Commentario abbreviato:

Luca 18

1 Capitolo 18

La parabola della vedova importuna Lc 18:1-8

Il fariseo e il pubblicano Lc 18:9-14

Bambini portati a Cristo Lc 18:15-17

Il sovrano ostacolato dalle sue ricchezze Lc 18:18-30

Cristo preannuncia la sua morte Lc 18:31-34

La vista restituita a un cieco Lc 18:35-43

Versetti 1-8

Tutto il popolo di Dio è un popolo che prega. Qui viene insegnata la sincera costanza nella preghiera per ottenere le misericordie spirituali. La serietà della vedova ha prevalso anche sul giudice ingiusto: poteva temere che ciò lo mettesse maggiormente contro di lei; ma la nostra preghiera seria è gradita al nostro Dio. Fino alla fine ci sarà ancora motivo di lamentarsi della debolezza della fede.

9 Versetti 9-14

Questa parabola doveva convincere alcuni che confidavano in se stessi di essere giusti e disprezzavano gli altri. Dio vede con quale disposizione e progetto veniamo a lui nelle sacre ordinanze. Ciò che disse il fariseo dimostra che confidava in se stesso di essere giusto. Possiamo supporre che fosse esente da peccati gravi e scandalosi. Tutto questo era molto buono e lodevole. Miserabile è la condizione di coloro che non raggiungono la rettitudine di questo fariseo, eppure non fu accettato; e perché no? Era salito al tempio per pregare, ma era pieno di sé e della propria bontà; non pensava che valesse la pena chiedere il favore e la grazia di Dio. Guardiamoci dal presentare al Signore devozioni orgogliose e dal disprezzare gli altri. Il discorso del pubblicano a Dio era pieno di umiltà, di pentimento per il peccato e di desiderio verso Dio. La sua preghiera era breve, ma efficace: "Dio sia misericordioso con me peccatore". Sia benedetto Dio, perché abbiamo questa breve preghiera come una preghiera esaudita e siamo sicuri che colui che l'ha pregata è tornato a casa sua giustificato, perché anche noi lo saremo, se la preghiamo come lui, per mezzo di Gesù Cristo. Egli si riconosceva peccatore per natura, per pratica, colpevole davanti a Dio. Non dipendeva che dalla misericordia di Dio; solo su quella faceva affidamento. La gloria di Dio è resistere ai superbi e dare grazia agli umili. La giustificazione viene da Dio in Cristo; perciò l'autocondannato, e non il giusto, è giustificato davanti a Dio.

15 Versetti 15-17

Nessuno è troppo piccolo, troppo giovane, per essere portato a Cristo, che sa come mostrare gentilezza a chi non è in grado di rendergli servizio. Cristo vuole che i bambini piccoli siano portati a lui. La promessa è per noi e per la nostra discendenza; perciò li accoglierà con noi. E noi dobbiamo ricevere il suo regno come bambini, non per acquisto, e dobbiamo chiamarlo dono del Padre.

18 Versetti 18-30

Molti hanno molte cose molto lodevoli, eppure muoiono per la mancanza di una cosa; così questo sovrano non poteva sopportare le condizioni di Cristo, che lo avrebbero separato dal suo patrimonio. Molti di coloro che non vogliono lasciare Cristo, lo lasciano. Dopo una lunga lotta tra le loro convinzioni e le loro corruzioni, queste ultime hanno la meglio. Sono molto dispiaciuti di non poter servire entrambi; ma se uno dei due deve essere abbandonato, sarà il loro Dio, non il loro guadagno verbale. La loro vantata obbedienza si rivelerà una mera esibizione esteriore; l'amore per il mondo, in una forma o nell'altra, è alla radice. Gli uomini sono inclini a parlare troppo di ciò che hanno lasciato e perso, di ciò che hanno fatto e sofferto per Cristo, come fece Pietro. Ma dovremmo piuttosto vergognarci di aver avuto qualche rammarico o difficoltà nel farlo.

31 Versetti 31-34

Lo Spirito di Cristo, nei profeti dell'Antico Testamento, ha testimoniato in anticipo le sue sofferenze e la gloria che ne sarebbe seguita, 1Pi 1:11. I pregiudizi dei discepoli erano così forti che non vollero capire queste cose alla lettera. Erano così intenti alle profezie che parlavano della gloria di Cristo, che trascurarono quelle che parlavano delle sue sofferenze. Le persone si imbattono in errori perché leggono le Bibbie a metà e si limitano alle cose semplici. Siamo tanto arretrati nell'apprendere le giuste lezioni dalle sofferenze, dalla crocifissione e dalla risurrezione di Cristo, quanto lo erano i discepoli rispetto a ciò che egli disse loro su quegli eventi; e per la stessa ragione: l'amor proprio e il desiderio di oggetti mondani chiudono la nostra comprensione.

35 Versetti 35-43

Questo povero cieco sedeva ai margini della strada e chiedeva l'elemosina. Non era solo cieco, ma anche povero, l'emblema più calzante del mondo degli uomini che Cristo è venuto a guarire e salvare. La preghiera della fede, guidata dalle promesse incoraggianti di Cristo e fondata su di esse, non sarà vana. La grazia di Cristo deve essere riconosciuta con gratitudine, a gloria di Dio. È per la gloria di Dio se seguiamo Gesù, come faranno coloro i cui occhi sono aperti. Dobbiamo lodare Dio per le sue misericordie verso gli altri, oltre che per le misericordie verso noi stessi. Se vogliamo capire bene queste cose, dobbiamo andare da Cristo, come il cieco, pregandolo ardentemente di aprire i nostri occhi e di mostrarci chiaramente l'eccellenza dei suoi precetti e il valore della sua salvezza.

Commentario del Nuovo Testamento:

Luca 18

1 CAPO 18 - ANALISI

1. La Parabola del Giudice iniquo. L'evangelista dichiara espressamente che il Signore pronunziò questa parabola, per illustrare i benefizi che derivano dalla preghiera fatta con perseveranza e con fede. La si considera generalmente come in intima unione col discorso precedente sulla venuta del Figliuol dell'uomo, lo scopo essendone di mostrare qual deve essere l'attitudine della Chiesa durante l'assenza prolungata del suo Signore, un'attitudine non di debolezza e di scoraggimento, bensì di preghiera seria e piena di speranza. Non vi «può esser dubbio alcuno sulla sua applicazione ai credenti considerati individualmente. Una vedova che avea patito dei torti, forse nella distribuzione dei beni di suo marito, per mano di qualche cupido congiunto, domandò giustizia al giudice cui, per la legge giudaica, incombeva decidere casi consimili. Quest'uomo era tutt'altro che quello che deve essere un giudice integro. Il timore di Dio non avea sulla sua coscienza influenza alcuna per costringerlo a comportarsi rettamente nell'esercizio delle sue funzioni. Egli dovea sentirsi molto sicuro della sua carica, per sfidare, come faceva, la pubblica opinione, consecrando ai propri affari quel tempo che egli veniva pagato per darlo a pro dei litiganti che imploravano le sue decisioni. Se sperava che la vedova, a motivo dei ripetuti suoi rifiuti, si, disgusterebbe ed abbandonerebbe il suo affare, sbagliò. La tenace perseveranza di quella donna nel presentarglisi innanzi, ogni qualvolta egli sedeva in sul tribunale, lo irritò e lo stancò a tal segno che alla fine egli cedette unicamente per liberarsi di quella molestia. L'argomento tratto da quella parabola è irresistibile: Se la perseveranza nella supplicazione poté vincere un uomo così vile e senza coscienza, con quanta maggior certezza non prevarrà essa appo Dio, che è giustizia, verità ed amore, se i figli suoi, che egli ha eletti in Cristo da ogni eternità, lo pregano con fede ed amore? La lezione qui inculcata è: «Non restate mai d'orare»; «Sieno in ogni cosa le vostre richieste notificate a Dio per l'orazione e per la preghiera con ringraziamento»; «Ma chiegga in fede, senza star punto in dubbio; perciocché chi sta in dubbio è simile al flotto del mare, agitato dal vento e dimenato» 1Tessalonicesi 5:17; Filippesi 4:6; Giacomo 1:6 Luca 18:1-8.

2. La Parabola del Fariseo e del Pubblicano nel Tempio. La morale da derivarsi da questa parabola non è indicata solo nell'introduzione, come nella precedente, ma anche nella sua conclusione. Sembra essere stata pronunziata in circostanza diversa, e benché vi possano essere stati dei Farisei nella udienza, è più probabile che questa lezione, anziché mettere un Fariseo per avvertimento di quelli della sua setta, fosse destinata ad alcuni dei discepoli, i quali nutrivano uno spirito di orgoglio e di propria giustizia. Questa parabola ci presenta un Fariseo ed un pubblicano che entrano nel cortile del tempio all'ora della preghiera. Il Fariseo si fa quanto più vicino può al Luogo Santo, colle mani alzate al cielo, e sotto forma di ringraziamento a Dio, la sua preghiera non consiste in altro che in un vanto orgoglioso della sua eccellenza morale, e delle sue osservanze religiose, mediante le quali egli crede sopravanzar di merito i più degli uomini e specialmente il povero pubblicano sul quale era caduto il suo occhio. Il pubblicano invece se ne sta indietro, come per non esser veduto dagli uomini, e senza ardire alzar gli occhi dalla terra, tanto si sente indegno, confessa di essere un peccatore, e implora misericordia da Dio. L'ora della preghiera, così di sera come di mattina, era quella del sacrifizio, che veniva offerto come tipica propiziazione del peccato. I Giudei sapevano molto bene che le loro preghiere erano accette solo in virtù di quel sacrifizio; e dalla parola colla quale il pubblicano implora la grazia, siimi propizio, è evidente che egli si affidava alla virtù di quel sacrifizio per ottenere il perdono dei suoi peccati. Egli è col prendere in questo solo senso la preghiera del pubblicano che si scoprirà il vero senso delle parole di Gesù quando egli disse a quelli che l'ascoltavano, che il pubblicano se ne ritornò a casa sua giustificato (cioè col peccato suo perdonato), mentre così non fu di quell'altro. Dalle condizioni rispettive di quei due uomini, mentre se ne tornavano dal tempio, Gesù deriva una illustrazione di una immutabil legge del suo regno, secondo la quale gli orgogliosi sono abbassati, e gli umili esaltati Luca 9-14.

3. Gesù riceve i piccoli fanciulli e li benedice. Grande deve essere stata a questo momento la popolarità di Gesù in Perea, poiché i Sinottici narrano, che non solo le moltitudini si affollavano per udirlo, ma le madri portavangli perfino i loro più teneri fanciulli, affinché egli li benedicesse. I discepoli, temendo che tali domande potessero interrompere l'insegnamento del loro maestro, e fors'anche il suo viaggio, cominciarono a riprendere quelle madri ed a rimandarle indietro. Ma questo scortese loro atto servi solo a far meglio risaltare, per contrasto, la tenera e condiscendente carità del Salvatore. Egli comandò che quei bambini gli fossero recati, li prese nelle sue braccia, li benedisse (Marco), e dichiarò che il regno di Dio era fatto per tali. Preziosa parola è questa pei genitori ed i loro bambini, in ogni età. Essa è pure un bel commento su Matteo 18:3, dove è indicata la condizione alla quale gli adulti entrano nel regno dei cieli Luca 18:15-17.

