1Pietro 5

1 Sezione terza. 1Pietro 5:1-4. COME I PRESBITERI DEVONO PASCERE LE CHIESE

I cristiani tutti di fronte ai prodromi del giudicio divino devono affidare le loro anime al Creatore facendo il bene. Di una tale condotta devono dar l'esempio i conduttori delle chiese. Perciò l'esortazione che li concerne è preceduta da un dunque nel testo emendato poggiante sui codd. Sin. Vat. Aless.

Io esorto dunque gli anziani che sono fra voi

cioè in seno alle vostre congregazioni per averne cura. Il termine anziani era familiare presso gli Ebrei. Gli anziani formavano in ogni villaggio o città un piccolo consiglio che amministrava la cosa pubblica ed anche fungeva come tribunale locale. Le sinagoghe erano rette da questi anziani sotto la presidenza di un capo sinagoga. Dagli Ebrei l'istituzione passò, senza difficoltà, prima nelle congregazioni giudeo-cristiane, poi a quelle etnico-cristiane. Li vediamo mentovati, per la chiesa di Gerusalemme, in Atti 11:30; Paolo e Barnaba ne fanno eleggere in ognuna delle chiese fondate nel loro primo viaggio missionario Atti 14:23; cogli apostoli e coi fratelli, essi formano la Conferenza di Gerusalemme; e la lettera che ne esce è diretta ai fratelli di fra i Gentili in Siria e Cilicia da parte "degli apostoli e dei fratelli anziani" Atti 15:23; 16:4; gli anziani d'Efeso sono convocati da Paolo a Mileto Atti 20:17 ed è degno di nota che nel suo discorso l'apostolo li esorta a badare al gregge in mezzo al quale lo Spirito Santo li ha costituiti vescovi per pascere la chiesa di Dio. Ai tempi apostolici, infatti, non c'è distinzione tra il presbitero (anziano), il pastore e il vescovo o sovrintendente, come risulta anche dalle Epistole pastorali a Timoteo e a Tito. V'eran di solito parecchi anziani o vescovi in una chiesa; la lettera ai Filippesi è diretta a "tutti i santi in Cristo Gesù che sono in Filippi, coi vescovi e coi diaconi". Una delle loro funzioni era l'insegnamento; ma questa veniva disimpegnata specialmente da chi era fornito delle attitudini necessarie 1Timoteo 3:2; 5:17-18. Il loro nome si spiega col fatto che si solevano scegliere; per quelle funzioni, gli uomini di una certa età, come essendo più sperimentati e maturi dei giovani. Il senso originale del titolo non era sparito ancora quando Pietro scriveva la sua Epistola poichè, agli "anziani" di 1Pietro 5:1, egli contrappone i giovani di 1Pietro 5:5.

io che sono anziano con loro e testimone delle sofferenze di Cristo e che sarò pure partecipe della gloria che ha da essere manifestata:

Ai presbiteri Pietro si rivolge non come un superiore, ma nella sua qualità di compresbitero, di collega nell'opera comune del pascere le chiese. Dell'onorevole uscio egli conosce per larga e lunga esperienza le difficoltà, le tentazioni, le responsabilità, ma anche le gioie profonde. Gli apostoli erano in certo modo i presbiteri della Chiesa nel suo insieme. Alla sua autorità come apostolo egli accenna col chiamarsi testimone delle sofferenze di Cristo, di quelle sofferenze di cui ha spesso parlato nell'epistola, presentandole come esempio ai fedeli e indicandone lo scopo salutare. Egli era stato seguace di Cristo fin dal principio, aveva divisa la sua povertà, veduto l'odio dei capi Giudei, udito il grido angoscioso del Getsemani e assistito da lungi alla crocifissione. Così aveva potuto di poi parlare di Cristo some un testimone oculare, e auricolare e partecipare alle sofferenze di Cristo nel corso del suo ministerio, sostenuto dalla ferma speranza d'essere anche un giorno, secondo le promesse del Signore, partecipe della gloria che ha da essere manifestata alla di lui apparizione. In nome del comune lavoro, delle comuni prove e delle comuni speranze, Pietro, con una umiltà e con un affetto che sono agli antipodi del papismo, esorta i presbiteri a compiere i doveri del loro ufficio.

