Commentario abbreviato:

Colossesi 4

1 Capitolo 4

I padroni devono fare il loro dovere nei confronti dei servi Col 4:1

Le persone di ogni grado a perseverare nella preghiera, e la prudenza cristiana Col 4:2-6

L'apostolo si rivolge ad altri per avere un resoconto dei suoi affari Col 4:7-9

Invia i saluti e conclude con una benedizione Col 4:10-18

Versetto 1

L'apostolo procede con il dovere dei padroni nei confronti dei loro servi. Non è richiesta solo giustizia, ma anche rigorosa equità e gentilezza. Trattino i servi come si aspettano che Dio tratti loro stessi.

2 Versetti 2-6

Nessun dovere può essere compiuto bene, se non si persevera nella preghiera fervente e non si veglia con gratitudine. Il popolo deve pregare in particolare per i suoi ministri. I credenti sono esortati a una giusta condotta nei confronti dei non credenti. Siate attenti in ogni conversazione con loro, per fare loro del bene e raccomandare la religione con tutti i mezzi adatti. La diligenza nel guadagnare tempo, raccomanda la religione alla buona opinione degli altri. Anche una semplice disattenzione può causare un pregiudizio duraturo contro la verità. Tutti i discorsi siano discreti e opportuni, come si addice a un cristiano. Anche se non è sempre di grazia, deve essere sempre con grazia. Anche se il nostro discorso è comune, deve essere cristiano. La grazia è il sale che condisce i nostri discorsi e impedisce che si corrompano. Non basta rispondere a ciò che ci viene chiesto, se non rispondiamo anche in modo corretto.

7 Versetti 7-9

I ministri sono servitori di Cristo e servi gli uni degli altri. Hanno un unico Signore, anche se hanno posizioni e poteri diversi per il servizio. È un grande conforto, nelle difficoltà della vita, avere dei compagni cristiani che si prendono cura di noi. Le circostanze della vita non fanno differenza nel rapporto spirituale tra i cristiani sinceri; essi partecipano agli stessi privilegi e hanno diritto agli stessi riguardi. Che cambiamenti sorprendenti fa la grazia divina! Servi infedeli diventano fratelli fedeli e amati, e alcuni che avevano fatto del male diventano collaboratori del bene.

10 Versetti 10-18

Paolo aveva avuto divergenze con Barnaba a causa di questo Marco, eppure non solo si riconcilia, ma lo raccomanda alle chiese; un esempio di spirito veramente cristiano e indulgente. Se un uomo si è macchiato di una colpa, questa non deve essere sempre ricordata contro di lui. Dobbiamo dimenticare e perdonare. L'apostolo trovava conforto nella comunione dei santi e dei ministri. Uno è il suo compagno di servizio, un altro il suo compagno di prigionia, e tutti i suoi compagni di lavoro lavorano per la propria salvezza e si sforzano di promuovere la salvezza degli altri. La preghiera efficace e fervente è la preghiera che prevale e che vale molto. I sorrisi, le lusinghe o i cipigli del mondo, lo spirito dell'errore o l'opera dell'amor proprio inducono molti a un modo di predicare e di vivere che è ben lontano dall'adempimento del loro ministero. Ma chi predica la stessa dottrina di Paolo e segue il suo esempio, può aspettarsi il favore e la benedizione divina.

Commentario del Nuovo Testamento:

Colossesi 4

1 Ai padroni Paolo non ha che tre parole da dire; tre parole, però, che riassumono tutto quello che si può dire ad un padrone cristiano. Date ai vostri servitori ciò che è secondo la giustizia; vale a dire, dal punto di vista sociale, ciò a che il servo ha diritto come uomo, come creatura di Dio, come un essere, insomma, che appunto perché occupa un posto socialmente inferiore al vostro, merita maggiori riguardi onde la inferiorità delle condizioni non gli pesi come un giogo insopportabile e crudele. Date ai vostri servitori ciò che è secondo l'uguaglianza; vale a dire, dal punto di vista religioso, non dimenticate che il servitore v'è fratello, riscattato da un medesimo sangue, membro d'una medesima famiglia, figlio d'un medesimo Padre. Sapendo che anche voi avete un Signore nel cielo. È il motivo che l'apostolo dà d'un cosiffatto modo di condursi de' padroni. E queste parole con le quali e' chiude la serie dei suoi precetti d'etica domestica, stanno sospese sul capo de' padroni o come una minacciosa spada di Damocle, o come una gloriosa promessa d'ineffabili retribuzioni. Come una minaccia per il padrone tiranno, come una promessa per il padrone cristiano.

Riflessioni

1. L'apostolo ci ha condotti nel santuario domestico e ci ha mostrato quale sia l'ideale della famiglia secondo la mente di Dio. Quanta semplicità in questo brano della lettera! Paolo non entra in dettagli, non dice delle cose stranamente nuove; traccia delle grandi linee, pone pochi principi fondamentali e lascia a noi la cura del resto. E chi riassumesse in un volumetto tutte le conseguenze e tutte le possibili applicazioni di cotesti principi, regalerebbe alla società il più stupendo trattato di etica domestica che sia mai stato scritto. E accanto a cotesta semplicità, quanta filosofia! Osservate una cosa, per esempio. L'apostolo comincia sempre dai minori e con una idea di subordinazione. Non comincia cioè coi mariti, co' genitori, co' padroni, ma comincia con le mogli, co' figli, coi servi. Come mai? Alcuni rispondono: «Perchè l'idea della subordinazione è la prima che gli sia capitata in mente». Come?! Paolo, che in tutto il corso della lettera s'è mostrato così profondo, così esatto, sarebb'egli proprio divenuto ad un tratto così superficiale? È impossibile; e s'egli ha scelto per suo punto di partenza l'idea di subordinazione, non lo può aver fatto senza motivo. E il motivo è in questa profonda verità, che non potea sfuggire al filosofo Paolo. Il principio di subordinazione, che è il fondamento dell'ordine per la società, è anche il fondamento dell'ordine per la famiglia che della società è la semplice espressione. La parole d'ordine della famiglia cristiana non è: Comandare! Ma è: Ubbidire! Ed è appunto questa la parola che l'apostolo scrive sull'uscio del santuario domestico, profondamente convinto che niuno è più atto a ben comandare di colui che prima ha imparato a bene ubbidire.

2. La legge di subordinazione che Paolo pone a base de' doveri coniugali Colossesi 3:18-19, non è una legge arbitrari dell'apostolo; è una legge suprema che Dio stesso ha stabilita con l'atto della creazione 1Timoteo 2:13; Efesini 5:23; 1Corinzi 11:3. L'uomo, più forte, meglio sviluppato, più ardito della donna, si mostra per eccellenza la creatura dell'iniziativa e del comando; e il suo volere più deciso, il suo intelletto più vasto, il suo polso più fermo di quello della donna, gli danno il diritto di stare al timone nella famiglia e nella società. La donna stessa riconosce questa superiorità nell'uomo; e in mezzo a tutto quello che penna di donna ha dato alle varie letterature, un ideale si muove - l'uomo. E cotesto ideale che brilla dinanzi alla mente della donna di tutti i paesi e di tutte le letterature, non è l'uomo fiacco, debole, snervato, che cerchi nella sua compagna la propria forza, ma è invece l'uomo robusto, energico, baldo, al quale ella possa con fiducia appoggiarsi come il debole stelo s'appoggia alla querce nobile e vigorosa. Felice la donna che nella famiglia e nella società accetta il posto assegnatole da Dio! Ma guai a colei che, ribellandosi ad un ordine così saviamente stabilito, cerca di crearsi un'altra condizione a suo capriccio! Può farlo, ma crea una mostruosità; e nella miseria di tutta quanta la sua vita, raccoglie le conseguenze della mostruosità che ha creata. Mostruosità, dico. E ci può egli essere, infatti, qualcosa di più anormale, per non dire di più miseramente ridicolo, d'una famiglia in cui la moglie usurpi il posto del marito ed il marito s'adatti a quello della moglie? C'è egli nota più discordante di quel grido d'emancipazione pel quale si vorrebbe oggi creare una nuova condizione alla donna? Molte son le cose dalle quali la donna ha da essere emancipata; e da molte cose ella sarà davvero emancipata quando l'uomo diverrà più onesto e più morale; ma tutto ciò non ha che fare con le grida sediziose delle Jezabel, delle Erodiadi del nostro secolo, e di coloro che, emancipando la donna, finirebbero col renderla più infelice che mai. È nella subordinazione all'uomo, come Paolo la intende, che sta la vera libertà della donna.

