1Pietro 4

1 Le sofferenze del cristiano. 1Pietro 4:1-6

Poichè dunque Cristo ha sofferto nella carne o: quanto alla carne, anche voi armatevi di questo stesso pensiero, che cioè colui che ha sofferto nella carne ha cessato dal peccato.

Il testo emendato secondo i codd. B, C sopprime nel v. 1, dopo sofferto, le parole per noi; in 1Pietro 4:3 invece di "ci basta", legge coi codd. A, B e versioni semplicemente: Basta... L'apostolo ritorna, con questa frase, all'esempio lasciato da Cristo ai credenti chiamati a soffrire facendo il bene. Avea detto in 1Pietro 3:18: "Anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati... per condurci a Dio"; e riprende qui: Poichè dunque Cristo ha sofferto nella carne... Egli esorta i cristiani ad armarsi dello stesso pensiero ( εννοια), dello stesso sentimento e proposito che animò il Cristo e lo fece capace di accettare anche la morte sulla croce. Egli mirava a distruggere il peccato o a condurre gli uomini a Dio, mirava a compiere la volontà di Dio e a glorificarlo sulla terra. I cristiani che soffrono per l'evangelo "partecipano alle sofferenze di Cristo" 1Pietro 4:13 e devono sostener la prova armandosi del pensiero che le loro sofferenze non sono inutili, ma sono destinate da Dio ad esser per loro come un secondo battesimo, un atto morale solenne col quale confermano la loro risoluzione di rinunziare al peccato in cui sono vissuti nel passato e di consacrare la vita a compier la volontà di Dio. Considerate ed accettate a quel modo, esse segneranno un passo decisivo, nella loro esperienza spirituale ed avranno un'affinità con quelle di Cristo in quanto contribuiranno a debellare il male ch'è la ruina dell'uomo. Il pensiero del fine a cui servono le lor tribolazioni sarà un'arma che difenderà i tribolati dallo scoramento e dai mormorii. Altri spiegano questo versetto un po' diversamente: "Armatevi dello stesso sentimento di pazienza ch'era in Cristo, di volonterosa accettazione del soffrire, poichè ( ὁτι) chi ha sofferto nella carne, ha consumato la rottura col peccato, ovvero: è lasciato in riposo dal peccato" ( πεπαυται passivo invece che medio). Ci pare che l'esposizione data più sopra risponda meglio al contesto, perchè qui non è tanto la pazienza che Pietro mette in rilievo nell'esempio di Cristo, ma è l'alto fine delle sofferenze da lui accettate.

2 A quel fine si associa chi soffre per la causa della verità e del bene, mostrando con ciò di aver rotto col peccato

per consacrare il tempo che resta da passare nella carne, cioè nel corpo come in tutto il passo, non più alle concupiscenze degli uomini, ossia dominanti negli uomini del mondo, ma alla volontà di Dio.

L'urgenza della rottura col male, rottura suggellata dalle sofferenze per Cristo, è confermata dalla considerazione che al male, sotto le forme più grossolane ch'esso rivestiva nel paganesimo dell'Asia minore, era stata consacrata di già una parte troppo larga della vita dei lettori. Quel tempo è passato e non lo possono rivivere; ma almeno il tempo che resta della loro breve vita terrena devono consacrarlo risolutamente a compiere la volontà di Dio, a distruggere quel che possono del male fatto a sè stessi ed agli altri, e a far delle loro vite dei monumenti della grazia di Dio.

3 Poichè basta l'aver dato il vostro passato a fare la volontà dei Gentili col vivere nelle lascivie, nelle concupiscenze, nelle ubriachezze, nelle gozzoviglie, negli sbevazzamenti, e nelle nefande idolatrie.

Dice letteralmente "È bastevole il tempo trascorso per aver operata...". Breve o lungo che sia stato, nei singoli casi, il tempo trascorso prima della loro conversione, esso è sempre stato troppo lungo, perchè perduto per il bene e speso nel fare il male. Chiama il male la volontà dei Gentili perchè, sotto l'aspetto religioso come sotto l'aspetto morale, il paganesimo rappresentava, specialmente nell'Asia Minore, la più abietta corruzione. L'apostolo rievoca alcuni tratti caratteristici della loro vita pagana, tratti che ricordano le descrizioni di S. Paolo Romani 13:13-14; Efesini 4:18-19; Colossesi 3:5. La dissolutezza imperante nelle relazioni tra i sessi, gli eccessi nel bere e nel mangiare divenuti cosa normale nei ritrovi sociali, l'idolatria nelle sue forme più ripugnanti non solo alla legge rivelata, ma alla legge naturale scolpita nelle coscienze, tali erano stati i disordini che avevano caratterizzato per anni l'esistenza di molti fra i lettori. È difficile ammettere che Pietro scriva questo a degli ex-Giudei giacchè non esistono prove che i Giudei della dispersione fossero scesi ad un livello così basso di moralità e potessero venir accusati di nefande idolatrie.

4 Per la qual cosa trovano strano che voi non corriate con loro agli stessi eccessi di dissolutezza, e dicon male di voi.

Col darsi a Cristo, i credenti pentiti hanno mutato il loro tenor di vita e questa rottura col loro passato è, in buona parte, causa delle persecuzioni, non violenti per ora, alle quali sono fatti segno. I pagani trovano strano che i cristiani non corrano più colla folla a gettarsi con avidità negli eccessi della dissolutezza, o come altri spiega il termine αναχυσις (effusione, profusione): nello stesso pantano della dissolutezza. Essi non ne comprendono il motivo e ne sono irritati perchè il puritanismo dei cristiani è la condanna della vita sregolata ch'essi stessi menano. Incapaci di rendersi ragione della condotta dei loro antichi compagni di gozzoviglie, essi ne dicon male e attribuiscono il loro appartarsi a superbia, a odio del genere umano, ad avversione per ogni sorta di gioia; il loro rifiuto di adorar le false divinità da luogo all'accusa di ateismo e di empietà. Il greco ha qui il verbo βλασφημειν che applicato agli uomini significa: dir del male, calunniare; applicato a Dio, vale bestemmiare; Diodati aveva: "e ne bestemmiano". Basta però in questo contesto il senso attenuato del "dir del male con malignità", senso che risponde a quanto si legge 1Pietro 3.16; 2:12; 4:14.

