Commentario abbreviato:

Ebrei 3

1 Capitolo 3

Il valore e la dignità superiori di Cristo rispetto a Mosè sono dimostrati Ebr 3:1-6

Gli Ebrei sono avvertiti del peccato e del pericolo dell'incredulità Ebr 3:7-13

E della necessità di credere in Cristo e di seguirlo fermamente Ebr 3:14-19

Versetti 1-6

Cristo deve essere considerato come l'Apostolo della nostra professione, il Messaggero inviato da Dio agli uomini, il grande Rivelatore della fede che professiamo e della speranza che professiamo di avere. Come Cristo, il Messia, unto per l'ufficio di apostolo e di sommo sacerdote. Come Gesù, il nostro Salvatore, il nostro Guaritore, il grande Medico delle anime. Consideratelo così. Considerate ciò che è in sé, ciò che è per noi e ciò che sarà per noi in futuro e per sempre. Un pensiero attento e serio su Cristo ci porta a conoscerlo meglio. Gli ebrei avevano un'alta opinione della fedeltà di Mosè, ma la sua fedeltà non era che un tipo di quella di Cristo. Cristo era il Padrone di questa casa, della sua chiesa, del suo popolo, nonché il suo Creatore. Mosè era un servo fedele; Cristo, in quanto Figlio eterno di Dio, è il legittimo proprietario e sovrano della Chiesa. Non ci si deve solo incamminare bene nelle vie di Cristo, ma si deve essere saldi e perseveranti fino alla fine. Ogni meditazione sulla sua persona e sulla sua salvezza suggerirà maggiore saggezza, nuovi motivi di amore, fiducia e obbedienza.

7 Versetti 7-13

I giorni di tentazione sono spesso giorni di provocazione. Ma provocare Dio, quando ci fa capire che dipendiamo e viviamo interamente da lui, è davvero una provocazione. L'indurimento del cuore è la fonte di tutti gli altri peccati. I peccati degli altri, specialmente quelli dei nostri parenti, dovrebbero essere un monito per noi. Tutti i peccati, specialmente quelli commessi dal popolo di Dio che si professa privilegiato, non solo provocano Dio, ma lo addolorano. Dio è restio a distruggere qualcuno nel o per il suo peccato; aspetta a lungo per essere benevolo con loro. Ma il peccato, a lungo persistito, farà sì che l'ira di Dio si manifesti nella distruzione dell'impenitente; non c'è riposo sotto l'ira di Dio. "Tutti coloro che vogliono andare in paradiso devono guardarsi intorno; se ci permettiamo di non fidarci di Dio, possiamo presto abbandonarlo. Chi pensa di stare in piedi, faccia attenzione a non cadere. Poiché il domani non è nostro, dobbiamo sfruttare al meglio questo giorno. E non c'è nessuno, nemmeno il più forte del gregge, che non abbia bisogno dell'aiuto di altri cristiani. Non ci sono nemmeno persone così basse e disprezzate, ma la cura della loro posizione nella fede e della loro sicurezza appartiene a tutti. Il peccato ha così tanti modi e colori che abbiamo bisogno di altri occhi oltre ai nostri. Il peccato sembra bello, ma è ignobile; sembra piacevole, ma è distruttivo; promette molto, ma non fa nulla. L'inganno del peccato indurisce l'anima; un peccato permesso fa posto a un altro; e ogni atto di peccato conferma l'abitudine. Che ognuno si guardi dal peccato.

14 Versetti 14-19

Il privilegio dei santi è di essere resi partecipi di Cristo, cioè dello Spirito, della natura, delle grazie, della giustizia e della vita di Cristo; sono interessati a tutto ciò che Cristo è, a tutto ciò che ha fatto o farà. Lo stesso spirito con cui i cristiani intraprendono le vie di Dio deve essere mantenuto fino alla fine. La perseveranza nella fede è la migliore prova della sincerità della nostra fede. Ascoltare spesso la Parola è un mezzo di salvezza, ma, se non viene ascoltata, espone maggiormente all'ira divina. La felicità di essere partecipi di Cristo e della sua completa salvezza, e il timore dell'ira di Dio e della miseria eterna, devono spingerci a perseverare nella vita di fede obbediente. Guardiamoci dal confidare in privilegi o professioni esteriori e preghiamo di essere annoverati tra i veri credenti che entrano in paradiso, quando tutti gli altri falliscono a causa dell'incredulità. Come la nostra obbedienza segue la forza della nostra fede, così i nostri peccati e la nostra mancanza di cura dipendono dal prevalere dell'incredulità in noi.

Commentario del Nuovo Testamento:

Ebrei 3

1 

§3. Cristo e Mosè. Ebrei 3:1-4:13.

