Matteo 7

1 CAPO 7 - ANALISI

Fine del Sermone sul Monte. Alcuni scrittori hanno tentato di concatenare fra loro i vari soggetti da Cristo trattati in questo capitolo; a nostro parere però, questa concatenazione non è naturale. Devono considerarsi come consigli supplementari importantissimi rispetto ad alcuni delicati e vitali doveri della vita cristiana, i quali non avrebbero potuto essere introdotti nei capitoli precedenti colla medesima efficacia, benché scaturiscano dai grandi principi in quelli proclamati.

1 Lo spirito di censura condannato. Gesù comincia questa parte del suo discorso, vietando solennemente quello spirito di censura che ha origine nella superbia e nell'invidia del cuore naturale e manifestasi nei maliziosi giudizi che si pronunziano contro gli altri, peccato di cui purtroppo è ripiena la Chiesa al pari del mondo. Quel divieto non bisogna restringerlo, quasi fosse diretto esclusivamente ai Farisei lì presenti, perché esso era ugualmente applicabile ai discepoli di Cristo, ed alle turbe. Due sono le considerazioni colle quali il Signore dà forza alla condanna contro lo spirito di censura, e contro i giudizi opposti alla carità. La prima è che chi giudica in tal modo, non deve aspettarsi misericordia nel giudizio che di lui faranno gli altri, poiché il censuratore viene egli stesso giudicato sempre aspramente: né possono aspettarsi misericordia da Cristo per le loro colpe, quelli che non ne mostrano alcuna verso gli altri. La seconda è, che se costoro guarderanno dentro di se, ed esamineranno il loro carattere, e le loro debolezze, essi troveranno i loro propri difetti tanto più grandi di quelli del loro prossimo, quanto una trave è più grossa di un atomo di polvere che si aggira in un raggio di sole; e, mantenendo la metafora, il Signore termina esortando severamente l'ipocrita a trarre dall'occhio suo la trave, prima di occuparsi del bruscolo che si trova nell'occhio di suo fratello! Matteo 7:1-5.

2. Modo di trattare i nemici decisi del Vangelo. Noi non dobbiamo presentarlo a quelli dei quali siamo certi che essi lo dispregeranno. L'immagine del porco potrebbe farci supporre che questi oppositori della fede sieno ancora sensuali per indole, e non si oppongano per mera ignoranza o per avversione propria del cuore umano alle cose divine, ma per deliberato proposito, perché il Vangelo condanna le concupiscenze alle quali sono dati. Disputare con loro è un indurarli nella loro opposizione, un farli più avventati ed offensivi nei loro assalti contro la religione Matteo 7:6.

3. Come riuscire nella, preghiera e ritrarne qualche benedizione In Matteo 6:5-15, Gesù aveva diretto a lungo verso la preghiera l'attenzione dei suoi uditori; ma l'aspetto sotto il quale il soggetto è là presentato, è diverso da quello che ha qui. Là, rivela il modo nel quale noi dobbiamo compiere quel dovere, e le cose che sono accettevoli al cospetto di Dio. In questo capitolo, l'aspetto sotto cui la preghiera è presentata concerne più particolarmente noi stessi, mostrando come possiamo riuscire in questo dovere, e trarne un bene. Gesù inculca la perseveranza e la fede, come mezzi sicuri per ottenere tutte le benedizioni che domandiamo, e specialmente le grazie dello Spirito Santo. Il Signore illustra questo dovere con un paragone. I genitori terreni, generalmente, non induriscono i loro cuori verso i propri figliuoli tanto da negare alle loro domande il pane quotidiano, o da burlarsi delle loro necessità, col dar loro cosa, se non dannosa, almeno inutile. Se l'affetto istintivo della nostra natura ci rattiene, caduti come siamo, da siffatto inumano trattamento verso la nostra prole, quanto più l'amore del Padre celeste, il quale è perfetto e pieno di carità verso noi darà il suo Santo Spirito a quelli che glielo chiederanno? Matteo 7:7-11.

4. La regola d'oro. Il vers. Matteo 7:12, contiene la somma della legge e dei profeti, quanto agli scambievoli doveri degli uomini, e l'enuncia con tale brevità, autorità ed efficacia, che ben si merita il titolo di «regola d'oro» che universalmente gli è dato. In questo versetto, noi abbiamo la conclusione di ciò che il Divino Maestro dice in questo sermone, quanto alla legge, poiché qui stabilisce praticamente la proposizione con cui esordì Matteo 5:17, essere egli cioè venuto, non per annullare la legge ed i profeti, anzi per adempierli Matteo 7:12.

5. Le due porte e le due vie. Quantunque l'osservanza di questi obblighi morali scambievoli sia importantissima, gli uomini non debbono credere che, anche adempiendoli appieno, essi acquistino meriti tali da assicurare loro la vita eterna. La pratica di questa regola d'oro è necessaria, Ma l'uomo può essere salvo unicamente appoggiandosi sopra i meriti di Cristo. Il nascere di nuovo è rappresentato come "la porta stretta", e la vita nascosta in Cristo come «l'angusta via», nella quale sola è la salvezza Giovanni 3:3,5. Tutti quelli che non hanno sperimentato il radicale cambiamento operato dallo Spirito Santo per la rigenerazione, camminano nella «via spaziosa», dalla quale gli uomini sono esortati ad allontanarsi, perché essa mena alla perdizione Matteo 7:13-14.

6. Tre esortazioni strettamente unite con quella che precede.

  • 1. Dobbiamo guardarci dai falsi profeti e maestri, che certamente fuorvierebbero gli uomini, incoraggiandoli ad attenersi alla «via spaziosa», invece di cercare «la porta stretta», e la via della vita. E per prevenire la domanda: in qual modo riconosceremo noi quei falsi profeti? Gesù dice: Voi li riconoscerete dai frutti loro, appunto come l'albero si conosce dal frutto che produce Matteo 7:15-20.

  • 2. Gesù ci esorta a guardarci dalle illusioni relativamente alla nostra partecipazione al regno di Dio, le quali sono prodotte da un'ipocrita, benché apparentemente fervida, professione religiosa, mentre trascuriamo di ubbidire di cuore ai comandamenti di Dio. Colui che conosce i cuori dichiara che molti ingannano per tal modo se stessi, e che al giorno del giudizio la vanità della loro professione religiosa sarà manifestata in un modo terribile Matteo 7:21-23.

  • 3. Gesù esorta i suoi uditori a guardarsi dall'essere semplicemente ascoltatori e non facitori della legge di Dio. «L'operare,» è talmente collegato dal nostro Maestro all'«udire», che se noi trascuriamo l'adempimento dei nostri doveri verso Dio e verso gli uomini, ci prepariamo uno spaventevole disinganno per il giorno del giudizio. Il Signore, alla fine di questo memorabile Sermone, attrae l'attenzione dei suoi uditori sul giudizio finale, paragonando il pigro uditore ad un uomo, il quale, avendo edificato sopra la rena, quando scoppia la tempesta, perde tutto; e l'uditore operoso ad un uomo, il quale edifica sopra la roccia, e la cui opera resiste alla tempesta Matteo 7:24-27.