5 Essi (letteralmente i quali) renderanno ragione a colui ch'è pronto a giudicare i vivi ed i morti.

Finora, quando ha parlato degli avversari dei cristiani e delle loro calunnie, Pietro ha, evitato di rilevare la loro responsabilità morale, accennando invece alla loro ignoranza 1Pietro 2:12,15; 3:16; ma ora, trattandosi di confortare degli uomini pii, ingiustamente accusati e maltrattati, egli volge il loro sguardo al giudicio, che dissiperà tutte le menzogne, tutte le calunnie, tutte le ingiustizie di cui sono oggetto e ne punirà gli autori. Quel giudicio non è lontano poichè il Giudice è pronto; a quel giudicio nessuno scamperà poichè abbraccerà i vivi ed i morti, cioè coloro che saranno trovati in vita sulla terra allorchè il giudice apparirà e coloro che, morti prima d'allora, saranno risuscitati. L'apostolo non dice chi sarà il Giudice: ma basta ricordare quanto ha detto della finale "rivelazione di Gesù Cristo", della sua gloriosa esaltazione alla destra di Dio, e quel che dirà dell'apparizione del Sommo Pastore 1Pietro 1:7; 3:22; 5:4 per comprendere che il Giudice sarà il Signor Gesù. Pietro, d'altronde, l'aveva affermato in casa di Cornelio "Egli (Gesù) è quello che da Dio è stato costituito giudice dei vivi e dei morti" Atti 10:42 e Paolo lo conferma quando scrive 2Timoteo 4:1 "Ti scongiuro nel cospetto di Dio e di Cristo Gesù che ha da giudicare i vivi ed i morti...". Gesù stesso non ha lasciato dubbio alcuno in proposito. Dopo aver proclamato che il giudicio finale sarà universale e comprenderà quindi anche i morti i quali formeranno l'immensa maggioranza di quelli che compariranno in giudizio, l'apostolo pare presentire una obiezione: Come mai potranno essere giudicati ed eventualmente condannati in modo definitivo coloro che non hanno avuto occasione, durante la loro vita, di conoscere l'evangelo della salvezza? Egli risponde che, se non durante la loro vita, essi hanno udito dopo la morte, l'annunzio della Buona Novella.

6 Poichè per questo è stato annunziato l'evangelo anche ai morti; onde fossero bensì giudicati secondo gli uomini quanto alla carne, ma vivessero secondo Dio quanto allo spirito.

Per questo si riferisce a quanto segue e specialmente alle ultime parole del vers. L'Evangelo è stato annunziato non solo ai vivi ma anche ai morti, per questo, cioè allo scopo di mettere anche loro in presenza dell'offerta della grazia e di render così possibile anche per loro il pentimento e la fede nel Salvatore. "Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza, della verità; poichè v'è un solo Dio ed anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, il quale diede se stesso qual prezzo di riscatto per tutti" 1Timoteo 2:4-6. Posti dinanzi alla salvezza, anche coloro che già. avevano, subito il giudicio della morte corporale riservato a tutti gli uomini peccatori Romani 6:23; Genesi 3, hanno avuto la possibilità di vivere secondo Dio quanto allo spirito; cioè di possedere nel loro spirito quella vita nuova di pace, di santità, di felicità ch'è conforme alla natura di Dio ed al suo disegno di misericordia verso gli uomini. In una parola, hanno potuto ricevere la vita vera, la vita eterna. in attesa della beata risurrezione. Se l'hanno scientemente e volontariamente rifiutata, facendo della loro libertà l'uso più funesto, nessuno potrà trovare ingiusta la sentenza che li colpirà. Pietro non, dice nè quando, nè dove, nè da chi, nè con quali risultati, l'Evangelo è stato annunziato ai morti; ma da quanto ha detto in 1Pietro 3:19-20 si può arguire che è stato annunziato dal Signor Gesù stesso dopo la sua risurrezione. Quando "tutto fu compiuto", Cristo proclamò la buona novella ai morti nell'Hades e mandò i suoi apostoli a proclamarla ai vivi per tutto il mondo. 1Pietro 3:19-20 parlava di una predicazione agli uomini del diluvio soltanto; la dichiarazione di 1Pietro 4:6 è più generale e si riferisce a tutti i morti che non hanno udito ancora l'Evangelo nella sua purezza e semplicità. Come il giudicio si estende a tutti i morti, l'Evangelo ha dovuto, secondo la volontà misericordiosa del Dio di giustizia; essere annunziato a tutti. Come appare dal fin qui detto, non crediamo esatta l'opinione che vede nei "morti" di cui parla S. Pietro "i morti nei falli e nei peccati". La parola non può avere un senso diverso da quello che ha nella espressione quasi tecnica nel N.T. "i vivi ed i morti". Le parole: onde fossero bensì giudicati... sono al passato e tornano a dire: "onde benchè abbiano di già subito il giudicio della morte del corpo, comune a tutti gli uomini, possano vivere secondo Dio...". Paolo dice in Romani 8:10: "Se Cristo è in voi, ben è il corpo morto a cagion del peccato: ma lo spirito è vita a cagion della giustizia".

AMMAESTRAMENTI

1. Come mai chi soffre per cagion di giustizia può egli esser proclamato beato Pietro lo fa in due luoghi della sua Epistola. Cfr. 1Pietro 4:14: "Se siete vituperati per il nome di Cristo, beati voi!" Ed il Maestro lo aveva fatto ripetutamente prima del discepolo. Anzitutto convien ricordarsi ch'è detto beato chi soffre, non per colpe proprie (cfr. 1Pietro 4:15; 2:20), ma "per cagion di giustizia", "per il nome di Cristo" (Cfr. Luca 6:22), chi soffre "facendo bene" 1Pietro 3:17. In quel caso, il cristiano sente che le sofferenze inflittegli con le calunnie, coi vituperi, colle spogliazioni, colle privazioni, non possono colpir quello che forma l'essenza della sua felicità la quale non si fonda sopra godimenti terreni, ricchezze, popolarità ecc., ma sopra l'amore del suo Dio che nulla gli può rapire Romani 8:35. Egli sente che il soffrir per la verità, per la causa del regno di Dio, per il servizio del suo Salvatore è un alto onore Atti 5:41, è un soffrir santamente, un soffrire come soffersero i profeti e i servi tutti del Signore, un partecipare alle sofferenze di Cristo. Egli fa l'esperienza che le sofferenze sono per l'anima sua una salutare disciplina che la strappa a quel che è vano e perituro per fissare le sue affezioni sui beni che sono veri ed eterni; esse accrescono in pari tempo in lui la pazienza, l'umiltà, la fede, la bontà. L'anima sua prova in misura più intensa la gioia della comunione con Dio di cui sperimenta le consolazioni e l'aiuto potente. Le sofferenze lo fanno esultare nella gloriosa speranza del "premio grande" che gli è riservato nei cieli. Lo Spirito di gloria riposa su di lui e irradia la sua fronte come fece quella di Stefano.

2. La fonte dell'eroismo cristiano che non ha paura degli uomini, nè delle loro minacce nè dei patimenti che possono infliggere, sta nel santo timor di Cristo, il Signore. Per esser vero, un tale timore dev'essere non nelle parole, nella dottrina professata, negli inni che si cantano, ma nel cuore. Il "santificare Cristo" implica il riconoscere e ricordare quel ch'egli ha fatto per noi soffrendo, lui giusto e santo, per noi ingiusti. Implica il riconoscere il diritto assoluto ch'egli ha su di noi per averci comperati a prezzo del proprio sangue; implica la persuasione che tutto quel ch'egli richiede dai suoi è giusto e santo e buono. Implica il timore di offenderlo, di rispondere ai suoi benefizi coll'ingratitudine, coll'infedeltà, col rinnegamento, il timor d'essere da lui rinnegati nel gran giorno. Il santo timor di Cristo rese coraggiosi gli apostoli dinanzi al Sinedrio giudaico; rese eroici i martiri cristiani; rese incrollabile Lutero dinanzi alla dieta di Worms quando esclamò: "Eccomi, non posso altrimenti, il Signore mi aiuti!" Mirabile contrasto, esclama un pio commentatore: per non temere gli uomini, temete il Signore!