4. Domanda del giovane rettore a Gesù, e discorso suggerito dalla sua condotta. Questa storia del giovane rettore segue in modo mirabile quella dei piccoli fanciulli, poiché ci presenta uno nel quale l'educazione religiosa avea fatto tutto quello che essa può fare, coi più felici risultati in quanto a carattere, condotta esterna, e posizione sociale, lasciando però sempre un vuoto fatale, che solo l'intimo e profondo insegnamento dello Spirito Santo può riempire. Mediante l'esatta osservanza di tutti i precetti cerimoniali, questo uomo era appieno convinto, secondo l'insegnamento Farisaico, di esser giusto dinanzi agli occhi di Dio; ma desiderava che Gesù gli indicasse qualche opera od atto specialmente meritevole, mediante il quale egli fosse sicuro di ottenere la vita eterna. Questa sua domanda fa subito vedere quanto fosse poco profonda la sua nozione di bontà, quasiché la bontà consiste in azioni speciali, e non nel carattere e, nelle intenzioni; e quanto fosse sbagliato il suo concetto della salute, come se essa sia una ricompensa data al merito, anziché una vita accordataci in puro dono di Dio. Egli era evidentemente sincero nella sua domanda, e Gesù, da quel savio maestro che egli è, invece di cominciar col dirgli che le sue vedute sono erronee fin dalla base, adatta l'istruzioni alla capacità del suo intelletto, rimandandolo alla legge morale, senza entrare nella sua abilità o meno di ubbidirla. Per lo stesso motivo lo rimanda ai comandamenti della seconda tavola, anziché a quelli della prima, perché, se riusciva a convincerlo non sapere egli amare il suo prossimo, non sarebbe poi difficile condurlo a riconoscere che egli non amava veramente Iddio. Ma poi non avendo potuto scuotere la sua convinzione di perfetta ubbidienza a quei comandamenti, il Signore gli dà un ordine che doveva mettere severamente alla prova il suo amore verso il prossimo (amore che è il sunto della seconda tavola della legge), comandandogli di vendere tutti i suoi beni, per distribuirne il prodotto ai poveri, e quindi seguire Gesù. Questo fa un dardo che trafisse il punto debole della armatura di quell'uomo, perché non solo era egli molto ricco, ma il suo cuore era attaccato con vera idolatria alle sue ricchezze; egli scoprì allora di avere esagerata la sua ubbidienza alla legge; il «bene» che Cristo gli mise innanzi era troppo difficile per le sue inclinazioni ed egli abbandonò tristamente Cristo, per rimanere attaccato al suo idolo. Prendendo occasione dal caso suo, Cristo dichiara quanto è difficile per quelli che sono ricchi, vale a dire che «si confidano nelle ricchezze» Marco 10:24, di entrar nel regno di Dio, perché la cupidigia è un vizio che la potenza e la grazia di Dio possono sole sradicare dal cuore. L'ordine del Signore al giovane ricco di vendere tutti i suoi beni e di seguirlo, e la promessa che così facendo egli avrebbe «un tesoro in cielo», sembra avere svegliato nell'attivo cervello di Pietro il desiderio di sapere quale sarebbe la sua ricompensa e quella dei suoi colleghi Apostoli, per aver essi abbandonato quanto possedevano per seguire Gesù. In Matteo, Gesù indica onori speciali che sarebbero conferiti ai dodici, al glorioso suo ritorno; ma Luca ricorda solo quella parte che è applicabile a tutti i credenti, in ogni e età, che dovranno soffrire perdite terrene per amor e di Cristo, cioè che essi riceveranno «molti cotanti in questo tempo, e nel secolo avvenire la vita eterna» Luca 18:18-30.

5. Terzo esplicito annunzio dell'imminente sua passione, morte e ritorno a vita. Il primo si trova in Luca 9:22; il secondo in Luca 9:44, e più esplicito ancora in Marco 9:31; ma quì il Signore entra in maggiori particolari che le prime volte, dichiarando che egli verrebbe «dato in mano dei Gentili», e che nell'onte che egli dovrebbe soffrire, nella sua morte, e nella sua risurrezione al terzo giorno, sarebbero adempiute tutte le predizioni degli antichi profeti relativamente al Messia. Il suo scopo nel far questo annunzio era evidentemente di attutire lo scandalo che altrimenti un tale evento darebbe ai discepoli, e di fortificar la loro fede quando più tardi essi dovrebbero costatare il perfetto accordo fra quella catastrofe e i detti coi quali egli ve li avea preparati Luca 18:31-34.

6. Il cieco Bartimeo ricovera la vista. Terminato il suo ministero in Perea, il Signore avea attraversato il Giordano, in via per Gerusalemme. Avvicinandosi a Gerico, passò dinanzi ad un cieco che mendicava lungo la via. Costui, reso attento dal rumore di tanta gente che passava, ne domandò la ragione e, saputala, subito cominciò a gridare a Gesù per ottenere misericordia. Tre cose sono da notarsi in quest'uomo: la sua piena conoscenza di Gesù come una persona divina, il promesso Messia, il figlio di Davide; la ferma sua fede nel potere di Cristo da rendergli la vista; la perseveranza della sua preghiera che divenne più insistente e supplichevole a misura che la folla ne lo riprendeva, ordinandogli di tacere. Attraverso tutto il rumore, la sua voce giunse all'orecchio di Gesù, il quale comandò che gli venisse condotto, ed avendo udito la fervorosa sua preghiera, ed approvato la sua fede, gli restituì miracolosamente la vista. Il cieco guarito più non tornò al suo posto ed alla sua occupazione di prima, ma subito seguì Gesù, glorificando Iddio, per il sommo benefizio che ne avea ricevuto Luca 18:35-43.

Luca 18:1-8. PARABOLA DELLA VEDOVA E DEL GIUDICE INIQUO

1. Or propose loro ancora una parabola, per mostrare che convien del continuo orare, e non istancarsi,

Questa parabola è generalmente considerata come la conclusione del discorso contenuto nel capitolo precedente, in cui sono esposti il giudizio, le tribolazioni e le sofferenze che accompagneranno la venuta del Signore, in provvidenza od in persona. Con essa Gesù addita ai discepoli la sola sorgente di incoraggiamento e di forza che essi possano avere in tali circostanze, vale a dire la preghiera fervorosa, credente e perseverante. Il dovere che è qui illustrato s'impone alla Chiesa militante in tutte le sue sofferenze durante l'assenza del suo Signore; e ad ogni cristiano individualmente, nella sua lotta personale e cotidiana contro il diavolo, il mondo e la carne; e questo solo può preservare i nostri cuori dal venir meno nei tempi della tentazione e della persecuzione. Contrariamente all'uso, l'evangelista ci presenta lo scopo della parabola nella sua stessa introduzione, e da questa impariamo

1. che la preghiera è un dovere positivo;

2. che quel dovere è imposto a tutti; devono pregare tutti gli uomini, qualunque sia la loro posizione, il loro carattere, e le loro circostanze, perché così comanda la legge di Dio;

3. che si deve pregare con perseveranza, non solo nelle ore messe a parte per questo, ma ogniqualvolta ci sentiamo stanchi, deboli o perplessi; in una parola dovremmo vivere in uno spirito di preghiera, coltivando una disposizione di abituale dipendenza da Dio;

4. che v'ha il pericolo di venir meno nella preghiera.

Le ultime parole di questo versetto: non istancarsi, indicano senza dubbio che la preghiera è uno dei mezzi migliori per impedirci di venir meno sotto alle prove; ma si applicano direttamente all'esercizio stesso della preghiera. Il Signore, ben conoscendo il pericolo cui vanno esposti i suoi di scoraggirsi e di perdere il loro fervore, quando la preghiera non reca loro un benefizio tangibile, e ne vien differito l'esaudimento, ci ammonisce in modo speciale contro di esso, mediante le parole: «e non istancarsi», illustrandole col trionfo della perseveranza della vedova.

PASSI PARALLELI

Luca 11:5-8; 21:36; Genesi 32:9-12,24-26; Giobbe 27:8-10; Salmi 55:16-17; 65:2

Salmi 86:3

Salmi 102:17; 142:5-7; Geremia 29:12; Romani 12:12; Efesini 6:18; Filippesi 4:6

Colossesi 4:2,12; 1Tessalonicesi 5:17

Salmi 27:13; Giona 2:7; Galati 6:9; Ebrei 12:3-5

2 2. Dicendo: vi era un giudice in una città.

In Deuteronomio 16:18, Dio diede questo comandamento, relativo alla nomina dei giudici: «Costituisciti dei giudici, e degli ufficiali in tutte le città... e giudichino essi il popolo con giusto giudizio», e tale ordine sembra esser stato sempre osservato dagli Ebrei, in mezzo a tutte le vicissitudini della loro storia. Non ci son pervenute intorno a quei tribunali notizie abbastanza esatte, perché possiamo esporne in modo chiaro e metodico tutte le gradazioni, e le giurisdizioni speciali. Oltre al sinedrio gedola (o tribunale supremo di appello), vi erano in tutte le principali città della Palestina delle corti inferiori, chiamate sinedrii ketannoth; ma è incerto se ve ne fossero altri ancora, in cui venissero decise cause civili di minore importanza, benché la cosa sia probabile. La probabilità proviene dal fatto che il Signore parla qui, come pure in Luca 12:58; Matteo 5:25, di un giudice unico, dinanzi al quale venivano condotti i litiganti, e che decideva le loro cause, mentre occorrevano tre giudici almeno per costituire un sinedrio inferiore. Gill dice che «non c'era nel paese città alcuna, senza una corte di giustizia. In Gerusalemme sedeva il sommo sinedrio composto di 71 membri ed in ogni città abitata da più di 120 uomini eravi un sinedrio inferiore di 23 membri; mentre in ogni città di meno di 120 uomini i giudici erano tre, perché non v'era sinedrio, o corte di giustizia di meno di tre». Ma egli immediatamente cita da Maimonide: «Benché non vi sia giudicatura di meno di tre, è però legale per un solo di giudicare secondo la legge. Se uno è stato legalmente approvato, o ha ricevuto una licenza dal sinedrio, è legittimo per lui di giudicare da solo, ma non è questo contato per una giudicatura». Se il giudice di questa parabola occupava una carica isolata, e senza grande responsabilità in qualche piccolo villaggio, possiamo facilmente spiegarci la sua arroganza e la sua trascuratezza nell'adempiere al suo uffizio.

il quale non temeva Iddio, e non avea rispetto ad alcun uomo.

Ecco delineato, con parole probabilmente proverbiali, il carattere di un uomo decisamente malvagio che pur teneva un uffizio importante, e non è punto improbabile che quella descrizione fosse presa dalla vita. Tutto quello che la legge di Dio avea detto, relativamente ai doveri ed alle colpe dei giudici Esodo 23:6-9; Levitico 19:15; Deuteronomio 1:16-17; 2Cronache 19:6-7, egli lo teneva in nessun conto, «non solo perché mancava in lui quel nobile movente che è il timore del Signore, ma pure perché non agiva nel suo cuore il povero e meschino sostituto di quello, il rispetto per la opinione pubblica» (Trench). Il Signore c'insegna quì, in modo indiretto, qual dovrebb'essere il carattere di ogni giudice, e ben possono i giudici parziali, anche se non sono così cattivi come quello che vien qui descritto, tremare al pensiero che dovranno comparire essi stessi dinanzi al tribunale imparziale di Dio, giudice di tutti. Alcuni commentatori si sono scandalizzati all'idea che un tal uomo sia un tipo od un emblema di Dio, e si son dati un gran da fare per attenuare l'ingiustizia di questo giudice; ma la difficoltà sta tutta quanta nella erronea loro teoria, poiché, ben lungi dal far di esso un tipo di Dio (eccetto inquantoché egli copriva la carica di giudice), il Signore vuol farci vedere quanto infinitamente grande sia il contrasto fra la condotta di questo malvagio e quella di Dio; il solo punto di rassomiglianza fra i due essendo l'indugio nell'esaudire le preghiere. L'inferenza che ne dobbiamo dedurre è semplicemente questa: Se un uomo cattivo si vince coll'importunità, quanto più dovranno le istanti nostre supplicazioni commuovere il nostro amorevole e giusto Iddio!

