Commentario abbreviato:

Romani 14

1 Capitolo 14

I convertiti giudei sono stati messi in guardia dal giudicare e i credenti gentili dal disprezzare gli uni e gli altri Rom 14:1-13

E i Gentili sono esortati a non offendere con l'uso di cose indifferenti Rom 14:14-23

Versetti 1-6

Le differenze di opinione prevalevano anche tra i seguaci immediati di Cristo e i loro discepoli. Né San Paolo ha tentato di porvi fine. L'assenso forzato a qualsiasi dottrina, o la conformità alle osservanze esteriori senza essere convinti, sarebbe ipocrita e inutile. I tentativi di produrre un'assoluta unità di vedute tra i cristiani sarebbero inutili. La comunione cristiana non deve essere disturbata da conflitti di parole. Sarà bene che ci chiediamo, quando siamo tentati di disprezzare e biasimare i nostri fratelli: Dio non li ha forse posseduti? E se lo ha fatto, oso disconoscerli? Il cristiano che usa la sua libertà non disprezzi il fratello debole come ignorante e superstizioso. Il credente scrupoloso non deve trovare da ridire sul suo fratello, perché Dio lo ha accettato, senza badare alle distinzioni delle carni. Ci sostituiamo a Dio quando ci permettiamo di giudicare i pensieri e le intenzioni degli altri, che sono fuori dalla nostra vista. Il caso dell'osservanza dei giorni era molto simile. Coloro che sapevano che tutte queste cose erano scomparse con la venuta di Cristo, non facevano caso alle feste dei Giudei. Ma non basta che le nostre coscienze acconsentano a ciò che facciamo; è necessario che sia certificato dalla Parola di Dio. Attenzione a non agire contro una coscienza dubbiosa. Siamo tutti inclini a fare delle nostre opinioni il metro della verità, a ritenere certe cose che ad altri appaiono dubbie. Così i cristiani spesso si disprezzano o si condannano l'un l'altro, su questioni dubbie e di nessuna importanza. Un ringraziamento a Dio, Autore e Datore di tutte le nostre misericordie, le santifica e le addolcisce.

7 Versetti 7-13

Anche se alcuni sono deboli e altri forti, tutti devono essere d'accordo nel non vivere per se stessi. Nessuno che abbia reso il proprio nome a Cristo può essere un ricercatore di se stesso; ciò è contrario al vero cristianesimo. Il compito della nostra vita non è quello di piacere a noi stessi, ma di piacere a Dio. Questo è il vero cristianesimo, che rende Cristo tutto in tutti. Anche se i cristiani hanno forze, capacità e pratiche diverse nelle cose minori, sono tutti del Signore; tutti guardano, servono e si approvano a Cristo. Egli è il Signore dei vivi, per governarli; dei morti, per rianimarli e risuscitarli. I cristiani non devono giudicarsi o disprezzarsi l'un l'altro, perché sia gli uni che gli altri devono rendere conto del loro operato. Un atteggiamento di fede nei confronti del giudizio del grande giorno farebbe tacere i giudizi avventati. Ognuno esamini il proprio cuore e la propria vita; chi è severo nel giudicare e nell'umiliare se stesso, non sarà incline a giudicare e disprezzare il proprio fratello. Dobbiamo stare attenti a non dire o fare cose che possano far inciampare o cadere gli altri. L'uno indica un'offesa minore, l'altro un'offesa maggiore; ciò che può essere occasione di dolore o di colpa per il nostro fratello.

14 Versetti 14-18

Cristo tratta con delicatezza coloro che hanno la vera grazia, anche se sono deboli in essa. Considerate il disegno della morte di Cristo: anche il fatto che attirare un'anima al peccato, minaccia la distruzione di quell'anima. Cristo ha rinnegato se stesso per i nostri fratelli, così da morire per loro, e noi non rinnegheremo noi stessi per loro, così da evitare ogni indulgenza? Non possiamo impedire alle lingue non governate di parlare male, ma non dobbiamo dare loro alcuna occasione. In molti casi dobbiamo negare a noi stessi ciò che possiamo fare legittimamente, quando il farlo può danneggiare il nostro buon nome. Spesso si parla male del nostro bene, perché usiamo cose lecite in modo poco caritatevole ed egoista. Poiché teniamo alla reputazione del bene che professiamo e pratichiamo, cerchiamo di fare in modo che non se ne parli male. Rettitudine, pace e gioia sono parole che hanno un grande significato. Nei confronti di Dio, la nostra grande preoccupazione è quella di comparire davanti a lui giustificati dalla morte di Cristo, santificati dallo Spirito della sua grazia; perché il Signore giusto ama la giustizia. Per quanto riguarda i nostri fratelli, è vivere in pace, amore e carità con loro; seguire la pace con tutti gli uomini. Per quanto riguarda noi stessi, è la gioia nello Spirito Santo; quella gioia spirituale operata dallo Spirito benedetto nei cuori dei credenti, che considera Dio come il loro Padre riconciliato e il cielo come la loro casa attesa. Solo l'attenzione a Cristo nel compiere i nostri doveri può renderli accettabili. Quelli che sono più graditi a Dio sono quelli che si compiacciono di più con lui e abbondano di pace e di gioia nello Spirito Santo. Sono approvati da uomini saggi e buoni, e l'opinione degli altri non va considerata.

