Commentario abbreviato:

Luca 16

1 Capitolo 16

La parabola dell'amministratore ingiusto Lc 16:1-12

Cristo rimprovera l'ipocrisia dei farisei bramosi di denaro Lc 16:13-18

Il ricco e Lazzaro Lc 16:19-31

Versetti 1-12

Qualunque cosa abbiamo, la proprietà è di Dio; abbiamo solo il compito di usarla secondo le direttive del nostro grande Signore e per il suo onore. Questo amministratore ha sprecato i beni del suo signore. E tutti noi siamo passibili della stessa accusa: non abbiamo fatto il giusto uso di ciò che Dio ci ha affidato. L'amministratore non può negarlo; deve fare i suoi conti e andarsene. Questo può insegnarci che la morte arriverà e ci priverà delle opportunità che abbiamo ora. L'amministratore si farà amici i debitori o gli affittuari del suo signore, cancellando una parte considerevole del loro debito verso il suo signore. Il signore di cui si parla in questa parabola non lodava la frode, ma la politica dell'amministratore. Solo sotto questo aspetto è stata notata. Gli uomini mondani, nella scelta del loro obiettivo, sono stolti; ma nella loro attività e perseveranza, sono spesso più saggi dei credenti. L'amministratore ingiusto non ci viene presentato come esempio per imbrogliare il suo padrone, o per giustificare qualsiasi disonestà, ma per indicare i modi attenti degli uomini mondani. Sarebbe bene che i figli della luce imparassero la saggezza dagli uomini del mondo e perseguissero con lo stesso impegno il loro obiettivo migliore. Le vere ricchezze significano benedizioni spirituali; e se un uomo spende per se stesso o accumula ciò che Dio gli ha affidato, per quanto riguarda le cose esteriori, che prova può avere di essere un erede di Dio attraverso Cristo? Le ricchezze di questo mondo sono ingannevoli e incerte. Convinciamoci che sono veramente ricchi, e molto ricchi, coloro che sono ricchi di fede, ricchi verso Dio, ricchi in Cristo, nelle promesse; depositiamo allora il nostro tesoro in cielo e attendiamo da lì la nostra parte.

13 Versetti 13-18

A questa parabola il Signore ha aggiunto un solenne avvertimento. Non potete servire Dio e il mondo, tanto sono divisi i due interessi. Quando il Signore parlò così, i farisei bramosi trattarono le sue istruzioni con disprezzo. Ma egli li avvertì che ciò che essi sostenevano come legge, era uno strappo al suo significato: questo il Signore lo dimostrò in un caso riguardante il divorzio. Ci sono molti bramosi attaccati alle forme della pietà, che sono i più acerrimi nemici del suo potere e cercano di mettere gli altri contro la verità.

19 Versetti 19-31

Qui vengono rappresentate le cose spirituali, in una descrizione del diverso stato dei buoni e dei cattivi, in questo mondo e nell'altro. Non ci viene detto che il ricco abbia ottenuto i suoi beni con la frode o l'oppressione; ma Cristo mostra che un uomo può avere molte delle ricchezze, dei fasti e dei piaceri di questo mondo, eppure perire per sempre sotto l'ira e la maledizione di Dio. Il peccato di quest'uomo ricco è stato quello di provvedere solo a se stesso. Ecco un uomo pio, che in seguito sarà felice in eterno, nel pieno delle avversità e dell'angoscia. La sorte di alcuni dei più cari santi e servitori di Dio è spesso quella di essere molto afflitti in questo mondo. Non ci viene detto che il ricco gli abbia fatto del male, ma non troviamo che abbia avuto cura di lui. Ecco la diversa condizione di questo povero pio e di questo ricco malvagio, alla morte e dopo la morte. Il ricco all'inferno alzò gli occhi, essendo in preda ai tormenti. Non è probabile che ci siano discorsi tra santi glorificati e peccatori dannati, ma questo dialogo mostra la miseria senza speranza e i desideri infruttuosi a cui sono portati gli spiriti condannati. Sta per arrivare un giorno in cui coloro che ora odiano e disprezzano il popolo di Dio, sarebbero lieti di ricevere gentilezza da esso. Ma i dannati dell'inferno non avranno la minima attenuazione del loro tormento. I peccatori sono ora chiamati a ricordare; ma non lo fanno, non lo vogliono, trovano il modo di evitarlo. Come le persone malvagie hanno le cose buone solo in questa vita e alla morte sono per sempre separate da ogni bene, così le persone divine hanno le cose cattive solo in questa vita e alla morte sono per sempre allontanate da esse. In questo mondo, benedetto sia Dio, non c'è un abisso tra lo stato di natura e la grazia, possiamo passare dal peccato a Dio; ma se moriamo nei nostri peccati, non c'è modo di uscirne. Il ricco aveva cinque fratelli e avrebbe voluto che fossero fermati nel loro corso peccaminoso; il loro arrivo in quel luogo di tormento avrebbe aggravato la sua miseria, che aveva contribuito a mostrare loro la strada per arrivarci. Quanti vorrebbero ora ricordare o annullare ciò che hanno scritto o fatto! Coloro che vorrebbero far sì che la preghiera del ricco ad Abramo giustifichi la preghiera ai santi defunti, vanno molto lontano a cercare prove, quando l'errore di un peccatore dannato è tutto ciò che possono trovare come esempio. E di certo non c'è alcun incoraggiamento a seguire l'esempio, quando tutte le sue preghiere sono state fatte invano. Un messaggero dai morti non potrebbe dire di più di quello che è detto nelle Scritture. La stessa forza della corruzione, che fa breccia nelle convinzioni della parola scritta, trionferebbe su un testimone dei morti. Cerchiamo di attingere alla legge e alla testimonianza, Isa 8:19-20, perché questa è la parola sicura della profezia, sulla quale possiamo riposare, 2Pi 1:19. Le circostanze di ogni tempo dimostrano che nessun terrore o argomento può dare un vero pentimento senza la grazia speciale di Dio che rinnova il cuore del peccatore.

Commentario del Nuovo Testamento:

Luca 16

1 CAPO 16 - ANALISI

1. Parabola dell'economo avveduto e lezioni che ne derivano. Le parabole di questo capitolo sono evidentemente unite insieme come parti della stessa grande lezione, ma non hanno legame apparente con quelle del capitolo 15, come lo sostengono taluni scrittori. Furono probabilmente pronunziate poco dopo, ed in presenza dello stesso genere di uditori; ma, anziché agli Scribi ed i Farisei, erano dirette a tutti i credenti lì presenti. La prima ci rappresenta la previdente prudenza di un disonesto fattore, che il suo padrone avea deciso di licenziare, avendolo trovato colpevole di malversazione. Vedendosi la ruina di fronte, esso si diede attorno per provvedersi per l'avvenire, mentre gli affari del padrone erano tuttora nelle sue mani, e scelse il metodo seguente: chiamati i debitori del suo padrone, e accertato il debito di ognuno, accordò a ciascuno una riduzione più o meno forte, accrescendo così la somma dei danni già, da lui recati al padrone, ma assicurandosi amici, i quali, o per gratitudine, o per timore di venire scoperti, lo riceverebbero in casa loro. Quel piano fu così bene concepito e messo in esecuzione, e dimostrava tanta accortezza, che, considerandolo da un punto di vista meramente mondano, lo stesso proprietario danneggiato non poté se non lodare l'abilità di quel briccone. Fin qui la parabola; vien quindi l'insegnamento che ne deriva Gesù. Primieramente egli si lagna che l'energica iniziativa, la previdente prudenza, e l'attività pratica dei figli di Dio, nel ricercare il loro proprio bene spirituale e l'avanzamento del suo regno e della sua gloria, rimangano tanto al disotto delle medesime qualità quando esse vengono spiegate nella realizzazione dei loro piani dagli uomini del mondo, i quali però non hanno più alti scopi che le speranze e gli ingrandimenti terreni. Vien quindi una esortazione, ai suoi discepoli in ogni età, ad imparare una lezione di avvedutezza e di previdenza nell'uso dei loro beni terreni, poco o molto che essi siano, anche da uno la cui disonestà è altamente condannabile. A questa applicazione diretta della parabola, tengon dietro altre esortazioni evidentemente derivanti da quella, e nelle quali si può notare che nella dispensazione delle cose terrene non vien raccomandata solamente la prudenza, ma pure la fedeltà, mettendoci così in guardia contro ogni possibile abuso della parabola stessa, come se la disonestà del fattore non fosse severamente biasimata da Cristo. La sostanza di tutto questo si è che se alcuno è infedele nell'amministrare le cose affidate alle sue cure per un tempo, e delle quali dovrà render conto un giorno, come può egli sperare che il Signore gli darà, alla fine, una eredità che sarà sua per sempre, e che niente potrà mai più rapirgli? Tal crediamo che sia la vera analisi di questa parabola, abbenché le numerose contradittorie e spesso grottesche spiegazioni offertene dai critici provino che in tutti i tempi la si è sempre considerata come irta di mille difficoltà. Eccone alcuni esempi: Il fattore iniquo, per certi critici ha rappresentato successivamente l'apostolo Paolo, Giuda Iscariot e Ponzio Pilato! Olshausen vede nell'«uomo ricco», il principe di questo mondo; nel fattore, i pubblicani; nei creditori, l'umanità. Meyer e Lange ritengono che questo ricco è Mammona, la personificazione delle ricchezze. Vitringa dice invece che esso è Dio; mentre il fattore raffigura i Farisei; le accuse, quelle dei profeti e di Cristo contro di loro; l'abbassare dei debiti, gli sforzi dei Farisei per ritenere la loro posizione, abbassando il livello della giustizia. Secondo Schleiermacher il ricco è il potere romano; il fattore, i pubblicani; i debitori, la nazione giudaica; poi egli riassume la parabola così: «Voi, buoni pubblicani, favorite il più che potete il popolo contro i suoi ingiusti e capricciosi tiranni, in quelle cose che appartengono alla vostra, provincia, affinché essi pure vi aiutino quando sorgerà un nuovo stato di cose. Se così saprete, saviamente e prudentemente disporre i vostri affari, non sarete recisi da Israele, quando verrà introdotto il regno del Messia!» Ireneo, Agostino, Atanasio, Calvino, Lutero ed altri considerano questa parabola semplicemente come una esortaz ione ad esser generosi nelle elemosine Luca 16:1-13.

2. Un avvertimento agli avari e schernitori Farisei. I Farisei, noti per cupidigia ed avarizia, rimasero profondamente irritati dalla parabola pure allora detta da Gesù; ma sentendo che ogni tentativo di difendersi colla discussione avrebbe solo fatto scoprir maggiormente le loro magagne, dimostrarono il loro odio beffandosi di lui, e volgendo in ridicolo le cose che egli avea dette. Gesù interrompe per un istante il suo discorso, affin di rivolgere loro alcuni rimproveri ed avvertimenti, e se ci ricordiamo che le parole che seguono formano una parentesi la teoria che Luca ha qui riuniti, senz'ordine, alcuni detti isolati di Cristo, pei quali non poteva trovar posto altrove, cade subito in un ben meritato obblio, e divengono inutili gli sforzi faticosi e poco soddisfacenti tentati per spiegarli in modo da farli servire di introduzione alla parabola che segue. In risposta alle loro risa schernitrici, Gesù espone alla moltitudine l'ipocrisia? dei conduttori religiosi della nazione, dichiarando che unico scopo loro era di acquistarsi una riputazione di giustizia legale, che potesse passare per mostra ed esaltarli dinanzi ai loro concittadini, mentre accumulavano sordidamente le ricchezze di cui erano meri dispensatori, trascuravano i poveri, e non si curavano minimamente di esser giusti dinanzi a Dio. Potevano così facendo ingannare gli uomini, non già l'Investigatore dei cuori, ai cui occhi tale ipocrisia è abbominevole. Pretendevano ad alta stima come dottori della mera lettera della legge e dei profeti, ma era quasi finito il loro tempo; fin dalla comparsa del Battista, veniva predicato il regno di Dio, il quale avea detronizzato le loro morte istruzioni legali, ed eccitata tanta ammirazione e tanto interesse che uomini di ogni classe si sforzavano di entrarvi, però, «la dottrina del regno» ben lungi dall'abolire la legge di Dio, la stabilirà e confermerà siffattamente che passerà tutta la creazione materiale prima che un sol iota di quella venga abolito. La legge non era mai stata sostenuta con sì santa vigilanza, tutto il tempo che essi erano rimasti seduti nella cattedra, di Mosè, come lo sarà da ora in poi. Con singolo esempio tratto dal flagrante abuso della legge del divorzio qual'era sanzionato e probabilmente praticato da questi Farisei, il Signore ricorda loro in che modo segnalato essi usavano «annullare la legge di Dio» Luca 16:14-18.

