Commentario abbreviato:

Ebrei 10

1 Capitolo 10

L'insufficienza dei sacrifici per togliere il peccato, la necessità e la potenza del sacrificio di Cristo a questo scopo Ebr 10:1-18

Un'argomentazione per la santa audacia nell'accesso del credente a Dio attraverso Gesù Cristo, e per la fermezza nella fede, nell'amore reciproco e nel dovere Ebr 10:19-25

Il pericolo dell'apostasia Ebr 10:26-31

Le sofferenze dei credenti e l'incoraggiamento a mantenere la loro santa professione Ebr 10:32-39

Versetti 1-10

Avendo dimostrato che il tabernacolo e le ordinanze dell'alleanza del Sinai erano solo emblemi e tipi del Vangelo, l'apostolo conclude che i sacrifici che i sommi sacerdoti offrivano continuamente non potevano rendere perfetti gli adoratori per quanto riguarda il perdono e la purificazione delle loro coscienze. Ma quando "Dio manifestato nella carne" divenne il sacrificio e la sua morte sull'albero maledetto il riscatto, allora il Sofferente, essendo di valore infinito, le sue sofferenze gratuite ebbero un valore infinito. Il sacrificio espiatorio deve essere uno capace di acconsentire, e deve di sua volontà mettersi al posto del peccatore: Cristo lo ha fatto. La fonte di tutto ciò che Cristo ha fatto per il suo popolo è la volontà sovrana e la grazia di Dio. La giustizia introdotta e il sacrificio offerto da Cristo sono di potenza eterna e la sua salvezza non verrà mai meno. Hanno il potere di rendere perfetti tutti coloro che vi giungono; derivano dal sangue espiatorio forza e motivi per l'obbedienza e conforto interiore.

11 Versetti 11-18

Sotto la nuova alleanza, o dispensazione del Vangelo, il perdono è pieno e definitivo. Questo fa una grande differenza tra la nuova alleanza e l'antica. Nell'antica, i sacrifici dovevano essere ripetuti spesso e, in fin dei conti, si poteva ottenere solo il perdono per questo mondo. Nella nuova, un solo sacrificio è sufficiente a procurare a tutte le nazioni e a tutte le epoche il perdono spirituale, ovvero la liberazione dalla punizione nel mondo a venire. Questa potrebbe essere chiamata una nuova alleanza. Nessuno può pensare che le invenzioni umane possano essere utili a chi le mette al posto del sacrificio del Figlio di Dio. Che cosa resta, allora, se non cercare un interesse in questo sacrificio per fede; e il sigillo di esso alle nostre anime, mediante la santificazione dello Spirito fino all'obbedienza? Affinché la legge sia scritta nei nostri cuori, possiamo sapere che siamo giustificati e che Dio non si ricorderà più dei nostri peccati.

19 Versetti 19-25

Dopo aver chiuso la prima parte dell'epistola, l'apostolo applica la dottrina a scopi pratici. Poiché i credenti avevano una via aperta alla presenza di Dio, era loro dovere usare questo privilegio. Il modo e il mezzo con cui i cristiani godono di tali privilegi è il sangue di Gesù, il merito di quel sangue che egli ha offerto come sacrificio espiatorio. L'accordo tra la santità infinita e la misericordia perdonante non è stato chiaramente compreso finché la natura umana di Cristo, il Figlio di Dio, non è stata ferita e contusa per i nostri peccati. La nostra via verso il cielo è un Salvatore crocifisso; la sua morte è per noi la via della vita e per coloro che lo credono sarà preziosa. Devono avvicinarsi a Dio; sarebbe un disprezzo per Cristo, tenersi ancora a distanza. I loro corpi dovevano essere lavati con acqua pura, alludendo alle purificazioni previste dalla legge: così l'uso dell'acqua nel battesimo doveva ricordare ai cristiani che la loro condotta doveva essere pura e santa. Mentre traevano conforto e grazia dal Padre riconciliato per le loro anime, avrebbero adornato la dottrina di Dio loro Salvatore in ogni cosa. I credenti devono pensare a come essere utili gli uni agli altri, in particolare stimolandosi a vicenda a un esercizio più vigoroso e abbondante dell'amore e alla pratica delle buone opere. La comunione dei santi è un grande aiuto e un privilegio, oltre che un mezzo per essere saldi e perseveranti. Dovremmo osservare l'arrivo dei tempi di prova ed essere così stimolati a una maggiore diligenza. Per tutti gli uomini si avvicina un giorno di prova, il giorno della nostra morte.

26 Versetti 26-31

Le esortazioni contro l'apostasia e alla perseveranza sono sostenute da molte ragioni forti. Il peccato qui menzionato è una caduta totale e definitiva, quando gli uomini, con una volontà e una risoluzione piena e fissa, disprezzano e rifiutano Cristo, l'unico Salvatore; disprezzano e resistono allo Spirito, l'unico Santificatore; e disprezzano e rinunciano al Vangelo, l'unica via di salvezza e le parole di vita eterna. Di questa distruzione Dio dà ad alcuni noti peccatori, mentre sono sulla terra, un timoroso presentimento nelle loro coscienze, con la disperazione di poterla sopportare o sfuggire. Ma quale punizione può essere più dura del morire senza misericordia? Rispondiamo: morire per misericordia, per la misericordia e la grazia che hanno disprezzato. Quanto è terribile il caso in cui non solo la giustizia di Dio, ma anche la sua grazia e la sua misericordia abusate richiedono vendetta! Tutto questo non significa affatto che le anime che si addolorano per il peccato saranno escluse dalla misericordia o che sarà loro rifiutato il beneficio del sacrificio di Cristo, se sono disposte ad accettare queste benedizioni. Chi viene a Cristo, non lo scaccerà in nessun modo.

32 Versetti 32-39

Molte e varie afflizioni si unirono contro i primi cristiani, che ebbero un grande conflitto. Lo spirito cristiano non è uno spirito egoista; ci spinge a compatire gli altri, a visitarli, ad aiutarli e a supplicare per loro. Tutte le cose qui sono solo ombre. La felicità dei santi in cielo durerà per sempre; i nemici non potranno mai portarla via come i beni terreni. Questo ci ripagherà ampiamente di tutto ciò che possiamo perdere e soffrire qui. La maggior parte della felicità dei santi, per ora, è una promessa. È una prova della pazienza dei cristiani accontentarsi di vivere dopo aver compiuto il loro lavoro e rimanere in attesa della loro ricompensa fino a quando non arriverà il momento in cui Dio la darà. Egli verrà presto da loro alla morte, per porre fine a tutte le loro sofferenze e per dare loro una corona di vita. Il conflitto attuale del cristiano può essere aspro, ma finirà presto. Dio non si compiace mai della professione formale e dei doveri e servizi esteriori di coloro che non perseverano, ma li guarda con grande dispiacere. E coloro che sono stati mantenuti fedeli in grandi difficoltà per il tempo passato, hanno motivo di sperare che la stessa grazia li aiuti a vivere ancora per fede, fino a quando riceveranno la fine della loro fede e della loro pazienza, cioè la salvezza delle loro anime. Vivendo per fede e morendo nella fede, le nostre anime sono al sicuro per sempre.

Commentario del Nuovo Testamento:

Ebrei 10

1 Ebrei 10:1-10. I sacrificii legali, ogni anno rinnovati, essendo figurativi e meramente animali, non potevano veramente espiare il peccato; per cui la S. Scrittura preannunziava che sarebbero sostituiti dall'offerta migliore del corpo di Cristo.

La legge, infatti, avendo l'ombra dei futuri beni, non la forma reale stessa delle cose, non può mai, con i sacrificii che si offrono ogni anno, sempre gli stessi, in perpetuo, render compiuti quelli che si accostano (a Dio).

Il γαρ (infatti) si riannoda al pensiero centrale dei vv. precedenti. Era necessario che Cristo apparisse per abolire il peccato portandolo, poichè quanto ai sacrificii prescritti dalla legge, non avevano e non potevano avere efficacia reale per purificare la coscienza del popolo. Che non l'avessero lo dimostra il fatto stesso che ogni anno se ne doveva fare la esatta ripetizione e la ragione per cui non la potevano avere cotesta efficacia stava nel loro valore inferiore. Dei sacrificii animali non, potevano avere che un valore figurativo, provvisorio, educativo. La legge, cioè l'economia legale, non aveva se non l'ombra dei futuri beni. Per futuri beni s'intendono quelli che erano promessi dall'A.T. per l'epoca del Nuovo Patto, vale a dire il perdono completo ed assoluto dei peccati, la riconciliazione con Dio mediante un'espiazione adeguata, il cuore nuovo e lo spirito filiale. La legge data da Dio a scopo di educazione della coscienza, aveva dei sacerdoti ch'erano dei tipi del vero, dei sacrificii ch'erano l'ombra o la figura imperfetta del vero; garantiva un perdono ch'era parziale, rituale, temporaneo, ombra di quello vero ed eterno; non aveva la forma reale delle cose ossia la sostanza stessa, la realtà della salvazione. Il testo dice «l'immagine stessa» (εικων ); ma è chiaro che si tratta qui della realtà nella sua vera e propria forma, o come dice Tholuck, della forma essenziale delle cose. L'ombra e l'immagine stessa non sono contrapposti come la statua abbozzata nelle sue grandi linee e la statua condotta a termine, finita in tutti i suoi particolari. C'è più che una differenza nel grado di perfezione; c'è il divario che corre tra la mera ombra di un corpo e la realtà di esso. Per quanto i tre codici unciali più antichi (alef A C) seguiti da critici valenti (Lachm ann , Tregelles, Wescott-Ht, Nestle) abbiano la lezione δυνανται (non possono, s'intenderebbe: i sacrificii), siccome l'autore dell'Epistola scrive sempre un greco non solo corretto ma elegante, preferiamo seguire il Tischendorf e il Weiss che, cedendo all'evidenza interna, ritengono il verbo al singolare (δυναται ) com'è singolare il soggetto (la legge). Le tre espressioni qui adoprate: ogni anno, cogli stessi sacrificii, in perpetuo. sembrano descrivere lo sforzo fatto attraverso lunghi secoli dalle istituzioni legali; ma quello sforzo sempre rinnovato conduce alla conclusione: la legge non può mai render compiuti quelli che si appressano per rendere il loro culto a Dio. La legge coi suoi sacrificii lascia l'adoratore sempre allo stesso punto, non mai pienamente soddisfatto, bisognoso sempre di ricorrere a un nuovo sacrificio, perchè una purificazione interna non è mai raggiunta. Non può render compiuti assicurando il perdono perfetto, la pace con Dio, la libertà filiale di accesso presso a Lui e quindi la comunione permanente con Lui. La prova di questa impotenza dell'istituzione legale sta nel fatto che perdura nel popolo, dopo il sacrificio, la coscienza dei peccati, il senso di colpa, di non compiuta riconciliazione, il bisogno di un nuovo sacrificio, mentre che, se ci fosse nei sacrificii di che soddisfare la coscienza, il popolo, preso collettivamente, dovrebbe sentirsi riconciliato con Dio così da non aver più necessità di offrir sempre nuovi sacrificii.

2 Il testo emendato del v.2 ch'è quello dei codici antichi dà alla frase la forma più viva dell'interrogazione:

Altrimenti non si sarebbe egli cessato di offrirli, per la ragione che gli adoratori, una volta purificati, non avrebbero più avuto coscienza di peccati?

3 Ma, invece di questo, c'è in essi [sacrificii] una rammemorazione dei peccati di anno in anno.

Invece di compiere la reale espiazione dei peccati, la cerimonia annuale delle espiazioni (kippurim) rievoca la memoria dei peccati commessi così dai sacerdoti come dal popolo, acuisce il senso dello stato di impurità, d'indegnità in cui si trovan tutti, per cui non possono accostarsi liberamente al trono di Dio. N'è chiusa ancora la via. Quei sacrificii «proclamano dunque un bisogno che non soddisfano e che per la loro essenza, non sono in grado di soddisfare» (Westcott). Sotto al Nuovo Patto, invece, Dio non si ricorderà più dei peccati e se nel culto vi sarà una rammemorazione ( αναμνησις), sarà quella della Redenzione compiuta dal sacrificio di Cristo.

4 Perciocchè è impossibile che sangue di tori e di becchi tolga i peccati.

Qui sta la ragione ultima dell'impotenza dei sacrificii leali a render compiuti gli adoratori, e l'autore l'esprime in modo esplicito prima di terminare la sua esposizione dottrinale. Il sacrificio d'un animale come quelli che si offrivano alla festa di Kippur non ha nè può avere valore morale; è quindi inadeguato a compier l'espiazione delle colpe d'una creatura morale. Potrà avere un valore rituale educativo e figurativo, ma per la sua natura inferiore non può togliere i peccati cioè togliere dalla coscienza il senso di colpa prodotto dai peccati. Finchè non è espiato da un sacrificio adeguato e cancellato dal perdono, il peccato resta sul peccatore come colpa che aggrava la coscienza e conturba il cuore.

