Io posso radunare tesori e sulla terra e nel cielo. qui tradotto servire, significa piuttosto, appartenere intieramente ad una persona, essere intieramente sottoposto ad essa, come uno schiavo. Servire a due padroni, nel caso in cui essi si mettano d'accordo sulla quantità e sulla durata del servizio da prestare a ciascun di loro sebbene sia cosa poco piacevole, così per il servo come per i padroni, pure è possibile; ma il caso qui supposto è quello di uno schiavo, reclamato come assoluta proprietà da due padroni diversi, ognuno dei quali esige, come diritto esclusivo, tutto quanto il servizio di lui per se stesso. È cosa per se medesima evidente, che un tal servizio non potrebbe, durare, poiché non solo gl'interessi dei padroni sono spesso opposti, ma il servo stesso, coll'andar del tempo, farebbe, fra le due, un confronto, e verrebbe a dare all'uno sull'altro la preferenza. Questo accadrebbe anche se gli affari dei due padroni fossero del medesimo genere, e tanto più poi, se, come nel presente caso, i loro interessi si trovassero opposti.

voi non potete servire a Dio ed a Mammona.

Mamona, è una parola aramea che significa ricchezze. Il Signore qui personifica sotto questo titolo le ricchezze, e ce le presenta come un padrone che ci fa schiavi, come un idolo che avvince il cuore, ed al quale rendiamo il culto che appartiene a Dio. Perciò Paolo descrive altrove l'avarizia che è appunto il culto di Mamona, come un'idolatria Colossesi 3:5; Efesini 5:5. Servire quest'idolo e Iddio al tempo stesso e col medesimo cuore, è impossibile. Servire Mamona è lavorare per esso, come un servo lavora per il suo padrone, esser devoto al guadagno, avere il cuore intieramente dedicato al mondo. Questo servizio di Mamona non è ristretto ai ricchi; il povero può essere mondano ed avaro quanto il ricco. Servire a Dio è un obbedirgli, un lavorare per la sua causa, avere il cuore rivolto a lui, conformarsi alla sua volontà in ogni cosa. La inclinazione del cuor naturale è di adorar Mamona; e invece di «seguire il Signore appieno» Numeri 14:24, molti pretesi cristiani inclinano a fare un compromesso, col servire ambedue: ma Gesù stesso ci dichiara che ciò è impossibile. Impariamo dunque a servire unicamente a Dio, ammassandoci tesori nel cielo, e ponendovi il cuore.

PASSI PARALLELI

Matteo 4:10; Giosuè 24:15,19-20; 1Samuele 7:3; 1Re 18:21; 2Re 17:33-34,41

Ezechiele 20:39; Sofonia 1:5; Luca 16:13; Romani 6:16-22; Galati 1:10; 2Timoteo 4:10; Giacomo 4:4

1Giovanni 2:15-16

Luca 16:9,11,13; 1Timoteo 6:9-10,17

25 

Applicazione pratica del precetto di farsi un tesoro nel cielo Matteo 6:25-34

La parola perciò, colla quale il vers. 25 comincia. connette quello con qualcosa che lo precede, e che non si trova, come alcuni vorrebbero, nel vers. 24, bensì nella solenne esortazione, nei vers. 19-21, di non accumulare tesori in terra, ma in cielo. L'applicazione pratica che si può dedurre da questi versetti comincia col vers. 25, e dura fino alla fine del capitolo. Essa è diretta contro quella peccaminosa ansietà per le cose di questo mondo, la quale disonora Dio, e, al medesimo tempo, è tentazione gagliarda di sottomettere il cuore alla possanza di Mamona che hanno per loro porzione Iddio, hanno la promessa della vita presente non meno che della futura, quindi non hanno bisogno di vivere in ansiosa sollecitudine, per procacciarsi quello che è necessario per questa. vita. Questa applicazione pratica sembra dividersi in tre parti, ognuna delle quali incomincia con le parole: «Non siate con ansietà solleciti», ed in ciascuna è presentata in un modo diverso. La prima e la più lunga di quelle tre parti contiene non meno di quattro argomenti, arricchiti di varie spiegazioni, ed altamente atti a far pensare uno spirito riflessivo. Le altre due contengono ciascuna un solo argomento. Queste tre parti risalteranno meglio all'occhio disposte come segue:

  • Parte 1 Matteo 6:25

«Non siate con ansietà solleciti per la vostra vita, ecc.».