3. La parabola del ricco e di Lazaro. Dopo aver rampognato i Farisei per lo sconveniente loro contegno, il Signore riprende il suo discorso dove lo avea lasciato in tronco, e completa il suo insegnamento sul retto uso delle ricchezze, mediante un'altra parabola, complemento della precedente; poiché addita tremende conseguenze nella vita avvenire dell'incredulità manifestantesi nello scialacquare «le ricchezze ingiuste» in piaceri o godimenti equivoci, invece, di farle servire alla gloria di Dio ed al bene del prossimo. Senza l'interruzione dei Farisei, il ver. 19 sarebbe probabilmente venuto subito dopo il 13, ed il nesso fra le due, parabole si trova nella esortazione del ver. 9, e non già nelle parole rivolte ai Farisei. La parabola non è un'allegoria, ma, fin dove almeno si estende la sua storia terrena, una lezione desunta dalla vita reale. Il Salvatore ci presenta un uomo che possiede abbondanti ricchezze terrene, ma è spensierato, egoista, lussurioso, dimentico della sua responsabilità inverso Dio, avvezzo a considerare i suoi beni come assolutamente suoi ed il proprio piacere come lo scopo legittimo cui essi doveano servire. Alla sua porta, giaceva un mendicante detto Lazaro, cencioso, coperto di piaghe, impotente a guadagnarsi il pane quotidiano. Una piccolissima parte dell'abbondanza del ricco sarebbe bastata per rivestirlo e per sanar le sue piaghe, ma quegli entrava ed usciva senza por mente a lui o senza sentirne pietà; Lazaro desiderava, ma invano, i bricioli che cadevano dalla mensa del ricco. Sollevando il velo che separa il mondo attuale dall'invisibile, Gesù ci presenta le conseguenze fatali di una tal trascuranza. Importa grandemente, per capire il nesso di questa prima parte della parabola, colle parole di Abr ahamo nella seconda, non perdere di vista che l'essenza del peccato di quest'uomo fu l'incredulità, e che la sua durezza di cuore verso gli altri e la sua prodigalità verso di sé stesso erano le forme sotto le quali quella incredulità si manifestava. Col tempo, entrambi morirono: il povero, ricco in fede, passò nella gloria eterna; mentre il ricco entrò subito nel mezzo dell'eterno tormento. Sotto forma di una conversazione fra il ricco ed Abrahamo, il Signore ci dà una veduta, tuttora indistinta è vero, ma però più estesa che in qualsiasi altra scrittura, delle realtà del mondo al di là della tomba, e termina con un profetico avvertimento che quelli che non si pentiranno sotto l'insegnamento delle Scritture dell'Antico Testamento, non saranno convertiti neppure dalla risurrezione di un morto. Molte strane interpretazioni allegoriche sono state date di questa parabola; a mo' d'esempio: il ricco sarebbe il tipo della orgogliosa nazione giudaica tutta piena del sentimento della propria giustizia. Lazaro quello del mondo gentile ecc.; ma son tutte spiegazioni da rigettarsi, perché tutt'altro che soddi sfacenti Luca 16:19-31.

Luca 16:1-13. PARABOLA DEL FATTORE INGIUSTO, MA PRUDENTE

1. Or egli disse ancora a' suoi discepoli.

Le parabole del capitolo precedente erano state da Gesù indirizzate agli Scribi ed ai Farisei; questa e la seguente, ai suoi discepoli, non ai dodici apostoli solamente, ma all'insieme dei suoi discepoli lì presenti; il che indica che la materia del suo discorso riflette la condotta che Gesù richiede dai suoi discepoli in ogni tempo.

Vi era un uomo ricco, che avea un fattore;

Nell'analisi N. 1 di questo capitolo, abbiamo ricordati alcuni dei sensi strani che sono stati dati all'«uomo ricco» di questa parabola, ma non ci può esser dubbio che sotto quel nome Gesù ci presenta il Signore di tutte le cose: l'«Iddio altissimo, possessore dei cieli e della terra», e il padrone primo di tutto ciò che all'uomo viene imprestato in sulla, terra colla sua infinita potenza e saviezza, Dio stesso ordina e dirige tutte le cose. Egli non delega a nessuna creatura la sorveglianza o la esecuz ione dei suoi disegni provvidenziali Isaia 40:13. Ma non faceva così il tipo terrestre qui messo sotto gli occhi nostri; forse egli non avea né il tempo né la capacità necessaria per sorvegliare i vasti suoi averi, ed era perciò costretto di impiegare un fattore. L'oikonomos non era semplicemente un villicus (fattore di campagna), come traduce la volgata, o dispensatore (tesoriere), ma il ciambellano, e controllava tutto l'avere del suo padrone. Girolamo (citato da Trench) così ne descrive le attribuzioni: «Villicus proprie villae gubernator est, unde nomen accepit; autemtam pecuniae quam frugum et omnium quae dominus possidet dispensator». Nei dipinti scoperti nelle tombe egiziane, trovasi spesso l'economo, con carta e penna in mano, prendendo nota esatta dell'aumentar del raccolto che a lui toccava conservare e distribuire. Credendolo fedele, il suo padrone riponeva in lui implicita fiducia, e trascurò di esaminare, regolarmente il suo operare. Quante volte la facilità d'ingannare a motivo della mancanza di sorveglianza, o di falsa fiducia per parte del superiore è stato il primo passo verso la ruina, per persone poste come questo economo, in situazioni di grande fiducia e responsabilità! «Nessun ritegno umano gli era imposto. Non aveva timore alcuno di Dio davanti agli occhi», quel più alto di tutti i principii difensivi; perciò, cedendo alla tentazione, sistematicamente faceva sua, molta parte della roba del padrone.

ed esso fu accusato appo lui, come dissipando i suoi beni.

La parola dissipando fa credere che la sua, disonestà consistesse nello spendere in modo stravagante per sé, pei suoi piaceri e pei suoi vizii, anziché nell'ammassare una fortuna per servirsene più tardi, e lo conferma la sua confessione che egli era ridotto alla povertà, quando il padrone gli tolse l'impiego. La prodiga disonestà di questo economo non venne scoperta in seguito a nessuna ricerca fatta dal facile suo padrone; furono degli estranei quelli che lo accusarono appo lui, forse per malignità e per vendetta, ed aprirono i suoi occhi al vero stato di cose. Questo dettaglio d'altronde non riguarda che, lo scheletro della parabola, non c'è nulla di simile nel nostro Padrone, perché. «Iddio investiga i cuori», e «i suoi occhi sono in ogni luogo, riguardando i malvagi ed i buoni». L'accusa può essere stata maliziosa (e l'analogia sembra indicarlo), ma non era né falsa, né calunniosa, e l'accusato non cercò minimamente di difendersi. In senso spirituale, Siccome tutti gli averi di un uomo appartengono a Dio, e sono affidati ad un padrone terreno, come ad un semplice economo che deve farne uso per la sua gloria, l'accusa di dissipare i suoi beni giace alla porta di quanti dopo aver preso dalle loro entrate quanto occorre per un mantenimento, spendono il resto nella lussuria, nei piaceri, anziché consecrarlo al servizio di Dio.

2 2. Ed egli lo chiamò, e gli disse: Che cosa è questo che io odo di te? rendi ragione del tuo governo; perciocché tu non puoi più essere mio fattore.

Questa domanda implica manifestamente, benché la cosa non sia detta in altrettante parole, che il delitto è provato, e che il padrone ne è pienamente convinto benché dia al fattore ogni facilità di scolparsi se la cosa gli sarà possibile. Fu solo quando il suo silenzio lo proclamò inescusabile, che venne pronunziata la sentenza del suo rinvio, e che egli ricevette l'ordine di fare una, esposizione ed un inventario dei suoi affari, affinché il suo posto venisse dato ad un altro. Questa spiegazione par preferibile alla teoria di Oosterzee che la sentenza non fosse ancora definitivamente pronunziata, ma solo minacciata, pel caso che, nel fare i suoi conti, il fattore non si potesse giustificare. Il solo argomento in favore di questa teoria, che cioè sarebbe ingiusto rimandare un servo semplicemente perché è accusato, senza dargli l'occasione di giustificarsi, vien distrutto dal fatto che, essendo già stato informato delle sue frodi, il padrone gli avea dato tale occasione, rivolgendogli la domanda: «Che cosa è questo che io odo di te?» Il fattore sembra essersi riconosciuto colpevole, non appena si sentì accusare. Simile domanda Dio la fa spesso agli uomini in mezzo alla loro vanità e mondanità, ora mediante dispensazioni maravigliose della sua provvidenza, ora mediante i segreti avvertimenti della coscienza, che rimprovera loro l'abuso che essi fanno dei suoi doni e i molti loro peccati, rammentando loro al tempo stesso, che alla morte tutti dovranno render conto della loro amministrazione.

PASSI PARALLELI

Genesi 3:9-11; 4:9-10; 18:20-21; 1Samuele 2:23-24; 1Corinzi 1:11; 1Timoteo 5:24

Luca 12:42; Ecclesiaste 11:9-10; 12:14; Matteo 12:36; Romani 14:12; 1Corinzi 4:2,5; 2Corinzi 5:10

1Pietro 4:5,10; 1Timoteo 4:14; Apocalisse 20:12

Luca 12:20; 19:21-26

3 3. E il fattore disse fra se medesimo: Che farò? conciossiaché Il mio signore mi tolga il governo; io non posso zappare, e di mendicar mi vergogno.

Qui troviamo il primo tratto di quella prudenza e previdenza riguardo all'avvenire, che il Signore ci vuole insegnare mediante questa parabola. Alcuni credono che ora l'economo sia un uomo cambiato, e nel diminuire le somme dovutegli da varii agisca conformemente alle istruzioni del padrone: notiamo però che non c'è nulla nel consiglio che quest'uomo tiene con se medesimo che dinoti il minimo cambiamento di cuore in lui, il minimo segno di pentimento. Non riconosce la sua colpa, non confessa di aver abusato della fiducia che era stata riposta in lui, non esprime il minimo desiderio di esser più fedele in avvenire. Nelle sue parole vediamo solo un'ansietà egoistica relativamente al suo futuro, ed un terrore molto sincero della povertà. Egli era vissuto alla giornata, spendendo senza ritegno pei proprii piaceri; nulla avea risparmiato, ed ora, perduto l'impiego, si vede minacciato di morir di fame. Gli resta però un pò di tempo, mentre fa i conti, e messa da parte la pigrizia, si domanda risolutamente: «Che farò?» Come provvederò all'avvenire? Ora ormai deve pensare a sé stesso. Passa rapidamente in rivista i soli mezzi che gli restino di campar la vita, zappare o mendicare: entrambi rigetta come intollerabili. Colle abitudini materiali ed intellettuali tanto diverse, egli non può guadagnarsi il pane come, semplice, manovale; l'orgoglio suo si ribella all'idea di accattare il suo pane in quel paese dove tutti lo aveano visto signore.

PASSI PARALLELI

Luca 18:4; Ester 6:6

Luca 12:17; Isaia 10:3; Geremia 5:31; Osea 9:5; Atti 9:6

Proverbi 13:4; 15:19; 18:9; 19:15; 21:25-26; 24:30-34; 26:13-16; 27:23-27

Proverbi 29:21; 2Tessalonicesi 3:11

Luca 16:20,22; Proverbi 20:4; Marco 10:46; Giovanni 9:8; Atti 3:2

4 4. lo so ciò che farò, acciocché quando io sarò rimosso dal governo altri mi riceva in casa sua.

Come risultato delle sue deliberazioni, gli occorre in mente un piano che gli par soddisfacentissimo. Con perfetta fiducia esclama: «Ho trovato, so quello che farò!» Accomoderò le cose in modo che, quando sarò stato scacciato di qui, altre porte mi vengano aperte, se non volonterosamente, almeno per prudenza. Il suo scopo è dunque di assicurarsi un'altra dimora, quando sarà stato scacciato da quella che occupa attualmente. La sua prudenza nel far questo sarà, come vedremo, la grande lezione della parabola.

PASSI PARALLELI

Proverbi 30:9; Geremia 4:22; Giacomo 3:15

5 5. Chiamati adunque ad uno ad uno i debitori del suo signore, disse al primo: Quanto devi al mio signore?

Il piano adottato da questo fattore porta l'impronta di «una sapienza che non discende da alto, anzi è terrena, animale, diabolica» Giacomo 3:15. Egli risolve, senza rimorso alcuno, di derubare anche maggiormente il suo padrone, rendendo complici della sua disonestà degli innocenti, e ciò affin di raggiungere il suo fine, e di non permetter loro di rivelar le sue turpitudini. Agli espositori che lo ritengono per un uomo cambiato deve certamente essere sfuggita la doppia villania del suo piano. Per eseguirlo, chiama subito a sé tutti quelli coi quali avea avuto da fare, mercanti o affittuari, insomma tutti quelli che dovevano all'asse, del padrone per roba loro fornita e non pagata, e ciò sotto pretesto di accertare da ognuno l'ammontare del suo debito. Se fossero stati tenuti accuratamente i suoi conti, egli dovea essere il primo a sapere l'esatta posizione di ognuno; ma comincia col permettere a ciascuno di fissare da sé il totale del suo debito, e lo accetta come giusto, senz'altra investigazione. Se le somme dichiarate erano false, quelli che le aveano date sarebbero doppiamente in potere suo, quando egli domanderebbe, sotto forma di mantenimento, l'equivalente del valore rubato. Gesù ci presenta le sue negoziazioni con due soli debitori, come esempi; ve ne possono essere stati delle dozzine trattati allo stesso modo.

PASSI PARALLELI

Luca 7:41-42; Matteo 18:24

6 6. Ed egli disse: Cento bati d'olio. Ed egli gli disse: Prendi la tua scritta, e siedi, e scrivine prestamente cinquanta.

Con questo primo contratto, egli rubò al padrone il valore di 50 bati di olio, e rese il mercante suo obbligato per altrettanto. Il bato vale litri 34,10, dimodoché la quantità tolta dal conto di quel primo debitore sarebbe litri 1705, e la perdita del padrone ammonterebbe a parecchie migliaia di lire. Che la frode si adempiesse falsificando le cifre della scritta, o facendone una nuova lì per lì, poco importa; la somma corrisponderebbe con quella segnata sui libri del fattore a nome di ciascheduno, semmai tutto l'affare venisse novamente esaminato.