3. I cristiani che non nascondono la loro bandiera devono aspettarsi d'essere interrogati circa la loro fede e la loro speranza. Saranno talvolta le autorità che vorranno conoscere che cosa essi credano; saranno persone che interrogano con intenzioni non benevoli, per aver motivo d'accusare o di beffarsi della fede cristiana; ma saranno anche persone che sono state male informate e desiderano conoscere la verità alla quale anelano. Quale che sia il motivo della domanda ed anche il modo in cui essa è fatta, i credenti devono esser pronti a render ragione della speranza ch'è in loro. Essi devono avere perciò una fede personale e cosciente. "La vostra difesa, dice Leighton, sarà animata, penetrante, quando voi perorerete in favore non di una speranza di cui avete sentito parlare solamente, o sulla quale avete letto dei libri, ma per una speranza ch'è in voi; non per la speranza dei cristiani in genere, ma per la vostra". Per poter far questo non basta dire: "Credo quel che crede la Chiesa" o ancora come scriveva il Brunetière: "Se volete sapere quel ch'io credo, andatelo a domandare a Roma"; bisogna aver letto la Scrittura, aver creduto di cuore e fatto l'esperienza dell'efficacia salutare del Vangelo. Allora il dottore cristiano potrà dir con Paolo: "Io so in chi ho creduto", ma anche il cieco guarito potrà rispondere: Molte cose non le so, "ma una cosa so: ch'io era cieco ed ora ci veggo".

La risposta a chi chiede informazioni, va fatta con dolcezza e col dovuto rispetto alle persone. La verità non si giova dei discorsi sprezzanti nè delle invettive. La polemica ingiusta, beffarda, ingiuriosa e violenta non è quella che guadagna le anime alla verità.

Nè va trascurata la raccomandazione apostolica relativa alla buona condotta che deve dare valore alle parole. Senza la "buona coscienza" la più eloquente apologia cade nel vuoto.

4. Ai motivi già addotti per sopportare con coraggio e pazienza le sofferenze per la fede, Pietro ne aggiunge due altri. Il primo è racchiuso nelle parole "se pur tale è la volontà di Dio". Non sempre Dio dispensa le sofferenze, e quando ci colgono c'è un conforto nel pensiero che tale è la volontà di Dio che non fa nulla senza un fine alto, degno di lui, e che fa concorrere tutte le cose al bene di quelli che l'amano.

Un'altra sorgente di conforto sta nell'esempio di Cristo. "Anche Cristo ha sofferto"; ed egli era il giusto ed il santo; ma accettò con volontaria e filiale sottomissione le sofferenze più profonde, onde ricondur gli uomini a Dio; e attraverso la morte della croce giunse alla gioia suprema di poter proclamare ai vivi ed ai morti che "tutto era compiuto", che la vita eterna era assicurata a tutti quelli che si pentivano e credevano in lui. Così egli potè "contemplare il frutto del travaglio" dell'anima sua ed esserne saziato Ebrei 12:2; Isaia 53. E così dal trono della gloria ov'è salito egli continua l'opera sua finchè non sia compiuto il regno di Dio. Se soffriamo con lui, con lui altresì regneremo e le sofferenze di quaggiù ci rendono atti all'opera che il Signore ci riserva lassù.

5. Dai due passi 1Pietro 3:19-20; 4:6 che si completano a vicenda, non possiamo dedurre la dottrina del descensus ad inferos contenuta nel Simbolo detto apostolico. La si ricava da altri luoghi come ad es. Atti 2:27, ma non da questo ov'è questione di un'attività spiegata da Cristo dopo la sua risurrezione, mentre la discesa agli inferi, cioè nel soggiorno dei morti, si riferisce all'anima di Gesù separata dal corpo. Non è il caso neppure di cercar qui il purgatorio e nemmeno il così detto limbo dei santi padri ossia il luogo ove gli uomini pii dell'A.T. aspettavano la salvazione promessa. Secondo la Scrittura, l'Hades o soggiorno dei morti, è diviso in due parti: nell'una, chiamata il seno d'Abramo, o il Paradiso (provvisorio) stanno gli spiriti dei credenti; nell'altra chiamata anche "carcere" o "luogo di tormento" stanno gli spiriti degli uomini morti in istato d'incredulità o di empietà, in attesa del giudizio finale. Nel nostro passo è questione degli spiriti confinati nel carcere. A quelli di loro che non l'avevano potuto udire è stato predicato l'Evangelo da Cristo stesso.

La consolante dottrina che possiamo ricavare da questa rivelazione apostolica è che nessun uomo sarà definitivamente condannato senza che gli sia stata offerta la salvezza procurata da Cristo per tutti; e senza ch'egli abbia avuto la possibilità di pentirsi dei suoi peccati ed accettar con fede, la grazia offertagli. Solo chi avrà scientemente e volontariamente respinta la salvezza scenderà nella "morte seconda". Siccome l'apostolo non dice nulla del risultato della predicazione di Cristo ai defunti, è arbitrario il trarne la conclusione che tutti saranno finalmente salvati. Chi avrà creduto sarà salvato "ma chi non avrà creduto sarà condannato" Marco 16:16. Questa ed altre simili dichiarazioni di Gesù servano piuttosto di serio ammonimento, per chi ode ora l'Evangelo, a non trascurare una sì grande salvezza Ebrei 2:3.

6. Il Battesimo istituito dal Signor Gesù Cristo è senza dubbio per parte degli adulti che lo chiedono una professione di fede. Essi dichiarano che come l'acqua netta le sozzure del corpo, così la grazia di Dio in Cristo netta l'anima dalle sozzure del peccato cancellandone la colpa col perdono e rigenerandola a vita nuova. Ma il Battesimo non è soltanto una profession di fede; è anche un atto di consacrazione col quale il battezzando dichiara di voler appartenere a Dio Padre, Figliuolo e Spirito Santo, per il nome, o dentro al nome del quale egli è battezzato. Cotesti aspetti, però, del Battesimo non sono considerati dall'apostolo Pietro in 1Pietro 3:21. Egli rileva piuttosto quel che il battesimo ricevuto nelle disposizioni volute, reca all'anima del credente. Egli, pentito dei propri peccati e fidente nell'opera di Cristo morto e risuscitato, viene al battesimo implorando da Dio "una buona coscienza", ch'è quanto dire la certezza del perdono, e riceve nel battesimo il pegno ed il suggello della propria salvezza garantita dalla risurrezione di Cristo. Per tal modo, il battesimo non è un rito che rigeneri magicamente le anime; ma non è neppure un nudo simbolo. Ed ogni volta che assistiamo ad un battesimo sia di adulti sia di bambini, dobbiam ricordarne l'alto significato e invocare di cuore su coloro che lo ricevono, la grazia ch'esso rappresenta ed è destinato a recare.