Di fronte alla evidente inefficacia dei molti sacrificii rituali, lo scrittore pone il sacrificio di Cristo. l'unico che possegga una efficacia reale per la purificazione del popolo. L'inefficacia dei primi, l'eccellenza del secondo, la sostituzione di questo a quello l'autore la trova preannunziata di già nelle Scritture. È dunque cosa conforme al piano eterno di Dio, talchè chi lascia le ombre dell'antica economia per attenersi alla realtà ch'è Cristo non fa che uniformarsi all'intento divino.

5 Perciò, stante, cioè, la inefficacia inerente ai sacrifici animali, entrando nel mondo, egli dice: Tu non hai voluto sacrificio ed offerta, ma tu mi hai apparecchiato un corpo; non hai gradito olocausti e [sacrifici] per lo peccato. Allora ho detto: Ecco io vengo, è scritto di me nel rotolo del libro, per fare, o Dio, la tua volontà.

Il Salmi 40 essendo ritenuto messianico, l'autore considera le parole qui citate come suscettibili di applicarsi direttamente a Cristo, come esprimenti i sentimenti di lui alla sua entrata nel mondo, cioè nel tempo della sua incarnazione ed umiliazione. Le espressioni «entrar nel mondo», «venir nel mondo» 1Timoteo 1:15 ed altre analoghe presuppongono la preesistenza del Figlio preso al Padre. Sacrificio ed offerta abbracciano le varie specie di sacrificii cruenti ed incruenti prescritti dalla legge. Gli olocausti espressione dell'adorazione e della consecrazione ed i sacrificii per il peccato ossia espiatorii, sono due specie di sacrificii cruenti. Dicendo: Non hai voluto... non hai gradito, colui che parla nel Salmo non intende già negare la divina istituzione del culto rituale, ma vuole semplicemente accentuarne un carattere inferiore, transitorio di fronte a qualcosa di meglio. Questo meglio corrisponde alla volontà ultima di Dio riguardo alla salvezza dell'uomo. Il vero sacrificio, secondo il disegno di Dio, non è quello di vittime animali, ma quello d'una personalità morale, vivente, santa, di valore infinito, in una parola, quello del Figlio fatto carne. A siffatto sacrificio accenna il Messia quando dice: Tu mi preparasti, o formasti, un corpo. L'incarnazione infatti era la condizione necessaria perchè il Figlio potesse offrir sè stesso in sacrificio, Cfr. Ebrei 2:14-18.

7 Le parole seguenti: Ecco io vengo... per fare o Dio la tua volontà, descrivono il carattere volontario dell'abbassamento del Figlio e la sua disposizione fondamentale ad ubbidienza durante la sua vita terrena. «Trovato nell'esteriore come un uomo, abbassò sè stesso, col farsi ubbidiente fino alla morte, e alla morte della croce» Filippesi 2:7-8. E questo per compiere tutto il consiglio di Dio rivelato nel volume delle Scritture, per la salvazione del mondo. Di tale disposizione fanno fede molte parole di Cristo riferite nei Vangeli. Es. Giovanni 6:38; 17:4; Matteo 26:39-40 ecc.

Il termine κεφαλις (kefalis) significa propriamente la estremità del piccolo cilindro di legno attorno al quale si avvolgeva la pergamena od il papiro che formava il rotolo o volume contenente una porzione della Scrittura. Quindi venne a designare il rotolo stesso. Risponde all'ebraico meghillah.

La citazione qui riportata è tolta da Salmi 40:7-9. Come al solito, l'autore segue la versione dei Settanta, ma, la cita abbreviandola e facendovi qualche lieve cambiamento come avviene a chi riporta a memoria un passo conosciuto. L'esame di questa citazione offre però delle difficoltà più serie quando la si confronti coll'originale ebraico. Dove la Settanta legge «tu mi hai apparecchiato un corpo», l'ebraico legge «tu mi hai aperto (lett. scavato) delle orecchie». La vers. Diodati «tu mi hai forate le orecchie» non si giustifica. Come spiegare l'espressione della Settanta che si ritrova in tutti i codici meno uno? C'è chi vi ha veduto una svista di amanuense nel copiare le due parole ηθελησαΣ ΩΤΙΛ di cui il copista avrebbe fatto ηθελησας, ΣΩΤΜΑ δε... trasformando così, per una certa somiglianza di lettere, «orecchie» in «corpo». Si sa che tutti i codici più antichi del N.T. sono copiati in lettere maiuscole, senza separazione tra le parole. Altri invece considera la Settanta come versione libera intesa a rendere il pensiero dell'ebraico in una forma intelligibile ai Greci. C'è poi sempre la possibilità che il traduttore avesse una variante nel suo testo ebraico. Dove poi la Settanta seguendo letteralmente l'ebraico, legge: «Nel rotolo del libro è scritto intorno a me», varie versioni moderne traducono: «col rotolo del libro scritto a mia intenzione», o per me. In genere, è evidente che la versione greca si presta assai più facilmente dell'Ebraico ad una applicazione messianica, così per la prima come per la seconda delle varianti notate. Ma è chiaro che l'autore non ha potuto alterare lui il testo, poichè altrimenti l'argomento che ne trae avrebbe perduto ogni valore agli occhi dei lettori che conoscevano la Settanta. Da questo passo, però, come da Ebrei 9:15-18 e da altri luoghi, e chiaro che l'ipotesi di un originale ebraico della Lettera è insostenibile. È del pari evidente che il metodo di citazione dell'A.T. seguito dall'autore non è quello di Paolo. Più importante è la questione di sapere in qual senso il Salmi 40 può riguardarsi come messianico. Profezia diretta non è, poichè il Salmo ha il suo senso storico. La soprascritta lo attribuisce a Davide e non c'è argomento interno che si opponga all'indicazione della soprascritta. Essa risponde alla situazione d'animo in cui ha dovuto trovarsi Davide quando, perseguitato, aveva già fatto l'esperienza delle liberazioni dell'Eterno in cui avea posta la sua fiducia. Gli sgorga allora dal cuore il sentimento della riconoscenza e la supplicazione per l'avvenire. Come manifesterà egli la sua grata divozione? Non con dei sacrificii solamente, ma con qualcosa di più personale, coll'ubbidienza che val meglio dei sacrificii. (Cf. 1Samuele 15:22; Salmi 50:7-15; 51:17-18; Isaia 1.11; Geremia 6:20; 7:21-23; Osea 6:6; Amos 5:21-24; Michea 6:6-8). Egli presenta quindi la propria persona quale offerta vivente, per fare, nelle circostanze in cui Dio lo pone, la volontà di Dio secondo ch'è scritta nel libro della legge, cui il re teocratico era tenuto di prestare ascolto in modo speciale Deuteronomio 17:18-20. Per questo gli ha Iddio aperta la mente per comprendere ed il cuore per ubbidire. In questi sentimenti del re teocratico per eccellenza per quanto peccatore Ebrei 10:13 ed incapace di tradurli pienamente in atti, vengono prefigurati quelli del Servo di Geova perfetto, il quale offrirà sè stesso in sacrificio per adempiere il piano di Dio per la salvazione del mondo (Cfr. Isaia 53). Il poco valore dei sacrificii legali figurativi ed il valore superiore, reale, dell'offerta volontaria di sè stesso fatta dall'Unto del Signore per compiere i disegni di Dio, sono i due punti in cui meglio combaciano le dichiarazioni di Davide con quelle del Messia. Solo, gli slanci ispirati del personaggio tipico, acquistano un senso assai più profondo ed assoluto nel caso dell'antitipo ch'è Cristo. Egli solo ha veramente abolito i sacrificii legali sostituendovi il proprio sacrificio. Egli non ha ubbidito soltanto, imperfettamente, ma per conseguire la salvazione degli uomini si è reso, lui giusto, ubbidiente fino alla morte della croce. Nelle espressioni ispirate del Salmo davidico l'autore vede quindi una dichiarazione anticipata del carattere inefficace e transitorio dei sacrifici legali, e l'annunzio profetico della sostituzione a quelli del sacrificio volontario ed unico del Messia.

8 Avendo detto più sopra: «Tu non hai voluto nè gradito sacrifici ed offerte, olocausti e sacrificii per lo peccato», che sono appunto quelli che si offrono secondo la legge, allora ha detto: «Ecco io vengo per fare la tua volontà». Egli toglie il primo affin di stabilire il secondo.

L'espiazione mediante il sacrificio di Cristo è fin dal principio la pietra fondamentale del disegno di Dio per la salvazione. I riti levitici non sono voluti da Dio che in via di preparazione tipica e pedagogica, la quale ha da cessare quando siano maturi i tempi per l'offerta del vero sacrificio. Onde il popolo non perda di vista il carattere transitorio dell'economia mosaica, la profezia ricorda spesso che i riti in sè non hanno valore morale agli occhi di Dio e che una migliore economia sta per venire. (Cfr. Salmi 110; Geremia 31:13 e segg.).

10 Per questa «volontà» noi siamo stati santificati, per mezzo [cioè] dell'offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre.

Per quella volontà o per quel disegno di Dio adombrato nel Salmo e compiuto da Cristo, siamo stati santificati, siamo stati purificati dalla contaminazione del peccato che ci impediva di appressarci a Dio, e siamo stati a lui consecrati qual popolo suo. È usato il perfetto perchè si tratta di un atto compiuto una volta per sempre a favore dell'intiero popolo di Dio e considerato nelle sue conseguenze ultime che sono la santificazione perfetta e perpetua dei credenti. Infatti a meglio specificare che il centro del disegno di Dio è il sacrificio di Cristo, lo scrittore aggiunge per mezzo dell'offerta... fatta una volta per sempre.

11 Ebrei 10:11-18. Il sacrificio di Cristo offerto una sola volta, ha una efficacia eterna.

E mentre ogni sacerdote è in piedi ogni giorno ministrando ed offrendo le molte volte gli stessi sacrificii, i quali giammai non possono togliere completamente i peccati, questi avendo offerto un unico sacrificio per i peccati, si è poto a sedere per sempre alla destra di Dio.

I codici antichi e i critici si dividono tra le due lezioni «ogni sommo sacerdote» ( αρχιερευς) e «ogni sacerdote» ( ἱερευς) ma le maggiori probabilità sono per quest'ultima lezione stantechè difficilmente può dirsi del sommo sacerdote ch'egli è ogni giorno in piedi per fare il suo servizio. La descrizione del ministerio del sacerdote levitico ordinario mira a dimostrare quanto fosse effimera l'efficacia dei sacrificii rituali. Sono offerti da ogni sacerdote a misura che si succedono le generazioni; sono offerti ogni giorno, per cui il sacerdote non ha requie e deve esser in pie' senza posa per compiere un servizio che non raggiunge mai il suo fine. Ed i sacrificii sono sempre gli stessi che si devono offrire un numero di volte incalcolabile; eppure, nonostante tutta questa perpetua ripetizione, giammai non si giunge a un risultato positivo e definitivo; giammai questi sacrificii non possono togliere i peccati espiandoli. Il verbo qui usato περιαιρειν significa letteralmente «togliere tutto intorno» e sembra contenere l'immagine di una veste che avvolge la persona e di cui ha bisogno d'essere spogliata completamente in una volta (cfr. 2Corinzi 3:16). Questo levare del tutto dalle spalle del peccatore il grave manto della colpa che lo avvolge, è cosa che gl'innumerevoli sacrificii legali non possono compiere. Sempre sono rinnovati e giammai non raggiungono il fine di dar pace all'anima.

12 Al perpetuo, monotono e inefficace affannarsi dei sacerdoti levitici, l'autore contrappone l'opera compiuta una volta per sempre e per sempre efficace del Sacerdote del Nuovo Patto. Egli ha offerto un unico sacrificio, quello della propria vita, e dopo questo, come fa chi ha «tutto compiuto» ed entra a godere i frutti della propria fatica. si è posto a sedere per sempre alla destra di Dio. Oramai, l'unica opera sacerdotale ch'egli compia è quella di far valere l'efficacia del proprio sacrificio intercedendo per i suoi. All'opera sacerdotale, innalzato com'è alla destra di Dio ed associato al suo governo, egli unisce l'opera regale estendendo il suo regno nel mondo «adoprando il suo potere nel promuovere il trionfo del bene sul male, dirigendo la battaglia tra il regno della luce ed il regno delle tenebre» (Bruce), sicuro della vittoria finale.

13 Del rimanente aspettando che i suoi nemici sieno,

secondo la promessa divina contenuta in Salmi 110,

posti per sgabello ai suoi piedi,

ossia vinti ed a lui sottoposti. Lo saranno senza eccezione al suo glorioso avvenimento.