PASSI PARALLELI

Luca 15:9,12; Tito 2:10

7 7. Poi disse ad un altro: e tu quanto devi ? Ed egli disse: Cento cori di grano. Ed egli gli disse: Prendi la tua scritta, e scrivine ottanta.

Il Cor o Omer era quasi dieci Bati cioè litri 341, dimodoché dei 34,100 litri dovuti da questo secondo debitore, ne furono tolti litri 7820. Il modo di procedere fu lo stesso che nel primo caso e fu seguito pure in tutti gli altri che seguirono; ma la differenza nell'ammontar della riduzione in questi due casi è una prova notevole dell'astuzia del fattore. Da molto tempo conosceva quegli uomini, e poteva calcolare esattamente la somma di ospitalità che il suo dono gli otterrebbe da ciascuno; secondo questo apprezzamento, accresce o scema la riduzione. Così, mediante disoneste ma abilissime manipolazioni dei beni del suo padrone, prima che gliene sia tolta l'amministrazione, si assicura il vitto per l'avvenire. Il fattore mise questi debitori sotto tanta maggiore obbligazione che probabilmente nell'avvenire né il padrone, né il futuro suo fattore potrebbero domandar loro somme maggiori di quelle che erano state convenute fra essi e lui.

PASSI PARALLELI

Luca 20:9,12; Cantici 8:11-12

8 8. E il signore lodò l'ingiusto fattore, perciocché avea fatto avvedutamente;

Il Signore in questo versetto e nei versetti 3 e 5 è il padrone del fattore ingiusto, non già il Signor Gesù Cristo. La lode non fu data alla sua disonestà nel rubare (nessun uomo di senno loderebbe mai una cosa simile), bensì alla prudenza, sottigliezza e rapidità colla quale avea saputo escogitare ed eseguire il suo piano, della cui completa esecuzione il padrone si accorse solo quando vide ricevuto nelle case dei suoi debitori il fattore che avea rimandato. Non è punto raro che chi è stato dirubato, pur lagnandosi vivamente della disonestà del ladro, si senta costretto di ammettere la furberia e l'abilità di cui è stato vittima. Le lodi del padrone lo proclamano semplicemente un furfante abilissimo e che è riuscito nel suo intento. Gli uomini «ti lodano se tu dài piacere e buon tempo» Salmi 49:19.

conciossiaché i figliuoli di questo secolo sien più avveduti, nella lor generazione, che i figliuoli della luce.

Colle parole di ammirazione strappate al padrone, ha termine la parabola nella clausola precedente. In questa abbiamo parole di Gesù, che sono il suo commento sul procedere così del padrone, come del servo. Egli divide tutta quanta la razza umana a norma della Scrittura, in due grandi classi. La prima si chiama: «i figliuoli di questo secolo», quelli cioè che concentrano in questo mondo, tempo, forze, ambizioni tutte, sieno alti o bassi i fini cui mirano, e non si curano di nulla al di là di esso. Così pure li descrive il Salmista: «Gli uomini del mondo, la cui parte è in questa vita» Salmi 17:14; e Paolo, quelli «i quali hanno il pensiero e l'affetto alle cose terrene» Filippesi 3:19; o ancora: «coloro che son secondo la carne e pensano ed han l'animo alle cose della carne» Romani 8:5. L'altra classe Gesù chiama: «i figliuoli della luce», perché sono nati di nuovo per lo Spirito Santo, e sono stati «chiamati dalle tenebre alla sua maravigliosa luce» 1Pietro 2:9, cosicché ora sono uniti per la fede a Gesù «che è la vera luce, la quale illumina ogni uomo che viene al mondo» Giovanni 1:9. Paolo seguendo l'esempio di Cristo, chiama tutti i credenti «figliuoli di luce e figliuoli giorno» Efesini 5:8; 1Tessalonicesi 5:5 e così descrive il modo in cui acquistano quel titolo benedetto: «Iddio che disse che la luce risplendesse dalle tenebre, è quel che ha fatto schiarire il suo splendore ne' cuori nostri, per illuminarci nella conoscenza della gloria di Dio, nella faccia di Gesù Cristo» 2Corinzi 4:6. A tali è comandato di «camminar nella luce», affinché «siccome Iddio è nella luce, abbiamo così comunione egli e noi insieme» 1Giovanni 1:7. È indubitato che «i figli della luce», come figli di Dio, sono infinitamente più savii, e più meritevoli di venir proposti a modello, in tutte le cose essenziali che «i figliuoli di questo secolo»; ma c'è un punto in cui questi superano quelli, in prudenza cioè ed in saviezza, e da questo solo punto di vista, il Signore ce li presenta, con alla testa il fattore iniquo, quali oggetti di attenzione e di imitazione. La saviezza consiste di due cose: scegliere il fine migliore e cercarne il conseguimento coi fini più adatti. Riguardo alla, prima, i figli della luce hanno di gran lunga il vantaggio; ma per la seconda, cioè per la scelta dei mezzi più acconci e per lo zelo nel farne uso, sono spesso sorpassati dai figli di questo secolo. La parola generazione ha varii sensi. Alcuni la spiegano qui del modo di vivere o di condurre i loro affari, ed in questo senso la superiore saviezza degli uomini di questo mondo è facile a riconoscere; poiché nella sfera della loro vita peritura spiegano, nell'adattare i mezzi allo scopo, una sagacità alla quale non arrivano i figliuoli della luce. Con qual fermezza afferrano l'oggetto cui mirano, con quale instancabile energia, determinazione e preseveranza proseguono i loro disegni! Ma la proposizione che è congiunta nel greco alla parola «generazione» significa a, verso, sicché il vero senso delle parole sarebbe che essi sono più savi verso o fra gli uomini della loro generazione, il che è una allusione evidente all'operato del fattore coi creditori. Fu stabilito fra di loro un accordo perfetto; i secondi divennero complici della frode del primo, ognuno procurò vantaggi disonesti all'altro, ed in tale unità di azione si mostrarono più abili dei figliuoli della luce. Il Signore non vuol già dire che tutti i figliuoli di questo secolo sieno, come questi, disonesti nel carattere e nelle azioni, il suo insegnamento si è che essi ricavano dalle loro relazioni reciproche maggior profitto, per i loro interessi mondani, di quel che facciano i figliuoli della luce, della loro fraterna comunione. Notisi che il paragone non vien fatto fra la maggior prudenza ed il maggior successo dei mondani, e quelli dei figliuoli della luce nei loro affari spirituali, ossia nel far volgere i loro rapporti reciproci alla salute delle anime dei loro simili per la gloria di Dio, e per guadagnarsi la ricompensa finale di «quelli che avranno giustificati molti». In quanto al saper trar vantaggio dalle occasioni che vengon porte a ciascun di loro, il Signore qui ci dice che i secondi superano i primi.

Per molti è una pietra di scandalo, per altri una sorpresa, che il Signore, il quale avea dinanzi a sé l'intero mondo per scegliersi un esempio di prudenza mondana atto a stimolarci a prudenza spirituale nel ricercare gli interessi dell'anima nostra, abbia fissato la sua scelta sopra un uomo tutto quanto penetrato dell'ignobile vizio della disonestà e della menzogna. Invero l'imperatore Giuliano si prevalse di questo fatto per sostenere che le dottrine di Cristo sono contrarie alla sana morale, e per giustificare in questo modo la sua apostasia. Non è questo però il solo caso in cui il Signore abbia inculcato i suoi insegnamenti mediante oggetti vili e repulsivi. Niente è più schifoso del serpente, eppure egli lo propone all'imitazione dei suoi discepoli, non per il male che può fare, ma per la sua prudenza! «Siate prudenti come serpenti, e semplici come colombe». L'avvedutezza e la disonestà non sono meno strettamente uniti nel carattere del fattore frodolente, che nel serpente la prudenza ed il potere di nuocere. Il Signore vuole che venga imitata nella sola qualità che è lodevole, pur tenendo il resto in abbominazione. Di più, se teniamo in mente che la chiave della parabola si trova nelle parole: «i figliuoli di questo secolo» ecc., si troverà che «la disonestà mista con prudenza del fattore, ben lungi dal rendere il caso suo disadatto allo scopo del Signore, lo ha tanto più appropriato a quello, perché il suo scopo non era solamente di dare, ai suoi discepoli un esempio generico di prudenza, bensì un esempio specifico della prudenza di questo mondo che «non teme Iddio e non ha riguardo ad alcun uomo». «Egli ci mostra un uomo mondano nelle sue vedute e nelle sue massime, il quale prosegue senza scrupolo il suo scopo colla massima energia ed abilità, e l'insegnamento è: Il cristiano che è guidato da una luce più pura, prosegue lo scopo più elevato della vita sua, con zelo ed energia consimili. Un esempio di prudenza, tolto dalla vita di un uomo buono e praticato per sottomissione alla volontà di Dio, non avrebbe convenuto allo scopo del Maestro, così bene come quello che egli ha scelto» (Arnot).

PASSI PARALLELI

Luca 16:10; 18:6

Luca 16:4; Genesi 3:1; Esodo 1:10; 2Samuele 13:3; 2Re 10:19; Proverbi 6:6-8

Luca 20:34; Salmi 17:14; 1Corinzi 3:18; Filippesi 3:19

Salmi 49:10-19; Matteo 17:26

Giovanni 12:36; Efesini 5:8; 1Tessalonicesi 5:5; 1Pietro 2:9; 1Giovanni 3:10

9 9. lo altresì vi dico: Fatevi degli amici delle ricchezze ingiuste;

Qui abbiamo espressa, pur sempre in linguaggio parabolico, l'applicazione che Cristo fa di questa parabola ai suoi discepoli in ogni tempo. La posizione del fattore, riguardo al suo padrone, è quella d'ogni uomo in generale, ma specialmente del vero credente, inverso Dio. Di quanto essi posseggono in sulla terra, Dio è il padrone, egli lo ha loro affidato come ad economi, col comando: «Trafficate, finché io venga» Luca 19:13. Il fattore lo fece disonestamente, prendendo quello che non era suo, per beneficare i suoi amici, e ciò per i secondi fini che avea in vista; i credenti lo possono fare onestamente e liberamente, imperocché il Signore ha dato loro ricchezze, rango, talenti, non per farne tesoro a se stessi, ma per ispenderli a benefizio di altri (specialmente dei poveri e dei bisognosi), affin di vincere i loro cuori a Cristo, cosicché per le mutue loro relazioni la gloria di Dio sia avanzata ed a, loro sia «copiosamente porta l'entrata all'eterno regno del nostro Signore Gesù Cristo» 2Pietro 1:5-11. Gli amici, secondo gli uni, sono gli angeli; secondo altri, Iddio stesso; ma l'analogia dell'esempio del fattore prova che si tratta evidentemente di uomini della nostra generazione: i miseri gli afflitti, «i poveri del mondo, ricchi in fede» Giacomo 2:5, i quali hanno bisogno di venire soccorsi e la cui affettuosa riconoscenza ripagherà ampiamente anche in questa vita, tutto ciò che avremo fatto per loro. «La benedizione di chi periva», dice Giobbe, «veniva sopra a me, ed io faceva cantare il cuore della vedova» Giobbe 29:13. I mezzi coi quali devono esser fatti quegli amici sono «le ricchezze ingiuste», mammona di ingiustizia. Mammona è parola di origine Siriaca od aramaica (punica, secondo Agostino), di cui si dice, ma con dubbia autorità, che era il nome di un idolo adorato dagli Assirii, come Dio della ricchezza. Tutti concordano che significa ricchezza o guadagno, non necessariamente acquistato in modo ingiusto, ma sovrabbondante. L'espressione (ingiustizia), qui unita alla ricchezza non significa, come suppongono alcuni, guadagno acquistato disonestamente, perché il Signore ne avrebbe subito ordinato la restituzione (Zaccheo dopo la sua conversione ce ne dà un esempio Luca 19:8), ma si riferisce forse al peccato spesso commesso per acquistarlo, o agli abusi che a motivo della umana infermità, derivano dalla sua possessione, e soprattutto a mettere ad esso il nostro cuore 1Timoteo 6:3,10. Però paragonando con quella le parole «le vere ricchezze» del ver. 11, pare che «ingiuste» voglia qui significare ricchezze incerte, «instabili» che sono false, perché «ingannatrici»; infatti sembrano promettere al loro possessore una felicità ininterrotta, mentre non possono rimanere di continuo con lui. «L'uso di ingiusto, per falso», dice Trench, «si trova in tutta la LXX; cosicché quì il Mammona, di iniquità è il Mammona ingannatore, quello che tradirà la fiducia riposta in lui». Il comando sarebbe dunque questo: «Volgete a maggior vostro vantaggio soccorrendo generosamente i vostri fratelli poveri, quelle ricchezze delle quali gli ingiusti abusano in modo tanto iniquo, e ciò nello stesso spirito di previdente sagacità che fu, dimostrato dal disonesto fattore».

acciocché, quando verrete meno,

Secondo il testo ricevuto, la lezione greca è voi mancate; ma, il codice Alessandrino, ed uno o due altri MSS. leggono esso manca, che si riferirebbe a Mammona. Oosterze sostiene fortemente questa lezione, fondandosi sull'analogia delle ricchezze che erano venute meno al fattore; ma quell'analogia, non regge, perché esse rimanevano al padrone; il fattore era quello che avea mancato, o, in altre parole era stato scacciato, e privato dell'uso di quelle. L'analogia tende dunque dal lato opposto, ed in forza di ciò, come pure del peso delle autorità in suo favore, la vera, lezione ci par quella, del testo ordinario. Il senso è: «quando morrete». «Le ricchezze possono farsi dell'ale e volare in aria», molto prima che il loro padrone venga a morire, e gli amici che egli si è procurati col loro mezzo possono allora riceverlo in abitazioni terrene; ma egli è solo alla morte che egli può venir ricevuto nei «tabernacoli eterni», dei quali Gesù parla in questo luogo.

vi ricevono ne' tabernacoli eterni.