7. "Chi ha sofferto nella carne ha rotto col peccato". Questo non si può dire di ogni sofferenza corporale. La sofferenza in genere ci avverte che i frutti del peccato sono amari e talune sofferenze e malattie corporali sono la conseguenza diretta di certi vizi particolari; ma non indicano in chi soffre in tal guisa la risoluzione di abbandonare il male. Il soffrir nella carne di cui parla S. Pietro è il soffrir come cristiano e perchè si è discepolo di Cristo. Può parer duro a chi segue la verità e pratica la giustizia di dover soffrire per questo. Perciò l'apostolo ha esposto di già varie considerazioni per confortare i credenti perseguitati. Qui egli esorta i cristiani a farsi delle sofferenze a cui sono esposti per l'Evangelo un'arma nella lotta contro il male. Per debellare il peccato e distrugger le opere del diavolo, Cristo ha dovuto soffrire; essi soffrono con lui e per la medesima nobile causa: le loro sofferenze sono il suggello della loro rottura definitiva col peccato. Il battesimo della persecuzione è la conferma del battesimo cristiano ricevuto. Se avessero continuato a darsi agli stravizi i loro compagni di dissolutezza non li calunnierebbero come fanno; sé fossero rimasti sudditi fedeli del principe di questo mondo, Satana li avrebbe lasciati tranquilli. La persecuzione è la prova ch'essi sono nella retta via in compagnia dei servi di Dio di tutti i tempi e in comunione d'intento col Signore stesso. La sofferenza, invece di scandalizzarli e scuoterli, deve confermarli e renderli vie più saldi nella loro risoluzione di rinunziare al peccato e di consacrar la vita che resta loro quaggiù a compier la volontà di Dio. Considerando a quel modo le persecuzioni, i credenti strappano dalle mani dell'avversario l'arma con cui cercava di colpirli e se ne servono, come fece Davide col gigante filisteo, per colpir lui a morte.

8. È senza dubbio doloroso per il cristiano il ricordo degli anni passati, se non nei grossolani disordini morali e religiosi del paganesimo, ad ogni modo nel male, sotto forme più raffinate ma non meno colpevoli. È doloroso, ma è salutare perchè ci mantiene nell'umiltà; perchè ci rammenta il debito immenso di gratitudine che abbiamo verso Colui che ci ha lavati dei nostri peccati e avviati a vita nuova; chi dimentica il purgamento dei suoi vecchi peccati (2Pietro 1:9) corre pericolo di lasciarsi andare al rilassamento. È utile anche il ricordare il passato perchè la trasformazione avvenuta dimostra la potenza del Vangelo. Paolo cita spesso il proprio esempio per dar gloria alla misericordia di Dio e perchè serva d'incoraggiamento ad altri a non metter limiti alla clemenza di Dio che salva anche i più grandi peccatori. Molti cercano un rimedio al dilagare della immoralità e dell'alcoolismo in seno alla società moderna che pur porta una vernice cristiana; il rimedio radicale sta nella conversione dell'anima al Cristo che solo la può strappare al peccato e rinnovare a santità.

7 

TERZA PARTE

1Pietro 4:7-5:11

I DOVERI DEI CRISTIANI DI FRONTE ALL'AVVICINARSI DELLA FINE

La fine d'ogni cosa è vicina è il pensiero dominante nella terza ed ultima parte dell'Epistola, ed alla luce di esso sono presentati i doveri dei cristiani come membri della chiesa 1Pietro 4:7-11; poi il modo in cui debbono considerar le prove cui sono esposti 1Pietro 4:12-19; il come devono i presbiteri pascere i greggi a loro affidati 1Pietro 5:1-4; e, da ultimo, i doveri dell'umiltà e della vigilanza che incombono a tutti 1Pietro 5:5-11.

Sezione prima. 1Pietro 4:7-11. I DOVERI DEI CRISTIANI COME MEMBRI DELLA CHIESA

Or la fine d'ogni cosa è vicina;

Come gli uomini della prima generazione cristiana. Pietro vive nell'aspettazione della fine prossima dell'attuale ordine di cose, fine determinata dalla venuta di Cristo e seguita dal giudicio universale mentovato in 1Pietro 4:5. Nei quadri dei profeti antichi la venuta del Messia segnava "la fine dei giorni" ossia l'ultima epoca della storia, e l'intervallo tra una prima ed una seconda venuta non figurava. Gesù aveva esortato i suoi discepoli a tenersi pronti per l'apparizione del Figliuol dell'uomo che verrebbe come il ladro la notte, quando non lo si aspetta. Pietro non dice che la fine sia imminente, anzi esorta i credenti a compiere i loro doveri con calma. Non fissa alcuna data perchè i tempi ed i momenti non sono rivelati all'uomo. Nella II Epistola parla della sua morte come prossima ricordando che il Signore gliel'avea predetta. Ma certo egli non si figurava che la fine dovesse tardare per diecine di secoli. Ad ogni modo essa dev'essere presento sempre al cuore dei fedeli per spingerli a compier l'opera affidata ad ognuno, mentre ne hanno il tempo.

Siate dunque temperati e vigilanti alle orazioni.

Il primo verbo ( σωφρονειν) vale propriamente "comportarsi come chi ha una mente sana", con assennata moderazione in ogni cosa; esclude quindi ogni intemperanza non solo nei godimenti anche leciti, ma pure nel pensare e nel sentire. L'avvicinarsi della fine non li deve lasciare indifferenti, ma neppure deve ingenerare turbamento od esaltazione fanatica e malsana come in Tessalonica. Il secondo verbo ( νηφειν) significa "esser sobrio" (cfr. 1Pietro 1:13;5:8) ed anche esser circospetto, vigilante. È connesso sempre coll'idea di vigilanza 1Tessalonicesi 5:6,8; e qui ov'è seguito dalle parole εις προσευχας (per, o in vista delle preghiere) sembra preferibile tradurlo: vigilanti alle orazioni, essendo la sobrietà inclusa già nel "siate temperati". Gesù ha esortato spesso a sobrietà, a vigilanza e a preghiera in vista appunto della fine. "Vegliate dunque, pregando in ogni tempo, affinchè siate in grado... di comparire dinanzi al Figliuol dell'uomo" Luca 21:34-36.

Parla delle preghiere al plurale perchè vi sono preghiere di molte specie: preghiere di adorazione, di umiliazione, di rendimento di grazie, di supplicazione; preghiere per soggetti molteplici; preghiere individuali e collettive; e devon salire a Dio in ogni tempo. "Orando in ogni tempo, scrive Paolo, per lo Spirito, con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni; ed a questo vegliando con ogni perseveranza e supplicazione per tutti i santi ed anche per me..." Efesini 6:18-19.

8 Sopra tutto, abbiate amore intenso gli uni per gli altri, perchè l'amore copre (così i msc. principali) moltitudine di peccati.

