Galati 3

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II. PARTE DOTTRINALE: LA VERITÀ DELL'EVANGELO DELLA GRAZIA E DELLA LIBERTÀ

Galati 3:1-5:12

La parte dottrinale dell'epistola non riveste la forma sistematica e calma che troviamo nell'epistola ai Romani.. L'apostolo si trova qui di fronte non ad una chiesa da lui, non fondata nè visitata, ma di fronte a discepoli che hanno ricevuto da lui l'evangelo e che ora si lasciano traviare da intriganti sovvertitori del vangelo. Ond'è che la sua esposizione dottrinale assume forma vivace, piena di apostrofi ed interrogazioni; ma, come sempre, essa è ricca di argomenti tratti dall'esperienza religiosa e dalle Scritture. Vi troviamo accennati succintamente parecchi dei concetti che Paolo svolgerà più ampiamente, qualche anno dopo nella lettera ai Romani.

In una prima Sezione Galati 3:1-14 l'apostolo dimostra che la grazia è assicurata alla fede e non alle opere legali.

In una seconda sezione Galati 3:15-4:7 l'apostolo mostra come la legge avesse bensì un ufficio nel piano di Dio, ma subordinato, preparatorio, fino alla venuta di Cristo.

Nella terza Sezione Galati 4:8-5:12 fa vedere qual follia sia il regresso dalla libertà cristiana nella servitù.

Sezione A. Galati 3:1-14

LA GRAZIA È ASSICURATA ALLA FEDE, NON ALLE OPERE LEGALI

Onde persuadere i Galati che la grazia di Dio non si ottiene per via di opere legali, ma solamente mediante la fede nel Cristo, Paolo fa appello anzi tutto alla loro propria esperienza religiosa. Essi hanno ricevuto le grazie dello Spirito non in seguito alle loro opere legali, ma quando hanno creduto nel Salvatore ch'è stato loro annunziato Galati 3:1-5. In secondo luogo Paolo fa appello all'insegnamento delle Scritture, secondo le quali la benedizione promessa al credente Abramo è assicurata a tutti i credenti; mentre è pronunziata maledizione su chi non pratica la legge a perfezione. Solo per fede nel Cristo crocifisso fatto maledizione per noi, possiamo esser liberati dalla condanna che la legge pronunzia sui trasgressori Galati 3:6.14.

1) Galati 3:1-5. L'esperienza dei Galati

Dalla rimostranza a Pietro ed altri, colla quale si chiude la parte apologetica della lettera, è breve il passo ad una rimostranza anche più severa ai cristiani di Galazia che dopo aver creduto nella grazia di Dio e sperimentato i benefici della morte di Cristo Galati 2:21, si lasciavano ora ricondurre alle pratiche legali. Di fronte alla stoltezza d'un simile regresso, il cuor di Paolo si commuove ed esclama:

O Galati insensati! Chi vi ha ammaliati, voi dinanzi agli occhi dei quali è stato vivamente rappresentato Gesù Cristo crocifisso?

Ben lungi dal presentar come inutile la morte di Cristo, Paolo ne avea fatto il centro della sua predicazione in Galazia, ove, come in seguito a Corinto, «non avea voluto saper altro che Gesù Cristo ed esso crocifisso» 1Corinzi 2:2. La morte di Cristo egli si era sforzato di narrarla nei suoi particolari, di spiegarne il significato e la portata, con la massima chiarezza, talchè egli può chiamar la sua predicazione una «viva rappresentazione», una grafica descrizione di Cristo crocifisso, fatta dinanzi agli occhi dei Galati. Il προ (innanzi) nel composto προεγραφη (scritto innanzi) non ha qui senso temporale come in Romani 15:14; Efesini 3:3, quasi volesse dire: «Cristo vi è stato prima, ab antico, descritto nelle Scritture come crocifisso», cosa questa che non risponderebbe all'esatta verità, e non quadra col «dinanzi agli occhi» vostri. Il verbo si usava per indicare gli annunzi scritti a lettere grandi, e ben visibili sulle tavole, pubbliche. Non è usato nel senso di «dipingere». L'espressione contiene ad ogni modo l'idea di una proclamazione chiara e grafica della morte espiatoria di Cristo, fatta da Paolo nel suo primo soggiorno in Galazia. Ed essi avevano ben compreso la necessità ed il valore di quella morte in croce per la loro salvazione; ed ora, ecco che sembrano disposti a rinunziare ai benefici della morte di Cristo per affidarsi alle pratiche legali! Una tale mancanza d'intelligenza spirituale (o Galati insensati), un procedere con tanta leggerezza, senza riflettere a quel che fanno, Paolo non sa spiegarselo ed assomiglia l'influenza nefasta dei settari giudaizzanti a quella che la credenza popolare attribuiva agli stregoni ritenuti capaci di ammaliare, di gettar la jettatura sopra una persona privandola della salute del corpo od anche del ben dell'intelletto. Il testo ord. con alcuni codici posteriori legge qui: «per non ubbidire alla verità», aggiunta mancante nei codd. più antichi, e tolta da Galati 5:7.

2 Questo solo desidero saper da voi: là egli in virtù delle opere della legge che voi avete ricevuto lo Spirito, ovvero in seguito alla predicazione della fede?

A rompere quella specie di fascino che li ha privi del loro senno spirituale, Paolo fa appello alle loro più profonde esperienze religiose. Essi avevano udito l'Evangelo della grazia che dice al peccatore: Credi nel Signor Gesù e sarai salvato; avevano creduto ed erano stati fatti partecipi del massimo dei privilegi del Nuovo Patto, avevano ricevuto lo Spirito Santo che aveva ripieno il loro cuore della pace del perdono, li aveva fatti certi della loro adozione a figli di Dio, li aveva trasformati moralmente ed anche arricchiti di doni straordinari o carismi Galati 3:5. «Dopo aver udita la predicazione della fede, vi siete sentiti trasformati in uomini nuovi, animati, fortificati, consolati, esaltati dallo Spirito di Dio, da quella potenza di vita e di entusiasmo che vi era assolutamente ignota allorchè sotto il regime della legge vi sforzavate penosamente di compiere i doveri prescritti» (Reuss). Era dunque evidente che i doni e le energie dello Spirito essi li avevano ricevuti non in virtù di opere legali ma in seguito alla fede nel Cristo. Hanno essi dimenticato una tale esperienza? Paolo usa qui e nel Galati 3:5 la preposizione εκ (da) che indica propriamente l'origine o la causa da cui una cosa procede. Viene a dire: Il dono dello Spirito procede egli dalle opere legali compiute o dalla fede nella grazia? In altre parole: Avete voi ricevuto lo Spirito in virtù di o in base alla vostra ubbidienza alla legge, ovvero in base alla vostra fede? Il termine reso con predicazione ( ακοη) significa talvolta il senso dell'udito, o l'orecchio (1Corinzi 12:7; 2Pietro 2:8; Marco 7:35; 2Timoteo 4:3 ecc); talvolta invece vale: "quel che si ode, quel che si predica" ossia la predicazione (Giovanni 12:38; Romani 10:16-17; 1Tessalonicesi 2:13 ecc.). Predicazione della fede non è sinonimo di predicazione della verità, essendo raro nel N. T. un tal senso della parola fede; vale piuttosto: predicazione della salvazione per grazia sotto la sola condizione della fede, la predicazione che fa appello alla fede, anzichè ai meriti.

3 Siete voi così insensati? Dopo aver cominciato collo Spirito, volete voi giungere al compimento colla carne?

Alla domanda del Galati 3:2 non potevano i Galati fare che una risposta. In seguito della loro fede nel Vangelo, avevano sperimentato le benefiche e potenti influenze dello Spirito (Cfr. Ebrei 6:46), erano stati fatti partecipi di una nuova vita spirituale di comunione col Padre, di vittoria sul peccato. L'aver così principiato la loro carriera cristiana colla fede e col rinnovamento interno prodotto dallo Spirito, ed il proseguirla ora coll'adottar pratiche legali aventi per sfera non lo spirito, ma la carne, la vita esteriore, come ad es. la circoncisione, la distinzione dei cibi, l'osservanza di giorni ecc. Galati 4:9-10; 6:12-13, appare all'apostolo tale un sovvertimento dell'ordine naturale, divino delle cose, da fornire la massima prova della stupidità spirituale dei Galati. L'ordine divino quale Paolo lo traccia in 1Corinzi 15:45-46 e quale si scorge anche nella scala ascendente degli esseri creati è questo: prima ciò ch'è psichico, poi ciò ch'è spirituale; prima l'Adamo psichico, poi l'Adamo spirituale. Nell'individuo umano comincia prima la vita psichica degli affetti naturali, poi la vita morale e quindi la vita spirituale quando lo Spirito la crea. Così nello svolgimento del regno di Dio è venuta prima l'economia legale coi riti esterni, colla lettera della legge, poi l'economia dello Spirito che vivifica. Ma i Galati rovesciano l'ordine divino. Hanno principiato collo Spirito, creator di vita interiore, ed ora accennano a voler giungere al compimento, ossia alla perfezione della lor vita cristiana, con osservanze esterne, carnali! Il verbo ( επιτελεισθε) s'intende meglio come medio: «volete finire», che come passivo: «siete perfezionati» (Vulg. Diod.)