19 Versetti 19-23

Molti desiderano la pace e ne parlano a gran voce, ma non seguono le cose che fanno la pace. La mitezza, l'umiltà, l'abnegazione e l'amore fanno la pace. Non possiamo edificarci l'un l'altro, mentre litighiamo e discutiamo. Molti, per mangiare e bere, distruggono l'opera di Dio in loro stessi; niente distrugge di più l'anima che assecondare e compiacere la carne e soddisfare le sue voglie; così altri vengono danneggiati da offese intenzionali. Le cose lecite possono essere fatte illecitamente, offendendo i fratelli. Questo comprende tutte le cose indifferenti, per cui un fratello viene trascinato nel peccato o nei guai, o vede indebolite le sue grazie, le sue comodità o le sue risoluzioni. Hai fede? Si intende la conoscenza e la chiarezza della nostra libertà cristiana. Godi del suo conforto, ma non disturbare gli altri con un uso sbagliato di essa. Né possiamo agire contro una coscienza dubbiosa. Quanto sono eccellenti le benedizioni del regno di Cristo, che non consiste in riti e cerimonie esteriori, ma in giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo! Quanto è preferibile il servizio di Dio a tutti gli altri servizi! E nel servirlo non siamo chiamati a vivere e a morire a noi stessi, ma a Cristo, di cui siamo e che dobbiamo servire.

Commentario del Nuovo Testamento:

Romani 14

1 §6 - Il dovere della mutua tolleranza nelle cose secondarie (Romani 14:1-15:13)

Il dovere della mutua tolleranza tra deboli e forti nella fede, poggia sopra dei principi generali applicabili a tutti i casi analoghi; ma è però speciale, in quanto contempla circostanze particolari dei cristiani di Roma. Paolo fonda questa esortazione:

A) Sulla mancanza nel cristiano di qualsiasi diritto di giudicare i suoi conservi; tale diritto spettando esclusivamente al comun Padrone 14:1-12.

B) Sul dovere di carità fraterna che deve portar il forte a non scandalezzare il debole, ma a procurar piuttosto la sua edificazione Romani 14:13-23.

C) Sull'esempio di abnegazione e di carità dato da Cristo, affinchè, con un sol cuore, il suo popolo, di provenienza tanto giudaica che pagana, celebrasse Iddio Romani 15:1-13.

Chi erano i deboli in fede cui si allude in questa parte dell'Epistola? Essi astenevansi, per scrupolo religioso, dal mangiar carne e dal ber vino Romani 14:2,21, perchè stimavano quegli alimenti contaminati Romani 14:14,20. Inoltre, osservavano certi giorni speciali Romani 14:5,9. Dal modo in cui Paolo li tratta, risulta evidente ch'essi erano una piccola minoranza e che le loro pratiche non implicavano una deviazione importante dalla verità del Vangelo. Essi fidavano in Cristo per la loro salvazione e non in queste osservanze. Quando avessero fatto di queste una condizione di salvezza, Paolo li avrebbe combattuti come fece i giudaizzanti di Galazia o gli asceti di Colosse. Si confronti anche l'avvertimento Romani 16:17-19. Paolo li considera solo come deboli in fede. Dal fatto che osservavano certi giorni particolari, come pure dalla menzione esplicita, alla fine, dei Giudei e dei pagani, come formanti i due elementi della chiesa, si può dedurre che questi cristiani deboli erano usciti dal Giudaismo. Quello che non appare dal nostro passo sono le ragioni degli scrupoli di questi credenti. Però non possono essere degli Ebioniti che non esistevano ancora, e difficilmente degli Esseni ch'erano bensì vegetariani, ma imbevuti di legalismo borioso. Più probabilmente, si tratta di Giudei scrupolosi osservatori delle prescrizioni mosaiche e che, trovandosi in contrade pagane ov'erano, ad ogni piè sospinto, in pericolo, di trasgredir la legge, si erano appigliati al partito di astenersi completamente dalla carne e dal vino. Così non correvano il rischio di mangiar carni di animali non mondi, o di bestie soffocate, o non debitamente macellate, o sacrificate agli idoli, od in qualche altra guisa contaminate.. Erano del pari sicuri di non bere il vino delle libazioni idolatre. Di simili scrupoli troviamo un esempio notevole in Daniele e nei suoi compagni (Daniele 1:8,12,16, cfr. 2Maccabei 6:18). Il sinodo di Gerusalemme avea consigliato ai cristiani Gentili di rispettare queste pratiche giudaiche. E non è a stupire se fra i Giudeo-cristiani di Roma si trovassero di quelli la cui fede in Cristo non li avea peranco affrancati da codesti scrupoli. Pietro aveva avuto bisogno d'una visione per comprendere che le prescrizioni legali erano cessate colla venuta di Cristo.

