Commentario abbreviato:

Luca 9

1 Capitolo 9

Gli apostoli inviati Lc 9:1-9

La moltitudine miracolosamente nutrita Lc 9:10-17

La testimonianza di Pietro a Cristo, il rinnegamento di se stessi Lc 9:18-27

La trasfigurazione Lc 9:28-36

Uno spirito maligno scacciato Lc 9:37-42

Cristo ferma l'ambizione dei suoi discepoli Lc 9:43-50

Rimprovera il loro zelo sbagliato Lc 9:51-56

Rinunciare a tutto per Cristo Lc 9:57-62

Versetti 1-9

Cristo inviò i suoi dodici discepoli all'estero, che ormai erano in grado di insegnare agli altri ciò che avevano ricevuto dal Signore. Non devono essere ansiosi di farsi apprezzare dalla gente con l'aspetto esteriore. Devono andare come erano. Il Signore Gesù è la fonte della potenza e dell'autorità, a cui tutte le creature devono, in un modo o nell'altro, essere soggette; e se va con la parola dei suoi ministri in potenza, per liberare i peccatori dalla schiavitù di Satana, possono essere certi che si prenderà cura delle loro necessità. Quando la verità e l'amore vanno insieme, eppure il messaggio di Dio viene respinto e disprezzato, lascia gli uomini senza scuse e si trasforma in una testimonianza contro di loro. La coscienza sporca di Erode era pronta a concludere che Giovanni era risorto dai morti. Desiderava vedere Gesù; e perché non andò a trovarlo? Probabilmente perché lo riteneva inferiore a lui, o perché desiderava non avere più rimproveri per il peccato. Ritardando, il suo cuore si indurì e, quando vide Gesù, ebbe contro di lui gli stessi pregiudizi degli altri (Lc 23:11).

10 Versetti 10-17

Il popolo seguì Gesù e, sebbene fossero venuti fuori tempo, egli diede loro ciò per cui erano venuti. Parlò loro del regno di Dio. Guarì coloro che avevano bisogno di guarigione. E con cinque pani e due pesci, Cristo sfamò cinquemila uomini. Non vuole che coloro che lo temono e lo servono fedelmente manchino di alcun bene. Quando riceviamo le comodità della creatura, dobbiamo riconoscere che le riceviamo da Dio, e che non siamo degni di riceverle; che dobbiamo tutte le comodità che abbiamo in esse alla mediazione di Cristo, che ha tolto la maledizione. La benedizione di Cristo fa sì che un poco faccia molta strada. Egli riempie ogni anima affamata, la sazia abbondantemente con la bontà della sua casa. Qui c'erano dei frammenti: nella casa del Padre nostro c'è pane a sufficienza e in abbondanza. In Cristo non siamo stretti e non siamo limitati.

18 Versetti 18-27

È un'indicibile consolazione che nostro Signore Gesù sia l'Unto di Dio; ciò significa che è stato designato per essere il Messia e che era qualificato per esserlo. Gesù parla delle sue sofferenze e della sua morte. I suoi discepoli non devono pensare a come evitare le sue sofferenze, ma devono prepararsi alle proprie. Spesso incontriamo delle croci sulla strada del dovere; e anche se non dobbiamo caricarcele sulla testa, tuttavia, quando vengono poste per noi, dobbiamo prenderle e portarle dietro a Cristo. La vita va bene o male per noi, come va bene o male per le nostre anime. Il corpo non può essere felice se l'anima è infelice nell'altro mondo; ma l'anima può essere felice anche se il corpo è molto afflitto e oppresso in questo mondo. Non dobbiamo mai vergognarci di Cristo e del suo Vangelo.

28 Versetti 28-36

La trasfigurazione di Cristo fu un esempio della gloria in cui verrà a giudicare il mondo e fu un incoraggiamento per i suoi discepoli a soffrire per lui. La preghiera è un dovere trasfigurante, che fa risplendere il volto. Nostro Signore Gesù, anche nella sua trasfigurazione, era disposto a parlare della sua morte e delle sue sofferenze. Nelle nostre più grandi glorie sulla terra, ricordiamoci che in questo mondo non abbiamo una città continua. Che bisogno c'è di pregare Dio per ottenere una grazia che ci renda vivi! Tuttavia, affinché i discepoli fossero testimoni di questo segno dal cielo, dopo un po' di tempo si svegliarono, in modo da poter dare un resoconto completo di ciò che era accaduto. Ma non sanno quello che dicono coloro che parlano di fare tabernacoli sulla terra per i santi glorificati in cielo.

37 Versetti 37-42

Quanto è deplorevole il caso di questo bambino! Era sotto il potere di uno spirito maligno. Le malattie di questa natura sono più spaventose di quelle che derivano da cause naturali. Che malefatte fa Satana quando si impossessa di lui! Ma felici coloro che hanno accesso a Cristo! Egli può fare per noi ciò che i suoi discepoli non possono fare. Una parola di Cristo ha guarito il bambino; e quando i nostri figli guariscono dalla malattia, è comodo riceverli come guariti dalla mano di Cristo.

43 Versetti 43-50

Questa predizione delle sofferenze di Cristo era abbastanza chiara, ma i discepoli non la capirono, perché non corrispondeva alle loro idee. Il bambino è l'emblema con cui Cristo ci insegna la semplicità e l'umiltà. Quale onore più grande può avere un uomo in questo mondo, se non quello di essere ricevuto dagli uomini come messaggero di Dio e di Cristo; e se Dio e Cristo si sono ricevuti e accolti in lui! Se mai una società di cristiani in questo mondo ha avuto motivo di mettere a tacere coloro che non appartenevano alla propria comunione, i dodici discepoli in questo momento l'hanno fatto; tuttavia Cristo li ha avvertiti di non fare più lo stesso. Si possono trovare fedeli seguaci di Cristo, e possono essere accettati da Lui, coloro che non seguono con noi.

51 Versetti 51-56

I discepoli non consideravano che il comportamento dei Samaritani era piuttosto l'effetto di pregiudizi nazionali e di bigottismo, piuttosto che di inimicizia verso la parola e il culto di Dio; e sebbene rifiutassero di ricevere Cristo e i suoi discepoli, non li maltrattavano né li ferivano, per cui il caso era molto diverso da quello di Acazia ed Elia. Né sapevano che la dispensazione del Vangelo sarebbe stata caratterizzata da miracoli di misericordia. Ma soprattutto ignoravano i motivi prevalenti del loro cuore, che erano l'orgoglio e l'ambizione carnale. Di questo il Signore li mise in guardia. È facile per noi dire: "Venite a vedere il nostro zelo per il Signore!" e pensare di essere molto fedeli alla sua causa, quando invece cerchiamo i nostri obiettivi e addirittura facciamo del male anziché del bene agli altri.

57 Versetti 57-62

Ecco uno che è ansioso di seguire Cristo, ma sembra essere stato frettoloso e avventato, e non ha calcolato il costo. Se vogliamo seguire Cristo, dobbiamo mettere da parte i pensieri di grandi cose nel mondo. Non cerchiamo di unire la professione del cristianesimo con la ricerca di vantaggi mondani. Ecco un altro che sembra deciso a seguire Cristo, ma chiede un breve rinvio. A quest'uomo Cristo ha chiamato per primo; gli ha detto: "Seguimi". La religione ci insegna a essere gentili e buoni, a mostrare pietà in casa e a ricompensare i nostri genitori; ma non dobbiamo farne una scusa per trascurare i nostri doveri verso Dio. Ecco un altro che è disposto a seguire Cristo, ma deve avere un po' di tempo per parlarne con i suoi amici, per mettere in ordine gli affari di casa e per dare indicazioni in merito. Sembrava che le preoccupazioni mondane gli stessero a cuore più di quanto avrebbe dovuto, ed era disposto a cadere in una tentazione che lo portava lontano dal suo proposito di seguire Cristo. Nessuno può svolgere un'attività in modo corretto se si occupa di altre cose. Coloro che iniziano l'opera di Dio devono decidere di andare avanti, altrimenti non riusciranno a fare nulla. Guardare indietro porta a ritrarsi, e ritrarsi porta alla perdizione. Solo chi resiste fino alla fine sarà salvato.

Commentario del Nuovo Testamento:

Luca 9

1 CAPO 9 - ANALISI

1. Cristo manda i suoi apostoli a fare il loro primo giro di predicazione. È interessante osservar la cura colla quale Gesù preparò i dodici apostoli per la loro opera. Nel caso di Giacomo e Giovanni, di Pietro ed Andrea di Filippo, di Matteo, di Bartolomeo o Natanaele, vediamo prima di tutto la vocazione interna della conversione, o del cambiamento del cuore, e coll'eccezione del traditore Giuda, è probabile che la preparazione di tutti gli altri cominciò nello stesso modo. Questo cambiamento salutare è quindi seguito da una vocazione esterna a divenire i costanti suoi seguaci, e così testimoni oculari ed auricolari di tutte le sue parole ed azioni. Come tali essi lo accompagnarono nelle città e nei villaggi dove andava a predicare il vangelo, affin di impratichirsi nella sua dottrina. In terzo luogo il Salvatore li manda a due a due, per far la prova dei loro doni, e guadagnar così esperienza, fiducia in sé stessi, e prontezza nell'aiutare il loro Maestro, quando egli conversava colle moltitudini. In questo primo tentativo, tutto è reso facile per essi dalla previdenza e dal potere del loro Maestro: vien loro dato il Santo Spirito per insegnarli; il potere di far miracoli per sanzionare il loro insegnamento; e coloro, fra i quali essi vanno, sono disposti in lor favore da Colui che governa i cuori degli uomini tutti. Né ebbe termine colla morte di Gesù la loro preparazione; egli vi si accinse nuovamente durante i quaranta giorni che rimase in sulla terra, dopo la risurrezione Atti 1:3, ragionando con essi «delle cose appartenenti al regno di Dio» Luca 9:1-6.

2. La coscienza di Erode lo accusa dell'uccisione del Battista, quando egli ode parlare delle maravigliose opere di Cristo. Sepphoris (oggi Sefùrieh), capitale della Galilea, sotto Erode Antipa, giaceva solo un'ora a N. di Nazaret, ed a breve distanza da Capernaum, dimodoché le potenti opere fatte da Cristo, e la profonda commozione cagionata dalla sua presenza vi furon presto note; e siccome questi fatti formavano il soggetto dell'ordinaria conversazione dei servi del Tetrarca, e sapevasi che la moglie del suo tesoriere era stata da Gesù liberata dai demoni, le nuove ben presto ne giunsero al principe stesso. Varie erano le opinioni intorno a che quel Profeta potesse essere; ma Erode, la cui coscienza era gravata dall'assassinio del Battista, persistette nel credere, a dispetto della sua sadducea incredulità relativamente alla risurrezione ed alla esistenza di angeli o spiriti, così buoni come cattivi, che egli fosse Giovanni Battista medesimo risuscitato dai morti Luca 9:7-9.

