Commentario abbreviato:

Luca 2

1 Capitolo 2

La nascita di Cristo Lc 2:1-7

È stata resa nota ai pastori Lc 2:8-20

Cristo presentato nel tempio Lc 2:21-24

Simeone profetizza su Gesù Lc 2:25-35

Anna profetizza su di lui Lc 2:36-40

Cristo con i dotti nel tempio Lc 2:41-52

Versetti 1-7

Era ormai giunta la pienezza dei tempi, quando Dio avrebbe mandato il suo Figlio, fatto da una donna e fatto sotto la legge. Le circostanze della sua nascita furono molto meschine. Cristo è nato in una locanda; è venuto nel mondo per soggiornare qui per un po', come in una locanda, e per insegnarci a fare altrettanto. Siamo diventati, a causa del peccato, come un bambino emarginato, indifeso e abbandonato; e tale era Cristo. Egli sapeva bene quanto non siamo disposti a essere ospitati, vestiti o nutriti in modo meschino; quanto desideriamo che i nostri figli siano decorati e assecondati; quanto i poveri sono inclini a invidiare i ricchi e quanto i ricchi a disprezzare i poveri. Ma quando per fede vediamo il Figlio di Dio fatto uomo e adagiato in una mangiatoia, la nostra vanità, la nostra ambizione e la nostra invidia vengono frenate. Non possiamo, con questo oggetto davanti a noi, cercare grandi cose per noi stessi o per i nostri figli.

8 Versetti 8-20

Gli angeli erano annunciatori del Salvatore appena nato, ma furono inviati solo ad alcuni poveri, umili, pii e laboriosi pastori, che svolgevano il loro lavoro, vegliando sul loro gregge. Non siamo fuori dalla possibilità di ricevere le visite divine quando siamo impegnati in una vocazione onesta e rimaniamo con Dio in essa. Lasciamo a Dio l'onore di quest'opera; Gloria a Dio nell'alto dei cieli. La benevolenza di Dio verso gli uomini, manifestata con l'invio del Messia, contribuisce alla sua lode. Le altre opere di Dio sono per la sua gloria, ma la redenzione del mondo è per la sua gloria nel più alto dei cieli. La benevolenza di Dio nell'inviare il Messia ha portato la pace in questo mondo inferiore. La pace è qui intesa come tutto il bene che ci deriva dal fatto che Cristo ha preso su di sé la nostra natura. Questo è un detto fedele, attestato da un'innumerevole compagnia di angeli e degno di essere accettato: la buona volontà di Dio verso gli uomini è gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace sulla terra. I pastori non persero tempo e si affrettarono a raggiungere il luogo. Furono soddisfatti e fecero sapere di questo bambino che era il Salvatore, il Cristo Signore. Maria osservò e rifletté attentamente su tutte queste cose, che erano così adatte a ravvivare i suoi santi affetti. Saremmo più liberi da errori di giudizio e di pratica se meditassimo più a fondo queste cose nel nostro cuore. Ancora oggi viene proclamato alle nostre orecchie che a noi è nato un Salvatore, Cristo Signore. Questa dovrebbe essere una lieta novella per tutti.

21 Versetti 21-24

Nostro Signore Gesù non era nato nel peccato e non aveva bisogno di quella mortificazione di una natura corrotta o di quel rinnovamento verso la santità che erano significati dalla circoncisione. Questa ordinanza era, nel suo caso, un pegno della sua futura perfetta obbedienza a tutta la legge, in mezzo a sofferenze e tentazioni, fino alla morte per noi. Al termine dei quaranta giorni, Maria salì al tempio per offrire i sacrifici previsti per la sua purificazione. Anche Giuseppe presentò il santo bambino Gesù, perché, come primogenito, doveva essere presentato al Signore e riscattato secondo la legge. Presentiamo i nostri figli al Signore che ce li ha dati, pregandolo di riscattarli dal peccato e dalla morte e di renderli santi a sé.

25 Versetti 25-35

Lo stesso Spirito che ha provveduto a sostenere la speranza di Simeone, ha provveduto alla sua gioia. Chi vuole vedere Cristo deve andare al suo tempio. Ecco la confessione della sua fede, che questo Bambino tra le sue braccia era il Salvatore, la salvezza stessa, la salvezza voluta da Dio. Si congeda da questo mondo. Come appare povero questo mondo a chi ha Cristo tra le braccia e la salvezza in vista! Vedete come è confortevole la morte di un uomo buono: se ne va in pace con Dio, in pace con la propria coscienza, in pace con la morte. Chi ha accolto Cristo, può accogliere la morte. Giuseppe e Maria si meravigliarono delle cose che si dicevano di questo Bambino. Simeone mostra loro, allo stesso modo, quali motivi avevano per rallegrarsi con tremore. E Gesù, la sua dottrina e il suo popolo sono ancora osteggiati; la sua verità e la sua santità sono ancora negate e bestemmiate; la sua parola predicata è ancora la pietra di paragone dei caratteri degli uomini. I buoni affetti segreti nell'animo di alcuni saranno rivelati dal loro abbraccio con Cristo; le corruzioni segrete di altri saranno rivelate dalla loro inimicizia a Cristo. Gli uomini saranno giudicati dai pensieri del loro cuore riguardo a Cristo. Egli sarà un Gesù sofferente; sua madre soffrirà con lui, per la vicinanza del suo rapporto e del suo affetto.

36 Versetti 36-40

Allora c'era molto male nella Chiesa, eppure Dio non rimase senza testimoni. Anna abitava sempre nel tempio, o almeno lo frequentava. Era sempre in uno spirito orante, si dedicava alla preghiera e serviva Dio in ogni cosa. Coloro ai quali viene fatto conoscere Cristo hanno un grande motivo per ringraziare il Signore. Insegnava agli altri a proposito di Lui. Che l'esempio dei venerabili santi Simeone e Anna dia coraggio a coloro le cui teste ricche di capelli sono, come le loro, una corona di gloria, perché si trovano sulla via della giustizia. Le labbra che presto tacciono nella tomba, dovrebbero esaltare le lodi del Redentore. In ogni cosa Cristo si fece simile ai suoi fratelli, perciò passò attraverso l'infanzia e la fanciullezza come gli altri bambini, ma senza peccato e con prove manifeste della natura divina in lui. Per mezzo dello Spirito di Dio, tutte le sue facoltà svolgevano le loro funzioni in un modo che non si vedeva in nessun altro. Altri bambini hanno la stoltezza nel cuore, che si manifesta in ciò che dicono o fanno, ma lui era pieno di saggezza, per l'influenza dello Spirito Santo; ogni cosa che diceva e faceva, era detta e fatta con saggezza, al di sopra dei suoi anni. Gli altri bambini mostrano la corruzione della loro natura; su di lui c'era solo la grazia di Dio.

41 Versetti 41-52

È per l'onore di Cristo che i bambini partecipano al culto pubblico. I suoi genitori non tornarono prima di essere rimasti per tutti i sette giorni della festa. È bene rimanere fino alla fine di un'ordinanza, come fa chi dice: "È bello essere qui". Coloro che hanno perso le loro comodità in Cristo e le prove della loro partecipazione a Lui, devono pensare dove, quando e come le hanno perse e tornare indietro. Coloro che vogliono recuperare la conoscenza perduta di Cristo, devono recarsi nel luogo in cui egli ha posto il suo nome; lì possono sperare di incontrarlo. Lo trovarono in una parte del tempio, dove i dottori della legge tenevano le loro scuole; egli era seduto lì, ascoltava le loro istruzioni, proponeva domande e rispondeva alle richieste, con una tale saggezza che coloro che ascoltavano ne erano entusiasti. I giovani dovrebbero cercare la conoscenza della verità divina, frequentare il ministero del Vangelo e porre agli anziani e ai maestri le domande che tendono ad accrescere la loro conoscenza. Chi cerca Cristo nel dolore, lo troverà con maggiore gioia. Non sapete che dovrei essere nella casa del Padre mio, all'opera del Padre mio; devo occuparmi degli affari del Padre mio? Ecco un esempio, perché i figli di Dio, in conformità con Cristo, devono occuparsi degli affari del loro Padre celeste e far sì che tutte le altre preoccupazioni vi cedano il posto. Pur essendo il Figlio di Dio, egli fu sottomesso ai suoi genitori terreni; come risponderanno allora gli stolti e deboli figli degli uomini, che sono disobbedienti ai loro genitori? Per quanto possiamo trascurare i discorsi degli uomini, perché sono oscuri, non dobbiamo pensare così dei discorsi di Dio. Ciò che all'inizio è oscuro, in seguito può diventare chiaro e facile. I più grandi e i più saggi, i più eminenti, possono imparare da questo ammirevole e divino Bambino che è la più vera grandezza d'animo conoscere il proprio posto e la propria funzione, negarsi a divertimenti e piaceri non coerenti con il proprio stato e la propria vocazione.

Commentario del Nuovo Testamento:

Luca 2

1 CAPO 2 - ANALISI

1. Nascita del Salvatore. Con quella minuta accuratezza di particolari, per cui va distinto Luca, egli ricorda il viaggio di Giuseppe e di Maria da Nazaret a Betlemme, viaggio reso necessario da un ordine emanato dalla imperiale Roma, che dovesse farsi un censimento generale di tutti gli abitanti dell'impero. Questo censimento ha grandemente occupato l'attenzione dei critici studiosi della Bibbia. Taluni hanno sostenuto arditamente che tale censimento non ebbe mai luogo; ma il risultato generale delle ricerche fatte su questo s oggetto è stato di stabilire incontrovertibilmente l'accuratezza dell'Evangelista. Maria era giunta appena a Betlemme quando le sopravvennero le doglie del parto, ma in conseguenza della gran gente accorsa in quella città, pel medesimo motivo di essi, l'albergo era pieno, e questi umili discendenti della casa reale di Davide furono costretti a ricoverarsi in un canto di quella parte dell'edifizio che serviva di stalla, a somiglianza di quanto accade vedere anche oggidì, nei khan o caravanserragli della Palestina. Qui la vergine partorì il suo primogenito, e il bambino fu posto a dormire nella mangiatoia Luca 2:1-7.

2. Annunzio della lieta novella ai pastori. La campagna di Betlemme presenta tutt'intorno ondulazioni di terreno; verdi colline con valli ubertose frapposte. Le montagne alte, brulle e scoscese sono ignote nella «contrada delle montagne della Giudea», in cui è situata Betlemme, laonde il paese era particolarmente adatto al pascolo di greggio ed armenti. Senonché d'inverno la temperatura della notte è così fredda, che né pastori né armenti avrebber potuto restar fuori all'aperto, senza pericolo, in quella stagione. Questa circostanza presa in connessione col fatto che la Chiesa primitiva celebrava in primavera la nascita del Signore, costituisce una prova abbastanza forte che il giorno della sua natività non poté essere il 25 dicembre. Secondo Clemente Alessandrino, l'antica Chiesa d'Alessandria la festeggiava il 20 maggio (25 pachons), nella quale stagione i pastori e le greggie non poteano punto soffrire a star fuori tutta la notte. Ad una brigata di pastori che stavano alla guardia delle loro gregge, in vicinanza di Betlemme, fu fatto il pri mo lieto annunzio della nascita del Messia, da un angelo, la cui proclamazione fu seguita da una gloriosa dossologia, alla quale prese parte una moltitudine dell'oste celeste. Riavutisi dal primo timore e dallo stupore, i pastori tosto si avviarono a Betlemme per verificare quanto era stato loro esposto, e avendo trovato ogni cosa conforme a quel che l'angelo avea detto, cominciarono a divolgare le novelle meravigliose Luca 2:8-20.

3. Circoncisione del bambino l'ottavo giorno, nella, quale abbiamo la prima prova che sebbene, Gesù fosse «Dio sopra tutti», come uomo era «sottoposto alla legge» Galati 4:4. Come, nel caso di Giovanni Battista, l'imposizione del nome accompagnò il rito della circoncisione, e gli fu dato il nome di Gesù, il quale ora stato rivelato separatamente sia a Giuseppe che a Maria, ed era tanto idoneo all'opera gloriosa per la quale egli era venuto al mondo Luca 2:21.

4. Purificazione di Maria nel Tempio. Era questa prescritta dalla legge levitica a tutte le donne dopo il loro puerperio, a motivo della contaminazione contratta per l'infermità della carne soggetta al peccato, e il fatto che Maria vi si sottomise di buona voglia, e confessò la propria contaminazione per mezzo dell'offerto sacrifizio è infallibile risposta alla pretesa attribuitale d'essere Immacolata! È, questo uno dei «nomi di bestemmia» scritti sulla Chiesa di Roma Apocalisse 17:3. Le offerte da essa presentate provano quanto in basso fosse caduta la fortuna di lei e del marito, essendo quelle speciali stabilite pei poveri Levitico 12:8. Insieme a questo dovere di render grazie per sé stessa, ella aveva anche da adempiere ad un dovere pel suo bambino. In memoria della conservazione dei primogeniti degli Israeliti, quando furono uccisi quelli degli Egiziani dall'angelo sterminatore, Iddio comandò che ogni primogenito in tutto le famiglie fosse consacrato o appartato pel suo servigio. Più tardi, Iddio scelse la tribù di Levi per fare i servigi del tabernacolo, invece dei primogeniti Numeri 3:12-13,41-51; 8:14-18; ma l'obbligo di ogni genitore di consacrare a Dio il suo primogenito, quindi di riscattarlo, infra 30 giorni, mediante il pagamento di 5 sicli d'argento (L. italiano 15,30), rimase sempre in vigore Numeri 18:16; e siccome Gesù era il primogenito di Maria, così ella portò seco il fanciullino al tempio per dedicarlo al Signore Luca 2:22-24.

5. Simeone ed Anna riconoscono il loro Salvatore. Mentre Maria era intenta a questo, il santo vecchio Simeone, il quale da lungo tempo viveva nella speranza della venuta della «consolazione d'Israele», inspirato dallo Spirito Santo, riconobbe nell'infante, l'oggetto delle sue speranze, e recatoselo nelle braccia, proruppe in fervidi ringraziamenti, «posciaché gli occhi suoi avean veduta la salute del Signore». Ai suoi rendimenti di grazie succedettero tosto quelli d'Anna, profetessa, la quale immantinente lo proclamò qual Messia a quelle pie persone ch'ella conosceva in Gerusalemme che «aspettavano la redenzione» Luca 2:25-38.

6. Fanciullezza di Gesù. Questo Evangelista non riferisce la visita dei Magi e i tragici avvenimenti a cui questa diè origine in Betlemme, per la gelosia di Erode. Egli passa sotto silenzio, siccome cosa che non entrava nel suo disegno, la fuga in Egitto e la residenza di Giuseppe e della sua famiglia colà, fino alla morte di Erode, e procede subito, nella sua narrazione dalla dedica nel tempio al ritorno a Nazaret, onde fissare l'attenzione dei lettori sul fatto che ivi passò l'infanzia Gesù, e che quella fu la prima scena familiare all'anima sua, quella in mezzo alla quale essa cominciò a svilupparsi, in breve che Nazaret fu la sua patria terrena. In quella solitudine, lavorando probabilmente come falegname Marco 6:3, col suo padre putativo, sviluppossi la natura umana del Figliuol di Dio, in quel modo appunto che si svilupperebbe in uno di noi. Ciascun anno che passava cresceva altezza alla sua statura, sapienza e vigore al suo intelletto, nel mentre che quanti lo vedevano non tardavano ad osservare che «la grazia di Dio era sopra di lui» Luca 2:39-40.

7: Gesù disputa coi dottori nel tempio. Un saggio interessante di questo sviluppo di sapienza e di grazia nel fanciullo Gesù è da rinvenirsi nei versetti che seguono, ed è tanto più degno di attenzione in quanto che è l'unico schizzo che ci porgano le storie, evangeliche intorno alle sue abitudini ed occupazioni tra la culla del presepio in Betlemme e la conferenza col Battista, quando venne ad esser battezzato. Era costume dei suoi genitori di salire alla festa della Pasqua ogni anno a Gerusalemme; e Gesù, può darsi che li abbia sovente accompagnati anche prima; ma giunto che fu al dodicesimo anno, (all'età cioè in cui i fanciulli divenivano responsabili davanti alla legge), fece ricerca delle scuole ove i Dottori della legge introducevano i loro allievi, entro i recinti del tempio, e condottosi colà, era così ardente la sete del sapere nell'anima sua umana che vi rimase assorto in pensieri e ricerche, mentre i suoi genitori si partivano pel loro viaggio verso il settentrione. Delusi nella speranza di trovarlo in compagnia dei loro congiunti e vicini alla fine della prima giornata, Giuseppe e Maria tornarono in fretta e in timore a Gerusalemme e lo trovarono coi Dottori della legge, che li ascoltava ed interrogava intorno ad argomenti di cui bramava spiegazione. Quando Sua madre lo rimproverò per l'ansietà, che avea loro cagionata, Gesù le rivelò, per la prima volta, quantunque avesse insino allora reso obbedienza volenterosa alla autorità dei genitori e inculcatone l'obbligo col proprio esempio, che non era però a lei che la doveva interamente; c'era uno che ci potea chiamare suo Padre in un senso più alto ed intimo, e la sua obbedienza era dovuta innanzi tutto a lui, quand'anche ciò gl'impedisse di adempiere i desiderii e i comandi della madre sua terrena. «Non sapevate voi ch'egli mi conviene attendere alle cose del Padre mio?» Questa lezione non andò perduta per Maria; con molte altre cose antecedenti, essa la riserbò nel suo cuore, meditandone il significato Luca 2:41-52.

Luca 2:1-7. NASCITA DI CRISTO Matteo 1:24-25; 2:1

1. Or in que' dì,

cioè circa il tempo in cui avvennero le cose precedenti, particolarmente la nascita di Giovanni il Battista che precedette quella di Gesù di circa sei mesi.

avvenne che un decreto uscì da parte di Cesare Augusto,

Il suo proprio nome era Caio Ottavio; era pronipote ed erede di Giulio Cesare del quale adottò il nome, e fu il primo degli Imperatori romani. La storia del Nuovo Testamento appartiene interamente ai regni dei primi cinque Cesari, cioè Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone. Di questi, Augusto, Tiberio e Claudio soltanto sono mentovati col loro nome; ma Nerone è, fuor d'ogni dubbio, il Cesare a cui si riferisce l'ultima parte della storia di Paolo Atti 25:12-27; Filippesi 1:13; 4:22; 2Timoteo 4:16,7.

che tutto il mondo fosse rassegnato,

Fondandosi sull'assenza di qualsiasi notizia diretta nelle opere degli storici romani, che pervennero fino ai nostri giorni, intorno ad un censimento generale di tutto l'impero, comandato da Augusto verso l'epoca della nascita di Cristo, alcuni scrittori sostengono che Luca usi la frase «tutto il mondo» come equivalente a tutta la terra di Giudea. Una tale interpretazione appare però a prima vista estremamente improbabile. Se lo scrittore di questo Vangelo fosse stato un Giudeo, potrebbe darsi che per abitudine, o per orgoglio nazionale avesse caratterizzato il piccolo territorio della Giudea con la frase magniloquente di «tutto il mondo»; ma siccome Luca era Gentile, e Scrisse, primieramente almeno, per benefizio di Teofilo, pure Gentile, e siccome l'uno e l'altro erano sudditi dell'impero romano, è certo che dovette usare quella frase nel suo senso ordinario per denotare esso impero in tutta la sua estensione; è certo anzi che non poteva usarla in senso più ristretto senza produrre una falsa impressione. Il verbo rassegnare ha tre significazioni: 1. fare una copia; 2. registrare uomini o cose; 3. fare un inventario di beni per fissare l'imposta. Il nome apografe, nel versetto seguente, ha un significato somigliante, sicché può denotare semplicemente formazione d'un ruolo o enumerazione di persone, cioè una descriptio capitum (Vulgata in loco); ovvero può anche voler dire una registrazione di beni su cui abbiano a determinarsi le imposte. Per quest'ultima tuttavia, i Greci avevano una parola speciale (apotimesis). A questa parola corrispondeva il termine latino census (il cui primo oggetto, secondo il Greswell, era di accertare il valore della proprietà); ma, secondo il Winer, si usava generalmente dagli scrittori greci, trattandosi di cose romane, nello stesso senso, come equivalente a census. Che da Luca sia usata in quest'ultimo senso, nell'unico altro passo dei suoi scritti Atti 5:37, in cui ella ci rinviene, è cosa manifesta. È naturale dunque il supporre che Luca usa qui la parola nello stesso senso, come applicabile sì alle persone che ai beni; quantunque molti sostengano, fondandosi sulla parola prima, del vers. 2condo, che questa rassegna non fu che una compilazione del ruolo della popolazione, e l'altra posteriore, il vero censo, per la fissazione delle imposte.