Condotto a mentovare l'ufficio sacerdotale nel capitolo precedente Ebrei 2:17, l'autore avrebbe potuto entrare subito nello svolgimento del tema centrale della sua epistola: il sacerdozio di Cristo e la sua superiorità di fronte a quello levitico. Ma il paragonare Cristo cogli angeli, poi Cristo con Aaronne, passando in silenzio il nome di Mosè che tanta parte aveva avuto nello stabilimento dell'antica economia, che era stato il mediatore umano nella proclamazione della legge, il maggiore dei profeti, il conduttore del popolo dalla servitù di Egitto al paese della promessa, sarebbe stato una grave lacuna nella trattazione dell'argomento. Tanto più grave, che il nome di Mosè era quello di cui più si gloriavano i Giudei Giovanni 5:45; 6:32; 9:28-29 e ch'egli aveva riunito, nella sua persona, le più alte funzioni teocratiche: quelle del profeta, del sacerdote e del re. Perciò, prima di trattare più ampiamente del sacerdozio di Cristo, lo scrittore accenna, in una prima breve sezione, alla superiorità di Cristo su Mosè Ebrei 3:1-6; ne trae quindi una esortazione pratica a non imitare gl'Israeliti del deserto che, per la loro incredulità, si privarono del riposo loro promesso nella Canaan terrena Ebrei 3:7-4:13.

Sezione 1. Ebrei 3:1-6. CRISTO SUPERIORE A MOSÈ.

La dimostrazione della superiorità di Cristo di fronte a Mosè è introdotta in modo da non offendere le suscettibilità giudaiche, nel corso di una esortazione a ben considerare Gesù in quella sua duplice qualità di inviato di Dio e di sommo sacerdote, di cui ha ragionato nel capitolo antecedente

Per cui, fratelli santi, partecipi di celeste vocazione, considerate attentamente Gesù, l'inviato e il sommo sacerdote della nostra professione, il quale è fedele a Colui che lo ha costituito, come ancora [lo fu] «Mosè in tutta la casa di esso».

Gl'inviati o messaggeri di Dio all'antico Israele erano stati gli angeli ed i profeti; e fra questi ultimi, Mosè, il Duce ed il Legislatore del popolo, occupava un posto eminente. L'inviato supremo di Dio, nella economia definitiva, è il Figlio fatto uomo: Gesù. (Cfr. le dichiarazioni di Gesù: Colui che il Padre ha mandato... Giovanni 3:34 ecc.). L'autore lo chiama perciò l'apostolo, cioè l'inviato divino per eccellenza, ed il sommo sacerdote della nostra professione. ὁμολογια (confessione o professione) è parola che ritroviamo più oltre: Ebrei 4:14; 10:23, come pure 1Timoteo 6:12-13, e significa la confessione aperta e coraggiosa della verità cristiana, la professione della propria fede. «L'apostolo ecc. della nostra professione» torna a dire: Colui che noi cristiani riconosciamo e confessiamo apertamente ed unanimemente come l'inviato supremo di Dio per rivelarci la verità, per guidarci a salvazione; colui che riconosciamo altresì come nostro sommo sacerdote fatto simile a noi per compiere, morendo, l'espiazione dei nostri peccati e per soccorrerci nelle nostre prove

L'antico Israele, purificato dal sacrificio e consacrato a Dio, fu chiamato Esodo 19 «un reame di sacerdoti, una nazione santa»; ed anche il popolo dei santificati» da Cristo è «un real sacerdozio. una nazione santa» 1Pietro 2:5,9, per cui i cristiani sono nel N.T., chiamati spesso «santi». L'autore, unendo qui due appellativi che altrove sono separati, chiama coloro ai quali, per la prima volta, si rivolge direttamente, fratelli santi, perchè i credenti sono uniti fra loro in famiglia dal legame che li unisce a Cristo il loro comune santificatore. Gli antichi Israeliti furono per mezzo di Mosè, mandato loro da Dio Esodo 3:10. chiamati ad abbandonare la terra di servitù per venire nel paese della promessa. I credenti sono anch'essi partecipi di una vocazione o chiamata, ma questa è assai più gloriosa. Viene loro dal cielo, per opera di un inviato ch'è il Figlio stesso di Dio, e li chiama, dal presente secolo malvagio, al cielo come a loro meta beata; quindi è doppiamente celeste (Cf. Ebrei 12:25; Filippesi 3:14 'la vocazione dall'alto'). Avendo avuto gli Ebrei il privilegio d'una tale chiamata per opera di un tanto messaggero, ed essendosi posti al seguito del Duce della loro salvazione, l'autore li esorta a considerare attentamente, quel Gesù ch'essi confessano come l'inviato di Dio e loro sommo sacerdote. Se essi vorranno fissar su di lui, con maggior diligenza, lo sguardo della mente e del cuore, usciranno da quella contemplazione, come l'autore della lettera, col cuore riboccante di fede illuminata e salda, e decisi a perseverare fino alla fine. In Ebrei 12:2 dirà: «Corriamo con perseveranza il palio... tenendo fisso lo sguardo sopra il capo e compitor della fede, Gesù».

2 Nel considerarlo attentamente, saranno colpiti della perfetta sua fedeltà, sia come inviato di Dio agli uomini, sia come sacerdote. Dicendolo fedele a colui che l'ha fatto, intende: a Dio che lo ha costituito nell'ufficio suo e che gli ha affidata la sua missione, come ne aveva affidata una a Mosè (Cf. Marco 3:14 «e ne fece dodici per essere...» Atti 2:36).

