Commentario abbreviato:

Luca 6

1 Capitolo 6

I discepoli raccolgono il grano di sabato Lc 6:1-5

Opere di misericordia adatte al giorno di sabato Lc 6:6-11

Gli apostoli scelti Lc 6:12-19

Benedizioni e dolori dichiarati Lc 6:20-26

Cristo esorta alla misericordia Lc 6:27-36

E alla giustizia e alla sincerità Lc 6:37-49

Versetti 1-5

Cristo giustifica i suoi discepoli in un'opera necessaria per loro stessi nel giorno di sabato, ovvero cogliere le spighe di grano quando avevano fame. Ma dobbiamo fare attenzione a non scambiare questa libertà per un permesso di commettere peccato. Cristo vuole che sappiamo e ricordiamo che è il suo giorno, e che quindi deve essere trascorso al suo servizio e in suo onore.

6 Versetti 6-11

Cristo non si è vergognato né ha avuto paura di riconoscere gli scopi della sua grazia. Guarì il povero, pur sapendo che i suoi nemici avrebbero approfittato di lui per farlo. Non lasciamoci distogliere dal nostro dovere o dalla nostra utilità da nessuna opposizione. Possiamo anche stupirci che i figli degli uomini siano così malvagi.

12 Versetti 12-19

Spesso pensiamo che una mezz'ora sia una gran cosa da dedicare alla meditazione e alla preghiera segreta, ma Cristo era impegnato per notti intere in questi compiti. Nel servire Dio, la nostra grande preoccupazione dovrebbe essere quella di non perdere tempo, ma di fare in modo che la fine di un buon dovere sia l'inizio di un altro. Vengono qui nominati i dodici apostoli; mai uomini furono così privilegiati, eppure uno di loro aveva un demonio e si rivelò un traditore. Chi non ha una predicazione fedele vicino a sé, farebbe meglio a viaggiare lontano piuttosto che restarne privo. Vale davvero la pena di fare molta strada per ascoltare la parola di Cristo, e di allontanarsi da altri affari per ascoltarla. Vennero per essere guariti da lui, ed egli li guarì. C'è una pienezza di grazia in Cristo, e una virtù di guarigione in lui, pronta ad uscire da lui, che è sufficiente per tutti, sufficiente per ciascuno. Gli uomini considerano le malattie del corpo come mali maggiori di quelle dell'anima, ma la Scrittura ci insegna diversamente.

20 Versetti 20-26

Qui inizia un discorso di Cristo, la maggior parte del quale si trova anche in Mt 5:7. Ma alcuni pensano che questo sia stato predicato in un altro tempo e luogo. Tutti i credenti che prendono per sé i precetti del Vangelo e vivono in base ad essi, possono prendere per sé le promesse del Vangelo e vivere in base ad esse. I peccati sono denunciati contro i peccatori prosperi come persone miserabili, anche se il mondo li invidia. Sono davvero benedetti coloro che Cristo benedice, ma devono essere terribilmente miserabili coloro che cadono sotto la sua sventura e la sua maledizione! Che grande vantaggio avrà il santo rispetto al peccatore nell'altro mondo! E che grande differenza ci sarà nella loro ricompensa, per quanto il peccatore possa prosperare e il santo essere afflitto qui!

27 Versetti 27-36

Sono lezioni difficili per la carne e il sangue. Ma se siamo ben radicati nella fede dell'amore di Cristo, questo ci renderà facili i suoi comandi. Chiunque venga a lavarsi nel suo sangue e conosca la grandezza della misericordia e dell'amore che c'è in lui, può dire in verità e sincerità: "Signore, che cosa vuoi che io faccia? Cerchiamo allora di essere misericordiosi, secondo la misericordia del nostro Padre celeste nei nostri confronti.

37 Versetti 37-49

Tutti questi detti Cristo li usava spesso; era facile applicarli. Dobbiamo stare molto attenti quando rimproveriamo gli altri, perché noi stessi abbiamo bisogno di essere compensati. Se abbiamo uno spirito di donazione e di perdono, ne raccoglieremo i frutti. Anche se la restituzione piena ed esatta avviene in un altro mondo, non in questo, la Provvidenza fa ciò che dovrebbe incoraggiarci a fare il bene. Chi segue la moltitudine per fare il male, segue la via larga che porta alla distruzione. L'albero si conosce dai suoi frutti; che la parola di Cristo sia così innestata nei nostri cuori, per essere fecondi in ogni parola e opera buona. E ciò che la bocca comunemente dice, generalmente concorda con ciò che c'è di più nel cuore. Solo coloro che pensano, parlano e agiscono secondo le parole di Cristo si adoperano con sicurezza per la propria anima e per l'eternità, e prendono la strada che sarà utile in un tempo difficile. Coloro che si preoccupano della religione, fondano la loro speranza su Cristo, che è la Roccia dei secoli, e nessun altro fondamento può porre. Nella morte e nel giudizio sono al sicuro, essendo custoditi dalla potenza di Cristo attraverso la fede fino alla salvezza, e non periranno mai.

Commentario del Nuovo Testamento:

Luca 6

1 CAPO 6 - ANALISI

1. I discepoli colgono spighe di grano in giorno di Sabato. Gli evangelisti Marco e Luca pongono questo incidente subito dopo il convito in casa di Levi, e qualche tempo prima della domanda che Iairo fece a Gesù di andare a guarire la sua figlia, mentre che, secondo Matteo, esso sarebbe assai posteriore a tutti e due quei fatti. Non c'è nessuna contradizione in questo, poiché evidentemente né l'uno né l'altro dei tre evangelisti fu guidato nel compilare il suo Vangelo dalla stretta continuità cronologica, ma ciascuno ordinò i materiali fornitigli dalla propria ricordanza, o da precedenti trattati, in modo da far meglio risaltare quei tratti distintivi del carattere del Signore, che lo Spirito Santo lo aveva ispirato di descrivere, Vedi Nota Matteo 9:18. Mentre il nostro Signore e i suoi discepoli passavano un certo giorno di Sabato per un sentiero che conduceva attraverso campi di orzo o di frumento, quasi maturi per la messe, i discepoli svellarono alcune delle spighe, e fregatele nelle mani cominciarono a mangiarne i chicchi. Agli occhi di alcuni Farisei che ne furono testimoni, questo atto costituiva un peccato gravissimo, non perché fosse furto dei beni di un vicino, (la legge permetteva al viaggiatore di prendere e di mangiare, lungo la strada, quello che il suo bisogno richiedeva Deuteronomio 33:25), ma perché il lavoro manuale dei discepoli nello svellere le spighe e nel fregarle per cavarne i chicchi, era, secondo le loro tradizioni, una deliberata e flagrante profanazione del quarto comandamento, il quale proibisce ogni lavoro in giorno di Sabato. L'accusa era una di quelle che solo un ingegno reso acuto dall'odio, può trovare, poiché anche un Fariseo deve pur recarsi alla bocca le dita od un cucchiaio in giorno di Sabato! Il Signore difende la condotta dei suoi discepoli, ricordando il ben noto fatto di Davide, fuggente dinanzi all'ira di Saul, il quale, nell'estremità della fame, ottenne dal sacerdote, nel tabernacolo, per sé e per i suoi seguaci, parte dei pani di proposizione, nel giorno del Sabato, dopo che essi erano stati tolti dal Luogo Santo Levitico 24:8. Questo in qualsiasi altra circostanza sarebbe stato un sacrilegio, ma divenne un atto di misericordia, quando non ci fu altra alternativa che di prendere quel pane consacrato, o di sacrificare la vita di alcuni uomini affamati. Oltre all'argomento che Gesù addusse, per mezzo di questa allusione, in favore dei suoi discepoli, egli asserì il suo diritto personale ed assoluto, quale Signore del Sabato, di determinare che cosa fosse lecito fare in quel giorno Luca 6:1-5.

