Matteo 8

1 CAPO 1 - ANALISI

1. Cristo non solo Maestro, ma altresì operatore di miracoli. In questo e nel seguente capitolo, l'Evangelista raccoglie un certo numero di miracoli di Cristo, evidentemente senza riguardo all'ordine cronologico, ma col disegno di mostrarci che Gesù è non solo maestro, ma eziandio operatore di miracoli. Il primo di questi ministeri ci viene manifestato nel sermone, ed è ampiamente svolto nei tre capitoli precedenti: il secondo appare dai miracoli narrati in questo e nei seguenti capitoli; ed il pensiero dell'Evangelista potrebbe esprimersi così: «Se tu vuoi apprezzare giustamente il gran Maestro, prima leggi quella parte, poi questa». Si osservi che fra i cinque racconti di miracoli contenuti in questo capitolo, uno solo ci riferisce qualche parola di Cristo, oltre quelle che sono indispensabili alla narrazione del miracolo stesso. Questo basta da solo a far nascere la supposizione che essi non sieno narrati secondo l'ordine cronologico, ma secondo qualche altro concetto dello scrittore. Questa supposizione è confermata dal fatto che parecchi di questi miracoli sono presentati negli altri Vangeli in un ordine differente. Però ogni idea di discrepanza è rimossa, poiché non trovansi indicazioni cronologiche in Matteo.

2. Ordine dei fatti narrati in questo capitolo.

1 Guarigione d'un lebbroso, di cui fanno menzione gli altri Evangelisti sinottici Matteo 7:1-4.

2. Guarigione del servo paralitico del centurione romano in Capernaum, nella qual narrazione vengono specialmente notate la bontà, la liberalità e la fede del centurione Matteo 7:5-13.

3. Guarigione della suocera di Pietro allettata colla febbre Matteo 7:14,15.

4. Guarigione di molte persone possedute dal demonio in Capernaum e nelle vicinanze; nel qual fatto si vede l'adempimento d'una antica profezia Matteo 7:16,17.

5. Conversazione collo Scriba, al quale Gesù mostra la povertà della propria condizione sulla terra raccomandandogli così di calcolare la grandezza dei sacrifici ch'egli dovrebbe fare prima di dichiararsi suo seguace Matteo 7:19-22.

6. Tempesta sul lago di Galilea, e miracolo col quale Cristo fa conoscere che tutta la natura è a lui soggetta Matteo 7:23-27.

7. Visita al paese dei Ghergheseni, guarigione dell'indemoniato, e potere di Cristo sugli spiriti maligni, che si palesa nel permesso conceduto ai demoni di entrare in una mandra di porci Matteo 7:28-34.

Matteo 8:1-4. LA GUARIGIONE D'UN LEBBROSO Marco 1:40-45; Luca 5:12-16

1. Ora, quando egli fu sceso dal monte, molte turbe lo seguirono. 2. Ed ecco, un lebbroso accostatosi,

Questo miracolo è narrato pure da Marco e da Luca. Matteo lo pone subito dopo il Sermone sul monte; Luca non indica né tempo, né luogo: dice soltanto che Cristo era «in una di quelle città»; ma siccome lo storico Flavio ci afferma esplicitamente che in quel tempo, mercé la fecondità del suolo della Galilea, le città ed i villaggi; formicolanti di popolazione, erano numerosissimi no annovera non meno di 204, non c'è fra i due narratori alcuna contradizione. Nel passare per uno di quei borghi gli venne incontro il lebbroso. Matteo descrive il miracolo come se e non è congettura improbabile, lo avesse veduto coi suoi occhi.

Per la natura ed i sintomi della lebbra, e le prescrizioni mosaiche sopra di essa, sono da confrontare Esodo 4:6; Levitico 13; Numeri 12:10; 2Re 5:27; 15:5; 2Cronache 26:20-21. Quella malattia traeva il suo nome da scaglia, perché di scaglie si ricopriva la pelle. È malattia schifosa, rapida nell'estendersi, e pare ancora, quando s'è sviluppata, incurabile. Tale era dessa, e tale riscontrasi tuttavia in parecchi paesi, come nell'Arabia, nell'Egitto, nella Siria, ecc. Dominava fin da tempi remotissimi, sotto la forma di quella che chiamasi lebbra bianca presso gli Ebrei, i quali vennero così a farne un simbolo del peccato; morbo schifoso, esso pure rapido e incurabile. Sotto la legge mosaica la lebbra era la massima impurità cerimoniale; solo il lebbroso veniva definitivamente scomunicato. Ciò nonostante, si dichiarava puro chiunque fosse affatto coperto di lebbra Levitico 12:12-13, perché il veleno del morbo era venuto fuori; ma se una parte del corpo non aveva in se alcun segno di lebbra, il malato era tuttora impuro. I sacerdoti potevano toccare i lebbrosi senza contaminarsi, perché essi, secondo il comandamento di Dio, dovevano giudicare della malattia. Le rigorose precauzioni che si dovevano prendere per tenere lontana quella malattia hanno fatto credere generalmente ch'ella fosse d'indole contagiosa; ma questo viene messo in dubbio da parecchi, i quali asseriscono che quelle esclusioni eran proprie della sola legge mosaica, né usavano ov'essa non era in vigore; il che si riscontra nell'esempio di Naaman, siro 2Re 5:1. Quella malattia, diversa affatto dalla elefantiasi, colla quale, per lo più, la confondono, nelle loro narrazioni, i viaggiatori, era, per la sua stessa schifezza, un simbolo adeguato assai del peccato e delle sue conseguenze. Le precauzioni prese legalmente per segregare il lebbroso, bene indicavano agli occhi del popolo come, ognuno dovesse vivere separato dal peccato, vergognoso morbo della razza umana. La guarigione non poteva aver luogo per mezzi umani, ma unicamente per espresso beneplacito di Dio. «Sono io Dio», diceva il re d'Israele, «che costui mi manda perché io liberi un uomo dalla sua lebbra?» 2Re 5:7. Gli Ebrei la solevano appellare il dito di Dio, od anche la percossa; quindi Gesù inviò a Giovanni Battista nel suo carcere questo messaggio: «I lebbrosi sono mondati», per indicargli che il regno del Messia era venuto.