E qui l'autore, servendosi di Numeri 12:7, ricorda che Mosè ricevette dalla bocca di Dio la testimonianza d'essere stato fedele alla propria missione. Ad Aronne e Maria che avevano mormorato contro al loro fratello, l'Eterno dice: «...Non così il mio servitore Mosè. Egli è fedele in tutta la mia casa». Cotesta casa di Dio era la famiglia israelitica eletta ad essere il popolo al quale Dio si rivelava, in mezzo al quale voleva abitare, il popolo che lo riconosceva per suo Padre e la cui vita doveva essere regolata dalla volontà divina. Per dirla col Westcott, «la casa di Dio è la società organizzata nella quale egli abita. Israele era il tipo dell'umanità redenta». Infatti, sotto la nuova economia, per quanto la società dei credenti abbia cessato dall'aver forma nazionale, essa è pur sempre chiamata «la casa di Dio». (Cf. Ebrei 10:21; 1Timoteo 3:15; 1Pietro 4:17; 2:5 'casa spirituale'). Come Mosè era stato fedele a Dio nel disimpegnare tutti gli svariati ufficii di cui era stato rivestito nella casa di Dio sotto l'antica sua forma, così Cristo lo è stato e lo è sempre nella casa di Dio sotto alla sua nuova forma. Il considerare la fedeltà di Gesù, il quale, quando si tratta di adempiere al proprio ufficio, non indietreggia dinanzi al vituperio ed alla morte, era bene atto non solo ad accrescere negli Ebrei la fiducia in un tale Salvatore, ma ancora ad incuorarli all'imitazione di un tale esempio. A questo punto soltanto, come a rincalzo dell'esortazione a ben considerare Gesù, l'autore introduce l'idea della superiorità di Cristo su Mosè.

3 Perocché, di tanto maggior gloria che Mosè, è costui stato reputato degno, quanto maggiore onore che la casa, ha colui che l'ha, preparata.

Quanto a fedeltà Cristo è simile a Mosè, ma gli è superiore in autorità. Gloria indica infatti la dignità riconosciuta dalla Scrittura rispettivamente a Cristo ed a Mosè. Mosè è un semplice servitore e quindi, secondo il concetto ebraico, parte della casa di Dio; mentre la posizione di Cristo è quella del padrone che ha costruita, arredata e ordinata la casa. Il verbo κατασκευαζω tradotto dalla Vulgata fabricare, comprende non solo la costruzione dell'abitazione, ma tutto quello che va fatto per mettere la casa in pieno assetto, con tutti i servizii e con tutto il personale necessario. La Vetus Itala aveva preoparavit che sembra preferibile. Cristo è dunque presentato qui non soltanto come colui che ha fondato e ordinato la chiesa del nuovo Patto, ma come colui che ha presieduto del pari alla fondazione ed all'ordinamento della casa di Dio nell'antica sua forma.

4 Perocché, ogni casa è preparati da, qualcuno; ora colui che ha preparate tutte le cose è Dio. E Mosè è stato bensì «fedele in tutta la casa d'esso» come «servitore», per testimoniare delle cose che doveano esser dette; ma Cristo lo è come figlio ch'è sopra la «casa d'esso».

Come mai può Cristo esser considerato qual fondatore e ordinatore della casa di Dio nel senso suo più comprensivo? La risposta a questa domanda l'autore la dà o, per lo meno l'accenna, in modo molto conciso, in Ebrei 3:4-5, per intendere i quali bisogna tener presente quanto è stato detto del Figlio nel cap. 1. È una cosa per tutti evidente dice l'autore, che ogni casa, sia che si tratti di una casa materiale o di una istituzione o società organizzata, è stata fondata ed ordinata da qualcuno. Or chi è colui che ha ideata, e fondata e ordinata così l'antica come la nuova economia? Forse Mosè od un altro uomo qualsiasi? No. La Scrittura ci parla di Mosè e di altri come di strumenti, preparati e adoperati da Dio per l'esecuzione del suo disegno. Ma chi ha concepito il grande disegno della salvazione, chi ne ha preparata l'attuazione, chi lo ha tradotto in atto nella storia è lo stesso Dio che già creò tutte le cose. Egli è, che, per preparare la salvazione, si scelse un popolo particolare, a cui rivela sè stesso, a cui diede la sua legge, con tutti gli ordinamenti civili, morali e religiosi che han fatto d'Israele un popolo unico nell'antichità. Cotesti erano degli assiomi per gli Ebrei. Ciò essendo, in quale relazione col Dio ch'è autore primo di ogni cosa, stanno rispettivamente Cristo e Mosè? Secondo la Scrittura, Mosè è un servitore che compie bensì un servizio onorevole ( θεραπων nella LXX), che si mostra fedele in tutta la casa di Dio di cui fa parte, ma che resta pur sempre servitore. Cristo invece è Figlio, partecipe della essenza del Padre di cui è lo splendore e l'impronta visibile; Agente di Dio nella sfera della creazione e della provvidenza, come in quella della salvazione. Qui sta la sua superiorità sugli angeli che sono «spiriti ministratori» (Cf. Ebrei 1), e sopra Mosè ch'è semplice «servitore». Come Figlio egli è stato l'Agente dell'Eterno nella costituzione dell'Israele di Dio antico e nuovo, e resta stabilito sulla casa di Dio in guanto egli è l'Inviato di Dio per guidare il popolo a salvazione ed il Sommo Sacerdote che lo santifica. Il servizio fedele di Mosè è descritto così: per testimonianza delle cose che avevano ad esser dette. Quali cose? Secondo gli uni, la rivelazione che Dio comunicava a Mosè per Israele e che il profeta riferiva fedelmente al popolo; secondo altri, le cose che dovevano essere dette secoli più tardi, dal supremo rivelatore, Cristo. A queste, le parole e le istituzioni mosaiche rendevano anticipatamente testimonianza, come l'ombra fuggevole alla realtà eterna. Per quanto sia giusto il concetto risultante da quest'ultima interpretazione, è più semplice la prima e più conforme al contesto di Numeri 12.7.