3. Ritorno degli apostoli, e miracolo del nutrimento di cinquemila uomini vicino a Betsaida. Dai racconti degli altri Sinottici, sappiamo che il ritorno degli Apostoli dal loro primo tentativo missionario avvenne al tempo stesso della morte di Giovanni Battista, e che, oltre alla stanchezza per il soverchio lavoro, fu il suo dolore per la morte del suo fedele precursore che indusse Gesù a ritirarsi per breve tempo nella solitudine, affin di darsi alla meditazione e di udire dagli apostoli il racconto dei loro lavori. Il suo scopo però fu frustrato. La barca, nella quale egli partì da Capernaum, venne riconosciuta dalla sponda, e quando sbarcò nel deserto appartenente a Betsaida, all'estremità N. E. del lago, lo trovò già gremito dalla folla proveniente dai villaggi e dalle città vicine, la quale lo avea seguito lungo la riva, nella direzione presa dalla barca. Non sfugge però alle labbra di Cristo la minima parola di scontento o di noia; egli non si volge a cercare altrove qualche luogo più remoto ed inaccessibile; ma comincia subito a predicare a quelle anime, e guarire miracolosamente tutti quelli che di guarigione aveano bisogno. Volgendo il giorno al suo termine, gli Apostoli, mossi da compassione per la moltitudine così lontana dalle sue case, suggerirono al loro Maestro di licenziarla, affinché potesse ancora provvedersi di cibo nei villaggi più vicini; ma nella generosità del suo cuore, Gesù decise di nutrire egli stesso quelle migliaia di gente, ed essendosi informato di quali provviste la propria sua piccola famiglia avea portato seco (5 pani e 2 pesci), egli le moltiplicò miracolosamente, in modo da saziare cinquemila persone, lasciando ancora dodici corbelli di avanzi Luca 9:10-17.

4. Pietro confessa che Gesù è il Cristo. Il Signore raccomanda loro provvisoriamente il segreto, e vari altri doveri. Non avendo potuto trovar vicino al lago il ritiro del quale egli avea bisogno, vediamo dagli altri Sinottici. che Gesù si volse al Nord verso Cesarea, di Filippi, ed ebbe quivi agio così per pregare come per conversare liberamente coi suoi discepoli. Parlando della loro recente gita missionaria, il Signore domandò quale era l'impressione generale riguardo a lui medesimo; chi credeva la gente che egli fosse. Quindi avendo egli rivolto la stessa domanda ai suoi discepoli. Pietro come loro oratore, immediatamente rispose: «Il Cristo di Dio». Contento che i suoi discepoli fossero giunti ad un perfetto conoscimento della sua divina natura, Gesù ingiunse loro di serbar stretto silenzio su quel soggetto, finché non fossero avvenute la passione e la morte, che egli ora rivela loro come dovendo essere la sua porzione quaggiù; anzi finché egli non fosse risuscitato al terzo giorno. Li accertò però che alcuni di loro, prima di venir colpiti dalla morte, vedrebbero il Figliuol dell'uomo venire nella sua gloria, e questa dichiarazione rimase incisa nella loro memoria, benché fossero in quel tempo incapaci di comprenderla. Quindi predice loro la necessità dell'abnegazione, e del portar la propria croce, anche a costo della vita, se volevan dar prova di esser veramente suoi discepoli; avvertendoli al tempo stesso che l'acquisto di tutto il mondo, con le sue ricchezze, i suoi piaceri ed i suoi onori, in proprietà assoluta, non potrebbe bilanciare, anche per un istante solo, l'eterna perdita di un'anima immortale Luca 9:18-27.

5. La Trasfigurazione del Signore. Questo evento accadde in qualche località del vicinato di Cesarea di Filippi, nel silenzio della notte, e lontano dalle abitazioni umane. Esso è l'unico e splendente raggio di gloria che illumina la vita di umiliazione, di travagli, e di dolori che il Figlio di Dio per amor nostro condusse in sulla terra. Qualunque sia stato il benefizio che Mosè ed Elia, e i Santi già entrati in gloria, da essi rappresentati, derivarono da quell'incontro col Signore, eranvi molte ragioni, relative alla ministrazione del «ministero dell'Evangelo» cui eran chiamati gli apostoli, le quali rendevano della più alta importanza per essi una tale dimostrazione, per quanto breve, della sua gloria divina. Esisteva un pregiudizio contro l'accettar come Messia un uomo di origine e di circostanze così umili, uno che tutti credevano non essere altro che il figlio di Giuseppe il falegname. I preti e le sette religiose tenevan vivo fra il popolo un altro pregiudizio contro di lui, perché rigettava «le tradizioni degli anziani», rappresentandolo come nemico di Mosè e bestemmiatore contro alla legge. Da questi due pregiudizii gli apostoli non andavano totalmente esenti. Era, di più, nato nel cuore dei dodici il timore che quel regno terrestre del Messia, che essi aveano tanto caro per ragioni personali, fosse ritardato od anche reso impossibile da quella morte che, per la prima volta, era stata loro misteriosamente annunziata un giorno o due prima. La testimonianza di Jehova dal cielo, che il loro Maestro, circondato di gloria quale essi lo vedevano, era il suo diletto Figliuolo, non poteva che distruggere affatto il primo pregiudizio, e la presenza di Mosè, in intima conversazione con Gesù in tal circostanza, dovea togliere il secondo, mentre il loro timore per la stabilità del regno del Messia doveva svanire quando si convinsero che Mosè ed Elia parlavan con lui «della fine di esso, la quale egli doveva compiere in Gerusalemme», e della gloria che seguirebbe. Dopo qualche tempo, i messaggieri celesti si dipartirono ed i discepoli si trovarono soli col loro Maestro; ma la scena gloriosa che avean vista, e le parole che aveano udite scesero profondamente nei loro cuori, e furono efficacissime nel fortificare la loro fede Luca 9:28-36.

6. Guarigione del giovane indemoniato appiè del monte e conversazione che seguì. Al suo ritorno nel piano coi suoi tre compagni prediletti, Gesù fece un altro miracolo, ricordato da tutti i Sinottici, non solo per la sua intrinseca grandezza, ma pure perché i nove Apostoli, in assenza del loro Maestro, si erano sforzati invano di scacciare un demonio. Essi trovarono i loro compagni, in mezzo ad una gran folla, che dava ascolto agli Scribi, i quali li biasimavano come impostori, ingannati da un impostore più grande di loro, e si sforzavano di trar profitto per se stessi del loro insuccesso. Gesù, riprendendo l'incredulità di tutti gli astanti, compresi i discepoli, e domandando al padre del giovane ossesso i particolari del caso, spiegò loro il gran potere della fede, e operò una guarigione segnalata, vietando al demonio di rientrare mai più in quel giovane. Quando i dodici col loro Maestro si furon rimessi per via, verso la Decapoli, gli umiliati Apostoli domandarono a Gesù il perché del loro insuccesso, ed egli ne additò le cause nell'essere stata da una parte la possessione inveterata e dall'altra la loro fede indebolita. Altri incidenti segnarono quel viaggio: il Signore annunziò loro novamente la certa e vicina sua morte, ma col solo effetto di imbarazzarli e di incuter loro timore; e sorsero fra loro delle dispute, frutto del loro orgoglio e della loro ambizione carnale, relativamente ai loro meriti rispettivi, ed al rango cui ciascuno credeva aver diritto nel regno terrestre del Messia. Gesù vi pose fine, al termine del viaggio, prendendo un fanciullino, mettendolo nel loro mezzo, e comandando loro di imitarne l'umiltà, la mancanza di invidia, di gelosia e di ambizione. Nella stessa conversazione, Giovanni ricordò incidentalmente aver essi, nella loro gita missionaria, proibito ad un uomo di cacciare i demoni nel nome di Gesù, perché egli non si era aggiunto a loro. Questo atto, che il Signore disapprova, gli fornisce l'occasione di istruirli sui rapporti che devono passare fra essi ed altri veri credenti, e sul pericolo di dar dello scandalo a questi ultimi Luca 9:37-50.

7. A Gesù vien vietata l'entrata in un villaggio Samaritano. Luca solo ricorda questo incidente, e probabilmente non lo introduce nel suo racconto che per la sua connessione coi tratti di carattere ricordati nei versetti precedenti. Esso accadde quando, per l'ultima volta, Gesù era in viaggio coi suoi discepoli per recarsi alla festa di Pasqua in Gerusalemme. Egli aveva scelto la via per la Perea, costeggiando la Samaria, e giunto di sera ad un villaggio dove avevano l'intenzione di pernottare, le porte furon lor chiuse in faccia, e quell'atto, così contrario alla ospitalità orientale, irritò talmente i figli di Zebedeo, che essi supplicarono Gesù. di distruggere il villaggio ed i suoi abitanti col fuoco del cielo. Il Signore sgridò questi Boanergi per il loro poco giudizioso scoppio di orgoglio e di vendetta, e dichiarò che la sua missione in terra aveva in vista un fine direttamente opposto Luca 9:51-56.

8. Un certo Scriba dichiara il suo desiderio di divenire un seguace di Cristo. Ci saremmo aspettati a che Gesù rispondesse ad un tale: Seguitami; e certamente così gli avrebbe risposto se lo avesse visto animato da vero amore per lui, o da sincera ansietà per la propria salute, tanto più che così pochi della sua setta avevan fatta adesione alla causa del Signore. Ma dalla risposta di Gesù vediamo che quello scriba non era mosso da motivi disinteressati ad offrirsi come seguace di Cristo; ma lo faceva solo perché, essendo in parte convinto che Gesù era il Messia, desiderava partecipare ai vantaggi ed agli onori del regno che stava per essere eretto. Gesù lo disinganna presto, dichiarando che la sua era una vita errante, senza un luogo ove posare il capo, e che gli onori terreni cui lo Scriba aspirava non si acquietavano col divenire un suo discepolo. A questo viene aggiunto, in forma di dialogo, un'esposizione delle false impressioni relativamente al suo servizio, che avean corso fra alcuni suoi discepoli Luca 9:57-62.

Luca 9:1-6. MISSIONE DEI DODICI APOSTOLI Matteo 10:5-15; Marco 6:7-13

Per l'esposizione Vedi Matteo 10:5-15.

7 Luca 9:7-9. ERODE PRENDE GESÙ PER IL BATTISTA RISUSCITATO Matteo 14:1-2; Marco 6:14-16

Per l'esposizione Vedi Marco 6:14-16.

10 Luca 9:10-17. I DODICI RIFERISCONO IL SUCCESSO DELLA LORO MISSIONE. VISITA ALLA SPIAGGIA ORIENTALE DEL LAGO DI GALILEA. GESÙ NUDRISCE MIRACOLOSAMENTE CINQUE MILA PERSONE Matteo 14:13-21; Marco 6:30-44; Giovanni 6:1-13

Per l'esposizione Vedi Marco 6:30-44.

18 Luca 9:18-27. PIETRO CONFESSA CHE GESÙ È IL CRISTO. GESÙ ANNUNZIA LA SUA MORTE E RISURREZIONE, ED ESORTA I SUOI DISCEPOLI AD UMILTÀ, FERMEZZA ED ABNEGAZIONE Matteo 16:13-28; Marco 8:27; 9:1

Per l'esposizione Vedi Matteo 16:13-28.