3. «Subordinate... nel Signore» dice l'apostolo Colossesi 3:18. La natura morale della donna dimostra che questa subordinazione dev'essere non assoluta ma relativa. La donna, infatti, non ha ella un tesoro di qualità che manca all'uomo? Ov'è, per esempio, nell'uomo, la delicatezza e al tempo stesso la potenza di sentimento della donna? Ov'è in lui quello spirito di eroica e santa abnegazione ch'ella esercita nell'ombra del santuario domestico? Ove, la talvolta miracolosa facoltà che la donna ha d'intuire i caratteri, di scrutar gli animi, di leggere, correi quasi dire, nel cuor di coloro coi quali viene in contatto? Cotesta superiorità, ripeto, per la quale l'uomo ha molto da imparare e da ricevere dalla sua compagna, dimostra che l'autorità dell'uomo sulla donna dev'essere non assoluta, ma nel Signore; il che è quanto dire, un'autorità che tien conto scrupoloso di tutto quello che Dio ha dato alla donna in più che all'uomo. E non basta. La espressione «nel Signore» sta anche ad indicare che la subordinazione della moglie al marito non deve nè recare offesa alla coscienza individuale, nè degenerare in una forma di schiavitù; deve rimanere una gentile dipendenza d'amore (vedi Efesini 5:24,22).

4. «Mariti, amate le vostre mogli», dice Paolo Colossesi 3:19; ed agli efesini l'apostolo dell'ideale ci dice di quale amore intenda parlare: «Amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» Efesini 5:25. Amatele, non d'un amore egoista; amatele d'un amore pieno d'abnegazione, d'un amore che s'ispiri al più completo sacrificio dell'io. Chi legge superficialmente questo brano della lettera è tratto ad esclamare: «Com'è grave e difficile la parte assegnata alla moglie, e com'è facile e dolce la parte assegnata al marito!...» Per poco però ch'e' mediti e rifletta, s'accoorgerà che anche qui rifulge un lampo di quella Provvidenza che non distribuisce le cose a casaccio, ma proporziona sempre i pesi alle forze. Poichè, diciamolo pure, amar la moglie senza egoismo, senza tirannia e senza dispotismo, è cosa ben più ardua dell'assoggettarsi al marito per quella tenera e fiduciosa soggezione, di cui l'apostolo parla alle moglie.

5. Nel nostro passo Colossesi 3:21 l'apostolo, trattando de' doveri de' genitori verso i figliuoli, si limita all'elemento negativo del precetto: «Padri, non irritate i vostri figliuoli»; ma agli efesini e' completa il precetto stesso, aggiungendovi un elemento positivo: «Allevateli nella disciplina e nell'ammonizione del Signore» Efesini 6:4. Si crede troppo facilmente ai dì nostri che i figli nascano buoni e cattivi; che crescano come nacquero e che a poco o nulla valga l'azione educatrice de' genitori. I figliuoli, per l'apostolo, non sono dei fenomeni storici, vittime di cieche leggi d'un fato misterioso. Essi sono quello che i genitori li fanno essere. Paolo non ha perduto fede nella sapienza del detto ispirato: «Ammaestra il fanciullo secondo la via che ha da seguire, ed egli non se ne dipartirà neppur quanto sarà vecchio» Proverbi 22:6.

6. Nel brano Colossesi 3:22-4:1, ho detto nel commento, l'apostolo si rivolge a degli schiavi. E qualcuno potrà esclamare: «Degli schiavi nella Chiesa?!... Ma schiavitù e Vangelo non son eglino due termini che si escludono a vicenda?» Io rispondo che tre brevi osservazioni.

1) Sicuro; sono termini che si escludono a vicenda; e nello spirito del Vangelo noi troviamo, nel modo più esplicativo che si possa immaginare, la condanna della schiavitù. Cristo che viene a morire per tutti Giovanni 3:16, la giustizia retributiva di Dio che si esercita universalmente senza riguardi personali Romani 3:22; Galati 6:8; Romani 2:11, l'uguaglianza di tutti nel mondo dello spirito Romani 3:23; Colossesi 3:11, sono tanti principi i quali dimostrano chiaramente che, per il Vangelo, la schiavitù è la negazione di Dio.

2) E allora come mai Paolo scriv'egli a de' cristiani schiavi e nessun generoso grido di emancipazione gli erompe dal cuore? Perchè l'Evangelo, che è il libro delle grandi e profonde trasformazioni sociali, compie codeste trasformazioni non in modo subitaneo e violento, ma in un modo questo e sicuro. L'Evangelo non è il libro delle rivoluzioni; è il libro delle evoluzioni. Il suo programma non è il programma della rivoluzione che vuol mutare gli ordini sociali per migliorare gl'individui; è il programma della evoluzione che vuol migliorare gl'individui per mutar gli ordini sociali. Il cristianesimo non è una bomba che Dio lanci nel mondo antico per mandarlo in frantumi; è un «granel di senape» Matteo 13:31 che Cristo semina, che gli apostoli adacquano, che Dio fa crescere 1Corinzi 3:6. La schiavitù sarà abolita; prima in principio e più tardi nel fatto. In principio, l'aboliva Cristo, predicando la fratellanza universale Matteo 23:8; nel fatto, l'ha abolita il secolo decimonono, il quale, almeno in questa parte, ha compiuto il programma che Dio gli aveva affidato, ha generosamente risposto al grido di dolore d'una parte dell'umanità sofferente, ed ha sciolto il voto che avea contratto col moribondo secolo decimottavo.

3) La schiavitù, com'è trattata da Paolo, perde ogni carattere obbrobrioso ed inumano. Lo schiavo, nelle lettere paoline, non è più un mobile di casa del quale il padrone possa disporre a capriccio, ma è una creatura di Dio; e se il padrone ha su lei dei diritti, ha pure verso di lei dei sacrosanti doveri. Il diritto del padrone sullo schiavo non è assoluto; nè assoluto è il dovere dello schiavo verso il padrone. Siamo dunque nell'ambito sacro della responsabilità morale, e molto ma molto al di sopra delle regioni miasmatiche dove scorrazza il cacciatore dell'uomo. La prova più chiara di quanto sto dicendo è nel fatto che le medesime cose scritte da Paolo agli schiavi ed ai padroni delle chiese frigie, possono servire (e piacesse a Dio che servissero davvero) per i servi e per i padroni della nostra società moderna colta e civile.