6 La cui casa siamo noi, se riteniamo ferma fino alla fine la franchezza ed il vanto della speranza.

Già nell'economia preparatoria, chi veniva meno alla fede nel Dio delle promesse, si escludeva moralmente dal vero Israele. Abolita colla venuta di Cristo ogni condizione puramente esterna, il nuovo patto dà tanto maggior rilievo alla fede, qual condizione fondamentale per appartenere al popolo di Dio. Tutti coloro che credono in Cristo sono figli spirituali d'Abramo e pietre vive della casa di Dio. Dicendo: la casa di Dio siamo noi, l'autore intende: noi, quanti siamo, credenti nel Cristo, giudei o pagani. «La comunità cristiana è, infatti, in un senso tutto speciale, la casa di Dio» (A. B. Bruce). Ma cessa questo privilegio quando viene a cessare la fede. Di qui l'avvertimento ai lettori, contenuto nelle parole: se riteniamo ferma o salda, fino alla fine del secolo presente, ossia fino al ritorno glorioso del Signore, la franchezza ed il vanto della speranza. Il greco παρρησια vale letteralmente il dire tutto, quindi serve ad esprimere la fiduciosa franchezza o la franca fiducia (Cfr. Ebrei 4:16; 10:19,35). Qui si tratta della franca ed aperta professione della speranza cristiana derivante da piena fiducia del cuore nella realizzazione di cotesta speranza. Non solo la franchezza, ma anche il vanto della speranza, devono ritenere con fermezza. Per il glorioso suo oggetto, per il sicuro fondamento su cui poggia, la speranza cristiana ben lungi dall'esser cosa di cui uno debba vergognarsi, è al contrario argomento di vanto, di esultanza profonda. «Noi ci gloriamo dice Paolo, nella speranza della gloria di Dio», e si gloria perfino nelle afflizioni che servono a render più salda la speranza che «non confonde» Romani 5:2. Di un cotal «vanto della speranza» aveano dato esempio gli Ebrei stessi, quando nei bei tempi del primo amore, «avevano accolta con allegrezza la ruberia dei loro beni, sapendo di avere essi stessi una possessione migliore e permanente» Ebrei 10:34.

Ammaestramenti

1. Varie sono le caratteristiche dei cristiani secondo questa breve sezione. Sono fratelli perchè uniti fra loro da un legame di parentela spirituale più profonda e più duratura di ogni parentela carnale. Hanno lo stesso Padre: Dio, lo stesso fratello maggiore e salvatore: il Cristo. Fanno parte della stesa casa di Dio. Sono fratelli santi, perchè appartati dal mondo e consecrati a Dio per camminare in santità. Sono partecipi di celeste vocazione che li chiama dal cielo e li invita al cielo ov'è la loro vera patria. Sono la casa di Dio da lui preparata, in cui vuole abitare col suo Spirito e in cui è osservata la di lui volontà. Sono gente che ha in cuore una viva speranza, fondata sulle promesse di Dio, gente che la professa con perseveranza, e che lungi dall'adontarsene, ne mena vanto.

2. Il pensiero, lo studio, la meditazione dei cristiani deve portarsi più assiduamente sul Cristo. Prendendo a guida le S. Scritture ed implorando lo, Spirito della verità, consideriamolo attentamente nei suoi svariati ufficii, nel modo col quale li adempie e li ha adempiuti, nel fine cui mira, ed usciremo da questa contemplazione raffermati nella nostra fede, sempre meglio persuasi della sua infinita superiorità sopra i più eccelsi servitori di Dio, e confortati dall'esempio di lui a correre con fedeltà e perseveranza nella via ch'egli ci addita.

Più considereremo la religione spirituale del Vangelo e più la riconosceremo superiore ad ogni religione i riti e di pratiche esterne.

3. «L'onore fatto a Mosè, sebbene semplice servo, è stato più grande di quello fatto ad alcun uomo prima di Cristo. Egli parlò con Dio a faccia a faccia. Egli entrò nella immediata presenza di Dio nella nuvola e la gloria divina si riflettè sul di lui volto e fu veduta dal popolo. Egli ministrò alla Chiesa, nelle dieci Parole, dei concetti di Dio e dell'uomo più sublimi di quel che lingua umana avesse mai espresso. Le realtà celesti gli furon mostrate sul monte ed egli tracciò un abbozzo approssimativo di quel che dovesse esser la casa di Dio e ne delineò in forme terrene, gli ordinamenti, esprimendone la perfetta idea. L'onda di patimenti che pesò sul Cristo, passò su lui. E lo vediamo da ultimo sul monte della trasfigurazione rimetter nelle mani del Figlio l'opera sua di servo, inferiore si, ma non indegno di partecipare alla gloria di lui. Ma tutta questa gloria non era che un riflesso della gloria d'un altro. Il suo appressarsi a Dio fu cosa passeggera, mentre Cristo e entrato alla presenza di Dio. La gloria che brillò su lui non fu che raggio fuggevole che svanì da lui come dal ministero dell'antico Patto 2Corinzi 3 e sparì come sparisce il raggio del sole dalla più alta vetta dei monti. Ma la gloria di Dio splende di luce imperitura nella faccia del Figlio costituito sulla casa di Dio» (A. B. Davidson). Tra il Cristo ed i più gloriosi servitori di Dio la differenza non è solamente di grado ma di essenza. Essi sono servi, egli è il Figlio di Dio; essi fanno parte della casa, egli è sopra la casa.