28 Luca 9:28-36. LA TRASFIGURAZIONE DI CRISTO Matteo 17:18; Marco 9:2-8

Non mancano gli scrittori che affermano che il maraviglioso evento, descritto nei versetti seguenti. è un mito - una mera creazione dell'immaginazione, o una visione, non una realtà, benché non abbiano creduto necessario spiegarci come mai esso si presentasse precisamente nella stessa forma a Gesù ed ai suoi discepoli. Non vi può esser dubbio alcuno della assoluta realtà storica di questo racconto. È congiunto, da date ben marcate, a quello che precede, ed è intimamente unito a quel che segue. Non si può senza ingiustizia separarlo dal suo contesto. Di più, non troviamo nulla che getti il più piccolo dubbio sulla realtà di quelli che appariscono. Le persone mentovate furon viste da tutti, esse parlarono e furono riconosciute. V'ha esatto accordo fra i tre primi evangelisti su tutti i particolari, ed il quarto allude, in modo assai chiaro, a quel fatto che non entrava nel suo piano di raccontare Giovanni 1:14. Un altro dei tre spettatori riferisce distintamente i fatti qui raccontati, molti anni dopo 2Pietro 1:16-18.

PASSI PARALLELI

Matteo 16:28; Marco 9:1; Giovanni 14:2; 16:7

Giovanni 21:22-23

Luca 2:26; Giovanni 8:51-52,59; Ebrei 2:9

Luca 22:18; Marco 14:25

28. or avvenne che, intorno d'otto giorni

Matteo e Marco dicono sei giorni; ma la differenza si spiega facilmente dall'aver essi calcolato solamente i giorni intermedii fra gli eventi riferiti, mentre Luca include pure quelli nei quali quegli eventi accaddero; ovvero col supporre, come lo permetto la parola intorno di che Luca indica il tempo solo in modo approssimativo.

appresso questi ragionamenti.

La conversazione cioè fra Gesù e i suoi discepoli, sulla via di Cesarea di Filippi, dove, dopo che Pietro ebbe confessato esser Gesù il Cristo, il Figlio dell'Iddio vivente, il Signore avea per la prima volta distintamente annunziato ai suoi discepoli la sua morte, il modo di essa, e la sua risurrezione. Luca prende questa conversazione come punto di partenza nel suo racconto, così pure fanno gli altri Sinottici; e non è improbabile che, mentre la trasfigurazione era, per quanto spettava a Gesù, una nuo va consecrazione in vieta delle sofferenze che lo aspettavano, essa fosse pure voluta da Dio per togliere dal cuore dei suoi discepoli la mestizia e lo scoraggiamento che un tale annunzio vi avea prodotto.

egli prese seco Pietro, Giovanni e Giacomo;

Questi tre formavano un gruppo più intimo nella compagnia degli Apostoli, e Gesù li onorava dando loro una più grande porzione di confidanza e di amore che agli altri. Li aveva scelti già come testimoni del risuscitamento della figlia di Iairo, li sceglie ora, come li sceglierà più tardi, nel giardino di Getsemane, per essergli compagni, mentre si dà più specialmente alla preghiera.

e salì in sul monte,

Nessuno dei Sinottici, anzi nessuno degli scrittori sacri ricorda il nome di quel monte eppure non v'ha quasi predicatore o scrittore che non indichi il monte Tabor, come quello in cima al quale accadde la trasfigurazione, benché quel monte non abbia altro diritto a tale celebrità all'infuori di una tradizione menzognera dei frati, che nessuno sognò prima della metà del superstizioso secolo quarto. La ragione che lo fece scegliere per questo scopo è che esso s'innalza nelle parte N. E. della pianura di Esdraelon ed appare, a prima vista, a motivo della poca altezza della catena che lo unisce alle montagne di Nazaret, rispondere alla descrizione che Marco e Matteo ci dànno del monte della trasfigurazione, cioè che esso stava alquanto «in disparte», Esso però non risponde a quell'altre parole della descrizione medesima: «un alto monte», poiché è alto non più di mille piedi, mentre il piccolo Herunon, Gebel ed Dahy, che si erge pure solitario, di faccia ad esso da quella pianura, è di mole maggiore e molto più elevato. Coperto d'alberi quasi fino alla sua vetta, Tabor presenta un aspetto molto attraente, quando lo si contrasti coi nudi monti che lo circondano, e per la sua bellezza, senza dubbio, lo mentova il Salmista, come mentova Hermon per la sua nevosa maestà Salmi 89:13. Ma vi sono ragioni potentissime per rigettare il Tabor come sito della trasfigurazione. Il nostro Signore cercava la solitudine per pregare; non avrebbe dunque scelto per questo un monte sulla cima del quale trovavasi una città fortificata, le cui estese rovine vi si osservano tuttodì. Ora tale era probabilmente lo stato del monte Tabor sin dai giorni della conquista di Giosuè. Daberah, sul suo pendio occidentale, fu allora dato ai Leviti; ed ai tempi dei Giudici Tabor fornì a Barak alloggi per 10000 uomini, Conf. Giosuè 19:12,22; 21:28; Giudici 4:12,14. Ad eccezione di Osea 5:1, non c'è altra menzione del Tabor nella Bibbia; ma Polibio (5:70.6), ci dice che Antioco il Grande, re di Siria (218 A. C.), «per stratagemma ed astuzia, s'impadronì della città», e la fortificò. Nell'anno 53 A. C., il Proconsole romano Gabinio la prese e vi uccise 10000 uomini (Flavio, Antich. 14:6,3). Dopo l'ascensione del Signore, durante l'inutile lotta dei Giudei contro ai Romani, Flavio Giuseppe stesso ne riparò le fortificazioni, e tenne per un tempo la città contro al nemico. È dunque chiaro che, nei cinquant'anni che precedettero Cristo, e nei settanta che seguirono, vi era sulla vetta piana del Tabor una popolosa città, e che quello non poteva per conseguenza esser il monte espressamente scelto, perché il Signore e i suoi apostoli vi fossero «soli» (Marco). Secondo Robinson, Cirillo di Gerusalemme al quarto secolo fu il primo a indicare il Tabor come scena della trasfigurazione, ma solo casualmente, e senza esprimere la propria credenza in proposito; prima di quel tempo non v'era alcuna tradizione consimile; di poi, crescendo la superstizione, e specialmente dopo le crociate, quella teoria fu generalmente accettata, ma di fronte alle prove date più sopra è impossibile accordarle il minimo credito. Secondo i racconti di Matteo 16:13, e di Marco 8:27, confermati dai vers. Di Luca 9:18-27 di questo capitolo, il Signore giunse nel vicinato di Cesarea di Filippi, molto al N. del Tabor, sei o otto giorni prima della trasfigurazione, e siccome egli non vi andava per visitare solamente la città, ma pure i villaggi vicini Marco 8:27, quel tempo non era punto di troppo per una tal'opera, dimodoché dobbiamo cercare in quei monti, forme nel Gebel es Sheikh (Monte Hermon), o nel Gebel Panias, le due vette più meridionali dell'Antilibano, la scena di questo evento maraviglioso.

per orare.

Luca solo ci dice lo scopo del Signore nel salire il monte, ed in che fosse occupato quando venne su di lui quel maraviglioso cambiamento. In varie altre occasioni precedenti, vediamo il Signore ritirarsi in cima ad un monte, per godervi ininterrotta comunione in preghiera col Padre celeste, ma allora egli era solo; più tardi in Getsemane, cercando di nuovo la solitudine per pregare, prese seco questi stessi tre discepoli, come se, nell'angoscia dell'anima sua, egli fosse bramoso di simpatia umana; ma l o scopo che avea in vista nel prenderli seco in questa circostanza, e nel pregare in lor presenza, era di fortificare la loro fede in lui, difaccia agli insulti, all'ingiustizia, alla violenza che stavano in serbo per lui; e la sua glorificazione dinanzi ai loro occhi, con tutte le cose che l'accompagnarono, fu il modo in cui piacque al Padre di esaudire quella preghiera. Quel notevole evento accadde di notte. Questo è provato in modo indubitabile dalle parole del nostro evangelista in Luca 9:37: «il giorno seguente... essendo scesi dal monte» ecc., che sarebbero inesplicabili se la trasfigurazione avesse avuto luogo di giorno, mentreché sono naturalissime se essa avvenne di notte. Lo confermano poi le considerazioni seguenti:

1. Il Signore sceglieva ordinariamente la notte, quando, come in questo caso, cercava la solitudine per pregare Luca 6:12; 21:37; 22:39; Matteo 14:23; Marco 1:35.

2. Di notte dovevano vedersi meglio tutti i particolari della trasfigurazione e delle apparizioni che l'accompagnarono.

3. Le tenebre ed il silenzio della notte, insieme colle fatiche del giorno, spiegano naturalmente assai il sonno dei discepoli quando furon giunti in vetta al monte, sonno da cui li svegliò la gloria che risplendè intorno a loro Luca 9:32; durante il giorno, tale disattenzione e mancanza di rispetto sarebbero state imperdonabili.

PASSI PARALLELI

Matteo 17:1-13; Marco 9:2-13

Luca 8:51; Matteo 26:37-39; Marco 14:33-36; 2Corinzi 13:1

Luca 9:18; 6:12; Salmi 109:4; Marco 1:35; 6:46; Ebrei 5:7

29 29. E, mentre egli orava,

«La connessione fra la preghiera di Gesù, e la sua trasfigurazione, Luca l'esprime colla preposizione la quale indica più che una mera simultaneità, mentre egli orava), e fa della sua preghiera la causa di quel misterioso evento» (Godet). Oltre a questo, ci son ricordati due altri casi in cui una voce rese testimonianza dal cielo a Gesù, ed in ambo i casi essa si fece udire mentre egli orava Luca 3:21; Giovanni 12:28. Sono pure ricordati esaudimenti immediati di preghiere nei casi di Daniele Luca 9:20-22, di Saulo di Tarso Atti 9:11, di Cornelio Atti 10:2-6, ed in ogni età, dei credenti han potuto riconoscere la misericordia dell'Iddio del patto, non solo per aver egli esaudito le loro preghiere, ma anche per averlo fatto «mentre essi parlavano ancora e facevano orazione». Ricordiamocene, per incoraggirci a «chiedere in fede, senza esser punto in dubbio» Giacomo 1:6.

il sembiante della sua faccia fu mutato,

altro, diverso. Né Marco, né Luca s'attentano a descrivere il cambiamento avvenuto nell'aspetto di Gesù; ma Matteo dice: «Egli fu trasfigurato in loro presenza, e la sua faccia risplendè come il sole». Giovanni fa, senza dubbio, allusione a questo fatto, quando dice: «Noi abbiamo contemplata la sua gloria, gloria come dell'Unigenito del Padre, piena di grazia e di verità». Non fu questa la sola volta che Giovanni, mentre egli era tuttora in terra, contemplò il suo Maestro in tutta la divina sua gloria, poiché il Signore gli apparve in gloria, quando egli era prigione nell'isola di Patmo, e la descrizione che egli ci dà di questa seconda apparizione corrobora quella di Matteo, Vedi Apocalisse 1:14-15. Su Pietro pure, lo spettacolo che fu dato ai tre discepoli di contemplare produsse una impressione incancellabile, poiché lunghi anni dopo, quando era vicina al suo termine la sua carriera terrestre, lo udiamo protestare agli schernitori che chiamavano «favole artificiosamente composte» l'avvenimento di Gesù Cristo, che gli apostoli erano stati «spettatori della maestà d'esso, perciocché egli ricevette da Dio Padre onore e gloria, essendogli recata una cotal voce dalla magnifica gloria: Questo è il mio diletto Figliuolo, nel quale io ho preso il mio compiacimento. E noi udimmo questa voce recata dal cielo, essendo con lui nel monte santo» 2Pietro 1:16-18. Questa gloria, più brillante e splendente del sole nel suo meriggio, non era, come nel caso di Mosè Esodo 24:29-35, l'ultimo resto della riflessione di una gloria esterna che egli avesse contemplata, perché ancora non era comparsa, a dissipar le tenebre della notte, la nuvola abbagliante; era bensì l'immanente gloria della sua Divinità, la quale sfolgorò per un memento attraverso il velo di carne che la nascose durante il suo terrestre soggiorno, accendendolo di divino splendore. Contrastiamo in immaginazione la descrizione che ci dà il profeta Isaia 52:14, dell'apparenza del Messia: «L'aspetto di esso sarà sformato in maniera che non somiglierà più un uomo ed il suo sembiante in maniera ch'egli non somiglierà più uno d'infra i figliuoli degli uomini», colla gloria che illuminò le sue sembianze in sul monte, e non avremo difficoltà a capire che i discepoli rimanessero sbigottiti, e che la lor mente fosse turbata da quanto essi vedevano.

e la sua veste divenne candida folgorante.