1 Se Iddio dà la vita, egli darà pure il nutrimento; se egli formò il corpo, darà pure il vestiario.

2 Iddio pasce gli uccelli dell'aria, per quanto sieno di poco valore, tanto più dunque pascerà voi.

3 Una tale ansietà per parte vostra è del tutto vana. Voi non potete aggiungere all'altezza vostra un sol pollice, e tanto meno tenere in vita il corpo, e somministrargli ciò che gli è necessario. Vedi Matteo 6:27.

4 Iddio veste i fiori del campo di inesprimibile bellezza, fragili come essi sono, e di breve durata, quanto più dunque vestirà voi, ch'egli creò ad immagine sua ?

  • Parte 2 Matteo 6:31

«Non siate adunque con ansietà solleciti dicendo: Che mangeremo o che berremo, o di che saremo vestiti?» Siffatta ansietà è perdonabile ai pagani i quali non conoscono il vero Dio, e per conseguenza nulla sanno della onnipotenza e della provvidenza di lui. Ma in voi, che conoscete l'onniscienza del vostro Padre, ed il suo amore sempre sollecito del vostro bene, è casa vergognosa. Egli ben conosce di che avete bisogno: lasciatene a lui la cura. «Cercate soltanto il regno di Dio, ed egli provvederà ai bisogni della vostra vita presente».

  • Parte 3 Matteo 6:34

«Non siate adunque con ansietà solleciti del giorno di domani» cioè dell'avvenire, poiché ogni giorno ha il suo proprio peso; e se voi vi caricate oggi anche del peso di domani, vi troverete sovraccaricati ed oppressi, e sarete del tutto incapaci di adempiere i doveri che presentemente vi incombono verso Dio, verso la famiglia, e verso i vostri simili.

25. Perciò vi dico: non siate con ansietà solleciti per la vita vostra, di quel che mangerete, o di quel che berrete; né per il vostro corpo, di che vi vestirete;

In questo e nei sei versetti seguenti, noi abbiamo LA PRIMA PARTE della pratica applicazione che fa il Signore dei vers. 19-21. Il pensare alle cose temporali per poter vivere onestamente è cosa richiesta non meno dalle Sacre Scritture che dal senso comune, e solo quell'angosciosa sollecitudine che proviene dal dubbio, e dalla debolezza della fede, viene qui condannata. L'uditorio del Signore si componeva in gran parte, in questa occasione, di poveri, i quali sudavano per procacciarsi il pane quotidiano; nel cuore dei quali la incertezza del sostentamento svegliava naturalmente una tale sollecitudine ansiosa. Però, questa peccaminosa sollecitudine per le cose di questo mondo non si restringe al povero; anzi, più crescono le ricchezze, più stravaganti divengono le idee degli uomini quanto a ciò che è necessario per la vita presente; ed essi si consumano di pensieri per l'avvenire. La massima parte degli uomini, in una parola, si stillano senza fine il cervello, pensando al modo di provvedersi da mangiare, da bere, e da vestire elegantemente questo corpo caduco. La qual cosa non istà d'accordo coll'avere il proprio tesoro nel cielo, e coi ritenere come padre Iddio.

non è la vita più del nutrimento, e il corpo più del vestito?

Il primo argomento che il Signore adduce contro tale peccaminosa ansietà dei credenti per le cose terrene, è tratto dai doni che Dio ha già dati; è argomento dal più al meno. Iddio ha dato la vita, non vorrà egli dunque dare il nutrimento che è necessario a sostentare la vita? Iddio ha creato il corpo umano, e non vorrà egli somministrare il vestiario occorrente a coprirlo? Non ci promette il lusso, ma tutto quel che è indispensabile per il mantenimento della vita è incluso nel patto della redenzione. «il suo pane gli sarà dato, e la sua acqua non fallirà» Isaia 33:16; e questa sicurezza trasse Paolo a dire: «Avendo da nutrirci e da coprirci, saremo di ciò contenti» 1Timoteo 6:8. In Luca, Cristo aggiunge: «e non ne state sospesi», non siate, cioè, scossi nella vostra fiducia in Dio da siffatte sollecitudini. Quando sappiamo affidarci in tutto e per tutto a Dio, «facendogli note le nostre richieste in preghiera e supplicazione con ringraziamenti», Paolo ci assicura che «la pace di Dio che sopravanza ogni intelligenza guarderà i nostri cuori e i nostri pensieri in Cristo Gesù» Filippesi 4:6-7. Ma quando noi affidiamo tutte le nostre temporali faccende ed interessi alla forza del nostro proprio, ingegno, cadiamo in quello stato d'inquietudine contro il quale il Signore mette in guardia i discepoli.