Facendo anche del tutto astrazione della ispirazione dell'Evangelista, Luca medesimo ci assicura d'essere stato diligente nelle sue investigazioni e che le informazioni sue furono attinte a sicure sorgenti, quindi non dovrebbe farsi maggiore difficoltà per accettare l'asserto di lui che per accettar quello di qualsiasi altro storico. Ciò nonostante i critici, sì quelli amici che quelli ostili alla causa del vangelo, hanno messo in questione l'asserto di Luca intorno ad un decreto di universale censimento dell'impero, perché non è corroborato da alcuno storico contemporaneo. Conviene tuttavia ricordarsi che la nostra cognizione di questa parte del regno d'Augusto è assai imperfetta. Tacito incomincia i suoi Annali soltanto dalla morte d'Augusto. La storia di Svetonio è poco accurata e mal distribuita. Dione Cassio lascia una gran lacuna tra gli anni 747 e 757 datando dalla fondazione di Roma (Anno Urbe Condita, solitamente, abbreviato U. C.), = 3 avanti Cristo a 7 A. D., notando appena un qualche incidente; e Flavio Giuseppe non si propone di dare una storia dell'impero. Facilmente adunque può essere avvenuto che rimanesse, senza alcuna loro menzione, un decreto emanato tra 749 e 750 U. C. (cioè tra l'anno precedente la nascita di Cristo e l'anno della sua nascita). La natura di questa obiezione contro il nostro Evangelista adunque non è già che il suo asserto sia contradetto dalla storia contemporanea, ma soltanto che, a cagione degli scarsi materiali di quella storia, non è da essa confermato. E tuttavia sarebbe troppo rischio il negare tutto quanto non è registrato dagli storici contemporanei intorno al regno del 1mo Imperatore romano; imperocché se il facessimo, saremmo costretti ad ignorare il fatto pienamente autenticato al presente, d'una misurazione geometrica dell'impero, ordinata da Augusto, della quale non è fatta menzione da alcuno di questi storici. È provato all'evidenza, da Svetonio e dal monumento di Ancira, che Augusto ordinò fosse fatto il censimento d'Italia tre volto durante il suo regno; sappiamo da altri scrittori che ne ordinò uno anche nella Gallia, ed uno in Ispagna; mentre Strabone, scrivendo poco dopo la sua morte, parla di questi censi come di ordinari avvenimenti. Suida dice che «Augusto mandò 20 persone di gran probità in tutte le parti del suo impero, per mezzo delle quali fece un censimento di persone e di beni». Tacito (Annali 1,11) c'informa che Augusto aveva un libriccino scritto di sua propria mano, intitolato Breviarium Imperii, il quale conteneva ragguagli del numero dei soldati, delle tasse, imposte e simili: «Opes publicae continebantur: quantum civium sociorumque in armis; quot classes, regna, provinciae, tributa, aut vectigalia, et necessitates ac largitiones. Quae cuncta sua manu perscripserat Augustus». L'esistenza di questo libro scritto dall'Imperatore medesimo è confermata sì da Svetonio che da Dione Cassio, ed esso doveva esser basato sulle perizie governative di tutto l'impero. In tutto quanto fu detto qui sopra c'è, del sicuro, abbastanza da rendere altamente probabile l'asserto di Luca che questo decreto imperiale si riferisse a tutto l'impero, ossia a «tutto il mondo», avvegnaché tutti quelli che erano al di là dei suoi confini, fossero considerati come insignificanti barbari e fuori del mondo civile.

PASSI PARALLELI

Luca 3:1; Atti 11:28; 25:11,21; Filippesi 4:22

Matteo 24:14; Marco 14:9; 16:15; Romani 1:8

2 2. (Questa rassegna fu la prima che fu fatta, sotto Quirinio, governator della Siria)

Il significato della parola la prima in questo versetto si è sempre sentito che presenta una difficoltà, per la sua connessione col governo di Quirinio sulla Siria, il quale data, secondo gli storici romani, dall'anno 760 U. C. ossia 10 anni dopo la nascita di Cristo. Alcuni hanno tentato di liberarsi da tale difficoltà, sopprimendo di pianta il versetto come interpolato, ma inutilmente; l'autenticità di quel versetto essendo comprovata dai più autorevoli MSS. La maggior parte degli scrittori, pur riconoscendo la veridicità dell'asserto di Luca intorno ad un censimento generale, hanno tentato di sciogliere la sovraccennata difficoltà con l'una o l'altra delle seguenti spiegazioni:

1. Che la parola «governatore» è qui usata in senso lato; e che può dirsi che Quirinio fosse coadiutore di Saturnino, propretore della Siria 746-750, (come è ben noto che fu poscia Volunnio); ovvero può aver ricevuto il titolo di Hegemon (governatore), come presidente d'una Commissione speciale nominata per eseguire il censimento nella Siria.

2. Che il superlativo prima, è usato qui nel senso del comparativo (prima di o anteriore a), e che il decreto di Augusto fu anteriore al tempo in cui Quirinio era Governatore della Siria.

3. Che il ver. 2 non va tra parentesi, ma si in continuazione di quanto è riferito al vers. 1, e che la parola greca usata da Luca deve essere accentata invece di quella che dà questo senso, che cioè era stato emanato un decreto da Augusto che tutto il mondo fosse rassegnato, ma che la rassegna stessa fu fatta per la prima volta quando Quirinio era governatore della Siria.

Senonché i recenti progressi delle indagini nel dominio della storia hanno tolta fortunatamente qualunque necessità di scegliere tra queste possibili spiegazioni, nel mentre che han confermato in modo singolarissimo la scrupolosa accuratezza di Luca. Augusto W. Zumpt, nel 2ndo volume del dotto suo lavoro sulle antichità romane (Commentationes Apigraphiree ad Antiquitates Romanas pertinentes, Berlino 1854), ha un capitolo sulla Siria come, provincia romana, dai giorni di Augusto a quelli di Vespasiano, in cui dà i nomi dei veri governatori di quella provincia, con le date secondo la cronologia ab U. C. Tracciando la storia di Publio Sulpicio Quirinio (uomo di bassa origine, ma coraggioso soldato), dal tempo che fu fatto Console, 742 U. C. = 12 A. C., dimostra con una massa di prove, minute ma irresistibili, che egli fu due volte Governatore della Siria, la prima volta come immediato successore di P. Q. Varo, dal 750-753 U. C. = 4 A. C. a 1 A. D. - il periodo preciso in cui, secondo Luca, fu emanato questo decreto di Augusto. Il secondo periodo del suo governatorato si estese dal 760-765 U. C. = 6-11 A. D., allorquando, bandito Archelao, e, ridotta la Giudea in provincia romana, fu attuata l'imposta, nonostante la resistenza di Giuda il Galileo e de' suoi compagni Atti 5:37. Vedi Sette Giudaiche. Articolo Zeloti. Riesce quindi evidente che la formazione del ruolo, nella Giudea, e il susseguente stabilimento della imposta, furono opera l'una e l'altra di Quirinio, ed è posta quindi fuor d'ogni dubbio la perfetta accuratezza della distinzione tra le due cose da Luca accennate in questo versetto.

A chi ancora obiettasse che al tempo in cui Quirinio fu per la prima volta Governatore, la Giudea era un regno a parte, governato da Erode il grande, e che per conseguenza il decreto di Augusto non poteva esser posto colà in vigore, convien ricordare che Erode, durante tutto il suo regno, altro non fu che uno zimbello nelle mani dell'imperatore, e che nel Breviarium Imperii, scritto da quest'ultimo, di sua propria mano, le capacità d'imposte dei regni e delle provincie erano iscritte con la più perfetta imparzialità. Sappiamo inoltre da Flavio, che, poco prima di questo periodo, Erode avea provocato siffattamente il risentimento d'Augusto, mandando un esercito nell'Arabia e unendovi alcuni capi arabi, che l'imperatore ricusò di ricevere gli ambasciatori che Erode aveagli spediti l'un dopo l'altro, per spiegare la sua condotta, e gli scrisse un'aspra lettera intimandogli che «avendolo sino allora trattato da amico, volea quind'innanzi trattarlo da suddito». Tra le ingiurie, a cui Erode dovette sottometterai in quel tempo, fu quella d'esser costretto, con tutto il suo popolo (eccetto 6000 farisei ricalcitranti), a prestar giuramento di fedeltà all'Imperatore romano, né quindi potea scegliersi momento più opportuno per pubblicare questo decreto, in quanto riferivasi all'estenderlo alla Giudea. Poco prima della sua morte, Erode fu ripristinato nel favore dell'Imperatore. il che probabilmente, rende ragione dell'esser rimaste sospese le misure finali per l'attuazione del decreto, fin dopo il bando d'Archelao, 10 anni più tardi. Il riassunto della discussione suddetta si è che i ruoli dei contribuenti della Giudea furono completati e definitivamente fermati durante il primo governatorato di Quirinio in Siria (750-753 U. C. corrispondenti a 4-1 A. C.) e che l'esazione stessa delle imposte ebbe luogo durante il suo secondo governatorato dal 760-765 U. C. ossia 6-11 A. D. (I lettori che desiderassero di conoscere più profondamente la letteratura di questa questione, la troveranno abilmente compendiata in: Manuale Ermeneutico di Fairbairn; Vita di Nostro Signore sulla Terra dell'Andrew; Dizionario Biblico di Smith; Enciclopedia della Letteratura Biblica di Kitto; Articoli Cyrenius, TAXING).

PASSI PARALLELI

Atti 5:37

Luca 3:1; Atti 13:7; 18:12; 23:26; 26:30

3 3. E tutti andavano per esser rassegnati, ciascuno nella sua città.

cioè alla città della propria estrazione (forum originis), secondo il costume giudaico, non quella del proprio domicilio, secondo il metodo Romano. Questa usanza nacque dalle consuetudini genealogiche dei Giudei, e l'essere stata adottata in questo caso è una forte conferma dell'accuratezza della cronologia. La divisione esatta della nazione Giudaica in tribù e in famiglie offriva un metodo troppo ovvio e facile per non valersene nella compilazione del censimento. Né chi consideri quanto disperse erano allora, per tutto il paese, le famiglie appartenenti alle diverse tribù, c'era altro modo così atto a conseguire lo scopo del censo, come il radunare tutto il popolo, secondo queste divisioni, ciascuno nel luogo dove era posta l'eredità che era originariamente toccata in sorte alla sua famiglia, e dove avrebbe ancora la propria sede, se si fosse osservata pienamente la legge divina.

4 4. Or anche Giuseppe salì di Galilea, dalla città di Nazaret, nella Giudea, nella città di Davide, che si chiama Betleem

Siccome, Gerusalemme era la capitale - la città Santa, coloro che la visitavano, da qualunque punto del paese venissero, si diceva che salivano a Gerusalemme. Sebbene Betlemme casa del pane, fosse, in posizione meno elevata di Nazaret, gli viene pure applicata la stessa parola «salì» forse a motivo della sua, vicinanza a Gerusalemme. Con questo nome non fu conosciuta se non dopo la conquista di Canaan, quantunque sia una delle città più antiche, della Palestina, essendo già esistente ai giorni di Giacobbe. Il suo nome primitivo era Efrata Genesi 35:19; 48:7; ma è curioso, e dimostra quanto dovesse essere allora insignificante, il non trovarne menzione nelle Scritture ebraiche, nemmeno sotto il suo nome antico fra le città assegnate da Giosuè 15:20-60, alle tribù di Giuda. Più tardi i LXX pare l'abbiano inserita, insieme a 10 altre città. Dopo il tempo di Giosuè la troviamo menzionata come Betlemme di Giuda e Betlemme Efrata. Gli antenati di Davide sono registrati alla fine del libro di Rut; e siccome Naasson, figlio di Amminadab, primo principe della tribù di Giuda Numeri 1:7, perì nel deserto, fu senza dubbio Salmon, padre di Booz, che ottenne il possesso di Betlemme quando Canaan fu diviso a sorte tra le tribù. Il viaggio a cavallo tra Nazaret e Betlemme, richiede al presente non meno di tre giorni. Nello stato in cui si trovava Maria, probabilmente ci volle un tempo assai più lungo.

perciocché egli era della casa, e nazione (distretto di paese) di Davide; 5. Per esser rassegnato con Maria, ch'era la moglie che gli era stata sposata

letteralmente con Maria la moglie fidanzata a lui. Ella era, senza dubbio, prima di quel tempo, stata condotta a casa di Giuseppe, dopo la celebrazione delle solite cerimonie dello sposalizio; ma l'Evangelista, guidato dallo Spirito d'ispirazione, applica a Maria l'insolito appellativo di «moglie fidanzata», per indicare il fatto (ricordato anche da Matteo 1:25), che insino allora non era intervenuto carnale conoscimento tra essi. Il fatto così premurosamente notato, invece d'essere in favore della perpetua verginità della Vergine Maria, è una delle prove più forti che dopo la nascita di Gesù, ella divenne de facto, non meno che de nomine la moglie di Giuseppe, Vedi nota Matteo 1:25.

5 la quale era gravida.

Come Giuseppe, anche Maria era discendente dalla casa reale di Davide, Vedi Luca 1:32, ma siccome, per lo più, le donne non eran registrate, sembra difficile il render ragione della di lei venuta a Betlemme mentre trovavasi nella condizione qui sopra descritta. Si è congetturato che ai capoluoghi di ciascuna famiglia si fosse adottato il metodo romano di registrazione, il quale includeva le donne e i fanciulli non meno che i maschi; ovvero che Maria, come le figliuole di Selofad Numeri 27:1-14; 36:5-12, fosse proprietaria, per suo proprio diritto ereditario, di un qualche pezzetto di terra nelle vicinanze di Betlemme, e che per questo fosse richiesta la di lei comparsa personale; ovvero anche che, nello stato in cui si trovava, preferisse i rischi del viaggio a quelli a cui poteva essere esposta in Nazaret, avvenendo il parto in assenza del marito. Ma non è egli assai più probabile che (credendo all'annunzio fattole da Gabriele, che il figlio che portava allora in seno era il Messia promesso) ella cercasse diligentemente tutte le indicazioni contenute nelle profezie intorno alla, nascita del Messia; che in tal guisa venisse a conoscere la predizione di Michea 5:2, ch'ei dovea nascere in Betlemme, e che la notevole coincidenza di quest'ordine imperiale, che provvidenzialmente chiamava colà Giuseppe, col tempo preciso in cui dovea nascere il suo bambino, producesse su di lei per l'influenza dello Spirito Santo, una così solenne impressione che ella insistesse di volere accompagnare il marito? Una tale condotta è in perfetta armonia con la sua fede al tempo dell'annunzio, e col suo cantico di santa gioia, nella casa di Elisabetta. «Ovunque fosse nato Gesù, Betlemme sarebbe stato il suo luogo d'origine, poiché era la culla della famiglia di Davide; ma per rendere più luminoso l'adempimento delle profezie, l'Eterno volle che Gesù nascesse nel luogo stesso ove il re profeta era venuto alla luce. Poi (cosa veramente degna di ammirazione), si fu l'Imperatore Augusto che, dal suo palazzo in Roma, determinò il viaggio di Giuseppe e di Maria. Come molti altri principi, egli non sospettava che gli ordini della sua amministrazione entrassero così bene nei disegni del governo di Dio» (Burnier, Studii).

PASSI PARALLELI

Luca 1:26-27; 3:23

Luca 4:16; Matteo 2:23; Giovanni 1:46

Genesi 35:19; 48:7; Ruth 1:19; 2:4; 4:11,17,21-22; 1Samuele 16:1,4; 17:12,58

1Samuele 20:6; Michea 5:2; Matteo 2:1-6; Giovanni 7:42

Luca 1:27; 3:23-31; Matteo 1:1-17

Deuteronomio 22:22-27; Matteo 1:18-19

6 6. or avvenne che, mentre eran quivi,

Da queste parole alcuni scrittori argomentano che Giuseppe dovette trattenersi in Betlemme molto più a lungo che non si aspettava, e se gli impiegati romani di 19 secoli fa erano così pigri nel disimpegno dei loro pubblici doveri come con i loro discendenti d'oggidì, potrebbe darsi che così stesse veramente la cosa; ma il fatto che gli sposi non si erano provveduti d'altro alloggio che la stalla del khan o caravanserraglio, prima che Maria avesse a partorire, sembra indicare che eran giunti di recente.

il termine nel quale ella dovea partorire si compiè. 7. Ed ella partorì un suo figliuolo primogenito,

Vedi Nota Matteo 1:25, Matteo 1:26. La parola «primogenito» quando è usata in atti o disposizioni legali si riferisce al figlio che apre il grembo, senza riguardo alla circostanza se vi siano o non vi siano altri figliuoli della stessa madre; ma Matteo e Luca la usano non nel senso legale, ma nel significato ordinario, a denotare il primo nato di molti fratelli, i nomi dei quali erano conosciutissimi ai loro conterranei Matteo 13:55-56. La nascita d'Emmanuele (Dio nella nostra natura), dal grembo verginale di Maria, compiendo a puntino la predizione d'Isaia 7:14, è l'avvenimento più importante che mai succedesse sulla terra, ed è di sommo rilievo l'accertare, il più esattamente che sia possibile l'epoca precisa in cui avvenne.

L'era Cristiana si professa datare dalla nascita di Cristo, e secondo la cronologia invalsa (la quale fu dapprima introdotta da Dionisio detto Exigus, nel sesto secolo), l'anno 1 di grazia corrisponde al 756 U. C.; ma da una più accurata analisi cronologica di alcuni avvenimenti contemporanei alla nascita del Salvatore, fatta in tempi più moderni, emerse il fatto che Dionisio ha posticipato di 4 anni la data del principio dell'era Cristiana, e che la nascita in Betlemme avvenne veramente nel 750 U. C. e non nel 756. È noto che Erode il Grande non sopravvisse gran tempo alla nascita di Gesù, e Flavio ci porge dei dati assai precisi coi quali possiamo determinare il posto che occupa quella morte nella cronologia romana; laonde rimane anche precisato, coll'approssimazione, di pochi mesi, il punto di partenza dell'Era cristiana. Secondo Flavio (Ant. Giud. 17:8,1), «Erode morì il quinto dì poi che fece uccidere Antipatro, avendo regnato, dopo aver ucciso Antigono, anni 34, e dopo che ebbe dai Romani il regno, anni trentasette». Vuolsi tuttavia aver presento che Flavio computa gli anni di Nisan in Nisan (luna, Marzo-Aprile), il che differisce dal computo romano, e che calcola le frazioni d'anno, in principio e in fine, come formanti un anno completo ciascuna. Ricordandoci di questo, e sottraendo un anno per le frazioni troviamo che Antigono, l'ultimo dei principi Asmonei, fu ucciso per l'influenza di Erode nel 717 U. C.; ma 717 + 33 = 750. Erode poi fu fatto Apocalisse da Antonio ed Ottavio nel 714 U. C.; ma 714 + 36 = 750. Senonché la data della sua morte si può dedurre ancor più esattamente da un altro fatto ricordato da Flavio (Ant. Giud. 17:6,4), cioè che nella notte medesima del giorno in cui Erode fece porre a morte Mattia, e i suoi compagni, rei d'insurrezione, avvenne una eclissi lunare. Ora mediante calcoli astronomici si è verificato che questa eclissi ebbe luogo nella notte tra il 12 e il 13 marzo 750 U. C.; e pur nondimeno avanti il 12 aprile, giorno in cui fu costatato esser quell'anno cominciata la Pasqua, Erode era non solo morto e seppellito, ma i sette giorni di lutto dopo i suoi funerali, imposti da Archelao il di lui successore, erano già trascorsi. Quasi tutti i cronologisti sono oramai unanimi nel porre la sua morte nell'anno 750 U. C. Quanto fosse lungo l'intervallo trascorso fra la nascita di Gesù e questo avvenimento, sta al lettore a calcolarlo, dovendovi includere la circoncisione del bambino; la purificazione di Maria e la presentazione del suo primogenito; la visita dei magi a Gerusalemme ed a Betlemme; l'indugio d'Erode aspettando il loro ritorno, finché fu convinto che essi si eran beffati di lui; finalmente il tempo frapposto tra l'ordine del massacro dei bambini di Betlemme e la sua esecuzione. Maria non potendo presentarsi al tempio per la purificazione se non quaranta giorni dopo il parto Levitico 12:1-4, l'intervallo fra quest'ultimo avvenimento e la morte d'Erode non può essere stato, stretto computo fatto, minore di due mesi e mezzo; inoltre, siccome Giuseppe e Maria non avevano motivo alcuno d'affrettarsi, fino all'emanazione dell'editto sanguinario, egli è assai probabile che il bambino avesse quattro od anche cinque mesi alla morte di Erode. In ogni modo sembra evidente che Cristo sia nato nel 750 U. C.