2. Guarigione di una mano secca nella sinagoga, in giorno di Sabato, Vedi Nota Matteo 12:11. Il rifiuto di Cristo di sottomettere sé stesso, o i suoi discepoli, alle oppressive esagerazioni che i dottori della legge aveano dedotte, come corollari o conseguenze del quarto comandamento, fu una delle cause principali della fiera animosità che andò sviluppandosi rapidamente contro di lui fra gli Scribi e i Farisei. Affine di mostrar chiaramente come i Farisei rendessero vano il quarto comandamento colle loro aggiunte, i Sinottici hanno tutti introdotto nella loro narrazione, come seguito del fatto e della conversazione più sopra riferita, benché senza connessione cronologica con essa, un miracolo operato nella sinagoga, in giorno di Sabato, mediante il quale, un uomo che aveva la mano secca venne istantaneamente guarito. Gesù sapeva che i suoi avversari stavano facendogli la spia, nella speranza di trovare l'occasione di accusarlo, e per questo appunto egli risolvette di guarire quella mano secca, affin di insegnare che tali opere di misericordia e di compassione non sono punto una trasgressione del precetto: «Ricordati del giorno del riposo per santificarlo». Nel caso precedente, la quistione era stata proposta dai Farisei; ma in questo, è Cristo medesimo che lancia la sfida. Dopo aver comandato all'uomo della mano secca di farsi avanti, e di stare in piedi in mezzo alla raunanza, affinché ciascuno potesse essere testimone della sua condizione disperata, Gesù ridusse i suoi avversari al silenzio, domandando loro: «Che? è egli lecito di far bene o male, nei Sabati? di salvare una persona, o di ucciderla?» Naturalmente essi non ardirono dire che fosse illecito fare del bene, o salvare un uomo, in quel giorno; e Gesù, colla parola di comando: «Distendi la tua mano», la rese sana come l'altra. Fu per i suoi nemici una pubblica sconfitta! Sfidati di faccia a tutta la sinagoga, essi non trovarono una parola da rispondere, ma ripieni di furore, da quel momento, i Farisei di Capernaum cominciarono a cospirare contro alla sua vita Luca 6:6-11.

3. La scelta dei dodici apostoli. Essendo questa una cosa di somma importanza per l'avvenire del suo regno in sulla terra, poiché dal modo in cui quelli che stava per eleggere adempierebbero al loro duplice uffizio di testimoni per Cristo e di predicatori del suo vangelo, dipendeva, parlando umanamente, il progresso del suo regno nel mondo, il Signore si preparò a scegliere e ordinare i suoi futuri messaggeri, col passar la notte sulla montagna in preghiera ed in comunione col suo Padre Celeste. Di buon mattino, i più intimi dei suoi discepoli gli vennero incontro per appuntamento, e fra di essi, il Signore scelse i dodici apostoli, affinché vivessero in sua compagnia, ascoltassero le sue istruzioni, fossero testimoni oculari dei suoi miracoli, rendessero poi testimonianza su questi punti, dinanzi ai re ed ai rettori ed al popolo d'Israele» Luca 6:12-16.

4. Il sermone nella Pianura. Questo discorso rassomiglia in molti punti al sermone in sul Monte, riportato da Matteo, ed un numero assai considerevole di critici, alcuni dei quali portano dei nomi di gran peso, han dato come loro opinione che quei due discorsi sono identici. Ma le diversità di tempo, di luogo, di udienza, e di contenuto stanno in favore della conclusione che convenga considerarli come affatto distinti l'uno dall'altro Luca 6:17-45.

5. Parabola dei due Fabbricatori. La sicurezza di tutti quelli che sono uniti a Cristo, coll'essere edificati su di lui, come «Sulla pietra principale del cantone», e col perseverare nella sua dottrina, è illustrata col mezzo dell'uomo che edificò la sua casa in sulla roccia. Dall'altra parte, l'illusione attuale ed il pericolo futuro di quelli che «odono e non fanno», che professano di essere discepoli di Cristo eppure non compiono mai le cose che egli comanda, sono messi dinanzi agli occhi nostri mediante l'esempio dell'edificatore imprudente, il quale, quando viene la burrasca, ed egli ha più che mai bisogno di riparo, vede la casa sua portata via ad un tratto dalle acque, perché era edificata in sulla rena Luca 6:46-49.

Luca 6:1-5. I DISCEPOLI COLGONO SPIGHE DI GRANO IN GIORNO DI SABATO Matteo 12:1-8; Marco 2:23-28

Per l'esposizione Vedi Matteo 13:1-8.

1. Or avvenne nel primo sabato dal dì oppresso la pasqua,

nel sabato deuteroproto, cioè secondoprimo. Diodati ha aggiunto le parole «la pasqua» che non si trovano nel testo greco, ed avrebbe fatto meglio di tradurre deuteroproto letteralmente con secondo primo, o primo secondo, giusto il significato che alcuni dànno a quella parola. Il vocabolo non si trova in nessun altro luogo della Bibbia né in qualsiasi altro scritto pervenuto fino a noi. È tanto strano e ha dato luogo a tanta speculazione, che non è possibile passarlo sotto silenzio. Alcuni se la cavano nel modo più spiccio, proponendo di cancellarlo addirittura come spurio, ma esso riposa su documenti troppo autorevoli perché sia lecito disfarsene in quel modo. Se ne son date una dozzina di spiegazioni diverse, alcune delle quali son tanto assurde che sarebbe un vero perditempo il ricordarle. Come campione di impossibili assurdità si prenda la spiegazione seguente: che cioè uno dei più antichi copisti avrebbe scritto in margine la parola primo in riferenza al sabato accennato al ver. 6; un copista posteriore avrebbe aggiunto pure in margine secondo, in riferenza al Sabato indicato in Luca 4:31; ed un terzo, più recente ancora, e più intelligente degli altri due, avrebbe unito le due parole in una, facendole per giunta entrare nel testo! È indubitato che Luca ha preso quella parola dal vocabolario comune fra gl'Israeliti per l'indicazione del tempo, ed è questo fatto una prova di più che nel comporre il suo Vangelo, egli ricorse a sorgenti indipendenti d'informazione. Non ci sono di questa parola che quattro spiegazioni degne di seria attenzione:

1. La festa del novilunio essendo celebrata in giorno di Sabato, quando gli osservatori scelti per accertare ed annunziare al comitato del Sinedrio la prima apparizione della luna, così facevano dopo che l'ora per offerire il sacrifizio della nuova luna era passata, quel giorno dichiaravasi primo Sabato; ma il giorno seguente veniva osservato come il vero Sabato mensile, e riceveva il nome di Sabato secondo primo. Questa ipotesi, messa avanti per la prima volta dal Selden, è stata ammessa poi dal Godet; ma nessuna prova viene addotta che una tale usanza sussistesse fra i Giudei, ed anche se così fosse, neppure la raccolta dell'orzo sarebbe stata matura, quindici giorni prima che la manata delle primizie venisse presentata nel tempio; ed il mangiare le spighe di grano avanti quella presentazione, sarebbe stata una violazione deliberata della legge levitica, che il nostro Signore non avrebbe consentita, e sulla quale, anziché su quella della legge generale del Sabato, i Farisei avrebbero avuto ragione di fondare la loro lagnanza, Vedi Levitico 23:9-14, specialmente l'ultimo versetto.

2. Vi erano due primi giorni dell'anno fra i Giudei; il capo d'anno civile nel mese di Tisri (luna di settembre), e il capo d'anno sacro nel mese di Nizan (luna di marzo), e per conseguenza due primi Sabati, quelli cioè che seguivano immediatamente i due capo d'anno, cosicché quello del mese di Tisri Sarebbe il primo, e quello del mese di Nizan il secondo primo. Questa spiegazione incontra meno obbiezioni della precedente; però, mentre abbiamo prove abbondanti che il compito popolare dei Giudei partiva dal principio dell'anno sacro, non abbiamo prova alcuna che lo stesso avvenisse mai riguardo all'anno civile.

3. Per ordine espresso di Dio, ogni settimo anno doveva essere un anno Sabatico, durante il quale la terra godrebbe il suo riposo Esodo 23:10-11; Levitico 25:3-4. A motivo di questa istituzione speciale, gl'Israeliti contavano i loro anni per cieli di sette, e li chiamavano primo, secondo, terzo ecc., dall'ultimo anno Sabatico, dimodoché il Sabato deuteroproton sarebbe il primo Sabato di Nizan dell'anno Secondo di uno di questi cieli settennali. Dobbiamo questa spiegazione a Weisler il quale è stato Seguito da Tischendorf, Oosterzee, Ellicott e molti altri scrittori. Essa si accorda coll'uso naturale della parola; e trovansi negli Scritti di Clemente Alessandrino, ed in un decreto di Giulio Cesare conservatoci da Flavio (Ant. 14:10,6), delle prove che i Giudei avevano realmente l'abitudine di distinguere in quel modo gli anni che correvano fra un anno Sabatico e l'altro. Preferiremmo questa a tutte le spiegazioni antecedenti, se non le stesse contro l'obbiezione fatale che il primo Sabato del mese di Nizan farebbe cadere l'azione dei discepoli sotto la proibizione diretta di Levitico 33:14, la cui violazione il Signore non avrebbe mai tollerata e molto meno giustificata.