PASSI PARALLELI

Luca 18:4; Esodo 18:21-22; 2Cronache 19:3-9; Giobbe 29:7-17; Salmi 8:1-4; Geremia 22:16-17

Ezechiele 22:6-8; Michea 3:1-3; Romani 3:14-18

Proverbi 29:7; Isaia 33:8

3 3. Or in quella stessa città vi era una vedova,

La posizione di questa donna accresce l'interesse della parabola. I giudici dovevano occuparsi particolarmente delle vedove Geremia 22:3, e ciò perché esse erano senza protettore, per lo più, povere ed esposte a venir trattate ingiustamente dai loro vicini ed anche dai membri della stessa loro famiglia. Molti scrittori hanno descritto lo stato desolato delle vedove in Oriente, e come esse sieno esposte, senza protezione, ad ogni maniera di oppressioni e di ingiustizie. I numerosi avvertimenti contenuti nella Scrittura contro tali oppressioni sono una prova della sua realtà Esodo 22:22; Deuteronomio 24:17; 27:19; Giobbe 29:13; Matteo 3:5.

la quale venne a lui

Dopo la cattività come prima, rendevasi la giustizia alla porta della città dove trovavasi un gran vano fatto apposta. Era un tal luogo ben adatto allo scopo, non solo perché era pubblico ed in vista di chiunque entrava nella città o ne usciva, ma pure perché ivi gli anziani e i magistrati trattavano tutti gli affari importanti 1Re 22:10, ed ivi pure concorrevano tutti gli sfaccendati. Le porte della città sono mentovate nei passi seguenti della Scrittura, come delle corti abituali di giustizia Deuteronomio 21:19; Proverbi 22:22; Amos 5:12,15; Zaccaria 8:16. Quest'uso vige tuttodì in alcuni luoghi della Palestina. «Ho visto in certi posti», dice Thomson, «a Joppa per esempio, il Cadi e la sua corte sedenti all'entrata della porta, per udire e decidere ogni specie di cause, alla vista di tutti quelli che entravano ed uscivano».

dicendo: Fammi ragione del mio avversario

In casi simili a questi, quando uno veniva a lagnarsi di qualche ingiustizia od oppressione, la parte accusata chiamavasi l'avversario (in Ebraico Satan, in Greco vide Salmi 99; Zaccaria 3:1; Matteo 5:25; 1Pietro 5:8). Qual fosse il torto che questa vedova avea patito possiamo solo congetturarlo; forse una domanda ingiusta di pagar debiti non fatti da suo marito, o un tentativo di toglierle tutto o parte di quello che egli avea lasciato per la sua vedova. In ogni caso, la sua domanda, al giudice non implica desiderio alcuno di vendetta; spira solo la ferma risoluzione di ottenere, da chi dovea darla, quella giustizia che il suo avversario, prevalendosi probabilmente della sua posizione infelice, le avea rifiutata. Molti scrittori opinano che questa vedova rappresenti la Chiesa di Cristo nella sua condizione desolata, durante l'assenza del suo Sposo, e che Satana è l'avversario il quale del continuo le fa la guerra. Senza mettere in quistione l'accuratezza di una tale teoria, ci par più pratico e più utile farne l'applicazione ai credenti individuali, poiché questa applicazione riconosce, oltre a Satana, altri opponenti, che fanno guerra ai credenti, e sono le passioni carnali, gli allettamenti del mondo ecc.

4 4. Ed egli, per un tempo, non volle farlo;

Il giudice non pretende che vi sia nella causa della, vedova un qualche punto debole, non cerca scusa alcuna per differir la sentenza; ma dichiara apertamente la sua determinazione di non ascoltarla, e la rimanda a casa sua col sentimento di aver sofferto un torto di più e questo avrebbe bastato a scoraggire una donna più debole, od una che si fosse ritrovata in meno critiche circostanze.

ma pur poi appresso disse fra se medesimo: quantunque io non tema Iddio, e non abbia rispetto ad alcun uomo; 5. Nondimeno, perciocché questa vedova mi dà molestia, io le farà ragione; ché talora non venga tante volte che alla fine mi maceri.

Se, era risoluto il giudice, avea però da fare con una che non lo era meno di lui; che avea una causa giusta da opporre alla sua pigrizia egoistica, ed un coraggio nato dalla disperazione, e deciso a convincerlo aver egli commesso un errore nel trattarla in tal modo, e dovere egli, per il proprio comodo, cedere anziché perseverare nella sua risoluzione. Perciò, consolando il suo orgoglio col vantarsi fra se medesimo della propria indipendenza da Dio e dall'uomo, risolvette di renderle giustizia, non per compunzione di coscienza, non per compassione per una donna doppiamente oppressa, ma solo perché nella perseveranza di lei egli prevedeva una continua sorgente di noie per se medesimo. mi molestia, significa dare un colpo in sull'occhio, ammaccare un occhio, e Meyer, Godet ed altri preferiscono qui la traduzione letterale.

La versione di Diodati indica pure nel giudice il timore di qualche violenza. Ma se si dà a quella espressione il suo valore letterale, il giudice l'usò probabilmente in celia, come se avesse detto: "Chi sa che una donna così determinata non passi a vie di fatto se viene provocata più lungamente?"

PASSI PARALLELI

Deuteronomio 27:19; 2Samuele 14:5-24; Giobbe 22:9; 29:13; Isaia 1:17,21-23; Geremia 5:28

Luca 18:7-8; Romani 13:3-4

Luca 12:17; 16:3; Ebrei 4:12-13

Luca 11:8; Giudici 16:16; 2Samuele 13:24-27

Luca 18:39; Matteo 15:23; Marco 10:47-48

6 6. E il Signore disse: Ascoltate ciò che dice il giudice iniquo.

La parabola termina col vers. 5; in questo il Signore ne comincia la pratica applicazione al dovere di perseverare nell'orazione, che essa era destinata ad illustrare. "Osservate attentamente", ci dice egli, "l'interno ragionamento del giudice, e la sua confessione di essere stato vinto dall'importunità, poi derivatene pratiche istruzioni".

7 7. E Iddio non vendicherà egli i suoi eletti,

Non derivi nessuno, da qualsiasi cosa detta in questa parabola, la meschina idea che le molte parole riescano a stancare Iddio, sino al punto di fargli fare quello che è contrario alla sua volontà. «Il consiglio del Signore dimora in eterno», né può mai venir mutato. Questa parabola non procede per via di similitudine, bensì di contrasto. Il ragionamento vi è a fortiori. Se un uomo malvagio fu vinto dall'importunità, contrariamente alla sua risoluzione, quanto maggiormente lo sarà Iddio, che è giusto e pietoso, pieno di amore verso il suo popolo eletto, deciso a mantenerne i diritti, e pronto sempre a udirne i lamenti? Concesso un parallelismo della vedova, e i supplicanti al trono della grazia, vi è contrasto in tutto il resto. Il giudice era ingiusto, ma il Signore Iddio è un «Iddio giusto e Salvatore»; il giudice era egoista e crudele, ma «il Signore è pietoso e clemente e di gran benignità»; il, giudice era stanco ed irritato per le ripetute domande della vedova, Dio è sempre pronto ad ascoltare le nostre preghiere, egli desidera e domanda le nostre importunità; la vedova non avea col giudice legame alcuno, ma quelli che lo pregano sono i figli stessi di Dio. «eletti in Cristo Gesù fin davanti alla fondazione del mondo»; essa non avea avvocato che perorasse la sua causa, essi hanno «un avvocato appo il Padre, cioè Gesù Cristo giusto», cui il Padre dà sempre ascolto; tutto concorreva a scoraggire quella povera donna, tutto è in favore dei credenti, e specialmente la promessa che verranno esauditi alla fine. Come mirabile dunque è l'insegnamento che Gesù deriva da questa parabola!

i quali giorno e notte gridano a lui;

Qui ci vien messo davanti agli occhi un tratto veramente caratteristico degli eletti di Dio: essi pregano, e pregano del continuo. Uno dei segni più sicuri che l'amore di Dio ci ha eletti si è che esso ci dispone a pregare, e da questo versetto deriviamo con certezza che quando i figli di Dio sono nella prova essi grideranno a lui, ed egli li esaudirà.

benché sia lento ad adirarsi per loro?

V'è stata fra i critici diversità di opinione relativamente al senso delle parole (Tischendorff), alcuni riferendole non già alla pazienza colla quale Iddio sopporta i nemici del popolo suo, bensì allo stato di sospensione in cui egli tiene i suoi figliuoli prima di esaudire le loro preghiere; ma il primo sembra il vero senso di queste parole. Così le traduce Diodati, ed in una breve nota della prima edizione della sua Bibbia, ne spiega il senso in questo modo: «Sia lento, cioè indugi lungamente a far la punizione dei lor nemici, e non eseguisca i suoi giudizi così tosto come desidererebbe l'impazienza umana». Ostervald nella versione francese esprime la stessa idea colle parole: «Quoiqu'il diffère sa vengeance». Come alla vedova toccò aspettare lungamente, prima che fosse disfatto il suo avversario, così i santi sono tenuti in lunga sospensione prima che il Signore armi il braccio in lor difesa, e ciò a motivo della sua pazienza e longanimità inverso i loro comuni nemici. Qui v'ha contrasto fra due interessi umani, e Grozio osserva con verità, che l'indugio o la lentezza nel vendicare le ingiurie, espressi, mentre son benefici all'offensore, riescono gravi a colui che patisce il danno. Ma benché differisca lungamente di vendicarli, e permetta che continuino per un tempo, a parer loro indefinito, le prove e le persecuzioni sotto le quali gemono, però li vendicherà a suo tempo. «Qui è la sofferenza e la fede dei santi!»

PASSI PARALLELI

Luca 11:13; Matteo 7:11

1Samuele 24:12-15; 26:10-11; Salmi 9:8; 10:15-18; 54:1-7; Geremia 20:11-13

2Tessalonicesi 1:6; Apocalisse 6:10; 18:20

Luca 2:37; Salmi 88:1; 1Tessalonicesi 3:10; 1Timoteo 5:5; 2Timoteo 1:3; Apocalisse 7:15

Salmi 13:1-2; Habacuc 2:3; Ebrei 10:35-37

8 8. Certo, io vi dico, che tosto li vendicherà.

Con quella solenne ed autorevole asseveranza, colla quale Cristo così spesso mette sui suoi detti il suggello della sua onniscienza, egli ora conforta i suoi discepoli, in ogni età, accertandoli che Dio vendicherà i suoi eletti, e li libererà dagli assalti dei loro avversarii e ciò farà presto. Benché, nell'impazienza dell'uomo, la liberazione che egli sospira gli sembri differita senza speranza, nei consigli di Colui appo il quale «un giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno», che usa pazienza verso i loro avversarii solo affinché sieno condotti a pentimento, non vi è indugio soverchio alcuno; la liberazione giungerà presto e ad un tratto, al tempo fissato da Dio. Trench dice; «Il soccorso che all'impazienza dell'uomo par tardare assai, arriva invero molto presto; né potrebbe esser giunto un momento prima, stando ai consigli previdenti ed amorevoli di Dio». Come pratica illustrazione di questi versetti, rimandiamo il lettore ai casi della donna sirofonice, dei discepoli lasciati a faticar sul lago fino alla quarta vigilia, delle sorelle di Betania dopo la morte di Lazaro Matteo 15:21-28; 14:22-31; Giovanni 11:1-6,17. Questa promessa si applica alla Chiesa cristiana primitiva perseguitata dalle autorità giudaiche; alla vera e vivente Chiesa di Cristo in tutti i tempi di persecuzioni terrene; e ad ogni credente, lotti egli coll'ingiustizia degli uomini, o con nemici spirituali.