Questi eterni tabernacoli, trovansi solo in cielo, sono le «molte stanze nella casa del Padre mio» di cui Gesù parla in Giovanni 14:2, il «tempio di Dio, dal quale il vincitore non verrà mai più fuori» Apocalisse 3:12. Alla parola ricevano alcuni scrittori dànno un senso impersonale o indefinito equivalente a potrete esser ricevuti, probabilmente per evitare la difficoltà che sembra presentare essere ricevuti in cielo da amici fatti colle ricchezze ingiuste; ma l'analogia della parabola (ver. 4), vuole che questo ricevimento sia preso in un senso personale; fatto non da Dio, da Gesù o dagli angeli, come credono alcuni, ma dai santi poveri che essi hanno amorevolmente soccorsi durante la terrestre miseria e che li hanno preceduti nella gloria. La parola quì usata è ricevere, cioè incontrare ed accogliere, non far entrare o condurre nelle abitazioni. Cristo solo può, mediante l'assoluta giustizia imputata a noi per fede, aprirci le porte del cielo Atti 4:12. Non per merito nostro, come insegna la Chiesa di Roma, non per intercessione dei Santi. ai quali possiamo forse aver fatto del bene in questa vita, saremo noi ammessi in cielo, ma semplicemente per la libera grazia di Dio Efesini 2:8; ma questo non toglie minimamente che possiamo esser ricevuti, quando Cristo avrà aperta per noi la, porta del cielo, con acclamazioni di gioia, da quelli che abbiam fatti in terra amici nostri, mediante un uso liberale delle ricchezze ingiuste. Invero, tenendo conto di quello che Gesù ci dice nel capitolo precedente, cioè della «letizia in cielo per un peccatore penitente», ci appare molto probabile che una consimile gioia sarà sentita da, quelli che si ricorderanno con amore di noi, quando saremo introdotti «nella gioia del nostro Signore», e che essi si avanzeranno come testimoni in favor nostro, in quel giorno del giudizio finale, in cui ciascuno sarà giudicato «secondo le sue opere» Matteo 25:34-46. Brown domanda: «Come ci riceveranno quegli amici nei tabernacoli celesti? Alzandosi come testimoni di quanto avrem fatto per loro per amor di Gesù. Così la sola differenza fra questa descrizione dell'ammissione dei santi nel cielo, e quella nella grandiosa veduta che il Signore ci dà dell'ultimo giudizio Matteo 25 consiste in ciò che in Matteo, Cristo stesso come Giudice parla per essi, come onnisciente spettatore di tutti i loro atti di beneficenza verso «i suoi fratelli», mentre qui questi fratelli di Gesù parlerebbero per il proprio conto». La lezione da impararsi da questa parabola, è in breve questa, che, mentre vivono sulla terra, gli uomini devono fare tale un uso dei loro beni terreni, che questi stessi beni alla fine sieno riconosciuti come avendoli aiutati a camminare verso il loro eterno riposo. Quelle ricchezze terrene, che sono nemici dai quali molti restano vinti, fatene degli amici usandone con coscienza e liberalità.

PASSI PARALLELI

Luca 11:41; 14:14; Proverbi 19:17; Ecclesiaste 11:1; Isaia 58:7-8; Daniele 4:27; Matteo 6:19; 19:21

Matteo 25:35-40; Atti 10:4,31; 2Corinzi 9:12-15; 1Timoteo 6:17-19; 2Timoteo 1:16-18

Luca 16:11,13

Proverbi 23:5; 1Timoteo 6:9-10,17

Salmi 73:26; Ecclesiaste 12:3-7; Isaia 57:16

2Corinzi 4:17-18; 5:1; 1Timoteo 6:18; Giuda 21

10 10. Chi è leale nel poco, è anche leale nell'assai; e chi è ingiusto nel poco, è anche ingiusto nell'assai.

In questo versetto, Gesù passa dalla prudenza dimostrata dal fattore alla fedeltà di cui mancava e pone un principio universale di cui fa l'applicazione nei seguenti. Questo principio si è: egli è impossibile rimanere fedeli nelle grandi cose, essendo infedeli nelle piccole. È verità incontestata che la condotta di un uomo nelle cose piccole è un criterio sicuro di quanto egli farà nelle grandi: se lo sappiamo infedele nelle cose di minore importanza, non gli affideremo certo quelle di maggior momento. Alcuni scrittori non sanno vedere il nesso che unisce questa massima alla precedente parabola, eppure non ci par tanto lontano a trovare. Molti che posseggono poca parte delle «ricchezze ingiuste», potrebbero essere disposti a dire che quella parabola non li riguarda; ma a detta, di Cristo, questo è un errore, perché la fedeltà non dipende dall'ammontare affidato ad uno, bensì dal sentimento di responsabilità che, egli nutre in cuore. L'uomo cui era stato affidato un talento fu tenuto responsabile dell'uso che ne fece, al par di quello che ne avea ricevuto dieci. È altrettanto possibile per un povero di essere infedele nel disporre dei suoi pochi mezzi, che per il ricco nello spendere una grande fortuna. V'è qui una lezione che anche i mondani, nelle loro varie carriere, farebbero bene di tenere in mente. Chi vuol conservarsi fedele nelle grandi imprese che possono un giorno venirgli affidate, si studii sopra ogni altra cosa e con perseveranza di esser tale nei piccoli dettagli della vita giornaliera, perché il permettersi di mancare nelle piccole cose, col tempo incallisce la coscienza e distrugge la distinzione fra il bene ed il male.

PASSI PARALLELI

Luca 16:11-12; 19:17; Matteo 25:21; Ebrei 3:2

Giovanni 12:6; 13:2,27

11 11. se adunque voi non siete stati leali nelle ricchezze ingiuste.

cioè nelle incerte ed ingannatrici ricchezze di questa terra,

chi vi fiderà le vere?

Le vere ricchezze indicano le grazie del vangelo, la influenza dello Spirito, la vita eterna ed il tesoro nei cieli, che sono tutte cose reali, durature immancabili. In questo vers. e nel seguente, il Signore applica il principio posto nel ver. 10. Quelli che sono disonesti nel governo dei loro beni terreni, non possono esser partecipi della grazia quaggiù, né della gloria nei cieli; perché tal disonestà è precisamente il culto di Mammona, il quale presto soffocherà nel cuore loro ogni impressione religiosa.

PASSI PARALLELI

Luca 16:9

Luca 12:33; 18:22; Proverbi 8:18-19; Efesini 3:8; Giacomo 2:5; Apocalisse 3:18

12 12. E, se non siete stati leali nell'altrui, chi vi darà il vostro?

Fra questo ed il versetto precedente, corre uno di quei parallelismi che occorrono frequentemente nella Scrittura, le clausole corrispondenti di ogni versetto illustrandosi a vicenda. Nei ver. 11,12, «le ricchezze ingiuste» corrispondono alle ricchezze «altrui»; e le «ricchezze vere», al «vostro». L'«altrui» qui è Dio, e Gesù c'insegna che la ricchezza del mondo, per quanto inegualmente divisa fra gli uomini, è di Dio, e a noi viene affidata solo come a suoi economi. È incerta, fallace, ne possiamo venir privi ad ogni istante, ma è sempre sua: ad ognuno egli domanderà conto dell'uso che avrà fatto della parte assegnatagli, e se saremo trovati economi infedeli, come potremo sperare che Dio ci accordi ricchezze in nostra proprietà assoluta?, Se si potesse provare con certezza, come suppongono alcuni, che i padroni usavano talvolta ricompensare i loro fattori, dando loro una parte delle loro terre, questo spiegherebbe esattamente l'espressione analoga di questo versetto. Le «vere ricchezze» sono le benedizioni spirituali di cui vengono messi in possesso duraturo quelli che sono uniti a Cristo; in questa vita esse ci sono applicate dallo Spirito, e ne godremo eternamente nei cieli. Messe in contrasto colle «ricchezze ingiuste», esse sono la proprietà di ciascun credente («il vostro»). Esse costituiscono il suo carattere, sono il suo tesoro permanente e speciale, di cui il volere di nessuno può mai più privarlo. La grazia e la pace una volta date sono una possessione eterna. «I doni e la vocazione di Dio son senza pentimento» Romani 11:29. Fin da ora, i credenti posseggono come proprie le «ricchezze ininvestigabili di Cristo»; queste son loro conservate nel cielo come una «eredità incorruttibile ed immacolata e che non può appassare». Il senso è dunque: "Se siete infedeli e disonesti riguardo a quelle cose che sono la proprietà di Dio, non potete sperare quella vita eterna che Dio accorda ai credenti, e la quale una volta data sarebbe vostra per sempre". La disonestà nelle cose che Dio ci ha affidate, sotto la nostra responsabilità, è una prova che il cuore ancora non è rigenerato e «se alcuno non è nato di nuovo non può entrare nel regno di Dio».

PASSI PARALLELI

Luca 19:13-26; 1Cronache 29:14-16; Giobbe 1:21; Ezechiele 16:16-21; Osea 2:8; Matteo 25:14-29

Luca 10:42; Colossesi 3:3-4; 1Pietro 1:4-5

13 13. Niun famiglio può servire a due signori; perciocché, o ne odierà l'uno, ed amerà l'altro; Ovvero, si atterrà all'uno, e sprezzerà l'altro; voi non potete servire a Dio, ed a Mammona.

Da alcuni questo vien considerato come un detto proverbiale; ma esso si rannoda qui in modo evidente al soggetto che precede. Non c'è vero servizio se il cuore non vi è impegnato Matteo 6:21, e gli affetti del cuore, in un senso assoluto, non possono venir dati che ad un oggetto solo; indi l'impossibilità di render servizio ugualmente sincero ed amorevole a due padroni opposti e nemici. Il fattore della parabola avea due padroni: il ricco signore del quale amministrava i beni, e l'oro di cui si era fatto un dio; ed egli trovò che era impossibile di servire ad entrambi, perché i suoi affetti erano tutti concentrati nell'amor dell'oro, mediante il quale egli poteva, soddisfare le sue voglie peccaminose. Parimente colui che non è fedele nelle «piccole cose», che non spende quello che il Signore gli ha affidato come un economo, nel modo indicato al ver. 9, prova con questo fatto istesso che egli è un misero schiavo di Mammona, che il suo affetto per quello è idolatria e che perciò non può servire a Dio. Questa «avarizia», come idolo accarezzato nel cuor dell'uomo, lo impedisce di servirsene giustamente per la gloria di Dio. Leggasi la descrizione fatta da Paolo degli effetti dell'avarizia in 1Timoteo 6:9-10, come una illustrazione del detto di Cristo che egli è impossibile di servire al tempo stesso Dio e Mammona, vedi Nota Matteo 6:24.

PASSI PARALLELI

Luca 9:50; 11:23; Giosuè 24:15; Matteo 4:10; 6:24; Romani 6:16-22; 8:5-8; Giacomo 4:4

1Giovanni 2:15-16

Luca 14:26

14 Luca 16:14-18. UN AMMONIMENTO AGLI AVARI E SCHERNITORI FARISEI

14. Or i Farisei, ch'erano avari, odivano anch'essi tutte queste cose, e lo beffavano.

È sogghignare, letteralmente arricciare il naso, parola che si ritrova in un sol altro posto del Nuovo Testamento Luca 23:35, per indicare il modo in cui questi stessi Farisei insultavano Gesù in croce. Luca dice qui dei Farisei in massa che essi erano «avari», e già altrove il Signore avea severamente rampognato questo loro difetto Matteo 23:14. Il grande scopo cui miravano, anche nelle loro esterne osservanze religiose, ora il proprio interesse, e così poco scrupolosi erano essi a questo riguardo, che non esitavano ad impiegar la frode e l'oppressione, coprendosi però sempre col manto di una religione ipocrita. L'ultime parole di Gesù, sull'impossibilità di unire il servizio di Dio e quello di Manimona, erano dunque rivolte direttamente a loro, e svegliarono un'eco nella loro coscienza. Per nascondere il loro dispetto, il loro turbamento e la loro indegnazione, ebbero ricorso a parole sarcastiche, a gesti e sguardi insolenti. In questo sono tipo dei peccatori inconvertiti in generale, nei quali la fedele predicazione della verità sveglia lo scherno e la rabbia, soprattutto quando si toccano in sul vivo i loro errori e peccati favoriti. Questi trattano i servitori di Gesù, come i Farisei trattarono Gesù medesimo, chiamandoli ipocriti o visionari deboli e fanatici.