14 Egli può tenere una tale attitudine,

perciocchè, con un'unica offerta, egli ha resi compiuti per sempre i santificati.

Non ha quindi da rinnovare il suo sacrificio in lor favore. Quell'unico da lui offerto sulla croce ha un'efficacia completa ed eterna in favore dei santificati cioè di coloro che sono purificati col suo sangue e posti in grado di servire a Dio come un popolo di sacerdoti. Per parte di lui tutto è compiuto; ma ciò non toglie che l'efficacia del sacrificio venga poi sperimentata. dalla fede individuale in modo graduale.

15 Or anche lo Spirito Santo,

che parla per mezzo dei profeti,

ce ne rende testimonianza

nelle S. Scritture; attesta cioè che nel Nuovo Patto sarà raggiunto il compimento e la piena ed eterna riconciliazione con Dio.

16 Infatti dopo aver detto: «Questo è il patto che io stabilirò con loro, dopo quei giorni», Il Signore dice: «metterò le mie leggi nei loro cuori, e le scriverò nel loro intendimento, e non mi ricorderò più dei loro peccati e delle loro iniquità». Ora, dove c'è remissione di questo, non c'è più offerta per il peccato.

Il passo qui recato, e liberamente abbreviato è quello stesso che l'autore ha già citato e commentato al Cap. VIII; Geremia 31:31 e segg. L'inciso dice il Signore fa parte della parola profetica in Geremia. Ma siccome manca alla fine del v.16 il verbo corrispondente al «dopo aver detto» del 15, è naturale che lo si veda in questo inciso. «Dopo aver detto» così e così «il Signore dice» quest'altro che l'autore vuol sottolineare, in ispecie la promessa del perdono assoluto e perpetuo contenuta nell'ultima parte della parola profetica.

18 Ora quando il popolo riceve un tal perdono concesso sulla base del sacrificio che ha da inaugurare il Nuovo Patto, non c'è più bisogno di altro sacrificio, nè quello offerto ha da esser ripetuto poichè ha ottenuto il suo fine. Le trasgressioni occasionali che si verificheranno sono coperte dall'efficacia infinita e perpetua dell'unico sacrificio di Cristo.

Ammaestramenti

1. La realtà del sacrificio di Cristo ci è qui attestata dalle varie espressioni adoperate per designarlo. È stato un offrir se stesso, un essere offerto, un soffrire la morte, il sacrificio di sè stesso, l'offerta del proprio corpo per parte di Gesù Cristo e le sezioni precedenti ci parlavano del sangue di Cristo.

Il carattere espiatorio del sacrificio è parimente affermato in varii modi in questi pochi versetti. Cristo è apparso per l'abolizione del peccato mediante il sacrificio di sè stesso, per portare i peccati di molti. Coll'offerta del proprio corpo egli ha santificato il suo popolo, ha resi compiuti in perpetuo i santificati, ha ottenuta per loro la remissione dei peccati. La sapienza di qualche filosofo potrà affermare che «il riscatto non: è stato pagato al diavolo che non ci aveva alcun diritto; non è stato pagato a Dio perchè il Padre non ne aveva alcun bisogno; ma e stato pagato agli uomini peccatori dall'amore stesso di Gesù che li volea salvare» (A. Sabatier). La «virtù redentrice dell'amore» si rivela in questo che il Cristo ha dato la propria vita per portare i peccati del mondo.

Sopratutto, l'Autore pone qui in rilievo l'unicità del sacrificio di Cristo. Come unico è il sacerdote del Nuovo Patto, unico è altresì il sacrificio da lui offerto. Già in Ebrei 10:12 avea detto: «è entrato una volta sola» nel santuario; e qui svolgendo il contrasto tra i sacrificii levitici offerti ogni anno, anzi ogni giorno, egli vien ripetendo «Una volta Cristo è apparso», «una volta è stato offerto», «una volta per sempre» fece l'offerta di sè stesso, «con un'unica offerta» ha resi compiuti i santificati - e dopo questa «non c'è più luogo ad offerta per il peccato».

Se il suo sacrificio avesse avuto una efficacia limitata e temporanea come quelli offerti dai successori di Aaronne, la storia avrebbe dovuto registrare una serie di successive incarnazioni del Messia seguite da altrettante passioni; ma la storia registra un'unica incarnazione del Verbo nel compimento dei tempi. E quando il Figliuol di Dio assunse la nostra natura egli fu simile a noi in ogni cosa salvo il peccato. Non gli fu imposto quindi di morir più volte. Infatti, come lo proclama la sua risurrezione, coll'unico suo sacrificio egli ha ottenuta una redenzione eterna, egli ha abolito il peccato, ne ha procurato, completa ed eterna remissione, ha reso compiuto il popolo di Dio, ha purificata la coscienza dalle opere morte. A che ripetere un sacrificio che ha pienamente raggiunto il fine?

A noi spetta l'appropriarci, mediante la fede, l'efficacia perfetta di quell'unico sacrificio; il cibarci per fede, spiritualmente, della carne e del sangue di Cristo; «l'appressarci di vero cuore, con piena certezza di fede, per la via che ci è stata aperta dal sangue della croce, il ricorrere in ogni tempo pentiti e fidenti alla virtù di esso, affinchè il sangue del Figliuol di Dio» ci purghi d'ogni peccato». «Figliuoletti miei, vi scrivo queste cose acciocchè non pecchiate; e se alcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto; ed esso è la propiziazione per i nostri peccati...» 1Giovanni 2:1-2.

2. La ripetizione annuale, anzi quotidiana, protraentesi per lunghi secoli, degli stessi sacrificii animali, e considerata dall'autore come prova evidente della loro intrinseca inefficacia, attestata d'altronde dalla profezia, a liberare la coscienza con adeguata espiazione del peccato. A quella moltitudine di sacrificii adombrativi, egli contrappone l'unico sacrificio di Cristo, offerto una volta per sempre e di efficacia assolata e perpetua. Di fronte ad un insegnamento così esplicito è impossibile fare astrazione della dottrina romana circa il sacrifizio della messa. Ne abbiamo toccato di già al Cap. VII riportando una citazione del Martini il quale osserva intorno alla fine del Cap. IX: «Cristo è tuttora pontefice perchè sè stesso offerto già e sacrificato sopra la croce, di continuo offerisce all'eterno suo Padre, e ciò singolarmente nell'augustissimo sacrificio della Messa pel quale i meriti della passione e morte di lui sono a noi in singolar maniera applicati». E altrove (sub. Ebrei 8. «Cristo presente sui nostri altari, in virtù delle parole della consecrazione, si offerisce quotidianamente all'eterno Padre, per le mani del sacerdote, ostia viva, santa, sempre gradevole a Dio, sempre atta ad impetrare per noi le benedizioni celesti». Ed ancora (sub. C. X): «Lo stesso corpo adunque e lo stesso sangue di Cristo offerto un dì sulla croce, offeriamo noi a Dio, ogni giorno; sui nostri altari». A sua volta il gesuita Curci così scrive: «Chi s'immaginasse che il sacrifizio della Messa sia cosa distinta e peggio se lo supponesse diverso da quella oblazione UNICA, romperebbe certamente nei gravi errori in cui si ravvolse nel sec. XVI, per tale rispetto la Riforma, la quale riuscì a costituire una religione senza sacerdozio, (quello di Cristo non conta??) se pure è vero che sacerdozio non può esservi senza sacrifizio. Ma il Concilio di Trento trovò nella dottrina e nella pratica della Chiesa quanto bastava a condannare quegli errori... La sostanza n'è che il sacrifizio della Messa lungi dall'essere distinto e meno ancora diverso dall'unica oblazione compiuta da Cristo, è affatto identico con quella, della quale è una riproduzione, o se vuolsi ancora una continuazione incruenta con due effetti che in questa materia sono capitalissimi. L'uno, ordinato da Gesù medesimo Luca 2:19; 1Corinzi 11:24 è commemorativo, ne già della cosa, la quale come dissi, è sostanzanzialmente la, medesima, ma del modo cruento, a cui com'è chiaro per sè, non si potea dar luogo che una sola vota. L'altro effetto, è per così dire, applicativo, in quanto per esso l'unica oblazione, sufficiente per sè anzi esuberanti alla espiazione di tutti i peccati passati e futuri, non viene recata in atto pei singoli, se non sotto condizioni richieste dal loro essere di ragionevoli e liberi». E più sotto riparla di «quella espiazione perpetuata sapientemente come se ne perpetua l'incessante bisogno».

Alla base della dottrina del sacrifizio della Messia sta quella della transustanziazione del pane e del vino, dottrina che non trova appoggio nelle Scritture ove non mancano i luoghi in cui l'hoc est equivale a: «questo significa» o «rappresenta», e che sta in violenta contradizione colla ragione e coi sensi. Ma dato pur che Cristo fosse presente corporalmente negli elementi e che i partecipanti mangiassero materialmente la sua carne ed il suo sangue, non ne risulterebbe che la Messa fosse un sacrifizio offerto a Dio.

Alla formazione di una cotal dottrina contribuì, più che altro, la nozione che il ministro cristiano sia un sacerdote in senso speciale ed il clero costituisca una casta sacerdotale. Ora anche questa nozione derivata dal paganesimo e dal giudaismo non trova appoggio nel Nuovo Test. ove i ministri del Nuovo Patto sono chiamati banditori del Vangelo, pastori e dottori, conduttori, sorveglianti, ecc., non mai sacerdoti. E l'Ep. agli Ebrei in ispecie insiste sul fatto che l'unico sacerdote del Nuovo Patto è il Cristo immacolato, ora sedente alla destra di Dio, il qual non ha successori perchè vive sempre per interceder per i suoi. Mercè l'opera sua, i credenti sono tutti fatti sacerdoti in quanto che tutti hanno libero accesso al trono di Dio e tutti possono e devono «per mezzo di lui, offrire del continuo a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto delle labbra che confessano il di lui nome», ovvero ancora i sacrificii a Dio graditi della «beneficenza e comunicazione dei beni» Ebrei 13:15-16; Filippesi 4:13; Cfr. Romani 12:1. Non regge dunque l'affermazione del Curci che la Riforma, ritornando al Vangelo, abbia costituito una «religione senza sacerdozio». Al sacerdozio di uomini peccatori e mortali, il Cristianesimo, e dopo di esso la Riforma, ha sostituito il sacerdozio perfetto, unico ed eterno del Cristo. Se il prete non ha alcun sacerdozio speciale distinto da quello di ogni credente cade di necessità anche la nozione del sacrifizio della Messa.

Rispetto a questo, una confusione tra sacrifizio espiatorio e sacrifizio di ringraziamento si venne infiltrando gradualmente nella chiesa. I primi cristiani chiamarono bensì Eucaristia (ringraziamento) la S. Cena, perchè facendo la commemorazione del sacrificio di Cristo non potevano a meno di offrire a Dio i loro rendimenti di grazie. Ma da questo ad una ripetizione del sacrifizio espiatorio corre un abisso. La natura ed il fine precipuo della S. Cena vennero definiti da Cristo quando disse: «Fate questo in rammemorazione di me», e volle dire del suo corpo rotto e del suo sangue sparso per la remissione dei peccati. Si tratta di commemorare un fatto compiuto una volta per sempre e ciò a scopo di personale edificazione nella pietà, di comunione fraterna coi credenti, di confessione della fede davanti al mondo. «Ogni volta, dice Paolo, che voi mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finchè egli venga» 1Corinzi 11:26. Non si tratta dunque di «ripetere» lo stesso sacrificio, di «continuarlo», di «riprodurlo» in modo incruento ma pur sostanzialmente identico, di «offrirlo a Dio per le mani del sacerdote» sopra «gli altari», di «perpetuarlo sapientemente». Come si può parlare di riprodurre o ripetere l'identico sacrificio del Golgota, quando manchi l'essenza di esso, lo spargimento del sangue, il dono della vita? Si può «continuare» la morte sofferta dal Cristo?

Con qual diritto si vuol limitare il carattere commemorativo della S. Cena al solo «modo cruento» del sacrificio del Golgota? Questo sa di cavillo per sfuggire all'evidenza. Gesù disse: «Fate questo in memoria di me», della mia passione e della mia morte espiatoria per le quali avete la remissione dei peccati.

Quanto al veder nella Messa il mezzo di applicare ai fedeli la virtù del sacrificio di Cristo, è nozione fondata non solo sopra la erronea dottrina della transustanziazione, ma sopra una interpretazione materialistica del discorso tenuto da Cristo in Capernaum sul pane della vita Giovanni 6. Eppure, a prevenire una simile materializzazione delle sue parole, Gesù aveva avuto cura di spiegare l'immagine del «mangiar la sua carne e bere il sino sangue» dandone il senso con queste altre: «Chi crede in me ha vita eterna» ed osservando in fine che le sue parole erano «spirito e vita», non materia e rito esterno.