4 Avete voi sofferto tante cose invano? Se pure ancora invano.

Due sensi sono stati dati al verbo επαθετε (avete sofferto). Gli uni l'hanno inteso del «fare una esperienza»; così la versione Revel: «Avete voi fatto tante esperienze invano?» e si adduce a conferma il fatto che negli scrittori greci posteriori il verbo vale talvolta «ricevere un trattamento anche buono» e che nel contesto è, questione solo di esperienze religiose fatte, non di sofferenze incontrate dai Galati ed alle quali l'epistola non fa alcuna allusione. Ma se si trattasse di esperienze religiose, siccome il contesto parla in fondo di un'unica esperienza quella delle potenti influenze dello Spirito non si vede bene perchè l'apostolo direbbe: avete voi sperimentato tante cose invano? Sta in fatto, poi, che il verbo πασχω che s'incontra non meno di 42 volte nel N. T. (7 volte nelle epistole paoline), vi ha costantemente il senso di soffrire o persecuzioni, o dolori, o morte ecc. (1Tessalonicesi 2:14; 2Tessalonicesi 1:5 ecc.) e così l'hanno inteso gl'interpreti greci e le antiche versioni. Ci sono ignote, è vero, le sofferenze incontrate dai Galati per la loro fede, come ignote ci sono tante altre cose relative alle chiese di Galazia; ma basta dare un'occhiata alle altre chiese cristiane sorte in terra giudaica od in terra pagana per costatare che tutte hanno dovuto sperimentare l'odio più o meno violento del mondo: quelle di Giudea, di Pisidia di Licaonia, di Macedonia, d'Acaia, dell'Asia proconsolare ecc. Se l'epistola non ne fa esplicitamente menzione, vanno però notate le allusioni contenute in Galati 6:12: «vi costringono a farvi circoncidere soltanto per non esser perseguitati a motivo della croce di Cristo» e Galati 4:29: «come allora quello nato secondo la carne perseguitava... così anche adesso». I cristiani di Galazia non avevano provato soltanto le benefiche influenze dello Spirito in seguito alla loro fede, ma per essa avevano sopportato patimenti di vario genere. Questo rendeva anche più inesplicabile il loro incipiente abbandono del Vangelo, poichè, uno si attiene viepiù saldamente alle convinzioni per cui ha sofferto. Essi erano dunque allora persuasi d'esser nella verità, ed avevano sofferto per Cristo colla ferma speranza d'essere un giorno glorificati con lui. Coll'abbandonare ora la fede nella grazia, venivano a perdere il premio glorioso delle loro sofferenze per essa. Avrebbero così sofferto invano, ossia per nulla. Cfr. 1Corinzi 15:32; 2Corinzi 4:17. L'apostolo, tuttavia, non ha perduto la speranza che i Galati ritornino sulla retta via; teme d'aver lavorato invano per loro, è in grande ansietà Galati 4:11,20; confida nel Signore che non avranno un sentimento diverso dal suo Galati 5:10 e perciò soggiunge qui: se pure è proprio invano... il che non posso credere ancora.

5 Colui dunque che vi somministra lo Spirito ed opera fra voi dei miracoli, lo fa Egli in conseguenza di opere legali, ovvero in conseguenza della predicazion della fede?

Dalle esperienze fatte dai Galati nei primi tempi della loro conversione a Cristo, Paolo viene a quelle che essi fanno tuttora, nel presente. Anche ora lo Spirito è all'opera fra loro; vi sono dei carismi o doni miracolosi distribuiti nelle loro chiese, e fra questi v'è il dono delle opere potenti ( δυναμεις) ossia dei miracoli come sarebbero le guarigioni. 1Corinzi 12:9,28... Dio seguita dunque a somministrare lo Spirito, fonte di tutti quei carismi. La parola greca che rendiamo "somministrare" significava in origine: dirigere un coro e quindi sopperire a tutte le spese occorrenti per il suo funzionamento. Nel greco posteriore è venuta al senso generico di fornire, somministrare. Esempio 2Corinzi 9:10; 2Pietro 1:5. Ora Paolo chiama i Galati a riflettere sul fatto manifesto che i doni dello Spirito, al presente come ai tempi della loro conversione, erano una conseguenza non della pratica di opere legali, ma della predicazione del Vangelo della grazia e della fede ed erano posseduti non da giudaizzanti legalisti, ma da uomini pieni di fede nel Cristo. Un tal fatto di esperienza veniva quindi a confermare la conclusione che scaturiva dalle esperienze del passato: essere cioè, i benefici della salvazione connessi indissolubilmente colla fede in Cristo..

AMMAESTRAMENTI

1. I Galati si sono mostrati insensati; ma i loro imitatori non sono stati rari ed il caso loro contiene un avvertimento per i cristiani di tutti i tempi contro le seduzioni colle quali l'errore ammalia le menti dei credenti.

I Galati erano stati istruiti nella verità da un apostolo, dal principe degli evangelizzatori. E Paolo non aveva lor dato un evangelo monco od adulterato, ma l'evangelo autentico che annunzia Cristo soltanto, che lo presenta non solo come esempio di vita santa, ma lo predica crocifisso per la redenzione nostra, e lo predica con tale chiarezza ed efficacia da evocarne come la viva visione dinanzi al cuore. «Quando la Chiesa, notava Calvino, ha dei pittori come Paolo, essa non ha più bisogno di morte immagini di legno o di pietra, essa non reclama più delle pitture sui muri. Cotali cose sorgono quando i pastori son diventati muti». I Galati avevano creduto con fede entusiastica nell'evangelo della grazia. Cfr. Galati 4:12-17. I Galati avevano in seguito alla lor fede ricevuto lo Spirito Santo; avevano gustato la pace della riconciliazione con Dio, avevano sperimentato le energie d'una vita nuova, erano stati fatti partecipi di doni miracolosi. Più che questo avevano sofferto non poco per la lor fede dai Giudei e dai pagani. Chi non li avrebbe creduti tetragoni contro l'errore e l'apostasia dal Vangelo?

Eppure è tale e tanta la potenza di seduzione dell'errore sulla povera mente umana ch'essi erano in procinto d'abbandonare l'evangelo, di perdere il frutto delle loro sofferenze, di dimenticare le loro più dolci e sante esperienze! Li seduce l'abile confusione di legge e grazia, l'idea di compier da se la loro salvazione, lasciando che Cristo colmi le lor lacune. Non è questa la seduzione che ha ammaliata la Chiesa in genere dopo i primi secoli pieni di fede?

V'è in questo un avvertimento a vigilanza onde non ci lasciamo smuovere dal vangelo della grazia nè dai fanatici dei riti nè dai seguaci della filosofia dell'orgoglio.

V'è pure per conduttori d'anime un invito non solo a predicar con fedeltà il vangelo, non solo a pregare per i credenti, ma a vegliar sulle loro anime, adoperando tutti i mezzi capaci di confermarli nella grazia o di ricondurli ad essa qualora fossero tentati di abbandonarla.

2. Paolo si appella all'esperienza religiosa dei credenti per confermarli nella verità evangelica. Farà più oltre appello alle Scritture; ma l'esperienza consta di fatti innegabili, svoltisi nel nostro foro intimo e di cui siamo pienamente consci; essa può quindi, a ragione, ritenersi uno dei principali mezzi di stabilire la verità del vangelo. Gesù stesso ha insegnato che l'albero si riconosce dal suo frutto.