Pietro annette una tale importanza all'amor fraterno che i credenti devono nutrire gli uni verso gli altri, ch'egli vi torna su più d'una volta nella sua breve epistola. In 1Pietro 1:22 ha esortato i fratelli ad amarsi di cuore, intensamente, sinceramente; in 1Pietro 3:8 li ha esortati ad esser tutti concordi e "pieni d'amor fraterno"; e qui presuppone l'esistenza di questo amore, ma li esorta a renderlo intenso, vie più fervido e profondo. Tatti i doveri sociali, entro la cerchia della chiesa, hanno per condizioni l'amore vicendevole tra i membri della famiglia cristiana. A mo' d'incitamento all'amore intenso, l'apostolo reca un motivo che ricorda Proverbi 10:12: "L'odio provoca liti, ma l'amore copre ogni fallo", o letteralmente "tutte le trasgressioni". Siccome la frase non è derivata dalla versione greca la quale dà un senso diverso al passo dei Proverbi e non è neppure esattamente conforme all'ebraico, si suppone che si tratti di un detto popolare derivato dalla massima dei Proverbi, tanto più che lo stesso detto occorre in Giacomo 5:20, ma con un'applicazione diversa. L'amore copre una moltitudine di peccati, s'intende: del prossimo. Invece di ricercarli, di esagerarli, di divulgarli, ne cerca le attenuanti e li copre col manto del perdono se si tratta di offese, ad ogni modo col manto di un pietoso silenzio che non esclude le rimostranze fraterne e meno ancora la preghiera d'intercessione per i caduti. Così il fedele procura e conserva la pace; così lavora al bene spirituale dei fratelli; così può guardare innanzi con, fiducia al giudicio che si avvicina. Egli ha bisogno del perdono di Dio, lo deve quindi dare al proprio fratello.

9 Come manifestazione pratica dell'amor fraterno, Pietro raccomanda l'ospitalità:

Siate ospitali gli uni verso gli altri senza mormorare.

L'esercizio di questo dovere così spesso raccomandato nel N.T. Romani 12:13; Ebrei 13:2; 1Timoteo 5:10; Tito 1:8; Matteo 25:35; 3Giovanni 5, era particolarmente richiesto in un tempo in cui difettavano gli alberghi e le comodità moderne dei viaggi; in cui era frequente il caso di cristiani costretti a lasciare il proprio paese per cagion della loro fede, o di evangelisti recantisi in contrade lontane ad annunziare il Vangelo. I credenti devono sopportar senza mormorare l'aggravio e il disturbo cagionati da questo dovere, lieti di poter accogliere sotto il proprio tetto dei redenti che sono membra del corpo di Cristo quali che siano la loro condizione sociale, il paese che abitano o la comunità particolare alla quale appartengono.

10 Come buoni amministratori della svariata grazia di Dio, ciascuno, secondo il dono che ha ricevuto, lo faccia valere al servizio degli altri.

Nella Chiesa primitiva lo Spirito di Dio, santificando ed accrescendo delle attitudini di natura, distribuiva i Carismi ch'erano doni soprannaturali destinati all'utile spirituale della società cristiana. A cotali doni si riferisce l'esortazione dell'apostolo, per quanto egli non specifichi se si tratta di doni miracolosi o di doni naturali. La parola "charisma" era, però, divenuta il termine tecnico per indicare i doni soprannaturali che sussisterono, in misura attenuata, fin oltre il primo secolo. D'altronde l'esortazione vale per ogni sorta di doni. La grazia di Dio essendo ricca e svariata, i doni sono molti e diversi, per qualità e per quantità. Basta per averne un'idea rileggere 1Corinzi 12; Romani 12:4-8. Ciascuno, non i presbiteri soltanto, deve rendersi conto di quello ch'è capace di fare, per il bene comune, giacchè i doni non son dati per servire alla vanità o per restare inoperosi, ma devono esser fatti valere al servizio dei fratelli, idea che l'autore esprime in una sola parola: ( διακονουντες: diaconizzandoli). I cristiani non ne sono i padroni ma i semplici economi cioè amministratori responsabili; e devono mostrarsi in questo fedeli, abili, zelanti poichè il tempo di cui dispongono è breve e l'amor fraterno non deve lasciarli indifferenti e neghittosi di fronte al molto che c'è da fare per il bene degli altri.

11 Se uno parla, lo faccia come annunziando oracoli di Dio.

L'apostolo per mostrare come si devono amministrare i talenti ricevuti, reca l'esempio dei doni di parola che, abbracciavano quelli degli evangelisti, dei profeti, dei dottori, dei glossolali, di chiunque parlasse nelle assemblee della chiesa. Essi dovevano parlare non solo in modo conforme agli oracoli di Dio, ma come esponendo non la propria dottrina o sapienza, bensì la. rivelazione di Dio, l'evangelo divino. La parola loghia che vale oracoli è presa dai Greci, e serve a indicare le rivelazioni divine dell'Antico e del N.T. che abbiamo ora nelle Sacre Scritture Atti 7:38; Romani 3:2; Ebrei 5:12. Chi annunzia il Vangelo è un ambasciatore di Dio e non deve diminuire l'autorità e la gravità del suo messaggio presentandolo come un'opinione o una elucubrazione umana. Perciò Paolo ricusò di annunziar la salvezza dandole veste di filosofia umana. Cfr. 1Corinzi 1:2.

Se uno esercita un ministerio lo faccia come con la forza che Dio fornisce,

ministerio vale "servizio" e si tratta qui dei servizi più umili, meno appariscenti, quali erano la cura dei poveri, degli orfani, delle vedove, dei vecchi, dei malati, dei forestieri, dei prigioni per la fede, sia con mezzi propri sia colle contribuzioni fornite, dalla chiesa. Anche il buon governo della comunità può esser compreso sotto quel titolo. Chi esercita un ministerio di questa natura lo faccia non come se fosse lui l'autore delle capacità o dei beni che mette al servizio dei fratelli, ma come avendo questa capacità, questa forza da Dio ch'è il Datore d'ogni bene. Così non farà sentir la sua superiorità e chi riceve non sarà umiliato; così sarà raggiunto pure il fine indicato nelle parole che seguono:

onde in ogni cosa sia glorificato Iddio per mezzo di Gesù Cristo. A Lui appartengono la gloria e l'imperlo nei secoli de' secoli. Amen.

Nel far valere i doni di Dio il pensiero dominante ha da essere, non la gloria dell'uomo ma quella di Dio dalla cui grazia, per mezzo di Cristo, procede la salvezza, procedono la rivelazione evangelica, e i doni svariati dello Spirito; ed al cui trono deve risalire ogni gloria, per mezzo di Gesù Cristo l'unico Mediatore. Invece di: A lui dice letteralmente al quale; e il pronome relativo si può riferire a Cristo nominato immediatamente prima (cfr. 2Timoteo 4:18; 2Pietro 3:18; Apocalisse 1:6); o a Dio ch'è il soggetto principale della frase. Cfr. Ebrei 13:20-21. La maggior parte degli interpreti ritengono preferibile quest'ultimo senso.