2 gli si prostrò dinanzi

adorare veniva ad esprimere i vari atti di omaggio, e prima di tutto il baciare la mano, in secondo luogo baciare la terra, o prostrarsi del tutto, e finalmente ogni maniera di omaggio, vuoi civile, vuoi religioso. Gli atti di omaggio che questo lebbroso compiè, come apprendiamo dagli altri Evangelisti furono l'inginocchiarsi Marco 1:40, e il prostrarsi Luca 5:12, i quali, combinati colla richiesta ch'egli fece a Gesù, implica una vera adorazione, sì spirituale che esterna. Implicano anche l'avvicinarsi se non l'immediato contatto con Gesù, e quindi una violazione degli usi giudaici, e tale è pure l'atto del Salvatore di toccare costui.

dicendo: Signore, se vuoi, tu puoi mondarmi.

Questa essendo l'unica guarigione della lebbra che viene rammentata da tutti e tre i Sinottici, si suppone che fosse anche la prima; e, se così è, la fede nel lebbroso era nata da ciò ch'egli aveva, udito dire di altre malattie guarite da Cristo. Fu fede invero meravigliosa! Non dice già il lebbroso di credere Gesù capace a guarire ma colla efficace brevità della fiducia che non conosce dubbio, dice semplicemente tu puoi. Che Cristo volesse, non n'era egli egualmente sicuro; non conosceva Gesù abbastanza: una cosa però sapeva di certo, che se Gesù voleva, la cosa sarebbe fatta. Dal che si comprende qual culto tributasse a Gesù il lebbroso quando gli si prostrò dinanzi. Se coloro stessi che più frequentavano ed avvicinavano Cristo non avevano allora peranco una chiara cognizione teologica della sua persona, tanto meno poteva aspettarsi che quel povero lebbroso avesse una piena conoscenza di ciò che noi sappiamo sull'unigenito Figlio del Padre. Ei credeva che Cristo avesse potenza di guarire, e ne riconosceva la sovranità nella concessione delle sue grazie. E nota bene, o lettore, ei non se ne rimase lontano, pensando fra se: Gesù conosce il mio stato; se vuole, mi può guarire. No! La sovranità di Dio non è una buona ragione che rattener ci debba dall'avvicinarci a lui; poiché molte sono le promesse ch'egli ci ha fatte, confortandoci a confidare in lui. E così infatti adopera, quel peccatore, che, sentendo la propria miseria, si avvicina a Gesù col cuore straziato, col capo scoperto, come un povero schiavo del peccato, e cerca in lui il suo scampo, esclamando: «L'immondo, l'immondo!» Levitico 13:45.

PASSI PARALLELI

Matteo 5:20,28,32,44; 21:23-27; 28:18; Deuteronomio 18:18-19; Ecclesiaste 8:4; Isaia 50:4

Geremia 23:28-29; Michea 3:8; Luca 21:15; Atti 3:22-23; 6:10; Ebrei 4:12-13

Matteo 15:1-9; 23:2-6,15-24; Marco 7:5-13; Luca 20:8,46-47; Marco 1:40-45; Luca 5:12

Matteo 10:8; 26:6; Levitico 13:44-46; Numeri 5:2-3; 12:10; Deuteronomio 24:8-9; 2Samuele 3:39

2Re 5:1,27; 7:3-4; 15:5; 2Cronache 26:19-21; Luca 4:27; 17:12-19

Matteo 2:11; 4:9; 14:33; 15:25; 18:26; 28:9,17; Marco 1:40; 5:6-7; Luca 5:12

Giovanni 9:38; 1Corinzi 14:25; Apocalisse 19:10; 22:8-9

Matteo 9:28-29; 13:58; Marco 9:22-24

3 3. E Gesù, stesa la mano, lo toccò, dicendo:

Mosso da compassione (Marco), Gesù fece quel che nessuno avrebbe ardito fare per tema di contrarre un'infezione e di contaminarsi ritualmente. La fede del lebbroso e la misericordia di Cristo passano sopra gli statuti levitici.

Lo voglio, sii mondato. E in quello istante egli fu mondato dalla sua lebbra.