2 9. Preghiera, condotta, conversione: Colossesi 4:2-6.

Perseverate nella preghiera, in essa vegliano con rendimento di grazie; pregando al tempo stesso anche per noi a che Dio ci apra una porta per la Parola, affine d'annunziare quel mistero di Cristo a cagione del quale, ecco, io mi trovo anche prigione; e a che io lo faccia conoscere nel modo in cui si conviene che ne parli Colossesi 4:2-4.

La parola che Paolo usa per indicare la preghiera, p una parola generica che già conosciamo ( προσευχη), e che è di per se stessa una definizione: «Un desiderio che vola dalla creatura a Dio» (Cfr. Colossesi 1:3). Anche il termine di cui e' si serve per esprimere l'idea di perseveranza è significativo. Vuol dire, propriamente, «esser forte, e manifestare, espandere, cotesta forza in qualche determinata direzione» ( προσκαρτερεω). È il persistere che non si stanca; è l'importunare della parabola Luca 11:8, è il «non restar mai d'orare» dello stesso apostolo nostro 1Tessalonicesi 5:17.

In essa vegliando con rendimento di grazie.

Ci sono tre elementi che, a proposito della vita cristiana, troviamo spesso uniti nel Nuovo T.; la sobrietà, la vigilanza, la preghiera: 1Pietro 5:8; 1Tessalonicesi 5:6; Matteo 26:41. La sobrietà è madre della vigilanza e la vigilanza è sorella della preghiera. Perchè l'apostolo aggiunga il rendimento di grazie noi sappiamo digià (vedi Colossesi 1:3-5; 3:17). E' conosce il cuor umano e sa molto bene che, malgrado tanta insistenza, tra i fratelli di Colosse ce ne saranno pur sempre di quelli che chiederanno e chiederanno a Dio de' nuovi benefici, obliando affatto quelli già ricevuti.

3 Pregando al tempo stesso anche per noi.

Questi noi sono il fratello Timoteo Colossesi 1:1, Epafra, che ha loro annunziato l'Evangelo Colossesi 1:7-8; 4:11 e quanti sono impegnati nel buon combattimento che darà per risultato la conversione del mondo.

A che Dio ci apra una porta per la Parola, affine d'annunziare il mistero di Cristo,

il che significa: Pregate affinchè Dio, a noi, che siamo qui in carcere Colossesi 4:10, faccia la grazia d'esser liberati. L'«aprire una porta per la Parola», in questo come ne' passi analoghi 1Corinzi 16:9; 2Corinzi 2:12, non vuol dir altro che «offrire una larga opportunità d'annunziare il mistero di Cristo con piena libertà d'azione». Il mistero di Cristo Paolo ce l'ha detto che cosa sia: È «Cristo in voi - la speranza della gloria» Colossesi 1:27; il gran fatto che fu occulto alle generazioni passate ma che l'Evangelo ha messo in luce, e che l'apostolo anela d'annunziare dovunque, finchè gli resti un alito di vita. Questo ardente desiderio muove Paolo a chiedere ai colossesi una preghiera per sé: «È a cagione di cotest'annunzio che ecco, io mio trovo anche prigione». Di cotesto mistero di Cristo io non sono soltanto un ministro, ma egli è a cagion di lui ch'io mi trovo anche in prigione. Io non sono chiamato ad annunziar soltanto la gloria di cotesto mistero; per cotesto mistero io son anche chiamato a soffrire. Il mio apostolato, come quello di Gesù, ha ricevuto il battesimo del dolore.

4 Or pregate, fratelli, a che cessi la mia prigionia ed a che libero io possa far conoscere il mistero di Cristo, andando di città in città, di luogo in luogo, di casa in casa, poichè è a cotesto ch'io sono chiamato, e cotesto soltanto è il modo con cui si conviene ch'io ne parli.

5 Conducetevi con saviezza verso quei di fuori, traendo profitto dalle occasioni.

La condotta qui ha un senso speciale. Non si tratta della condotta in genere, ma della condotta considerata in relazione con «qui di fuori» (Cfr. 1Corinzi 5:12-13; 1Tessalonicesi 4:12; 1Timoteo 3:7); il che è quanto dire, con quelli che non si sono ancora decisi per Cristo e non appartengono quindi alla raunanza de' fedeli. La saviezza non ha qui nulla che fare con la sapienza trascendentale dei burbanzosi pseudofilosofi di Colosse; è la saviezza pratica del buon senso illuminato dalla parola di Dio, della coscienza onesta che non soltanto parla ma parla ed opra, dello spirito che non s'impone al prossimo per tiranneggiarlo ma che del prossimo desidera sinceramente il bene. Il traendo profitto dalle occasioni esprime uno de' modi speciali e pratici di cotesta savia condotta. Traendo profitto dalle occasioni, dico, e non ricomperando il tempo come, per esempio, traducono il Diodati ed il Martini. Il tempo non si compra; e quando lo si è venduto o sciupato, chi è che possa ricomprarlo? L'apostolo non usa qui il χρονος; che vale tempo, in generale; ma usa il καιρος, che è una parte del tempo, la circostanza, il momento, l'occasione. Il verbo εξαγοραζω vuol dire trarre dal mercato, acquistare, comperare, riscattare in senso proprio Matteo 21:12, ed in senso traslato 1Corinzi 6:20. La forma «media» del verbo accentua l'idea del per voi, per vostro proprio uso, e simili. State dunque attenti, oculati, colossesi; badate che niuna delle opportunità di far del bene e di condurre a Cristo «que' di fuori» vi sfugga. E quanto l'opportunità vi capita, sappiate farla vostra, sappiate tranne profitto per cotesto santo scopo. In Efesini 5:16 l'apostolo motiva il proprio precetto dicendo: Perchè i giorni sono malvagi.

6 Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale, per sapere com'è che dovete rispondere a ciascuno.

Non si tratta del parlare tra fratelli e fratelli nell'ambito della società cristiana; si tratta del parlare o del conversare de' colossesi con quelli che non appartengono ancora a codesta società. È ben vero che se la conversazione de' colossesi sarà quel che dev'essere, potrà differire nella forma ma, quanto allo spirito, rimarrà pur sempre la stessa tanto se impegnata con de' fratelli, quanto se impegnata con que' di fuori; nondimeno, l'osservazione che faccio, è necessaria alla esatta intelligenza del pensiero apostolico.

Con grazia.

«Grazia» non ha qui il senso teologico di «grazia di Dio manifestata in Cristo», ma significa quell'amabilità, quella dolcezza, quella soavità ed al tempo istesso quella nobiltà che cattivano subito l'animo di chi ascolta, e l'accendono d'amore per le cose belle che formano in soggetto della conversazione Colossesi 3:16.

Condito con sale.