7 e lo fasciò, e lo pose a giacer nella mangiatoia;

mangiatoia è vocabolo usato ad indicare una stalla in Luca 23:15, e noi dividiamo l'opinione degli scrittori che suppongono tale ne sia quì il proprio significato, come antitesi d'albergo nella seguente clausola.

perciocché non vi era, luogo per loro nell'albergo

= Luca 10:34. Non pensi già il lettore a nessuno di quei comodi della vita che i viaggiatori trovano oggidì perfino nelle locande inferiori o nelle osterie d'Europa; ei non si farebbe un'idea giusta della situazione di Maria o del neonato in Betlemme. Il cataluma, albergo, non differiva affatto dal moderno khan o caravanserraglio, ove i viaggiatori e le loro bestie da soma trovano ricovero oggi; ben inteso, ogni individuo vivendo per conto suo, delle proprie provviste. Questi khan hanno generalmente l'apparenza d'un recinto bislungo o quadrato intorno al quale vengono rizzate, Secondo il bisogno, delle camerette, con libero accesso sul cortile, riceventi luce solo dalla porta e affatto nude di qualsiasi mobilia. Una stanza più spaziosa è destinata al convegno dei viaggiatori per fumare e conversare. Era questo probabilmente il cataluma del khan di Betlemme, già tanto pieno, dopo che le camere particolari erano state occupate, da non esservi più posto neppure in esso, per i soli Giuseppe e Maria. Evvi pure, annessa al khan, una stalla di grande dimensione, che serve anche nei piccoli khan come entratura alle celle particolari, e nella quale i conduttori di cammelli ed i mulattieri dormono col loro bestiame; ivi i viaggiatori d'ambo i sessi spesso si reputano felici, in mancanza di meglio, di stendere le loro rozze coperte e trovar ricovero. Chi scrive queste pagine trovossi in tale emergenza, giungendo a notte fatta in un khan sul monte Libano. Tutto il misero albergo consisteva in due camere, laterali ad una grande stalla senza porte. L'albergatore (il khangee), e la sua famiglia ne occupavano una e vi erano ammessi quei fortunati giunti i primi; la seconda era presa da altri viaggiatori arrivati dopo quelli, ed allo scrittore, col suo seguito, convenne rimanere nella stalla, in compagnia di parecchi mulattieri, due famiglie nelle quali v'erano madri e bambini, ed inoltre una dozzina di cavalli e muli legati ad una sbarra lungo uno dei muri. Dopo un parco pasto raggranellato in fondo ai nostri sacchi da viaggio, si distesero le coperte sulla ben calpestata paglia ed in breve tutti erano immersi nel sonno. Ma verso il mattino l'aria pungente che precede l'alba, penetrando liberamente nella non chiusa stalla, ci faceva tremar di freddo; cosa sempre preferibile però all'aria calda e fetida delle camerette, che non avevano altra ventilazione se non quella proveniente dalla stalla. Giuseppe e Maria arrivati a Betlemme, trovarono ogni cantuccio dell'albergo già occupato da altri viaggiatori, venuti nel medesimo intento; non rimase loro dunque altra alternativa sé non di contentarsi d'un posto nella stalla, e probabilmente Maria fu sorpresa dai dolori del parto prima che avessero potuto cercare migliore alloggio.

Giustino Martire, del secondo secolo, fu il primo a mettere in campo l'ipotesi che il Nostro Signore fosse nato in una spelonca; ipotesi sostenuta ad intervalli da Eusebio e Girolamo, la quale è divenuta ormai una tradizione dei frati, ammessa con cieca fede dalla grande maggioranza dei Cristiani. Eusebio e Girolamo non rimasero però senza confutazione, poiché Cipriano, Niceforo ed altri chiaramente stabilirono come Gesù nascesse in un edificio costruito dagli uomini. È indubitato che il nostro evangelista, il quale dà particolari sì precisi del luogo ove nacque Gesù, avrebbe pure dato ragguagli sopra la stalla, se fosse stata una caverna sotterranea, scavata a perpendicolo nella dura roccia. Vero si è che non havvi difetto di cavità naturali ed aperture a livello del terreno, nella superficie delle rocce calcaree, di cui son formati i colli vicini a Betlemme; sarebbe perciò possibile ma punto probabile, che profittando di alcuna di codeste grotte naturali, vi fosse stato fabbricato un muro esterno appoggiato alla roccia, per ridurla ad uso di stalla con delle stanze attigue. Ma ci vuol tutta l'ignoranza ed il bigottismo dei frati delle chiese Latina ed Orientale, i quali vivono nel convento di Betlemme e della gente credula che presta lor fede, per ammettere che la grotta sottostante alla chiesa della Natività, scavata nella roccia, da ogni lato, nella quale si scende per una ripida scaletta di più di trenta gradini, inaccessibile alle giumenti o altro bestiame, e senza alcuna luce che vi penetri, possa essere la stalla dell'albergo di cui Luca dice che ivi nacque il Cristo. Allorquando chi scrive fu a visitare quella grotta, si prefisse d'esaminare accuratamente ognuna delle pareti, onde accertarsi se da un lato almeno la grotta potesse, in origine, essere stata in comunicazione colla superficie del terreno esterno, e susseguentemente chiusa di muro per mano d'uomo ma egli rimase convinto che tutte le pareti furono ugualmente scavate nella pietra, né vi si poté mai accedere se non dall'alto. Wilson (Lands of the Bible, Vol. 1, p. 322) dice: «Io confesso che l'effetto (di ciò ch'egli vide nella grotta suddetta), fu intieramente distrutto dall'intima convinzione che il Salvatore non era nato in quel sotterraneo, ma sibbene in una stalla annessa al khan, nel quale la vergine Maria non avea trovato posto per alloggiarsi».

PASSI PARALLELI

Salmi 33:11; Proverbi 19:21; Michea 5:2

Luca 1:57; Apocalisse 12:1-5

RIFLESSIONI

1. La, provvidenza di Dio che regge e governa il mondo, si manifesta in modo mirabile nella scelta del luogo ove nacque Gesù Cristo. Iddio avea predetto per la bocca del suo profeta Michea 5:2, che il Messia dovea nascere a Betlemme e, onde compiere la sua parola, egli fece sì che Augusto pubblicò primieramente, il decreto per la rassegna in tal tempo che Maria fu costretta d'essere a Betlemme quando il termine nel quale doveva partorire, si compiè. L'altiero Imperatore romano ed il suo ufficiale Quirinio, erano ben lungi dal credersi semplici istrumenti nella mano dell'Iddio d'Israele, per compiere i buoni eterni decreti, - ben lungi dall'immaginare che cooperavano a porre le fondamenta d'un Regno, dinanzi a cui e l'imperio romano e la romana idolatria cesserebbero un giorno d'esistere. Ben si possono rammentare in proposito le parole d'Isaia 10:7, intorno al Apocalisse di Assiria: «Ma egli non penserà già così, e il suo cuore non istimerà così». Si conforti dunque il credente, ricordando come Dio regga: e governi il mondo; non sia egli smosso né turbato dalla condotta dei reggitori della terra, ma coll'occhio della fede guardi a quella mano che regola ogni loro azione, volgendola a lode e gloria di Dio.

2. Il moribondo Giacobbe profetizzò dicendo: «Lo scettro non sarà rimosso da Giuda, né il legislatore d'infra i piedi di esso, finché non sia venuto il Silo, ed inverso lui sarà l'ubbidienza dei popoli» Genesi 49:10; e negli editti romani che costrinsero i Giudei di Palestina a recarsi nella città della propria tribù, appunto al tempo della nascita del Messia, troviamo adempiuta la profezia, secondo cui dovean perdere la loro indipendenza. Lo splendore della teocrazia rapidamente svaniva, onde la nuova gloria del Messia di cui era quello un debole tipo, potesse apparire più manifesta.

3. Evvi una sorprendente profezia di Daniele 9:24-25, la quale fissa l'epoca in cui il Messia doveva nascere: «Vi sono 70 settimane determinate sopra il tuo popolo e sopra la tua città, per terminare il misfatto e per far venir meno i peccati, e per far purgamento per l'iniquità, e per addurre la giustizia eterna, e per suggellar la visione e i profeti; e per ungere il Santo dei santi. Sappi adunque e intendi che, dacché sarà uscita la parola che Gerusalemme sia riedificata, infino al Messia, Capo dell'esercito, vi saranno sette settimane e altre sessantadue settimane». Secondo il metodo di calcolare un giorno per un anno e una settimana per sette anni, 70 settimane, ossia 70 volte sette, ammontano a 490 anni. Ora, senza voler entrare nelle accurate minuzie di diversi cronologisti, precisamente questo periodo d'anni trascorse fra l'emanazione del decreto di rifabbricar Gerusalemme e l'apparire del Messia nel mondo.

4. Il Signore del cielo e della terra nacque in una stalla, e giacque in una mangiatoia. Maravigliosa condiscendenza! «Come mai può turbarci», scrive un antico autore, «l'essere rigettati dal mondo che non è nostro, quando Egli è venuto in casa sua ed i suoi non l'hanno ricevuto? Giovanni 1:11. Facil cosa, o Signore, sarebbe stata per te il farti un posto nelle più auguste corti! Perché hai tu voluto esser così umile, se non affine d'insegnarci col tuo esempio a disprezzare la gloria mondana, ed affine di santificare la povertà per coloro che tu chiami a vivere in penuria? Avendo la scelta fra tutte le condizioni terrestri, tu hai voluto nascer povero e spregiato, affinché coloro che devono vivere nella miseria, non la considerino come giusta causa di dolore».

8 Luca 2:8-20. GLI ANGELI ANNUNZIANO AI PASTORI LA NASCITA DEL SALVATORE. VANNO QUESTI A VISITARE IL BAMBINO NELLA MANGIATOIA A BETLEMME

8. or nella medesima contrada,

La città di Betlemme è situata sull'orlo d'un altipiano, d'onde il suolo s'abbassa gradatamente sino alle deserte colline che dominano il Mar Morto. Il suolo, in quel tratto di paese, è così profondo e fertile, che ogni palmo di esso deve essere stato coltivato, come adesso, fin dal tempo di Booz Rut 2:3; conseguentemente non in questa località devesi supporre che fossero i pastori di cui si parla; mentreché, tanto al N. quanto al S. della città, la contrada è tutta ondulata, sparsa di collinette coperte di vegetazione naturale, ricche di pascoli.

vi erano dei pastori, i quali dimoravano fuori ai, campi, facendo le guardie della notte alla lor greggia

Abbiam già veduto (Nota Luca 2:2), che l'anno in cui nacque il nostro Signore, fu probabilmente 750 U. C.; ma non vi sono dati autorevoli di sorta per fissare il giorno o il mese della sua nascita. La più vicina approssimazione ad un punto sicuro di partenza, per tal ricerca, ci vien fornita da un calcolo (da farsi all'indietro dal 15 agosto 823 U. C. data della distruzione di Gerusalemme, allorquando, a detta di Flavio, la muta di Jehoiarib era appunto entrata in servizio), per saper a quali epoche nel corso dell'anno 748 la muta di Abia fosse di servizio nel santuario. Questo computo ci dà Aprile e Ottobre, come i mesi nei quali a Zaccaria, toccava fare il servizio nel tempio. Aggiungendo ad ognuna di quest'epoche i nove mesi della gestazione di Elisabetta, ed altri sei mesi, cioè il tempo trascorso fra la nascita del Precursore e quella di Gesù, s'arriva alla conclusione che quest'ultima deve aver avuto luogo alla fine di Luglio 749 o di Gennaio 750. Non si può, per altro, fare assegnamento con la minima sicurezza sopra questo calcolo, a cagione delle molte circostanze fortuite che potevano presentarsi, come per esempio la differenza di tempo fra il principio dell'anno romano e quello dei Giudei; i giorni intercalari del Calendario romano; e la possibilità di cambi fatti nel servizio delle mute, specialmente all'epoca dell'assedio della città e del tempio, ecc. Nessun fatto nelle Scritture getta luce sulla stagione in cui nacque Gesù fuorché questo: che i pastori stavano pascolando le lor greggi nell'aperta campagna di notte, e certo, quest'incidente non favorisce la data del 25 dicembre se consideriamo:

1. La fredda atmosfera nelle notti di Dicembre e di Gennaio, in una situazione elevata come quella di Betlemme;

2. Che i mesi, da Dicembre a Febbraio, sono la stagione piovosa, durante la quale cade puranco talvolta la neve; onde, ai dì nostri, né pastori, né greggi si espongono in quei mesi alle intemperie;

3. Che i pastori ebrei, dopo aver pascolato i lor greggi nel deserto di notte e di giorno, tutta l'estate, li riconducevano ai loro ovili alla fine di Novembre, per rimanervi fino alla seguente primavera.

Possono essere andati nelle praterie nei dintorni dei villaggi, di giorno, quando il bel tempo lo permetteva, ma per tornare al coperto la notte. Dai risultamenti diversi cui giunsero uomini dotti, i quali dedicarono non poco tempo a tali ricerche, ben apparisce la diversità delle loro opinioni riguardo all'epoca in cui possa fissarsi la nascita di Cristo. Così Lightfoot la pone in Settembre, Newcomb in Ottobre, Strong in Agosto, Lichitenstein in Giugno, Lardner e Robinson in autunno, Clinton in primavera, Weisler in Febbraio, Paulus in Marzo, Gresswell e Alford in Aprile. Se Dio avesse stimato utile per noi che il mese ed il giorno in cui l'eterno suo Figliuolo divenne incarnato, fossero conosciuti e celebrati in tutto le età, Colui che comandò di santificare il settimo giorno, in memoria della creazione, e d'osservare al 15 di Nisan la Pasqua, in commemorazione della liberazione d'Israele dall'Egitto, non avrebbe egli distinto quel giorno in modo da rendere impossibile pei Cristiani ogni disputa in proposito! E chi ne potrà dubitare? In mancanza di un ricordo preciso proveniente da Dio, tutte le ricerche hanno fine in semplici congetture, e conseguentemente il volere imporre l'osservanza di un giorno speciale in commemorazione della natività del Signor Gesù Cristo è una vera ordinanza umana, è un atto che Paolo caratterizza come culto volontario Colossesi 2:23.

In favore del mese di Dicembre si dà molto peso ad una tradizione che si dice derivata dalla Chiesa cristiana primitiva; ma fatto sta che questa tradizione non è altro che un mito, poiché le Chiese d'Oriente credevano che Gesù fosse stato battezzato l'anniversario del suo giorno natalizio, il quale secondo essi era l'8 gennaio. Oltre a ciò è ammesso dai più dotti ed imparziali scrittori di tutti i partiti, che l'epoca della natività del nostro Signore è affatto sconosciuta; che nel seno della Chiesa nessuna festa simile al Natale fu mai menzionata fino al 3zo secolo, e che l'osservanza non ne divenne generale se non tardi assai nel quarto. La osservanza del 25 dicembre, come giorno natalizio del Signore, è attribuita a Julio, vescovo di Roma, A. D. 337-352; ma quel giorno non fu riconosciuto come tale nella Chiesa d'Oriente se non ad epoca assai posteriore, poiché Crisostomo, scrivendo da Antiochia, circa A. D. 380, dice: «Non sono ancora dieci anni dacché questo giorno ci fu fatto conoscere come quello della nascita del Signore». Come si può spiegare la scelta arbitraria del 25 dicembre per la festa di Natale, istituita dalla Chiesa Romana, e la facilità colla quale quella festa fu adottata dalla Chiesa d'Oriente tre secoli e mezzo dopo l'evento, benché in tutto quel tempo non ne fosse mai fatta menzione? La causa devo rinvenirsi nella tendenza che andava vieppiù sviluppandosi fortemente nella Chiesa Cristiana, quella cioè di adottare i giorni festivi degli idolatri, cambiandone i nomi, onde persuadere i pagani a fare adesione al Cristianesimo; tendenza che Tertulliano, sin dall'A. D. 250, amaramente rimpiange (Deuteronomio Idolatria cap. 14), essendo essa, a parer suo, incompatibile col cristianesimo, ed in umiliante contrasto colla fedeltà dei pagani alle loro superstizioni, Il 25; Dicembre era celebrato, lungo tempo innanzi l'era cristiana, in tutto il mondo pagano, in onore della nascita di Tammuz, figlio di Astarot o Cibele, la «regina del cielo» dei Babilonesi; ed affine d'attirare i pagani al cristianesimo, l'istessa festa fu adottata dalla Chiesa cristiana, sostituendo Cristo a Tammuz; e Maria, la moderna regina dei cieli, all'antica Astarot. (Questo soggetto fu abilmente trattato da Hislop nella sua opera «Le due BabiIonio» pp. 22-116).

PASSI PARALLELI

Genesi 31:39-40; Esodo 3:1-2; 1Samuele 17:34-35; Salmi 78:70-71; Ezechiele 34:8

Giovanni 10:8-12

9 9. Ed ecco, un angelo del Signore si presentò a loro,

Forse, ora questi l'angelo Gabriele, il quale già due volte era stato onorato qual messo per preparare le vie del Signore; ma Jehova è servito da innumerevoli legioni d'angeli, tutti pronti ad eseguire il suo beneplacito, ed è vano speculare quando verun nome è dato. Certo si è che quest'angelo fu il primo banditore dell'Evangelo. Che il mondo fino ad un certo punto dovesse esser preparato al più meraviglioso evento che mai potesse compiersi sulla terra, per mezzo d'un'ambasciata celeste, non può giungerci inaspettato. Razionalisti e liberi pensatori stranamente ci contradicono allorché qualificano di miti l'apparire sulla terra d'esseri angelici, servi di Dio; mentre accolgono con pazza avidità, come degno di fede, tutto il ciarlatanismo dei così detti spiritisti d'oggigiorno, riguardo a tavole moventi e picchianti, a comunicazioni verbali o per iscritto, cogli spiriti dei trapassati!

e la gloria del signore risplende d'intorno a loro;

Per gloria, dobbiamo qui intendere quella sfolgorante luce che fu generalmente il simbolo della presenza del Signore, luce sì brillante, che Saulo ed i suoi compagni, sulla via di Damasco, chiaramente ne videro eclissato lo splendore del sole in pien meriggio Atti 26:13. Qual timore e maraviglia dovette incutere nei pastori quel repentino sfolgorìo in mezzo al silenzio di tenebrosa notte.

ed essi temettero di gran timore. 10. Ma l'angelo disse loro: Non temiate;

Tale era generalmente l'effetto prodotto da simili apparizioni angeliche sui mortali, consci dei loro peccati, perché essi temevano udirsi denunziare dai messi celesti qualche castigo divino, Vedi Isaia 6:5; Daniele 10:7,8; Apocalisse 1.17; anche nota Luca 1:12.

10 perciocché io vi annunzio una grande allegrezza,

Che contrasto fra l'araldo del cielo ed i primi araldi della terra che ne ricevevano la buona novella! Gli uomini senza dubbio non avrebbero eletto a tanto onore rozzi pastori incolti, bensì persone altolocate; ma Dio c'insegna quanto facilmente erriamo nei nostri apprezzamenti. «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le mie vie le Vostre Vie, dice il Signore» Isaia 55:8. Egli procede con assoluta potenza non meno che con infinita saviezza. V'erano molte vedove in Israele, ai dì d'Elia, eppure Dio lo mandò ad una pagana in Sarepta; v'erano molti lebbrosi in Israele, al tempo d'Elia, ma solo un pagano, Naaman il Siro, fu nettato Luca 4:25-27; così in questo caso, fra quei molti, situati in diversi ranghi della società, i quali «aspettavano la consolazione di Israele», Iddio scelse gli umili pastori di Betlemme come atti a ricevere la fausta novella, che, sparsa sulla terra, reca gioia e pace ai credenti, agli individui come alle nazioni.

che tutto il popolo avrà:

Alcune Versioni attribuiscono un senso universale alle parole? quasi abbracciassero tutti i popoli; ma l'esservi l'articolo col nome qualificato de, esige che si traduca «tutto il popolo», cioè tutta la nazione giudaica, limitando questa come tante altre promesse in primo luogo, al popolo del patto, il quale popolo in allora costituiva esclusivamente la Chiesa di Dio. Ma se poniamo mente a questo, che la nazione giudaica era un tipo della Chiesa universale, la quale Cristo venne a fondare nel mondo, l'affermazione che la «grande allegrezza» sarà per «tutto il popolo» equivale per noi al dichiarare che quell'allegrezza devesi estendere a tutti gli abitanti del globo, come difatti s'è già diffusa nella maggior parte di esso, Vedi Isaia 42:6.

PASSI PARALLELI

Luca 1:11,28; Giudici 6:11-12; Matteo 1:20; Atti 27:23; 1Timoteo 3:16

Esodo 16:7,10; 40:34-35; 1Re 8:11; Isaia 6:3; 35:2; 40:5; 60:1; Ezechiele 3:23

Giovanni 12:41; 2Corinzi 3:18; 4:6; Apocalisse 18:1

Luca 1:12; Isaia 6:4-5; Atti 22:6-9; 26:13-14; Ebrei 12:21; Apocalisse 20:11

Luca 1:13,30; Daniele 10:11-12,19; Matteo 28:5; Apocalisse 1:17-18

Luca 1:19; 8:1; Isaia 40:9; 41:27; 52:7; 61:1; Atti 13:32; Romani 10:15

Luca 2:31-32; 24:47; Genesi 12:3; Salmi 67:1-2; 98:2-3; Isaia 49:6; 52:10; Matteo 28:18

Marco 1:15; 16:15; Romani 15:9-12; Efesini 3:8; Colossesi 1:23

11 11. Cioè, che oggi, nella città di Davide, vi è nato il Salvatore, che è il Cristo, il Signore.

«Glorioso annunzio! Ogni parola è ricca di significato. Vi è nato, a voi, cioè ai pastori, ad Israele, al genere umano; oggi, in questo giorno, cominciato dopo il tramonto; nella città di Davide, vale a dire nel lignaggio predetto, nel luogo prefisso, dove le profezie v'indicavano di cercarlo, dove il credente lo aspettava» (Brown). Il nome Gesù non fu dato al bambino se non il giorno della sua circoncisione, ma quel titolo, il Salvatore, ne racchiude il concetto in tutta la sua forza, Vedi Matteo 1:21. Cristo è il vocabolo greco per la parola ebraica Messia o l'Unto, al quale si riferiva la promessa: «Il liberatore verrà di Sion, e toglierà l'empietà di Giacobbe» Romani 11:26; mentre il nome Signore è la voce greca equivalente all'ebraico Jehova, l'Iddio vivente. Dall'unione dei due nomi s'inferisce che il bambino neonato era Jehova il Messia, o l'unto Jehova; l'omissione poi dell'articolo dinanzi ad ambedue questi titoli dimostra implicitamente che egli era il gran Liberatore, l'oggetto delle speranze e dell'aspettazione di Israele. «È questo l'unico passo», dice Alford, «ove quei due nomi si trovano l'uno accanto all'altro. In Luca 23:2 si legge il Cristo Apocalisse, e negli Atti 2:36 Signore e Cristo. In Colossesi 3:24 abbiamo, con significato alquanto diverso, essendo la esortazione indirizzata a servi, voi serviate al Cristo, il Signore. In quanto al nome Kurios non vedo modo di capirlo se non come equivalente all'ebraico JEHOVA».