Sotto l'influenza della simpatia umana, come pure della condiscendenza divina, il nostro Signore esaudì, colla parola e coll'opera, la preghiera del povero lebbroso. Non solo ei lo toccò, ma gli parlò, e che parole piene di grazia! Che sapiente brevità! Qual piena corrispondenza fra la domanda e la risposta! «Se tu vuoi», «Io lo voglio», «Tu puoi mondarmi». «Sii mondato». Con quest'opera, egli dimostra che tutte le malattie sono sottoposte alla sua volontà. Questo miracolo è un simbolo della potenza di Cristo, per liberare! dal peccato, e dalla maledizione di esso.

PASSI PARALLELI

2Re 5:11

Genesi 1:3; Salmo 33:9; Marco 1:41; 4:39; 5:41; 7:34; 9:25; Luca 5:13; 7:14

Giovanni 5:21; 11:43; 15:24

Matteo 11:4-5; 2Re 5:14; Luca 17:14-15

4 4. E Gesù gli disse: Guarda di non dirlo ad alcuno; ma va', mostrati al sacerdote,

il sacerdote, secondo la legge mosaica, era il giudice competente per sentenziare se la lebbra fosse o no guarita; quindi il lebbroso, aveva interesse e dovere di presentarsi, il più sollecitamente che gli fosse possibile, al sacerdote medesimo in Gerusalemme, per aver da lui l'attestato giudiziale della propria purità. Ecco perché Gesù ordinò al guarito di recarsi a Gerusalemme, dando con questo una prova di più che la legge cerimoniale era una istituzione divina, e conservava tutta la sua forza. finché Gesù, col sacrificio di se stesso, non l'avesse abrogata. Il comando di non dirlo ad alcuno, era temporaneo e relativo da valere soltanto finché la dichiarazione legale fosse pronunziata dal sacerdote; era una precauzione per evitare che, se la cosa si fosse sparsa, il sacerdote potesse maliziosamente negare l'attestato richiesto dalla legge. Forse anche Gesù diede quest'ordine, perché non era venuto ancora il tempo per lui di manifestarsi pubblicamente in qualità di Messia. Da Marco 1:45, infatti apprendiamo, che, per essersi sparsa la notizia della cura fatta a quell'uomo, egli fu costretto di ritirarsi in un luogo deserto, perché le moltitudini gli chiedevano miracoli, e non gli lasciavano tempo di insegnare e di predicare. Alcuni si valgono del comando, «Va', mostrati al sacerdote», per confortare la teoria della confessione al prete, e della successiva assoluzione; ma anch'essi sono costretti a convenire che in questo caso Cristo solo purifica. Essi sbagliano totalmente, considerando il sacerdozio levitico come tipo del romano, e dimenticano che tutti i sacerdozi umani furono aboliti quando venne il Sacerdote che «dimora in eterno, che ha un sacerdozio che non trapassa ad un altro» Ebrei 7:24. In Cristo non già una classe di cristiani, ma tutti i veri credenti sono sacerdoti a Dio 1Pietro 2:5; Apocalisse 1:5-6.

e fa' l'offerta che Mosè ha prescritto,

secondo il Levitico 14:10,21-22;

e ciò serva loro di testimonianza.

Ai sacerdoti, cioè, ed al popolo. La lebbra lasciava sulla pelle cicatrici evidenti ed incancellabili; il sacerdote doveva esaminare il caso, e pubblicamente attestare della grazia ricevuta da Dio, quindi l'uomo guarito da Gesù doveva essere reso alla società. Così il sacerdote diventava, suo malgrado, un mezzo per avverare e propalare il miracolo. Che il guarir la lebbra esser dovesse un carattere del Messia, ne convenivano gli stessi Rabbini; quindi, affinché tanto i sacerdoti quanto il popolo fossero convinti che Gesù era veramente il Messia, faceva d'uopo che venissero a cognizione di questo fatto, in simile modo, giova che la conversione di un peccatore da Satana a Dio sia manifestata, per servire di «testimonianza» agl'increduli, ed eccitarli a convertirsi.

PASSI PARALLELI

Matteo 6:1; 9:30; 12:16-19; 16:20; 17:9; Marco 1:43-44; 5:43; 7:36; Luca 5:14

Giovanni 5:41; 7:18; 8:50

Matteo 3:15; 5:17; Levitico 13:2-46; 14:2-32; Isaia 42:21; Luca 17:14

Matteo 10:18; 2Re 5:7-8; Marco 1:44; 6:11; 13:9; Luca 5:14; 21:13; Giovanni 10:37-38

RIFLESSIONI

1. Che questo primo lebbroso da Cristo guarito fosse quel Simone lebbroso, il quale, pochi giorni innanzi la morte del Signore, apparecchiò per lui, in Betania, una cena, non è che una semplice congettura, e molto potrebbe dirsi per dimostrarla vana.

2. Notiamo il potere assoluto assunto da Cristo, e riconosciuto dal lebbroso stesso, di guarire o no, a piacere suo; e notiamo pure la piena testimonianza che, con questa cura istantanea, Iddio ci dà della personale divinità di Gesù Cristo.

3. Apprendano da questo passo coloro i quali gemono sotto il peso del peccato, che, per ottenere una guarigione completa, debbono riconoscere col cuore la potenza e la volontà che ha Cristo di sanarli, e non saranno delusi.