Ora, è un fatto d'esperienza stabilito sempre più fermamente dalla storia di 19 secoli, che le più dolci esperienze della pace del perdono, i più potenti effluvii di vita nuova prodotti dallo Spirito, i grandi rinnovamenti religiosi individuali e collettivi non sono stati il frutto della predicazione di un freddo deismo, di una bella morale, di un vangelo annacquato, o mutilato, ma sono stati connessi intimamente colla predicazione del Vangelo della grazia, del Vangelo che ha per centro il sacrificio, espiatorio della croce e la fede in esso. Lo provano le esperienze di cristiani cospicui come un Paolo, un Agostino, un Lutero ecc.; ma lo provano più generalmente tutti i grandi risvegli di vita religiosa sana, come quello dei tempi apostolici, quello della Riforma, quelli promossi da Wesley e Whitefield, da Spener, da Zinzendorf, quelli del principio del secolo XIX e quelli più recenti che hanno accompagnato la predicazione di un Moody o di un Evan Roberts. Nè lo stabiliscono meno irrefragabilmente i miracolosi rinnovamenti che il Vangelo della croce ha determinati fra i popoli pagani, dovunque è stato proclamato fedelmente dagli ambasciatori di Cristo.

6 2) Galati 3:6-14. L'insegnamento delle Scritture

La risposta alle domande incalzanti rivolte ai Galati in Galati 3:1-5 non poteva esser dubbia. Era in conseguenza, non di opere legali, ma della lor fede, ch'essi avevano ricevuto lo Spirito. Or questa loro esperienza non era un fenomeno isolato ma rispondeva al piano di Dio rivelato già, almeno in parte, nelle Scritture dell'Ant. Test. E l'apostolo reca infatti diverse dichiarazioni scritturali, tolte tanto dalla Legge che dai Profeti, dalle quali appare che la benedizione per eccellenza promessa ad Abramo, il favor di Dio, è assicurato a chi lo cerca per la via della fede non delle opere legali.

a) Una prima dichiarazione concerne Abramo ed è tolta da Genesi 15:16.

Siccome Abramo «credette a Dio e ciò gli fu imputato a giustizia», dovete da questo riconoscere che quelli che son della fede sono figli d'Abramo.

La posizione d'Abramo qual padre ad un tempo carnale e spirituale del popolo eletto presta al suo esempio un'alta importanza, un valore normativo. Perciò Paolo se ne vale tanto nell'epistola ai Galati come in quella ai Romani per stabilire la dottrina della giustificazione per grazia mediante la fede. La promessa di Genesi 15 invita Abramo a non temere, a riguardare a Dio come suo scudo e sua ricompensa, e gli assicura un erede nato da lui. La Scrittura quindi aggiunge: «Abramo ebbe fiducia in Dio e questa sua fiducia gli fu contata come giustizia» cioè come osservanza della volontà di Dio e ciò per atto di sovrana grazia. Ma il procedere di Dio relativamente ad Abramo era destinato ad insegnare alle venture generazioni il solo mezzo possibile di assicurarsi la grazia di Dio.

7 Il siccome Abramo si connette da alcuni alla frase precedente: «È per fede così come Abramo ebbe anch'egli a sperimentare quando...» Secondo altri, e con maggior ragione, va connesso con quel che segue nel v. 7. Diodati tradusse il verbo γινωσκετε (conoscete) come indicativo: «Voi sapete pure...» I Galati però avevano bisogno che questa verità fosse loro inculcata appunto come Paolo si accinge a fare. Perciò è preferibile tradurlo come imperativo: Imparate dunque da questo che quei che son della fede cioè che si schierano dalla parte della fede e non delle opere legali, quelli sono figli di Abramo, figli nel senso più vero e più profondo, non discendenti carnali soltanto, ma imitatori della fede d'Abramo ch'è il padre spirituale dei credenti. Cfr. Romani 4; Giovanni 8:39.

8 b) La Scrittura non si limita a riferire come fu giustificato Abramo; essa contiene, in una seconda dichiarazione riportata da Paolo, l'esplicito annunzio che in lui sarebbero benedetti non solo gli imitatori della sua fede tra i suoi discendenti, ma "tutte le genti" o ancora "tutte le tribù della terra" Genesi 18:18; 12:3.

Anzi, la Scrittura prevedendo che Dio giustificherebbe i Gentili mediante la fede, diede anticipatamente ad Abramo questo lieto annunzio: «In te saranno benedette tutte le genti».

La Scrittura è qui personificata come in altri luoghi: essa prevede, parla ecc. Chi prevede e parla, in realtà, è Dio per mezzo delle Scritture da lui ispirate. Fin dai tempi d'Abramo, Dio al quale son note ab eterno tutte l'opere sue, Dio che ha fin dall'eternità stabilito il piano della salvazione, dichiara nell'esempio del patriarca e nello promesse a lui fatte, quel ch'Egli ha in animo di fare verso le genti nell'epoca messianica. E questo è chiamato un evangelo anticipato ossia una buona e lieta novella annunziante grazia agli uomini tutti. Come mai dovevano le genti esser benedette in Abramo? Certo lo dovevano essere in quanto che Abramo era l'antenato del Messia ch'è la "sua progenie" per eccellenza; ma non è questa l'idea che Paolo pone qui in risalto. Dovevano esser benedette in lui, in quanto egli è, il prototipo, il modello di coloro ai quali è assicurata la grazia divina. In lui, come in una lezione vivente, imparerebbero le genti che Dio giustifica l'uomo in base alla sua fede non in base alle sue opere legali. Nei Romani l'apostolo farà notare che Abramo credette quando era ancora incirconciso, onde servisse di esempio anche agli incirconcisi.

9 Talchè quelli che son della fede sono benedetti col credente Abramo.

Chi si giova della lezione e crede nelle promesse di Dio ha parte, chiunque egli sia, alla benedizione divina con Abramo che credette.

10 c) Sulla via della legge che cosa si trova? Ben lungi dal trovarvi la benedizione vi s'incontra la maledizione, a meno che uno sia in grado di osservar la legge a perfezione. Questo risulta da una terza dichiarazione della Scrittura riportata qui da Paolo.

Perchè, quanti sono dell'opere della legge,

quanti si attengono alle opere legali e fanno dipendere dalla pratica della legge la loro salvazione,

sono sotto maledizione. Infatti sta scritto: «Maledetto è chiunque non persevera in tutte le cose scritte nel libro della legge, per farle».

Esser sotto maledizione vale esser colpito da sentenza di maledizione pronunziata dal giusto e santo Iddio. Non dice soltanto che saranno in avvenire, ma che sono fin d'ora sottoposti a siffatta sentenza, perchè trasgressori. Gesù ebbe a dire: «Chi rifiuta di credere nel Figliuolo, non vedrà la vita, ma l'ira di Dio resta sopra lui» Giovanni 3:36. Paolo assume come fatto riconosciuto che non c'è nessuno che osservi tutte le cose prescritte dalla legge. Nell'Epistola ai Romani egli recherà nei capp. Romani 1-3 le prove di fatto e le prove scritturali che tanto i Giudei quanto i pagani sono trasgressori della legge talchè «non v'è alcun giusto, neppure uno»; e nel cap. Romani 7, descriverà la propria dolorosa esperienza di colpa e d'impotenza morale dinanzi alla legge santa. L'uomo dunque che conta sulla legge per la propria giustificazione, riceve dalla legge stessa la terribile risposta: Maledetto è (o: sia) chiunque non osserva la legge in modo completo e continuo. E chi è che l'ha osservata e l'osserva così? La dichiarazione citata è tratta dal Deuteronomio 27:26 com'è resa dalla LXX, salvochè la LXX porta: in tutte le parole di questa legge... L'ebraico non ha il chiunque e, il tutte che sono però impliciti in quella dichiarazione, tanto che il primo si trova nella Siriaca e il secondo nel Pentateuco samaritano. Si tratta qui della sentenza finale che riassumeva le maledizioni proclamate sul monte Ebal sopra chi trasgredirebbe questo o quel comandamento. Non potendo enumerarsi tutti i casi, la parola finale include ogni trasgressore e ogni trasgressione.

11 d) Sulla via della legge c'è maledizione e morte; è una via chiusa ai peccatori; quale via resta dunque aperta a chi cerca la benedizione e la vita? Paolo ha già risposto additando la via seguita da Abramo e aperta a chiunque imita l'esempio di lui; egli risponde ancora qui recando una quarta dichiarazione della Scrittura, tolta questa volta dai profeti e da cui risulta che soltanto la via della fede resta aperta.