2 Pascete il gregge di Dio che è fra voi,

nelle varie regioni dove abitate. Il pascere comprende il nutrire il gregge della parola della verità dando agli agnelli e alle pecore il cibo che a loro rispettivamente conviene. Comprende il ricercar la pecora perduta, il ricondurre la smarrita, il fasciar la ferita, il confortare l'inferma Ezechiele 34:16; comprende il vegliare sul gregge per difenderlo dai lupi e dai ladroni, il guidarlo "per i sentieri della giustizia". Cfr. Salmi 23; Giovanni 10. La chiesa locale è chiamata il gregge di Dio perchè appartiene a Dio che l'ha riscattata col sangue del suo Figliuolo e non al pastore cui è affidata e che deve sentir l'alta responsabilità di un tanto incarico. Circa lo spirito ed il modo dell'attività pastorale Pietro fa tre raccomandazioni:

non forzatamente, ma volonterosamente, secondo Dio;

La maggior parte dei msc. porta: esercitando la sorveglianza [su di esso] non forzatamente... Solo il Sin. e il Vat. sopprimono il participio "episcopando" (cfr. Ebrei 12:15) che è ritenuto autentico da valenti critici e conservato ad es. nella Riveduta inglese. Non si vede, infatti, perchè sarebbe stato introdotto, mentre ha potuto esser soppresso, in tempi posteriori al secolo apostolico, per evitar che ogni presbitero si credesse autorizzato ad "episcopare" cioè a fare il vescovo. Se, come pare, la parola va ritenuta, essa fornisce una testimonianza di più del fatto indubitato che presbitero e vescovo, erano in origine designazioni di un medesimo ufficio. I presbiteri devono compiere il loro ufficio come un dovere, sì, ma non come un dovere penoso, imposto dalla necessità e che, potendo, si lascerebbe; lo devono compiere volonterosamente, spinti dall'amore. "Una sola domanda rivolse il Signore a Pietro quando lo reintegrò nel suo ministerio: Mi ami tu? L'amor di Cristo produce l'amor delle anime e ci fa riportar sovr'esse l'amor che abbiamo verso di lui. L'amore, molto amore, tale è la sorgente delle infaticabili cure, della devozione e della sapienza che esige questa santa vocazione. A chi ama è dolce lo spendersi per coloro che ama" (Leigh.). Le parole secondo Dio che trovansi nei codd. alef, A, P significano: secondo la volontà e secondo lo spirito del Dio ch'è amore.

non per un vil guadagno, ma di buon animo

Gesù ha insegnato che l'operaio è degno del suo salario e Paolo rivendica per chi annunzia l'Evangelo il diritto di vivere dell'Evangelo 1Corinzi 9; ma ciò non significa che il movente del pastore abbia ad esser la cupidigia di un guadagno che, a ragione, Pietro chiama vile o turpe quando sia prezzo pattuito od agognato di un ministerio spirituale tramutato in merce. Osserva, non senza qualche malizia, il Bonnet, che in genere le chiese hanno gran cura di risparmiare una tale tentazione ai loro conduttori spirituali. Ad un movente interessato, l'apostolo oppone la prontezza dell'animo, l'impulso interno del cuore mosso dall'amore devoto.

3 e non come signoreggiando quelli che vi son toccati in sorte, ma essendo gli esempi del gregge.

I presbiteri sono pastori, sono conduttori, sono coloro che presiedono alle assemblee della chiesa; ma non devono attribuirsi un'autorità tirannica come quella dei potenti ché signoreggiano sulle genti (Marco 10:42-44 e paral.), nè devono abusare di quella che loro spetta presentandosi come dominatori arroganti del gregge e trattando i loro fratelli come un branco di schiavi. Essi sono dei ministri cioè dei servitori del gregge; non devono "signoreggiar sulla fede" dei credenti, ma essere aiutatori della loro allegrezza 2Corinzi 1:24; nè signoreggiar sulla condotta altrimenti che colle loro esortazioni fondate nella verità, e col loro esempio. La vita, diceva Atanasio, dovrebbe comandare e la lingua persuadere 1Timoteo 4:12; Tito 2:7; 2Tessalonicesi 3:9; Filippesi 3:17. Quelli che vi son toccati in sorte. Il greco ha i cleri ( κληρων). La parola cleros ha, di solito il senso di porzione toccata in sorte, sia che si tratti di eredità Colossesi 1:12; Atti 26:18, di ufficio Atti 8:21; 1:17 o d'altro. In taluni casi designa i dadi che servivano per tirare a sorte Atti 1:26; Matteo 27:35. Le porzioni di cui si tratta qui sono le singole chiese o parti dell'unico gregge di Cristo che sono toccate ai presbiteri per disposizione del Supremo, Pastore, onde ne prendano cura. Ben lungi dall'accennare al clero, sia pure inferiore, come hanno creduto taluni interpreti cattolici, la parola si riferisce invece ai laici. È caratteristica la tendenza del Martini ad accentuare, proprio in questo brano, l'autorità clericale. Così, traduce 1Pietro 5:2: "Pascete il gregge che da voi dipende" là dove il testo dice "ch'è fra voi". Invece di "sorvegliandolo" dice: Governandolo e in 1Pietro 5:5 dove anche la Volgata porta: "Siate soggetti agli anziani, senioribus", traduce o meglio tradisce il testo, dicendo: "Siate soggetti ai sacerdoti".