Di fronte a queste aberrazioni della teologia romana che ha ricondotto la Chiesa sotto al regime dei molti sacerdoti, sempre in piedi per offrire, ogni giorno, gli stessi sacrificii, che mai non affrancano la coscienza, la nostra Epistola proclama alto e forte che Cristo «apparve una sola volta nel compimento dei secoli per abolire il peccato», che soffrì una sola volta, che morì una sola volta, che offrì un unico sacrificio di eterna efficacia, e l'offrì una volta per sempre ponendo fine con esso alla. moltitudine dei sacrificii adombrativi. Ora siede nei cieli, ne tornerà la seconda volta per coronar di gloria i suoi. Ricorrano liberamente le anime affamate ed assetate di perdono e di pace alla virtù perfetta del sacrifizio di Cristo, ma vi ricorrano rivolgendosi direttamente, senza umani mediatori, con fede personale, al Cristo vivente e simpatizzante, ed al Padre nel nome di lui e troveranno vera pace. «Venite a me, ha egli detto, ed io vi darò riposo». Il sistema romano che materializza e sottopone alla mediazione di uomini peccatori la virtù del sacrificio di Cristo, quale tipo di pietà ha esso prodotto? Una pietà senza conversione, senza interna pace con Dio, senza certezza della salvazione finale, senza libertà filiale, senza inni di allegrezza, schiava di forme e di riti e di uomini.

3. Osserva lo Schlatter che qui si delinea sotto varii aspetti la differenza che separa l'antica dalla nuova, economia. Là c'è ricordanza continua di peccati, qui c'è perdono; là non c'è vera purificazione, qui c'è santificazione; là ogni cosa resta incompiuta, qui c'è perfezione. Ma, obietta egli, forse che non dobbiamo quotidianamente vigilare sul peccato ch'è in noi e domandare quotidianamente il perdono? Sì certo, poichè Gesù stesso c'insegnò a farlo. Ma la diversità fra noi e gli uomini dell'antico patto sta non in ciò che noi siamo in noi stessi o facciamo da per noi: ma sta in ciò che per noi Cristo è e fece; sta nell'opera e nel dono di Dio in Cristo. In Lui abbiam pieno perdono, libera entrata presso a Dio, compiuta santità, piena introduzione nei beni eterni. Il risultato ed il frutto dell'opera di Cristo è la nostra teleiosis o perfezione. Questi beni li possediamo ora per fede in Cristo, donde la necessità di dimorar fermi in essa.

4. «Il mistero dell'Incarnazione sta in questo che Dio abitò in un corpo. Il mistero della Espiazione consiste nell'offerta fatta una sola volta del corpo di Cristo. Il mistero della Redenzione compiuta consiste nell'abitazione dello Spirito Santo nel corpo per santificare appieno anche cotesto organo dell'anima. Il vostro corpo è tempio dello Spirito... Glorificate Iddio nel vostro corpo» (A. Murray).

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PARTE TERZA

ESORTAZIONI PRATICHE

Ebrei 10:19-13:25

L'intiera epistola è chiamata, Ebrei 13:22, una «parola d'esortazione» in ragione dello scopo suo pratico e le due prime parti non sono prive della nota pratica (Cfr. Ebrei 2:1-4; 3:7; 4:13; 5:11; 6:20). Ma ciò non toglie che la terza parte dell'epistola, che forma come la perorazione del «discorso esortativo», si possa chiamare la parte pratica per eccellenza della lettera. In essa lo scrittore riprende, rincalza ed amplifica le esortazioni antecedenti, aggiungendone delle altre che, nel tredicesimo capitolo, assumono il carattere conciso delle ultime raccomandazioni che sogliono precedere il saluto finale.

Persuaso com'era che «il migliore degli antidoti contro l'apostasia è una intelligente convinzione» (Bruce), l'autore si è sforzato di far loro vedere la superiorità della religione del Nuovo Patto, di cui hanno fatto professione; gli resta ora da trarre le conseguenze della sua esposizione, eccitando i lettori a valersi dei loro privilegi con fede più sicura, con zelo più ardente, con perseveranza degna degli antichi eroi della fede, degna di loro stessi che avevano dato, nei primordi della loro carriera, sì bella prova di attaccamento all'Evangelo.

Al fine di scuoterli dalla loro rilassatezza spirituale egli fa appello ora agli attuali loro privilegii come cristiani, ora al loro nobile passato, ora ancora alle prospettive prossime o di perdizione o di gloria nel giorno del Signore; egli pone loro dinanzi l'esempio dei santi antichi e quello supremo dato dal Signor Gesù. Ricorda loro il fine educativo delle prove esortando ciascuno a fare in modo che quel fine sia raggiunto per sè e per i fratelli.

Questa parte della Lettera può dividersi in due paragrafi

§1. Ebrei 10:19-12:29. I motivi di perseveranza nella fede.

§2. Ebrei 13.. Raccomandazioni varie e chiusa della Lettera.

§1. I Motivi di perseveranza nella Fede. Ebrei 10:19-12:29.

I principali motivi che lo scrittore viene svolgendo onde persuadere i suoi lettori a perseverare nella fede evangelica, sono i seguenti

1. I privilegii a loro assicurati dall'opera sacerdotale di Cristo: Ebrei 10:19-25

2. Il terribile giudicio riservato agli apostati: Ebrei 10:26-31

3. Il ricordo dell'eroica loro fede dei primi tempi: Ebrei 10:32-39

4. La potenza vittoriosa della fede esemplificata negli antichi uomini di Dio: Ebrei 11

5. L'esempio supremo di Gesù: Ebrei 12:1-3

6. Il fine educativo e santificante delle prove alle quali Dio sottopone i suoi figli: Ebrei 12:4-17

7. La maggior responsabilità derivante dal carattere superiore del nuovo Patto: Ebrei 12:18-29

Sezione 1. Ebrei 10:19-25. L'ESORTAZIONE A FEDE PERSEVERANTE ED IL SUO PRIMO MOTIVO, cioè: I PRIVILEGI ASSICURATI DALL'OPERA SACERDOTALE DI CRISTO.

Avendo adunque, fratelli, in virtù del sangue di Gesù, piena libertà di entrata nel santuario, per quella via recente e vivente ch'egli ha inaugurata per noi attraverso la cortina, cioè attraverso la Sua carne...,

Com'era naturale, l'autore, giunto alla fine della sua esposizione dottrinale circa il sacerdozio di Cristo, vi riannoda la sua esortazione pratica. L'avendo dunque si riferisce infatti alla dimostrazione antecedente relativa alla superiorità del Sacerdote del N. Patto così riguardo alla sua persona come riguardo all'opera da lui compiuta. All'opera perfetta di lui allude l'autore quando accenna al mezzo col quale ci è stata aperta la via al santuario; mentre quando ricorda che abbiamo un «grande Sacerdote sulla casa di Dio», egli allude piuttosto alla infinita superiorità della sua persona. La via del santuario aperta a tutto il popolo di Dio ed un sommo sacerdote perfetto, pieno di simpatia, vivente sempre per esercitare a favor dei suoi il proprio ministerio, ecco i due grandi privilegii assicurati ai fedeli del N. Patto. Ma questi privilegii non bisogna trascurarli, bensì valersene con premura. Il vocabolo παρρησια (parresía) che abbiamo incontrato Ebrei 3:6; 4:16 può significare aperta fiducia, o fiduciosa franchezza, piena libertà; qui riveste l'ultimo senso. In virtù del sangue di Gesù ch'è quanto dire in virtù della perfetta efficacia espiatoria del sacrificio infinitamente prezioso di Cristo, abbiamo piena libertà d'accesso al santuario, ossia alla immediata presenza di Dio. Non esiste più barriera tra l'adoratore ed il suo Dio. Da parte della santità e giustizia di Dio, soddisfatta dal sacrificio, non vi è più alcuna morale impossibilità ad accogliere il peccatore; da parte della coscienza, purificata da un perdono che non è in contradizione colla santità di Dio, non esiste più quel senso di colpa non perdonata che tiene l'uomo invincibilmente lontano da Dio. E mentre, sotto l'antico Patto, era privilegio di uno solo il penetrare, una volta sola all'anno, dietro la cortina nel santissimo, ora l'entrata nel santuario è privilegio di tutti i cristiani in qualunque tempo. Tutti i fratelli, i membri della famiglia di Dio sono divenuti sacerdoti in virtù della loro comunione con Cristo. La via già chiusa è ora aperta come ha esposto a Ebrei 9:8-14.

20 È difficile rendere in italiano la costruzione greca della frase, come continua in Ebrei 10:20. Per darne una idea bisognerebbe tradurre così: «Avendo adunque, fratelli, in virtù del sangue di Gesù, piena libertà per la via di entrata ( εισοδος) al santuario, la quale [via] egli ci ha inaugurata quale via recente e vivente..., accostiamoci...». Si vede che la connessione portata dalla vers. Diodati secondo la quale il sangue di Gesù pare essere la via recente, non può ritenersi esatta. La via è aperta da Cristo in virtù ed a costo del sangue sparso sulla croce; ma lo scrittore non identifica la via aperta, col sangue che, d'altronde, non si potrebbe chiamar via «vivente». La via è recente perchè anticamente non esisteva e solo da poco è stata aperta per non chiudersi più. E vivente perchè, secondo gli uni, «conduce alla vita»; perchè, secondo altri, è «eterna» o è «reale», vera, per opposizione a quello ch'è materiale o meramente simbolico. Meglio intendere ch'è vivente perchè non locale o materiale, ma consistente in una persona vivente, nel Cristo rivelatore e riconciliatore. Gesù non ha egli detto: «Io son la via... niuno viene al Padre se non per me?» «Io son la porta...?» Vita tua, via nostra. Chi entra in comunione con Cristo, entra nella via spirituale che mena al Padre, «via che non si calca coi piedi come quando il culto era connesso con un santuario materiale, ma che si calca colla mente e col cuore» (Bruce). Gesù, il Figliuol dell'uomo, il rappresentante ed il sommo sacerdote dell'umanità ha inaugurata la via entrando egli, per il primo, alla presenza di Dio, aprendola al suo popolo, coll'eliminare tutto ciò che impediva il libero accesso del peccatore a Dio. Ma l'abolizione del peccato Ebrei 9:26 non poteva farsi che mediante il di lui sacrificio e per aprirci la via, egli non ha indietreggiato dinanzi alla passione ed alla morte. L'autore esprime questo servendosi dell'immagine del santuario terreno ove la cortina chiudeva l'accesso al luogo santissimo. Per aprir la via bisognava passare attraverso la cortina squarciandola. Ora, siccome, quando Cristo morì, «la cortina del tempio si fendè in due dall'alto al basso» Matteo 27:51. l'autore è tratto a vedere nella cortina squarciata l'emblema della carne di Gesù, cioè del suo corpo terreno, straziato, rotto, forato. Per rimuover la barriera creata dal peccato, era necessaria non solo l'incarnazione ma anche il sacrificio cruento del Cristo, il cui corpo, com'egli disse, è stato «rotto» per noi.

21 ed [avendo] un grande sacerdote sulla casa di Dio.

Abbiam libertà di entrare nel santuario ed abbiamo, stabilito sulla casa di Dio, cioè sul popolo intiero dei credenti, per ministrare a loro favore un grande sacerdote, non semplicemente uno che fa l'ufficio di sommo sacerdote, ma uno ch'è grande per la sua dignità divina e per la potestà regia ch'egli possiede. Egli siede in perpetuo alla destra di Dio, facendo valere a favore del suo popolo la virtù del suo sacrificio; egli vive sempre per intercedere per essi, per salvarli appieno, per comunicar loro col suo Spirito una nuova vita. Cf. Ebrei 4:14-16; 7:24-25.

22 Su questo duplice privilegio assicurato da Cristo ai credenti del Nuovo Patto, lo scrittore fonda una triplice esortazione espressa coi tre verbi accostiamoci, riteniamo saldamente, prendiamo guardia. e contenente la sostanza di quanto si sforza d'inculcare nell'ultima parte della lettera. Colla prima, mira a ravvivar la fede individuale e la vita intima di comunione con Dio. Colla seconda, li eccita ad una coraggiosa e perseverante professione della loro speranza cristiana, senza lasciarsene smuovere dalle tentazioni del mondo. Colla terza, cerca, di ravvivar l'amor fraterno che si preoccupa del bene dei fratelli e mette in opera i mezzi adatti a far progredire in tutti la vita cristiana. Così egli si adopera onde ritrarre i cristiani Ebrei dalla china su cui sono avviati e che potrebbe condurli all'abisso dell'apostasia da Cristo.

Accostiamoci di vero cuore, con piena certezza di fede, avendo i cuori purificati per aspersione da mala coscienza, e il corpo lavato da acqua pura.

