Commentario abbreviato:

Ebrei 4

1 Capitolo 4

Si esorta ad avere un timore umile e prudente, per evitare che, a causa dell'incredulità, qualcuno venga a mancare il riposo promesso Ebr 4:1-10

Argomenti e motivi di fede e speranza nel nostro approccio a Dio Ebr 4:11-16

Versetti 1-10

I privilegi che abbiamo sotto il Vangelo sono maggiori di quelli che avevamo sotto la legge di Mosè, sebbene lo stesso Vangelo sia stato predicato in sostanza in entrambi i Testamenti. In tutte le epoche ci sono stati molti uditori non proficui; e l'incredulità è alla base di ogni infruttuosità della Parola. La fede nell'uditore è la vita della parola. Ma è una conseguenza dolorosa di una parziale negligenza e di una professione poco rigorosa e vacillante, che spesso fanno sembrare gli uomini poco produttivi. Cerchiamo quindi di essere diligenti, per avere un ingresso chiaro nel regno di Dio. Come Dio ha terminato la sua opera e poi si è riposato, così farà sì che coloro che credono finiscano la loro opera e poi godano del loro riposo. È evidente che per il popolo di Dio rimane un sabato più spirituale ed eccellente di quello del settimo giorno o di quello in cui Giosuè condusse gli ebrei. Questo riposo è un riposo di grazia, di conforto e di santità nello stato del Vangelo. E un riposo nella gloria, dove il popolo di Dio godrà del fine della sua fede e dell'oggetto di tutti i suoi desideri. Il riposo, o sabbatismo, che è oggetto del ragionamento dell'apostolo e per il quale conclude che resta da godere, è senza dubbio il riposo celeste, che resta al popolo di Dio, e si contrappone a uno stato di lavoro e di problemi in questo mondo. È il riposo che otterranno quando il Signore Gesù apparirà dal cielo. Ma coloro che non credono non entreranno mai in questo riposo spirituale, né di grazia qui né di gloria nell'aldilà. Dio ha sempre dichiarato che il riposo dell'uomo è in lui, che il suo amore è l'unica vera felicità dell'anima e che la fede nelle sue promesse, attraverso il Figlio, è l'unico modo per entrare in questo riposo.

11 Versetti 11-16

Osservate il fine proposto: il riposo spirituale ed eterno; il riposo della grazia qui e della gloria nell'aldilà; in Cristo sulla terra, con Cristo in cielo. Dopo il dovuto e diligente lavoro, seguirà un riposo dolce e soddisfacente; e il lavoro di adesso renderà quel riposo più piacevole quando arriverà. Lavoriamo e stimoliamoci a vicenda a essere diligenti nel dovere. Le Sacre Scritture sono la parola di Dio. Quando Dio la diffonde con il suo Spirito, essa convince con forza, converte con forza e conforta con forza. Fa sì che un'anima che è stata a lungo orgogliosa diventi umile; e uno spirito perverso sia mite e obbediente. Le abitudini peccaminose, che sono diventate per così dire naturali per l'anima, e radicate profondamente in essa, vengono separate e tagliate da questa spada. Scoprirà agli uomini i loro pensieri e i loro propositi, le nefandezze di molti, i cattivi principi da cui sono mossi, i fini peccaminosi che perseguono. La parola mostrerà al peccatore tutto ciò che c'è nel suo cuore. Teniamo ferme le dottrine della fede cristiana nella nostra testa, i suoi principi vivificanti nel nostro cuore, la sua aperta professione sulle nostre labbra, e siamo soggetti ad essa nella nostra vita. Cristo ha svolto una parte del suo sacerdozio sulla terra, morendo per noi; l'altra la svolge in cielo, perorando la causa e presentando le offerte del suo popolo. Per la Sapienza infinita era necessario che il Salvatore degli uomini fosse uno che avesse i sentimenti che nessun altro essere, se non un compagno di vita, potrebbe mai avere; e quindi era necessario che sperimentasse tutti gli effetti del peccato che possono essere separati dalla sua effettiva colpa. Dio mandò il proprio Figlio a somiglianza di carne di peccato, Ro 8:3; ma quanto più era santo e puro, tanto più doveva essere riluttante nella sua natura al peccato e doveva avere un'impressione più profonda del suo male; di conseguenza, tanto più doveva preoccuparsi di liberare il suo popolo dalla sua colpa e dal suo potere. Dovremmo essere incoraggiati dall'eccellenza del nostro Sommo Sacerdote a venire con coraggio al trono della grazia. Misericordia e grazia sono le cose che vogliamo: misericordia per perdonare tutti i nostri peccati e grazia per purificare le nostre anime. Oltre alla nostra dipendenza quotidiana da Dio per i rifornimenti attuali, ci sono stagioni per le quali dobbiamo provvedere nelle nostre preghiere: i tempi di tentazione, sia per le avversità che per la prosperità, e soprattutto il tempo della morte. Dobbiamo venire con riverenza e timore divino, ma non come trascinati al seggio della giustizia, bensì come gentilmente invitati al seggio della misericordia, dove regna la grazia. Abbiamo il coraggio di entrare nel luogo più santo solo grazie al sangue di Gesù; egli è il nostro avvocato e ha acquistato tutto ciò che le nostre anime vogliono o possono desiderare.

Commentario del Nuovo Testamento:

Ebrei 4

1 b. Ebrei 4:1-13. La promessa del riposo di Dio sussiste sempre; procuriamo di entrarvi per fede

L'esortazione è resa più stringente, in quest'ultima sua parte, col mostrare che la promessa del riposo di Dio, di cui parla il Salmi 95, sussiste sempre e ch'essa è stata annunziata agli Ebrei dell'oggi come lo era stata sotto una forma più esterna, all'Israele antico. Tanto più devono essi procacciare l'entrata nel vero riposo di Dio, ricordando la sorte toccata agl'Israeliti ed avendo presente che il contatto colla Parola di Dio è sempre per l'uomo cosa seria e decisiva.

Questi versetti non sono fra i più facili; dell'epistola, a motivo della concisione del ragionamento, nel quale sono sottintesi taluni concetti aventi importanza come anelli di congiunzione. Per altro il pensiero generale dell'autore è chiaro e più lo si considera, e più appare profondo e ricco di consolazione

Temiamo adunque che talora, poiché resta una promessa di entrar nel riposo di esso, alcuno di voi non paia esser rimasto indietro.