4. Mosè fu servitore fedele in tutta la casa di Dio. E questo uno splendido elogio per un uomo che non fu senza le sue debolezze. Cristo è modello perfetto di fedeltà. Secondo la posizione in cui Dio ci ha collocati, quel che si richiede da noi è che siamo trovati fedeli alla missione affidataci nella famiglia, nella chiesa e nella società. Fedeli non solo nella parte più gradita e facile del compito, ma fedeli in tutto il dovere nostro. Cristo fu fedele come inviato di Dio e sacerdote, anche quando si trattava di trarsi addosso l'odio dei capi, l'abbandono delle moltitudini; fu fedele fino alla morte. «il mio cibo è ch'io faccia la volontà di Colui che mi ha mandato e ch'io compia appieno l'opera sua» Giovanni 4:34.

5. La condizione per far parte della «casa di Dio» sotto il nuovo Patto è di natura tutta interna e morale. Anche quando il popolo di Dio si componeva dei discendenti di Abramo, il vero Israele, quello che rispondeva alla vocazione divina era l'Israele credente e pio. La moabita Rut o la cananea Raab ne facevano anzi parte, meglio assai di un Absalonne o di un Acab. Ma dopo Cristo, ogni condizione di nascita o di riti esterni è senza valore. «Casa di Dio» sono i credenti nel Cristo d'ogni popolo e d'ogni condizione sociale, i quali perseverano fino alla fine nel confessare la loro fede e la loro gloriosa speranza nell'adempimento delle promesse di Dio. Siano i nostri cuori la dimora di Dio. «Dimorate in me, disse Gesù ai suoi, ed io dimorerò in voi». «Se alcuno mi ama., osserverà la mia parola e il Padre mio l'amerà, e verremo a lui e faremo dimora presso lui» Giovanni 14:23.

7 Sezione II. Ebrei 3:7-4:13 ESORTAZIONE A NON PRIVARSI PER INCREDULITÀ DELL'ENTRATA NEL RIPOSO DI DIO.

«Il paragone tra Cristo e Mosè conduce naturalmente al paragone tra coloro che han ricevuto rispettivamente l'insegnamento dell'uno e dell'altro. La mancanza di fede degli Israeliti nel deserto diventa un eloquente avvertimento per i cristiani che sono in pericolo di cader nell'incredulità» (Westcott). L'autore ha esortato di già, al principio del cap 2, a prestare ascolto alla parola del Figlio; poi al 3 a ben considerare Gesù, l'inviato divino ed il gran sacerdote del popolo cristiano; egli seguita qui, coll'esortare i suoi fratelli a perseverare nella fede in Cristo se non vogliono trovarsi, alla fine, come gl'Israeliti usciti d'Egitto con Mosè, esclusi dal riposo promesso, per la loro incredulità. Nella storia del popolo di Dio, le esperienze del passato devono servire di ammaestramento a chi le ha dinanzi agli occhi; ed infatti lo scrittore apostolico non fa che seguire l'esempio di un antico Salmista il quale, dalla storia degl'Israeliti del deserto, aveva tratto per i suoi contemporanei una esortazione a non indurare il cuore quando la voce di Dio si fa sentire. Ora, Dio ha parlato bensì, anticamente, nei profeti, ma la rivelazione suprema è avvenuta nel Figlio. A coloro che hanno udito la voce del Figlio e che, seguendo il Duce della salvazione, si sono posti in cammino per la Canaan celeste, si applica con vie maggior forza l'esortazione a perseverare in fede, a non privarsi per incredulità dell'entrata nel vero riposo di Dio.

Guardatevi, dice l'autore, Ebrei 3:7-19, dall'imitare l'incredulità che escluse gli Israeliti del tempo di Mosè dal riposo loro promesso; e prosegue, Ebrei 4:1-13: La promessa del riposo di Dio sussiste anche per noi; procacciamo di entrarvi perseverando in fede e di non esporci al giudicio di Colui che scruta i cuori di tutti.

a. Ebrei 3:7-19. Non imitate l'incredulità degli Israeliti

Perciò, come dice lo Spirito Santo, «oggi, se udite la sua voce, non indurate i cuori vostri come nella irritazione, nel giorno della Tentazione nel deserto, dove i vostri padri [mi] tentarono col far prova [di me] e videro le mie opere durante quarant'anni. Perciò provai disgusto per quella generazione e dissi: Sempre sono traviati di cuore, ed essi non hanno conosciuto le mie vie; siccome durai nell'ira mia: «Non entreranno nel mio riposo».