PASSI PARALLELI

Luca 12:15; 20:47; Isaia 56:11; Geremia 6:13; 8:10; Ezechiele 22:25-29; 33:31

Matteo 23:14

Luca 8:53; 23:35; Salmi 35:15-16; 119:51; Isaia 53:3; Geremia 20:7-8; Ebrei 11:36

Ebrei 12:2-3

15 15. Ed egli disse loro: Voi siete que' che giustificate voi stessi davanti agli uomini; ma Iddio conosce i vostri cuori;

Affinché gli effetti dei suoi insegnamenti non fossero cancellati dai cuori della moltitudine, a motivo del contegno violento dei suoi dottori abituali, Gesù si rivolge a questi ultimi, svelando con severe parole il loro carattere, e dichiara che, perfettamente indifferenti all'opinione di Dio sul conto loro, non si preoccupavano se non di non compromettersi davanti agli uomini e di conservare la loro riputazione di integrità, pur continuando nell'avarizia e nella rapina. Badino però a non ingannar se stessi. Se scordano Iddio, egli tien però conto della loro ipocrisia, perché conosce i recessi più intimi dei loro cuori, i moventi delle loro azioni, ed il vero valore di quella giustizia formale di cui menavano sì gran vanto. «Il Signore non riguarderà a ciò a che l'uomo riguarda» 1Samuele 16:7; epperciò essi, benché esaltati come modelli di pietà, dai loro concittadini ignorati, erano abbominevoli dinanzi ai suoi purissimi sguardi per la loro interna corruzione ed ipocrisia.

perciocché quel ch'è eccelso appo gli uomini è cosa abbominevole nel cospetto di Dio.

La parola abbominazione, è l'equivalente di shekutz, che è generalmente usata nell'Antico Testamento, per designare gli idoli dei pagani, tenuti dall'Onnipotente in abbominazione. Queste parole sono usate dal Signore con riferenza speciale ai Farisei ed alla loro ingiustizia, e non devono venire universalmente applicate, perché molte sono le cose onorate dagli uomini, le quali non sono, però in abbominazione dinanzi al Signore.

PASSI PARALLELI

Luca 10:29; 11:39; 18:11,21; 20:20,47; Proverbi 20:6; Matteo 6:2,5,16; 23:5,25-27

Romani 3:20; Giacomo 2:21-25

1Samuele 16:7; 1Cronache 29:17; 2Cronache 6:30; Salmi 7:9; 139:1-2; Geremia 17:10; Giovanni 2:25

Giovanni 21:17; Atti 1:18; 15:8; 1Corinzi 4:5; Apocalisse 2:23

Salmi 10:3; 49:13,18; Proverbi 16:5; Isaia 1:10-14; Amos 5:21-22; Malachia 3:15

1Pietro 3:4; 5:5

16 16. La legge e i profeti sono stati infino a Giovanni; da quel tempo al regno di Dio è evangelizzato,

Sin dai primi secoli del Cristianesimo, sono stati divisi gli interpreti sulla quistione di sapere se c'è o no un nesso fra i ver. 16-18 e quelli che li precedono. Per ispiegare l'apparente isolamento dei soggetti trattati in questi versetti, Arnot suggerisce, con molta probabilità, che i Farisei avranno più di una volta interrotto il Signore colle loro esclamazioni e colle loro domande, le risposte alle quali solo ci sono stato conservate da Luca. Godet adotta evidentemente questo modo di vedere, poiché, dopo aver notato il carattere frammentario di questo racconto di Luca, egli osserva: «Quello che ci rimane di questo discorso si assomiglia alle vette di una catena di monti, la cui base sarebbe nascosta agli occhi nostri e dovrebb'essere ricostruita mediante la riflessione. Il compilatore stesso si astenne dal riempire, colle proprie mani, i vuoti di questo documento. Il carattere frammentario di questo paragrafo ha dato luogo ad una accusa contro di lui: ma dovrebbe al contrario venir considerato come una prova della sua coscienziosa fedeltà». Dobbiamo riconoscere che questo versetto è elittico; però ci pare poter scoprire fra esso e quello che lo precede e quello che lo segue, press'a poco il nesso seguente: "Vi vantate della legge e dei profeti; ma scordate che la dispensazione legale e profetica avea per unico scopo di preparare la dispensazione migliore del regno di Dio, la quale è stata inaugurata da Giovanni Battista. Il regno di Dio è fra voi; i pubblicani ed i peccatori fanno ressa per entrarvi, mentre voi, incapaci di discernere «i segni dei tempi», e cecamente attaccati alle mere forme di una economia che sta per iscomparire, lasciate sfuggire il giorno opportuno, e, correte rischio di venirne esclusi per sempre".

ed ognuno vi entra per forza.

Il vocabolo si trova una sola altra volta nel Nuovo Testamento Matteo 11:12. Ognuno, non è letteralmente ogni uomo, ma molti uomini, o moltitudini. Tal uso di quella parola è frequente, come quando si dice che tutti fanno la tal cosa, o parlano di un dato fatto, per indicare che quello occupa l'attenzione generale. Vedi note Matteo 11:12.

PASSI PARALLELI

Luca 16:29,31; Matteo 11:9-14; Giovanni 1:45; Atti 3:18,24-25

Luca 9:2; 10:9,11; Matteo 3:2; 4:17; 10:7; Marco 1:14

Luca 7:26-29; Matteo 21:32; Marco 1:45; Giovanni 11:48; 12:19

17 17. Or egli è più agevole che il cielo e la terra passino, che non che un sol punto della legge caggia.

Vedi nota Matteo 5:17-18. Non è improbabile che questa fosse una espressione proverbiale, per indicare la dignità e l'obbligatorietà perpetua della legge di Dio, e se così è, deve cessare la stolta disputa di Luca o Matteo l'han posta nel suo vero luogo, come se il Signore non potesse ripetere un detto già da lui pronunziato. Il nesso colle parole precedenti sembra esser quello di una solenne protesta contro l'accusa spesso portata contro a Cristo e ripetuta probabilmente in questa occasione, che il regno da lui annunziato dovesse abolire «la legge ed i profeti». Benché risultato della sua venuta in sulla terra dovesse essere l'abolizione della economia levitica, la legge morale di Dio che è una rivelazione delle sue perfezioni morali, doveva venire osservata in una maniera più rigorosa e più spirituale di prima, e nemmanco un punto di essa doveva venir meno. Sbaglia Oosterzee quando limita questa dichiarazione di Cristo col dire che «fino all'alba della nuova dispensazione, le esigenze morali della legge rimanevano in pieno vigore». Ma la citazione anonima colla quale appoggia questo suo pensiero va assai più in là nella via dell'errore: «Nel mondo della perfezione, più non sarà necessaria la legge, poiché ognuno sarà legge a sé stesso. Siccome non c'è legge per Dio, così non vi sarà legge per un mondo perfetto; perché, come Dio, quel mondo sarà legge a sé medesimo». La nostra natura resti perfetta potrà in quella sublime dimora non sentire i vincoli della legge morale, a motivo della perfetta conformità dei nostri voleri con quelli di Dio; ma siccome in quella legge s'incorporano le perfezioni adorabili di Dio, l'Essere supremo istesso non potrà mai cancellarla in eterno, né potranno mai gli uomini o gli angeli credersi esenti dall'obbligo di osservarla. «La legge del Signore è perfetta, siccome egli è perfetto», e «dura in eterno».

PASSI PARALLELI

Luca 21:33; Salmi 102:25-27; Isaia 51:6; Matteo 5:18; 2Pietro 3:10; Apocalisse 20:11; 21:1,4

Isaia 40:8; Romani 3:31; 1Pietro 1:25

18 18. Chiunque manda via la sua moglie, e ne sposa un'altra commette adulterio; e chiunque sposa la donna mandata via dal marito commette adulterio.

In prova di quanto era asserito al ver. 17 sulla più rigorosa e più spirituale, osservanza della legge morale in quel regno di cui Giovanni era stato il precursore, ed in contrasto alla osservanza farisaica della medesima, il Salvatore cita qui l'esempio del loro modo di fare nei casi di divorzio, nel quale i Farisei stessi dovevano riconoscere che essi annullavano la legge. «Nel regno di Dio» che Cristo è venuto a fondare, l'istituzione del matrimonio quale fu data da Dio a Adamo e ad Eva in Eden, è solennemente confermata come quella che deve venire osservata da tutti i suoi seguaci fino alla fine dei tempi. Confr. Genesi 2:24; Matteo 19:5-6; Marco 10:5-9. Quella legge divina non fu mai abrogata durante le due economie patriarcale e levitica, e non v'era che una causa legittima di divorzio, quando cioè l'infedeltà dell'una o dell'altra delle parti separava novamente quelli che erano divenuti una stessa carne. Ma questa legge divina veniva siffattamente trascurata in pratica, e il divorzio era divenuto così comune, che Mosè dovette contentarsi di frenare alquanto i danni inflitti alle donne israelite da questo stato di cose, coll'obbligare il marito, che rimandava sua moglie, a darle una scritta di divorzio, nella quale veniva dichiarata la sua innocenza. L'abuso di questo permesso era giunto ai tempi di Cristo a tal segno, che gli Ebrei rimandavano le loro mogli, benché di condotta irriprensibile, solo perché desideravano possedere un'altra donna, o per motivi più frivoli ancora. Di questo crudele e riprovevole traffico di donne, ne fornisce un esempio il caso della donna di Samaria Giovanni 4:18. Gesù dice ai Farisei che essi stessi ne sono colpevoli e lo consentono ad altri; mentre nel suo regno il divorzio sarà assolutamente proibito, fuorché nel caso di adulterio. "Voi, Farisei, con tutta la decantata vostra riverenza per la legge, siete trasgressori di quella fondamentale del matrimonio. Avete abbassato il livello della legge del divorzio, e mentre vi vantate della legge, incoraggite l'adulterio". Da questo solo esempio, adunque, potevano essi giudicare con qual maggior rigore la legge di Dio sarebbe osservata, sotto la dispensazione evangelica, che non sotto la levitica. Vedi note sul divorzio levitico Matteo 5:31-32; Matteo 19:5-9. Badiamo di non interpretar male quello che è detto in questo versetto relativamente al divorzio e ad un secondo matrimonio, quasiché entrambi fossero proibiti; perché è chiaro da un altro passo Matteo 5:32, che il Signore permette, in casi di adulterio, il divorzio ed il susseguente matrimonio con altra persona. Né in questo, né in alcun altro passo, il Signore chiama adultero il matrimonio di uno che sia stato divorziato per causa di fornicazione. Egli è il divorzio per cause frivole ed insussistenti che egli condanna; ed il matrimonio che seguisse un tal divorzio egli lo dichiara macchiato di adulterio.

PASSI PARALLELI

Matteo 5:32; 19:9; Marco 10:11-12; 1Corinzi 7:4,10-12

19 Luca 16:19-31. PARABOLA DELL'UOMO RICCO E DI LAZARO

19. Or vi era un uomo ricco, il quale si vestiva di porpora e di bisso, ed ogni giorno godeva splendidamente

Siccome questa parabola è il seguito di quella dell'economo previdente, il nesso fra le due si trova nel ver. 9, e questa avrebbe probabilmente tenuto dietro all'applicazione pratica di quella, quale la troviamo al ver. 13, senza le interruzioni dei Farisei, come credono molti commentatori. La lezione che essa inculca è di applicazione universale. Alcuni considerano tutto questo passo come un'allegoria e già abbiamo indicato nell'Analisi (Numero 3) di questo capitolo alcuni dei sensi che gli vengono attribuiti. Tale però non è l'opinione generale. La parabola del Seminatore è allegorica, cose spirituali venendo in essa figurate da oggetti materiali mentre in quella del buon Samaritano non si connette ai personaggi significato allegorico alcuno, essi sono semplicemente un Samaritano compassionevole, ed un viaggiatore ferito; e col loro esempio il Signore inculca una lezione importantissima cioè il vero amor del prossimo. A quella stessa classe, non già a quella del Seminatore, appartiene la presente parabola. Non è impossibile che i fatti sui quali è fondata fossero reali, che Gesù conoscesse un caso di questo genere; ma poco importa che la storia sia vera o fittizia, la sua importanza è derivata dalla solenne lezione che essa contiene. Il Signore avendo insegnato ai suoi discepoli e a tutti gli altri suoi uditori, coll'esempio del fattore prudente, a fare un retto uso delle ricchezze di questo mondo, a motivo del loro valore relativamente alla vita avvenire, completa ora quell'insegnamento, facendo loro vedere, con un terribile esempio, le conseguenze della incredulità quali si manifestano nell'induramento del cuore, nella sensualità e nell'assoluta dimenticanza della vita avvenire. Del protagonista di questa parabola non ci è nemmanco detto il nome, ma solo la condizione sociale: egli era «un uomo ricco». Niente è detto che possa farci credere aver egli guadagnato la sua fortuna, mediante frode, oppressione, furto o false accuse; non ci vien rappresentato come un oppressore delle vedove e degli orfani; nessuna accusa di ubbriachezza o di condotta immorale vien portata contro di lui; la prova della divina saviezza del Maestro consiste nel far passare tutto il suo rimprovero sopra un punto solo, cioè sull'affetto egoista ed assorbente di quest'uomo per i beni e i piaceri di questa vita. Non s'insiste sopra il male che senza dubbio avea commesso nella sua vita; ma il bene che avea trascurato di fare ci vien presentato come la causa della sua condanna dinanzi al Signore. La sensualità nel vestire e nel mangiare, descritta in questo versetto, non era una cosa eccezionale, ma il tenore giornaliero della sua vita. Il verbo indica la gioia epicurea che egli provava nel sontuoso suo vivere, mentre la porpora ed il bisso ci dicono l'orgoglio che provava nell'andar splendidamente vestito. La tintura di porpora che si otteneva da una specie di conchiglia di mare (Murex), anticamente abbondante nei dintorni di Tiro, ma ora perduta, era costosissima, perché ogni pesce non dava che alcune gocciole di liquido, e pochi, salvo personaggi reali, o quelli cui i re conferivano un tanto onore, potevano andare adorni di un vestimento così costoso Ester 8:15; Daniele 5:7. Questo formava il vestito esterno dell'uomo ricco; l'intorno o tunica consisteva di lino finissimo, notevole per la bianchezza e la morbidezza del tessuto. Questa combinazione di porpora e di bianco del vestire era molto pregiata. Del bisso dell'alto Egitto, Plinio dice: «Nec alla sunt ces candore, mollitiave praeferenda, vestis inde sacerdotibus Egypti gratissima» (St. Nat. Lib. 19:2).