PASSI PARALLELI

Luca 1:69; Isaia 9:6; Matteo 1:21; Galati 4:4-5; 2Timoteo 1:9-10; Tito 2:10-14; 3:4-7

1Giovanni 4:14

Luca 2:4; Matteo 1:21

Luca 1:26.43; 20:41-42; Genesi 3:15; 49:10; Salmi 2:2; Daniele 9:24-26; Matteo 1:16; 16:16

Giovanni 1:41,45; 6:69; 7:25-27,41; 20:31; Atti 2:36; 17:3; 1Giovanni 5:1

Luca 1:43; 20:42-44; Atti 10:36; 1Corinzi 15:47; Filippesi 2:11; 3:8; Colossesi 2:6

12 12. E questo ve ne sarà il segno: Voi troverete il fanciullino fasciato, coricato nella mangiatoia.

La parola greca fanciullino non è accompagnata da verun articolo; eppure, cosa curiosa, le versioni italiana, inglese, francese, tedesca, tutto vi pongono l'articolo definito il, invece dell'indefinito uno, che solo rende fedelmente il senso del testo. In quanto al segno, i pastori dovevano andare a Betlemme, cercare colà un bambino nato in condizioni d'umiltà e di povertà tali, che i più miserabili del paese non potessero essergli paragonati; un bambino al quale si era negato ricovero in una dimora umana, la cui culla consisteva nella mangiatoia d'una stalla. Se i pastori trovavano un bambino corrispondente a queste indicazioni, dovevano riconoscere in lui il Salvatore, il Cristo, il Signore annunziato loro dall'angelo. Il segno consisteva unicamente nel meraviglioso contrasto fra le cose state rivelate riguardo al bambino e l'umile condizione in cui essi lo troverebbero. Colui «le cui uscite sono ab antico, dai tempi eterni» Michea 5:2, voi lo troverete fanciullino; Colui il quale «i cieli de' cieli non possono contenere» 1Re 8:27, voi lo troverete coricato in una mangiatoia!

PASSI PARALLELI

Esodo 3:12; 1Samuele 10:2-7; Salmi 22:6; Isaia 53:1-2

13 13. E la quello stante vi fu con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, lodando Iddio, e dicendo

Gli angeli hanno preso parte, o prenderanno parte ancora, nei più rimarchevoli avvenimenti che concernono l'uman genere: nella creazione Giobbe 38:7; nella promulgazione della legge sul Sinai Deuteronomio 33:2; Atti 7:53; nell'ascensione del Signore Salmi 24:7-10; 68:18; e nel giudizio finale Matteo 13:39-43; 25:31; 2Tessalonicesi 1:7. Non dobbiamo dunque maravigliarci che abbiano avuto parte attiva nella incarnazione del Figliuol di Dio, il più grande di tutti gli avvenimenti che sieno mai accaduti su questa terra. A giudicarne dai passi delle Sacre Scritture che si riferiscono agli angeli, questi devono essere molto numerosi Matteo 26:53. Il servitore di Eliseo vide circondato da molti di essi il loro padrone 2Re 6:17; ma una tal mostra del glorioso ed innumerevole esercito celeste, come quella che fu concessa ai pastori di vedere, è, senza uguale negli annali del tempo né sarà giammai più veduta fino al giorno in cui «il Figliuol dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i santi angeli». Non appena l'angelo ebbe parlato ai pastori, che un'innumerevole moltitudine di altri esseri angelici si fece visibile; e per una volta udissi, nelle terrestri regioni, la musica celeste. i cori degli angeli lodando l'Altissimo. Se al termine della creazione del mondo «le stelle della mattina cantavano tutte insieme e tutti i figliuoli di Dio giubbilavano» Giobbe 38:7, per la manifestazione della gloria di Dio, quanto più ora che i fondamenti d'una nuova creazione spirituale son posti, per la nascita di quel bambino a Betlemme, questo gran fatto doveva esser celebrato solennemente dall'esercito celeste!

PASSI PARALLELI

Genesi 28:12; 32:1-2; 1Re 22:19; Giobbe 38:7; Salmi 68:17; 103:20-21; 148:2

Isaia 6:2-3; Ezechiele 3:12; Daniele 7:10; Luca 15:10; Efesini 3:10; Ebrei 1:14; 1Pietro 1:12

Apocalisse 5:11

14 14. Gloria a Dio nei luoghi altissimi,

Questo può chiamarsi un proclama ed in pari tempo una dossologia. La parola stando in questo caso, sola, può significare nel sopreminente grado; coi più sublimi accordi; dagli esseri più eccelsi; nei luoghi più elevati, cioè nelle regioni eccelse del cielo. Diodati adotta quest'ultimo senso, e noi dividiamo il suo parere, e ciò per due ragioni:

1. in forza del contrasto colla parola terra nel seguente membro;

2. perché gli eserciti celesti hanno la loro dimora nei cieli, ove meglio che dovunque altrove può esser compresa ed apprezzata la gloria di Dio, la quale fu resa manifesta nell'incarnazione del suo divin Figliuolo.

Non v'è base sufficiente, a noi sembra, per supporre con Bengel che i luoghi altissimi indichino una particolare regione celeste, ove Cristo regnerebbe ed alla quale gli angeli non aspirerebbero. Il passo, Ebrei 1:3-4, su cui Bengel s'appoggia, non autorizza questa interpretazione; mentre, da altri passi delle Scritture, sappiamo che gli angeli hanno stanza davanti al trono di Dio, sul quale Cristo siede, Conf. Daniele 7:10; Apocalisse 5:11; 7:11. Sebbene la gloria di Dio sia manifesta in tutto le suo opere, senza dubbio lo è ancora più meravigliosamente nell'opera della redenzione, poiché in questa, tutti gli attributi della Divinità sono magnificati: la sua sovranità nella scelta del suo popolo; la sua saviezza nel piano della redenzione; la sua potenza nell'esecuzione di caso; il suo amore nel dare l'Unigenito suo per salvare i peccatori; la sua giustizia nella perfetta soddisfazione compiuta in onore della violata legge; la sua santità nel provvedere i mezzi di santificazione al suo popolo; e finalmente la sua verità e fedeltà nell'esatto compimento di tutto le sue promesse.

pace in terra.

Diodati omette la copulativa e, avanti questa clausola, ma senza autorità veruna né dei MSS. né di alcuna Versione. In queste parole viene espresso un altro risultato della massima importanza per l'umanità. Isaia 9:5 profeticamente applica al Messia il titolo di «principe della pace». Tutti gli nomini per natura sono nemici di Dio; e consci d'aver meritato l'ira divina, nutrono in cuore timore ed odio pel loro Creatore. Uno dei grandi fini dell'incarnazione di Cristo e delle sue sofferenze fu di riconciliare gli uomini col Padre suo e stabilire una pace durevole fra il cielo e la terra. «Giustificati adunque per fede, abbiam pace appo Dio per Gesù Cristo nostro Signore» Romani 5:1. Indubbiamente, se si tien conto del contesto, il senso che deve primeggiare in questo inciso è quello di riconciliazione, ossia di «pace appo Dio». Ciò non esclude pertanto l'idea di benedizione, salvezza, sicurezza, felicità e prosperità, significati che convengono tutti a quella parola, secondo l'uso che ne facevano gli Ebrei e gli orientali. Dalla pace con Dio nasce la pace nella coscienza, insieme col desiderio di vivere in pace col prossimo. Le parole di Cristo Matteo 10:34, sembrano a prima vista asserire appunto l'opposto di quelle degli angeli; ma breve riflessione ci mostra come quei due detti hanno relazione a soggetti affatto diversi. Le parole degli angeli indicano il cambiamento di condizione dell'uomo rispetto a Dio, risultante dalla propiziazione fatta da Cristo; Gesù invece allude alle persecuzioni cui, più o meno, andrà soggetto chiunque accetta il suo vangelo; persecuzioni pubbliche o private, esercitate dai mondani e dagli empi contro quelli dei loro concittadini, vicini o congiunti per legami di sangue, i quali si sono convertiti a Cristo e consacrati al suo servizio.

benvoglienza inverso gli uomini.

Questo cantico è diviso in 3 incisi: il terzo essendo una amplificazione del secondo, è conseguentemente subordinato a quello, e perciò manca della copulativa. La pace interna ebbe origine nell'eterna carità di Dio verso gli uomini; ma il Signore ha pure una special benevolenza per coloro che la morte del suo Figliuolo gli ha riconciliati; quest'è la benevoglienza di cui si tratta nel nostro testo. Dal momento in cui la pace fra Dio e gli uomini fu stabilita per mezzo del sacrifizio espiatorio di Cristo, ogni ostacolo alle manifestazioni dell'amore di Dio verso coloro che hanno parte in quell'espiazione è intieramente tolto. Il vocabolo eudokia, approvazione, buona volontà, compiacimento, è in sostanza il medesimo che troviamo in occasione del battesimo di Cristo, applicatogli dal Padre. «Il mio diletto Figliuolo, nel quale ho preso il mio compiacimento» Matteo 3:17. Basandosi sull'autorità dei MSS. Alessandrino, o di Beza, ma specialmente su quella della Versione Latina, Lachmann, Tischendorf, e Tregelles leggono ad uomini d'approvazione e di buona volontà, invece della traduzione ricevuta. Fosse pur adottata questa variante, è chiaro che il suo significato sarebbe «agli uomini del compiacimento di Dio», o nei quali Dio s'è compiaciuto; all'opposto di quello che è dato dalla Volgata e della Chiesa Romana: «agli uomini di buone disposizioni» (hominibus bonoe voluntatis), col quale si viene a violare il significato di eudokia e si cade in manifesto errore di dottrina. Ma la grande preponderanza degli antichi MSS. e delle Versioni è in favore del testo ricevuto; come pure sono fra i moderni critici, Deuteronomio Wette, Alford, Van Oosterzee e Brown.

PASSI PARALLELI

Luca 19:38; Salmi 69:34-35; 85:9-12; 96:11-13; Isaia 44:23; 49:13; Giovanni 17:4

Efesini 1:6; 3:20-21; Filippesi 2:11; Apocalisse 5:13

Luca 1:79; Isaia 9:6-7; 57:19; Geremia 23:5-6; Michea 5:5; Zaccaria 6:12-13; Giovanni 14:27

Atti 10:36; Romani 5:1; 2Corinzi 5:18-20; Efesini 2:14-18; Colossesi 1:20; Ebrei 13:20-21

Giovanni 3:16; Efesini 2:4,7; 2Tessalonicesi 2:16; Tito 3:4-7; 1Giovanni 4:9-10

15 15. Ed avvenne che, quando gli angeli se ne furono andati da loro al cielo, que' pastori disser fra loro: Or passiam fino in Betleem, e veggiamo questa cosa ch'è avvenuta, la quale il Signore ci ha fatta asassapere.

La condotta dei pastori ci prova ch'essi erano uomini pii e che probabilmente aspettavano con ansietà la venuta del Messia. Non dubitarono punto che quell'annunzio non fosse loro mandato da Dio, per mezzo dei suoi celesti messaggeri: poiché invece di proporre dubbi, e discutere fra loro sulle difficoltà possibili, corsero immediatamente alla città, lasciando, le greggi ove erano, per adorare il neonato Messia. Si osservi che le loro menti non furono preoccupate dello splendore della visione che aveano avuta, né si decisero ad andare a Betlemme coll'intento di verificare se l'annunzio fosse appoggiato dai fatti. Essi non dubitarono; avevano avuto una rivelazione da Dio ed andavano preparati a trovare ed adorare «il Salvatore, Cristo, il Signore».

PASSI PARALLELI

Luca 24:51; 2Re 2:1,11; 1Pietro 3:22

Esodo 3:3; Salmi 111:2; Matteo 2:1-2,9-11; 12:42; Giovanni 20:1-10

16 16. E vennero in fretta (le loro greggi essendo esposte a pericoli nell'assenza loro), e trovarono Maria e Giuseppe, e il fanciullino che giaceva nella mangiatoia. 17. E, vedutolo, divulgarono ciò ch'era loro stato detto di quel piccol fanciullo.

Certamente valeva la pena di correr qualche rischio per contemplare una scena simile. Salutati Maria e Giuseppe, i protettori naturali del bambino, come personaggi secondari, ai quali gli angeli non avevano fatto veruna allusione, i pastori volgono ansiosi i loro sguardi alla mangiatoia, ed ecco ivi giace il fanciullino, secondo le parole dei nunzi angelici. Della Mariolatria, l'ultimo ed il più allarmante tratto dell'idolatria della chiesa papale, nessuna traccia si trova in questo racconto. Eppure se Maria avesse diritto all'adorazione, quale occasione più propizia di questa in cui i pastori visitavano la vergine divenuta madre, per prostrarsi dinanzi a lei? Probabilmente i pastori, prima di tutto, descrissero la visione celeste a Giuseppe ed a Maria, i quali avranno pur raccontato gli avvenimenti straordinari avvenuti prima della nascita del bambino, dimodoché tutti avranno illuminato, e fortificato mutualmente la fede loro.

PASSI PARALLELI

Luca 1:39; Ecclesiaste 9:10

Luca 2:7,12; 19:32; 22:13

Luca 2:38; 8:39; Salmi 16:9-10; 66:16; 71:17-18; Malachia 3:16; Giovanni 1:41-46; 4:28-29

18 18. E tutti coloro che li udirono si maravigliarono delle cose che erano lor dette da' pastori.

Le persone di cui è qui parlato erano forse albergate nello stesso Khan, oppure gente attirata da curiosità, nel vedere arrivare i pastori non già i vicini, né i conoscenti di questi, ai quali, come sembrerebbe dal vers. 20, essi annunziarono più tardi quella buona novella. L'effetto prodotto fa grande meraviglia, ma di breve durata, poiché non produsse effetto, permanente né sulla nazione, né sui di lei conduttori. Allorquando, 30 anni più tardi, Gesù comparve sulle rive del Giordano, affine d'entrare ufficialmente nel suo pubblico ministerio, non sappiamo di un solo individuo che abbia riconosciuto in lui il bambino, la cui nascita era stata annunziata dagli angeli; anzi quando i Magi giunsero a Gerusalemme, pochi mesi soltanto dopo la stia nascita, domandando «Ov'è colui ch'è, nato re dei Giudei?» nessuno parve rammentare l'avvenimento!

PASSI PARALLELI

Luca 2:33,47; 1:65-66; 4:36; 5:9-10; Isaia 8:18

19 19. E Maria conservava in tutto queste parole, conferendolo insieme nel cuor suo

Gli affetti d'una madre pei suoi bambini e la rimembranza di qualunque incidente in rapporto con essi, sono sentimenti ben diversi da ciò che provano semplici spettatori. D'ogni loro atto, d'ogni patimento, di tutto ciò che dicesi di loro, la madre fa tesoro e vi ripensa, e ne gode o se ne accora. Di quanti udirono i pastori, Maria soltanto conservò tutte le loro parole nel cuor suo, e rammentandole le andava confrontando cogli eventi anteriori della vita sua connessi col bambino: cioè l'apparire dell'angelo Gabriele a Nazaret, ed il saluto della cugina Elisabetta. Maria ci sembra essere stata dotata di non comune spirito meditativo, unito a gran prudenza e viva fede.

PASSI PARALLELI

Luca 2:51; 1:66; 9:43-44; Genesi 37:11; 1Samuele 21:12; Proverbi 4:4; Osea 14:9

20 20. E i pastori se ne ritornarono, glorificando e lodando Iddio di tutte le cose che aveano udite e vedute, secondo ch'era loro stato parlato.

I pastori erano ripieni di gioia per la evidenza della verità delle cose state loro annunziate; ma il grande onore ricevuto non li sbilancia né li rende inetti al loro quotidiano lavoro; anzi li abilita a compiere i loro doveri con maggiore contentezza d'animo. Quegli uomini, di sfera sì umile, furono i primi missionari dell'evangelo, pubblicando quella buona novella che a loro era stata rivelata. Ad ogni cristiano incombe il sacro dovere di fare altrettanto 1Corinzi 14:36. La parola lodando, qui usata, è la medesima applicata al cantico degli angeli Luca 2:13, ed in Luca 19:37; 24:53; onde il prof. Brown suggerisce che ciò potrebbe indurci a supporre che ancora i pastori cantassero un cantico, tolto forse dalla raccolta dei salmi, rispondente ai bisogni del loro cuore commosso, pieno di gratitudine per tutto ciò che avevano visto ed udito.

PASSI PARALLELI

Luca 18:43; 19:37-38; 1Cronache 29:10-12; Salmi 72:17-19; 106:48; 107:8,15,21

Isaia 29:19; Atti 2:46-47; 11:18

RIFLESSIONI

1. Le più infime circostanze dell'umiliazione di Cristo furono sempre controbilanciate da qualche manifestazione della sua gloria, onde togliere, per così dire, lo scandalo del suo abbassamento. Quando il Salvatore umiliava sé stesso, Dio, in un modo o nell'altro, lo innalzava, dandogli l'arra della sua futura gloria. Al vedere quel debole bambino ravvolto nelle fasce, giacente in una mangiatoia da bestiame, chi non sarebbe tentato di dire: No, costui non può essere il Figliuol di Dio? Ma quando si vede, alla sua nascita, scendere il coro degli angeli dal cielo a testimoniar di lui, non si può non esclamare: Certo egli non può esser altri che non il Figlio unigenito del Padre, colui di cui fu detto, al suo entrare nel mondo: «Adorinlo tutti gli angeli di Dio» Ebrei 1:6.

2. I messaggeri di Dio eletti a pubblicare il lieto annunzio erano i santi angeli, né questa fu l'unica occasione in cui prestarono i loro servigi riguardo a Cristo. È cosa degna d'osservazione come gli angeli fossero sempre pronti a servire Gesù durante il suo soggiorno sulla terra. Un angelo annunzia la sua concezione; un esercito d'angeli pubblica la sua nascita; nella tentazione del deserto, un angelo lo fortifica; nell'ora dell'agonia, un angelo lo conforta; un angelo rotola la pietra che chiude il suo monumento: alla sua ascensione, gli angeli lo scortano in cielo; ed al suo secondo avvenimento, quando verrà a giudicare il mondo, lo vedremo venire dal cielo circondato dai suoi angeli. Vi è una ragione potente per la quale quei ministri celesti lo servono con tanto zelo, poiché siccome Cristo ha redento l'uomo caduto, così egli ha, confermato gli angeli nel loro stato di beatitudine.

3. Gli angeli non furono mandati ai principali sacerdoti né agli anziani, perché essi erano tutt'altro che preparati a riceverli, ma bensì ai poveri pastori di Betlemme, semplici e retti di cuore, i quali avevano del loro Messia nozioni più spirituali di quelle che non avessero i colti e sapienti Scribi della metropoli. In essi abbiamo una chiara illustrazione delle parole di Giacomo 2:5: «Non ha Iddio eletti i poveri del mondo, per esser ricchi in fede ed eredi dell'eredità che egli ha promessa a coloro che lo amano?» Umili, industriosi, laboriosi, appunto mentre essi erano intenti a compiere i loro doveri terrestri, furono favoriti della visita degli angeli. Le cose che riguardano il regno di Dio non di rado son nascosto ai grandi ed ai nobili, mentre all'opposto vengono rivelate ai piccoli ed agli umili Matteo 11:25. Un lavoro attivo e materiale non impedisce necessariamente un uomo di godere intima comunione con Dio. La Storia Sacra ce lo dimostra: i patriarchi furono pastori; così furono un Mosè, un Davide; Gedeone stava battendo il grano, ed Eliseo arando il campo, quando ebbero l'onore d'esser direttamente chiamati da Dio, o di ricevere le sue rivelazioni. Questi pastori ci offrono l'esempio edificante di uomini che sanno unire il fervore nel servizio divino all'attività e alla fedeltà nella loro terrestre vocazione. Impariamo dunque da loro che nessuno deve mangiare il pane della pigrizia; ma che ciascun uomo deve compiere la sua propria opera.

4. C'insegnino gli angeli a considerare nella sua vera luce la nascita di Cristo nostro Redentore. Essi ne ritenevan l'annunzio come quello di una grande allegrezza. Essi proruppero tutti insieme in un cantico di allegrezza a cagione di questa nascita come quella che glorificava Iddio nei luoghi altissimi, proclamava pace in terra, e dava potentemente a conoscere l'amor di Dio verso gli uomini. Crediamo con tutto il cuore in quell'amore di Dio per noi in Cristo; entriamo con umiltà e gratitudine in quella pace con Dio a noi assicurata per mezzo del Redentore; riceviamo la buona novella in modo ch'essa ci renda allegri e beati; e Cristo sia glorificato da noi sulla terra, finché ci sarà dato esser glorificati con lui in cielo in sempiterno!

5. Quanto son maravigliosi i contrasti che i pastori di Betlemme son chiamati a contemplare Il Signore di gloria, umile bambino; il Cristo, il Signore, debole neonato; il Figlio dell'Altissimo, avvolto in poveri cenci, coricato in una mangiatoia! Eppure non era forse questo un preludio d'altri contrasti altrettanto sorprendenti che dovevano qualificare tutta la vita successiva di Gesù sulla terra? l'infinito ed il finito, l'umano ed il divino, l'abbondanza ed il difetto, la morte e la vita 2Corinzi 8:9. L'istessa sua Chiesa, comprata col proprio sangue ed edificata da Cristo sulla terra, non è immune da contrasti analoghi.