PASSI PARALLELI

Matteo 5:22-28; Luca 12:4-5,8-9,22

Matteo 6:31,34; 10:19; 13:22; Salmo 55:22; Marco 4:19; 13:11; Luca 8:14; 10:40-41

Luca 12:22-23,25-26,29; 1Corinzi 7:32; Filippesi 4:6; 2Timoteo 2:4; Ebrei 13:5-6

1Pietro 5:7

Luca 12:23; Romani 8:32

26 26. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non accolgono in granai; e il Padre vostro celeste li nudrisce;

Il secondo argomento contro l'ansietà peccaminosa, circa gli affari di questa vita, sgorga si dalla cura amorevole che Dio prende delle creature inferiori ed irragionevoli, ed è un argomento dal meno al più. L'istinto degli uccelli dell'aria, meraviglioso come esso è, non insegna loro a seminare, a mietere, a raccogliere in granai, od a prendere per l'avvenir loro quei provvedimenti che può e deve prendere l'uomo; e nondimeno, tapini com'essi sono, Iddio si prende cura di loro e li nutrisce. Or quanto maggiormente provvederà egli ai bisogni di quelli che sono i suoi figli, non solo per creazione, ma per adozione in Gesù Cristo?

non siete voi assai da più di loro?

Notate bene che non ci è vietato di seminare, ecc.; la forza dell'argomento, al contrario, sta in questo: mentre i figli di Dio lavorano indefessamente per procacciare le cose necessarie al corpo, innalzando la mente a Dio, ad ogni passo, vorrà Dio permettere che questi suoi figli muoiano di fame, e pascere intanto gli uccelli che non lavorano?

PASSI PARALLELI

Matteo 10:29-31; Genesi 1:29-31; Giobbe 35:11; 38:41; Salmo 104:11-12,27-28

Salmo 145:15-16; 147:9; Luca 12:6-7,24-31

Matteo 6:32; 7:9; Luca 12:32

27 27. E chi di voi, con la sua sollecitudine, può aggiungere alla lunghezza della sua vita pure un cubito?

Questo versetto contiene un terzo argomento contro la peccaminosa sollecitudine e preoccupazione per le cose di questa vita; è questo tratto dalla nostra propria incapacità e dalla inutilità della nostra ansietà. È un altro argomento dal meno al più, siccome chiaramente apparisce dal passo parallelo in Luca 12:26: «Se dunque non potete fare nemmeno ciò che è minimo, perché siete in ansiosa sollecitudine del rimanente?». Il cubito Gr. Lat. ulna, era una misura di 50 centimetri. In origine, significava la lunghezza dell'avambraccio, dal gomito al polso, e quindi fino alla punta del dito medio. Nel greco classico, ha il significato di statura, e quello d'età. il primo fu adottato nella versione di Diodati e in molte altre. Benché la parola significhi ordinariamente statura, i commentatori generalmente considerano la parola cubito qui come un'espressione metaforica applicata da Gesù alla lunghezza della vita umana; prendendo anche metaforicamente la vita come un viaggio o una corsa, poiché solo in questo senso, la sua lunghezza potrebbe essere misurata a cubiti. L'espressione «se dunque non potete pur ciò che è minimo», nel passo parallelo Luca 12:26, sembra provare che abbia qui il significato di età e non quello di statura; infatti l'aggiungere un cubito, cioè un mezzo metro alla lunghezza d'un viaggio, è veramente cosa minima, mentre che non si potrebbe dire lo stesso dell'aggiunta d'un cubito fatta alla statura d'un uomo. Se noi dunque, con tutta la fatica ed ansietà di cui siamo capaci, non possiamo prolungare di un'ora la nostra vita, quanto è cosa vana per noi il mormorare e l'affannarci come se fossimo indipendenti dalla provvidenza di Dio!