Matteo «I suoi vestimenti divenner candidi come la luce». Marco «E i suoi vestimenti divennero risplendenti e grandemente candidi come neve; quali niun purgator di panni potrebbe imbiancar sopra terra». Mentre si astengono con riverenza dal descrivere minutamente la gloria delle fattezze del Signore, gli evangelisti descrivono appieno gli effetti di quella gloria sulle sue vesti, che essa fece diventar più bianchi che mai li avrebbe potuto far l'arte dello smacchiatore, più fulgidi della neve, risplendenti come la luce del sole. Oosterzee, mentre si oppone con ragione alla teoria di Olshauson che il corpo del Signore, durante la sua vita terrestre, subì un processo ininterrotto di glorificazione, in un nuovo stadio della quale egli sarebbe ora entrato mediante la trasfigurazione, si accorda però con lui nel supporre che, oltre all'interno sfolgoramento di gloria, occorresse una luce esterna per ispiegare lo splendore dei suoi vestimenti, e che questa fosse fornita dalla gloria dalla quale erano circondati i due celesti visitatori. «Non leggiamo, in nessun luogo», dice egli, «che questo splendore sovrannaturale precedesse la loro apparizione». Sta invece che l'intera descrizione della trasfigurazione, così per la persona, come per i vestimenti di Cristo, precede in tutti e tre i Vangeli la menzione della apparizione di Mosè e di Elia, e della «nuvola lucida»: egli non poteva dunque ricavare la sua gloria né in tutto, né in parte da una luce estranea. È molto più conforme alla Scrittura il credere che quei santi derivavano, in parte almeno, la loro gloria dall'essere in presenza del Signore. Nessuna luce tolta a prestito da un altro essere celeste era necessaria per render «bianco come neve» il vestimento dell'angelo al sepolcro Matteo 28:3, la sua gloria era derivata dal contemplare la gloria di Dio; e si fa onta al Signore degli angeli supponendo che un meschino vestimento di fabbrica umana, potesse trattenere o volar la gloria della divinità che splendeva attraverso ogni poro del suo terrestre tabernacolo. «Confrontando i tre racconti, appare che la luce non lo illuminava dal di fuori, ma usciva da lui medesimo. Egli ne fu tutto irradiato; fu come un fulgore di risplendente gloria celeste, fu Cristo stesso glorificato» (Brown).

PASSI PARALLELI

Esodo 34:29-35; Isaia 33:17; 53:2; Matteo 17:2; Marco 9:2-3; Giovanni 1:14; Atti 6:15

Filippesi 3:7-8; 2Pietro 1:16-18; Apocalisse 1:13-16; 20:11

30 30. Ed ecco, due uomini parlavan con lui, i quali erano Mosè ed Elia;

La parola ecco, indica la subitaneità con cui quei due santi comparvero in sulla scena. I discepoli si avvidero che erano semplici uomini non angeli, e presto ne conobbero le persone e i nomi. In che modo nol sappiamo; forse per immediata intuizione, o per qualche rivelazione divina, o per averne uditi i nomi mentovati nella conversazione cui essi davano ascolto con maraviglia e timore inesprimibili; questo solo è certo che cioè non può esser stato, come lo suppone Olshausen, per esserne stati informati più tardi dal Signore, il che è reso impossibile dalle parole di Pietro in Luca 9:33. In Marco 9:4, il nome di Elia è messo avanti quello di Mosè, ma se questo sia stato fatto intenzionalmente o no, è cosa, secondo noi, di poca importanza. Quelli che dàn peso a questo ordine, come se risultasse delle comunicazioni fatte a Marco da Pietro, lo spiegano in due modi:

1. come rappresentante l'ordine in cui quei due santi dell'Antico Testamento si presentarono agli occhi di Pietro;

2. ovvero perché Elia era realmente più proeminente che Mosè in questa scena maestosa, non personalmente, ma per esser più vicino al Signore nella successione profetica, e come essendo stato espressamente annunziato, prima che fosse chiuso l'Antico Testamento, qual suo precursore.

PASSI PARALLELI

Luca 24:27,44; Matteo 17:3-4; Marco 9:4-6; Giovanni 1:17; Romani 3:21-23; 2Corinzi 3:7-11

Ebrei 3:3-6

Luca 9:19; 1:17; Giacomo 5:17-18

31 31. I quali, appariti in gloria

Elia era stato rapito in cielo, senza assaggiar la morte naturale 2Re 2:1,11. Il cambiamento (equivalente alla morte), che, secondo Paolo, dovranno subire tutti «i viventi che saran rimasti fino alla venuta del Signore», prima di venir sollevati sulle nuvole, ad incontrare il Signore nell'aria 1Corinzi 15:51-52; 1Tessalonicesi 4:15-17, egli lo aveva sperimentato prima di entrare col suo corpo spirituale, incorruttibile, nel cielo. La gloria in cui apparve sul monte della trasfigurazione è dunque quella che è riserbata a tutti i redenti del Signore all'alba della risurrezione, quando questo corpo corruttibile rivestirà incorruttibilità e quello che è seminato in disonore risusciterà in gloria». Sappiamo che Mosè morì in Moab, e fu sepolto dal Signore stesso in una valle di quel paese Deuteronomio 34:6; sia dunque che egli ricevesse, per questa circostanza, un corpo temporario e visibile, come gli angeli che scendevano in sulla terra nei tempi patriarcali, o che, in anticipazione della risurrezione finale, egli fosse già rivestito del corpo che dovrà avere per sempre (come suppongono alcuni, da Giuda 9), v'ha però sempre una differenza fra lui ed Elia, che non morì mai, ed egli è il rappresentante della «turba grande, che niuno può annoverare», i cui corpi riposano ora nella tomba, ma i cui spiriti glorificati stanno per sempre dinanzi al trono di Dio.

La scelta di questi due uomini, i più grandi ed i più gloriosi servi di Dio, sotto la dispensazione dell'Antico Testamento, per esser compagni al Messia, in questa unica e brevissima dimostrazione della gloria sua celeste, mentre era in terra, fu accuratamente fatta dalla saviezza divina ed è molto importante. Mosè fu il grande legislatore Israelita, il fondatore della teocrazia e della dispensazione levitica, ed il suo rappresentante in questa occasione solenne. Elia era il più celebre degli antichi profeti, il restauratore della legge nel regno d'Israele, quando quasi tutto il popolo era caduto nella idolatria, colui, il cui ritorno (per sostituto), avanti la venuta di Cristo, era stato predetto prima che fosse chiuso l'Antico Testamento. «La legge ed i profeti» presentavano così, per mezzo dei loro rappresentanti, i loro omaggi a Gesù di Nazaret, come il Messia la cui venuta essi avevano tipificata e predetta attraverso tanti secoli, e ciò in presenza dei discepoli che, giorno dopo giorno, lo avevano udito insultare come bestemmiatore, trasgressore della legge, e sovvertitore sacrilego della divina autorità di Mosè! Che maravigliosa rivelazione, che cambiamento nei loro sentimenti deve aver prodotto tutto ciò in quei testimoni terreni! Né deve passar inosservata la presenza dei tre apostoli in questa compagnia adunata intorno al Figliuol dell'uomo nella sua gloria. Essi vi rappresentano la Chiesa del Nuovo Testamento, che doveva venir poi edificata su di lui, come sulla «pietra del capo del cantone», per durar fino al suo ritorno «nella gloria di suo Padre e dei suoi santi angeli»; dimodoché in quelle poche persone vediamo la legge, i profeti e gli apostoli, i rappresentanti del Vecchio Testamento e del Nuovo, unirsi per rendere omaggio al «profeta di Nazaret», come al loro Signore, e per tributargli gloria in cielo e sulla terra.

parlavano della fine di esso, la quale egli dovea compiere in Gerusalemme.

Luca solo ci dice di che soggetto parlassero, al momento in cui i discepoli furon fatti accorti della loro presenza e finché rimasero visibili; ora un soggetto nel quale così Mosè come Elia prendevano un interesse personale e profondo! Era la morte che lo aspettava in Gerusalemme e dalla quale dipendeva l'eterna salvezza dei santi dell'Antico Testamento, già ricevuti anticipatamente in cielo, come pur quella di tutti gli eletti d'infra la razza umana, da ora in fino alla fine del tempo. La parola (exodos) da Luca scelta per indicar quella morte, è pure molto notevole; è quella dai settanta usata per descrivere la partenza degli Israeliti dall'Egitto per Canaan, e, in questo passo, essa non contiene solamente l'idea della morte, ma pure della risurrezione e dell'ascensione che doveano tener dietro a quella. Essa c'insegna l'immortalità dell'anima, e significa che l'anima è l'uomo e non cessa di esistere alla morte, ma solo va altrove. Quella parola viene usata solo un'altra volta in quel senso nel Nuovo Testamento, quando cioè Pietro parla della propria morte come dovendolo far entrare nel riposo glorioso che lo aspettava in cielo. Questa applicazione della parola a sé stesso sembra aver sì vivamente richiamato alla mente di Pietro tutta la scena in cui l'aveva udita applicare a Gesù dai divini messaggieri, che egli subito la ricorda 2Pietro 1:15-18. «Questo esodo od uscita», dice il prof. Alexander, «che il Signore stava per compiere in Gerusalemme, era stata in un certo modo tipificata secoli prima, dagli esodi dei due uomini che ora stavano di nuovo in sulla terra e parlavano con lui; l'esodo di Mosè a capo d'Israele dal paese d'Egitto Esodo 12:41, e l'esodo di Elia dalla vista di Eliseo per mezzo di un carro di fuoco e di cavalli di fuoco, quando salì al cielo in un turbo» 2Re 2:1,3,11. Le parole che accompagnano exodos sono pure significative; compiere, indica non solo che quella morte era vicina, ma pure che essa sarebbe un successo ben lungi dall'esser quelle sofferenze inutilmente sopportate, ben lungi dall'andarne fallito lo scopo, esso raggiungerebbe il fine per cui l'opera di Cristo era stata intrapresa. Le parole in Gerusalemme additano quella città, già rossa col sangue dei profeti, come vicina a colmare la misura delle sue colpe «uccidendo il Principe della vita», nel luogo delle pubbliche esecuzioni. Questo tremendo monopolio della uccisione dei servi di Dio, per odio alla verità, apparteneva a Gerusalemme, e come una macina intorno al suo collo, l'affondava a sua distruzione. Il Signore stesso attribuisce a Gerusalemme questa vergognosa prerogativa, quando dice: «Non accaggia, non è possibile che alcun profeta muoia fuor di Gerusalemme» Luca 13:33.