Ma, quando il Figliuol dell'uomo verrà, troverà egli pur la fede in terra?

Questo versetto Gesù chiama l'attenzione su Dio e sul suo popolo eletto, di entrambi dei quali avea parlato nel vers. precedente. Riguardo al primo egli avea dichiarato in modo solenne che non c'è timore alcuno che, il suo aiuto manchi, o le sue promesse sieno rotte; ma poi riguardo al secondo domanda qui se si può stare altrettanto sicuri della fede dei credenti; se quando il Signore verrà per liberarli, li troverà come fedeli servitori, aspettanti e veglianti, pronti a salutar con gioia il suo arrivo. L'idea principale di Gesù in questo versetto è che deve assai più temersi la stanchezza per parte del suo popolo nell'aspettare, che la mancanza per parte di Dio nell'adempiere alle sue promesse. L'articolo che accompagna fede, sembra indicare che si tratta qui di fede in riferenza all'oggetto della parabola, cioè fede che è perseverata nella preghiera, senza venir mai meno a se stessa. Nei Vangeli la parola terra, è spesso usata per il paese di Giudea, e benché qui la si debba prendere nel suo senso più esteso, non si deve neppure perdere di vista quel significato locale e ristretto. Gesù ha qui primieramente in vista i pericoli che dovevano assalire i Cristiani d'infra i Giudei, così prima dell'assedio di Gerusalemme, come durante quello. A quel tempo, la grande maggioranza dei Giudei era in uno stato di completa incredulità mentre anche i più fra i Cristiani erano probabilmente scoraggiti a segno di aver poca speranza di venir liberati, e non pochi falsi fratelli aveano apostatato. Egli è precisamente di questo periodo che il Signore dice: «Molti falsi profeti sorgeranno e ne sedurranno molti» Matteo 24:11. Ma non v'ha dubbio che il Signore si riferisce più specialmente alla seconda e gloriosa sua venuta, e con questa domanda sembra indicare che, prima che il Figlio dell'uomo venga a raddirizzare i torti della sua Chiesa, la speranza di soccorso sarà caduta tanto basso, a motivo del lungo indugio, che uno ben potrà domandare a se stesso: "V'ha egli ancora in terra qualche po' di fede nella venuta del riparatore dei torti, qualche speranza che il Signore della Chiesa tornerà mai a lei?" In Apocalisse 20:7-9, abbiamo indizi che la Chiesa di Cristo sarà ridotta ad un ben piccol numero, prima del ritorno di Cristo; ma non è di questo che qui si tratta; viene bensì dichiarato che la fede dei credenti sarà trovata mancante, tanto urgente sarà la distretta, tanto fitte le tenebre, al momento in cui il Figliuol dell'uomo apparirà. La descrizione delle vergini savie, le quali, mentre aspettavano la venuta dello sposo, «tutto divennero sonnacchiose e si addormentarono» Matteo 25:5, conferma questa nostra credenza, e così fanno pure le parole notevoli del Signore: «E se quei giorni non fossero abbreviati, niuna carne scamperebbe; ma per gli eletti quei giorni saranno abbreviati» Matteo 24:22.

PASSI PARALLELI

Salmi 46:5; 143:7-9; 2Pietro 2:3; 3:8-9

Matteo 24:9-13,24; 1Tessalonicesi 5:1-3; Ebrei 10:23-26; Giacomo 5:1-8

RIFLESSIONI

1. «Questa parabola si riferisce primieramente alla Chiesa di Cristo, nella sua condizione di vedovanza, di desolazione, di oppressione senza difesa alcuna, mentre si prolunga l'assenza del suo Signore nei cieli, lasciandola esposta ad ogni maniera d'indegnità e di torti, dai quali il suo ritorno solo può liberarla appieno. Essa ci insegna due lezioni importanti.

La prima si è che mentre dobbiamo esser sempre «presti, perciocché, nell'ora che non pensiamo, il Figliuol dell'uomo verrà», non deve recarci sorpresa se tarda lo sposo, fino al punto di stancar la pazienza del maggior numero, e di spegner quasi la speranza della sua venuta.

La seconda si è che la preghiera è la vera risorsa della Chiesa; quantunque il Signore non sembri udirla, essa deve «del continuo orare, e non istancarsi». perché egli ama la preghiera della fede, e da quella sarà vinto alfine. Al tempo stesso la Chiesa deve ricordarsi che a motivo della lunga tardanza, la fede nella sua venuta avrà raggiunto il suo livello più basso, e sarà qui scomparsa, «finché spiri l'aura del giorno, e che l'ombre se ne fuggano» (Brown).

2. La grande importanza della perseveranza nella preghiera, già inculcata dal Signore nella parabola dell'uomo che domanda aiuto al suo amico nel mezzo della notte Luca 11:5-8, ci è di nuovo presentata in questa parabola, in cui una povera vedova, sola nel mondo, trionfò per mera importunità del malvolere di un cattivo giudice. La lezione che ci vien qui insegnata è questa: se la perseveranza nell'orazione ha potuto compier tanto, in mezzo a circostanze così contrarie, quanto più potrà essa nel caso degli eletti di Dio, che assediano il trono del Padre loro celeste! La preghiera è il soffio vitale del vero cristianesimo; qui comincia la religione, quì fiorisce, quì decade. La preghiera è uno dei segni della elezione di Dio, perché il Signore in questo passo descrive gli eletti di Dio, come quelli che «giorno e notte gridano a lui». La preghiera è una delle prime prove della conversione; la trascuranza di essa è la via sicura della caduta. In connessione con questo insegnamento del Signore, teniamo in mente, che è più facile cominciare a pregare che perseverare in questa pratica. A perseverare nell'orazione, occorre una gran fede, perché vi è una tendenza naturale a trascurare questo dovere, e Satana fa quanto può per impedirci o dissuaderci dall'osservarlo. Prendiamo dunque la ferma risoluzione di non perderci d'animo, quantunque la risposta si faccia lungamente aspettare, ma continuiamo a pregare con regolarità pazienza e perseveranza.

9 Luca 18:9-14. PARABOLA DEL FARISEO E DEL PUBBLICANO

9. Disse ancora questa parabola a certi, che si confidavano in loro stessi d'esser giusti, e spprezzavano gli altri:

Niente nel contesto c'induce a supporre, insieme a Vitringa, che il nostro Signore avesse in vista in questa parabola la reiezione dei Giudei e l'accettazione dei Gentili, né che egli si rivolgesse specialmente ai Farisei. Parlando direttamente a loro, Gesù non avrebbe presentato uno di loro stessi come esempio in una parabola, ed i Farisei non avrebbero trovato, nella preghiera messa qui nella bocca di uno della loro setta, niente di reprensibile, ma solo quello che era naturale e conveniente. Fra quelli che seguivano Gesù, molti non si erano ancora dichiarati apertamente per lui, e fra questi ultimi, il Signore ne osservò probabilmente alcuni, i quali, per esser più rigorosi osservatori dei precetti mosaici si credevano giusti, ed in conseguenza di ciò, se ne stavano con alterigia in disparte non solo dai proscritti pubblicani e peccatori, ma anche da quelli che erano meno rigorosi nei loro religiosi doveri, ed a tali senza dubbio fu rivolta questa parabola. La tendenza all'orgoglio spirituale, all'aver di noi stessi «alcun sentimento sopra ciò che conviene avere» Romani 12:3, è un difetto troppo frequente, anche fra quelli che sono «nati di nuovo»; non deve dunque sorprenderci che si trovasse nel cuore di uomini nei quali era appena cominciata a penetrare la verità spirituale.

PASSI PARALLELI

Luca 10:29; 15:29; 16:15; Proverbi 30:12; Isaia 65:5; 66:5; Giovanni 9:28,34; Romani 7:9

Romani 9:31-32; 10:3; Filippesi 3:4-6

Luca 18:11; 7:39; 15:2,30; 19:7; Giovanni 7:47-49; 8:48; Atti 22:21; Romani 14:10

10 10. Due uomini salirono al tempio, per orare;

Essendo il tempio il luogo ove venivano offerti i sacrifizi, lì pure andavano a pregare gli abitanti di Gerusalemme e del suo vicinato, e quelli che erano troppo lontani per poter salire ogni giorno al santuario, volgevano verso di esso il volto all'«ora della preghiera» (9 ant. e 3 pom., perché basavano l'esaudimento delle loro preghiere sui sacrifizii giornalieri che in quelle ore venivano offerti 1Re 8:29-30; Salmi 138:2; Daniele 6:10).

l'uno era Fariseo, e l'altro pubblicano. (Vedi Sette Giudaiche.) 11. Il Fariseo, stando in piè, orava in disparte, in questa maniera:

Qui non significa meramente «stando in piè», imperocché quella pure era la posizione del pubblicano e di tutti i Giudei quando pregavano 1Re 8:22; 2Cronache 6:12; Matteo 6:5; ma indica che costui, assunto il solito contegno dei Farisei, quando volevano «esser veduti dagli uomini», si fece avanti quanto più gli era lecito verso il Santuario, colle braccia e gli occhi rivolti al cielo. in disparte, si costruisce da alcuni con stando, da altri con orava. Diodati ha prescelto la prima costruzione, il senso della quale sarebbe che quest'uomo stava in disparte, lasciando uno spazio fra sé e il volgo degli adoratori (Meyer). Costruite con, queste parole significano che egli pregava a se stesso, ossia in se medesimo, così da non essere udito da quelli che gli stavano dappresso, il che dà un senso migliore è più generalmente accettato.

11 o Dio, io ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini,

La sua preghiera, a dire il vero, ha la forma di un ringraziamento, e senza dubbio l'essere stato preservato da gravi cadute è un soggetto di gratitudine dinanzi a Dio; ma non entra un simil pensiero nella sua mente; il suo ringraziamento è una glorificazione di se medesimo e non di Dio, e nel ringraziare Iddio per il bene che si figura di trovare in se medesimo, insulta gli altri per il male che si figura di trovare in essi,

rapaci ingiusti, adulteri; neanche come quel pubblicano.

Egli enumera primieramente le sue eccellenze morali. Ringrazia Iddio per non esser simile agli altri uomini, dividendo così l'umanità intera in due classi, una delle quali è formata da lui solo, mentre nell'altra stanno tutti gli uomini. Tanto è la sua arroganza che non si contenta di mettere gli altri un pochino al disotto di se medesimo nella, scala della eccellenza, ma li stimatizza senza eccezione come reprobi ed immorali. Al disotto di tutti poi egli pone il povero pubblicano, sul quale l'occhio suo si posa, come sulla personificazione di ogni malvagità, ed il contrasto più marcato colle sue proprie virtù.

PASSI PARALLELI

Luca 1:9-10; 19:46; 1Re 8:30; Atti 3:1

Luca 7:29-30; Matteo 21:31-32; Atti 23:6-8; 26:5; Filippesi 3:5

Salmi 134:1; 135:2; Matteo 6:5; Marco 11:25

Isaia 1:15; 58:2; Geremia 2:28,35; Ezechiele 33:31; Michea 3:11; 1Corinzi 4:7-8; 15:9-10

1Timoteo 1:12-16; Apocalisse 3:17

Luca 20:47; Isaia 65:5; Matteo 3:7-10; 19:18-20; Galati 3:10; Filippesi 3:6; Giacomo 2:9-12

12 12. Io digiuno due volte la settimana,

Dopo avere esaltato la sua eccellenza morale, egli mette innanzi i suoi meriti religiosi e si vanta della sovrabbondanza delle sue buone opere. Secondo la legge di Mosè, non v'era in tutto l'anno che un giorno di digiuno solenne, cioè il gran giorno della espiazione Levitico 16:29-30; Numeri 29:7; ma col tempo si aggiunsero a quello molti digiuni volontarii, ed al tempo del Signore, i Farisei digiunavano due giorni della settimana, il secondo ed il quinto, corrispondenti al nostri Lunedì e Giovedì.

io pago la decima di tutto ciò che posseggo.