Ora che per la legge niuno sia giustificato presso Dio, è cosa evidente, poichè, «Il giusto viverà per fede».

Qualunque possa essere l'opinione degli uomini o quella del peccatore stesso sopra di se, dinanzi a Dio il cui giudicio è il solo verace e valevole, nessuno può essere tenuto per giusto. Cfr. Luca 16:15-16. Anche l'Antico Testamento insegnava di già questa verità quando in Habacuc 2:4 dichiarava che «il giusto viverà per fede», non per la sua ubbidienza alla legge, che è cosa insussistente. Nel passo di Habacuc citato pure in Romani 1:17; Ebrei 10:38 è annunziata la distruzione dei superbi Caldei oppressori di popoli; ma, soggiunge il Signore, il giusto, cioè, nel senso immediato, il pio Israelita, "viverà per la sua fede" (così l'ebraico), vale a dire per il suo fiducioso e costante attaccamento a Geova ed alle sue misericordiose promesse. Un tale principio è valido e normativo per tutti i tempi e per tutti gli uomini. La fede nella grazia divina è la condizione unica per aver la vita nel senso più profondo e più vasto: vita di pace con Dio poichè chi è perdonato non ha più da temere la condanna, vita di santità e di amore poichè chi è unito per fede a Cristo è rinnovato nel suo cuore e riceve le energie dello Spirito. Qui come in Romani 1:17 alcuni traducono: «Il giusto per fede, vivrà»; ma siccome nel nostro passo il «vivere per fede» è contrapposto all'esser «giustificato per la legge» e al «vivere per opere fatte» del Galati 3:12, è da preferire la traduzione ordinaria, tanto più ch'essa è conforme all'ebraico.

12 Ma la legge non ha che fare colla fede, anzi essa dice: «Chi avrà fatto quelle cose, vivrà per mezzo di esse».

Legge e fede considerati come vie di giustificazione, si escludono a vicenda (Romani 4: 4-5; 11:6 e cfr. Galati 3:18). Quando la Scrittura dichiara che il giusto viverà per fede, esclude necessariamente ch'egli possa aver la vita in virtù delle opere della legge, poichè legge e fede procedono su basi affatto diverse. La legge, dice letteralmente Paolo, «non è di fede» ( εκ πιστεως), non ha per principio la fede, non la contempla, non ha che fare con essa; anzi procede unicamente sulla base del fare, cioè non tiene conto che della pratica dei comandamenti. A chi li osserva è promessa la vita; e chi non li osserva è sotto sentenza di maledizione. Il passo citato è tolto da Levitico 18:5.

13 e) Questa maledizione come potrà esser tolta e come sarà aperto l'adito alla benedizione? Come mai sarà data soddisfazione alle giuste esigenze della legge? Come potrà Iddio essere ad un tempo giusto e giustificare il peccatore? Anche l'A.T. non riteneva i sacrificii animali quale espiazione adeguata del peccato e preannunziava una vittima espiatoria perfetta Isaia 53. In Romani 3:21-26 l'apostolo mostrerà che il segreto della conciliazione tra la legge che condanna e la grazia che giustifica sta nel sacrificio espiatorio di Cristo. «Tutti hanno peccato... e son giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù,. il quale Dio ha prestabilito come sacrifizio propiziatorio mediante la fede nel suo sangue, per dimostrar la sua giustizia...» Nel nostro passo, pur servendosi di altre espressioni egli non da alle domande suaccennate una risposta diversa. D'altronde, il mezzo col quale è stata levata la maledizione i Galati non l'ignorano, poichè Cristo crocifisso è stato loro chiaramente annunziato. Perciò, ex-abrupto, e valendosi anche di una quinta dichiarazione della Scrittura, egli proclama un'altra volta che Cristo colla sua ignominiosa morte in croce è quel che ha tolta la maledizione della legge e aperto a tutti l'adito alla benedizione promessa.

Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge col divenire per noi maledizione (poichè è scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno»), affinchè la benedizione di Abramo giungesse alle genti in Cristo Gesù, affinchè ricevessimo, per mezzo della fede, la promessa dello Spirito.

Il verbo riscattare ( εξαγοραζω) s'incontra anche in Galati 4:5; Efesini 5:16; Colossesi 4:5. Senza la prep. da ( εκ) troviamo 1Corinzi 6:20; 7:23; 2Pietro 2:1; Apocalisse 5:9: «Foste comprati a prezzo»... «Sei stato immolato ed hai comprati a Dio. col tuo sangue, gente d'ogni tribù...». Il verbo è usato spesso dagli scrittori greci col significato di riscattare una persona dalla schiavitù mediante il pagamento d'un prezzo di riscatto ( λυτρον). Il dominio dal quale Cristo ci ha liberati è quello della sentenza di maledizione pronunziata dalla legge. Il prezzo pagato da Cristo per il riscatto è la sua morte in croce, colla quale ha portato, egli innocente, la maledizione incorsa dai peccatori. Egli è divenuto per noi maledizione col prendere volontariamente su di se la maledizione da noi meritata. Si confrontino le espressioni analoghe: Isaia 53:5 «Egli è stato trafitto per i nostri peccati, fiaccato per le nostre iniquità; la punizione che assicura pace a noi è caduta su di lui...»; 2Corinzi 5:21 «Colui che non ha conosciuto peccato, Dio L'ha fatto peccato per noi, affinchè noi divenissimo giustizia di Dio in lui»; 1Pietro 2:24 «Ha portato egli stesso i nostri peccati nel suo corpo sul legno...» Nel Levitico 16 abbiamo il duplice simbolo del becco immolato e del becco carico dei peccati del popolo e cacciato via nel deserto. Il genere di morte del Cristo, cioè la crocifissione, andava connesso con l'idea di maledizione perchè la legge pronunciava maledetto chiunque fosse appeso al legno. Questo si legge Deuteronomio 21:23 ove si ordina che il delinquente lapidato e poi esposto alla pubblica ignominia sopra un palo, non debba esservi lasciato nella notte perchè è oggetto di maledizione divina ed il paese non dev'esser contaminato da quel cadavere appeso. Or Cristo morì sul legno ed ivi restò appeso finche non fu sepolto da persone pietose. Quindi anche nel modo della sua morte egli fu, secondo la legge, oggetto di maledizione.

14 Col suo sacrificio Cristo ha riscattato dalla maledizione della legge mosaica quelli che erano sottoposti a quella legge; ma ha del pari riscattato dalla condanna meritata gli altri uomini posti sotto la legge morale della coscienza e da essa dichiarati colpevoli. Se i Gentili si abbandonano con fede al Salvator del mondo essi hanno parte alla benedizione promessa agli imitatori del credente Abramo; quella benedizione si estende a loro in Cristo Gesù, ed essi col perdono ricevono la promessa dello Spirito ch'è quanto dire: lo Spirito ch'era oggetto principale della promessa divina. I profeti avevano annunziato che l'economia messianica sarebbe caratterizzata dallo Spirito sparso su tutti i membri del popolo di Dio, sparso nei cuori per rinnovarli a vita nuova e scrivervi la legge divina. Cfr. Gioele 2; Ezechiele 36-37; Geremia 31:31... L'ultima parte della epistola mostrerà che i credenti vivono per mezzo dello Spirito e devono camminar secondo lo Spirito. Di tutti i benefizi della salvazione i Gentili al par dei Giudei diventano partecipi non per mezzo dell'osservanza di una data legge ma per mezzo della fede, condizione questa ch'è ugualmente accessibile a tutti, che non è di natura esterna, ma ha le sue radici nelle profondità dell'essere morale.

AMMAESTRAMENTI

1. Dalle Scritture Paolo trae tesori d'insegnamenti perchè le ha investigate, in tutte le loro parti, alla luce di Cristo e del suo Spirito. Il ministro del Vangelo che vuol conoscere a fondo la verità, saperla esporre, difendere ed illustrare con effìcacia deve imitar l'esempio dell'apostolo nell'investigare assiduamente il documento della Rivelazione dell'Antico e del Nuovo Patto, sotto la guida dello Spirito.