L'accostarsi è parola tecnica nell'A.T. per indicare il «venire a Dio», l'appressarsi dell'adoratore per rendergli il suo culto. In Ebrei 4:16 ha detto: «Appressiamoci con piena fiducia al trono della grazia» ed in Ebrei 7:19 ha parlato della migliore speranza «per mezzo della quale ci avviciniamo a Dio». Gesù parla del «venire al Padre» e dice del pari: «Venite a me». Accostarsi a Dio, nota il Bruce, tale è la meta cui mira la serie di argomenti svolti in tutto il ragionamento che precede.. Non si tratta ormai più di sperare il libero accesso come un bene futuro, ma di goderne consciamente come di una possessione presente. Da parte di Dio tutto è disposto perchè noi possiamo appressarci a lui come veri adoratori, come figli; perchè star lontani? Perchè non rispondere ai privilegi acquistatici da Cristo con disposizioni confacenti? In quattro pennellate lo scrittore ci dà il quadro delle disposizioni che si convengono al vero adoratore cristiano. Egli si accosta a Dio di vero cuore, non col corpo e neppure colla mente soltanto, ma col cuore, poichè Dio domanda degli adoratori «in ispirito e verità». E non con un cuore ipocrita, duplice, ripugnante, da schiavo, ma con un cuor «vero» ( αληθινη) che sia, cioè, quale dev'essere, sincero, onesto, volonteroso, pieno di filiale devozione come di chi si appressa al Padre (Cf. Isaia 38:3). Si accosta con piena certezza di fede ossia con una piena certezza di convinzione, riguardo ai fatti della salvazione, e riguardo ai beneficii che ci sono assicurati dall'opera sacerdotale di Cristo; con piena fiducia del cuore in Lui qual grande nostro Sacerdote presso Dio. È l'opposto di uno stato d'animo dubbioso, titubante, incerto. Le due altre disposizioni dell'adoratore sono indicate con immagini tolte dal rituale levitico relativo ai sacerdoti. Aronne ed i suoi figli, quando furono consacrati, vennero spruzzati col sangue del montone delle consecrazioni Esodo 29:21; Levitico 8:30. Inoltre dovettero essere lavati con acqua Esodo 29:4. Ogni volta che si accostavano all'altare dovevano lavarsi mani e piedi nella conca di rame Esodo 30:20,38; 40:30-32. Nel giorno delle espiazioni, il sommo sacerdote dovea lavarsi interamente il corpo con acqua Levitico 6:4. Ed anche per l'israelita, l'abluzione era il rito purificatore in molti casi di contaminazione rituale. Cosa significa dunque l'appressarsi a Dio avendo i cuori purificati per aspersione da mala coscienza? Vale l'essere spruzzati in modo che il cuore o l'uomo interno sia liberato da ogni coscienza di peccato, da ogni senso di colpa non perdonata (Cf. Ebrei 9:14). Questo spruzzamento che netta la coscienza Ebrei 10:2 è quello che otteniamo per la fede nel sangue di Gesù, che vien chiamato in Ebrei 12:24 «il sangue dell'aspersione» Cfr. 1Giovanni 1:7; 1Pietro 1:2 ove si parla dell'aspersione del sangue di Cristo. Per fede nel sangue suo siamo santificati, purificati nella coscienza, posti spiritualmente in condizione da poterci accostare liberamente a Dio, come il popolo antico lo era esternamente quando fu coi riti purificato per entrare in alleanza con Dio, o come lo erano i sacerdoti quando furono consacrati.. L'intima certezza del perdono ricevuto in virtù del sacrificio di Cristo è necessaria affinchè l'adoratore si possa accostare a Dio come figlio riconciliato, collo spirito dell'adottazione che grida «Abba, padre». Coll'altra espressione: e avendo il corpo lavato d'acqua pura, è probabile che l'autore voglia alludere al battesimo cristiano detto da S. Paolo il «lavacro dell'acqua» Efesini 5:26, o ancora il «lavacro della rigenerazione» Tito 3:5. Infatti egli parla qui di lavanda corporale effettiva, con acqua pura, e questo lavacro fa riscontro allo spruzzamento dei cuori. Certo che lo scrittore il quale conta come cosa elementare il saper distinguere fra battesimo e battesimo Ebrei 6:2, non attribuisce all'atto esterno la virtù purificatrice che emana dallo Spirito di Dio; ma il ricevere il battesimo cristiano, simbolo del perdono dei peccati e della purificazione di tutto l'essere nostro, è per i convertiti adulti, il suggello visibile della grazia ricevuta e la professione aperta di consacrazione a Dio. Il pensiero sarebbe dunque questo: Avendo, per la fede in Cristo, ricevuto il perdono dei peccati ed avendo nel sacramento del battesimo d'acqua, ricevuto anche il segno ed il suggello della nostra riconciliazione con Dio e della nostra volontaria appartenenza al popolo suo. Chi considera sopratutto nel battesimo la professione pubblica della fede e l'arruolamento al servizio di Cristo, interpreta: avendo ricevuto il perdono e fatto aperta e sincera professione di appartenere a Dio. Altri non ritengono abbastanza certa l'allusione al battesimo e vedono nei due participi «aspersi... lavati» descritta figuratamente la completa purificazione avvenuta in chi si è abbandonato intieramente alla potenza redentrice di Cristo. Sono perdonati dei loro peccati e rinnovati nel cuore e nella vita esterna dallo Spirito. Tali le disposizioni normali e ahimè troppo spesso ideali, colle quali l'adoratore cristiano conscio dei suoi privilegii, si appressa a Dio.

23 Dall'esortazione ad appressarsi a Dio con piena fede, in comunione filiale, onde ravvivare la fiamma della intima vita spirituale, lo scrittore passa all'esortazione chi concerne la franca e ferma confessione della speranza cristiana dinanzi al mondo.

Riteniamo salda la professione della speranza; poichè fedele è colui che ha fatte le promesse.

La frequenza colla, quale è ripetuta questa esortazione mostra quanto l'autore fosse preoccupato dai sintomi di stanchezza, di incertezza notati negli Ebrei. In Ebrei 3:6 diceva: «... se riteniamo ferrea la franchezza ed il vanto della speranza fino alla fine»; in Ebrei 4:14 «teniamo saldamente la professione»; in Ebrei 6:11 «desideriamo che ciascuno di voi dimostri fino alla fine lo stesso zelo per la piena certezza della speranza...» è più oltre Ebrei 10:36 «avete bisogno di costanza»... Quando avevano riconosciuto Gesù come il Messia avevano salutato in lui la Speranza d'Israele, colui nel quale e per mezzo del quale sarebbero adempiute le promesse fatte al popolo di Dio. Nel loro battesimo e nella loro vita avevano confessato la loro adesione di cuore alla grande speranza messianica di cui Gesù è il mallevadore. Ma il non averla veduta subito realizzata per intero, l'essere stati esposti alla persecuzione, alle beffe dei loro connazionali increduli, le attrattive del mondo, avevano smorzato l'entusiasmo dei primi tempi e infiacchita la loro balda franchezza. Sono perciò esortati a ritener saldamente, senza vacillare ( ακλινη) la speranza di cui hanno fatto professione. Il dubbio non deve intaccare e affievolire la loro fede nelle cose promesse e non ancora realizzate, nè deve venir meno in loro il coraggio, anzi la, baldanza nella professione pubblica della loro speranza. Essa infatti non è di quelle che lasciano confusi, poichè colui che ha promesso le cose che sono oggetto della nostra speranza non è uomo per mentire nè figlio d'uomo per pentirsi: Dio è fedele nel mantenere interamente quello che ha promesso. Per quanto possa parere una utopia, il regno di Dio descritto dai profeti e da Gesù stesso, a suo tempo diventerà realtà.

24 E prendiamo guardia, gli uni agli altri per eccitarci a carità ed a buone opere.

Il verbo κατανοεω (prender guardia) che abbiamo trovato in Ebrei 3:1 significa applicar la mente a considerare un oggetto, seguirlo col pensiero, quindi prender guardia. Descrive qui la sollecitudine fraterna che lungi dal preoccuparsi solo di sè, pensa al bene dei fratelli, tien gli occhi aperti sui loro pericoli, sulle loro tentazioni, cercano di prestar loro quell'aiuto che richiede la loro speciale situazione. E questo, osserva il Weiss, è il dovere fondamentale della vita di chiesa. Lo scopo della sollecitudine risponde bene ad uno stato di languore della vita religiosa: la provocazione o l'eccitamento a carità ch'è virtù così essenziale da esser chiamata da Paolo «l'adempimento della legge». Ritroviamo qui la triade di Paolo: fede, speranza e carità (cf. 1Corinzi 13:13; 1Tessalonicesi 1:3; Colossesi 1:4). Infatti l'autore ha parlato di piena certezza di fede, di professione incrollabile della speranza e qui di eccitamento a carità. Necessaria manifestazione della carità sono le buone opere cui i fratelli devono pure eccitarsi a vicenda. «Opere buone, dice Guers, sono quelle che hanno un buon movente: l'amor di Dio; un buon fine: la gloria di Dio; una buona norma: la volontà di Dio rivelata». E Westcott nota che il greco usa due aggettivi per indicare la qualità di queste opere; l'uno ( αγαθος buono) indica solo la bontà intrinseca delle opere, l'altro ( καλος lett. bello) che occorre qui ed altrove, mette in rilievo la loro nobiltà, la lor bellezza morale anche agli occhi del mondo (cf. Matteo 5:16; 26:10; 1Timoteo 3:1). Si dice anche da noi in senso morale una bella azione, una bella condotta.

25 Non abbandonando la comune nostra raunanza, com'è costume di alcuni, anzi esortandoci [a vicenda], e ciò tanto più che vedete avvicinarsi il giorno.

Pur seguitando a frequentare il culto del tempio e delle sinagoghe giudaiche, i cristiani Ebrei avevano delle raunanze speciali per loro, affine di esortarsi a vicenda ed edificarsi per mezzo della comunione fraterna. Or queste raunanze in uno stesso luogo ( επι in senso locale) erano abbandonate da alcuni, sia per il declinar dello zelo e della fede, sia perchè, ad evitare la persecuzione, si contentavano del culto giudaico, facendo così un passo indietro nel senso dell'apostasia. Siccome dice letteralm. «Non abbandonando il nostro adunarci insieme» si potrebbe finanche supporre che, in talune località, i cristiani Ebrei avessero cessato quasi del tutto dal riunirsi a scopo di mutua edificazione. Non devono cedere a cotesta perniciosa tendenza all'isolamento; devono al contrario esortarsi a vicenda ed incuorarsi a perseveranza. Certo lo dovevano fare anche all'infuori d'elle raunanze Ebrei 3:13; ma queste erano la migliore occasione di dare e di ricevere esortazione. Come speciale motivo a non tralasciar di esortarsi gli uni gli altri, l'autore mentova il visibile appressarsi del giorno del Signore ossia dell'avvenimento di Cristo. Lo chiama brevemente il giorno, perchè, come osserva il Delitzsch, «è il giorno dei giorni, il giorno che segna la fine di tutti i giorni, il giorno che regola il conto di tutti i giorni che trapasso del tempo nella eternità, che squarcia e disperde per la chiesa la notte del mondo presente».

Il vedere avvicinarsi un tal giorno doveva eccitare lo zelo di tutti i fedeli onde ciascuno fosse trovato pronto per l'apparizione del Signore. Colossesi dire «voi vedete avvicinarsi il giorno» l'autore pare alludere a certi segni ben noti ai lettori, come ad esempio la guerra che precedette la caduta di Gerusalemme. Gesù avea connesso la sua seconda venuta col giudicio sopra Gerusalemme. Questo giudicio era un venir di lui, arra di altri più lontani. L'appressarsi del giudicio sull'Israele incredulo dava un carattere tanto più urgente e grave all'esortazione dello scrittore a quei cristiani Ebrei che erano tentati di unir la loro sorte a quella dell'Israele carnale.

Ammaestramenti

1. Sono grandi e numerose le grazie concesse ai credenti in Cristo ed essi fanno bene a considerarle per rendersene ben conto. Non c'è in questo prosunzione alcuna. Ma i grandi privilegii traggon seco grandi doveri, di natura più strettamente religiosa verso Dio e verso noi stessi, o di natura sociale verso il prossimo. I doveri hanno la loro salda base nei privilegi e meglio si comprendono questi, e più potente è la leva che ci muove a praticar quelli.

2. Appressarsi a Dio! E questo il bisogno umano che sta alla base di tutte le religioni anche le meno pure, e che solo il cristianesimo è in grado di soddisfare.