7. Straordinario effetto prodotto da questo discorso sopra gli uditori Matteo 7:28-29

Matteo 7:1-24. DIVERSI CONSIGLI SUPPLEMENTARI

Primo Consiglio. Contro i giudizi temerari e maliziosi Matteo 7:1-5

1. Non giudicate, acciocché non siate giudicati.

La prima clausola di questo versetto contiene una proibizione e la seconda il motivo di essa. Gesù Cristo proibisce qui i giudizi temerari ed ingiusti. Non si tratta in questo versetto del concetto inevitabile che ognuno forma in se stesso relativamente al suo prossimo, né dei giudizi pronunziati dai tribunali; ma dei giudizi temerari, leggeri e maliziosi, i quali costituiscono una violazione della legge d'amore. «Gesù vuol bandir dalla società dei suoi discepoli lo spirito di giudizio, la tendenza a porre la nostra facoltà di apprezzamento morale al servizio della malignità naturale» Godet. Il motivo della proibizione, contenuto nella seconda clausola, conferma la nostra interpretazione: «acciocché non siate giudicati», cioè affinché una sentenza severa quanto quella che pronunziate contro gli altri, non venga pronunziata sul vostro proprio carattere, e sulle vostre azioni. I Farisei erano notoriamente inclinati a questo vizio, che è tanto naturale all'uomo caduto. «Questo vizio», dice Stier, «consiste nell'applicare la regola del diritto che l'uomo conosce naturalmente, a quel che è fuori, piuttosto che a quel che è dentro di lui; nel cercare e condannare i peccati del vicino, invece di meditare sul propri».

PASSI PARALLELI

Isaia 66:5; Ezechiele 16:52-56; Luca 6:37; Romani 2:1-2; 14:3-4,10-13; 1Corinzi 4:3-5

Giacomo 3:1; 4:11-12

2 2. Perché, col giudizio col quale giudicate, sarete giudicati; e con la misura onde misurate, sarà misurato a voi.

Questa massima proverbiale è ripetuta dal nostro Signore in altri passi, ed in altre circostanze Marco 4:24; Luca 6:38. Ma quale è quel secondo giudizio che dobbiamo temere? È egli dell'uomo, o di Dio? Se dell'uomo, è una massima prudenziale la quale ci avverte che noi ci dobbiamo aspettare, da parte degli altri, un trattamento simile a quello che noi abbiamo inflitto al prossimo; e certamente questo senso non è da escludere; ma il nostro Signore accenna principalmente al giudizio che Dio pronunzia ogni giorno sulla nostra condotta, e specialmente a quello ch'egli pronunzierà «nel gran giorno». Egli ci dice che questo sarà fatto con severità simile a quella che noi avremo usata verso gli altri. Il Signore non c'insegna che se non condanniamo gli altri, noi non saremo condannati da Dio; ma egli ci dichiara semplicemente, che Dio giudicherà più severamente quelli che avranno giudicato con poca carità il prossimo. Spesso succede che siffatti severi giudizi sono puniti in questo mondo stesso. Infatti ogni uomo aborre dalla condotta di coloro che sistematicamente pronunziano aspri giudizi sugli altri, perché prevede che egli medesimo ne sarà vittima alla sua volta; e si sente spinto, per difendersi, a volgere le sue proprie critiche sopra l'assalitore.

PASSI PARALLELI

Giudici 1:7; Salmo 18:25-26; 137:7-8; Geremia 51:24; Abdia 15; Marco 4:24; Luca 6:38

2Corinzi 9:6; 2Tessalonicesi 1:6-7; Giacomo 2:13; Apocalisse 18:6

3 3. E perché guardi tu il bruscolo ch'è nell'occhio del tuo fratello, mentre non iscorgi la trave ch'è nell'occhio tuo?

Il cambiamento dei verbi denota la tendenza del censore a fissar lo sguardo sopra i difetti anche minimi del fratello, e a non por mente, a non badare affatto ai propri anche quando sono grandi. Se devi essere giudicato colla medesima regola, e misurato colla stessa misura, perché critichi tu con tanta severità gli altri, quando i tuoi propri difetti non solamente sono eguali ai loro, ma di gran lunga maggiori?

PASSI PARALLELI

Luca 6:41-42; 18:11

2Samuele 12:5-6; 2Cronache 28:9-10; Salmo 50:16-21; Giovanni 8:7-9; Galati 6:1

4 4. Ovvero, come potrai tu dire al tuo fratello: Lascia che io ti tragga dall'occhio il bruscolo, mentre ecco, la trave è nell'occhio tuo?

fuscello, bruscolo, significa letteralmente una piccola cosa secca, come una particella di loppa, o una pagliuzza, una scheggia sottile, ecc. Ordinariamente però, significa la barba d'una spiga di frumento o d'orzo, ed è qui posta in contrasto con una trave. Il fuscello è qui l'emblema delle piccole colpe, e la trave delle grandi. Secondo alcuni, il paragone qui implica che sarebbe assurdo per un uomo cattivo l'erigersi a correttore d'altri, come sarebbe per uno che fosse quasi cieco il pretendere di fare un'operazione sopra gli occhi altrui. Certo! Ma il paragone ha un senso anche più esteso, e il versetto condanna lo spirito burbero e censorio, prediletto da molti moralisti, e perfino da molti che professano di esser figliuoli del regno.

PASSI PARALLELI

Matteo 7:4

5 5. Ipocrita, trai prima dall'occhio tuo la trave, e allora ci vedrai bene per trarre il bruscolo dall'occhio di tuo fratello.

«Ipocrita» ha qui il suo vero senso di uno che fa una parte, e rappresenta un carattere che non è suo proprio, cioè quello di un rigido censore che ha l'autorità morale di riprendere gli altri, mentre nel fatto egli non scorge e quindi tollera in se stesso un male maggiore di quello ch'egli spietatamente condanna negli altri. La frequenza con cui questa parola è applicata agli increduli Giudei in questo Vangelo quindici volte, rafforza l'ipotesi che questo passo si riferisca immediatamente ai Farisei allora presenti, i quali erano forse animati dallo spirito qui condannato. Ciononostante si può attribuire, a questo versetto un senso più, esteso, applicandolo a chiunque giudica severamente altrui e giustifica se stesso. Colui solo è in grado di riprendere altrui, che zelantemente e severamente giudica se stesso. Un tale non solo andrà a rilento nell'assumere l'uffizio di censore verso il prossimo, ma, se costretto in coscienza ad assumerlo, mostrerà ad evidenza che lo fa con ripugnanza, e non con soddisfazione; con moderazione e noli con esagerazione; con amore, e non con asprezza.

PASSI PARALLELI

Matteo 22:18; 23:14-28; Luca 12:56; 13:15

Salmo 51:9-13; Luca 4:23; 6:42; Atti 19:15

6 

Secondo Consiglio. Non esporre le cose sacre al disprezzo

6. Non date ciò ch'è santo a' cani, e non gittate le vostre perle dinanzi a' porci;

Questo versetto chiaramente dimostra che il Signore non proibisce ogni specie di giudizio sui nostri simili, ma solo il giudicare avventato ed acerbo, perché il precetto ch'esso contiene, implica non solamente un processo istruito, ma un giudizio deciso. Gesù c'insegna che non dobbiamo essere troppo severi né troppo indulgenti nel giudicare. «Ciò che è santo» si crede da molti che significhi la carne dei sacrifici offerti a Dio, e che, per riverenza, i sacerdoti non davano ai cani; ma il senso qui è più generale «Ciò che è santo» in un a clausola, e «le vostre perle», nell'altra, sembrano indicare la medesima cosa, sotto i due aspetti di santità, e di preziosità, cioè le grandi verità di nostra santa religione. Il cane ed il porco sono animali tenuti in gran dispregio nell'Oriente, oggidì, come erano anticamente presso i Giudei. Né l'una né l'altra specie è addomesticata. Essi vanno a branchi per le strade, si nutriscono d'ogni specie di immondizie, e sono odiosi a vedere, e pericolosi per la loro ferocia. Cani e porci significano qui i profani ed i sensuali. Essi possono l'uno all'altro congiungersi per formare il tipo di tutto ciò ch'è degno di aborrimento nella natura umana; o se li consideri anche separatamente, il cane rappresenta la classe dei violenti e selvaggi avversari del Vangelo, e il porco, quella degli impuri e dei depravati. Secondo noi, il primo senso è da preferirsi Vedi Filippesi 3:2; Apocalisse 22:15.

che talora non le pestino co' piedi; e, rivolti contro a voi, non vi sbranino.