4. Noi non dobbiamo seguire il nostro giudizio, allorquando esso è in opposizione coi comandamenti di Dio; ogni nostro pensiero dove essere subordinato all'ubbidienza a Cristo. E qui il lebbroso sbagliò; credette onorare Gesù più col trascurare l'ordine suo, che coll'adempierlo! Ubbidire doveva, non giudicare. Ora però, voi tutti che foste guariti dalla lebbra del peccato, niuno vi prescrive il silenzio; l'amore di Cristo adunque vi spinga a «celebrare la gloria del suo nome ed a rendere la sua lode gloriosa».

5 Matteo 8:5-13. GUARIGIONE DEL SERVO DEL CENTURIONE Luca 7:1-10

Per l'esposizione, Vedi Luca 7:1-10, dove il racconto entra in maggiori particolari.

Fra le malattie che, al tempo di Gesù, dominavano fra gli Ebrei, comunissima era la paralisi, che probabilmente includeva anche l'apoplessia. Due cose sono da notare in questo miracolo: che fu operato a richiesta d'un ufficiale romano, in favore del suo servo, e che Gesù medesimo lodò la sua fede, forte quanto illuminata. Inoltre esso è da notare come esempio di miracolosa guarigione senza contatto, né presenza personale. Ecco forse perché Matteo lo sceglie fra gli altri, per collocarlo dopo quello che vedemmo, senza badare punto alla cronologia.

11 11. Or io vi dico, che molti verranno di Levante, e di Ponente,

Le idee espresse in questo, e nel seguente versetto, non trovansi nella narrazione di Luca; ciò nonostante, la manifestazione della fede del centurione le rende naturali sulle labbra di Colui che conosce ogni cosa. Chiunque pensi alle due nature che trovansi riunite nella persona di Cristo, non troverà contradizione fra la sua meraviglia nel trovare cotanta fede in un Gentile, e, la onniscienza della divina sua natura, la quale, nella fede di questo pagano, vedeva preannunziato ciò che fra poco accadrebbe in grande. Il Cristo era venuto come «luce da illuminar le genti», ed ora vedendo il suo primo riflesso in quell'uomo, ei viene quasi a dire ai suoi discepoli ed alla folla: «Non crediate che questo abbia da essere un caso isolato; tutt'altro! Io vi dichiaro, anzi, solennemente, che la fede del centurione animerà un giorno grandi moltitudini». Che poi le parole «di Levante e di Ponente» indichino tutte quante le parti del mondo, Ognuno lo vede da se.

e sederanno a tavola con Abrahamo, e Isacco, e Giacobbe, nel regno dei cieli.

Presentasi qui l'immagine d'un lauto convito, ove sono imbanditi i benefizi e le benedizioni del regno del Messia. I credenti Gentili saranno ammessi alla intimità della famiglia celeste. Il regno di Cristo non significa qui esclusivamente la felicità dei cieli, ma anche la dispensazione dell'Evangelo sulla terra, colla sua luce superiore a quella levitica, colle sue migliori promesse, coi sacrificio completo, col Mediatore esaltato; nel qual regno vengono ammessi tutti coloro che hanno la fede occorrente per appropriarsi questi doni, e sono gradualmente santificati dallo Spirito Santo, e preparati per la gloria. Ed il fatto che Gesù fa menzione dei patriarchi che sono di già in quel regno, indica che la loro fede era identica con quella dei Gentili che stavano per entrarvi. «Voi sapete pure», dice Paolo ai Galati 3:7-9, «che coloro che hanno fede sono figliuoli d'Abrahamo. E la Scrittura, prevedendo che Iddio giustificherebbe le, nazioni mediante la fede, preannunziò ad Abrahamo questa buona novella: «In te saranno benedette tutte le genti».

PASSI PARALLELI

Matteo 24:31; Genesi 12:3; 22:18; 28:14; 49:10; Salmo 22:27; 98:3; Isaia 2:2-3; 11:10

Isaia 49:6; 52:10; 60:1-6; Geremia 16:19; Daniele 2:44; Michea 4:1-2; Zaccaria 8:20-23

Malachia 1:11; Luca 13:29; 14:23-24; Atti 10:45; 11:18; 14:27; Romani 15:9-13

Galati 3:28-29; Efesini 2:11-14; 3:6; Colossesi 3:11; Apocalisse 7:6

Luca 12:37; 13:29; 16:22; Apocalisse 3:20-21

Matteo 3:2; Luca 13:28; Atti 14:22; 1Corinzi 6:9; 15:20; 2Tessalonicesi 1:5

12 12. Ma i figliuoli del regno,

Figlio d'una cosa, nella lingua ebraica, suona uno che in quella data cosa ha un interesse speciale. Così in Luca 10:6 «figliuolo di pace», ed in Efesini 2:2 «i figliuoli della disubbidienza». «I figliuoli del regno» sono coloro i quali avevano un diritto speciale al regno, vale a dire gli Ebrei Romani 9:4. Essi n'erano eredi, vi erano nati, vi appartenevano per naturali vincoli, e per patto formale, di cui portavano persino il segno nella loro carne. «Voi siete», dice Pietro Atti 3:25, «i figliuoli dei profeti, e del patto che Iddio fece coi nostri padri, ecc.». Si noti che costoro, i quali, siccome figli, dovrebbero naturalmente sedere a mensa col padre, non solamente vedranno gli estranei seduti a tavola, come membri della famiglia annunzio ripugnante, quanto mai, ai pregiudizi degli Ebrei carnali; ma, cosa più strana e terribile assai, saranno essi stessi cacciati per far pasto a questi ultimi.

saranno gittati nelle tenebre di fuori.