PASSI PARALLELI

Luca 12:16-21; 18:24-25; Giacomo 5:1-5

Luca 16:1; 15:13; Giobbe 21:11-15; Salmi 73:3-7; Ezechiele 16:49; Amos 6:4-6; Apocalisse 17:4

Apocalisse 18:7,16

Giudici 8:26; Ester 8:15; Ezechiele 16:13; 27:7; Marco 15:17,20

20 20. Vi era altresì un mendico chiamato Lazaro,

Notisi che questo è il solo caso in cui Gesù introduca un nome proprio in una parabola, e siccome Lazaro è una contrazione di Eleazar (Dio aiuta) è possibile che egli lo abbia introdotto per descrivere il carattere di quell'uomo, come uno di quei poveri pii che mettono tutta la loro fiducia in Dio.

Il quale giaceva (letteralmente era stato gettato) alla porta d'esso,

È dubbioso se questa parola implica, come suppongono alcuni il totale abbandono in cui egli era stato lasciato da quelli per i quali era divenuto un peso insopportabile. Come i malati poveri venivano portati alla porta del tempio o in altri luoghi frequentati dal pubblico, per mendicarvi durante il giorno, ed erano quindi riportati per la notte nei loro covili, par più probabile che questo fosse il caso di questo mendico, e che la parola «gettato» indichi il modo, trascurato e senza riguardi, col quale egli veniva messo alla porta del ricco, da quelli che lo portavano.

pieno d'ulcere; 21. E desiderava saziarsi delle miche che cadevano dalla tavola del ricco;

La miseria di Lazaro è indicata dal suo corpo coperto di ulcere, e dalla fame che gli faceva bramare quegli avanzi della tavola del ricco che ordinariamente si davano ai cani. Alcuni critici dànno alle parole il senso di «egli mangiava volentieri», cioè era felice di poter ottenere anche solo gli avanzi; mentre altri le considerano come indicanti un desiderio che non poteva essere soddisfatto. Il contesto par più conforme a questo secondo modo di vedere. Non si potrebbe immaginare un contrasto più completo di quello che esiste fra la condizione esterna di quei due uomini; uno sopraccarico delle superfluità della vita, l'altro morente ogni giorno di fame e di malattia. Ogni volta che entrava in casa o ne veniva fuori, il ricco avea sotto gli occhi uno spettacolo che avrebbe dovuto muovere a compassione il cuore più indurito; ma passava oltre col capo volto altrove ed il cuore corazzato dall'egoismo.

21 anzi ancora i cani venivano, e leccavano se sue ulcere.

I più fra gli scrittori considerano questo come un alleviamento dei suoi dolori, mantenendo che il leccamento di un cane ha, delle proprietà sanatorie; poiché essi leccano tutte le piaghe che possono avere sul proprio corpo. Da questo essi derivano un paragone fra la compassione che gli stessi bruti dimostravano verso di Lazaro, e la crudele indifferenza di colui che, senza patirne danno alcuno per se stesso, avrebbe potuto, col dargli un po' di cibo ogni giorno, ricondurlo novamente in salute. Ma Godet, Oostorzee ed altri hanno ragione nel considerare questo atto dei cani come l'ultimo colpo della miseria di quel meschino, non solo a motivo delle parole (anzi ancora), le quali indicano evidentemente qualche cosa da aggiungersi a quanto di già pativa, ma pure perché le Scritture non vi parlano in modo favorevole del cane, il quale era, per i Giudei e per gli Orientali in genere, un animale impuro.

PASSI PARALLELI

Luca 18:35-43; 1Samuele 2:8; Giacomo 1:9; 2:5

Giovanni 11:1

Atti 3:2

Luca 16:21; Giobbe 2:7; Salmi 34:19; 73:14; Isaia 1:6; Geremia 8:22

1Corinzi 4:11; 2Corinzi 11:27

Matteo 15:27; Marco 7:28; Giovanni 6:12

22 22. Or avvenne che il mendico morì

In questo versetto il Signore aggiunge un altro tratto al contrasto che già regnava fra questi due uomini: entrambi morirono, ma il cadavere del mendico fu gettato via segretamente ed ignominiosamente in una di quelle caverne che servivano di fossa comune per i poveri; al ricco invece vennero concessi gli onori di uno splendido funerale. Così si chiude la storia terrena di questi due uomini, e subito ci vien presentato lo stato di entrambi nel mondo eterno. Qui il contrasto è più evidente ancora, ed è t utto in favore di Lazaro.

e fu portato dagli angeli nel seno d'A b rahamo;

Fin qui il Signore avea parlato di cose che a ciascuno dei suoi uditori erano famigliari, per la propria esperienza; egli entra ora in una regione a lui ben nota, ma della quale la Scrittura (pur rivelandone l'esistenza), nasconde agli uomini i particolari; perciò dobbiam camminar con prudenza nell'interpretar le sue parole. Una cosa certa si è che egli ha rivestito l'istruzione che ci voleva dare relativamente al nostro stato futuro di un linguaggio famigliare, adattato alla misura delle nostre deboli capacità mentali, dimodoché egli è spesso difficile distinguere fra quello che vi ha in esso di figurativo e quello che è strettamente letterale. Accettando alla lettera e con gratitudine la descrizione che ci dà Paolo del ministero degli angeli in favore dei redenti, quando ci dice che «eglino sono tutti spiriti ministratori mandati a servire a coloro che hanno ad eredare la salute» Ebrei 1:14, prendiamo anche letteralmente e non figurativamente, la dichiarazione di Gesù che alla morte gli angeli trasportano le anime dei credenti nelle regioni della gloria. Il «seno di Abrahamo» ed il «Paradiso» erano espressioni sinonime, molto in uso fra i Giudei, per indicare il cielo, il luogo del riposo e della felicità, verso il quale le anime dei buoni prendevano il loro volo subito dopo la morte, e Gesù naturalmente si serve della espressione che i suoi uditori ben conoscevano, affin di render più chiare per essi le sue istruzioni. Non è dunque necessario supporre che questa espressione indichi qualche preeminenza speciale di Lazaro.

e il ricco morì anch'egli, e fu seppellito. 23. Ed essendo ne' tormenti nell'inferno,

L'orgoglio e la vanità di cui la porpora ed il bisso erano stati i segni esterni, lo accompagnarono fino alla tomba, e in quella, per quanto concerneva i suoi simili, vien sepolta ogni memoria di lui. Il Signore ricorda questo come l'ultimo dei «beni» ai quali egli avea messo il suo cuore, e che il mondo gli poteva dare. Come nel caso del mendicante, il Signore passa subito alla sua condizione nella vita eterna. La risurrezione del corpo e la immortalità dell'anima erano dommi accettati da tutti i Giudei, ad eccezione della piccola setta dei Sadducei; ma le loro vedute sulla vita avvenire erano assai nuvolose, se si trattava di andar più in là della fede nelle ricompense e nei castighi eterni. Parrebbe che essi credessero in uno stato intermediario fra la morte e la risurrezione, e, lo chiamassero, Sheol, o Hades diviso in due parti: l'una, abitazione dei giusti, Paradiso, l'altra quella dei dannati, Geenna; e questa teoria è stata ammessa da non pochi scrittori moderni, i quali sostengono che Gesù parla, in questa parabola, di un tale stato intermediario. Importa notare però che «dovunque occorre nel Nuovo Testamento, questo termine di hades sembra essere applicato al luogo degli eterni castighi, fuorché nei passi citati direttamente dal Testamento Antico». L'insegnamento di Gesù ai suoi apostoli nel Nuovo Testamento non dà nessun sostegno alla teoria di un luogo intermediario. Paolo ci dice molto esplicitamente: «Sappiamo che mentre abitiamo nel corpo, siamo assenti dal Signore; ma noi abbiamo molto più caro di partire dal corpo, e di abitare col Signore» 2Corinzi 5:6,8; ed ancora: «avendo il desiderio di partire da questo albergo, e di essere con Cristo, il che è di gran lunga migliore» Filippesi 1:23. In questi passi non v'è stato intermediario possibile, dove Cristo è alla destra di Dio, qui è il cielo e la gloria. Il Signore stesso c'insegna la stessa dottrina, quando dice al ladrone morente: «Io ti dico in verità che oggi tu sarai meco in Paradiso» Luca 23:43. Qui pure il morire e l'entrare nel riposo sono nel caso di Lazaro espressi nella medesima proposizione, unita da una congiunzione copulativa, e con questo Gesù c'insegna che per i suoi non corre intervallo alcuno fra il partire dal corpo e l'essere con lui in gloria, come pure, per parità di ragionamento, devesi concludere non osservi intervallo alcuno fra la morte dei malvagi ed i tormenti dell'inferno. Qualunque sia il punto di vista dal quale consideriamo questa parte della parabola, la interpretazione di essa offre delle difficoltà. È impossibile intendere letteralmente la sete del ricco, la sua lingua, il dito di Lazaro, ecc., trattandosi di spiriti spogli dei loro corpi; dall'altra parte se il ricco e Lazaro erano letteralmente nel corpo, ciò ci riporta fin dopo il giudizio finale, quando cioè la preghiera del ricco per i suoi fratelli tornerebbe oramai inutile, poiché già sarebbe stato deciso il loro fato. Ma ricordandoci la natura parabolica di questa porzione degli insegnamenti del Signore, e lasciando da parte tutti i particolari figurativi, necessari per rendere il soggetto comprensibile a menti umane; usciremo chiaramente da questa difficoltà, se riteniamo che Cristo ci mette qui dinanzi agli occhi lo stato finale ed irrevocabile di questi due uomini, così di felicità in cielo, o di tormento in inferno, così nel corpo, come nello spirito, come già egli ci avea presentato la completa ed irrevocabile storia delle loro vite terrene. Il contrasto sarebbe rimasto incompleto se in confronto delle gioie e delle sofferenze di tutto l'uomo anima e corpo in sulla terra, Gesù ci avesse presentato la felicità e la gioia dell'anima solamente nello stato futuro; a rendere il quadro completo occorreva la descrizione dei godimenti e delle sofferenze dell'uomo tutto intero corpo e spirito, nella vita eterna.

23 alzò gli occhi, e vide da lungi Abrahamo, e Lazaro nel seno di esso

Secondo gli Ebrei, il Paradiso e la Geenna stanno l'uno accanto all'altro; qui il Signore descrive il soggiorno della felicità come «molto lontano»; il ricco poteva bensì vederlo, ma non giungervi. Il Signore descrive qui ed altrove i tormenti fisici che i malvagi patiranno nell'inferno, sotto la figura dell'agonia di un fuoco perpetuo applicato al corpo, mentre quelli dello spirito consisteranno nella violenza raddoppiata e non mai soddisfatta di tutte le malvagie passioni della terra, insieme ad un rodente rimorso, al sentimento incessante della perdita fatta nell'esser per sempre banditi dalla presenza di Dio. Aggravava questi dolori, il contemplare ogni qual volta ch'egli alzava lo sguardo, nel godimento di una perfetta ed eterna felicità, il meschino mendicante che in terra giaceva alla sua porta. La natura della parabola non ci permette di decidere con certezza se questa visione si debba prendere alla lettera. Ma da Luca 13:28 pare che sia possibile qualche conoscenza simile a quella che questo vedere implica; in ogni caso è indubitato che i dannati nell'inferno non devono esser meno certi della felicità dei giusti, che se la vedessero coi proprii occhi in cielo, e la coscienza di questo fatto, aggiunta alla loro rovina nell'essere esclusi dal soggiorno della felicità, dove accrescere di gran lunga la loro miseria

PASSI PARALLELI

Giobbe 3:13-19; Isaia 57:1-2; Apocalisse 14:13

Salmi 91:11-12; Matteo 13:38-43; 24:31; Ebrei 2:14

Matteo 8:11; Giovanni 13:23; 21:20

Luca 12:20; Giobbe 21:13,30-32; Salmi 49:6-12,16-19; 73:18-20; Proverbi 14:32

Marco 8:36; Giacomo 1:11; 1Pietro 2:24

2Re 9:34-35; Ecclesiaste 8:10; Isaia 14:18; 22:16

Salmi 9:17; 16:10; 49:15; 86:13; Proverbi 5:5; 7:27; 9:18; 15:24; Isaia 14:9,15

Matteo 5:22,29; 18:9; 23:33; 1Corinzi 15:55

2Pietro 2:4; Apocalisse 20:13-14

Luca 16:28; 8:28; Matteo 8:29; Apocalisse 14:10-11; 20:10

Luca 13:28-29; Matteo 8:11-12

24 24. Ed egli, gridando (che corrisponde al da lungi, del vers. 23, applicato ad Abrahamo), disse: Padre Abrahamo,