La Parola di Dio ci rammenta che «ogni azione sotto il cielo ha il suo tempo; vi è tempo di tacere, e tempo di parlare» Ecclesiaste 3:1,7. Quando i Cristiani si trovano in compagnia di uomini che non solamente sono indifferenti alla religione, ma sono conosciuti come gente pronta ad afferrare ogni occasione per, oppugnare la fede; o colla mente così travolta che ogni sforzo per convincerli della verità, altro non farebbe che esasperarli e indurarli di più, allora «è tempo di tacere» è tempo di rammentare il precetto di questo versetto. Ma mentre quelli che sono animati da uno zelo senza discernimento abbiano di esser così avvertiti, guardiamoci bene dall'esser troppo pronti a considerare i nostri prossimi come "cani e porci", e dall'addurre quella misera scusa per dispensarci dal far del bene alle loro anime. Quel sentimento misto di pietà e di dolore, il quale, in talune circostanze riempie il cuore dell'uomo pio e l'impedisce di parlare, viene mirabilmente descritto da Davide nel Salmo 34:1-2.

PASSI PARALLELI

Matteo 10:14-15; 15:26; Proverbi 9:7-8; 23:9; 26:11; Atti 13:45-47; Filippesi 3:2

Ebrei 6:6; 10:29; 2Pietro 2:22

Proverbi 11:22

Matteo 22:5-6; 24:10; 2Corinzi 11:26; 2Timoteo 4:14-15

7 

Terzo Consiglio. La preghiera Matteo 7:7-11

7. Chiedete, e vi sarà dato; cercate, e troverete; picchiate, e vi sarà aperto.

Avete bisogno dell'aiuto divino per esser preservati dal giudicare troppo severamente il prossimo, e per discernere chi siano quelli dinanzi ai quali dovete tacere: chiedetele con fede e con perseveranza e vi sarà concesso. La preghiera è ad un tempo l'omaggio della creatura verso la maestà di Dio, suo Creatore, Conservatore e Redentore: e l'espressione della sua dipendenza da lui. Della preghiera, sotto il secondo aspetto, cioè come espressione dei bisogni, della debolezza, e della dipendenza dell'uomo da Dio, e come mezzo di procacciare all'uomo ciò che gli occorre, non è trattato nel cap. 6. E poiché è piuttosto questo l'aspetto sotto il quale chi ha bisogno di aiuto la considera, il Signore ritorna sull'argomento, ingiungendo fervore, fede, e filiale fiducia al cristiano che prega, come sicuri mezzi di ottenere una favorevole risposta.

Vi sono qui tre ordini accompagnati da altrettante promesse che seguono una gradazione ascendente, per incoraggiarci alla preghiera; sebbene ciascuno di questi ordini presenti la preghiera sotto un aspetto differente. Noi chiediamo ciò che desideriamo. cerchiamo ciò di cui abbiamo bisogno, picchiamo per ottenere che sia aperta la porta. Cristo non dice in questo passo a chi dobbiamo rivolgere le nostre preghiere, né quali sono le cose che, dobbiamo chiedere, perché i suoi uditori sapevano che non è lecito di pregare le creature, ma soltanto il Padre, che è nel cieli Matteo 6:8-9, chiedendogli il perdono dei peccati, e i doni dello Spirito Santo. Sia che Dio non risponda subito alle nostre preghiere, sia che, egli ci esaudisca, almeno in parte, lungi dallo stancarci nell'orazione, dobbiamo raddoppiare di zelo, o per ottenere quanto ci venne da prima rifiutata o per ricevere, grazie novelle. Voi avete domandato e non avete ricevuto? cercate: avete cercato e non avete trovato? picchiate. Così facendo, è impossibile che, il Padre della famiglia alla fine, non vi apra.

PASSI PARALLELI

Matteo 7:11; 21:22; 1Re 3:5; Salmo 10:17; 50:15; 86:5; 145:18-19; Isaia 55:6-7

Geremia 29:12-13; 33:3; Marco 11:24; Luca 11:9-10,13; 18:1; Giovanni 4:10

Giovanni 14:13-14; 15:7,16; 16:23-24; Giacomo 1:5-6; 5:15; 1Giovanni 3:22; 5:14-15

Apocalisse 3:17-18

Matteo 6:33; Salmo 10:4; 27:8; 69:32; 70:4; 105:3-4; 119:12; Proverbi 8:17; Cantici 3:2

Amos 5:4; Romani 2:7; 3:11; Ebrei 11:6

Luca 13:25

8 8. Perché, chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e sarà aperto a chi picchia.

Questa è una gloriosa ed estesa promessa quantunque non sia assolutamente senza limitazione. Se noi chiediamo cose contrarie alla volontà di Dio, è, certo che non le riceveremo Giacomo 4:3. Se noi chiediamo senza fede nella buona volontà e potenza di Dio a, soddisfare alle nostre domande, non dobbiamo aspettare una risposta, perché chi vuole essere esaudito deve aver fede Giacomo 1:6. La parola chiunque, ha per scopo di combattere l'incredulità con cui gli uomini escludono se stessi e le loro preghiere dal benefizio della promessa. Anche l'esperienza umana offre un incoraggiamento alla preghiera.

PASSI PARALLELI

Matteo 15:22-28; 2Cronache 33:1-2,19; Salmo 81:10,16; Giovanni 2:2; 3:8-10

Luca 23:42-43; Atti 9:11

9 9. E qual è l'uomo fra voi, il quale, se il figliuolo gli chiede un pane, gli dia una pietra? 10. Ovvero, se gli chiede un pesce, gli dia un serpente?

I credenti, uniti a Gesù Cristo che è il loro capo e il loro fratello maggiore, sono figli di Dio per l'adozione di grazia; e la ragione per cui le loro preghiere sono, o saranno infallibilmente esaudite, è, che l'amore del Padre appartiene loro per sempre ed è il pegno dell'esaudimento delle domande che essi gli porgono nel nome di Gesù. «Qual è l'uomo fra voi, ecc.?». È impossibile che vi sia un miserabile così privo d'ogni sentimento di affezione, da schernire i suoi figliuoli affamati col porgere loro una pietra invece di pane, o un serpente invece di un pesce; e, se così è tra voi, guanto meno Iddio, da cui viene ogni dono buono e perfetto Giacomo 1:17 deluderà egli l'aspettazione dei suoi figli redenti, e se re prenderà giuoco, ricusando loro il bene che essi chiedono? Il pane e il pesce, cibo ordinario dei pescatori di Galilea, rappresentano qui le cose indispensabili alla vita dell'uomo.

PASSI PARALLELI

Luca 11:11-13

Matteo 7:10

11 11. Se dunque voi, che siete malvagi, sapete dar buoni doni a' vostri figliuoli, quanto più il Padre vostro ch'è ne' cieli, darà egli cose buone a coloro che gliele domandano.