Per secoli, sul luogo santissimo degl'Israeliti stava scritto: Non entrare! L'uomo non può abitare alla presenza di Dio, nè dimorare nella sua comunione. Ora tutto è mutato. Mediante l'opera sacerdotale di Cristo, e più propriamente, mediante il suo cruento sacrificio espiatorio, la via ad una intima e filiale comunione con Dio è stata aperta e non ad alcuni soltanto ma a tutti quanti i credenti. Inoltre sulla casa di Dio è stabilito in perpetuo qual Sacerdote ed unico Mediatore il Figlio di Dio fatto uomo, ed egli vive sempre per intercedere a favor dei suoi. Appressiamoci al Dio vivente, liberamente, in ogni tempo e luogo, ministri e fedeli tutti, per offrirgli, nel nome di Cristo, il sacrificio delle nostre lodi e della nostra riconoscenza, per presentargli l'incenso delle nostre supplicazioni, per udir la voce sua, per goder della sua santa e dolce presenza, per ricevere nuova misura del suo Spirito di amore e di forza che faccia di noi degli strumenti di benedizione. Una vita di costante comunione con Dio è dovere nostro ed è cosa possibile. Dio vi ci chiama, il sangue di Cristo ce ne apre la via, il grande Sacerdote vive per mantenerci in quello stato felice. Appressiamoci con le disposizioni che si convengono al vero adoratore del Nuovo Patto: di vero cuore, non di corpo, o di labbra, o di testa soltanto, ma di cuore e non con un cuor freddo e diviso, ma con cuor devoto, sincero, umile, riconoscente, filiale; la religione non è nulla se non è cosa del cuore: appressiamoci con piena certezza di fede nelle promesse di Dio e nell'opera compiuta da Cristo; con la pace e l'allegrezza del perdono eterno assicuratoci dal sangue di Cristo, e per conseguenza come figli al Padre riconciliato e non più come dei peccatori tremanti dinanzi al Giudice. Il cuore ch'è conscio della grazia ricevuta, ed in cui lo Spirito spande del continuo il senso dell'infinito amor di Dio e quello ch'è meglio disposto ad avvicinarsi a Dio per adorare e per servire.

3. Allargando alquanto il senso delle parole avendo il corpo lavato d'acqua pura, A. Murray osserva: «L'intero essere nostro, corpo, anima e spirito è, per la potenza dello Spirito, un santo sacrificio sull'altare, un vivente sacrificio per il servizio di Dio. Anche col corpo noi viviamo e ci moviamo nel luogo santissimo. Il nostro mangiare e bere, il nostro dormire, il nostro vestire, il nostro lavoro ed il nostro riposo; sono tutte cose che hanno sulla nostra vita spirituale un'influenza maggiore di quanto si creda. Per esse resta le molte volte interrotta la comunione in cui cerchiamo di mantenerci con Dio... Come Cristo, abbiamo noi pure un corpo in cui abita lo Spirito. Come Cristo, noi pure dobbiamo offrire il nostro corpo, in ogni suo membro, in ogni sua forza; in ogni suo atto, per compiere la volontà di Dio, per glorificarlo».

4.. Non basta l'avere una volta salutato la speranza cristiana, averla creduta e professata con entusiasmo quale ce la presenta l'Evangelo. Anche la semenza caduta sopra terreno roccioso, germogliò prontamente; ma poi venuto il sole si seccò perchè non avea radici profonde. Conviene ritenere salda la professione della speranza senza lasciarsi smuovere dagli assalti della persecuzione, delle beffe, della mondanità, dello scoramento, dell'errore, degli scandali. Il gran motivo della perduranza è la fedeltà di Dio, le cui promesse non possono mancare di adempiersi. A lui conviene guardar del continuo; non agli uomini che son vanità ed alle circostanze esterne che son mutevoli. «il cuore parla di quel che spera. Anche noi facciam confessione aperta della nostra speranza. Ce ne renderemo meglio conto a noi medesimi. Incoraggeremo ed aiuteremo gli altri. Glorificheremo Iddio» (Murray).

5. Come membri della famiglia di Dio, non possiamo isolarci egoisticamente non pensando che a noi stessi; ma c'incombe il dovere di carità di prender guardia gli uni agli altri. Il dovere implica una fraterna sorveglianza, un amorevole interessarsi dei bisogni, delle debolezze e tentazioni dei fratelli, un adoperare i mezzi che sono in nostro potere per il loro bene spirituale, un esser disposti a ricevere con animo grato i consigli o gli ammonimenti che ci venissero fatti dai fratelli. Nessun cristiano può dire come Caino: Sono io il guardiano del mio fratello?. Ma si noti bene che questo prender guardia gli uni agli altri non ha da soddisfare una vana curiosità, nè da fornir materia alla critica od alla maldicenza, ma deve mirare ad «eccitarci a vicenda a carità ed a buone opere». In tali sentimenti ed in una tale attività sta il vero bene dei fratelli e nostro. Colla carità e colle buone opere Dio è glorificato. L'atmosfera che si respira nel santuario della comunione divina è quella dell'amore. Dio è amore: il Cristo Mediatore è amore. Ci compenetri e riempia lo Spirito poichè l'amore non è frutto della nostra viziata natura, ma è frutto dello Spirito.

6. Uno dei mezzi di mutua edificazione ch'è dal Signore più specialmente raccomandato è la comune raunanza dei fratelli, a scopo di adorazione, di preghiera, di mutua istruzione, esortazione ed incoraggiamento. Particolari promesse sono fatte dal Signore alle raunanze fraterne. È segno di pericoloso rilassamento spirituale l'abitudine di trascurare la comune raunanza anteponendole i proprii comodi o divertimenti. D'altra parte le comuni raunanze non devono essere nè troppo frequenti, nè condotte con trascuratezza, od insipienza, altrimenti non eserciteranno l'attrazione nè l'influenza edificante che devono avere sulla fratellanza. Più ci avvicineremo a Dio individualmente, per viver nel Santuario della sua presenza e più saremo ricolmi di potenza per pregare, per parlare, per operare a pro' dei nostri fratelli.

7. L'osservare i segni dei tempi in cui viviamo deve servire d'incentivo alla nostra vigilanza, al nostro zelo cristiano, ed al nostro amor fraterno. Non siamo chiamati a farla da profeti dell'avvenire; ma ciascuna età ha i suoi «segni», i suoi solenni avvertimenti ed incitamenti per chi li sa e vuol vedere: Le sorti del regno di Dio si vanno lentamente maturando, e l'alba gloriosa che ha da seguir la lunga, notte è ora più vicina assai di quel che non fosse pei primi lettori della Lettera. Ad ogni modo, ogni giorno che passa ci porta più vicino al «giorno» che segnerà, per noi, la fine del nostro soffrire e del nostro operare quaggiù. Forse, chi sa? quel giorno è molto più vicino di quel che ci figuriamo e ce ne avvertono taluni segni precursori. «Vegliate adunque poichè non sapete nè il giorno nè l'ora».

26 Sezione II. Ebrei 10:26-31. IL SECONDO MOTIVO DI PERSEVERANZA: IL GIUDICIO TERRIBILE RISERVATO AGLI APOSTATI.

Grandi sono i privilegii che invitano ad avvicinarsi a Dio con fede, a ritener ferma la speranza, a ravvivare la carità. Ma grandi sono altresì i pericoli di chi sprezza i privilegii concessi. Da questi pericoli l'autore trae un secondo motivo a perseveranza.

Questa sezione va confrontata con i passi paralleli già esaminati, cioè Ebrei 2:1-4; 3:12-14 e specialmente Ebrei 6:1-8. Il confronto con quei passi aggiunto al modo col quale è qui caratterizzato Ebrei 10:29 il «peccare volontariamente», dimostra che l'avvertimento è diretto contro il peccato complesso dell'apostasia. Fin da Ebrei 3:12 li metteva in guardia contro la tentazione di «ritrarsi» dal Dio vivente ed in Ebrei 6:6 segnalava il pericolo di una caduta irrimediabile. Il giorno di Cristo si avvicina e nei cristiani Ebrei si notano dei segni gravi di rilassamento spirituale. Se non si ritraggono in tempo da una china così pericolosa, arriveranno fino all'apostasia dalla verità ed il giorno del Signore, invece di recar loro la completa salvazione Ebrei 9:28, recherà loro il giudicio che spetta ai ribelli.

Perciocchè se pecchiamo volontariamente dopo aver ricevuta la piena conoscenza della verità, non resta più alcun sacrificio per i peccati, ma una certa aspettazione paurosa di giudicio e l'ardore di un fuoco che sta per divorare gli avversari.

Incoraggiamoci a vicenda a valerci dei privilegi che sono assicurati ai credenti: perciocchè se li sprezziamo non si rinnoveranno mai più. Non dice «se voi peccate», anzi, a mostrare che l'avvertimento è necessario a tutti, dice: se noi..., «temperando la severità delle parole con una, nota di profonda simpatia» (West). Il peccare volontariamente di cui ragiona l'autore, non è il cadere in questo o quel fallo isolato di debolezza o d'ignoranza. «Figlioletti miei, dice S. Giovanni, vi scrivo queste cose affinchè non pecchiate. E se alcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre, Gesù Cristo giusto; ed egli è la propiziazione per i nostri peccati» 1Giovanni 2.2. Ma S. Giovanni dice pure che c'è un «peccato a morte» per il quale è inutile ogni intercessione 1Giovanni 5:16-17. Il peccare di cui si tratta qui è volontario, commesso liberamente e deliberatamente, non sotto alcuna grave pressione che ne attenui la responsabilità. È cosciente poichè è commesso dopo aver ricevuta, dalla bontà di Dio e per opera dello Spirito (cfr. Ebrei 6:4-6), la conoscenza esatta ( επιγνωσις) della verità, cioè della verità evangelica, della rivelazione ultima e definitiva del disegno di Dio per la salvazione Ebrei 1:1-2. Una tale conoscenza implica un certo grado di esperienza della forza e della dolcezza della verità. Tenendo conto di Ebrei 10:29, possiamo definire questo peccato complesso un volontario e cosciente disprezzo della salvazione procurataci dal sacrificio di Cristo. In una parola è il peccato d'apostasia, il rinnegamento del Vangelo per parte di chi l'ha conosciuto e professato. Chi pecca in siffatto modo rinunzia ai benefizi del sacrificio di Gesù, anzi li rinnega. Ora siccome questo è unico e non ha da rinnovarsi mai, non resta più alcun sacrificio per i peccati. Quello di Cristo è l'unico promesso e provveduto da Dio al mondo per il purgamento dei peccati. Se quello viene respinto o sprezzato, non resta altro mezzo per espiare il peccato. Il peccatore col suo carico di colpe non ha più davanti a sè che il giudicio. Invece della finale redenzione, la cui aspettazione rallegra il cuore in mezzo alle prove, gli resta solo la tremenda prospettiva dell'incontro con Dio di cui ha calpestata la grazia.

27 Col dire una certa ( τις), una tal quale, aspettazione paurosa di giudicio, lo scrittore afferma due cose e cioè che l'apostata non riesce a soffocare del tutto la voce della coscienza che lo accusa e lo cita davanti al tribunale di Dio e che il presentimento di quel che l'attende là lo riempie di un vago, indefinibile terrore. Ha abbandonato la nave della salvezza e si sente portato da una forza misteriosa verso l'abisso della perdizione.

Col rinnegare il Figlio di Dio, col disprezzar l'amore del Padre, coll'oltraggiar lo Spirito della grazia l'apostata si e schierato fra gli avversarii di Dio. Ma l'amore lungamente oltraggiato si trasforma in ira, e codesta santa ira di Dio è qui raffigurata da un fuoco che arde e consuma. Spesso nelle S. Scritture, il fuoco è l'immagine del giudicio di Dio. Esempio Malachia 4:1-2; 1Corinzi 3:13. In Deuteronomio 4:24, citato più oltre al Deuteronomio 12:29, Dio è chiamato un «fuoco consumante» ed in Isaia 26:11 la LXX usa espressioni di cui la frase del nostro autore sembra una reminiscenza. La parola ζελος (zelo) va presa qui nel suo senso etimologico di ardore (da ζεω ardere) anzichè in quello derivato di gelosia. Questo ardor di fuoco che sta per divorare gli avversari è quello dell'ira di Dio lungamente repressa, ma che sta per divampare, nel giorno del giudicio, a ruina di coloro che si sono schierati contro a Dio non solo quando dettava la sua legge, ma anche quando offriva la grazia in Cristo.

28 I v. 28,29 dimostrano quanto debba essere terribile il castigo dell'apostata ponendo in evidenza l'enormità del suo peccato. Questa enormità risulta dalla superiorità dei privilegi del Nuovo Patto ch'egli ha rinnegati. Sotto l'economia legale, l'Israelita che si rendeva infedele al patto di Geova, che anelava dietro agl'idoli Deuteronomio 17.2-7 o commetteva una delle gravi trasgressioni che lo ponevano fuori del Patto, doveva, senza misericordia, essere fatto morire. Così ordinava la legge e così esigeva la santità di Geova. Ma l'apostata sotto al nuovo Patto commette un peccato ben altrimenti grave. Quindi l'autore lascia alla coscienza dei lettori di calcolare quanto debba esser più terribile la punizione per riuscire proporzionata, come ha da essere secondo giustizia alla enormità del peccato.