4 E quando sarà apparito il Sommo Pastore, otterrete la corona della gloria che non appassisce.

In 1Pietro 2:25 l'autore ha chiamato Cristo il Pastore e Vescovo delle anime; l'Ep. agli Ebrei 13:20 lo chiama "il gran Pastore delle pecore" e Gesù stesso chiamò se stesso "il Pastore", il "buon Pastore" Giovanni 10. A Lui appartengono le greggi e i pastori che sotto di lui e nello spirito di lui devono adempiere le loro funzioni. A quelli che l'avranno fatto fedelmente Egli darà la ricompensa quando apparirà nella sua gloria, in quei giorni della fine che Pietro non stima lontani. La ricompensa consisterà in una corona inalterabile di gloria che non appassirà come i fuggevoli e vani onori di quaggiù. Cfr. 1Pietro 1:14.

AMMAESTRAMENTI

1. La Chiesa, formando un sol corpo, è interessata alla condotta di ciascuno dei suoi membri; ma interessata particolarmente al carattere di quelli che esercitano in essa l'ufficio di pastori e conduttori. Perciò è naturale e doveroso ch'essa si preoccupi del reclutamento dei suoi futuri conduttori, ch'essa preghi il Signore della messe di spingere Egli stesso degli operai nella sua messe, ch'essa incoraggi i giovani ben disposti e forniti dei doni necessari a consacrarsi all'opera di Dio; ch'essa sostenga colla sua simpatia e col suo affetto i conduttori che Dio le dà; ch'essa provveda con generosità al loro sostentamento e si mostri premurosa nell'ascoltarne gl'insegnamenti e nell'imitarne l'esempio. "Ubbidite ai vostri conduttori e sottomettetevi a loro, perchè essi vegliano per le vostre anime come chi ha da renderne conto; affinchè facciano questo con allegrezza e non sospirando; poichè ciò non vi sarebbe d'alcun utile" Ebrei 13:17.

2. Quanto son belli, sui monti, i piedi di coloro che annunziano buone notizie! che sono ambasciatori di Cristo per annunziare la salvezza al mondo perduto! Quanto è grande, per un peccatore riscattato, l'onore d'esser scelto dal Supremo Pastore per pascere una parte del suo gregge, per nutrirlo, per vegliare su di esso, per confortarlo, per guidarlo alla vita eterna! Non è quindi maraviglia se per tanto ufficio siano richiesti, oltre ai doni di parola e alle necessarie conoscenze, un carattere esemplare, una fede sincera nel Salvatore che sofferse e risorse, e un grande amore per le anime, onde il più alto ministerio umano non si compia a malincuore, con spirito mercenario o con orgoglio di dominatori, ma sotto l'impulso animatore di una devozione amorevole, illuminata e perseverante. Il glorioso Capo della chiesa saprà, a suo tempo, ricompensare chi si è sforzato di seguire le orme del buon Pastore.

3. Chi ha scritto questa breve sezione è l'apostolo Pietro, che secondo il cattolicismo romano avrebbe ricevuto da Cristo un primato, non solo di onore, ma di giurisdizione su tutta la Chiesa, inclusi i suoi colleghi nell'apostolato, e sarebbe stato stabilito qual vicario di Cristo per reggere la Chiesa così dal punto di vista della dottrina come da quello della disciplina. Ora, vanno notate a questo riguardo parecchie cose:

a) Non v'è traccia in questi versetti nè in tutta l'epistola, di alcuna gerarchia ecclesiastica. Il solo ufficio permanente di cui sia fatta menzione è il presbiterato che include il pastorato (e forse anche il diaconato) e non si distingue ancora dall'episcopato.