2. La base del piano divino della salvazione è fin dal principio, anzi fin dell'eternità, la misericordia di Dio per le sue creature; non per gli uomini d'un popolo solamente ma per tutti gli uomini della terra. Però, il modo in cui Dio intendeva manifestare l'amor suo per gli uomini non fu rivelato se non gradualmente nel corso delle antiche età ed è apparso con piena chiarezza soltanto colla incarnazione del Figliuol di Dio. Ai nostri primi progenitori fu annunziato solo che la vittoria di Satana sull'uomo non sarebbe cosa definitiva; ad Abramo l'amor di Dio si rivela con svariate promesse di benedizione per lui, per la sua progenie e, mediante questa, per tutte le famiglie della terra. La fede d'Abramo afferra le promesse e vi si abbandona senza conoscer esattamente tutto quello che implicano; ma Dio gli conta questa fede come giustizia e lo tratta come suo amico. In Cristo e nell'opera sua, la grazia di Dio verso i peccatori è stata rivelata pienamente, ma la condizione per aver parte alla salvazione è sempre la stessa, cioè la fede che si appropria la grazia offerta in Cristo. La rivelazione più completa dell'amor di Dio dovrebbe svegliar nei cuori una fede più gagliarda: oppure in molti casi gli uomini che godettero di minor luce ci appaiono come giganti in fede, che coprono di confusione la nostra incredulità.

3. L'illusione tanto cara all'orgoglio dell'uomo di potersi salvare coi propri mezzi, coi propri sforzi verso il bene, si fonda sopra tre nozioni errate. Anzi tutto una nozione troppo imperfetta e quindi errata del carattere di Dio. Si parla della sua bontà, ma si lascia nell'ombra la sua santità che odia il male e la sua giustizia che lo punisce. Ora una bontà disgiunta dalla santità diventa debolezza e connivenza col male. Un tal Dio la coscienza non lo potrebbe più adorare. La Bibbia che rivela l'amor di Dio come nessun altro libro, ne mette pure in luce la santità e la giustizia.

L'illusione si fonda in secondo luogo su di una nozione superficiale di quel che la legge di Dio; scritta sulle tavole di pietra o scritta nella coscienza esige. Essa è obbligatoria, non in qualche punto soltanto, ma in tutta la sua estensione ed abbraccia i sentimenti, i pensieri, le parole e le azioni, abbraccia i doveri verso Dio, verso il prossimo e verso noi stessi. Essa richiede non una ubbidienza esterna ed intermittente, ma una ubbidienza perfetta e costante di tutti i suoi comandamenti.

L'illusione di chi si fida nella propria giustizia riposa da ultimo sopra una errata conoscenza di se medesimo. L'uomo che dinanzi allo specchio della legge e delle sue esigenze non riconosco il suo stato di peccato e d'impotenza morale non può essere che cieco. Basterà che lo Spirito metta il dito sopra una delle sue piaghe come fece con Saulo ricordandogli il «non concupire» e, convinto di peccato, considererà la sua protesa giustizia come un panno lordato. Egli ne farà getto e accetterà con cuor riconoscente la giustizia di Cristo.

4. Cristo è divenuto maledizione per noi. Osserva lo Schmoller che siamo qui in presenza del gran mistero dell'espiazione e non possiamo, per renderlo più intelligibile, attenuare il fatto, ma dobbiamo prender le parole come stanno senza falsarne il senso con artifizi d'interpretazione. Se il nostro riscatto dalla maledizione della legge è cosa reale e non illusoria, Cristo ha portato realmente la maledizione divina che pesava sui trasgressori. Certo non è da accogliere l'idea che Dio sia stato adirato con lui cosa moralmente impossibile e contradetta da Paolo stesso quando dice di Cristo che il suo fu un sacrificio di «odor soave a Dio» Efesini 5:2. Ma egli ha portata l'ira col morire, poichè la morte è il salario del peccato; l'ha portata in quanto che, anche per il modo l'essere appeso al legno la sua morte, fu quella dei malfattori maledetti. E ci furon nella sua agonia delle ore di tenebre misteriose in cui il Figlio portante la maledizione nostra ne provò l'orrore allorchè si sentì come abbandonato da Dio. Egli era ivi il nostro sostituto volontario che per redimerci dalla maledizione la portava in vece nostra. Nel sacrificio del nuovo Adamo, del giusto perfetto, dell'uomo-Dio per espiare i peccati, i simboli esibiti nei sacrifici dell'antico Patto hanno trovato la loro realtà perfetta ed eterna (Cfr. Epist. agli Ebrei). Nel sacrificio di Cristo han trovato soddisfazione adeguata la legge e la giustizia di Dio talchè, secondo la parola di Paolo Romani 3 Dio può esser giusto e giustificante colui che crede in Gesù.

L'orgoglio della mente e del cuore umano hanno in tutti i tempi trovato intoppo nella croce di Cristo; ma la Chiesa dei salvati ha celebrato in tutti i tempi il sacrifizio espiatorio di Cristo come la fonte della sua pace con Dio e delle sue eterne speranze, tanto nella S. Cena come nelle sue preghiere e nei suoi inni. Essa ha proclamato e proclama tuttora che nell'appropriarsi per fede il sacrificio della croce trovano soddisfazione i più profondi bisogni della coscienza: «la carne di Cristo è, per lei, veramente cibo e il suo sangue è veramente bevanda».

15 

Sezione B. Galati 3:15-4:7

L'UFFICIO SUBORDINATO DELLA LEGGE FINO ALLA VENUTA DI CRISTO

L'apostolo ha mostrato coll'esperienza religiosa stessa dei Galati e coll'insegnamento della Scrittura che i beni della salvazione sono assicurati alla fede, non ad una osservanza della legge di cui è incapace la nostra natura viziata. Ma qui dovevano affacciarsi ai Giudei ed anche agli etnici, come s'erano affacciate a Paolo, talune difficoltà che andavano risolute. La legge mosaica, data dopo le promesse ai patriarchi, non annullava essa quelle promesse o non modificava le condizioni per godere della benedizione promessa? E se la legge non assicurava il favore di Dio, qual era il suo ufficio? A queste domande importanti nella discussione coi giudaizzanti, Paolo si accinge a rispondere in questa sezione, perchè egli ben comprende che finchè cotali questioni non siano risolute, i giudaizzanti potranno sempre valersi del fatto della divina istituzione della legge per sostenere che anche i cristiani hanno l'obbligo di osservarla. Anni dopo, l'Epistola agli Ebrei combatterà la tentazione dei Giudeo-cristiani di tornar sotto la legge, col mostrare come, in Cristo, le ombre e i simboli della legge hanno trovato la loro realtà. L'apostolo svolge qui le tre idee seguenti:

l. Galati 3:15-18: La legge venuta 430 anni dopo, non annulla la promessa fondata sulla grazia.

2. Galati 3:19-22: La legge data ad Israele per mezzo di Mosè è stata aggiunta per rivelare il peccato, non già per dare la vita.

3. Galati 3:23- 4:7: L'ufficio della legge rispetto al popolo di Dio prima della venuta di Cristo è stato quello del pedagogo verso i fanciulli o quello dei tutori verso gli eredi minorenni. Ma raggiunta in Cristo la emancipazione e l'età maggiore, cessa l'ufficio del pedagogo e del tutore.

1). Galati 3:15-18. La Legge non annulla la Promessa

Fratelli, io parlo secondo le usanze umane, un patto, benchè sia un patto d'uomo, una volta ch'è validamente concluso, nessuno l'annulla o vi aggiunge alcuna cosa.

La formula: io parlo secondo l'uomo significa talvolta: "io parlo alla maniera degli uomini"; qui piuttosto: parlo secondo gli usi umani in materia di contratti o di disposizioni di volontà. La parola che rendiamo patto ( διαθηκη, Cfr. Nota Ebrei 7:22) è l'equivalente dell'ebraico berith nella versione dei LXX; nei passi della Genesi cui è fatta allusione nel contesto si parla del patto di Dio con Abramo; nel cap. Galati 4 dell'Epistola Paolo parlerà dei due Patti; e nel N. T., salvo Ebrei 9:15-17, significa sempre patto. Altri però traduce qui: "disposizione" applicandolo ad una disposizione testamentaria. Per l'argomento che l'apostolo sta svolgendo, la cosa non ha importanza. Si tratti di un patto o di una disposizione di ultima volontà, vi sono certe norme da osservare onde il patto sia reso legalmente valido. Ma una volta concluso in quelle debite forme, esso resta inviolabile: nessuno lo può annullare o modificare con delle aggiunte. Ora se così è quando trattasi di patti umani debitamente fermati, quanto più allorchè trattasi di un patto o di una promessa divina. E Paolo prosegue ricordando i termini della promessa divina per mostrare ch'essa non riguardava soltanto il patriarca individualmente, ma la sua posterità; e, nel suo senso più profondo, la promessa non si riferiva alla posterità carnale ma a quella spirituale, a quella che ha il suo centro in Cristo, che forma una stessa cosa col Cristo il quale è, per eccellenza, la posterità in cui dovevano esser benedette tutto le nazioni della terra.