AMMAESTRAMENTI

1. Fin dal secondo secolo si è cercato di fissare una data per la fine del mondo presente e d'allora in poi quante volte è stato ripetuto il tentativo! Sempre invano come aveano insegnato Gesù ed i suoi apostoli. Siffatta incertezza, voluta da Dio, non deve però farci dimenticare che "la fine d'ogni cosa" è sempre più vicina. Se non la dobbiamo veder cogli occhi nostri, resta pur sempre vero che la fine della nostra vita terrena è vicina e ce ne separano soltanto pochi anni, forse pochi giorni. Un tal pensiero deve farci sentire la vanità delle cose terrene a cui troppo siamo attaccati; deve portarci a lavorare mentre è giorno, prima che ci colga la notte; deve spingerci a tenerci sempre pronti per l'ora in cui il Signore ci dirà: La fine è venuta per te.

Per esser preparati, seguiamo i consigli dell'apostolo: Siate temperati nell'uso delle cose di quaggiù, e di mente equilibrata. Mantenetevi in comunione costante con Dio per mezzo della preghiera. Amate intensamente i fratelli e fate servire al loro bene materiale e spirituale le sostanze, i talenti tutti e le capacità che avete da Dio ricevuti.

2. I carismi o doni miracolosi dell'antica Chiesa sono cessati quando non erano più necessari; ma non è svanito l'ideale di una chiesa in cui un membro serve all'altro, in cui ciascuno considera il proprio ufficio, per umile che sia, come una vocazione divina. I doni infatti sono svariati e ciascuno ne ha la sua parte ch'è lungi dall'essere eguale per tutti. Ognuno si sforzi di scoprire il dono che deve far valere al servizio dei fratelli. Come nella natura non vi è nulla d'inutile e non vi è nulla che possa sussistere da sè, così Dio ha disposto che i suoi figliuoli siano necessari gli uni agli altri e che anche i meno privilegiati abbiano il loro ufficio da compiere per il bene del corpo.

Nel giorno in cui gli amministratori dei talenti ricevuti dovranno render conto, l'aver ricevuto un solo talento non scuserà la pigrizia del malvagio servitore; sarà invece vera gloria l'esser stato leale nel poco.

3. La sostanza della predicazione cristiana è l'Evangelo di Dio. I fatti che lo costituiscono son divini e l'annunzio che ne spiega il significato è rivelazione divina. Si, tratta di "cose che non son salite in cuor d'uomo e che Iddio ha preparate per coloro che l'amano"; di cose annunziate prima dal Signor Gesù e poi dagli apostoli illuminati ed insegnati dallo Spirito 1Corinzi 2. Coloro che son chiamati a parlare ai loro fratelli o al mondo degli oracoli di Dio devono anzitutto conoscerli in modo non superficiale e averne sperimentata la verità. Per questo non c'è altro mezzo che uno studio accurato ed assiduo delle Sacre Scritture sotto la guida dello Spirito. Vedano, dice a questo proposito un commentatore, vedano i pretesi successori di S. Pietro, in che conto tengano la Scrittura, quale uso ne facciano, come ne raccomandino la lettura e lo studio al clero ed al popolo.

Chi vuol predicare il Vangelo fedelmente non deve nè aggiungere nè togliere nulla alla rivelazione di Dio. Il pulpito cristiano non è luogo da dissertazioni filosofiche, nè da dottrine umane, nè da ciance e fiabe di falsi miracoli o cose simili. Il predicatore cristiano è un ambasciatore di Dio che reca agli uomini il messaggio divino della salvezza e lo deve presentare come tale, onde abbia tutta l'autorità che deve avere e agisca sulle coscienze con maggior forza. Certo è il caso di esclamare con S. Paolo: "E chi è sufficiente a queste cose Poichè noi non siamo come quei molti che adulterano la parola di Dio; ma parliamo mossi da sincerità, da parte di Dio, in presenza di Dio, in Cristo". Tuttavia se non si sente capace di per sè di un tanto ministerio, egli può aggiungere: "ma la nostra capacità viene da Dio" 2Corinzi 2:16-17; 3:5-6.

12 Sezione Seconda. 1Pietro 4:12-19. COME DEBBANO I CRISTIANI CONSIDERAR LE SOFFERENZE LORO INFLITTE PER IL NOME DI CRISTO

Per la terza volta torna l'apostolo sulle sofferenze che i fedeli incontravano a cagion della loro fede. Cfr. 1Pietro 1:6; 2:21; 3:14 e segg). Egli vede nelle lievi persecuzioni presenti, il principio d'un incendio che divamperà allorchè l'impero romano metterà, in opera i suoi potenti mezzi per estirpar la "nova religio"; e perciò nulla trascura per render saldi i lettori onde non siano spaventati dalla furia nemica. Come Paolo Filippesi 3:1 egli potrebbe dire: "A me certo non è grave lo scrivervi le medesime cose, e per voi è sicuro". D'altronde, Pietro offre ai suoi diletti fratelli nuove considerazioni sull'argomento, in relazione coll'avvicinarsi della fine.

Diletti, non vi stupite della fornace ch'è accesa in mezzo a voi per provarvi, quasichè vi avvenisse qualcosa di strano.

Il termine tradotto fornace ( πυρωσις) vale propriamente incendio, conflagrazione ed in tal senso lo troviamo in Apocalisse 18:9,18 ove si parla del "fumo dell'incendio di Babilonia". Però in Proverbi 27:21 i LXX l'hanno adoperato col significato di crogiuolo da raffinare l'argento e l'oro. Cfr. Salmi 66:10 ove si ha il verbo col senso di passare al crogiuolo. Al fuoco delle persecuzioni, acceso in mezzo a loro, Pietro attribuisce ad ogni modo, il fine di mettere i cristiani alla prova (Cfr. 1Pietro 1:7). Quel fuoco separa le scorie, cioè i credenti di nome soltanto, dal metallo puro che sono i cristiani sinceri e genuini; esso li rende consci della loro debolezza, ma li spinge a rifugiarsi con cresciuta fede presso al loro Salvatore e li aiuta a liberarsi da quanto vi è in loro stessi di male. Entra quindi nel piano educativo di Dio e non dev'essere considerato come cosa strana, incompatibile colla loro vocazione di figliuoli di Dio. Certo la sofferenza ripugna alla carne; Pietro stesso, imbevuto delle idee giudaiche relative ad un Messia glorioso, aveva trovato strano l'annunzio dato da Cristo circa la propria morte violenta: "Tolga ciò Iddio, Signore; questo non ti avverrà mai" Matteo 16:22-23: Così potevano i credenti ancora malfermi trovare strano d'esser perseguitati per essersi decisi a menare una vita onesta, pura e pia. Invece d'esserne scandalizzati, dice l'apostolo, devono piuttosto rallegrarsene.

13 Anzi, in quanto partecipate, alle sofferente di Cristo, rallegratevene, affinché anche alla rivelazione della sua gloria, possiate rallegrarvi giubilando.