Se uno ha violata la legge di Mosè, muore senza misericordia sulla deposizione di due o tre testimoni. Di quanto peggior castigo stimate voi che sarà giudicato degno, dal supremo giudice, chi avrà calpestato il Figliuol di Dio e tenuto per profano il sangue del patto, col quale è stato santificato, ed avrà oltraggiato lo spirito della grazia?

L'apostata israelita violava la legge di Mosè, aboliva ( αθετεω) praticamente per conto proprio col non tenerne conto la legge data per mezzo di Mosè, il servo fedele di Dio.

29 L'apostata cristiana calpesta il Figlio di Dio, sconosce e disprezza apertamente Colui ch'è il fulgore della essenza di Dio, il supremo Rivelatore del Padre, il sommo Sacerdote del N. Patto. Anzi l'odia e lo copre d'ignominia. Quale strano contrasto si esprime nelle parole «calpestare il Figlio di Dio»!

L'apostata israelita violava il patto suggellato col sangue dei sacrifici animali; il cristiano apostata considera come profano il sangue del patto, il sangue versato dal Sacerdote-vittima onde render possibile e valido il patto del perdono. Gesù chiama il sangue che stava per versare «il sangue del patto» (Marco 14:24; cf. con Luca 22:20). Con quel sangue, ossia mercè l'aspersione di esso, a lui applicata, per fede, il neofito era stato santificato, cioè purificato dei suoi peccati e consacrato a Dio, incorporato nell'Israele nuovo di Dio. Rinnegando il Cristo, viene ora a «tenere per profano» il sangue di lui. Non gli riconosce più alcun carattere sacro, non lo considera più come versato dal giusto in espiazione dei peccati degli ingiusti. Diventa per lui sangue comune ( κοινον), sangue d'un uomo qualunque, anzi d'un impostore giustamente appeso ad una croce. Così lo considerava la Sinagoga anticristiana maledicente a Cristo.

L'apostata antico non faceva caso dei miracoli operati da Dio in favore d'Israele nè delle manifestazioni costanti del suo amore verso di esso, il cristiano apostata oltraggia lo Spirito della grazia, di cui è stato fatto partecipe e di cui ha provato le influenze benefiche. Cf. Ebrei 2:4; 6:4-5. L'oltraggio implica più che il disprezzare; implica la bestemmia atroce contro lo Spirito e le sue manifestazioni straordinarie, attribuendole per esempio, ad influenza diabolica. Lo Spirito della grazia può significare «dato dalla grazia di Dio» come il dono speciale del Nuovo patto; ovvero: «apportatore della grazia», autore dei carismi e comunicante ai cuori la grazia di Dio. L'Epistola parla poco dell'opera dello Spirito, stante la preminenza data alla persona ed all'opera di Cristo. Ma l'ultima interpretazione si accorda meglio col proposito di mettere in risalto il contrasto mostruoso tra l'atto dello Spirito che si accosta all'uomo per illuminarlo, consolarlo, arricchirlo di doni, e l'atto dell'apostata che, dopo aver goduto per un tempo di cotesti benefici, poi gli resiste, lo contrista, ne spegne la luce, e da ultimo mette il colmo alla propria ingratitudine oltraggiando l'amico divino.

30 I v. 30,31. rincalzano il ragionamento a fortiori fatto dianzi col ricordare ai lettori che questo non è un vano ragionare a parole, poichè colui davanti al quale dobbiamo comparire, non è uomo mutevole e debole per vacillare o venir meno nell'applicazione della giustizia.

Sappiamo infatti chi sia, colui che ha detto: «A me [spetta] la vendetta, io farò la retribuzione». E di nuovo: «il Signore; giudicherà il suo popolo».

Sappiamo per la Scrittura, per mezzo della storia e per nostra personale esperienza; sappiamo chi sia, quanto verace, quanto infallibile scrutatore, quanto santo e giusto, quanto tremendo nella sua potenza sia colui che ha riservato a sè il giudicio e la retribuzione. «Non è possibile farsi beffe di Dio» Galati 6:7. Egli ha dichiarato che a lui appartiene la vendetta ossia la giusta punizione dei colpevoli, ha dichiarato ch'Egli stesso, nessun altro, renderebbe a ciascuno secondo le sue opere. La citazione è tratta da Deuteronomio 32:35-36 ove però la Settanta legge: «Nel giorno della vendetta io farò la retribuzione». L'autore ch'è stato compagno di Paolo, pare aver seguito qui la forma di solito usata dall'apostolo e meglio rispondente all'ebraico. Cf. Romani 12:19. A giudicio non sfuggirà, alcuno; anzi esso principierà dai membri stessi del popolo di Dio che hanno goduto, di maggiori privilegi. Perciò aggiunge la seconda dichiarazione che trovasi anche in Salmi 125:14. Nel Deuteronomio Mosè annunzia che il popolo sarà infedele, che Dio lo giudicherà, punirà gl'infedeli, ma avrà pietà dei suoi servitori. La stessa idea è qui svolta e suona minaccia ai membri del popolo di Dio che si saranno volti all'apostasia.

31 A guisa di conclusione, l'autore aggiunge:

È cosa spaventevole il cader nelle mani del Dio vivente

quando, come qui, queste mani sono quelle della sua giustizia punitiva. Dio è chiamato vivente perchè non è un'astrazione, nè una personalità apatica, di tutto tollerante, impotente ad agire, ma è personalità che possiede la pienezza della conoscenza, della energia morale e della potenza attiva.

Ammaestramenti

1. Le parole di Ebrei 10:26: «Se noi pecchiamo volontariamente... non resta più sacrificio...» sono state il tormento di molte anime pie e di molte coscienze timorate; mentre altri vi hanno scoperto una regola disciplinare. Crisostomo infatti vi scorge la proibizione di un secondo battesimo. Esse contengono indubbiamente un avvertimento molto serio sulla gravità dei peccati dei cristiani che hanno conosciuta la verità. Più è completa la loro conoscenza e più sono gravi le loro cadute. Il peccato tollerato come interdetto, con mala coscienza, può condurre al naufragio della fede. Ma il passo studiato in relazione col contesto e coll'Epistola, tutta quanta, mostra che il peccato volontario di cui lo scrittore fa qui parola, non è un atto isolato, ma è l'apostasia dal Vangelo della grazia, il peccato contro lo Spirito Santo, descritto più sotto come un «calpestare il Figliuol di Dio», un «tener per profano il sangue del patto», un «oltraggiar lo Spirito della grazia».

2. Osserva lo Schlatter che la perfezione del sacrificio di Cristo è quella che getta una luce nuova sulla gravità della minaccia contenuta nelle parole: «Ei non resta più sacrificio per lo peccato». il sacrificio di Cristo è l'unico offertoci da Dio. Questo ci ha da purificare, questo ci deve destare a fede, levare a speranza, eccitare a carità. Se questo non ha potere su di noi, se invano Cristo è morto per noi e noi restiamo privi di fede, di speranza e di carità, se il suo sangue non ci libera e preserva dal peccato, dove troveremo un altro sacrificio che copra i peccati, dove un altro sacerdote che c'introduca alla presenza di Dio, dove un'altra grazia che ci rialzi? La perfezione del sacrificio di Cristo fa sì che la nostra posizione di fronte ad esso è d'importanza decisiva; ci mena a vita osi a morte.

3. La grazia non sopprime la giustizia nè annulla il giudicio; anzi lo rende più terribile per chi respinse e sprezzò il perdono offerto da Dio e reso possibile a prezzo del sacrificio di Cristo. il Vangelo che parla di amore infinito, di grazia gratuita, di perdono completo ed eterno ai più grandi peccatori, di perfezione e di gloria presso a Dio, parla altresì di «paurosa aspettazione di giudicio», di «ardor di fuoco», di «vendetta», di «retribuzione», di «mani del Dio vivente» nelle quali è terribile il cadere. Il Vangelo ci mette di fronte non a delle vane parole, ma di fronte alle supreme realtà morali da cui dipende la sorte delle creature coscienti e libere. Abbiam bisogno di tenerlo presente in un tempo in cui si cerca di scalzare il valore degli atti morali.

32 Sezione III. Ebrei 10:32-39. TERZO MOTIVO DI PERSEVERANZA IL RICORDO DELL'EROICA LOR FEDE DEI PRIMI TEMPI.

Il giorno di Cristo è terribile per quelli che l'hanno rinnegato; ma, per coloro che hanno perseverato è giorno di gloriosa retribuzione. Se i cristiani ebrei si abbandonano allo spirito di apostasia essi incorreranno nel giudicio or ora descritto; ma se invece proseguono con perseveranza per la via nella quale sono entrati con un ardore pieno di promesse, essi riceveranno la ricompensa promessa a coloro che sono fedeli fino alla fine. Hanno ben principiato il combattimento, si tratta di durare fino alla completa vittoria. È questo il pensiero incoraggiante che l'autore adduce come terzo motivo di perseveranza in fede. Nel cap. 6 aveva svolto considerazioni analoghe, presentando, dopo l'avvertimento, l'incoraggiamento. Cfr. Ebrei 6:9 e segg.

Piuttosto, ricordatevi dei giorni di prima, nei quali, dopo essere stati illuminati, avete sostenuta una gran lotta di patimenti.

La particella avversativa ( δε=ma) contiene in germe il pensiero espresso in Ebrei 6:9: «Tuttavia, benchè parliamo così, abbiamo a vostro riguardo fondata speranza di cose migliori». Qui viene a dire: È tremenda, la sorte degli apostati; ma voi, per giungere ad una fine opposta, non avete che da ridurvi a memoria i primordii così belli della vostra carriera cristiana e seguitare su quella nobile via della fede fino all'avvenimento non lontano del Signore. Ricordatevi dei giorni di prima, dei giorni oramai alquanto lontani della vostra conversione a Cristo e delle vostre prime lotte per la fede. Il ricordo di quei giorni pieni di luce, di allegrezza, di santo entusiasmo, di zelo, di amore, di lotte e di vittorie, di afflizioni confortate da grandi consolazioni, potrà umiliarvi, ma vi sarà salutare: vi farà sentire che quella era la via della verità e della vita e renderà più saldo in voi il proposito di perseverare in essa.

Fra i ricordi dei giorni passati, il primo in ordine di tempo è la conoscenza della verità, evangelica: essendo stati illuminati dalla predicazione del Vangelo e dall'opera interna dello Spirito che apriva mente e cuore alla luce. Solo come curiosità si mentova oggi l'interpretazione patristica che identifica questa illuminazione col battesimo chiamato perciò φωτισμος (illuminazione). Ma col ricordo delle prime incancellabili impressioni della verità, si connetteva quello delle prime lotte sostenute per la loro fede. Dice lett. «sosteneste molta lotta...». La parola adoperata ( αθλησις atlesi) ricorda i combattimenti degli atleti lottanti nell'arena per conseguire una corona peritura. Essi aveano lottato per un bene migliore. La lotta è stata grande per la sua intensità, per la sua durata, per la pertinacia degli avversarii, per lo sforzo che han dovuto fare i cristiani onde sostenerla. E stata lotta di patimenti o sofferenze, perchè l'arma di cui si son serviti gli avversarii è stata quella della persecuzione, della violenza, che infligge patimenti d'ogni genere, mentre l'arnia dei cristiani è stata la pazienza e la costanza.

33 Questi patimenti sono stati di vario genere, talchè ce n'è stato per tutti:

sia coll'esser messi in ispettacolo per vituperii ed afflizioni, sia coll'aver partecipato alla sorte di quelli che menavano una tal vita.

Non tutti sono stati direttamente bersaglio alle persecuzioni; ma anche quelli risparmiati hanno avuto la loro parte delle prove, perchè, non volendo rinnegare la fratellanza, hanno volonterosamente, mossi da fraterna simpatia, partecipato alla sorte dei perseguitati coll'andare incontro a sacrifizii e pericoli per provvedere alle loro necessità e alleviare le loro sofferenze. Quelli perseguitati erano stati messi in ispettacolo, esposti, come si faceva dei condannati, nel teatro, quando pubblicamente si battevano od anche si giustiziavano. Per il vituperio e le afflizioni cui erano esposti, i cristiani erano divenuti oggetto della curiosità del pubblico e dei discorsi malevoli della gente. Per vituperii ( ονειδισμοι - la rad. vale biasimare) s'intende «ogni mala parola detta contro di loro, mentendo» Matteo 5:11. Cfr. 1Pietro 4:14; Ebrei 11:26; 13:13. Nelle afflizioni e tribolazioni sono comprese la ruberia dei beni, la carcerazione ed altri mali trattamenti di tal sorta.