16 Or le promesse furon fatte ad Abramo ed «alla progenie» di lui. Non dice: «ed alle progenie» come parlando di molte, ma come parlando d'una sola: «ed alla tua progenie», ch'è Cristo.

Il plurale le promesse si spiega col fatto che la promessa riveste diversi aspetti e fu ripetuta molte volte ad Abramo, ad Isacco ed a Giacobbe. L'espressione particolare cui Paolo si riferisce qui s'incontra in Genesi 12:7; 13:15; 17:7-8; 24:7. È chiaro che Paolo non si limita al senso esterno delle promesse. Egli vede nella eredità materiale di Canaan promessa alla posterità d'Abramo un simbolo ed un pegno dei beni superiori della salvazione, un simbolo della Canaan celeste ove sarà compiuto il regno messianico. Gesù stesso dice: «Beati i mansueti, poichè "erederanno la terra"» e cfr. Ebrei 4 il "riposo che resta al popolo di Dio", Ebrei 11 "la patria celeste", "la città che ha i fondamenti" ecc. Non pochi interpreti hanno veduto nel ragionamento che Paolo fa sull'uso del singolare progenie o seme ( σπερμα) un saggio dell'esegesi rabbinica imparata da lui nelle scuole di Gerusalemme. Secondo Gerolamo Paolo si è adattato qui al modo di ragionare degli stolti Galati: «Galatis... factus est stultus». «Caro fratello Paolo, esclama Lutero, il tuo ragionamento non va». Essi notano che tanto il greco sperma come l'ebraico zerah non si usano al plurale, salvo quando il primo designa i chicchi della semenza 1Samuele 6:15. Notano che il singolare ha di solito, per non dir sempre, senso collettivo e infatti nella Genesi si applica alla discendenza di Abramo. Per conseguenza, non c'è da trarre dall'uso del singolare la conseguenza che Paolo ne trae.

Altri esegeti però fanno osservare che il dare delle dotte lezioni di greco e d'ebraico a Paolo è cosa semplicemente ridicola, poichè egli conosceva le due lingue meglio di noi e non ignorava il senso collettivo di progenie giacchè in Galati 3:29, gli da quel significato; e così in Romani 4:16-18; 9:7-8. Il Godet nota inoltre che nessun passo del Talmud autorizza l'applicazione di zerah (progenie) ad un individuo, avendo quivi la parola il suo senso collettivo. La ragione vera della esegesi paolina non va dunque cercata in un residuo di vecchio rabbinismo, ma piuttosto in una intuizione mistica più profonda e spirituale di quanto era implicato nelle antiche promesse. Nel loro senso più alto, il senso messianico, le promesse non sono assicurate a tutti gli individui discesi in via naturale da Abramo; il nome collettivo progenie accenna ad una unità organica ch'è unità di spirito, non di sangue. La posterità vera d'Abramo è uno stesso spirito con lui nella fede alle promesse, nella unione con Cristo. Anche la Genesi escludeva di già i discendenti di Agar e di Ketura, quando diceva: «In Isacco ti sarà nominata progenie». L'Israele di Dio è il popolo dei credenti. Qui Paolo dice addirittura che «la progenie» vera d'Abramo cui sono assicurate le promesse è Cristo, cioè Cristo non come individuo isolato, ma Cristo considerato come il capo del suo Corpo ch'è la Chiesa degli eletti, Cristo considerato come il Nuovo Adamo, come includente tutti quelli che a lui sono uniti per fede. È questo il concetto che l'apostolo esprime a Galati 3:29: «Voi tutti siete un sol uomo ( ἑις) in Cristo Gesù: e se siete di Cristo, siete dunque progenie d'Abramo». È in Cristo che si adempie appieno la missione salutare d'Israele.

17 Or questo io dico: Un patto prima debitamente stabilito da Dio, la legge venuta quattrocento trent'anni dopo non l'invalida così da annullare la promessa.

Dopo aver definita la portata lontana della promessa, Paolo prosegue il ragionamento col quale mira a stabilirne l'immutabilità. Il patto è quello di Dio con Abramo. La cifra dei 430 anni trascorsi tra la promessa patriarcale e la legge del Sinai offre una difficoltà cronologica la quale non tocca però in alcuna guisa l'argomento svolto dall'apostolo. Sembra presa da Esodo 12:40 ove indica la durata del soggiorno degli Israeliti in Egitto. Anche in Genesi 15:13 quel periodo è fissato in cifra tonda a 400 anni. Ma se si dovesse proprio far capo dalle prime rivelazioni ad Abramo, al periodo del soggiorno egizio sarebbero da aggiungere un 200 anni rappresentanti il soggiorno in Canaan di Abramo, Isacco e Giacobbe prima della discesa in Egitto. Può darsi però che Paolo consideri qui l'epoca patriarcale, l'epoca delle promesse ripetute, come un tutto indivisibile. Altri crede che l'apostolo abbia seguito il testo della LXX e del Pentateuco samaritano ove si legge Esodo 12:40: «Il soggiorno dei figli d'Israele nel paese d'Egitto e nel paese di Canaan fu di 430 anni».

18 Se la legge venuta centinaia d'anni dopo invalidasse il patto, cosa che non è possibile, la promessa resterebbe senza valore.

Poichè ne l'eredità viene dalla legge,

dipende cioè dall'osservanza della legge mosaica,

non viene più dalla promessa

non dipende più dalla libera e graziosa promessa di Dio.

Ora ad Abramo Dio ne fece dono con una promessa.

È questo un fatto incontrastabile. Ora, Dio nel dare la legge non ha potuto contraddire e rinnegare so stesso e le sue promesse ad Abramo. La legge dunque non può avere avuto per fine d'invalidare la promessa divina. Uno scopo l'ebbe e quale esso fosse, Paolo dirà nelle parole seguenti.

19 2) Galati 3:19-22. La legge aggiunta per rivelare il peccato, non per dar la vita

Cos'è dunque la legge?

Se essa non sostituisce nè modifica la promessa, qual parte rappresenta ella nello svolgimento del piano di Dio? Qual è il suo ufficio? Non basta l'aver stabilito quello ch'essa non fa, bisogna pur render ragione della funzione positiva che l'è assegnata dal suo Autore. Secondo i giudaizzanti, se la legge non serviva alla giustificazione dell'uomo ella era inutile; ma ciascuna cosa ha il suo proprio ufficio nel piano di Dio e quello della legge era ufficio subordinato, preparatorio e quindi transitorio.

Essa è stata aggiunta a motivo delle trasgressioni, finchè fosse venuta la progenie a cui è stata fatta la promessa.

Aggiunta, s'intende: alla promessa data secoli prima, non per invalidarla, ma per prepararne il compimento. L'espressione: a motivo delle trasgressioni si spiega da alcuni: per far argine alle trasgressioni, per punirle: ma trattandosi qui dell'ufficio preparatorio della legge prima dell'avvento del Cristo, dobbiam pensare piuttosto al concetto svolto da Paolo nell'Ep. ai Romani, secondo il quale la legge, lungi dal fare argine al peccato, ne ha provocato e moltiplicato le manifestazioni sotto la forma definita di trasgressione di ordini positivi. «Ove non è legge, non c'è neppure trasgressione». «Per mezzo della legge si ha la esatta conoscenza del peccato» (Romani 4:15; 3:20; Cfr. Galati 7:7,13; 5:20). La legge è lo specchio che rivela all'uomo le brutture della sua vita morale. Essa è una medicina diagnostica, destinata a mettere in luce la natura del male, ma non è il rimedio curativo di esso. Il suo ufficio è temporaneo e dura finchè sia venuto Colui nel quale si adempion le promesse, colui nel quale i credenti son fatti partecipi della giustificazione per grazia, e del dono dello Spirito. Venuto il Cristo cessa l'ufficio preparatorio della legge.

20 Ed è stata promulgata per mezzo d'angeli, per mano d'un mediatore. Or il mediatore non lo è di un solo; ma Dio è solo.