Il sale, nella Scrittura, ha gran varietà di significati. Il significato naturale, vero e proprio della parola Giobbe 6:6; Levitico 2:13; Ezechiele 16:4. Poi, in senso traslato, simbolo di sterilità o di condanna ad eterna ruina Giudici 9:45. Finalmente, nel senso di ciò che preserva moralmente dalla corruzione e dà gusto a tutto quello che facilmente si corrompe e che di per se stesso è insipido Matteo 5:13; Marco 9:50. V'ha taluno che fa di questa parola dell'apostolo il testo classico delle persone di spirito, e che intende quindi il «sale» del passo per quel tal sale che fa la conversazione scoppiettante o grassa ed esilara le comitive. Ma se v'è qualcosa di estraneo al pensiero di Paolo, egli è appunto questo spirito frivolo, vacuo, sfacciato, che se fa andare in sollucchero gli sfaccendati, nausea le persone dabbene. L'apostolo pensava a quella certa freschezza, a quel che di frizzante, a quel certo piccantino che son propri del sale e che piaccion tanto al sano palato; e quindi, a quel parlare adattato alla circostanza, che coglie dove mira; che risponde al bisogno delle persone a cui è rivolto, e che non urta ma innamora coloro che l'odono. «Il vostro parlare sia sempre con grazia, condito con sale». Sempre, non dunque ad intermittenza; non in certe occasione soltanto, o soltanto nelle grandi e solenni circostanze della vita. Sempre; in casa e fuori; in famiglia e negli affari; col povero e col ricco. L'apostolo ha in uggia l'uomo camaleonte che cambia colore col cambiare delle circostanze; che muta registro a seconda del salotto che bazzica, e che accorda sempre lo strumento con la nota che gli dà o la boria del signorotto, o la giubba paesana del bottegaio, o la casacca rattoppata del povero. Paolo vuole che il «parlare con grazia e condito con sale» diventi ne' suoi lettori una santa abitudine; e lo vuole perchè, quando sia divenuto tale, lo scopo è bell'e raggiunto; lo scopo, cioè, di sapere com'è ch'essi debbano rispondere a ciascuno. A ciascuno, individualmente, di qualunque spirito e' sia animato. Sia egli pieno di pregiudizi contro la verità; sia egli un visionario od un intruso; sia uno zoppicante in fatto di dottrina; sia un fuorviato in fatto di morale; sia quel che si vuole, insomma, se cotesta grazia e cotesto sale diventeranno parti essenziali del vostro parlar quotidiano, è un fatto, assicura l'apostolo, che il modo di rispondere non vi potrà mai mancare. «Il modo», dico; perché qui si tratta della forma; «la sostanza» della risposta non dipende nè dalla grazia nè dal sale; dipende dalla conoscenza intima, esatta e sperimentale, che uno ha della dottrina di Cristo.

Riflessioni

1. Noi ritroviamo qui tutte le caratteristiche d'una versa preghiera Colossesi 4:2-4, delle quali Paolo ci ha parlato nel principio della lettera Colossesi 1:3-5; vale a dire: la perseveranza, l'intercessione, il rendimento di grazie; ed ora, aggiunge la vigilanza. Che la preghiera debba essere perseverante, è naturale. Egli è perseverando che si dimostra che la preghiera sia radicata nel terreno della fede o se non sia che una fanciullesca e ridicola pretensione di ricevere lì per lì da Dio tutto quello che domandiamo. L'intercessione pure è una caratteristica essenziale della vera preghiera; poiché è chiaro; una preghiera che non interceda per alcuno, è un atto, un'espressione di egoismo e nient'altro. Il rendimento di grazie poi è il profumo di odor soave che deve, se posso dir così, avviluppare la preghiera mentr'ella vola a Dio sulle ali della fede. La vigilanza, infine, è condizione necessaria al perseverare, e fa la prece non assonnata nè indolente, ma desta ed attiva.

2. Il concetto che l'apostolo s'è fatto della libertà, non potrebb'essere più chiaro Colossesi 4:2-4. La libertà, per lui, non è un fin; è un mezzo. Egli aspira alla libertà; ma se «libertà va cercando», non è per riposarsi delle fatiche passate nè per godere degli applausi che gli recherebbe la sofferta prigionia, ma è per impugnar di nuovo la «spada dello Spirito» Efesini 6:17 e per rivolare sul campo ove si decidono le sorti del regno di Cristo.

3. Conduciamoci anche noi con saviezza verso que' di fuori, e impariamo a trar profitto delle occasioni che a noi si presentano per far del bene ad altri Colossesi 4:5! Facciamo vedere che la pietà nostra è pietà che c'ispira de' sensi d'amore, d'abnegazione ed un vivo desiderio di comunicare agli altri quello che abbiamo ricevuto da Dio. Non siamo acri nè beffardi quando c'imbattiamo nella superstizione sia pur grossolana; ma, proponendo la verità con la mansueta chiarezza d'un'anima che ama, cerchiamo di sollevare gli spiriti superstiziosi alle pure altezze del Vangelo di Cristo. Chi sa quante anime deboli abbiam forse respinte, per la nostra mancanza di tatto! Chi sa quanti Nicodemi abbiam forse allontanati con la parola cruda che ferì la loro coscienza come un atroce insulto! Chi sa quanti cuori timidi abbiam forse scandalizzati col nostro zelo senza conoscenza! Le occasioni di far bene al prossimo non mancano; ma che l'occasione ci sia e si presenti, non basta; bisogna saperla cogliere, bisogna saperne trar profitto per far del bene agli altri.

4. È impossibile studiare Colossesi 4:5 senza che la maestosa figura dell'apostolo ci si presenti qual vivente personificazione del precetto ch'esso contiene. Che grazia e che sale nel discorso di Paolo all'Areopago d'Atene Atti 17:19 e seg., e nella sua conversazione col procuratore Felice Atti 24:22 seg., e nella sua difesa dopo la requisitoria di Tertullo Atti 24:1-21, e nel suo parlare al re Agrippa Atti 25:23-25:32, e nel suo ragionare co' giudei di Roma Atti 28:17 e seg., e in ogni sua parola, e sempre, e dovunque, che grazia e che sale in colui che avea preso per motto della sua vita: «Farmi ogni cosa a tutti per salvarne qualcuno» 1Corinzi 9:20-22! L'apostolo vive della vita di Cristo; c'è egli quindi da stupirsi se il suo parlare è l'eco del parlare di Cristo? Paolo e Gesù, per la fede, son diventati «una stessa cosa» in Dio; e i secoli, credano o non credano, «si maravigliano e si maraviglieranno sempre delle parole di grazia uscite dalla bocca loro» Luca 4:22.

7 

QUINTA PARTE

CONCLUSIONE

Colossesi 4:7-18

La quinta parte della lettera consta di due sezioni:

1. I LATORI DELLA LETTERA ED I SALUTI DA PARTE DEGLI AMICI DEL CARCERATO: Colossesi 4:7-14

2. LA CHIUSA: Colossesi 4:15-18

1. I latori della lettera ed i saluti da parte degli amici del carcerato: Colossesi 4:7-14.

In questa sezione l'apostolo accenna ad otto nomi. Dividiamoli in tre gruppi, tenendo conto della speciale fisonomia di ciascuno.

Le cose mie ve le farà saper tutte Tichico, il caro fratello e fedel ministro e mio compagno di servigio nel Signore. Io ve l'ho mandato apposta, affinchè sappiate lo stato nostro ed affinchè consoli i vostri cuori e l'ho mandato insieme al fedele e caro fratello Onesimo, che è dei vostri. Essi vi informeranno di tutte le cose di qui.