PASSI PARALLELI

Matteo 5:36; Salmo 39:6; Ecclesiaste 3:14; Luca 12:25-26; 1Corinzi 12:18

28 28. E intorno al vestire, perché siete con ansietà solleciti? Considerate come crescono i gigli della campagna;

Il Signore, passando ora da quello che abbisogna per sostentare la vita, a ciò che si richiede per vestire ed adornare il corpo, ci somministra in questo versetto ed in quello che segue un quarto argomento contro l'eccessiva preoccupazione per le cose di questa vita, traendolo dalla squisita bellezza dei fiori dei campi. L'argomento è qui pure dal meno al più; e non si può in se non ammirare la bella simmetria e la corrispondenza fra l'illustrazione tolta qui dal regno vegetale, e quella del vers. 26 presa dal regno animale. Il corpo è più che il vestire. Guardate con quale cura Iddio veste i gigli del campo, che durano solamente un giorno e poi sono tagliati e gettati nel forno! Quanto più vestirà Egli il corpo ch'Egli vi ha dato! «i gigli della campagna» sono forse qui da riguardarsi come un termine generico, per indicare le migliaia e migliaia di fiori selvatici i quali nella primavera, coprono le lussureggianti campagne della Palestina. Fra quei fiori sono insigni l'anemone rosso, il tulipano, e soprattutto una specie di arum, o giglio d'Etiopia, la corolla del quale sfoggia tale una bellezza, che mai fu visto in Europa un velluto cremisi che lo agguagli. Noi crediamo che il giglio a cui fa allusione il Signore, sia appunto questo fiore il quale molto abbonda in Galilea, in Fenicia, e sulle falde del Libano; però convien notare che anche missionari i quali hanno dimorato per venti anni in Palestina sono incerti relativamente al fiore di cui parla qui il Signore.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:25,31; 10:10; Luca 3:11; 22:35-36

Luca 12:27

essi non faticano, e non filano; 29. Eppure io vi dico, che nemmeno Salomone con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro.

Tanto sono essi capaci di queste faccende proprie dell'uomo, quanto gli uccelli dell'aria di seminare, ecc. La loro esistenza è effimera: essi fioriscono per un giorno o due, quindi il gambo loro si secca, appassisce ed essi vengono tagliati per riscaldare il forno; eppure Iddio li veste, e li veste più riccamente dei re dell'Oriente, il cui lusso è divenuto proverbiale, più riccamente di Salomone che soverchiava tutti i suoi contemporanei nello sfoggio e nello splendore del suo vestiario.

PASSI PARALLELI

1Re 10:5-7; 2Cronache 9:4-6,20-22; 1Timoteo 2:9-10; 1Pietro 3:2-5

30 30. Or se Iddio riveste in questa maniera l'erba dei campi, che oggi è, e domani è gittata nel forno, non vestirà egli molto più voi, o gente di poca fede?

I forni portatili si scaldano spesso in Oriente con ramoscelli e con erba secca. Cristo qui parla della certezza dell'esser vestiti, e non già della ricchezza del vestiario, in guisa che la promessa si adempie anche in favore di quelli che sono vestiti rozzamente. L'espressione di poca fede, che Gesù usa in varie occasioni, applicandola ai suoi discepoli, è un dolce rimprovero diretto contro quello spirito d'incredulità che si trova spesso anche nei migliori cristiani. ed un eccitamento a scacciarlo dalle loro anime.

PASSI PARALLELI

Salmo 90:5-6; 92:7; Isaia 40:6-8; Luca 12:28; Giacomo 1:10-11; 1Pietro 1:24

Matteo 8:26; 14:31; 16:8; 17:17; Marco 4:40; 9:19; Luca 9:41; Giovanni 20:27; Ebrei 3:12

31 31. Non state dunque con ansietà solleciti, dicendo: Che mangeremo? Che berremo? o di che ci vestiremo?

In questo e nei due seguenti versetti, noi abbiamo la SECONDA PARTE della pratica applicazioni che fa il Signore dei vers. 19-21. La regione, in brevi parole, della esortazione, è questa: i figli di Dio non debbono essere senza fede, come i miseri pagani che non conoscono Dio. Pensieri dobbiamo averne, cure prenderne, ma non dobbiamo affannarci per il nutrimento e per il vestiario che sono nelle mani di Dio.