L'esempio del popolo uscito d'Egitto e perito in sì gran numero nel deserto, a cagione della sua incredulità, è tale da ispirare a tutti un salutare timore. «Compiete la vostra salute, dice Paolo, con timore e tremore...» Della fedeltà di Dio alle sue promesse non c'è da dubitare; il pericolo sta in noi, nella nostra incredulità. Quanto a Dio, l'infedeltà dell'Israele del deserto non ha mutato i suoi disegni misericordiosi riguardo al suo popolo eletto, ne riguardo all'umanità. «Se noi siamo infedeli, Egli rimane fedele; non può rinnegar sè stesso». Fin da quando Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza, egli lo destinava ad essere il re della creazione terrestre, lo voleva esente dal dolore e dalla morte, felice nella comunione col suo Padre e dividendo con esso la beatitudine di quel Riposo nel quale Dio entrò dopo la creazione, riposo che non esclude una feconda attività.

L'uso perverso della libertà morale venne a privar l'uomo della corona destinatagli. Non per questo abbandonò Iddio il suo proponimento e quel che l'uomo perdette col primo Adamo gli è nuovamente offerto in Cristo ch'è il secondo Adamo. Unito ad esso, l'uomo può raggiungere il suo ideale, riacquistare il dominio del mondo rinnovato, essere liberato dalla morte e dai terrori che l'accompagnano, ed entrare nel riposo di Dio. In Cristo è restituito all'uomo il paradiso perduto, anzi il paradiso vero e perfetto. Il pacifico possesso della terra di Canaan non poteva essere quindi che una imperfetta immagine e come un'arra, del riposo destinato da Dio al suo popolo in quella «patria migliore ch'è la celeste» Ebrei 11:16. Quindi e che, anche dopo l'entrata in Canaan della nuova generazione israelitica sotto Giosuè, anche dopo la prosperità e la pace del regno d'un Salomone la promessa del riposo brilla in alto sull'orizzonte del popolo di Dio ed accenna ad una perfezione, ad una beatitudine che la terra del peccato non può dare. Se non esplicitamente, certo implicitamente, la promessa del riposo, trovasi ripetuta nel Salmi 95. A che preannunziare che la voce di Dio si farà sentire ancora al suo popolo? a che supplicarlo di non indurare il cuore come i suoi antenati del deserto, se Dio avesse lasciato cader la sua promessa, se avesse abbandonato il suo proponimento di grazia, se la nuova rivelazione di Dio non fosse una Buona Novella? D'altronde il miglior commento al Salmo, gli Ebrei l'avevano avuto nella venuta di Gesù. «Venite a me, aveva egli detto, voi tutti che faticate e siete carichi ed io vi darò riposo. Togliete il mio giogo su di voi... e troverete riposo alle anime vostre» Matteo 11:28-29. Col suo Evangelo, Cristo avea messo in luce la vita e l'immortalità, e dato alla nozione del riposo promesso tutta la sua profondità e completezza. Secondo il Vangelo, il riposo di Dio non e ne esclusivamente spirituale né esclusivamente materiale. L'uomo è spirito e corpo e come tale ha da godere del riposo promesso. L'entrar nel riposo, comprende il giungere, dopo molto brancolar nella penombra, alla piena luce della conoscenza, il giungere, attraverso alle angoscie del pentimento ed alle lotte della santificazione alla perfetta pace, alla perfetta santità ed all'amore perfetto; il giungere dopo i dolori e le fatiche della carriera vissuta nel corpo terreno e debole, là dove non ci sono più né peccato, né pene, né lagrime, né morte, ove al corpo corruttibile è sostituito l'incorruttibile e glorioso.

Come tante altre istituzioni antiche trovano la loro perfezione e la loro eterna realtà in Cristo, così la trova l'istituzione del Sabato nel riposo che «resta per il popolo di Dio». Ed è notevole che la teologia giudaica avesse avuto di questo fatto un chiaro presentimento. Così Elijahou Rabba dice sul Salmi 92:1: «il Sabato qui indicato è quel Sabato che darà requie dal peccato che or regna nel mondo; è il settimo giorno della storia del mondo a cui terrà dietro il post-sabato del mondo avvenire ove non sarà più morte né peccato, né punizione di peccato, ma solo il godimento della sapienza e conoscenza di Dio».

L'ultima frase del v. 1 ha dato luogo a varie interpretazioni. Alcuni traducono: «Temiamo che talora alcuno di voi s'immagini esser giunto troppo tardi», stimando ormai tramontata la promessa fatta anticamente. Di una siffatta ansiosa preoccupazione non si trova però traccia nel contesto. Piuttosto si vede che l'autore combatte la tendenza al rilassamento, alla negligenza, all'incredulità in gente che ben conosce l'esistenza delle promesse di Dio avendole udite annunziare, ma corre pericolo di non curarsene. Meglio quindi rendere «...che alcuno di voi non paia (o non risulti) esser rimasto addietro». Il v. δοκειν può infatti significare «parere», e può rivestire anche il senso più giuridico di «apparire», di «esser trovato». o come diremmo per esprimere il risultato evidente di una inchiesta, «risultare». Temiamo, direbbe l'autore, che talora quando verrà fatto dal supremo giudice l'esame finale, alcuno di voi risulti esser rimasto indietro, non aver raggiunta la mèta, per difetto di perseveranza in fede. La promessa del riposo sta dinanzi a noi più chiara e più completa di quel ch'ella fosse per gl'Israeliti antichi.

2 Perocchè a noi, come a coloro, è stata annunziata la buona novella.

Il greco dice: siamo stati evangelizzati, applicandosi la parola così alla promessa di Canaan fatta ad Israele (con tutto ciò ch'ella implica), come alle promesse del Vangelo della salvezza udite dai lettori dell'epistola. Il privilegio della conoscenza della Parola di Dio gli Ebrei l'hanno goduto; a loro sta di giovarsene meglio dei loro antenati.

Ma a quelli non giovò la parola udita, non essendo stata assimilata per fede da quelli che l'avevano udita.