È il primo gruppo; il gruppo che comprende Tichico ed Onesimo, latore della lettera. Di Tichico poco o nulla sappiamo. Una noterella degli Atti 20:4 introduce questo nome sulla scena della missione quando l'opera di Paolo volgeva al suo tramonto. Paolo era in Efeso, e da Efeso, in seguito al tumulto di Demetrio Atti 19:21 seg., stava per partire alla volta d'Europa in codesta occasione, fra i sette che accompagnarono Paolo, troviamo Tichico e Trofimo, asiani ambedue. Nella sua lettera a Tito e nella seconda a Timoteo, Paolo ne ricorda soltanto il nome Tito 3:12; 2Timoteo 4:12; ma in quella agli efesini e nella nostra, egli aggiunge al nome delle espressioni che dimostrano quanto grandi fossero la stima e l'affetto ch'egli avea per Tichico. «Caro fratello e fedel ministro del Signore» Efesini 6:21 egli lo chiama nella lettera agli efesini: e qui caro fratello e fedel ministro e mio compagno di servizio nel Signore.

8 Una triplice missione l'apostolo affida a Tichico. Egli porterà la lettera ai Colossesi; poi aggiungerà oralmente tutto quello che può interessare i cristiani di Frigia circa lo stato dell'apostolo e dei collaboratori di lui, e finalmente «consolerà i cuori loro».

9 Onesimo

era uno di quegli schiavi frigi, noti a tutti come gli esseri più demoralizzati dell'impero. Era fuggito da Filemone, a cui apparteneva, ed avea preso il volo non senza, probabilmente, aver fatto man bassa sulla roba del padrone Filemone 18-19. Col danaro rubato e con l'astuzia che senza dubbio non gli mancava, si era spinto fin là dove si trovava Paolo. E quivi conobbe l'apostolo. Chi mai condusse questo sciagurato all'apostolo? Fu la stanchezza d'una vita di crapula e di bagordo? Fu la fame? Fu qualche ignota anima pia? Niuno può dirlo; il fatto è, però, che al contatto del grande apostolo le scaglie gli caddero dagli occhi. Onesimo trovò Paolo; e per mezzo del Vangelo che Paolo gli predicava, non tardò a trovar Cristo. Quanto tempo Onesimo rimanesse con Paolo non si sa esattamente, ma non dovette esser poco, se l'apostolo potè vedere il miserabile fuggiasco trasformarsi lentamente, sotto l'influenza del Vangelo, e diventargli un amico affezionato. Paolo l'avrebbe voluto tener sempre con sè; ma farlo senza il parere di Filemone, a cui Onesimo realmente apparteneva, gli sembrava un togliere a Filemone ciò che gli spettava di diritto, ed un privarlo del piacere di cederglielo egli stesso volontariamente Filemone 14. Quindi è che l'apostolo rimanda lo schiavo al padrone insieme con Tichico e con un amor di bigliettino autografo, che studieremo fra poco, e che non possiamo credere non ottenesse ad Onesimo il perdono di Filemone.

10 Aristarco, il mio compagno di prigione, vi saluta; e Marco pure, il cugino di Barnaba circa il quale avete ricevuto degli ordini... se mai capita da voi, fategli accoglienza. Anche Gesù, detto Giusto, vi saluta. Essi son di quelli della circoncisione; e sono i soli che abbiano lavorato meco per il regno ili Dio, e che mi siano stati di consolazione

È il secondo gruppo; il gruppo di Aristarco, Marco e Gesù detto Giusto, che hanno il vincolo d'una origine comune.

Aristarco

era un macedone di Tessalonica Atti 20:4; 27:2. La prima menzione di lui è fatta a proposito del tumulto d'Efeso ove lo troviamo, insieme con Gaio, sopraffatto dal fanatismo popolare e trascinato a forza nel teatro Atti 19:21. È con Paolo quando l'apostolo si reca in Asia Atti 20:4; e più tardi, sarà anch'egli a bordo della nave adramittena che porta l'apostolo a Roma Atti 27:2. Aristarco ha qui un titolo d'onore, è chiamato da Paolo:

il mio compagno di prigione.

Nel biglietto a Filemone, invece, è chiamato semplicemente un «collaboratore» dell'apostolo Filemone 24; mentre per converso Epafra, che nel biglietto è un «compagno di prigione» Filemone 23, qui è presentato come essendo libero. Quest'incidente in due lettere, che senza dubbio l'apostolo scrisse da un medesimo luogo e in mezzo ad invariate circostanze, ha dato origine ad una congettura, secondo la quale Epafra ed Aristarco non sarebbero stati proprio in carcere con Paolo; ma volontariamente, ed a turno, avrebbero condiviso la prigionia con l'apostolo, assoggettandosi ai rigori che il carcere menava seco. Così, quando Paolo scriveva il biglietto a Filemone, avrebbe avuto Epafra per compagno di carcere; quando invece scrivea la lettera nostra, avrebbe avuto Aristarco. Questo fatto, che si può ben ammettere senza tante difficoltà, spiegherebbe la discrepanza dei testi, getterebbe un magnifico raggio di luce nel mistero del carcere di Paolo, e mostrerebbe quali nobili amici Iddio avesse dati all'apostolo, in momenti così gravi e solenni.

Marco,

chiamato qui il cugino di Barnaba, è quel «Giovanni soprannominato Marco» di cui si parla negli Atti 12:25; lo stesso che accompagno Paolo e Barnaba in una parte del loro primo viaggio missionario, che li abbandonò in Perga di Panfilia per tornarsene a Gerusalemme Atti 13:13 e che più tardi, appunto per questo suo «non essere andato con loro all'opera», fu causa di acerbità fra i due apostoli e determinò la loro definitiva separazione Atti 15:37 seg. Com'è che si trovasse presso l'apostolo, non si sa; si sa soltanto ch'egli si preparava ad un viaggio nell'Asia minore; ed è appunto per questo che Paolo dice ai colossesi:

«Se mai capita da voi, fategli accoglienza;

intorno a lui, del resto,

avete già ricevuto degli ordini».

Quando? E quali ordini? E per mezzo di chi?... Mistero. Il perchè di questo:

Se mai capita da voi fategli accoglienza,

è ovvio però; e significa: Se mai capita da voi, non gli fate il broncio; non gli fate sentire con la vostra freddezza che non avete dimenticata la sua fuga da Perga di Panfilia. Le chiese sorte per opera dell'apostolato di Paolo o che a Paolo riguardavano come alla loro stella polare, si capisce che dovessero essere imbronciate con questo Marco, che aveva abbandonato il loro maestro. E sono appunto le conseguenze di codesto broncio che l'apostolo vuole ad ogni costo evitare. Povero Marco! Partito per il campo della missione da Gerusalemme Atti 12:25, senza dubbio a test'alta, con giovanile entusiasmo, arrivato sul luogo dell'azione, il coraggio gli era ad un tratto venuto meno. Erano forse le difficoltà dell'opera che lo aveano spaventato? O era forse il sentimento della grave responsabilità che codest'opera ispirava, che l'aveva accasciato? O era la cara immagine della madre lontana che l'aveva irresistibilmente attirato... Atti 12:12? Paolo avea tutto dimenticato; e Marco stesso, bisogna pur dirlo per amor di giustizia, avea fatto tutto dimenticare. La noterella del nostro passo lo prova; e meglio ancora lo provano quelle parole dell'apostolo a Timoteo, che furon parole d'un moribondo: «Prendi Marco e menalo teco, perch'egli mi è molto utile per il ministerio» 2Timoteo 4:11.