b) Non v'è traccia alcuna di primato di Pietro nè di alcuna sua giurisdizione sulla Chiesa, meno ancora di un suo vicariato. Egli si chiama al principio semplicemente "apostolo di Cristo Gesù" e qui l'accenno al suo apostolato è fatto in modo da nasconderne anzichè accentuarne l'autorità morale. Ricorda ch'egli è testimone delle sofferenze di Cristo, ma esorta i presbiteri come loro compagno: Il Capo della Chiesa da cui dipendono ed a cui devono render conto i pastori è il Cristo vivente.

c) Non v'è traccia di spirito di dominazione nè sulle coscienze, nè sulle chiese, nè tanto meno sugli Stati. All'autorità civile Pietro ha esortato i fedeli ad ubbidire, ai presbiteri raccomanda di non tiranneggiare le chiese loro affidato ed il suo atteggiamento è quello d'un pastore amorevole, non d'un dominatore che lancia anatemi a chi non si sottomette alle sue definizioni ed ai suoi ordini.

d) Non v'è traccia qui di sacerdotalismo. 1Pietro 2 ha insegnato che il popolo cristiano è tutto intero un popolo di sacerdoti e qui l'ufficio del presbitero è fatto consistere nel sorvegliare e nel pascere di buon animo il gregge, cioè nell'insegnamento della Parola di Dio e nella cura d'anime, non nell'amministrazione di sacramenti aventi effetti magici e rivestenti, nel caso della messa, un preteso carattere di sacrificio.

5 Sezione Quarta. 1Pietro 5:5-11. COME TUTTI DEVONO ESSERE UNITI E VIGILANTI

L'esortazione generale ad umiltà è preceduta e come introdotta da una particolare raccomandazione ai giovani a sottomettersi ai presbiteri.

Parimente voi più giovani, siate soggetti agli anziani.

La parola presbiteri che vale propriamente "più vecchi" può intendersi qui di coloro che coprivano l'ufficio di anziani e che di solito erano scelti fra i membri più vecchi del gregge, ovvero in senso più generale dei fratelli più anziani della chiesa (cfr. 1Timoteo 5:1,17). Gli anziani per età o per ufficio hanno i loro doveri, ma li hanno pari mente i membri più giovani della chiesa che sono esortati ad esser sottomessi, perchè sono, dalla loro inesperienza come dalla loro naturale presunzione, portati ad affermarsi indipendenti.

E tutti rivestitevi d'umiltà gli uni verso gli altri perché Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili.

Non i giovani solamente devono pensare modestamente di sè e sapersi abbassare per servire i fratelli nel bene, ma è questo il dovere di tutti quanti i discepoli di Colui che fu "mansueto ed umile di cuore". L'umiltà è raccomandata con una parola che ha il senso generale di rivestire, di allacciare le vesti, ma che ricorda, forse intenzionalmente, l'encòmboma, il grembiule bianco allacciato alle spalle, che gli schiavi solevano portare. La Riveduta inglese rende perciò il pensiero così: "E tutti vestitevi d'umiltà per servire gli uni agli altri", ad imitazione di Gesù che venne non per esser servito ma per servire. La ragione ch'è data in appoggio dell'esortazione è tolta da Proverbi 3:34 (vers. dei LXX). Dio si schiera contro i superbi per abbassare il loro orgoglio, mentre si volge benigno verso gli umili per dar loro la sua grazia. "Chi s'innalza sarà abbassato, ma chi si abbassa sarà innalzato". I lettori dell'epistola non vorranno certamente commetter la follia di levarsi, essi deboli e miseri, contro a Dio, anzi hanno bisogno della sua grazia. Perciò non resta loro che la via dell'umiltà non solo verso gli uomini, ma sopratutto davanti a Dio.

6 Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinchè Egli v'innalzi a suo tempo.

La mano o il braccio di Dio nelle Scritture dell'A.T. significano la sua potenza. Se ne parla spesso in relazione colla liberazione d'Israele dalla schiavitù egiziana. In Ezechiele 20:33 e segg. si parla della mano potente e del braccio disteso dall'Eterno in relazione col giudicio ch'egli esercita sopra il suo popolo. Anche qui l'apostolo allude alle sofferenze colle quali Dio prova la sua chiesa. Esse sono da lui dispensate o permesse pel loro perfezionamento ed essi le devono accettare con umile sottomissione; aspettando in fede l'ora da Dio fissata per la loro liberazione e glorificazione.