Il ricevere una buona novella non giova se a quella il cuore non presta fede. Agli Israeliti non era stato di alcuna utilità pratica la promessa di Canaan, poiché non avendola essi ricevuta con fede viva e perseverante, erano caduti nel deserto. La versione che diamo della 2a parte del versetto risponde al testo Tischendorf, Nestle 4a ediz., ed ordinario, il quale poggia sul codice Sinottico e sulle due antiche versioni siriaca e latina (Itala e Vulgata). Ma varie edizioni critiche (Lachmann, Tregelles, Hort), dànno la preferenza alla lezione dei Codd. A B C D (σνγκεκερασμενους invece di μενος ). Però la difficoltà di trovare un senso plausibile a questa lezione induce a credere ad una corruzione molto antica del testo. Cosa, infatti significherebbe il «non essendo essi uniti per fede con quelli che avevano udito», quando cotesti uditori sono gli stessi che rifiutaron di credere? Colossesi testo del Sinottico adottato da Tischendorf, B. Weiss, Westcott, Nestle 4a ed., etc., ci troviamo dinanzi ad un'immagine ardita ma piena di verità, con cui la parola di Dio udita è paragonata al cibo il quale, per giovare al corpo, ha da essere ricevuto dalla bocca e assimilato, assorbito dagli organi digestivi così da diventar sangue e vita e forza della persona. Così, per opera della fede, ha da essere la parola della salvazione «mescolata», intimamente unita con l'essere nostro spirituale, incorporata in esso come traduce Diodati, od assimilata da esso, onde diventare vita e forza ed allegrezza del cuore. Con analoga figura Gesù chiamò se stesso il «pane della vita», dicendo: «Chi mangia questo pane viverà in eterno». «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna» Giovanni 6:51-58; mentre prima avea detto, senza figura: «Chi crede ha vita eterna» Giovanni 6:47. Altri rendono: «perchè non con giunta colla fede in coloro che l'udirono»; l'idea resta la stessa, ma questo «in coloro» manca nel testo.

3 Infatti noi che abbiamo creduto «entriamo nel riposo» siccome disse: «Come giurai nell'ira mia: Non «entreranno nel mio riposo», sebbene le opere fossero state fatte fin dalle fondazione del mondo. La Scrittura infatti dice, in qualche luogo, circa il settimo giorno: «E Dio si riposò nel settimo giorno di tutte le opere sue». E di nuovo in questo luogo: «Non entreranno nel mio riposo». Poiché dunque è riservato ad alcuni di entrare in esso e coloro a cui fu prima annunziata la buona novella non vi entrarono per la [loro] disubbidienza, egli determina di nuovo un certo giorno «oggi», dicendo in Davide, dopo tanto tempo, come è stato innanzi detto: «Oggi, se udite la sua voce, non indorate i vostri cuori». Difatti, se Giosuè li avesse introdotti nel riposo, non avrebbe parlato più, dopo ciò, di un altro giorno. Rimane, per conseguenza, un riposo sabbatico per il popolo di Dio. Poiché chi è una volta «entrato nel riposo di esso», si riposa anche lui delle sue opere come Iddio dalle proprie.

Per intendere il ragionamento dell'autore conviene considerarlo nel suo insieme, non scinderlo in parti minute. Per giungere alla conclusione che un riposo sabbatico è riservato al popolo di Dio e che i credenti vi entrano, egli parte dal fatto costatato in Genesi 2, che Dio quando ebbe compiuta la creazione «si riposò al settimo giorno di tutta l'opera sua». Quel fatto gli dà la chiave del contenuto consolante della promessa del riposo che Dio, nella sua bontà, farà brillare dinanzi al suo popolo in epoche successive. Quel riposo sarà simile a quello di Dio. Sarà per la settimana della vita terrena travagliata quel che il sabato, per quanto imperfetto, e per ogni settimana di fatica. Chi vi entrerà si riposerà delle opere sue a somiglianza di quel che fece e fa Iddio (Cf. Apocalisse 14:13). Perciò quel riposo è chiamato con parola unica, un sabbatismo, cioè un riposo sabbatico. Diecine di secoli dopo la creazione, e quando Dio richiamò in vigore l'istituzione del Sabato, Dio promise al popolo che si era scelto di condurlo nel paese del riposo di cui Canaan era la figura e l'arra ad un tempo; ma il popolo uscito d'Egitto, per la sua disubbidienza ed incredulità, rimase escluso dal riposo promesso. Vero è che Giosuè introdusse la seconda generazione degli Israeliti in Canaan; ma non si può dire che li abbia introdotti nel «riposo di Dio», perchè le condizioni in cui avvenne la conquista, lo stato morale ed esterno del popolo dopo di essa fanno vedere che Israele era lungi dall'esser giunto al riposo di Dio. Difatti nessun riposo meramente terreno, può rispondere all'ideale del riposo di Dio. La promessa era ella dunque caduta? No, risponde lo scrittore dell'Epistola, essa sussiste sempre e lo prova il Salmi 95. scritto da un uomo ispirato, molti secoli dopo l'Esodo e dopo la conquista, e dove si preannunzia una nuova rivelazione di Dio, si esorta il popolo a non privarsi per incredulità, come aveano fatto anticamente, dell'entrata del riposo di Dio. Questo implica che Dio non ha ritirata, la promessa e che i credenti sono quelli che entrano effettivamente nel «riposo di Dio». La nuova rivelazione annunziata e avvenuta per opera del Figlio; il tempo di grazia chiamato «in David» ossia nel Libro dei salmi, oggi, è l'epoca che si estende dalla prima alla seconda venuta di Cristo; coloro che credono al Vangelo sono quelli che formano il vero popolo di Dio, poiché l'essere discendenti carnali di Abramo è cosa esterna, mentre la promessa è per quelli che imitano la fede e la pietà del patriarca (cf. Romani 4; 9:6-8). Qui sta la. radice dell'universalismo del Nuovo Patto; l'epistola non ne tratta perchè l'argomento resta fuori del suo piano, ma lo presuppone dovunque quando fa, della fede la condizione assoluta ed unica per aver parte ai beni della salvazione. Si cfr. Galati 6:16 «l'Israele di Dio»; Filippesi 3:3: «Noi siamo il popolo dei circoncisi, noi che serviamo in ispirito a Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù»; Colossesi 2:11; 1Pietro 2:5-10: «Già non eravate popolo, ma ora siete popolo di Dio».

