Atti 20

1 4: Per la Macedonia a Troas (Atti 20:1-6)

In Macedonia.

L'ordine dei fatti che lo storico qui accenna rapidamente, noi cerchiamo di stabilire con l'aiuto delle lettere paoline, nel modo che segue:

1) Timoteo ed Erasto sono stati mandati a Corinto Atti 19:22. Stefana ed altri vengono da Corinto e se ne tornano latori della prima lettera ai corinti 1Corinzi 16:17.

2) Paolo vuol visitare Corinto 1Corinzi 4:18-19; invece, va in Macedonia per Troas 2Corinzi 2:12-13.

3) A Troas aspetta ansiosamente notizie da Corinto; e l'ansietà gli scuote la salute 2Corinzi 2:12; 1:8; 4:10-11; 12:7.

4) Malgrado il male, ei s'affretta ad andare in Macedonia 2Corinzi 2:13, dove incontra Tito, che gli reca cattive notizie dello stato della chiesa di Corinto (2Corinzi 10:10 ecc.).

5) Scrive la seconda ai corinti e la manda per mezzo di Tito e decide d'aspettare ancora un poco ad andare a Corinto, perché desidera di recare un soccorso pecuniario dei corinti a quei di Gerusalemme 2Corinzi 9:5.

6) In Macedonia visita, probabilmente, Berea, Tessalonica, Filippi e forse va anche fino nell'Illiria Romani 15:19.

7) Va in Grecia (Corinto e Cencrea).

8) Si propone di far vela per la Siria con i soccorsi pecuniari delle varie chiese e coi delegati che portavano il danaro. Sopatro di Berea; Aristarco Atti 19:29 e Secondo di Tessalonica; Gaio di Derbe; Timoteo di Listra; Tichico e Trofimo efesini Atti 21:29.

9) I giudei di Corinto congiurano d'assassinar Paolo al momento dell'imbarco; la cosa si viene a sapere, e mentre gli amici dell'apostolo vanno per mare, egli, invece, per andare a Filippi, prende la lunga e penosa via di terra.

10) A Filippi passa la Pasqua.

11) Poi fa vela per Troas, avendo seco Luca che tutto questo tempo era rimasto a Filippi. Difatti è in Atti 20:5 che riapparisce ad un tratto quel noi, che include Luca l'autore del libro; e quel noi ritroviamo proprio qui, a Filippi, nel luogo ove ce lo vedemmo sparire dinnanzi senza poterne più scoprire traccia di sorta Atti 16:16.

2 Grecia

Il greco ha: Ἑλλας Ellade che è il nome antico e popolare di quella che Luca ha già chiamata col termine ufficiale di Acaia.

3 Quando fu dimorato tre mesi

Questi tre mesi ei passò, probabilmente, in gran parte a Corinto. In questi tre mesi, Paolo scrisse la lettera ai romani, mentr'era ospite di Gaio Romani 16:23; di quel Gaio, che fu uno dei primi convertiti di Corinto e che l'apostolo avea battezzato da sè 1Corinzi 1:14. La lettera ai romani concorda coi Fatti, poichè afferma che Paolo stava per partire per Gerusalemme Romani 15:25; che era latore del soccorso pecuniario per la chiesa, gerosolimitana Romani 15:25-26 e che si proponeva, dopo essere stato a Gerusalemme, d'andare a Roma.

Essendogli poste insidie dai Giudei.

L'apostolo non si fermò che poco in Grecia, perché anelava di recarsi a Gerusalemme Atti 20:16. Quindi non è che il complotto dei giudei fosse l'occasione della sua partenza; il complotto non affrettò né ritardò cotesta partenza; non ebbe che un effetto; quello di far mutare strada all'apostolo; il quale, invece d'andar per mare, andò per terra.

Il parer fu che ritornasse.

È traduzione sbagliata. Non fu parere d'alcuno; fu Paolo che decise di far così. Quindi traduciamo: ma avendogli i giudei tesi degli agguati, egli determinò di tornare per la via della Macedonia.

4 Or Sopatro

ecc. Dei sette compagni di viaggio di Paolo qui nominati, tre erano macedoni e quattro veniano dall'Asia Minore. Luca non contiamo nei sette, benchè fosse anch'egli della comitiva (Atti 20:5-13 e seg.).

Sopatro

è una contrazione del nome Sosipatro, ma non dev'esser confuso col Sosipatro di Romani 16:21. Questo Sopatro era di Berea e, come aggiungono i codici più autorevoli (A. B. D. E., il Sinaitico, trenta minuscoli e parecchie antiche versioni), era figlio di Pirro.

Per Aristarco vedi Atti 19:29.

Secondo

non è menzionato che in questo luogo.

Gaio

o Caio era di Derbe, della Licaonia, e non può quindi essere identificato col Gaio ospite di Paolo a Corinto Atti19:29.

Per Timoteo vedi Atti 16.

Tichico

è spesso ricordato da Paolo. Tichico era "un caro fratello e fedel servo nel Signore" Efesini 6:21; che si trovava con l'apostolo quand'ei scrisse la lettera agli efesini; che fu mandato alle chiese di Efeso e di Colosse Efesini 6:21-22; Colossesi 4:6-7, e che era pure con l'apostolo quando questi scrisse la seconda a Timoteo 2Timoteo 4:12 e la lettera a Tito Tito 2:12.

Trofimo

era d'Efeso Atti 21:29 e si trovò in compagnia di Paolo negli ultimi viaggi dell'apostolo 2Timoteo 4:20.

5 Costoro, andati innanzi

Probabilmente andarono per la medesima strada di Paolo, attraverso la Macedonia; ma Paolo si fermò per via, forse nell'andare a Filippi, per incontrarvi Luca e passar quivi la festa di Pasqua Timoteo, Luca e Paolo si trovarono di nuovo assieme a Troas, dove la visione Atti 16:9 li avea decisi a cominciare la loro missione in Europa.

6 I giorni degli azzimi

sono i sette giorni della Pasqua, durante i quali gli ebrei mangiavano pane azzimo, vale a dire, senza lievito Esodo 12.

Riflessioni

1. Paolo, allorchè il lupo s'avanza e minaccia strage, non fugge come fa il mercenario Giovanni 10:12, ma se ne va quando l'attacco è finito e la pace e ristabilita.