11 2Gesù detto giusto

è un nome ignoto, del quale cerchiamo invano qualche notizia nella storia evangelica; se pur non lo si debba identificare con quel tal «Giusto», proselito di Corinto, di cui è fatto cenno in Atti 18:7. I tre nomi di questo gruppo hanno una caratteristica comune: «2Essi son di quelli della circoncisione e sono i soli che abbiano lavorato meco per il regno di Dio e che mi siano stati di consolazione». L'alba del cristianesimo vide più d'una lotta agitarsi nel campo dell'opera missionaria; fra le altre, quella di cui abbiamo già dovuto occuparci: la lotta, cioè, fra la grettezza del vecchio spirito giudaico e la larghezza del nuovo spirito cristiano. Che ad un giudeo già partecipe dei patti antichi, e delle avite promesse fosse lecito passare dalla Sinagoga alla Chiesa, niuno metteva in dubbio; ma ad un pagano, ad un idolatra era egli lecito? No, rispondevano in massa i cristiani giudeo palestinesi. Sia prima giudeo; si faccia circoncidere, e poi diventerà cristiano. Sì, rispondevano invece i giudeo-cristiani nati fuor di Palestina; gli è perfettamente lecito; e che bisogno c'è ch'egli passi prima per la trafila del giudaismo? Paolo, il capo di quest'ultimo partito, com'è facile a capirsi, dava un buon po' sui nervi agli altri. I quali eran senza dubbio cristiani, ma cristiani a modo loro; cristiani senza zelo missionario, gretti, ringhiosi, meschini, accattabrighe. Aristarco, Marco e Gesù aveano anch'essi militato «nelle file della circoncisione»; ma adesso erano tre menti larghe, tre anime belle, tre cuori che palpitavano all'unisono col cuore di Paolo.

12 Epafra, che è dei vostri, vi saluta. Egli, servo di Cristo, lotta del continuo per voi nelle preghiere a che, perfetti e pienamente persuasi, stiate ferrei in tutta la volontà di Dio. Poiché io gli rendo questa testimonianza, che, egli si da molta fatica per voi e per, quelli di Laodicea e per quelli di Ierapoli. Luca, l'amato medico, e Dema vi salutano

È il terzo gruppo, che comprende Epafra, Luca, Dema; o come si potrebbe anche dire: il ministro, il vero amico, l'amico infedele.

Epafra è dei vostri;

vale a dire, della chiesa di Colosse, residente in codesta città, e probabilmente cittadino colossese, o, per lo meno, frigio. Era forse, come abbian già notato, un volontario compagno di prigione dell'apostolo Filemone 23; avea pel primo recato l'Evangelo in Colosse Colossesi 1:7 e v'ha chi dice, anche in Laodicea e a Ierapoli. Da Paolo era venuto, secondo ogni probabilità, per consigliarsi con l'apostolo circa le varie correnti religiose che miravano a disturbare la pace nelle chiese di Frigia. Epafra però non s'era limitato a parlare delle mène dei falsi dottori egli aveva anche confortato il cuor dell'apostolo con le edificanti notizie dello «spirituale amore» dei fratelli di Colosse Colossesi 1:8. La venuta di Epafra fu l'occasione della lettera che studiamo; la quale, se nel cuore dei colossesi suscitò dei sentimenti di gratitudine per Epafra, dovette senza dubbio scatenare contro lui le ire dei falsi dottori che la lettera, come abbian visto, conciava pel dì delle feste. Ma delle ire dei falsi dottori Epafra poco si cura.

Egli è un servo di Cristo

e non mira che al bene spirituale della Chiesa.

Egli lotta del continuo per voi nelle preghiere

ch'egli rivolge a Dio; e questa espressione, se ci mostra da un lato la gravità dei pericoli che minacciavano i cristiani di Frigia, ci rivela anche, dall'altro, l'ansia e la brama direi quasi irrequieta di questo fedel ministro del Vangelo. Tre ideali sorridono ad Epafra mentre, pregando, lotta con Dio.

Il primo è di vedere i suoi fratelli perfetti di quella perfezione relativa, di cui Paolo ci ha già parlato Colossesi 1:28.

Il secondo è di vederli pienamente persuasi; giunti, cioè a quel punto, in cui il dubbio non può più nulla sulle convinzioni del credente, e i dardi infocati dell'errore si spuntano contro lo scudo della fede che copre il cristiano Efesini 6:16.

Il terzo è di vederli fermi, immobili, incrollabili in tutta la volontà di Dio; di vederli vivere in uno spirito di assoluta subordinazione all'Eterno, in un completo abbandono nelle braccia del Padre.

13 Non basta; l'apostolo aggiunge un'altra preziosa parola a quelle che ha già spese a pro d'Epafra:

questa testimonianze io gli rendo, ch'ei si da molta fatica, per voi e per quelli di Laodicea e per quelli di Ierapoli.

Laodicea

era una città della Frigia; secondo la nota in calce a 1Timoteo «la città principale ( μητροπολις, metropoli) della Frigia Pacaziana». Era posta sul Lico e nota per la sua opulenza Apocalisse 3:17. Ebbe nome prima, Diospoli; poi Rhoas, e quindi Laodicea, da Laodice moglie di Antioco II. Il fatto che, secondo Strabone, Laodicea possedeva una rinomata scuola di medicina, ha indotto qualcuno a supporre ch'ell'avesse attirato Luca che era inedito, e che appunto per codesto fatto sarebbe stato così specialmente noto ai colossesi.

Ierapoli

era a sei miglia romane al nord di Laodicea, e famosa per le sue sorgenti minerali (Strabone XIII, 4). Laodicea e Ierapoli distavano un dodici miglia da Colosse.

14 Luca, l'amato medico,

accompagnò l'apostolo durante il fortunoso viaggio alla volta d'Italia Atti 27. Qui è compagno dell'apostolo nel carcere. Nel biglietto a Filemone Paolo lo ricorda come uno dei suoi «collaboratori» Filemone 24; e più tardi, quando tutti l'hanno abbandonato e quando l'ultima sua ora sta per sonare, l'apostolo scrive a Timoteo queste parole sublimi: «Luca solo è meco!» 2Timoteo 4:11,16. Luca solo! E fu senza dubbio sul nobil volto di Luca, del medico amato, dell'amico fedele, che si posarono gli ultimi sguardi dell'eroe moribondo.

Dema

non ha ne una parola di lode nè una parola di biasimo. Come mai? Nel biglietto a Filemone Filemone 24 egli è ancora ricordato come uno dei «collaboratori» dell'apostolo: qui... niente. Direm noi col Bengel ch'è soltanto perchè Dema scriveva la lettera a dettatura di Paolo? O direm piuttosto che l'apostolo non era più sicuro del suo collaboratore? La seconda ipotesi mi sembra purtroppo più probabile della prima; specialmente se pensiamo alle ultime parole che Paolo ebbe a scrivere di lui: «Dema, per amor del presente secolo, m'ha abbandonato e se n'è ito in Tessalonica» 2Timoteo 4:10 «Densa m'ha abbandonato!...» Fu per viltà di fronte ai pericoli che minacciavano l'apostolo ed i suoi? Fu per mancanza di convinzioni sincere e profonde? E tornato in Tessalonica, ebbe egli uno di quei momenti che strappano al Padre quella parola del perdono che riabilita il caduto dinanzi ai fratelli nella fede? Oppure seguitò egli ad ansare il «presente secolo?» Ebb'egli lagrime di pentimento Luca 22:62, o lagrime di disperazione? Matteo 27:3. Fu egli un Pietro od un Giuda? Non giudichiamo. «Chi si pensa di stare in piè guardi di non cadere!» 1Corinzi 10:12.