11 Poiché rimane la promessa di un beato riposo sabbatico per il popolo di Dio, si tratta, di approfittarne con ogni diligenza.

Studiamoci adunque di entrare in quel riposo acciocchè alcuno non cade nella stessa disubbidienza di cui quelli diedero esempio.

Aveva detto temiamo, dice ora studiamoci. Il temere e lo studiarsi sono due manifestazioni di una medesima legittima preoccupazione. Studiamoci ( σπουδασωμεν) viene a dire: «adopriamoci con ogni diligenza», «facciamo quanto sta in noi» e caratterizza, l'ardore, lo zelo di chi è deciso a perseverare in fede, nonostante le persecuzioni o gli allettamenti della carne e del mondo, per giungere al beato riposo di Dio. È l'opposto della noncuranza incredula, della, pigra indifferenza. La 2a parte del v. 11 dice letteralmente: Acciocchè alcuno non cada nello stesso esempio di disubbidienza. Alcuni prendono il cadere in senso assoluto interpretando: acciocchè alcuno non cada, seguendo un medesimo Esempio o dando un medesimo Esempio di disubbidienza. Ma siccome è frequente la locuzione cadere in ( πιπειν εν...), è più semplice intendere che i disubbidienti all'Evangelo cadono in una disubbidienza analoga a quella di cui gli Israeliti antichi avevano dato il fatale esempio.

12 Il venire a contatto colla parola di Dio determina sempre una crisi morale nella vita dell'uomo; perchè l'attitudine che l'uomo prende di fronte a Dio decide della sua sorte eterna. Guardiamo adunque come riceviamo la parola evangelica annunziataci.

Perciocchè la parola di Dio è viva ed operosa e più tagliente di qualunque spada a due tagli, e penetrante tanto da far la sezione dell'anima e dello spirito, delle giunture come delle midolle, e capace di giudicare dei sentimenti e dei pensieri del cuore.

La parola di Dio non è il Verbo personale di cui parla S. Giovanni nel suo Vangelo (cap. I). Il Figlio è, nella nostra epistola, il rivelatore, l'apostolo della parola di Dio. Ma siccome la parola e l'espressione della mente e del cuore di Dio, essa viene descritta come possedendo gli attributi stessi di Colui ch'essa rivela e da cui emana. Personificazioni siffatte s'incontrano nell'A.T. Isaia 55:10-11; Salmi 29. La parola di Dio è viva o vivente, perchè tutta vibrante della forza di Colui ch'è il Vivente, ben diversa quindi dalla lettera morta e vana. Ricevuta con fede comunica vita nuova; respinta, reca la morte. È operosa, piena di quella energia di attività ch'è la manifestazione della vita. Veicolo della volontà di Dio. essa è ora parola creatrice, ora parola conservatrice, ora parola salvatrice, od anche indagatrice e punitrice. Qui si allude piuttosto a queste ultime energie operose della parola, come lo indicano i due attributi che seguono, e che esprimono una delle forme in cui rivelasi l'attività della parola. È chiamata tagliente e penetrante perchè indaga l'uomo fino al fondo più remoto dell'esser suo. Il paragone colla spada s'incontra così nell'A.T. come nel Nuovo (Cfr. Salmi 64:3; Efesini 6:17; Apocalisse 1:16). Come gl'istrumenti più acuti e più taglienti penetrano non solo nelle carni, ma servono a sezionare il corpo umano in tutte le sue parti, così da svelarne la struttura e la natura agli occhi dell'anatomico, così la parola della verità procedente da Dio penetra nell'essere spirituale e giunge a far la sezione dell'anima e dello spirito, cioè a investigare e scoprire in ogni sua, parte l'uomo interno. L'anima e l'elemento inferiore dell'uomo interno, la sede della vita naturale, degli affetti e delle sensazioni. Lo spirito ( πνευμα) è l'elemento superiore dell'uomo interno, la sede della vita morale e religiosa. Mentre lo spirito è il nesso che unisce l'uomo a Dio e lo spinge in alto, l'anima ed il corpo sono il nesso con il mondo sensibile e connettono l'uomo con esso. La distinzione fra cotesti elementi è però fatta di rado nel l'insegnamento di Gesù e degli apostoli. Cfr. 1Tessalonicesi 5:23. Una parte degli interpreti intendono μερισμος (divisione) nel senno di «punto di separazione» fra l'anima e lo spirito; ma il senso attivo della parola (il dividere, il far la sezione) è da preferirsi. Le parole che seguono: così delle giunture come delle midolle. sorprendono se le si vogliono intendere delle giunture e midolle del corpo. In tal caso non si vede bene in che avrebbe a consistere questa attività della indagatrice parola di Dio nelle membra, né perchè sarebbe qui aggiunta dopo l'altra più profonda che si esercita nell'essere spirituale. Ma non sorprendono se vi si vede una figura intesa a descrivere la potenza investigatrice della parola di Dio fino «nelle sottili articolazioni dell'essere spirituale e nella più intima natura e sostanza di esso». Nel fare l'anatomia del corpo ci vuole scienza e abilità pratica nel trovare le articolazioni e nel penetrarvi col coltello, e ognun sa che le midolle che sono protette dalle ossa rappresentano le parti più delicate e più recondite dell'organismo umano. La parola di Dio ha la virtù di penetrare fino in fondo alla complicata natura spirituale dell'uomo per far l'anatomia completa dell'anima e dello spirito. Né scopre solamente, ma è capace di giudicare i senti»tenti ed i pensieri del cuore. S'intende che ne discerne e rivela la natura morale vera, così come appare agli occhi del Dio di santità. Non si tratta dunque, vuol dire l'autore, di pigliarsi a gabbo la parola divina, poiché come svelò e condannò i sentimenti d'incredulità e di ribellione degli Israeliti, così scopre e svela e giudica ogni inclinazione del cuore nostro a incredulità, a trascuranza od a mondanità di fronte all'Evangelo che ci offre il riposo di Dio.