4. La menata delle primizie veniva offerta il 16 di Nizan, cioè l'indomani del principio della festa degli Azzimi, ossia il secondo giorno della festa di Pasqua. Da quel giorno calcolavansi sette settimane fino alla festa della Pentecoste, e in quell'intervallo i Sabati venivan detti secondo primo; secondo secondo; secondo terzo ecc., vale a dire il primo, il secondo ed il terzo sabato dopo il secondo giorno di Pasqua. Questa spiegazione è dovuta a Scaligero ed è seguita da Lightfoot, e da un numero considerevole di esegeti moderni. Essa concorda col significato naturale della parola, e indica che il sabato di cui parla Luca, fu il primo dopo il secondo giorno della Pasqua o della festa degli Azzimi. La sola difficoltà che si oppone alla sua accettazione si è che, so la «festa dei Giudei» Giovanni 5:1, per la quale Gesù salì in Gerusalemme, fosse stata la Pasqua, rimarrebbe un brevissimo spazio di tempo fra la presenza di Cristo in Gerusalemme e la sua presenza nei campi vicini a Capernaum, nel primo sabato dopo il secondo giorno della Pasqua; quantunque il contegno minaccioso della folla Giovanni 5:16, abbia potuto indurre il Signore ad affrettare la sua partenza da Gerusalemme. Dalla parafrasi di queste parole, che il Diodati ha introdotta nel suo testo, è evidente che egli adottò la spiegazione di Scaligero, la quale pare più soddisfacente che qualsiasi altra.

6 Luca 6:6-11. GUARIGIONE D'UNA MANO SECCA NELLA SINAGOGA IN GIORNO DI SABATO Matteo 12:9-14; Marco 3:1-6

Per l'esposizione vedi Matteo 12:9-14.

12 Luca 6:12-19. I DODICI APOSTOLI SCELTI ED ORDINATI. LE TURBE PORTANO I LORO AMMALATI PER ESSERE GUARITI Matteo 10:14; Marco 3:13-19

Per l'esposizione vedi Matteo 10:1-4.

12. Or avvenne, in que' giorni, ch'egli uscì al monte, per orare, e passò la notte in orazione a Dio.

Vi è all'occidente del Lago di Galilea un monte che si erge a metà strada fra Tiberiade e Lubeyeh, e vien chiamato, per la sua forma singolare, Kurún Hattin, le corna di Hattin. Sin dal tempo delle crociate, i monaci latini lo hanno designato come il «monte delle Beatitudini», Vedi Note Matteo 5:1. Stanley il quale è evidentemente convinto della identità del discorso contenuto nei versetti seguenti col Sermone in sul monte, sostiene che Hattin è veramente il luogo dove gli apostoli furono ordinati, e questo discorso venne pronunziato. Ma la sua distanza di 4 o 5 ore di cammino da Capernaum, e le, difficoltà d'accedervi per la stretta e ripida Wadi Hamman, ci costringono a rigettare una tale idea. Non è probabile che nostro Signore intraprendesse un viaggio così fatto nell'oscurità della notte, né che i discepoli e la moltitudine lo seguissero fin lassù prima dell'alba. D'altra parte, abbondano nel vicinato immediato di Capernaum le colline perfettamente adatte allo scopo indicato in questo racconto. La decisione importante che egli stava per prendere la mattina, mostra a sufficienza qual dovette essere il soggetto delle sue preghiere in quella notte, e se ne vogliamo una bella illustrazione ci basti rileggere la sua preghiera d'intercessione in Giovanni 17.

PASSI PARALLELI

Salmi 55:15-17; 109:3-4; Daniele 6:10; Matteo 6:6; Marco 1:35; 14:34-36; Ebrei 5:7

Genesi 32:24-26; Salmi 22:2; Matteo 14:23-25; Marco 6:46; Colossesi 4:2

13 13. E, quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne elesse dodici i quali ancora nominò Apostoli,

letteralmente mesaggeri. All'alba, i suoi discepoli più intimi si recarono a lui sul monte, dove egli avea forse dato loro l'appuntamento, la sera prima: ed allora egli scelse fra di loro ed ordinò come apostoli, quei dodici, i cui nomi ci son tanto familiari, e che egli doveva, in tempo debito, mandare in tutto il mondo per esservi testimoni della sua persona e della sua dottrina Matteo 28:19; Marco 16:15. La scelta fu fatta, ed il titolo fu dato loro, non in un'epoca posteriore, come pretende Schiciermacher, ma in questa occasione, e dal Signore stesso. Da Atti 1:22, alcuni scrittori han voluto dedurre che tutti quanti gli apostoli erano stati primieramente discepoli di Giovanni Battista, ma le parole: «Cominciando dal battesimo di Giovanni», che troviamo in quel passo, non legittimano questa conclusione, benché sappiamo che, tale fosse il caso per alcuni degli apostoli Giovanni 1:35,37,40. Questa ordinazione fu scevra di qualsiasi pompa o splendore mondano; eppure non ve ne fu mai di più solenne né mai furono ordinati a sacro uffizio uomini che abbiano fatto, per la Chiesa e per il mondo, quanto fecero questi dodici apostoli. Non v'è ragione di supporre che Gesù mandasse i suoi apostoli alla loro prima gita di predicazione, subito dopo averli nominati a questo uffizio, poiché Luca, dopo aver ricordato la loro ordinazione e riportato il discorso che Cristo rivolse loro in quella circostanza, non avrebbe certamente omesso un seguito così importante, invece di introdurlo, come fa, in un periodo posteriore del suo Vangelo Luca 9:1-6. Per i nomi dati agli apostoli e l'ordine in cui quel nomi vengono disposti, Luca differisce da Matteo e da Marco, in un caso solo. L'apostolo chiamato da Matteo, Lebbeo, e da Marco, Taddeo, Luca lo chiama «Giuda fratello di Giacomo», e lo mette l'undecimo nella sua lista, mentre gli altri due Sinottici lo mettono il decimo. Il vero nome di questo apostolo era Giuda Giovanni 14:22, gli altri erano soprannomi: Lebbeo significando coraggioso, e Taddeo misericordioso, Vedi LEBBEO, Nota Matteo 10:3.

PASSI PARALLELI

Luca 9:1-2; Matteo 9:36-38; 10:1-4; Marco 3:13-19; 6:7

Luca 22:30; Matteo 19:28; Apocalisse 12:1; 21:14

Luca 11:49; Efesini 2:20; 4:11; Ebrei 3:1; 2Pietro 3:2; Apocalisse 18:20

17 17. Poi, sceso con loro si fermò in una pianura, con la moltitudine de' suoi discepoli,

Ordinati gli apostoli, Gesù scese con loro nel piano appiè del monte, dove nel frattempo gli altri suoi discepoli e la moltitudine si erano riuniti. Il luogo qui indicato è diverso da quello descritto da Matteo, nel quale Gesù pronunziò il Sermone in sul monte, e questa è una delle ragioni che ci induce a ritenere che il discorso che vien dopo non è la versione di Luca di quel sermone, ma un altro, pronunziato in diversa occasione. Nel primo caso, Gesù salì sul monte, affin di poter cascre di lassù più facilmente udito; in questo, dopo ordinati gli apostoli, egli scese dal monte nel piano, ed andava incontro alla folla per guarirla, prima di pronunziare il suo discorso. Alcuni hanno suggerito che la pianura fosse uno spazio piano che rompesse il clivo del monte; ma le parole suggeriscono più. naturalmente la pianura appiè di quello; oltreché, uno spazio piano su un clivo di monte, per grande che fosse, avrebbe potuto difficilmente contenere tutta la moltitudine di cui vien qui parlato.

e con gran numero di popolo di tutta la Giudea, e di Gerusalemme, e dalla marina, di Tiro e di Sidon, i quali eran venuti per udirlo, e per esser guariti delle loro infermità;

Anche l'udienza che ascoltò il Sermone in sul monte era composta diversamente dell'attuale. In ambo è vero i casi, la Giudea, Gerusalemme e la Galilea erano largamente rappresentate; ma gli stranieri che udirono il Sermone in sul monte provenivano solo dalla Decapoli e dalla Perea Matteo 4:25, mentre fra quelli che son mentovati in questo versetto, e in Marco 3:8, erano anche pagani delle coste di Tiro e di Sidon.