Riflessioni

1. Colossesi 4:7-9 Si può egli dar qualcosa di più umile, di più insignificante, vorrei quasi dire, di quel che Tichico fu chiamato a fare per l'opera di Dio? Portare una lettera! Sta bene che il viaggio era lungo, difficile; nondimeno, diciamolo pure, sono pochi quelli che nel semplice «esser mandati apposta a portare una lettera» non vedrebbero un incarico che poco s'addice alla nobiltà del ministerio cristiano. Eppure, quant'era importante la missione di Tichico! Quante cose il tempo ha distrutte da quei giorni ad oggi! Ma sulle ruine di cui l'uomo ed il tempo ha seminato la via di tanti secoli di storia, la lettera ai colossesi risplende come un raggio di luce sempiterna e divina. Una grande lezione ci dà dunque Tichico. Le cose più umili, più apparentemente insignificanti, diventano grandi, sublimi, se fatte per una causa nobile e santa. Anche Onesimo ha qualcosa da insegnarci. Chi mai riconoscerebbe nel «fedele e caro fratello Onesimo» lo schiavo ladro e fuggiasco di Frigia? Questo è un vero e proprio caso di risurrezione morale, operata dal Cristo del Vangelo. Felici coloro dei quali si può dire come d'Onesimo:... «Era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» Luca 15:24.

2.Colossesi 4:10-11. Poco sappiamo di Aristarco, poco, di Marco e nulla di Gesù detto Giusto; ma quei tre nomi rimangono e rimarranno nella storia delle lotte combattute per la libertà cristiana, come tre nomi d'eroi. Chi può ridire il martirio morale provato da cotesti tre figli d'Israele quando cominciarono a capire che per seguir Cristo bisognava uscire dall'ombra di quel tempio ch'era per loro il divino monumento e della gloria nazionale e della religione dei padri? E chi può ridire il loro sgomento quando, entrati nel campo di quel cristianesimo che avrebbe dovuto assicurare un po' di requie alle loro anime stanche, si trovarono invece dinanzi al bivio: O con Paolo o contro Paolo? e nella necessità di scegliere per impugnar di nuovo le armi? Ma soffrirono e vinsero; e mostrarono una volta di più che la verità non è il premio dei codardi, ma e il premio degli eroi che sanno conquistarla.. Impariamo da Aristarco che l'amicizia vera va fino al sagrificio della propria libertà per la persona amata; da Marco, che ogni atto imprudente ed ogni caduta hanno in Cristo la, possibilità d'una nobile riabilitazione; da Gesù, che degli eroi della fede, quand'anche tutto il resto si perda nell'oceano del tempo, il nome pur sempre rimane, vivido e puro, come stella mattutina.

3. Colossesi 4:12-14 C'insegni Epafra che se non tutti possiamo scrivere una lettera come questa di Paolo; che se non tutti possiamo, come Tichico. intraprendere un viaggio lungo e faticoso per far del bene a dei fratelli lontani, c'è una cosa però che possiamo far tutti: Pregare affinchè quelli che conoscono Cristo, «perfetti e pienamente persuasi, stiano fermi in tutta la volontà di Dio». Impariamo da Luca ad esser fedeli l'un l'altro d'una fedeltà che sfidi i pericoli, e che tanto più eroica si dimostri quanto più tremendo avvampa l'incendio. E l'esempio di Dema non c'incoraggi a scagliare improperi alla memoria d'un povero infelice; ci persuada piuttosto, e questo basti, che lo star fermi e saldi nell'agone della fede val meglio del lasciarci illudere dalle parvenze allettatrici d'un mondo fallace.

15 2. La chiusa: Colossesi 4:15-18.

La chiusa della lettera ha due parti distinte. La prima Colossesi 4:15-17, scritta ancora dall'amanuense; la seconda, autografa.

Salutate i fratelli che sono in Laodicea, e Ninfa e la chiesa che è in casa di lui. E quando questa lettera sarà stata letta fra voi, fate in modo che sia letta anche nella chiesa dei laodicesi, e che voi, dal canto vostro, leggiate quella che vi verrà da Laodicea. E dite ad Archippo! «Bada al ministerio che hai ricevuto nel Signore, a che tu l'adempia».

È la parte scritta ancora dall'amanuense. Tra i fratelli da salutare c'è un certo

Ninfa

a noi totalmente ignoto. Una cosa soltanto sappiamo di lui; che in casa sua esisteva una

chiesa.

I tempi ai quali il nostro passo ci conduce, sono ben differenti da quelli nei quali oggi viviamo. La, parola «chiesa», a quegli tempi, non aveva ancora il senso che la maggior parte degli nostri contemporanei le attribuisce. La «chiesa» del secolo apostolico non è l'edificio, la disposizione architettonica di pietre morte, ma è la riunione di «pietre vive» 1Pietro 2:5, la riunione, cioè dei membri della famiglia, dei parenti, dei vicini, di tutti quelli che hanno creduto in Cristo, e che convengono sotto un medesimo tetto per edificarsi attorno alla Parola della vita. I templi, le cattedrali e gli altri edifici sacri furono, è vero, una necessità imposta dal progresso e dalla espansione del cristianesimo; ma all'ombra loro nacque un'idea che, stillata a poco a poco nella mente del popolo, fece terreno quel che Cristo avea creato essenzialmente celeste. Infatti, in casa di Ninfa, in casa d'Aquila e di Priscilla Romani 16:3-5, in casa di Filemone Filemone 2, la «chiesa» è ancora il contenuto, la raunanza dei fedeli; oggi, non è più il contenuto, ma è il contenente; il luogo, cioè, dove si va, o dove si dovrebbe andare ad offrire il culto a Dio.

16 Dopo i saluti, l'apostolo dà un ordine relativo alla lettera che scrive. Egli desidera che la sua lettera ai colossesi sia fatta conoscere anche a quei di Laodicea; e la cosa è chiara; le incertezze nascono piuttosto a proposito della seconda parte dell'ordine apostolico. Paolo, con la nostra lettera, ne avea scritto anche un'altra; e quest'altra, che avrebbe dovuto andare a Laodicea, egli desiderava che fosse letta anche dai colossesi. Ora, di che lettera si tratta egli? A questa domanda si può rispondere e si è risposto in tre modi.

1°) Si tratta di una vera e propria lettera, che Paolo avrebbe scritto ai laodicesi, ed il cui testo ci è stato preservato. E difatti, esiste una lettera intestata Ad Laodicenses, che può anche essere stata in origine scritta in greco, ma di cui oggi non possediamo che il testo latino. Vedi l'Appendice, alla fine del Commento. Ma non è che una sterile compilazione di frasi pauline, rubacchiate qua e là, e specialmente dalle lettere ai filippesi ed ai galati; e si rivela da sè per uno di quei documenti fabbricati chi sa per quale scopo e da chi, i quali, nei tempi in cui la critica biblica non era ancora nata, facevan presto ad acquistarsi un po'di credito fra la gente di fede grossa. Di questa lettera Girolamo dice (Vir. Ill. 5): «Legunt quidam et ad Laodicenses, sed ab omnibus exploditur». Ed Erasmo: «Nihil habet Pauli praeter voculas aliquot ex caeteris ejus epistolis mendicatas... Non est cujusvis hominis Paulinum pectus effingere. Tonat, fulgurat, meras fiammas loquitur Paulus. At haec, praeterquam quod brevissima est (non è più lunga del 4° Capitolo di questa lettera che studiamo), quam friget, quam jacet!... Nullum argumentum efficacius persuaserit eam non esse Pauli quam ipsa epistola». Si trova in parecchie Bibbie latine dal 6° al 15° secolo; e, come dice il Lightfoot, per più di nove secoli «gironzolò attorno alle porte del Canone sacro, senz'esservi mai ammessa e senz'esserne mai decisamente scacciata». Col rinascimento degli studi biblici però fu da tutti e da per tutto condannata.