13 Nel v.13 la mente dell'autore passa (transito facilissimo) dalla parola vivente e indagatrice di Dio a Dio stesso. Non è soltanto l'interno dell'uomo ch'è come un libro aperto dinanzi a Lui; ma sono tutte le creature senza eccezione.

E non vi è creatura alcuna che sia occulta dinanzi a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte agli occhi dì colui al quale dobbiamo render conto.

Dio vede tutte le cose come sono in realtà, né c'è mezzo alcuno artificiale, infingimento od ipocrisia che gli possa nascondere il vero essere d'una creatura. La parola che rendiamo scoperta è adoperata in sensi diversi. Il sostantivo da cui deriva significa collo, ma il verbo ( τραχηλιζω) significa talvolta prostrare una persona tenendola pel collo curva all'ingiù. Altre volte significa rovesciare all'indietro la testa, per es. ai malfattori esposti alla berlina, od anche tosare il collo a un'animale da sgozzare. Il senso generale «scoprire» si connette con questi ultimi usi del verbo. La creatura è intieramente nelle mani di Dio, né ha il potere di nulla nascondere agli occhi di colui al quale l'uomo è responsabile di tutta la sua vita. Si può tradurre anche in modo alquanto più generico: «con cui abbiam che fare».

Ammaestramenti

1. Chi ben comincia è alla metà dell'opera; ma, sia pur sincera la conversione che segna l'entrata nella carriera cristiana, essa non e che il punto di partenza per la Canaan celeste. Sia pur fervente com'era stato quello degli Ebrei il nostro primo amore, esso non segna che il primo stadio del viaggio ed abbiam bisogno di perseverare fino alla fine, avanzando passo passo, sulla via della santificazione. L'uomo vecchio non muore in un giorno in noi, il mondo ci circonda tuttodì dei suoi allettamenti o della sua inimicizia, Satana ritorna all'assalto con tutti gli inganni del peccato. Vegliamo dunque sul nostro proprio cuore affin di mantenerci saldi nella ferma, fiducia in Cristo colla, quale abbiamo principiato la carriera. La fede sarà la nostra vittoria, sul mondo e sul peccato. Temiamo di rimaner esclusi dal riposo di Dio. C'è un timore che si associa bene colla fede e che ritroviamo in uomini come l'apostolo Paolo; il timore, come dice Chalmers, non che le promesse di Dio vengano meno, ma che noi veniamo meno nella fede in esse; non che Dio manchi alla sua fedeltà, ma che noi scadiamo dalla fede, timore salutare che ci sospinge verso la fede e ci fa sospirare: Preservami, Signore, dalle vane sicurezze della terra e da ogni orgogliosa fiducia in me stesso, poiché tu resisti ai superbi. La mancanza di vigilanza, e la prosunzione sono la via che conduce alla ruina.

E sforziamoci di entrar nel riposo di Dio, poiché senza uno sforzo morale costante da parte nostra, siamo in pericolo di restare a mezza strada. Stanno ad ammonirci la storia degli Israeliti usciti d'Egitto sotto la guida di Mosè, la storia delle chiese dei tempi apostolici e la storia di tutti i risvegli religiosi fino ai nostri giorni. Quanti che partirono a vele gonfie e finirono col far naufragio!

2. Mentre abbiamo il dovere di vegliare su di noi medesimi non possiamo disinteressarci dello stato spirituale dei nostri fratelli, specialmente se li vediamo ritirarsi per incredulità dal Dio vivente.

Da ciò il dovere non facile della mutua esortazione Ebrei 3:13, che richiede coraggio e tatto non poco. Essa dev'esser fatta non dai soli conduttori, ma da tutti i fratelli; dev'esser fatta ogni giorno perchè il bisogno è permanente e d'altronde il tempo utile è breve; deve mirare al bene superiore ed eterno dei fratelli, cercando d'impedire che il loro cuore s'induri nel male; dev'essere fatta con spirito fraterno come si conviene tra fratelli in Cristo, e valendosi di tutti quei mezzi che la parola di Dio, l'esperienza personale e la storia possono suggerire nei diversi casi. L'autore definisce la sua propria epistola una «parola d'esortazione» ed è un modello del genere.

3. È stato notato che i tre aspetti sotto i quali la salvazione ci è presentata nei primi capitoli: la dominazione sul mondo rinnovato, la liberazione dal timore della morte e dalla morte stessa conseguenza del peccato; e da ultimo l'entrata nel riposo di Dio, sono connessi tra loro e costituiscono l'ideale paradisiaco cui Dio fin da principio, come vediamo nella Genesi, destinava l'uomo. La promessa del riposo di Dio è fra tutte consolante per chi vive in un mondo pieno di travagli e di fatiche e di pene. L'anima ed il corpo sospirano dietro ad un riposo migliore di quello che il mondo può dare. «Venite a me», dice Gesù, «e vi darò riposo»; «togliete su di voi il mio giogo» e «troverete riposo alle anime vostre». Cristo dà fin d'ora la pace a coloro che lo seguono, ma li farà di poi partecipi del perfetto riposo di Dio. «Beati i morti, che da ora innanzi muoiono nel Signore; si, dice lo Spirito, acciocchè si riposino dalle lor fatiche; perocchè le loro opere li seguitano» Apocalisse 14:13. «Siate, dice Paolo, abbondanti del continuo nell'opera del Signore sapendo che la vostra, fatica non è vana nel Signore». Sianci i parziali riposi terreni: il riposo della notte, il riposo settimanale, i fugaci periodi di terrena felicità, imagini ed arra del vero ed eterno riposo che resta per il popolo di Dio.

4. Udir la voce di Dio quando ci parla della di lui grandezza e potenza e sapienza infinita è cosa che eleva l'anima; ma udir la voce di Dio quando ci parla di grazia, di salvazione dal peccato, di riposo di Lui, è privilegio sommo. Ma non dobbiamo dimenticare che di fronte alla voce di Dio che parla, l'uomo ha la facoltà d'indurare il proprio cuore. Sotto molteplici forme ritorna costante l'affermazione della responsabilità morale di chi ode l'Evangelo della grazia. Dipende da lui di accoglierlo con fede a salvezza o di respingerlo per incredulità andando incontro all'ira di Dio.