L'idea delle tenebre di fuori è accennata qui, perché ne risalti il contrasto con quella d'una sala di convito splendidamente illuminata. E questa figura colla quale il nostro Signore prediceva il discacciamento degli Ebrei dalla Chiesa di Dio, per la loro incredulità, l'abbiam vista adempiersi per secoli e secoli nella degradazione, nella oppressione, e nelle tenebre spirituali che, da quella reiezione in poi, si sono aggravate, e si aggravano ancora sopra di loro Vedi Romani 11:1,20,32. Le parole, in questo senso, possono applicarsi a quelli che sono cristiani per nascita, ma non hanno voluto ricevere l'Evangelo a loro predicato. Però le tenebre, nella Scrittura, sono pure immagine della perdizione. Esse significano la detenzione in un carcere, ed i patimenti che ne risultano; la privazione della gioconda luce dell'anima disperata, un dolore, un tormento che non è dato alle parole rappresentare Vedi Matteo 13:42,50; Luca 13:28. Gravissimo avvertimento a coloro ai quali Iddio ha concesso dei privilegi religiosi! Potente conforto ad operare con isperanza in mezzo ai pagani, poiché «molti primi saranno ultimi e molti ultimi saranno primi» Matteo 19:30.

Quivi sarà il pianto, e lo stridor dei denti.

Espressione di rabbia e di disperazione per quello che l'infelice ha perduto.

PASSI PARALLELI

Matteo 3:9-10; 7:22-23; 21:43; Atti 3:25; Romani 9:4

Matteo 13:42,50; 22:12-13; 24:51; 25:30; Luca 13:28; 2Pietro 2:4,17; Giuda 13

13 13. E Gesù disse al centurione: Va'; e, come hai creduto, siati fatto. E il servitore fu guarito in quell'ora stessa.

Dopo aver presentato la fede del centurione, di nascita pagano, in maniera profetica, come simbolo della fede dei Gentili, il Signore Gesù gli concede immediatamente ciò che egli domanda. E queste parole non vengono già a significare: «Perché tu hai creduto, hai meritato questa guarigione»; ma bensì: «In proporzione della tua fede, io ti concedo quello che mi hai creduto potente da darti». Notiamo che in questo, come in altri casi posteriori, la fede alla quale Gesù accorda il dono della guarigione, non è quella del malato stesso, ma bensì quella di uno che rappresenta e intercede per lui; il che deve confortarci a pregare per la conversione dei nostri figli, parenti, ed amici mentre somministra se non un argomento formale, almeno una prova per analogia in favore dell'uso di battezzare i figli a cagione della fede dei loro genitori.

PASSI PARALLELI

Matteo 8:4; Ecclesiaste 9:7; Marco 7:29; Giovanni 4:50

Matteo 9:29-30; 15:28; 17:20; Marco 9:23

Giovanni 4:52-53

14 Matteo 8:14-18. GUARIGIONE DELLA SUOCERA DI PIETRO, E DI ATRI IN CAPERNAUM, ecc. Marco 1:29-34; Luca 4:38-41

Per l'esposizione Vedi Marco 1:29-34.

17 17. Affinché si adempiesse quel che fu detto per bocca del profeta Isaia:

Ecco un altro esempio di ciò che distingue dagli altri Evangeli quello di Matteo, il mostrare cioè colle antiche profezie alla mano, che Cristo è il Messia. Marco e Luca narrano, e più estesamente, le guarigioni operate in Capernaum; ma delle profezie non fanno menzione Matteo invece racconta brevemente il fatto, quasi per lasciare posto alle sue favorite citazioni degli antichi profeti. Questa continua differenza fa risaltare l'individualità e l'indipendenza dello scrittore, mostra ch'egli narra ed espone secondo uno scopo ben definito e costante, e conferma la congettura, d'altronde probabilissima, che questo Evangelo fosse dapprima scritto, non già per i Gentili, ma per i soli Ebrei.

Egli stesso ha preso le nostre infermità, ed ha portato le nostre malattie.

Matteo non ha tolto questa citazione di Isaia 53:4, dalla traduzione dei 70; ma l'ha tradotta con perfetta esattezza dall'originale ebraico. Colui che «annullò il peccato col sacrificio di se stesso», e «portò egli stesso i nostri peccati nel suo corpo in sul legno» Ebrei 9:26; 1Pietro 2:24, volle pure togliere tutte le consequenze del peccato, cioè «le, nostre infermità e le nostre malattie». È questo il nesso fra le sue guarigioni e la sua espiazione. Ei mirava ad allontanare la maledizione, a restaurare le rovine cagionate dalla caduta; e questo egli fece non soltanto colla sua morte, ma eziandio con patimenti fisici innumerevoli. Egli fu uomo di dolori e di languori nella carne, sebbene questi non l'impedissero di operare. Quale ei fosse durante la maggior parte della sua vita a Nazaret, noi lo ignoriamo; ma ci sembra che il profeta non alludesse soltanto ai dolori spirituali di Gesù, quando egli scrisse che «non aveva forma, né bellezza alcuna» e «ch'era disfatto il suo sembiante sì da non parer più un uomo» Isaia 53:2; 52:14. Egli prese parte al sollievo dei nostri mali, non soltanto per mera compassione umana, ma soprattutto per compiere la sua opera mediatrice. E nota, ch'egli può curare le più gravi al par delle più leggere malattie, gl'indemoniati al par degl'infermi. Noi dobbiamo presentargli tutti i nostri parenti, e ricorrere a lui per le malattie del corpo, non meno che per quelle dello spirito, perché ei può curare le une e le altre. Il potere ch'egli esercita sulle malattie corporali basta per convincere gli uomini ch'egli può anche salvare le anime, e ch'egli è veramente Dio.