PASSI PARALLELI

Matteo 4:4; 15:33; Levitico 25:20-22; 2Cronache 25:9; Salmo 37:3; 55:22; 78:18-31; Luca 12:29

1Pietro 5:7

32 32. Poiché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; e il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose.

L'espressione le nazioni indicava tutti i popoli non Ebrei. È naturale che i pagani, ignorando la onnipotenza ed onniscienza di Dio, e le sue cure presidenziali in favore del suo popolo, come pure la permissione ad essi data di fargli la domanda: «Dacci il nostro pane quotidiano», immaginassero che dalla previdenza loro dipendesse il provvedersi di cibo e di vesti e che in conseguenza essi dovessero sovraccaricassi di pensieri. Non conoscendo il vero carattere di Dio, non avendo una nozione della vita futura, che potesse innalzare le loro aspirazioni, non è da meravigliare che i pagani tenessero dietro alle cose presenti come al loro unico bene. Ma i figli di Dio, se così fanno, sono inescusabili. Essi conoscono Iddio come padre amoroso, che tiene presenti i bisogni materiali del suo popolo e li soddisfa più regolarmente, e con maggior affetto, di quel che non possa fare il più amoroso padre terreno; cosicché se invece di affidare se medesimi a Lui, essi divengono colpevolmente solleciti relativamente a quelle cose, si degradano in modo da eguagliarsi perfino agli ignoranti ed increduli pagani, e disonorano Dio. Il nutrimento ed il vestiario sono necessari ai figli di Dio, e «l'unigenito Figliuolo che è nel seno del Padre», ha detto con un'autorità divina: «Il vostro Padre celeste sa che voi avete bisogno di tutte queste cose». Non basterà questo a voi, poveri sì, ma credenti?

PASSI PARALLELI

Matteo 5:46-47; 20:25-26; Salmo 17:14; Luca 12:30; Efesini 4:17; 1Tessalonicesi 4:5

Matteo 6:8; Salmo 103:13; Luca 11:11-13; 12:30

33 33. Ma cercate prima il regno e la giustizia di Dio; e tutte queste cose vi saranno sopraggiunte.

Questo versetto contiene per tutti i credenti una preziosissima promessa. Il loro dovere è di dedicarsi al servizio di Dio, cercando innanzi tutto e soprattutto di realizzare, dentro di loro e intorno a loro, il regno di Dio, coll'uniformare la loro vita alla norma della giustizia prescritta da Dio. Mentre sono così occupati, il loro Padre, celeste, che conosce di quali beni temporali abbisognano, aggiungerà questi ai beni spirituali dei quali sono bramose le anime loro. Di questo aureo versetto va pesata ogni parola.

PASSI PARALLELI

1Re 3:11-13; 17:13; 2Cronache 1:7-12; 31:20-21; Proverbi 2:1-9; 3:9-10

Aggeo 1:2-11; 2:16-19; Luca 12:31; Giovanni 6:27

Matteo 3:2; 4:17; 13:44-46; Atti 20:25; 28:31; Romani 14:17; Colossesi 1:13-14

2Tessalonicesi 1:5; 2Pietro 1:11

Matteo 5:6; Isaia 45:24; Geremia 23:6; Luca 1:6; Romani 1:17; 3:21-22; 10:3; 1Corinzi 1:30

2Corinzi 5:21; Filippesi 3:9; 2Pietro 1:1

Matteo 19:29; Levitico 25:20-21; Salmo 34:9-10; 37:3,18-19,25; 84:11-12

Marco 10:30; Luca 18:29-30; Romani 8:31; 1Corinzi 3:22; 1Timoteo 4:8

34 34. Non state dunque con ansietà solleciti del domani;

Il Signore presenta qui alla nostra attenzione la TERZA PARTE della pratica applicazione dei versetti Matteo 6:19-21: «Fatevi tesori in cielo, e non siate con ansietà solleciti del domani». Quella prudente previsione per procurarci le cose necessarie alla vita, che è lecita, anzi obbligatoria per ogni creatura ragionevole, non ci appaga: purtroppo noi propendiamo a preoccuparci di malanni pericoli, difficoltà, che ci presenta la immaginazione od a consumare le forze dello spirito e del corpo in tentativi per superare le difficoltà fra le quali ci troviamo, e dalle quali il nostro ingegno non ci suggerisce scampo. Tutto questo è peccaminoso e ci danneggia; così facendo, noi disonoriamo Iddio, ed indeboliamo coi nostri dubbi e colle nostre agitazioni le forze che dobbiamo adoperare nell'adempimento dei nostri doveri di oggi.

perché il domani sarà sollecito di stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.