6. È interessante l'osservare qual fosse l'effetto prodotto su diverse persone dal medesimo annunzio. Il popolo si maraviglia, ma non crede; la buona novella produce sorpresa, non fede nei loro cuori. Né il sentir parlare di Cristo colle orecchie, né il veder Cristo cogli occhi può operar fede che salvi senza la cooperante influenza dello Spirito Santo. I pastori eran pieni di gioia, credendo. Le lodi di Dio abbondavano nella lor bocca per avere udito gli angeli e veduto il fanciullino; ed avrebbero voluto far partecipo ognuno della loro contentezza. Erano tipi dei veri credenti, quando, per la prima volta, brillò nei loro cuori la luce dall'alto, dissipandone l'incredulità, facendo loro realizzare l'amore, la grazia e la potenza di quel Salvatore che è divenuto il loro proprio, e costringendoli dalla pienezza dei sentimenti del cuore, a gridare ad altri: «Venite, voi tutti che temete Iddio, e udito; io vi racconterò quello che egli ha fatto all'anima mia» Salmi 56:16. All'opposto Maria dice poco, ma serba tutte quelle parole in mente, a meditazione privata, e pesa ciascuna di esse nel cuor suo. Già precedentemente essa aveva fatto tesoro di meravigliosi detti intorno al prezioso fanciullo, ora v'unisce le parole dei pastori per conferirle più tardi con future scoperte che l'attendono. Maria è il tipo di quei cristiani sperimentati, i quali vedono la mano di Dio in tutti gli eventi, e incatenandoli successivamente, tracciano la via per la quale il Signore li conduce; che facendo, acquistano fiducia ognor più profonda nella saviezza, nella potenza, nell'amore di quell'Iddio, che «essi glorificano nei loro corpi e nei loro spiriti a lui appartenenti».

21 Luca 2:21-40. LA CIRCONCISIONE DEL BAMBINO GESÙ. LA PURIFICAZIONE DELLA MADRE VERGINE E LA PRESENTAZIONE DEL BAMBINO NEL TEMPIO. SIMEONE ED ANNA RICONOSCONO IL SIGNORE E PROFETIZZANO INTORNO A LUI

La circoncisione del bambino Gesù, Luca 2:21

21. E quando gli otto giorni, in capo dei quali egli doveva esser circonciso, furon compiuti,

Il giorno della circoncisione era generalmente giorno di gran festa ed allegrezza per gli Ebrei. Così, per la circoncisione di Giovanni Battista, vediamo i parenti e gli amici congratularsi e prender parte al consueto convito; ma l'Evangelista non fa menzione d'alcun sintomo d'esultanza quando vien circonciso colui che fu chiamato «l'uomo di dolori, coperto in languori». A quel che pare, la cerimonia si compiè privatamente quanto fu possibile. Il rito consisteva nel togliere il prepuzio onde impedire che le impurità, adunandosi sotto di esso, producessero il fatale carbonchio, detto anthrax, cosa facilissima in climi come quelli della Siria e dell'Egitto. Erodoto c'informa come l'uso della circoncisione esistesse tra i sacerdoti d'Egitto; onde è possibile che Abramo imparasse colà il modo d'amputazione; ma come rito sacro nel popolo d'Israele, esso fu stabilito da Dio stesso, ed imposto ad Abrahamo ed alla sua progenie come Regno e suggello del patto, col quale ora garantita a loro la promessa del Messia Romani 4:11. Fu quello l'ordinamento iniziativo nella Chiesa e l'esservisi sottoposto l'Uomo-Dio è prova innegabile ch'egli «fu sottoposto alla legge, affinché riscattasse coloro che eran sotto la legge» Galati 4:4-5; e che egli venne ad «adempiere ogni giustizia» Matteo 3:15. Riguardo a tutti coloro che subivano il rito, ciò significava che si consacravano al servizio del vero Dio, rinunziando a tutto ciò che è immorale ed impuro. Paolo descrive il sacramento del battesimo come «una circoncisione fatta senza mano» Colossesi 2:11, onde il fine spirituale di essa dove essere stato quello stesso che Pietro ascrive al battesimo: «non il nettamento delle brutture della carne, ma la domanda di buona coscienza appo Iddio» 1Pietro 3:21. Il rito della circoncisione veniva amministrato al bambino nell'ottavo giorno dopo la nascita, per precisa indicazione del Signore Genesi 17:12; Levitico 12:8; dunque, se non è legale l'amministrare ai 2 bambini il battesimo, che ha rimpiazzato l'antico ordinamento, si viene all'inevitabile conclusione che «il patto migliore, formato in su migliori promesse» Ebrei 8:6, è, per lo meno in questo, inferiore di molto al precedente, che da esso è stato abolito, Vedi nota Luca 1:59.

gli fu posto nome GESÙ, secondo che era stato nominato dall'angelo, innanzi che fosse conceputo nel ventre.

Opinasi che l'uso di imporre il nome al bambino al momento della circoncisione prevalesse fra gli Ebrei dal momento in cui fu stabilita la circoncisione e che il nome del patriarca Abramo fu cangiato in Abrahamo. Non più di sei persone son menzionate nella Bibbia, il di cui nome venne annunziato da Dio prima della loro nascita: Isacco, Ismaele, Iosia, e Ciro nel Vecchio Testamento; Giovanni il Battista e Gesù nel Nuovo. L'evangelista dà più peso all'atto di por nome al bambino, che a quello della circoncisione, inquantoché il primo era stato espressamente ordinato da Dio. Il dare al bambino il nome di GESÙ in ubbidienza al divino comandamento che Maria avea ricevuto dall'angelo e Giuseppe in sogno, non è meno un atto di fede per parte di quei due, che l'imporre il nome di Giovanni al Precursore. Bengel osserva che le parole innanzi che fosse ecc., esprimono eccellentemente il compiacimento del Padre nel Figliuolo, prima che questi assumesse l'umana natura, ed, in pari tempo, accennano che quel fanciullo in sé stesso (o per conto proprio), non abbisognava di circoncisione.

22 

La purificazione della Vergine e la presentazione al Tempio, Luca 2:22-24

22. E, quando i giorni della purificazion di quella furon compiuti, secondo la legge di Mosè,

Due sono i doveri notati in questo versetto e nei due seguenti, che dovevano essere adempiuti nella visita al tempio; uno spettava esclusivamente a Maria, l'altro esclusivamente al bambino; differivano affatto nel loro significato, ed importa assai il distinguerli. Non va pertanto taciuto che è quasi priva di autorità la parola quella, adottata dal Diodati insieme alla Vulgata ed alle versioni moderne in generale. I migliori MSS. e versioni hanno «la loro purificazione», associando così il marito alla moglie. In ogni caso, quella parola non può riferirsi a Gesù, poiché le madri, non i figli, erano soggetti a quella cerimonia di purificazione. Secondo quella legge la madre era separata dalla congregazione, come legalmente impura, per 40 giorni dopo la nascita d'un maschio, per 80 d'una femmina. Al termine del periodo prescritto, la madre doveva, prima d'essere riammessa alla congregazione, presentarsi al tempio ed offrire i sacrifizi ordinati alle donne in quello stato. Vero si è che Maria non aveva concepito in peccato, bensì «pel potere dello Spirito Santo»; ma essa non era esente dalle infermità della carne peccaminosa, e secondo la legge cerimoniale aveva contratto immondizia, in comune con tutte le donne in simili circostanze. Il sacrifizio richiesto aveva rapporto a lei soltanto, non già al bambino; che può dimostrarci simbolicamente che la donna cui la Chiesa Romana si compiace d'onorare come l'Immacolata, era impura agli occhi di Dio, a cagione della sua natura peccaminosa, ed abbisognava, come chiunque, di purificazione per mezzo del sangue espiatorio. Le offerte da presentarsi erano proporzionate ai mezzi dell'offerente: se in circostanze agiate, doveva offrire un agnello per olocausto ed un piccione e una tortora per sacrifizio per il peccato; se di povera condizione, bastavano due tortore o due piccioni.

portarono il fanciullo, in Gerusalemme, per presentarlo al Signore; 23. (Come egli è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio che apre la matrice sarà chiamato santo al Signore);

Questo dovere si riferiva esclusivamente a Gesù. Egli doveva essere presentato al Signore come primogenito di Maria, poiché Iddio esigeva che ogni primogenito d'uomini o di bestie, gli fosse consacrato, in tutto il paese d'Israele; e ciò per commemorare la misericordiosa liberazione concessa agli Israeliti nella notte in cui l'angelo li risparmiò mentre uccise tutti i primogeniti degli Egiziani Esodo 13:2. In epoca anteriore, il sacerdozio in ogni famiglia era uno degli onori riserbati al figlio maggiore; ma più tardi Iddio mise formalmente da parte dei sacerdoti pel servizio divino. Fu allorquando Israele era nel deserto che il Signore prescelse la tribù di Levi per accudire al culto nel Santuario, invece dei primogeniti, ed ordinò che fossero pagati 5 sicli d'argento a testa pel riscatto d'ogni primogenito, di quanti eccederebbero il numero dei Leviti Numeri 3:40-51. Iddio comandò inoltre che in avvenire fosse sempre pagata questa tassa per ogni primogenito Numeri 18:15-16, e che fosse contemporaneamente presentato il bambino nel tempio. Questa era la cerimonia che adempievano Maria e Giuseppe per Gesù, ed in ciò abbiamo una nuova prova ch'egli fu «sottoposto alla legge», e compiè «ogni giustizia». Chi più di Gesù Cristo aveva diritto d'essere esente da una simile ceremonia, egli, l'eterno Figliuol di Dio?

PASSI PARALLELI

Levitico 12:2-6

Esodo 13:2,12-15; 22:29; 34:19; Numeri 3:13; 8:16-17; 18:15

24 24. E, per offerrire il sacrificio, secondo ciò ch'è detto nella legge del Signore, d'un paio di tortole, o di due pippioni.

Levitico 12:6,8. I due obblighi che indussero Maria e Giuseppe a Gerusalemme sono uniti confusamente nei versetti Luca 2:22-24; ma il sacrifizio qui menzionato si riferisce unicamente alla purificazione della madre, Vedi nota Luca 2:22. La povertà di Maria e di suo marito è evidente, non potendo essa offrire, come avrebbe desiderato, l'agnello in olocausto. È questa una prova di più dell'umiliazione cui volle assoggettarsi Colui che, «essendo ricco, si è fatto povero per noi» 2Corinzi 8:9. Era inoltre provveduto in Levitico 5:11, al caso in cui l'offerente sarebbe stato troppo miserabile persino per sacrificare dei piccioni; ed allora poteva offrire la decima parte di un'efa di fior di farina; ma non essendovene menzione in Levitico 12: sembra certo che questo permesso non s'estendesse alle puerpere.

PASSI PARALLELI

Levitico 12:2,6-8; 2Corinzi 8:9

Osservazioni

l. Sarebbe uno sprecar tempo l'andare ricercando i motivi per i quali nostro Signore si sottomise alla circoncisione. Ci basti il rammentare che quella cerimonia fu una pubblica testimonianza ad Israele che Gesù ora Giudeo secondo la carne, fatto di donna Ebrea, e «sottoposto alla legge» Galati 4:4. Senza circoncisione egli non avrebbe soddisfatto alle esigenze della legge; non sarebbe stato riconosciuto come Figlio di Davide e discendente d'Abrahamo. Di più la circoncisione era necessaria per lui prima che potesse insegnare in Israele; senza di essa non avrebbe potuto sedere in nessuna assemblea legale, né aver diritto di celebrare alcuna cerimonia religiosa; senza di essa sarebbe stato considerato nulla più d'un Gentile incirconciso ed un apostata della fede dei suoi padri. La sottomissione di Cristo ad una cerimonia, di cui egli poteva fare a meno, ci sia una lezione utile nella vita quotidiana. Sopportiamo molto, anziché accrescere gl'impedimenti al progresso dell'evangelo, o danneggiare la causa di Cristo.

2. Al momento istesso in cui fu sottomesso a quel rito che simboleggiava lo spogliare il peccato, gli fu dato il nome di Gesù, scelto espressamente da Dio Matteo 1:21, e che significa «salvare il suo popolo dai suoi peccati» come per protestare, in quella circostanza istessa, che in lui non v'era nulla di peccaminoso da toglier via; ma che, all'opposto, egli era destinato a togliere i peccati altrui. Pur nondimeno, grande fu l'importanza di quell'atto cerimoniale per l'opera del Redentore; poiché, siccome colui che è, circonciso «è obbligato ad osservare tutta la legge» Galati 5:3, così il Salvatore circonciso portò, in tal modo, nella sua carne, il suggello d'un obbligo volontario di adempiere tutta la legge, legge che egli solo potrebbe adempiere nella carne a cagione della caduta dell'uomo. Ma inoltre, essendosi egli «sottoposto alla legge» Galati 4:4-5; 3:13, unicamente per redimere (dalla sua maledizione) coloro ch'erano sotto la legge, l'obbedienza alla quale era tenuto Gesù, era un'obbedienza redentrice ossia obbedienza d'un Salvatore. Di più, siccome solo col far se stesso maledizione per noi. Cristo ha potuto redimerci dalla maledizione della legge Galati 3:13, la circoncisione di Gesù deve esser considerata virtualmente come pegno di morte, come mallevadoria non solo d'obbedienza in generale, ma d'un'«obbedienza sino alla morte, perfino la morte della croce» Filippesi 2:8.

25 

Simeone ed Anna riconoscono in Gesù il Messia promesso, Luca 2:25-38

25. Or ecco, vi era in Gerusalemme un uomo, il cui nome era Simeone;

Nulla sappiamo intorno a quest'uomo pio, eccettuato il suo nome che era comunissimo fra gli Ebrei. Il tenore del vers. 26 ci fa credere che fosse d'età già avanzata, sebbene non siano indicati i suoi anni come quelli di Anna. Alcuni autori pretendono che Simeone fosse il figlio del famoso Hillel, capo d'una delle Scuole di Legge in Gerusalemme, e padre di quel Gamaliele ai piedi del quale Paolo sedette, che fu contemporaneo di Cristo, e presidente del Sinedrio sotto Tiberio, Caligola e Claudio. Altri ancora, scioccamente secondo noi, voglion dedurre dal vers. 32 ch'egli fosse Gentile, e, come tale, pronunziasse il suo discorso nel cortile dei Gentili. Amendue sono mere congetture

e quell'uomo era giusto

cioè esatto nell'osservare tutta la legge, per quanto è dato all'uomo di giudicare, e retto nel suo carattere morale.

e religioso

cioè d'animo e d'inclinazioni pie.

ed aspettava la consolazione d'Israele;

Era questo uno dei titoli dati al Messia promesso, ed in uso fra gli antichi Ebrei, perché egli era aspettato per sollevare la nazione dalle afflizioni sotto le quali gemeva. I profeti videro in lui la consolazione del popolo d'Israele Isaia 40:1; 49:13; 66:13; Aggeo 2:7,9. Fra gli Ebrei era comune questa formula di giuramento: «Come io spero nella consolazione d'Israele», e si dice che sia usata tuttora fra loro. Simeone, all'opposto della moltitudine che generalmente aspettava una liberazione terrestre e temporale, aveva ricevuto una qualche luce sul vero carattere del Messia. Sia per la conoscenza delle profezie, sia probabilmente per qualche rivelazione divina, egli stava aspettando allora appunto la sua venuta, con grande ansietà.

e lo spirito santo era sopra lui.

Così lo Spirito di profezia dopo aver abbandonata la Chiesa per quasi 400 anni, ora tornava a risvegliare le aspettazioni dei fedeli ed a prepararla a successivi eventi.

PASSI PARALLELI

Luca 1:6; Genesi 6:9; Giobbe 1:1,8; Daniele 6:22-23; Michea 6:8; Atti 10:2,22; 24:16

Tito 2:11-14

Luca 2:38; Isaia 25:9; 40:1; Marco 15:43

Luca 1:41,67; Numeri 11:25,29; 2Pietro 1:21

26 26. E gli era stato divinamente rivelato dallo Spirito Santo, ch'egli non vedrebbe la morte che prima non avesse veduto il Cristo del Signore

Il come gli fosse stato ciò rivelato non è detto. Iddio mandava le sue rivelazioni talvolta in sogno, talvolta in visione, talvolta per ispirazione, ossia illuminazione interna, ma in ogni caso in modo tale, da non lasciar dubbio veruno sulla sorgente divina di essa. In sostanza, era stato rivelato a Simeone che prima di morire cosa per lui non più remota, i suoi occhi contemplerebbero il Messia, cioè l'Unto del Signore. Questa rivelazione gli aveva fatto attendere con fiducia l'immediato apparire del Cristo, e probabilmente l'aiutò a riconoscere in Gesù il Salvatore. Bengel, alludendo alle due vedute indicate in questo versetto (vedere la morte, e vedere il Cristo), chiama questa «una dolce antitesi!»

PASSI PARALLELI

Salmi 25:14; Amos 3:7

Salmi 89:49; Luca 9:27; Salmi 89:48; Giovanni 8:51; Ebrei 11:5

Salmi 2:2,6; Isaia 61:1; Daniele 9:24-26; Giovanni 1:41; 4:29; 20:31; Atti 2:36; 9:20

Atti 10:38; 17:3; Ebrei 1:8-9

27 27. Egli adunque, per movimento dello sparito NELLO Spirito venne nel tempio;

(il haram o sacro recinto in generale). Lo Spirito Santo guidando colà i suoi passi, senza ch'egli ne fosse, consapevole, al tempo appunto in cui stavano per giungere Maria e suo marito. «Si noti una volta per sempre», dice Brown, «che ogni qualvolta si dice dei sacerdoti che entrano nel tempio (come in Luca 1:9, la parola sempre adoperata ò naos), è quella che denota l'edifizio, il tempio propriamente detto, nel quale nessuno poteva entrare se non i sacerdoti; e mai è usato questo vocabolo quando è detto che il nostro Signore, o chiunque altro non appartenente alla famiglia sacerdotale, entrava nel tempio; che in tal caso, la parola usata, è di più largo significato, e indica, tutto quello che era racchiuso nei sacri recinti».

e, come il padre e la madre (i genitori) vi portavano il fanciullo Gesù, per far di lui secondo al usanza della legge;

Non la circoncisione, già operata nell'ottavo giorno, mentre quello era almeno il 40esimo, ma la solenne presentazione di Gesù al Signore, come primogenito di Maria, ed il pagamento dei 5 sicli della tassa d'esenzione, Vedi note Luca 2:23, Luca 2:24. Simeone fu dunque il primo testimone dell'adempimento di queste profezie: «La scelta (il desiderio), di tutte le nazioni verrà, ed io empierò questa casa di gloria, ha detto il Signore»; e «L'Angelo del patto, il quale voi desiderate, verrà nel suo tempio» Aggeo 2:7; Malachia 3:1.

PASSI PARALLELI

Luca 4:1; Matteo 4:1; Atti 8:29; 10:19; 11:12; 16:7; Apocalisse 1:10; 17:3

Luca 2:41,48,51

Luca 2:22

28 28. Egli sel recò nelle, braccia, e benedisse Iddio, e disse:

Sempre guidato dallo Spirito, egli andò diritto al bambino, senza suggerimenti umani, e, presolo nelle braccia, versò la sua gratitudine e la sua gioia nel cantico seguente:

PASSI PARALLELI

Marco 9:36; 10:16

Luca 2:13-14,20; Luca 1:46,64,68; Salmi 32:11; 33:1; 105:1-3; 135:19-20

29 29. Ora, signore,

(Maestro). Questo vocabolo occorre di rado nel N. T. e, quando lo incontriamo. indica che la persona di cui si parla è assoluto padrone e proprietario delle persone o delle cose cui si riferisce, Vedi Atti 4:24; 2Timoteo 2:21.

ne mandi il tuo servitore in pace, secondo la tua parola; 30. Poscia che gli occhi miei han veduta la tua salute;

Lo Spirito aveva dichiarato a Simeone che egli non morrebbe finché non avesse veduto il Cristo, il Signore, e quella senza dubbio è la parola cui il vegliardo fa qui allusione. Un tanto privilegio aveva empito l'anima sua d'una pace sì completa, ch'egli non desiderava vivere più a lungo ed aspettava pazientemente che giungesse il momento destinato da Dio alla sua dipartenza. V'è perfetta corrispondenza fra questa parte del cantico e la promessa fattagli da Dio. La promessa era che «non vedrebbe la morte, che prima non avesse veduto il Cristo del Signore», e la sua preghiera è: «Ora, Signore, ne mandi il tuo servitore in pace, poscia che gli occhi miei hanno veduta la tua salute». Simeone in vero, vedendo Gesù, poteva dire che egli vedeva LA SALUTE; poiché tutte le promesse di redenzione si riferivano a lui e tutto le benedizioni della redenzione furono da lui accumulate. Ma v'è di più; era quella la salute di Dio (la tua salute) in quantoché Iddio Stesso ne formò il disegno e fece cooperare tutto le cose al suo adempimento Romani 3:22. Pressoché identica a questa è l'esclamazione del patriarca Giacobbe morente Genesi 49:18. Soli beati sono coloro i quali in un senso spirituale han veduto il Salvatore, ed han posto la loro fiducia in lui prima di lasciar questa vita. Quanti videro quel bambino, e più tardi videro pure l'uomo Cristo, eppur non riconobbero mai in lui la salvezza di Dio! Il pensiero espresso in questa circostanza da Simeone fu un atto di pura fede: fissando gli occhi sul bambino ch'ei teneva in braccio, «contemplò la sua gloria».