2. In prigione, nei tumulti, fra i discepoli, a casa, in viaggio, Paolo è sempre lo stesso: un servo di Dio Atti 20:2, e non cessa dal confortare le anime immortali. Che lezione ei dà a tutti quelli che si ricordano del loro ufficio soltanto quando hanno addosso la toga, e che quando si mettono in viaggio, hanno cura di lasciare il loro zelo evangelistico in sacrestia!

3. Un pugno di valorosi come questo Atti 20:5 che accompagna l'apostolo, basta a dare più d'un sopraccapo a Satana. Che Dio conceda molti missionari di questo stampo alla cara Italia!

7 5. A Troas (Atti 20:7-12)

Nel primo giorno della settimana.

Il primo giorno della settimana è la Domenica. Il settimo giorno della settimana finiva alle sei di sera; e il primo giorno cominciava allora; al tramonto del sole sul settimo giorno. Quindi, per intenderci bene, ed a chiamar le cose con la nostra moderna e comune terminologia, l'adunanza di cui parla il testo fu tenuta il Sabato sera.

Essendo i discepoli raunati.

Il testo dice: Essendo noi radunati per rompere il pane. Luca dunque, era nell'assemblea. Erano raunati su al terzo piano Atti 20:9, e un po' tardi di sera Atti 20:7, perché parecchi dei discepoli erano schiavi e non aveano giorno di riposo. È la solita adunanza domenicale 1Corinzi 16:2; Apocalisse 1:10; l'adunanza del giorno nel quale Gesù era risorto dai morti, e nel quale lo Spirito Santo era disceso.

Per rompere il pane.

il modo più antico di designare la commemorazione della morte del Signore. Vedi Atti 2:46.

Fece loro un sermone.

È modo troppo tecnico, che non rende forse neppure esattamente il pensiero dello storico. Io direi: S'intrattenne coi discepoli o: con l'assemblea, perché si tratta di un vero e proprio prolungato discorso dell'apostolo, ma probabilmente interrotto da domande e risposte ( ὁμιλειν, διαλεγεσθαι). Si tratta insomma più di una conferenza, nel genuino significato etimologico della parola, che di un sermone nel nostro senso ecclesiastico.

9 Eutico,

Felice, Felicia, Sintiche, Epafrodito, Fortunato, Fausto ecc. erano nomi frequenti specialmente fra i liberti.

Sedendo sopra la finestra.

Le finestre d'allora non avevano vetri. Si chiudevano con le imposte. Qui, le imposte erano aperte a motivo del caldo.

Traboccato dal sonno.

Meglio: trascinato, vinto dal sonno.

Dal terzo solaio:

dal terzo piano.

Fu levato morto.

Il testo non dica ὡς νεκρος come morto; dice assolutamente: ηρθη νεκρος: fu levato morto: o: quando l'alzarono, era morto. Lo spiegar quindi la cosa come se si fosse trattato d'uno svenimento, d'un momentaneo sbalordimento, o che so io, come fanno l'Olshausen, il De Wette e altri, è far violenza al testo ed al contesto.

10 Si gettò sopra lui e l'abbracciò

Vedi 1Re 17:21; 2Re 4:34. Si potrebbe tradurre: Paolo discese, si chinò su lui e lo prese nelle sue braccia, esclamando,

Non tumultuate

Non vi turbate! l'anima sua è in lui. Vale a dire: - "È vivo! è risuscitato! è tornato in vita!"

11 Avendo rotto il pane

come a Atti 20:7 (vedi Atti 2:46), si riferisce alla commemorazione della morte del Signore. Nei servizi di comunione della Chiesa primitiva non si usavano ostie, né si tagliava il pane a quadrellini come si usa in qualche chiesa. Si portava un pane intero, ed ogni comunicante ne "rompeva" un pezzetto 1Corinzi 10:16; quindi, la frase "rompere il pane" che si riferisce al modo di commemorare la morte del Signore e che simboleggia eloquentemente il fatto che Gesù è stato "fiaccato, rotto, spezzato per le nostre iniquità" Isaia 53:5.

Preso cibo

potrebbe anche accennare ad un'agape (Vedi Atti 2:42), ad uno di quei conviti d'amore o pasti fraterni della Chiesa primitiva, che finivano con la celebrazione della Santa Cena. Ma non si può dire con certezza se Luca intenda significar questo, o soltanto un po' di refocillamento di Paolo prima di mettersi in viaggio.

Si dipartì così.

Quel così, messo lì a cotesto modo, non si sa molto quel che voglia dire. Traduciamo meglio: continuò ancora a parlar lungamente, fino all'alba quando partì. Fino all'alba, cioè, che fu il momento della sua partenza.