Abbiamo spesso osservato nel corso di queste note sui Vangeli, che vengono introdotte nelle parabole molte cose che appartengono all'insieme drammatico della storia, senza che dobbiamo dar loro un senso letterale. Tale è qui il caso. Il dialogo col quale si chiude la parabola, non ebbe, non poté aver luogo; ma si deve considerare come incorporante, sotto forma di conversazione, certe idee che esistono nella mente di non pochi abitanti dell'altro mondo, e ciò affin di rendere tali idee più intelligibili ed impressive ai viventi, e di far meglio risaltare i tormenti dell'inferno. I Giudei considerano come un onore segnalato il discendere da Abrahamo, ed il nome di «padre Abrahamo» veniva pronunziato in ogni occasione come un vanto, o come una protezione Matteo 3:9; Giovanni 8:33,39,53; Atti 7:2. Benché quell'uomo si trovasse in uno stato di miseria irremediabile, egli sembra aggrapparsi a questa sua parentela col padre dei fedeli, quasiché essa svegliasse ancora un raggio di speranza nel suo cuore. «Chi è circonciso è salvo», diceano i rabbini, perché la circoncisione era segno di parentela con Abrahamo col quale Iddio avea stretto il suo patto, per lui stesso e per i suoi discendenti Genesi 17:7. Che terribile colpo deve essere stato per la fiducia dei Farisei, il vedere che Gesù metteva fra i dannati questo figlio di Abrahamo! Notisi, questo è il solo esempio in tutta la Scrittura, di una preghiera rivolta ai SANTI, ed esso deve dare pochissimo incoraggiamento a quelli che di tali preghiere fanno uso. La Chiesa romana nei suoi servizii rivolge preghiere ed invocazioni ai santi defunti, e raccomanda a tutti i suoi seguaci di fare altrettanto. Per una Chiesa che si pretende fondata sulla Scrittura, è cattivo segno che il solo esempio di una pratica da lei tanto raccomandata sia partito dall'inferno, e sia stata perentoriamente respinta dal Santo cui era diretta.

abbi pietà di me, e manda Lazaro,

Il completo egoismo di costui si vede dalle due preghiere che egli fa: una relativa a Lazaro, l'altra ai suoi fratelli; la prima per esser sollevato nei suoi patimenti corporei, l'altra per evitare addizionali angoscie dell'anima. La vista di Lazaro svegliò forse nel suo cuore invidia e sorpresa; ma non destò in lui né rimorso né vergogna per averlo così crudelmente trascurato in terra: egli lo considera tuttora, come il miserabile mendicante che usava giacere alla porta del suo palazzo, meritevole solo di venir mandato attorno in servizio degli altri, quand'anche egli sia entrato nei cieli; perciò suggerisce ad Abrahamo che in lui certamente troverà un messaggiero che non ardirà disubbidire ai suoi comandamenti. Tanto è vero che neppure le pene dell'inferno varranno a soggiogare l'orgoglio che abbiamo nutrito in cuore, mentre eravamo in sulla terra.

acciocché intinga la punta del dito nell'acqua, e mi rinfreschi la lingua; perciocché io son tormentato in questa fiamma.

Non ardisce chiedere di venir liberato dal suo tormento: così grande è la sua miseria, che si dichiara soddisfatto anche del più piccolo sollievo, ma supplica invano. Le sofferenze che lo tormentano ci vengono rappresentate come producenti una sete così ardente che anche solo una gocciola d'acqua sulla sua lingua sarebbe un refrigerio. Veramente «di qual misura egli avea misurato era stato ora misurato a lui» Luca 6:38. Le gocciole d'acqua cadenti dal dito corrispondono alle miche da lui negate a Lazaro. La ragione che dà della sua domanda è: «io sono tormentato in questa fiamma». I dannati ci vengono spesso rappresentati come sofferendo in mezzo alle fiamme, perché il fuoco è l'immagine del più crudo dolore che conosciamo. Le dichiarazioni del Signore e dei suoi apostoli relativamente alle fiamme dell'inferno devonsi riferire ai corpi non meno che alle anime, benché al di là di questo, il soggetto rimanga avvolto nella più completa oscurità. Siccome il Signore rivelò queste cose per esser di ammonimento a quelli che vivono tuttora in sulla terra, si può con certezza affermare che tutto ciò che è realmente penoso, farà parte dell'inesprimibile tormento di quelli cui non potrà più venire esteso il perdono. Neghino e deridano quanto vogliono gli increduli e gli scettici la dottrina, delle pene future. Il Signore, che tutto creò e tutto conosce, non solo l'asserisce ripetutamente, ma qui solleva un canto del velo che nasconde quel soggetto, cosicché il gran fatto è accertato fuor di ogni dubbio, benché i particolari ne sieno riserbati per il giorno della vendetta. Niente può esservi di più chiaro e di più forte del linguaggio di Gesù Cristo relativamente ai tormenti infocati dei malvagi in Matteo 13:42,50; 25:46.

PASSI PARALLELI

Luca 16:30; 3:8; Matteo 3:9; Giovanni 8:33-39,53-56; Romani 4:12; 9:7-8

1Samuele 28:16; Isaia 27:11; Giacomo 2:13

Isaia 41:17-18; 65:13-14; Giovanni 4:10,14; 7:37; Apocalisse 7:16-17; 22:1

Zaccaria 14:12; Giacomo 3:6

Isaia 66:24; Matteo 25:41; Marco 9:43-49; 2Tessalonicesi 1:8; Apocalisse 14:10-11; 19:20; 20:15

25 25. Ma Abrahamo disse: Figliuolo, ricordati che tu hai ricevuti i tuoi beni in vita tua, e Lazaro altresì i mali; ma ora egli è consolato, e tu sei tormentato

Benché il ricco domandasse il più piccolo sollievo immaginabile ai suoi tormenti, glielo si ricusa per due motivi; perché era sragionevole, e perché era impossibile. In questo versetto vien dimostrata la sragionevolezza della sua domanda. Chiamandolo Figliuolo, Abrahamo riconosce la parentela naturale che passava fra di loro, benché, spiritualmente parlando, il ricco fosse figlio del Diavolo. Gli parla con calma, con verità, con rettitudine, togliendogli ogni speranza di sollievo che fosse potuta nascere nel cuor suo, nel vedersi riconosciuto dal padre del suo popolo. La parola «ricordati» ha in questo discorso un senso pungente; essa chiama il ricco a riandare alla sua vita terrena e le gioie che in essa avea godute, perché quelle, come formavano la sua porzione. La memoria sarà un verme che non muore. Spendere l'eternità nel ricordarsi amaramente del tempo male speso, delle occasioni perdute, delle grazie rigettate dovrà essere un tormento indicibile. Una tal rivista del passato dovea convincere il ricco della sragionevolezza della sua domanda; poiché, conoscendo il rischio che correva di andare eternamente perduto se si scordava di Dio, egli avea deliberatamente messo l'affetto suo alle cose della terra, ne avea fatto la sua porzione, e durante la sua vita ne avea derivato tutti i maggiori godimenti che esso potean dare, mettendo in pratica la massima epicurea: «Mangiamo e beviamo, imperocché domani morremo». Dopo tutto ciò, era impossibile che potesse venire ammesso al godimento dei beni celesti; poiché mancavagli la preparazione di cuore a ciò necessaria, il gusto delle cose spirituali, che un tale godimento presuppone e richiede. Avea goduto i suoi «beni» in terra, e tutta la sua vita quaggiù era stata una preparazione per la perdizione. Ora gli tocca «mangiare quello che ha seminato», e nel suo presente tormento mietere il frutto da lui stesso scelto in sulla terra. Di più Abrahamo dichiara che, mentre egli godeva i suoi «beni», Lazaro avea i suoi «mali», a lui assegnati dalla savia provvidenza di Dio, cioè una vita dura e provata dalla povertà, la malattia e l'ignominia, le quali cose però aveano svegliato in lui l'aspirazione verso le cose celesti, e fortificato la sua fede in Dio. Con tali abitudini e disposizioni già in lui prodotte dal suo genere di vita, la morte lo avea condotto a godere i beni che la sua fede avea anticipati nei luoghi celesti. «Siccome è una grande legge del regno di Dio, che la natura dei presenti nostri desiderii regolerà quella della nostra felicità avvenire, così, per quella stessa legge, colui i cui beni ricercati e goduti erano tutti limitati dal tempo, non poteva sperarne alcuno dopo che sarebbe giunta al suo termine la sua connessione col tempo, vedi Luca 6:24. Ma per la stessa legge, colui che i molti mali patiti nella vita presente avranno spinto a cercar la consolazione in una vita al di là della tomba, vien dalla morte liberato da ogni pena, ed introdotto in un bene purissimo ed eterno» (Brown).

PASSI PARALLELI

Luca 16:24

Luca 16:23; Lamentazioni 1:7; Daniele 5:22-23,30; Marco 9:46

Luca 6:24; Giobbe 21:13-14; 22:18; Salmi 17:14; 37:35-36; 49:11; 73:7,12-19

Romani 8:7; Filippesi 3:19; 1Giovanni 2:15

Luca 16:20; Giovanni 16:33; Atti 14:22; 1Tessalonicesi 3:3; Ebrei 11:25; Apocalisse 7:14

26 26. Ed, oltre a tutto ciò, tra noi e voi è posta una gran voragine;

È sempre Abrahamo che parla ed egli ora addita l'assoluta impossibilità di accordare al ricco la sua domanda, significa propriamente uno strappo profondo, una fessura che separa due luoghi, come un torrente, o un avvallamento del suolo; diguisaché si frappongono fra di loro una profondità od uno spazio immensurabili. Quel golfo od abisso troppo profondo per venir colmato, troppo largo perché vi si possa fare un ponte, è «posto», per immutabile decreto di Dio, in modo da separare la dimora dei beati dal luogo dei tormenti. I rabbini insegnavano che quei due luoghi sono separati nell'hades da una semplice muraglia, cosicché si poteva forse sperare di sfuggire ai tormenti ma ben diverso è l'insegnamento di Cristo: questa aperta voragine dà l'idea di un incarceramento senza speranza. "Ogni comunicazione è impossibile, Lazaro non potrebbe passar da te, per quanto fossimo disposti a servirti in questa tua estremità".

talché

La parola greca fa risaltare anche meglio questa separazione assoluta, perché non suona solamente dimodoché, ma pure affinché, cioè, Dio ha posto, per eterno decreto, quella voragine espressamente per impedire ogni comunicazione.

coloro che vorrebbero di quì passare a voi non possono;

per opere cioè di misericordia, come quella per cui domandavano i servizii di Lazaro; che non si potrebbe per alcun altro motivo imaginare, un tal passaggio.

parimente coloro che son di là non passano a noi.

Mettendo le due forme di quì e di là in bocca ad Abrahamo, Gesù toglie ogni dubbio relativamente alla impossibilità di attraversar quella voragine. Questo taglia dalla radice la dottrina del Purgatorio, ed il sogno vano ed antiscritturale di quelli che insegnano un finale ristabilimento o meglio esaltazione dei dannati in cielo. Una tal dottrina infatti esige che la voragine possa venir varcata, mentre il Signore in questa parabola c'insegna molto chiaramente che essa non lo sarà mai: «Questi andranno alle pene eterne» Matteo 25:46.

PASSI PARALLELI

1Samuele 25:36; Salmi 49:14; Ezechiele 28:24; Malachia 3:18; 2Tessalonicesi 1:4-10; Giacomo 1:11-12

Giacomo 5:1-7

Luca 12:59; Salmi 50:22; Matteo 25:46; Giovanni 3:36; 2Tessalonicesi 1:9; Apocalisse 20:10; 22:11

27 27. Ed egli disse: Ti prego adunque, o padre, che tu lo mandi a casa del mio padre; 28. Perciocché io ho cinque fratelli; acciocché testifichi loro; che talora anch'essi non vengano in questo luogo di tormento.

Il ricco più non ripete la sua domanda di esser sollevato nei suoi dolori, poiché nulla poteva rispondere alle ragioni messe avanti da Abrahamo; ma ne fa subito un'altra, non meno egoista della prima. La «casa di suo padre» indica semplicemente la dimora dei suoi fratelli; niente fa supporre che suo padre fosse tuttora in vita, come suppongono alcuni; se no, egli lo avrebbe mentovato insieme a quei fratelli a pro' dei quali vien fatta la sua domanda. Benché l'abisso di separazione impedisce a Lazaro di andare a lui, egli sa che è tuttora possibile la comunicazione fra il cielo e la terra, epperciò domanda che Lazaro sia mandato a loro acciocché testifichi loro. I fratelli al pari di lui, benché forse Farisei di professione, erano praticamente Sadducei, nella loro completa dimenticanza di una vita futura; ed egli desiderava che Lazaro li ammonisse così della miseria che della felicità che in quella possono trovarsi, perché di entrambe era Stato testimone oculare. Alcuni scrittori della scuola razionalistica, i quali considerano questa parabola come soltanto una condanna della ricchezza, trovando che l'ultima parte di essa non risponde alle loro vedute (poiché gli è l'impenitenza dei cinque fratelli di faccia alla legge ed ai profeti, non già le loro ricchezze, che son qui presentate come causa del loro pericolo), han tentato di disfarsi di questa difficoltà, asserendo, senza l'ombra di prova, che Luca l'aggiunse di propria testa. Alcuni han sostenuto che l'ansietà del ricco pei suoi cinque fratelli proveniva da simpatia spirituale per loro, ed ora in lui un segno di emendamento, un segno che il suo cuore già andava purificandosi sotto l'influenza del castigo, così da far sperare un ristabilimento finale. Ma questa è un'asserzione gratuita. Il vero motivo che lo spinse a far questa domanda sembra essere stato piuttosto un timore egoista che essi lo seguissero nel luogo dei tormenti dove la lor presenza e i loro rimproveri avrebbero senza dubbio accresciuto i suoi tormenti. Ben lungi dall'essere un segno che il bene cominciava ad operare nel suo cuore, questa domanda è fondata sopra un sentimento di ingiustizia fatta a lui stesso, di torto di cui egli era stato vittima; poiché, come sagacemente osserva Trench, essa contiene un amaro rimprovero contro Dio e l'economia antica, quasiché la sua rovina provenisse dal non aver egli avuto insegnamenti abbastanza chiari sulla vita futura, torto che voleva far evitare ai suoi fratelli, mandando loro uno che proveniva dal mondo degli spiriti.