Attribuendo a queste parole, nella presente clausola, il senso medesimo ch'esse hanno, senza dubbio, nella precedente, e nei vers. Matteo 6:26,31, l'idea è: domani porterà seco il suo carico proprio di cure e di difficoltà; lasciate adunque l'ansietà vostra intorno a queste, finché il domani venga, e non vogliate aggiungere al peso necessario dell'oggi, una preoccupazione inutile per il giorno di domani. Se voi ciò trascurate, invece di ricevere e mangiare il pane quotidiano con semplicità di cuore, invece di portare coraggiosamente, con fede di giorno in giorno rafforzata, la vostra croce giornaliera, il vostro pane vi diventerà amaro e cadrete sotto il peso della vostra croce. Al credente, per il quale la vita è un viaggio ed una guerra, nulla è più consolante di queste parole: «basta a ciascun giorno il suo affanno», se pur non bastassero quelle che ne formano il complemento «la tua forza. durerà quanto i tuoi giorni» Deuteronomio 33:25.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:11,25; Esodo 16:18-20; Lamentazioni 3:23

Deuteronomio 33:25; 1Re 17:4-6,14-16; 2Re 7:1-2; Luca 11:3; Ebrei 13:5-6

Giovanni 14:27; 16:33; Atti 14:22; 1Tessalonicesi 3:3-4

RIFLESSIONI

1. L'innocenza delle occupazioni secolari è l'argomento del quale gioiscono gli uomini, per scusare l'eccessiva attenzione ch'essi danno loro; e così accade che «la sollecitudine di questo secolo, l'inganno delle ricchezze, ed i piaceri di questa vita», silenziosamente ma sicuramente «affogano la parola: e la rendono infruttuosa» Matteo 13:22; Luca 8:14. È questo il termine tristo a cui perviene chi provasi a servire a due padroni; egli disprezza Iddio, vero proprietario e padrone delle nostre persone e dei nostri affetti, consacrandosi ad un usurpatore che lo conduce alla distruzione. Eppure coloro che abbandonano Dio, abbandonano il proprio bene! Quanto chiaramente, infatti mettendole in contrasto colla cura ch'egli si prende della creazione irragionevole ed inanimata. il Salvatore dimostra le tenere sollecitudini che Jehova si prende dei propri figli!

2. Il Signore mette a confronto quel che i pagani sono, con quello che il suo popolo dovrebbe essere. I pagani borbottano le loro preghiere, e non badano ad altro che alle cose di questo mondo. E se tale è il carattere dei pagani, quanti mai pagani vi sono nella Chiesa visibile! Quante pagane formalità nella loro divozione, e quanta mondanità viene a distruggere la spiritualità, la libertà, la gioia e la forza della loro vita cristiana! Non si dimentichi però che quello che il Signore qui condanna non è già che gli uomini attendano agli affari con tutta quella forza di pensiero che si vuole adoperare perché procedano bene; egli biasima solamente coloro che consacrano a quelli il tempo e l'attenzione che essi dovrebbero, dare esclusivamente alle cose del cielo; egli condanna quella ansietà soverchia di spirito che proviene dal diffidare di Dio, e che, senza far prosperare minimamente gli affari, corrode e consuma il cuore.

3. Un tesoro di ammaestramenti aurei è contenuto in questo passo. Facciamone uso nella vita nostra giornaliera, mettendoli in pratica Vegliamo e preghiamo contro una disposizione ansiosa soverchia. Da questo dipende la nostra felicità. Le nostre sofferenze provengono in gran parte da mali che la immaginazione ci dipinge come pronti a piombare su noi, e che per lo più non succedono. Dove è allora la nostra fede? Dove la confidanza nelle parole del Salvatore? Leggendo questi versi e poi guardando al cuor nostro, abbiamo cagione di vergognarci. Eppure possiamo esser certi che sono vere queste parole di Davide: «Io sono stato giovane e sono anche divenuto vecchio, ma non ho veduto il giusto abbandonato, né la sua progenie accattare il pane» Salmo 37:25.

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