7 Intanto essi hanno la possibilità di liberarsi dal grave peso delle cure e sollecitudini connesse colle persecuzioni che li affliggono, e relative alla vita terrena, alle loro famiglie, al loro sostentamento, alla loro libertà, ed anche ai pericoli morali e alle tentazioni che li aspettano. Perciò dice:

gettando su lui ogni vostra sollecitudine, perch'Egli ha cura di voi.

L'immagine è tolta da Salmi 55:22: "Getta sull'Eterno il tuo peso ed egli ti sosterrà". Affidando con piena fiducia la loro sorte alla bontà e potenza del Padre che non abbandona i suoi figli, essi si sentiranno sollevati da un peso che altrimenti sarebbe schiacciante. Parlando delle persecuzioni che i suoi discepoli dovrebbero incontrare, Gesù li conforta dicendo: "Neppure un capello del vostro capo perirà" Luca 21:18; e la ragione per cui non devono esser con ansietà solleciti per la vita loro, sta nel fatto che il Padre il quale prende cura degli uccelli del cielo e dei gigli dei campi conosce i bisogni dei suoi figliuoli e vi provvede (Matteo 6:25-34; Cfr. Filippesi 4:6-7).

8 Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno a guisa di leon ruggente cercando chi possa divorare.

Già in 1Pietro 1:13 e in 1Pietro 4:7 l'autore ha esortato a sobrietà e vigilanza, due virtù inseparabili e che ben si addicono a chi si trova in mezzo alle prove e brama conservarsi fedele. Fidare in Dio è dovere e privilegio; ma che non va disgiunto dall'obbligo della vigilanza. La necessità di questa emerge dal fatto che il loro grande avversario, il diavolo, sta del continuo all'erta per trarli in perdizione. L'avversario è la traduzione del nome ebraico Satan che la versione dei LXX ha reso col greco diàbolos che vuol dire il calunniatore. Quell'angelo ribelle è l'avversario di Dio e degli uomini. I fedeli non hanno da combattere soltanto cogli uomini o colle loro proprie passioni ma devono lottare contro un nemico invisibile e potente che suscita contro la Chiesa le passioni popolari e le persecuzioni, che fomenta nella Chiesa errori e divisioni, e nel cuore stesso dei fedeli lo scoramento e le tentazioni. Quel terribile nemico è paragonato al leone affamato e feroce che rugge per impazienza di preda e va attorno bramoso di divorare, cioè di perdere, chi si lascia sorprendere da qualche lato debole per mancanza di vigilanza o per troppa fiducia nelle proprie forze. Pietro ne sapeva qualcosa.

9 Resistetegli stando fermi nella fede,

Se vigilano non saranno sorpresi, ma dovranno pur sempre resistere agli assalti del maligno. Potranno farlo con buon successo se restano saldi nella fede nel Dio delle promesse. Cfr. Giacomo 4:7; Efesini 6:11 e segg.). La fede sarà la lor vittoria sul mondo e sul diavolo. Lo "scudo della fede" spegnerà i dardi infocati del maligno secondo l'immagine adoprata da Paolo. Così resistette Cristo quando fu tentato. Essi troveranno un incoraggiamento a resistere con coraggio agli assalti di Satana nel pensiero che non sono soli a lottare ed a soffrire; perchè le stesse prove e sofferenze si verificano nell'esperienza di tutti i lor fratelli in fede sparsi per tutto il mondo. Non avviene loro dunque nulla di strano 1Pietro 5:12.

Sapendo che le medesime sofferenze si compiono nella vostra fratellanza sparsa per il mondo.

Letteralmente che è nel mondo. Non pare, tuttavia, che l'apostolo voglia contrapporre la fratellanza che è nel mondo a un'altra fratellanza ch'è già stata raccolta nella casa del Padre. Egli vuol semplicemente accennare al vasto esercito di combattenti cristiani sparso oramai nelle varie regioni del mondo conosciuto.

10 Vi è però un incoraggiamento più grande ancora la certezza dell'aiuto di Dio. A quello dirige Pietro gli sguardi dei suoi fratelli nel chiudere le sue esortazioni.

Or l'Iddio di ogni grazia, il quale vi ha chiamati alla sua eterna gloria in Cristo, dopo che avrete sofferto per breve tempo, vi perfezionerà Egli stesso, vi renderà saldi, vi fortificherà.