PASSI PARALLELI

Salmi 49:12-13

29 29. Abrahamo gli disse: Hanno Mosè e i profeti; ascoltin quelli.

Qui abbiamo la testimonianza espressa di Gesù alla piena sufficenza delle Scritture dell'antico Testamento per la salvezza dei Giudei, a suo tempo; quanto più adunque dobbiamo noi ritenere come sufficiente per noi l'intera Parola di Dio contenuta nel Nuovo e nell'antico Testamento Queste sue parole contradicono appieno l'idea, da molti ricevuta, che nel Pentateuco non si trovino le dottrine della vita eterna e dei castighi a venire. Il comandamento: «Ascoltin Mosè» detto qui dei cinque fratelli è decisivo su questo punto, anche lasciando da parte l'insegnamento diretto di Matteo 22:31-32.

30 30. Ed egli disse: No, padre Abrahamo; ma, se alcuno de' morti va a loro, si ravvedranno.

Il ricco insiste sulla sua domanda, come se fosse miglior giudice che Abrahamo di quello che potrebbe condurre i suoi fratelli a pentimento. Per tanto tempo aveano ascoltato Mosè e i profeti senza profitto, che c'era poca speranza che essi ne ricevessero ora il messaggio; mentre che la novità di un messaggiero venuto dal mondo eterno non potrebbe mancare di svegliare la loro attenzione, e di condurli a por mente a quello che egli annunzierebbe loro. È questo il modo di ragionare dell'uomo naturale, il quale, nella sua ignoranza, non conosce né la difficoltà del pentimento, né la follia di sperare da visioni miracolose dei risultati che la Parola di Dio non ha prodotti. È questa l'idea di molti, i quali si figurano che sarebbe loro più facile di credere se vedessero qualche spirito tornato d'infra i morti. È notevole che ai nostri dì, quando le comunicazioni spiritistiche son tanto alla moda e tanta gente ciecamente ci crede, gli impostori che le praticano non abbiano mai rivolte le loro trame nel senso indicato da questo ricco, né vi sia una sola reale conversione operata coi mezzi da essi tanto decantati. Godet osserva che «mettendo questa preghiera in bocca al ricco, Gesù evidentemente allude a quella sete di miracoli, di esterne e palpabili manifestazioni di potenza divina dirette a contentare la curiosità, che egli incontrò spesso fra i suoi avversari, e sempre ricusò di soddisfare» Matteo 12:38; 16:1, Marco 8:11; Luca 11:16; Giovanni 6:30.

PASSI PARALLELI

Salmi 49:12-13

31 31. Ed egli gli disse Se non ascoltano Mosè e i profeti, non pur crederanno, avvegnaché alcun de' morti risusciti.

Nella risposta che mette in bocca ad Abrahamo, Gesù svela la completa illusione di quelli che sperano conversioni mediante miracoli. La paura e le apparizioni non produrranno mai vero pentimento. Chi rigetta la testimonianza delle Scritture, anziché ammetter quella di uno spirito, non si persuaderebbero nemmeno vedendo qualcuno risorgere dai morti. «Questa parola ha un gran peso per quello che essa ci rivela della natura della fede come atto morale, come atto della volontà e del cuore, non meno che della mente, che non può dunque esser prodotto da segni e da miracoli, imperocché laddove esiste una resistenza determinata della volontà e del cuore contro al vero, l'impressione che tali fatti potrebbero produrre, anche se fosse genuina, non sarebbe mai, se non transitoria» (Trench). Press'a poco al tempo stesso in cui fu pronunziata questa parabola, Lazaro di Betania venne risuscitato dai morti; ma i Farisei, pur confessando che quello era un miracolo notevole Giovanni 11:47, non ne rimasero punto persuasi della divina missione di Colui che lo avea operato; e quando venne predicata loro la risurrezione dai morti del Signor Gesù medesimo, provata da molti e fede degni testimoni, essi, con unanime accordo, ricusarono di riconoscerlo come Figlio di Dio, come il promesso Messia. Supposto che Lazaro fosse stato mandato a quei cinque fratelli, che accoglienza avrebbe egli ricevuta da loro? Non lo avrebbero essi accusato di insultare alla memoria del loro fratello, dicendo che egli era dannato? Non lo avrebbero essi perseguitato con ogni mezzo in poter loro? E se a noi comparisse innanzi uno dei morti, chi accerterebbe se egli è un demonio, od un messaggero celeste degno di venir creduto? se dice il vero o il falso? Questa parola del Signore accresca in ogni cuore il rispetto per le Scritture. Esse sole, mediante l'operazione dello Spirito, possono convincere il cuore di peccato, ed illuminar la mente riguardo all'unico modo di salvezza, per la fede nella espiazione di Cristo. Non ci stupisca dunque se Gesù altrove ci dà questo comandamento universale: «Investigate le Scritture, perciocché voi pensate per esse aver vita eterna; ed esse son quelle che testimoniano di me» Giovanni 5:39.

PASSI PARALLELI

Giovanni 5:45-47

Giovanni 11:43-53; 12:10-11; 2Corinzi 4:3

Genesi 9:27

Atti 19:8; 26:28; 28:23; 2Corinzi 5:11

RIFLESSIONI

1. Alcuni hanno empiamente affermato che, mediante la parabola dell'economo infedele, Gesù permetteva la pratica della immoralità; ma, col qualificativo di «ingiusto» che egli dà a quell'uomo, il Signore, chiaramente ci ammonisce contro qualsiasi frode e disonestà nelle nostre relazioni coi nostri simili. E questo ammonimento è necessarissimo ai nostri dì, essendo troppo comune la disonestà in commercio ed in tutte le relazioni della vita, mentre che è divenuta così rara la rettitudine fra gli uomini. Questo avvertimento dovrebbero prenderlo specialmente a cuore quelli che occupano dei posti di fiducia sotto padroni terreni, poiché da tali, cose la legge come il vangelo, richiedono che essi si astengano coscienziosamente di far torto alcuno ai loro padroni, per disonestà, per trascuranza, per mancanza di attenzione, o per istravaganza nello spendere. Ma esso è pure applicabile a chiunque, in qualsiasi rango della società. Tutti dobbiamo star sempre in guardia contro qualsiasi violazione delle regole dell'onestà e della integrità. Se qualcuno ha peccato in questo modo, si affretti a far restituzione per quanto può, e ne domandi umilmente perdono a Dio. Che solenne ammonimento contro alla disonestà ci dà Paolo nelle seguenti parole: «Né i ladri, né gli avari, né gli ubriachi, né gli oltraggiosi, né i rapaci non erederanno il regno di Dio!» 1Corinzi 6:10. Studiamoci sempre di conservare «la testimonianza della nostra coscienza, che in semplicità e sincerità di Dio, siamo conversati nel mondo» 2Corinzi 1:12.

2. Lo zelo e la pertinacia degli uomini d'affari, nell'attraversare mari e continenti allo scopo di accumulare tesori terreni, ben può servire a rampognare la lentezza e l'indolenza dei credenti relativamente ai tesori del cielo. Le parole del Signore sono invero gravi e solenni: «i figliuoli di questo secolo sono più avveduti nella loro generazione che i figliuoli della luce». «Quello che abbiamo bisogno di imparare dagli uomini del mondo, non è tanto l'abilità nel condurre i loro affari, come quel vivo sentimento della nostra propria sfera di doveri e di responsabilità che cambierà per noi il mondo della fede, in uno di sostanza sensibile; allora avremo abbastanza fermezza ed energia, perché questa è la vittoria che vince il mondo, cioè la fede nostra'. Pure, insieme con questo, le abitudini di ferma vigilanza e di attività hanno molta importanza per assicurare il successo nelle cose spirituali, e questa parabola non porterà i veri suoi frutti, finché i figli della luce, vergognosi di essere sopravanzati dai figli di questo mondo in ciò che si riferisce alla eternità, si sforzeranno di sorgere superiori ad essi in tutte quelle cose, vincendo così il loro rispetto e la loro ammirazione» (Brown).

3. Questa e consimili porzioni della Sacra Scrittura sono stato siffattamente scontorte per ricavarne un appoggio alla dottrina della salvazione per le buone opere, e Specialmente per le elemosine ai poveri, che non pochi Cristiani le lasciano colpevolmente da parte e non considerano qual criterio di carattere, nel gran giorno, sarà l'uso che avranno fatto dei mezzi pecuniari a loro affidati. «Ben lungi dal sanzionare un sordido desiderio di guadagno, egli è solo come stimolo e non già come motivo che Gesù mette avanti ciò che l'amore può sperare come benigno compenso del mondo a venire» (Oosterzee).

4. Se i pii infra i poveri sono talvolta lasciati morire in mezzo alla trascuranza universale, come morì Lazaro, questo non è punto prova che Dio non li ami e non si prenda cura di loro. Son per noi inscrutitabili i disegni della sua santa provvidenza; ma nel giudicare delle miserie esterne di tali persone, non dobbiamo dimenticare come egli tratti i loro spiriti, né qual sottomissione, forza e conforto di animo accordi loro in compenso dei comodi terreni, di cui li priva. Se sapessimo di quali invisibili ministrazioni di angeli egli li circonda, quali tempi di intima comunione con sé accorda loro, di qual luce irradia il loro sentiero, con qual pazienza e speranza permette che posseggano l'anima loro Luca 21:19, potremmo forse mutar di parere ed invidiare Lazaro nella sua miseria.

5. Che prova consolante ci dà Gesù in questa parabola delle ministrazioni degli angeli, specialmente alla morte dei credenti, colle parole: «e fu portato dagli angoli nel seno di Abrahamo». Non è raro di udir Cristiani che si trovano in sulla soglia del mondo degli spiriti dichiarare con trionfo che già li vedono essi pure. «Chi potrà dire», scrive Brown su questo soggetto, «che essi non veggano quello che a noi è nascosto. Essi stanno per abbandonare il mondo sensibile che già quasi si è chiuso per loro; stanno sulla soglia del cielo, e poiché quello che essi veggono è solo quello che qui viene rappresentato come una realtà, chi prenderà su di sé di dire che tali vedute non sono che il frutto di una immaginazione sregolata, di un cervello indebolito, o acceso dalla febbre!»

6. Pochi passi vi sono in tutta la Bibbia più solenni di questo in cui il Signor Gesù ci rivela la realtà e l'eternità dell'inferno, specialmente se ci ricordiamo che tali parole procedono da Colui che si diletta nel perdonare. Dal giorno in cui Satana disse ad Eva: «Voi non morrete punto», non sono mai mancati gli uomini che hanno negato un luogo di castigo futuro, e forse il loro numero non è mai stato così grande, né la loro profanità così audace come nel tempo presente. Ma la questione è semplicemente questa: «Crederemo noi all'uomo o a Dio?» L'uomo mette in ridicolo, ma l'eterno Figlio di Dio, il quale conosce tutti i misteri del mondo avvenire, dichiara non solo qui, ma anche altrove, nel modo più solenne, la certezza e l'eterna durata del castigo dei malvagi. Non c'illudiamo se la testimonianza del Signor Gesù è degna di fede, il Purgatorio è una menzogna, ed è menzogna altresì la dottrina che insegna che, nei secoli a venire, tutti quelli che sono stati condannati all'inferno riceveranno il perdono. Ora è il tempo di sfuggire alla morte, cercando il nostro rifugio nelle braccia del Salvatore Isaia 32:2.

7. Il principio espresso nelle parole: «Se non ascoltano Mosè ed i profeti, non pur crederanno avvegnacché alcun dei morti risusciti», è della più grande importanza. Dio non impiega mai mezzi inutili o superflui per adempiere i suoi disegni. Dunque, le apparizioni della Vergine e dei santi che già sono entrati nei cieli, colle quali la Chiesa di Roma inganna i suoi segnaci, non sono mai i mezzi da Dio impiegati per la conversione delle anime, perché non sono punto necessari. Ma la parola dell'Iddio vivente, contenuta nelle Scritture, che Gesù dichiara indispensabili per i disegni della salute, quella Chiesa, ad eterna sua vergogna, essa proibisce e prescrive. Non è maggior copia di prove che occorre a condurre gli uomini a pentimento, bensì una miglior disposizione del cuore e della volontà, nel far uso di quelle che già posseggono. I morti non potrebbero dirci nulla di più di quello che la Bibbia contiene, se anche potessero tornare da oltre la tomba per istruirci. Noti ogni lettore che con questa sua dichiarazione il Signore ci rimanda in modo assoluto alla PAROLA RIVELATA, come al mezzo da lui provveduto per produrre ogni effetto salutare nel cuore e nella vita, vedi Giovanni 5:39,46-47; 17:17; 1Pietro 1:23; 2Pietro 1:19.

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