PASSI PARALLELI

Matteo 4:23-25; 12:15; Marco 3:7-12

Matteo 11:21; 15:21; Marco 3:8; 7:24-31

Luca 6:5-15; Matteo 14:14

Salmi 103:3; 107:17-20

18 18. Insiem con coloro ch'erano tormentati da spiriti immondi, e furon guariti. 19. E tutta la, moltitudine cercava di toccarlo percciocché virtù (potenza salutare) usciva di lui, e li sanava tutti.

Chi conosce il greco noti il cambiamento delle proposizioni colle quali viene descritta l'uscita di quella virtù insita in Cristo in questo passo in Luca 8:46; Marco 5:30. Su questo soggetto Webster osservava: «indica che quella virtù originava da lui; che essa risiedeva in lui; che egli la possedeva come una qualità permanente, apud» etc. sanava dinota un esercizio continuo del suo potere finché non furono guariti tutti quelli che ne avevano bisogno. Come son maravigliosi i tesori della sua grazia, e con qual munificenza egli li spargeva intorno a se! Il suo contegno verso tutti quelli che venivano in contatto con lui, Pietro ce lo descrive in modo molto bello quando dice a Cornelio: «Egli andò attorno facendo beneficii, e sanando tutti coloro che erano posseduti dal diavolo» Atti 10:38.

RIFLESSIONI

1. Il Sabato o giorno di riposo è una istituzione divina, imposta nel paradiso all'uomo appena creato e tuttora senza peccato. Per il benessere del nostro corpo, non meno che per quello del nostro spirito, Iddio c'impose l'osservanza della settima parte del nostro tempo, come in periodo di necessario riposo. I geologi pretendono avere scoperto che ognuno dei giorni della creazione fu un periodo di durata indefinita, ed in questo modo tolgono ogni significato al sabato settimanale, il quale era destinato a commemorare, per ogni tempo, il fatto che al settimo giorno Iddio si riposò dell'opera della creazione. Se, come essi ci dicono, il periodo attuale è il sabato nel nostro globo, dopo le rivoluzioni che ne aveano precedentemente sconvolto la struttura, un sabato che ricorre ogni settimana non ha più significato alcuno. Ma Gesù mantiene e rivendica il sabato, come una istituzione obbligatoria in perpetuo, e c'insegna, per mezzo dei fatti ricordati al principio di questo capitolo la libertà che egli concede al suo popolo nell'uso di essa, pur mantenendone la santità come al giorno solenne del riposo. Col guarire gli ammalati, e col permettere ai suoi discepoli affamati di cibarsi in tali giorni, egli abolisce tutte le regole tradizionali colle quali i Farisei aveano fatto di quel giorno un peso insopportabile per tutti i loro concittadini, mentreché dando a se stesso il titolo di «Signore del Sabato», egli insegnò pure che il Sabato doveva rimanere istituzione obbligatoria durante tutta la dispensazione Cristiana; epperciò, guai a tutti quelli che la trascurano, o si sforzano di scemarne l'autorità! La prosperità dell'individuo e quella della nazione sono intimamente uniti all'osservanza di un sabato santo. Nei paesi cattolici romani, i preti insegnano al popolo a santificare le feste, cioè i giorni messi a parte per autorità umana in onore dei così detti santi, e questi giorni son posti sullo stesso livello che il Sabato ordinato da Dio, e per dar peso a questo precetto umano, essi hanno avuto l'ardire di alterare le parole del quarto comandamento (da essi chiamato terzo), sostituendo la parola feste a quelle di giorno di riposo, Ma Dio non domanda punto da noi l'osservanza di tali feste con l'ozio, la miseria, i vizi che esse si tiran dietro; egli ci dice unicamente: «Ricordati del giorno del riposo, per santificarlo» Esodo 20:8.

2. La Chiesa romana ed altre Chiese che hanno adottato una forma ierarchica di governo ecclesiastico, pretendono che non vi possono esser veri ministri del vangelo, e che i sacramenti istituiti da Cristo nella sua Chiesa, non possono avere effetto salutare ed efficace, se non laddove si è ricevuta l'ordinazione mediante l'episcopato, in diretta successione apostolica. Questa pretesa è messa innanzi con tanto maggiore ardire che vien maggiormente perduto di vista il vero scopo del ministero cristiano, e che uomini ambiziosi aspirano a signoreggiare, sui corpi e sulle anime dei loro simili; ma non ha fondamento alcuno nella Scrittura, ed è del tutto incompatibile colla natura dell'uffizio apostolico. Per essere un vero successore degli apostoli, occorreva venire scelto da Cristo medesimo, essere stato suo costante ed intimo compagno dal battesimo alla risurrezione, ed aver ricevuto il dono della ispirazione insieme al potere di compiere dei miracoli (Vedi la descrizione data da Pietro Atti 1:21-22); ma dopo la morte dell'apostolo Giovanni nessun uomo pretese mai aver ricevuto una cotal vocazione, e per le condizioni stesse dell'uffizio loro, era impossibile che gli apostoli trasmettessero ad altri l'autorità e la virtù che aveano ricevute. Essi «ordinarono degli anziani», i quali erano pure chiamati Vescovi (soprintendenti), e Pastori, affin di proseguire quella grande opera, che stava tanto a cuore a Gesù ed ai suoi apostoli, della predicazione della buona novella a tutti gli uomini. Quando dunque si dice dei ministri della Chiesa (si chiamino essi vescovi, pastori, od evangelisti), che essi sono i successori degli apostoli, lo si può far solo in quanto ch'essi predicano le dottrine degli apostoli, e seguono il loro esempio di abnegazione, e di zelo per la salvezza delle anime che periscono. «In quanto alla favola di una succesione episcopale derivante dagli apostoli, per la quale certi uomini si spacciano eredi dell'uffizio primitivo, prove serie e concludenti ne mancano così negli scritti dei Padri, come nel Nuovo Testamento» (Brown). In Efesini 4:11-13; troviamo descritta l'opera del ministero nella quale gli apostoli prendevan parte, insieme a tutti gli altri destinati, in ogni tempo, a tenere nella Chiesa di Cristo uffizio permanente o temporaneo.

3. Il successo del ministero cristiano dipende molto dalla preghiera, prima per parte di quelli che lo devono adempiere, quindi per parte delle congregazioni e dei Cristiani in generale. L'esempio di Aaronne e di Hur Esodo 17:12, i quali sorreggevano le braccia di Mosè mentre pregava per la vittoria d'Israele sugli Amalechiti, merita costante imitazione, perciocché i ministri non sono che uomini deboli e peccatori, ed han bisogno di aiuto e di incoraggiamento per parte dei fedeli. Siamo noi desiderosi di aiutare all'avanzamento della causa di Cristo nel mondo? Non dimentichiamo mai di pregare per i ministri, i quali sono i suoi ambasciatori, e specialmente per i giovani che si preparano ad entrare nel ministero. Il progresso del vangelo dipende molto dal carattere e dalla condotta di quelli che lo predicano. Non si può mai sperare che un ministro inconvertito faccia del bene alle anime, perché parla di quello che non conosce e non sente per propria esperienza. Preghiamo ogni giorno che i varii rami della Chiesa evangelica sieno liberati da tali ministri.

4. I primi ministri dell'evangelo erano tutti poveri in quanto al mondo, essendo pescatori, pubblicani, ecc. Questo ci mostra che il regno del nostro Signor Gesù Cristo era interamente indipendente dall'aiuto di questo mondo, e ci fornisce una prova irrefragabile della divina origine del Cristianesimo. La sua chiesa non fu edificata per potere o forza umana, ma per lo Spirito dell'Iddio vivente Zaccaria 4:6. Una religione che mise il mondo sottosopra, mentre i suoi primi banditori erano tutti uomini poveri e senza lettere, deve necessariamente essere provenuta dal cielo. Se gli apostoli avessero avuto denaro per comprar la gente, o eserciti per costringerla, l'incredulo ben potrebbe asserire non esservi nulla di maraviglioso nel loro successo. Ma che alcuni poveri pescatori Galilei, i quali non potevano né sedurre né obbligare la gente, e predicavano una dottrina tutt'altro che accettevole al cuore naturale, sieno prevalsi contro magistrati, re, e principi di questo mondo, sino a mutar la faccia dell'impero romano, è un fatto talmente maraviglioso, eppure talmente innegabile, che esso toglie ogni sostegno agli argomenti degli increduli.