PASSI PARALLELI

Matteo 1:22; 2:15,23

Isaia 53:4; 1Pietro 2:24

18 18 Or Gesù veggendo una gran folla comandò che si passasse all'altra riva.

Le parole all'altra riva, negli Evangeli si applicano costantemente alla sponda orientale del Giordano, o del lago di Gennesaret.

PASSI PARALLELI

Matteo 8:1; Marco 1:35-38; Luca 4:42-43; Giovanni 6:15

Matteo 14:22; Marco 4:35; 5:21; 6:45; 8:13; Luca 8:22

19 Matteo 8:19-22. CARATTERI DIVERSI DI QUELLI CHE PROFESSANO DI SEGUIRE CRISTO Luca 9:57-62

Gli incidenti che seguono sono collocati da Matteo prima della prima missione affidata ai dodici Apostoli, e da Luca all'epoca in cui Cristo si preparava al suo ultimo viaggio a Gerusalemme. È probabile che l'ordine cronologico del primo incidente sia quello indicato da Matteo, e che, invece, quello del secondo sia indicato più esattamente da Luca il quale ai due precedenti ne aggiunge un terzo. Noi li esamineremo tutti e tre successivamente.

1. Il discepolo precipitoso Matteo 8:19-20

19. Allora uno Scriba (Vedi Nota Matteo 2:4), accostatosi, gli disse: Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai.

Il titolo di Maestro, dato da questo Scriba a Gesù, mostra che ei lo riconosceva come suo superiore. Forse avendo udito alcuno dei suoi discorsi, e visto qualche miracolo, costui propendeva a riconoscere ch'egli era veramente il Messia. È però più probabile che lo Scriba fosse spinto da mondana ambizione, mirando ad assicurarsi qualche vantaggio nel regno di Gesù, se egli era veramente il Messia.

PASSI PARALLELI

Esdra 7:6; Marco 12:32-34; Luca 9:57-58; 1Corinzi 1:20

Luca 14:25-27,33; 22:33-34; Giovanni 13:36-38

20 20. E Gesù gli disse: Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi; ma il figliuol dell'uomo non ha dove posare il capo.

Se dal seguire Gesù lo Scriba si riprometteva agi mondani, onori e ricchezze, il Signore l'avverte ch'egli sbaglia. È come se gli avesse risposto, interrogando alla sua volta: «Tu vuoi seguirmi? Ma conosci tu bene colui che t'impegni a seguire, e sai tu bene dov'ei ti potrà condurre?». Non già terrene onoranze atte a soddisfare l'ambizione tua, non comode magioni, non morbidi cuscini, avrà egli per te; egli «che non ha dove posare il capo». Gesù non vieta a costui di seguirlo; solamente vuol ch'egli pensi a ciò che fa, ne calcoli il costo, e veda se ei sia tale, da reggere nel giorno del cimento. Se tale egli è, sia pure il benvenuto. Cristo non respinge nessuno. Sembra però che quel tale, udite siffatte parole, se ne andasse per i fatti suoi. «Figliuol dell'uomo», è una locuzione tolta, verosimilmente, da Daniele 7:13. Da Giovanni 12:34, si vede che gli Ebrei attribuivano questo titolo al Messia; e da Luca 22:69-70, appare che per Figliuol dell'uomo, essi intendevano il Figliuol di Dio; ed è quello il nome col quale il Signore, per solito, parla di se medesimo, in qualità di Messia, cioè di Figliuol di Dio manifestato nella carne, di secondo Adamo. A questo titolo sono legate tutte quelle condizioni di umiliazione, di patimenti, di esaltazione per le quali doveva passare il Messia.

PASSI PARALLELI

Salmo 84:3; 104:17

Salmo 40:17; 69:29; 109:22; Isaia 53:2-3; Luca 2:7,12,16; 8:3; 2Corinzi 8:9

21 

2. Il discepolo temporeggiatore Matteo 8:21,22

21. E un altro dei discepoli, gli disse:

Clemente Alessandrino, affidandosi ad un'antica tradizione, afferma che il discepolo di cui parlasi in questo versetto era Filippo: altri immaginano che egli fosse uno dei figli di Zebedeo. Ma dal nesso in cui trovansi in Matteo ed in Luca questo incidente e quello dello Scriba, sembra potersi con ogni probabilità dedurre che la tradizione summentovata sia erronea, e che il discepolo di cui trattasi in questo versetto, fosse allora per la prima volta invitato da Cristo a seguirlo. Esso poteva, in un senso generale, chiamarsi suo discepolo, perché lo seguiva di luogo in luogo, per ascoltare i suoi insegnamenti, e riconosceva la sua autorità. Luca, nel suo racconto, ci dice che Cristo prima disse a questo discepolo: «Seguitami», il che omettendo, Matteo ne fa apparire l'offerta spontanea, pari a quella dello Scriba.