Iddio non è qui presentato come il Padre di tutto il genere umano, ma come Padre dei fedeli. Si osservi però che Cristo considera i figli di Dio stessi come «malvagi». Non c'è qui un rimprovero: ma una generale dichiarazione dell'infermità e corruzione dell'uomo. Queste parole sono opposte al morboso sentimentalismo che ci induce a credere che l'uomo sia naturalmente buono: anzi queste parole ci sembrano essere il più rigoroso dictum probans di tutta la Scrittura quanto al peccato originale: e al tempo stesso una delle più forti testimonianze della sovrumana dignità del nostro Signore, il quale, eccettuando se stesso, può dire a tutto il genere umano: «Voi che siete malvagi!». Ma per quanto cattivi sieno gli uomini per natura, l'affezione dei genitori per i loro figli è inestinguibile, e li spinge a dar loro le cose buone ch'essi chiedono. Quanto più dunque, domanda il Salvatore, Colui che è scevro d'ogni male ed è amore assoluto ed eterno, darà cose buone a quelli che lo richiederanno? Nel passo parallelo in Luca 11:13, invece di «cose buone» leggiamo «lo Spirito Santo», che è il bene che contiene tutti gli altri.

PASSI PARALLELI

Genesi 6:5; 8:21; Giobbe 15:16; Geremia 17:9; Romani 3:9,19; Galati 3:22; Efesini 2:1-3

Tito 3:3

Esodo 34:6-7; 2Samuele 7:19; Salmo 86:5,15; 103:11-13; Isaia 49:15; 55:8-9

Osea 11:8-9; Michea 7:18; Malachia 1:6; Luca 11:11-13; Giovanni 3:16; Romani 5:8-10; 8:32

Efesini 2:4-5; 1Giovanni 3:1; 4:10

Salmo 84:11; 85:12; Geremia 33:14; Osea 14:2

Luca 2:10-11; 11:13; 2Corinzi 9:8-15; Tito 3:4-7

12 

Quarto Consiglio. La Regola d'oro

12. Tutte le cose dunque, che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro; perché questa è la legge ed i profeti.

L'assicurazione dataci nei versetti precedenti che il Signore, rispondendo alle nostre preghiere, ci tratterà con amore, e ci darà cose buone, ci sembra suggerire naturalmente la maniera nella quale, dobbiamo trattarci gli uni gli altri. Dio dà quel che nella sua infinita sapienza egli sa essere assolutamente migliore per noi. Noi non possiamo pretendere una tale onniscienza: perciò Cristo ci prescrive come regola da seguirsi nelle nostre relazioni coi nostri simili, che noi trattiamo gli altri, come vorremmo essere trattati noi stessi. Il senso comune ci dirigerà nell'applicazione di questa massima. Evidentemente non possiamo esigere dal nostro prossimo ch'egli soddisfi tutti i nostri capricci, e non ci corre l'obbligo di soddisfare i suoi; ma dobbiamo fare gli uni per gli altri ciò che è, ragionevole. Questa è la regola d'oro del Salvatore; e ben a ragione essa merita tal nome, poiché riassume tutto ciò che la legge ed i profeti hanno rivelato ed inculcato intorno ai doveri dell'uomo verso il suo prossimo, e, sebbene massime simili a questa si trovino negli scritti dei Talmudisti, gli uomini non la misero mai in pratica finché il Signore non scese ad insegnarla. Ahimè, quanto essa è tuttora poco osservata! La pace, la felicità e l'amore regnerebbero nel mondo, se questa regola fosse praticata fra gli uomini, nel suo vero spirito. Siccome ogni uomo sa come egli vorrebbe essere trattato dagli altri, egli ha in se stesso la regola che deve dirigerlo nell'applicazione di questa legge, di modo che se egli la trasgredisce o la trascura, è senza scusa.

PASSI PARALLELI

Luca 6:31

Matteo 22:39-40; Levitico 19:18; Isaia 1:17-18; Geremia 7:5-6; Ezechiele 18:7-8,21

Amos 5:14-15; Michea 6:8; Zaccaria 7:7-10; 8:16-17; Malachia 3:5; Marco 12:29-34

Romani 13:8-10; Galati 5:13-14; 1Timoteo 1:5; Giacomo 2:10-13

RIFLESSIONI

1. Il Signore non intende dire che sia ingiusto, in certe circostanze, il formarsi un giudizio sfavorevole sulla condotta, e sulle opinioni degli altri. Noi dobbiamo avere opinioni decise; dobbiamo "provare ogni cosa", 1Tessalonicesi 5:21; dobbiamo «provare gli spiriti» 1Giovanni 4:1. Gesù non asserisce che sia cosa ingiusta il riprovare il peccato degli altri fin che non siamo perfetti e senza macchia noi medesimi. Una tale interpretazione sarebbe in contradizione con altri passi della Scrittura; renderebbe impossibile il condannare l'errore e la falsa dottrina; distoglierebbe chiunque dall'assumere l'uffizio di ministro del Vangelo, o di giudice; l'eresia fiorirebbe, ed il mal oprare abbonderebbe. Ciò che nostro Signore intende di condannare è uno spirito troppo disposto a supporre il male. È doloroso il pensare fino a qual punto, nonostante le ingiunzioni e gli avvertimenti di Cristo, prevalga lo spirito di censura, non solamente fra la massa dei cristiani di nome, ma eziandio fra i veri figliuoli di Dio. Considerino che al gran giorno non vorrebbero essere misurati colla severità colla quale misurano ora gli altri.

2. Lo zelo cristiano dev'essere temperato dalla discrezione. L'amore per le anime degli uomini non può obbligare un cristiano ad insistere sulla verità divina davanti a quelli che non vogliono ascoltarla, che la odiano, e si sentono maggiormente eccitati a disprezzarla dagli sforzi stessi di quelli che vogliono convincerli Vedi Proverbi 9:7-8; 14:7; 23:9. Eppure, quanto è piccolo il numero di quelli che sono talmente opposti al Vangelo che l'amore fraterno li trovi inaccessibili, e non possa soggiogarli colla sua costanza!

3. Il linguaggio che il Signore adopera in questi versetti è una chiara prova dell'importanza ch'egli attribuisce alla preghiera. Egli adopera le tre parole chiedete, cercate, picchiate, per definirla, e dà la più ampia promessa a coloro che pregano: «chiunque chiede riceve». Dobbiamo prendere nota, speciale di queste parole di Cristo circa la preghiera. Pochi dei suoi detti forse sono conosciuti e ripetuti quanto questo. Ma a che serve conoscerlo se non lo mettiamo in pratica? Chi conosce la verità e non la mette in pratica sarà più severamente condannato al giorno del giudizio.

4. La regola d'oro di Matteo 7:12 non dica come spesso le si fa dire «Non fate agli altri...». Essa è positiva e dice «Fate agli altri...». Non proibisce soltanto la malizia, la vendetta, la truffa e l'inganno: essa fa molto di più. Essa decide cento difficili questioni le quali, in un mondo come il nostro, sorgono continuamente fra uomo ed uomo. Essa ci fornisce un criterio sicuro col quale ognuno può riconoscere subito qual sia il suo dovere. V'ha egli qualcosa che noi non vorremmo che il nostro prossimo ci facesse? Allora dobbiamo ricordarci che questa è una cosa che non dobbiamo fare a lui. V'ha egli qualcosa che noi vorremmo che egli ci facesse? Allora questa è la cosa che noi dobbiamo fare a lui. Quante intricate, questioni si deciderebbero sull'istante, se questa regola fosse onestamente osservata!

13 

Quinto Consiglio. Non, seguire le moltitudini

13. Entrate per la porta stretta; poiché larga è la porta, e spaziosa la via, che mena alla perdizione; e molti sono coloro ch'entran per essa. 14. Stretta invece è la porta, ed angusta la via che mena alla vita! e pochi sono quelli che la trovano.