La fede è il principio della vita cristiana e n'è l'anima finchè dura lo stato terreno; da ciò la necessità di ritener saldo questo principio fino alla fine.

La fede non è principalmente adesione della mente; ma è fiducia del cuore. Ivi è la sua sede centrale, e qui sta la ragione della potenza decisiva ch'ella esercita sulla vita intera. Essa ci unisce al Dio vivente mentre l'incredulità ce ne allontana. Per essa entriamo nel riposo di Dio mentre l'incredulità ce ne esclude. Essa è la sorgente dell'ubbidienza mentre l'incredulità è inseparabile dalla disubbidienza. Gl'Israeliti sono chiamati alternativamente disubbidienti ed increduli.

Per la fede ci assimiliamo la parola dell'Evangelo, per modo ch'essa diventa la nostra vita, la nostra forza e consolazione. Difficilmente potrebbesi definire in modo più espressivo la natura e l'efficacia morale della fede. La parola udita, o letta, o afferrata dalla mente sola, può esserci inutile; anzi accrescere la nostra condanna; non così la parola assimilata dal nostro essere morale per mezzo della fede. «Non parlar mai, dice A. Murray, dell'incredulità come di una debolezza; essa è il peccato dei peccati, la madre feconda di tutti i peccati. L'Iddio vivente nel cielo, il cuor credente in terra, ecco le due forze che trovano incontrandosi il loro mutuo soddisfacimento... Sia la tua; fede viva nel Dio vivente».

5. È considerevole l'uso che l'autore fa della Storia biblica nel suo trattato. Egli non fa in questo che seguir l'esempio degli antichi profeti, di Gesù e dei suoi Apostoli. La storia dei padri era nota agli Ebrei e facea parte dell'insegnamento dato ai giovanetti. Vi si poteva quindi fare appello anche per via di semplici allusioni.

Impariamo da questo l'utilità della storia in genere, di quella dei nostri padri in ispecie; l'utilità della storia della Chiesa, e sopra tutto della storia sacra dell'Antico e del N.T. scritta dal punto di vista più elevato dello Spirito che animava gli autori. È necessario ch'ella venga insegnata ai giovani, e che occupi una parte più larga nelle istruzioni catechetiche e nella predicazione. Essa non deve servire però ad appagare soltanto la nostra naturale curiosità, ma deve servirci di ammaestramento. Le tentazioni e le cadute degli altri ci segnalano gli scogli contro ai quali noi pure possiamo naufragare e la fedeltà di Dio verso chi persevera in fede e ottiene la vittoria ci serve d'incitamento ad imitarli.

6. L'inganno del peccato! Quanto è profondamente vera codesta parola. Il peccato appar bello ed è orrendo, appare piacevole ed è fonte di ogni amarezza, appare utile ed è causa di ruina e di perdizione

7. Quando la voce di Dio si fa udire al nostro cuore e lo illumina, e lo convince mostrandogli la via da seguire, il peccato da lasciare; il dovere da compiere, la carne suggerisce: «domani»; il mondo dice: «domani», e Satana insiste: Domani! Ma lo Spirito che lotta in noi per trarci a salvazione non si stanca di ripetere: Oggi! Oggi! perchè più si indugia e maggiore è il pericolo che s'indori il cuore fino a diventare insensibile alla voce divina. Il presente è nostro, ma l'avvenire non ci appartiene.

8. La virtù colla quale la parola di Dio consegnata nelle Sacre Scritture, penetra l'uomo interno, lo investiga fino in fondo e lo giudica è una delle prove più convincenti della sua divina origine. Per Colui che parla ivi, tutte le cose sono nude e scoperte. A che cercare d'illuderci? Lasciamoci piuttosto giudicare dalla Parola di Dio. Il nostro proprio cuore, il mondo è la chiesa possono errare nel giudicare del nostro stato spirituale; la Parola di Dio, se l'ascoltiamo, ci farà udire il giudicio infallibile di Dio sul nostro stato. Se scopre le nostre piaghe, lo fa come il coltello del chirurgo per guarirci. Dopo avere rivelato il male, essa addita anche il rimedio e ci supplica di accettarlo. Se ci sottoponiamo al giudicio della Parola di Dio ora, non saremo da quella condannati all'ultimo giorno.

14 

PARTE SECONDA

LA SUPERIORITÀ DEL NUOVO PATTO CONSIDERATA NELLA PERSONA E NELL'OPERA DEL SUO SOMMO SACERDOTE

Ebrei 4:14-10:18

Dopo aver mostrata la superiorità del nuovo Patto nella persona del suo promulgatore, del Figliuol di Dio superiore ai profeti in genere, agli angeli ed a Mosè, l'autore giunge ora all'argomento centrale della sua epistola, vale a dire alla superiorità del Nuovo Patto considerata nella Persona e nell'Opera del suo Sommo Sacerdote. Ne ha toccato, ma di passata, in Ebrei 3:1; 2:17-18; 1:3; ora prenderà a trattarlo in modo esauriente. Lutero potè dire perciò dell'Epistola ch'essa «tratta in modo magistrale, sulla base della Scrittura, del sacerdozio di Cristo». Il Guers fra i moderni chiama questa parte dell'Epistola «un incomparabile trattato sul supremo sacerdozio di Cristo, aprentesi e chiudentesi con l'identica esortazione: «Avendo dunque un grande Sommo Sacerdote... libertà di entrata nel santuario per il sangue di Gesù... accostiamoci con fiducia... riteniamo fermamente la nostra professione» Ebrei 4:14-16; 10:19-23.