2°) Si tratta di una vera e propria lettera scritta da Paolo ai laodicesi, ma oggi completamente perduta. Il codice muratoriano, che col frammento che dà della lista dei libri sacri ci riconduce senza dubbio fino al secondo secolo, cita difatti due lettere di Paolo, una ai laodicesi, e l'altra agli alessandrini; ma le ripudia com'essendo spurie ed eretiche. Quindi, il nesso fra il nostro passo e la menzione del codice muratoriano è dal codice medesimo provato immaginario e vano. Certo, non è impossibile che Paolo scrivesse delle altre lettere oltre quelle che noi conosciamo; delle lettere, che non sarebbero giunte fino a noi; ma, nel caso nostro, se oltre a quelle agli efesini, ai colossesi ed a Filemone, Paolo avesse mandato in Asia Minore anche una quarta lettera ai laodicesi, egli è certo ch'egli non avrebbe detto nel nostro passo: Fate in modo di leggere quella da Laodicea ( την εκ Λαοδικειας); ma avrebbe detto invece: Fate in modo di leggere quella a Laodicea ( την προς Λαοδικειας).

3°) Si tratta di una delle lettere che noi possediamo, ma con un'altra intestazione. E fin dal 4° secolo, Filastrio, seguìto poi da qualche rarissimo moderno, disse trattarsi della Lettera agli Ebrei; ma è impossibile che le due lettere ai colossesi ed agli ebrei siano state scritte da uno stesso autore, in un identico momento storico, e ad un medesimo ambiente ecclesiastico. Il Wieseler opinò trattarsi invece della Lettera a Filemone; ma la lettera a Filemone è un bigliettino confidenziale, privato; e dice bene l'Abbott: tutta la fragranza, tutta la delicatezza che spira sarebbero perdute, se l'apostolo avesse disposto che cotesto biglietto fosse letto in pubblica chiesa.

4°) Non rimane che una quarta ipotesi; che si tratti della Lettera agli efesini che sappiamo essere stata scritta da Paolo presso a poco contemporaneamente all'altra ai colossesi; essere stata portata dallo stesso inviato, ed aver avuto carattere di lettera circolare anzichè carattere di lettera intestata ad una chiesa determinata. E qui non mi dilungo, ma rimando il lettore alla Introduzione alla lettera agli efesini. Tichico, quindi, sarebbe stato il latore delle due lettere. Prima di tutto, avrebbe portato la «circolare» alla chiesa d'Efeso, com'essendo la più importante fra le chiese asiatiche; di là egli l'avrebbe fatta girare di chiesa in chiesa, finch'egli non fosse giunto a Laodicea; e da Laodicea, avendo sempre con sè le due lettere, si sarebbe finalmente spinto su per la valle, fino a Colosse.

17 «E dite ad Archippo: «Bada al ministerio che hai ricevuto nel Signore, a che tu l'adempia!» Di Archippo nulla si sa. L'unico cenno che abbiamo di lui, è nel biglietto a Filemone Filemone 2 dov'egli è chiamato «commilitone» di Paolo. Era egli un figliuolo di Filemone? Filemone 2. Era di Colosse? Niente si sa di certo, fuorchè questo: ch'egli esercitava un ministerio nella chiesa di Colosse, secondo gli uni; in quella di Laodicea, secondo altri. E qual ministerio? Può essere stato un ministerio importante ed elevato, può essere stato un ministerio umile ed in apparenza di poco momento. Il «ministerio». per Paolo, abbraccia un'immensa varietà di attribuzioni e di attività a pro dei fratelli. Dare un pane ad un fratello povero, fare una colletta, portare una lettera, sono per lui uffici di cotesto ministerio, non meno di quelli del pastore e dell'evangelista. Qui non si tratta di parere; si tratta d'essere; non si tratta di salire per comandare ed esser serviti; si tratta di scendere per ubbidire e per servire Matteo 20:25-28; si tratta in una parola di accettare con gratitudine il posto che Dio ci assegna non a capriccio, ma tenendo conto dei mezzi ch'Egli stesso ci ha dati, e del peso che siam capaci di portare. Il ministerio cristiano trae la sua nobiltà non dall'altezza del luogo che occupa colui che l'esercita, ma dal fatto soltanto ch'esso è un ministerio nel Signore. Cotesto ministero, o Archippo, tu l'hai ricevuto nel Signore. È nel Signore, cioè, ch'esso ebbe origine; è nel Signore ch'egli trova ispirazione e forza; è nel Signore che ha il suo scopo.

Badaci! e badaci così, che tu l'adempia secondo la mente di Colui che te l'ha confidato. Iddio giudica i suoi operai non dalla grandezza o dal numero degli risultati ottenuti, ma dalla fedeltà con cui hanno adempiuto la missione che aveano da lui ricevuto.

18 Il saluto è di mia propria mano: di me, Paolo. Ricordatevi delle mie catene. La grazia sia con voi!

E la parte autografa della chiusa. L'apostolo, malato d'occhi Galati 4:13-15 cfr. con Galati 6:11, dettava, generalmente parlando, le sue lettere ad un amanuense; ed alla fine apponeva a coteste lettere la sua firma 1Corinzi 16:21; 2Tessalonicesi 3:17, affinchè i lettori fossero così accertati che la lettera conteneva il pensiero apostolico puro e genuino. Anche qui, l'apostolo s'alza per mettersi al posto dell'amanuense e firmare la lettera. Ma dalla destra gli pende la catena; e il rumor della catena che il carcerato ha mossa, dilegua le celesti visioni, le care immagini che gli erano apparite sull'orizzonte quando dettava i pensieri che abbiamo studiati, e lo richiama alla dura realtà del presente. Quindi,

il ricordatevi delle mie catene!

L'apostolo è uomo ed ha bisogno di simpatia. Non vuole esser solo. Lo sa bene e lo sente che un nuvolo di fratelli gli popola in ispirito la solitudine del carcere; ma... «ricordatevi delle mie catene!» esclama; quasi a supplicare i fratelli, che tengan desti i sentimenti che hanno già per lui. «Ricordatevi delle mie catene!» Pregate per me, vi dico ancora una volta; pregate per me, affinchè Dio spezzi questi legami e mi dia di nuovo d'annunziare il mistero di Cristo, dovunque ed a tutti!

La grazia sia con voi:

Efesini 6:24; 1Timoteo 6:21; 2Timoteo 4:22; Tito 3:15. È l'addio dell'apostolo. E di qual grazia parla egli? Parla della grazia di Dio, del sorriso del Padre, dell'amor di Colui col quale Cristo ci ha riconciliati; di quella grazia che è un conforto nel giorno del dolore; che è sorgente di nuove energie nell'ora della lotta; che è un raggio di luce eterna nel solenne ed oscuro momento della morte.

La grazia sia con voi!...

risplenda sul vostro orizzonte; dimori nel vostro cuore; v'accompagni per i difficili sentieri del vostro pellegrinaggio; sia come un'aria balsamica che respirate, sia come una divina rugiada che ravvivi lo stelo incerto d'ogni bel fiore della vostra effimera vita.

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