SEZIONE A Romani 14:1-12 Il dovere della mutua tolleranza tra deboli e forti nella fede, fondato sulla mancanza, nel cristiano, di ogni diritto di giudicare i suoi conservi

Quanto a colui ch'è debole nella fede,

la cui fede non è arrivata, a un grado di forza, e di chiarezza sufficiente da fargli considerare le sue pratiche esterne come indifferenti per la vita spirituale Romani 14:17-18; 1Corinzi 8:12,

accoglietelo

con benevolenza, come fratello,

ma non per discutere opinioni.

Lett.: «non a discussioni o critiche d'opinioni», cioè non per sottoporre ad un continuo, esame critico le sue particolari opinioni sopra cose secondarie. Ciò non riuscirebbe che a conturbarlo mentre, invece, la vostra, carità lo edificherà (cfr. 1Corinzi 8-10). Il dare a diacriseis il senso di dubbi e a dialoghismoì il senso di dispute (Diod.), è meno conforme all'uso del Nuovo Testamento.. Il fatto che Paolo si rivolge alla chiesa nel suo insieme esortandola ad accogliere chi è debole, mostra che i deboli dovevano essere una piccola minoranza.

2 L'Apostolo indica un primo caso in cui si manifesta la debolezza della fede: lo scrupolo di mangiar cibo animale o carne.

L'uno crede di poter mangiar di tutto,

è persuaso di aver la piena libertà di farlo. Paolo approva questa libertà, come lo indica in seguito, ma vuol che se ne faccia un uso regolato a carità.

mentre l'altro ch'è debole, mangia legumi,

si attiene ad un regime essenzialmente vegetale, astenendosi dal mangiar carne di qualsiasi specie. A Romani 14:21 è mentovata anche l'astinenza dal vino. In caso di divergenza di vedute sopra cose non essenziali (adiafore), devono i cristiani praticare mutua tolleranza. Così, per parte del forte che si sente libero di mangiar di tutto Romani 14:3, non vi dev'essere disprezzo verso il fratello debole, ancora inceppato da scrupoli, quasichè non fosse che un povero superstizioso, di mente gretta, incapace di elevarsi al concetto della libertà cristiana. La fede e la conoscenza sono progressive e non tutti arrivano immediatamente a liberarsi da antichi concetti e da pratiche ritenute utili.

3 Colui che mangia di tutto, non sprezzi colui che non mangia di tutto;

D'altra parte, il debole non deve giudicare, cioè passar giudicio di condanna, sul forte, quasichè la sua libertà fosse licenza. È tentazione dei cristiani che hanno scrupoli su cose secondarie, di esagerarsene l'importanza e farne dei scibbolet, delle pietre di paragone alla stregua delle quali sentenziano sulla fede e sulla vita altrui, dando o rifiutando diplomi di cristianesimo. Poteva questo accadere ai deboli soprattutto rispetto agli altri giudeo-cristiani.

e colui che non mangia di tutto, non giudichi colui che mangia di tutto;

Paolo fa notare quanto sia fuori posto questo giudicar chi non fa come noi,

perchè Iddio l'ha accolto

nella sua grazia e l'ha ricevuto nella sua Chiesa ch'è la casa sua. Qual presunzione il condannare colui che Dio ha accolto!

4 Chi sei tu che giudichi il domestico altrui?

Neanche fra gli uomini esiste il diritto di giudicare il servo di casa altrui. Quanto meno esiste il diritto di giudicare i domestici di Dio, nell'uomo ch'è il loro compagno di servizio, la condotta del servo altrui riguarda il suo padrone.

Se sta in piedi o se cade,

Se fa bene o male, se è, sì o no, sulla retta via nel fare come fa,

è cosa che riguarda il suo padrone. Ma starà in piè,

nonostante il tuo giudizio contrario (Cfr. per il senso di σταθησεται Matteo 12:25; Luca 21:36; Apocalisse 6:17); sarà preservato da caduta fatale, anche quando la sua libertà praticata in pura coscienza, lo esponesse a pericolo;

poichè il Signore è potente da farlo stare in piè.

5 Altro caso di scrupoli, per parte del fratello debole nella fede, stava nell'osservanza dei giorni di riposo giudaici. Nulla indica che trattisi di giorni di astinenza totale o parziale da certi cibi, come stimarono alcuni antichi e anche oggi il P. Lagrange.