PASSI PARALLELI

Marco 9:36; 10:16

Luca 2:13-14,20; Luca 1:46,64,68; Salmi 32:11; 33:1; 105:1-3; 135:19-20

Luca 2:10-11; 3:6; Genesi 49:18; 2Samuele 23:1-5; Isaia 49:6; Atti 4:10-12

31 31. La quale tu hai preparata, davanti (davanti alla faccia) a tutti i popoli;

Il Diodati, dopo la parola «preparato», soggiunge: per metterla, ma queste parole non sono nell'originale greco, e non son punto necessarie alla chiarezza del senso. Nella religione pagana gli alti riti e dommi rimanevano profondi misteri per la moltitudine, mentre pochi iniziati ne facevano loro profitto. Ma la redenzione, la salute preparata da Dio vien proclamata pubblicamente, coram populo, affinché Greco e Giudeo, circonciso ed incirconciso, Barbaro e Scita, servo o franco, possano vederla ed avervi parte. Bengel opina che le parole di Simeone: «Davanti alla faccia di tutti i popoli», si debbano riferire alla presentazione di Gesù nel tempio, presentazione che avveniva in quel momento stesso, perché essendo Gerusalemme la sede della teocrazia, ed il tempio l'abitazione terrestre di Jehova, nessun atro luogo era più adatto per mettere in evidenza la luce divina. In quanto al fatto storico, si è appunto da Gerusalemme che quella luce si sparse su tutte le nazioni, dopo l'ascensione di nostro Signore Luca 24:47. Più soddisfacente però ci sembra la spiegazione che si trova, nelle profezie relative all'universalità del regno del Redentore; come pure nell'aspettativa dominante in tutto il mondo allora conosciuto, al tempo della nascita di Gesù, quella cioè d'un personaggio che doveva apparire ad esercitare giusto dominio su tutta la terra.

PASSI PARALLELI

Salmi 96:1-3,10-13; 97:6-8; 98:2-3; Isaia 42:1-4,10-12; 45:21-25

Isaia 62:1-2

32 32. Luce da illuminare le genti, e la gloria del tuo popolo Israele.

Su questo versetto un antico teologo osserva: «I sapienti rimarcano che, il cantore, di quest'inno nomina prima i Gentili, quindi i Giudei, che egli fa imperocché la conversione dei Giudei a Cristo non avrà luogo "finché la pienezza de' Gentili sia entrata"» Romani 11:25. Un paragone fra il cantico di Zaccaria e quello di Simeone, riesce tutto a favore di quest'ultimo, perché più largo di vedute, ed affatto esente di egoismo e di esclusivismo nazionale. Zaccaria fa suo «il corno della salute nella casa di Davide» Luca 1:69, come se i benefizi da quello recati fossero esclusivamente destinati alla nazione giudaica; Simeone invece ricorda le promesse delle antiche profezie Salmo 87:4-5; Isaia 19:18-25; 42:6-7; 49:6-10; Malachia 1:11, e proclama che i Gentili aveano, in comune coi Giudei, un grande interesse in questo bambino, come essendo «la salute di Dio». Il progresso nella rivelazione di questa salute, che si nota tra le parole del primo di questi due uomini ispirati a quelle del secondo, costituisco una parte della preparazione divina di quella dinanzi a tutte le genti. Gli Ebrei carnali agognavano il momento in cui, col loro Messia alla testa, distruggerebbero i Gentili senza misericordia. Quelli fra loro che aspettavano la consolazione d'Israele, sapevano dalle profezie come i Gentili dovevano aver parte alle benedizioni del regno del Messia, ma supponevano che ciò non avrebbe il suo compimento se non quando i pagani avrebbero abbracciato il giudaismo e si fossero sottomessi alle cerimonie levitiche; invece le parole poste dallo Spirito Santo sulle labbra di Simeone suonano vera libertà. Gesù Cristo veniva per portar la sua salute tanto ai Gentili come Gentili, quanto ai Giudei. Ai primi, immersi nelle tenebre dell'ignoranza, dell'idolatria, della miseria e del vizio, egli doveva apparire come «Luce ad illuminare le genti», qual «Sole di Giustizia» penetrante negli antri più oscuri della lor prigione, qual Liberatore che spezza le catene dei prigioni e dei captivi Isaia 42:7; 61:l; mentreché per il vero Israele, che già ne aveva veduta l'alba nelle Sacre Carte, ed aspettava che sorgesse quella Luce in tutta la sua pienezza, egli veniva ad appagare le loro lunghe brame, e compiere le promesse divine, a dominare il loro Apocalisse Salvatore, in una parola ad essere la loro «corona di gloria».

PASSI PARALLELI

Isaia 9:2; 42:6-7; 49:6; 60:1-3,19; Matteo 4:16; Atti 13:47-48; 28:28

Romani 15:8-9

Salmi 85:9; Isaia 4:2; 45:25; 60:19; Geremia 2:11; Zaccaria 2:5; 1Corinzi 1:31; Apocalisse 21:23

33 33. E Giuseppe, e la madre d'esso, si maravigliavano delle cose che eran dette di lui.

La loro maraviglia non derivava né da mancanza di fede, né dalla sostanza del discorso di Simeone, quanto dalla armonia straordinaria di testimonianze sullo stesso soggetto provenienti da tanti lati diversi, come: l'annunzio di Gabriele a Maria, il sogno di Giuseppe, il messaggio recato ai pastori di Betlemme, ed ora finalmente la dichiarazione di Simeone.

PASSI PARALLELI

Luca 2:48; 1:65-66; Isaia 8:18

34 34. E Simeone li benedisse

probabilmente i soli genitori. Siccome Paolo dice Ebrei 7:7 che, «fuor d'ogni contradizione, ciò che è minore è benedetto da ciò che è più eccellente», non possiamo supporre che Simeone pretendesse benedire Gesù in modo autorevole, ma se benedì il bambino, lo avrà fatto nel medesimo spirito in cui noi benediciamo Iddio, secondo il modo di parlare delle Scritture, quando gli rendiamo grazie e lodi.

e disse a Maria, madre di esso: Ecco, costui è posto per la ruina, e per lo rilevamento di molti in Israele;

Il vocabolo significa una caduta qualsiasi, con possibile rialzamento ed altresì rovina. Evidentemente queste parole si riferiscono a due passi di Isaia 8:14-15; 28:16, e di questi troviamo un commento ispirato dell'Ep. 1Pietro 2:6-8 che merita studio accurato. Senza dubbio, Dio nel suo amore, «ha mandato il Figlio nel mondo, acciocché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» Giovanni 3:16; ma a cagione dell'inimicizia ed avversione del cuore naturale, che s'oppone al piano misericordioso d'Iddio, e rigetta colui che lo vuol salvare, moltitudini sono cadute, e volontariamente hanno attirato sopra sé stesse la rovina e la morte; mentre da un'altra parte, per grazia di Dio, moltitudini immerse nella colpa e nella disperazione, schiavi del peccato, sono state rialzate dal fango, per mezzo di Cristo, al grado di «figli di Dio». Nei giorni del Salvatore, molti aspettavano un re temporale, ma, rimasti delusi, presero scandalo di Cristo; altri furono troppo orgogliosi per accettare una salute da lui offerta, poiché sembrava loro umiliante; altri ancora amarono le tenebre più che la luce» Giovanni 3:19, e perseguitarono colui che disturbava la loro pace. Di simil gente Gesù Cristo divenne «la ruina», unicamente perché essi lo rigettarono. «Non vollero andare a lui acciocché avessero la vita» Giovanni 5:40. Così nell'andar dei secoli, per gl'istessi motivi, Cristo, che è «la vita», diviene occasione di «rovina» a molti in ogni età. Perciò egli disse: «Se io non fossi venuto e non avessi parlato, essi non avrebbero peccato (cioè non avrebbero a render conto del peccato che consiste nell'avermi rigettato); ma ora non hanno scusa alcuna del loro peccato» Giovanni 15:22. Ma a molti altri invece Cristo è occasione «di rilevamento». Egli risuscita per mezzo della sua parola e del suo Spirito coloro che «son morti nei falli e peccati», ad una vita di giustizia, abilitandoli a credere in lui come essendo la perfetta giustizia di Dio; egli li innalza ad uno stato di giustificazione, di santità progressiva e finalmente per la gloriosa risurrezione alla felicità eterna. Non dobbiamo però supporre che questa «ruina e rilevamento» debbano ambedue necessariamente effettuarsi nel medesimo individuo, quantunque ne abbondino gli esempi quello notevole di Pietro fra gli altri. Non si deve così limitare il senso. Queste parole adunque c'insegnano che siccome molti andranno in perdizione per non aver voluto credere nel Salvatore, così molti miseri peccatori troveranno in lui perdono, gioia e vita eterna.

e per segno al quale sarà contradetto;

Per segno si dove qui intender qualche cosa non solo messa in evidenza, ma fatta inoltre oggetto di bersaglio, segnale all'opposizione o alla contradizione, Confr. Giobbe 16:12. Come si compiesse mirabilmente questa predizione relativamente alla persona, al carattere, alle dottrine ed ai miracoli di Cristo non fa d'uopo dimostrarlo a chi è un tantino famigliare colla storia degli Evangeli, e con quella susseguente della sua chiesa fedele, «vestita di sacchi» Apocalisse 11:3. Durante il suo pubblico ministerio Gesù, disprezzato, rigettato, maltrattato, ebbe «a sostenere la contradizione dei peccatori»; la sua religione fu segno ai dardi velenosi degli increduli e degli scettici; bersaglio dei cattivi, degli iniqui e dei profani, e quanto più stretti sono i vincoli che uniscono i credenti a Cristo, e quanto più fedelmente essi seguono le sue tracce, tanto più veementi sono l'odio, le derisioni, le persecuzioni con cui son presi di mira. «Se il mondo vi odia», disse Cristo, sappiate ch'egli mi ha odiato prima di voi» Giovanni 15:18.

PASSI PARALLELI

Genesi 14:19; 47:7; Esodo 39:43; Levitico 9:22,23; Ebrei 7:1,7

Isaia 8:14-15; Osea 14:9; Matteo 21:44; Giovanni 3:20; 9:29; Romani 9:32; 1Corinzi 1:23

2Corinzi 2:15; 1Pietro 2:7

Atti 2:36-41; 3:15-19; 6:7; 9:1-20

Salmi 22:6-8; 69:9-12; Isaia 8:18; Matteo 11:19; 26:65-67; 27:40-45,63

Giovanni 5:18; 8:48-52; 9:24-28; Atti 4:26; 13:45; 17:6; 24:5; 28:22

1Corinzi 1:23; Ebrei 12:1-3; 1Pietro 4:14

35 35. (E una spada trafiggerà a te stessa l'anima);

Una spada non potendo trafiggere un'anima, l'espressione figurata denota dolore, angoscia. Fra i primi autori cristiani, alcuni videro in queste parole una predizione di martirio, ed affermarono che s'era compiuto alla lettera in Maria; ma siffatta storia non ha base autentica, ed è in opposizione diretta colla credenza generale in corso a quei tempi, cioè che Maria, morisse di morte naturale. Perché considerare la parentesi come se si riferisse alla sua morte? Maria doveva esser «benedetta fra le donne»; ma non poteva rimanere immune dalle lotte e dai dolori cui, per quel bambino, essa andava incontro. Quella spada, essa la doveva sentire nel vedere l'odio e la persecuzione che Cristo avrebbe a sopportare nel suo pubblico ministero, se non prima nell'esser testimone della sua reiezione, della sua condanna e delle sue crudeli sofferenze in sulla croce: nel dover reprimere i suoi affetti materni dopo la risurrezione, ed imparare a non conoscere più Cristo «secondo la carne»; nella sua desolata situazione dopo l'ascensione di Cristo, e probabilmente (a giudicar dalla posizione che questa clausola occupa nel discorso di Simeone), nelle terribili alternative di fede e di dubbio, di speranze e di timori riguardo al proprio figlio quel suo Salvatore, per le quali essa dovea passare, sperimentando così nell'anima sua la ruina e il rilevamento cui Simeone allude.

acciocché i pensieri di molti cuori sieno rivelati.

Tolta la parentesi relativa a Maria, queste parole seguono il versetto 34. L'accoglienza che quel bambino ricevè da coloro che l'udirono durante il suo soggiorno terrestre e che egli riceve tuttora da coloro a cui egli è offerto dallo Spirito Santo per mezzo della predicazione dell'evangelo, è il vero criterio dello stato dei loro cuori. «Che vi pare egli del Cristo!» è la domanda critica. Dal ricevimento che si dà a Cristo, dalla stima in cui lo si tiene, vedrassi se il cuore è tuttora morto e carnale, o risvegliato e rigenerato. Maria, di Betania «e la donna peccatrice» ricevettero il Salvatore con avidità come «portando la bandiera fra diecimila, come uno che è tutto amorevolezze» Cantico 5:10,16. Il giovine ricco invece gli preferì le ricchezze. In quanto ai Giudei, la nazione intera professava d'onorare il Padre, ma l'accoglienza fatta al Figlio sarebbe la prova di quanto fossero sinceri. Si dicevano figli di Abrahamo, il quale «vide il giorno di Cristo e se ne rallegrò» Giovanni 8:56; ma dal modo in cui l'accolsero si sarebbe veduto se fossero «figli delle promesse». Sebbene sia cosa difficilissima accertarsi del vero carattere degli individui, la buona novella presentata fedelmente è un buon mezzo per conoscerlo.

PASSI PARALLELI

Salmi 42:10; Giovanni 19:25

Luca 16:14-15; Deuteronomio 8:2; Giudici 5:15-16; Matteo 12:24-35; Giovanni 8:42-47; 15:22-24

Atti 8:21-23; 1Corinzi 11:19; 1Giovanni 2:19

36 36. Vi era ancora Anna profetessa

Questa donna aveva lo stesso nome della madre di Samuele 1Samuele 1:2. Il titolo di profetessa non può esserle stato dato unicamente per le parole riferita al vers. 38; ma le venne probabilmente da altri e frequenti discorsi pronunziati precedentemente per ispirazione divina, onde essa fu messa nel numero delle sante donne che istruivano il popolo intorno alla volontà di Dio.

figliuola di Fanuel della tribù di Aser;

Cosa strana che il nome del padre, anziché del marito, sia notato! Il territorio della tribù d'Aser sembra corresse da Dor, a mezzogiorno del Carmelo, verso il Nord fino a Sidon, abbracciando una regione ridente ed ubertose, ma piuttosto stretta che si estendeva dal Mediterraneo fino alle falde del Libano. Quanto s'internasse nella regione montuosa, non potrà determinarsi fino a nuove scoperte sulla posizione di città nominato Giosuè 19:24-31, come confini della tribù. Chiunque prende interesse all'esatto compimento delle profezie, osservi come le predizioni di Giacobbe e di Mosè coincidono colla storia di Aser, quando le famiglie della tribù furono stabilite nelle loro terre, e si mischiarono coi Fenici, Cf. Genesi 49:20; Deuteronomio 33:24; Giudici 5:17. Gran numero degli Aseriti rimasero nel paese quando gli Israeliti furon trasportati in Assiria 2Re 17:20, e dopo il ritorno dei Giudei dalla cattività di Babilonia essi fecero lega colle tribù di Giuda e di Beniamino. Quantunque nissuna delle 10 tribù d'Israele tornasse per intiero, molte famiglie di diverse tribù tornarono con quelle di Giuda e di Beniamino, talché i loro conduttori poterono ricostituirle, ed Aser era fra le tribù in quel modo ricostituite in questi versetti abbiamo la prova che gli Aseriti custodivano gelosamente le loro genealogie e le conoscevano bene, fino al tempo in cui venne il Silo. Infatti la distinzione fra tribù e tribù fu mantenuta per tutta quell'epoca che intervenne fra il ritorno di Babilonia e la distruzione di Gerusalemme per i Romani, quando tutti i registri nazionali furono bruciati o distrutti.

la quale era molto attempata, essendo vissuta sette anni col suo marito dopo la sua verginità; 37. Ed ora vedova d'età d'intorno ad ottantaquattro anni;

Un gran numero di commentatori vogliono che gli ottantaquattro anni siano l'intiera età della donna e non la durata della sola sua vedovanza; ma l'evidente continuità della descrizione in questi due versetti e la separazione chiara e distinta degli incisi sett'anni col suo marito, e ed era vedova di non meno che ottantaquattr'anni, non ci permettono di dubitare che essa era vedova da 84 anni. Pare che l'Evangelista abbia voluto dividere la di lei vita in tre epoche: la sua verginità o fanciullezza, che non oltrepassò il 13simo o il 15simo anno, età in cui una ragazza poteva legalmente contrarre matrimonio; il suo stato matrimoniale che durò sette anni, e la sua vedovanza durata ottantaquattro anni. Secondo questo calcolo essa avrebbe raggiunto l'età non comune di 104 anni, ciò che giustifica l'espressione «molto attempata», espressione che non viene applicata a Simeone, benché egli fosse probabilmente già ottantenne. Per qualunque opinione propenda il lettore, questo fatto è menzionato affin di provare che Anna era vedova davvero 1Timoteo 5:5; che s'era serbata fedele al defunto marito cui fu unita in età al giovanile, e che, invece di rimaritarsi, aveva consacrato il suo cuore e tutto il suo tempo a Dio, e all'esercizio di religiose virtù. «Una donna giovine orbata del marito», dice Kitto, «la quale restasse vedova per la vita, era tenuta in grande stima presso i Giudei».

37 e non si partiva mai dal tempio, servendo a Dio, notte e giorno, in digiuni ed orazioni.

Alcuni suppongono che essa avesse stanza nei cortili del tempio, vivendo in un asilo di carità, mantenuta colla casca dei poveri; oppure che ivi le fosso appositamente destinata un'abitazione come profetessa, onde potessero consultarla coloro che desideravano istruzione religiosa. Altri intendono dalle parole «non si partiva mai dal tempio» che la pia vedova mai era assente alle ore della preghiera o di qualsiasi altro servizio religioso; e che in ogni occasione di far bene, prendeva parte attiva, non curando le infermità dell'età sua avanzata, mentre altri più giovini di esse, se ne dispensavano con iscuse e proteste puerili. Oltre di ciò dava gran parte del suo tempo a privata adorazione e meditazione, non solo di giorno ma puranco di notte; benché dubitiamo assaissimo che in quest'ultimi servigi dobbiamo includere con Brown, persino i servigi dei ministri o guardie notturne Salmi 130:6; 134:1-2. Anna corrisponde a pennello col ritratto della vedova vera, fatto da S. Paolo 1Timoteo 5:5,9. Libera da ogni altro dovere sociale, essa poteva, senza biasimo, consacrare alla preghiera ed ai digiuni molto più tempo di quello che altri deve impiegarci, in circostanze e posizioni diverse.

PASSI PARALLELI

Esodo 15:20; Giudici 4:4; 2Re 22:14; Atti 2:18; 21:9; 1Corinzi 12:1

Genesi 30:13

Apocalisse 7:6

Giobbe 5:26; Salmi 92:14

Esodo 38:8; 1Samuele 2:2; Salmi 23:6; 27:4; 84:4,10; 92:13; 135:1-2; Apocalisse 3:12

Salmi 22:2; Atti 26:7; 1Timoteo 5:5; Apocalisse 7:15

38 38. Ella ancora, sopraggiunta (piuttosto stando vicina o avvicinatasi) in quell'ora, lodava il Signore,

Essa era rimasta nel cortile del tempio mentre Simeone parlava, ed avvicinandosi ai genitori quando egli finiva il suo discorso, continuò a lodare il Signore per il tanto sospirato avvenimento del Messia.

e parlava di quel fanciullo a tutti coloro che aspettavano la redenzione in Gerusalemme.

Le parole «in Gerusalemme» si connettono al verbo «aspettavano» e, non alla «redenzione»; vale a dire, essa parlava a tutti coloro che, vivendo in Gerusalemme aspettavano la venuta del Messia. Alcuni critici moderni preferiscono la redenzione di Gerusalemme, ma l'autorità dei MSS. che invocano è molto dubbia. Nonostante la miseranda decadenza religiosa in quel tempo, che attirò su tutte le classi il severo giudizio di Giovanni il Battista, Iddio s'era riserbato un picciol resto in Israele, e fra gli altri, eranvi alcuni uomini devoti in Gerusalemme i quali avean dedotto dagli scritti profetici che la venuta del Messia non poteva esser molto remota; ed aspettavano sospirando quella bramata salute, molto più desiderabile della liberazione dal giogo romano. Suppose taluno che quelle cerimonie di purificazione e presentazione al tempio fossero state compiute nel tempo del sacrifizio mattutino o vespertino; ciò che avrebbe offerto ad Anna l'occasione di parlare a quei devoti adoratori nel cortile del tempio; ma è più probabile che essa li andasse a cercare nelle loro dimore, per parlar loro del divino fanciullo, dopo ch'egli fu tornato a Betlemme.