PASSI PARALLELI

2Corinzi 3:18; Filippesi 3:21; Colossesi 3:4; 1Pietro 5:10

Luca 9:22; 13:32-34; Giovanni 1:29; 1Corinzi 1:23-24; 1Pietro 1:11-12; Apocalisse 5:6-12; 7:14

32 32. Or Pietro, e coloro che eran con lui erano aggravati di sonno;

Il Greco usa il più che perfetto, che significa essi erano stati aggravati dal sonno, prima cioè che comparissero Mosè ed Elia, probabilmente mentre Gesù pregava, e col dare a quelle parole il loro significato letterale, il senso di quelli che seguono diviene subito evidente.

e, quando si furono svegliati,

Questa parola non si trova mai altrove nel Nuovo Testamento ma nel Greco classico significa star sveglio, ed il vero significato qui ne è, ovvero con Meyer e Alford: «ma essendo rimasti svegli», durante il resto, della scena, o meglio ancora con Olshausen e Brown: «essendosi svegliati», «avendo scosso interamente la loro sonnolenza».

videro la gloria di esso, e quei due uomini che eran con lui.

Lo scopo dell'Evangelista nell'aggiungere questo versetto è per l'appunto che non si supponga esser questa una mera visione vista nel sonno. Non fu, dichiara egli, mentre erano addormentati o sonnolenti, che i discepoli contemplarono la gloria di Cristo, e videro ed udirono i due uomini che conversavano con lui, ma solo dopo essersi svegliati, ed aver ripreso piena coscienza di sé.

PASSI PARALLELI

Luca 22:45-46; Daniele 8:18; 10:9; Matteo 26:40-43

Esodo 33:18-23; Isaia 60:1-3,19; Giovanni 1:14; 17:24; 2Pietro 1:16; 1Giovanni 3:2

Apocalisse 22:4-5

33 33. E, come essi si dipartivan da lui, Pietro disse a Gesù

Quando si accorse che i celesti visitatori stavan per partire, col vivo desiderio di trattenerli il più possibile, prolungando così l'estatica felicità di cui godevano, Pietro, in nome proprio e dei compagni, rivolse a Cristo le seguenti parole.

Maestro,

(Matteo Marco ognuno di essi dando, in modo caratteristico, il titolo che usa dare a Gesù),

egli è bene che noi stiamo qui; facciamo adunque tre tabernacoli (tende o capanne fatte con rami d'albero), uno a te, uno a Mosè ed uno ad Elia; non sapendo ciò che egli si dicesse.

Era invero un bene per loro pregustare in tal modo il cielo, e Pietro desiderava il prolungamento, e, quasiché il timor di passar la notte ad aria aperta, in un luogo così esposto e senza riparo alcuno, fosse la ragione che spingeva i messaggieri celesti a ritirarsi, egli propose di erigere subito con dei rami d'albero delle capanne in cui Gesù, Mosè ed Elia si potessero ricoverare in tali circostanze. L'ardente ed impetuoso Pietro non poté star zitto, e pronunziò parole poco giudiziose, «egli non sapeva ciò che si dicesse». Parlò per sentimento, non per riflessione, e sotto l'agitazione della maraviglia, del timore Matteo 27:6, e di un sentimento di strana allegrezza. Non lo giudichiamo severamente! In simili circostanze, le nostre deboli menti avrebbero senza dubbio perduto esse pure l'equilibrio. Tutto il suo discorso ci fa vedere che Pietro considerava Gesù come la figura principale del quadro. I rappresentanti dell'antica alleanza gli paiono solo figure secondarie, mentre, parlando di tre tende solamente, mette sé stesso e i suoi compagni al terzo rango, come semplici servi degli altri tre. Le sue parole esprimono pure l'intimo suo desiderio del regno di Dio, in cui i santi già glorificati e quelli che lo saranno in avvenire, dimoreranno per sempre col Signore.

PASSI PARALLELI

Salmi 4:6-7; 27:4; 63:2-5; 73:28; Giovanni 14:8; 2Corinzi 4:6

Matteo 17:14; Marco 9:5-6

Marco 10:38

34 34. Ma mentr'egli diceva queste cose, venne una nuvola, che adombrò quelli; e i discepoli temettero quando quegli entrarono nella nuvola.

A questo punto, le parole che uscivano dalla bocca di Pietro furono interrotte da uno spettacolo che si presentò ai suoi occhi tutto ad un tratto: una nuvola adombrò Cristo, Mosè ed Elia, ed essi sparirono interamente dalla vista degli Apostoli. Una rapida lettura dei tre racconti lascia l'impressione che questa nuvola avviluppasse tutte e sei le persone che si trovavano in sul monte; ma uno studio più attento delle parole di Luca ci obbliga ad abbandonare una tale idea. Le parole e si riferiscono prima ai discepoli, di cui dinota la paura, l'altre due a Gesù, Mosè ed Elia che ne erano separati dalla nuvola; e benché alcuni, seguendo il Codice Alessandrino, vogliano sostituire dell'ultima clausola del versetto, e così includere anche i discepoli, i dettagli che seguono non possono essere intesi che adottando la prima spiegazione. In quella nuvola, i celesti messaggieri che Pietro avrebbe tanto desiderato trattenere, scomparvero alla loro vista. Essi ne rimasero, senza dubbio, dolenti; ma fu la separazione dal loro Signore che riempì i cuori dei discepoli di paura, avviluppandolo la nuvola insieme agli altri che conversavano con lui, mentre essi ne restavano fuori. Fu dalla nuvola, secondo la testimonianza di tutti i Sinottici, che la voce di Dio giunse ai discepoli, modo di dire che indurrebbe in orrore se la nuvola li avesse circondati essi pure. Fu pure dopo la sparizione della nuvola che i discepoli, guardandosi attorno, videro Gesù tutto solo, essendo scomparsi gli uomini che parlavano con lui. Diodati adotta fortemente questa opinione, ed ha creduto dovere inserire le parole i discepoli nell'ultima clausola a scanso d'ogni equivoco. Questa nuvola lucida altro non era che la Shechina o simbolo della presenza di Dio, per la quale egli dimorava anticamente in mezzo al suo popolo nel Santo dei Santi in Gerusalemme, ed essa indicava la presenza sul monte della trasfigurazione di Dio il Padre, il quale pure parlò dal mezzo di essa. È la stessa nuvola che condusse gli Israeliti nel deserto, che prese possesso del tempio di Salomone alla sua inaugurazione solenne, e più tardi ricevette Cristo in gloria quando da Betania egli salì al cielo.

PASSI PARALLELI

Esodo 14:19-20; 40:34-38; Salmi 18:9-11; Isaia 19:1; Matteo 17:5-7; Marco 9:7-8

Giudici 6:22; 13:22; Daniele 10:8; Apocalisse 1:17

35 35. Ed una voce venne dalla nuvola. Dicendo: Quest'è il mio diletto Figliuolo ascoltatelo.

Le parole di Marco son le stesse che quelle di Luca, ma Matteo aggiunge «in cui ho preso il mio compiacimento», completando così le parole che già erano state dette dal Padre, quando Gesù, al suo battesimo, usciva dal Giordano. «Questo si può dunque considerare», dice il professore Alexander, «come un secondo battesimo per prepararlo alla sua passione, come il primo al suo ministerio: un battesimo non d'acqua, ma di luce, non nel fiume, ma nella nuvola 1Corinzi 20:2, non da Giovanni, ma (in un certo modo), da Mosè ed Elia, non in presenza di tutto il popolo, ma in quella di tre testimoni scelti». Come la voce dal cielo lo presentò al Giordano qual Apocalisse della sua Chiesa (il regno del cielo) Matteo 3:17, e più tardi a Gerusalemme qual Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento Giovanni 21:28, così ora, in sul monte, il suo uffizio profetico fu dal Padre dichiarato superiore a quello dei due distinti profeti della dispensazione dell'Antico Testamento, e le sue parole e comandamenti senza appello. Il Padre «prese il suo compiacimento» nel Figlio, non solo per la sua divina eccellenza, e per quanto egli era in se stesso, ma pure per tutte le sue opere mediatorie, per tutto quello che avea già fatto, per tutto quello che ancora dovea soffrire; e non sol questo, ma egli prende pure, per motivo di lui, il suo compiacimento nei credenti. Il comandamento «ascoltatelo» altro non è che l'autorevole ripetizione di quello già dato da Mosè a suo tempo, riguardo al modo di ricevere e di ubbidire «il profeta simile a lui, che Dio doveva suscitare, a suo tempo, fra i loro fratelli» Deuteronomio 28:15; Atti 3:22. Esso insegnava ai discepoli che, se fino allora aveano seguito «la legge ed i profeti», i precetti del loro Maestro devono essere da ora innanzi la loro regola di fede e di vita, e non la loro solamente, ma di tutti quelli che crederebbero in lui, per la loro predicazione, fino alla fine dei tempi. «La sparizione dei due visitatori celesti», dice Conder, «quando questo enfatico comandamento: l'ascoltatelo uscì dalla eccellentissima gloria, può suggerire l'idea che da ora innanzi la legge e i profeti rassegnano il loro uffizio di istruzione e di comandamento nelle mani di Gesù».

PASSI PARALLELI

Luca 3:22; Matteo 3:17; Giovanni 3:16,35-36; 2Pietro 1:17-18

Deuteronomio 18:18-19; Isaia 55:3-4; Giovanni 5:22-24; Atti 3:22-23; Ebrei 2:3; 3:7-8,15

Ebrei 5:9; 12:25-26

36 36. E in quello stante che si facea quella voce, Gesù si trovò tutto solo

L'effetto immediato della voce di Jehova su di loro, secondo Matteo, fu che essi «caddero sopra le loro facce e temettero grandemente». Egli ci dice pure che da quello stato di terrore, essi furono riscossi da Gesù medesimo. «Ma Gesù, accostatosi, li toccò, e disse: Levatevi e non temiate. Ed essi, alzati gli occhi, non videro alcuno, se non Gesù tutto solo». Le voci son cessate, le apparizioni sono svanite, la gloria è sparita, essi sono soli con Gesù, come al principio.

Or essi tacquero, e non rapportarono in quei giorni ad alcuno nulla delle cose che avean vedute.

Da Matteo e Marco sappiamo che nostro Signore proibì severamente a quei tre testimoni di parlare di quanto aveano veduto a chicchessia, condiscepolo od amico, fin dopo la risurrezione. Luca non ne parla e solo riferisce il fatto che i discepoli non divulgarono ad alcuno le cose che aveano vedute. Luca pure omette tutta la conversazione (riferita da Matteo e da Marco), che Gesù ebbe coi suoi discepoli riguardo ad Elia, mentre essi scendevano la mattina seguente dal monte, forse perché credette il soggetto poco importante e difficile «ad intendere per i Gentili, pei quali egli scriveva. Per la esposizione del passo relativo ad Elia, vedi Marco 9:9-13.