L'uno stima un giorno più d'un altro

lett. «uno giudica un giorno al disopra d'un [altro] giorno», lo ritiene più sacro;

l'altro stima tutti i giorni uguali;

non fa distinzione tra loro. Risulta dagli Atti che i Giudeo-cristiani avevano conservato l'osservanza dei giorni legali. «Voi osservate, dice Paolo a Galati 4:10, e mesi e stagioni ed anni» (cfr. Colossesi 2:16). Siccome, però, in Galazia ed in Colosse, se ne faceva condizione di salvezza o di santità superiore, Paolo combatte l'errore che si annidava sotto a, quelle osservanze. Per sè sono cose indifferenti 1Corinzi 7:19, che non interessano la salvezza, e sulle quali si può differire. Tuttavia, conviene procedere, anche in questo, con serietà e riflessione, non a caso, non per imitazione o per vanitosa indipendenza; non per timido conservatismo o per fanatismo innovatore:

sia ciascuno pienamente convinto nella propria mente.

Tanto il forte come il debole hanno il dovere di esaminare ponderatamente, le ragioni che li fanno agire in un modo piuttostochè nell'altro. Qualora mancasse la personale e coscienziosa convinzione il ragionamento che segue mancherebbe di base. Notiamo che l'Apostolo, non è fautore d'une fede cieca, bell'e fatta e formulata, neanche nelle cose secondarie. Quanto meno nelle essenziali!

6 Romani 14:6-9 svolgono l'idea accennata a Romani 14:4, che, cioè, ogni cristiano debole o forte che sia fa ogni cosa in vista del Signore, al quale appartiene, nella vita come nella morte. Essi intendono diversamente la volontà del Signore in queste cose secondarie, ma ciascuno ha l'intenzione sincera di farla.

Chi ha riguardo al giorno,

chi si preoccupa o si dà pensiero dell'osservanza di giorni particolari,

lo fa per il Signore,

coll'intento e colla convinzione di servire al Signore Gesù. Le parole: «e chi non ha riguardo al giorno lo fa per il Signore» sono inautentiche. Non è quindi il caso di sprezzarlo o di criticarlo con alterigia. Appare da questo come le osservanze di cui si tratta non fossero considerate dai cristiani deboli come opera meritoria che oscurasse la grazia di Cristo. A chi trae dalle parole di Paolo la conclusione che l'osservanza della Domenica è incompatibile colla spiritualità, il Godet risponde che il cristiano non osserva quel giorno coll'idea di attribuirgli una santità superiore a quella degli altri giorni. Tutti i giorni sono per lui del pari consecrati a Dio; si tratta solo di un modo diverso di consacrazione reso necessario dalle condizioni fisiche e psicologiche in cui viviamo quaggiù. «Il sabato è stato fatto per l'uomo», e data dalla creazione. «La osservanza della Domenica non ha, per tal modo, nulla di comune coll'osservanza, sabbatica che, secondo i Giudei, divideva la vita umana in due porzioni: l'una santa, l'altra profana».

e,

così pure,

chi mangia di tutto lo fa per il Signore,

coll'occhio volto alla sua volontà;

poichè

prima di prendere il suo cibo (cfr. Atti 27:35),

rende grazie a Dio

per quel che mangia, il che non potrebbe fare se avesse il sentimento di far cosa contraria alla volontà di Dio 1Corinzi 10:30.

E chi non mangia di tutto, fa così per il Signore,

per servire il Signor Gesù,

e rende grazie a Dio

anche lui per quel suo cibo vegetale che, alimenti, può mangiare in buona coscienza. «Quello di cui benediciamo Dio non ci separa da lui, ma ci unisce a lui più strettamente» (Schlatter). «Questa notevole parola dell'Apostolo può servire a delle varie questioni di casistica che sorgono nella vita cristiana e che imbarazzano spesso il credente. Posso io concedermi un tal godimento? Si, se ne posso godere in vista del Signore e rendendogliene grazie; no, se non lo posso ricevere come un dono dalla mano sua e benedirlo per quello. Questo mezzo di soluzione rispetta ad un tempo i diritti del Signore e quelli della libertà individuale» (Godet).