Dio può e vuole aiutarli perchè è l'Iddio di ogni grazia, della grazia che trae a pentimento e a fede, che chiama alla sua eterna gloria coloro che credono nel Cristo mandato dal Padre, l'Iddio della grazia che perdona, che rigenera, che fortifica, che dopo aver cominciato un'opera non la lascia incompiuta Filippesi 1:6. Egli li perfezionerà e li renderà compiuti, senza lacune e senza difetti. La parola ( καταρτιζω) è usata parlando delle reti che si rassettano, del discepolo perfetto Luca 6:40, delle lacune che si colmano 1Tessalonicesi 3:10 ecc.; li renderà saldi così da poter resistere agli sforzi avversi; li fortificherà in modo che possano vincere e giungere alla gloria dopo aver sofferto per un breve tempo. Parecchi codici (alef, K, L, P) aggiungono qui: vi fonderà cioè vi stabilirà sopra un incrollabile fondamento. La parola manca nei codd. Aless. Vat. nella Vulg. e in altre versa. Va notato che il testo ord. poggiante sui codd. meno antichi ha i verbi all'ottativo: vi perfezioni... vi renda saldi, vi fortifichi; mentre i codd. più antichi hanno il futuro che esprime la certezza della cosa e contiene quindi una promessa divina. La variante è dovuta all'uso frequente del versetto come formula di benedizione.

11 A Lui l'imperio nei secoli dei secoli. Amen.

Dinanzi alla visione della Chiesa condotta dalla grazia di Dio, attraverso gli assalti del maligno, e le sofferenze inflitte da un mondo avverso, fino alla gloria eterna, l'apostolo prorompe in una dossologia simile a quella di 1Pietro 4:11, ma a cui manca il verbo che invece si trova nell'altra. Si può supplire: A Lui appartiene l'imperio (o la potenza), ovvero: A Lui sia... cioè a Lui sia attribuita e riconosciuta la potenza spiegata nella salvazione del mondo perduto.

12 Chiusa della Lettera. 1Pietro 5:12-14

Per mezzo di Silvano, nostro fedel fratello, com'io lo stimo v'ho scritto brevemente,

Non v'è ragione per veder nel Silvano qui mentovato un personaggio diverso da quello che Luca, negli Atti, chiama in forma abbreviata Sila. Con Barsaba era stato eletto dalla Conferenza di Gerusalemme per portare in Antiochia e in Cilicia la lettera apostolica Atti 15:22-23. Di poi era stato compagno di Paolo nel suo secondo lungo viaggio missionario attraverso l'Asia Minore, la Macedonia e fino nell'Acaia. Della susseguente sua attività nulla sappiamo; ma non stupisce il trovarlo qui nella compagnia di Pietro, fra i giudeo-cristiani, giacchè egli era d'origine giudaica. Pietro lo raccomanda come fedel fratello, in grado perciò di completare la breve lettera dell'apostolo colla sua parola. Egli era d'altronde noto ad una parte almeno delle chiese, poichè avea contribuito con Paolo alla loro fondazione. Egli si recava in Asia Minore ed avea forse sollecitato egli stesso l'apostolo a rivolgere alle chiese disperse in quelle regioni la lettera ch'egli è incaricato di portar loro.

Più che il latore, si è voluto vedere in lui l'amanuense o il traduttore o l'estensore, e perfino l'autore della Epistola, ma è questo un navigar nelle ipotesi. Pietro dice breve la sua lettera in confronto di quel molto di più che avrebbe desiderato dire.

esortandovi, e attestando che questa la vera grazia di Dio; in essa state saldi.

Pietro caratterizza il suo scritto come una esortazione e infatti non contiene come le epistole di Paolo una esposizione dottrinale; ma l'esortazione a tenere una condotta cristiana è fondata sull'Evangelo della grazia di Dio manifestata in Cristo. Quest'evangelo l'apostolo ne attesta in modo solenne la verità dal principio alla fine della lettera, poichè è la base di tutto il suo insegnamento. Questa è la vera grazia di Dio torna a dire: Questa a cui ho accennato nella lettera, questa che vi è. stata annunziata, in cui avete creduto e di cui avete sperimentato l'efficacia, questa da cui Satana tenta allontanarvi con tutti i mezzi, colle persecuzioni attuali o colle falsificazioni del Vangelo che cercherà introdurre fra voi; questa è la vera, non ve n'è altra. I cristiani ai quali scrive non erano stati evangelizzati da Pietro, perciò il suggello apostolico posto all'insegnamento loro dato poteva giovare a confermarli nella verità. I manoscritti meno antichi leggono come il testo ordinario: "grazia di Dio nella quale voi siete" ( εστηκατε); mentre i msc. più autorevoli: Sin. Vat. Aless. seguiti dalle edizioni critiche, portano l'imperativo: ( στητε): in essa state saldi che riassume in una parola energica l'intera epistola.