34 Il v. 34 reca esempi del duplice modo in cui i cristiani Ebrei avevano sostenuta la lotta di sofferenze.

Infatti avete sofferto insieme coi carcerati ed avete accolto con allegrezza la ruberia dei vostri beni, sapendo di avere per voi stessi una possessione migliore e permanente.

Il testo ordinario porta coi miei legami ( τ. δεσμοις μου), invece di coi carcerati ( τ. δεσμιοις), ch'è la lezione delle edizioni critiche moderne fondata sulle tre più antiche versioni e sopra due antichi codici (A D). Il libro dei Fatti fa parola molte volte di cristiani carcerati per cagione della loro fede, in Palestina ed altrove. Quelli che non aveano sofferto la prigione avevano però sofferto coi carcerati simpatizzando con loro «come se fossero con loro nei legami» Ebrei 13:3, visitandoli, confortandoli e soccorrendoli dei loro beni. La ruberia dei beni patita da molti poteva essere avvenuta per via di pene pecuniarie inflitte, o per via di confisca legale dei beni dei cristiani od anche per via di violenze popolari. Essi non l'avevano solo sopportata con rassegnazione, senza esserne scossi, ma l'avevano accolta con allegrezza, tanta era allora la energia e lo slancio della loro fede. In Atti 5:41 si legge che gli apostoli, battuti per ordine del Sinedrio, si ritirarono «rallegrandosi di essere stati stimati degni di venir trattati ignominiosamente per lo nome [di Gesù]». La viva fede dei cristiani teneva presenti ai loro cuori, nelle loro prove, quei beni migliori, superiori, spirituali, e permanenti, cioè non perituri, che formano l'eredità incorruttibile promessa ai figli di Dio. Potevano gli uomini spogliarli dei beni terreni, ma ben sapevano, per le promesse esplicite del Signore, che avevano per sè stessi come inalienabile proprietà serbata per loro nei cieli, una possessione migliore che nessuno poteva loro rapire. il testo offre qui qualche difficoltà. I codici alef A coll'Itala leggono εαυτους, variante accettata dalle edizioni critiche e che verrebbe a significare: «Sapendo che avete qual miglior possessione voi stessi», il vostro vero io, le anime vostre guadagnate colla vostra pazienza Luca 21:19. Ci pare preferibile, perchè più in armonia col contesto, la lezione ἑαυτοις che abbiamo parafrasata più sopra. Altri si prendano i loro beni terreni; essi sanno di avere per sè stessi dei beni migliori. Quanto alla lezione del testo ordinario εν ουρανοις (nei cieli) non poggia sopra documenti abbastanza autorevoli.

35 Non fate adunque getto delle vostra franchezza, la quale ha una grande retribuzione.

L'adunque si spiega così: Nei primi tempi vi siete distinti per la franchezza colla quale confessavate la vostra fede e per essa eravate vincitori. L'avete conservata finora, sebbene alquanto infiacchita. Siete oramai vicini alla ricompensa promessa a chi giunge al palio. Non buttate adunque via la vostra franchezza fiduciosa ( παρρησια) come si trattasse di cosa priva di utilità, poichè invece le è riserbata una grande retribuzione se voi perseverate. La tentazione che li assaliva era quella di Esaù quando diceva «Che mi giova la primogenitura?» La retribuzione non va intesa nel senso mercantile, ma di un glorioso compenso di felicità e di gloria promesso dalla bontà di Dio a chi persevera in fede. Cfr. Matteo 5:12; 2Tessalonicesi 2:6-8.

36 È di costanza, infatti, che avete bisogno affinchè, dopo aver fatta la volontà di Dio, conseguiate la promessa.

Chi ha principiato bene com'essi avevano fatto non ha bisogno se non di perseveranza o di costanza. Quest'ultima parola rende meglio qui il senso del greco ὑπομονη che indica il rimaner saldo e costante sotto lo sforzo degli assalti nemici.

La sentenza definisce bene quale sia lo scopo pratico della lettera: inculcare la perseveranza nella fede in Cristo. C'è per i cristiani una norma unica di vita: la volontà di Dio; ma questa volontà è rivelata a ciascuno così nei principii contenuti nella Rivelazione e nella coscienza, come nelle circostanze provvidenziali in mezzo alle quali siamo chiamati a trascorrer la vita. Le prove sono ad ogni modo parte della volontà di Dio per la nostra educazione morale. Conseguir la promessa torna a dire: giungere al pieno possesso di quanto è contenuto nella promessa di Dio, in ispecie riguardo al compimento del regno messianico.

37 Perocchè, «ancora, un poco molto poco», [e] «colui che deve venire verrà e non tarderà. Ma il mio giusto vivera per fede e se si trae indietro, l'anima mia non si compiace in esso».

I v. 37 e 38 sono contesti di parole bibliche di cui la prima «ancora un poco» è reminiscenza d'Isaia 26:20 e le seguenti sono tratte dal passo classico spesso addotto da S. Paolo Abacuc 2:3-4.

38 Il profeta ha contemplato l'invasione devastatrice dei Caldei e dal suo cuore è salito il grido: Fino a quando l'empio opprimerà egli chi val meglio di lui? La risposta viene e Geova gli ordina di scrivere la profezia del giudicio sui Caldei oppressori e pieni d'orgoglio. Essi saranno distrutti, mentre il giusto avrà la vita per la sua fede. L'autore inverte però l'ordine delle due proposizioni del v. 38. Inoltre la LXX secondo cui è l'atta la citazione, si allontana alquanto dall'ebraico. Dove l'originale legge: il giusto viverà per la sua fede (S. Paolo citando abbrevia dicendo per fede), la Settanta legge nel cod. B. «per la mia fede» e nel cod. A. seguito a quanto pare dallo scrittore degli Ebrei «il mio giusto viverà per fede». S'intenderebbe: il giusto che si confida in me in ogni tempo e sul quale io ho l'occhio aperto; la fede creando tra l'uomo e Dio un legame personale potente. Dove poi l'originale legge: «il suo cuore si è gonfiato...», la LXX che ha dovuto avere sott'occhi un testo diverso, porta: «Se si sottrae...» nel qual caso il soggetto della frase pare dover essere l'uomo, ovvero il giusto. Citando la versione greca, il nostro autore vi legge questi pensieri: Ancora pochissimo tempo e colui che deve venire (lett. colui che viene), il Signor Gesù ch'è lo splendor della gloria dell'Eterno, verrà e non tarderà. Ma il giusto che sì confida in me otterrà la vita scampando al giudicio avvenire, a motivo della sua fiducia perseverante in me. Ma se egli, dopo aver perseverato per qualche tempo, perde coraggio, diventa fiacco e codardo di fronte alle opposizioni e si trae indietro come il soldato che diserta la battaglia e abbandona il suo capo, allora l'anima mia non si compiace più in lui ed egli avrà la sorte dei disertori.

39 Questi pensieri espressi colle parole del profeta erano atti ad incuorare i lettori a perseveranza in fede. L'essere il giorno vicino li sosteneva colla prospettiva che la lotta non sarebbe più molto lunga; la promessa «il giusto viverà per fede» li faceva persuasi della necessità di perseverare nella loro fede se volevano aver parte alla vita eterna nella sua pienezza futura. Ed anche la minaccia rivolta contro ai codardi disertori della pugna doveva, per altro verso, allontanarli dall'apostasia. Questa minaccia lo scrittore nutre fiducia di non vederla realizzarsi in alcuno dei suoi fratelli e perciò, mettendosi con loro, soggiunge:

Ma noi non siamo di quelli che si ritraggono a [loro] perdizione, ma di quelli che credono per far guadagno dell'anima.

Dice lett. «non siamo della diserzione... ma della fede;» cioè non siamo del partito della diserzione, non è tale il nostro intento ed il nostro carattere. Non vogliamo esser del numero di quei tali, bensì del partito della fede, del numero di quelli che sono decisi a perseverare in fede. Quelli che si ritraggono vanno incontro alla perdizione. L'uomo si perde quando, invece di avvicinarsi a Dio sorgente di vita e di felicità, si ritrae lungi da Lui nelle tenebre del peccato e della morte spirituale. Chi invece crede in Cristo, nel quale si compie la promessa di Dio, riceve la vita eterna. Egli fa per tal modo, guadagno dell'anima sua strappandola a perdizione e assicurandole vera vita ed eterna felicità. È questo il maggior guadagno che l'uomo possa fare. Matteo 16:26; Luca 21:19: «Colla vostra costanza, farete acquisto (o per lo meno «conserverete il possesso») delle anime vostre» ( κτησεσθε).

Ammaestramenti

1. Il ricordo dei giorni di forza, d'entusiasmo, di fede, di eroismo, e sempre in ogni vita d'uomo un punto soleggiato su cui lo sguardo si ferma volentieri. E tanto più lo è nella carriera cristiana. I tempi del primo amore sono quelli che sentiamo essere stati i più belli ed i migliori e i più felici perchè rigogliosa era la vita spirituale. A quei giorni succedono spesso quelli della fiacchezza, della stanchezza, dell'affievolimento, delle tentazioni ordinarie contro alle quali stiamo meno in guardia. Il ricordo dei giorni di prima dev'esserci rimprovero ad un tempo e invito a riprendere la lotta con nuovo ardore. L'aver principiato bene è un impegno morale che ci deve incuorare a costanza. È in pari tempo una garanzia, collocata nella nostra propria esperienza, della potenza della, grazia per darci la vittoria sul male.

2. La vita cristiana comincia coll'«essere illuminati», cioè colla conoscenza della verità e si alimenta di verità. La fede cieca non è quella dei primitivi cristiani. C'è in questo fatto un eccitamento a spargere nelle nostre famiglie e dovunque la conoscenza della verità, un incoraggiamento alla diffusione della Parola di cui Dio si serve per illuminar le menti e convertire i cuori. Il centro della verità religiosa è Cristo. Gli Ebrei conoscevano l'Antico Test., ma solo quando la predicazione del Vangelo presenta loro il Cristo e lo Spirito apre lor la mente per conoscerlo e per riceverlo con fede sono veramente illuminati.

3. Gesù avea predetto ai suoi discepoli che sarebbero odiati e perseguitati per cagion sua e la prima chiesa cristiana, quella di Gerusalemme, fece ben presto l'esperienza della legge enunziata da S. Paolo quando diceva ai cristiani di Licaonia che «per molte afflizioni ci conviene entrare nel regno di Dio». La forma e l'intensità della persecuzione possono variare, ma la stessa esperienza si rinnova anche oggi, nei paesi inciviliti come in quelli selvaggi. «Se hanno perseguitato me perseguiteranno ancora voi». Non dobbiamo quindi ritenere che ci avvenga alcunchè di strano se siamo chiamati a patire perdite, ingiustizie, afflizioni, carcere od anche la morte per cagion del Vangelo.

4. Nelle afflizioni e prove dei redenti si rivela la potenza vittoriosa della fede e la virtù consolatrice della speranza cristiana. Per essa possiamo accoglier con allegrezza la ruberia dei beni nostri terreni, poichè essa ci dà la certezza che ce ne sono riserbati dei migliori e più permanenti presso al Signore. «In cielo i redenti avranno una miglior vita, una miglior possessione, una miglior libertà, una miglior società, dei cuori migliori, ogni cosa migliore» (Henry).

«Il cielo e le sue benedizioni nel cuore vostro, possono colmarvi di una gioia che tiene per privilegio ogni sacrificio, che conta ogni perdita come un guadagno, e che converte ogni sofferenza in un peso infinito di gloria» (A. Murray).

Con tale speranza nel cuore, ben può il cristiano esser distratto dai due lati e sentir ch'è meglio per lui «partire dal corpo, per essere col Signore».

5. Le sofferenze di una parte dei membri della famiglia di Dio non possono lasciare indifferenti gli altri. Se un membro soffre tutti soffrono con esso, e cercano di alleviare in quel modo ch'è loro dato le sofferenze dei fratelli. I primi cristiani ci dànno esempio luminoso di amor fraterno manifestato frammezzo a sacrificii e pericoli non lievi. Eppure, tanta è la nostra naturale debolezza, coloro che han dato prove sì cospicue di zelo cristiano sono ancora esposti, se non vegliano con perseveranza, a ricadere nella rilassatezza e nel marasmo spirituale, e perfino nell'apostasia. «Dimorate in me ed io in voi», ci dice il Signor Gesù. Abbiam bisogno sempre di coraggiosa baldanza nell'intraprendere, e di paziente perduranza nel compiere sino alla fine la volontà di Dio.

6. Chi si ritrae lungi da Dio e dalla sua grazia si avvia verso le tenebre della, perdizione. Chi si tiene per fede unito al Signore ch'è fonte d'ogni bene, possiede la vita fin da questa terra e la godrà appieno nella patria migliore. Credere e ritrarsi sono le due alternative che stanno dinanzi a chi è venuto alla conoscenza di Cristo. Così possiamo noi tutti esclamare con saldo proposito: «Noi non siam di quelli che si ritraggono!».

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