Lo stesso espositore osserva poi giustamente: «Levitico 16 è descritta la festa solenne delle Espiazioni, la più imponente e drammatica delle solennità israelitiche, è la chiave di questa parte dell'Epistola agli Ebrei. Quel capitolo dividesi in tre sezioni. Vi si vede imprima Levitico 16:1-13 il Sommo Sacerdote della Legge che immola nel cortile del tabernacolo le vittime espiatorie del giorno: il vitello per: peccati proprii e della sua casa, quindi il becco per i peccati del popolo. Di poi Levitico 16:14-17 egli porta nel luogo santissimo il sangue di quelle vittime e lo spande davanti a Dio sul propiziatorio o coperchio dell'Arca. Da ultimo, uscito nuovamente del santuario egli annunzia al popolo, col fatto stesso del suo ritorno nel cortile, che l'espiazione annuale è compiuta ed accettata, ed il favor divino assicurato alla nazione di cui un secondo becco, rimasto vivo nel cortile, porta via nel deserto le iniquità, lungi dalla presenza di Colui che siede tra i cherubini di sopra all'Arca. Tale, in quel gran giorno, il ministerio del Sommo Sacerdote legale, tipo eminente sotto quei diversi aspetti, del Signor Gesù Cristo, il cui ministero sacerdotale si riassume del pari in tre atti principali. Prima, sulla terra corrispondente al cortile del Tabernacolo, egli ha offerto a Dio il perfetto sacrificio che ha espiato tutti nostri peccati e ci ha riconciliati con Lui. Ora, nel santuario celeste corrispondente al luogo santissimo, egli presenta a Dio il sangue prezioso del suo sacrifizio. Poi, nel suo futuro avvenimento, egli benedirà coloro di cui ha aboliti i peccati e li metterà nel pieno ed eterno possesso della salvezza loro acquistata. Visibile, come il Sommo Sacerdote della Legge, durante l'oblazione del sacrificio, com'esso invisibile, attualmente, mentre comparisce davanti a Dio, Gesù riapparirà di nuovo per benedire solennemente il popol suo redento dal suo sacrificio e raccolto dai quattro venti del cielo.

«Tale Levitico 16 ed il senso tipico che lo Spirito di Dio stesso c'insegna a dargli (cf. Levitico 9). Conviene averlo sempre presente alla mente per comprendere questa parte dell'Epistola che si riferisce specialmente al sacrificio di Cristo» (Guers: Ep. aux Héb., p.109).

La seconda Parte dell'Epistola si divide in tre paragrafi:

§1. Ebrei 4:14-5:10. Cristo è vero sommo sacerdote, in quanto è chiamato da Dio e capace per la sua esperienza delle prove umane di simpatizzare cogli uomini nelle loro infermità.

§2. Ebrei 5:11-7:28. Cristo è sommo Sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec, superiore per ogni verso all'ordine legale di Aaronne. Prima di svolgere questo tema, l'autore rivolge agli Ebrei una esortazione a scuotere la loro pericolosa pigrizia spirituale per giungere ad una più completa intelligenza della verità e ad una più salda fede nelle promesse immutabili dell'Eterno.

§3. Ebrei 8:1-10:18. Nell'opera sua sacerdotale, Cristo realizza in modo perfetto quanto veniva figurato imperfettamente nelle ombre del ministero sacerdotale stabilito dalla legge.

La realtà del Sacerdozio di Cristo,

La superiorità del Sacerdozio di Cristo considerata nella di lui persona.

La superiorità del Sacerdozio di Cristo considerata nell'opera da esso compiuta,

tali sono gli alti argomenti svolti in questi tre paragrafi.

§1. La realtà del Sacerdozio perfetto di Cristo. Ebrei 4:14-5:10.

In una prima sezione Ebrei 4:14-16 che serve di transizione alla seconda parte e d'introduzione ad essa, l'autore afferma in modo generico, la realtà del perfetto sacerdozio di Cristo, accennando in pari tempo qual fonte di conforto esso sia per i credenti deboli e circondati di prove. E dopo aver affermata la realtà del sacerdozio di Cristo, egli, in una seconda sezione Ebrei 5:1-10, la dimostra, facendo vedere come i requisiti essenziali richiesti dalla legge per i sommi sacerdoti levitici, Cristo li possegga in grado perfetto.

Sezione I. Ebrei 4:14-16. LA REALTÀ DEL SACERDOZIO PERFETTO DI CRISTO AFFERMATA.

Avendo adunque un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù il Figliuol di Dio, teniamo fermamente la [nostra] professione.

E chiaro che l'adunque si riferisce a quei passi ove l'autore ha di già fatto cenno di Gesù come sacerdote, specialmente ad Ebrei 3:1. ove diceva: «Considerate l'apostolo ed il sommo sacerdote della nostra professione», e ad Ebrei 2:17: «Bisognava che fosse fatto simile in ogni cosa ai suoi fratelli acciocché divenisse un misericordioso e fedele sommo sacerdote...». Ma quel che dice qui di Cristo sacerdote non è, se non in parte, la conclusione di quanto l'autore ha esposto finora. Ha bensì parlato della grandezza di Cristo come Rivelatore della verità e come Duce del popolo di Dio; ha bensì detto ch'egli è ora seduto «alla destra di Dio»; ma non ha mostrata l'eccellenza suprema del Sacerdozio di Cristo. Si riserva di farlo in seguito e intanto la proclama solennemente a conforto di quei credenti che, postisi in via verso il Riposo di Dio, sentono le difficoltà del cammino e la pochezza delle loro forze. D'altronde Cristo essendo ad un tempo il Profeta, il Re ed il Sacerdote definitivo, alla grandezza divina della di lui persona ridonda alla perfezione di ciascuno degli uffici che copre. È grande il sommo sacerdote del Nuovo Patto perchè, pur essendo uomo simile a noi (Gesù indica la persona umana, storica), egli è il Figliuol di Dio, stabilito sulla casa di Dio, partecipe della eterna essenza del Padre; è grande anche perchè ha traversato i cieli; il suo ministerio non si compie nel campo delle figure e delle ombre, bensì in quello delle realtà eterne. Egli non ha traversato i cortili di un tabernacolo terreno per comparire davanti all'arca; ma, compiuto il suo sacrificio sulla terra, egli è salito alla immediata presenza di Dio, nel ciel dei cieli. «Cristo infatti, dirà Ebrei 9:24, non è entrato in un santuario fatto con mani, figura del vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora davanti alla faccia di Dio, per noi». Cf. Ebrei 8:1-2; 10:12. Nella grandezza suprema del sommo sacerdote dei cristiani, sta una potente ragione di ritenere fermamente la professione aperta e coraggiosa della loro fede. Il verbo ( κρατειν) vale afferrare con mano poderosa una cosa, così da non lasciarsela sfuggire, quindi ritenere saldamente quel tesoro della fede che tanti nemici cercano di rapire al credente. Perchè, infatti, tornare alle ombre quando sono in possesso della realtà? Perchè tornare alla mediazione di sacerdoti peccatori e mortali ministranti in un santuario terreno dei sacrifici incapaci di espiare i peccati, quando hanno in Gesù il Mediatore perfetto ed eterno?