Non ogni sofferenza è una partecipazione a quelle di Cristo e Pietro avverte in 1Pietro 4:15 che il patir come malfattore non ha nulla di comune col patir di Cristo. Ma inquanto, ossia nella misura in cui partecipano alle sofferenze di Cristo, patendo come lui per la giustizia, essi hanno motivo, di rallegrarsene, perchè dopo aver sofferto con lui avranno parte alla sua gloria quando apparirà. La loro gioia attuale sarà, sì, mista al dolore e alla tristezza, ma quella futura sarà gioia esultante, traboccante.

14 Se siete vituperati per il nome di Cristo, beati voi! perchè lo Spirito di gloria, lo Spirito di Dio, riposa su voi.

Come esempio di sofferenza Pietro cita l'esser vituperati per il none di Cristo perchè era quella la forma più ordinaria che l'inimicizia del mondo assumeva in allora. Non si era giunti ancora alle carcerazioni, agli esilii, ai martiri; per il nome torna a dire: perchè confessano, invocano e onorano il nome di Cristo odiato da pagani e da Giudei. Cfr. Matteo 5:11; Marco 9:41; Atti 5:41 ove si dice degli apostoli che "se ne andarono dalla presenza del Sinedrio rallegrandosi d'essere stati reputati degni d'esser vituperati per il nome di Gesù". Mentre il mondo li copre dei suoi vituperi, Dio li onora facendo di loro il tempio del suo Spirito che riposa su loro come già la colonna di fuoco sul tabernacolo. È chiamato lo Spirito di gloria perchè, dopo averli rigenerati e santificati, li glorificherà. Cfr. Romani 8:11. Il testo ordinario aggiunge: "Ben è quant'è a loro bestemmiato, ma quant'è a voi, è glorificato". Queste parole, però, mancano nei più antichi manoscritti e versioni e sono considerate dai critici più autorevoli come una nota marginale.

15 Nessun di voi patisca come omicida, o ladro, o malfattore, in modo qualsiasi, o come ingerentesi nei fatti altrui.

Devono accertarsi che le loro sofferenze siano veramente cagionate dalla loro fede cristiana e non dalle loro colpe. Se soffrissero giustamente (cfr. 1Pietro 2:20) come omicidi, come ladri, come malfattori od anche semplicemente come ingerentisi indiscretamente nelle faccende altrui colla pretesa di sorvegliare, dirigere, giudicare orgogliosamente la condotta dei fratelli o quella dei non credenti, non avrebbero il diritto di applicare a sè le promesse fatta da Cristo a chi soffre per la giustizia. La parola composta usata qui da Pietro non s'incontra altrove e vale "sorvegliante l'altrui". È stata intesa dell'esser bramoso dell'altrui; ma fare il "vescovo" sulle faccende degli altri non significa bramare quello ch'è loro. Altri l'hanno tradotto "sediziosi" ovvero: "dati a cose illecite"; ma il senso che risponde meglio alla composizione del termine è quello che abbiamo esposto. Non è infrequente nei neofiti che si sentono superiori ad altri per la conoscenza della verità il mostrarsi indiscreti, invadenti, nel loro zelo, e il renderci perciò insopportabili. "Nessuno negherà, dice il Bonnet, la profonda sapienza pratica di un siffatto avvertimento".

16 Ma se uno patisce come cristiano, non se ne vergogni ma glorifichi Iddio portando questo nome.

Letteralmente in questo nome. Il testo ord. porta "in questa parte" ( μερει); ma il testo emendato poggia sui msc. più antichi e torna a dire: Si conduca in modo, portando il nome di cristiano, che Dio ne sia glorificato. Cfr. 1Pietro 2:12. Il nome di cristiano era stato dato dagli Antiocheni, celebri per l'abitudine di affibbiare epiteti, a coloro che aveano creduto in Cristo, che l'invocavano e lo servivano come loro Signore. Ciò verso il 43 Atti 11:26. Presso i Giudei era sinonimo di rinnegato e presso i pagani di "ateo" perchè i cristiani non adoravano più le loro antiche false divinità. Diventò rapidamente generale perchè rispondeva all'uso latino di chiamar col nome di un generale, di un capo parte, chi era seguace di quei personaggi: Mariani, Pompeiani, Erodiani ecc. Agrippa esclama: "Per poco non mi persuadi a diventar cristiano" Atti 26:28. Nel 64, secondo gli storici Tacito e Svetonio, correva in Roma, sulle labbra della plebe. Si è veduto nelle parole di Pietro un accenno a persecuzioni religiose per parte dell'autorità romana in Asia Minore, ma esse si spiegano facilmente come allusioni ad atti privai di malevolenza verso i cristiani per parte di Giudei o di pagani.

17 Pensando alla gloria che seguirà i vituperi del mondo, i cristiani non devono vergognarsi dei patimenti loro inflitti, anzi piuttosto rallegrarsi. A questo motivo di conforto, l'apostolo ne aggiunge un altro connesso anch'esso coll'avvicinarsi della fine. Se il giudicio di Dio riserva gloria per i fedeli che saranno stati costanti nel soffrire per Cristo, esso riserva ruina tremenda ai nemici del Vangelo. Questo giudicio di Dio sugli uomini principia fin d'ora e le persecuzioni ne segnano l'inizio. Non si vergogni chi patisce come cristiano.

Poichè è giunto il tempo in cui il giudicio di Dio ha da cominciare dalla casa di Dio.

La frase non ha verbo: Poichè il tempo del cominciar... e si deve sottintendere: è giunto... ovvero: è ora il tempo... La Casa di Dio da cui principia il giudicio è la Chiesa, casa spirituale ove Dio si compiace di abitare e ove dev'essere onorato e servito. Le persecuzioni sono come un avviamento al giudicio di epurazione che deve risultare nella separazione delle scorie dal metallo puro, della zizzania, dal frumento, dei buoni pesci, dalla roba inutile raccolta nella rete, delle pecore dai becchi: I profeti avevano di già annunciato che il giudicio di Dio doveva principiar dal suo popolo. Per es. si legge in Geremia 25:29: "Io comincio a proceder con rigore dalla città che si chiama del mio nome; e voi (popoli pagani) rimarreste impuniti? Voi non rimarrete impuniti'". Gesù nei suoi discorsi sulle cose ultime, parlando delle calamità che saranno il "principio dei dolori", aveva, soggiunto: "Allora vi getteranno in tribolazione e v'uccideranno e, sarete odiati da tutte le genti a cagion del mio nome; e allora molti, si scandalizzeranno... Ma chi avrà sostenuto sino alla fine sarà salvato" Matteo 24:9 e segg. Il giudicio di Dio sulla Chiesa non è un giudicio di condanna, ma un giudicio disciplinare che mira a purificarla, a liberarla dal male che Dio odia e colpisce anche nei suoi figli che sono più responsabili di altri perchè hanno conosciuto la verità. Quand'essi "sono giudicati, son corretti dal Signore, affinchè non siano condannati col mondo" 1Corinzi 11:32.

e se comincia prima da noi, qual sarà la fine di quelli che non ubbidiscono al Vangelo di Dio?

Se al giudicio del Dio onnisciente e santo non isfugge nessuna forma di ipocrisia nascosta nella sua casa, quale sarà la sorte finale di coloro che volontariamente si saranno dichiarati ribelli agli, inviti della grazia di Dio offerta loro in Cristo? Cfr. Luca 23:31.