Gesù è venuto esponendo le condizioni per appartenere al Regno; ora esorta gli uditori ad entrare risolutamente in esso. «Il regno messianico è raffigurato come un palazzo nel quale non si entra da una porta ampia e magnifica, ma da una porticina stretta, appena visibile» Godet. Per entrare conviene farsi piccoli ed umili, spogliarsi d'ogni preteso merito, pentirsi, convertirsi, accettar con fede il Messia fattosi servo ed ubbidiente fino alla morte della croce. È questa la «porta stretta». In connessione con la porta stretta Gesù menziona «la via angusta», per la quale dobbiamo intendere una vita di santità; il «camminare per fede e non per aspetto» 2Corinzi 5:7. In altre parole, «la porta stretta» indica la conversione, e «la via angusta,» la santificazione.

In opposizione alla porta stretta ed alla via angusta, il Signore parla della «porta larga» e della «via spaziosa», per le quali noi dobbiamo intendere la religione del mondo, senza pentimento senza conversione, né rinunzie; religione di forme e di riti, larga, facile, indulgente, compatibile coll'egoismo, coll'amore del mondo, e col peccato. Questa via è frequentata dalle moltitudini. I discepoli devono preferire la porta stretta, perché, mentre la via larga, comoda, piacevole e frequentata, conduce coloro che la seguono alla morte eterna, la via stretta conduce sicuramente alla vita eterna.

PASSI PARALLELI

Matteo 3:2,8; 18:2-3; 23:13; Proverbi 9:6; Isaia 55:7; Ezechiele 18:27-32; Luca 9:33; 13:24

Luca 13:25; 14:33; Giovanni 10:9; 14:6; Atti 2:38-40; 3:19; 2Corinzi 6:17; Galati 5:24

Genesi 6:5,12; Salmo 14:2-3; Isaia 1:9; Romani 3:9-19; 2Corinzi 4:4; Efesini 2:2-3

1Giovanni 5:19; Apocalisse 12:9; 13:8; 20:3

Matteo 25:41,46; Proverbi 7:27; 16:25; Romani 9:22; Filippesi 3:19; 2Tessalonicesi 1:8-9

1Pietro 4:17-18; Apocalisse 20:15

15 

Sesto Consiglio. Stare in guardia contro i falsi conduttori Matteo 7:15-25

15. Guardatevi da' falsi profeti.

Sopra un soggetto così vitale come quello della salvazione, Gesù doveva premunire i suoi uditori contro false direzioni e false guide, e conseguentemente egli aggiunge subito un avvertimento a tale uopo. Egli allude probabilmente in primo luogo agli Scribi ed ai Farisei che «sedevano nella cattedra di Mosè» Matteo 23:2, e godevano della fiducia del popolo; ma il suo principale oggetto certamente era di far noto ai suoi uditori che i predicatori di «cose piacevoli» Isaia 30:10, i veri successori dei falsi profeti dell'antichità, sarebbero numerosi anche nel suo regno. Siccome la funzione degli antichi profeti consisteva non solo nell'annunziare gli avvenimenti futuri, ma pure nell'insegnare il popolo nel nome del Signore, e siccome l'ufficio di profeta esisteva ancora nella Chiesa primitiva Romani 12:6; 1Corinzi 12:9; 14:3; Efesini 4:11, il nome di «falsi profeti» conviene perfettamente a quelli ai quali nostro Signore l'applica in questo passo,

i quali vengono a voi in vesti da pecore;

Le, vesti degli antichi profeti erano fatte di pelli di pecore, o di per il di cammello Matteo 3:4; 2Re 1:8, e senza dubbio i falsi profeti si vestivano nella medesima guisa per imitarli. Zaccaria 13:4, dice che questi si mettevano «il mantello di pelo per mentire». L'idea è: essi vengono a voi coll'apparenza della dolcezza e della sincerità, e pretendono d'insegnare dottrine di Cristo,

ma dentro sono lupi rapaci.

Qui il Signore mette in opposizione i sentimenti dei loro cuori colla loro apparenza. Essi sono realmente l'opposto di quel che sembrano essere, rapaci, perfidi, ingannatori, ed intenti a divorare il gregge per i loro propri fini. Come i lupi sbranano e divorano il gregge» e, così questi sono i più crudeli nemici dei cristiani, e li rovinerebbero, se loro fosse possibile. Noi dobbiamo stare in guardia contro quelli che insegnano la falsità e l'errore. È una falsa carità l'essere indifferenti in una materia così vitale.

PASSI PARALLELI

Matteo 10:17; 16:6,11; Marco 12:38; Luca 12:15; Atti 13:40; Filippesi 3:2; Colossesi 2:8

2Pietro 3:17

Matteo 24:4-5,11,24-25; Deuteronomio 13:1-3; Isaia 9:15-16; Geremia 14:14-16; 23:13-16

Geremia 28:15-17; 29:21,32; Ezechiele 13:16,22; Michea 3:5-7,11; Marco 13:22-23

2Pietro 2:1-3; 1Giovanni 4:1; Apocalisse 19:20

Zaccaria 13:4; Marco 12:38-40; Romani 16:17-18; 2Corinzi 11:13-15; Galati 2:4; Efesini 4:14

Efesini 5:6; Colossesi 2:8; 1Timoteo 4:1-3; 2Timoteo 3:5-9,13; 4:3; 2Pietro 2:1-3,18-19

Giuda 4; Apocalisse 13:11-17

Isaia 56:10-11; Ezechiele 22:25; Michea 3:5; Sofonia 3:3-4; Atti 20:29-31; Apocalisse 17:6

16 16. Voi li riconoscerete dai loro frutti;

In questo e nei susseguenti versetti, Gesù previene una domanda che poteva nascere nei cuori dei suoi uditori» Come potremo noi distinguere i veri profeti dai falsi» indicando la pietra di paragone, colla quale essi dovevano provarli. V'ha qui un subitaneo cambiamento di figura, dai lupi rapaci e dalle inermi pecore, al mondo vegetale co' suoi alberi fruttiferi, e le sue piante inutili; e come noi stimiamo il valore o la inutilità delle piante dai frutti che esse producono, così Gesù dice ai suoi uditori, i quali hanno da fare con coloro che professano di essere maestri nella sua Chiesa: «li riconoscerete dai frutti loro». I frutti consistono nella condotta, e nel modo di vivere degli uomini, e non nelle loro dottrine, come pretendono molti interpreti antichi, ed alcuni moderni. Queste corrispondono all'albero stesso, mentre che i loro effetti pratici corrispondono al frutto dell'albero. Quanto differente è l'insegnamento di Gesù su questo punto da quello della Chiesa romana, che inculca una cieca ubbidienza al prete, in virtù del suo ufficio, senza alcun riguardo al carattere dell'uomo! Il diritto del popolo cristiano di giudicare il carattere di coloro che professano di essere maestri nella Chiesa di Cristo è qui non solamente concesso, ma stabilito dal Capo stesso della Chiesa: ed è confermato da Giovanni in queste parole: «Diletti, non crediate ad ogni spirito, ma provate gli spiriti per sapere, se sono da Dio» ecc. 1Giovanni 4:1. Ad illustrare il suo dire, Gesù fa appello alla loro propria esperienza:

colgonsi forse delle uve dalle spine, o dei fichi dai triboli?

Non è il frutto che queste piante portano, vile come esse? In simile maniera, la condotta degli insegnanti proverà abbondantemente la natura della loro fede. Nel greco le parole «spine» e «triboli» sono, la prima generica, e l'altra specifica. L'una rappresenta tutta la classe delle piante spinose, e l'altra una varietà appartenente alla famiglia e così chiamata, perché essa porta una spina triforcuta. Le spine ed i triboli sono posti insieme qui, come esempi familiari di piante che non portano frutti utili agli uomini, mentre le uve ed i fichi sono nel numero dei frutti i più utili ed i più pregevoli.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:20; 12:33; 2Pietro 2:10-18; Giuda 10-19

Luca 6:43-45; Giacomo 3:12

17 17. Così, ogni albero buono fa buoni frutti: ma l'albero cattivo fa frutti cattivi. 18. Un albero buono non può far frutti cattivi, e un albero cattivo far frutti buoni.