7 Dagli atti particolari del mangiare, del bere, del riposarsi o no in dati giorni, l'Apostolo risale al principio generale di cui quegli atti non sono che delle parziali applicazioni. Quel principio fondamentale, che regola la vita cristiana è (cfr. Romani 12:1-2) la consacrazione della persona e della vita intiera al servizio del Signore. Infatti nulla di straordinario che mangino, bevano, ecc., in vista del Signore,

poichè nessuno di noi

cristiani

vive per sè stesso,

per far la propria volontà, per compiacere ai propri gusti Romani 15:1, per cercare il proprio interesse o la propria gloria, come se fosse supremo fine a sè stesso 1Corinzi 10:31. Era così prima, che diventassero credenti, ora non più.

e nessuno muore per sè stesso:

Come non spende per sè la vita nella sua attività, così non è per sè che ne fa il sacrificio. Paolo pensa forse al martirio ov'è più manifesto il morir non per sè, ma per il, servizio di Cristo Romani 8:35-37; Atti 20:24; Filippesi 1:20-26; 2:17; 2Corinzi 5:9-10. Però, l'accettar con sottomissione la morte, in quel modo, e in quel tempo, e in quelle circostanze in cui al Signore piace di mandarla ad ognuno, è un morir non per sè stesso, ma per il Signore;

8 perchè, se viviamo, viviamo per il Signore; e se moriamo, moriamo per il Signore; sia dunque che viviamo o che moriamo, noi siamo del Signore,

apparteniamo al Signor Gesù 1Corinzi 6:20. Se Cristo fosse un semplice uomo, come si spiegherebbe questa assoluta dipendenza della Chiesa da lui? Codesto diritto di proprietà sui credenti, il Cristo, l'ha acquistato coll'opera sua redentrice.

9 Il testo emendato porta:

Poichè, a questo fine Cristo è morto ed è tornato in vita: per essere il Signore e dei morti e dei viventi.

Stando all'ordine delle parole, il senso è: Cristo morì e riprese vita colla sua risurrezione ed ascensione. Colla sua morte e colla sua esaltazione alla destra del Padre, Cristo ha acquistata la signoria su tutti, e su ciascuno in ogni periodo della sua esistenza (Matteo 28:18; Filippesi 2:8,11; Atti 2:32-36; Efesini 4:10; cfr. Apocalisse 2:8; 1:18). Cristo essendo Signore di tutti i credenti nella vita e nella morte, ne segue ch'egli solo ha podestà di giudicarli come infatti farà. Non spetta dunque, a chi è semplice servo il farla da giudice sui suoi fratelli, come fanno i deboli riguardo ai forti, o lo sprezzarli come fanno i forti rispetto ai deboli.

10 Ma tu, perchè giudichi il tuo fratello? E anche tu, perchè disprezzi il tuo fratello? Poichè tutti,

deboli e forti,

compariremo davanti al tribunale di Dio.

Così quasi tutti i codici. Dio solo è competente a giudicare; non gli uomini; e se Cristo è da Dio delegato a giudice del mondo, è perchè egli è l'uomo-Dio, il Verbo fatto carne. Il cristiano, è vero, non viene in giudicio come uno la cui sentenza è incerta Giovanni 5:24; Romani 8:33-34; ma pur dovrà comparire davanti al tribunale supremo perchè venga proclamata la sentenza, su di lui 2Corinzi 5: 10; Apocalisse 20; Matteo 25.

11 A confermare l'affermazione che tutti hanno a sottostare alla podestà giudiciale di Dio, Paolo reca un passo d'Isaia 45:23 ch'egli cita liberamente, parte abbreviandolo, parte interpretandolo.

Infatti sta scritto: "Com'io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio si piegherà davanti a me, ed ogni lingua darà gloria a Dio".

All'idea del «prestar giuramento a Geova», Paolo sostituisce quella più generica del «dar gloria» a Dio. Il passo d'Isaia contiene l'annunzio che nei tempi messianici, tutti, Giudei e pagani, riconosceranno Geova per solo Signore e lo glorificheranno. Questo implica, per Paolo, che tutti lo riconosceranno come il giudice supremo e s'inchineranno al suo giudicio. In Filippesi 2:10-11 il passo è applicato al Cristo glorificato.

12 Il vers. di (Romani 14:12) riassume a mo' di conclusione il fin qui detto e serve di transizione alla sezione seguente.

Così dunque ciascun di noi renderà conto di sè stesso a Dio.

13 SEZIONE B Romani 14:13-23 Il dovere della tolleranza fondato sulla carità che ci deve portare a procurare il bene spirituale dei fratelli

Siccome i deboli non son nel caso di far del male ai forti scandalizzandoli, mentre invece sono i forti., che corrono rischio di scandalizzare i deboli, questa parte dell'esortazione si rivolge soprattutto ai forti nella fede (Cfr. il consiglio analogo in 1Corinzi 8:10).

Poichè il giudicio su tutti spetta a Dio,

Non ci giudichiamo dunque più,

come ci è di già accaduto di fare,

gli uni gli altri.

Questo si applica ai deboli come ai forti.

Ma giudicate piuttosto

ossia decidete, risolvete, che così non andrete al di là della vostra competenza e farete cosa più utile.

che non dovete porre pietra d'inciampo sulla via del fratello, nè essergli occasion di caduta.