La legge mosaica non imponeva la decima che sul bestiame e sui frutti della terra Numeri 18:21; Levitico 27:30; Deuteronomio 14:22; ma costui pagava la decima di cose minute, come la menta, l'aneto, il cumino Matteo 23:23, di cui, anche nelle scuole giudaiche, si disputava se fossero dovute, non quello che io posseggo, ché per questo ci vorrebbe bensì quello che acquisto o guadagno col mio lavoro e la mia abilità, e che, dal suo punto di vista, avrebbe potuto tenere per sé. Questa preghiera ci dà la prova più concludente che costui metteva tutta la sua fiducia in sé stesso; si figurava di accumulare dei meriti col far più di quanto la legge richiedeva, e che Dio gli era realmente debitore di tutto ciò che egli dava, togliendolo dalla sua fortuna privata.

PASSI PARALLELI

Luca 17:10; Numeri 23:4; 1Samuele 15:13; 2Re 10:16; Isaia 1:15; 58:2-3; Zaccaria 7:5-6

Matteo 6:1,5,16; 9:14; 15:7-9; Romani 3:27; 10:1-3; 1Corinzi 1:29; Galati 1:14

Efesini 2:9; 1Timoteo 4:8

Luca 11:42; Levitico 27:30-33; Numeri 18:24; Malachia 3:8; Matteo 23:23-24

13 13. Ma il pubblicano, stando da lungi,

cioè lontano dal Santuario. Invece di farsi strada, come il Fariseo, fino vicino all'altare, si fermò non appena entrato nel cortile degli Israeliti, mediante la scala che ivi saliva da quello dei Gentili, e così fece perché sentivasi indegno di avvicinarsi al luogo del tabernacolo dell'Altissimo. Nel suo contegno esterno, come negli intimi suoi sentimenti, quest'uomo presenta un contrasto molto marcato, col Fariseo. Questo andò a mettersi nel posto più in vista, il più vicino possibile al tempio, quegli si contentò del posto più umile e meno in vista, dietro a tutti gli altri adoratori; il Fariseo assunse il contegno sancito dalla sua setta per la preghiera, occhi e mani alzati al cielo, il pubblicano

non ardiva neppure d'alzar gli occhi al cielo;

Pieno del sentimento del suo peccato, e col cuore addolorato, se ne sta colla testa bassa, come chi pensa o chi piange, noncurante di tutto e di tutti, fuorché del suo peccato, e col pensiero pieno di Dio e della immacolata sua santità. Sentimenti simili ai suoi avean già indotto in altri tempi Davide, Esdra e Daniele ad umiliarsi in modo analogo Salmi 40:13; Esdra 9:6; Daniele 9:7.

anzi si batteva il petto, dicendo: O Dio, sii placato inverso me peccatore.

Il contrasto più grande fra questi due uomini sta nella sostanza delle loro preghiere. L'una è già stata descritta come, un atto di sfacciata lode di sé stesso; l'altra è la preghiera più breve che venga ricordata nella Bibbia, ma proviene dal cuore, esprime l'ansietà e l'angoscia di un'anima convinta del suo peccato (e di ciò il picchiarsi il petto era segno esterno) ed è rivolta a Dio che solo può perdonare, e «che, prende piacere in benignità». Ben sentiva il povero pubblicano che Dio avea messi «davanti a sé le sue iniquità, e i suoi peccati occulti alla luce della sua faccia» Salmi 90:8, epperciò la sua confessione è tutta quanta condensata nelle enfatiche parole: Me IL peccatore. La parola greca sii placato, trovasi in un solo altro passo del Nuovo Testamento Ebrei 2:17, dove è applicata al Signor Gesù, come essendo stato fatto il «misericordioso e fedel sommo sacerdote, per fare il purgamento de' peccati del popolo», e siccome non si può dubitare che le scritture giudaiche insegnavano che il «fare il purgamento dei peccati», era lo scopo ed il senso di tutti i sacrifizii giornalieri, è questo pure il senso in cui va intesa la preghiera del pubblicano. È possibile che egli non ne capisse appieno il senso tipico; ma la sua fede aveva afferrato il purgamento del peccato mediante l'offerta dei sacrifizii istituiti da Dio, e si fa con questo convincimento che egli si presentò nel tempio all'ora in cui il sacrifizio veniva offerto ed il sangue sparso, affin di presentare a Dio l'ardente sua preghiera che egli fosse riconciliato con lui.

14 14. Io vi dico, che costui ritornò in casa sua giustificato, più tosto che quell'altro;

Sono state adottate di queste quattro ultime parole varie lezioni che differiscono del testo ricevuto: per esempio, da Tischendorff; di Lachmann; dal Codice di Beza, e ab illo, dalla Vulgata (in favore della quale non sta nessun manoscritto qualsiasi). La difficoltà nello spiegare più tosto che, è senza dubbio la causa di queste numerose varianti. Il senso non è già che il pubblicano sia stato giustificato più pienamente che il Fariseo, o che vi sieno varii gradi nella giustificazione (benché i Dottori papisti lo sostengano, appoggiandosi su quest'unico passo, e distruggendo tutta la forza della parabola), cosicché uno avesse ricevuto più dell'altro. Il pensiero del Signore è perfettamente chiaro, ed è che il pubblicano fu tenuto per giusto nel cospetto di Dio a motivo della sua fede nella propiziazione del peccato, mediante i sacrifizi istituiti da Dio (e che erano tipi del proprio suo sacrifizio); e che il Fariseo non fu giustificato in nessuna maniera, perché nessun uomo in terra può venir giustificato per i meriti che crede avere. «Certo non vi è niun uomo giusto in terra, il quale faccia bene e non pecchi» Ecclesiaste 7:20. Vedi per altre osservazioni su questo soggetto l'analisi di questo capitolo, Numero 2, a Luca 18:1.

perciocché chiunque s'innalza sarà abbassato, e chi si abbassa sarà innalzato.

In Luca 13:7, Gesù fa uso di queste parole per indicare primieramente una legge che ha corso anche fra gli uomini del mondo, i quali si dilettano nell'umiliare gli orgogliosi e gli insolenti, e per mostrar quindi che la legge medesima vige anche nel regno della grazia di Dio, dimodoché mentre quelli che si vantano altamente della propria giustizia verranno umiliati, quelli invece che si manterranno umili e contriti, come il pubblicano, Iddio li innalzerà per la sua bontà e misericordia. La verità generale insegnata in queste parole si è che solo gli umili posseggono la disposizione che è necessaria per ricevere quello che Gesù Cristo ha da dare.

PASSI PARALLELI

Luca 5:8; 7:6-7; 17:12; Esdra 9:6; Giobbe 42:6; Salmi 40:12; Isaia 6:5; Ezechiele 16:63

Daniele 9:7-9; Atti 2:37

Luca 23:48; Geremia 31:18-19; 2Corinzi 7:11

Salmi 25:7,11; 41:4; 51:1-3; 86:15-16; 119:41; 130:3-4,7; Daniele 9:5,9-11

Daniele 9:18-19; Ebrei 4:16; 8:12

Luca 15:18-21; 23:40-43; 2Cronache 33:12-13,19,23; Salmi 106:6; Isaia 1:18; 64:5-6

Matteo 9:13; Romani 5:8,20-21; 1Timoteo 1:15; 1Giovanni 1:8-10

RIFLESSIONI

1. Il peccato che Gesù Cristo quivi attacca è la propria giustizia, malattia ereditaria di tutti i discendenti di Adamo, e che tutti li conduce, dal più grande al più umile, ad aver di sé medesimi ben più alta opinione che non si convenga. Il vero rimedio per la propria giustizia è di conoscere sé stessi. Se solo gli occhi della nostra mente saranno una volta aperti allo Spirito, non ci vanteremo più della nostra propria eccellenza; se solo potremo vedere quello che c'è nel nostro cuore, e per contrapposto quello che Dio domanda da noi, morrà la buona opinione che abbiamo di noi medesimi.

2. «Un difetto molto evidente della preghiera del Fariseo si è che essa non mostra nessuna coscienza di peccato, o di bisogno di perdono. Non contiene né confusione, né supplicazione, né riconoscimento di peccato, né domanda di grazia o di perdono. È una enumerazione orgogliosa di meriti imaginarii, accompagnata da giudizii spogli di ogni spirito di carità sul conto del suo prossimo, peccatore come lui. La preghiera del pubblicano fu, ad ogni riguardo, precisamente l'opposto di quella del Fariseo, e vi sono in essa cinque punti che meritano la nostra attenzione: Essa era una domanda non un mero ringraziamento; era una preghiera personale, perché egli domandava pei propri bisogni; era una preghiera umile, poiché confessava di essere un povero peccatore; era una domanda di perdono, che teneva conto del solo modo in cui Dio può mostrarsi misericordioso; era preghiera che sgorgava potente e spontanea dal cuore, mettendone a nudo le intime angoscie, e i desiderii più profondi. Imitiamo questi caratteri della preghiera del pubblicano, tutte le volte che noi ci avvicineremo a Dio, perché queste sono le preghiere che a lui più riescono accette» (Ryle).

3. «Il gran tratto distintivo della relazione della Bibbia è la salute per grazia, salute che conduce a santità; saluto non mediante ma producente le buone opere; benché la sua piena dichiarazione mediante «l'agnello di Dio che toglie il peccato del mondo», ne venisse riserbata al Nuovo Testamento. Eppure sono così innate nel cuore dell'uomo la propria giustizia e, l'orgoglio, che esse si sono fatto strada anche nel sistema della Chiesa, e mediante quella apostasia, che lusinga tutte le inclinazioni corrotte della nostra natura, è stato costruito un sottilissimo sistema, il quale, pur preservando la forma esterna della verità evangelica, ed ascrivendo in apparenza tutto alla grazia, insegna in realtà la dottrina della salvezza mediante le opere (Brown). (Vedi i Canoni e Decreti del Concilio di Trento, Sess. vi: Decretum de Justificatione».)

4. Badiamo di non assomigliare al Fariseo, col restar soddisfatti dei tre argomenti che egli mette avanti come prove di vera religione e specialmente di questo, cioè: che egli non era così cattivo come altri uomini, che non era colpevole di peccati molto scandalosi, e che osservava i precetti esterni della religione. Questa ragione del Fariseo è precisamente quella che è messa innanzi oggidì dai cosidetti galantuomini. Quanto spesso si odono delle persone dire: "Ce ne sono di più cattivi di me", e su questo si fondano per credersi al sicuro. È questo l'argomento favorito di quelli che ignorano quanto la legge di Dio richiede da noi. Non ci illudiamo con simili pensieri; «Noi non osiamo aggiungerci né paragonarci con alcuni di coloro che si raccomandano loro stessi, e paragonandosi con se stessi, non hanno alcuno intendimento» 2Corinzi 10:12.

15 Luca 18:15-17. GESÙ RICEVE I PICCOLI FANCIULLI E LI BENEDICE Matteo 19:13-15; Marco 9:13-16

A questo punto il racconto di Luca si ricongiunge con quelli di, Matteo e di Marco, dai quali si era scostato a Luca 9:51. Del ministero di Gesù in Perea, gli altri due Sinottici non hanno ricordato ancora che un incidente solo: la conversione di Gesù coi Farisei, riguardo al divorzio, da Luca brevemente riassunto in Luca 16:18.