PASSI PARALLELI

Ecclesiaste 3:7; Matteo 17:9; Marco 9:6,10

RIFLESSIONI

l. Cristo non ci ha soltanto dato la preghiera domenicale come un modello del modo in cui dobbiamo presentare le nostre domande a Dio, ma ci ha dato pure l'esempio della preghiera, praticandola in questa e varie altre occasioni. «Osservate», dice Hall, Contemplazioni, «Cristo cominciare tutte le sue grandi opere colla preghiera in sulle labbra! Al momento di accingersi a quella grande opera della sua umiliazione, che fu la sua passione, va nel giardino a pregare; quando sta per cominciare questa grande opera della sua esaltazione, nell'essere trasfigurato, salì sul monte per pregare. Entrambe egli cominciò in ginocchio. Che nobile esempio per noi, di pietà e di divozione! Che ardiremo intraprendere senza pregare noi uomini, quando lui che è Dio non poté mai far nulla senza questo?»

2. Vien fatto violenza alla lettera ed allo spirito di questo racconto, così da quelli che considerano la trasfigurazione come una apparizione puramente obiettiva, proveniente dal mondo spirituale, senza alcun intervento subiettivo qualsiasi; come da quelli che l'attribuiscono per intero alla suscettibilità eccitata dei discepoli, aiutata da, certe circostanze esterne, come la luce mattutina, la bianchezza della neve ecc. Quelli che ascrivono la cosa unicamente alla suscettività dei discepoli spiegheranno difficilmente come i tre testimoni terrestri sieno ad un tratto, e indipendentemente l'uno dell'altro, giunti a tale stato di estasi da poter tutti credere che vedevano i cieli aprirsi, al disopra del capo del Messia. I racconti dei tre evangelisti Sinottici ci autorizzano chiaramente ad ammettere, che i discepoli, essendo affatto svegli, videro una vera apparizione, ed udirono realmente una voce» (Oosterzee).

3. Il primo annunzio dato da Gesù delle sue sofferenze e della sua morte ebbe sui suoi discepoli un tale effetto che Pietro cominciò a riprenderlo per aver espresso simile idea. Gesù lo rimproverò severamente di voler gettare una pietra d'intoppo sulla sua via; ma le parole di Cristo aveano talmente afflitto i suoi discepoli che un'intera settimana non bastò a cancellare quella impressione d'in sulla loro mente, e fu senza dubbio per rassicurarli e fortificar la loro fede che Gesù volle far vedere ai suoi più intimi, che quella morte cui egli stava per soggiacere, eccitava l'ammirazione e l'interesse del cielo. Questo ei fece dopo aver passato la notte in preghiera, in vetta ad un monte, e siccome la fede dei tre discepoli fu indubbiamente confermata da quanto essi videro ed udirono, così possiamo esser certi che lo spirito del Redentore ne fu pure consolato ed invigorito.

4. Nello studiare lo scopo e il disegno della trasfigurazione, conosciamo troppo poco del mondo degli spiriti per indovinare, e molto meno per affermare dommaticamente, in quanto concerne Mosè ed Elia personalmente, o la comunità glorificata della quale essi fan parte, per qual ragione vennero scelti a scendere dal mondo invisibile, per stare accanto a Gesù e per conversare con lui, in sul monte. Grande e singolare era il benefizio non meno che l'onore, poiché includeva il privilegio di avvicinar Gesù, nel suo stato glorificato, più che non Sia mai stato concesso a qualcuno della nostra razza, in sulla terra, né si può congetturare quanto sia stato utile ed opportuno questo breve trasferimento nel santuario superno per la mente umana dell'uomo Cristo Gesù, quantunque esso servisse senza dubbio a dei fini di grazia e di bontà verso il Redentore. Ma non è difficile scoprire il disegno di tutta la scena della trasfigurazione, per fortificar la fede degli Apostoli. (a) Li aiutò a farsi un vero concetto della persona di Cristo. La sua dottrina e i suoi miracoli li avevano invero convinti esser egli il Messia; ma il contrasto fra l'umiltà dei suoi natali, l'oscurità di Nazaret (da tutti ritenuto per suo luogo di nascita), la sua posizione sociale e tutto il tenore e le circostanze esterne della sua vita da un lato, e dall'altro, le gloriose descrizioni date dai profeti della maestà della persona del Messia e della gloria del suo regno, era spesso stato per loro argomento di dubbio, di maraviglia e di ansietà. Ma quell'unica veduta della persona glorificata del Signore, quella sola visibile manifestazione del posto che egli occupava nel regno invisibile, quello sguardo gettato sulla gloria celeste, con Gesù ritto nel mezzo di essa, bastò a dissipare tutti i loro dubbi e i loro timori. (b) La posizione che Cristo assunse di faccia al sacerdozio giudaico, ed al rituale mosaico, la sua trascuranza abituale di alcune delle osservanze religiose sanzionato dai più alti uffiziali ecclesiastici, considerate come di autorità e di origine divina, e rigorosamente osservate da chiunque avea qualche pretensione alla pietà, anzi l'espressa sua condanna di alcune fra quelle, devono averli resi non poco perplessi. L'udire le autorità ecclesiastiche, che essi erano avvezzi a venerare, condannarlo apertamente come nemico di Mosè, avversario della legge e dei profeti, traditore al tempio ed al culto levitico, e rivoluzionario pericoloso, deve aver messo alla prova, in non piccolo grado, la loro fiducia in lui. Ma il veder Mosè ed Elia, il fondatore ed il ristoratore, i principali rappresentanti dell'antico patto, apparire in gloria per riconoscerlo, quale loro Signore, deve aver tolto dal cuor loro ogni dubbio su quel punto, convincendoli per dimostrazione oculare, che egli non «era venuto per annullare la legge ed i profeti, anzi per adempierli». (c) Il fatto che il Messia dovea morire in quel modo ignominioso era un sasso d'intoppo sulla via della fede, e su quello, ad onta di quanto era stato fatto per prepararli, i discepoli erano incespicati e caduti. Solo dopo la risurrezione, i loro occhi si aprirono alla vasta importanza di quel fatto; ma allora fortificò la loro fede il ricordarsi che, appunto per parlar con Gesù di «quella morte» come di un evento del più profondo interesse così per la Chiesa dell'Antico Testamento che per quella del Nuovo, erano scesi dal cielo Mosè ed Elia, e questo li condusse più tardi a proporsi «di non saper altro, se non Gesù Cristo, ed esso crocifisso». (d) Pareva così strano, presuntuoso e blasfematorio per un uomo, che nulla distingueva dai suoi simili, di parlar di Dio come suo Padre, il che implicava unità di natura, di attributi, di autorità, di possessione, che la loro fede deve essere stata spesso in pericolo di naufragare; ma tutto ciò ebbe fine in sul monte, allorquando dalla nuvola di gloria, che l'adombrò per alcuni istanti, essi udirono la voce stessa dell'Iddio vivente autenticare tutto quello che Gesù avea detto, o potrebbe dire ancora, sulle relazioni speciali che correvano fra lui ed il Padre, con le solenni parole: «Questo è il mio diletto Figliuolo».

5. Qual testimonianza ci vien data qui dello scopo evangelico di tutta l'antica economia. Non solo Cristo, ma Cristo morente ne è il grande scopo. Né da quella economia dobbiamo separare i santi che crebbero sotto di essa. In cielo almeno quella morte era stata anticipatamente «tutta la lor salvezza, e tutto il loro desiderio», come lo vediamo da questo esempio; poiché il solo soggetto di cui Mosè ed Elia, loro rappresentanti, parlaron con Gesù fu per l'appunto «la fine di esso, la quale egli dovea compiere in Gerusalemme».

6. "Non ci sarebb'egli di grande aiuto, nel nostro viaggio attraverso la vita, il pensare che qualunque cosa Cristo predica, mentre noi lo udiamo, il Padre stà al disopra e dice: ASCOLTATELO? A mo' d'esempio: «Se alcuno non è nato di nuovo, non può vedere il regno di Dio»: Ascoltatelo. «Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati, ed io vi alleggerò»: Ascoltatelo. E quando attraversiamo la valle dell'ombra della morte: «Io son la risurrezione e la vita; chiunque crede in me, benché sia morto viverà. E chiunque vive e crede in me, non morrà giammai in eterno»: Ascoltatelo! " (Brown). Lettore, sforzati di seguire questo consiglio.

37 Luca 9:37-42. GUARIGIONE DEL FANCIULLO INDEMONIATO Matteo 17:14-21; Marco 9:14-29

Per l'esposizione Vedi Marco 9:14-29.

43 Luca 9:43-45. GESÙ ANNUNZIA, PER LA SECONDA VOLTA, LA SUA MORTE E LA SUA RISURREZIONE AI DISCEPOLI Matteo 17:22-23; Marco 9:30-32

Per l'esposizione Vedi Matteo 17:22-23.

44 44. Voi, riponetevi questo parole nell'orecchie;

Riguardo al significato di «queste parole» Alford osserva, che esse non indicano i miracoli e i discorsi che precedono, come crede Meyer, né precisamente, come altri le rendono: "quello che io sto per dirvi" bensì, "questi annunzi" (dei quali il presente era il secondo) che di tanto in tanto io vi do della mia morte. La risurrezione, espressamente mentovata, dagli altri evangelisti, viene omessa da Luca.

46 Luca 9:46-50. DISPUTA FRA I DISCEPOLI INTORNO A QUALE DI ESSI SAREBBE PIÙ ESALTATO NEL REGNO DEL MESSIA. GESÙ RIMPROVERA GIOVANNI (QUALE RAPPRESENTANTE DEGLI ALTRI DISCEPOLI) PER INTOLLERANZA RELIGIOSA Matteo 28:1-5; Marco 9:33-37

Per l'esposizione Vedi Marco 9:33-37.

È cosa notevole di questo Vangelo, che, ad eccezione di due o tre brevi passi, un terzo all'incirca del suo contenuto (quasi nove capitoli, cominciando col ver. 51 di questo e terminando al cap. 18:14) è stato omesso da tutti gli altri evangelisti, dimodoché dei preziosi insegnamenti che quei capitoli contengono andiamo debitori al solo Luca. In quieto fatto trova abbondante conferma quanto ei dice, al principio del suo Vangelo, relativamente all'abbondanza ed all'accuratezza dei materiali che avea radunati prima di accingersi a scrivere la storia di Cristo. Non essendovi in questa parte del Vangelo quasi punte indicazioni di tempo e di luogo, anzi, l'Evangelista stesso non avendo evidentemente piano cronologico alcuno nel raccontare questi fatti, come si vede dall'indeterminatezza delle parole che introducono nuovi soggetti, per es. Luca 9:5; 10:15,38; 11:1,14; 12:1; 13:1,10,22; 14:1,25; 15: l; 17:1,5,11,20; 18:1,9, è un compito impossibile il volere, come fanno gli Armonisti, precisare il tempo impiegato, le vie seguite, ed i luoghi visitati, nell'ultimo viaggio del Signore dalla Galilea a Gerusalemme, ed assegnare ad ogni parabola o lezione, contenuta in questi capitoli, il suo posto esatto nel corso di quel viaggio così lungo e protratto. Il suo principio può probabilmente venir fissato all'intervallo fra la festa dei Tabernacoli Giovanni 7, e quella della Dedica Giovanni 10, e il suo termine alla festa di Pasqua, durante la quale egli fu crocifisso. Parleremo nelle note delle difficoltà cronologiche a misura che si presenteranno.