Le due circostanze speciali che hanno caratterizzato la promulgazione della legge sinaitica sono qui mentovate allo scopo di porre in rilievo l'inferiorità, della legge di fronte alla Promessa. Dio è il vero autore della legge, ma nel promulgarla si è servito del ministerio di creature come sono gli angeli e gli uomini. L'intervento degli angeli nella promulgazione della legge al Sinai si fonda su Deuteronomio 33:2 che nella LXX corre così: «Alla, sua destra, degli angeli con lui». Nel N.T. si legge in Atti 7:53: «Avete ricevuta la legge promulgata dagli angeli e non l'avete osservata» ed in Ebrei 2:2: «Se la parola pronunziata per mezzo d'angeli fa ferma...». Nell'Esodo non abbiamo indicazione esplicita di un intervento d'angeli: solo si parla dell'Angelo di Dio che dovea guidare e proteggere il popolo Esodo 23:20-23. Alla presenza degli angeli sarebbero da attribuire i fenomeni straordinari che segnalarono la promulgazione della legge: «Dio fa dei venti i suoi messaggeri, delle fiamme del fuoco i suoi servitori» Salmi 104:4. Qui però l'istrumentalità angelica di cui Dio si servì nel promulgar la legge, caratterizza questa come avente un ufficio subordinato alla promessa che emanò da Dio solo e direttamente. Il mediatore umano per mezzo di cui Dio diede la legge ad Israele è Mosè. Egli è Esodo 19 accreditato come tale presso il popolo e ripetutamente sale sul Sinai come rappresentante del popolo e ne discende per riferir la parola di Dio. Egli stesso descrive il suo ufficio come quello d'un mediatore in Deuteronomio 5:2-5. Il perchè l'intervento degli angeli e la mediazione d'un uomo nella promulgazione della legge costituisca per essa una inferiorità, l'apostolo lo accenna in una frase concisa che ricordava probabilmente ai Galati gli insegnamenti orali dati in proposito da Paolo. La concisione però della frase ha dato luogo ad una moltitudine d'interpretazioni. Nel 1821 Winer ne contava 250 tenendo conto delle sfumature e Jowett più tardi ne portava il numero a 430. Il metodo esegetico più severo dei tempi moderni ha ridotto di molto quella fioritura e sono abbandonate le spiegazioni patristiche le quali vedevano nel mediatore il Cristo, secondo 1Timoteo 2:5; Ebrei 9:15. L'idea non ha che fare col contesto ove Cristo è, «la progenie cui sono state fatte le promesse». Dicendo: il mediatore non lo è di un solo Paolo non intende parlare di un mediatore speciale, Mosè o Cristo, ma del mediatore in genere che ha per ufficio non di rappresentare una sola parte, ma d'intervenire (ανα μεσον ισταναι ) tra due parti rappresentando alternativamente una di esso presso l'altra. L'esser mediatore di uno solo non è quindi contrapposto all'esser mediatore o rappresentante di molti, uomini od angeli, ma è contrapposto semplicemente all'esser mediatore tra due parti. Ma Dio è uno solo o più breve: è solo. Nel dare la promessa Dio ha agito nell'esercizio della sua assoluta libertà e sovranità, senza intervento di mediatori d'alcuna specie. Questo dà alla promessa fatta ad Abramo ed alla sua progenie ch'è Cristo Galati 3:16 un carattere più solenne, più assoluto, più permanente. Non è un qualcosa di condizionato, di possibile soltanto sotto date circostanze; la promessa della salvazione al Nuovo Adamo è l'espressione del piano eterno e sovrano di Dio. Invece il patto legale fu stabilito mediante una duplice mediazione di creature, stabilito con un popolo speciale, sotto speciali condizioni impossibili ad, osservarsi data l'inclinazione dell'uomo al male. Nota il Reuss: «Chi dice mediatore dice due parti contraenti, per conseguenza due volontà che, pure unendosi momentaneamente, possono talvolta contraddirsi. Una legge promulgata per via di mediazione è dunque sempre qualcosa di incerto, d'imperfetto, mentre la promessa emanata da Dio solo, avente la di lui volontà qual fonte unica e garanzia, è senza paragone più sicura e più alta. In nessun caso può la legge esser superiore alle promesse; il suo fine è un fine secondario». Anche l'Ep. agli Ebrei fa notare come nel far la promessa e nell'istituire il sacerdozio del N. Patto, Dio abbia proceduto con la massima solennità, facendo intervenite il giuramento Ebrei 6:13-18; 7:20-22. Se si obietta che anche l'Evangelo è stato promulgato da un Mediatore, si può rispondere che il mediatore del nuovo Patto (che qui figura sotto altro aspetto) non è un semplice uomo ma è il Figliuol di Dio, lo splendore della gloria di Dio (Cfr. Ebrei 1;2;9); che il mediatore del nuovo Patto non è soltanto il promulgatore della pace, ma egli stesso è la nostra pace, com'egli è la via vivente che mena al Padre.

21 La legge è ella dunque contraria alle promesse di Dio? Così non sia. Infatti se fosse stata data una legge capace di dar la vita, la giustizia verrebbe davvero dalla legge.

Lipsius esprime il nesso con quanto precede, nel modo seguente: «Poichè dunque per il suo fine come per il modo della sua istituzione, la legge è cosa specificamente distinta dalla promessa, in quanto che, invece di procurar l'eredità, provoca le trasgressioni e invece di proceder da Dio solo è stata data soltanto per interposte persone, non ne segue egli forse ch'essa sia in contraddizione colle promesse?» L'obiezione dovea sorgere nelle menti giudeo-cristiane. Paolo respinge come insussistente l'affermazione che la legge sia in opposizione colle promesse di Dio e la respinge non già col far notare che lo stesso Dio è il datore così della legge come delle promesse, ma col far notare come, secondo la Scrittura, la legge non può aver avuto per iscopo di prender il posto della promessa. Legge e promessa sarebbero in opposizione solo nel caso che la legge avesse lo stesso ufficio della promessa. Se fosse stata data una legge capace d'infonder vita nuova, morale e spirituale, in chi era morto nei falli e nei peccati, capace di creare una vita di amor filiale per Dio e di amor fraterno per il prossimo, allora sì potrebbe dirsi che la giustizia ossia lo stato di chi è in regola con Dio, viene dalla legge, cioè dall'osservanza di essa; e allora pure sarebbe il caso di parlare di contradizione della legge colla promessa, poichè le due cose avrebbero l'identico scopo.

22 La Scrittura invece ha rinchiusa ogni cosa sotto il peccato affinchè i beni della promessa che dipende dalla fede in Cristo Gesù, fossero dati ai credenti.

Ben lungi dal lasciar credere che la legge fosse capace di dar la vita e ch'ella vi sia riuscita, la Scrittura parla un linguaggio del tutto diverso. Essa ha rinchiuso tutte le cose sotto peccato, s'intende colle dichiarazioni ch'ella contiene circa lo stato morale dell'uomo, tanto del Giudeo sottoposto alla legge quanto del pagano. Paolo si riferisce alle molte dichiarazioni scritturali che costatano il dominio del peccato su tutti gli uomini e sull'uomo intero. Ha in mente la dimostrazione che darà in Romani 3:10-19. Adoprando il neutro: tutte le cose, accentua la universalità del peccato. In realtà è come se dicesse: tutti gli uomini. Affinchè la promessa. Scopo ultimo di Dio nel dar la legge rivelatrice del male latente e nel costatare i risultati prodotti da essa è di far toccar con mano come sia chiusa all'uomo la via della salvezza per mezzo del suo fare e come l'unica via aperta al possesso dei beni promessi da Dio sia quella della fede. La promessa ha per condizione subiettiva del suo adempimento la fede e non le pratiche legali; ed i beni ch'ella assicura sono donati ai credenti senz'altra condizione.

23 3) Galati 3:23-4:7. La legge pedagogo e tutore in attesa di Cristo

La legge non annulla la. promessa, non è in contradizione con essa, ma compie un ufficio subordinato e transitorio che l'apostolo cerca di far meglio comprendere in questo brano, servendosi di illustrazioni tolte dalla vita comune. Vi sono nello svolgimento del piano della salvazione degli stadii che rispondono a quelli dello sviluppo della vita degli individui. C'è l'infanzia e la fanciullezza, e c'è l'età matura. All'infanzia appartengono i mezzi di educazione, all'età maggiore i privilegi e insieme le responsabilità individuali.. Ma i mezzi d'educazione e di tutela propri della, fanciullezza e dell'età minore cessano quando l'adolescente diventa maggiorenne. Di due immagini principali si vale Paolo per illustrare ad un tempo l'ufficio transitorio della legge e la condizione d'inferiorità di chi è sotto la legge: quella del pedagogo e quella del tutore; la prima relativa all'educazione personale del fanciullo, la seconda relativa all'amministrazione dei beni di cui egli è l'erede.