La parola mai congiunge il contenuto di questi versetti colla prima parte del vers. 16 «Voi li conoscerete dai frutti loro». La legge immutabile del mondo naturale è espressa in questi versetti sotto forme differenti; nel primo, affermativamente; nell'ultimo, negativamente, e la stessa legge governa pure il mondo morale, poiché Cristo dice: «L'uomo buono dal buon tesoro del cuore trae fuori cose buone; e l'uomo malvagio, dal suo malvagio tesoro trae fuori cose malvagie» Matteo 12:35. Per quanto chiara sia la verità espressa in queste ultime parole, che cioè le disposizioni del cuore determinano le azioni della vita, niuno che sappia come la Chiesa di Roma fa un merito delle azioni, senza punto tenere conto dei motivi che le hanno suggerite, e come la stessa tendenza si manifesta di quando in quando fra i cristiani evangelici, potrà crederla tanto chiara, che non ci sia bisogno d'insistervi. I Manichei citavano questi due versetti come argomento per difendere la loro eresia delle due nature nell'uomo, una buona, e l'altra cattiva; ma Agostino rispondeva loro che tale non può essere il senso vero, poiché esso sarebbe contrario allo scopo di tutto il passo. D'altronde, questi versetti furono l'arma ch'egli adoperò contro l'eresia dei Pelagiani, i quali giudicavano le azioni umane senza tenere conto dei sentimenti che le producono, e sostenevano che la volontà umana, anche senza l'aiuto divino, è capace di bene.

PASSI PARALLELI

Salmo 1:3; 92:13-14; Isaia 5:3-5; 61:3; Geremia 11:19; 17:8; Luca 13:6-9

Galati 5:22-24; Efesini 5:9; Filippesi 1:11; Colossesi 1:10; Giacomo 3:17-18

Matteo 12:33-35; Giuda 12

Galati 5:17; 1Giovanni 3:9-10

19 19. Ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gittato nel fuoco.

Nei versetti precedenti, si trattava di conoscer l'albero dai suoi frutti, mentre in questo si fa un passo di più, e si tratta della pratica conseguenza di questa conoscenza, cioè dell'uso che noi facciamo dell'albero il quale non porta buoni frutti. Esso «è tagliato, e gittato nel fuoco». Questo versetto è una digressione intesa e far presentire la sorte che finalmente toccherà ai falsi dottori.

PASSI PARALLELI

Matteo 3:10; 21:19-20; Isaia 5:5-7; 27:11; Ezechiele 15:2-7; Luca 3:9; 13:6-9

Giovanni 15:2-6; Ebrei 6:8; Giuda 12

20 20. Voi li riconoscerete dunque da' loro frutti.

«Ma», direbbe nostro Signore, «il punto su cui insisto non è tanto la sorte finale di questi falsi dottori, quanto il mezzo per svelarli, e questo mezzo, come fu già detta è il loro frutto». In tutto questo passo noi abbiamo veduto nel «frutto» la condotta, e le disposizioni dei dottori stessi; conviene però rammentare che alcuni spiegano «i frutti» come gli effetti morali prodotti da quei falsi dottori, sia sulle creanze, sia sulla vita dei loro discepoli. Voi vi accorgerete che essi sono malvagi, perché fanno malvagi voi e gli altri. A questa interpretazione, non c'è niente da opporre, ma la prima ci sembra da preferire.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:16; Atti 5:38

21 

Settimo Consiglio. Non ingannare se stesso Matteo 7:21-23

21. Non chiunque mi dice: Signore, Signore,

Il vero ed il falso dottore si riconoscono dai loro frutti e, in modo più generale, anche il vero credente si riconosce, non già dalle sue parole, ma dalle suo opere. Ciò che distingue principalmente l'ipocrita è, una falsa ed altisonante professione di pietà che non ha nessun valore davanti a Dio, quantunque essa gli procacci riputazione fra gli uomini. Ciò che caratterizza il vero credente si è ch'egli «fa la volontà di Dio». Quel ch'egli professa colle labbra si sforza di porlo in atto nella sua vita. Questo versetto non c'insegna certamente che non sia necessaria la manifestazione della nostra fede di faccia al mondo, purché facciamo segretamente la, volontà di Dio, ma che il nostro dovere è di manifestare la nostra fede, tanto colle nostre azioni quanto colle nostre parole. Le parole «non chiunque» indicano chiaramente che tutti quelli che professano il Cristianesimo debbono onorare Cristo chiamandolo «Signore, Signore». I moderni razionalisti pervertono grossolanamente le parole di nostro Signore, quand'insegnano ch'egli non pose nessuna importanza nell'esser chiamato Signore, oppure nell'onore fatto al suo nome, purché fosse assicurata la esecuzione della volontà di Dio. In tempi di persecuzione, «lo spavento dell'uomo» conduce molti a praticare questa falsa massima, rinnegando Cristo colle labbra dinanzi agli uomini; mentre acquetano la loro coscienza, persuadendosi che in tutte le cose che non esigono una tale confessione, essi camminano nel timore di Dio! Questo avvertimento conviene a molti ai nostri giorni.

entrerà nel regno dei cieli;

Il Regno dei cieli significa, in questo versetto, la gloria celeste Confr. Matteo 18:8; 25:21; Atti 14:22; Ebrei 4:9-12.

ma chi fa la volontà del Padre mio, ch'è ne, cieli.

Cioè quella che è l'oggetto di tutto questo discorso. Gesù non dice il vostro Padre, ma il mio Padre reclamando così col Padre un vincolo al quale non potevano pretendere i suoi discepoli, e ch'egli non perde mai di vista.

PASSI PARALLELI

Matteo 25:11-12; Osea 8:2-3; Luca 6:46; 13:25; Atti 19:13-20; Romani 2:13; Tito 1:16

Giacomo 1:22; 2:20-26

Matteo 18:3; 19:24; 21:31; 25:11-12,21; Isaia 48:1-2; Marco 9:47; 10:23-24

Luca 18:25; Giovanni 3:5; Atti 14:22; Ebrei 4:6

Matteo 12:50; 21:29-31; Marco 3:35; Luca 11:28; Giovanni 6:40; 7:17; Romani 12:2; Efesini 6:6

Colossesi 4:12; 1Tessalonicesi 4:3; 5:18; Ebrei 13:21; 1Pietro 2:15; 4:2; 1Giovanni 3:21-24

Apocalisse 22:14

Matteo 10:32-33; 16:17 ;18:10,19,35; 26:39,42; Giovanni 5:17; 10:29-30; 14:7

Giovanni 15:23; Apocalisse 2:27; 3:5

22 22. Molti mi diranno in quel giorno:

Cioè nel giorno in cui «i morti grandi e piccoli staranno ritti davanti al trono di Dio» Apocalisse 20:12. Vedi un simile modo di parlare in 2Timoteo 1:12,18;4:8. Senza appropriarsi espressamente il titolo di Giudice universale, Cristo indica assai chiaramente che questo ufficio gli appartiene, manifestandoci egli il linguaggio che terrà agli uomini, e questi a lui, quando egli giudicherà.