Greco: scandalo. Risolvete, cioè, di evitare nella vostra condotta quanto può urtare la sua coscienza o portarlo ad agire contro di essa.

14 lo so

per convinzione ragionata della mente (cfr. Matteo 15:11).

e, son persuaso nel Signor Gesù...

Mercè l'unione in cui sono entrato e vivo col Signor Gesù ch'è il termine della legge, io ho nell'intimo della coscienza la certezza

che nessuna cosa è impura in sè stessa;

in fatto di cibi; poichè, secondo Genesi 1, «Dio li ha creati perchè ne usino con ringraziamento, quelli che credono... Tutto quello che Dio ha creato, è buono, e nulla è da riprovare se usato con rendimento di grazie; perchè è santificato dalla parola di Dio e dalla preghiera» 1Timoteo 4:3-4. Hanno dunque ragione i forti di non aver scrupoli riguardo ai cibi. Paolo è fautore convinto della libertà cristiana e non lo può nascondere.

Però, se uno stima,

per un suo scrupolo,

che una cosa è impura, per lui è impura.

per la sua coscienza individuale, è come se fosse realmente contaminata.

15 Che se infatti...

Questo infatti che si legge in tutti i codici salvo uno che ha il ma se del testo ordinario, offre una difficoltà per il nesso dei pensieri. Il più semplice è di connettere così: Per la coscienza del fratello debole ci sono cose contaminate; e qui sta appunto il pericolo di scandalizzarlo. Che se infatti,

a motivo di un cibo, è contristato il tuo fratello, tu non procedi più secondo carità

ch'è la suprema norma delle relazioni fraterne. L'amore regola l'uso della libertà, limitandola a seconda delle circostanze. L'esser contristato s'intende del sentimento penoso ed amaro provato dal fratello debole quando vede il forte mangiare, senza scrupoli, d'ogni cosa. E c'è il pericolo che l'urto morale ch'egli ne riceve lo respinga indietro lungi, non solo dalla libertà cristiana, ma perfino dal Vangelo della grazia.

Deh!

soggiunge l'Apostolo,

non perdere col tuo cibo colui per il quale Cristo è morto!

Se la ferita ricevuta nel veder la tua condotta lo allontanasse dalla grazia, o lo portasse ad agire contro la propria coscienza, tu saresti responsabile, di aver contribuito alla perdizione d'un uomo per la cui salvezza Cristo ha dato la sua vita. E questo per un cibo! Per salvarlo, Cristo non ha indietreggiato davanti alla morte della croce; e tu non sei disposto a rinunziare ad una vivanda! L'agire contro alla coscienza, se non è la perdizione stessa, è un mettersi sulla via di essa.

16 Il privilegio che avete non sia dunque oggetto di biasimo;

Il greco porta: il vostro bene... Che si deve intendere per questo bene? La fede? la dottrina cristiana? l'Evangelo? il possesso della salvezza? Ognuna di queste risposte ha i suoi fautori. È preferibile l'interpretazione che vede in questo bene la libertà cristiana, ch'è appunto il bene posseduto dai forti a cui l'esortazione è rivolta. Il passo parallelo 1Corinzi 10:29-30, 8:9, conferma un tale modo di vedere e serve di commento al nostro. Questo bene, ch'è la libertà, può essere oggetto di biasimo, anzitutto per parte dei cristiani deboli; poi anche per parte dei Giudei e dei pagani estranei alla fede, i quali non ricevono un'impressione favorevole nel veder la libertà cristiana usata senza carità fraterna. Si confronti il consiglio dato dal Sinodo di Gerusalemme ai cristiani Gentili Atti 15:21,29 e l'esempio stesso di Paolo 1Corinzi 9:1,19-23; 10:32.

17 Non è il caso di esporre la libertà in Cristo, ed implicitamente l'Evangelo, a un biasimo; poichè il mangiare ed il bere di una cosa piuttosto che di un'altra, sono pratiche le quali non toccano all'essenza del regno di Dio. Il regno che Dio vuole stabilire nel mondo, che prima è «dentro di noi» Luca 17:21, di cui la società cristiana è la principale manifestazione esterna 1Corinzi 4:20; Colossesi 1:13, ma che non avrà il suo completo svolgimento se non nei nuovi cieli e nella nuova terra 1Corinzi 6:9; 15:50; Galati 5:21; 2Tessalonicesi 1:5; 2Timoteo 4:18. quel regno non consiste nel mangiam o non mangiare d'un cibo, nel bere o non bere vino. Codeste pratiche toccano solo l'uomo esterno Matteo 15:11, mentre l'essenza del regno di Dio sta in una vita nuova, sta nell'impero di nuove, sante e celesti disposizioni che regolano la vita dei figli di Dio.

perchè il regno di Dio non sta nel mangiare o nel bere

di questo o di quello,

ma è giustizia,

cioè: «rettitudine morale per la quale si rende al prossimo quel che gli è dovuto» 2Pietro 3:13,

pace

cioè, «buona armonia fra tutti i membri della Chiesa»

ed allegrezza nello Spirito Santo.