15. Or gli furono presentati ancora dei piccoli fanciulli,

I fanciulli così portati a Gesù vengono in questo e nel seguente versetto chiamati coi due nomi: brefe, e paidia, dei quali (benché in alcuni passi del Nuovo Testamento tutti e due vengano dati senza distinzione a dei bambini giovanetti) il primo indica dei bambini in fasce o lattanti, il secondo quelli già più grandicelli, benché tuttora di tenera età. È impossibile in ogni caso di interpretare brefe come applicantesi a giovanetti già pervenuti all'età di ragione. Marco e Matteo non parlano che di paidia in generale; ma, coll'introdurre nel suo racconto la parola brefe, Luca ci indica che fra i bambini portati a Gesù ve ne erano pure di tenerissima età.

acciocché il toccasse;

Usavano le madri israelitiche portare i loro figli ai Rabbini che più erano in odore di santità, affine di ottenerne per essi la benedizione, e questo atto, della parte femminile della sua udienza, dimostra in che alto concetto fosse tenuto Gesù Cristo, in quel tempo. A dispetto degli sforzi degli Scribi e dei Farisei per iscreditarlo, le moltitudini che accorrevano ad ascoltare i suoi insegnamenti lo consideravano tuttora come «un profeta potente in opere ed in parole davanti a Dio e davanti a tutto il popolo» Luca 24:19, e per questo motivo ricercavano la sua benedizione sopra i loro pargoletti.

e i discepoli, veduto ciò, sgridavano coloro che li presentavano.

Era naturale che i discepoli si dessero pensiero dei comodi del loro Maestro e cercassero di risparmiargli ogni inutile disturbo; ma il loro zelo mancava talvolta di discernimento. In altre circostanze vediamo i discepoli interporsi a quel modo Luca 18:39-40; Matteo 15:23, ma, come si scorge dai risultati, sempre contrariamente alla mente di Cristo. La loro condotta in questo caso fu dura ed in perfetto contrasto colla condiscendenza e la carità di Cristo. Uno si sarebbe aspettato che un movimento che indicava un così gran rispetto per parte del popolo, un desiderio così vivo del bene dei suoi figli, e che tornava tanto ad onore del Redentore, li avrebbe riempiti di gioia, e sarebbe stato da essi incoraggiato, anziché osteggiato. Ad attenuare la loro colpa, alcuni hanno suggerito che, terminato il discorso precedente, Gesù si era forse ritirato in casa per riposarsi, ed essi non volevano che venisse disturbato. Ma dalla risposta di Cristo scorgiamo che il vero motivo della loro opposizione si fu che essi stimavano inutile di portare a Gesù dei bambini che nulla da lui potean ricevere, essendo il suo ministero destinato, a parer loro, solo agli adulti.

PASSI PARALLELI

1Samuele 1:24; Matteo 19:13-15; Marco 10:13-16

Luca 9:49-50,54

16 16. Ma Gesù, chiamati a sé i fanciulli disse:

Marco: «Gesù, veduto ciò, s'indegnò». Gesù non solo si affretta a disdire l'ordine dato dai suoi discepoli, ma lo disapprova pure nel modo più esplicito; richiama a sé i bambini che essi aveano scacciati ed oltre alle benigne parole che ci sono qui ricordate, Marco ci dice che: «recatiseli in braccio, imposto loro le, mani, li benedisse».

Lanciate i piccoli fanciulli venire a me, e non li divietate; perciocché di tali è Il regno di Dio.

Queste madri israelitiche, le quali si affollavano coi loro pargoletti intorno a Gesù non potevano indovinare che, dando al Signore l'occasione di pronunziare quelle preziose ed immortali parole, imponevano un eterno debito di gratitudine ai genitori ed ai bambini di tutti i tempi. Quelle parole Gesù le rivolse ai suoi discepoli, «Lasciate» e «non divietate», suonano rimprovero della loro ignoranza e del loro zelo eccessivo; ma l'invito stesso in esse contenuto si rivolge ai bambini, «perciocché di tali è il regno di Dio». È affatto inconcepibile che Gesù si sia comportato in quel modo, verso quei piccini, ed abbia parlato in tali termini di essi, solo per insegnare che gli adulti devono divenire simili a dei piccoli fanciulli nelle loro disposizioni, prima di potere entrare nel regno di Dio, poiché questo insegnamento egli lo dà nel versetto seguente, come lezione separata. Le parole di questo versetto insegnano chiaramente che il regno di Dio consiste, in parte almeno, di lattanti e bambini di tenera età, i quali sono stati portati a Cristo, e siccome il Signore stesso ci ha detto: «Se alcuno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio» Giovanni 3:3, ne segue che i bambini possono essere rigenerati e fatti santi, nel vero senso spirituale della parola. In quanto agli adulti, che sono tuttora irrigenerati, essi vengono rinnovati, mediante la conoscenza della verità e la fede in essa, «essendo rigenerati per la parola di Dio, viva e permanente in eterno» 1Pietro 1:23. Ma lo Spirito divino non è limitato a questo modo di operare. Può esser difficile di comprendere in che maniera egli operi sulla mente dei bambini, o con qual mezzo essi divengano partecipi di quei frutti della salvezza che si ottengono «per fede». La rigenerazione dei bambini può essere operata mediante un'azione diretta dello Spirito, sotto la quale l'anima rimane passiva, e per la quale, senza l'intervento di qualsiasi istrumentalità, egli produce in loro un cambiamento duraturo. In quel modo egli può impiantare nel tenero loro cuore quel principio di grazia, che è il germe della nuova creatura, quel seme incorruttibile, che forse rimarrà nascosto lungamente nel suolo, ma tosto o tardi germoglierà e produrrà i frutti pacifici della giustizia. Ovvero la cosa può spiegarsi mediante la distinzione che gli antichi teologi facevano fra il principio della grazia, e l'abitudine o l'esercizio di quella, mantenendo che il principio possa già esistere nei bambini, tuttora inetti all'esercizio, e che tal grazia era vera e salutare. La rigenerazione dei bambini mediante lo Spirito, può dipendere pure dalla fede dei parenti, nei quali, durante la loro minoranza, i bambini sono federativamente rinchiusi. In qualunque modo la cosa avvenga, abbiamo esempi indubitati di bambini nei quali quel cambiamento salutare erasi operato, nei casi di Samuele, di Isaia, di Geremia, di Giovanni Battista, e di Timoteo. Prima di passar oltre, notiamo che quello che Cristo fece e disse a quei fanciulli non esprimeva mera tenerezza e buon volere personali, quali ogni uomo benevolo potrebbe sentirli per bambini di quella età; ma fu fatto e detto nel suo carattere uffiziale di Redentore, e nell'esercizio del suo ministero come il gran profeta della Chiesa. Queste sue parole significano che di tali, non solo in quanto all'età, ma pure in, quanto alle disposizioni, è composto il regno suo; mentre il «recarseli in braccio» «l'imporre le mani», ed «il benedirli», sono tutti atti che indicano che essi sono l'oggetto dell'amore del Salvatore, capaci di ricevere la sua benedizione, atti ad avere lo Spirito Santo, della comunicazione del quale l'imposizione delle mani era il segno e l'ombra. Chi può dunque dubitare che i bambini per quanto giovani, i quali sono caduti in Adamo, possono esser salvati dalla grazia? Che dolce balsamo sono state, in ogni tempo, quelle parole per genitori credenti, orbati dei loro pargoletti!

PASSI PARALLELI

Genesi 47:10-14; 21:4; Deuteronomio 29:11; 31:12; 2Cronache 20:13; Geremia 32:39; Atti 2:39

1Corinzi 7:14

Matteo 18:3-4; 1Corinzi 14:20; 1Pietro 2:2

17 17. Io vi dico In verità, che chi non avrà ricevuto il regno di Dio come piccol fanciullo, non entrerà, in esso.

In aggiunta alla sua dottrina, contenuta nei versetti precedenti, sull'interesse personale dei bambini e dei pargoletti nel regno di Dio, Gesù ripete in questo, l'insegnamento già dato ai discepoli, col mettere un fanciulletto nel mezzo di loro, Matteo 18:3, riguardo all'umiltà, alla prontezza ad imparare, alla rettitudine di cuore ed alla semplicità, senza cui è impossibile entrare nel regno di Dio. Gesù la ripete qui probabilmente a motivo della erronea idea degli Apostoli, che soli gli adulti potessero approfittare del suo insegnamento, ed affin di umiliare il loro orgoglio, dichiarando loro che per entrare nel regno dei cieli non dovevano già i bambini divenire simili agli uomini, bensì gli uomini simili ai bambini, Vedi esposizione Matteo 18:3.

RIFLESSIONI

1. Il riprendere un errore od un peccato equivale ad indicare un dovere opposto da osservarsi, e tale certamente è la lezione che ci conviene dedurre dal modo in cui Cristo si comportò inverso i suoi discepoli, relativamente ai fanciulli che gli vennero recati. L'idea degli apostoli prevale tuttora nella mente di molti genitori, i quali credono che fanciulli di tenera età non possono ancora intendere le verità della religione, e sono incapaci di ricevere qualsiasi grazia. Gesù inculca invece a tutti i genitori il dovere di consecrare i loro figli a Dio, sin dalla nascita, e di ricordarsi che la loro coltura religiosa e morale non può venir cominciata troppo presto, purché sia giudiziosamente adattata alle loro nascenti facoltà. I bambini possono capire molto per tempo le grandi verità dell'evangelo, e dovrebbero venir condotti con molta cura a conoscerle. La prontezza colla quale essi ricevono impressioni religiose, cui rispondono le loro coscienze, è ben nota a chiunque si occupa di educazione. La Scrittura stessa c'insegna che i bambini sono più di chiunque atti a ricevere istruzioni religiose: «A cui s'insegnerebbe la scienza, e a cui si farebbe intendere la dottrina? I bambini spoppati, svezzati dalle mammelle, perciocché bisogna dar loro insegnamento dopo insegnamento, insegnamento dopo insegnamento; linea dopo linea, linea dopo linea; un poco qui un poco là» Isaia 28:9-10. I genitori credenti si facciano dunque un dovere di portare i loro bambini a Gesù, anche fin dal loro primo respiro, e questo facciano pure, nella loro sfera rispettiva, i ministri di Cristo e tutti quelli che desiderano piacergli.

2. Osservi il lettore intelligente la posizione che questo insegnamento di Gesù conferisce ai fanciulli, anche a quelli che sono ancora inconscii di sé, nel regno di Dio. Se spesso viene, ad essi concessa la grazia maggiore della rigenerazione e della salvezza, non è questa una forte ragione per accordar loro quell'altra grazia meno importante della precedente, meno importante che è l'entrata nella Chiesa mediante il battesimo? Se i pargoli sono capaci di tutto ciò che salva l'anima, prima ancora che possano credere coscientemente in Cristo, qual ne dovrebb'essere la conseguenza? Risponde Pietro: «Può alcuno vietar l'acqua, che non siano battezzati costoro che han ricevuto lo Spirito Santo come ancora noi?» Atti 10:47. I pargoletti fra gli Ebrei venivano circoncisi all'ottavo giorno dopo la nascita, come segno che essi venivano ammessi nel patto fatto da Dio con Abrahamo, perché dunque, del segno corrispondente a quello; nella Chiesa Cristiana, verrebbero privi i figli dei credenti, poiché quel segno li fa entrare nella Chiesa visibile e li mette a parte non come rigenerati, ma come consecrati a santo servizio, comunione ed eredità, insieme al popolo di Dio? Senza dubbio però questa applicazione ai neonati del battesimo non è giustificata se non quando essi sono stati prima portati a Cristo medesimo dai loro genitori, per ricevere la sua benedizione, ed anche in quel caso essa non vale che come segno e suggello di quella. Quelli però che sono compresi nella promessa Atti 2:39, hanno diritto ai privilegi di quel patto, ed al battesimo quale suggello di esso.