PASSI PARALLELI

Luca 2:27

Luca 2:28-32; 1:46-56,64-66; 2Corinzi 9:15; Efesini 1:3

Luca 2:25; 23:51; 24:21; Marco 15:43

RIFLESSIONI

1. L'idea che Simeone aveva concepita del Messia, della sua missione, del suo carattere, del suo regno, era non solo assai più larga di quella che s'eran fatta i Giudei; ma più chiara ed accurata di quella che n'ebbero gli Apostoli stessi fino al giorno della Pentecoste, in cui ricevettero il Paracleto. Egli vede, è vero, il regno del Messia tendere specialmente a render gloriosa la sua nazione: ma lo vede altresì estendere i suoi benefizi ai pagani; e crede che la vera Luce illuminerà e Gentili, e Giudei. Prima di Simeone gli angeli soli accennarono ad una salute preparata per tutti i popoli. Se consideriamo quanto gelosamente gli Ebrei s'appropriassero tutto le speranze e tutte le glorie connesse col regno del Messia, vedremo con evidenza come a Simeone fu dato di penetrare a fondo il senso delle divine profezie, giungendovi probabilmente colla preghiera ed un accurato studio di esse.

2. Quelle parole «costui è posto per la ruina e per lo rilevamento di molti in Israele» non sono applicabili soltanto ai Giudei individualmente (come pure ai Gentili), ma contengono un epitome della storia della nazione intiera. Simeone credeva che, per mezzo della fede, Israele sarebbe in ultimo glorificato nel Messia; ma prevedeva pure che, in prima, il Redentore sarebbe loro «una pietra d'intoppo» sulla quale cadrebbero, per rialzarsi alla fine. Noi pure giungiamo a simile convinzione, seguendo l'istessa via, pregando cioè, e studiando le Sante Scritture sotto la direzione dello Spirito Santo. Cadde Israele, ma si rialzerà; non solo questo, ma cadde appunto affin di rialzarsi poi Romani 11:17-29. Quel Gesù stesso, il quale essi crocifissero, sarà loro rivelato un giorno con una tal gloria, che dovranno «riguardare a Colui che han trafitto», e far cordoglio e convertirsi Zaccaria 12:10; cadrà dai loro cuori il velo 2Corinzi 3:14-16, e si diletteranno nel Signore.

3. Star pronto, nella giuliva certezza della propria salute, ed accogliere la morte come un messo del suo Padre amorevole è privilegio di ogni vero credente. Ma che cosa rende l'uomo mortale capace di dire: «Ora, Signore, ne mandi il tuo servitore in pace», come disse Simeone? Chi lo libera dal terrore della morte? chi toglie a questa il suo dardo? Non certamente la stanchezza di vivere o di soffrire, né l'indifferenza ai piaceri del mondo, perché non si può più goderne; solo una fede vivente e ferma, che afferra un Salvatore invisibile ma presente, e che si affida appieno nelle promesse d'un Dio invisibile ma fedele, può produrre un così bel risultato. Quella fede è «il dono di Dio»; andiamo a lui e chiediamogliela.

4. Sta scritto di Simeone che «lo Spirito Santo era sopra lui», e ciò molto tempo avanti l'ascensione del Signore ed il fatto glorioso della Pentecoste. Non dimentichiamo adunque che i fedeli dell'Antico Testamento furono ammaestrati dallo Spirito così effettivamente come quelli che crederono dopo la promulgazione dell'evangelo, sebbene fosse la misura loro concessa minor che a noi.

5. Le sofferenze di Maria sono intimamente connesse a quelle del suo Figliuolo. L'esser egli ferito fu quello che la ferì, il colpo che cadde su di lui fu quello che spinse la spada attraverso il di lei cuore. Simili legami uniscono il vero credente al suo Salvatore. La felicità dei suoi fedeli è così cara a Gesù che chiunque li affligge, chiunque nuoce al minimo di essi, offende lui stesso. «Chi li tocca, tocca la pupilla dell'occhio suo». Essi, al loro turno, dovrebbero essere così sensibili a tutto ciò che tocca il suo onore, la sua causa, il suo regno sulla terra, che tutto quello che fa loro torto o danno, dovrebbe svegliare nei loro cuori un vivo dolore.

6. Anna s'era maritata nella prima giovinezza ed aveva vissuto onoratamente col suo compagno, finché Dio glielo tolse. Forse quell'afflizione in età sì giovanile aveva influito per condurla a dare il suo cuor al Signore. A ogni modo non puossi trarre davvero argomento dal caso suo, per dedurre che il celibato sia uno stato più perfetto e renda l'uomo più atto al servizio di Dio. Paolo qualifica il divieto del matrimonio di «dottrina diabolica» 1Timoteo 4:1-3; commenda lo stato d'una vedova sperante in Dio 1Timoteo 5:5; ma comanda alle giovani vedove che non erano contente di rimanere in tale stato servendo al Signore, di contrarre nuovo matrimonio 1Timoteo 5:14.

7. Chiunque ha Cristo nel cuore, uomo o donna che sia, non potrà fare a meno di parlarne ad altri, come Anna. «La bocca parla di ciò che soprabbonda nel cuore» Matteo 12:34; Salmi 66:16; Malachia 3:16.

39 Luca 2:39-52. RITORNO IN GALILEA. IL FANCIULLO GESÙ VISITA IL TEMPIO. LA SUA ADOLESCENZA A NAZARET

39. Ora, quand'ebber compiute tutte le cose che si convenivano fare secondo la legge del Signore, ritornarono in Galilea, in Nazaret, lor città.

Vi sono nel Capo 2 di Matteo parecchi incidenti della fanciullezza di Gesù, di cui Luca non fa menzione, come: la visita dei magi, la strage degli innocenti a Betlemme, e la fuga in Egitto. Dal testo che abbiam sott'occhio si potrebbe inferire che la famiglia tornasse a Nazaret subito dopo che quelle cerimonie furono compiute nel tempio. Dobbiamo noi perciò supporre che i fatti narrati da Matteo avvenissero avanti la presentazione, cioè nei 40 giorni a datare dalla nascita del bambino? Contro quest'opinione, sostenuta da alcuni, sorgono difficoltà molto gravi. Se dall'una parte la presentazione avesse avuto luogo dopo la visita de' magi, cioè mentre ferveva ancora violenta la rabbia nell'animo d'Erode, ciò sarebbe stato esporre ad immenso pericolo la vita del fanciullino; dall'altra parte, se supponiamo che queste cerimonie del tempio sieno state rimandate fin dopo il ritorno dall'Egitto, non solo sarebbe stato trascorso da molto tempo il periodo fissato dalla legge per la purificazione di Maria, ma il rischio al bambino, nell'esser portato a Gerusalemme, non sarebbe stato minore per parte di Archelao che per parte di Erode suo padre. Assai più agevole il supporre che la presentazione al tempio procedesse la visita dei magi, e gli eventi che di questa furono la conseguenza. Se si ricorda che nessuno degli Evangelisti pretese scrivere una biografia compiuta di Gesù Cristo, il fatto che Luca passa subito dal racconto della sua presentazione a quello del ritorno in Galilea indica, o che le notizie dettagliate che egli avea potuto raccogliere intorno all'infanzia del Salvatore cessano colla presentazione, e che egli passa ora a fatti storici più generali; o che egli non giudicò l'inserzione di questi fatti necessaria al suo racconto. In ogni modo, non contradice menomamente la narrazione di Matteo, né esclude la possibilità che altri fatti sieno accaduti nel frattempo. In tutti gli storici concisi accade, come in questo caso, che eventi realmente distanti fra loro, appaiono connessi a motivo della omissione dei fatti particolari avvenuti nel frattempo. Pare che Luca ne avesse l'abitudine. Così in Luca 24:50, si direbbe che l'ascensione di Gesù sia avvenuta nello stesso giorno in cui egli apparve ai suoi discepoli, cioè il giorno della sua risurrezione; eppure l'Evangelista ci narra Atti 1:3, che fra quei due fatti trascorsero 40 giorni. Un altro esempio ne abbiam in Atti 9:26, ove Luca unisce due circostanze della vita di Paolo, accadute a tre anni di distanza, cioè la sua conversione ed il suo ritorno a Gerusalemme, semplicemente perché non gli è sembrato necessario menzionare come Paolo impiegasse quell'intervallo predicando in Arabia Galati 1:18,13. Se non avessimo alcuna notizia del periodo intermedio, ne inferiremmo che la famiglia andò direttamente da Gerusalemme a Nazaret; ma Luca non lo asserisce. Questo è uno dei punti sui quali gli Armonisti, colle loro conciliazioni arbitrarie fra la narrazione di Matteo e quella di Luca, hanno dato presa ai nemici della fede. Ciò che si può inferire indubbiamente dai due racconti si è, che sono affatto indipendenti uno dall'altro. Se Luca avesse veduto l'Evangelo di Matteo o viceversa, le varianti sarebbero intieramente inesplicabili. Si osservi che scrivendo essi in modo affatto indipendente l'uno dall'altro, Matteo ha omesso i primi avvenimenti accaduti in Nazaret, le circostanze che condussero Giuseppe e Maria a Betlemme e la presentazione al tempio; che invece Luca ha omessa la visita dei magi, la strage di Betlemme e la fuga in Egitto, ma ambedue sono pienamente d'accordo nell'essenziale, cioè nella miracolosa concezione e nella natività di Gesù Cristo.

PASSI PARALLELI

Luca 2:21-24; 1:6; Deuteronomio 12:32; Matteo 3:15; Galati 4:4-5

Luca 2:4; Matteo 2:22-23

40 40. E il fanciullo cresceva, e si fortificava in ispirito, essendo ripieno di sapienza; e in grazia, di Dio era sopra lui.

In questo breve cenno l'Evangelista racchiude un periodo di undici anni della vita di Gesù fanciullo, e con brevità proporzionalmente anche maggiore (se si eccettua il primo viaggio di Gesù al tempio) passa sopra gli altri diciotto della sua vita privata Luca 2:51-52. Ma per quanto difettino di dettagli dobbiamo molto a Luca per le interessantissime notizie che ci dà, poiché gli altri Evangelisti non fanno nemmeno menzione di questo periodo. Fra i molti pseudo-evangeli che circolarono nei quattro primi secoli, alcuni pretesero supplire alle lacune di Luca. Due di quelli esistono tuttora ed hanno per titolo Evangelo dell'infanzia. Essi ascrivono a Gesù bambino continui miracoli, frivoli e puerili, operati prima dalle vesti ch'egli portava, dall'acqua ove si lavava, quindi da lui stesso. Citeremo un esempio delle assurdità che contengono: Gesù va a divertirai con altri bambini del villaggio, si mettono a far degli uccellini di argilla; ma Gesù supera i compagni in abilità, perché comanda ai suoi uccellini di volare. Qual contrasto fra simili fiabe e la semplicità, naturalezza e coerenza di tutto ciò che registrano gli Evangelisti intorno al Salvatore! Dalla descrizione di Luca risulta che Gesù fu perfetto nella sua natura umana come in quella divina. Egli crebbe corporalmente, come qualunque altro fanciullo sano e robusto, e lo sviluppo delle facoltà mentali fu in lui proporzionato a quello del corpo. Altrettanto ci fu già detto dell'infanzia di Giovanni Battista Luca 1:80; ma Luca aggiunge che, come dono eccezionale, Gesù era pieno di sapienza; cioè la sua sapienza era straordinaria per l'età sua. Ciò non indica punto ch'egli fosse giunto, da bambino, alla misura di sapienza cui può giungere un uomo fatto, perché al vers. 52; Troviamo ulteriore progresso nel suo sviluppo; senza mentovare che l'idea d'infanzia suggerisce da sé che le sue conoscenze dovevano esser relative. L'ultimo inciso di questo verso espone l'idea che il bambino Gesù si distingueva fra tutti gli altri fanciulli per i doni e le grazie, dimodoché doveva essere evidente a tutti che egli era particolarmente favorito da Dio. Ciò deve incoraggire i bambini a chiedere al Signore la saviezza e le grazie con cui possano rassomigliare a Gesù bambino. Tutto in questo verso si riferisce all'umanità di Gesù Cristo. Un attento esame convincerà facilmente il lettore di quanto il racconto ispirato sia in opposizione coll'eresia dei Doceti (un ramo degli Gnostici), i quali insegnavano che Gesù esisteva solo in apparenza e non in realtà, alcuni dicendo che il suo corpo era una mera illusione, altri affermando che quel corpo era una sostanza celeste, la quale poi si risolvette negli stessi eterei elementi. Come conseguenza naturale di questa dottrina, insegnavano che Cristo non è morto e che gli uomini non sono redenti dal suo sangue.

PASSI PARALLELI

Luca 2:52; Giudici 13:24; 1Samuele 2:18,26; 3:19; Salmi 22:9; Isaia 53:1-2

Luca 1:80; Efesini 6:10; 2Timoteo 2:1

Luca 2:47,52; Isaia 11:1-5; Colossesi 2:2-3

Salmi 45:2; Giovanni 1:14; Atti 4:33

41 

Gesù bambino nel Tempio Luca 2:41-52

41. or suo padre e sua madre

Il greco dice: i suoi genitori. Nehemia inferiamo che Giuseppe fosse allora sempre in vita; ma da quell'epoca in poi, non lo vediamo più nominato nella storia dell'evangelo, a meno che concludiamo da Matteo 13:55 ch'egli vivesse ancora quando Gesù fece una seconda visita a Nazaret. Però le parole di Marco 6:3 sembrano contrarie a questa supposizione: generalmente si crede che egli morì prima che il Signore cominciasse il suo pubblico ministerio. In questi ultimi anni il partito oltramontano della Chiesa romana si è messo ad esaltare Giuseppe come il grande protettore della Chiesa. È dunque utile notare che dopo il suo ritorno a Nazaret Luca 2:51, non abbiamo più alcuna altra notizia di lui, sia dalla S. Scrittura. sia da altre sorgenti autorevoli e veritiere.

andavano ogni anno la Gerusalemme nella festa della Pasqua.

È cosa singolare che l'incidente ricordato nei seguenti versetti racchiude tutto quel che sappiamo della vita terrestre di Gesù dalla sua prima fanciullezza fino al 30esimo anno, epoca in cui cominciò il suo pubblico ministero. Tre erano le grandi feste osservate dai Giudei nel corso dell'anno: la Pasqua, la Pentecoste e la festa dei, Tabernacoli. Per comandamento di Dio, tutti i maschi in Israele dovevano presentarsi al Signore in quelle solennità, prima ovunque fosse rizzato il tabernacolo, poi nel tempio di Gerusalemme Esodo 23:14-17; Levitico 23:5-43; Deuteronomio 16:16. Di queste tre feste, la Pasqua era tenuta per la più solenne a cagione degli avvenimenti in essa commemorati, e sebbene gli uomini soltanto ne avessero l'obbligo, molte pie donne, fra cui Anna, madre di Samuele 1Samuele 1:3, e Maria moglie di Giuseppe da Nazaret si recavano pure alla casa di Dio. Per verità secondo le massime della scuola di Hillel (fiorente verso il tempo della nascita di Cristo), le donne sarebbero state tenute a salire a Gerusalemme una volta l'anno, per la Pasqua.

PASSI PARALLELI

Esodo 23:14-17; 34:23; Deuteronomio 12:5-7,11,18; 16:1-8,16; 1Samuele 1:3,21

Esodo 12:14; Levitico 23:5; Numeri 28:16; Giovanni 2:13; 6:4; 11:55; 13:1

42 42. E, come egli fa d'età di dodici anni. essendo essi saliti in Gerusalemme secondo l'usanza della festa;

Nulla, in questo racconto, impedisce di supporre che Gesù possa avere accompagnato i genitori altre volte i simili occasioni a Gerusalemme; anzi l'essere egli pratico delle vie in quella città, ed i genitori punto allarmati per la sua assenza, quando si misero in viaggio per tornare a casa, son circostanze che favoriscono questa supposizione. L'Evangelista ha uno scopo speciale nel ricordare questa visita di Gesù a Gerusalemme; egli doveva in quell'occasione essere ammesso come membro della congregazione di Israele, essendoché a 12 anni cessava di essere irresponsabile in materie religiose davanti alla legge. È costatato, da autori familiari cogli usi degli Ebrei, che un maschio cominciava ad istruirsi nella legge divina all'età di 5 anni; a 10 anni lo ammaestravano nel Mhina, ed al compiersi del 120 anno veniva pienamente assoggettato all'ubbidienza della legge, in tutti i precetti e prescrizioni di essa. Allora lo dichiaravano Bar Atorah, Figlio della legge, oppure Bar Mizvah, Figlio del comandamento, per mezzo di una cerimonia in cui il padre dichiarava in pubblico il suo figlio aver piena conoscenza della legge, e da quel momento divenir esso responsabile dei propri peccati. Dopo di ciò, il giovinetto seguiva un corso d'istruzione, veniva abituato si digiuni e all'osservanza di varie cerimonie, e cominciava ad imparare un'arte. Ben si combinava quest'epoca d'introduzione legale nella congregazione col primo risvegliarsi in Gesù di un più alto sentire di sé medesimo; ed ei fu, da quel momento in poi, sempre più conscio della sua grande missione, finché giunse il tempo in cui entrò nel suo pubblico uffizio.

43 43. Ed avendo compiuto i giorni d'essa,

La festa durava otto giorni, cioè cominciava col 14esimo giorno del Nisan, che era la Pasqua; continuava durante i sette giorni della festa dei pani azzimi, e finiva col 21esimo dell'istesso mese Levitico 23:5-8; Numeri 29:15-35.

quando ne tornavano, il fanciullo Gesù rimane la Gerusalemme senza la saputa di Giuseppe, ne della madre d'esso. 44. E, stimando ch'egli fosse fra la compagnia camminarono una giornata; e allora si misero a cercarlo fra i lor parenti, e fra i lor conoscenti.

In quei viaggi, fatti con uno scopo religioso, parenti, amici e vicini di diversi villaggi formavano una carovana, in parte per proteggersi a vicenda, in parte per tenersi compagnia; e quella carovana non si scioglieva che dopo il ritorno al paese natio. La partenza d'una carovana trae sempre un poco di confusione e di indugio. Siccome però il giorno della partenza da Gerusalemme era fissato preventivamente e conosciuto da tutti, Maria e Giuseppe, contando sull'obbedienza e prudenza del ragazzo, non dubitarono punto ch'egli fosse andato innanzi a loro, con alcuni dei loro parenti, finché giunti la sera alla prima formata, non lo videro comparire nel khan o tenda, ove dovevano passar la notte.

PASSI PARALLELI

2Cronache 30:21-23; 25:17

Salmi 42:4; 122:1-4; Isaia 2:3

45 45. E, non avendolo trovato, tornarono la Gerusalemme cercandolo. 46. E avvenne che, tre giorni appresso lo trovarono nel tempio

Dopo inutili ricerche fra le tende ed i fuochi della carovana, Giuseppe e Maria ritornarono appresso a Gerusalemme; ma era il terzo giorno dacché non l'avevano veduto, quando lo trovarono nel tempio. Si noti qui nuovamente che il vocabolo usato per tempio non è il santuario, ma il sacro recinto, il quale era molto esteso, abbracciando, oltre all'edifizio del tempio, i varii cortili pel culto, i portici o arcate, destinate a riparo del sole, le abitazioni dei sacerdoti e molte stanze e locali separati, uno dei quali serviva come sinagoga, ed altri come corti di giustizia, ove i dottori prominziavano le loro decisioni e le sostenevano se interpellati.

46 sedendo in mezzo de' dottori, ascoltandoli, e facendo loro delle domande.

Non essendo generalmente note le relazioni in cui stavano maestri ed alunni, questo incidente potrebbe a prima vista far nascere una impressione penosa che il bambino Gesù si mettesse innanzi laddove non ne aveva diritto, ed entrasse, non invitato, in una discussione coi dottori della legge. Questa falsa impressione svanirà quando si sappia come in quelle scuole i dottori sedevano sopra una scranna, o sgabello, o guanciale; gli scolari invece s'assettavano in terra formando un semicerchio intorno a loro. Ecco il perché quando volevasi indicare a quale scuola taluno era stato educato, dicevasi, pel solito, che era stato «allevato ai piedi» di tale o tal maestro Atti 22:3. Nell'istruzione prevaleva il metodo interrogativo; gli studenti essendo in tal modo incoraggiati ad esporre i lor dubbi e difficoltà, a far domande sul soggetto che si trattava, a chieder altre spiegazioni le quali avevano autorità grande, vista la posizione dei Rabbini e le loro cognizioni. Molti sono gli esempi nel Talmud di simili interrogazioni e risposte. Si noti altresì che, solo per modo di dire, si parla di Gesù come disputando coi dottori; ché il verbo greco non è contendere, combattere un oppositore, ma domandar rispettosamente e seriamente spiegazione; chieder con riverenza schiarimenti, come intorno agli oracoli di Dio Romani 10:20. Gesù adunque fece unicamente ciò che ogni altro studioso soleva fare, ed era dai propri maestri incoraggito a fare. La sola cosa rimarchevole nel caso di Gesù è la saviezza e la conoscenza tanto profonda e straordinaria per un bambino di quell'età. Non essendovi scuole (nel senso ristretto della parola), nel recinto del tempio, dobbiamo investigare in qual locale fu trovato Gesù in mezzo ai dottori. Oltre a quelli che insegnavano nelle scuole e collegi della città, v'erano pure tre corpi autorizzati a sedere nell'una o nell'altra delle sale del sacro recinto. Questi corpi erano: il gran Sinedrio, il quale sedeva nell'aula detta Gazit; il Sinedrio minore, composto di 23 membri, i quali si riunivano in una sala alla porta del cortile di Israele; ed un terzo composto pure di 23 membri, che si adunava in un locale situato alla porta dei Gentili. Ma v'era inoltre una sinagoga ove, dopo il culto, i dottori si riunivano per discutere soggetti in connessione colle leggi levitiche. In tutte queste assemblee era permesso ad ognuno il muovere questioni relative alle leggi; e Gesù fu trovato nell'una o nell'altra di quelle. Un'occhiata all'ordine stabilito nel gran Sinedrio, schiarirà le parole «sedendo in mezzo ai dottori». Il Sinedrio maggiore si componeva di 70 membri, sedenti in semicerchio sopra un banco elevato d'alcuni piedi sul pavimento. Gli studenti sedevano in terra formando tre circoli concentrici, e dietro a loro stava l'uditorio. Le domande venivan fatte dagli studenti, cui rispondeva or l'uno or l'altro dei giudici, e dal Talmud vediamo che, se erano colpiti dall'orudizione o perspicacia di qualche alunno, o se questi faceva un'osservazione spontanea in favore dell'uomo giudicato, il giudice lo invitava a prender parte fra i Dottori onde udirlo ed osservarlo meglio

PASSI PARALLELI

Luca 2:44-45; 1Re 12:5,12; Matteo 12:40; 16:21; 27:63-64

Luca 5:17; Atti 5:34

Isaia 49:1-2; 50:4

47 47. E tutti coloro che l'udivano, stupivano (riempiti di pensieri d'ammirazione) del suo senno, e delle sue risposte.