è «lo slancio spirituale, individuale e collettivo, che regna presso i fedeli quando la comunione fraterna fa sentire la sua dolcezza e che niuno è contristato. Per tali disposizioni l'anima trovasi innalzata in una sfera ove tutti i sacrifici diventano facili ed ove la carità regna senza ostacolo. Ecco la realtà del regno di Dio sulla terra» (Godet). È meno in armonia col contesto l'intendere giustizia, della giustificazione; pace, della pace con Dio; allegrezza, dell'allegrezza della speranza, per quanto quelle grazie siano il fondamento delle disposizioni morali di cui parla l'Apostolo e di cui è sorgente lo Spirito Santo.

18 Poichè

la prova che qui sta l'essenza del regno di Dio sulla terra, sta nel fatto che,

chi serve a Cristo in questo

(testo emendato), cioè col procurar giustizia, pace, allegrezza,

è gradito a Dio ed approvato dagli uomini

(cfr. Matteo 12:7; 23:23). La legge fondamentale del regno così nell'Antico Testamento (il Decalogo), come nel Nuovo Testamento (il Sermone sul Monte), è di natura non cerimoniale, ma morale; e l'ideale umano presentato in Cristo non è ideale ritualistico, ma morale e spirituale. Anche gli uomini approvano una condotta giusta, pacifica, spirante e spandente allegrezza, per quanto sieno avversi alla fede che produce questi frutti.

19 Per le ragioni esposte: per non urtare la coscienza dei deboli mettendoli sopra una via fatale; per non: agire in senso contrario alle disposizioni che lo Spirito produce nei cuori,

Cerchiamo dunque le cose che contribuiscono alla pace e alla mutua edificazione.

Lett. le cose della pace, e dell'edificazione... cioè quel modo d'agire ch'è più atto a mantener la buona armonia nella Chiesa e a far progredire la vita spirituale nel singoli credenti (cfr. 1Tessalonicesi 5:11; 1Corinzi 14:4). Una variante autorevole ma poco in armonia collo scopo esortativo del paragrafo, legge: noi procacciamo invece di questo verbo indica, ad ogni modo, che la cosa esige sforzo costante ad anche qualche sacrificio. Paolo parla in prima persona, perchè egli è nel numero, dei forti e sente e pratica in modo mirabile il dovere di acconciarsi alle infermità non peccaminose dei deboli 1Corinzi 9; Atti 21:20-26. Operando altrimenti, invece di far crescere quell'edificio della vita spirituale che Dio ha principiato nel cuore, essi disfarebbero l'opera di Dio, e questo per una vivanda!

20 Donde l'esortazione:

Non disfare per un cibo, l'opera di Dio.

Paolo non nega ch'essi abbiano il diritto di mangiar d'ogni cosa, senza commetter peccato (Cfr. Romani 14:14):

Certo tutte le cose sono pure

in materia di cibi;

ma fa male l'uomo il quale mangia contro coscienza.

Lett. vi è del male nell'uomo che mangia in istato di scandalo. Chi serba uno scrupolo riguardo ad un qualche cibo, se ne mangia per far come il forte, agisce contro la coscienza e fa male. «Basta che un sol peccato volontario si interponga tra Cristo ed il credente per disunirli; e se quel peccato non è cancellato e che un tale, stato si prolunghi, può ripiombare il cristiano nella morte» (Godet). Altri intendono il «mangiare con intoppo» dell'atto del forte quando mangia sapendo di urtare il fratello debole. Ma si confronti Romani 14:14 che contiene la stessa idea. Nell'intento di evitare questo male ad un fratello, spingendolo ad operare contro coscienza,

21 È bene,

è moralmente bello,

non mangiar carne, nè bever vino, nè far cosa alcuna che possa esser d'intoppo al tuo fratello,

che gli sia occasione di morale inciampo. Una parte dei MSC aggiunge o gli sia di scandalo o sulla quale ei sia debole, riguardo alla quale egli si trovi ancora innato da scrupoli non fondati. «L'abnegazione del forte non autorizza la tirannia del debole, il quale dovrebbe studiare i passi che lo riguardano particolarmente. Egli non ha il diritto di esigere l'abnegazione del forte» (Schaff). Se lo fa, c'è in lui più orgoglio che scrupoli di coscienza.

22 Continuando a rivolgersi al forte, Paolo conclude:

Hai tu fede?