18 E se il giusto,

ossia l'uomo pentito, credente e rinnovato moralmente dallo Spirito,

è appena salvato

attraverso i dolori del ravvedimento, della rinunzia al male, e delle persecuzioni del mondo,

dove comparirà, come sussisterà alla presenza di Dio, l'empio e il peccatore?

cioè colui che sarà perseverato nella empietà dei suoi sentimenti e della sua condotta. Il vers. 18 è tolto da Proverbi 11:31, citato secondo la versione greca dei LXX. L'ebraico ha senso un po' diverso: "Ecco il giusto riceve la sua retribuzione sulla terra; quanto più l'empio e il peccatore!" Nel pensiero della sorte che aspetta i ribelli alla grazia, Pietro vede un motivo che deve persuadere i cristiani ad accogliere serenamente le sofferenze che, per un breve tempo, Dio permette. Esse li suggellano e maturano per la gloria ch'è loro riservata.

19 Non è dunque il caso di perdersi d'animo quando s'accende il fuoco della prova; ma la via da battere, anche per quelli che soffrono come cristiani, sta nel rimettere con fiducia le loro anime a Colui che le ha create e le vuol salve, perseverando fino all'ultimo nella pratica del bene ch'è volontà di Dio.

Perciò, anche quelli che soffrono secondo la volontà di Dio, inscrutabile, ma sempre savia, raccomandino (o: affidino) le anime loro al fedel Creatore, facendo il bene.

L'immagine colla quale è rappresentata la fiducia filiale del credente nel suo Dio è quella di un deposito che si affida a chi lo può custodire. Le parole di Pietro ricordano quelle di Salmi 31:5 che Gesù si appropriò sulla croce: "Nelle tue mani io rimetto (o: depongo) il mio spirito". Paolo allude, all'anima sua quando dice: "Io so in chi ho creduto e son persuaso ch'egli è potente da custodire il mio deposito fino a quel giorno" 2Timoteo 1:12. Chi più potente di Colui che ha creato le anime ed i corpi? Chi più disposto a custodire e a salvare le anime che ha create, del Dio fedele? Ma fiducia in Dio e perseveranza nel bene sono cose inseparabili.

AMMAESTRAMENTI

1. Quantunque avvertiti da Cristo e dai suoi apostoli che "tutti coloro i quali voglion viver piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati"; quantunque la storia abbia confermato largamente quegli avvertimenti e noi stessi abbiamo dichiarato d'esser pronti a sopportar le conseguenze della nostra professione di fede, pure quando ci raggiunge il fuoco della prova, troviam la cosa strana e ne proviamo un certo stupore. "La carne freme, l'uomo vecchio si ribella"; dimentichiamo le savie considerazioni con cui abbiam confortato gli altri, ed abbiam bisogno che lo Spirito ridica al nostro cuore smarrito: Non ti turbare: nulla di strano, di anormale ti avviene. Quel fuoco è destinato a provarti. Vedi piuttosto se quel che soffri non è dovuto, almeno in parte, a colpe e a difetti tuoi. Il Signore riprende e castiga chi egli ama. Ravvediti e sii miglior cristiano. E se veramente le tue sofferenze sono "per il nome di Cristo, leva in alto lo sguardo, il tuo patire ti è arra di futura gloria nel giorno dell'apparizione di Cristo, giorno terribile per quelli che l'avranno disprezzato nei suoi membri; giorno di delizie per i suoi riscattati, il più bello dei giorni di cui possano veder l'aurora; giorno il cui sole non tramonterà; giorno che non avrà più tenebre, e compierà perfettamente tutte le speranze di quelli che avranno amato la sua apparizione" (Leigh).

2. S. Pietro nomina fra le sofferenze inflitte ai cristiani i vituperi cui sono fatti segno; ed è forse questa, nei tempi in cui tacciono le forme più brutali di persecuzione religiosa, quella che non cessa mai. Quando il fuoco del martirio si spegne, questo brucia tuttora. Viviamo in tempi di libertà di coscienza, ma gli increduli e i cristiani di nome non risparmiano il loro disprezzo, i loro vituperi a coloro che, giovandosi della libertà, intendono servir Dio secondo l'Evangelo e non secondo i precetti umani. Siccome il nome di "cristiano" non è più oggi disonorevole, si negherà il titolo di cristiano a chi, però, crede in Cristo, studia le parole di Cristo e si sforza di servire Cristo e lo si chiamerà "eretico", "ateo", "settario", ecc. "vituperi, nota il Leighton, a ben considerarli, sono tra le sofferenze più forti che il mondo possa infliggere ai cristiani. Non feriscono il corpo come le torture o come i colpi delle verghe; ma colpiscono il cuore ch'è tanto più sensibile". "Trafiggendomi le ossa, i miei nemici mi fanno onta, dicendomi continuamente: Dov'è il tu o Dio?" Salmi 42:11. Una buona riputazione è uno dei beni terrestri di cui, gli uomini in generale sentono di più la privazione, e anche per i figliuoli di Dio, le pungenti ingiurie son più difficili a sopportare dei grandi dolori corporali. Tanto più che siffatte ingiurie vengono spesso da uomini spregevoli. Chiunque ha una lingua può scoccare un dardo rovente.

Ma l'uomo di fede converte in motivo di allegrezza quello che lo dovea far soffrire; in motivo di gloria il vituperio. E della gloria promessa a chi patisce come cristiano, egli ha per arra lo Spirito che l'assiste, che lo fortifica, che un giorno lo glorificherà portandolo alla perfezione celeste.

3. In 2Tessalonicesi 1 Paolo presenta la costanza dei cristiani nelle persecuzioni e nelle afflizioni che sostengono, come una prova del giusto giudicio di Dio che introdurrà nel suo regno quelli, che patiscono per esso, e renderà afflizione a quelli che li affliggono. Qui Pietro presenta le persecuzioni come il principio del giudicio universale di Dio, destinato ad eliminar dalla Chiesa gli elementi spurii e dalla vita dei singoli fedeli le scorie del peccato. È un giudizio disciplinare, ma esso attesta che il Santo non può sopportar la vista del male e fa presentire la severità del giudicio che condannerà chiunque sarà perseverato nell'empietà e, nella ribellione.

Ogni amara conseguenza del peccato negli individui; ogni giudicio provvidenziale che nel corso della storia trae addosso ai popoli corrotti la rovina; ogni gemito di oppressi che sale al trono di Dio col grido: "Fino a quando?"; ogni sospiro della coscienza umana invocante la restaurazione della giustizia conculcata in tanti modi, sono come squilli di tromba che annunziano il giudicio, anzi ne sono i prodromi ed invitano gli uomini a prepararsi all'incontro di Dio.

Per i credenti che hanno ubbidito all'Evangelo e ricevuto il perdono dei peccati, sono un invito ad affidar con piena fede le loro anime alla potente è fedel custodia del loro Creatore e Padre, senza scostarsi dalla via del bene.

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