Non dobbiamo supporre che Gesù abbia assunto un tono da maestro il suo tempo non era ancora giunto; egli doveva ancora crescere tanto in saviezza che in istatura, prima d'essere a ciò qualificato. Le sue domande e risposte erano senza dubbio quelle d'uno scolaro, e presentate colla modestia che s'addice ad un fanciullo; coll'ansietà di chi ama di già la legge divina più d'ogni altra cosa; con un'intelligenza illuminata dallo Spirito di Dio. «Ciononostante», dice Brown, «vi sarà stato molto più nelle sue domande che nelle loro risposte, se ne giudichiamo dalle frivole interrogazioni con cui i dottori più tardi lo assalivano, come quella relativamente alla donna che aveva avuto sette mariti; e perciò non ci maraviglieremo tanto dell'effetto che Gesù produsse sugli attoniti uditori» Salmi 8:3.

PASSI PARALLELI

Luca 4:22,32; Salmi 119:99; Matteo 7:28; Marco 1:22; Giovanni 7:15,46

48 48. E, quando essi lo videro, sbigottirono.

Il vedere il fanciullo in quel luogo, in siffatta compagnia l'udirlo parlare come faceva, produssero sopra sua madre e Giuseppe altrettanta meraviglia quanta nei dottori.

E sua madre gli disse: Figliuolo, perché ci hai fatto così? ecco, tuo padre ed io ti cercavamo, essendo in gran travaglio

Stier osserva che questo fu il primo rimprovero fatto a Gesù. È questa un'asserzione ardita, considerando che Giuseppe e Maria erano discendenti d'Adamo, e, come tali, soggetti al peccato, ad esser irritabili, a giudicar erroneamente, a parlar precipitosamente. Come possiamo noi figurarci che durante dodici anni d'ansietà e di timori per quel bambino, non sfuggisse ai genitori una sola parola di rimprovero, d'impazienza? Se così fosse, la parola di Giacomo 3:2, sarebbe loro applicabile: «Se alcuno non fallisce nel parlare, esso è un uomo compiuto, e può tenere a freno eziandio tutto il corpo». Egli è chiaro che quel rimprovero procedeva unicamente da profondo affetto pel figlio. L'ansietà della madre, a lungo repressa, divenuta quasi insopportabile per le vane ricerche successive, si sfogava ora in quelle parole alquanto irritato; non era però un rimprovero dettato dall'ira, bensì un appello alla sua compassione per tutto quello che essa avea sofferto. Vi si vide ciononostante la prova della umana debolezza di Maria e della sua ignoranza relativamente alla natura divina e perfetta di Gesù, ad onta di tutte le riflessioni da lei fatte sugli eventi straordinari e mirabili di cui era stata oculare testimonio. Fino a quell'epoca, Maria parlando a Gesù aveva chiamato Giuseppe suo padre, e difatti, questi gli aveva fatto da padre, esercitando con Maria autorità sul bambino. Forse le loro relazioni non cambiarono finché Giuseppe visse Luca 21:61; ma dal momento in cui Gesù asserì la sua filiazione divina, non troviamo mai più negli Evangeli il titolo di padre dato al marito di Maria; anzi, dopo questo incidente, il di lui nome sparisce affatto dalla narrazione sacra.

49 49. Ma egli disse loro: Perché mi cercavate?

Sono queste le prime parole di Gesù notate negli Evangeli, e, come tali, hanno per noi un interesse speciale. Egli si mostra maravigliato che siano stati in pensiero per lui, o in dubbio sul luogo ove potevano trovarlo; e in modo urbano, ma chiaro, rigetta la colpa su coloro che non hanno saputo apprezzare il suo carattere né prevedere il suo avvenire nel loro modo d'educarlo, dimodoché queste parole ci permettono di gettare un'occhiata nell'interno della famiglia di Nazaret. «Essi lo trattavano spesso», dice Roos, «come s'egli fosse stato il loro figlio, e probabilmente lo affliggevano sovente, esercitando, male a proposito, la loro autorità sopra di lui». Se Maria avesse capito pienamente la tendenza spirituale del figlio, essa stessa lo avrebbe condotto laddove lo attirava lo Spirito che abitava in lui. Se si fosse rammentata delle parole di Gabriele, di Simone e d'Anna, Maria avrebbe subito capito che il tempio era il luogo che meglio si addiceva a lui.

Non sapevate voi ch'egli mi conviene attendere alle cose del padre mio?»

Il verbo mi conviene è quello stesso di cui più tardi Gesù si servì così spesso, nel corso del suo ministero, per indicare quel piano divino ch'egli doveva effettuare. Relativamente a questo vocabolo, Bengel osserva: «Così Gesù fa loro noto che egli non ha mancato all'obbedienza dovuta da un figlio, mentre in certo modo, si dichiara emancipato dal loro controllo, e risveglia la loro attenzione su di lui». Le parole che Diodati traduce «attendere alle cose» sono nell'originale greco letteralmente essere NELLE cose di mio Padre, e Stier ne fa mirabilmente risaltare la forza dicendo: «Essere in una cosa, come espressione proverbiale fra gli uomini, denota l'intiera vita impiegata in quella; l'essere tutto quanto assorto in essa. Veduta sotto questo aspetto, la risposta di Gesù spiega più completamente come avvenne ch'egli rimanesse indietro e ce ne rivela la ragione più intima colla quale giustificava a se stesso il fatto: Io non pensai ad altro! era questo il mio nutrimento, la tendenza, l'impulso istintivo dell'essere mio, una legge suprema in me: Io debbo, obbedendo alla quale io non disubbidiva a voi». L'espressione, letteralmente, le del Padre mio, è ellittica; e richiede l'aggiunta di cose, affari, oppure di case, o casa composta, come il tempio, di diversi fabbricati per essere compiuta. Diodati, Calvino, Beza, Maldonat, de Witte, Alford, Stier, Ryle, Van Oosterzee, e molti altri adottano la prima le cose; invece molti dei Padri, Erasmo, Grozio, Bengel, Olshausen, Meyer, Trench, Brown, Webster e Wilkinson adottano l'ultima la casa, essendo loro opinione che il Signore allude al tempio, alla visibile dimora dell'invisibile Iddio. La parola cose sembra preferibile, perché più comprensiva; infatti si riferisce chiaramente al tempio, ma abbraccia in pari tempo una cerchia assai più vasta di idee, come per esempio l'opera uffiziale di Gesù qual Messia, ed è più in accordo col tenore profondo e compiuto dei suoi detti. Si osservi il contrasto fra le parole «Padre mio» in questo versetto, e quelle «tuo padre» dette da Maria per indicare Giuseppe. È rimarchevole che la coscienza d'esser vero figlio di Dio, svegliata in Gesù all'udir quel titolo dato a Giuseppe, coincide coll'epoca in cui egli diventa «figlio della Legge», in altri termini, responsabile dei suoi atti.

PASSI PARALLELI

Luca 2:48; Salmi 40:8; Malachia 3:1; Matteo 21:12; Giovanni 2:16-17; 4:34; 5:17; 6:38; 8:29

Giovanni 9:4

50 50. Ed essi non intesero le parole ch'egli avea lor dette.

Probabilmente egli non aveva lor mai detto tanto, prima di quel giorno, e perciò rimasero attoniti; eppure la parola dell'angelo Gabriele, nell'annunziazione a Nazaret: «Quella cosa santa, che nascerà da te sarà chiamato Figliuol di Dio», avrebbe dovuto metter Maria in grado d'intendere il linguaggio del figlio suo in questa circostanza; specialmente, come dice Brown, «dacché quello era la vera chiave di tante cose che avevano vedute od udite dal fanciullo nella propria casa». Qualunque fosse l'effetto prodotto sopra Giuseppe dalla risposta di Gesù, vediamo dal versetto seguente che almeno Maria ne fece tesoro, conservandola a memoria e meditandola nel cuor suo, come già aveva fatto per l'innanzi degli avvenimenti connessi colla nascita del figlio Luca 2:19 finché non le fosse concessa maggior luce su quei misteri. Ed è probabile ch'ella non li intese pienamente se non il giorno della Pentecoste, mercè l'effusione dello Spirito Santo.

PASSI PARALLELI

Luca 9:45; 18:34

51 51. Ed egli discese con loro, e venne in Nazaret, ed era loro soggetto. E sua madre riserbava tutte queste parole nel suo cuore.

Nella risposta di Gesù Luca 2:49, non puossi vedere alcuna mancanza di rispetto pei genitori, né violazione del quinto Comandamento, poiché noi sappiamo che egli ha compiuto tutta la Legge, nello spirito e nella lettera. Sia l'esempio della sua obbedienza Luca 2:51, proposto all'imitazione d'ogni fanciullo! Sebbene conscio, più che per lo passato, della sua divina natura, Gesù ritorna a Nazaret con Giuseppe e colla madre ed è loro soggetto. Questo assoggettamento volontario si manifestò non soltanto nell'ubbidire ai loro comandi ma anche probabilmente nell'esercitare il mestiere del padre putativo, Vedi Marco 6:2. Una tale condiscendenza ci meraviglia perché tien dietro a quella scena straordinaria del tempio, alla sua asserzione di una più alta figliolanza, ed è precisamente su quel contrasto che l'ispirato Luca vuole attirare la nostra attenzione. Da questo memento Giuseppe sparisce intieramente dalle sacre istorie. Da ora innanzi vengono solo menzionati «sua madre ed i suoi fratelli» Giovanni 2:12, onde s'inferisce che Giuseppe morisse nell'intervallo dei 18 anni scorsi fra questo punto della Storia ed il principio della vita pubblica del Salvatore.

PASSI PARALLELI

Luca 2:39

Matteo 3:15; Marco 6:3; Efesini 5:21; 6:1-2; 1Pietro 2:21

Luca 2:19; Genesi 37:11; Daniele 7:28

52 52. E Gesù si avanzava in sapienza, ed in istatura.

A chi domandasse come Colui il quale è la Sapienza eterna, il solo vero Dio, potesse crescere in sapienza, diremo di por mente all'unione di due nature nella persona del Signor Gesù Cristo; ed al fatto che la Scrittura parla di lui talvolta come uomo, talvolta come Dio, tal'altra ancora, nell'intera sua persona come uomo-Dio. Le perfezioni della sua Divinità non erano suscettibili di accrescimento, ma il suo intelletto umano si sviluppava in uno col corpo. Si è per dimostrare che egli era realmente il Figliuol dell'uomo, come era Figliuol d'Iddio, che l'Evangelo ci dà per la seconda volta Luca 2:40, questi particolari, proponendolo qual santo modello che ogni fanciullo deve sempre aver davanti agli occhi. La parola senza dubbio significa statura Luca 19:3, ma vale pure età oppure anni, e così è tradotta qui da tutti i migliori interpreti, perché mentre l'età necessariamente comprende la statura, quel vocabolo rende meglio il pensiero di Luca, il quale, con questa formula, caratterizza i susseguenti 18 anni, come un periodo di costante sviluppo,

e in grazia appo DIO, ed appo gli uomini.

Il vocabolo grazia significa quì soddisfazione, favore. Il compiacimento ed il favore di Dio crescevano col crescere di Gesù in sapienza, purezza, e santa ubbidienza, finché raggiunsero il colmo al di lui battesimo. In questo periodo d'anni, la sua vita esemplare e la sua straordinaria saviezza lo avevano reso popolare e beneaffetto fra i suoi concittadini a Nazaret. Quanto durasse il loro favore è difficile a dirsi. Stier si figura che cessasse soltanto quando Gesù cominciò a protestare in pubblico contro i loro peccati; ma ha più forza l'osservazione di Alford, che lo scoppio d'ira nel tumulto di Nazaret Luca 4:28-29, non poteva essere il risultato di una irritazione momentanea, ma doveva essere fomentato da inimicizia accumulata già prima del suo pubblico ministerio. Durante quei misteriosi 18 anni della sua dimora a Nazaret, vediamo alla luce che emana da queste parole, il santo fanciullo avanzare verso la pienezza del sapere e dell'approvazione divina, indicata da Dio, al suo battesimo, colle parole: Siamo proclivi a dimenticare che in quel tempo fu compiuta una parte importante della grande opera del secondo Adamo. Attraversare l'infanzia, la fanciullezza, l'adolescenza, la gioventù, giungere all'età virile, crescendo di grazia in grazia, di santità in santità, in soggezione, in rinunziamento a sé stesso, in carità, senza ombra di peccato, tutto ciò, coronato da tre anni d'attivo ministerio, dalla Passione, dalla Croce - questo costituisce «l'ubbidienza dell'uno, per la quale molti sono stati costituiti giusti» Romani 5:19.

PASSI PARALLELI

Luca 2:40; 1:80; 1Samuele 2:26

Proverbi 3:3-4; Atti 7:9-10; Romani 14:18

RIFLESSIONI

1. Questi versetti devono vivamente interessare chiunque ama il Salvatore. Essi raccontano l'unico fatto che ci sia noto nella, sua vita, fra la sua infanzia ed il suo pubblico ministerio. Quante cose un cristiano vorrebbe sapere intorno alla vita giornaliera di Cristo durante questo lungo periodo di tempo: ma siamo persuasi che il silenzio della Scrittura è stato voluto dalla divina saviezza, e che maggiormente ci sarebbe stato rivelato se maggiormente ci fosse utile di conoscere.

2. Giuseppe e Maria, visitando annualmente il tempio del Signore, ci dànno il buon esempio di frequentare assiduamente il culto: ovunque i figliuoli di Dio s'adunino pubblicamente. Lungo era il viaggio fino a Gerusalemme e scarsi i loro mezzi; ma essi non badano a sacrifici ed il comandamento di Dio fa tacere ogni obbiezione, appiana ogni difficoltà. L'esser abolita l'economia levitica e distrutto il tempio, non ci esonera noi dal dovere di rendere un culto settimanale a Dio. Il culto pubblico è fonte di benedizioni a coloro che l'osservano secondo la volontà di Dio. La promessa è chiara: «Dovunque due o tre son radunati nel nome mio, quivi io sono nel mezzo di loro» Matteo 18:20; ed è specialmente fatta a coloro i quali s'adunano in locali dedicati al culto divino. «In qualunque luogo io farò ricordare il mio nome, io verrò a te e ti benedirò» Esodo 20:24. Porga adunque ciascuno individualmente l'orecchio all'esortazione di Paolo: «Non abbandonando la comune nostra raunanza, come alcuni son usi di fare, ma esortandoci gli uni gli altri» Ebrei 10:25, onde non esser per la nostra nequizia privati di quelle benedizioni.

3. Giuseppe e Maria sono pure un esempio pei coniugi cristiani. Maria avrebbe potuto esonerarsi dall'andare a Gerusalemme, non essendo obbligata come gli uomini a salire al tempio; ma essa voleva partecipare alle benedizioni del culto. Marito e moglie erano uniti in tutto, né volevano esser separati solo nei doveri religiosi. Così deve essere fra coniugi cristiani: camminare insieme sotto lo sguardo del Signore, aiutarsi vicendevolmente a progredire in santità ed incoraggirsi nell'adempimento dei doveri verso Iddio. Se coloro che si maritano non vanno d'accordo nell'essenziale, cioè nelle credenze e nei sentimenti religiosi, il male che ne risulta è incalcolabile. «Non vi accoppiate con gl'infedeli» 2Corinzi 6:14. Lo stato matrimoniale ha una grandissima influenza sull'animo dei coniugi; li innalza, li nobilita, ovvero li degrada; li avvicina a Dio o all'inferno, e la ragione di questo è che il nostro carattere è insensibilmente alterato dalla influenza di coloro con cui viviamo. Marito e moglie si fanno continuamente del bene o del male all'anima, reciprocamente. Nella scelta dunque d'un compagno o d'una compagna per la vita, qualunque siano le altre qualità che un vero cristiano ricerca, sia questa una cosa essenzialissima che la nostra scelta cada su chi è figliuol di Dio; affinché ci sposiamo «nel Signore» 1Corinzi 7:39. Prendano i coniugi la risoluzione di camminar sulle orme di Giuseppe e Maria, pregando e leggendo insieme la Parola di Dio, andando insieme alla Casa del Signore e parlando spesso intorno a soggetti religiosi; si guardino soprattutto dal porre ostacoli al reciproco progresso spirituale.

4. Ad ogni genitore cristiano incombe il dovere, non solo di frequentare assiduamente il culto pubblico, ma di inculcarne l'abitudine si suoi figli, fino dalla più tenera età. Ci conforti a far questo l'esempio dì Giuseppe e di Maria. Essi condussero Gesù nel tempio all'età di 12 anni, onde egli fosse ricevuto come «figlio del comandamento», cioè si obbligasse ad adempiere tutti i doveri imposti agli adulti riguardo al servizio di Dio; ma è più probabile che egli vi fosse condotto già diverse volte prima di quel tempo, come pare che frequentasse la Sinagoga di Nazaret. È difficile il fissar l'età in cui devonsi condurre i bambini al culto pubblico, ma generalmente può dirsi che appena sono in grado di capirvi qualche cosa è bene di condurveli; ed essi sono in grado di capirvi qualche cosa molto più presto che non si crede generalmente. Questo è un dovere negletto purtroppo da molti membri delle diverse chiese evangeliche, i quali non inculcano come dovrebbero nei loro bambini questa buona abitudine e se ne vedono già i frutti amari nell'indifferenza e nell'ateismo che cominciano a pervadere la gioventù. La presenza di bambini nelle assemblee sarebbe alla gloria di Cristo, il quale si compiace nei loro osanna, e quei bambini che nella prima infanzia furono dedicati al Signore, giunti che sono all'età virile devono essere istruiti a rinnovare la consecrazione di sé stessi nella Santa Cena.

5. La condotta di Gesù bambino in Gerusalemme è un esempio per tutti i fanciulli. Egli non sprecò il tempo nell'ozio, né in alcuna cosa biasimevole; non s'associò a cattivi compagni, quando i suoi genitori non lo vedevano, cosa tanto comune fra i ragazzi di quell'età. Trovò invece piacere nell'acquistare istruzione, nel cercare la compagnia degli uomini più pii e più sapienti della nazione, e nello sperimentare la «beatitudine di coloro che abitano la casa di Dio e lo lodano del continuo». Così pur fosse coi giovani membri delle famiglie cristiane! Dovrebbero essere coscienziosi e degni della fiducia dei loro genitori, così quando sono assenti da loro, come quando stanno nella loro presenza; ricercare i compagni savi e prudenti profittare d'ogni occasione per acquistare conoscenze spirituali, avanti che giungano per essi le sollecitudini della vita e mentre la loro memoria è fresca e forte.

6. Taluno forse domanderà: Come poteva il Santo d'Israele avanzare in sapienza ed in grazia appo Dio ed appo gli uomini? Ammirabilmente risponde il professar Brown per mezzo di una figura: «Supponete», egli dice, «un gran numero di recipienti in oro, dalla minima alla maggior possibile grandezza, pieni colmi d'acqua pura, chiara come cristallo, tanto pieni, che una sola goccia aggiunta basterebbe a farli traboccare. Di tutti questi vasi può dirsi egualmente che sono pieni; pur nonostante è un fatto che vi è meno acqua nel più piccolo che nel maggiore, e che ciascun recipiente contiene meno del vaso più grande che gli sta accanto. Così era di Gesù. I vasi d'oro di diverse grandezze figurano la sua umana natura nei successivi periodi della vita sua fino all'età di 30 anni, quando fu giunto a maturità; e l'acqua pura in essi simboleggia le grazie eccellenti di cui egli era ripieno. Egli non fu mai se non pieno di grazie secondo la misura della sua capacità. Il suo intelletto fu sempre colmo quanto era possibile d'intelligenza e di saviezza; il cuor suo fu sempre colmo di grazia; ma siccome a misura che egli cresceva, aumentava in lui la capacità, così poteva dirsi che egli diveniva sempre più amabile, sempre più attraente coll'avanzar degli anni. In questo senso egli cresceva nella grazia e nel favore di Dio e degli uomini».

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