51 Luca 9:51-56. PARTENZA DEFINITIVA DALLA GALILEA. I SAMARITANI RICUSANO DI RICEVERLO IN UNO DEI LORO VILLAGGI

51. Or avvenne che, compiendosi il tempo ch'egli dovea essere accolto in cielo,

Le parole, in cielo, aggiunte dalla Diodati, non si trovano nel testo Greco, ma non v'ha dubbio che esse esprimono bene, il pensiero dell'Evangelista. Alcuni Scrittori han cercato di spiegare col suo Salire in Gerusalemme per lavorarvi, perché non era più ricevuto in Galilea così favorevolmente come prima; ma quella teoria incontra poco favore, perché non è conforme all'analogia del verbo, dal quale questo nome è derivato, tutto le volte che esso viene applicato a Cristo nel Nuovo Testamento. Il nome trovasi solo in questo passo, ma il verbo viene usato, senza alcuna possibilità di contradizione, per indicar l'esser ricevuto o sollevato in cielo Marco 16:19; Atti 1:2,11,22; 10:16; 1Timoteo 3:16. Tale dunque dev'essere, per analogia, il senso della parola in questo passo; esso non ha tratto alla morte di Cristo, come lo spiega Calvino; ma alla sua assunzione in cielo, ed al suo sedersi alla destra di Dio, una volta compiuta l'opera sua in sulla terra. La frase «compiendosi il tempo», i giorni, non implica che fosse imminente l'ascensione, ma soltanto che nostro Signore era entrato in quella parte della sua storia terrena, la quale per volontà di Dio, ne dovea essere il compimento.

egli fermò la suo faccia,

Diodati non tien nota del pure, che precede nel Greco l'egli fermò, di questa clausola; ma caso è troppo significativo per venire omesso, poiché indica la completa conformità della libera volontà umana di Gesù, al divino decreto contenuto. Ben lungi dall'indietreggiar dinanzi alle sofferenze ed all'onta che dovean condurre alla sua analepsis, egli si accinge, con inflessibile risoluzione, ad andar loro incontro. Questo indicano le parole: «fermò la faccia», che corrispondono all'Ebraico Isaia 50:7; Geremia 21:10; Ezechiele 6:2. Il primo di questi passi invero, contiene le parole profetiche nelle quali il Messia stesso descrive precisamente questo tratto del suo carattere. «Ma il Signore è stato in mio aiuto; perciò non sono stato confuso; perciò ho renduta la mia faccia simile ad un macigno, e so che non sarò svergognato».

per andare la Gerusalemme;

Gesù ben sapeva che dopo la trasfigurazione, egli era entrato nell'ultimo stadio della sua carriera terrestre. Gerusalemme era la meta dove le sue sofferenze dovevano essere adempiute; e gran luce vien gettata sulla risolutezza del suo proponimento dalla convinzione, già in allora presente alla sua mente, quantunque non la esprimesse che più tardi, nelle parole: «Conciossiaché non accaggia che alcun profeta muoia fuor di Gerusalemme» Luca 13:33. In Matteo 19:1; Marco 10:1 abbiamo brevi particolari della partenza finale del Signore dalla Galilea, e del suo viaggio attraverso la Perea verso Gerusalemme, e vi può essere poco dubbio, che è lo stesso viaggio che Luca ricorda qui, poiché, dopo aver introdotto molta nuova materia nel suo Vangelo, troviamo che la sua narrazione comincia a correr parallela colle loro, laddove il Signore era tuttora in Perea Luca 18:15. Nel Vangelo di Giovanni son mentovate quattro visite fatte da Gesù a Gerusalemme, dopo ch'egli ebbe nutrito i 5000 Luca 6:5. La prima alla festa dei Tabernacoli Luca 7:1-14, nel mese di Tizri, Settembre, quando i Giudei dimoravano per sette giorni sotto capanne di fogliame, per commemorare i loro viaggi attraverso il deserto Levitico 23:34-43. La seconda alla festa della Dedica, nel mese di Kislieu, Novembre, festa istituita per commemorare la purificazione del tempio, e la riedificazione dell'altare, dopo che Giuda Maccabeo ebbe scacciato i Siri da Gerusalemme (A. C. 164). La terza quando Gesù andò a Betania, nel vicinato immediato della capitale, per resuscitar Lazaro dai morti, e subito dopo tornò ad Efraim, città situata probabilmente fra Betel ed il Giordano, ma più vicino a quest'ultimo Giovanni 11:1-46. La quarta quando salì per esser presente alla Pasqua, nel mese di Nisam, Aprile, e fu crocifisso. Può il viaggio dalla Galilea mentovato dai tre Sinottici venire identificato con qualcuno di quelli ricordati da Giovanni? Le loro parole chiaramente implicano che la sua fa una partenza finale dalla Galilea, e non s'accordano colla supposizione che Gesù tornasse a riprendervi i suoi lavori, dopo una breve visita a Gerusalemme. Alcuni scrittori ritengono questo viaggio come identico a quello che fece Gesù per esser presente alla festa dei Tabernacoli Giovanni 7, perché Giovanni non parla del ritorno di Gesù in Galilea dopo quella festa; ma v'ha a questa teoria una obbiezione assolutamente fatale, nel fatto che Gesù salì in quella circostanza per la via più breve e più diretta, e colla maggior segretezza possibile Luca 9:10, mentre questo viaggio fu lungo e indiretto, e Gesù non solo vi fu seguito da grandi moltitudini, ma ancora mandò settanta suoi discepoli a visitare le città e i villaggi, che trovavansi sulla sua via, affin di prepararli alla sua venuta. Sembra più giusta e soddisfacente l'opinione di quelli scrittori che considerano questo viaggio, indicato dai Sinottici, come fatto dopo la festa dei Tabernacoli, ma prima di quella della Dedica, perché, quantunque fosse lungo ed indiretto, esso fornisce tempo in abbondanza per le brevi visite che Gesù fece in Betania ed in Gerusalemme, nel mezzo del suo lavoro in Perea.

PASSI PARALLELI

Luca 24:51; 2Re 2:1-3,11; Marco 16:19; Giovanni 6:62; 13:1; 16:5,28; 17:11

Atti 1:2,9; Efesini 1:20; 4:8-11; 1Timoteo 3:16; Ebrei 6:20; 12:2; 1Pietro 3:22

Luca 12:50; Isaia 50:5-9; Atti 20:22-24; 21:11-14; Filippesi 3:14; 1Pietro 4:1

52 52. E mandò davanti a sé de' messi; i quali, essendo partiti, entrarono in un castello de' Samaritani, per apparecchiargli albergo.

Siccome Giacomo e Giovanni son mentovati più sotto a proposito di questo villaggio samaritano, si è supposto che fossero essi stessi messaggieri mandati a far preparativi per l'arrivo del Salvatore; ma non è probabile che per un tale scopo Gesù li sospendesse dall'uffizio di «testimoni», cui egli stesso li avea chiamati. È più probabile che alcuni dei settanta, i quali Gesù scelse poco dopo, ad essere i suoi araldi, furono già in quella occasione i suoi messaggieri. Diodati evidentemente crede che la loro missione ebbe per iscopo di preparargli un alloggio conveniente ed il cibo necessario; ma certamente qualcosa di più di ciò viene indicato dalle parole apparecchiargli, l'annunzio cioè dell'arrivo del grande Messia. Si noti che questo è un fatto nuovo nei viaggi del Signore, egli non avea mai dato prima tali ordini; ma ora ricerca la pubblicità, invece di evitarla. Da ora in poi, i settanta devono precederlo, a due, a due, nelle città e nei villaggi che egli dovea visitare, proclamando la sua venuta. Matteo e Marco ci dicono, che partendo dalla Galilea attraversò il Giordano per andare in Perea e proseguire il viaggio all'E. di quel fiume; se Luca racconta lo stesso viaggio, si può domandare: Come trovavasi sulla sua via un castello dei Samaritani? Il suo passare per un tal villaggio è stato messo avanti come prova che egli salì a Gerusalemme per la via più breve, attraverso la Samaria, e che perciò non è possibile che Luca narri lo stesso viaggio che gli altri Sinottici. È facile spiegare questa difficoltà, supponendo che il Signore, i cui lavori sembrano essere stati fino a quel momento limitati alla Galilea settentrionale, attraversò la Galilea meridionale, cioè la pianura di Esdraelon, affin di poter ivi pure predicare il vangelo, prima di varcare il Giordano. Attraversando quella grande pianura, dovea giunger presto ai confini della Samaria e può aver desiderato di fermarsi per la notte in uno dei villaggi di quella frontiera, per continuare l'indomani il suo viaggio verso l'Oriente, attraverso la Galilea meridionale. La città o villaggio di En-Gannim, il moderno Gianin, è posta precisamente sulla frontiera, al punto in cui la strada di Samaria entra nella pianura di Esdraelon, ed alcuni hanno supposto, con molta probabilità, esser questo il villaggio di cui è parlato nel testo.

PASSI PARALLELI

Luca 7:27; 10:1; Malachia 3:1

Matteo 10:5

Luca 10:33; 17:16; 2Re 17:24-33; Esdra 4:1-5; Giovanni 8:48

53 53. Ma que' del castello non lo vollero ricevere; perciocché al suo aspetto pareva ch'egli andava in Gerusalemme.

In 2Re 17:21-41, e nei libri di Esdra e di Neemia troviamo la causa dell'odio che esisteva fra i Giudei e i Samaritani. Esso ebbe origine per parte dei Samaritani nella gelosia suscitata nel loro cuore dal vedere il popolo ricondotto dalla cattività, nel rifiuto dei Giudei di ammetterli al loro culto, e nel ripudio delle donne samaritane che gli Ebrei aveano prese per mogli; e per parte dei Giudei dall'origine pagana dei Samaritani e più tardi dall'aver quest'ultimi volontariamente consecrato a Giove il tempio che avean costrutto sul monte Gherizim, e ciò per far piacere a Antioco Epifane, il feroce persecutore dei Giudei, Vedi nota Matteo 10:5. I Samaritani non si opponevano a che i Giudei viaggiassero attraverso il loro paese, ma non accordavan loro l'ospitalità Giovanni 4:9. L'eccezione fatta in occasione della conversazione di Cristo colla donna di Samaria fu dovuta all'impressione fatta sulla sua mente imprima, quindi su quella dei suoi concittadini, dalle sue istruzioni. Non è dunque facile capire il loro rifiuto in questa circostanza, solo perché Gesù se n'andava a Gerusalemme, ammenoché i loro pregiudizii nazionali non fossero risvegliati dal vedere colui, che ora si proclamava pubblicamente il Messia, lasciar da parte il loro tempio e la loro nazione, per recarsi in Gerusalemme. «Essi speravano», dice Alford, «che il Messia avrebbe sanzionati i loro riti antigiudaici, ed il loro tempio di Gherizim, anziché condannarli, recandosi in forma solenne a Gerusalemme».