Signore, Signore,

Questa ripetizione non è solamente un rinnovamento della professione di fede che essi facevano sulla terra Matteo 7:22, ma una espressione di maraviglia estrema, e nel medesimo tempo di supplicazione, poiché essi vedono, tutto ad un tratto, la possibilità di esser esclusi dal regno. La peggiore manifestazione dell'ipocrisia, le conseguenze e la pena che trae dietro di se l'inganno, si vedono qui finalmente nella fede che gl'ipocriti prestano alle proprie bugie; l'inganno volontario conducendo prima all'indurimento del cuore, e finalmente alla riprovazione.

non abbiamo noi profetizzato in nome tuo,

«Profetizzare» significa qui, non tanto il predire l'avvenire, quanto l'insegnare pubblicamente il Vangelo Vedi Matteo 7:15. La profezia, che era uno dei doni speciali della Chiesa primitiva, ha il senso di insegnamento inspirato ed autorevole, e viene nell'ordine dei doni miracolosi subito dopo l'apostolato. Vedi 1Corinzi 12:28; Efesini 4:11.

e in nome tuo cacciati demoni, e fatte in nome tuo, molte opere potenti?

La profezia, il potere di cacciare i demoni e quello di fare altri miracoli, sono tre esempi dei più importanti servigi resi alla causa cristiana mediante l'invocazione del potente nome di Cristo. La triplice ripetizione della stessa domanda, sempre sotto la medesima forma, esprime con vivacità la maraviglia degli interlocutori di Gesù, quando egli parlerà loro come a suoi nemici. Il potere di far miracoli e le grandi doti d'ingegno non sono necessariamente uniti colla pietà. Un miracolo è una manifestazione che altri fa del potere appartenente a Dio. Dio può, se gli piace, dare ad un malvagio il potere di risuscitare un morto, come da ad un medico empio il talento necessario per guarire gli ammalati. In nessun di questi casi vi è una connessione indispensabile fra i doni conferiti agli individui, ed il loro carattere morale. Così nel predicare o profetizzare, Iddio può servirsi dell'azione d'un uomo d'ingegno, benché non sia pio, per l'adempimento dei suoi disegni. Egli solo esercita sullo spirito dell'uomo una potenza salvatrice, quantunque egli adopri come strumento chi a lui piace. In conseguenza, nel giorno del giudizio, molti uomini d'ingegno, e molti che ebbero il dono della profezia, o quello dei miracoli saranno scacciati dal regno dei cieli perché privi di pietà.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:21; 24:36; Isaia 2:11,17; Malachia 3:17-18; Luca 10:12; 1Tessalonicesi 5:4; 2Tessalonicesi 1:10

2Timoteo 1:12,18; 4:8

Matteo 10:5-8; Numeri 24:4; 31:8; 1Re 22:11-20; Geremia 23:13-32; Luca 13:26

Giovanni 11:51; Atti 19:13-15; 1Corinzi 13:1-2; Ebrei 6:4-6

23 23. E allora dichiarerò loro:

cioè, io dirò loro la schietta verità. Questa parola distrugge le illusioni degl'ipocriti.

Io non vi conobbi mai:

cioè non faceste mai parte del mio popolo eletto Giovanni 10:14. L'intimità che essi si arrogano con Cristo, egli la ripudia recisamente e con dignità.

dipartitevi da me,

Parole di terribile significato in questa circostanza. L'incredulità si allontana dal Dio vivente; ricusa di seguire Cristo, di ubbidirgli e di amarlo; e così gl'increduli debbono dipartirsi per sempre «dalla faccia del Signore, e dalla gloria della sua possanza» 2Tessalonicesi 1:9.

voi tutti operatori d'iniquità.

Essi avevano «nominato il nome di Cristo, ma non si erano ritratti dall'iniquità». La parola disprezzo della legge, iniquità, manifesta che questo è il loro vero carattere. Con tutta la loro professione di pietà, la vita e le opere loro, giudicate nel loro principio spirituale, altro non erano che iniquità e trasgressioni agli occhi dell'onnisciente Giudice. È più che probabile che Paolo alluda a queste precise parole in 2Timoteo 2:19;24-29.

PASSI PARALLELI

Matteo 25:12; Giovanni 10:14,27-30; 2Timoteo 2:19

Matteo 25:41; Salmo 5:5; 6:8; Luca 13:25,27; Apocalisse 22:15

24 

CONCLUSIONE DEL SERMONE SUL MONTE. EFFETTO PRODOTTO SOPRA GLI UDITORI

Parabola dei due costruttori Matteo 7:24-27

24. Perciò chiunque ode queste mie parole, e le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo avveduto, il quale ha edificata la sua casa sopra la roccia; 25. E, la pioggia è caduta e sono venuti i torrenti, e i venti han soffiato, e hanno investito quella casa, ma ella non è caduta perché era fondata sulla roccia. 26. E, chiunque ode queste mie parole, e non le mette in pratica, sarà paragonato ad un uomo stolto che ha edificata la sua casa sulla rena; 27. E la pioggia è caduta, e sono venuti i torrenti, e i venti han soffiato, e hanno fatto impeto contro quella casa, ed ella è caduta, e la sua ruina è stata grande.

Il Signore continua il suo discorso con una parabola, nella quale vengono esposti i pericoli di coloro che sono meri ascoltatori della parola di Cristo, ma non si sforzano mai di mettere in pratica quel ch'essi ascoltano. Tale avvertimento, appropriato agli ascoltatori dell'Evangelo in tutti i secoli, e in tutte le parti del mondo, forma una conclusione mirabilmente adatta a questo sermone, in cui Cristo stabilisce le regole del suo regno spirituale, per norma e guida del suo popolo. La locuzione: «queste mie parole», sembra quasi legare insieme le parti tutte del sermone, ed escludere come da tutto il contesto rilevasi la supposizione che i due ultimi capitoli altro non sieno che una raccolta di sentenze pronunciate in diversi tempi.

Il contrasto messo in luce, dai due caratteri descritti in questa parabola è fra l'uomo che ascolta e fa, e colui che ascolta solamente; e la più gagliarda confutazione dell'accusa di antinomianismo, così spesso fatta a coloro che predicano le vitali dottrine dell'Evangelo, si trova nel fatto che Gesù pronunzia la credenza teorica essere vana, se scompagnata dalle opere sante. Giacomo 1:22,23 allude evidentemente all'insegnamento del Maestro in questo passo, ed aggiunge un'altra illustrazione. Nella parabola, c'è una rassomiglianza esatta in molti particolari fra i due costruttori. Pochi sono i contrasti, ma di capitale importanza. Basta, per afferrarli a colpo d'occhio, mettere di fronte i due casi. Due uomini si sono fabbricata la casa, la quale rappresenta, per ognuno di loro, i provvedimenti da loro presi per giungere alla vita eterna.

Matteo 7:24. L'uno ha edificata la sua casa sopra la roccia.

Matteo 7:25. E, quando è caduta la pioggia, e sono venuti i torrenti, e i venti han soffiato, ed hanno investito quella casa, ella non è però caduta; perché era fondata sopra la roccia.

Matteo 7:26. L'altro ha edificata la sua casa sopra la rena.

Matteo 7:27. E, quando la pioggia è caduta, e sono venuti i torrenti, e i venti han soffiato, e fatto impeto contro quella casa, ella è caduta, e la sua ruina è stata grande.