Signore, permettimi d'andare prima a seppellir mio padre.

Lo Scriba ci dà l'esempio del discepolo avventato e precipitoso, mentre qui ne vediamo uno sincero, ma indugiatore. Ei non si fa avanti come l'altro; ma, chiamato da Cristo, professa di seguirlo volentieri, solamente non è ancor pronto! «Si, Signore, verrò, ma sopravviene appunto una difficoltà, superata la quale io sarò subito con te». Se il dovere che costui chiedeva di compiere ancora prima di seguire Gesù fosse del momento, se egli cioè dovesse veramente seppellire suo padre morto testè, o se, domandasse invece di rimanersene in casa per sostentare la vecchiaia di suo padre fino alla morte di esso, e ciò per esimersi dal seguire Cristo subito, non è ben chiaro; ma è più probabile il secondo caso. Voleva infatti l'uso che il seppellimento si facesse nel giorno medesimo della morte; e non è quindi verosimile, che quel discepolo si trovasse lì, se il suo padre, era morto appunto allora; né in questo caso il Signore gli avrebbe inibito l'adempimento dell'estremo dovere verso il proprio padre. Nell'altra ipotesi, ben s'intende l'appropriatezza della breve replica.

PASSI PARALLELI

Luca 9:59-62

Matteo 19:29; Levitico 21:11-12; Numeri 6:6-7; Deuteronomio 33:9-10; 1Re 19:20-21; Aggeo 1:2

2Corinzi 5:16

22 22. Ma Gesù gli disse: Seguitami, e lascia i morti seppellir i loro morti.

Luca aggiunge: «Ma tu, va' e annunzia il regno di Dio». suppongono alcuni che fosse questa una antica locuzione proverbiale di cui Gesù si serviva; ma non è facile vedere su che poggia codesta asserzione. La chiave per spiegare questo detto dall'apparenza paradossale si trova nei sensi diversi, fisico l'uno, spirituale l'altro, nei quali viene usata la parola morti. «Non temere», vuol dir Gesù, «che il tuo padre, nella tua assenza, sia trascurato, e che quando renderà l'anima non vi sieno parenti ed amici pronti a prestargli l'estremo dovere. Anche coloro che sono estranei alla vita spirituale, che sono morti ad essa, praticano i doveri usuali di umanità; ma il regno di Dio si trova ora negletto e bisognosissimo; pochi conoscono l'alta natura di esso ed i suoi diritti superiori di tanto agli umani, e pochissimi sono quelli atti a predicarlo. Or tu sei tale; il Signore ha bisogno di te; «lascia adunque che i morti seppelliscano i loro morti, e tu, va' ad annunziare il regno di Dio».

PASSI PARALLELI

Matteo 4:18-22; 9:9; Giovanni 1:43

Luca 15:32; Efesini 2:1,5; 5:14; Colossesi 2:13; 1Timoteo 5:6

3. Il discepolo irresoluto Luca 9:61-62

Questo esempio di discepolo è riferito solamente da Luca, ma viene esposto qui in connessione cogli esempi precedenti.

61. E un altro ancora gli disse: Ti seguiterò, Signore; ma permettimi prima d'accomiatarmi da que' di casa mia.

Luca 9:61

Quest'uomo e il precedente sembrano a prima vista rassomigliarsi assai. Par probabile, che anche questo rispondesse ad un appello del Salvatore: «Seguitami»; e non pare vi sia gran differenza fra le scuse messe innanzi nei due casi; niuna delle quali poteva dirsi in se medesima peccaminosa. Solamente, considerando con attenzione la risposta di Gesù, noi vediamo che nel primo caso l'indugio ad entrare al servizio di Cristo, per quanto inopportuno, veniva richiesto da uno, il cui cuore era risoluto di seguitare Gesù; nel secondo, la bramosia di tornare a casa è manifestata da uno, il cui cuore era indeciso, e poteva agevolmente esser mosso da affetti di famiglia ad abbandonare il Salvatore, e ritornare nel mondo, Nell'un caso si trattava soltanto d'indugiare quando appunto l'opera dell'Evangelo premeva, niente di più; nell'altro, era l'indugio d'un cuore ancora diviso, tra il mondo e Cristo.

PASSI PARALLELI

Matteo 14:18-20,26 Deuteronomio 33:9 1Re 19:20 Ecclesiaste 9:10 Matteo 10:37-38

62. Ma Gesù gli disse: Nessuno che abbia messa la mano all'aratro, e poi riguardi indietro, è adatto al regno di Dio.

Luca 9:62

Nelle parole «riguardare indietro», hanno alcuni veduto un'allusione al caso della moglie di Lot Genesi 19:26; che infatti illustra molto acconciamente il pericolo contro al quale Gesù mette in guardia questo indeciso discepolo. Ma qui si tratta di uno che ha posto mano all'aratro. Siccome l'aratore deve guardare intento il solco ch'egli va scavando, e siccome il guardare indietro, o volgere altrove la sua attenzione, guasterebbe l'opera sua; così colui che facesse l'opera di Dio con un cuore diviso la farebbe male. «Che diventerebbe l'opera divina nelle mani d'un uomo che vi si consacrasse con un cuore distratto da altre preoccupazioni?» Godet. Questa riflessione può riferirsi in primo luogo ai ministri dell'Evangelo; ma ognuno deve applicarla a se ed imprimerla nel proprio cuore,