PASSI PARALLELI

Luca 9:48; Giovanni 4:9,40-42

54 54. E Giacomo, e Giovanni, i suoi discepoli, avendo ciò veduto, dissero

Sino allora Pietro era stato fra i discepoli la personificazione dell'impeto; ma in questa circostanza i figli di Zebedeo giustificarono il soprannome di Boanerges, figli del tuono, che il Maestro avea loro dato, colla lor subitanea esplosione di sdegno e di vendetta. Questa si può spiegare in parte dall'orgoglio a motivo della loro parentela con Cristo, quali suoi cugini, Vedi nota Matteo 13:55; ed in parte dall'eccitamento prodotto in loro per aver visto la gloria del Signore sul monte della trasfigurazione, e Mosè ed Elia che gli rendevano omaggio. Scendendo dal monte, i tre aveano poi avuto una lunga conversazione con Cristo relativamente ad Elia, e colla lor mente piena di quel gran profeta, non è punto strano che sia loro tornato in memoria un fatto particolare di sua vita, occorso precisamente nella Samaria, e da essi giudicato appieno conforme alle circostanze attuali.

Signore, vuoi che diciamo che scenda fuoco dal cielo, e il consumai, come anche fece Elia?

Griesbach ritien dubbia quest'ultima clausola, Tischendorff l'omette, ma Olshausen, dice: «La mancanza delle parole è evidentemente una lezione falsa». È stato suggerito che esse furono omesse assai presto, perché si credeva vedere nella risposta del Signore una censura indiretta di Elia. Par probabile d'altra parte che i discepoli le pronunziassero per giustificare la loro strana domanda, citando l'esempio di un gran profeta, che avea compiuto un simile miracolo di castigo! Il fatto della vita di Elia, cui si allude qui, è la distruzione mediante fuoco dal cielo di due compagnie di soldati, mandate dal cattivo re d'Israele Achazia ad arrestarlo, per avere egli protestato contro la rozza idolatria di quel monarca 2Re 1:11-12. Analoghi appelli all'Antico Testamento furono spesso fatti da uomini fanatici per giustificare, le loro violenze; ma l'esempio di quelli che Dio suscitò, nella prima economia, per far opere speciali, non deve esser seguito in tutto. Chi presume imitar Giosuè ed Elia, nel lor modo di trattare i nemici di Dio, deve fornir delle prove indiscutibili di esser divinamente stato chiamato a camminare sulle loro traccie. I discepoli non domandarono a Gesù di far scendere egli stesso il fuoco dal cielo, bensì gli dissero: «Signore, vuoi che noi diciamo?» Eran prontissimi a farlo, mancava lor solo il suo permesso, ottenuto il quale, non dubitavan punto che alla loro parola il fuoco celeste sarebbe sceso su quel villaggio. Strana mescolanza d'orgoglio e di fede! Molto probabilmente erano rimasti offesi per l'affronto fatto a loro personalmente, non meno che per quello fatto al maestro, eppure avrebbero potuto arguire che agivano solo nello spirito della dichiarazione di Cristo: «Scuotete eziandio la polvere dei vostri piedi» Luca 9:5.

PASSI PARALLELI

2Samuele 21:2; 2Re 10:16,31; Giacomo 1:19-20; 3:14-18

2Re 1:10-14; Atti 4:29-30; Apocalisse 13:3

55 55. Ma egli rivoltosi, li sgridò, e disse: Voi non sapete di quale spirito voi, siete;

Anche i discepoli eletti aveano spesso d'uopo di venir ripresi dal loro maestro, nel mostrarsi troppo animati da uno spirito carnale. Vedi Marco 8:33; 9:35; 10:35-40; Luca 9:49; 22:24-26,61. Questa riprensione può venir intesa in due sensi:

1. interrogativamente. "Non sapete voi di quale spirito siete?", lo «spirito» indicando qui l'economia di perdono e di grazia in cui erano stati introdotti, e dove non trovan posto l'orgoglio e la vendetta. O nello stesso senso, tolta la forma interrogativa: "Voi non conoscete lo spirito di quella economia cui ora appartenete; siete tuttora bambini per quanto concerne le cose spirituali, altrimenti non avreste fatto simile proposta".

2. afferinativamente, e con maggior severità: "Non sapete di quale spirito siete, di chi seguite i suggerimenti, nutrendo tali sentimenti contro chi vi ha offesi. Io voglio misericordia, anziché sacrifizio, e così ho insegnati voi pure; ma lo ispirito che vi spinge a desiderar questo miracolo è uno spirito di vendetta, procedente da Satana, precipuo vostro nemico". Quest'ultimo senso è da preferirsi, perché più in armonia coll'intera riprensione fatta da Gesù ai suoi discepoli.

PASSI PARALLELI

1Samuele 24:4-7; 26:8-11; 2Samuele 19:22; Giobbe 31:29-31; Proverbi 9:8; Matteo 16:23

Apocalisse 3:19

Numeri 20:10-12; Giobbe 2:10; 26:4; 34:4-9; 35:2-4; 42:6; Geremia 17:9

Matteo 26:33,41,51; Giovanni 16:9; Atti 23:3-5; 26:9-11; Giacomo 3:10; 1Pietro 3:9

56 56. conciossiaché il Figliuol dell'uomo non sia venuto per perder l'anime degli uomini, anzi per salvarle.

Questo versetto manca in alcuni dei più antichi manoscritti, ed è omesso da Tischendorff ed altri critici ed editori del Testamento Greco, i quali lo ritengono preso da Matteo 18:11, o da Luca 19:10; ma esso era noto a Cipriano (nato A. D. 200), come parte del testo sacro in questo stesso luogo. Molte autorità antiche stanno in suo favore, e fra gli scrittori moderni Stier e Alford non consentono di cancellarlo, adducendo quest'ultimo le seguenti gravissime ragioni:

1. Le parole non sono identiche a quelle dei passi paralleli più sopra citati, e non contengono lo stesso pensiero;

2. L'intera risposta del Signore è contraria al sistema delle censure ecclesiastiche, e per questo motivo probabilmente è stata mutilata senza riguardi.

Oltre a tali ragioni, le parole di questo versetto sono particolarmente atte ad illustrare, coll'esempio stesso di Cristo, lo spirito che avrebbe dovuto animare i suoi discepoli. Essi aveano scordato di essere discepoli di Colui che venne «non per perdere le anime degli uomini, anzi per salvarle», quando si mostrarono desiderosi della distruzione di quei Samaritani.

E andarono in un altro castello.

Secondo la teoria messa innanzi più sopra, che il Signore stava per attraversare il Giordano al guado che si trova all'E. di Bethshan, Scythopolis, dopo aver attraversato la Galilea meridionale egli avrebbe semplicemente continuato la sua strada verso levante, fino al prossimo villaggio posto sulla terra di Galilea, e dove lo aspettava una cordiale ospitalità.

PASSI PARALLELI

Luca 19:10; Matteo 18:11; 20:28; Giovanni 3:17; 10:10; 12:47; 1Timoteo 1:15

Luca 6:27-31; 22:51; 23:34; Matteo 5:39; Romani 12:21; 1Pietro 2:21-23

RIFLESSIONI

l. Notiamo in questi versetti la ferma risoluzione di Gesù Cristo di far fronte alle sofferenze ed alla morte che stavano in serbo per lui. Nel linguaggio dell'antica profezia (pronunziata molto prima che egli venisse sulla terra), egli avea detto a suo Padre: «Tu non prendi piacere in sacrifizio, né in offerta; tu non hai chiesto olocausto, né sacrifizio per lo peccato. Allora io ho detto; Eccomi venuto, egli è scritto di me nel volume del Libro: Dio mio, io prendo piacere in far la tua volontà» Salmi 40:7-9. La stessa determinata risoluzione di adempiere la volontà di suo Padre eragli stata presente durante tutta la sua carriera terrestre, ed ora avvicinandosi il tempo in cui, in modo tutto speciale, «l'anima sua deve esser posta per sacrifizio per la colpa» Isaia 53:10, egli si era fitto in cuore di pagare il nostro riscatto, e di scendere fin nella prigione del sepolcro, come nostro Mallevadore. Questa coraggiosa fermezza nel far la volontà del Padre, a costo della propria vita, si vede in modo più commovente ancora durante l'ultimo stadio del suo viaggio nella Perea Marco 10:32, e dalle memorabili parole: «io ho ad esser battezzato d'un battesimo; e come son io distretto, finché non sia compiuto» Luca 12:50. Tributiam grazie a Dio, per averci dato un Salvatore che è stato così pronto a soffrire, e che non è ora meno pronto a salvare. È dovere nostro proporci ad esempio quel tratto del suo carattere. Come lui, dobbiamo esser pronti ad andare ovunque, a fare od a patire qualsiasi cosa, quando ci è chiaramente tracciata dinanzi la via del dovere, quando ci chiama la voce di Dio. Non è con altisonanti professioni d'affetto, fatte nei giorni di prosperità e di benessere, che vien dimostrata la nostra divozione a Cristo, bensì coll'adempiere pazientemente l'opera del dovere, anche nel giorno tenebroso dell'avversità, in mezzo al ridicolo, alle persecuzioni, ed agli ostacoli provenienti dalla nostra pigrizia ed infingardaggine.

2. Benché Cristo dovesse venire innalzato in sulla croce prima di essere accolto in cielo, non è parlato qui della sua morte, ma solo della sua ascensione, come se ogni pensiero della sua morte fosse eclissato dalla sua vittoria sul sepolcro; insegnandoci così a dimenticar le sofferenze e la morte, come non essendo degni di esser pur solo nominati insieme alla gloria che ci aspetta oltre la tomba.

3. Il potere della grazia di Dio per trasformar gradatamente l'uomo ci è chiaramente presentato nel carattere dei due Boanergi, ma più specialmente in quel di Giovanni. Come già è stato detto nelle Note, troviamo ricordati nel Vangelo tre peccati contro la carità commessi da Giovanni. Una volta lo vediamo domandare insieme a suo fratello di sedere alla destra e alla sinistra di Cristo nel suo regno, e di essere preferiti a tutti gli altri Apostoli. Un'altra volta vediamo che proibisce ad un uomo di scacciare i demoni, perché non camminava cogli Apostoli. Qui poi lo vediamo mostrare uno spirito fiero e crudele contro i villaggi samaritani che non vogliono ricevere il nostro Signore; eppure ad un'epoca posteriore della sua vita, egli scese da Gerusalemme a Samaria, con Pietro, in uno spirito affatto diverso, con una missione speciale, per conferire ai credenti samaritani delle benedizioni spirituali. Ed era questo l'apostolo che tanto divenne notevole per predicare il dovere della carità fraterna.

4. Cristo non approvava il culto dei Samaritani, ma non credette che invocar su di loro fuoco dal cielo fosse il mezzo migliore per convertirli. Dio non vuole che approviamo qualsiasi forma corrotta di culto, o vi prendiamo parte; ma non vuole neppure che usiamo il ferro ed il fuoco per sopprimerla, come in tempi posteriori si credette in debito di fare la santa Inquisizione «ad majorem gloriam ecclesiae!» Quesnel osserva: «Accade spesso che i ministri della Chiesa, sotto pretesto di zelo per i suoi interessi, peccano contro la cristiana mansuetudine. La Chiesa non conosce la vendetta né dovrebbero conoscerla i di lei ministri. Dovrebbero adirarsi contro il peccato, non contro il peccatore. Il fuoco del cielo scenderà un giorno per purificare il mondo mediante la distruzione; al presente vien solo per santificarlo mediante l'edificazione».

57 Luca 9:57-62. CARATTERI DIVERSI DI QUELLI CHE PROFESSAN DI SEGUIR CRISTO Matteo 8:19-22

Per l'esposizione Vedi Matteo 8:19-22.

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