5. La storia di Giuda ci fornisce una prova lampante della verità del Cristianesimo, inquantoché adduce a favore di esso la testimonianza di un nemico perfettamente informato, ed avente i più forti motivi per discreditarlo e rovesciarlo, se la cosa fosse stata possibile. Giuda era stato ammesso nella più intima familiarità con Gesù, insieme agli altri suoi apostoli; ma non scoprì nulla di che li potesse accusare. Anzi, quando l'avarizia l'ebbe spinto a rinnegare il suo Maestro, invece di cercare di giustificarsi, spargendo false accuse contro di loro, si pentì del suo crimine, e rese, colla sua morte, ampia testimonianza alla innocenza di Gesù.

20 Luca 6:20-49. IL SERMONE NELLA PIANURA Matteo 5-7

Per l'esposizione Vedi Matteo 5:1-7:29.

Questo discorso rassomiglia notevolmente a quello contenuto in Matteo 5-7, comunemente chiamato il sermone sul monte; epperciò molti han chiesto a sé stessi se sono due discorsi pronunziati in occasioni diverse, o solamente due relazioni, fatte da due evangelisti diversi, dello stesso discorso. V'è stata a questo riguardo grandissima diversità d'opinione fra i critici ed i commentatori. I primi scrittori greci li considerarono come ripetizioni dello stesso discorso. Agostino, e gli scrittori latini posteriori a lui, li ritennero come affatto distinti. In tempi più moderni Kraff e Greswell, Stier, Alexander, Foote, Webster e Wilkinson ed altri sostengono quest'ultima teoria, mentre abbiamo in favore della identità Oldshausen, Oosterzee, Brown, Tholuck, Godet, fra i commentatori evangelici, oltre a tutta la scuola dei critici ed interpreti scettici moderni, i quali vi trovano una occasione ed un pretesto per attaccare l'ispirazione verbale degli evangelisti, mostrando quanto essi differiscono, anche quando raccontano lo stesso fatto. Vi è un'altra opinione messa innanzi da Calvino e sostenuta da un piccolo numero dei suoi seguaci, cioè «che il disegno di ambo gli evangelisti fu di raccogliere, in un sol luogo, i punti essenziali della dottrina di Cristo, i quali si riferiscono ad una vita santa e divota»; ed egli pensa che «i pii ed umili lettori devono stimarsi felici di avere un breve sommario della dottrina di Cristo, messo dinanzi agli occhi loro, dopo essere stati colti dai suoi molti e varii discorsi». Crediamo però che pochi lettori, studiando questi discorsi con attenzione, giungeranno a scoprirvi una collezione di parole frammentarie di Cristo, o saranno disposti ad accusare gli Evangelisti di inganno deliberato, nel presentar come discorsi continui pronunziati dal Signore stesso, in certe occasioni, un sunto fatto da ossi soli per indicare il senso generale della sua dottrina. Possiam dunque lasciar completamente da banda questa teoria. I principali argomenti in favore della identità dei due discorsi sono:

1. che il principio e la fine di entrambi sono quasi identici;

2. che i precetti ricordati da Luca si trovano nello stesso ordine generale che quelli di Matteo, e spesso con termini quasi identici.

3. che ambo gli evangelisti ricordano lo stesso miracolo, cioè la guarigione del servo del Centurione, come accaduto poco dopo il sermone, quando il Signore entrò in Capernaum.

Gli argomenti contro l'identità di questi due discorsi sorgono:

1. Dalla diversità di luogo. Quello di Matteo fu pronunziato sopra un monte, sul quale Cristo era salito apposta; quello che ci occupa fu invece pronunziato in pianura, o sul terreno ondulato sul quale Gesù era giunto, scendendo dal monte, alla folla dei discepoli, Conf. Matteo 5:l; Luca 6:17. È stato suggerito che Cristo può esser risalito sul monte, per parlare a sì vasto concorso di gente; ma mentre tal teoria non è appoggiata dalla più piccola prova, vi sono al N. di Capernaum, moltissimi poggi sorgenti dalla pianura stessa, e da uno dei quali Gesù avrebbe potuto esser udito e veduto da tutta la folla.

2. Dalla diversità di tempo. Matteo mentova la guarigione del lebbroso, come il primo evento dopo il sermone; Luca, quella del servo del Centurione, e fra quei due fatti corse tempo assai. Confr. Matteo 8: l; Luca 7:1. Se non ci fosse altra prova che questa della diversità di tempo, non le daremmo gran peso; essendo ben noto che nessuno degli evangelisti segue un ordine cronologico rigoroso nel narrare fatti della vita di Gesù. Ma v'ha per questo una prova molto più sostanziale nel fatto che, secondo Matteo, la chiamata di Levi a seguitar Cristo ebbe luogo molto tempo dopo il discorso in sul monte; mentreché, secondo Luca, essa accadde prima del discorso che questo evangelista riporta. Se avessimo qui due versioni dello stesso discorso, sembra incredibile che Matteo non solo ometta la ordinazione degli apostoli (che sarebbe succeduta prima), ma posponga persino la propria vocazione.

3. Dalla differenza di udienza. Oltre alla moltitudine di Giudea e di Galilea, Matteo parla di molti provenienti di Perea e Decapoli, i quali senza dubbio erano Giudei, poiché questi formavano la parte maggiore della popolazione. Ma Luca, a questi tutti, aggiunge dei pagani dalle coste di Tiro e Sidon, come presenti a questo sermone in pianura. La lor presenza si spiega dalla fama di Cristo crescente col suo ministero, e dalla diffusione del suo primo sermone e dei miracoli che lo seguirono, Confr. Matteo 4:25; Luca 6:17.

4. Dalla diversità di contenuto. Luca omette affatto la maggior parte del sermone di Matteo; non ripetendo che 30 dei 107 versetti che quello contiene. Delle 8 beatitudini Luca non ne dà che 4 (nessuna delle quali colle medesime parole), cui fan contrasto altrettanti guai non ricordati nel primo Vangelo. Luca altresì fa precedere certe parti del sermone da detti che non ci sono in Matteo, ma che si uniscono naturalmente a quelle.

Questi argomenti, a giudizio nostro, stabiliscono a sufficienza il fatto che Luca ci riferisce un secondo sermone, pronunziato assai dopo quello in sul monte, dinanzi ad una udienza più numerosa ed in parte almeno diversa; di più essi offrono a quelli che, come noi, ritengono la ispirazione verbale delle Scritture, l'immenso benefizio di lasciare non tocchi da mani temerarie, se non sacrileghe, i racconti dei «santi uomini di Dio», i quali «hanno parlato essendo sospinti dallo Spirito Santo». Nell'adottare questo modo di vedere, ci si rivela pure in parte il metodo del Signore per insegnare tanto la moltitudine come i discepoli. Non si curava egli di dir sempre cose nuove e brillanti, né temeva di ripetere sé stesso, ma promulgava sovente le medesime grandi verità, dando loro «insegnamento dopo insegnamento, linea dopo linea», finché i suoi precetti non rimanessero fissati nella loro memoria. Non essendo i discorsi di Gesù rivolti ad udienze fisse, anzi a moltitudini sempre nuove, non c'è ragione perché Gesù non abbia spesso ripetuto molte delle sue grandi massime, con parole pressoché identiche, durante il suo ministero, poiché a tutti i suoi uditori abbisognavano le stesse istruzioni. Paolo seguì, a questo riguardo, l'esempio del suo Maestro Filippesi 3:1. I commenti che seguono son limitati a quelle parti del testo che differiscono dal discorso di Matteo.

20,21. Beati voi, poveri... Beati voi, che ora avete fame... Beatiti voi, che ora piagnete, ecc.