12 Riflessioni

1. A proposito del primo giorno della settimana Atti 20:7, il Martini nota: "La domenica giorno consacrato alle adunanze cristiane, come dice il gran martire S. Giustino, e alla celebrazione dei sacri misteri; la qual celebrazione è indicata con le parole per ispezzare il pane, come abbiamo veduto altrove, e così le hanno intese le antiche versioni e i Padri; la cena del Signore era accompagnata dal convito di carità, come si vedrà meglio dall'epistola ai Corinzi". Quella frase celebrazione dei sacri misteri (Vedi Atti 13:2) è frase da mettere in quarantena; si sa a che vuol condurre; vuol condurre alla messa ed alla transustanziazione. Lasciamola da parte, quindi; e chiamiamo le cose col loro semplice e vero nome, che il Martini, del resto, conosce bene, poichè, in questo medesimo passo, chiama quei sacri misteri: la cena del Signore. L'importanza del passo sta nella menzione che vi è fatta, del primo giorno della settimana. Il primo giorno della settimana è la domenica. Di qui dunque si vede che, sebbene i cristiani avessero l'abitudine di raunarsi anche più frequentemente Atti 2:46, pure, la domenica era già, ai tempi del nostro racconto, consacrata alle fraterne adunanze. V'è chi spiega storicamente la celebrazione della domenica, col fatto della separazione o della opposizione dei cristiani e dei giudei; ma cotesta spiegazione non è giusta, la spiegazione vera si deve invece cercare nella crescente intimità di cotesti due elementi. I cristiani non cominciano a celebrare la domenica quando si scindono completamente dai giudei; ma quando, pur continuando a frequentare la sinagoga, sentono il bisogno di raunarsi anche da sè, per conto loro. La sostituzione definitiva della domenica al sabato non avvenne poi ad un tratto; fu opera di una lenta evoluzione storica, della quale non è mio compito l'occuparmi in questo luogo. Basti qui l'accennare che, nel Nuovo T., abbiamo i germi evidenti di cotesta sostituzione. Gesù risuscita all'alba d'una domenica, ed appare la sera di cotesto medesimo giorno ai suoi discepoli; la domenica seguente, ei riappare ai suoi; di domenica ecco la Pentecoste, che è il gran giorno della divina consecrazione degli apostoli all'opera del ministerio, ed il giorno natalizio della Chiesa cristiana. Ed è naturale che la Chiesa, pur non rinunziando ancora alle gloriose tradizioni del sabato giudaico, cominci a metter da parte la domenica per le riunioni religiose d'indole esclusivamente cristiana e per la celebrazione della S. Cena, che non ha nulla che fare né col Tempio né con la Sinagoga. Intanto, il nostro storico dei Fatti comincerà a scrivere nel suo libro delle noterelle come questa del passo che studiamo: Nel primo giorno della settimana, essendo noi raunati per rompere il pane... E l'uso di raunarsi la domenica per il culto diverrà presto generale fra le chiese sorte tra i pagani; tant'è vero, che Paolo ordina ai fratelli di Corinto di raccogliere e riporre, ogni primo giorno della settimana, i risparmi che aveano fatti nei giorni di lavoro, per sovvenire alle necessità dei fratelli della chiesa di Gerusalemme 1Corinzi 16:2; e quest'usanza che egli introduce nella chiesa di Corinto, ei l'ha già introdotta nelle chiese della Galazia 1Corinzi 16:1. Fra i convertiti dal giudaismo la sostituzione va più a rilento; e si capisce; nondimeno, la si fa strada; ed il nome di domenica (dies dominica) "giorno del Signore" ( κυριακη ἡμερα) che rimarrà al giorno del riposo e del culto, è già nell'Apocalisse 1:10, il primo, per ordine di data, degli scritti di San Giovanni. Ignazio, discepolo di Giovanni (morì nel 107 o nel 115), scrive già che i cristiani non sabbatizzano ( μηκετι σαββατιζοντες. Ad Magnesio 9); e lo Pseudo-Barnaba dice i cristiani osservano l'ottavo giorno con allegrezza, perché in esso Gesù è risuscitato dai morti (Epistola di Barn. 15). In quel medesimo tempo, che ci fa risalire ai primi anni del secondo secolo, Plinio il Giovane, proconsole della Bitinia e del Ponto, fu incaricato dall'imperatore Traiano di fare un'inchiesta circa il culto dei cristiani nella sua provincia; e Plinio, nella sua lettera all'imperatore, l'anno 1071 scrive che i cristiani "in un giorno stabilito erano soliti adunarsi prima dell'alba, alternando un carme a Cristo, come a un Dio, e vincolandosi con giuramento a non commettere furti ecc. ecc..." (Epist. C. Plinii Secundi X. 9 7). È verso la metà del medesimo secondo secolo, Giustino Martire, nella sua Apologia Maggiore (Cap. 67), Così si esprime: "Nel giorno detto del Sole, avviene nello stesso luogo un concorso di tutti quelli che dimorano in città od in campagna; e si leggono quando si può, le memorie degli apostoli (vale a dire gli Evangeli, che, secondo l'uso classico, si chiamano a cotesto modo) ecc.". Il giorno del Sole, dedicato cioè al Sole o al culto del Sole secondo i pagani, è la domenica cristiana (Tedesco: Sonntag; inglese: Sunday.).

2. Il brano compreso in Atti 20:7-12 è di grande importanza anche per un altro rispetto. Esso contiene degli elementi preziosi relativi al culto cristiano del secolo apostolico. Tesoreggiamoli con cura, ed aggiungiamoci gli altri accenni, che troviamo qua e là sparsi nel Nuovo T. Gli elementi che costituivano il culto cristiano del secolo d'oro della Chiesa, sono i seguenti:

1) Riunioni in case private Atti 2:46; 20:20 e adunanze domenicali (Atti 20:7 e seg.; 1Corinzi 16:2; Apocalisse 1:10).

2) Discorsi, specialmente fondati sul testo dell'Antico T. e fraterne conversazioni Atti 20:7 ( ὁμιλειν - διαλεγεσθαι).

3) Celebrazione della Cena del Signore Atti 2:42,46; 20:7,11; 1Corinzi 11:20: κυριακον δειπνον: il pasto, la cena del Signore. Si osservi bene qui, che la Cena del Signore, nella Chiesa apostolica, non è confinata alle grandi solennità dell'anno ecclesiastico come da noi; ella è un elemento integrale del culto. Prima, l'evangelo letto e spiegato; poi, con la Cena del Signore, l'evangelo in simboli; tale, il concetto del culto primitivo. Col sopprimere l'uso della celebrazione della Santa Cena ogni volta che ci rauniamo, noi abbiamo mutilato il culto dei nostri padri, e la Cena del Signore, ch'era per loro una dolce, commovente, festa di famiglia, noi abbiamo trasformata in un qualcosa di sacramentalmente misterioso, che tanto terrorizza, quanto più raramente si celebra.

4) Laudi ed orazioni Colossesi 3:16-17; 1Corinzi 14; Atti 12:12.

5) Canti di vario genere Colossesi 3:16; Efesini 5:19.

6) Lettura degli scritti apostolici, che molto per tempo (dalla metà del secolo apostolico, circa) era divenuta pubblica, ufficiale e normativa 1Tessalonicesi 5:27; 2Tessalonicesi 2:2; 3:14,17; Colossesi 4:15; Apocalisse 1:3.

7) Collette e contribuzioni (1Corinzi 16:2; confr. 2Corinzi 8). Tale la base storica e liturgica del culto cristiano nel primo secolo.

3. Il fatto d'Eutico è un miracolo; è la vera e propria risurrezione di un morto (Confr. Atti 9:40). Cercare, come si è fatto e come si fa, d'attenuare le circostanze del caso fino a ridurlo alle proporzioni di un momentaneo sbalordimento cagionato dalla caduta di cui si parla in Atti 20:9, è far evidente violenza al testo. È Dio che, dopo aver parlato finora all'assemblea di Troas per la bocca di Paolo, le parla adesso per mezzo della risurrezione d'un morto. Esiste qualcosa d'impossibile a Dio?

13 6. A Mileto. Gli anziani d'Efeso (Atti 20:13-38)

Andati alla nave

ecc. Meglio: Noialtri andammo innanzi per mare e facemmo vela alla volta d'Asso, ove dovevamo riprendere Paolo con noi; poichè così egli aveva stabilito, volendo egli far la strada a piedi.