Ma prima che fosse venuta la fede eravamo rinchiusi sotto la custodia della legge in attesa della fede che aveva da essere rivelata.

Fede non significa dottrina cristiana, bensì fiducia del cuore. Essa è qui personificata: il venir della fede, è il subentrare dell'economia della fede a quella transitoria della legge. Anche nelle età antiche, la fede afferrava le promesse misericordiose di Dio; ma quando l'oggetto centrale della promessa, il Cristo Salvatore, è stato rivelato, allora la fede è entrata in pieno esercizio. Prima della venuta di Cristo, il popolo di Dio ora minorenne ed era quindi tenuto sotto la severa custodia della legge. Nelle espressioni: «rinchiusi eravamo tenuti sotto la custodia della legge» si è veduto l'immagine del carceriere o più generalmente di un potentato che tiene in severa custodia militare dei prigioni in attesa della loro liberazione per via di riscatto. Ma non è necessario ricorrere ad una immagine diversa da quella del pedagogo mentovato subito dopo, per spiegare quelle parole. I mezzi disciplinari di cui si valeva il pedagogo antico nell'educazione dei fanciulli erano abbastanza ruvidi e severi da giustificare il linguaggio di cui si serve l'apostolo. Nota Lutero: «Quelle scuole erano una prigione ed un inferno e quei pedagoghi erano dei tiranni e dei carnefici». La prep. εις può tradursi in attesa della fede, ovvero: in vista della economia della fede che doveva esser rivelata.

24 Talchè la legge è stata il nostro pedagogo per condurci a Cristo, affinchè fossimo giustificati per fede.

La similitudine del pedagogo è tolta dagli usi di famiglia della società greca e romana. Etimologicamente vale: "conduttore di fanciulli" e designava uno schiavo di fiducia al quale il padre affidava la custodia e l'educazione dei fanciulli. Il pedagogo li dovea condurre alle scuole, alla palestra ginnastica, li doveva accompagnare e sorvegliar per le vie, aiutare in casa nei loro studi qualora ne fosse capace, tenere sempre sotto la sua stretta sorveglianza. Severità e rigidezza vanno quindi connesse coll'ufficio del pedagogo chiamato ad istruire, ad ammonire, a riprendere, a castigare. Il concetto del pedagogo antico risponde a quello moderno del governatore cui è affidata l'educazione d'un principe. «Questo ufficio pedagogico la legge lo compieva positivamente coi suoi ammonimenti e colle sue minacce, negativamente collo svegliare la coscienza, e col creare la convinzione di peccato» (Ellicott). È la legge che ha condotto Paolo a gridare: «Misero me uomo! Chi mi libererà da questo corpo di morte!» Romani 7:24. Per tal modo la legge facea sentire il bisogno della grazia, svegliava nell'anima il sospiro dietro il Liberatore. Per condurci a Cristo ( εις χριστον, verso Cristo, in vista di Cristo) non può significare qui solamente: «per condurci alla scuola di Cristo». Il condurre i fanciulli a scuola era una parte soltanto dell'ufficio del pedagogo e, nel contesto, Cristo non è presentato come il Maestro, bensì come il Salvatore che col suo sacrificio ha reso possibile la giustificazione dei colpevoli, il mediatore della riconciliazione, l'erede delle promesse che fa partecipi dei beni della salvazione quanti sono a lui uniti dalla fede. Infatti soggiunge: affinchè fossimo giustificati per fede. La legge non poteva dare la giustizia e tale non era il suo scopo; essa dovea bensì condurre a Cristo ch'è la nostra giustizia, affinchè accogliendolo con fede fossimo giustificati in virtù del suo sangue.

25 Ma venuta la fede,

l'economia della fede,

non siamo più sotto il pedagogo.

Come cessa l'ufficio del pedagogo quando il fanciullo ha compiuto la sua educazione ed entra nell'età maggiore, così la legge ha finito l'ufficio suo quando ci ha condotti alla fede in Cristo. Chi vuol tenere ancora il cristiano sotto il giogo della legge, lo mantiene in uno stato di perpetua minorità. Nel plur. siamo sono compresi in primo luogo i giudeo-cristiani, ma insiem con loro tutti i membri dell'Israele secondo lo spirito.

26 Tutti, infatti, siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù.

Figli per natura lo sono anche quelli che sono sotto il pedagogo: ma non godono della, pienezza dei diritti e dei privilegi dei figliuoli, sono affidati ad un servo e tenuti in una semi schiavitù... Nel Galati 4:1 dice che l'erede minorenne «non differisce per nulla dal servo». Ma mediante la fede che li unisce a Cristo Gesù, ch'è il Figliuol di Dio, l'erede delle promesse, essi entrano nel pieno godimento dei loro privilegi, sono introdotti nella libertà dei figli e nella dolce intimità col Padre. L'apostolo accentua il fatto che l'adozione a figliuoli è assicurata a tutti quanti i credenti senza distinzione tra Giudei ed etnici, e ciò unicamente in virtù della loro unione con Cristo.

27 Poichè quanti siete stati battezzati in Cristo avete rivestito Cristo.

Mentre la fede del cuore è la condizione subiettiva della unione con Cristo e della partecipazione ai beni della salvezza, il battesimo n'è il pegno esterno, la rappresentazione simbolica e la professione pubblica. L'esser battezzati in Cristo ( εις χριστον) vale propriamente: in vista di Cristo, per Cristo, ossia per esser incorporati nel mistico corpo di lui, per appartenergli. Quanti colla fede del cuore e coll'atto simbolico del battesimo si sono uniti a Cristo, hanno rivestito Cristo, cioè ne hanno in certo modo assunto davanti a Dio il nome e la personalità e i privilegi, così da esser considerati più in lui che non in se stessi. Or Cristo è il Figlio, è l'erede delle promesse; in lui siamo figli ancora noi ed eredi. Fin da quando si sono dati a Cristo è questa la gloriosa condizione di diritto in cui si trovano i credenti; ma non è che col crescere della loro vita nuova ch'essi si rendono conto della grandezza dei loro privilegi e li apprezzano. Ad ogni modo è questa la condizione di tutti i credenti senza distinzione.

28 Non v'è qui nè Giudeo nè Greco, non v'è né schiavo nè libero, non v'è nè maschio nè femmina, poichè voi tutti siete uno in Cristo Gesù.

La comunanza dei più alti privilegi spirituali in Cristo, l'esser tutti ugualmente partecipi del perdono, di Dio, della libertà dei suoi figliuoli, della speranza della gloria, relega fra le cose secondarie ed accidentali tutte le distinzioni di nazionalità (Giudeo e Greco) anche quando implichino particolari vantaggi religiosi, le distinzioni di condizione sociale. (schiavo, libero) e perfino quelle di sesso (maschio, femmina). In Cristo, nella comunione con lui, tutti sono uno, costituiscono come una sola persona e godono degli stessi privilegi. Sussisteranno ancora le distinzioni mentovate per la vita terrena, psichica; ma non avranno influenza sullo stato spirituale dei credenti ch'è uguale per tutti. Il patriottismo non sarà abolito, non saranno aboliti i doveri reciproci degli schiavi e dei padroni, nè quelli delle mogli e dei mariti, ma quanto a condizione spirituale tutti i credenti sono uguali davanti a Dio, tutti ugualmente membri del Corpo di Cristo. Cfr. affermazioni analoghe in Efesini 2:15; Colossesi 3:11; Romani 10:12; 1Corinzi 12:13. Non sussiste dunque più, nella unione con Cristo, quel valore religioso che i giudaizzanti attribuivano al fatto d'esser Giudei ed alla pratica delle osservanze giudaiche.

29 E se voi siete di Cristo, ne segue che siete progenie d'Abramo, eredi secondo la promessa.

Se sono uniti a Cristo, essi fanno parte di quell'ente spirituale collettivo che ha Cristo per centro ed al quale furon fatte le promesse.

30 Essi sono per conseguenza i legittimi eredi dei beni promessi alla posterità d'Abramo, eredi dei beni del regno messianico.

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