Il perciò viene a dire: Poiché questa della perseveranza in fede è la condizione assoluta per far parte del vero popolo di Dio... non indurate il cuore come gli antichi Israeliti. Tutta la Scrittura essendo ispirata da Dio 2Timoteo 3:16 ed i santi uomini di Dio essendo mossi a parlare dallo Spirito santo 2Pietro 1:21, l'autore introduce qui un passo dell'A.T. colla formula: come dice lo Spirito S., (Cfr. Atti 2-4; discorsi di Pietro). Molti fanno della citazione una lunga parentesi, andando a cercare il verbo principale della frase a Ebrei 3:12. «Perciò, siccome dice...:guardate, fratelli...» Ma ciò non è necessario. L'autore dell'epistola, come il Salmista, rivolge la sua esortazione al popolo di Dio; è quindi naturale ch'egli, appropriandosi le parole del Salmo, ridica a sua volta ai lettori: Non indurate il cuor vostro, come i vostri padri. La citazione è tratta dal Salmi 95 il quale nella sua prima parte contiene un invito ad adorare e celebrare l'Eterno per la sua grandezza quale creator del mondo e benefattore d'Israele. «Venite, prostriamoci, umiliamoci, pieghiam le ginocchia dinanzi all'Eterno che ci ha fatti. Perocché egli è il nostro Dio e noi siamo il popolo ch'egli pasce, la greggia che la sua man conduce». Ma come un popolo fedele ubbidisce al suo re, ed una greggia docile ascolta la voce del pastore, così deve Israele mostrarsi ubbidiente all'Eterno ogni qualvolta egli parla al suo popolo. Quindi l'esortazione di Ebrei 3:7-11 che nell'ebraico suona così: «Oggi, se udite la sua voce, non indurate il vostro cuore, come a Meribah, come nel giorno di Massah nel deserto, ove i vostri padri mi tentarono, fecero prova di me ed anche videro l'opera mia (ovvero: quantunque, avessero veduta l'opera mia). Durante quarant'anni provai disgusto per questa generazione e dissi: Costoro sono un popolo di traviati di cuore, costoro non conoscono le mie vie. E, a lor riguardo, giurai nell'ira mia: Essi non entreranno nel mio riposo». L'autore cita secondo la versione dei Settanta, dalla quale si scosta solo in qualche particolare. Così, invece di «fecero prova di me», dice, secondo il testo emendato: «col far prova di me» ( εν δοκιμασια); invece di «per quarant'anni provai disgusto...,» come dirà a Ebrei 3:17 ha qui: «videro le mie opere durante quarant'anni». Non tutti traducono il v. 7b del Salmo come la LXX: ma questa versione, confermata dai più antichi commenti rabbinici, appare anche oggi ai più competenti come quella che dà il senso migliore. Se oggi udite la sua voce. Il popolo antico l'aveva udita dal Sinai, e per la bocca di Mosè; ma ogni rivelazione posteriore per mezzo dei profeti era voce di Dio Ebrei 1:1. Tuttavia i profeti stessi annunziavano per la «fine dei giorni» la venuta del rivelatore supremo di Dio, dell'Emanuel che doveva realizzare perfettamente la predizione mosaica Deuteronomio 18:15: «L'Eterno... vi susciterà... un profeta come me, ascoltatelo». La parola del Figlio è la voce che Dio ha fatto udire negli «ultimi tempi», e l'era messianica è, per eccellenza, l'oggi in cui è dato al mondo di udire la voce dell'amor di Dio. Di quella voce gli Ebrei aveano udita l'eco fedele nella predicazione evangelica.

8 Non indurate i vostri cuori. Colossesi ricusare di credere e di ubbidire a Dio, l'uomo indura il suo cuore che diventa sempre più insensibile alle celesti influenze. L'espressione mette in rilievo la responsabilità umana nel fatto morale dell'incredulità. Se è detto di Faraone che Dio gli indurò il cuore Esodo 9:12; 10:1, è detto pure molte volte che Faraone «indurò il proprio cuore», o ancora che il suo cuore «s'indurò», talchè l'atto di Dio appare semplicemente come un abbandonar Faraone alle conseguenze morali dei suoi proprii atti. Nell'Irritazione, nel giorno della Tentazione nel deserto. «Irritazione» o esacerbazione è la parola con cui i LXX hanno tradotto l'ebraico Meribah che vale contesa, disputa; «Tentazione» risponde all'ebr. Massah.

9 Si allude qui al fatto di Refidim Esodo 17:1-7, ove gl'Israeliti mormorarono, contesero con Mosè e tentarono Iddio provocando la sua pazienza,. ponendo in dubbio la sua presenza in mezzo al popolo, e quasi sfidandolo a punire la lor rivolta. Il luogo fu perciò chiamato da Mosè, Massa e Meriba. Un fatto consimile è ricordato alla fine dei quarant'anni del deserto, quando Israele era in Kadesh Numeri 20; ma siccome, nel Salmo, il giudicio che colpì gl'Israeliti durante i 40 anni è conseguenza del l'aver tentato Iddio, l'allusione va riferita al fatto di Refidim successo nei primi tempi dopo l'esodo. D'altronde quell'episodio è citato come saggio delle disposizioni manifestate in tante altre occasioni, come ad es. nell'adorazione del vitello al Sinai, nella rivolta cui diede luogo il rapporto delle spie mandate in Canaan Numeri 14, nel fatto di Kadesh etc.