Asso

era nella Misia a venti miglia da Troas, per terra, ed a circa trenta miglia per mare. I compagni di Paolo s'imbarcano a Troas e vanno ad Asso per mare; per la via lunga, cioè; l'apostolo piglia la corta, e va per terra.

14 E avendolo scontrato In Asso

o: Quando ci ebbe raggiunti ad Asso, lo prendemmo a bordo e andammo a Mitilene.

Mitilene

era la bella capitale dell'isola di Lesbo. Bella per la sua posizione, all'estremità orientale dell'isola stessa, e per lo splendore dei suoi edifizi. La città si chiama oggi Castro; e l'isola intera, Metilio.

15 E navigando di là, arrivammo...

Partiti di là, giungemmo l'indomani all'altezza di Chio; il giorno dopo, ammainammo verso Samo; e dopo esserci fermati a Trogillio, approdammo il giorno seguente a Mileto, perché Paolo avea deciso di passare innanzi ad Efeso senza fermarsi, per non perder tempo in Asia. Gli premeva di trovarsi a Gerusalemme, se fosse possibile, per il giorno della Pentecoste.

Chio,

chiamata anche Coos, è un'altra bellissima isola dell'Arcipelago, fra Lesbo e Samo. Dista cinque miglia circa da terra. Oggi si chiama Scio. Nel 1823 i turchi ne massacrarono quasi tutti gli abitanti.

Samo,

o Samos, è a mezzogiorno di Chio. È a circa sei miglia, da terra, dirincontro ad Efeso. È stata sempre famosa per i suoi vini. E dopo esserci fermati a Trogillio... Queste parole mancano in parecchi manoscritti autorevoli (A. B. C. E., il Sinaitico, alcuni minuscoli e la Vulgata): ma si trovano in D. G. H., nella più parte de minuscoli, in varie versioni antiche ed in parecchi Padri. Il Lachmann le cancella, ma il Meyer le conserva, e con ragione, io credo. I copisti probabilmente le omisero perché non capirono il contesto, e parve loro ch'ei mettesse Trogillio in Samo, mentre era noto che si trovava sulla costa ionia.

Trogillio

era il nome di una città e promontorio allo stesso tempo, della Ionia nell'Asia Minore, tra Efeso e la foce del Meandro, dirimpetto a Samo.

Mileto.

Porto di mare, ed antica capitale della Ionia. Distava ventotto miglia da Efeso. Era originariamente abitata da una colonia di cretesi; divenne molto potente e fu nota per il suo magnifico tempio dedicato ad Apollo. I turchi la chiamano oggi Melas.

17 Mandò in Efeso a far chiamare gli anziani

L'apostolo, che si dispone a fare il suo gran viaggio d'Occidente dal quale non ha speranza di tornare, non vuol lasciare le rive dell'Asia, di quell'Asia dove ha lavorato per più di dieci anni, senza accommiatarsi dalla chiesa, in mezzo alla quale s'è trovato ultimamente; ma temendo che finirà col trattenercisi troppo, se ci va di persona, ei fa in modo d'avere invece un abboccamento con gli anziani della chiesa.

Gli anziani.

La parola dell'originale è qui presbiteri. Nel seguito del discorso, questi stessi anziani sono chiamati vescovi Atti 20:28; vale a dire, sorveglianti. Questo prova all'evidenza che, per Luca e per i suoi tempi, i due nomi, l'uno d'origine giudaica (anziani) e l'altro usato fra i greci (vescovi) sono equivalenti. L'opinione conaria, difesa dalla tradizione cattolico-romana, che afferma quello che tutti sanno a proposito dell'episcopato, e che a datare dal secondo secolo è divenuta la forma regolare della costituzione ecclesiastica, non regge di fronte al nostro testo e ad altri passi analoghi Tito 1:5,7; Filippesi 1:1. Cotesta tradizione pretende che qui non si tratti solo degli anziani d'Efeso, ma anche dei vescovi di tutte le altre chiese della provincia (Vedi Atti 14:23).

19 Servendo al Signore con ogni umiltà

Operando come si conviene ad un servo del Signore Romani 1:1; Galati 1:10; Filippesi 1:1; Tito 1:1.

Con molte lagrime...

Letteralmente: tra lagrime e prove (vedi Atti 20:31; 2Corinzi 2:4).

E prove...

Anche nel tumulto di Demetrio (Atti 19:23 e seg.) ci fu lo zampino dei giudei Atti 19:33-34; ma questo non è una ragione per confinare l'allusione del passo alla sommossa d'Efeso. La vita di Paolo era continuamente minacciata dai giudei.

20 Come io non mi sono ritratto...

Meglio: Voi sapete ch'io non vi ho nulla nascosto di quello che poteva esservi utile; che io vi ho predicato, vi ho istruiti in pubblico ed in privato, scongiurando giudei e greci a convertirsi a Dio ed a credere nel nostro Signor Gesù.

Cosa alcuna di quelle che vi son giovevoli.

Vedi 1Corinzi 10:33.

In pubblico.

Nella sinagoga Atti 19:8 e nella scuola di Tiranno Atti 19:9.

E per le case.

In casa d'Aquila e di Priscilla, per esempio 1Corinzi 16:19, e di casa in casa. Uffizio del vero pastore, dice Sant'Agostino, è "di aver cura e di tutti come di uno solo, e di un solo come di tutti".

21 La conversione a DIO e la fede...

(Atti 17:30; 14:15 ecc.) È la sostanza dell'insegnamento di Paolo. Il Martini dice: "La penitenza (sarebbe meglio dire: il ravvedimento), e la conversione di cuore, e il credere in Gesù Cristo il quale giustifica l'empio mediante la fede animata dalla carità, sono quasi il compendio di tutto il Vangelo". E siamo d'accordo; quel quasi mi è però sospetto, e lo metterei volentieri in quarantena.

Nel Signor nostro Gesù Cristo.

Questa è la lezione di alcuni codici antichi; ma la lezione più sicura ed accettata dai critici moderni, è: nel Signor nostro Gesù.

22 Cattivato dallo spirito

Paolo va in Gerusalemme per impulso interno ed irresistibile. La frase greca dice: legato, vincolato dallo Spirito: e si potrebbe render così, in italiano: io vado a Gerusalemme, ove il mio spirito mi spinge irresistibilmente, senza ch'io sappia quello che quivi mi succederà. E con questo io non intendo negare che lo Spirito Santo guidasse tutti i movimenti del grande apostolo.