Queste corrispondono alle beatitudini di Matteo 5:1,2,6, ma in quest'ultimo, le parole sono evidentemente usate in un senso spirituale, mentre qui Gesù le usa letteralmente e senza qualificazione. Si spiega usualmente questa divergenza col dire che, in ambo i Vangeli, Gesù vuol dir la stessa cosa; ma non possiam prender le parole che quali le troviamo, e certamente a queste non si darebbe un senso spirituale, se il Vangelo di Matteo non fosse lì a suggerirlo. Che una beatitudine speciale sia riserbata a tutti quelli che son poveri, affamati, od afflitti, è cosa contraria alla nostra esperienza quotidiana, e non può accettarsi come regola generale, più che si debba accettare come tale l'asserzione che un guaio si attacchi a quelli che sono ricchi, allegri di natura, e stimati dai loro vicini. Né dobbiam credere che, essendo temporali le condizioni qui descritte, temporali pure debbano essere le benedizioni connesse a quelle, e che per questi bisognosi ed afflitti stia in serbo un cambiamento così completo, come quello di Giobbe, delle loro fortune terrene Giobbe 42:12. Pure ci fu a quelli che trovavansi dinanzi a lui in quella deplorabile condizione - «che ora avete fame, che ora piangete» - che parlò il Signore. L'udienza era composta primieramente di una moltitudine dei propri suoi discepoli, i quali probabilmente ne formavano il circolo più interno, i quali avean dato prove non dubbio della loro fede in lui come nel Messia, ed il suo discorso è specialmente rivolto a quelli, quantunque destinato pure alla folla più grande che stava al di fuori. La roditrice ansietà che è prodotta dalla grande miseria in questa vita, mentre spinge taluni alla bestemmia ed al delitto, tende a trarre i cuori e le speranze di quelli che credono in Dio per Cristo, sempre più verso quel «regno di Dio» nel quale «essi non avranno più fame, né sete, e l'Agnello asciugherà ogni lagrima dagli occhi loro» Apocalisse 7:16-17. Quelli che si confidano nelle ricchezze hanno «la lor parte in questa vita»; quelli, la cui eredità quaggiù è la fame, la povertà e l'afflizione, sono animati a sperare una eredità migliore nel regno del loro Padre celeste. Giacomo 2:5 sembra esprimere esattamente il pensiero di Gesù, nelle parole: «i poveri di questo mondo ricchi in fede, ed eredi delle eredità ch'egli ha promesso a coloro che l'amano».

PASSI PARALLELI

Matteo 5:2-12; 12:49-50; Marco 3:34-35

Luca 6:24; 4:18; 16:25; 1Samuele 2:8; Salmi 37:16; 113:7-8; Proverbi 16:19; 19:1; Isaia 29:19

Isaia 57:15-16; 66:2; Sofonia 3:12; Zaccaria 11:11; Matteo 11:5; Giovanni 7:48-49

1Corinzi 1:26-29; 2Corinzi 6:10; 8:2,9; 1Tessalonicesi 1:6; Giacomo 1:9-10; 2:5; Apocalisse 2:9

Luca 12:32; 13:28; 14:15; Matteo 5:3,10; Atti 14:22; 1Corinzi 3:21-23; 2Tessalonicesi 1:5

Giacomo 1:12

Luca 6:25; 1:53; Salmi 42:1-2; 143:6; Isaia 55:1-2; 1Corinzi 4:11; 2Corinzi 11:27; 12:10

Salmi 17:15; 63:1-5; 65:4; 107:9; Isaia 25:6; 44:3-4; 49:9-10; 65:13; 66:10

Geremia 31:14,25; Matteo 5:6; Giovanni 4:10; 6:35; 7:37-38; Apocalisse 7:16

Luca 6:25; Salmi 6:6-8; 42:3; 119:136; 126:5-6; Ecclesiaste 7:2-3; Isaia 30:19; 57:17

Isaia 57:18; 61:1-3; Geremia 9:1; 13:17; 31:9,13,18-20; Ezechiele 7:16; 9:4

Matteo 5:4; Giovanni 11:35; 16:20-21; Romani 9:1-3; 2Corinzi 1:4-6; 6:10; 7:10-11

Giacomo 1:2-4,12; 1Pietro 1:6-8; Apocalisse 21:3

Genesi 17:17; 21:6; Salmi 28:7; 30:11-12; 126:1-2; Isaia 12:1-2; 65:14

22 22. Voi sarete beati, quando gli uomini vi avranno odiati, e vi avranno scomunicati, e vituperati, ed avranno bandito il vostro nome come malvagio per cagion del Figliuol dell'uomo:

Le persecuzioni cui sarebbero esposti i seguaci di Gesù, per amor di lui e della sua causa, son qui descritte più a lungo e più graficamente che in Matteo. I Rabbini parlano di tre specie di scomunica: La prima consisteva in una sospensione dai privilegi ecclesiastici, con restrizione delle relazioni sociali. Durava trenta giorni, ma non portava seco alcuna maledizione. È probabilmente questa che il Signore intese colla parola scomunicati in questo versetto. Se l'offensore si ostinava, veniva pronunziata una scomunica più grave, accompagnata di maledizioni, ed egli era allora privo di tutti i riti civili e religiosi, nonché di ogni relazione colla famiglia. e coi vicini; e non era lecito bere o mangiare con lui. La parola vituperati, nel testo, corrisponde probabilmente a questa seconda scomunica. In casi di impenitenza continuata, veniva pronunziata una sentenza più severa ancora, che i Rabbini più recenti chiamano Shemta, e per la quale il colpevole veniva consegnato alla perdizione eterna. Le parole avranno bandito il vostro nome, le quali indicano in questo versetto l'apogeo della persecuzione, corrispondono probabilmente a questo anatema supremo, per il quale il peccatore veniva finalmente bandito e separato per sempre dalla congregazione d'Israele; benché alcuni le ritengano come equivalenti allo sbandito dalla sinagoga Giovanni 9:22. Si confronti col versetto che ci occupa la descrizione di Paolo delle prove che gli apostoli dovettero sopportare 1Corinzi 4:12-13. Siccome si può incorrere nell'odio degli uomini, esser sospesi dalla comunione della chiesa, od espulsi da qualche corporazione religiosa, o ramo della chiesa visibile per altre ragioni che per divozione a Cristo ed al suo servizio, il Signore limita questa benedizione alle sofferenze patite per lui, Confr. Matteo 5:10-11; Luca 6:22.

PASSI PARALLELI

Matteo 5:10-12; 10:22; Marco 13:9-13; Giovanni 7:7; 15:18-20; 17:14

2Corinzi 11:23-26; Filippesi 1:28-30; 1Tessalonicesi 2:14-15; 2Timoteo 3:11-12; 1Pietro 2:19-20

1Pietro 3:14; 4:12-16

Luca 20:15; Isaia 65:5; 66:5; Giovanni 9:22-28,34; 12:42; 16:2; Atti 22:22; 24:5

Luca 21:17; Matteo 10:18,22,39; Atti 9:16; 1Corinzi 4:10-11

23 23. Rallegratevi...; perciocché ecco, il vostro premio è grande nei cieli;

Notisi bene che, così in Matteo come in Luca, Gesù, parlando di tal ricompensa, dichiara che sarà data non «nel regno del cielo» (espressione che indica la dispensazione del Nuovo Testamento, dal suo principio, sino al giorno del giudizio finale), ma «NEI CIELI», cioè in uno stato futuro, nel santuario superno, nella «casa del suo Padre dove sono molto stanze» Giovanni 14.

conciossiaché il semigliante, facessero i padri loro a' profeti.

È degno di nota che, fin da quel momento, il Signore mette i suoi neo-eletti apostoli sullo stesso rango che i profeti dell'Antico Testamento, perché destinati a render la stessa testimonianza che quelli eran morti rendendo in pro del Messia, ed a portar la stessa gloriosa corona; mentre egli mostra di aver la più sublime coscienza della propria dignità, domandando loro di patir l'onte per amor del suo nome. I Giudei insultarono e perseguitarono Elia, Eliseo, Isaia, Geremia, Michea e quasi tutti i profeti, i quali dichiararono loro fedelmente la volontà del Signore Luca 13:33; Matteo 23:29-35, ed il significato di questa clausola, inquantoché rivolta ai suoi discepoli, è: «Siccome avrete comuni coi profeti le sofferenze, così avrete pur comune con essi la ricompensa». Sarebbe errore però il supporre che questa benedizione fosse limitata agli apostoli; essa è duratura per i secoli dei secoli, epperciò destinata a tutti i credenti. Essa ci sostiene nella persecuzione ed in mezzo agli insulti patiti per il nome di Cristo, ricordandoci che queste sono prove per cui tutti i fedeli sono passati prima di noi, e che già la ricompensa è stata ottenuta da quelli che «per fede e per speranza eredano le promesse».