3. In regola generale la Bibbia e l'esperienza si uniscono per provare che la Chiesa è soprattutto ripiena e adorna da quelli che o sono stati molto presto sotto l'influenza della religione, o ne hanno ricevuti gli insegnamenti, fin dai primi albori della ragione. I genitori dovrebbero ricavare da questo un grande incoraggiamento a portare i loro fanciulli a Cristo sin dalla nascita, implorando per essi la sua grazia rigenerante, e consecrandoli mediante la preghiera ed il battesimo. I Pastori si ricordino che l'ordine dato dal Signore a Pietro non fu solamente: «pasci le mie pecore», ma pure «pasci i miei agnelli». Gli Insegnanti imitino il metodo amorevole e condiscendente del grande Maestro, ricordandosi che per quanto il costringimento possa tornare utile in altri rami di educazione, esso non riescirà mai ad aprire il cuore dei bambini e che solo colla dolcezza e colla persuasione potremo condurli a Cristo.

4. «La via della vera grandezza, così per il Apocalisse come per i sudditi del regno dei Cieli, è quella di una profonda umiliazione. Colui che domanda ai suoi discepoli di esser simili ai piccoli fanciulli, si mostrò, Ebrei 5:8, perfetto come Figliuolo» (Oosterzee).

5. «Quale spettacolo mirabile è quello che si presenta qui a chi è capace di osservarlo! L'unigenito del Padre tiene in braccio un inconscio pargoletto, gli pone sul capo in modo carezzevole e benigno, la mano onnipotente, ed alza gli occhi al cielo mentre ne vien giù la benedizione divina! Non è questa una di quelle cose in cui «gli angeli desiderano guardare addentro?» (Brown).

18 Luca 18:18-30. RICORSO DEL GIOVANE RICCO A CRISTO. DISCORSO SUGGERITO DALLA DI LUI CONDOTTA E DALLA DOMANDA DI PIETRO INTORNO ALLA RICOMPENSA CHE SARÀ DATA A QUELLI CHE L'AVRANNO SEGUITO Matteo 19:16-30; Marco 10:17-31

Per la esposizione vedi Marco 10:17-31.

31 Luca 18:31-34. TERZO ANNUNZIO DEI PATIMENTI, DELLA MORTE E DELLA RISURREZIONE DI CRISTO Matteo 20:17-19; Marco 10:32-34

Per l'esposizione vedi Marco 10:32-34.

35 Luca 18:35-43. GUARIGIONE DEL CIECO BARTIMEO A GERICO Matteo 20:29-34; Marco 10:46-52

35. Ora, come egli s'avvicinava a Gerico,

Terminato il suo ministero nella Perea, Gesù attraversò il Giordano insieme alla moltitudine di adoratori che salivano in Gerusalemme, e si volse direttamente all'Ovest, verso la città di Gerico, distante sei miglia dal fiume e diciotto dalla capitale. Un piccolo nucleo di meschine capanne, dominate da una torre medioevale, detta Er Rika, a due miglia di distanza dalle sue antiche rovine, ecco quanto rimane oggidì della «città delle palme» Deuteronomio 34:3. Nel 1854, non vi trovammo che una palma unica e di poca apparenza. Ecco i fatti più importanti della storia antica di Gerico: Esisteva come città Cananea, prima che gli Israeliti attraversassero il Giordano; Giosuè la distrusse, e pronunziò una terribile maledizione su chiunque l'avesse riedificata e restituita al suo pristino splendore Giosuè 2:1; 6:26. Quella maledizione ebbe il suo adempimento, circa 500 anni dopo nella persona di Hiel, nei giorni di Achab re di Israele, benché nell'intervallo, Gerico sembri esser stata abitata, ma come città meschina e senza mura Giudici 1:16; 3:13; 1Re 16:34. Fu poi scelta come una delle «scuole dei profeti» 2Re 11:5; il profeta Eliseo compì parecchi miracoli, e principalmente quello di rinsanire le acque del celebre suo fonte, Ain en Sultan, le cui correnti fertilizzano tuttora per molte miglia la pianura circonvicina 2Re 11:19-22; 4:1-7. Esdra ricondusse 345 dei suoi abitanti da Babilonia Esdra 2:34; ed ai tempi di Cristo, Gerico era divenuta città importantissima, avendola ingrandita ed abbellita Erode il Grande, il quale ivi pure morì, nel palazzo che si era fatto costruire.

Tutti e tre i Sinottici hanno ricordato la guarigione miracolosa di questo cieco nelle vicinanze di Gerico, come fatto occorso nell'ultimo viaggio di Gesù verso Gerusalemme, e benché vi sieno alcune leggiere variazioni nel racconto di ciascuno, non si può dubitare che parlino tutti e tre del medesimo evento. Alcuni scrittori però sostengono non esser meno di tre i ciechi miracolosamente guariti da Gesù alle porte di Gerico! Le divergenze fra gli evangelisti vertono su due punti principali. Matteo dice che due furono i ciechi guariti in questa circostanza; Marco e Luca parlano di uno solo. Matteo e Marco dicono che il fatto avvenne mentre Gesù usciva da Gerico; Luca, mentre egli vi giungeva. La divergenza sopra il primo di questi due punti non implica contradizione, e non può servire a mettere in dubbio la perfetta ispirazione di entrambi i racconti. Matteo essendo stato testimone oculare di quello che narra, non possiamo dubitare che due fossero i ciechi da Gesù guariti alla porta di Gerico; gli altri naturalmente non parlano che di quello la cui insistente perseveranza nel ricercare Gesù, sembra aver fatto una impressione più durevole sulla mente delle persone cui Marco e Luca andavano debitori della conoscenza dei fatti, quello insomma il cui caso era il più notevole dei due. La stessa variazione si può osservare nei varii Sinottici relativamente alla cacciata dei demoni nel paese dei Gadareni. Matteo dice due furono gli uomini guariti, Marco e Luca ne mentovano un solo come il più degno di nota, e per aver egli chiesto di seguitare Gesù. La stessa spiegazione serve per ambo i miracoli Matteo 8:28; Marco 5:2; Luca 8:27.

Più difficile a dissipare è la difficoltà relativa al luogo dove avvenne la guarigione del cieco Bartimeo; ma se conoscessimo tutti i particolari, che non ci sono stati tramandati, svanirebbe senza dubbio quella contradizione apparente, ed in ogni caso non è equo, essendo quei particolari ignoti, servirsene per attaccare l'ispirazione plenaria della Scrittura. Maldonatos, Pole, Bengel e Trench solvono la difficoltà col dire che Bartimeo cominciò ad implorare la guarigione quando Gesù sì avvicinò a Gerico, ma la ricevette solo il giorno dopo, insieme ad un altro che si era, nel frattempo aggiunto a lui. Ma nessuno dei tre racconti offre la più piccola traccia di un simile indugio fra ha preghiera e l'esaudimento. La sola altra soluzione meritevole di nota è quella di Macknight, secondo il quale l'antica Gerico essendo situata vicino alla fonte di Eliseo, e la nuova a breve distanza da quella, i due ciechi stavano probabilmente sulla strada che andava dall'una all'altra, cosicché il Signore poteva compiere il miracolo così uscendo da una delle due città (Matteo e Marco), come entrando nell'altra (Luca). Siccome Flavio ed Eusebio concordano nel dire che, a Gerico vi erano infatti una città vecchia ed una nuova, la spiegazione di Macknight ci sembra preferibile. Tali diversità occasionali su punti secondarii sono una prova della veridicità storica delle Scritture, e della completa indipendenza con cui ogni scrittore sacro parla sotto l'influenza dello Spirito Santo, e ben lungi dall'abbassare il carattere di quegli scritti, lo esaltano. Sembra abbastanza chiaro che i tre racconti devono essere stati scritti indipendentemente l'uno dall'altro, perché in caso diverso i loro autori avrebbero avuto cura di farne scomparire qualunque traccia di contradizione.

un certo cieco sedeva presso alla via, mendicando;

Secondo Matteo, «due, ciechi sedevano presso della via» ed entrambi furono guariti. Luca e Marco invece parlano di uno solo, Vedi la spiegazione sopra. Marco ci dice che egli veniva chiamato: «Bartimeo il cieco, figliuolo di Timeo». Bar in siriaco e Ben in ebraico significano figlio. In quel giorno nessuno avea pensato ad insegnare ai poveri ciechi una qualche industria per sostentar la vita. Di tutte le imprese filantropiche di quel genere il mondo va interamente debitore alla potenza illuminante e caritatevole della religione di Cristo. Uomini nella posizione di Bartimeo non avevano allora altra risorsa che di implorare la carità del prossimo.

PASSI PARALLELI

Matteo 20:29-30; Marco 10:46-47

Luca 16:20-21; 1Samuele 2:8; Giovanni 9:8; Atti 3:2

36 36. E, udita la moltitudine che passava, domandò che cosa ciò fosse.

Colla, prontezza d'udito particolare ai ciechi, s'accorse dell'avvicinarsi di una gran folla di gente, ed ai primi che giunsero a lui domandò di che cosa si trattasse.

PASSI PARALLELI

Luca 15:26; Matteo 21:10-11

37 37. E gli fu fatto assapere che Gesù il Nazareo passava.

Era questo il titolo dato generalmente dalla gente a Gesù, non in derisione, come facevano i Farisei, ma per distinguerlo come il ben noto ed onorato profeta della Galilea, che in tanta stima lo teneva il popolo in generale.

PASSI PARALLELI

Marco 2:1-3; Giovanni 12:35-36; 2Corinzi 6:2

Luca 2:51; Matteo 2:23; Giovanni 1:45; 19:19; Atti 2:22; 4:10

38 38. Ed egli gridò, dicendo Gesù, Figliuol di Davide, abbi pietà di me.

La fama della carità di Cristo, dei suoi miracoli, delle sue dottrine era giunta fino a questo misero cieco, e molte volte senza dubbio egli aveva sentito svegliarsi nel suo cuore un'ardente desiderio o di potersi recare egli stesso laddove Gesù insegnava, o che Gesù passasse a lui vicino affin di potere implorare da lui la guarigione. Ora finalmente presentasi l'occasione tanto desiderata, ed egli decide di valersene. La sua cecità, distogliendolo dalle occupazioni ordinarie della vita, lasciavagli molto tempo da riflettere. Mettendo assieme e confrontando quanto avea udito del ministero di Cristo, ne trasse la conclusione che questo famoso profeta doveva essere il tanto sospirato Messia, epperciò invece di adottare il nome che ora gli era stato indicato, egli comincia a gridare: «Gesù, Figliuol di Davide», titolo dato da tutti i Giudei all'aspettato Messia, confessando così la sua fede in lui. Secondo Matteo lo chiama anche «Signore», equivalente di Jehova nel Vecchio Testamento. Il suo grido era una preghiera rivolta a Gesù nella ferma persuasione che egli era una persona divina, e porta i due segni caratteristici dell'umiltà e della sincerità. Lo invoca non per qualsiasi diritto o merito suo, ma facendo unicamente appello alla sua «pietà», alla sua libera, immeritata e sovrana compassione. «Gridò» ad alta voce, e con veemenza, a motivo dell'intensità del suo desiderio interno. Così deve ogni bisognoso, che è sincero, perorare la propria causa innanzi a Dio. «Voi mi cercherete e mi troverete, quando mi avrete ricercato di tutto il vostro cuore» Geremia 29:13.