13 La chiesa che è in Babilonia eletta come voi, vi saluta; e così fa Marco, il mio figliuolo.

Il testo dice letteralmente: La coeletta in Babilonia. In questa "coeletta" alcuni hanno veduto la moglie di Pietro di cui Paolo parla 1Corinzi 9:5. Ma oltre alla stranezza dell'espressione usata per designare la propria consorte, è in sè sommamente improbabile che l'apostolo mandi i saluti di sua moglie alle chiese delle varie regioni dell'Asia Minore ove ella era del tutto ignota. Fin dall'antichità la cristianità ha compreso che si trattava della chiesa di Babilonia, eletta al pari dei credenti d'Asia Minore (Cf. 1Pietro 1:1) ai quali essa manda i suoi saluti fraterni. Le versioni siriaca, armena e vulgata portano addirittura: La chiesa che..., come il msc. sinaitico. I saluti da chiesa a chiesa erano una delle manifestazioni dell'unità spirituale e della fraternità cristiana. Così in 2Corinzi 13:12 si legge: "Tutti i santi vi salutano"; in 1Corinzi 16:20: "Tutti i fratelli vi salutano" e nell'Ep. ai Romani 16:16: "Tutte le chiese di Cristo vi salutano". Nel Marco, chiamato qui da Pietro suo figliuolo sia perchè l'avesse condotto lui alla fede, essendo in relazione colla famiglia Atti 12:12, sia perchè Marco gli era molto affezionato, si suole con ragione vedere l'evangelista mentovato negli Atti e nelle Epistole: Aveva accompagnato Paolo e Barnaba di cui era cugino nel loro primo viaggio missionario, fino in Panfilia. Era stato cagione involontaria della separazione di Barnaba da Paolo e col primo aveva lavorato in Cipro Atti 15:37,39. Più tardi lo si ritrova in compagnia di Paolo Filemone 24; 2Timoteo 4:11 e da Colossesi 4:10 risulta che ha dovuto tornare da Roma in Asia Minore. Egli non era quindi ignoto del tutto alle chiese e ciò spiega il saluto che manda loro per mezzo di Pietro di cui, secondo la tradizione (Papia, Clemente Al., Tertulliano), egli sarebbe stato l'interprete. Il nome geografico Babilonia è stato inteso in senso allegorico da alcuni interpreti antichi e moderni che vi hanno scorto la designazione di Roma considerata come persecutrice del popolo di Dio. Si cita in appoggio l'Apocalisse di Giovanni Apocalisse 14:8; 17:5,9; 18:2; ma la data più antica assegnata da una parte dei critici all'Apocalisse è il 69, mentre non va dimenticato che Ireneo, fra gli altri, la pone intorno al 95. Inoltre non risulta che negli ambienti giudeo-cristiani Roma fosse chiamata Babilonia prima della distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 70. Ora l'Epistola dovette esser scritta prima.

Si cita ancora la tradizione secondo la quale Pietro sarebbe morto a Roma; ma, anche ammettendo questa tradizione; non ne segue che non abbia potuto scrivere l'Epistola da Babilonia. D'altra parte lo stile semplice e piano della lettera, e il fatto che il suo autore non è uomo di accesa fantasia, parlano in favore del senso meramente geografico della parola. Babilonia era uno dei centri giudaici del tempo e le comunità delle rive dell'Eufrate avevano frequenti relazioni con Gerusalemme. Pietro si trovava dunque colà nel campo speciale assegnatogli secondo Galati 2:9. Vero è che Flavio Giuseppe riferisce che un 50000 Giudei furono espulsi da Babilonia per ordine di Claudio imperatore intorno al 41; ma non dice quanti siano rimasti, nè quanti siano tornati di poi nella città.