L'apparenza esteriore delle due case è la stessa; ambedue sono esposte alla tempesta medesima, la quale rappresenta tipicamente le tentazioni, le avversità, le persecuzioni, le malattie, la morte, tutte le cose insomma che mettono alla prova la sincerità della fede, e da ultimo il giudizio. Ma la sorte delle case è affatto differente. Una rimane immobile in mezzo alla lotta degli elementi, l'altra cade all'impeto loro e cade con irreparabile ruina. Quella era fondata sulla roccia, mentre l'altra posava sull'instabile rena. Quanto profonda dovette essere l'impressione prodotta da queste parole sopra uditori avvezzi alla violenza delle tempeste Orientali! «Edifica sull'arena è un accoglier la volontà del Signore unicamente nell'intelligenza, chiudendole la coscienza e rifiutandole l'ubbidienza della volontà» Godet. La ruina della casa rappresenta la sorte di quelli che non si sono sinceramente convertiti a Cristo ed è ruina grande agli occhi di Dio perché è la perdita eterna dell'anima.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:7-8,13-14; 5:3-12; 28-32; 6:14-15,19-21; 12:50; Luca 6:47-49; 11:28

Giovanni 13:17; 14:15,22-24; 15:10,14; Romani 2:6-9; Galati 5:6-7; 6:7-8

Giacomo 1:21-27; 2:17-26; 1Giovanni 2:3; 3:22-24; 5:3-5; Apocalisse 22:14-15

Giobbe 28:28; Salmo 111:10; 119:99,130; Proverbi 10:8; 14:8; Giacomo 3:13-18

1Corinzi 3:10-11

Ezechiele 13:11-16; Malachia 3:3; Atti 14:22; 1Corinzi 3:13-15; Giacomo 1:12; 1Pietro 1:7

Matteo 16:18; Salmo 92:13-15; 125:1-2; Efesini 3:17; Colossesi 2:7; 1Pietro 1:5; 1Giovanni 2:19

1Samuele 2:30; Proverbi 14:1; Geremia 8:9; Luca 6:49; Giacomo 2:20

Matteo 12:43-45; 13:19-22; Ezechiele 13:10-16; 1Corinzi 3:13; Ebrei 10:26-31

2Pietro 2:20-22

28 

Effetto prodotto dal sermone sul monte sopra quelli che l'udirono. Matteo 7:28,29

28. Ed avvenne che quando Gesù ebbe finiti questi discorsi, le turbe stupivano del suo insegnamento;

Le parole «quando Gesù ebbe finiti questi discorsi», e l'effetto prodotto da essi sul popolo, sono prova che questi tre capitoli contengono non una semplice collezione di sentenze pronunziate dal nostro Salvatore in diverse occasioni, ma un sol discorso pronunziato in un certo tempo, ed in un certo luogo vale dottrina o meglio insegnamento. La sua maniera d'insegnare, come la sostanza del suo discorso, han colpito la folla.

PASSI PARALLELI

Matteo 13:54; Salmo 45:2; Marco 1:22; 6:2; Luca 4:22,32; 19:48; Giovanni 7:15,46

29 29. perché egli le ammaestrava, come avendo autorità, e non come i loro Scribi.

Gli Scribi insegnavano principalmente le opinioni e le tradizioni degli anziani Vedi note Matteo 5:21, e sciupavano molto tempo in inutili dispute, Cristo invece insegnava con autorità, cioè non come semplice espositore della legge, ma colla forza che appartiene all'autore della legge stessa. Si tratta qui della luce, e della potenza, che accompagnano ogni rivelazione divina.

Matteo 5:20,28,32,44; 21:23-27; 28:18; Deuteronomio 18:18-19; Ecclesiaste 8:4; Isaia 50:4

Geremia 23:28-29; Michea 3:8; Luca 21:15; Atti 3:22-23; 6:10; Ebrei 4:12-13

Matteo 15:1-9; 23:2-6,15-24; Marco 7:5-13; Luca 20:8,46-47

RIFLESSIONI

1. Non dimentichino i discepoli di Cristo la differenza che passa tra la «via larga» e la «via stretta»; e non si lascino sedurre dai sofismi di chi crede Che non esistono differenze essenziali fra quelli che camminano per queste due strade. È facile denigrare quelli che sono nella via stretta come gretti bigotti e decantare quelli che camminano nella via larga come uomini assennati e liberali. Ma colui, che niuno oserà chiamare gretto o duro, chiude questo incomparabile discorso, assicurandoci che vi sono due grandi strade le quali conducono, l'una alla vita, e l'altra alla distruzione; e che la vera sapienza sta nello scegliere la prima, e nell'evitare la seconda.

2. Se noi non vogliamo camminare nella via larga, dobbiamo guardarci dai falsi profeti. Questo avvertimento ci premunisce non soltanto contro coloro che, privi dei requisiti necessari alla predicazione dell'Evangelo, assumono l'uffizio del ministero; ma eziandio contro alcuni di quelli che furono consacrati regolarmente al ministero; perché vi sono dei ministri infedeli, ed il loro insegnamento deve essere pesato nella bilancia della Santa Scrittura. Qual'è la migliore precauzione contro l'insegnamento dei falsi profeti? Essa consiste nello studio della Parola di Dio, unito alla preghiera, colla quale chiediamo di essere istruiti dallo Spirito Santo. La Bibbia fu data per «essere una lampada ai nostri piedi, e un lume al nostro sentiero» Salmo 119:105. Iddio non permetterà mai che colui che la legge con sincerità, cada in gravi errori. Quelli che trascurano lo studio della Bibbia, si lasciano facilmente ingannare dai falsi dottori.

3. Osserviamo che non sono salvati tutti quelli che si dicono cristiani. Per salvare un'anima si richiede assai più di quello che molti pensano. Noi possiamo essere battezzati nel nome di Cristo, conoscere colla mente il Vangelo, essere soddisfatti del nostro stato spirituale; può darsi anche che predichiamo il Vangelo agli altri e ciò nonostante non facciamo la volontà del Padre nostro che è nei cieli! Ci siamo noi realmente pentiti? Crediamo noi veramente in Cristo? Viviamo noi nell'umiltà, e nella santità? Se così non è, ad anta di tutti i privilegi che godiamo e della nostra professione religiosa, noi perderemo il cielo.

4. Il giorno del giudizio rivelerà strane cose. Le speranze di molti, che quaggiù furono creduti grandi cristiani, rimarranno deluse! Non c'è egli qualche cosa di tremendo nella contemplazione dello smarrimento che invaderà i cuori dei falsi discepoli di Cristo, nel momento in cui essi riceveranno la loro sentenza? Qual luce questa contemplazione sparge sulla grandezza e sulla persistenza delle illusioni umane! Purtroppo sembra che nulla possa dissiparle fuorché la sentenza del Giudice: «Io non vi conobbi giammai, dipartitevi da me».

5. Colui «che ha edificata la sua casa sopra la roccia», non si contenta di ascoltare le esortazioni al pentimento, alla fede in Cristo, ed al vivere santamente. Egli realmente si pente, realmente crede, realmente «cessa di far male, ed impara a fare il bene» Isaia 1:16-17; non è «uditore dimentichevole, ma facitor dell'opera» Giacomo 1:25. E che ne risulta? Al tempo della prova, nell'ora della morte, la sua religione non gli fallirà! Il fondamento della sua speranza gli costò forse molta fatica e molte lacrime; prima di giungere alla certezza della sua salute in Cristo, egli ha forse speso lunghi giorni nell'ansiosa ricerca di essa e nella preghiera; ma la sua fatica non fu gettata. Egli raccoglie ora una ricca ricompensa. La religione che regge alla prova è la vera religione! Lo stolto si contenta di ascoltare la Parola e di approvarla: egli non va più oltre. Egli non la rompe mai veramente col peccato, e non pone da banda lo spirito mondano e non afferra mai realmente Cristo, e non prende la sua croce in ispalla; è uditore della parola, ma niente più. E quale è la fine della sua religione? Essa forse sarà sommersa dalla prima inondazione di tribolazioni, e, in ogni caso, essa cadrà in rovina all'avvicinarsi della morte!

6. Così finisce il Sermone sul monte. Esso è diretto a noi quanto a coloro che primi lo udirono. Procuriamo che abbia una durevole influenza sull'anima nostra. «Chi mi sprezza, e non riceve le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunziata sarà quella che lo giudicherà nell'ultimo giorno» Giovanni 12:48.

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