PASSI PARALLELI

Atti 5:41; Romani 5:3; 2Corinzi 12:10; Colossesi 1:24; Giacomo 1:2

Luca 1:41,44; 2Samuele 6:16; Isaia 35:6; Atti 3:8; 14:10

Luca 6:35; Matteo 5:12; 6:1-2; 2Tessalonicesi 1:5-7; 2Timoteo 2:12; 4:7-8; Ebrei 11:6,26; 1Pietro 4:13

Apocalisse 2:7,10-11,17,26; 3:5,12; 21:7

1Re 18:4; 19:2,10,14; 21:20; 22:8,27; 2Re 6:31; 2Cronache 36:16; Nehemia 9:26

Geremia 2:30; Matteo 21:35-36; 23:31-37; Atti 7:51-52; 1Tessalonicesi 2:14-15

Ebrei 11:32-39

24 24. Ma, guai a voi, ricchi: perciocché voi avete la vostra consolazione.

Questo guaio ed i seguenti furon pronunziati contro chi se ne stava soddisfatto della sorte terrena, ed in ispecie contro alcuno spie, Farisei e Scribi, che Gesù scoprì nella moltitudine esterna, e la cui cupidigia di ricchezze li spingeva alle estorsioni più vili, fino a «divorare le case delle vedove». La parola «ricchi» non si deve intendere in un senso generale come applicabile a tutti quelli che posseggono ricchezze terrene; ma solo a quelli i cui cuori sono unicamente attaccati a quelle, e dei quali Paolo dice 1Timoteo 6:9-10: «Coloro che vogliono arricchire caggiono in tentazione, ed in laccio, ed in molte concupiscenze insensate e nocive, le quali affondano gli uomini in distruzione e perdizione. Perciocché la radice di tutti i mali è l'avarizia». Questo guaio non cadrebbe certo sopra uomini come Abramo, Davide, Neemia, o Giuseppe d'Arimatea, i quali cercarono di impiegare le ricchezze e le, posizione che avean ricevute da Dio per la sua gloria, come economi di Dio e come forestieri e pellegrini su questa terra; ma esso si applica perfettamente ad uomini come Nabal, il giovane ricco, Giuda e Dema, perché Mammona era il loro Dio, e ad esso davano tutte le affezioni del loro cuore. L'essenza di questo guaio consiste nel godere «la consolazione» che posson dar le ricchezze contro le prove, le afflizioni e le distrette terrene, durante la breve vita presente, e nel dovere sopportare una eternità di sventure, privo di ogni consolazione, poiché essi non possono portar le loro ricchezze al di là della tomba. Questa fu precisamente la risposta data da Abramo alla preghiera del ricco epulone in mezzo ai tormenti dell'inferno: «Figliuolo, ricordati che tu hai ricevuto i tuoi beni in vita tua, e Lazaro altresì i mali; ma ora egli è consolato e tu sei tormentato» Luca 16:25.

PASSI PARALLELI

Luca 12:15-21; 18:23-25; Giobbe 21:7-15; Salmi 49:6-7,16-19; 73:3-12; Proverbi 1:32

Geremia 5:4-6; Amos 4:1-3; 6:1-6; Aggeo 2:9; 1Timoteo 6:17; Giacomo 2:6; 5:1-6

Apocalisse 18:6-8

Luca 16:19-25; Matteo 6:2,5,16

25 25. Guai a voi, che siete ripieni: perciocché voi avrete fame.

La parola «ripieni» ci indica quelli che vivono nella abbondanza, nel lusso stravagante, ponendo la loro gratificazione suprema in ciò che mangiano e bevono, mentre rimangono estranei al timor del Signore ed alla fede del vangelo. Il guaio di questi si è che essi soffrivano eterna fame nell'anima loro; i loro desideri interni saranno quanto mai forti, ma essi non avranno mai più di che saziarli; mentre Colui che solo può soddisfare le brame dell'uomo interno sarà sempre per loro «un fuoco consumante» Ebrei 12:29. Come è ben descritta la condizione presente e futura di tali persone nei passi seguenti! «Voi siete vissuti sopra la terra in delizie e morbidezze; voi avete pasciuti i cuori vostri come in giorno di solenne convito» Giacomo 5:5. «Così ha detto il Signore Iddio: Ecco i miei servitori mangeranno, e voi sarete affamati; ecco i miei servitori berranno, e voi sarete assetati; ecco i miei servitori si rallegreranno, e voi sarete confusi ecco i miei servitori giubbileranno di letizia di cuore, e voi striderete di cordoglio e urlerete di rottura di spirito» Isaia 65:13-14.

Guai a voi, che ora ridete: perciocché voi farete cordoglio e piagnerete.

Non s'inferisca da ciò che la gioia e l'allegrezza ragionevoli sien proibite ai veri seguaci di Cristo. È un'astuzia favorita di Satana il persuader gli uomini che la religione di Cristo ci fa infelici, cupi, ed antipatici; ma è un quadro falso. Davide nei tempi antichi ci dice che: «Voce di giubbilo e di vittoria è nei tabernacoli dei giusti» Salmi 118:15, e Paolo fa ai cristiani questa esortazione: «Siate sempre allegri» 1Tessalonicesi 5:16. Il riso qui condannato è la gioia spensierata di quelli che non hanno in questa vita scopo più alto de' suoi fuggevoli piaceri, è la gioia di quelli che deridono le cose di Dio, e trovano il loro bene nel peccato. Così li descrive Isaia 5:11-12: «Guai a coloro che si levano la mattina a buon'ora per andar dietro alla cervogia e la sera dimorano lungamente a bere, finché il vino li riscaldi. E nei conviti vi è la cetera e il saltero; il tamburo e il flauto col vino; e non riguardano all'opera del Signore, e non veggono i fatti delle sue mani». Il disinganno sopraggiunge spesso in questa vita, quando le calamità temporali li hanno immersi in «pianto e cordoglio»; se no, esso sarà tanto più terribile in quel mondo di sventura dove eternamente «sarà il pianto e lo stridor dei denti». Meditino questo guaio quelli che sono «amatori della voluttà, anzi che di Dio». Come saran dolenti di aver messo tutto il loro godimento nelle cose periture di questo mondo che essi dovranno per forza abbandonare un giorno, e di soffrire per tutti i secoli i rimproveri della loro coscienza, con parole simili a queste: «Quale è il rumore delle spine sotto la caldaia, tale è il ridere dello stolto» Ecclesiaste 7:6.

PASSI PARALLELI

Deuteronomio 6:11-12; 1Samuele 2:5; Proverbi 30:9; Isaia 28:7; 65:13; Filippesi 4:12-13; Apocalisse 3:17

Isaia 8:21; 9:20; 65:13

Luca 8:53; 16:14-15; Salmi 22:6-7; Proverbi 14:13; Ecclesiaste 2:2; 7:3,6; Efesini 5:4; Giacomo 4:9

Luca 12:20; 13:28; Giobbe 20:5-7; 21:11-13; Salmi 49:19; Isaia 21:3-4; 24:7-12

Daniele 5:4-6; Amos 8:10; Nahum 1:10; Matteo 22:11-13; 1Tessalonicesi 5:3; Apocalisse 18:7-11

26 26. Guai a voi, quando tutti gli uomini diranno bene di voi! conciossiaché il simigliante facessero i padri loro ai falsi profeti.