15 E non è il caso di temere che il Sacerdote del Nuovo Patto, per la sua grandezza stessa, non sia in grado di compatire alle nostre infermità, chè anzi, «alla pienezza della possanza, egli unisce la perfezione della simpatia» (Guers).

Perciocchè non abbiamo un sommo sacerdote che non possa, simpatizzare colle nostre infermità, ma uno ch'è stato in ogni cosa provato come noi, però senza peccato.

Simpatizzare o compatire vale soffrire con altri, esser tocco di quel che tocca altrui (cf. Ebrei 10:34; Romani 8:17; 1Corinzi 12.26). Le infermità o debolezze sono spesso le infermità del corpo Ebrei 11:34, ma designano ugualmente le infermità morali Ebrei 5:2; 7:28; Romani 6:19, ossia lo stato di debolezza insieme spirituale, morale e corporale che ci rende incapaci di resistere alle prove e tentazioni. Da ciò la preghiera: «Non ci portare nella tentazione». Di queste prove della vita terrena, Gesù conosce tutta la forza e la sua esperienza lo rende particolarmente capace di simpatizzare con noi (Cf. Ebrei 2:17-18). Però nel dire che Cristo è stato tentato a somiglianza nostra, l'autore non vuol essere franteso; cotale somiglianza non si estende al peccato, perciò soggiunge: senza peccato. Le prove che per noi sono occasione di tante cadute non lo hanno mai fatto cadere. Egli si è conservato «santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori» Ebrei 7.26.

16 Accostiamoci adunque con piena fiducia al trono della grazia affinchè otteniamo misericordia e troviamo grazia per essere soccorsi al momento opportuno.

La simpatia perfetta congiunta alla grandezza divina del sommo sacerdote che intercede per noi nel cielo, ci deve spingere ad accostarci a Dio, in ispirito, nell'adorazione e nella preghiera, con fiduciosa franchezza. Il trono di Dio è chiamato il trono della grazia, perchè su di esso siede, non un giudice pronto a punire, ma un Padre riconciliato per mezzo del sangue di Gesù, pronto a spargere grazia sopra grazia. Misericordia e grazia esprimono in fondo la stessa cosa; soltanto la misericordia è la bontà di Dio che ha compassione dei miseri, la grazia è la bontà che perdona gratuitamente e ricolma di favori degli indegni. A chi, essendo debole e travagliato dalle prove, implora misericordia e cerca grazia presso a Lui nel nome di Gesù, Dio risponderà col concedergli un soccorso opportuno, un soccorso che corrisponda al bisogno suo particolare e giunga al momento opportuno.

Ammaestramenti

1. La grandezza inarrivabile e la infinita simpatia del Sacerdote del nuovo Patto sono i motivi che l'Autore sacro fa, valere per inculcare il dovere di tener salda la professione del Vangelo. Cristo è la realtà perfetta delle ombre antiche, l'ideale del mediatore tra Dio e gli uomini dopo il lungo succedersi di tipi imperfetti. Se non ci atteniamo a lui, a chi ce ne andremo noi? Dove troveremo chi lo uguagli o si avvicini alla di lui perfezione? Gesù è il Figliuol di Dio, e dopo essersi offerto qual vittima senza macchia in sacrificio, egli e stato elevato al cielo ove comparisce per noi alla presenza di Dio. Chi uguaglierà la compassione, la simpatia di colui ch'e stato provato e tentato come noi in ogni cosa? «La simpatia di chi ha conosciuto la potenza massima della tentazione, perchè l'ha sormontata, è maggiore di ogni altra. Chi cede alla tentazione non ha conosciuto la massima forza di essa» (Westcott). Quale follia per i cristiani Ebrei l'abbandonare Gesù, il Figliuol di Dio fatto uomo, il Sacerdote perfetto, per tornare al sacerdozio legale di uomini peccatori e mortali, dì limitata simpatia e di più limitato potere! E quale aberrazione per i cristiani di ogni tempo quando avendo per Sommo Sacerdote Gesù, in cui la grandezza divina va unita alle più profonde simpatie umane, lo trascurano per mettere la loro fiducia nel ministerio sedicente sacerdotale di uomini peccatori e mortali o nella mediazione supposta di semplici creature! E questo quando Gesù grida loro: «Venite a me... Io non metterò fuori colui che viene a me»; quando la sua vita terrena ci mostra con quale compassione accogliesse e soccorresse chi si rivoleva a lui; quando la, parola di Dio ci esorta ad «accostarci con piena fiducia».

2. L'accostarsi a Dio è sempre un atto di culto; ma il sentimento con cui l'adoratore si appressa a Dio caratterizza la religione sua. Non s'appressa veramente a Dio l'adoratore che compie le cerimonie del suo culto, ma il cui spirito sta lontano, pauroso di Dio. Non si appressa colui che abdica ogni religione personale per lasciare che si accosti per lui un sacerdote, quasichè scopo del sacerdozio di Cristo non fosse appunto di aprir l'adito al trono di grazia, di render possibile l'accostarsi del peccatore stesso. Si appressa veramente chi, conscio della propria indegnità, appoggiandosi alla mediazione di Cristo, offre con filiale fiducia al Dio vivente e Padre del Signor nostro G. C. la sua adorazione e la sua preghiera. Egli è perchè il cristianesimo rende possibile questo appressarsi reale e fiducioso a Dio ch'esso è la religione definitiva.

3. Il trono di Dio non è solamente un trono di giustizia, ma è anche un trono di grazia; «un trono ove regna la grazia, ove si spiega con libertà, con potenza e con larghezza» (Henry). Quale incoraggiamento ad accostarvisi con fiducia, per delle creature deboli circondate di tentazioni e di pericoli, bisognose di ottener misericordia e di trovar grazia che dia loro, al momento opportuno, il soccorso che risponda alle loro circostanze!

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