10 Sempre il popolo si mostrò, nella sua maggioranza traviato di cuore, incapace di conoscere le vie di Dio, d'intendere cioè i suoi disegni, di amare e di praticare la sua volontà. Per le opere di Dio, vedute durante quarant'anni, si hanno da intendere i giudicii esercitati ripetutamente da Dio sul popolo di collo duro uscito di Egitto, «i cui cadaveri caddero nel deserto» Ebrei 3:17, la cui condotta ingrata e ribelle provocò, un sentimento di avversione, di disgusto, nel cuore del loro Benefattore.

11 Ad una tal condotta fa riscontro (siccome giurai) il giuramento di Dio, ricordato Numeri 14:21-23; 32:10-11; Deuteronomio 1:35, che esclude la generazione ribelle dall'entrata nel «riposo» di lui. Dai passi ora citati, come pure da Deuteronomio 12:9, risulta che per il riposo di Dio si ha da intendere anzitutto il paese di Canaan. Il «buon paese» promesso da Dio, ove Israele doveva trovar riposo dopo i travagli della terra di servitù ed il lungo pellegrinaggio del deserto. «Voi, dice Mosè, non siete finora entrati nel riposo, nell'eredità che, Geova l'Iddio vostro vi dà». Che poi il possesso della Canaan terrestre non sia il riposo perfetto destinato al popolo di Dio, l'autore non si sofferma per ora a mostrarlo, bramoso com'egli è di ribadir subito, per i suoi fratelli, l'esortazione del Salmista a non indurar il cuore.

12 Guardate, fratelli, che talora non vi sia in alcuno di voi un cuor malvagio d'incredulità nel ritrarvi dall'Iddio vivente; anzi esortatevi gli uni gli altri quotidianamente finchè l'«oggi» è nominato, acciocché niuno fra voi sia indurato per inganno del peccato.

Per evitare l'induramento del cuore e le sue funeste conseguenze, conviene aprir gli occhi in tempo per esaminare sè stesso e per vegliare sui fratelli. In alcuno di voi è espressione caritatevole. L'A. non vuole supporre che siano molti i lettori avviati all'apostasia, e d'altra parte trattandosi di creature che hanno un valore infinito, bisogna vegliare sopra ciascun fratello. Un cuor malvagio di incredulità è un cuore che rivela la sua malvagità nel negar fede alla parola di Dio conosciuta; in ispecie alle promesse di Dio adempiute o da adempiersi in Cristo; e questa incredulità perversa la traduce in atto col ritrarsi, coll'apostatare ( αποστηναι) dall'Iddio vivente. L'apostasia dall'Iddio ch'è la sorgente e la pienezza della vita, ch'è vivente per indagare Ebrei 4:12-13, per salvare e per perdere Ebrei 10:31, prima d'essere un atto esterno, è uno stato morale in cui l'animo invece di aspirare a Dio, di avvicinarsi a lui, se ne tien lontano e prova ripugnanza per esso. Un tale stato ha la sua radice nell'incredulità di fronte alle promesse come di fronte alle minaccie divine. La incredulità a sua volta non viene dalla testa ossia dalle difficoltà intellettuali, bensì dal cuore ch'è quanto dire dalle più intime e fondamentali disposizioni morali dell'uomo. Un «cuore onesto e buono», ecco, secondo l'insegnamento di Gesù, il terreno adatto per ricevere la parola di Dio e farla fruttificare. «Questa, dice egli, è la crisi, che la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno amato (sempre il cuore) le tenebre più che la luce, perchè le loro opere erano malvagie» Giovanni 3:19-21.

13 Per allontanare il pericolo di una graduale apostasia, devono gli Ebrei esortarsi a vicenda. L'esortazione comprende l'incoraggiamento a perseveranza, e l'avvertimento fraterno dato a chi si lascia trascinare dal male. L'esortazione ha da esser cosa di tutti e di tutti i giorni, perchè giornaliere sono le seduzioni del peccato, perchè bisogna ovviare al male fin dalle sue prime manifestazioni, ed il tempo utile può esser molto breve. Perciò aggiunge: Finchè l'oggi è nominato, finchè, cioè dura l'economia della grazia, finchè la voce di Dio chiama gli uomini alla salvazione. Si tratta d'impedire che alcuno sia indurato per inganno del peccato. Il peccato è qui rappresentato come una potenza malefica intenta ad ingannare, a sedurre il credente promettendogli pace e felicità lungi da Dio, nascondendogli le funeste conseguenze dell'apostasia da Cristo, ed insinuandosi nel suo cuore sotto le parvenze più plausibili. Niuno quindi può presumere di non aver bisogno dell'esortazione del fratello per farlo avvertito del pericolo, e niuno deve negare al fratello un avvertimento che può essergli salutare.

14 Perocché siamo divenuti partecipi di Cristo, se pure la salda fiducia con cui abbiamo principiato, noi la riteniamo ferma fino alla fine, mentre vien detto: «Oggi, se udite la sua voce, non indurate i vostri cuori come nell'irritazione».