Nei tempi antichi gli Israeliti tenevano in onore e stima i falsi profeti, perché «vedevano visioni di vanità, e indovinavano menzogna, e profetizzavano a Gerusalemme visioni di pace», Vedi Ezechiele 13:8-9,16. L'onore che era reso agli Scribi ed ai Farisei al tempo del nostro Signore proveniva in gran parte dal continuar essi l'opera dei falsi profeti, ingannando il popolo «e curando alla leggiera la loro rottura» Geremia 6:14. Egli è a loro in parte che il Signore rivolge la minaccia del testo Matteo 23:13. Oosterzee va troppo in là, quando asserisce che questo guaio è pronunziato solo contro i miscredenti, dandone per ragione che «discepoli i quali potevano dimenticar se stessi al punto di ricercar la lode di tutti gli uomini non potevano essere discepoli in realtà». Esso era da Gesù inteso a dare a tutti i discepoli, presenti o futuri, un avvertimento solenne, perché, in tempi in cui, da una parte, la coraggiosa e fedele confessione di Cristo è certa di svegliare persecuzione e disprezzo; e dall'altra, un prudente silenzio sulle credenze religiose, ed un conformarsi praticamente alle abitudini e pratiche dei suoi simili può assicurar la pace, la benevoglienza e perfino le lodi, la tentazione di divenire infedele a Cristo è molto forte. V'ha appena un vero credente la cui coscienza non lo accusi di essersi «vergognato di Cristo», in società ed occasioni dove non ardiva confessarlo apertamente, per non perdere la «lode degli uomini». Il desiderio di essere stimati dai nostri simili è un istinto della natura umana, buono e lodevole in sé, benché se ne possa abusare. Ben sapeva il Signore che il lasciarsi trasportare da questo sentimento non è che una delle forme di quell'«amore del mondo» 1Giovanni 2:15, contro il quale tutti i veri credenti devono lottare; epperciò egli ci ammonisce a stare in guardia, «quando tutti gli uomini diranno del bene di noi», perché questo è sintomo di decadenza spirituale, di un cuore che si allontana dalla divozione a Cristo. «Come potete voi credere, poiché prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da un solo Dio?» Giacomo 5:44. Questo avvertimento si applica a tutti quelli che insegnano la religione, ed in modo speciale ai ministri del vangelo, perché ad essi è comandato di dichiarare «tutto il consiglio di Dio o che gli uomini ascoltino, o che se ne rimangano» Ezechiele 3:11; e se essi non dicono mai cosa che possa dispiacere ad alcuni che vivono nell'errore o nel peccato, egli è perché nascondono qualcosa che dovrebb'esser dichiarata. Per quanto attribuiscan questo a bontà o prudenza, per parte loro, vi si potrebbe veder piuttosto una prova d'indifferenza o d'infedeltà.

PASSI PARALLELI

Michea 2:11; Giovanni 7:7; 15:19; Romani 16:18; 2Tessalonicesi 2:8-12; Giacomo 4:4; 2Pietro 2:18-19

1Giovanni 4:5-6; Apocalisse 13:3-4

1Re 22:6-8,13-14,24-28; Isaia 30:10; Geremia 5:31; 2Pietro 2:1-3

35 35. ma voi, amate i vostri nemici, e fate bene, e prestate, non isperandone nulla; e il vostro premio sarà grande,

Il nuovo principio della carità disinteressata emerge qui molto al disopra della semplice benevolenza umana. Prestare colla speranza di riavere è umano; prestare senza tale speranza è Cristiano. Eppure quanti basano il loro diritto al nome di Cristiani sopra meri atti di benevolenza tanto limitati ed egoisti che i Giudei ed i pagani li agguagliano ed anche li sopravanzano! Il verbo significa disperare, ed alcuni, seguendo la versione Siriaca e sostituendo vorrebbero tradur qui «non facendo disperar nessuno per un rifiuto»: ma questo è grammaticalmente inammissibile, mentre non c'è nulla nell'analogia dei verbi aventi la prefissa che proibisca il senso del testo, cioè: «senza sperare restituzione da quelli cui si è dato». E evidentemente la speranza di una ricompensa, umana che Gesù quivi esclude, poiché egli avea già sancito, al ver. 23, quella di un guiderdone celeste, e l'incoraggia qui più che mai colle parole: «e il vostro premio sarà grande».

e sarete i figliuoli dell'Altissimo; conciossiaché egli sia benigno inverso gl'ingrati e malvagi.

Il Signore mette dinanzi ai suoi discepoli di tutti i tempi, un altro motivo per disporli ad agire in vera carità cristiana, che in questo cioè avranno una prova di essere veramente i figli di Dio, poiché segnono l'esempio del Padre loro in cielo. «Non troviamo ragione alcuna», dice Oosterzee, «per limitare (con Mayer), questo privilegio alla vita futura. Al contrario, la dottrina di Paolo sulla figliuolanza dei credenti sembra aver la sua, radice in questo ed altri simili detti di Gesù. Se la parentela morale con Dio è già fatta manifesta quaggiù, perché non se ne dovrebbe goder ricompensa se non dopo la morte?»

PASSI PARALLELI

Luca 6:27-31; Levitico 25:35-37; Salmi 37:26; 112:5; Proverbi 19:17; 22:9; Romani 5:8-10

2Corinzi 8:9

Matteo 5:44-45; Giovanni 13:35; 15:8; 1Giovanni 3:10-14; 4:7-11

Salmi 145:9; Atti 14:17

39 39. Ora egli disse loro una similitudine: Può un cieco guidar per la via un altro cieco? Non caderan essi amendue nella fossa?

Questa similitudine non si trova nel Sermone sul monte; ma Gesù l'applica ai Farisei come dottori in Matteo 15:14. A prima vista, par questo un nuovo soggetto introdotto nel discorso; ma un po' di riflessione ci fa vedere che esso si connette con quel che procede, ossia colla condanna dei falsi giudizii Luca 6:36-38; e con quel che segue, laddove è detto che l'uomo, che ha una trave nell'occhio, vuol togliere il fuscello dall'occhio del suo prossimo. Un uomo, la cui vista spirituale è malata a tal segno, dev'esser cieco, e chi ascolta le sue istruzioni non val meglio di un cieco guidato da un altro cieco. Il nostro Signore ha senza dubbio in vista prima di tutto i Farisei; ma la parabola si applica a tutti quelli che ingegnano la religione. Chi non conosce la via del cielo non può condurvi i suoi uditori, e chi seguita un tal maestro corre rischio di andare eternamente perduto.

PASSI PARALLELI

Isaia 9:16; 56:10; Matteo 15:14; 23:16-26; Romani 2:19; 1Timoteo 6:3-5; 2Timoteo 3:13

Geremia 6:15; 8:12; 14:15-16; Michea 3:6-7; Zaccaria 11:15-17; Matteo 23:33

40 40. Niun discepolo è da più del suo maestro ma ogni discepolo perfetto dev'essere come la suo maestro.

Il senso che si dà generalmente a questo versetto è che il trattamento che nostro Signore ha ricevuto dal mondo, dobbiamo aspettarci a riceverlo noi pure. Ma benché questo sia vero, non è però quel che Gesù vuol dir qui. Questo suo detto è una illustrazione, della parabola precedente. Prendendo ad imprestito un assioma scientifico, egli dice semplicemente che «l'acqua non può alzarsi al disopra del proprio livello», che lo scopo del discepolo è di giungere all'altezza del maestro, e quando vi è giunto si considera come perfetto; ed anche se così non fosse, egli non può salir più alto, perché il suo maestro non ha più nulla da insegnargli. Così è di quelli che sono insegnati da uomini spiritualmente ciechi: essi devono restar per sempre ciechi come i loro maestri. Gesù par qui andare incontro ad una obbiezione comune, che cioè non segue che dobbiamo errare, perché errano i nostri maestri. "State in guardia contro tale illusione", sembra egli dirci, "dai discepoli non si aspetta che veggan più chiaro dei loro maestri; lo scolaro diventerà perfetto quanto il maestro, ma non di più; ne copierà gli errori, ne riprodurrà i difetti". Questo versetto ammonisce solennemente quelli che aspirano ad esser «guide» agli altri nel santo ministero ad accertarsi che non sono essi stessi dei ciechi spirituali, ma che veramente «Iddio ha fatto schiarire il suo splendore nei loro cuori, per illuminarli nella coscienza della gloria di Dio, nella faccia di Gesù Cristo» 2Corinzi 4:6. Gli ascoltatori del vangelo vengon pure solennemente ammoniti qui di non scegliere come pastori quelli che predicano false dottrine, o mostrano colla loro vita e la loro condotta di essere uomini inconvertiti, e di non frequentare il ministero di tali persone. Vien loro comandato di «provare gli spiriti se son da Dio, conciossiaché molti falsi profeti sono usciti fuori nel mondo» 1Giovanni 4:1. Per la esposizione degli altri versetti di questo capitolo, il lettore è rimandato a Matteo 5:1-7:29.

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