23 Se non che lo Spirito santo

Meglio: Questo solo io so, che di città in città lo Spirito Santo mi avverte e mi dichiara che mi ci aspettano catene e tribolazioni. Lo Spirito Santo, per la bocca dei profeti Atti 13:2; 21:10-11 e dei discepoli Atti 21:4. Il lettore consideri il passo alla luce di Atti 9:16.

24 Ma io non fo conto di nulla

Ma non m'importa; io fo volentieri il sacrificio della mia vita, pur ch'io finisca la mia carriera e compia il ministerio che ho ricevuto dal Signor Gesù, che è di render testimonianza all'Evangelo della grazia di Dio (Vedi 2Timoteo 4:7).

Purchè lo adempia con allegrezza

Le parole: con allegrezza ( μετα χαρις) sono del Text. Rec. e si trovano in C. E. G. H., ma non esistono nei codici più importanti: A. B. D. Sinaitico e Vulgata. Evidentemente è una noterella enfatica fatta scivolare nel testo da qualche copista; ma il testo non ha bisogno di coteste aggiunte enfatiche. L'eco di queste parole di Paolo è nella risposta che Martino Lutero dette agli amici che voleano dissuaderlo dall'andare a Worms: "io ci andrò, quand'anche ci fossero tanti diavoli quanti tegoli ci sono sui tetti delle case!"

Il ministerio che ho ricevuto...

2Corinzi 4:1; 5:18; 1Timoteo 1:12.

25 Ed ora, ecco, so che voi tutti

O voi tutti, fra i quali ho vissuto annunziando il Regno, io so che non vedrete più il mio viso. Io quindi vi prendo quest'oggi a testimoni, ch'io sono innocente della perdita di quei che periranno; perché non ho trascurato di farvi conoscere tutto il consiglio di Dio.

Sono andato e venuto.

È modo ebraico da rendersi in italiano così: voi, fra i quali ho vissuto o soggiornato Salmo 121:8; Atti 1:21.

Predicando il regno di Dio.

Quel: di Dio è un'aggiunta di qualche copista, che manca nei codici massimi: A. B. C. e Sinaitico. Il testo puro è: predicando il Regno.

26 Io vi protesto

( μαρτυρομαι ὑμιν) L'apostolo chiama la loro coscienza in testimonio. "Dica la vostra coscienza s'io sono stato infedele!" "Io, vi prendo quest'oggi a testimoni."

Io son netto del sangue

La locuzione è l'eco delle parole di Ezechiele 3:18,20, ed è locuzione familiare all'apostolo Atti 18:6. Equivale a dire: Io non sono responsabile del vostro sangue: del sangue, della morte, della perdita, s'intende di quelli che periranno per non aver accettato l'evangelo del Regno.

28 Attendete dunque a voi stessi

Meglio: Badate a voi stessi; o: vegliate su voi stessi e sulla greggia...

Lo Spirito Santo vi ha costituiti vescovi.

I presbiteri o anziani di Atti 20:17, sono chiamati qui, vescovi, sorveglianti. Vedi Atti 20:17; 14:23. Lo Spirito Santo li ha costituiti vescovi

a) con l'impulso interno mediante il quale li chiamò all'ufficio;

b) con la sanzione di cotesta vocazione, ch'Ei fece lor dare dalla parola dei profeti Atti 13:2; 1Timoteo 4:14;

c) coi doni ch'Ei comunicò loro onde fossero atti all'ufficio a cui li avea chiamati 1Corinzi 12:8.

La chiesa di Dio la quale Egli ha acquistata col proprio sangue.

Questo passo, così spesso citato per l'addietro ad appoggiare il dogma della divinità di Cristo, presenta una variante, che è delle più interessanti del Nuovo Testamento. Ecco lo stato critico del testo. Quattro dei manoscritti unciali: A (Alessandr.), C (Cod. Efrem, originale), D (Cod. Cambridg.), E (Cod. Laudianus), quattordici minuscoli, parecchie versioni orientali e tutti i primi Padri della Chiesa hanno: την εκκλησιαν του κυριου: la chiesa del Signore. La locuzione την εκκλησιαν του θεου (la chiesa di Dio) non si trova che in un codice unciale soltanto: in B (Vaticano). Nel Sinaitico, che diceva chiesa di Dio, il Tischendorf ha riscontrato che cotesta non era la vera lezione ed ha accettata l'altra: chiesa del Signore, che si trova nelle ultime edizioni del Sinaitico stesso. La locuzione chiesa di Dio si trova inoltre in vari codici minuscoli e nella Vulgata di San Girolamo. Alcuni manoscritti poi combinano le due lezioni e dicono: alcuni, la chiesa del Signore Dio; altri, la chiesa del Signore e Dio. La critica moderna s'è decisa in favore della locuzione la chiesa del Signore, e con ragione, io credo, per i seguenti motivi:

1) perché le testimonianze esterne dei codici sono in favore di cotesta locuzione;

2) perché la locuzione sangue di Dio (la chiesa di Dio la quale Egli ha acquistata col proprio sangue) non è locuzione del Nuovo T.;

3) perché cotesta locuzione si può dire che, salvo qualche eccezione, non si trova in alcuno dei Padri della chiesa, anteriori al quarto secolo ed alle dispute ariane;

4) perché se è vero che Ignazio, discepolo di Giovanni, parla della "Passione del mio Dio" (Ep.Romani 20:6) e che Clemente Alessandrino (morto fra il 217 e il 220) (Quis dives, c. 34) e Tertulliano (morto fra il 230 e il 245) (Ad uxor. 2:3) usano la frase sangue di Dio, è altresì vero che l'antica ortodossia atristica, rappresentata da S. Atanasio (il quale biasima esplicitamente cotesta espressione) delle due locuzioni non riconosce per genuinamente bibliche che queste: sangue del Signore, sangue di Gesù.

5) Si tratta dunque d'una correzione di copisti, i quali possono essere stati indotti a farla per due ragioni:

   a.) Perché Paolo, nelle sue lettere, usa sempre l'espressione: chiesa di Dio. Undici volte egli usa cotesta espressione; e non dice chiesa, o, esattamente, chiese di Cristo, che una volta soltanto; in Romani 16:16.

b) Perché la locuzione: sangue di Dio rispondeva in modo esatto alle tendenze dottrinali del quarto e del quinto secolo, quando si trattava di difendere a spada tratta la divinità di Cristo.