14 Salutatevi gli uni gli altri con un bacio d'amore.

L'uso del bacio fraterno, trasmesso dall'uno all'altro dalla parte degli uomini e dalla parte delle donne, alla fine delle raunanze più solenni, era usanza generale nelle chiese come risulta dalle lettere ai Tessalonicesi; ai Corinzi (I e II) ed ai Romani. Paolo usa la formula: "Salutatevi gli uni gli altri con un santo bacio". Pietro che ha insistito sul dovere dell'amor fraterno intenso dice: "un bacio d'amore", che sia cioè segno e suggello del vostro amor fraterno.

Pace a voi tutti che siete in Cristo.

L'augurio finale di pace è preso dagli usi giudaici, ma lo spirito cristiano trasfonde in esso un contenuto nuovo più spirituale e più profondo. Essere in Cristo equivale all'essere cristiano. Il vero cristiano infatti è unito a Cristo da fede vivente e da sincero amore. Pietro ha principiato la lettera augurando grazia e pace agli eletti; la chiude pregando pace a quelli che sono in Cristo.

AMMAESTRAMENTI

1. La chiesa prospera quando tutti quelli che ne fanno parte compiano il loro dovere: quando quelli che la dirigono pascano il gregge fedelmente; quando coloro che posseggono esperienza e autorità morale la pongano al servizio dei loro fratelli e quando i membri più giovani, vincendo la naturale tentazione alla presunzione e all'indipendenza, sappiano sottomettersi ai fratelli più anziani e consacrare il loro entusiasmo e la loro attività al servizio del loro Signore. Col consiglio dell'età che sa e della gioventù che può, l'opera di Dio progredisce.

2. Umiltà verso i fratelli, umiliazione davanti a Dio le cui dispensazioni sono talvolta dolorose e inscrutabili, ecco due doveri che sono inseparabili; anzi costituiscono i due aspetti d'una unica virtù, poichè chi non sa umiliarsi davanti a Dio non sarà mai umile coi fratelli. L'umiltà è paragonata ad una veste allacciata sugli altri indumenti, non perchè abbia ad essere una mera apparenza di forme non rispondenti ai sentimenti del cuore; ma perchè dev'essere abituale e costante e non già cosa di occasione. Deve anche coprir tutta la persona, esser l'ornamento di tutte le qualità e di tutte le virtù, permearle col suo soave profumo. Allora non sarà difficile l'armonia nella società cristiana.

3. Come Paolo, come Giacomo, come Giovanni, Pietro seguendo l'insegnamento del comune Maestro, addita ai cristiani, al di sopra degli uomini, un avversario invisibile da combattere: il diavolo. Il suo carattere risulta dai due nomi che gli sono dati: L'Avversario per eccellenza, di Dio e degli uomini e il Calunniatore. La sua potenza posta al servizio della sua inimicizia feroce, risulta dall'essere egli paragonato al leone ruggente. La sua incessante attività è descritta nelle parole: "va attorno... cercando", spiando le vittime più facili a sorprendere, i loro lati deboli, i momenti opportuni. Il suo scopo ultimo, non mordere, non ferire soltanto, ma divorare, perdere Giovanni 10:10.

Per guanto potente e feroce, il nemico non è però invincibile. Il suo potere è limitato dalla volontà sovrana di Dio. Ma non può esser vinto dai cristiani se non usano i mezzi a loro disposizione:

a) Ferma volontà di resistergli.

b) Vigilanza, possibile soltanto colla sobrietà. Il nemico è astuto come il serpente, nasconde i suoi movimenti, insinua negli incauti perfino la sua non esistenza, si veste da angelo di luce; e se non riesce ad adescar colle lusinghe e coll'inganno cerca di atterrire colle minacce, di piegare colle persecuzioni più feroci, diventa leon ruggente. Guai a chi non vigila e si lascia cogliere impreparato!

c) Fede salda nel Dio che ha promesso fin dall'Eden che la posterità della donna schiaccerebbe il capo al serpente (Cf. Romani 16:20); fede salda in Cristo venuto per distrugger le opere del diavolo, per precipitarlo dal suo trono usurpato, nell'abisso; fede nel Cristo che lo vinse nel deserto e nel Getsemani, che ha resi vittoriosi i milioni di credenti giunti ormai al riposo celeste e combatte con tutti quelli che nel mondo intero invocano il suo Nome. Le lor vittorie ci confortano; perfino le loro momentanee disfatte ci servono di ammonimento. Fede nel Dio di ogni grazia che vuol condurre a compimento l'opera di grazia incominciata nei credenti e coronarli della sua gloria eterna.

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