PASSI PARALLELI

Matteo 17:31-32; Salmo 78:8-9; Atti 15:37-38; 2Timoteo 4:10; Ebrei 10:38; Giacomo 1:6-8

2Pietro 2:20-22

RIFLESSIONI

1. C'è in questi detti alcun che di forte e penetrante, che dovrebbe essere ponderato da ognuno il quale professa la religione cristiana. L'offerta del discepolo avventato: «Signore, io ti seguiterò, ecc.»; suonava benissimo: era un passo che molti altri ancora non avevano fatto. Migliaia, di persone, che pure avevano udito le parole di Cristo, non avevano mai pensato di parlare come quest'uomo parlava; pure è chiaro ch'egli non metteva nelle sue parole la debita riflessione. I doveri, le prove, i sacrifici che porta seco l'essere discepoli di Cristo, ei non li aveva ponderati mai. L'entusiasmo del momento lo trasportava; egli non aveva mai pensato che, per seguire il Salvatore, gli conveniva lasciare ogni cosa, e prendere ogni giorno la sua croce. Quindi il bisogno del grave avvertimento che Gesù diresse a lui, e a tutti coloro i quali, in qualsiasi tempo, professano di voler essere suoi discepoli. Ei ci rammenta che dobbiamo portare la croce, che dobbiamo aspettarci d'essere afflitti, disprezzati, e perseguitati per causa del nostro divino Maestro, e il significato di quell'avvertimento: «le volpi hanno delle tane, ecc. », è appunto questo: «Cristiano, hai tu considerato queste cose? Sei tu disposto a «soffrire afflizioni come buon guerriero di Gesù Cristo?» 2Timoteo 2:3.

2. Le parole di Cristo al discepolo indugiatore c'insegnano che vi sono tempi ne' quali un Cristiano deve letteralmente rinunziare a tutto per amore di Cristo Matteo 19:29; Luca 14:26-27, quand'anche si trattasse dei doveri più santi, e quando gli estremi onori funebri al padre o alla madre dovessero lasciarsi a persone estranee. i troveranno sempre gente pronta a compiere tali doveri, i quali non sono certo da confrontare col dovere, di gran lunga maggiore, di predicare l'Evangelo, e di fare nel mondo l'opera di Cristo.

3. Dalla risposta di Cristo al discepolo irresoluto, noi apprendiamo come il servire Cristo con un cuore diviso sia cosa impossibile. Se c'è nel mondo qualche cosa che più di Cristo attragga i nostri affetti, noi non siamo atti ad essere discepoli suoi. Chiunque, al pari della moglie di Lot, riguarda indietro desidera di retrocedere. Gesù vuole tutto quanto il cuor nostro. Se egli ci chiama ad un tanto sacrificio, dobbiamo essere preparati a volgere le spalle alle persone più care. Atroci dolori noi dovremo soffrire in siffatte prove; ma talvolta esse sono indispensabili alla nostra salvazione. Il cimento al quale i giovani indiani, convertiti dai missionari evangelici al cristianesimo, sono esposti innanzi di essere battezzati, offre spesso una prova del pericolo di guardare indietro. Dopo che il convertito ha saputo resistere vittoriosamente alle lagrime, alle carezze, alla minacce, alle maledizioni dei parenti, l'ultimo scongiuro di questi è ch'egli ritorni, almeno un'altra volta, a casa sua, per dire addio ai parenti, promettendo, che dopo ciò essi non si opporranno più al suoi voleri. La richiesta sembra ragionevole; il ricusarla pare inutile opposizione all'affetto dei genitori. «Io vo», dice il giovane ai suoi maestri, «ma il mio cuore è con voi e sarò subito di ritorno». Ei va infatti, ma non è raro il caso che non ritorni più, poiché, dopo aver messo la mano all'aratro, egli ha guardato indietro!

4. Ben sarebbe che le Chiese di Cristo rammentassero più sovente questi suoi detti. Purtroppo è da temere che i ministri dell'Evangelo dimentichino spesso di inculcare la lezione che è qui contenuta, a coloro che si presentano per essere ricevuti nella Chiesa; e che moltissimi vengano ammessi senza essere avvertiti dei sacrifici ai quali devono essere preparati, per rimanere fedeli al Salvatore. Rammentiamoci bene che il numero solo non fa la forza. Diciamo chiaramente ai giovani professanti che alla fine li aspetta, sì, una corona di gloria; ma non meno chiaramente facciam loro intendere che, per la via, bisogna portare giornalmente la croce.

23 Matteo 8:23-27. ACQUIETAMENTO DELLA BURRASCA SUL LAGO DI GENNESARET Marco 4:35-41; Luca 8:22-25

Vedine l'esposizione in Marco 4:35-41, ove solamente notasi il tempo in cui avvenne.

28 Matteo 8:28-34. GUARIGIONE DELL'INDEMONIATO GHERGHESENO Marco 5:1-20; Luca 8:26-39

Vedine l'esposizione in Marco 5:1-20, ove il racconto è più particolareggiato e completo.

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