È inutile che io dica al lettore che la divinità di Cristo non ha bisogno di un passo equivoco come questo per essere provata; ed è anche inutile che io gli dica che per noi, che qui ci schieriamo dal lato della critica moderna, il Cristo non rimane meno divino che per i copisti, i quali, con queste correzioni, mostrano d'aver avuto grande amore ai dogmi, ma poco rispetto per il testo.

29 Dei lupi rapaci.

Vedi Giovanni 10:12; Matteo 7:15. Sono coloro che insegnano pericolose dottrine; siano essi d'ei giudaizzanti, dei teosofi pagani, dei falsi profeti che assumono un'autorità che niuno dà loro, o dei capi setta che altro non fanno se non dilaniare le chiese.

30 E che d'infra voi stessi...

A provare che le previsioni dell'apostolo non erano delle paure di vani fantasmi, vedi 1Timoteo 1:20; 2Timoteo 2:17; 3:13,8; 2Pietro. 2:1.

31 Vegliate...

è l'eco della parola del Maestro: Matteo 24:42; 25:13 ecc.

Per lo spazio di tre anni.

A rigor di termini, i Fatti parlano di tre mesi spesi insegnando nella sinagoga Atti 19:8; di due anni spesi nella scuola di Tiranno Atti 19:10 e di un periodo di tempo non definito, prima e dopo il tumulto di Demetrio (Atti 19:22 e seg.). Quindi l'apostolo non esagera, quando dice, in cifra tonda, tre anni.

32 Da continuare ad edificarvi

Per l'idea dell'edificio, vedi 1Corinzi 3:10; Efesini 2:20-21; 4:12-16,29. La Chiesa è un edificio; è il tempio spirituale della nuova economia 1Pietro 2:4-7.

Con tutti i santificati.

Più chiaramente: fra tutti quelli che gli sono consecrati. Santificazione è separazione dal male e consecrazione a Dio. Per l'eredità vedi 1Pietro 1:3-5. L'eredità di quelli che sono consecrati a Dio, è il riposo eterno, e la gloria a venire 1Corinzi 2:9. È la Canaan celeste. La Canaan terrestre è l'eredità dell'Israele secondo la carne; la Canaan celeste è l'eredità dell'Israele secondo lo Spirito, o "dell'Israele di Dio" come Paolo lo chiama Galati 6:16.

33 Né Il vestimento

I vestiti, che costavano molto, rappresentavano una parte importante nel computo delle ricchezze orientali. Quindi è chiaro il senso di Matteo 6:19; Giacomo 5:2.

34 Queste mani hanno sovvenuto

Vedi 1Corinzi 4:12; Atti 18:3.

35 Sopportare gl'infermi

Non va inteso per soccorrere i malati, come intendono alcuni, ne per soccorrere i poveri, come fanno il Crisostomo e il De Wette. Bisogna tradurre: sostenere i deboli, intendendo per deboli, i deboli in fede e nei principi cristiani Romani 14:1; 15:1; 1Corinzi 9:22; 1 Tessalonicesi 5:14. È interpretazione più armonica con lo spirito del contesto: Paolo vuol dire: "Ho preferito il guadagnare il mio pane col lavoro delle mie mani al farmi mantenere dai fedeli, per non menomare, in certi spiriti deboli, la grandezza e la potenza del vangelo" 1Corinzi 9:18; 2Corinzi 7:2.

E ricordarsi delle parole del Signore...

Questa parola di Gesù non è ricordata dagli evangeli in questa forma esatta. Lo spirito di questa parola si potrebbe trovare in qualche altra espressione di Gesù; ma, in cotesta forma, la non esiste nei vangeli. È naturale; nei primi tempi, gli uditori immediati del Signore doveano conservare nei loro ricordi un tesoro di coteste massimo; delle quali, tutte quelle che gli evangelisti non riuscirono a raccogliere nelle loro ricerche, andarono purtroppo perdute.

38 Riflessioni

1. Atti 20:17,28 stabiliscono in modo incrollabile, che, per Paolo e per i tempi di Paolo, presbitero o anziano e vescovo sono designazioni di un identico, ufficio ecclesiastico. Il Martini non è scoraggiato dalla evidenza dei testi; e trova modo di far loro dire anche quello che non dicono. In Atti 20:17 ecco quello che osserva: "A chiamare i seniori della Chiesa. Non solo della città di Efeso, ma anche dei luoghi vicini, fece venire i vescovi e i sacerdoti, come dice S. Ireneo, lib. III, cap. 14". S. Ireneo può dire quello che più gli talenta; Luca dice che Paolo mandò da Mileto in Efeso, a far chiamare gli anziani di cotesta chiesa. Il perché l'ho detto nelle note; perché Paolo non volea perder troppo tempo in Asia Atti 20:16 e temeva che, andando da sè ad Efeso, ei sarebbe stato tentato a rimanerci troppo lungamente. I vescovi dei quali Paolo parla Atti 20:28 non son altro che gli anziani d'Efeso Atti 20:17; e dei sacerdoti ai quali accenna il Martini, Luca e Paolo non conoscono neppur l'esistenza. Il sacerdozio, come il Martini se lo figura, è creazione romana, non soltanto ignorata, ma addirittura condannata da Paolo, da Luca e da tutto quanto il Nuovo T. A Atti 20:28, il Martini dice: "Parla qui l'Apostolo ai vescovi di tutto il paese all'intorno di Efeso (non è vero; parla soltanto agli anziani della chiesa d'Efeso); ma le sue parole si estendono proporzionatamente anche ai sacerdoti (e dàgli con questi sacerdoti!) secondo la porzione loro assegnata delle funzioni e dei diritti pastorali. Egli dice che i vescovi sono stati costituiti dallo Spirito Santo, perché l'ordine episcopale viene dallo Spirito Santo, e dallo Spirito Santo ricevettero gli Apostoli la potestà di consacrare dei successori nel loro ministero". Niente affatto! Qui non si tratta di successione apostolica nel senso cattolico romano. Il significato vero e naturale di queste parole di Paolo lo vegga il lettore nella mia nota in Atti 20:28. Sfido io! Che cosa non si può far provare alla Scrittura, quando la si bistratta a questo modo? Per la questione degli anziani e dei vescovi io rimando semplicemente il lettore alle mie osservazioni su Atti 14:23:

2. Il discorso di Paolo agli anziani di Efeso è senza dubbio il più bello fra tutti i discorsi riferitici da Luca nei Fatti; e benchè noi non l'abbiamo che in forma abbreviata, ei rivela una profondità di sentimento ed un concetto così alto dei doveri apostolici, che lo fanno degno di stare allato, alle più commoventi pagine delle lettere paoline. È impossibile negarlo; "si sente che in questa pagina dei Fatti abbiamo il sunto d'un discorso autentico, fatto da un uditore immediato. Il discorso è un "sermone d'addio"; l'apostolo vi si mette in evidenza, non per vanità personale, ma nel modo e nello spirito con i quali ei si mette in evidenza nelle sue lettere (1Corinzi 15:8 e seg.; 2Corinzi 1:12; 4:7 e seg. ecc.). L'idea centrale del discorso è questa: "Io ho cercato di fare del mio meglio per compiere la missione che il Signore mi aveva affidata; io credo d'aver fatto il mio dovere; fate adesso il vostro!" In tutto il discorso non c'è ombra né di artificio retorico, né di vana pretensione. Egli ricorda i suoi dolori; e dei buoni risultati ottenuti, cerca e trova la ragione ultima nell'azione di Dio e dello Spirito Santo; e da Dio e dallo Spirito unicamente aspetta le cose che mancano ancora alla chiesa d'Efeso per arrivare ad essere quello che Cristo vorrebbe ch'ella fosse. Il commentario di molti dettagli del discorso, è nelle lettere dell'apostolo. Delle sue lagrime e delle sue prove è un quadro eloquente in 2Corinzi 6:4 e seg. Per l'abnegazione con la quale ei fa sacrificio della propria vita, veda il lettore Filippesi 2:17; per il paragonare ch'ei fa la sua vita ad una corsa, consulti 2Timoteo 4:7; per la definizione ch'ei dà dell'opera sua quando la chiama un ministerio, vale a dire "un servigio ufficialmente imposto", ricordi 2Corinzi 3:6; per le lagrime versate in occasione di esortazioni individuali, legga 2Corinzi 2:4; per il modo con cui insiste sul proprio disinteresse, cerchi 1Corinzi 9:2; 2Corinzi 7:2; 2Tessalonicesi 3:8 ecc. Il discorso intero è, un eloquente compendio di "teologia pastorale" che quanti siamo ministri dell'evangelo dovremmo meditare con sentimenti d'umiltà profonda e sincera.

3. Con molte lagrime!... Atti 20:19. Felice il pastore che sa per esperienza che cosa siano le lagrime dell'amore, le lagrime dell'angoscia, le lagrime della gioia!... Un gran servitore di Dio così pregava il suo Signore: "Oh Signore! fra tutte le grazie ch'io ti chieggo e fra tutte quelle che non ti so chiedere, ma che tu mi sai necessarie, non mi negare la grazia delle lagrime (gratiam lacrimarum)!

4. L'apostolo ha annunziato "tutto quanto il consiglio di Dio" Atti 20:20,27. Non ha sposato un'idea speciale per farsene esclusivo paladino; non ha avuto riguardo alla qualità delle persone; non ha avuto paura di chiamar nero il nero e bianco il bianco, anche quando ai suoi uditori sarebbe piaciuto ch'egli avesse chiamato bianco il nero e nero il bianco; "la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità"; ecco il motto di Paolo. Possiam noi dire coscienziosamente che cotesto motto è anche il nostro?

5. Il modo dell'insegnamento di Paolo è stato duplice:

a) in pubblico e

b) per le case.

In una parola; ei non è stato soltanto un predicatore, ma è stato anche un pastore; e si può dirlo senza tema d'uscire dai limiti del vero; dei risultati che Dio gli ha concessi, gran parte è senza dubbio dovuto alla sua predicazione; ma una parte anche maggiore è dovuta alla sua opera pastorale. Le chiese condotte da pastori poco eloquenti ma zelanti visitatori, fioriscono, spiritualmente parlando, più di quelle condotte da predicatori eloquenti, che "non conoscono le loro pecore" e non hanno, delle anime loro affidate, una cura assidua ed individuale.

6. Ecco la via della salvazione che ogni sermone, veramente evangelico, deve additare alle anime immortali. Ravvedimento, conversione e fede Atti 20:21. Ravvedimento e conversione sono una medesima cosa; il ravvedimento è il fenomeno interno; il cambiamento del pensiero, relativamente all'indirizzo della vita; la conversione è il fenomeno esterno; è il cambiamento pratico di cotesto indirizzo; e la fede è l'afferrare che uno fa individualmente i benefici che sgorgano dal sacrificio di Cristo; l'accettare che uno fa quella salvazione completa e gratuita Che Cristo offre a chiunque a lui s'accosta contrito ed assetato del vero, del bello e del buono. La conversione e la fede non possono esser disgiunte l'una dall'altra; perché la fede senza ravvedimento e senza conversione e cosa superficiale; un effetto d'infeconda sentimentalità, che lascia il tempo che trova; e il ravvedimento senza la fede non dà conforto e conduce o allo scoramento e alla disperazione, o a quell'orgoglio spirituale, che fa di tutto per rendere superflua la redenzione che Cristo ha compiuta.

7. Niuno osi esercitare il ministerio evangelico, se non l'ha ricevuto da Cristo! Atti 20:24. Gli studi preparatori sono necessari; la cultura teologica e indispensabile; di certi doni naturali non può fare a meno chi vuole avviarsi al ministerio evangelico; ma tutto questo non basta se, come Paolo, ei non riceve il suo mandato da Cristo, e se non è consacrato da Dio, come il profeta Geremia, Geremia 1:9-10.

8. Non sfugga al lettore la preziosa definizione del vangelo, che è in Atti 20:24,32. L'evangelo è la parola, il buon annunzio della grazia di Dio. Il buon annunzio di quella grazia, che Dio ci assicura in Cristo. È questo annunzio non è un annunzio vago, trascendentale, senza effetto nella nostra vita morale; è, una potenza, dice l'apostolo in Atti 20:32. Nel qual passo è ben vero che il potente a continuare a edificarvi ecc. si riferisce a Dio; ma è anche vero che quel raccomandare che l'apostolo fa i fratelli non solo a Dio ma anche alla parola della grazia di Dio, implica questa potente efficacia dell'evangelo sulla vita morale dei credenti. La definizione nitida e scultoria che esce da questi due passi, è in Romani 1:16.