Sei tu nel caso felice di uno, che è persuaso di poter mangiar d'ogni cosa Romani 14:2? È preferibile questo senso «all'altro, pur possibile: Tu hai fede... sta bene: od a quello portato da antichi codici e adottata dal Nestle, ecc... Tu la fede che hai...

Serbala per, te stesso.

lett. tienila presso te stesso,

dinanzi a Dio,

che conosce il tuo, cuore e ti dà questa convinzioni certa. Non si tratta qui della fede in Cristo per la salvezza, poichè questa anche il debole la possiede. Ma si tratta di una delle conseguenze che scaturiscono da una fede illuminata e forte in Cristo, e cioè del «sapere ed esser persuasi nel Signor Gesù che niuna cosa è in sè impura Romani 14:14. Chi possiede quel convincimento non ha bisogno dì professarlo ostentatamente in ogni occasione. Questo consiglio non toglie nulla al dovere inculcato da Paolo, di confessar con la bocca il Signor Gesù, di non vergognarsi di lui nè del suo Vangelo Romani 10; 2Corinzi 4:13. È un eccitamento, a carità e tolleranza, non la codardia o ad ipocrisia. «La verità senza la carità non è la verità; come la carità senza la verità non è la carità» (Vinet).

Beato

di quella felicità che viene dall'approvazione di Dio e d'ella propria coscienza.

colui che non giudica sè stesso,

che non pronunzia sentenza su di sè, cioè manifestamente contro di sè

in quello ch'egli approva.

Beato il fratello forte che nel fare quel ch'egli sa di poter fare in buona coscienza, lo fa però in modo da non rendersi colpevole, in altra guisa, coll'esser occasione di caduta al fratello. Beato chi regola l'uso della propria libertà secondo la legge suprema della carità. Egli non sente salire dalla sua coscienza alcuna voce accusatrice.

23 Ma colui che sta in dubbio.

come accade al debole cui è rivolto l'avvertimento,

se mangia è condannato

dalla propria coscienza che gli fa sentire la disapprovazione di Dio; perchè

non lo fa con fede.

il suo atto non parte da una persuasione sincera e fondata; egli agisce contro coscienza.

Ora

è regola morale generale che

tutto ciò che non si fa con fede,

lett. che non procede da fede,

è peccato

costituisce una trasgressione contro la norma del bene morale, quale uno la comprende. Anche qui per fede non s'intende la fede in Cristo, ma l'intima individuale convinzione morale cui il credente è arrivato, specialmente riguardo alle cose secondarie, per sè indifferenti. Paolo si rivolge a dei cristiani, e parla di cristiani. Non è dunque il caso di trarre da questa parola la conclusione d'Agostino: che le virtù dei pagani non sono che splendidi vizi. D'altronde risulta da questo paragrafo, che più la fede in Cristo è forte e più la convinzione morale che ne deriva è illuminata e sicura. «Tale è, dunque il principio di una vita buona, che l'anima nostra, strappata alle sue fluttuazioni, poggiando salda sulla Parola di Dio, prosegua il suo cammino dovunque Dio la chiami» (Calvino).

A Romani 14 viene aggiunta, in alcuni documenti, la dossologia che trovasi nel testo ordinario in Romani 16:25-27. Da questo, alcuni critici come Marcione nell'antichità, Baur ed i suoi seguaci in tempi moderni, hanno tratto la conclusione che Romani 15-16, o parte almeno di essi, sono inautentici. Basterà notare in proposito:

1. Che le autorità esterne che introducono qui la dossologia sono affatto insufficiente e servono solo ad indicare che, per un fine o per un altro, è avvenuta in alcuni luoghi, una trasposizione della dossologia. La maggioranza compatta dei codici è conforme al testo ordinario.

2. La dossologia non si connette coi pensieri espressi alla fine del cap. 14 mentre è manifesta la connessione tra il cap. 14 ed il principio del 15 (cfr. Romani 15:1, con Romani 14:1; Romani 15:2 con Romani 14:19; Romani 15:7 con Romani 14:1).

3. Se il cap. 14 chiuso dalla dossologia avesse da considerarsi come la fine dell'Epistola, sarebbe una fine strana non rispondente affatto all'introduzione affettuosa della lettera nè al medio consueto con cui Paolo termina le sue Epistole.

4. La spiegazione più probabile del fenomeno, sta nell'ammettere che per la lettura pubblica, in Oriente, si solesse lasciar da parte i capp. 15-16 come meno essenziali; e per dare una chiusa al 14, si sia colà trasferita per norma del lettore pubblico la dossologia finale. La variante in questione trovasi, infatti, soprattutto nei Lezionari.

Quanto all'idea del Renan il quale, tagliando fuori i capp. 12-14 come redatti, per altri lettori connetteva direttamente il principio del 15 colla fine dell'11, basta leggere di seguito questi due capitoli per vedere quanto quest'ipotesi del critico francese sia priva di buon senso.

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