PASSI PARALLELI

Salmi 62:12; Isaia 9:6-7; 11:1; Geremia 23:5; Matteo 9:27; 12:23; 15:22; 21:9,15

Matteo 22:42-45; Romani 1:3; Apocalisse 22:16

39 39. E coloro che andavano avanti lo sgridavano, acciocché tacesse;

Gesù era nel centro della moltitudine; molti lo precedevano, molti pure gli venivano dietro, altri gli camminavano allato. Luca ci dice espressamente che furono quei pionieri, che cominciarono a riprendere Bartimeo e si sforzarono di imporre silenzio, a lui ed al suo compagno; non che gli fossero nemici, ma per timore che desse noia a Gesù, perché non potesse mai giungere fino a lui, in mezzo ad una tanta calca di gente. Ma quando il cuore si è fissato sopra uno scopo degno di venir raggiunto, gli ostacoli esterni ci stimolano solo a maggiori sforzi.

ma egli vieppiù gridava: Figliuol di Davide, abbi pietà di me.

Quello che i discepoli aveano cercato di fare nel caso della donna sirofenice Matteo 15:23, e dei bambini condotti a Gesù sopra ver. 15, la folla si provò di farlo in questo caso, ma in vano. Riuscirono solo a farlo gridar più forte, nella speranza che la sua voce giungesse finalmente agli orecchi di Gesù, in mezzo alla folla. È questa l'importunità tanto lodata e premiata nel caso della donna sirofenice, e così spesso raccomandata anche altrove Luca 11:8-9; 18:l.

PASSI PARALLELI

Luca 18:15; 8:49; 11:52; 19:39

Luca 11:8-10; 18:1; Genesi 32:26-28; Salmi 141:1; Geremia 29:12-13; Matteo 7:7; 26:40-44

2Corinzi 12:8

40 40. E Gesù, fermatosi, comandò che gli fosse menato

L'impressione prodotta sulla generalità dei lettori si è che il Signore, colla folla che lo accompagnava, già aveva oltrepassato il luogo dove si trovavano i ciechi, quando giunse fino a lui il miserando grido di Bartimeo; ma da quel che dice il nostro evangelista di «coloro che andavano davanti» e cercarono invano di ridurre Bartimeo al silenzio, sembra più probabile che la sua voce giungesse a Gesù mentre egli si avvicinava, cosicché, si fermò dirimpetto al luogo dove esso stava, e comandò che gli fosse menato.

E, come fu presso di lui.

Marco aggiunge due incidenti interessanti. Il primo si è che quelli stessi i quali aveano in principio cercato di far tacere Bartimeo, per timore che desse noia a Gesù, accortisi ora invece che Gesù gli aveva dato retta, e sperando forse un qualche nuovo miracolo, cominciarono ad incoraggirlo ed a fargli strada: «Chiamarono adunque il cieco, dicendogli: Sta di buon cuore, levati, egli ti chiama». Il secondo è la fretta ansiosa colla quale il poveretto ubbidisce alla chiamata di Gesù, spogliandosi, per timor di riceverne impedimento, della sua veste di sopra, affin di giungere più presto dal Signore: «Egli, gittatasi d'addosso la sua veste, si levò e venne a Gesù». Come rende questo fatto più vivo e più vero il quadro! «È evidentemente cosa osservata da un testimone oculare, ed esprime la speranza rallegrante di cui fu immediatamente ripieno il cieco». (Brown).

PASSI PARALLELI

Matteo 20:31-34; Marco 10:48-52

lo domandò 41. Dicendo: Che vuoi, che io ti faccia?

Il Signore fa questa domanda in parte per far conoscere al cieco di esser pronto ad aiutarlo, il che era già implicato nel comando dato di condurglielo; in parte per attrarre l'attenzione della gente su quanto stava per compiere, perché dice Calvino: «Sappiamo con qual facilità gli uomini trangugiano i benefizi di Dio, senza avvertirli, a meno di essere a ciò specialmente stimolati»; ma sopra tutto per rendere più profondo in quell'uomo il sentimento del suo bisogno, e condurlo ad esercitar sempre più energicamente la sua speranza e la sua fede.

41 Ed egli disse: Signore, che io ricoveri la vista 42. E Gesù gli disse:

Matteo ci dice che a questo punto «Gesù, mosso a pietà, toccò gli occhi loro».

42 Ricovera la vista; la tua fede ti ha salvato.

Prendendo ad esaminare tutti insieme i tre racconti troviamo in questo miracolo, l'istrumentalità esterna: il contatto, mediante il quale «una virtù uscì da lui»; accompagnata da quella parola di potenza, la quale, mentre dava luce alle morte pupille, diede pure nuova vita all'anima sua. Le parole di Gesù implicano che vi fu un nesso intimo fra la fede di Bartimeo e la sua guarigione, sicché questa fu per lui una benedizione. Ma di più, secondo il principio generale che i risultati della fede sono proporzionati alla sua estensione, dalla convinzione espressa da Bartimeo esser Gesù il Figlio di Davide, e dalla sua condotta susseguente, è chiaro che egli non ebbe solo fede per esser guarito della sua malattia corporea, ma pure fede giustificante che salvò l'anima sua.

PASSI PARALLELI

1Re 3:5-15; Matteo 20:21-22; Romani 8:25; Filippesi 4:6

Salmi 33:9; 107:20; Matteo 8:3; 15:28

Luca 7:50; 8:48; 17:19

43 43. Ed egli in quello stante ricoverò la vista, e lo seguitava,

glorificando Iddio. La guarigione fu istantanea. Bartimeo non tornò più a mendicare lungo la via. Essendo stato oggetto di un tanto miracolo, il meno che poteva fare si era di seguitar Gesù, il che subito fece, esprimendo, al tempo stesso, con fervide azioni di grazia la sua gratitudine a Dio per la bontà manifestata verso di lui, così per il corpo come per l'anima, e pronto a manifestarla, in modo continuo, con una vita santa ed esemplare. Così pure, come racconta Matteo, fece il suo compagno. Come diversi da lui sono quelli che invocano il Signore nel giorno dell'afflizione, ma lo dimenticano quando sono stati da lui liberati!

E tutto il popolo, veduto ciò, diede lode a Dio.

Conoscendo l'uomo e sapendo per certo che un miracolo era stato compiuto in favor suo, poiché ne erano stati testimoni, sarebbe stato strano che non avessero reso testimonianza alla grandezza ed alla bontà di Dio, per quanto fosse passeggiera l'impressione prodotta sii di essi da questo fatto. Un miracolo così palese dovea dimostrare con evidenza che Gesù era il Figlio di Dio, che era giunto il tempo profetato da Isaia 35:5: «Allora saranno aperti gli occhi dei ciechi», e che era di lui che Jehova avea detto: «io ti costituirò per patto del popolo, per luce delle genti, per aprire gli occhi dei ciechi; per trarre di carcere i prigioni, e quelli che giacciono nelle tenebre della casa della prigione» Isaia 35:7. Notisi che in questa occasione il Signore nulla fa per trattenere le espressioni di giubbilo di Bartimeo e della moltitudine: era passato il tempo in cui tali cautele erano state necessarie, imperocché l'odio dei suoi nemici avea raggiunto il suo apogeo, ed era venuta l'ora delle sue sofferenze. Perciò egli coglie ogni occasione di farsi conoscere come Messia, come lo dimostrano la sua condotta a Betfage e nel tempio. Perciò pure permette a Bartimeo di dar libero sfogo alla sua allegrezza ed alla folla di esprimere ad alta voce la sua gratitudine e la sua gioia.

PASSI PARALLELI

Salmi 30:2; 146:8; Isaia 29:18-19; 35:5; 42:16; 43:8; Matteo 9:28-30; 11:5

Matteo 21:14; Giovanni 9:5-7,39-40; Atti 26:18

Luca 4:39; 5:26; 17:15-18; Salmi 103:1-3; 107:8,15,21-22,31-32; Isaia 43:7-8

Isaia 43:21; Atti 4:21; 11:18; Galati 1:24; 2Tessalonicesi 1:10-12; 1Pietro 2:9

RIFLESSIONI

1. È degno di nota che il dar la vista ai ciechi era un'opera specialmente attribuita al Salvatore. La preghiera di Eliseo che fossero parzialmente accecati poi guariti gli uomini che il Apocalisse di Siria avea mandati ad arrestarlo 2Re 6:18-20, era tutt'altra cosa che il dar la vista ai ciechi di nascita, o a quelli che erano divenuti tali per malattia. Il nostro Signore era, in modo tutto speciale, «la LUCE del mondo». La Scrittura non ci ricorda nessuno esempio di un tal miracolo operato, sia dai profeti prima della sua venuta, sia dagli Apostoli dopo di lui. Non lo si trova neppure annoverato fra i doni miracolosi conferiti a questi ultimi.

2. I ciechi dovrebbero essere, per ognuno, oggetto di tenera compassione, a motivo della loro sventura; dobbiamo dimostrar loro ogni maniera di bontà, e se sono nel bisogno e meritevoli di soccorso, venir loro in aiuto, è opera veramente benevola e cristiana l'ascoltarne le domande, il condurli dove vorrebbero andare, e specialmente legger loro la parola di Dio, affinché conoscano essi pure la via della salvezza. Per contro, è cosa crudele e colpevole ingannarli, maltrattarli o far loro torto in qualsiasi maniera. Dio, nella sua legge, li ha circondati di guarentigie speciali: «Non maledire il sordo e non porre intoppo davanti al cieco, ma temi l'Iddio tuo». «Maledetto sia chi trasvia il cieco. E tutto il popolo dica Amen» Levitico 19:14; Deuteronomio 27:18.

3. «Nella storia del cieco Bartimeo, e specialmente nel suo bello sviluppo graduale, abbiamo un simbolo molto espressivo del modo in cui il Signore apre gli occhi, dell'anima a discernere la luce celeste. Dapprima Bartimeo non ode che la fama lontana di Gesù, e questa sveglia in lui memorie addormentate, desiderio e vaga speranza; poi divien chiaro alla folla esser egli spinto da ben altro bisogno che tanti e tanti i quali non seguono Gesù che esternamente. Come al solito non vogliono che quel sofferente riceva da Gesù qualsiasi benefizio individuale, essi cercano di soffocare la sua supplicazione, come un grido che stuona in mezzo ai loro concerti di allegrezza. Ma questa opposizione istessa spinge la sua fede ad un più alto grado di coraggio. Il paziente non può cessare la sua preghiera, finché non è rimosso ogni ostacolo che lo separa da Gesù; la sua fede trionfa, ed il primo oggetto che egli vede è Cristo, nella cui presenza egli sta, e nella cui luce egli ora contempla tutto il circostante creato vestito di una gloria di risurrezione. Viene alfine il seguitar Gesù, l'esempio dato agli altri, l'aggiunger la sua voce a quella di tutti per glorificare Iddio» (Oosterzee).

4. Che bell'esempio mette la condotta di Bartimeo dinanzi a tutti quelli che han ricevuto Cristo. Egli si sentiva profondamente grato, e risolvette di mostrar quella gratitudine col diventare un discepolo ed un seguace di Cristo. «Lo seguitava, glorificando Iddio». I Farisei potevano mettere in discussione l'insegnamento di Cristo, i Sadducei farsene beffe, che importava questo al nuovo discepolo? Egli possedeva in se medesimo la testimonianza che Cristo era un Maestro meritevole di venir seguito. Poteva dire egli pure: «Essendo io stato cieco, ora veggo» Giovanni 9:25. L'amore riconoscente è il vero movente di una ubbidienza reale a Cristo. Lo seguitano quelli che egli ha guariti. Gli empi rimangono quello che sono, perché non avendo mai sentito il peso del loro peccato, non sanno di quanto un peccatore vada debitore a Cristo. I più sono quelli che sono, perché amano colui che li ha amati il primo, e li ha lavati dei loro peccati nel suo sangue.

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