9. Il pensiero del sole che tramonta sull'orizzonte del nostro ministerio e della nostra vita, lungi dallo sgomentarci, deve accrescere il nostro zelo. Se ogni volta che annunziamo l'evangelo noi pensassimo seriamente: "Ecco, quest'è forse il mio ultimo sermone; chi sa se i miei uditori vedranno più la mia faccia?" Atti 20:25, oh con quanto maggiore zelo e con quanta maggiore energia esorteremmo le anime ad accettare la salvazione che Cristo offre loro per nostro mezzo! Mediti il lettore e faccia sua questa parola del Maestro: Giovanni 9:4.

10. In qual modo gli anziani d'Efeso fossero riconosciuti come tali, non sappiamo; ma, in via d'analogia si può supporre senza tema d'errare, che furono proposti forse da Paolo, o scelti per consiglio di Paolo e poi eletti dalla chiesa e messi in ufficio o consacrati, per mezzo della imposizione delle mani e della preghiera (Atti 6:2 e seg.; Atti 14:23). Questo, il lato umano della cosa; e l'apostolo non ricorda agli anziani il lato umano, ma il lato divino della loro elezione Atti 20:28. È lo Spirito Santo che vi ha costituiti vescovi! dic'egli; ricordatevi, dunque, da chi avete ricevuto il vostro ufficio, e fate il vostro dovere, come gente che ha da rendere ragione delle anime che Dio le affidò Ebrei 13:17. Beata la chiesa che ha degli anziani, per i quali l'ufficio episcopale non è una sine cura, ma un ministerio delicato, grande, divino!

11. Giunto alla frase: la chiesa di Dio (che, come ho mostrato, dev'esser corretta così: la chiesa del Signore intendendo la chiesa di Cristo) la quale egli ha acquistata col proprio sangue Atti 20:28, il Martini dice: "Abbiamo qui una illustre prova dell'unione delle due nature in Gesù Cristo, e di quella che i teologi chiamano comunicazione degli idiomi ossia delle proprietà". È la "illustre prova "di queste diatribe che ricordano le infeconde lotte monofisite e nestoriane, le quali purtroppo la teologia luterana e la riformata fecero di tutto per ravvivare in tempi vicini a noi, la "illustre prova" di coteste diatribe, dico, se ne va in fumo, quando, dal crogiuolo della critica, il testo esce bello, nitido e puro. È il testo, che la critica ci restituisco nella sua forma primitiva, ha delle applicazioni pratiche che valgono molto di più delle sterili disquisizioni monofisite e nestoriane. "La Chiesa è tutta cosa di Gesù, perché Gesù l'ha acquistata a prezzo del proprio sangue." Questo il fatto; d'onde, tre conseguenze:

a) il peccatore non diventa "acquisto" di Gesù, che per virtù del sacrificio del Golgota: il peccatore, per il quale Gesù non è morto (direbbe Paolo), può credere nella bontà, nella potenza, nel sapere, nella morale o in quel che vuole del Cristo; ma la sua fede è vana ed ei rimane nei propri peccati 1Corinzi 15:17;

b) la chiesa che ha per suo fondamento il sacrificio di Cristo, è la chiesa fondata sulla roccia eterna, che le porte dell'inferno non vinceranno mai Matteo 16:18; 1Corinzi 3:11; 1Pietro 2:4-7;

c) il pensiero che la Chiesa è tutta cosa di Cristo, tien vivo nel cuore degli anziani il sentimento della grave responsabilità ch'essi hanno, non solo di fronte alla chiesa particolare che li ha eletti, ma sopra tutto dinnanzi al Cristo, a cui tutta quanta la Chiesa appartiene.

12. L'apostolo, distingue due classi di nemici della Chiesa; i lupi rapaci Atti 20:29, che vengono dal di fuori, irrompono nella greggia a cercano di farne il maggiore scempio possibile; e gli uomini che propongono dottrine perverse Atti 20:30, i quali non vengono, dal di fuori, ma sorgono nel bel mezzo della Chiesa stessa. Gli errori professati da questa classe di gente, sono pervertimenti di verità. In fondo ad ognuno di cotesti errori, c'è una verità, ma una, verità mutilata, esagerata, tradita spesso per ignoranza, e più spesso ancora per malizia. Da queste due classi di nemici, dei quali purtroppo non è penuria, neppur oggi, si guardino i lettori.

13. Il pensiero della eredità con tutti i santificati Atti 20:32 torna nella lettera che Paolo scriverà agli efesini Efesini 1:18; nel qual pensiero non e soltanto accentuato il fatto della eredità, che è la comunione perfetta con Dio; ma anche e sopra tutto il fatto della ricchezza, della immensità di cotesta eredità, che è il privilegio di tutti quelli i quali, per la grazia che Dio ha fatta loro per mezzo di Cristo, sono stati redenti dal peccato e santificati dallo Spirito; onde, il redento da Cristo non entra soltanto in comunione con Dio, ma entra anche in comunione con uno stuolo infinito di santificati, di quali parte milita ancora sulla terra e parte già trionfa nei cieli Efesini 3:14-15; 1Giovanni 1:3.

14. L'abnegazione dell'apostolo è qualcosa di grande e di veramente edificante Atti 20:33-34; e quando, per non urtare le suscettibilità dei deboli in fede Atti 20:39, rinunzia ad un legittimo diritto 1Corinzi 9:13, è addirittura sublime. Volesse Iddio che tutti quanti i ministri del Vangelo potessero appropriarsi queste parole dell'apostolo e potessero esclamare coscienziosamente dinnanzi alle loro congregazioni: "Noi non cerchiamo i vostri beni, ma voi!" 2Corinzi 12:14.

15. L'egoismo naturale dice: "C'è più piacere a ricevere che a dare"; l'amor vero che lo Spirito crea nel cuore umano Galati 5:22, fa dire: "C'è più piacere a dare, che a ricevere". "Iddio è, amore" 1Giovanni 4:8; e appunto perché è "amore", non riceve ma 1Giovanni 4:9-10. Farsi ricchi impoverendo gli altri, è il programma del mondo guasto e corrotto; arricchir gli altri impoverendo se stesso 2Corinzi 8:9 è stato il programma di quel Cristo che ha detto: "Il dare è cosa più felice del ricevere" Atti 20:35. È cosa più felice... ha detto Gesù: difatti, chi si limita a ricevere egoisticamente, non benefica alcuno; chi dà, nel modo e nello spirito di Cristo, non soltanto benefica altrui, ma benefica se stesso. "Non lasciare che alcuno se ne vada dal tuo uscio senza conforto; e Dio non ti rimanderà mai senza conforto dalla sua presenza".

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