Sopra la necessità della perseveranza, in fede l'autore non si stanca d'insistere, ripetendo qui, in altra forma, il pensiero già espresso in Ebrei 3:6. Il greco μετοχοι (partecipi) unito qui con un nome di persona può rendersi, come Ebrei 1:9, compagni, consoci. Chi l'interpreta così, intende «siamo divenuti i compagni di Cristo, i consoci suoi per dividerne la sorte nel presente e nell'avvenire, se pur...» Pare però più semplice l'attenersi al senso ordinario Ebrei 3:1; 6:4; 12:8 partecipi di Cristo; partecipi, cioè, di tutti i beni presenti e futuri ella salvazione di cui egli è la fonte, e di cui gode chi dimora in lui. Ma questa del perseverare fino alla fine è condizione assoluta Matteo 10:22. L'espressione την αρχην της ὑποστασεως (lett. il principio della salda fiducia) è stata intesa in varie guise. La Vulgata reca «initium substantiae ejus», la quale aggiunta dell'eius (di lui) non occorre che nel solo codice Alessandrino. Diodati traduce: «il principio della [nostra] sussistenza», che verrebbe a significare «la fede in Cristo per la quale noi sussistiamo e siamo rinati» (Primasius). Ma quando si tenga conto della analogia, del nostro versetto col 6, si dovrà dare alla parola ipostasi il senso morale di salda fiducia che ha nella LXX (Salmi 37:7 ecc.), nel greco ellenistico, ed anche nel N.T. 2Corinzi 9:4; 11:17 per non parlare di Ebrei 11:1. Il principio quindi va inteso, non nel senso etico di fondamento, ma in quello temporale di cominciamento. I credenti Ebrei avevano esordito bene nella carriera cristiana; la loro primiera fede li aveva fatti capaci di sopportare vituperii e perdita di beni Ebrei 6:10; 10:32 per il nome di Cristo. Quel bel principio si tratta di tenerlo fermo perseverando fino alla fine nella salda fiducia dimostrata nei primordii. Cotesta «fine» poi, per gl'individui potrà esser la morte, ma per la chiesa è la venuta del Signore che porrà termine al tempo della grazia chiamato nel Salmo l'oggi in cui si fa udir la voce divina.

15 Teniamo fermo, dice l'autore, mentre vien detto: Oggi ecc., mentre dura il tempo della grazia ch'è in pari tempo, per il credente il tempo della prova e del pericolo. Altri intende: Riteniamo fermamente... poiché vien detto, o in omaggio a quanto è detto nel Salmo: «Oggi se udite... non indurate...» Ad ogni modo, il v. 15 va connesso con quel che precede e non con quel che segue.

16 Il pericolo di finir male dopo aver principiato bene non è una illusione. La storia dell'antico Israele n'è la prova evidente. Essi avevano prestato ascolto all'invito di uscir di Egitto per andare in Canaan, e si erano in massa e con grande slancio avviati sotto alla guida di Mosè verso il paese della promessa; ma poi pochissimi fra gli adulti vi giunsero e ciò perchè, non perseverarono nella fede in Geova, e lo provocarono colle loro ribellioni. Solenne esempio per il popolo di Dio di tutti i tempi

Chi furono infanti coloro che, dopo avere udito [lo] irritarono? Non furono eglino tutti coloro ch'erano usciti d'Egitto per opera, di Mosè?

Gli antichi accentando τι ες (alcuni) hanno intesa la frase come una affermazione: «Alcuni lo irritarono... ma non tutti...» Quidam enim... exacerbaverunt, sed non universi... (Vulg.). Il senso è fiacco come riconosce anche il Curci, e non rispondente alla storia la quale ci attesta che tutta la generazione adulta uscita d'Egitto ad eccezione solamente di Giosuè e Caleb, cadde nel deserto per i suoi peccati. Questa totalità non potrebbe designarsi colla parola alcuni. L'avvertimento è tanto più solenne in quanto che, non alcuni soltanto, ma tutto il popolo, dopo essersi avviato alla volta della terra promessa, scosso dalle difficoltà e sedotto dal peccato, non giunse alla mèta.

17 E chi sono coloro ch'egli ebbe in disgusto durante quarant'anni: Non furono essi coloro che peccarono, i cui cadaveri caddero nel deserto?

Il peccato non combattuto, anzi rinascente in ogni occasione, fu la causa del giudicio che li colpì.

18 Ed a cui giurò egli che non entrerebbero nel suo riposo, se non a coloro che furono disubbidienti? E noi vediamo che non vi poterono entrare a cagione dell'incredulità.

La Vulg. seguita da Diodati traduce nel v. 18 «... se non a quelli che furono increduli»; ma il greco significa «che furono disubbidienti» o ribelli: s'intende: alla parola di Dio. Il peccato degl'Israeliti è caratterizzato da parole che lo presentano sotto tre aspetti diversi: irritarono Dio, coi loro mormorii, peccarono, ossia fallirono il segno venendo meno all'alta loro vocazione, disubbidirono alla parola di Dio che tracciava loro la via da seguire. La radice del peccato sotto le sue varie forme è sempre l'incredulità, la mancanza di fede nel Dio delle promesse, nella sua fedeltà, nella sua bontà, nella sua sapienza, e nella sua potenza. Quale avvertimento esce dalla storia degl'Israeliti per coloro che hanno ben principiato il pellegrinaggio cristiano, col credere in Cristo, ma sono ora tentati di tornare indietro!

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